Nel mondo alla rovescia l’unica cosa che non conta è la guerra al terrorismo
La notizia clamorosa non è che il Sismi abbia organizzato insieme con la Cia il sequestro dell’imam radicale Abu Omar a Milano, come ora pare dimostrato da una conversazione tra Marco Mancini e Gustavo Pignero, registrata segretamente davanti a un concessionario Ferrari a Roma e in circostanze più da Totò e Peppino che da spy-story con agenti al servizio di sua maestà britannica. In fondo la prova del diretto coinvolgimento di Nicolò Pollari e dei servizi militari italiani nella cattura di Abu Omar non fa altro che confermare una cosa che sapevano tutti e che, peraltro, era stata già svelata dalla Cia e indirettamente anche da Condoleezza Rice.
I servizi americani avevano fatto sapere che non c’era stata alcuna violazione della sovranità territoriale italiana. Parole che non significavano molto altro se non “l’abbiamo fatto insieme”.
A Bruxelles, inoltre, il segretario di stato americano aveva spiegato che le catture di terroristi islamici, ovvero le oltre 100 “extraordinary renditions” operate dall’11 settembre a oggi, sono state autorizzate dai governi europei. Ovviamente, non poteva essere altrimenti.
Insomma ciò che è successo a Milano, compresa la notizia che il Sismi ne era perfettamente al corrente, aveva tutto il diritto di succedere. C’era davvero qualcuno che pensava alla cattura dell’imam islamista – accusato di essere a capo di un cellula terrorista europea dalla stessa procura di Milano – e alla successiva partenza di un aereo Cia dalla base militare di Aviano come a un’operazione condotta esclusivamente dagli americani e all’insaputa dei nostri servizi e del nostro governo?
Ovvio che no, come tempo fa aveva lasciato intendere il ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Nessuno ha mai davvero creduto che il governo Berlusconi e il Sismi di Pollari fossero all’oscuro dell’operazione condotta in Italia da una trentina tra agenti della Cia e basisti del Sismi. Lo scandalo, dunque, è un altro, come abbiamo scritto fin dal primo giorno di questa incredibile vicenda, in cui sotto accusa sono finiti coloro che per mestiere cercano di evitare un attacco terroristico.
Lo scandalo, anzi la farsa, non è quella del coinvolgimento del Sismi nella cattura di Abu Omar, è piuttosto il cortocircuito politico e giudiziario e giornalistico per cui non siamo riusciti a difendere una speciale e coperta operazione internazionale antiterrorismo, compiuta insieme con i nostri alleati americani. Lo scandalo è che non abbiamo posto il segreto di stato, come avrebbero dovuto fare Letta e Berlusconi alle prime indagini della magistratura di Milano. Tantomeno abbiamo avuto il coraggio di rivendicare la cattura di Abu Omar, come avrebbe fatto un qualsiasi presidente americano se qualcuno avesse scoperto un’operazione segreta dell’Fbi o della Cia. Non siamo nemmeno riusciti a difendere i nostri servizi segreti, anzi è cominciato uno scontro di potere tra i nostri apparati di sicurezza. Si è tentato di addossare le responsabilità dell’operazione Abu Omar a Marco Mancini, il capo del nostro controspionaggio, ma anche un agente considerato troppo vicino ai servizi americani. Mancini ha fiutato la trappola e si è cautelato registrando clandestinamente un colloquio con il generale Pignero, ove questi conferma a futura memoria che è stato Pollari a ordinare la cattura di Abu Omar.
Ciò che si perde di vista
Ciò che si perde di vista in questa vicenda è la politica di prevenzione di attentati più volte minacciati dalla rete del jihad globale. Ieri, per esempio, i Ros dei carabinieri hanno arrestato a Vicenza quattro guerrasantieri “pronti ad agire”, stando alle parole del ministro dell’Interno, Giuliano Amato. Si dimentica cioè che la minaccia terroristica esiste, è reale, è concreta, non è la pianificazione di una menzogna buona per spaventare gli elettori babbei e per restare aggrappati al potere.
E’ il mondo alla rovescia, dove diventa un crimine l’aver orchestrato con la Cia la cattura di un islamista radicale. Il risultato diretto di questo ragionamento è che il governo abdica ai suoi doveri e lascia alle procure della Repubblica il compito di decidere che cosa sia buono e giusto per proteggere il paese, un compito che evidentemente non gli spetta. L’attuale governo è in imbarazzo quanto il precedente, perché costretto a gestire una situazione che si sarebbe dovuta chiudere col segreto di stato. Visto che c’è, va usato: avrebbe evitato al Sismi la figuraccia di credere che per fronteggiare l’offensiva della procura di Milano potessero bastare un ufficio riservato e i rapporti di Pio Pompa con la stampa nazionale, compresa Repubblica.
lunedì 24 luglio 2006
Il colpo del picconatore a D'Alema. Paolo Guzzanti
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=107022
Cossiga "scarica" il Ministro degli esteri dopo le dichiarazioni su Israele.
Cossiga "scarica" il Ministro degli esteri dopo le dichiarazioni su Israele.
La spina nel fianco. Valentina Meliadò
http://www.ragionpolitica.it/testo.6180.spina_nel_fianco.html
Le ragioni di Israele e la guerra in Libano.
Le ragioni di Israele e la guerra in Libano.
venerdì 21 luglio 2006
Una domanda da 50 milioni di euro. il Foglio
Una provvista? Sul tesoro di Consorte il tribunale rilancia i nostri dubbi
Il tribunale del riesame di Milano ha confermato il sequestro di circa 43 milioni riferibili a Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, i dirigenti dell’Unipol sotto inchiesta. Per i giudici le somme sequestrate “non hanno alcuna giustificazione lecita, risultano sproporzionate e comunque non sono riconducibili ai pur rilevanti redditi del lavoro lecito degli indagati”, al contrario “sono riconducibili ad un delitto”. Per una parte il capo d’imputazione è stato trasformato da ricettazione a riciclaggio, il che può significare che dubitino che i destinatari finali delle operazioni fossero i due dirigenti dell’assicurazione delle Coop. Non è la risposta definitiva alla domanda da 50 milioni che avevamo posto, chiedendo di conoscere le ragioni della loro erogazione. Per ora si esclude però, almeno nelle tesi dell’accusa, che quella fosse la retribuzione di consulenze o prestazioni professionali. D’altra parte non ci sfugge che, anche per Sacchetti e Consorte, si potrà parlare di responsabilità penali solo a sentenza passata in giudicato, e che fino ad allora vanno considerati innocenti. Resta il fatto che i tentativi di dimenticare l’affaire Unipol, che tanto aveva imbarazzato i vertici dei Ds per il sostegno alla scalata su Bnl, non sembrano ottenere risultati. Insinuare che la sentenza sia una specie di risposta alla defenestrazione dei dirigenti della Guardia di finanza che avevano condotto le indagini sarebbe improprio e probabilmente infondato. Ma quando si saprà qual è (e se c’è stato) il “delitto”, si sarà fatta chiarezza anche su alcuni aspetti della vicenda Unipol che hanno risvolti politici e svanirà quella bolla minacciosa sospesa nel circo mediatico-giudiziario. E politico.
Il tribunale del riesame di Milano ha confermato il sequestro di circa 43 milioni riferibili a Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, i dirigenti dell’Unipol sotto inchiesta. Per i giudici le somme sequestrate “non hanno alcuna giustificazione lecita, risultano sproporzionate e comunque non sono riconducibili ai pur rilevanti redditi del lavoro lecito degli indagati”, al contrario “sono riconducibili ad un delitto”. Per una parte il capo d’imputazione è stato trasformato da ricettazione a riciclaggio, il che può significare che dubitino che i destinatari finali delle operazioni fossero i due dirigenti dell’assicurazione delle Coop. Non è la risposta definitiva alla domanda da 50 milioni che avevamo posto, chiedendo di conoscere le ragioni della loro erogazione. Per ora si esclude però, almeno nelle tesi dell’accusa, che quella fosse la retribuzione di consulenze o prestazioni professionali. D’altra parte non ci sfugge che, anche per Sacchetti e Consorte, si potrà parlare di responsabilità penali solo a sentenza passata in giudicato, e che fino ad allora vanno considerati innocenti. Resta il fatto che i tentativi di dimenticare l’affaire Unipol, che tanto aveva imbarazzato i vertici dei Ds per il sostegno alla scalata su Bnl, non sembrano ottenere risultati. Insinuare che la sentenza sia una specie di risposta alla defenestrazione dei dirigenti della Guardia di finanza che avevano condotto le indagini sarebbe improprio e probabilmente infondato. Ma quando si saprà qual è (e se c’è stato) il “delitto”, si sarà fatta chiarezza anche su alcuni aspetti della vicenda Unipol che hanno risvolti politici e svanirà quella bolla minacciosa sospesa nel circo mediatico-giudiziario. E politico.
giovedì 20 luglio 2006
Le proposte di Forza Italia sul decreto Visco-Bersani. Maurizio Sacconi
Misure fiscali inquietanti
Il provvedimento Visco-Bersani ha un prevalente contenuto fiscale cui è prioritariamente dedicata l'attività emendativa. Esso sancisce infatti la definitiva rottura del rapporto di fiducia tra fisco e contribuente, con l'ossessiva preoccupazione di assicurare ogni più minuziosa forma di controllo (indipendentemente da finalità tributarie) nel segno della più pura oppressione fiscale. Sono tratti comuni del provvedimento:
Amplificazione gratuita delle prerogative autoritative dell'amministrazione pubblica, a discapito di un rapporto di sana e leale collaborazione con i cittadini;
compressione degli spazi fondamentali di libertà e riservatezza del singolo, senza alcun concreto risultato in termini di maggiore efficienza dell'apparato fiscale;
ricorso alla retroattività delle nuove disposizioni fiscali, in palese dispregio delle fondamentali garanzie del contribuente.
Gli emendamenti sopprimono le disposizioni in questo senso e introducono una norma di garanzia per la leale collaborazione tra contribuente e amministrazione finanziaria secondo la quale è possibile acquisire direttamente dati del contribuente solo se questi è in stato fallimentare o si è rifiutato di fornirli. Rispondono alla prima delle criticità segnalate le seguenti disposizioni:
le nuove presunzioni che tendono a fissare la sede della società nel territorio dello Stato in base alla residenza degli amministratori o dei loro familiari in quanto si pongono in contrasto con le più elementari esigenze di libera circolazione dei servizi e dei capitali, "spiazzando" nella competizione il nostro Paese.
L'aumento di aliquota IVA di prestazioni di diffuso impatto sociale e di poca rilevanza finanziaria (consumazioni obbligatorie nelle discoteche e sale da ballo, dolciumi, caramelle, cacao non di pregio, francobolli da collezione);
L'eliminazione della possibilità per autonomi e imprese minori di sottrarre perdite dal reddito complessivo, dovendole portare in deduzione nei successivi esercizi;
La comunicazione dell'elenco clienti e fornitori, che costituisce la reintroduzione di un adempimento vessatorio e intrusivo nella sfera di riservatezza dei singoli, senza alcun effettivo beneficio fiscale.
l'attribuzione della partita IVA subordinata a due fattori: valutazione di elementi di rischio e eventuali accessi nel luogo di esercizio attività. La prima è del tutto indeterminata e rimessa alla futura fissazione con mero provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate al di fuori di ogni garanzia. Unilateralmente esso può impedire l'esercizio di attività economica (che invece è libera già ai sensi dell'art. 42 Cost.). La possibilità di subordinare questo esito all'accesso, poi, confonde scopi diversi. Infatti, l'accesso è finalizzato ad acquisire documenti rilevanti ai fini dell'accertamento: in questa sede, invece, trattandosi di attività non ancora avviata non ci sono elementi fiscalmente rilevanti che possono essere acquisiti, e mira soltanto alla ulteriore e surrettizia penetrazione fiscale nelle ordinarie dinamiche produttive, senza alcun collegamento diretto con le esigenze dell'accertamento.
La comunicazione dei dati CCIAA, a spese delle imprese, peraltro per nulla coinvolte in un processo di trasmissione di dati rilevanti che dovrebbe avvenire in contraddittorio. . Pertanto, non è ammissibile che le CCIAA trasmettano all'anagrafe tributaria i dati che ritengano di estrapolare dai bilanci, con il rischio di operazioni incomplete, imprecise o strumentalmente "ritagliate" ad arte;
I nuovi poteri della Guardia di Finanza, che può inviare questionari a contribuenti o terzi sanzionando la mancata o incompleta risposta per fini diversi da quelli tributari.
L'estensione dell'obbligo di comunicazione alla GdF delle eventuali violazioni tributarie rilevate sia dal PM sia dalla polizia giudiziaria. Non si comprende perché la comunicazione non è rivolta all'ufficio dell'amm. Finanziaria competente per l'accertamento (la GdF non emette l'atto di accertamento, ma collabora con l'ufficio). La comunicazione anche a carico del PM inverte l'ordinario rapporto tra polizia giudiziaria e autorità giudiziaria, con una evidente enfatizzazione della prima anche a scapito delle insopprimibili esigenze di garanzia che la seconda deve assicurare.
La inopinata soppressione della pianificazione fiscale concordata, reale strumento di spontanea e condivisa convergenza fiscale tra contribuente e amministrazione fiscale, volta ad evitare in radice ogni esito contenzioso.
Nel secondo filone si possono iscrivere a pieno titolo le seguenti disposizioni:
rilevazione fotografica o telematica per infrazioni persino al divieto di sosta nei centri urbani, senza contestazione immediata della infrazione;
incredibile limite di importo (100 €!) per pagamenti in contanti in favore di autonomi e professionisti, costringendo per ogni importo superiore all'uso di mezzi di pagamento propri del canale bancario, con conseguente aggravio (costi per commissioni e giorni di valuta) e adempimenti amministrativi (registrazioni e riscontri), con l'unica finalità di ottenere una ulteriore schedatura di tutte le operazioni economiche effettuate, anche se già documentate per mezzo degli obblighi di fatturazione;
i dipendenti di Riscossione s.p.a., o delle società dalla stessa partecipate, possono acquisire qualunque tipo di informazioni e dati comunque esistenti presso tutti i soggetti pubblici o privati che li detengono. Si tratta di una inammissibile compressione di fondamentali esigenze di garanzia del singolo, consentendosi intromissioni nella sfera dei dati che lo riguardino a qualunque titolo (quindi anche indipendentemente da dati fiscalmente rilevanti) ad un soggetto che è una società commerciale (Riscossione s.p.a.), nel cui capitale sono presenti anche soci privati;
quale finalità effettiva di contrasto all'evasione o all'elusione fiscale può avere il comunicare al fisco il titolo per il quale è stata conseguita una determinata prestazione assicurativa magari anche quando questa sia collegata alla conoscenza di dati personali sensibili (condizioni di salute, sesso, origine etnica, convinzioni religiose, e così via)?
si equiparano le informazioni e i documenti acquisiti dall'Agenzia delle dogane ai dati personali trattati dal CED del Dip. Pubblica sicurezza per finalità di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, prevenzione, accertamento o repressione reati. Si tratta di una indebita estensione di campo;
le comunicazioni dovute da banche ed intermediari finanziari (introdotte con questo dl) si estendono anche alla natura dei rapporti, il che implica un intervento molto più invasivo da parte di un soggetto diverso dall'amministrazione pubblica, senza contraddittorio, senza alcuna garanzia per il singolo, né utilità per interessi pubblici;
le sanzioni per omessa risposta ai questionari sono estese a tutte le ipotesi di richiesta informazioni a banche, poste, intermediari finanziari etc. nonché alle società fiduciarie;
individuazione del soggetto consentita all'anagrafe tributaria anche per finalità diverse dall'accertamento fiscale;
l'intrusione strumentale dell'amministrazione finanziaria anche nella sfera di gestione dell'imprenditore, espressa dall'obbligo per quest'ultimo di dotarsi di apparecchiatura informatica idonea al collegamento con la stessa AF.
La soppressione dell'obbligo per l'AF di indicare nominativamente coloro per i quali si sta indagando a fini tributari. Si introduce una facoltà di indagine tributaria senza garanzia alcuna di conoscibilità da parte del sottoposto a verifica;
trasmissione telematica dei dati concernenti l'ordinaria attività economica.
Nel terzo filone di intervento si iscrivono le seguenti disposizioni:
la retroattività delle nuove disposizioni IVA sugli immobili, con conseguente obbligo di recupero a tassazione di importi già detratti negli anni precedenti.
per la determinazione dell'acconto IRES dovuto dalle società si obbliga a computare come imposta del periodo di imposta precedente quella che sarebbe stata dovuta in applicazione delle disposizioni più restrittive del dl. In sostanza una applicazione retroattiva delle disposizioni fiscali, con aggravi sia in termini economici, che di adempimenti amministrativi (si obbliga, in definitiva, a ricomputare i redditi che nell'esercizio precedente sarebbero stati conseguiti con l'applicazione della disciplina che solo ora viene introdotta).
La modifica al sistema degli accertamenti, a mezzo studi di settore, nei confronti dei soggetti in contabilità ordinaria, introdotta con effetto retroattivo sul periodo d'imposta 2005 e a dichiarazioni praticamente concluse.
La possibilità di accertamenti retroattivi, peraltro senza alcun termine di reale decadenza
Il raddoppio dei termini di accertamento con valenza retroattiva, in tutti i casi in cui l'ufficio possa ritenere che sussista il reato fiscale, anche qualora tale ipotesi sia del tutto priva di fondamento. Inoltre, la denuncia potrebbe intervenire a prescindere dalla compiuta verifica delle soglie di punibilità invece prescritte in materia penale-tributaria. In più, nel rapporto tra procedimento penale e tributario, il principio di specialità introdotto dall'art. 17 del d. lgs. n. 74/00 in materia penale tributaria, superando la pregiudiziale tributaria in precedenza esistente, esclude che un procedimento debba esaurirsi prima che possa essere sviluppato l'altro proprio per garantire l'autonomia reciproca e sollecita definizione di ciascuno. In questo modo, invece, si intende introdurre surrettiziamente una sorta di "pregiudiziale penale" (non consentita, come detto, ai sensi delle disposizioni citate) al solo fine di mantenere pendente la minaccia dell'accertamento tributario sul contribuente.
Più tutela della concorrenza e dei consumatori
Per quanto riguarda la parte del provvedimento dedicata alle così dette liberalizzazioni, l'attività emendativa è tutta dedicata a garantire più mercato e più tutela del consumatore, rispetto alle disposizioni rozze, marginali e parziali proposte dal Governo. Si iscrivono nella maggiore promozione della concorrenza le ipotesi emendative dedicate a:
imporre -in attesa della piena liberalizzazione- l'affidamento tramite gara a tutte le società che gestiscono servizi pubblici locali o strumentali con l'unica eccezione degli Enti pubblici che ne sono soci fondatori;
superare le posizioni di rendita del sindacato in materia di gestione di patronati, previdenza complementare e deleghe alla riscossione delle quote associative tramite INPS;
consentire la più libera circolazione dei farmaci soggetti a pubblicità senza l'obbligo di presenza del farmacista, anche self-service, onde evitare nuove rendite di posizione in capo ai soggetti più forti della distribuzione;
rimuovere il regime di tassazione agevolata per il risparmio da soci che affluisce alle cooperative, così promuovendo una più corretta concorrenza in settori competitivi come la grande distribuzione o il mercato finanziario;
assicurare la libera somministrazione e il consumo diretto di pane nei panifici.
Questi emendamenti hanno un rilevante complemento nell'o.d.g. proposto con il quale si impegna il Governo a dare attuazione alle altre ben più corpose raccomandazioni dell'Autorità Anti-Trust (servizi bancari e finanziari, energia, trasporti, cooperative, ecc.). Le proposte emendative che sono indotte dalla maggiore tutela del consumatore sono invece dedicate a:
precisare la riforma delle professioni in modo da: a) aderire compiutamente alla disciplina comunitaria, salvaguardando il consumatore da comportamenti anomali che -soprattutto nella professione forense- darebbero luogo a incremento immotivato della litigiosità e abuso della buona fede del cliente (patto di quota lite, pubblicità ingannevole, ecc. ) ; b) conservare, anche nelle forme associate, la responsabilità diretta e personale del professionista;
garantire all'assicurato la conoscenza delle provvigioni dell'agente plurimandatario con le diverse società d'assicurazione;
imporre, nelle comunicazioni bancarie, oggi incomprensibili, una formula di assoluta evidenza con cui si invita il consumatore a confrontare le nuove condizioni con quelle degli altri istituti;
tutelare le esigenze connesse alla salute pubblica nell'ambito dei processi di liberalizzazione delle attività distributive;
promuovere la diffusione dei farmaci da automedicazione soprattutto ove il consumatore ha più difficoltà di reperimento (autogrill, porti, aeroporti, ecc.);
diffondere via sms i dati relativi ai prezzi agro-alimentari.
Il provvedimento Visco-Bersani ha un prevalente contenuto fiscale cui è prioritariamente dedicata l'attività emendativa. Esso sancisce infatti la definitiva rottura del rapporto di fiducia tra fisco e contribuente, con l'ossessiva preoccupazione di assicurare ogni più minuziosa forma di controllo (indipendentemente da finalità tributarie) nel segno della più pura oppressione fiscale. Sono tratti comuni del provvedimento:
Amplificazione gratuita delle prerogative autoritative dell'amministrazione pubblica, a discapito di un rapporto di sana e leale collaborazione con i cittadini;
compressione degli spazi fondamentali di libertà e riservatezza del singolo, senza alcun concreto risultato in termini di maggiore efficienza dell'apparato fiscale;
ricorso alla retroattività delle nuove disposizioni fiscali, in palese dispregio delle fondamentali garanzie del contribuente.
Gli emendamenti sopprimono le disposizioni in questo senso e introducono una norma di garanzia per la leale collaborazione tra contribuente e amministrazione finanziaria secondo la quale è possibile acquisire direttamente dati del contribuente solo se questi è in stato fallimentare o si è rifiutato di fornirli. Rispondono alla prima delle criticità segnalate le seguenti disposizioni:
le nuove presunzioni che tendono a fissare la sede della società nel territorio dello Stato in base alla residenza degli amministratori o dei loro familiari in quanto si pongono in contrasto con le più elementari esigenze di libera circolazione dei servizi e dei capitali, "spiazzando" nella competizione il nostro Paese.
L'aumento di aliquota IVA di prestazioni di diffuso impatto sociale e di poca rilevanza finanziaria (consumazioni obbligatorie nelle discoteche e sale da ballo, dolciumi, caramelle, cacao non di pregio, francobolli da collezione);
L'eliminazione della possibilità per autonomi e imprese minori di sottrarre perdite dal reddito complessivo, dovendole portare in deduzione nei successivi esercizi;
La comunicazione dell'elenco clienti e fornitori, che costituisce la reintroduzione di un adempimento vessatorio e intrusivo nella sfera di riservatezza dei singoli, senza alcun effettivo beneficio fiscale.
l'attribuzione della partita IVA subordinata a due fattori: valutazione di elementi di rischio e eventuali accessi nel luogo di esercizio attività. La prima è del tutto indeterminata e rimessa alla futura fissazione con mero provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate al di fuori di ogni garanzia. Unilateralmente esso può impedire l'esercizio di attività economica (che invece è libera già ai sensi dell'art. 42 Cost.). La possibilità di subordinare questo esito all'accesso, poi, confonde scopi diversi. Infatti, l'accesso è finalizzato ad acquisire documenti rilevanti ai fini dell'accertamento: in questa sede, invece, trattandosi di attività non ancora avviata non ci sono elementi fiscalmente rilevanti che possono essere acquisiti, e mira soltanto alla ulteriore e surrettizia penetrazione fiscale nelle ordinarie dinamiche produttive, senza alcun collegamento diretto con le esigenze dell'accertamento.
La comunicazione dei dati CCIAA, a spese delle imprese, peraltro per nulla coinvolte in un processo di trasmissione di dati rilevanti che dovrebbe avvenire in contraddittorio. . Pertanto, non è ammissibile che le CCIAA trasmettano all'anagrafe tributaria i dati che ritengano di estrapolare dai bilanci, con il rischio di operazioni incomplete, imprecise o strumentalmente "ritagliate" ad arte;
I nuovi poteri della Guardia di Finanza, che può inviare questionari a contribuenti o terzi sanzionando la mancata o incompleta risposta per fini diversi da quelli tributari.
L'estensione dell'obbligo di comunicazione alla GdF delle eventuali violazioni tributarie rilevate sia dal PM sia dalla polizia giudiziaria. Non si comprende perché la comunicazione non è rivolta all'ufficio dell'amm. Finanziaria competente per l'accertamento (la GdF non emette l'atto di accertamento, ma collabora con l'ufficio). La comunicazione anche a carico del PM inverte l'ordinario rapporto tra polizia giudiziaria e autorità giudiziaria, con una evidente enfatizzazione della prima anche a scapito delle insopprimibili esigenze di garanzia che la seconda deve assicurare.
La inopinata soppressione della pianificazione fiscale concordata, reale strumento di spontanea e condivisa convergenza fiscale tra contribuente e amministrazione fiscale, volta ad evitare in radice ogni esito contenzioso.
Nel secondo filone si possono iscrivere a pieno titolo le seguenti disposizioni:
rilevazione fotografica o telematica per infrazioni persino al divieto di sosta nei centri urbani, senza contestazione immediata della infrazione;
incredibile limite di importo (100 €!) per pagamenti in contanti in favore di autonomi e professionisti, costringendo per ogni importo superiore all'uso di mezzi di pagamento propri del canale bancario, con conseguente aggravio (costi per commissioni e giorni di valuta) e adempimenti amministrativi (registrazioni e riscontri), con l'unica finalità di ottenere una ulteriore schedatura di tutte le operazioni economiche effettuate, anche se già documentate per mezzo degli obblighi di fatturazione;
i dipendenti di Riscossione s.p.a., o delle società dalla stessa partecipate, possono acquisire qualunque tipo di informazioni e dati comunque esistenti presso tutti i soggetti pubblici o privati che li detengono. Si tratta di una inammissibile compressione di fondamentali esigenze di garanzia del singolo, consentendosi intromissioni nella sfera dei dati che lo riguardino a qualunque titolo (quindi anche indipendentemente da dati fiscalmente rilevanti) ad un soggetto che è una società commerciale (Riscossione s.p.a.), nel cui capitale sono presenti anche soci privati;
quale finalità effettiva di contrasto all'evasione o all'elusione fiscale può avere il comunicare al fisco il titolo per il quale è stata conseguita una determinata prestazione assicurativa magari anche quando questa sia collegata alla conoscenza di dati personali sensibili (condizioni di salute, sesso, origine etnica, convinzioni religiose, e così via)?
si equiparano le informazioni e i documenti acquisiti dall'Agenzia delle dogane ai dati personali trattati dal CED del Dip. Pubblica sicurezza per finalità di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, prevenzione, accertamento o repressione reati. Si tratta di una indebita estensione di campo;
le comunicazioni dovute da banche ed intermediari finanziari (introdotte con questo dl) si estendono anche alla natura dei rapporti, il che implica un intervento molto più invasivo da parte di un soggetto diverso dall'amministrazione pubblica, senza contraddittorio, senza alcuna garanzia per il singolo, né utilità per interessi pubblici;
le sanzioni per omessa risposta ai questionari sono estese a tutte le ipotesi di richiesta informazioni a banche, poste, intermediari finanziari etc. nonché alle società fiduciarie;
individuazione del soggetto consentita all'anagrafe tributaria anche per finalità diverse dall'accertamento fiscale;
l'intrusione strumentale dell'amministrazione finanziaria anche nella sfera di gestione dell'imprenditore, espressa dall'obbligo per quest'ultimo di dotarsi di apparecchiatura informatica idonea al collegamento con la stessa AF.
La soppressione dell'obbligo per l'AF di indicare nominativamente coloro per i quali si sta indagando a fini tributari. Si introduce una facoltà di indagine tributaria senza garanzia alcuna di conoscibilità da parte del sottoposto a verifica;
trasmissione telematica dei dati concernenti l'ordinaria attività economica.
Nel terzo filone di intervento si iscrivono le seguenti disposizioni:
la retroattività delle nuove disposizioni IVA sugli immobili, con conseguente obbligo di recupero a tassazione di importi già detratti negli anni precedenti.
per la determinazione dell'acconto IRES dovuto dalle società si obbliga a computare come imposta del periodo di imposta precedente quella che sarebbe stata dovuta in applicazione delle disposizioni più restrittive del dl. In sostanza una applicazione retroattiva delle disposizioni fiscali, con aggravi sia in termini economici, che di adempimenti amministrativi (si obbliga, in definitiva, a ricomputare i redditi che nell'esercizio precedente sarebbero stati conseguiti con l'applicazione della disciplina che solo ora viene introdotta).
La modifica al sistema degli accertamenti, a mezzo studi di settore, nei confronti dei soggetti in contabilità ordinaria, introdotta con effetto retroattivo sul periodo d'imposta 2005 e a dichiarazioni praticamente concluse.
La possibilità di accertamenti retroattivi, peraltro senza alcun termine di reale decadenza
Il raddoppio dei termini di accertamento con valenza retroattiva, in tutti i casi in cui l'ufficio possa ritenere che sussista il reato fiscale, anche qualora tale ipotesi sia del tutto priva di fondamento. Inoltre, la denuncia potrebbe intervenire a prescindere dalla compiuta verifica delle soglie di punibilità invece prescritte in materia penale-tributaria. In più, nel rapporto tra procedimento penale e tributario, il principio di specialità introdotto dall'art. 17 del d. lgs. n. 74/00 in materia penale tributaria, superando la pregiudiziale tributaria in precedenza esistente, esclude che un procedimento debba esaurirsi prima che possa essere sviluppato l'altro proprio per garantire l'autonomia reciproca e sollecita definizione di ciascuno. In questo modo, invece, si intende introdurre surrettiziamente una sorta di "pregiudiziale penale" (non consentita, come detto, ai sensi delle disposizioni citate) al solo fine di mantenere pendente la minaccia dell'accertamento tributario sul contribuente.
Più tutela della concorrenza e dei consumatori
Per quanto riguarda la parte del provvedimento dedicata alle così dette liberalizzazioni, l'attività emendativa è tutta dedicata a garantire più mercato e più tutela del consumatore, rispetto alle disposizioni rozze, marginali e parziali proposte dal Governo. Si iscrivono nella maggiore promozione della concorrenza le ipotesi emendative dedicate a:
imporre -in attesa della piena liberalizzazione- l'affidamento tramite gara a tutte le società che gestiscono servizi pubblici locali o strumentali con l'unica eccezione degli Enti pubblici che ne sono soci fondatori;
superare le posizioni di rendita del sindacato in materia di gestione di patronati, previdenza complementare e deleghe alla riscossione delle quote associative tramite INPS;
consentire la più libera circolazione dei farmaci soggetti a pubblicità senza l'obbligo di presenza del farmacista, anche self-service, onde evitare nuove rendite di posizione in capo ai soggetti più forti della distribuzione;
rimuovere il regime di tassazione agevolata per il risparmio da soci che affluisce alle cooperative, così promuovendo una più corretta concorrenza in settori competitivi come la grande distribuzione o il mercato finanziario;
assicurare la libera somministrazione e il consumo diretto di pane nei panifici.
Questi emendamenti hanno un rilevante complemento nell'o.d.g. proposto con il quale si impegna il Governo a dare attuazione alle altre ben più corpose raccomandazioni dell'Autorità Anti-Trust (servizi bancari e finanziari, energia, trasporti, cooperative, ecc.). Le proposte emendative che sono indotte dalla maggiore tutela del consumatore sono invece dedicate a:
precisare la riforma delle professioni in modo da: a) aderire compiutamente alla disciplina comunitaria, salvaguardando il consumatore da comportamenti anomali che -soprattutto nella professione forense- darebbero luogo a incremento immotivato della litigiosità e abuso della buona fede del cliente (patto di quota lite, pubblicità ingannevole, ecc. ) ; b) conservare, anche nelle forme associate, la responsabilità diretta e personale del professionista;
garantire all'assicurato la conoscenza delle provvigioni dell'agente plurimandatario con le diverse società d'assicurazione;
imporre, nelle comunicazioni bancarie, oggi incomprensibili, una formula di assoluta evidenza con cui si invita il consumatore a confrontare le nuove condizioni con quelle degli altri istituti;
tutelare le esigenze connesse alla salute pubblica nell'ambito dei processi di liberalizzazione delle attività distributive;
promuovere la diffusione dei farmaci da automedicazione soprattutto ove il consumatore ha più difficoltà di reperimento (autogrill, porti, aeroporti, ecc.);
diffondere via sms i dati relativi ai prezzi agro-alimentari.
venerdì 14 luglio 2006
Non credo che Berlusconi...
abbia perso la sua lucidità politica.
Se le uscite del leader di Forza Italia non sono chiare a tutti è perché la strategia è cosa diversa dalla tattica. Oggi Berlusconi non è Presidente del Consiglio e, forse, nemmeno leader della CdL: è il capo del primo"partito" italiano, maggioranza dell'opposizione.
Non può prendere le distanze dai partiti alleati e, allo stesso tempo, deve rintuzzare le punture di spillo dei centristi, mentre per l'opinione pubblica è ancora capo dell'opposizione.
Il progetto del partito unico pare sia tramontato ed il Governo è una sorta di "Ercolino sempre in piedi".
La situazione è ancora fluida e tutto è possibile sotto la spinta degli avvenimenti: prematuro prendere subito delle decisioni, meglio sedersi sulla riva del fiume...
SE IL CAPO HA GLI OCCHI CHIUSI, NON DORME: PENSA.
Meglio, dunque, studiare le mosse degli avversari ed impostare la tattica di volta in volta, senza perdere di vista l'obiettivo finale: riprendere la leadership.
Sono certo che ne vedremo delle belle nei prossimi mesi e sono sicuro che, ancora una volta, il Berlusca non sbaglierà.
Se le uscite del leader di Forza Italia non sono chiare a tutti è perché la strategia è cosa diversa dalla tattica. Oggi Berlusconi non è Presidente del Consiglio e, forse, nemmeno leader della CdL: è il capo del primo"partito" italiano, maggioranza dell'opposizione.
Non può prendere le distanze dai partiti alleati e, allo stesso tempo, deve rintuzzare le punture di spillo dei centristi, mentre per l'opinione pubblica è ancora capo dell'opposizione.
Il progetto del partito unico pare sia tramontato ed il Governo è una sorta di "Ercolino sempre in piedi".
La situazione è ancora fluida e tutto è possibile sotto la spinta degli avvenimenti: prematuro prendere subito delle decisioni, meglio sedersi sulla riva del fiume...
SE IL CAPO HA GLI OCCHI CHIUSI, NON DORME: PENSA.
Meglio, dunque, studiare le mosse degli avversari ed impostare la tattica di volta in volta, senza perdere di vista l'obiettivo finale: riprendere la leadership.
Sono certo che ne vedremo delle belle nei prossimi mesi e sono sicuro che, ancora una volta, il Berlusca non sbaglierà.
Password&Procure. Andrea's version
Questa storia del connubio tra stampa e procure della Repubblica è veramente indecente, e fa onore a D’Avanzo essersi a sua volta indignato. Gli fa onore l’aver scritto che la denuncia di Amato è di quelle che inquietano. E il dichiarare apertamente come i pubblici ufficiali infedeli, che nelle procure d’Italia offrono ai cronisti addirittura le password degli archivi d’indagine, devono essere individuati, allontanati e severamente puniti. Gli fa onore, infine, l’aver chiesto che si vada in fondo senza guardare in faccia nessuno, nemmeno i cronisti che delle famose password si sono serviti. Ma D’Avanzo ha peraltro un grave cruccio. Vuole il nome del giornalista tanto influente e così attendibile da aver convinto Amato a dir quello che ha detto sulla connection (prezzolata?) tra procure e giornalisti. E sulle password. Vuole assolutamente quel nome. Chiede a Amato di farlo. Quasi minaccia il ministro degli Interni, se non lo fa. Anzi, lo minaccia senza quasi. Bon. E allora, nel nuovo clima di unità che grazie alla testata di Zizou si respira nel paese, ci consenta D’Avanzo di proporgli un patto: lui ci dà le password e il nome glielo diamo noi.
Conti pubblici: smentito il catastrofismo della sinistra. Vincenzo Merlo
«Dopo mesi di accuse che si rivelano ora ingiustificate, mi aspetto un Ballarò di scuse». Così l'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha commentato i dati sul fabbisogno e sul record delle entrate statali diffusi in questi giorni dall'Istat. Dati che smentiscono senza remore l'interessato catastrofismo unionista sulla situazione dei conti pubblici.
Chi non ricorda i lacrimevoli lamenti degli esponenti di sinistra in tutti questi mesi? «L'enorme quantità di condoni ha portato notevoli irregolarità nel sistema tributario, abbiamo un bilancio in situazione disastrosa» (Prodi, 14 marzo); «Con il Governo Berlusconi c'è stato un sostanziale azzeramento dell'avanzo di bilancio» (Prodi, 1 aprile); «Il centrodestra ha perso il controllo della spesa pubblica... Hanno buttato 40 miliardi» (Prodi, 3 aprile); «I conti pubblici sono tornati a livello dei primi anni '90, quando l'Italia rischiò il tracollo» (Padoa Schioppa, 22 maggio); «Ci hanno lasciato una situazione disastrosa» (Visco, pochi giorni fa).
Con buona pace delle interessate cassandre sinistrorse, la verità era invece di tutt'altro segno, come dimostrano i seguenti numeri: da gennaio a maggio 2006 le entrate fiscali hanno superato i 133 miliardi di euro, con un incremento di 10,6 miliardi (+8.7%) rispetto all'analogo periodo del 2005. Nel solo mese di maggio le entrate tributarie sono cresciute del 16.3%, superiori per 4,190 miliardi a quelle del maggio 2005 (+16.3%). Il boom deriva in particolare dall'IVA (+9.4% su base annua) e dalle entrate sui capital gain e interessi attivi. In particolare, sul gettito delle rendite hanno influito positivamente l'incremento del PIL nel primo trimestre (cresciuto dello 0.6% sul quarto trimestre 2005) e il buon andamento della Borsa nella prima parte dell'anno.
Così commenta l'ex sottosegretario all'Economia, Maria Teresa Armosino (Forza Italia): «Il vero e proprio boom delle entrate dimostra la validità della politica economica del governo Berlusconi, e smentisce clamorosamente le accuse di Prodi e compagni». Le fa eco Francesco Storace: «Quante balle la sinistra ha raccontato agli italiani», ricordando che nel programma dell'Unione, a pagina 197, sta scritto: «Le entrate fiscali si sono drasticamente ridotte», mentre a pagina 198 si può leggere: «La politica di bilancio del centrodestra si è rivelata fallimentare: è del tutto mancato il controllo delle principali voci di spesa, non sono state realizzate politiche di razionalizzazione e di gestione dei flussi finanziari, mentre si sono perpetrati enormi sprechi; nello stesso tempo sono crollate le entrate ordinarie con una massiccia ripresa dell'evasione fiscale».
Va aggiunto che l'andamento positivo delle entrate ha consentito al governo unionista di effettuare una manovra di appena lo 0.1% del PIL per il 2006 (circa 2000 miliardi di vecchie lire; come dire: la montagna ha partorito un topolino). Si ricorda, per inciso, che nel 2001 ben altro fu lo scoperto di bilancio che il governo Berlusconi si trovò in eredità dagli esecutivi ulivisti, scoperto che venne stimato da Bankitalia attorno ai 47.500 miliardi di lire. Ci sovviene il detto: «Il bue disse cornuto all'asino».
Sempre l'Istat rende noto che a maggio la produzione industriale italiana è cresciuta del 2.9% rispetto allo stesso mese del 2005 e dello 0.9% rispetto ad aprile. In particolare, è letteralmente esplosa la produzione di autovetture, che fa registrare a maggio una crescita del 94.1% su base annua, con un dato parziale di +42.5% nei primi cinque mesi di quest'anno; la performance del settore autoveicoli traina la produzione di tutto il settore trasporto, che registra un +12.9% tendenziale, un +0.6% congiunturale e un +8.2% nei primi cinque mesi del 2006. Fin qui l'eredità del governo Berlusconi. Ora vediamo cosa riusciranno a fare (o meglio, a disfare, come dimostra il repentino aumento dell'inflazione a giugno) i prodi unionisti.
Chi non ricorda i lacrimevoli lamenti degli esponenti di sinistra in tutti questi mesi? «L'enorme quantità di condoni ha portato notevoli irregolarità nel sistema tributario, abbiamo un bilancio in situazione disastrosa» (Prodi, 14 marzo); «Con il Governo Berlusconi c'è stato un sostanziale azzeramento dell'avanzo di bilancio» (Prodi, 1 aprile); «Il centrodestra ha perso il controllo della spesa pubblica... Hanno buttato 40 miliardi» (Prodi, 3 aprile); «I conti pubblici sono tornati a livello dei primi anni '90, quando l'Italia rischiò il tracollo» (Padoa Schioppa, 22 maggio); «Ci hanno lasciato una situazione disastrosa» (Visco, pochi giorni fa).
Con buona pace delle interessate cassandre sinistrorse, la verità era invece di tutt'altro segno, come dimostrano i seguenti numeri: da gennaio a maggio 2006 le entrate fiscali hanno superato i 133 miliardi di euro, con un incremento di 10,6 miliardi (+8.7%) rispetto all'analogo periodo del 2005. Nel solo mese di maggio le entrate tributarie sono cresciute del 16.3%, superiori per 4,190 miliardi a quelle del maggio 2005 (+16.3%). Il boom deriva in particolare dall'IVA (+9.4% su base annua) e dalle entrate sui capital gain e interessi attivi. In particolare, sul gettito delle rendite hanno influito positivamente l'incremento del PIL nel primo trimestre (cresciuto dello 0.6% sul quarto trimestre 2005) e il buon andamento della Borsa nella prima parte dell'anno.
Così commenta l'ex sottosegretario all'Economia, Maria Teresa Armosino (Forza Italia): «Il vero e proprio boom delle entrate dimostra la validità della politica economica del governo Berlusconi, e smentisce clamorosamente le accuse di Prodi e compagni». Le fa eco Francesco Storace: «Quante balle la sinistra ha raccontato agli italiani», ricordando che nel programma dell'Unione, a pagina 197, sta scritto: «Le entrate fiscali si sono drasticamente ridotte», mentre a pagina 198 si può leggere: «La politica di bilancio del centrodestra si è rivelata fallimentare: è del tutto mancato il controllo delle principali voci di spesa, non sono state realizzate politiche di razionalizzazione e di gestione dei flussi finanziari, mentre si sono perpetrati enormi sprechi; nello stesso tempo sono crollate le entrate ordinarie con una massiccia ripresa dell'evasione fiscale».
Va aggiunto che l'andamento positivo delle entrate ha consentito al governo unionista di effettuare una manovra di appena lo 0.1% del PIL per il 2006 (circa 2000 miliardi di vecchie lire; come dire: la montagna ha partorito un topolino). Si ricorda, per inciso, che nel 2001 ben altro fu lo scoperto di bilancio che il governo Berlusconi si trovò in eredità dagli esecutivi ulivisti, scoperto che venne stimato da Bankitalia attorno ai 47.500 miliardi di lire. Ci sovviene il detto: «Il bue disse cornuto all'asino».
Sempre l'Istat rende noto che a maggio la produzione industriale italiana è cresciuta del 2.9% rispetto allo stesso mese del 2005 e dello 0.9% rispetto ad aprile. In particolare, è letteralmente esplosa la produzione di autovetture, che fa registrare a maggio una crescita del 94.1% su base annua, con un dato parziale di +42.5% nei primi cinque mesi di quest'anno; la performance del settore autoveicoli traina la produzione di tutto il settore trasporto, che registra un +12.9% tendenziale, un +0.6% congiunturale e un +8.2% nei primi cinque mesi del 2006. Fin qui l'eredità del governo Berlusconi. Ora vediamo cosa riusciranno a fare (o meglio, a disfare, come dimostra il repentino aumento dell'inflazione a giugno) i prodi unionisti.
giovedì 13 luglio 2006
Manifesto "Galileo 2001"
http://www.galileo2001.it/identita/manifesto.php
Il Manifesto dell'Associazione per la libertà e la dignità della Scienza.
Il Manifesto dell'Associazione per la libertà e la dignità della Scienza.
mercoledì 12 luglio 2006
Appello di 60 climatologi: fermate il Protocollo di Kyoto. dal sito www.svipop.org
Il Protocollo di Kyoto non ha basi scientifiche ed è un inutile spreco di denaro. E’ quanto affermano 60 eminenti scienziati, esperti di clima, in una lettera aperta al neo-primo ministro canadese Stephen Harper in cui gli chiedono di aprire un serio dibattito scientifico sul riscaldamento globale e bloccare gli enormi investimenti per applicare il Protocollo di Kyoto.
I sessanta scienziati - “accreditati esperti in climatologia e nelle discipline scientifiche correlate” - si rivolgono al premier canadese perché si era preso l’impegno di riesaminare il Protocollo di Kyoto. Così gli propongono delle “consultazioni pubbliche equilibrate ed approfondite” per evitare che “miliardi di dollari previsti per la attuazione del Protocollo in Canada siano sperperati senza fare il punto sui recenti sviluppi della scienza del clima”.
Da quando il Protocollo è stato ideato, infatti, ci sono stati “rilevanti progressi” in questo settore, “molti dei quali escludono di doversi preoccupare per l’aumento dei gas serra”. “Se a metà degli anni ’90 – dicono ancora gli scienziati – avessimo conosciuto ciò che conosciamo ora in fatto di clima, il Protocollo di Kyoto non esisterebbe, perché avremmo concluso che non era necessario”.
“L’evidenza delle osservazioni – dice ancora la lettera aperta – non conferma i modelli climatici elaborati al computer per l’oggi, quindi non c’è ragione di fidarsi delle predizioni del futuro. Eppure questo è proprio ciò che ha fatto l’ONU creando e promuovendo Kyoto e fa ancora con le previsioni allarmiste” su cui si basano le politiche globali e nazionali.
Se ci fosse un dibattito aperto sul tema, insistono gli scienziati, l’opinione pubblica si renderebbe conto che non c’è affatto “consenso” tra gli scienziati del clima sulle varie cause che contribuiscono ai cambiamenti climatici, e “il governo potrebbe scegliere con cognizione di causa dei programmi basati sulla realtà e beneficiare sia l’ambiente sia l’economia”.
“Affermare che ‘il cambiamento climatico è una realtà’ è una frase senza senso, usata continuamente dagli attivisti per convincere il pubblico che una catastrofe climatica sia in agguato e che l’umanità ne è la causa. Nessuna di queste paure è giustificata. Il clima globale cambia in continuazione per cause naturali ed è ancora impossibile distinguere l’impatto umano dal ‘rumore’ naturale”.
Tale documento è di grande importanza perché conferma ancora una volta che nella comunità scientifica, a proposito di riscaldamento globale, non c’è affatto il “consenso” che gli ambientalisti vorrebbero farci credere e che il Protocollo di Kyoto ubbidisce più a impulsi ideologici che a dati scientifici. Come titolava un giornale canadese, commentando la lettera aperta degli scienziati, la “vera preoccupazione non è il clima ma il destino di miliardi di dollari”.
Sarebbe bello che anche in Italia gli scienziati si facessero promotori di una iniziativa del genere – e sono tanti quelli che condividono la posizione espressa dai colleghi canadesi, britannici e americani – tanto più che avremo presto alla guida del governo – salvo sorprese nei riconteggi delle schede – un premier che in campagna elettorale si è autodefinito entusiasticamente “militante di Kyoto”. E la possibilità di vederci aumentate le tasse per sostenere politiche ambientali inutili e anzi dannose è più che un rischio
I sessanta scienziati - “accreditati esperti in climatologia e nelle discipline scientifiche correlate” - si rivolgono al premier canadese perché si era preso l’impegno di riesaminare il Protocollo di Kyoto. Così gli propongono delle “consultazioni pubbliche equilibrate ed approfondite” per evitare che “miliardi di dollari previsti per la attuazione del Protocollo in Canada siano sperperati senza fare il punto sui recenti sviluppi della scienza del clima”.
Da quando il Protocollo è stato ideato, infatti, ci sono stati “rilevanti progressi” in questo settore, “molti dei quali escludono di doversi preoccupare per l’aumento dei gas serra”. “Se a metà degli anni ’90 – dicono ancora gli scienziati – avessimo conosciuto ciò che conosciamo ora in fatto di clima, il Protocollo di Kyoto non esisterebbe, perché avremmo concluso che non era necessario”.
“L’evidenza delle osservazioni – dice ancora la lettera aperta – non conferma i modelli climatici elaborati al computer per l’oggi, quindi non c’è ragione di fidarsi delle predizioni del futuro. Eppure questo è proprio ciò che ha fatto l’ONU creando e promuovendo Kyoto e fa ancora con le previsioni allarmiste” su cui si basano le politiche globali e nazionali.
Se ci fosse un dibattito aperto sul tema, insistono gli scienziati, l’opinione pubblica si renderebbe conto che non c’è affatto “consenso” tra gli scienziati del clima sulle varie cause che contribuiscono ai cambiamenti climatici, e “il governo potrebbe scegliere con cognizione di causa dei programmi basati sulla realtà e beneficiare sia l’ambiente sia l’economia”.
“Affermare che ‘il cambiamento climatico è una realtà’ è una frase senza senso, usata continuamente dagli attivisti per convincere il pubblico che una catastrofe climatica sia in agguato e che l’umanità ne è la causa. Nessuna di queste paure è giustificata. Il clima globale cambia in continuazione per cause naturali ed è ancora impossibile distinguere l’impatto umano dal ‘rumore’ naturale”.
Tale documento è di grande importanza perché conferma ancora una volta che nella comunità scientifica, a proposito di riscaldamento globale, non c’è affatto il “consenso” che gli ambientalisti vorrebbero farci credere e che il Protocollo di Kyoto ubbidisce più a impulsi ideologici che a dati scientifici. Come titolava un giornale canadese, commentando la lettera aperta degli scienziati, la “vera preoccupazione non è il clima ma il destino di miliardi di dollari”.
Sarebbe bello che anche in Italia gli scienziati si facessero promotori di una iniziativa del genere – e sono tanti quelli che condividono la posizione espressa dai colleghi canadesi, britannici e americani – tanto più che avremo presto alla guida del governo – salvo sorprese nei riconteggi delle schede – un premier che in campagna elettorale si è autodefinito entusiasticamente “militante di Kyoto”. E la possibilità di vederci aumentate le tasse per sostenere politiche ambientali inutili e anzi dannose è più che un rischio
Il giornalismo militante non si porta più. il Foglio
Repubblica moraleggia e rinnega la sua ragion d’essere di giornale-partito
La Repubblica è un giornale che ha modificato profondamente lo stile dell’informazione italiana, uscendo dall’equivoco un po’ ipocrita della neutralità di una stampa “al di sopra delle parti”, per caratterizzarsi invece proprio per il prendere parte. E’ stata criticata persino perché veniva intesa come un giornale-partito, che non si limitava a commentare e giudicare l’azione dei soggetti politici, ma interveniva direttamente nel confronto come un soggetto autonomo. Quello che da molti è stato considerato un difetto di questa testata, una sorta di giornalismo militante, ha invece un pregio assai rilevante, quello di non fingere un’impossibile equidistanza, a vantaggio di una sincera partigianeria.
Meglio un po’ di faziosità esplicita della falsa neutralità, saccente e distaccata, che infarcisce i suoi messaggi subliminali di un’immensa presunzione di superiorità. Stupisce, proprio per la natura intrinseca di questa testata, che essa si distingua, oggi, in una battaglia che contesta, a partire dalla vicenda di Renato Farina e della sua collaborazione con i servizi, il giornalismo militante. Visto che il vicedirettore del giornale concorrente ha preso sul serio le motivazioni ideali di Farina, lo si accusa di avere “in uggia il mestiere di informare i lettori che ancora hanno fiducia nel Corriere della Sera”, come ha fatto ieri Giuseppe D’Avanzo. In realtà il Corriere aveva dato largamente conto dei fatti, e tra questi anche delle ragioni di militanza occidentale addotte da Farina.
Per Repubblica questo non si può fare, perché trasforma i fatti in opinioni, creando un chiacchiericcio indistinto in cui non ci si può più raccapezzare. Viene il sospetto che Repubblica ora si consideri una specie di Pravda, interprete ufficiale della verità (è la traduzione della parola pravda), col conseguente ostracismo preventivo a ogni battaglia giornalistica alternativa a “Palazzo Chigi e alla procura di Milano. Naturalmente si tratta di un’esagerazione, ma non sarebbe la prima volta che i sostenitori delle battaglie libertarie dall’opposizione, una volta arrivati dalle parti del potere, si trasformano repentinamente in occhiuti censori.
Il giornalismo impegnato in battaglie di parte non è cattivo giornalismo, è un antidoto necessario al conformismo. Ovviamente ha senso se si svolge in competizione e contrasto con altre opinioni e altre idee, liberamente giudicate dai lettori, non da qualche improvvisato e imprevisto maestro.
La Repubblica è un giornale che ha modificato profondamente lo stile dell’informazione italiana, uscendo dall’equivoco un po’ ipocrita della neutralità di una stampa “al di sopra delle parti”, per caratterizzarsi invece proprio per il prendere parte. E’ stata criticata persino perché veniva intesa come un giornale-partito, che non si limitava a commentare e giudicare l’azione dei soggetti politici, ma interveniva direttamente nel confronto come un soggetto autonomo. Quello che da molti è stato considerato un difetto di questa testata, una sorta di giornalismo militante, ha invece un pregio assai rilevante, quello di non fingere un’impossibile equidistanza, a vantaggio di una sincera partigianeria.
Meglio un po’ di faziosità esplicita della falsa neutralità, saccente e distaccata, che infarcisce i suoi messaggi subliminali di un’immensa presunzione di superiorità. Stupisce, proprio per la natura intrinseca di questa testata, che essa si distingua, oggi, in una battaglia che contesta, a partire dalla vicenda di Renato Farina e della sua collaborazione con i servizi, il giornalismo militante. Visto che il vicedirettore del giornale concorrente ha preso sul serio le motivazioni ideali di Farina, lo si accusa di avere “in uggia il mestiere di informare i lettori che ancora hanno fiducia nel Corriere della Sera”, come ha fatto ieri Giuseppe D’Avanzo. In realtà il Corriere aveva dato largamente conto dei fatti, e tra questi anche delle ragioni di militanza occidentale addotte da Farina.
Per Repubblica questo non si può fare, perché trasforma i fatti in opinioni, creando un chiacchiericcio indistinto in cui non ci si può più raccapezzare. Viene il sospetto che Repubblica ora si consideri una specie di Pravda, interprete ufficiale della verità (è la traduzione della parola pravda), col conseguente ostracismo preventivo a ogni battaglia giornalistica alternativa a “Palazzo Chigi e alla procura di Milano. Naturalmente si tratta di un’esagerazione, ma non sarebbe la prima volta che i sostenitori delle battaglie libertarie dall’opposizione, una volta arrivati dalle parti del potere, si trasformano repentinamente in occhiuti censori.
Il giornalismo impegnato in battaglie di parte non è cattivo giornalismo, è un antidoto necessario al conformismo. Ovviamente ha senso se si svolge in competizione e contrasto con altre opinioni e altre idee, liberamente giudicate dai lettori, non da qualche improvvisato e imprevisto maestro.
In Italia è presente una fabbrica di kamikaze
"In Italia è presente una fabbrica di kamikaze". Lo afferma Magdi Allam in un'intervista pubblicata sul nuovo numero del mensile Pocket diretto da Daniele Quinzi. "Ci si culla nell'illusione che qui da noi non possa accadere nulla semplicemente perché la punta dell'iceberg, a differenza di Spagna o Gran Bretagna, ancora non è venuta a galla. Nulla di più sbagliato. Far finta di niente non cambia la realtà: la fabbrica del terrore - rileva - è saldamente radicata nel nostro Paese".
Il vicedirettore del Corriere della Sera critica l'atteggiamento troppo morbido tenuto dai governi italiani contro la minaccia dell'estremismo islamico: "E' l'intera classe politica italiana a mancare di senso dello Stato, a dimostrarsi incapace di difendere gli interessi nazionali e il bene comune". A giudizio di Allam l'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu 'ha commesso un gravissimo errore... L'Ucoii è la sigla che rappresenta i Fratelli Musulmani nel nostro Paese. I Fratelli Musulmani negano il diritto ad esistere di Israele, giustificano gli attentati terroristici. E l'Italia li ha scelti come interlocutori".
'La magistratura in Italia è lo specchio del male comune che ha permeato la nostra società. E' afflitta da un eccesso di ideologismo: un attacco a quel buon senso che dovrebbe portare a salvaguardare il bene e l'interesse della collettività. Sono state emesse sentenze orientate dall'arbitrio che pervengono a conclusioni esilaranti, come l'equazione terroristi = resistenti. Ancor più grave - continua - è che queste sentenze vengano emesse quando il reclutamento dei
terroristi avviene all'interno del nostro Paese".
"Il lassismo e la cecità che caratterizzano molti organi di informazione sono sotto gli occhi di tutti", aggiunge Allam, che promette di non cedere alle minacce degli estremisti islamici che lo costringono a vivere da tre anni sotto scorta: "Non farò marcia indietro. C'è una battaglia per la vita e per la libertà da portare avanti senza indugio: sottostare alla paura è la vittoria del terrorismo. Nascondere la testa sotto la sabbia equivale a lasciarsi sopraffare".
Magdi Allam lancia la proposta di istituire un ministero per l'Integrazione, l'Identità nazionale e la Cittadinanza. Un progetto che "nasce da una convinzione: se gli italiani non sono di per sé in grado di affermarsi come modello rispettabile, se mancano di valori condivisi, di senso dello Stato, di identità, come possiamo pretendere di essere credibili nei confronti degli stranieri?".
"Questo ministero - conclude Allam - dovrebbe occuparsi dell'insieme della società italiana, non solo degli immigrati. Il rispetto della nostra cultura, della lingua, della legge, della religione e dei diritti. Un quadro condiviso di valori e conoscenze. Sono questi i requisiti indispensabili per una piena integrazione ed una convivenza armoniosa. Per riacquisire l'orgoglio dell'identità nazionale, senza per questo chiuderci al dialogo esterno. Anzi, è proprio il riconoscimento di se stessi a rendere possibile l'incontro con l'altro".
Il vicedirettore del Corriere della Sera critica l'atteggiamento troppo morbido tenuto dai governi italiani contro la minaccia dell'estremismo islamico: "E' l'intera classe politica italiana a mancare di senso dello Stato, a dimostrarsi incapace di difendere gli interessi nazionali e il bene comune". A giudizio di Allam l'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu 'ha commesso un gravissimo errore... L'Ucoii è la sigla che rappresenta i Fratelli Musulmani nel nostro Paese. I Fratelli Musulmani negano il diritto ad esistere di Israele, giustificano gli attentati terroristici. E l'Italia li ha scelti come interlocutori".
'La magistratura in Italia è lo specchio del male comune che ha permeato la nostra società. E' afflitta da un eccesso di ideologismo: un attacco a quel buon senso che dovrebbe portare a salvaguardare il bene e l'interesse della collettività. Sono state emesse sentenze orientate dall'arbitrio che pervengono a conclusioni esilaranti, come l'equazione terroristi = resistenti. Ancor più grave - continua - è che queste sentenze vengano emesse quando il reclutamento dei
terroristi avviene all'interno del nostro Paese".
"Il lassismo e la cecità che caratterizzano molti organi di informazione sono sotto gli occhi di tutti", aggiunge Allam, che promette di non cedere alle minacce degli estremisti islamici che lo costringono a vivere da tre anni sotto scorta: "Non farò marcia indietro. C'è una battaglia per la vita e per la libertà da portare avanti senza indugio: sottostare alla paura è la vittoria del terrorismo. Nascondere la testa sotto la sabbia equivale a lasciarsi sopraffare".
Magdi Allam lancia la proposta di istituire un ministero per l'Integrazione, l'Identità nazionale e la Cittadinanza. Un progetto che "nasce da una convinzione: se gli italiani non sono di per sé in grado di affermarsi come modello rispettabile, se mancano di valori condivisi, di senso dello Stato, di identità, come possiamo pretendere di essere credibili nei confronti degli stranieri?".
"Questo ministero - conclude Allam - dovrebbe occuparsi dell'insieme della società italiana, non solo degli immigrati. Il rispetto della nostra cultura, della lingua, della legge, della religione e dei diritti. Un quadro condiviso di valori e conoscenze. Sono questi i requisiti indispensabili per una piena integrazione ed una convivenza armoniosa. Per riacquisire l'orgoglio dell'identità nazionale, senza per questo chiuderci al dialogo esterno. Anzi, è proprio il riconoscimento di se stessi a rendere possibile l'incontro con l'altro".
martedì 11 luglio 2006
La rivoluzione dal basso. Angelo Crespi
http://www.ildomenicale.it/editoriale.asp
La Casa delle libertà deve realizzare una rivoluzione liberale partendo dal radicamento sul territorio.
La Casa delle libertà deve realizzare una rivoluzione liberale partendo dal radicamento sul territorio.
Il potere e la messa. Davide Giacalone
La cosa più rispettosa che un non credente possa fare, nei confronti di un rito religioso, è non partecipare. Come, del resto, è segno di rispetto che un islamico non voglia presidiare una messa protestante, o un animista prendere parte all’eucaristia. Da questo punto di vista non vedo cosa si possa rimproverare al capo del governo spagnolo, a quel Zapatero che non mi piacque fin dalla sua prima decisione.
La cosa strana è che molte critiche giungano proprio da quanti tengono in primaria importanza la religione, quasi che, per un capo di governo od aspirante tale sia migliore la condotta morale del borbone Enrico di Navarra, che riuscì a diventare il quarto di Francia dopo avere accettato di tradire gli ugonotti: “Parigi val bene una messa”.
Ed è davvero singolare che qualcuno, dal mondo cattolico, abbia voluto ricordare a Zapatero che Castro aveva scelto diversamente, partecipando alla messa. Cribbio, il dittatore cubano è un buon esempio per chi voglia dedicarsi alla repressione di ogni libertà, alla negazione di ogni diritto, alla fame del proprio popolo. Passi per le pecorelle smarrite, ma che i lupi, le cui fauci grondano sangue, siano da imitarsi, mi pare tesi alquanto ardita.
Poi si passa agli eccessi opposti, ovvero a quanti ritengono che chi ha responsabilità pubbliche non dovrebbe mai prendere parte a riti religiosi. Il bigottismo di certi non credenti è vivida testimonianza di come il dogmatismo non sia monopolio delle religioni. Invece credo che manifestare la propria fede, se si hanno incarichi pubblici, resta un diritto della persona. E mi spingo oltre: in qualche caso è doveroso varcare la soglia consacrata, anche quando non si è credenti. Penso, ad esempio ai funerali, dove la presenza è ossequio alla memoria degli scomparsi. Se non si è credenti non si prenderà attivamente parte al rito, ma si potrà, rispettosamente, essere presenti ed emotivamente coinvolti. Così come, del resto, in tutt’altra cornice, il partecipare ai matrimoni può essere segno di condivisione della felicità con i propri amici, senza per questo condividerne le convinzioni. La laicità, come la libertà, è un esercizio difficile, che riguarda credenti e non credenti, un cimento ove soccombe chiunque creda d’avere l’esclusiva della verità.
La cosa strana è che molte critiche giungano proprio da quanti tengono in primaria importanza la religione, quasi che, per un capo di governo od aspirante tale sia migliore la condotta morale del borbone Enrico di Navarra, che riuscì a diventare il quarto di Francia dopo avere accettato di tradire gli ugonotti: “Parigi val bene una messa”.
Ed è davvero singolare che qualcuno, dal mondo cattolico, abbia voluto ricordare a Zapatero che Castro aveva scelto diversamente, partecipando alla messa. Cribbio, il dittatore cubano è un buon esempio per chi voglia dedicarsi alla repressione di ogni libertà, alla negazione di ogni diritto, alla fame del proprio popolo. Passi per le pecorelle smarrite, ma che i lupi, le cui fauci grondano sangue, siano da imitarsi, mi pare tesi alquanto ardita.
Poi si passa agli eccessi opposti, ovvero a quanti ritengono che chi ha responsabilità pubbliche non dovrebbe mai prendere parte a riti religiosi. Il bigottismo di certi non credenti è vivida testimonianza di come il dogmatismo non sia monopolio delle religioni. Invece credo che manifestare la propria fede, se si hanno incarichi pubblici, resta un diritto della persona. E mi spingo oltre: in qualche caso è doveroso varcare la soglia consacrata, anche quando non si è credenti. Penso, ad esempio ai funerali, dove la presenza è ossequio alla memoria degli scomparsi. Se non si è credenti non si prenderà attivamente parte al rito, ma si potrà, rispettosamente, essere presenti ed emotivamente coinvolti. Così come, del resto, in tutt’altra cornice, il partecipare ai matrimoni può essere segno di condivisione della felicità con i propri amici, senza per questo condividerne le convinzioni. La laicità, come la libertà, è un esercizio difficile, che riguarda credenti e non credenti, un cimento ove soccombe chiunque creda d’avere l’esclusiva della verità.
Le due Italie di Berlusconi e Prodi. Gianni Baget Bozzo
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=103930
Due visioni opposte del nostro Paese portano a soluzioni diverse.
Due visioni opposte del nostro Paese portano a soluzioni diverse.
Moralità e legalità non coincidono. il Foglio
Farina ha fatto bene a collaborare col Sismi per la sicurezza dello stato
Pare che nel corso dell’interrogatorio a Milano il giornalista Renato Farina abbia tenuto alta la testa. E abbia raccontato quel che i pm avevano in parte già scoperto, che lui lavorava per il Sismi (e il lavoro ad alto rischio si paga, si pagano pure i fannulloni, figuriamoci), che ha partecipato a una sorta di operazione coperta cercando di capire se la magistratura milanese fosse in grado oppure no di incastrare la nostra intelligence nella storia della deportazione forzata di un imam di viale Jenner sospettato di terrorismo, a quindici mesi dall’11 settembre.
Parliamo di deportazione forzata perché Giuliano Amato, il ministro dell’Interno e non un passante, ha giustamente detto che quello che a uno può sembrare un sequestro di persona aggravato dalla partecipazione di pubblici ufficiali a un altro può parere un’operazione di polizia internazionale. Ecco, noi siamo quell’altro. E sui limiti di legalità entro cui devono operare i servizi, “eterno problema”, Amato ha aggiunto che vanno definiti bene, oggi sono grigi (e grigi resteranno – ci permettiamo di aggiungere noi – finché esisteranno confini, guerre, eserciti e intelligence).
Non è la solita favoletta con i giornalisti di sinistra incorruttibili che lavorano per la genuina informazione mentre il giornalista di destra, corrotto, fiancheggia lo stato deviato. Repubblica ha fatto la sua campagna, legittima, facendo “la spola” con la procura di Milano, sollecitando testimonianze della Cia parallela e dissidente dalla Casa Bianca, pubblicando le tesi di spioni francesi che convenivano alla loro idea, fortemente politica, di un grande inganno italiano nel caso del Nigergate, e di una responsabilità di governo e servizi nel clamoroso caso di illegalità combinata tra la Cia e il Sismi per la traduzione di Abu Omar in Egitto via Aviano.
E’ una campagna giornalistica e politica, punto. Farina si è schierato dall’altra parte, che è anche la parte in cui militano milioni di occidentali che non vogliono darla vinta alla guerra santa e alle sue bombe, e anche se avesse combinato qualche pasticcio minore, la sua è stata la scelta giusta. Morale e legalità non sempre coincidono, come sanno gli italiani rapiti dai “resistenti” in Iraq e liberati via riscatto inconfessabile da agenti che agivano in modo inconfessabile allo scopo umanitario di salvarli ad ogni costo, compresa la vita.
Ora c’è da sperare che i funzionari del Sismi, dal vertice in giù, la piantino di mandare in giro testimonianze e veline malaccorte, in cui ciascuno dà l’impressione di difendere se stesso e buttare a mare un lavoro istituzionale che invece va difeso con le unghie e con i denti. E’ vero che siamo il paese dell’arte di arrangiarsi, ma sarebbe non tanto scandaloso quanto esiziale se i servizi e la classe dirigente che li ha governati e li governa, posti di fronte alla verifica di legalità, si dividessero in risibili faide interne. Per certe cose, quando l’obbligatorietà dell’azione penale cosiddetta entra in urto con la sicurezza del paese e dei cittadini, c’è il segreto di stato. Lo si usi.
Pare che nel corso dell’interrogatorio a Milano il giornalista Renato Farina abbia tenuto alta la testa. E abbia raccontato quel che i pm avevano in parte già scoperto, che lui lavorava per il Sismi (e il lavoro ad alto rischio si paga, si pagano pure i fannulloni, figuriamoci), che ha partecipato a una sorta di operazione coperta cercando di capire se la magistratura milanese fosse in grado oppure no di incastrare la nostra intelligence nella storia della deportazione forzata di un imam di viale Jenner sospettato di terrorismo, a quindici mesi dall’11 settembre.
Parliamo di deportazione forzata perché Giuliano Amato, il ministro dell’Interno e non un passante, ha giustamente detto che quello che a uno può sembrare un sequestro di persona aggravato dalla partecipazione di pubblici ufficiali a un altro può parere un’operazione di polizia internazionale. Ecco, noi siamo quell’altro. E sui limiti di legalità entro cui devono operare i servizi, “eterno problema”, Amato ha aggiunto che vanno definiti bene, oggi sono grigi (e grigi resteranno – ci permettiamo di aggiungere noi – finché esisteranno confini, guerre, eserciti e intelligence).
Non è la solita favoletta con i giornalisti di sinistra incorruttibili che lavorano per la genuina informazione mentre il giornalista di destra, corrotto, fiancheggia lo stato deviato. Repubblica ha fatto la sua campagna, legittima, facendo “la spola” con la procura di Milano, sollecitando testimonianze della Cia parallela e dissidente dalla Casa Bianca, pubblicando le tesi di spioni francesi che convenivano alla loro idea, fortemente politica, di un grande inganno italiano nel caso del Nigergate, e di una responsabilità di governo e servizi nel clamoroso caso di illegalità combinata tra la Cia e il Sismi per la traduzione di Abu Omar in Egitto via Aviano.
E’ una campagna giornalistica e politica, punto. Farina si è schierato dall’altra parte, che è anche la parte in cui militano milioni di occidentali che non vogliono darla vinta alla guerra santa e alle sue bombe, e anche se avesse combinato qualche pasticcio minore, la sua è stata la scelta giusta. Morale e legalità non sempre coincidono, come sanno gli italiani rapiti dai “resistenti” in Iraq e liberati via riscatto inconfessabile da agenti che agivano in modo inconfessabile allo scopo umanitario di salvarli ad ogni costo, compresa la vita.
Ora c’è da sperare che i funzionari del Sismi, dal vertice in giù, la piantino di mandare in giro testimonianze e veline malaccorte, in cui ciascuno dà l’impressione di difendere se stesso e buttare a mare un lavoro istituzionale che invece va difeso con le unghie e con i denti. E’ vero che siamo il paese dell’arte di arrangiarsi, ma sarebbe non tanto scandaloso quanto esiziale se i servizi e la classe dirigente che li ha governati e li governa, posti di fronte alla verifica di legalità, si dividessero in risibili faide interne. Per certe cose, quando l’obbligatorietà dell’azione penale cosiddetta entra in urto con la sicurezza del paese e dei cittadini, c’è il segreto di stato. Lo si usi.
lunedì 10 luglio 2006
Chi sta dalla parte di Abu Omar. Gianni Baget Bozzo
Le relazioni speciali dell'Italia con gli Stati Uniti, stabilite dal governo Berlusconi, sono finite. L'antiamericanismo è essenziale alla sinistra antagonista ed è parte del patrimonio genetico della componente moderata dell'Unione. E' stato dunque sempre difficile valutare, da parte dei referenti della sinistra, in primo luogo da parte della magistratura, la realtà del terrorismo. Per questo la magistratura milanese ha cancellato l'arresto di imputati che avevano relazioni con la jihad islamica. L'assunto del magistrato Forleo era che la guerriglia in Iraq fosse la guerra contro la potenza occupante americana e che quindi mandare terroristi addestrati ad hoc in terra irachena facesse parte di un nuovo diritto internazionale riconosciuto.
Il caso dell'imam della moschea dia viale Jenner, Abu Omar, mostra ancora una volta che la magistratura italiana non percepisce il fatto del terrorismo e non comprende che la lotta contro i potenziali terroristi non entra nel diritto penale, ma si svolge ai margini dello Stato di diritto: il terrorista deve essere colpito prima che commetta un reato. Questo è il ruolo dei servizi segreti: agire in quella zona grigia che non è definibile né dalle regole del diritto internazionale né di quello statale. Il maresciallo Mancini, arrestato per il sequestro dell'imam, afferma di aver impedito, con le sue azioni, atti di terrorismo in Italia. Sarà difficile dimostrarlo, appunto perché è una zona grigia che riguarda eventi potenziali ma non attuali.
Ora sembra che il governo usi questo fatto come mezzo per cambiare la direzione dei servizi segreti, cioè per renderla più omogenea al ceto politico di sinistra che, oggi, controlla tutte le fonti del potere e vuole aggiungere alla sua panoplia anche i servizi segreti. Scivoliamo lentamente dalla linea filooccidentale di Berlusconi verso la zona neutralista, che vuole fuggire dal conflitto tra il terrorismo e l'Occidente non schierandosi. La linea di distacco dall'alleanza occidentale è contestuale alla lenta presa del potere da parte del ceto politico dell'Unione. Distaccarsi dall'Occidente e svuotare di senso la libertà è in sostanza il medesimo processo. L'Italia neutralista non è né liberale, né democratica.
Il caso dell'imam della moschea dia viale Jenner, Abu Omar, mostra ancora una volta che la magistratura italiana non percepisce il fatto del terrorismo e non comprende che la lotta contro i potenziali terroristi non entra nel diritto penale, ma si svolge ai margini dello Stato di diritto: il terrorista deve essere colpito prima che commetta un reato. Questo è il ruolo dei servizi segreti: agire in quella zona grigia che non è definibile né dalle regole del diritto internazionale né di quello statale. Il maresciallo Mancini, arrestato per il sequestro dell'imam, afferma di aver impedito, con le sue azioni, atti di terrorismo in Italia. Sarà difficile dimostrarlo, appunto perché è una zona grigia che riguarda eventi potenziali ma non attuali.
Ora sembra che il governo usi questo fatto come mezzo per cambiare la direzione dei servizi segreti, cioè per renderla più omogenea al ceto politico di sinistra che, oggi, controlla tutte le fonti del potere e vuole aggiungere alla sua panoplia anche i servizi segreti. Scivoliamo lentamente dalla linea filooccidentale di Berlusconi verso la zona neutralista, che vuole fuggire dal conflitto tra il terrorismo e l'Occidente non schierandosi. La linea di distacco dall'alleanza occidentale è contestuale alla lenta presa del potere da parte del ceto politico dell'Unione. Distaccarsi dall'Occidente e svuotare di senso la libertà è in sostanza il medesimo processo. L'Italia neutralista non è né liberale, né democratica.
giovedì 6 luglio 2006
Secondo tempo: annientare Berlusconi. Gabriele Cazzulini
La nazionale di calcio sarà anche una gran bella cosa, ma distrae l'attenzione con una facilità impressionante. Ma anche una finale non è un evento grande abbastanza da coprire ciò che sta accadendo. Ha preso un grosso abbaglio chi pensava che il referendum costituzionale fosse stato il novantesimo minuto del match politico tra Unione e Cdl, conclusosi con un tabellino a tutto favore della sinistra. E' stato solo il primo tempo, e la ripresa è già iniziata. Nel calcio innanzitutto, con il ciclone Calciopoli. La ghigliottina giudiziaria che sta scivolando giù velocemente sul capo del Milan è dura da digerire. Partita dalla Juventus, l'inchiesta esibisce una foga persecutoria che ha finito per risucchiare altre squadre con differenti gradi di coinvolgimento, ma tutte ritenute egualmente responsabili e, quindi, accomunate dalla stessa perentoria richiesta di condanna. C'è stata poi l'inchiesta su Vittorio Emanuele, che ha risucchiato anch'essa un politico di alto calibro, il portavoce di Fini - sembrava di sentire suonare il campanello sulla porta d'ingresso di Alleanza Nazionale. E prontamente Fini si sta sganciando dalla Casa delle Libertà, con il silenzio di chi non pensa ad altro che a mettersi in salvo. Quanto agli altri alleati, l'Udc continua a muoversi di moto proprio, mentre la Lega stenta ancora a riprendersi dal naufragio della devolution.
Chiudendo le pagine dei giornali, sede istituzionale della bolla giudiziaria e della gogna mediatica, c'è la demolizione della politica estera con il ritiro dell'Iraq, immediato, e quello dall'Afghanistan, più lento perché passa gradualmente dalla contrazione del contingente alla sua inutilizzazione fino al ritiro completo. C'è poi il caso di Abu Omar, l'imam fondamentalista che nelle sue preghiere quotidiane ricorda con amore Bin Laden maledicendo l'Occidente. Oggi i giudici hanno fatto eseguire un duplice arresto - ma non di due terroristi. In manette sono finiti due altissimi dirigenti del Sismi. Bene, continuate così. La prossima volta verrà concessa la cittadinanza onoraria - visto che è tempo di controriforma anche sulla cittadinanza - a chi dichiarerà di essere un combattente jihadista?
Il secondo tempo della conquista del potere dell'Unione è incentrato sulla manovra fondamentale per chiudere ogni partita: l'annientamento del principale avversario, Berlusconi. E' importante rimuovere Berlusconi, con le buone o con le cattive, direttamente o indirettamente. E' lui il vero vincitore morale delle elezioni politiche, l'unico che può sfidare Prodi e l'Unione e tenersi pronto per un grande rientro a Palazzo Chigi se la fortuna delle elezioni anticipate non fosse troppo lontana e se il governo continuerà a sbagliare. Restano poche terre libere, come Mediaset, anche se la spada di Damocle della riforma dei diritti tv è lì che incombe appesa ad un filo. Resta il partito unico o dare una forma partitica a Forza Italia - entrambe sono occasioni di rilancio personale di Berlusconi.
Una politica senza Berlusconi sarebbe il giardino dell'Eden per l'Unione. Anche sommersa dalle sue dilanianti contraddizioni, e col fiato sul collo dei suoi grandi sponsors istituzionali, senza Berlusconi sarebbe una pacchia. Anzitutto per Prodi, libero dai sudori freddi di vedersi in Parlamento un forte ed autorevole leader dell'opposizione. Meglio un'opposizione timida, leale alla boiata dell'interesse nazionale, e pronta a raccogliere le monetine che talvolta la maggioranza farà cadere dalle tasche. Il vuoto lasciato da Berlusconi non sarebbe colmato con un nuovo leader dell'intero centrodestra, ma lasciato nelle mani immature di piccoli leader come Fini e Casini, veterani capi di partito ma poco avvezzi al rapporto diretto col popolo e con la leadership. Il primo, Fini, guida un partito in cui destra sociale, destra moderna, destra protagonista e destra non so cosa se le danno di santa ragione dal mattino alla sera, però con l'accortezza di non fare troppo rumore. Il secondo, Casini, è un timoniere dalle mani così ferme che per il suo partito virare a destra o a sinistra è la stessa cosa.
Non sono certo questi gli uomini che possono guidare l'opposizione all'Unione. Sarebbero uomini da mandare altrove, ma che non ci sia alternativa neppure a loro la dice lunga sul pedigree del ceto politico di centrodestra. Se poi Casini diventa malleabile fino al punto di sciogliersi come un gelato al sole, allora l'abbraccio tra passato e futuro della partitocrazia potrà essere celebrato - magari con una rimescolata alle poltrone del governo. Fini tornerà a fare le barricate neofasciste, populiste e demagogiche, a sventolare il cappio al collo per i ladri di polli e fare lingua in bocca con l'altra nuova opposizione. Quella della sinistra radicale che sarà un piacere scacciare dalla casa del padre-governo, svogliato ad uccidere il maiale più grasso per veder ritornare il figliol prodigo Bertinotti alla presidenza di Montecitorio. Tolto di mezzo Berlusconi, torna la grande palude centrista. Bisogna disarmare il fucile della maggioranza puntato su Berlusconi, perché è ancora carico - e fumante.
Chiudendo le pagine dei giornali, sede istituzionale della bolla giudiziaria e della gogna mediatica, c'è la demolizione della politica estera con il ritiro dell'Iraq, immediato, e quello dall'Afghanistan, più lento perché passa gradualmente dalla contrazione del contingente alla sua inutilizzazione fino al ritiro completo. C'è poi il caso di Abu Omar, l'imam fondamentalista che nelle sue preghiere quotidiane ricorda con amore Bin Laden maledicendo l'Occidente. Oggi i giudici hanno fatto eseguire un duplice arresto - ma non di due terroristi. In manette sono finiti due altissimi dirigenti del Sismi. Bene, continuate così. La prossima volta verrà concessa la cittadinanza onoraria - visto che è tempo di controriforma anche sulla cittadinanza - a chi dichiarerà di essere un combattente jihadista?
Il secondo tempo della conquista del potere dell'Unione è incentrato sulla manovra fondamentale per chiudere ogni partita: l'annientamento del principale avversario, Berlusconi. E' importante rimuovere Berlusconi, con le buone o con le cattive, direttamente o indirettamente. E' lui il vero vincitore morale delle elezioni politiche, l'unico che può sfidare Prodi e l'Unione e tenersi pronto per un grande rientro a Palazzo Chigi se la fortuna delle elezioni anticipate non fosse troppo lontana e se il governo continuerà a sbagliare. Restano poche terre libere, come Mediaset, anche se la spada di Damocle della riforma dei diritti tv è lì che incombe appesa ad un filo. Resta il partito unico o dare una forma partitica a Forza Italia - entrambe sono occasioni di rilancio personale di Berlusconi.
Una politica senza Berlusconi sarebbe il giardino dell'Eden per l'Unione. Anche sommersa dalle sue dilanianti contraddizioni, e col fiato sul collo dei suoi grandi sponsors istituzionali, senza Berlusconi sarebbe una pacchia. Anzitutto per Prodi, libero dai sudori freddi di vedersi in Parlamento un forte ed autorevole leader dell'opposizione. Meglio un'opposizione timida, leale alla boiata dell'interesse nazionale, e pronta a raccogliere le monetine che talvolta la maggioranza farà cadere dalle tasche. Il vuoto lasciato da Berlusconi non sarebbe colmato con un nuovo leader dell'intero centrodestra, ma lasciato nelle mani immature di piccoli leader come Fini e Casini, veterani capi di partito ma poco avvezzi al rapporto diretto col popolo e con la leadership. Il primo, Fini, guida un partito in cui destra sociale, destra moderna, destra protagonista e destra non so cosa se le danno di santa ragione dal mattino alla sera, però con l'accortezza di non fare troppo rumore. Il secondo, Casini, è un timoniere dalle mani così ferme che per il suo partito virare a destra o a sinistra è la stessa cosa.
Non sono certo questi gli uomini che possono guidare l'opposizione all'Unione. Sarebbero uomini da mandare altrove, ma che non ci sia alternativa neppure a loro la dice lunga sul pedigree del ceto politico di centrodestra. Se poi Casini diventa malleabile fino al punto di sciogliersi come un gelato al sole, allora l'abbraccio tra passato e futuro della partitocrazia potrà essere celebrato - magari con una rimescolata alle poltrone del governo. Fini tornerà a fare le barricate neofasciste, populiste e demagogiche, a sventolare il cappio al collo per i ladri di polli e fare lingua in bocca con l'altra nuova opposizione. Quella della sinistra radicale che sarà un piacere scacciare dalla casa del padre-governo, svogliato ad uccidere il maiale più grasso per veder ritornare il figliol prodigo Bertinotti alla presidenza di Montecitorio. Tolto di mezzo Berlusconi, torna la grande palude centrista. Bisogna disarmare il fucile della maggioranza puntato su Berlusconi, perché è ancora carico - e fumante.
mercoledì 5 luglio 2006
I mille adempimenti di una burocrazia senza controllo. Marco Panara
http://www.clubeconomia.it/articoli/articolo.php?id=469
Chi vuole aprire un'attività in Italia deve proprio compiere... un'impresa.
Chi vuole aprire un'attività in Italia deve proprio compiere... un'impresa.
Lettera al Foglio
Al direttore - D’acchito ho pensato: ma Ferrara la manovra Prodi non l’ha letta, l’ha solo orecchiata alla musica delle veline che son state distribuite tra un gol e l’altro dello scorso venerdì. Non l’ha letta neanche Tremonti, che è un fiscalista, quindi perché dovrebbe averla letta Ferrara? Mi dicevo pieno di speranza. Ma oggi ho visto che non è così, che l’ha letta o l’ha fatta leggere, anche la parte (preponderante) scritta da Visco, non solo quella scritta da Bersani. E allora forse doveva spiegare ai suoi lettori, dei quali mi onoro esser parte, che alle soavi note delle liberalizzazioni (peraltro in campo alieno, tanto che i tassisti mi cominciano a stare simpatici, sono i kulaki di questa fase della vita italiana), corrispondono quelle grevi di un provvedimento finanziario che mette le mani nelle tasche degli incauti che hanno investito in immobili (intendo uffici e capannoni) fidando nella stabilità delle promesse di uno stato di diritto e hanno detratto, regolarmente, l’Iva (si faccia spiegare l’infernale meccanismo dell’art. 19 bis2 del decreto sull’Iva che costringe, a distanza di dieci anni, a risputare fuori in tutto o in parte l’imposta assolta sugli acquisti immobiliari in barba al principio, sancito dallo statuto del contribuente, secondo cui una legge tributaria non deve disporre che per l’avvenire); che accentua il ruolo di quella anacronistica tassa sulla mobilità che è l’imposta di registro sulle transazioni immobiliari; che raddoppia la base imponibile delle società non operative (vera pietra filosofale della fiscalità italiana); che interviene, more solito, sul codice penale tributario introducendo soglie bagatellari per lo scattare delle manette; che rafforza il grande fratello tributario, con una miriade di obblighi segnalativi, che non faranno aumentare di un centesimo il gettito. Perché la lotta all’evasione non si fa con l’intimidazione ma con la catastalizzazione dei redditi dei lavoratori autonomi e con una legislazione pragmatica, che dia ruolo all’amministrazione nel contrattare le tasse e trasformi il mitra del finanziere nella penna inflessibile del funzionario civile. Non ci siamo. Non ci siamo per niente, neanche quando mettono davanti il pragmatismo padano del ministro Bersani e spacciano un provvedimento di finanza punitiva per un atto di modernizzazione del paese. Con stima
Stefano Morri, Milano
Stefano Morri, Milano
martedì 4 luglio 2006
La vera liberalizzazione. Nicola Porro
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=102091&START=0
L'abbassamento delle aliquote fiscali ha aumentato il gettito, mentre l'avanzo e la "manovrina" dimostrano che il "buco" non esiste.
L'abbassamento delle aliquote fiscali ha aumentato il gettito, mentre l'avanzo e la "manovrina" dimostrano che il "buco" non esiste.
lunedì 3 luglio 2006
Amici del nemico. Massimo Introvigne
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=101855
Israele e Palestina: una guerra che non finirà se non cambiano i regimi siriano e iraniano.
Israele e Palestina: una guerra che non finirà se non cambiano i regimi siriano e iraniano.
(...)Forse varrebbe la pena che qualche politicante del centrodestra frequentasse qualche buon sito di teoria marxista, gliene suggerirei subito uno, niente male: http://:www.marxismo.net. Nella sezione dedicata alla politica (redazione di «Falce Martello»), si può leggere un gustoso articolo anti-prodiano, subito dopo il risultato elettorale del 9 aprile, che mette nero su bianco un bel gruzzoletto di verità, che, così almeno pare, non ci diano ancora tanta forza, ahinoi. Ad esempio: «Dopo le sbornie premature di tanta intellettualità progressista e benpensante, si risentono i vecchi discorsi triti e ritriti sul presunto "ventre di destra" del nostro paese, sul ruolo delle televisioni, e quant'altro. Ma la realtà è diversa. Se l'opposizione avesse avuto la metà della decisione che ha avuto Berlusconi nel proporre una visione alternativa basata su una difesa altrettanto intransigente degli interessi dei lavoratori, oggi parleremmo di un risultato diverso. (...) Berlusconi ha detto chiaramente ai «suoi» che con lui avrebbero avuto da guadagnare, e con la «sinistra» avrebbero perso tutto. Ma un metalmeccanico, un precario, una casalinga, uno studente, non trovavano certo un messaggio altrettanto chiaro nell'Unione e nella sua campagna elettorale. Troppo evidente e dominante il ruolo dirigente delle forze borghesi, a partire dallo stesso Prodi, troppi i compromessi e le aperture alle ragioni dell'avversario, troppi anche i ricordi degli avvenimenti degli scorsi mesi ed anni, delle varie scalate bancarie fino agli abbracci con la Confindustria. L'allargamento a destra della coalizione, anziché rafforzarla, l'ha resa ancora più incapace di fronteggiare efficacemente la campagna di Berlusconi».(...)
Raffaele Iannuzzi
Raffaele Iannuzzi
giovedì 22 giugno 2006
Pera: alle urne in un clima di democrazia violata. Anna Maria Greco
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=98896
Votiamo "sì" perché la Costituzione del '48 non è sacra e la sinistra non è la sola autorizzata a modificarla
Votiamo "sì" perché la Costituzione del '48 non è sacra e la sinistra non è la sola autorizzata a modificarla
mercoledì 21 giugno 2006
Un azzurro imiti il ghanese. il Foglio
Perché non è affatto normale scusarsi per una bandiera d’Israele alzata
Facciamo a capirci: se si brucia la bandiera d’Israele non è obbligatorio scusarsi, se la si espone, sì? Strano, no? Succede che un calciatore del Ghana che gioca a Tel Aviv, per ragioni sue, decide di festeggiare un gol della squadra sollevando con un compagno un piccolo stendardo con la stella di David, sì, insomma, la bandiera del paese che lo ospita e che non disputa questi Mondiali perché la Nazionale non ha superato, ovviamente per colpa dei francesi, le qualificazioni a Germania 2006.
Finimondo al Mondiale per una bandiera innalzata. I compagni processano l’audace ghanese, la stampa araba lo insulta, la Federazione nazionale e internazionale lo costringe alle scuse e a fare la figura dell’ingenuotto che non si è reso conto di quale terribile offesa ha arrecato. Appunto, quale offesa? Ci dichiariamo subito ingenuotti politici, piuttosto che riconoscere un’offesa in un gesto comunque bello come alzare (e non per bruciare) una bandiera. Offesa a chi? Eppure la stampa continentale e italiana racconta la vicenda con assoluta normalità, come se fosse del tutto ovvio che se un giocatore espone la bandiera d’Israele reca forte offesa, gravissima. Quale offesa? A chi? E se avesse festeggiato innalzando la bandiera – poniamo – canadese? Sarebbe successo lo stesso finimondo? Fare un gesto – d’affetto o politico che sia poco importa in questo caso – che manifesta simpatia per un’altra bandiera non vuole dire non amare la propria. Non è nello spirito dello sport e del Mondiale – visti soprattutto dalle anime belle – avvicinare i popoli, invece che allontanarli? La legge della fratellanza è uguale per tutti, o no?
A quanto pare no, per Israele bisogna sempre e comunque fare un’eccezione. Perché se il capo di un regime fondamentalista e quasi atomico vuole cancellare Israele dalla mappa, va capito, in fondo non lo pensa, e comunque bisogna parlarci. Se un giocatore di calcio alza la bandiera d’Israele, va costretto alle scuse, in fondo non sa quello che fa, e comunque bisogna impedire che qualcuno lo rifaccia. Non sarebbe male che un azzurro rifacesse quel gesto.
Facciamo a capirci: se si brucia la bandiera d’Israele non è obbligatorio scusarsi, se la si espone, sì? Strano, no? Succede che un calciatore del Ghana che gioca a Tel Aviv, per ragioni sue, decide di festeggiare un gol della squadra sollevando con un compagno un piccolo stendardo con la stella di David, sì, insomma, la bandiera del paese che lo ospita e che non disputa questi Mondiali perché la Nazionale non ha superato, ovviamente per colpa dei francesi, le qualificazioni a Germania 2006.
Finimondo al Mondiale per una bandiera innalzata. I compagni processano l’audace ghanese, la stampa araba lo insulta, la Federazione nazionale e internazionale lo costringe alle scuse e a fare la figura dell’ingenuotto che non si è reso conto di quale terribile offesa ha arrecato. Appunto, quale offesa? Ci dichiariamo subito ingenuotti politici, piuttosto che riconoscere un’offesa in un gesto comunque bello come alzare (e non per bruciare) una bandiera. Offesa a chi? Eppure la stampa continentale e italiana racconta la vicenda con assoluta normalità, come se fosse del tutto ovvio che se un giocatore espone la bandiera d’Israele reca forte offesa, gravissima. Quale offesa? A chi? E se avesse festeggiato innalzando la bandiera – poniamo – canadese? Sarebbe successo lo stesso finimondo? Fare un gesto – d’affetto o politico che sia poco importa in questo caso – che manifesta simpatia per un’altra bandiera non vuole dire non amare la propria. Non è nello spirito dello sport e del Mondiale – visti soprattutto dalle anime belle – avvicinare i popoli, invece che allontanarli? La legge della fratellanza è uguale per tutti, o no?
A quanto pare no, per Israele bisogna sempre e comunque fare un’eccezione. Perché se il capo di un regime fondamentalista e quasi atomico vuole cancellare Israele dalla mappa, va capito, in fondo non lo pensa, e comunque bisogna parlarci. Se un giocatore di calcio alza la bandiera d’Israele, va costretto alle scuse, in fondo non sa quello che fa, e comunque bisogna impedire che qualcuno lo rifaccia. Non sarebbe male che un azzurro rifacesse quel gesto.
Essere liberali. Valentina Meliadò
(...)Il punto è che essere liberali non è facile; noi, per diffondere le nostre idee, abbiamo solo noi stessi. Non possiamo contare su ideologie totalizzanti o spiegazioni esaustive del mondo; non consideriamo chi non la pensa come noi come un danno per la società; non ci riteniamo portatori di verità rivelate una volta e per sempre; non siamo insensibili agli insegnamenti ed ai richiami della Storia; non consideriamo la violenza una necessità; non abbiamo complessi e frustrazioni da far scontare alla collettività; non siamo portavoce di diritti che esulino dai rispettivi doveri; accettiamo la responsabilità personale e non riteniamo la società colpevole di tutti i nostri mali; pensiamo che più si tutelano le libertà del singolo individuo, il suo diritto a realizzarsi e a perseguire – nell’ambito delle leggi e delle regole vigenti – il suo legittimo interesse, più l’intera società ne trae beneficio.(...)
martedì 20 giugno 2006
Il tempo di Sartori. Magna Carta
I mostri sacri e i grandi maestri non ci fanno di solito alcuna impressione. Specie quando la loro fama è autoproclamata e fatta valere dalla voce grossa e da cattive maniere.
Per questo teniamo in poco conto le invettive di Giovanni Sartori e di norma sorvoliamo sul suo baccaiare contro questo e contro quello, sulle sue piccole e grandi bugie, sulle sue gaffes.
C’è un tratto di toscana irascibilità nei suoi modi di fare che funziona in tivvù e che qualche volta lo rende persino simpatico.
Poi ci sono le volte che Sartori si mette contro se stesso, contro il suo curriculum di studioso, contro la sua storia, e allora ci viene voglia di dirglielo chiaro. Definire i firmatari dell’appello di Magna Carta per il Sì al referendum come ”nani e ballerine” e sostenere che i costituzionalisti che lo hanno promosso sono “di seconda e anche terza fila” ci sembra al di fuori di qualsiasi canone di discussione e fa torto prima di tutti a lui stesso.
Non ci muove dunque una volontà di replica – nessuno dei chiamati in causa ha bisogno della nostra difesa - ma solo la mesta considerazione degli effetti di un’intelligenza che declina.
Sartori accusa i firmatari dell’appello di essere “irrilevanti”, perché in massima parte “non sono costituzionalisti” e quindi sono “competenti in altro”, senza rendersi contro che l’accusa gli si ritorce contro, essendo anch’egli non un costituzionalista bensì uno scienziato politico.
E che gli manchino molti dei fondamentali lo dimostra un episodio accaduto domenica scorsa in una trasmissione televisiva. Con aria severa e ispirata, Sartori, in contraddittorio con un costituzionalista di seconda o terza fila, afferma che l’aver tolto dalla Costituzione – come secondo lui propone la riforma – l’autorizzazione del Presidente della Repubblica ai disegni di legge governativi è un fatto gravissimo, perché questo è un potere che i Presidenti hanno sempre esercitato [sic!], impedendo così che approdassero alle Camere progetti di legge del Governo inadeguati o pericolosi. A ben guardare si capisce che il professore confonde il rinvio presidenziale di una legge alle Camere con l’autorizzazione di un disegno di legge governativo.
Contro Magna Carta, Sartori vanta le meraviglie dell’appello dell’Astrid per il No al referendum perché firmato – come dice Bassanini - dal 90 per cento dei costituzionalisti italiani. Ma i costituzionalisti italiani sono oltre 1000 (1083 stando alla classificazione del Ministero dell’Università) e l’appello Astrid è stato firmato da 179 docenti, i conti dunque non tornano. Ma, aggiunge Sartori, ci sono anche gli ex presidenti della Corte Costituzionale, forse dimenticando con quale meccanismo automatico e un poco scandaloso, si diventa presidenti della Consulta in Italia.
Certo Sartori è ascoltato, vezzeggiato, adulato, presente in ogni possibile trasmissione radiofonica o televisiva. Ma per questo deve ringraziare la tribuna che gli offre il Corriere della Sera. E’ lo stesso meccanismo che fa anche di Enzo Biagi un grande pensatore.
Non basta aver insegnato alla Columbia e scritto in passato libri di valore per mettere in fila i costituzionalisti italiani. Non basta essere stati grandi una volta per credere che tutti intorno siano dei nani. E non basta stare sempre in tv per dirsi esperti di ballerine.
Noi non sapremmo in che “fila” collocare il professor Sartori e neppure se “nani e ballerine” apprezzerebbero la sua compagnia. Ci è però rimasto impresso un giudizio che di lui diede Angelo Panebianco in un articolo per la rivista Liberal di qualche anno fa, ma che ancora (anzi, più di allora) calza alla perfezione. «Suscita perplessità il fatto che Sartori, facendo leva sulle sue conoscenze comparate, ritenga di poter definire sic et simpliciter “ignoranti” tutti coloro che non condividono le sue proposte. (…) Colpisce il modo eccessivamente dogmatico con cui si pretende di imporre il marchio della scienza sulle sue personali preferenze.(…) Non credo, sinceramente, che alle concezioni ingegneristiche di Sartori, il tempo riserverà la stessa attenzione e la stessa fama che sicuramente riserverà alla sua teoria politica».
Non lo crediamo anche noi, perché il tempo, si sa, è galantuomo.
Per questo teniamo in poco conto le invettive di Giovanni Sartori e di norma sorvoliamo sul suo baccaiare contro questo e contro quello, sulle sue piccole e grandi bugie, sulle sue gaffes.
C’è un tratto di toscana irascibilità nei suoi modi di fare che funziona in tivvù e che qualche volta lo rende persino simpatico.
Poi ci sono le volte che Sartori si mette contro se stesso, contro il suo curriculum di studioso, contro la sua storia, e allora ci viene voglia di dirglielo chiaro. Definire i firmatari dell’appello di Magna Carta per il Sì al referendum come ”nani e ballerine” e sostenere che i costituzionalisti che lo hanno promosso sono “di seconda e anche terza fila” ci sembra al di fuori di qualsiasi canone di discussione e fa torto prima di tutti a lui stesso.
Non ci muove dunque una volontà di replica – nessuno dei chiamati in causa ha bisogno della nostra difesa - ma solo la mesta considerazione degli effetti di un’intelligenza che declina.
Sartori accusa i firmatari dell’appello di essere “irrilevanti”, perché in massima parte “non sono costituzionalisti” e quindi sono “competenti in altro”, senza rendersi contro che l’accusa gli si ritorce contro, essendo anch’egli non un costituzionalista bensì uno scienziato politico.
E che gli manchino molti dei fondamentali lo dimostra un episodio accaduto domenica scorsa in una trasmissione televisiva. Con aria severa e ispirata, Sartori, in contraddittorio con un costituzionalista di seconda o terza fila, afferma che l’aver tolto dalla Costituzione – come secondo lui propone la riforma – l’autorizzazione del Presidente della Repubblica ai disegni di legge governativi è un fatto gravissimo, perché questo è un potere che i Presidenti hanno sempre esercitato [sic!], impedendo così che approdassero alle Camere progetti di legge del Governo inadeguati o pericolosi. A ben guardare si capisce che il professore confonde il rinvio presidenziale di una legge alle Camere con l’autorizzazione di un disegno di legge governativo.
Contro Magna Carta, Sartori vanta le meraviglie dell’appello dell’Astrid per il No al referendum perché firmato – come dice Bassanini - dal 90 per cento dei costituzionalisti italiani. Ma i costituzionalisti italiani sono oltre 1000 (1083 stando alla classificazione del Ministero dell’Università) e l’appello Astrid è stato firmato da 179 docenti, i conti dunque non tornano. Ma, aggiunge Sartori, ci sono anche gli ex presidenti della Corte Costituzionale, forse dimenticando con quale meccanismo automatico e un poco scandaloso, si diventa presidenti della Consulta in Italia.
Certo Sartori è ascoltato, vezzeggiato, adulato, presente in ogni possibile trasmissione radiofonica o televisiva. Ma per questo deve ringraziare la tribuna che gli offre il Corriere della Sera. E’ lo stesso meccanismo che fa anche di Enzo Biagi un grande pensatore.
Non basta aver insegnato alla Columbia e scritto in passato libri di valore per mettere in fila i costituzionalisti italiani. Non basta essere stati grandi una volta per credere che tutti intorno siano dei nani. E non basta stare sempre in tv per dirsi esperti di ballerine.
Noi non sapremmo in che “fila” collocare il professor Sartori e neppure se “nani e ballerine” apprezzerebbero la sua compagnia. Ci è però rimasto impresso un giudizio che di lui diede Angelo Panebianco in un articolo per la rivista Liberal di qualche anno fa, ma che ancora (anzi, più di allora) calza alla perfezione. «Suscita perplessità il fatto che Sartori, facendo leva sulle sue conoscenze comparate, ritenga di poter definire sic et simpliciter “ignoranti” tutti coloro che non condividono le sue proposte. (…) Colpisce il modo eccessivamente dogmatico con cui si pretende di imporre il marchio della scienza sulle sue personali preferenze.(…) Non credo, sinceramente, che alle concezioni ingegneristiche di Sartori, il tempo riserverà la stessa attenzione e la stessa fama che sicuramente riserverà alla sua teoria politica».
Non lo crediamo anche noi, perché il tempo, si sa, è galantuomo.
lunedì 19 giugno 2006
Domande da 43 milioni di euro. il Foglio
Il “patto” saltato tra Consorte e i pm pone qualche sgradevole interrogativo
Giovanni Consorte, l’ex presidente di Unipol indagato per la scalata alla Banca nazionale del lavoro, ha reagito alla decisione dei pubblici ministeri di chiedere il sequestro di fondi suoi e del suo ex vice Ivano Sacchetti per 43 milioni, sostenendo che “c’era un patto con i magistrati”, che con quest’ultima mossa sarebbe stato violato.
La prima domanda che viene spontanea è: quale “patto”? I magistrati inquirenti hanno promesso a Consorte di non emettere ordinanze di sequestro o di custodia cautelare in cambio di confessioni o rivelazioni? Può darsi, ma questa sarebbe una (peraltro lodevole) eccezione alla prassi giustizialista, quella che basandosi sul tintinnio delle manette tendeva a ottenere, o estorcere, ammissioni e rivelazioni. Da questo interrogativo ne sorge un altro: qual è la ragione che ha indotto i pubblici ministeri a comportarsi in questo modo “anomalo” con Consorte e Sacchetti, a differenza per esempio di quel che hanno fatto ad altri banchieri?
Quei 43 milioni, si apprende, se ne stavano in vari istituti di credito da circa cinque anni, senza che i titolari, che di manovre finanziarie dovrebbero intendersi se, come dicono, hanno ricevuto consulenze milionarie, li utilizzassero in alcun modo. Ne avevano dunque la piena disponibilità o ne dovevano rispondere a terzi? Infine, ma non per ultimo, si pone l’interrogativo sulle ragioni che hanno indotto, proprio ora, quegli stessi pm a disdire il patto. Che cosa è cambiato nella posizione processuale di Consorte per giustificare questo mutamento repentino? Apparentemente proprio nulla. Si può pensare che invece sia cambiato qualcosa nei rapporti tra i magistrati e l’ambiente politico, gli sponsor di riferimento di Consorte durante la scalata a Bnl? Si tratta di domande che difficilmente riceveranno una risposta esauriente, e che proprio per questo è utile porre insistentemente. Consorte, che ovviamente va considerato innocente fino a condanna definitiva, ha rivelato l’esistenza di un “patto”, che è stato disdetto. E’ troppo voler sapere perché?
Giovanni Consorte, l’ex presidente di Unipol indagato per la scalata alla Banca nazionale del lavoro, ha reagito alla decisione dei pubblici ministeri di chiedere il sequestro di fondi suoi e del suo ex vice Ivano Sacchetti per 43 milioni, sostenendo che “c’era un patto con i magistrati”, che con quest’ultima mossa sarebbe stato violato.
La prima domanda che viene spontanea è: quale “patto”? I magistrati inquirenti hanno promesso a Consorte di non emettere ordinanze di sequestro o di custodia cautelare in cambio di confessioni o rivelazioni? Può darsi, ma questa sarebbe una (peraltro lodevole) eccezione alla prassi giustizialista, quella che basandosi sul tintinnio delle manette tendeva a ottenere, o estorcere, ammissioni e rivelazioni. Da questo interrogativo ne sorge un altro: qual è la ragione che ha indotto i pubblici ministeri a comportarsi in questo modo “anomalo” con Consorte e Sacchetti, a differenza per esempio di quel che hanno fatto ad altri banchieri?
Quei 43 milioni, si apprende, se ne stavano in vari istituti di credito da circa cinque anni, senza che i titolari, che di manovre finanziarie dovrebbero intendersi se, come dicono, hanno ricevuto consulenze milionarie, li utilizzassero in alcun modo. Ne avevano dunque la piena disponibilità o ne dovevano rispondere a terzi? Infine, ma non per ultimo, si pone l’interrogativo sulle ragioni che hanno indotto, proprio ora, quegli stessi pm a disdire il patto. Che cosa è cambiato nella posizione processuale di Consorte per giustificare questo mutamento repentino? Apparentemente proprio nulla. Si può pensare che invece sia cambiato qualcosa nei rapporti tra i magistrati e l’ambiente politico, gli sponsor di riferimento di Consorte durante la scalata a Bnl? Si tratta di domande che difficilmente riceveranno una risposta esauriente, e che proprio per questo è utile porre insistentemente. Consorte, che ovviamente va considerato innocente fino a condanna definitiva, ha rivelato l’esistenza di un “patto”, che è stato disdetto. E’ troppo voler sapere perché?
Sul cattivo Strada. Davide Giacalone
Gino Strada è riuscito, con parole semplici e sincere, a raffigurare tutta l’insipienza del pacifismo un tanto al chilo. A Kabul, rivolgendosi a Parisi, ha detto: gli aiuti medici siano da preferire a quelli militari, molti ospedali si sarebbero potuti costruire con quel che si è speso per fare la guerra. Un monumento luogocomunista.
Si sarebbero potuti fornire gli ospedali ai talebani, avendo cura, nel rispetto delle diversità culturali, di far curare le femmine dalle femmine ed i maschi dai maschi. Con l’occasione si sarebbero potuti diffondere i disinfettanti quando, applicando in modo blasfemo la legge coranica, si fossero amputate delle mani o lapidate delle adultere, perché, diciamolo, un moncherino è pur sempre meglio di una setticemia e la nostra vocazione è quella della riduzione del danno. Con lo stesso spirito pacifista ed internazionalista si potrebbero vaccinare tutti i bambini ceceni, in modo da consegnarli immuni da germi a chi provvederà a massacrarli a scuola. Avremmo anche dovuto, se avessimo avuto coscienza democratica, avviare un serio programma di prevenzione della carie presso i curdi, talché Saddam potesse gasarli senza prima far vivere loro quei fastidiosi mal di denti. E non ci pentiremo mai abbastanza di non avere provveduto alla prevenzione dell’infarto nel mentre Milosevic, inseguendo il sogno della grande Serbia, passava la livella del genocidio su cardiopatici e non. In Ruanda non abbiamo provveduto a curare i mal di testa provocati dalle roncolate con cui Hutu e Tutsi si sfondavano il cranio, e quanto sarebbe stato increscioso inviare l’esercito per bloccare la scucuzzata. Adesso, in Somalia, mandiamoci i carmelitani scalzi a magnificare i pregi dell’aspirina, nel mentre i fondamentalisti portano tutti nel buio della violenza religiosa. E se l’Iran dovesse minacciarci con la bomba atomica, replichiamo offrendoci volontari per aprire cliniche dermatologiche, così utili in caso di radiazioni vaganti.
Strada neanche è sfiorato dal sospetto che la scuola e la storia della libertà è fatta di guerre, di conquiste armi in pugno, per abbattere dittatori, carnefici, genocidi e liberticidi. Forse non sa che la libertà italiana è frutto di una guerra, anche civile. A lui basta che ci sia l’ospedale targato Emergency, dove farsi fotografare.
Si sarebbero potuti fornire gli ospedali ai talebani, avendo cura, nel rispetto delle diversità culturali, di far curare le femmine dalle femmine ed i maschi dai maschi. Con l’occasione si sarebbero potuti diffondere i disinfettanti quando, applicando in modo blasfemo la legge coranica, si fossero amputate delle mani o lapidate delle adultere, perché, diciamolo, un moncherino è pur sempre meglio di una setticemia e la nostra vocazione è quella della riduzione del danno. Con lo stesso spirito pacifista ed internazionalista si potrebbero vaccinare tutti i bambini ceceni, in modo da consegnarli immuni da germi a chi provvederà a massacrarli a scuola. Avremmo anche dovuto, se avessimo avuto coscienza democratica, avviare un serio programma di prevenzione della carie presso i curdi, talché Saddam potesse gasarli senza prima far vivere loro quei fastidiosi mal di denti. E non ci pentiremo mai abbastanza di non avere provveduto alla prevenzione dell’infarto nel mentre Milosevic, inseguendo il sogno della grande Serbia, passava la livella del genocidio su cardiopatici e non. In Ruanda non abbiamo provveduto a curare i mal di testa provocati dalle roncolate con cui Hutu e Tutsi si sfondavano il cranio, e quanto sarebbe stato increscioso inviare l’esercito per bloccare la scucuzzata. Adesso, in Somalia, mandiamoci i carmelitani scalzi a magnificare i pregi dell’aspirina, nel mentre i fondamentalisti portano tutti nel buio della violenza religiosa. E se l’Iran dovesse minacciarci con la bomba atomica, replichiamo offrendoci volontari per aprire cliniche dermatologiche, così utili in caso di radiazioni vaganti.
Strada neanche è sfiorato dal sospetto che la scuola e la storia della libertà è fatta di guerre, di conquiste armi in pugno, per abbattere dittatori, carnefici, genocidi e liberticidi. Forse non sa che la libertà italiana è frutto di una guerra, anche civile. A lui basta che ci sia l’ospedale targato Emergency, dove farsi fotografare.
Referendum. Peppino Calderisi
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=98112
Le ragioni del "sì" spiegate con obiettività ed episodi emblematici
Le ragioni del "sì" spiegate con obiettività ed episodi emblematici
venerdì 16 giugno 2006
Due pesi e due misure. Davide Giacalone
Ci sono parlamentari della sinistra che hanno una fedina penale molto vissuta. Nel centro destra c’è chi usa questo argomento per chiederne le dimissioni, quanto meno dagli incarichi interni all’organizzazione parlamentare.
La faccenda coinvolge due piani diversi, di diritto e di politica, per poi confluire in un’unica considerazione, e contraddizione, morale.
In quanto a diritto, vale a dire in quanto alle uniche regole cui tutti sono tenuti ad attenersi, la polemica è priva di senso: quelle persone sono state elette perché prima erano eleggibili e poi le liste in cui si trovavano sono state effettivamente votate. Tutto regolare, conseguenze comprese. E non basta: un cittadino che incorre nelle maglie della giustizia, risultandone condannato, deve pagare il suo debito, ma, una volta saldatolo, non lo si può inseguire a vita con il marchio d’infamia. Per me, dunque, e lo ripeto a scanso di fraintendimenti, le posizioni di D’Elia e Farina sono legittime, e, anzi troverei pernicioso che si contestasse un tale risultato elettorale sul piano del diritto.
Ma la faccenda non finisce qui. Già, perché i due parlamentari risultano eletti in uno schieramento che ha largamente utilizzato l’arma delle inchieste giudiziarie per sostenere che chi è stato od è indagato deve astenersi dalla vita politica e civile. Sul piano del diritto (i trogloditi del giustizialismo non lo capiranno mai) l’indagato è un innocente, la cui innocenza non solo non è scalfita, ma semmai offesa dalla pubblicazione d’intercettazioni o verbali. Ora, ed è questo il punto politico, come si può aver sostenuto che fuori dalla politica devono restare gli innocenti, mentre alla politica si chiamano i condannati? E come possono quei due parlamentari, proprio i signori D’Elia e Farina, restare impassibili innanzi a questa contraddizione senza fare l’unica cosa che credo avrebbero il dovere di fare, ovvero condannare il giustizialismo forcaiolo e liberticida che si ritrovano in casa? La sorte li ha messi nella privilegiata condizione di rendere un gran servizio alla cultura del diritto e delle garanzie, se se lo lasciano sfuggire essi avranno una colpa politica che, per quello che mi riguarda, peserà più di quel che è scritto al casellario giudiziario.
La faccenda coinvolge due piani diversi, di diritto e di politica, per poi confluire in un’unica considerazione, e contraddizione, morale.
In quanto a diritto, vale a dire in quanto alle uniche regole cui tutti sono tenuti ad attenersi, la polemica è priva di senso: quelle persone sono state elette perché prima erano eleggibili e poi le liste in cui si trovavano sono state effettivamente votate. Tutto regolare, conseguenze comprese. E non basta: un cittadino che incorre nelle maglie della giustizia, risultandone condannato, deve pagare il suo debito, ma, una volta saldatolo, non lo si può inseguire a vita con il marchio d’infamia. Per me, dunque, e lo ripeto a scanso di fraintendimenti, le posizioni di D’Elia e Farina sono legittime, e, anzi troverei pernicioso che si contestasse un tale risultato elettorale sul piano del diritto.
Ma la faccenda non finisce qui. Già, perché i due parlamentari risultano eletti in uno schieramento che ha largamente utilizzato l’arma delle inchieste giudiziarie per sostenere che chi è stato od è indagato deve astenersi dalla vita politica e civile. Sul piano del diritto (i trogloditi del giustizialismo non lo capiranno mai) l’indagato è un innocente, la cui innocenza non solo non è scalfita, ma semmai offesa dalla pubblicazione d’intercettazioni o verbali. Ora, ed è questo il punto politico, come si può aver sostenuto che fuori dalla politica devono restare gli innocenti, mentre alla politica si chiamano i condannati? E come possono quei due parlamentari, proprio i signori D’Elia e Farina, restare impassibili innanzi a questa contraddizione senza fare l’unica cosa che credo avrebbero il dovere di fare, ovvero condannare il giustizialismo forcaiolo e liberticida che si ritrovano in casa? La sorte li ha messi nella privilegiata condizione di rendere un gran servizio alla cultura del diritto e delle garanzie, se se lo lasciano sfuggire essi avranno una colpa politica che, per quello che mi riguarda, peserà più di quel che è scritto al casellario giudiziario.
Ed è polemica. Filippo Facci
Qui c'è gente che ha dubbi primordiali, e che dopo lustri seguita a trovare vacuo il 70-80 per cento delle dichiarazioni, contro-dichiarazioni, puntualizzazioni, precisazioni, reazioni, smentite categoriche o parziali, prese di distanza, comunicati, lanci e contro-lanci d'agenzia, interviste, anticipazioni di interviste, insomma il 70-80 per cento di quello che noi giornalisti chiamiamo notizie politiche e che di conseguenza inseriamo in un vortice che si autoalimenta sino a spegnersi dov'era nato: nel niente.
Non è qualunquismo: il parolame della politica italiana ha raggiunto livelli di irrilevanza mai visti prima, e per scovare una polemica importante o una notizia vera più che passione serve un rabdomante. L'autoreferenzialità della Prima Repubblica forse era anche peggio, ma il parolame non era cotanto mediaticamente sovraeccitato. Bossi ieri ha detto qualcosa, il Ccd ha risposto qualcos'altro, Fini ha aggiunto, Berlusconi ha tolto, Bertinotti boh: rimarrà qualcosa? Influenzerà qualcuno?
C'è qualcuno che pensa che potrà esserci una secessione del Nord, ora, per via di una frase pronunciata da Bossi dopo vent'anni di politica leghista, frase peraltro diversa da un'altra pronunciata qualche giorno prima? C'è qualcuno che pensa seriamente di poter guadagnare dei voti interagendo con la frase di Bossi o di perderne non facendolo? No: è puro nulla, zero, aria. E noi giocoforza a scrivere. E voi sempre meno a leggere. Perfetto.
Non è qualunquismo: il parolame della politica italiana ha raggiunto livelli di irrilevanza mai visti prima, e per scovare una polemica importante o una notizia vera più che passione serve un rabdomante. L'autoreferenzialità della Prima Repubblica forse era anche peggio, ma il parolame non era cotanto mediaticamente sovraeccitato. Bossi ieri ha detto qualcosa, il Ccd ha risposto qualcos'altro, Fini ha aggiunto, Berlusconi ha tolto, Bertinotti boh: rimarrà qualcosa? Influenzerà qualcuno?
C'è qualcuno che pensa che potrà esserci una secessione del Nord, ora, per via di una frase pronunciata da Bossi dopo vent'anni di politica leghista, frase peraltro diversa da un'altra pronunciata qualche giorno prima? C'è qualcuno che pensa seriamente di poter guadagnare dei voti interagendo con la frase di Bossi o di perderne non facendolo? No: è puro nulla, zero, aria. E noi giocoforza a scrivere. E voi sempre meno a leggere. Perfetto.
giovedì 15 giugno 2006
Gli scudi umani pagano. Stefano Magni
Quando la disinformazione è più potente delle bombe
C'è sempre una foto simbolica che testimonia le sofferenze del popolo palestinese. Dove c'è un palestinese che muore, che soffre, che viene ferito, che impreca contro gli israeliani, c'è sempre e subito un fotografo o un telereporter pronto a fotografarlo o filmarlo, pronto a diffondere la sua immagine in tutto il mondo. Poi, quando si viene a scoprire che le circostanze in cui quella foto è stata scattata, non erano quelle dichiarate all'inizio (ad esempio: che le sofferenze del palestinese in questione non erano causate dagli israeliani, ma dagli stessi palestinesi), le smentite non trovano più spazio. O almeno: vengono pubblicate, ma ormai l'impressione lasciata dalla prima versione è già diventata un simbolo, ben fissato nella mente dei telespettatori occidentali. Nel 2000 la foto del bambino Mohammed al Durra, ucciso in uno scontro a fuoco accanto al padre, aveva fatto il giro del mondo. È servita a poco l'indagine condotta nei mesi e negli anni successivi, in cui si dimostra che Mohammed al Durra e suo padre non sono stati bersagliati a freddo dai soldati israeliani e che, data la loro posizione, è più probabile che siano stati uccisi dai proiettili palestinesi che non da quelli israeliani. La prima impressione, secondo cui «gli israeliani ammazzano i bambini» è diventata indelebile.
Adesso si sta ripetendo lo stesso fenomeno mediatico: una bambina palestinese, dopo l'esplosione sulla spiaggia di Gaza, trova il cadavere del padre, piange e grida vendetta contro gli israeliani assassini. L'IDF sta conducendo un'indagine: si potrebbe trattare di un proiettile di artiglieria israeliana finito per errore su un bersaglio civile, invece che sui terroristi che lanciano quotidianamente i Qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma può anche trattarsi di una strage tutta palestinese: una mina lasciata sulla spiaggia per impedire infiltrazioni israeliane, o anche uno dei razzi Qassam lanciato male. Non è da escludere nessuna di queste ipotesi, ma alla gente non interessa: la piccola Huda che urla contro gli israeliani è già un simbolo. Così come, mentre scrivo, ci sono già altri due piccoli martiri: due bambini che andavano a scuola, uccisi da un raid aereo israeliano assieme ad altri 7 palestinesi, mentre 17 sono rimasti feriti. In realtà il raid aereo israeliano ha colpito con grande precisione una katiusha palestinese, che viaggiava tranquillamente per le strade di Gaza in mezzo ai civili. Ma è ovvio che vi sia un lanciamissili che gironzola tranquillamente in mezzo alle strade affollate di una città, passando di fianco a mercatini e gruppi di scolari? Ma alla gente questo non interessa: «gli israeliani ammazzano i bambini».
I palestinesi hanno capito che la guerra di oggi è fatta anche di informazione: non si vince solo sul campo, ma anche nelle case dei telespettatori europei, lontanissimi dal campo di battaglia, ma in grado di pesare sulle decisioni della diplomazia mondiale. Hanno constatato che la loro strategia, fatta di civili usati letteralmente come scudi umani, paga di più che una battaglia vinta. Lo hanno capito da numerosi esempi precedenti: anche i vietnamiti usavano le stesse tattiche di comunicazione, così come il regime di Saddam dal 1991 in poi. Ma non li possiamo considerare «geniali» per questo motivo. L'uso degli scudi umani è condannato dalle leggi internazionali. Lanciare razzi da zone densamente popolate, fabbricare e nascondere armi in abitazioni civili, nascondere i miliziani (vestiti in abiti civili) in mezzo alla popolazione inerme, usare le immagini dei civili straziati perché sorpresi dal tiro incrociato, sono tutti crimini.
E se noi occidentali non condanniamo apertamente questi crimini, non facciamo altro che legittimarli. E questo perché lo facciamo o siamo tentati di farlo? Perché l'ideologia corrente vuole che il mondo sia diviso in oppressi e oppressori, divisi ancora secondo categorie marxiste. Indipendentemente dalla realtà, indipendentemente dal fatto che fossero loro gli aggressori. Vietnamiti, iracheni, palestinesi, rientrano tutti nella categoria degli oppressi che lottano per la loro «liberazione». E i fotografi fanno a gara per ritrarre il volto della loro sofferenza.
C'è sempre una foto simbolica che testimonia le sofferenze del popolo palestinese. Dove c'è un palestinese che muore, che soffre, che viene ferito, che impreca contro gli israeliani, c'è sempre e subito un fotografo o un telereporter pronto a fotografarlo o filmarlo, pronto a diffondere la sua immagine in tutto il mondo. Poi, quando si viene a scoprire che le circostanze in cui quella foto è stata scattata, non erano quelle dichiarate all'inizio (ad esempio: che le sofferenze del palestinese in questione non erano causate dagli israeliani, ma dagli stessi palestinesi), le smentite non trovano più spazio. O almeno: vengono pubblicate, ma ormai l'impressione lasciata dalla prima versione è già diventata un simbolo, ben fissato nella mente dei telespettatori occidentali. Nel 2000 la foto del bambino Mohammed al Durra, ucciso in uno scontro a fuoco accanto al padre, aveva fatto il giro del mondo. È servita a poco l'indagine condotta nei mesi e negli anni successivi, in cui si dimostra che Mohammed al Durra e suo padre non sono stati bersagliati a freddo dai soldati israeliani e che, data la loro posizione, è più probabile che siano stati uccisi dai proiettili palestinesi che non da quelli israeliani. La prima impressione, secondo cui «gli israeliani ammazzano i bambini» è diventata indelebile.
Adesso si sta ripetendo lo stesso fenomeno mediatico: una bambina palestinese, dopo l'esplosione sulla spiaggia di Gaza, trova il cadavere del padre, piange e grida vendetta contro gli israeliani assassini. L'IDF sta conducendo un'indagine: si potrebbe trattare di un proiettile di artiglieria israeliana finito per errore su un bersaglio civile, invece che sui terroristi che lanciano quotidianamente i Qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma può anche trattarsi di una strage tutta palestinese: una mina lasciata sulla spiaggia per impedire infiltrazioni israeliane, o anche uno dei razzi Qassam lanciato male. Non è da escludere nessuna di queste ipotesi, ma alla gente non interessa: la piccola Huda che urla contro gli israeliani è già un simbolo. Così come, mentre scrivo, ci sono già altri due piccoli martiri: due bambini che andavano a scuola, uccisi da un raid aereo israeliano assieme ad altri 7 palestinesi, mentre 17 sono rimasti feriti. In realtà il raid aereo israeliano ha colpito con grande precisione una katiusha palestinese, che viaggiava tranquillamente per le strade di Gaza in mezzo ai civili. Ma è ovvio che vi sia un lanciamissili che gironzola tranquillamente in mezzo alle strade affollate di una città, passando di fianco a mercatini e gruppi di scolari? Ma alla gente questo non interessa: «gli israeliani ammazzano i bambini».
I palestinesi hanno capito che la guerra di oggi è fatta anche di informazione: non si vince solo sul campo, ma anche nelle case dei telespettatori europei, lontanissimi dal campo di battaglia, ma in grado di pesare sulle decisioni della diplomazia mondiale. Hanno constatato che la loro strategia, fatta di civili usati letteralmente come scudi umani, paga di più che una battaglia vinta. Lo hanno capito da numerosi esempi precedenti: anche i vietnamiti usavano le stesse tattiche di comunicazione, così come il regime di Saddam dal 1991 in poi. Ma non li possiamo considerare «geniali» per questo motivo. L'uso degli scudi umani è condannato dalle leggi internazionali. Lanciare razzi da zone densamente popolate, fabbricare e nascondere armi in abitazioni civili, nascondere i miliziani (vestiti in abiti civili) in mezzo alla popolazione inerme, usare le immagini dei civili straziati perché sorpresi dal tiro incrociato, sono tutti crimini.
E se noi occidentali non condanniamo apertamente questi crimini, non facciamo altro che legittimarli. E questo perché lo facciamo o siamo tentati di farlo? Perché l'ideologia corrente vuole che il mondo sia diviso in oppressi e oppressori, divisi ancora secondo categorie marxiste. Indipendentemente dalla realtà, indipendentemente dal fatto che fossero loro gli aggressori. Vietnamiti, iracheni, palestinesi, rientrano tutti nella categoria degli oppressi che lottano per la loro «liberazione». E i fotografi fanno a gara per ritrarre il volto della loro sofferenza.
mercoledì 14 giugno 2006
"I mercati, se sentono il profumo del sangue, si sentono tonificati"
Lo ha detto Tommaso Padoa Schioppa durante l'audizione di oggi alle Camere.
Sarà l'odore di quel sangue e di quelle lacrime che puntualmente ci chiedono i Governi della sinistra: l'allarme risuona alto, prepariamici ad una pesante stangata.
Dopo il referendum e nell'imminenza delle ferie, il Governo Prodi si avventerà sulle nostre tasche trovando il modo di toglierci tutti i soldi possibili.
Siccome metà Italia è contenta di pagare le tasse nella errata convinzione che si riescano a stanare gli evasori, noi dovremmo ingoiare il rospo per non passare da "fiancheggiatori" di chi froda il Fisco? Neanche per sogno. Non c'è bisogno di stangate per risanare i conti e lo dice Tremonti a Televideo Rai:
Il deficit/Pil al 3,8% nel 2006 è "perfettamente raggiungibile a legislazione vigente e applicata". Lo afferma Tremonti, replicando all'intervento del ministro dell'Economia Padoa-Schioppa, alle commissioni Bilancio delle Camere. Tra le norme non applicate, l'ex ministro dell'Economia ricorda le misure sul contenimento della spesa delle Regioni e la pianificazione fiscale. Poi dice: "Rifiuto le drammatizzazioni. Non credo che i problemi siano grandi, ho l'impressione che il governo sia piccolo". Tremonti critica la scelta di aver affidato una ricognizione dei conti alla commissione Faini."C'è una certa linea d'ombra","un tasso di non credito".
Sarà l'odore di quel sangue e di quelle lacrime che puntualmente ci chiedono i Governi della sinistra: l'allarme risuona alto, prepariamici ad una pesante stangata.
Dopo il referendum e nell'imminenza delle ferie, il Governo Prodi si avventerà sulle nostre tasche trovando il modo di toglierci tutti i soldi possibili.
Siccome metà Italia è contenta di pagare le tasse nella errata convinzione che si riescano a stanare gli evasori, noi dovremmo ingoiare il rospo per non passare da "fiancheggiatori" di chi froda il Fisco? Neanche per sogno. Non c'è bisogno di stangate per risanare i conti e lo dice Tremonti a Televideo Rai:
Il deficit/Pil al 3,8% nel 2006 è "perfettamente raggiungibile a legislazione vigente e applicata". Lo afferma Tremonti, replicando all'intervento del ministro dell'Economia Padoa-Schioppa, alle commissioni Bilancio delle Camere. Tra le norme non applicate, l'ex ministro dell'Economia ricorda le misure sul contenimento della spesa delle Regioni e la pianificazione fiscale. Poi dice: "Rifiuto le drammatizzazioni. Non credo che i problemi siano grandi, ho l'impressione che il governo sia piccolo". Tremonti critica la scelta di aver affidato una ricognizione dei conti alla commissione Faini."C'è una certa linea d'ombra","un tasso di non credito".
Un governo lento. Una leadership latitante. il Riformista
Alla fine di questa settimana il governo Prodi festeggerà il suo primo mese di vita. Per allora se ne sarà andato quasi un terzo di quei cento giorni che, nei propositi di campagna elettorale, avrebbero dovuto essere spesi dal nuovo esecutivo per dispiegare la propria azione d’urto attraverso un prontuario di formule e ricette su economia, esteri, sociale. Ecco, prontuario non è proprio il termine più azzeccato. Perché, come ormai ammettono persino voci ufficiali da palazzo Chigi, questo governo non è nato pronto. È partito lento, ad andatura magari non «sciancata» come vorrebbe Eugenio Scalfari, ma certo rigida, legnosa, involuta. E qui non c’entrano le attenuanti invocate da più di un esponente dell’Unione (il successo risicato, l’ingorgo istituzionale) né vale l’obiezione che, ottenuto l’incarico, la lista dei ministri è stata portata da Prodi al Quirinale a tempo di record.
Attenzione, però, il debito di questo governo non è nemmeno quello rivendicato da certa critica, e cioè la proliferazione di ministri e ministeri, la moltiplicazione dei sottosegretari e la superfetazione degli staff. Il tema esiste, ma è tutt’altro che centrale e l’impressione è che venga brandito con uno spirito pericolosamente contiguo a quell’antipolitica patologica in una parte consistente dell’opinione pubblica nazionale.Il punto è il merito. Cos’ha deliberato finora il governo? Su quali materie c’è stato un intervento diretto, concreto dell’esecutivo che non sia solo una linea d’indirizzo, una cornice di intervento, una parola d’ordine? Sull’Iraq è stato confermato un ritiro di cui non si conoscono ancora tempi certi e modalità. In economia, la verifica sullo stato dei conti pubblici ha paralizzato per tre settimane ogni attività e, pure una volta sciolto il dubbio sulla necessità della manovra bis, il mandato del «rigore» ha mascherato il disordine di proposte e competenze, complicato per giunta dalla contraddittoria gestione del rapporto con le parti sociali, sindacati in testa.
Un esempio su tutti: a tutt’oggi del cuneo fiscale - provvedimento sui cui l’Unione ha giocato buona parte delle sue carte in campagna elettorale e che quindi doveva in teoria essere varato in scioltezza- non si sa in che misura e forme sarà tagliato in questo primo anno e la coniazione di formule come «cuneo a rate», «cuneo selettivo» (e chi lo dice a imprese e lavoratori che il taglio dei contributi non valeva per tutti?) è spia di una confusione ingiustificabile. In questo contesto, nonostante il susseguirsi di specifici vertici, seminari e workshop, la politica del governo continua a vivere di annunci, secondo un metodo molto censurato quando il centrosinistra stava all’opposizione, ma che al momento pare l’unico modo con cui i rappresentanti del governo riescono a mandare al paese segnali di vita.E Prodi? Dopo essere incappato nel vizio rimproverato ai suoi ministri, rilasciando una avventurosa (e inutile) intervista a Die Zeit, non ha ancora trovato il modo di prendere in mano la situazione. Ora, sebbene con un ritardo inatteso sui cento giorni, per il premier sta arrivando il tempo delle decisioni concrete. E nessuno, perlomeno non noi, dubita che Prodi saprà scegliere con chiarezza le vie da prendere.
Il fatto è che a questo governo, alla sua capacità di incidere davvero, di riformare il paese, di durare una legislatura, non basterà nemmeno deliberare. Quel che serve, e finora latita, è una leadership politica che accompagni ed esalti ogni mossa. Prodi è un decisionista sui generis, che ama fare di testa sua ma che spesso preferisce aggirare gli ostacoli che gli si frappongono piuttosto che affrontarli con la armi della politica. Ma un decisionismo senza leadership è inutile. Perché è la leadership, a proposito anche delle critiche di certi giornali amici, che fa la differenza tra un capo politico e un semplice «amministratore».
Attenzione, però, il debito di questo governo non è nemmeno quello rivendicato da certa critica, e cioè la proliferazione di ministri e ministeri, la moltiplicazione dei sottosegretari e la superfetazione degli staff. Il tema esiste, ma è tutt’altro che centrale e l’impressione è che venga brandito con uno spirito pericolosamente contiguo a quell’antipolitica patologica in una parte consistente dell’opinione pubblica nazionale.Il punto è il merito. Cos’ha deliberato finora il governo? Su quali materie c’è stato un intervento diretto, concreto dell’esecutivo che non sia solo una linea d’indirizzo, una cornice di intervento, una parola d’ordine? Sull’Iraq è stato confermato un ritiro di cui non si conoscono ancora tempi certi e modalità. In economia, la verifica sullo stato dei conti pubblici ha paralizzato per tre settimane ogni attività e, pure una volta sciolto il dubbio sulla necessità della manovra bis, il mandato del «rigore» ha mascherato il disordine di proposte e competenze, complicato per giunta dalla contraddittoria gestione del rapporto con le parti sociali, sindacati in testa.
Un esempio su tutti: a tutt’oggi del cuneo fiscale - provvedimento sui cui l’Unione ha giocato buona parte delle sue carte in campagna elettorale e che quindi doveva in teoria essere varato in scioltezza- non si sa in che misura e forme sarà tagliato in questo primo anno e la coniazione di formule come «cuneo a rate», «cuneo selettivo» (e chi lo dice a imprese e lavoratori che il taglio dei contributi non valeva per tutti?) è spia di una confusione ingiustificabile. In questo contesto, nonostante il susseguirsi di specifici vertici, seminari e workshop, la politica del governo continua a vivere di annunci, secondo un metodo molto censurato quando il centrosinistra stava all’opposizione, ma che al momento pare l’unico modo con cui i rappresentanti del governo riescono a mandare al paese segnali di vita.E Prodi? Dopo essere incappato nel vizio rimproverato ai suoi ministri, rilasciando una avventurosa (e inutile) intervista a Die Zeit, non ha ancora trovato il modo di prendere in mano la situazione. Ora, sebbene con un ritardo inatteso sui cento giorni, per il premier sta arrivando il tempo delle decisioni concrete. E nessuno, perlomeno non noi, dubita che Prodi saprà scegliere con chiarezza le vie da prendere.
Il fatto è che a questo governo, alla sua capacità di incidere davvero, di riformare il paese, di durare una legislatura, non basterà nemmeno deliberare. Quel che serve, e finora latita, è una leadership politica che accompagni ed esalti ogni mossa. Prodi è un decisionista sui generis, che ama fare di testa sua ma che spesso preferisce aggirare gli ostacoli che gli si frappongono piuttosto che affrontarli con la armi della politica. Ma un decisionismo senza leadership è inutile. Perché è la leadership, a proposito anche delle critiche di certi giornali amici, che fa la differenza tra un capo politico e un semplice «amministratore».
martedì 13 giugno 2006
Caos sul dossier iracheno. Davide Giacalone
Il dossier iracheno è gestito come peggio non si potrebbe. Prima il caos pacifista, poi l’intervento del ministro degli esteri: ci ritireremo in modo concordato con alleati ed autorità irachene. Bene, scrissi. Aggiunse: ritirati i militari non ci saranno missioni di civili, ma aiuteremo gli iracheni.
Ovvia la prima cosa, ma in che consiste la seconda? Mistero. Fu la volta del Presidente della Repubblica, il quale ci tenne a sottolineare non solo che i militari italiani erano in Iraq in missione di pace, su specifico e preciso mandato dell’Onu, ma che a quelle missioni non ci si può e non ci si deve sottrarre. Ben detto, ma perché allo stesso uomo politico non è venuto in mente quando quelle missioni sono state decise, perché chi oggi lo applaude ieri le condannava?
Nel frattempo il governo dice che dall’Iraq ce ne andiamo, ma resteremo in Afghanistan, in Kosovo, ed in Bosnia. I nostri alleati non la prendono benissimo, ma ci lanciano subito la sfida: d’accordo, andate pure via, ma portate i vostri aerei da guerra a Kabul. Dove, per la cronaca, siamo presenti nell’ambito di una missione Nato. Pensiamoci, parliamone, dicono alla difesa ed agli esteri, ma il ministro Bonino e di parere opposto: più uomini e più armi in Afghanistan. Nel frattempo Parisi, con il nuovo berretto, corregge il tiro: dall’Iraq ce ne andiamo il più presto possibile, ed i militari non resteranno neanche nel caso ci siano dei civili da proteggere. Ma non era stato escluso che si lasciassero dei civili? Se li si lascia senza protezione li mandiamo al macello. Forse si ha in mente di chiedere agli americani di proteggere qualche Simona di turno, risultando patetici ancor prima che inaffidabili. Poi si parla anche di continuare ad addestrare la polizia irachena, ma di farlo in Kuwait, senza rendersi conto che questo moltiplicherebbe il rischio di essere attaccati, anche in Italia, perché individuati come anello debole, titubante, da spingere alla fuga.
Il tutto senza che vi sia uno straccio di riflessione sui nostri interessi nazionali. Noi in Iraq ci siamo andati, abbiamo fatto un buon lavoro, ci abbiamo lasciato dei morti e rischiamo di andarcene senza trarne profitto né politico né economico. Anzi, se il nostro ritiro dovesse malauguratamente coincidere con una ripresa di potenza e terreno del fondamentalismo assassino, possiamo scommettere che gli iracheni se ne ricorderanno a lungo. E scrivo questo, si badi, senza sentire minimamente il bisogno di citare i Rizzo, i Caruso o le Menapace, senza tirare in ballo l’estremismo antioccidentale. La materia non si presta alle spiritosaggini propagandistiche, ma il governo non può gestirla senza avere una linea univoca, ferma, scadenzata, indiscutibile. Io non la condividerò, ma sarei più tranquillo se esistesse.
Ovvia la prima cosa, ma in che consiste la seconda? Mistero. Fu la volta del Presidente della Repubblica, il quale ci tenne a sottolineare non solo che i militari italiani erano in Iraq in missione di pace, su specifico e preciso mandato dell’Onu, ma che a quelle missioni non ci si può e non ci si deve sottrarre. Ben detto, ma perché allo stesso uomo politico non è venuto in mente quando quelle missioni sono state decise, perché chi oggi lo applaude ieri le condannava?
Nel frattempo il governo dice che dall’Iraq ce ne andiamo, ma resteremo in Afghanistan, in Kosovo, ed in Bosnia. I nostri alleati non la prendono benissimo, ma ci lanciano subito la sfida: d’accordo, andate pure via, ma portate i vostri aerei da guerra a Kabul. Dove, per la cronaca, siamo presenti nell’ambito di una missione Nato. Pensiamoci, parliamone, dicono alla difesa ed agli esteri, ma il ministro Bonino e di parere opposto: più uomini e più armi in Afghanistan. Nel frattempo Parisi, con il nuovo berretto, corregge il tiro: dall’Iraq ce ne andiamo il più presto possibile, ed i militari non resteranno neanche nel caso ci siano dei civili da proteggere. Ma non era stato escluso che si lasciassero dei civili? Se li si lascia senza protezione li mandiamo al macello. Forse si ha in mente di chiedere agli americani di proteggere qualche Simona di turno, risultando patetici ancor prima che inaffidabili. Poi si parla anche di continuare ad addestrare la polizia irachena, ma di farlo in Kuwait, senza rendersi conto che questo moltiplicherebbe il rischio di essere attaccati, anche in Italia, perché individuati come anello debole, titubante, da spingere alla fuga.
Il tutto senza che vi sia uno straccio di riflessione sui nostri interessi nazionali. Noi in Iraq ci siamo andati, abbiamo fatto un buon lavoro, ci abbiamo lasciato dei morti e rischiamo di andarcene senza trarne profitto né politico né economico. Anzi, se il nostro ritiro dovesse malauguratamente coincidere con una ripresa di potenza e terreno del fondamentalismo assassino, possiamo scommettere che gli iracheni se ne ricorderanno a lungo. E scrivo questo, si badi, senza sentire minimamente il bisogno di citare i Rizzo, i Caruso o le Menapace, senza tirare in ballo l’estremismo antioccidentale. La materia non si presta alle spiritosaggini propagandistiche, ma il governo non può gestirla senza avere una linea univoca, ferma, scadenzata, indiscutibile. Io non la condividerò, ma sarei più tranquillo se esistesse.
lunedì 12 giugno 2006
La luna di fiele. Paolo Del Debbio
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=96336
Il governo Prodi è già sotto attacco e in preda alle contrapposizioni dei suoi componenti
Il governo Prodi è già sotto attacco e in preda alle contrapposizioni dei suoi componenti
venerdì 9 giugno 2006
I compagni di Sergio D'Elia. Davide Giacalone
Sul fatto che Sergio D’Elia sia stato fra i terroristi di Prima Linea, formazione d’assassini comunisti, non ci piove. Neanche sul fatto che sia stato condannato (ma non per fatti di sangue) e che abbia scontato la pena.
Eletto deputato la cosa non ha destato scalpore, né prima la candidatura, mentre autorevolmente ci si ribella all’idea che diventi segretario alla presidenza della Camera dei Deputati. Si mescolano, in questa faccenda, questioni diverse e tutte rivelatrici.
La legge è, o dovrebbe essere, uguale per tutti. Se D’Elia avesse subito un’interdizione perpetua oggi non potrebbe essere deputato, ma così non è, nulla impediva la sua elezione, i voti dei cittadini sono andati alla lista che lo candidava e la sua elezione è legittima. L’elezione in un ufficio interno alla Camera non cambia granché. Lo scandalo non è D’Elia, ma quelli che si ritrova intorno. C’è gente, a sinistra, che ha fatto carriera grazie al giustizialismo senza diritto, c’è una falange di deputati che ha gridato sulle piazze chiedendo che s’impedisse agli “inquisiti” di essere eletti, di candidarsi, di scrivere, di parlare e forse anche d’esistere (ottenendo, effettivamente, la morte di alcuni). Ora, quelle stesse persone, eleggono D’Elia, dal che discende che essi preferiscono i condannati agli inquisiti (che sono, come stabilisce la Costituzione, degli innocenti a tutti gli effetti). Non sembri una quisquiglia, non si sorrida se richiamo alla coerenza, giacché certi figuri non lo sospettano, ma la coerenza è la prima e meglio praticabile forma di morale politica.
D’Elia, durante e dopo la galera, ha fatto delle cose egregie, a cominciare dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Credete che potrei scriverlo così serenamente se mi riferissi a qualche terrorista fascista? No, dovrei fare i conti con i miei stessi amici, i quali mi rimprovererebbero di aver dimenticato di quali mostruosità si macchiarono in passato, senza contare, poi, che un fascista è un fascista. Già, ma anche un comunista è un comunista, e se è con gioia che apprendiamo dei ripensamenti di taluni, è con fastidio, e talora disprezzo, che osserviamo quanti ce la mettono tutta per non fare i conti con il proprio passato.
L’onorevole D’Elia non s’impantani in lettere di precisazioni e spiegazioni, giacché si trova in Parlamento da eletto. Piuttosto si renda utile e chiarisca ai suoi compagni cos’è il diritto, aggiungendo che passi per la fede, ma nella vita civile non è meglio aver sbagliato ed essersi pentiti, e non è vero che chi più ha sbagliato meglio può dar lezione.
Eletto deputato la cosa non ha destato scalpore, né prima la candidatura, mentre autorevolmente ci si ribella all’idea che diventi segretario alla presidenza della Camera dei Deputati. Si mescolano, in questa faccenda, questioni diverse e tutte rivelatrici.
La legge è, o dovrebbe essere, uguale per tutti. Se D’Elia avesse subito un’interdizione perpetua oggi non potrebbe essere deputato, ma così non è, nulla impediva la sua elezione, i voti dei cittadini sono andati alla lista che lo candidava e la sua elezione è legittima. L’elezione in un ufficio interno alla Camera non cambia granché. Lo scandalo non è D’Elia, ma quelli che si ritrova intorno. C’è gente, a sinistra, che ha fatto carriera grazie al giustizialismo senza diritto, c’è una falange di deputati che ha gridato sulle piazze chiedendo che s’impedisse agli “inquisiti” di essere eletti, di candidarsi, di scrivere, di parlare e forse anche d’esistere (ottenendo, effettivamente, la morte di alcuni). Ora, quelle stesse persone, eleggono D’Elia, dal che discende che essi preferiscono i condannati agli inquisiti (che sono, come stabilisce la Costituzione, degli innocenti a tutti gli effetti). Non sembri una quisquiglia, non si sorrida se richiamo alla coerenza, giacché certi figuri non lo sospettano, ma la coerenza è la prima e meglio praticabile forma di morale politica.
D’Elia, durante e dopo la galera, ha fatto delle cose egregie, a cominciare dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Credete che potrei scriverlo così serenamente se mi riferissi a qualche terrorista fascista? No, dovrei fare i conti con i miei stessi amici, i quali mi rimprovererebbero di aver dimenticato di quali mostruosità si macchiarono in passato, senza contare, poi, che un fascista è un fascista. Già, ma anche un comunista è un comunista, e se è con gioia che apprendiamo dei ripensamenti di taluni, è con fastidio, e talora disprezzo, che osserviamo quanti ce la mettono tutta per non fare i conti con il proprio passato.
L’onorevole D’Elia non s’impantani in lettere di precisazioni e spiegazioni, giacché si trova in Parlamento da eletto. Piuttosto si renda utile e chiarisca ai suoi compagni cos’è il diritto, aggiungendo che passi per la fede, ma nella vita civile non è meglio aver sbagliato ed essersi pentiti, e non è vero che chi più ha sbagliato meglio può dar lezione.
Lettera al direttore. Geminello Alvi
Al direttore - Ma guardi un po’ com’è finita. Ti fanno una commissione per stimare il deficit del 2006 e malgrado le ansie anzitempo esibite per la voragine dei conti, dal respiro mascellare e già difficile di Prodi, che ti scoprono? Che il deficit è al 4,1 per cento, sempre che si rispetti la Finanziaria. Esito singolare; e non soltanto perché lo sforamento di Tremonti è millesimale, neppure un settimo di quello lasciato nel 2001 dal governo di sinistra. Ma perché il 13 marzo ne erano già stati informati persino i sordi. Infatti su http://www.centrodiascolto.it/, meritorio sito Internet per sordomuti, con accurati sottotitoli, c’è il video del primo dibattito tv tra Berlusconi e Prodi. Ed ecco quanto già appunto spiegava l’allora primo ministro: “Oggi l’Ecofin ha approvato i nostri conti del 2006 con un deficit del 4,1 per cento, con un apprezzamento di diversi ministri delle Finanze, e in particolare un apprezzamento del presidente dell’Ecofin…”. Insomma in ansia di voragini finte il presente governo usa il martello per uccidere un moscerino. La commissione, e con presidente prescelto, ha ridetto quanto avevano già sentito persino i sordi. Sono strani questi prodiani. I miei migliori saluti
giovedì 8 giugno 2006
Un errore la manovra di Prodi. Danilo Giurdanella
http://www.ragionpolitica.it/testo.5855.errore_manovra_prodi.html
Basterebbe applicare la finanziaria di Tremonti per rientrare dello 0,3% di sforamento
Basterebbe applicare la finanziaria di Tremonti per rientrare dello 0,3% di sforamento
Elogio del centrosinistra. il Foglio
La maggioranza dimostra di avere delle idee (sbagliate) e di saperle difendere
Complimenti al governo di centrosinistra. Le idee ci sono, anche se spesso molto sbagliate. Ma al di là dei giudizi di merito il punto è che la squadra dei ministri di Prodi sembra capace di realizzarle queste idee, quantomeno sembra in grado di dettare l’agenda politica italiana, non di subirla. Certo, la grande stampa è simpatetica, i poteri forti fiancheggiano, quelli intermedi parteggiano, tutto questo senza dubbio aiuta. Ma ricordatevi i primi e anche gli ultimi passi del governo Berlusconi. Pensate al balletto sulle tasse, quando è bastata l’opposizione di un Follini per mandare tutto a monte. Quasi mai il centrodestra è riuscito a guidare il dibattito pubblico nei suoi anni di governo, neanche quando è riuscito a imprimere svolte vere come in politica estera e sulla bioetica. Il pallino è comunque rimasto in mano agli avversari e al governo non restava che difendersi. Di rado il centrodestra ha fatto ciò che aveva progettato e quando c’è riuscito – dalla riforma delle pensioni a quella del lavoro a quella della scuola a quella costituzionale – i fari sono rimasti spenti, quasi non se ne è accorto nessuno se non quando l’opposizione ha deciso di dare battaglia.
Il nuovo governo Prodi non avrà la sfrontatezza guascona di Zapatero, uno che quanto a capacità di realizzare follie di vario genere è il campione mondiale, però i primi passi sono incoraggianti. “They deliver”, come dicono a Washington, questi fanno davvero ciò che dicono. In politica questa è una qualità. Il ritiro dall’Iraq, bello e pronto senza alcun tentennamento (anzi con possibile allargamento all’Afghanistan). L’amnistia e l’indulto, ecco Mastella. La grazia a Bompressi in un lampo. Fabio Mussi ha ritirato subito la firma che voleva ritirare sul no alla ricerca embrionale. Sono seguite polemiche ma la firma non c’è più. E sulla bioteca è nato all’istante un coordinamento ministeriale, criticabile ma c’è. Sui conti pubblici Padoa-Schioppa è già pronto con la manovra bis ed è già avvolto da applausi e consensi europei. Il ministro Gentiloni ha annunciato i limiti antitrust alle frequenze televisive, come da programma. E se all’inizio qualcuno è scivolato su qualche buccia di banana, per il resto non si sono lasciati sfuggire nemmeno una carica istituzionale, malgrado l’esiguo margine di maggioranza. Sono più capaci, meritano un elogio. Ma è un’aggravante, ora c’è il rischio concreto che anche il resto delle loro idee sbagliate vengano realizzate.
Complimenti al governo di centrosinistra. Le idee ci sono, anche se spesso molto sbagliate. Ma al di là dei giudizi di merito il punto è che la squadra dei ministri di Prodi sembra capace di realizzarle queste idee, quantomeno sembra in grado di dettare l’agenda politica italiana, non di subirla. Certo, la grande stampa è simpatetica, i poteri forti fiancheggiano, quelli intermedi parteggiano, tutto questo senza dubbio aiuta. Ma ricordatevi i primi e anche gli ultimi passi del governo Berlusconi. Pensate al balletto sulle tasse, quando è bastata l’opposizione di un Follini per mandare tutto a monte. Quasi mai il centrodestra è riuscito a guidare il dibattito pubblico nei suoi anni di governo, neanche quando è riuscito a imprimere svolte vere come in politica estera e sulla bioetica. Il pallino è comunque rimasto in mano agli avversari e al governo non restava che difendersi. Di rado il centrodestra ha fatto ciò che aveva progettato e quando c’è riuscito – dalla riforma delle pensioni a quella del lavoro a quella della scuola a quella costituzionale – i fari sono rimasti spenti, quasi non se ne è accorto nessuno se non quando l’opposizione ha deciso di dare battaglia.
Il nuovo governo Prodi non avrà la sfrontatezza guascona di Zapatero, uno che quanto a capacità di realizzare follie di vario genere è il campione mondiale, però i primi passi sono incoraggianti. “They deliver”, come dicono a Washington, questi fanno davvero ciò che dicono. In politica questa è una qualità. Il ritiro dall’Iraq, bello e pronto senza alcun tentennamento (anzi con possibile allargamento all’Afghanistan). L’amnistia e l’indulto, ecco Mastella. La grazia a Bompressi in un lampo. Fabio Mussi ha ritirato subito la firma che voleva ritirare sul no alla ricerca embrionale. Sono seguite polemiche ma la firma non c’è più. E sulla bioteca è nato all’istante un coordinamento ministeriale, criticabile ma c’è. Sui conti pubblici Padoa-Schioppa è già pronto con la manovra bis ed è già avvolto da applausi e consensi europei. Il ministro Gentiloni ha annunciato i limiti antitrust alle frequenze televisive, come da programma. E se all’inizio qualcuno è scivolato su qualche buccia di banana, per il resto non si sono lasciati sfuggire nemmeno una carica istituzionale, malgrado l’esiguo margine di maggioranza. Sono più capaci, meritano un elogio. Ma è un’aggravante, ora c’è il rischio concreto che anche il resto delle loro idee sbagliate vengano realizzate.
martedì 6 giugno 2006
La sinistra e il "male di vivere". Aurora Franceschelli
Ora che la sinistra ha la possibilità di operare alla guida del Paese e di stabilire l'indirizzo politico di governo emergono in modo più netto le sue contraddizioni viscerali. Che significa stare a sinistra oggi? Significa nascondersi dietro la retorica della Resistenza come ha fatto ieri Epifani? Ebbene sì, il leader della Cgil, durante un convegno di industriali svoltosi a Varese, in un momento di difficoltà in cui gli veniva contestato dalla platea il fatto che la Cgil non si sia ispirata sempre, durante la sua storia, ad una «cultura dei doveri», ha dichiarato, arrampicandosi sugli specchi: «Ricordate che furono gli operai che nel 1943 difesero le fabbriche dai nazisti». Il problema della sinistra è rifuggire la realtà, mascherando l'anacronismo della propria idea politica dietro il velo, ormai trasparente, di un'ideologia che affonda le sue radici nel passato, ma che non racchiude in sé alcuna progettualità per il futuro. L'unico obiettivo imperante era battere Berlusconi: questo era il traguardo e, una volta tagliato - seppur per poche migliaia di consensi - tutta la retorica politica che prima aveva un senso, perché strumentale, pare svanire; pare improvvisamente svaporare, insieme ad essa, una realtà, quella tragica dipinta dalla sinistra, che rischiava di inghiottire la società in un sonno profondo.
Sono significative, a riguardo, le considerazioni di chi, di questa cultura del declino, si è fatto portavoce convinto sulle pagine di Repubblica: Ilvo Diamanti fa un'analisi della società italiana nella quale mette a nudo tutti gli artifici di cui si è avvalsa la sinistra per conquistare il potere, artifici che ora potrebbero ritorcersi contro. L'editorialista di Repubblica ammette che la retorica declinista sia stata concepita come funzionale ad un progetto, sconfiggere il centrodestra; la definisce una vera e propria «tecnica politica», atta ad accrescere il malessere dei cittadini. La sinistra, ispirandosi alla tecnica machiavellica secondo cui il fine - il potere - giustifica i mezzi, ha finito per conquistare formalmente l'obiettivo, ma pagandolo a caro prezzo: quello che era lo strumento, la diffusione e il radicamento nella società del cosiddetto «male di vivere», non ha fatto altro che sovvertire la realtà. Per dirla con le parole dello stesso Diamanti: «E' probabile che la retorica del declino racconti un paese, almeno in parte, immaginario». In realtà l'espressione «in parte» è riduttiva. La metà del Paese, fortunatamente, non è caduta nella trappola del disfattismo ad ogni costo: ha creduto in Berlusconi e al suo progetto, un progetto di ricostruzione avviatosi in cinque anni, a cui ha rinnovato la sua fiducia e il suo consenso, che non sono stati erosi dall'ampio universo mediatico sinistrorso.
Il problema della sinistra è che ora non può più affidarsi a questa tecnica politica: è questo che si legge tra le righe dell'articolo di Ilvo Diamanti. «L'Italia indulge nella retorica del declino e della pauperizzazione. Ma senza crederci davvero. Per inerzia o per artificio». La realtà che emerge, dati alla mano, è ben diversa: l'Italia è uno dei paesi europei dove vi è la più alta percentuale di possessori di casa, l'industria vede accrescere le sue esportazioni e il suo fatturato e le piccole e medie imprese si sono aperte coraggiosamente alle sfide della globalizzazione. Una metà dell'Italia ha ancora fiducia nel futuro, è per questo che ha rinnovato la sua scelta politica per il centrodestra.
L'articolo di Diamanti è uno specchio dei timori che si riflettono, ora che il potere c'è, nell'emisfero della sua sinistra: una sinistra che non vuole perdere l'unica rotta comune che fino ad ora l'ha accompagnata (l'antiberlusconismo), ma che non è in grado di far emergere un progetto alternativo a quello di Berlusconi, o meglio, confonde questo progetto con il desiderio, soprattutto presente nelle sue componenti radicali, di fare tabula rasa di ciò che il più acerrimo nemico ha costruito in cinque anni. L'odio indotto dalle sinistre, che ha fatto calare sull'Italia una cappa di declino, che l'ha adombrata a metà, non porta a niente, è un sentimento da cui scaturisce la volontà di disfare, di distruggere. Qual è il risultato? Diamanti fornisce la sua interpretazione, finalmente critica: la predicazione della sinistra, intrisa di declinismo, ha comportato un «guaio»: adesso essa deve fare i conti con «gente chiusa in se stessa, che non crede nella meritocrazia e si limita all'autodifesa». Altro che politica riformatrice! Questa è pura sindrome di conservazione, è desiderio di guardare al passato: le parole di Epifani sono simbolo della volontà di rivivere anacronisticamente i residui ideologici del passato, di fuggire il presente e di non pensare al futuro.
Il centrodestra ha proposto il modello di una società che vuole avere il coraggio di andare avanti, di assumersi le responsabilità di scegliere e di indirizzare la propria vita. La sinistra, già ai primi passi di Governo, non fa altro che scivolare indietro. Il titolo dell'articolo di Diamanti, «Una società semichiusa che ha paura del futuro» è espressione di questo stato d'animo. E' questo che vogliamo? La regola dell'alternanza ci dà la possibilità, attraverso un opposizione seria, di erodere un potere fine a se stesso e non concepito come strumento per far progredire il Paese. E' nostro dovere opporci con determinazione ad un modello che non ha più ragione di essere, che si rigenera con l'inganno. Sempre ai danni della società.
Sono significative, a riguardo, le considerazioni di chi, di questa cultura del declino, si è fatto portavoce convinto sulle pagine di Repubblica: Ilvo Diamanti fa un'analisi della società italiana nella quale mette a nudo tutti gli artifici di cui si è avvalsa la sinistra per conquistare il potere, artifici che ora potrebbero ritorcersi contro. L'editorialista di Repubblica ammette che la retorica declinista sia stata concepita come funzionale ad un progetto, sconfiggere il centrodestra; la definisce una vera e propria «tecnica politica», atta ad accrescere il malessere dei cittadini. La sinistra, ispirandosi alla tecnica machiavellica secondo cui il fine - il potere - giustifica i mezzi, ha finito per conquistare formalmente l'obiettivo, ma pagandolo a caro prezzo: quello che era lo strumento, la diffusione e il radicamento nella società del cosiddetto «male di vivere», non ha fatto altro che sovvertire la realtà. Per dirla con le parole dello stesso Diamanti: «E' probabile che la retorica del declino racconti un paese, almeno in parte, immaginario». In realtà l'espressione «in parte» è riduttiva. La metà del Paese, fortunatamente, non è caduta nella trappola del disfattismo ad ogni costo: ha creduto in Berlusconi e al suo progetto, un progetto di ricostruzione avviatosi in cinque anni, a cui ha rinnovato la sua fiducia e il suo consenso, che non sono stati erosi dall'ampio universo mediatico sinistrorso.
Il problema della sinistra è che ora non può più affidarsi a questa tecnica politica: è questo che si legge tra le righe dell'articolo di Ilvo Diamanti. «L'Italia indulge nella retorica del declino e della pauperizzazione. Ma senza crederci davvero. Per inerzia o per artificio». La realtà che emerge, dati alla mano, è ben diversa: l'Italia è uno dei paesi europei dove vi è la più alta percentuale di possessori di casa, l'industria vede accrescere le sue esportazioni e il suo fatturato e le piccole e medie imprese si sono aperte coraggiosamente alle sfide della globalizzazione. Una metà dell'Italia ha ancora fiducia nel futuro, è per questo che ha rinnovato la sua scelta politica per il centrodestra.
L'articolo di Diamanti è uno specchio dei timori che si riflettono, ora che il potere c'è, nell'emisfero della sua sinistra: una sinistra che non vuole perdere l'unica rotta comune che fino ad ora l'ha accompagnata (l'antiberlusconismo), ma che non è in grado di far emergere un progetto alternativo a quello di Berlusconi, o meglio, confonde questo progetto con il desiderio, soprattutto presente nelle sue componenti radicali, di fare tabula rasa di ciò che il più acerrimo nemico ha costruito in cinque anni. L'odio indotto dalle sinistre, che ha fatto calare sull'Italia una cappa di declino, che l'ha adombrata a metà, non porta a niente, è un sentimento da cui scaturisce la volontà di disfare, di distruggere. Qual è il risultato? Diamanti fornisce la sua interpretazione, finalmente critica: la predicazione della sinistra, intrisa di declinismo, ha comportato un «guaio»: adesso essa deve fare i conti con «gente chiusa in se stessa, che non crede nella meritocrazia e si limita all'autodifesa». Altro che politica riformatrice! Questa è pura sindrome di conservazione, è desiderio di guardare al passato: le parole di Epifani sono simbolo della volontà di rivivere anacronisticamente i residui ideologici del passato, di fuggire il presente e di non pensare al futuro.
Il centrodestra ha proposto il modello di una società che vuole avere il coraggio di andare avanti, di assumersi le responsabilità di scegliere e di indirizzare la propria vita. La sinistra, già ai primi passi di Governo, non fa altro che scivolare indietro. Il titolo dell'articolo di Diamanti, «Una società semichiusa che ha paura del futuro» è espressione di questo stato d'animo. E' questo che vogliamo? La regola dell'alternanza ci dà la possibilità, attraverso un opposizione seria, di erodere un potere fine a se stesso e non concepito come strumento per far progredire il Paese. E' nostro dovere opporci con determinazione ad un modello che non ha più ragione di essere, che si rigenera con l'inganno. Sempre ai danni della società.
lunedì 5 giugno 2006
Il decalogo della riforma costituzionale
Promemoria per cominciare a parlare di referendum e per votare "SI".
I Viene ridotto il numero dei parlamentari: da 950 a 773, con significativo risparmio per le finanze pubbliche.
II Saranno i cittadini, e non più i palazzi della politica, a scegliere maggioranza parlamentare, coalizione di governo e primo Ministro: è il premierato.
III Non più due Camere identiche, l'una doppione dell'altra. Ora il Senato sarà federale ed avrà una sua funzione specifica: rappresentare le esigenze delle Regioni. La Camera si occuperà di quelle dello Stato.
IV Semplificato il procedimento legislativo. Non più lunghi e ripetuti passaggi di testi fra le due Camere, ma ciascuna Camera approverà le leggi nelle materie di propria competenza. Il risultato sarà la riduzione dei tempi e dei costi per le casse pubbliche.
V La legge dovrà stabilire limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate.
VI I regolamenti parlamentari dovranno tutelare i diritti delle opposizioni: ora questo non è previsto.
VII L’ordinamento evolve in senso federale, come sta avvenendo in molti Stati moderni: viene riequilibrato il riparto delle competenze tra Stato e Regioni per garantire migliori servizi ai cittadini, senza compromettere l’unità del Paese. Alle Regioni vengono devolute particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e polizia locale. Tutte avranno le stesse opportunità, senza penalizzazioni per alcune aree rispetto ad altre e senza la differenziazione tra le Regioni, prevista dalla riforma del 2001. Si avrà quindi un federalismo equo, solidale ed equilibrato.
VIII Tutte le leggi regionali dovranno rispettare il criterio dell'interesse nazionale, non più previsto a seguito della riforma del 2001.
IX Sulle modifiche alla Costituzione sarà sempre possibile chiamare i cittadini ad esprimersi, mentre ora ciò non avviene se tali modifiche sono state approvate dalle Camere con la maggioranza dei due terzi.
X Aumentano le garanzie per i comuni e le province, gli enti più vicini ai cittadini: potranno ricorrere alla Corte costituzionale in caso di lesione delle proprie competenze.
I Viene ridotto il numero dei parlamentari: da 950 a 773, con significativo risparmio per le finanze pubbliche.
II Saranno i cittadini, e non più i palazzi della politica, a scegliere maggioranza parlamentare, coalizione di governo e primo Ministro: è il premierato.
III Non più due Camere identiche, l'una doppione dell'altra. Ora il Senato sarà federale ed avrà una sua funzione specifica: rappresentare le esigenze delle Regioni. La Camera si occuperà di quelle dello Stato.
IV Semplificato il procedimento legislativo. Non più lunghi e ripetuti passaggi di testi fra le due Camere, ma ciascuna Camera approverà le leggi nelle materie di propria competenza. Il risultato sarà la riduzione dei tempi e dei costi per le casse pubbliche.
V La legge dovrà stabilire limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate.
VI I regolamenti parlamentari dovranno tutelare i diritti delle opposizioni: ora questo non è previsto.
VII L’ordinamento evolve in senso federale, come sta avvenendo in molti Stati moderni: viene riequilibrato il riparto delle competenze tra Stato e Regioni per garantire migliori servizi ai cittadini, senza compromettere l’unità del Paese. Alle Regioni vengono devolute particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e polizia locale. Tutte avranno le stesse opportunità, senza penalizzazioni per alcune aree rispetto ad altre e senza la differenziazione tra le Regioni, prevista dalla riforma del 2001. Si avrà quindi un federalismo equo, solidale ed equilibrato.
VIII Tutte le leggi regionali dovranno rispettare il criterio dell'interesse nazionale, non più previsto a seguito della riforma del 2001.
IX Sulle modifiche alla Costituzione sarà sempre possibile chiamare i cittadini ad esprimersi, mentre ora ciò non avviene se tali modifiche sono state approvate dalle Camere con la maggioranza dei due terzi.
X Aumentano le garanzie per i comuni e le province, gli enti più vicini ai cittadini: potranno ricorrere alla Corte costituzionale in caso di lesione delle proprie competenze.
giovedì 1 giugno 2006
Di notte tutte le vacche sono nere
Forza Italia non è un partito, non ha radicamento nel territorio, non ha dibattito interno, non ha organi elettivi, non ha sedi e non ha strutture: in compenso è il primo "partito" in Italia.
I D.S. con tutto il loro apparato, i centri sociali, le cooperative, i sindacati, i patronati, le feste dell'Unità ed il volontariato, nemmeno si avvicinano ai numeri di F.I.
Perché?
La risposta è articolata, ma si può ridurre ad un nome e cognome: Silvio Berlusconi.
La forza di un messaggio di libertà, la lotta al grigiore del comunismo, la rivalutazione dell'individuo, il ripudio della violenza, l'amore per la giustizia, la riscoperta del privato e il sogno di un'Italia più bella e più ricca, hanno entusiasmato milioni di persone che si riconoscono nel loro leader.
Ma quando il messaggio alto si scontra con la politica di tutti i giorni e si spegne nelle lotte per il potere, l'elettore di F.I. si ritrae, si defila e non gradisce. A livello locale, purtroppo, gli amministratori sono visti come le vacche di notte: tutte nere.
Solo il Capo riesce a dare serenità, solo per il Capo ci si mobilita, solo il Capo è dalla nostra parte.
Allora urge un partito, dal basso, organizzato, elettivo, che sappia discutere e proporre, che sappia seguire, ma anche anticipare il Capo: c'è tanta voglia di farsi sentire, di essere ascoltati e di fare il tifo.
Facciamo il partito delle Libertà: facciamolo domani, chi c'è, c'è.
I D.S. con tutto il loro apparato, i centri sociali, le cooperative, i sindacati, i patronati, le feste dell'Unità ed il volontariato, nemmeno si avvicinano ai numeri di F.I.
Perché?
La risposta è articolata, ma si può ridurre ad un nome e cognome: Silvio Berlusconi.
La forza di un messaggio di libertà, la lotta al grigiore del comunismo, la rivalutazione dell'individuo, il ripudio della violenza, l'amore per la giustizia, la riscoperta del privato e il sogno di un'Italia più bella e più ricca, hanno entusiasmato milioni di persone che si riconoscono nel loro leader.
Ma quando il messaggio alto si scontra con la politica di tutti i giorni e si spegne nelle lotte per il potere, l'elettore di F.I. si ritrae, si defila e non gradisce. A livello locale, purtroppo, gli amministratori sono visti come le vacche di notte: tutte nere.
Solo il Capo riesce a dare serenità, solo per il Capo ci si mobilita, solo il Capo è dalla nostra parte.
Allora urge un partito, dal basso, organizzato, elettivo, che sappia discutere e proporre, che sappia seguire, ma anche anticipare il Capo: c'è tanta voglia di farsi sentire, di essere ascoltati e di fare il tifo.
Facciamo il partito delle Libertà: facciamolo domani, chi c'è, c'è.
I numeri dietro la propaganda. The Right Nation
http://ideazione.blogspot.com/2006/05/i-numeri-dietro-la-propaganda.html
Consiglio la lettura del post ai compagni. Le nostre fonti sono il Ministero degli Interni, le vostre le bacheche dei centri anziani.
Consiglio la lettura del post ai compagni. Le nostre fonti sono il Ministero degli Interni, le vostre le bacheche dei centri anziani.
Allarme conti pubblici, solita bufala mediatica. Giancarlo Colombo
Pochi giorni fa una società privata di rating economico e finanziario, la Fitch ha gettato l’ennesimo allarme sui conti pubblici italiani. Siamo alla fine di maggio 2006 e la portavoce del Commissario europeo degli Affari economici e monetari dichiara che l’Italia deve applicare con rigore la finanziaria di quest’anno ed adottarne una per il 2007, che segua lo stesso percorso di consolidamento. Insomma dopo Eurostat, Ecofin, Eurogruppo e Commissione Europea alla fine dei primi cinque mesi del 2006 siamo alle solite. Basta una ipotesi di sospetto di allarme, per far crescere i dubbi, i problemi, non solo sulla tenuta dei conti pubblici ma sulla loro regolarità amministrativa.
Dove porti questo gioco al massacro nei confronti del Paese non ho altri modi per dirlo, che segnalare con data certa che il Commissario Almunia ancora una volta per mezzo della sua portavoce ha dichiarato che la Finanziaria 2006 è, se osservata con professionalità, lo strumento principe per mantenere quella ripresa economica che si è manifestata nel 2005, e che l’Istat con i consuntivi di fine marzo 2006 ha certificato. E l’Istat non li ha certificati in base a supposizioni, ma in base a consuntivi di maggior fatturato estero ed interno, di maggiori ordini e quindi di maggior produzione.
Da questo circolo virtuoso nasce un maggior Pil e quindi maggiori introiti per lo Stato che deve essere messo in condizione di far rientrare il rapporto debito/Pil nei parametri dei trattati europei senza deflazionare la ripresa per timore di un’inflazione. Un equilibrio dinamico che il precedente governo era riuscito a creare e che ha bisogno, non negli interessi di questo o quell’esecutivo, di essere portato avanti. E poi non è neanche possibile che una qualunque società privata Fitch possa inficiare senza dare le quantità monetarie a suo dire sub judice, la credibilità del nostro Paese. Certo è facile in campagna elettorale dire “tutto va male madama la marchesa” ma poi alla riprova dei fatti e delle certificazioni comunitarie dire: dobbiamo cambiare perché tutto vada meglio. Tutti abbiamo letto “il Gattopardo” e ne abbiamo tratto la lezione che non si può cambiare tutto perché tutto resti uguale.
Vogliamo cambiare la Finanziaria 2006, seguiamo almeno quanto il neo senatore Ds Angelo Polito e il vicepresidente europeo Tajani hanno dichiarato. E cioè che in base al mandato europeo per procedere nel campo penale ci vogliono le prove e non i sussurri e grida, aggiungo io. E quello che va bene per i risvolti dell’agire umano nel penale va bene in economia. E se i conti pubblici fossero taroccati come le insinuazioni di Fitch lasciano intendere, quale sarebbe la Corte di giustizia davanti alla quale processare i responsabili? Ma per favore smettiamola di immaginare scenari disastrosi per poi andare a cercare i sospetti e gli indizi. Voglio solo aggiungere che ne va di mezzo la credibilità di chi dà fiato a queste bizzarrie e non certo il Paese che lavora e produce nel campo dei servizi e dei beni durevoli, strumentali e di consumo. Altrimenti ci facciamo male da soli con una serie di autogol da far rimpiangere il mitico Comunardo Niccolai. Occupiamoci piuttosto di trasporti, energia pulita e rinnovabile, energia nucleare, e perché no di ricerca e innovazione e magari dei risparmi da non penalizzare con nuove imposte avendole già pagate al momento del percepimento, tipo l’accantonamento del Tfr.
Dove porti questo gioco al massacro nei confronti del Paese non ho altri modi per dirlo, che segnalare con data certa che il Commissario Almunia ancora una volta per mezzo della sua portavoce ha dichiarato che la Finanziaria 2006 è, se osservata con professionalità, lo strumento principe per mantenere quella ripresa economica che si è manifestata nel 2005, e che l’Istat con i consuntivi di fine marzo 2006 ha certificato. E l’Istat non li ha certificati in base a supposizioni, ma in base a consuntivi di maggior fatturato estero ed interno, di maggiori ordini e quindi di maggior produzione.
Da questo circolo virtuoso nasce un maggior Pil e quindi maggiori introiti per lo Stato che deve essere messo in condizione di far rientrare il rapporto debito/Pil nei parametri dei trattati europei senza deflazionare la ripresa per timore di un’inflazione. Un equilibrio dinamico che il precedente governo era riuscito a creare e che ha bisogno, non negli interessi di questo o quell’esecutivo, di essere portato avanti. E poi non è neanche possibile che una qualunque società privata Fitch possa inficiare senza dare le quantità monetarie a suo dire sub judice, la credibilità del nostro Paese. Certo è facile in campagna elettorale dire “tutto va male madama la marchesa” ma poi alla riprova dei fatti e delle certificazioni comunitarie dire: dobbiamo cambiare perché tutto vada meglio. Tutti abbiamo letto “il Gattopardo” e ne abbiamo tratto la lezione che non si può cambiare tutto perché tutto resti uguale.
Vogliamo cambiare la Finanziaria 2006, seguiamo almeno quanto il neo senatore Ds Angelo Polito e il vicepresidente europeo Tajani hanno dichiarato. E cioè che in base al mandato europeo per procedere nel campo penale ci vogliono le prove e non i sussurri e grida, aggiungo io. E quello che va bene per i risvolti dell’agire umano nel penale va bene in economia. E se i conti pubblici fossero taroccati come le insinuazioni di Fitch lasciano intendere, quale sarebbe la Corte di giustizia davanti alla quale processare i responsabili? Ma per favore smettiamola di immaginare scenari disastrosi per poi andare a cercare i sospetti e gli indizi. Voglio solo aggiungere che ne va di mezzo la credibilità di chi dà fiato a queste bizzarrie e non certo il Paese che lavora e produce nel campo dei servizi e dei beni durevoli, strumentali e di consumo. Altrimenti ci facciamo male da soli con una serie di autogol da far rimpiangere il mitico Comunardo Niccolai. Occupiamoci piuttosto di trasporti, energia pulita e rinnovabile, energia nucleare, e perché no di ricerca e innovazione e magari dei risparmi da non penalizzare con nuove imposte avendole già pagate al momento del percepimento, tipo l’accantonamento del Tfr.
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