martedì 10 ottobre 2006

Indurre la badante a denunciare il vecchietto. Davide Giacalone

Stiano attenti, i pensionati che si fanno assistere da una badante non regolarizzata, perché rischiano di essere trattati come quei criminali che riducono le ragazze in schiavitù e le costringono a prostituirsi. Anzi, finiranno peggio, perché secondo il ministro Paolo Ferrero si deve premiare l’immigrato che denuncia l’italiano sfruttatore, ma mentre i papponi sono discretamente violenti e vendicativi, quindi temibili, il vecchietto è già un miracolo se sta in piedi, quindi denunciarlo sarà uno spasso.
Il pregiudizio classista ha portato il ministro ad un bel paradosso: siccome il lavoratore è la parte debole per definizione, ne deriva che l’anziano non autosufficiente è la parte forte, denunciamolo, tassiamolo, multiamolo. Prima, però, ricattiamolo. Già immagino la scena, con l’affezionata badante che, un bel giorno, gli dice: o mi dai dei soldi o ti denuncio, così ottengo anche il permesso di soggiorno.
Il lavoro in nero non è affatto una bella cosa, così come non lo è l’economia sommersa, che è tale solo per il fisco, giacché immette nel mercato beni e servizi alla luce del sole. Ma pensare di combattere il fenomeno facendo passare le famiglie italiane per schiaviste e le madri lavoratrici come espressione del dominio capitalista, è da matti. Giuliano Amato ha sostenuto che è il lavoro nero ad attirare gli immigrati, non certo l’accattonaggio. Anche lui commette un errore: non il lavoro nero, ma il lavoro. Posto, però, che solo pochi pervertiti provano gusto a violare le leggi, e posto che tenere manodopera in nero è comunque un rischio, ci si domandi il perché questo avviene. E la risposta è la seguente: perché il costo di regolarizzazione è troppo alto, una famiglia che assume una collaboratrice per otto ore quotidiane, regolarizzandola fa crescere enormemente il costo dell’operazione, ed anche per la raccolta dei pomodori, se si carica il peso fiscale di tutte le regolarizzazioni si finisce con il mangiare sugo cinese, dove la schiavitù si accompagna alla pena di morte.
Il governo che cerca i soldi per dare agli industriali una riduzione del cuneo fiscale sta tentando, con queste proposte, di riversarne il costo sulle famiglie e sui settori più poveri, per giunta promettendo un premio ai presunti sfruttati. Dalla lotta di classe alla botta di tasse.

lunedì 9 ottobre 2006

"I giusti". Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

venerdì 6 ottobre 2006

La meritocrazia è preziosa per i deboli. Davide Giacalone

Nella legge finanziaria, a saper cercare, ci si trova di tutto. Dicevamo della proibizione di vendere alcool ai minorenni, concordando. Ma dei giovani ci si occupa anche per quel che riguarda la selezione scolastica, che già è estremamente bassa.
Ebbene, nell’articolo 66 si ragiona così: avere dei ripetenti significa dovere affrontare costi superiori, perché la stessa persona frequenta due volte la stessa classe, allora, per risparmiare è necessaria “l’adozione di interventi finalizzati alla prevenzione ed al contrasto degli insuccessi scolastici attraverso la flessibilità e l’individualizzazione della didattica, anche al fine di ridurre il fenomeno delle ripetente”. Una prosa che, già da sola, racconta quanti guasti crea il non bocciare taluni.
Il criterio in sé, secondo il quale promuovendo tutti si risparmia, non merita d’essere commentato. Interessa di più capire chi viene danneggiato, chi paga. Ecco, deve essere chiaro che una scuola non formativa e non selettiva è una gran fregatura per i più svantaggiati e, per dirla in modo più preciso, per i più poveri, per quei ragazzi che non erediteranno una rendita di posizione. Se sei figlio di un ricco, campi tranquillo riscuotendo affitti, interessi, cedole. Se sei figlio di un notaio puoi anche studiare diritto colpendo di rovescio, tanto, alla fine, ti lasciano uno studio dispensabolli con il quale campi più che bene. Anche il figlio del tassista, in barba all’iniziale decreto Bersani, può contare sul non aumento delle licenze. Ma chi nasce in famiglie che si guadagnano da vivere cercando spazi nel mercato, chi non ha rendite sulle quali contare, chi non ha santi cui votarsi, chi può contare solo su se stesso e sulle proprie capacità paga, ed assai caro, il fatto d’investire anni ed anni della propria vita in una scuola che non promuove e fa avanzare i più bravi, fermando gli altri, ma, al contrario, promuove tutti, lasciando che le differenze rimangano, ma siano date dal come si è nati. Una grande ingiustizia.
La lettura di quel comma, con il suo andamento cunicolare e malsociologico, induce a pensare che sia in corso uno sforzo affinché nessuno resti indietro.
Sembra giusto, ma non lo è. La scuola pubblica deve essere aperta a tutti, e tutti devono essere messi nelle condizioni d’eccellere. Ma, dopo, chi eccelle deve andare avanti e chi non riesce ha il diritto di impiegare in modo più produttivo il tempo. Alla fine, insomma, si riafferma l’idea che il sistema dell’istruzione ha come scopo il titolo di studio, e siccome tutti hanno diritto a studiare tutti hanno diritto al titolo di studio. Con questo andazzo, appunto, sono i più deboli a rimetterci, mentre i più forti possono tranquillamente conservarsi tali, oltre che, eventualmente, zucconi.

Il "caso Redeker" e un po' di storia. Raffaele Iannuzzi

http://www.ragionpolitica.it/testo.6561.caso_redeker_storia.html

L'Islam vuole la nostra sottomissione e noi siamo incapaci di capirlo

giovedì 5 ottobre 2006

Conti commissariati. il Foglio

La sciocca idea di un’altra commissione di verifica della spesa pubblica

Da un articolo di ieri sul Giornale di Fabrizio Ravoni – molto informato sulle questioni di finanza pubblica – si scopre che l’articolo 46 della Finanziaria sostituisce la commissione di garanzia per la statistica, con una nuova che non si occuperà soltanto della regolarità delle procedure della statistica nazionale, ma avrà anche poteri sull’informazione statistica fornita dalle amministrazioni che si occupano di finanza pubblica. L’articolo 46 ha allarmato la Ragioneria generale dello stato – l’organismo inquadrato tra i dipartimenti del ministero dell’Economia che predispone la legge di bilancio e la Finanziaria, e verifica la compatibilità finanziaria delle leggi di spesa – perché teme un commissariamento di fatto da parte di Palazzo Chigi da cui dipende la nuova commissione.
L’idea di istituire un nuovo soggetto è insensata almeno per due motivi. Primo: la commissione si sovrapporrebbe ad altri organismi di verifica, oltre alla Ragioneria c’è la Corte dei Conti e per la parte statistica (di intrinseco valore politico) l’Istat e in proiezione Eurostat. Secondo: subito dopo le elezioni il neo-ministro dell’Economia ha istituito una inutile commissione di verifica dei conti pubblici che, dopo aver promesso di svelare terribili segreti contabili, ha finito con il confermare i dati sul deficit già comunicati in campagna elettorale dal governo uscente, precedentemente accusato di mentire. E nel caso avesse dato numeri diversi l’unico ad avvantaggiarsene sarebbe stato l’arbitro delle guerre di cifre, Luca Ricolfi, il quale sul numericamente corretto sta costruendo una solida fortuna di ricerca

mercoledì 4 ottobre 2006

"Imploderanno"

La capacità di "fiutare l'aria" del genio di Arcore si dimostra vincente anche in questi giorni.
"Imploderanno" aveva detto ed effettivamente sono sulla buona strada per implodere.
Governare è molto, ma molto più difficile che stare all'opposizione, anche se è molto, ma molto più gratificante. Rinunciare al potere per chi ama il potere fine a se stesso è quasi impossibile: allora ecco che assistiamo, tra i vari galli del pollaio, a lotte furibonde smorzate da richiami all'ordine più o meno espliciti degli alleati.

Il loro problema è... Berlusconi.
Il Cavaliere non parla, non si esibisce, non esterna e non commenta: a loro manca il collante che li tiene uniti, che consente loro lo sfogo liberatorio e oscura le loro diversità e le loro distanze.
Non avendo il capro espiatorio su cui riversare il loro odio e trovare l'unione nel linciaggio mediatico, si azzuffano tra loro e dimostrano la mancanza di un progetto unitario e condiviso.
Se facciamo mente locale durante il governo della Cdl l'opposizione non ha mai presentato programmi alternativi, ma il loro messaggio era cancellare tutti i provvedimenti del governo Berlusconi: e, purtroppo, ci stanno riuscendo.
Il loro progetto era la sconfitta del centrodestra attraverso la continua e costante demonizzazione del suo leader; nessun altro piano, nessun' altra idea, nemmeno una proposta: solo distruggere, demolire, demonizzare.
Adesso che il bersaglio dei loro attacchi si è tolto dalla traiettoria, sono costretti a fare i conti tra loro, a guardarsi in faccia e rendersi conto che non sono alla Mecca, ma nella m... .

lunedì 2 ottobre 2006

SONOUNCOGLIONE.COM. Magna Carta

Suscitò un grande scandalo Silvio Berlusconi davanti all’assemblea di Confcommercio, poco prima del voto del 9 aprile, quando disse: “Ho troppa stima per l'intelligenza degli italiani per credere che ci possano essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse”.
Si era allora nel pieno della polemica tra il premier uscente e Romano Prodi sulla questione delle tasse. Berlusconi sosteneva che il centro-sinistra sarebbe ricorso a un maggiore prelievo fiscale nel tentativo di far quadrare il bilancio pubblico; Prodi giurava e spergiurava che non sarebbe andata così: “sono tutte balle”, diceva infatti a più riprese.
Sull’epiteto usato da Berlusconi fiorirono subito siti internet, blog, spillette, manifestazioni e girotondi: tutto all’insegna della goliardaggine e dell’ironia. Moltissimi elettori di centro-sinistra, in quei giorni, indossavano fieramente un distintivo con la scritta: “sono un coglione”.
Oggi che il governo ha reso note le sue decisioni circa l’aumento dell’aliquota irpef su quei “ricchi” che guadagnano oltre 70 mila euro l’anno, molti di quei distintivi andrebbero rispolverati.
Questa volta senza ironia e magari con una postilla: aveva ragione lui.

Visitors

Sono dappertutto.
Li trovi sull'autobus, ai giardini, in piazza, alla posta, si mimetizzano vestendosi come noi, hanno le nostre sembianze, hanno il nostro colore della pelle, sembrano proprio dei nostri.
Li riconosci solo quando parlano, allora ti accorgi che non sono italiani.
Ce ne sono molti di più di quanti immaginiamo perché, quelli che vengono dai Paesi di razza bianca, non li riconosci subito.
La cosa non mi spaventa, mi preoccupa. Per anni abbiamo diffidato di nostri connazionali che venivano dal sud, li abbiamo spesso discriminati, sfruttati e tenuti alla larga, ma parlavano la nostra stessa lingua e avevano le nostre stesse radici e tradizioni. Siamo stati irriconoscenti, superficiali ed anche un po' razzisti.
Oggi, forse, commettiamo l'errore contrario: troppo aperti, troppo disponibili e troppo arrendevoli. La mia preoccupazione deriva dal fatto che non c'è omogeneità tra diritti e doveri: loro hanno troppi diritti e pochi doveri e la parità con noi "residenti" finisce per essere un vantaggio per loro.
Non vorrei essere accusato di razzismo (oggi è diventato un termine più usato di antifascismo), ma mi piacerebbe che se ne parlasse senza falsi pudori, per cercare di risolvere il problema, partendo dal presupposto che gli extracomunitari sono una risorsa per il nostro Paese.
Ho gettato il sasso nello stagno, aspetto di vedere i cerchi concentrici nell'acqua....

mercoledì 27 settembre 2006

L'Italia di cera

Scandali, scandalini e scandaletti: non ne posso più.
Siamo un popolo che digerisce tutto, dimentica e perdona troppo. Siamo i campioni mondiali dei diritti e gli analfabeti dei doveri. Non c'è legge che non sia aggirata, non esiste la certezza del diritto e la pena è un optional. Sopportiamo le peggiori ingiustizie, assistiamo a nefandezze di ogni genere e lasciamo passare indecenze di ogni tipo: vaccinati e immuni da protesta.
Sarebbe ora di finirla, dobbiamo ribellarci.
Non mi riferisco solo a quanto succede in questi giorni, ma in generale ad un andazzo che dura da anni e che -a mio avviso- vede la mentalità della sinistra corresponsabile. Non è possibile predicare la supremazia di certi ideali, volerli imporre e non aspettarsi reazioni. Non è possibile pretendere di avere sempre ragione e dimenticare le ragioni degli altri. Non è possibile fomentare la lotta di classe, giustificare la violenza ed evitare che si espanda nella società.
Sacrosanti i diritti di Caino, ma i diritti di Abele che fine hanno fatto?
Tutto permesso, regole saltate, giustizia in crisi- spesso smaccatamente di parte- lassismo e mancanza di rispetto, sono tra i mali che affliggono la nostra Italia.
Le colonne portanti della nostra tradizione, del diritto, dell'etica e persino del buonsenso, si squagliano come cera al caldo di nuove ideologie che non ci appartengono: ben venga un'era glaciale.

Nuova Cdl, in soffitta i sogni Udc. Giancristiano Desiderio

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=121758

Incompatibili tra loro le linee guida del centrodestra di Pera e Casini.

Da Roma a New York, otto mesi di gaffe. il Giornale

C’è qualcosa o qualcuno, un demone sulla spalla, uno spiritello che lo insegue e lo perseguita. C’è un nemico che tallona Romano Prodi da vicino e ogni tanto – eh - ehh! – lo accoltella alle spalle, quando meno se lo aspetta. Se stesso. I primi cento giorni di governo del Professore, a parte la sofferenza dei tredici partiti riottosi, e dei tanti alleati più o meno infidi, hanno avuto un protagonista: il doppio – gaffeur di Romano Prodi, il suo alterego dalla lingua lunga, un Peter Sellers con accentoe miliano-romagnolo (ricordate Oltre il giardino?) che ogni tanto – nei momenti critici – irrompe sulla scena con l’incedere di un elefante in cristalleria e una battuta di troppo.
Margherita«suicida». Il primo schizzo di umor nero macchiò la prima pagina di La Repubblica proprio all’inizio della campagna elettorale, una letterina (oggi dimenticata) piena di furore contro i soci dell’Ulivo che remavano contro. Tutto fu sanato, mediato e ricomposto: ma pochi mesi dopo, sempre dalla fatidica Cina (quanto è costata al professore la passione sinologica del figlio Giorgio!) Prodi cesellò un commento laconico e spietato sul comitato nazionale della Margherita che aveva respinto (allora) la proposta di liste uliviste. Francesco Rutelli coniò lì il suo stile mamitico del «pane&cicoria», Prodi sibilò feroce: «E’ un suicidio!».
Roma ladrona. A volte è la bizza di carattere che agita la scimmia. Altre è la facondia disinibita, l’idea che se lo fai in romagnolo, sibililando e sorridendo – eh - ehh!- puoi dire tutto quel che vuoi. La gaffe più topica della campagna elettorale si verifica durante una trasmissione radio di Linus, quando il futuro premier dice: «Roma è bella ehhh, mi piace checché ne dicano... ma non ci abiterei. Ad abitarci davvero no». Ma come, a venti giorni dal voto? Persino Walter Veltroni fu costretto a distinguersi («Mi dispiace, Romano ha sbagliato»), quei discolacci di An, invece, tappezzarono la Capitale di manifesti sarcastici: E chi te ce vole!
«Non ho la bolletta...». Su Ici, tasse e successioni, come è noto è un pasticico. Nell’intervista a Lucia Annunziata poi (su Raitre, alla vigilia del voto) è memorabile lo scambio di battute. «Professor Prodi, lei ha una casa?». E lui: «Sì: una a Bologna e una a Bruxelles più...un nono di una casa di campagna» (dopo le elezioni, badabene, la casa di campagna è diventato «il castello dei Prodi»!). La giornalista: «Quanto vale?». Il professore: «Beeeh... 600-650 mila euro?». Lei: «E quanto paga di Ici?'». Lui:«Non lo so... Ehhh... se lo avessi saputo le avrei portato la bolletta...». Mitico.
«Abbiamo vinto!». Ma l’incidente topico, il vero passo falso, si verifica la sera del voto, con la celebre dichiarazione di piazza Santi Apostoli.
Quella volta, ad animare la scimmia, sulla spalla del Professore fu lo choc anafilattico - adrenalinico del risultato imprevisto: alle tre del pomeriggio ti danno vincente di sei punti; alle sei e mezza dovresti celebrare la tua vittoria (ma non ti presenti); alle undici di sera ti dicono che stai perdendo e hai il down. Quando lo scrutinio nella notte gli regala la Campania, per un soffio di voti, la scimmia si cala in Prodi, che era sul palco, e prende a parlare con voce rauca: «Grazie.... grazie per la bellissima campagna elettorale... abbiamo vinto!».
Vinto? Ad urne aperte era troppo, persino Ciampi lo tenne a bagnomaria per un mese, e lasciò il Quirinale senza dargli l’incarico.
Siria&Iran. Questa estate il Professore si ritrova improvvisamente senza comunicatori intorno: tutti in ferie, da Rodolfo Brancoli a Silvio Sircana, a Sandra Zampa. È il tempo della luna di miele, si autogestisce, parla pochissimo. Gli sfugge un moto di gioia: «Visto come vado bene da solo?». Meglio mordersi la lingua, perché subito dopo, in politica estera non gli va bene: un giorno gli scappa detto che sul Libano deve «mediare Theran» (e dice che è stato frainteso).
Un altro annuncia che ci sarà «pattugliamento al confine «d’accordo con la Siria» (e il giorno dopo Bashar Assad lo fa smentire). Magari il Prof aveva ragione, ma la scimmia chiacchierona gli aveva fatto dire una parola. Di troppo.
«In Aula Io?» Dalla Cina, mentre precipita in Italia il caso Telecom, e le opposizioni, in nome del galateo istituzionale gli chiedono di andare in aula, la scimmia di nuovo si impadronisce del Professore, gli grida in gola il suo disappunto: «Ma che siamo matti?». Stavolta, a dirgli che in Parlamento ci si deve andare, che è la democrazia, bellezza! è Fausto Bertinotti. Le ultime due perle? Arrivano a raffica. La prima: «Siamo contro l’embargo delle armi» (come come? Scimmia guerrafondaia?). La seconda: «Siamo favorevoli al fatto che la Cina resti una» (Scimmia anti-Tawan).
Guardie svizzere. Sulle minacce a Papa Ratzinger, si arriva al capolavoro: «La sicurezza del Pontefice? Ci penseranno le sue guardie». Roba che nemmeno i mangiapreti. Il curato di campagna (definizione che Prodi fece sua) ha sfiorato l’apostasia. Errore fatale, per un cattolico che tutti gli anni si raccoglie a Camaldoli.
Doveva essere il «papa Romano», la scimmia – maledetta bestia – lo ha fatto sembrare un nuovo Milingo.

martedì 26 settembre 2006

E' un decreto salva-magistrati? Marco Taradash

http://riformatori.blogspot.com/

Dubbi, sospetti e analisi dopo il decreto varato in seguito alle vere o presunte intercettazioni nell'affare Telecom.

La Cina non è vicina. Massimo Pandolfi

Prima di sorridere e calcolare i profitti, un governo dovrebbe valutare come i partner potenziali rispettano i diritti umani. L’economia cinese va, ma a che costo? Quello di un Paese con 5 milioni di persone nei lager e 10mila esecuzioni l’anno.

Mancava solo Gianni Morandi. Non ha resistito, Romano Prodi, alla vanità di portarsi in Cina la coppa del Mondo vinta a luglio dai calciatori italiani, ma si è dimenticato di un altro... trofeo, il suo compagno cantante; bolognese, podista e più o meno catto-comunista come lui. Ci sarebbe stato a pennello. Volete mettere? Un bell’In ginocchio da te intonato dal Morandone ai «nostri amici cinesi che saranno sempre più nostri amici» (parole del premier) avrebbe messo il timbro, ufficiale e canoro, su una delle più assurde missioni mai effettuate all’estero dall’Italia.
Siamo andati – anzi, sono andati: in questi casi non ci sentiamo affatto rappresentati come italiani – in 1047 in Cina: il capo del governo, quattro ministri, vari sottosegretari, il presidente degli industriali (e di mezza Italia) Montezemolo, una corte dei miracoli fatta di imprenditori, una novantina di giornalisti in vacanza premio spesati da Regioni o Camere di Commercio (non certo dalle loro testate) e i soliti infiltrati. Milionate di euro, paga lo Stato: forse è stata la più faraonica spedizione del dopoguerra. Non c’era Gianni Morandi, ma anche senza la sua canzone i nostri prodi (Romano e gli altri 1046) son tornati con le ginocchia arrossate. Addirittura il premier ha chiuso col botto:«Basta con l’embargo delle armi da parte dell’Europa ai cinesi» ha detto. Persino i suoi cari amici della Ue lo hanno guardato male.
Una settimana di genuflessioni, sbornie di inchini cinesi, contratti firmati, affari, numeri, economia, business, pil e parametri di crescita. E i giornali, Corriere della Sera in testa, ci hanno ubriacati con i loro Giavazzi e Giavazzini vari, di analisi finanziarie, solo finanziarie, sempre finanziarie. La Cina va di moda, viva la Cina, è lì il futuro, apriamo le porte, non abbiamo paura, è così che si fa, prendiamo la Cina come modello, importiamo ingegneri cinesi. Ma che, scherziamo? Vogliamo prenderci in giro da soli? Abbiamo, anche solo per un attimo, la forza di confessarci cos’è davvero la Cina, quella reale, non quella finta che ci hanno fatto vedere la scorsa settimana o che magari ci verrà mostrata nel 2008 per le Olimpiadi? La Cina, se non altro per le dimensioni del Paese, è oggi la più brutale e sanguinaria dittatura del mondo. Prendete Hitler, prendete Stalin, prendete il dittatore che più detestate: bene, questi signori sono tutti dei dilettanti rispetto al Grande Dittatore cinese, che dopo Mao non ha in realtà un nome e un cognome, ma è ancora peggio perché è lo Stato, cioè il Partito Comunista, cioè una struttura che calpesta selvaggiamente e indistintamente ogni diritto umano.
Proprio perché indefinibile è una dittatura ancora più pericolosa. Per forza che l’economia va: circa cinque milioni di cinesi sono tenuti rinchiusi dentro i lager (che in Cina si chiamano laogai) e costretti a lavorare diciotto ore al giorno. Fanno di tutto, dalle scarpe ai computer. Vengono picchiati, umiliati, ammazzati. In Cina diecimila persone sono ogni anno condannate a morte e la pena capitale è prevista anche per l’evasione fiscale. In Cina per recitare un’Ave Maria ci si deve rinchiudere nei sotterranei, con l’incubo che arrivi la polizia e arresti tutto, compreso la preghiera. In Cina trenta poliziotti sono andati ad arrestare e malmenare un povero vescovo con suore e preti alla vigilia dell’arrivo dei “nostri prodi”; e succede così ogni anno, ogni mese, ogni settimana, ogni giorno. L’elenco e i numeri degli orrori cinesi li trovate dettagliatamente all’interno. E non è vero che la situazione sta migliorando: no, è sempre peggio.
Prima o poi esploderà tutto.
Giancarlo Politi, un sacerdote che ha passato più di 20 anni in Cina, ci ha detto: «Rischia di finire come una Jugoslavia moltiplicata per cinquanta. Molto peggio della Russia». Ma le sanno Prodi e i suoi compari tutte queste cose? Possibile che una gran donna come Emma Bonino si sia così inchinata al dio danaro? «Perché la democrazia non si può esportare», parole sue, ma questa è una frase un po’ pilatesca e tanto pericolosa perché recitata in quel tour sembra quasi voler dire: «a noi interessano i nostri affari, il resto sono affaracci cinesi».Perché il resto non è il resto.No, c’è qualcosa che viene prima dell’affare inteso dai “nostri prodi”.
Forse è il caso che ci si cominci anche a interessare degli affaracci cinesi. E questo non vuol dire non andare in missione, chiudersi a riccio, lasciare la miccia Cina laggiù in Oriente, sola soletta. No, sarebbe anacronistico, ovvio, e in fondo è da decenni che si va a Pechino, indifferentemente con governi di centrodestra o centrosinistra. Il guaio è che ci si va solo per firmare contratti economici e il “resto” (che non dovrebbe essere il “resto”, ma le fondamenta) è tutto un condensato di ipocrisie. «Dai, fate i bravi, rispettate i diritti umani, se no a noi dell’Ue ci tocca sgridarvi ancora con una letterina». E poi giù affari.In uno splendido articolo su Avvenire padre Bernardo Cervellera, una delle “sentinelle della libertà” più attente di tutto l’Occidente, ha chiuso un suo articolo così: «Un professore agnostico dell’università di Shanghai ci ha detto: “La Cina ha bisogno di una nuova rivoluzione culturale. Per millenni alcuni diritti sono stati una concessione dell’imperatore. è giunto il momento di scoprire che i diritti umani sono innati nella persona. Ma per fare questo, la Cina deve riscoprire che l’uomo è proprietà di Dio, non dello Stato”. Forse – è il commento finale di Cervellera – perché questo avvenga la Cina ha bisogno anche di occidentali che vadano in missione non soltanto per commerciare, ma per offrire il meglio della loro cultura: le radici cristiane, base dei diritti umani universali».
Una risposta ancora più concreta, immediata e facile facile su che cosa dovrebbe essere una missione in Cina, e su che cosa avrebbero dovuto fare i “nostri prodi” a Pechino, la dà il sessantanovenne Harry Wu, per 19 anni recluso in un laogai cinese. Ne è uscito solo perché è miracolosamente riuscito a fuggire; ora gira il mondo e racconta le vergogne cinesi e purtroppo in pochi lo ascoltano. Wu ha detto: «è molto semplice: quando gli italiani si siedono al tavolo per firmare un accordo, chiedano ai cinesi di mostrare i luoghi di lavoro, come sono pagati i lavoratori e come sono trattati. Se un governo non fa questo, allora vuol dire che pensa solo ai soldi».E quando si pensa solo ai soldi ci si chiude prima il cuore, poi gli occhi. E poi, nel trionfo dell’ipocrisia, ci si sbuccia le ginocchia.Peccato che il premier italiano non si sia portato dietro Gianni Morandi. Senza In ginocchio da te i nostri prodi si son dovuti sorbire in continuazione l’inno cinese. Si intitola La marcia dei volontari e fa così: «Avanti eroico popolo di tutte le nazionalità! Il grande partito comunista ci guida in una nuova marcia. Uniamoci! Come un sol uomo e marciamo verso il comunismo».
Questa è la Cina. Cos’è il comunismo, ormai lo sappiamo tutti. Auguri.

lunedì 25 settembre 2006

400 mila euro sprecati. Davide Giacalone

Ah, ah, ah. Il libro a causa del quale sono stato spiato dagli omini della Telecom, ed inserito nel loro prezioso “archivio Zeta”, è Il Grande Intrigo, che i lettori di Libero possono comodamente comprare al costo di euri tre. Una volta compratolo possono leggerlo, ed alla fine ne sapranno assai di più di quelli che hanno speso almeno 400 mila soldoni per farsi gli affari miei.
Dicono di avermi “radiografato”, commettendo un reato. Io di loro mi sono occupato in modo aperto, citando nomi e cognomi, anche delle fonti, e non sono stati in grado di smentire una sola parola di quelle che ho scritto. Proprio per questo trovavo, e trovo ancora, singolare che i fatti narrati non siano finiti prima all’accurata attenzione delle autorità preposte, ma, insomma, adesso, grazie a Tavaroli ed ai suoi accoliti, troverò qualche lettore in più.
A chi il libro lo ha letto, invece, è il momento di raccontare qualche retroscena. Io ci tengo allo stile, ci tengo all’onorabilità, pertanto non vado in giro a spifferare incontri e colloqui riservati. Ma visto che della riservatezza, gli interlocutori, hanno un’idea tutta personale ed assai originale, è bene che a giudicare siano i lettori (mentre della parte penale si occuperanno i giudici, spero in questo decennio). Quel che segue, sia chiaro, non cambia di una virgola il contenuto del libro, anzi, suggerisce l’opportunità di scriverne un altro.
Dunque, contrariamente a quel che le apparenze suggeriscono, io non faccio il giornalista. Mi occupo, da molti anni, di diritto delle telecomunicazioni. Conoscevo bene il mondo della Stet (la finanziaria che controllava Sip, Italcable e Telespazio, nei cui consigli d’amministrazione sedetti) ed alcuni degli uomini che per questa lavoravano, in giro per il mondo. Nel corso della gestione Colaninno si fecero, in Brasile, operazioni di rara demenzialità e di altissimo costo (trovate tutto nel libro, con particolari e cifre), al punto da allarmare chi ben conosceva quei mercati. Telecom, per molti di noi, era una bandiera nazionale, non una mucca da mungere, non mi piaceva lo spettacolo che stavamo dando e pensai che qualcosa si dovesse fare. Nello stesso periodo, però, Colaninno cedette Telecom a Tronchetti Provera. Finalmente, pensai, così la si finisce di smandrapparla e si potrà trovare una soluzione ragionevole al conflitto che, nel frattempo, si era aperto con i soci brasiliani.
Per il tramite di una comune conoscenza (l’allora viceministro all’economia, prof. Baldassarri), chiesi a Tronchetti Provera di parlargli. Lui fu assai cortese, mi chiamò al telefono, gli esposi la questione, mi disse che erano appena arrivati e non ne sapeva nulla, pertanto di prendere contatti con l’allora amministratore delegato, Bondi. Lo feci, si organizzò un incontro tecnico, vennero delle persone dal Brasile, si doveva incontrarsi con l’ufficio legale, ma, una mattina, in quel di Milano, saltò tutto. Bondi mi mandò una lettera dove scrisse che la faccenda riguardava gli azionisti e che non dovevano esserci intromissioni politiche. Giusto, gli risposi, ma quali intromissioni ci sono state? Nessuna, a mia conoscenza, a parte l’iniziale presentazione di Baldassarri, che mi sembrava, e mi sembra, del tutto normale. Comunque, si badi al sodo e si organizzi l’incontro fra gli azionisti, cioè fra Marco Tronchetti Provera e Daniel Dantas. L’incontro si fece. Per inciso, la mia tesi era che Telecom avesse torto marcio (tesi poi suffragata da sentenze), ma che la richiesta di Dantas fosse troppo esosa, si dovevano limitare i danni (fatti da Colaninno) e rilanciare la collaborazione. Nel mentre gli azionisti si preparano al primo incontro, spunta fuori un signore di nome Giuliano Tavaroli.
Mai visto né sentito, mi chiede un incontro. Lo vedo con la disponibilità di sempre. Mi riempie di complimenti (ancora grazie), dice che sono uno dei pochi a sapere tutto (il che era leggermente esagerato), poi mi fa la proposta: senta, lei conosce fatti e persone, del Brasile e non solo, noi, invece, non sappiamo quasi nulla, ci darebbe una mano? Volentieri, ma a fare cosa? A “sapere”. La cosa puzzava, ed il suo essere ex carabiniere, il quel contesto, non mi rassicurava. Gli dissi che ero disposto a collaborare con Telecom, affrontando la sostanza del problema brasiliano, nella speranza che la nuova proprietà facesse pulizia dove la precedente aveva seminato disastri. Non si fece più sentire.
Qualche mese dopo vidi crescere attività molto sospette, e dal Brasile mi facevano sapere che si stavano muovendo spie di ogni tipo. Chiamai Tavaroli, andai a trovarlo, e gli dissi: mi dicono queste cose, state attenti perché potrebbero provare a diffamarvi. Lui fu schietto: questi sono dei delinquenti, usano le spie e noi risponderemo con gli stessi strumenti. Fine, non ho più voluto vederlo. Il suo ragionamento era radicalmente sbagliato: se un tuo antagonista usa mezzi illeciti lo denunci, non prendi più spioni di lui.
Un passo indietro. Subito dopo l’acquisto di Telecom Tronchetti Provera si accorse che i conti erano in disordine e vi erano delle poste di bilancio, fra le quali spiccava il Brasile, sopravvalutate in modo scandaloso. Non so se avesse usato le informazioni che avevo fornito, ma, insomma, se ne accorse. A quel punto cosa fece? Secondo me avrebbe dovuto rivolgersi alla magistratura ed avviare un’azione contro chi aveva provocato quei danni alla società, che, è bene non dimenticarlo, non era sua, non era un suo affare privato, ma era quotata in Borsa e custodiva i soldi di miglia di risparmiatori. Invece fece una cosa diversa: chiamò Gnutti, che con Consorte e Sacchetti gli aveva venduto la Telecom contro l’opinione di Colaninno, e gli chiese uno sconto. Uno sconto per sé, per la Olimpia che aveva comperato, indebitandosi. Gnutti, che è più bravo, gli disse che lo sconto poteva scordarselo, ma gli avrebbe fatto un prestito, garantito da una quota di Olimpia, che si sarebbe intestata. Fu così che Gnutti, con la sua Hopa, tornò ad essere socio di chi controllava Telecom. E’ regolare, tutto questo? Credo di no, l’ho scritto, ma nessuno è intervenuto.
A quel punto, mi sembrava che il vaso fosse colmo. Ogni azione seria e ragionevole era inutile, il tavolo fra le parti era saltato, quella storia meritava d’essere raccontata, con il giusto grado d’indignazione e senza tacere nulla al lettore. Mentre inizio il lavoro, capita una cosa strana: il Giornale pubblica un’inchiesta a puntate, tutta ispirata alla difesa di Telecom da quei malfattori dei brasiliani (faranno lo stesso il Sole 24 Ore ed il Corriere della Sera), alla quarta puntata racconta di un incontro, a Milano, presso il Fuor Season, fra Tavaroli e l’amministratore delegato di Brasil Telecom, Carla Cico. Scrivono che Tavaroli sospettava vi fossero spie, così prese delle contromisure, e fece bene, perché quando uscì dalla camera, dopo un po’ di tempo, entrarono gli uomini della Kroll, che è un’agenzia internazionale d’investigazione. Un momento, scrissi sull’Opinione diretta da Arturo Diaconale, come fanno a sapere chi entra ed esce dalla camera di una signora? L’inchiesta s’interruppe, e Tavaroli non la prese bene.
Una mattina entro in studio, mi metto al tavolo da lavoro, accendo il computer ed ho la sensazione che si prova quando, all’aeroporto, prendi per sbaglio la valigia di un altro. Qualcuno aveva abbondantemente grufolato. Non sporgo denuncia, per due ragioni: primo perché non ho prove di nessun tipo (chi lo dice, se non io, che il computer era stato manomesso?), secondo perché capisco che quello che li infastidisce è il libro, di cui hanno avuto notizia ascoltando le telefonate. Quindi decido di fare una sola cosa, accelerare la scrittura.
Valuterà il mio avvocato (a proposito, lo straordinario Vittorio Virga si arrabbia sempre quando legge, come sul Corriere della Sera di ieri, concetti, a me riferiti, del tipo “indagato in Mani Pulite”, perché ritiene un suo successo il fatto che io sia stato assolto e prosciolto senza che nessuno abbia mai provato le iniziali accuse, mai, quindi, se la piantano gli fanno un piacere. Grazie. Auguro, di cuore, a Tavoli la stessa sorte), valuterà, dicevo, se avviare e quali azioni, ma a me disturba un’altra cosa. Mi disturba l’idea che, secondo alcuni, davvero siamo tutti uguali ed il più pulito ha la rogna, talché basta spiare una persona per poterla ricattare. Ecco, su questo, e per fatto personale, vadano pure a fare …..

venerdì 22 settembre 2006

Gente di mondo. da www.ingrandimenti.blogspot.com

Le entrate tributarie, in Italia, sono aumentate del 12,6% (pari a 24.214 milioni) nei primi 7 mesi dell’anno.Qualcuno, ingenuo, potrebbe pensare che sia un effetto virtuoso dei provvedimenti del precedente Governo ma noi, gente di mondo, sappiamo che invece è merito dell’attuale Governo…Esso infatti, pur non avendo ancora assunto alcuna iniziativa in grado di incidere sull’economia si è avvalso dell’effetto-annuncio, come ha limpidamente spiegato il nostro Presidente del Consiglio: “Questa è pura lotta all’evasione…Gli italiani sanno che non facciamo condoni e quindi la gente è saggia e capisce che c’è serietà. Il tutto senza nessuna variazione di aliquota, senza nessun cambiamento c’è stato un aumento degli introiti fiscali per in un anno in cui non è aumentato il reddito” – La Repubblica 07.08.2006
E fa nulla se l’Istat dice che, nell’ultimo anno, il fatturato industriale è aumentato del 5,5% e che gli ordinativi cresciuti dell’8%. E fa nulla se l’Istat informa che la disoccupazione è calata in 12 mesi passando dal 7.3% al 7.0% e che l’occupazione è aumentata del 2,4% portando il numero degli occupati a 23.187.000 con la creazione di 534.000 nuovi posti lavoro.Qualcuno, ingenuo, potrebbe credere che le entrate fiscali sono aumentate perché è aumentata la base imponibile ma noi, gente di mondo, abbiamo ben chiaro, con l’aiuto del Presidente Prodi lo confessiamo, che le tasse sono versate non in base al reddito ma sulla paura della lotta all’evasione e che l’effetto di quest’ultima è addirittura retroattivo.
Infine, il prezzo del barile di petrolio è iniziato a scendere.Qualcuno, ingenuo, potrebbe pensare che ciò sia dovuto alla scoperta, nelle acque del Golfo del Messico da parte della Chevron, di un giacimento da 15 miliardi di barili. Noi, gente di mondo, sappiamo invece che la riduzione del prezzo dell’oro nero è dovuta anch’essa all’effetto-annuncio. I paesi arabi si sono intimoriti quando l’Italia ha comunicato fieramente al mondo intero che non era più disposta a scherzare e che avrebbe inviato in Libano un contingente militare armato fino ai denti.Noi, gente di mondo, restiamo in attesa che il Governo confermi queste nostre intuizioni con un comunicato ufficiale che, ne siamo certi, non si farà attendere.[Monica]

giovedì 21 settembre 2006

Finalmente Montezemolo ha detto qualcosa di liberista. Alberto Mingardi

Anche Montezemolo due volte l'anno segna l'ora giusta. Dopo mesi di traccheggiamenti, passati spolverando senza convinzione una retorica sì liberista ma timida timida, e soprattutto lisciando nervosamente il pelo al governo, ieri il Presidente di Confindustria ha fatto professione di una fede nel mercato un po' meno di circostanza. Lo Stato "deve indietreggiare", ha detto al Corriere chiedendo il ritorno, e non la sospensione fino a giorni più propizi, delle privatizzazioni. Bravo.
Ma il Presidentissimo non è stato l'unico a dar colpi di maglio.
Lasciamo perdere Francesco Giavazzi, che a chi ha orecchi per intendere ha regalato un'analisi perfetta di che cos'è e perché è pericolosa la Cassa Depositi e Prestiti, cui Angelo Rovati avrebbe voluto affidare la remissione dei peccati di Telecom. Da Giavazzi ce lo si aspetta. L'affondo contro la "nuova Iri" da parte di Guido Rossi, per giunta amplificato da un giornalista come Federico Rampini, non certo una majorette del mercato globale, ecco, quella sì che è una sorpresa. Cosa sta succedendo?
Sta succedendo che siamo un Paese un po' più normale di quanto pensassimo.
L'arrocco su Telecom tentato da Romano Prodi era la mossa arrogante di chi sa di poter contare su un blocco di potere invincibile. Un network poderoso, ai vertici della finanza, ben radicato in tutti i centri d'irradiazione dell'opinione pubblica. Leader senza partito, Romano ha ben più che un gruppo parlamentarealle spalle: ha un branco, lasciatogli in eredità da Beniamino Andreatta, solidissimo grazie ad alcune personalità d'eccellenza (su tutti, Nanni Bazoli). Ma persino il branco più compatto ogni tanto viene messo in crisi dalla temerarietà del capo.
Angelo Rovati ci ha rimesso il posto, a salvaguardia del boss, e le sue dimissioni sono il contentino strappato a Prodi da un diverso agglomerato di potere. Da un'altra parte della sinistra, quella dalemiana. Che parla e si esprime nella lingua del mercato.
Operazione di abile dissimulazione? Vendetta per la fusione mancata fra San Paolo e Montepaschi, il piano diessino mandato a gambe per aria dal supermatrimonio bancario di agosto?
Può darsi. Ma sarebbe troppo malizioso liquidare come un battibecco d'interessi un dibattito che sta riportando al centro della discussioni questioni non da poco. Cosa deve fare lo Stato, quant'è giusto che il governo pretenda di sapere sull'attività di aziende private, come devono saldarsi politica e business.
Il fatto che la società italiana reputi ormai intollerabile un'ingerenza diretta come quella che è nelle ambizioni di Prodi è un segnale incoraggiante. Sì, è vero, Berlusconi non ha abbassato le tasse. Sì, è vero, dopo dodici anni di traversata nel deserto le grandi riforme sono ancora di là da venie. Però qualcosa è cambiato, se la parola "Iri" è un insulto, se il ritorno delle partecipazioni statali, periodicamente evocato dal ceto politico, nel mondo vero raccoglie solo fischi.
Qualcosa è cambiato, non tutto. Ci sono altri segnali meno interessanti. Due, su tutti. È bello che si senta in giro tanto amore per la concorrenza e la libera iniziativa, ora che è rotolata la testa di Marco Tronchetti Provera. Ma prima, i mujaheddin dell'impresa, dov'erano? Quando la stessa Telecom si è comportata men che rettamente rispetto ai suoi avversari di mercato, per esempio, chi alzava la testa? Quanti hanno guardato alle vicende bancarie presenti e passate con lenti meno annerite dal conformismo,sezionando i troppi e troppo stretti legami fra banca e politica? Quanti dei difensori professionisti dei grandi padroni si sono sporcati le mani con liberalizzazioni magari malviste, da chi ancora passa la vita a suggere dalla mammella di Stato?
C'è poi un assente ingiustificato nel dibattito. Il centro-destra.
Disfida di potere o discussione ideologica, la partita è tutta fra liberisti dalemiani e dirigisti prodiani, i destrorsi non toccano palla, se non fosse per qualche uscita di Berlusconi. È normale, che la parte politica che rappresenta le partite Iva, i professionisti, il popolo dei produttori del Nord, non abbia un pensiero organico e non estemporaneo su una cosetta non del tutto marginale come il ruolo dello Stato nella nostra società? Cercasi Cdl disperatamente. Di questo passo, a chi cerca un po' di liberismo non proprio posticcio, non rimarrà che un'altra destra: la destra della sinistra.
Prodi è convinto che il governo sia la continuazione dell’Iri con altri mezzi.
Carlo Panella

mercoledì 20 settembre 2006

Se il premier tende la mano al demonio. Carlo Pelanda

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=119990

Prodi farebbe bene a non incontrare il Presidente iraniano.

Laogai. Filippo Facci

Esercitazione per l'esame di giornalismo. Il candidato consideri che:1) Durante la seconda guerra mondiale, in Germania, quasi 8 milioni tra civili e prigionieri di guerra furono deportati per essere impiegati nell'industria tedesca. Erano praticamente degli schiavi. Poi, dal 1938, anche i campi di concentramento acquistarono un peso crescente nell'economia nazionale: nell'inverno del 1941 l'utilizzo dei prigionieri per lavoro coatto divenne preponderante,
e i campi, oltre a luoghi di detenzione, divennero sedi contrassegnate da condizioni e ritmi inumani;2) In Cina, nei primi anni Cinquanta, furono ideati dei campi di rieducazione e concentramento in cui dissidenti veri o presunti, perlopiù arrestati per reati politici o di opinione, venivano rinchiusi senza un'imputazione precisa e senza nessun genere di processo: non si trattava di prigioni, ma di autentici campi di lavoro, ideati da Mao,
che in condizioni aberranti (proibito parlare, proibito pregare, niente cibo se non produci abbastanza) divennero un pilastro dell'economia cinese.
Erano praticamente degli schiavi.Ciò posto, il candidato ha tre millesimi di secondo per indicare quale dei due sistemi di lavoro viva ancor oggi, e produca merce che giunge sino a noi. Ne indichi pure, se possibile, il nome.

Perché sull'Islam il silenzio è l'arma vincente. Rino Camilleri

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=120025

Attaccare l'Islam significa mettere a repentaglio la vita di milioni di cristiani.

martedì 19 settembre 2006

Telenovelacom. Davide Giacalone

http://www.davidegiacalone.it/index.php/economia/telenovelacom

Riflessioni di un esperto sullo "scandalo" Telecom Italia.

(...) Il vero conflitto d'interessi che esiste in Italia

non è quello di Berlusconi: è questo inestricabile intreccio di rapporti, interessi politici ed economici che coinvolge l'attuale maggioranza di centrosinistra. Sono questi antichi vizi della sinistra e degli imprenditori a lei vicini ad ingessare ed appesantire il sistema produttivo del nostro Paese: sono questi i santuari da liberalizzare, non i taxi o le farmacie. Il governo Prodi ha il dovere di fare chiarezza, in particolare per salvaguardare l'affidabilità del nostro Paese nei confronti degli investitori stranieri, fortemente turbati dagli sviluppi del caso Telecom. La credibilità dell'Italia è stata fortemente intaccata da questa sprovveduta condotta di Prodi; e tutto avviene nel quasi totale silenzio della stampa e delle televisioni progressiste, in passato sempre pronte a criticare Berlusconi. Emerge la solita sinistra che non rinuncia a calpestare tutto e tutti pur di ficcare il naso da tutte le parti, senza preoccuparsi di fare invasioni di campo. Alla faccia della superiorità morale. [David Consiglio]

lunedì 18 settembre 2006

giovedì 14 settembre 2006

Io non ci sto. Paolo Guzzanti

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=118461

Le ragioni del no alla missione in Libano del senatore di F.I.

L'11 settembre all'italiana. Magna Carta

L’11 settembre cinque anni dopo si celebra in Italia tra noncuranza e sfacciataggine. Basta guardarsi attorno per cogliere i segni di un modo farsesco di raccogliere la memoria di quella tragedia.
La teoria del complotto sembra essere la regina della festa. In modo ammiccante e quasi divertito giornali e giornalisti preferiscono cincischiare con le più assurde teorie cospiratorie piuttosto che cercare qualche idea nuova da spendere nel già spento dibattito pubblico. Enrico Mentana è il campione di questo andazzo. Matrix dedica all’11 settembre una puntata dal titolo “Le verità contrapposte” in cui darà spazio alle tesi complottarde e antisemite di un giornalista come Maurizio Blondet. C’è dunque la verità delle 2973 vittime uccise dai 19 terroristi di Al Qaeda in una mattina di settembre del 2001 e c’è la verità di Maurizio Blondet, con la benedizione di Mediaset.
Ma c’è anche chi, non credendo ai complotti della Cia o del Mossad, festeggia i terroristi vittoriosi e viene premiato a Venezia. E’ il caso dei registi Jean Marie Straub e Danielle Huillet, che hanno preso il premio alla carriera alla mostra del Cinema. Con un messaggio hanno fatto conoscere il loro pensiero alla giuria: “Finche ci sarà il capitalismo imperialistico americano, non ci saranno mai abbastanza terroristi”. E nessuno ha battuto ciglio.
Per l’11 settembre invece la Camera dei Deputati ospita un convegno dal titolo “La pace è l’imperativo. Vittime di un popolo vittima”, voluto dal Pdci e organizzato da Dacia Valent. Ospite d’onore è il rabbino ultraortodosso Moshe Friedman, vezzeggiato dalla sinistra radicale in Italia oltre che star dei campi antimperialisti per le sue tesi contro lo Stato di Israele e contro il sionismo, che Dio avrebbe giustamente punito con l’Olocausto. E’ così che la Camera di Deputati ricorda l’11 settembre.
Anche perché in questi stessi giorni, il presidente della Fondazione della Camera, Pierferdinando Casini, è a Teheran, per stringere la mano ad Ahmadinejad, il presidente iraniano che vuole cancellare Israele dalla faccia della terra e ritiene che l’Olocausto non sia mai esistito. Casini è volato in Iran con aereo di Stato e codazzo di giornalisti, il più acuto dei quali ha notato nel suo resoconto che l’ex presidente della Camera era molto più elegante del suo illustre ospite. Una vera lezione di stile.
Se sono bastati solo 5 anni per trasformare l’11/9 in una merce così contraffatta e vilipesa allora aveva ragione chi diceva: “Nulla sarà più come prima”. E’ infatti tutto molto peggio.

martedì 12 settembre 2006

Capire l'11 settembre. Valentina Meliadò

Io, come tutti, quel giorno non lo dimenticherò mai. Quelle immagini, quell'apocalisse in diretta televisiva, la follia umana che si mostrava in tutta la sua feroce potenza e si mischiava al coraggio e alla semplice grandezza di chi era lì a fronteggiare il finimondo, tutto questo rimarrà impresso nella mia memoria come un film assurdo, un incubo talmente eccessivo da non poter credere di non averlo solo sognato.
Forse è inutile ricordare che da allora tutto è cambiato, che il mondo non è più lo stesso, che la sfida che abbiamo di fonte sarà lunga e difficile, e che da quel giorno la paura accompagna la nostra vita quotidiana. Forse è inutile ribadire che l'11 settembre è stato un brusco risveglio per un Occidente che dopo la caduta del Muro di Berlino si è superficialmente proiettato in una infinita prospettiva di pace, e che i pochi anni che vanno dalla fine della guerra fredda alle Twin Towers sono stati vissuti con lo stesso spirito della Belle Epoque, che non a caso finì travolta dalla prima guerra mondiale. Abbiamo scelto l'incoscienza e ci siamo rifiutati di cogliere tutti quei segnali che - se letti per ciò che veramente significavano - ci avrebbero portati alle Torri prima dei terroristi che le hanno buttate giù.
Ma il dramma peggiore, quello che, a cinque anni di distanza, è demoralizzante, è che una vera presa di coscienza occidentale riguardo al terrorismo islamico ancora non c'è, ed anzi, oltre alle divisioni politiche ed alla incrinatura dei rapporti euro-americani, ora sono arrivate anche le tesi complottistiche, roba in cui - per quanto impegno ci si può mettere - non si riesce a trovare uno straccio d'appiglio credibile. Eppure ci si vuole credere. Ancora una volta, come negli anni della guerra fredda, il fascino della dietrologia demoniaca è più forte della verità nuda e cruda. Non bastano gli attentati e le stragi in tutto il mondo, non bastano i proclami di Bin Laden e dei suoi accoliti, non basta aver visto con i nostri occhi, aver udito con le nostre orecchie, la realtà non ci basta, ed è questo il motivo principale per cui questa guerra rischiamo di perderla.
Del nostro nemico non abbiamo capito nulla, mentre lui sa tutto di noi e, quando non usa le armi, sfrutta le nostre debolezze, i nostri buchi legislativi, i nostri scrupoli, la nostra stessa concezione della vita. E tesse la ragnatela degli anni a venire. Mentre noi, alla faccia dell'evidenza, troviamo mille scuse e giustificazioni al terrorismo islamico (tra cui una guerra scoppiata due anni dopo l'11 settembre), loro pianificano le proprie mosse in termini generazionali, con una concezione del tempo che ci ostiniamo a non capire perché, a differenza della nostra, è teleologica, si basa cioè sull'idea che la vittoria finale, prima o poi, arriverà. Mentre noi rintracciamo nella povertà (anche dove questa, oggettivamente, non c'è) la causa eterna del risentimento anti-occidentale, loro alimentano e propagandano un odio che è ideologico, arcaico e conquistatore.
L'Occidente è talmente secolarizzato da non credere più che la religione possa spingere ad atti estremi, ma dimentica che i fondamentalisti non conoscono la differenza tra potere laico e potere religioso; il Corano è la loro Bibbia, la loro Costituzione ed il loro paradigma morale, ed è chiaro perché tale concezione arcaica non possa che prefiggersi la conquista dell'Occidente: i due sistemi sono del tutto impossibilitati a convivere. Se a questo poi si aggiunge il desiderio di rivalsa storica, l'ostilità nei confronti della modernità e l'uso politico del risentimento anti-occidentale che le oligarchie, le teocrazie e le monarchie arabe fanno presso l'opinione pubblica dei propri Paesi per garantirsi la permanenza al potere, non ci si può stupire di quanto accade in tutto il mondo.
Io non credo (non ancora almeno), che il fondamentalismo goda dell'approvazione della maggioranza delle masse musulmane, ma certo i segnali che provengono dalle comunità islamiche europee sono preoccupanti e meriterebbero un ripensamento serissimo delle politiche di integrazione adottate in Europa sino ad oggi, tutto il contrario, purtroppo, di quanto ci si appresta a fare in Italia, dove il significato degli attentati di cinque anni fa ancora non è chiaro.
L'11 settembre 2001, che lo si voglia o no, non è scoppiata una guerra, ma ci siamo piuttosto accorti che qualcuno la guerra ce la sta facendo da decenni, con una determinazione e una preparazione decisamente superiori alla volontà occidentale di entrare nel conflitto.
L'America, che questo ritardo l'ha pagato sulla propria pelle, bene o male ha scelto di combattere, e nonostante gli errori commessi (tra cui lasciare incompiute le guerre intraprese, e non c'è nulla di più indecente che rendere inutili le morti provocate), esprime una determinazione a non arrendersi che è il segno di una presa di coscienza che in Europa continua a mancare. Con il rischio che questo comporta di dimenticare il significato - che rimarrà attuale ancora a lungo - dell'11 settembre.

L' Unione a Canossa. Paolo Guzzanti

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=117954

Se la sinistra fa autocritica, si può votare a favore della missione in Libano.

giovedì 7 settembre 2006

A ciascuno il proprio mestiere. Arturo Diaconale

http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=188&id_art=3688&aa=2006

La critica di Sergio Romano al Cavaliere diventa riconoscimento di insostituibilità.

Berlusconi risalirà in campo

E' finito il primo tempo della partita.
La squadra è negli spogliatoi in attesa del secondo.
Il capitano, allenatore, presidente e centravanti sta preparando la rimonta dopo la delusione dei primi 45 minuti.
Cambierà in parte la formazione, senza dubbio il modulo e alcuni giocatori faranno il loro esordio sul campo.
Chi pensa ad una partita di contenimento, giocata tutta in difesa si sbaglia di grosso: sarà battaglia vera ( come dicono i telecronisti) senza sconti e con la determinazione di chi vuole vincere.
Ci sono molti elettori che non hanno capito niente di Berlusconi e ci sono , purtroppo, anche politici che dimostrano di non avere la statura e le capacità di fare politica. L'impolitico per eccellenza dimostrerà che le idee, quando sono buone e valide, hanno il sopravvento sugli interessi e la corsa alle poltrone.
Siamo convinti che Berlusconi porterà la sua formazione alla vittoria e ci fidiamo delle sue scelte: giusto dare consigli, ma non dimentichiamo che è lui l'allenatore.

venerdì 1 settembre 2006

Ungheria, pentimenti tardivi. Giordano Bruno Guerri

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=115306

Un po' di storia per capire cosa avvenne nel '56 e che ruolo ebbero "il Migliore" e l'attuale Presidente della Repubblica.

giovedì 31 agosto 2006

Nefandezze estive in un mare di paradossi tra terroristi, pacifisti e slogan "Forza Onu". Sandra Giovanna Giacomazzi

Che l’Italia fosse un Paese straricco di paradossi lo avevamo già notato e anche scritto. Ma che i paradossi potessero raggiungere i livelli di concentrazione di nefandezza come quelli di cui abbiamo dovuto assistere quest’estate, non lo avremmo mai potuto immaginare. Parliamo di chi è riuscito ad associare gli Hezbollah, la cui -raison d’être- è l’annientamento dello stato d’Israele, ad un termine poco aggressivo come “resistenti”. E come se non bastasse, chi riesce ad associare gli ebrei ai nazisti. E chi addirittura paga una pagina di pubblicità su un quotidiano italiano per meglio vendere il concetto. Parliamo di chi gioisce per la “licenza di uccidere” se vuol dire poter sparare sui soldati israeliani e chi non intristisce per il fatto che la missione in Libano non prevede il disarmo degli Hezbollah. Parliamo di chi dovrebbe rappresentare le istituzioni di tutti gli italiani che all’estero andava a passeggio coi leader di Hezbollah e continua a predicare la sproporzionalità della reazione di un Paese sotto tiro di chi vorrebbe la sua estinzione. Parliamo dei guerrafondai, alias pacifisti, che durante la marcia per la pace Perugia-Assisi innalzavano immagini dell’uomo di guerra, Hassan Nasrallah, capo degli Hezbollah. Gli arcobalenati che camminavano con gli striscioni “Forza Onu”, quella forza che per loro significa legare le mani a Israele.
Parliamo di coloro che fanno finta di niente perché il giovane Angelo Frammartino non è stato ammazzato dagli israeliani come avrebbero preferito, ma da un palestinese, per sbaglio, avendolo scambiato per un ebreo. Parliamo del padre di Angelo che ha perdonato l’aguzzino di suo figlio perché, appunto, aveva sbagliato, non voleva uccidere suo figlio, ma un ebreo. E come padre, non lo troviamo meglio quindi, di un altro padre che ha preferito sgozzare sua figlia piuttosto che vederla felice e integrata nel nuovo mondo dove lui l’aveva portata a vivere. E come Anna Bono ci chiediamo dove sono finite tutte quelle femministe storiche che hanno letto “Dalla parte delle bambine”, un libro che criticava aspramente i genitori che denigravano le loro figlie vestendole di rosa e commettendo altri atti di tortura simili. E vorremmo sapere dove sono finiti gli ambientalisti che ci hanno privato delle centrali nucleari che ci avrebbero reso meno dipendenti da altri Paesi per le loro fonti energetiche. Paesi, guarda caso, come l’Iran. E ci chiediamo come mai non si precipitano a Teheran a proclamare il loro “No, grazie” ad Ahmadinejad che sta già avviando i suoi progetti nucleari quando altri fonti d’energia a lui certo non mancano. E ci domandiamo se il loro disinteresse abbia a che fare col fatto che lui sia lo sponsor degli amici “resistenti” in Libano. Sono tante, sono troppe le nefandezze accumulate durante questa lunga estate. Perdonateci se l’indigestione ci ha fatto dimenticare, e quindi, omettere qualcuna.

Scherzo Usa a un governo vanaglorioso. Francesco Damato

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=115097

D' Alema e Prodi orgogliosi per il quasi-comando di una missione dove ci sono tante castagne da togliere dal fuoco.

La nuova sfida: rifondare Forza Italia. Gianni Baget Bozzo

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=115062

Non è facile la definizione di un movimento che comprende un quarto degli italiani.

mercoledì 30 agosto 2006

I deliri di onnipotenza di Romano Prodi appesi al filo degli accordi "segreti" di D'Alema. A. Aglieco

Prodi: “Missione di portata storica”. E ancora “una profonda coesione nel paese”, “Le regole d’ingaggio dei militari italiani sono scrupolose, robuste, inequivocabili”, si è registrata “una profonda coesione nel Paese, senza distinzione tra forze politiche, senza differenze tra maggioranza e opposizione”, un “momento che unisce governo e Parlamento”. Delirio di onnipotenza? O semplicemente terrore allo stato puro. Scaramanzia. Incompetenza. Il tutto è appeso a eventuali accordi “segreti” presi con dei terroristi dal suo ministro degli esteri. Auguriamoci che tengano per i militari (tutti) impegnati in quel teatro che, a detta di più generali, parrebbe peggiore di quello Irakeno.

lunedì 28 agosto 2006

L'Olp fece la strage di Bologna, ma per l'Italia è segreto di Stato. Dimitri Buffa

http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=178&id_art=3531&aa=2006

Il patto segreto con i terroristi per evitare attentati nel nostro Paese fu disatteso e la strage del 2 agosto 1980 fu la conseguenza.

L'accademia dell'arroganza. il Foglio

Padoa-Schioppa, Visco e Binetti. Il prof. invece di rispondere, insulta.

Il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, invece di replicare nel merito alle critiche di chi non condivide le sue scelte, spiega che queste vengono dagli “amici degli evasori fiscali”. Per la verità la critica più radicale alla sua impostazione è venuta dall’Unione europea, che ha condannato la sua creatura più nota, l’Irap, come contraria alle regole europee, ed è difficile pensare che a Bruxelles ci siano tanti “amici” degli evasori italiani. Il suo diretto superiore, il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, quando Francesco Giavazzi ha espresso dubbi sulla coerenza fra le enunciazioni rigoriste del ministro e le sue scelte concrete, ha replicato con una circolare via e-mail in cui, senza dare spiegazioni sulle questioni contestate, metteva in dubbio l’onestà intellettuale del suo oppositore e identificava la ragione della polemica nella presunta esigenza del Corriere della Sera di recuperare lettori a destra. Nel vizio, condiviso dai due massimi responsabili economici del governo, di non prendere sul serio le critiche, traendone anzi motivo per una delegittimazione morale degli avversari, si è letta una forma di altezzosità che ha origine nella loro provenienza accademica. Eppure l’università è, o almeno dovrebbe essere, sede del confronto tra teorie che si paragonano sul terreno dell’attendibilità scientifica, non su quello della moralità dei sostenitori. Il vizio dev’essere politico, tant’è vero che anche la mite senatrice Paola Binetti ha riposto alle contestazioni di Rimini con insinuazioni e non con argomenti.

La nuova linea di Bossi. Adalberto Signore

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=114394

Non più secessione, ma indipendenza e libertà.

venerdì 11 agosto 2006

(...) Stando così le cose, faccio una proposta «indecente», di mezza estate, chissà che qualcuno la raccolga: mettiamo fuorilegge il partito comunista, ogni partito sedicente «comunista», come fecero i tedeschi dopo la seconda guerra mondiale. C'è materia giuridica per farlo (ne ho citata un bel po', ma altra può essere accumulata) e vi è assoluta convenienza tanto per il buon funzionamento del nostro sistema democratico-parlamentare, tanto per l'evoluzione di una sinistra autenticamente riformista ed occidentale. Forse troveremo un alleato al di fuori di ogni sospetto, il premier Romano Prodi. Non è stato lui, infatti, a definire, in un'intervista a Die Zeit, «folkloristica» la rappresentanza comunista nel suo governo? Raffaele Iannuzzi

Quello che Prodi non riesce a capire. Paolo Guzzanti

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=110926

La minaccia islamica non deve essere sottovalutata.

martedì 8 agosto 2006

"Dubito, ergo sum"

Mi basterebbe che qualche acerrimo avversario-nemico di Berlusconi ammettesse che forse non aveva tutti i torti ( sperare che gli diano ragione sarebbe troppo).
Mi riferisco alle entrate fiscali aumentate in misura notevole e inaspettata.
La prima considerazione, ovvia, è che in Italia le uniche previsioni attendibili sono quelle metereologiche.
La seconda è che il governo di sinistra-centro ha una faccia di bronzo che neanche quelli di Riace gli fanno concorrenza.
Se aumentano le ritenute da lavoro dipendente, cioè le tasse pagate dalle imprese sui salari e stipendi del 2005, è possibile che il merito sia di un governo in carica da tre mesi?
E se la causa fosse la legge Biagi che ha aumentato l'occupazione?
Sono raddoppiati gli incassi da accertamento: in poche parole ha cominciato a dare i suoi frutti la lotta all'evasione. Il merito è di Visco che per il momento si è limitato a minacciare e fare la voce grossa, oppure del precedente governo che ha intensificato e razionalizzato i controlli?
Siamo al disastro e alla bancarotta e manca ancora il latte per i poppanti nella quarta settimana del mese, oppure l'economia si è ripresa e stiamo tutti meglio?
La serietà di un governo si vede anche dalle piccole cose e attribuirsi meriti che non si hanno è il primo segnale di debolezza.
Mi piacerebbe che gli elettori di Prodi cominciassero a mettere in discussione dogmi e convinzioni radicate, perché dubitare fa bene allo spirito.

giovedì 3 agosto 2006

Oltre le "due Italie". Francesco Natale

http://www.ragionpolitica.it/testo.6228.oltre_due_italie.html

Forse il centrodestra perde di vista il modello culturale di riferimento.

Uno Stato di polizia. Silvio Berlusconi

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=109235

L'intervento del presidente di Forza Italia durante il dibattito alla Camera per la fiducia sul decreto Bersani.

mercoledì 2 agosto 2006

Indulto e giustizia. Davide Giacalone

Dice Napolitano che l’indulto ha svelenito le carceri, ma adesso si devono fare le riforme. Logica avrebbe voluto che si sarebbero dovute fare le riforme e poi concedere l’indulto, o meglio ancora l’amnistia, perché in quel caso si sarebbe fatta scendere la febbre curando il male.
Da molti anni denuncio lo scandalo di una giustizia che porta l’Italia ad essere il paese più condannato dalla Corte Europea, sono anni che ricordiamo l’intollerabilità di tempi incivili, doppi rispetto alla media europea (che già non è esaltante), ed abbiamo sempre ripetuto che questo è l’inferno degli innocenti ed il paradiso dei colpevoli. Ma c’era sempre qualche saccentello velinaro pronto a rimproverarci un’inesistente ostilità preconcetta. Ora Napolitano dice che quei tempi vanno accorciati. Benvenuto. Ma come?
Il tempo è grandemente sprecato nel corso dell’indagine e del dibattimento. I pubblici ministeri tendono a tenersi l’indagine per tutto il tempo, sconsideratamente lungo, che i giudici consentono loro. Vuoi perché s’indaga qualche reato che rende famosi, pertanto è bello tornare di tanto in tanto in televisione, vuoi per mera negligenza. Poi non si rispettano i tempi per la richiesta di rinvio a giudizio, considerandoli ordinatori. Rimedio: tutti i termini devono essere perentori e le indagini si concentrino sui reati provabili, non sui teoremi indimostrabili. Poi si arriva al dibattimento, dove il sovraccarico sciupatempo di garanzie formali nasce dall’assenza della principale garanzia sostanziale, nel senso che il rappresentante dell’accusa è collega del giudice (il che vale anche con la riforma Castelli, che solo attenua il problema e che l’attuale maggioranza vuole affondare). Rimedio: il giudice sia effettivamente terzo, le parti effettivamente pari, le carriere di ciascuno siano separate, e vedrete che il dibattimento filerà secondo i tempi decisi da chi lo presiede.
In quanto alle pene alternative, per favore, finiamola di prenderci in giro. Le si chiede sempre, ma appena la cronaca fornisce materiale suggestivo si comincia subito a berciare: più galera. Le pene devono, prima di tutto, essere certe, e perché lo siano occorre una giustizia seria e con tempi ragionevoli. Invece la si lascia in cancrena e si liberano i colpevoli. Di certo c’è solo l’ingiustizia.

martedì 1 agosto 2006

Silvio rifacci sognare

Per il momento ci si può riposare. Oggi è il primo agosto e scatta il "fermo lavoro".
Quando saranno tornati tutti dalle vacanze-ferie, bisognerà mettersi al lavoro per rifondare il centrodestra: soprattutto Forza Italia.
Le idee ci sono e gli elettori non mancano, abbiamo solo bisogno di dirigenti capaci e disinteressati che sappiano gestire e coordinare un movimento che ha trovato in Berlusconi un punto di riferimento e l'interprete di istanze latenti e inespresse.
Personalmente non ho tessere di partito e mi riconosco nelle proposte di F.I. ma non solo: mi sento anticomunista e di centrodestra. Mi andrebbe bene il partito unitario dei moderati o partito delle libertà perché dalle nostre parti non basta l'anticomunismo per poter governare: ci vogliono progetti e ideali che vadano dai Riformatori radicali all'estrema destra, mediati e assimilati per produrre proposte spendibili.
Da quello che leggo e sento mi sono convinto che la classe dirigente di F.I. abbia deluso le aspettative, che troppi abbiamo fatto i loro interessi e che gli ideali siano stati messi in secondo piano se non disillusi.
Gli elettori hanno fatto sentire la loro voce nell'unico modo possibile: disertando le urne.
A mio avviso Forza Italia, a livello locale, ha bisogno di una classe dirigente credibile ed eletta dal basso, che sappia aggregare ed ascoltare, che lavori per il bene comune e non per interesse personale, che sappia comunicare e spiegare le intenzioni dei vertici e che trasmetta le sensazioni e i desideri della base. In poche parole: F.I. dovrebbe diventare un vero partito. Dopo si potrà parlare di partito unico del centrodestra.

Noi blogger cosa possiamo fare? Intanto credo che il nostro lavoro durante la passata campagna elettorale non sia stato del tutto inutile, quindi, visto che siamo in permanente campagna elettorale, continuiamo a farci sentire e a divulgare notizie. Ci sono voci nuove che si uniscono al coro (www.ingrandimenti.blogspot.com) e tengono viva l'attenzione, ci sono aggregatori e siti istituzionali: dobbiamo fare rete, network, informazione, partecipazione, diffusione. Tutti sinonimi di COMUNICAZIONE. Dobbiamo parlarci, confrontarci e pretendere che i massimi dirigenti ci comunichino e spieghino quello che fanno, hanno fatto ed intendono fare. Noi di centrodestra non abbiamo mandato il cervello in pensione e sappiamo essere critici ma anche propositivi: vorremmo che le iniziative prese dai vertici venissero motivate e spiegate.
Accendiamo tante piccole luci e quando saremo migliaia la notte non sarà più buia.
Ognuno di noi può coinvolgere amici e conoscenti nella lettura dei nostri blog in modo da creare tanti lettori che comunicano con altri amici e simpatizzanti per far sapere a più persone possibili un'altra versione dei fatti, quella che non leggiamo su quasi tutti i giornali e che non ascoltiamo attraverso quasi tutti i media.
Buon lavoro blogger!

lunedì 31 luglio 2006

Quel tintinnar di cappio. Vittorio Sgarbi

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=108648

Le considerazioni di Sgarbi sull'indulto fanno riflettere e si leggono sempre volentieri.

La nostra sinistra ferita dal giustizialismo. il Riformista

http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=69328

Il popolo delle feste dell'Unità contesta l'indulto e si conferma giustizialista.

venerdì 28 luglio 2006

martedì 25 luglio 2006

E brava Noa. Deborah Fait

E brava la nostra Noa! Buon giorno! Ci siamo svegliati, a meta' soltanto, ma ci siamo svegliati eh? Si, a meta' perche' Noa' definisce giustamente nazisti gli hezbollah e contemporaneamente dice che con hamas si puo' parlare. Perche', i terroristi di hamas non sono nazisti? Come potrebbe Noa definire in altro modo un gruppo terrorista che ha nel suo statuto la distruzione di Israele e che ogni giorno bombarda citta' israeliane? Sono stati eletti dal popolo, dice. E allora? Anche hezbollah siede nel parlamento libanese, anche hezbollah e' stato eletto a rappresentare una parte dei libanesi. Anche Hitler era stato eletto dal popolo. Comunque, a parte questi dettagli, vitali per Israele, e' importante che l'intellighentia di sinistra israeliana si sia svegliata e appoggi il governo in questa ennesima guerra. Di hamas parleremo piu' avanti quando sara' finito il problema al nord. Allora sara' il caso di spiegare a Noa e ad altri cosa e' hamas visto che nel loro fanatico, estremo e stupido pacifismo ancora non lo hanno capito. Non lo ha capito nemmeno Piero Fassino che durante la manifestazione organizzata a Roma per Israele ha detto dei palestinesi "Qui non si parla di un torto e di una ragione ma di due ragioni, di due diritti. Quello di Israele di vivere in pace e quello dei palestinesi di avere uno stato".
Ehhhh, no, caro Fassino. NO! Queste frasi fatte, trite e ritrite, non vanno piu' bene alla luce dei fatti. I palestinesi hanno avuto oppotunita' incredibili di organizzarsi come stato, dal 1948 in poi. Hanno avuto piu' aiuti di qualsiasi altro popolo al mondo, Arafat ha rubato qualcosa come 1 miliado e 300 milioni di aiuti. Cosa poteva esser fatto con questi soldi e tutti gli altri fregati alla grande dai vari capoccia palestinesi?
- Non hanno avuto un’opportunita', uguale a Israele, nel 1948 e loro hanno rifiutato?
- Non hanno avuto un'opportunita' dopo il 1967 quando Israele voleva sedersi per trattare e la lega Araba a Kartoum ha risposto No, anzi tre no addirittura:
- No alla pace, no al negoziato, no al riconoscimento di Israele.
- Non hanno avuto un'opportunita' nel 1993 quando Arafat, dopo essersi beccato il premio Nobel, invece di pensare a fare la pace e a costruire la Palestina ha mandato in Israele i primi terroristi suicidi?
-Non hanno avuto un'opportunita' nel 2000 quando Ehud Barak gli ha offerto tutto quello che poteva offrire compresa Gerusalemme est e Arafat ha rifiutato per iniziare la sua guerra del terrore?
- Non hanno avuto un'opportunita' nel 2005 quando Sharon gli ha consegnato la Striscia di Gaza completa di infrastrutture e loro anziche' gettare le basi per uno stato, hanno bruciato tutto e riempito la striscia di rampe per colpire Israele piu' in profondita'?
Quindi caro Fassino, due ragioni sto par di palle!
Quando un popolo getta via ogni opportunita' di trasformarsi in popolo sovrano per scegliere il terrorismo, l'ignoranza e la miseria, non ha piu' nessuna ragione e nessun diritto. Dire il contrario significa non capire niente, non volere una soluzione del problema e significa anche abbandonare Israele al suo destino e lasciarlo ancora una volta solo a combattere, contro un terrorismo giustificato e appoggiato dall'Europa. Per concludere due paroline sugli arabi israeliani , parole senza retorica e sentimentalismo da quattro soldi. Parole che rispecchiano la realta', la nostra drammatica realta'.
Giorni fa sono stati uccisi due poveri fratellini arabi, Mahmud e Rabia Taluni, fatti a pezzi a Nazaret, Israele, da un razzo hezbollah. Grande dolore di tutti , meno che del loro padre, meno che della sua comunita' che si e' scagliata contro Israele. Il padre , sorridendo, ha detto che Israele la deve finire, che Hezbollah combatte per la liberta' e tutti i suoi compari a dire che i due fratellini erano shahid, martiri. Ma c'e' di peggio, un giornalistia italiano li ha chiamati i "due piccoli Gesu'." Ehhh no! Innanzitutto chiariamo che Gesu' era ebreo e che due giorni prima era stato ucciso da un katiusha a Haifa un bambino ebreo, Omer, e sua nonna e nessuno ne ha parlato, nessuno li ha nominati, nessuno li ha chiamati per nome. Sono entrati a far parte dell'elenco dei morti israeliani , tutti anonimi.
I due bambini arabi invece diventano addirittura Gesu', retorica nauseante, e gli unici che li hanno pianti come bambini veri che dovevano vivere siamo stati noi israeliani. Ma perche' i due fratellini sono stati colpiti? Perche' non c'era la sirena! A Nazaret, come in tutti i villaggi arabi, non esistono le sirene. Non le vogliono, le rifiutano perche' non le vogliono sentire quando suonano per ricordare il Giorno dell'Olocausto e il Giorno del Ricordo dei Caduti. Yom haShoa' e Yom haZikaron. Non hanno le sirene e nemmeno rifugi perche', dicono, i loro fratelli arabi non li colpiranno mai. Sono gli ebrei che devono essere ammazzati, mica gli arabi, perdio!
E' questo che pensano i nostri cari connazionali arabi. Nasrallah gli ha dato ragione, si e' detto dispiaciuto per i due bambini, li ha sistemati nel paradiso dei martiri e ha confermato che lui e' solo gli ebrei che vuole ammazzare.
Quando questa guerra ha avuto inizio e sono piovuti le prime katiusche su Israele, loro, gli arabi israeliani, saltavano di gioia. Esattamente come avevano fatto nel 1991 quando fu Saddam Hussein a bombardare Israele con i suoi scud e loro dai tetti delle loro case ballavano e urlavano "prendi la mira Saddam, prendi la mira". Poi pero' hanno accettato le maschere antigas che Israele distribuiva. Bene , allora si tengano i loro martiri e lascino la nostra democrazia. Troppo comodo vivere in un paese che gli da diritti di cittadini, lavoro, studio e aspettare il momento opportuno per metterci il coltello nella schiena. Nel frattempo siamo arrivati al 13 giorno di guerrra, Israele e' entrato via terra e aspetta che qualcuno si decida a far applicare la mozione ONU 1519 che ci permetta di uscire dal fango libanese e qualcuno che capisca che questa guerra e' solo l'inizio per poi arrivare in Europa perche' e' questo che l'Iran vuole: distruggere Israele e andare avanti e noi stiamo combattendo una guerra per tutto l'occidente che nel frattempo e' isterico e non sa bene cosa fare.
I nostri soldati procedono lentamente nel tentativo di fare meno vittime possibile poiche' i libanesi del sud sono usati dai terroristi come scudi umani e non li lasciano scappare. I media italiani strombazzano di 300 vittime civili, si, certo, ma dimenticano di dire che anche i terroristi sono civili e ne sono stati ammazzati quasi 200 quindi sarebbe il caso di fare le debite distinzioni. Israele chiede un paio di cosucce: lasciare che Zahal proceda ancora per 10 giorni, al massimo due settimane, l'applicazione della 1519, che prevede il disarmo dei terroristi e che doveva essere applicata 6 anni fa, il rientro dei soldati rapiti e la dislocazione di soldati libanesi, aiutati da soldati NATO nella fascia di sicurezza. Dall’inizio di questa guerra, (è il caso di ricordarlo: iniziata da hezbollah che hanno violato il territorio israeliano con un atto di vera guerra) ad oggi Israele ha distrutto: 474 quartieri generali e gallerie con munizioni 39 linee di comunicazione 107 veicoli per trasporto armi 129 rampe di lancio 105 ponti 62 basi hezbollah 15 tunnel 9 antenne Restano ancora un'infinita' di strutture da distruggere in questo stato terrorista, creato dentro al debole Libano e il bene che ne verra' non sara' solo per Israele ma per il Libano e tutto l'occidente.

Protagonismo politico improprio. Benedetto Della Vedova

“Lascia davvero senza parole la “naturalezza” con cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbandona così sovente i panni del Presidente della Repubblica arbitro e garante di tutti, come lo vuole la Costituzione del ‘48 considerata sacra da questo centrosinistra, per indossare quelli del giocatore, cercando di puntellare in qualche modo i traballanti equilibri del Governo Prodi.
Il problema non sta solo nel fatto che il Presidente della Repubblica esprima rammarico per alcune candidature nella sinistra - lui, che dovrebbe, appunto, essere garante di tutti, compresi i dissidenti dell’estrema sinistra - o bacchetti Berlusconi perché chiede che sul risultato elettorale vengano effettuate le doverose verifiche o interpreti il proprio mandato in termini di sindacato politico complessivo sull’attività delle camere e dell’esecutivo; il Problema sta, più in generale, nell’attivismo e protagonismo politico improprio di un Presidente della Repubblica la cui figura è, dal punto di vista istituzionale, politicamente irresponsabile.
Non possiamo che augurarci che Giorgio Napolitano recuperi ben presto lo status di garante dell’equilibrio istituzionale, che la Costituzione gli assegna, rinunciando a quello di giocatore"

L'antisemitismo di sinistra. Aldo Vitale

http://www.ragionpolitica.it/testo.6176.antisemitismo_sinistra.html

Una tradizione inconfessata.

lunedì 24 luglio 2006

Lo scandalo è il (non) segreto di Stato. il Foglio

Nel mondo alla rovescia l’unica cosa che non conta è la guerra al terrorismo

La notizia clamorosa non è che il Sismi abbia organizzato insieme con la Cia il sequestro dell’imam radicale Abu Omar a Milano, come ora pare dimostrato da una conversazione tra Marco Mancini e Gustavo Pignero, registrata segretamente davanti a un concessionario Ferrari a Roma e in circostanze più da Totò e Peppino che da spy-story con agenti al servizio di sua maestà britannica. In fondo la prova del diretto coinvolgimento di Nicolò Pollari e dei servizi militari italiani nella cattura di Abu Omar non fa altro che confermare una cosa che sapevano tutti e che, peraltro, era stata già svelata dalla Cia e indirettamente anche da Condoleezza Rice.
I servizi americani avevano fatto sapere che non c’era stata alcuna violazione della sovranità territoriale italiana. Parole che non significavano molto altro se non “l’abbiamo fatto insieme”.
A Bruxelles, inoltre, il segretario di stato americano aveva spiegato che le catture di terroristi islamici, ovvero le oltre 100 “extraordinary renditions” operate dall’11 settembre a oggi, sono state autorizzate dai governi europei. Ovviamente, non poteva essere altrimenti.
Insomma ciò che è successo a Milano, compresa la notizia che il Sismi ne era perfettamente al corrente, aveva tutto il diritto di succedere. C’era davvero qualcuno che pensava alla cattura dell’imam islamista – accusato di essere a capo di un cellula terrorista europea dalla stessa procura di Milano – e alla successiva partenza di un aereo Cia dalla base militare di Aviano come a un’operazione condotta esclusivamente dagli americani e all’insaputa dei nostri servizi e del nostro governo?
Ovvio che no, come tempo fa aveva lasciato intendere il ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Nessuno ha mai davvero creduto che il governo Berlusconi e il Sismi di Pollari fossero all’oscuro dell’operazione condotta in Italia da una trentina tra agenti della Cia e basisti del Sismi. Lo scandalo, dunque, è un altro, come abbiamo scritto fin dal primo giorno di questa incredibile vicenda, in cui sotto accusa sono finiti coloro che per mestiere cercano di evitare un attacco terroristico.
Lo scandalo, anzi la farsa, non è quella del coinvolgimento del Sismi nella cattura di Abu Omar, è piuttosto il cortocircuito politico e giudiziario e giornalistico per cui non siamo riusciti a difendere una speciale e coperta operazione internazionale antiterrorismo, compiuta insieme con i nostri alleati americani. Lo scandalo è che non abbiamo posto il segreto di stato, come avrebbero dovuto fare Letta e Berlusconi alle prime indagini della magistratura di Milano. Tantomeno abbiamo avuto il coraggio di rivendicare la cattura di Abu Omar, come avrebbe fatto un qualsiasi presidente americano se qualcuno avesse scoperto un’operazione segreta dell’Fbi o della Cia. Non siamo nemmeno riusciti a difendere i nostri servizi segreti, anzi è cominciato uno scontro di potere tra i nostri apparati di sicurezza. Si è tentato di addossare le responsabilità dell’operazione Abu Omar a Marco Mancini, il capo del nostro controspionaggio, ma anche un agente considerato troppo vicino ai servizi americani. Mancini ha fiutato la trappola e si è cautelato registrando clandestinamente un colloquio con il generale Pignero, ove questi conferma a futura memoria che è stato Pollari a ordinare la cattura di Abu Omar.

Ciò che si perde di vista

Ciò che si perde di vista in questa vicenda è la politica di prevenzione di attentati più volte minacciati dalla rete del jihad globale. Ieri, per esempio, i Ros dei carabinieri hanno arrestato a Vicenza quattro guerrasantieri “pronti ad agire”, stando alle parole del ministro dell’Interno, Giuliano Amato. Si dimentica cioè che la minaccia terroristica esiste, è reale, è concreta, non è la pianificazione di una menzogna buona per spaventare gli elettori babbei e per restare aggrappati al potere.
E’ il mondo alla rovescia, dove diventa un crimine l’aver orchestrato con la Cia la cattura di un islamista radicale. Il risultato diretto di questo ragionamento è che il governo abdica ai suoi doveri e lascia alle procure della Repubblica il compito di decidere che cosa sia buono e giusto per proteggere il paese, un compito che evidentemente non gli spetta. L’attuale governo è in imbarazzo quanto il precedente, perché costretto a gestire una situazione che si sarebbe dovuta chiudere col segreto di stato. Visto che c’è, va usato: avrebbe evitato al Sismi la figuraccia di credere che per fronteggiare l’offensiva della procura di Milano potessero bastare un ufficio riservato e i rapporti di Pio Pompa con la stampa nazionale, compresa Repubblica.

Il colpo del picconatore a D'Alema. Paolo Guzzanti

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=107022

Cossiga "scarica" il Ministro degli esteri dopo le dichiarazioni su Israele.

La spina nel fianco. Valentina Meliadò

http://www.ragionpolitica.it/testo.6180.spina_nel_fianco.html

Le ragioni di Israele e la guerra in Libano.

venerdì 21 luglio 2006

Una domanda da 50 milioni di euro. il Foglio

Una provvista? Sul tesoro di Consorte il tribunale rilancia i nostri dubbi

Il tribunale del riesame di Milano ha confermato il sequestro di circa 43 milioni riferibili a Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, i dirigenti dell’Unipol sotto inchiesta. Per i giudici le somme sequestrate “non hanno alcuna giustificazione lecita, risultano sproporzionate e comunque non sono riconducibili ai pur rilevanti redditi del lavoro lecito degli indagati”, al contrario “sono riconducibili ad un delitto”. Per una parte il capo d’imputazione è stato trasformato da ricettazione a riciclaggio, il che può significare che dubitino che i destinatari finali delle operazioni fossero i due dirigenti dell’assicurazione delle Coop. Non è la risposta definitiva alla domanda da 50 milioni che avevamo posto, chiedendo di conoscere le ragioni della loro erogazione. Per ora si esclude però, almeno nelle tesi dell’accusa, che quella fosse la retribuzione di consulenze o prestazioni professionali. D’altra parte non ci sfugge che, anche per Sacchetti e Consorte, si potrà parlare di responsabilità penali solo a sentenza passata in giudicato, e che fino ad allora vanno considerati innocenti. Resta il fatto che i tentativi di dimenticare l’affaire Unipol, che tanto aveva imbarazzato i vertici dei Ds per il sostegno alla scalata su Bnl, non sembrano ottenere risultati. Insinuare che la sentenza sia una specie di risposta alla defenestrazione dei dirigenti della Guardia di finanza che avevano condotto le indagini sarebbe improprio e probabilmente infondato. Ma quando si saprà qual è (e se c’è stato) il “delitto”, si sarà fatta chiarezza anche su alcuni aspetti della vicenda Unipol che hanno risvolti politici e svanirà quella bolla minacciosa sospesa nel circo mediatico-giudiziario. E politico.

giovedì 20 luglio 2006

Le proposte di Forza Italia sul decreto Visco-Bersani. Maurizio Sacconi

Misure fiscali inquietanti
Il provvedimento Visco-Bersani ha un prevalente contenuto fiscale cui è prioritariamente dedicata l'attività emendativa. Esso sancisce infatti la definitiva rottura del rapporto di fiducia tra fisco e contribuente, con l'ossessiva preoccupazione di assicurare ogni più minuziosa forma di controllo (indipendentemente da finalità tributarie) nel segno della più pura oppressione fiscale. Sono tratti comuni del provvedimento:
Amplificazione gratuita delle prerogative autoritative dell'amministrazione pubblica, a discapito di un rapporto di sana e leale collaborazione con i cittadini;
compressione degli spazi fondamentali di libertà e riservatezza del singolo, senza alcun concreto risultato in termini di maggiore efficienza dell'apparato fiscale;
ricorso alla retroattività delle nuove disposizioni fiscali, in palese dispregio delle fondamentali garanzie del contribuente.
Gli emendamenti sopprimono le disposizioni in questo senso e introducono una norma di garanzia per la leale collaborazione tra contribuente e amministrazione finanziaria secondo la quale è possibile acquisire direttamente dati del contribuente solo se questi è in stato fallimentare o si è rifiutato di fornirli. Rispondono alla prima delle criticità segnalate le seguenti disposizioni:
le nuove presunzioni che tendono a fissare la sede della società nel territorio dello Stato in base alla residenza degli amministratori o dei loro familiari in quanto si pongono in contrasto con le più elementari esigenze di libera circolazione dei servizi e dei capitali, "spiazzando" nella competizione il nostro Paese.
L'aumento di aliquota IVA di prestazioni di diffuso impatto sociale e di poca rilevanza finanziaria (consumazioni obbligatorie nelle discoteche e sale da ballo, dolciumi, caramelle, cacao non di pregio, francobolli da collezione);
L'eliminazione della possibilità per autonomi e imprese minori di sottrarre perdite dal reddito complessivo, dovendole portare in deduzione nei successivi esercizi;
La comunicazione dell'elenco clienti e fornitori, che costituisce la reintroduzione di un adempimento vessatorio e intrusivo nella sfera di riservatezza dei singoli, senza alcun effettivo beneficio fiscale.
l'attribuzione della partita IVA subordinata a due fattori: valutazione di elementi di rischio e eventuali accessi nel luogo di esercizio attività. La prima è del tutto indeterminata e rimessa alla futura fissazione con mero provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate al di fuori di ogni garanzia. Unilateralmente esso può impedire l'esercizio di attività economica (che invece è libera già ai sensi dell'art. 42 Cost.). La possibilità di subordinare questo esito all'accesso, poi, confonde scopi diversi. Infatti, l'accesso è finalizzato ad acquisire documenti rilevanti ai fini dell'accertamento: in questa sede, invece, trattandosi di attività non ancora avviata non ci sono elementi fiscalmente rilevanti che possono essere acquisiti, e mira soltanto alla ulteriore e surrettizia penetrazione fiscale nelle ordinarie dinamiche produttive, senza alcun collegamento diretto con le esigenze dell'accertamento.
La comunicazione dei dati CCIAA, a spese delle imprese, peraltro per nulla coinvolte in un processo di trasmissione di dati rilevanti che dovrebbe avvenire in contraddittorio. . Pertanto, non è ammissibile che le CCIAA trasmettano all'anagrafe tributaria i dati che ritengano di estrapolare dai bilanci, con il rischio di operazioni incomplete, imprecise o strumentalmente "ritagliate" ad arte;
I nuovi poteri della Guardia di Finanza, che può inviare questionari a contribuenti o terzi sanzionando la mancata o incompleta risposta per fini diversi da quelli tributari.
L'estensione dell'obbligo di comunicazione alla GdF delle eventuali violazioni tributarie rilevate sia dal PM sia dalla polizia giudiziaria. Non si comprende perché la comunicazione non è rivolta all'ufficio dell'amm. Finanziaria competente per l'accertamento (la GdF non emette l'atto di accertamento, ma collabora con l'ufficio). La comunicazione anche a carico del PM inverte l'ordinario rapporto tra polizia giudiziaria e autorità giudiziaria, con una evidente enfatizzazione della prima anche a scapito delle insopprimibili esigenze di garanzia che la seconda deve assicurare.
La inopinata soppressione della pianificazione fiscale concordata, reale strumento di spontanea e condivisa convergenza fiscale tra contribuente e amministrazione fiscale, volta ad evitare in radice ogni esito contenzioso.
Nel secondo filone si possono iscrivere a pieno titolo le seguenti disposizioni:
rilevazione fotografica o telematica per infrazioni persino al divieto di sosta nei centri urbani, senza contestazione immediata della infrazione;
incredibile limite di importo (100 €!) per pagamenti in contanti in favore di autonomi e professionisti, costringendo per ogni importo superiore all'uso di mezzi di pagamento propri del canale bancario, con conseguente aggravio (costi per commissioni e giorni di valuta) e adempimenti amministrativi (registrazioni e riscontri), con l'unica finalità di ottenere una ulteriore schedatura di tutte le operazioni economiche effettuate, anche se già documentate per mezzo degli obblighi di fatturazione;
i dipendenti di Riscossione s.p.a., o delle società dalla stessa partecipate, possono acquisire qualunque tipo di informazioni e dati comunque esistenti presso tutti i soggetti pubblici o privati che li detengono. Si tratta di una inammissibile compressione di fondamentali esigenze di garanzia del singolo, consentendosi intromissioni nella sfera dei dati che lo riguardino a qualunque titolo (quindi anche indipendentemente da dati fiscalmente rilevanti) ad un soggetto che è una società commerciale (Riscossione s.p.a.), nel cui capitale sono presenti anche soci privati;
quale finalità effettiva di contrasto all'evasione o all'elusione fiscale può avere il comunicare al fisco il titolo per il quale è stata conseguita una determinata prestazione assicurativa magari anche quando questa sia collegata alla conoscenza di dati personali sensibili (condizioni di salute, sesso, origine etnica, convinzioni religiose, e così via)?
si equiparano le informazioni e i documenti acquisiti dall'Agenzia delle dogane ai dati personali trattati dal CED del Dip. Pubblica sicurezza per finalità di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, prevenzione, accertamento o repressione reati. Si tratta di una indebita estensione di campo;
le comunicazioni dovute da banche ed intermediari finanziari (introdotte con questo dl) si estendono anche alla natura dei rapporti, il che implica un intervento molto più invasivo da parte di un soggetto diverso dall'amministrazione pubblica, senza contraddittorio, senza alcuna garanzia per il singolo, né utilità per interessi pubblici;
le sanzioni per omessa risposta ai questionari sono estese a tutte le ipotesi di richiesta informazioni a banche, poste, intermediari finanziari etc. nonché alle società fiduciarie;
individuazione del soggetto consentita all'anagrafe tributaria anche per finalità diverse dall'accertamento fiscale;
l'intrusione strumentale dell'amministrazione finanziaria anche nella sfera di gestione dell'imprenditore, espressa dall'obbligo per quest'ultimo di dotarsi di apparecchiatura informatica idonea al collegamento con la stessa AF.
La soppressione dell'obbligo per l'AF di indicare nominativamente coloro per i quali si sta indagando a fini tributari. Si introduce una facoltà di indagine tributaria senza garanzia alcuna di conoscibilità da parte del sottoposto a verifica;
trasmissione telematica dei dati concernenti l'ordinaria attività economica.
Nel terzo filone di intervento si iscrivono le seguenti disposizioni:
la retroattività delle nuove disposizioni IVA sugli immobili, con conseguente obbligo di recupero a tassazione di importi già detratti negli anni precedenti.
per la determinazione dell'acconto IRES dovuto dalle società si obbliga a computare come imposta del periodo di imposta precedente quella che sarebbe stata dovuta in applicazione delle disposizioni più restrittive del dl. In sostanza una applicazione retroattiva delle disposizioni fiscali, con aggravi sia in termini economici, che di adempimenti amministrativi (si obbliga, in definitiva, a ricomputare i redditi che nell'esercizio precedente sarebbero stati conseguiti con l'applicazione della disciplina che solo ora viene introdotta).
La modifica al sistema degli accertamenti, a mezzo studi di settore, nei confronti dei soggetti in contabilità ordinaria, introdotta con effetto retroattivo sul periodo d'imposta 2005 e a dichiarazioni praticamente concluse.
La possibilità di accertamenti retroattivi, peraltro senza alcun termine di reale decadenza
Il raddoppio dei termini di accertamento con valenza retroattiva, in tutti i casi in cui l'ufficio possa ritenere che sussista il reato fiscale, anche qualora tale ipotesi sia del tutto priva di fondamento. Inoltre, la denuncia potrebbe intervenire a prescindere dalla compiuta verifica delle soglie di punibilità invece prescritte in materia penale-tributaria. In più, nel rapporto tra procedimento penale e tributario, il principio di specialità introdotto dall'art. 17 del d. lgs. n. 74/00 in materia penale tributaria, superando la pregiudiziale tributaria in precedenza esistente, esclude che un procedimento debba esaurirsi prima che possa essere sviluppato l'altro proprio per garantire l'autonomia reciproca e sollecita definizione di ciascuno. In questo modo, invece, si intende introdurre surrettiziamente una sorta di "pregiudiziale penale" (non consentita, come detto, ai sensi delle disposizioni citate) al solo fine di mantenere pendente la minaccia dell'accertamento tributario sul contribuente.
Più tutela della concorrenza e dei consumatori
Per quanto riguarda la parte del provvedimento dedicata alle così dette liberalizzazioni, l'attività emendativa è tutta dedicata a garantire più mercato e più tutela del consumatore, rispetto alle disposizioni rozze, marginali e parziali proposte dal Governo. Si iscrivono nella maggiore promozione della concorrenza le ipotesi emendative dedicate a:
imporre -in attesa della piena liberalizzazione- l'affidamento tramite gara a tutte le società che gestiscono servizi pubblici locali o strumentali con l'unica eccezione degli Enti pubblici che ne sono soci fondatori;
superare le posizioni di rendita del sindacato in materia di gestione di patronati, previdenza complementare e deleghe alla riscossione delle quote associative tramite INPS;
consentire la più libera circolazione dei farmaci soggetti a pubblicità senza l'obbligo di presenza del farmacista, anche self-service, onde evitare nuove rendite di posizione in capo ai soggetti più forti della distribuzione;
rimuovere il regime di tassazione agevolata per il risparmio da soci che affluisce alle cooperative, così promuovendo una più corretta concorrenza in settori competitivi come la grande distribuzione o il mercato finanziario;
assicurare la libera somministrazione e il consumo diretto di pane nei panifici.
Questi emendamenti hanno un rilevante complemento nell'o.d.g. proposto con il quale si impegna il Governo a dare attuazione alle altre ben più corpose raccomandazioni dell'Autorità Anti-Trust (servizi bancari e finanziari, energia, trasporti, cooperative, ecc.). Le proposte emendative che sono indotte dalla maggiore tutela del consumatore sono invece dedicate a:
precisare la riforma delle professioni in modo da: a) aderire compiutamente alla disciplina comunitaria, salvaguardando il consumatore da comportamenti anomali che -soprattutto nella professione forense- darebbero luogo a incremento immotivato della litigiosità e abuso della buona fede del cliente (patto di quota lite, pubblicità ingannevole, ecc. ) ; b) conservare, anche nelle forme associate, la responsabilità diretta e personale del professionista;
garantire all'assicurato la conoscenza delle provvigioni dell'agente plurimandatario con le diverse società d'assicurazione;
imporre, nelle comunicazioni bancarie, oggi incomprensibili, una formula di assoluta evidenza con cui si invita il consumatore a confrontare le nuove condizioni con quelle degli altri istituti;
tutelare le esigenze connesse alla salute pubblica nell'ambito dei processi di liberalizzazione delle attività distributive;
promuovere la diffusione dei farmaci da automedicazione soprattutto ove il consumatore ha più difficoltà di reperimento (autogrill, porti, aeroporti, ecc.);
diffondere via sms i dati relativi ai prezzi agro-alimentari.

venerdì 14 luglio 2006

Non credo che Berlusconi...

abbia perso la sua lucidità politica.
Se le uscite del leader di Forza Italia non sono chiare a tutti è perché la strategia è cosa diversa dalla tattica. Oggi Berlusconi non è Presidente del Consiglio e, forse, nemmeno leader della CdL: è il capo del primo"partito" italiano, maggioranza dell'opposizione.
Non può prendere le distanze dai partiti alleati e, allo stesso tempo, deve rintuzzare le punture di spillo dei centristi, mentre per l'opinione pubblica è ancora capo dell'opposizione.
Il progetto del partito unico pare sia tramontato ed il Governo è una sorta di "Ercolino sempre in piedi".
La situazione è ancora fluida e tutto è possibile sotto la spinta degli avvenimenti: prematuro prendere subito delle decisioni, meglio sedersi sulla riva del fiume...
SE IL CAPO HA GLI OCCHI CHIUSI, NON DORME: PENSA.
Meglio, dunque, studiare le mosse degli avversari ed impostare la tattica di volta in volta, senza perdere di vista l'obiettivo finale: riprendere la leadership.
Sono certo che ne vedremo delle belle nei prossimi mesi e sono sicuro che, ancora una volta, il Berlusca non sbaglierà.

Password&Procure. Andrea's version

Questa storia del connubio tra stampa e procure della Repubblica è veramente indecente, e fa onore a D’Avanzo essersi a sua volta indignato. Gli fa onore l’aver scritto che la denuncia di Amato è di quelle che inquietano. E il dichiarare apertamente come i pubblici ufficiali infedeli, che nelle procure d’Italia offrono ai cronisti addirittura le password degli archivi d’indagine, devono essere individuati, allontanati e severamente puniti. Gli fa onore, infine, l’aver chiesto che si vada in fondo senza guardare in faccia nessuno, nemmeno i cronisti che delle famose password si sono serviti. Ma D’Avanzo ha peraltro un grave cruccio. Vuole il nome del giornalista tanto influente e così attendibile da aver convinto Amato a dir quello che ha detto sulla connection (prezzolata?) tra procure e giornalisti. E sulle password. Vuole assolutamente quel nome. Chiede a Amato di farlo. Quasi minaccia il ministro degli Interni, se non lo fa. Anzi, lo minaccia senza quasi. Bon. E allora, nel nuovo clima di unità che grazie alla testata di Zizou si respira nel paese, ci consenta D’Avanzo di proporgli un patto: lui ci dà le password e il nome glielo diamo noi.