giovedì 20 settembre 2007

Rubano ai figli per dare ai padri. Davide Giacalone

Il raduno bolognese, consacrato alla protesta generalizzata, è stato annun­ciato e sostenuto da stampa e televisio­ne.

Poi il labbruzzo della politica è divenuto tremulo quando ci si è accorti che le parole forti erano niente rispet­to alla forza del rifiuto e della piazza.

Della manifestazione convocata, da un meritevole Capezzone per sabato prossimo, invece, non parla nessuno. Lì si protesta con­tro un fatto specifico: si prendono soldi ai più giovani ed ai meno garantiti, per darli a chi già ha altri privilegi. Si prende ai figli per dare ai pa­dri.

Quando se ne accorgeranno, le proteste che oggi definiamo "antipolitica" saran­no ricordate come garbata critica. In tutta Europa l'età pensionabile sale, da noi la si è fatta scendere. O gli altri sono scemi o qui qualcuno ci rimette: i gio­vani. Li si prende in giro dicendo che si deve combattere il precariato, in realtà si toglie al loro salario per trasferire ric­chezza a chi va in pensione aven­do lavorato troppo poche ore per troppo pochi anni. Si fa credere che il lavoro dipenda dalle leggi che vincolano l'impresa, mentre quelle servono solo a finanziare la baracca corporativa che con­segna potere ai sindacati e clien­tele alla politica.

Il lavoro, per esserci, ha bisogno dell'e­satto contrario. In Francia Sarkozy dice che si deve lavorare di più per reggere lo Stato sociale, che si devono cambiare criteri di rappresentanza e finanzia­mento dei sindacati, che si deve incre­mentare l'assicurazione sanitaria inte­grativa. Per questo avvia incontri con le parti sociali, che devono durare due set­timane. Da noi si parla per decenni, e alla fine una politica sempre più esan­gue cede ai sindacati facendo finta che siano rappresentanti dei lavoratori. Il moralismo senza etica e la condanna in piazza quel che fa in privato può creare imbarazzo, specie ad una politica senza forza morale e ideale. Ma la rab­bia generata dall'impoverimento sarà devastante.

Il prossimo 22 non so quanti saremo a manifestare, ma se la gara fosse fra idee e non fra masse, fra proposte e non fra proteste, allora quel giorno sarebbe l'oc­casione per acchiappare la politica per i capélli ed evitarle d'affogare nella costosa inutilità. Si dica, ai tanti giovani che non ci saranno, che rimettere le mani nella politica, non rassegnarsi, è un loro interesse. (Libero)

Adesso. Jena

Se da anni vi chiedevate a cosa servisse un’inutile e costosa istituzione quale il Parlamento europeo, adesso lo sapete: a salvare D’Alema.(la Stampa)

mercoledì 19 settembre 2007

Nel Paese dei furbi il premier è re. Giordano Bruno Guerri

«Gli italiani non sono meglio della classe politica che li rappresenta», ha detto Romano Prodi a Porta a porta. Anche se fosse vero, è inaccettabile l'assunto del capo del governo per cui, siccome la classe politica è fatta da italiani e eletta da italiani, deve per forza condividere pecche e vizi nazionali. «Io mi giro intorno», ha detto ancora, «e vedo concorsi truccati, figli che fanno lo stesso mestiere dei genitori...». E poi, via via, chi può evadere evade, i furbi la fanno sempre franca ecc.. D'accordo, ma questo non autorizza i politici a fare altrettanto e la classe politica deve essere migliore di chi l'ha eletta. Se per Prodi è normale che i suoi colleghi di governo e di Parlamento siano arruffoni e cialtroni, avidi voltagabbana, mediocri se non nel mangiare a ufo, di conseguenza immagino, per fare un esempio concreto, che Prodi giudichi normale, lecito, giusto, che i politici approfittino della loro posizione per acquistare o affittare case a prezzi di favore, visto che - se potesse - farebbe altrettanto la totalità degli italiani. Sono dichiarazioni da far venire i brividi, perché giustificano tutto e assolvono tutti indicando nel popolo l'unico colpevole. Se è come ha detto Prodi, non si capisce più perché la sinistra si sia sdegnata e si sdegni tanto con Berlusconi, che sarebbe in politica esclusivamente per fare i propri interessi personali. Non lo farebbe «qualsiasi italiano»?

Con le sue dichiarazioni spericolate, Prodi ci dice che non vale più, o non è mai esistito, il patto non scritto ma inviolabile sul quale si basa il sistema democratico-rappresentativo: i cittadini eleggono i loro rappresentanti perché legiferino e amministrino la cosa pubblica al meglio delle loro possibilità, nell'interesse di tutti e accantonando gli interessi personali. Ci si aspetta insomma che chi viene eletto, se non è migliore degli elettori, lo diventi per senso di responsabilità verso il ruolo che occupa; per un senso di dirittura etica e morale, di intima onestà che la carica dovrebbe accrescere e non annullare. Tanto più con l'attuale, e sciagurata, legge elettorale che non permette più ai cittadini di esprimere una preferenza per questo o quel candidato.

Se quel patto tacito non viene rispettato, i cittadini sono gli ingannati, non i responsabili della disonestà e dell'inefficienza della classe politica. Proprio mentre Prodi se la prende con Grillo e con gli italiani (colpevoli anche di non donare abbastanza sangue: quando se ne dona in Parlamento?), non fa che giustificare l'iniziativa populista del primo e l'ira dei malgovernati. Gli italiani, già di per sé individualisti e anarchicheggianti, hanno bisogno di avere un minimo di fiducia in chi li governa. Le dichiarazioni di Prodi suonano a morto, per questa fiducia.

martedì 18 settembre 2007

La politica migliora se aiuta la cultura. Marcello Dell'Utri

http://www.ildomenicale.it/articolo.asp?id_articolo=816

"Se nel 1994 Berlusconi fece uscire i partiti italiani da un dibattito invecchiato e sterile, adesso è il momento di dare corpo a un nuovo progetto culturale che possa sostenere il futuro del Centrodestra. Tenendo presente che nel mondo liberale l’appartenenza non implica omologazione bensì autonomia di pensiero".

Caso Microsoft: concorrenza o potere. Alberto Mingardi

http://liberalizzazioni.blogspot.com/

La sanzione alla società di Bill Gates vista da un'angolazione diversa.

Buonsenso a sinistra. Luca Ricolfi

Che succede a sinistra? Chi ricorda che cos’era la sinistra, inclusa quella riformista, prima dell’estate 2007, non crede ai propri occhi e alle proprie orecchie.

Fino a ieri, se invocavi interventi delle forze dell’ordine contro clandestini, nomadi, tossicodipendenti, prostitute, lavavetri eri un razzista, un leghista, un fascista, o come minimo una persona rozza, priva di un’adeguata cultura civica: oggi non più, e non capisci perché. Fino a ieri, se ti azzardavi a dire che nella scuola ci vorrebbe un po’ più di severità e un ritorno ad alcuni capisaldi tradizionali (come la grammatica, lo studio a memoria, le odiate nozioni) eri guardato con commiserazione, e bollato come reazionario, retrogrado, nemico della modernità e del progresso: oggi non più, e non capisci perché.

Fino a ieri, se dicevi che occorre abbattere la pressione fiscale, venivi irrimediabilmente crocefisso come berlusconiano, furbastro, evasore fiscale: oggi non più, e non capisci perché. Fino a ieri, se eri un ammiratore di Beppe Grillo ti davano del qualunquista, e a lui riservavano ogni sorta di contumelia, tipo sfascista, populista, antipolitico, qualunquistello: oggi non più, e non capisci perché.

Nel giro di poche settimane la sinistra è cambiata, ma non ci sta spiegando che cosa le è preso. Il raptus iconoclasta che ha colpito i suoi dirigenti è evidente, ma restano poco chiare le ragioni di un voltafaccia così repentino e spettacolare. Perché vi state liberando di tutti i vostri tabù?

Una ragione, probabilmente, è la paura. È possibile che i dirigenti del Partito democratico abbiano capito quale abisso il governo Prodi sia riuscito a scavare fra la sinistra e il Paese, e stiano tentando di recuperare voti sintonizzandosi con gli umori profondi dell’elettorato, specie quello del Nord. Se è così si illudono: la gente non è stupida, e sa distinguere i cambiamenti genuini, frutto di una vera maturazione politica, dai cambiamenti decisi a tavolino, dettati da furbizia e calcolo. Quel che andava fatto vent’anni fa, quando la caduta del Muro di Berlino aprì una nuova stagione politica in Europa, non può essere fatto credibilmente in pochi mesi, sotto la spinta dei sondaggi. La sinistra che i riformisti stanno affannosamente propinandoci sa troppo di ingegneria sociale: chi ha sempre diffidato della sinistra riconosce al volo l’artificio, chi è sempre stato di sinistra non riesce a riprogrammarsi in così poco tempo, e finisce per sentirsi ingannato e tradito. Proprio perché sono decise a tavolino, senza una lunga e severa discussione pubblica, le novità che Veltroni e i suoi ci stanno apparecchiando hanno un inevitabile sapore Ogm, di organismo geneticamente modificato: il Partito democratico sarà pure una creatura perfetta, ma le sue parole d'ordine sono troppo nuove e tardive per non apparire il frutto di un esperimento di laboratorio.

Ci sono però, forse, anche altre ragioni - più rispettabili e più serie - che guidano la recente raffica di dietrofront. Può darsi che alcune cose, nell’immobile e spesso autocompiaciuta cultura della sinistra, stiano cambiando davvero. Una prima cosa che sta cambiando è il rapporto della sinistra con il senso comune. Alcune delle idee che la sinistra va affermando, e che appaiono scandalose a tanti intellettuali, sono di puro buon senso. Che a scuola si vada essenzialmente per studiare, che i fannulloni vadano licenziati, o che la legge debba valere per tutti (compresi gli «ultimi»), possono sembrare idee di destra solo per l’ostinazione con cui sono state combattute per tanti anni, e possono apparire innovazioni rivoluzionarie solo per la spocchia con cui la cultura di sinistra ha sempre disprezzato i (presunti) pregiudizi delle persone semplici. Checché ne pensino i militanti più puri e duri, non è la sinistra che sta andando a destra, ma la rivoluzione del buon senso che sta travolgendo la sinistra.

Ma c’è anche un’altra cosa, forse, che sta cambiando a sinistra. Poco per volta, lentamente ma ineluttabilmente, ci si sta rendendo conto che i deboli «non sono più quelli di una volta, e che ormai né i partiti di sinistra né i sindacati difendono i veri deboli». In materia pensionistica, i diritti dei giovani vengono calpestati a favore dei privilegi dei cinquantenni. Nelle politiche del lavoro i diritti dei disoccupati, dei lavoratori in nero, dei precari sono sistematicamente subordinati a quelli degli occupati forti (dipendenti pubblici e delle grandi imprese). Nell’istruzione l’abbassamento degli standard penalizza i ragazzi dei ceti più umili, mentre i figli di papà possono tranquillamente rifarsi grazie alle risorse famigliari. Sul territorio la tolleranza per la microcriminalità protegge i prepotenti e mette a rischio i soggetti più vulnerabili (donne e anziani). Per non parlare dell’immigrazione, dove l’incapacità di espellere i criminali e i clandestini rende la vita più difficile innanzitutto agli immigrati onesti.

Chi sono i veri deboli? Questa è la domanda cui - a sinistra - non si riesce più a dare una risposta condivisa. (la Stampa)

lunedì 17 settembre 2007

Cossiga "avverte" De Benedetti. Giorgio De Neri

Polemica: se continua a farmi attaccare parlo di certi traffici con l'Urss.

Per un "sardus pater" di temperamento come Francesco Cossiga è sempre stato leggere per due settimane di seguito gli attacchi personali riservati a lui dal settimanale "L'Espresso", e ripresi con clamore dal quotidiano "La Repubblica", entrambi posseduti da Carlo De Benedetti, è cosa da far venire il sangue agli occhi. E le reazioni mediatiche sono in diretta proporzione. Così se la prima volta quando si era parlato della casa venduta da un ente a suo figlio a prezzo agevolato si era limitato a scrivere una piccata lettera al "Giornale", ieri, dopo l'ennesimo affondo della stampa scalfarian-debenedettiana alla sua figura, è passato direttamente all'insulto e alla minaccia. L'imprecazione è tipicamente romana: "Adesso Carlo De Benedetti mi ha rotto i co......!”. La minaccia però è di quelle da far paura a chiunque perchè chiama in causa la pregressa e presunta infedeltà atlantica dell'allora capo della Olivetti.

“Spero che non vi siano altri attacchi dell’Espresso e Repubblica, noti ‘avvelenatori di pozzi’ - dice infatti Cossiga al "Velino" - perchè sarei fortemente tentato di aprire una cassaforte elettronica datami dal governo per custodire documenti top secret di cui mi è stata autorizzata la detenzione tra cui, ma forse ricordo male, alcuni appunti del Dipartimento di Stato Usa e della Cia americana che tratterebbero traffici di materiale strategico proibito da precise norme della Nato tra l’Olivetti, allora di sua proprietà, e l’Unione Sovietica in tempo di guerra fredda. E pensare che il ministro degli Affari esteri di allora, l’amico Gianni De Michelis, e io che ero presidente della Repubblica, durante il nostro viaggio a Washington lo difendemmo a spada tratta pur sapendo di mentire". La vicenda dell'insider industriale a favore dell'Urss, sempre smentita dall'interessato, era venuta fuori anche nella Commissione Stragi e poi in quella Mitrokhin. E se Cossiga decidesse di attuare le proprie minacce, il rischio per l'Ingegnere è quello di passare alla storia come la quinta colonna dello spionaggio sovietico nella borghesia industriale italiana. Cosa che potrebbe comportare non poco imbarazzo anche ai giornalisti di "Repubblica" visto che un paio di loro sono stati recentemente epurati per avere passato articoli del duo Bonini-D'Avanzo a quello strano personaggio del Sismi che era Pio Pompa.(l'Opinione)

Ferrero si vergogna. Anche noi (di lui). Maria Giovanna Maglie

Ci stiamo abituando a tutto, ma al fondo c'è la fine di una democrazia, per imperfetta che sia, c'è Itabia, perdonate l'ossessione da Cassandra sul nostro futuro di consegnati agli islamici che fomentano l'odio. Se così non fosse, Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, sarebbe costretto immediatamente alle dimissioni, e qualche prestigioso giudice togato starebbe valutando come e quanto il ministro dei clandestini, rifondarolo, cassintegrato, obiettore, abbia violato il patto assunto con il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Invece il Consiglio dei ministri gli ha scodinzolato dietro, a partire dal ministro dell'Interno, e tra poco saremo invasi da clandestini che nessuno saprà come piazzare né come mantenere.
Mi sentirei di citare l'articolo 93 e il 95 della Costituzione, solitamente tanto cara alla sinistra italiana, forse perché nel suo articolo numero 1 ne perpetua un arcaico leninista potere: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», quando, se solo dicesse «fondata sull'individuo», ci libererebbe tutti dal male. L'articolo 93 recita che il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.
Il 95 aggiunge che il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri. I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri. Non sarà certo la prima volta che il governo Prodi dimostra il contrario, un gallinaio di indecenti beccate, e personaggi che non ritengono di rispondere al patto sottoscritto ma Ferrero ha fatto di più e di peggio, ha tradito il patto con la nazione.
Veniamo alle pubbliche dichiarazioni del ministro, Paolo Ferrero, che era ospite della Camera del Lavoro di Milano. «È ora che gli immigrati facciano sentire la loro voce e diano vita ad una manifestazione per spiegare fortemente le loro ragioni». «È giusto che siano incazzati come delle bestie». Rifondarolo, cassintegrato, obiettore, raffinato nell'eloquio.
Agli immigrati che abbiano problemi speciali dei quali lamentarsi contro le istituzioni italiane, fa una bella propostina autogestita: «Verranno pubblicate a mie spese sui maggiori organi di informazione. Inoltre li invito a denunciare alla magistratura chi, come ambasciate o consolati, mette dei vincoli al rinnovo dei permessi di soggiorno». Meglio del capo dell'Ucoii.
«In realtà il problema dei permessi di soggiorno - aggiunge Ferrero - è di competenza del ministero degli Interni e non mia, ma la situazione è così assurda perché da una parte c'è la destra che pianta casino, e dall'altra l'Unione che ha paura di essere sconfitta. A volte mi vergogno di far parte di questo governo, ma anche se me ne andassi la situazione non sarebbe di facile soluzione ed è per questo che rimango e continuerà la mia battaglia all'interno. Ci sarà chi parlerà di un conflitto, ma non vedo altra strada che questa». Un ministro che si vergogna del governo del quale fa parte, ma decide di restarci come infiltrato della controparte, voi come lo definite?
«Per il ruolo che ricopro non posso commentare le proposte di un ministro», così il presidente della Camera Fausto Bertinotti, a Parigi per la festa del Pcf, una specie di cadaverino del comunismo, ha risposto a chi gli chiedeva commenti sulle esternazioni di Ferrero. Le ha chiamate proposte.
La verità, come la pensano gli immigrati, è che Ferrero sta cercando di attirarli alla manifestazione del 20 ottobre, così avrà un po' di disperati da manipolare, coloro che non ha regolarizzato, quelli che attendono una sanatoria da quando questo governo è salito al potere. Forse il ministro ha dimenticato che il centrodestra ha avuto il coraggio di regolarizzare 800mila immigrati, dando loro una dignità nel nostro Paese? Lui preferisce far entrare chiunque e non garantire nulla a centinaia di migliaia di clandestini, per poi portarli in piazza contro l'Italia. Io dico che andrebbe fermato.(il Giornale)

Il grande errore. Angelo Panebianco

Riforme non fatte e protesta antisistema.

Se si sprecano le occasioni, prima o poi la storia si vendica, presenta il conto. Nella società disgregata, «a coriandoli», secondo la felice definizione di Giuseppe De Rita, convivono, senza contraddizione, cinismo, rassegnazione, cupo pessimismo e movimenti di protesta anti sistema di crescente intensità. Ciò è il frutto del «Grande errore »: il mancato rinnovamento dello Stato negli anni Novanta. Per un certo periodo le conseguenze del grande errore non vennero comprese da molti. Ma nel momento in cui, dal conflitto orizzontale, fra Berlusconi e i suoi nemici, si passa al conflitto verticale, fra settori significativi dell'elettorato e la classe politica, quelle conseguenze diventano drammaticamente evidenti. Dio non voglia che ciò preannunci un nuovo ciclo di violenza.

Nei cinque anni del governo Berlusconi, la disgregazione, comunque in atto, rimaneva nascosta ai più. La società era tenuta insieme da un grande collante: l'odio. Per mezza Italia, al governo c'era l'Uomo Nero, il Caimano. Lo scontro fra le fazioni era feroce. Prima che due politiche, nel Paese si scontravano (credevano di scontrarsi) due antropologie. Era facile, allora, per metà del Paese, attribuire ogni male, grande o piccolo, al ruolo malefico dell'usurpatore, dell'Uomo Nero. Ora che l'Uomo Nero non governa, il conflitto orizzontale ha perso intensità. E la prova deludente del governo di centrosinistra ha modificato la struttura del conflitto: allo scontro orizzontale fra Berlusconi e gli altri si è sovrapposto lo scontro verticale fra settori rilevanti dell'elettorato, soprattutto di sinistra (vedi gli applausi per Beppe Grillo al Festival dell'Unità) e la classe politica. Non potendosela prendere solo con il governo per il quale, in maggioranza, hanno votato, quegli elettori spostano il tiro sul Sistema.
Nei primi anni Novanta, con la fine della Guerra fredda e i conseguenti effetti dirompenti sulla politica italiana, si aprì una «finestra di opportunità» che non fummo capaci di sfruttare a fondo. Non ci fu il passaggio dalla Repubblica dei partiti allo Stato repubblicano. Cambiò il sistema elettorale, venne l'elezione diretta di sindaci e Presidenti di Regione. Ma non fu intaccata l'architettura complessiva. Non ci fu realmente una «Seconda Repubblica».

Per oltre 40 anni i partiti politici erano stati i supplenti, i sostituti funzionali, delle istituzioni statali: la «partitocrazia» al posto dello Stato. A quel sistema dei partiti, quando morì, non subentrarono istituzioni pubbliche rinnovate (un forte governo, amministrazioni pubbliche snelle ed efficienti, eccetera). Ne paghiamo il prezzo. Senza più partiti radicati e forti e con istituzioni sempre inadeguate, sprovviste di autorevolezza, e quindi deboli, la democrazia si trova priva di ancoraggi. Da qui le spinte centrifughe e disgreganti. In mancanza di meglio si tenta ora la strada della ricostituzione dei partiti (il Partito democratico, forse la Federazione della destra). In un Paese di fazioni, si cerca, almeno, di ridurre il numero delle fazioni. È una buona cosa perché la frammentazione fa comunque male.

Ma, forse, è troppo poco. Persino i politici se ne rendono conto e dopo essere stati responsabili del grande errore riprendono l'infinita danza intorno alle «indispensabili» riforme istituzionali da fare. Senza considerare che le parole della politica non servono a costruire consenso e a indicare mete quando sono state logorate per il troppo uso. Ci vorrebbero leader veri, capaci di rischiare, ma il sospetto è che i leader siano stati sostituiti dagli uomini dello spettacolo.( Corriere della Sera)

sabato 15 settembre 2007

Università del degrado. Davide Giacalone

Punire chi ha fatto mercato dei test per accedere all'università, licenziare (e togliere dalla cattedra) quanti hanno scritto le domande bislacche o con risposte sbagliate, ma, prima di tutto, rendersi conto che il valore legale del titolo di studio ci restituisce università dequalificate e professionisti di basso livello. Dice Mussi che chi ha sbagliato deve pagare, il guaio è che l'errore più grosso lo commettono quanti, come lui, continuano a credere che le nostre università possano sopravvivere con un modello sociale oramai morto.
Perché c'è gente disposta a pagare trentamila euro pur di passare il test d'ammissione? Quell'investimento è fatto da famiglie di medici, dentisti ed altri professionisti che desiderano lasciare al pargolo zuccone l'avviata azienda paterna. Fra il dire ed il fare c'è di mezzo la necessità d'avere il titolo di studio. Non di sapere qualche cosa di cardiologia o di non scambiare le radici di un dente con le rape, ma il pezzo di carta che abilita all'eredità. Questo è il modello sbagliato che spinge alla devianza. In un libero mercato delle professioni solo dei dementi spenderebbero dei soldi per avere un pezzo di carta, e, del resto, c'è anche chi ne spende per farsi nominare cavaliere o nobile da ordini del piffero. In un mercato in cui, per restare alla sanità, a spendere sono i privati o le loro assicurazioni non ci sarebbe spazio per risaputi incapaci. Dove alla professione s'accede per solo titolo ed i soldi sono in gran parte pubblici, capita quello che è capitato a Gigi Sabani: vada tranquillo, è solo stanchezza.Il numero chiuso è una buona cosa, anche perché evita che persone senza speranza perdano tempo. Ma lasciarlo amministrare con questionari che contengono strafalcioni o richiedono memoria sportiva, è un crimine. Più sono non pertinenti le domande più cresce il mercato della corruzione. E quando il mondo degli “arrivati” si presenta, a quanti devono partire, con il volto dell'ignoranza e della viscida furbizia, che razza d'italiani credete si selezionerà? Comunque la si gira, questa è una storiaccia. Un ennesimo cammeo raffigurante un Paese che degrada ed asseconda la difesa dei privilegi. La casta non è solo quella dei politici. Siamo un Paese di caste, miserabili. Con le annesse, non promettenti, rivolte plebee.

venerdì 14 settembre 2007

La Storia non sono loro. il Giornale

Tanti di noi, se sentono riparlare di terrorismo e di Brigate rosse, hanno un principio di colica: e non è un cedimento al perdonismo, è proprio stanchezza fisica, voglia e tentazione di credere che gli anni di piombo siano davvero lontani, illusione e desiderio di sperare che il messaggio l’abbiano infine compreso tutti: che erano assassini o imbecilli, chiuso, si guarda avanti. Poi, però, un giovedì sera, apprendi che il settimanale francese Nouvel Observateur ha chiesto ai suoi lettori che cosa rappresentino per loro le Brigate rosse, e la risposta del 68 per cento di essi è stata questa: «Sono degli eroi». Un attimo di allibimento e poi capisci perché i francesi hanno difeso i Cesare Battisti e perché le Fanny Ardant hanno mitizzato i Renato Curcio. Capisci che non c’è neanche da prendersela tanto con loro, perché la loro ignoranza è solo lo strascico di propagande e deliri collettivi che da oltreconfine non hanno avuto alcuna necessità di rielaborare. Per loro è un vecchio film d’essai proiettato a Venezia. Ma quale oblio: risvegliarsi dal torpore, e tornare a stanare quei tanti deficienti che ancora predicano, per impiccarli almeno al loro passato, d’un canto ridiventa un dovere.

Bilancia commerciale in attivo? Chissenefrega. Carlo Lottieri

http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=194&id_art=5814&aa=2007

E' da sfatare il luogo comune che si guadagni solo se si esporta.
Al direttore - Dalla Conferenza sui cambiamenti climatici si è appreso che la temperatura media negli anni recenti è aumentata in Italia ben quattro volte più rapidamente che nel resto del mondo. Nel conoscere questo dato credo che chiunque in Italia ma, appunto, anche nel resto del mondo, capisca l’assoluta inesattezza e non credibilità climatico-meteorologica di quella che pare un’idiozia, che non sarebbe apparsa tale se si fosse parlato, almeno, di Europa mediterranea. Infatti è difficile credere che l’aumento della temperatura, in rapporto ai 150 milioni di chilometri quadrati di tutte le terre emerse, si sia concentrato esclusivamente, e con una precisione da laser, proprio solo su questa nostra minuscola penisola che supera di poco i 300 mila chilometri quadrati. O i raffronti non sono stati fatti con precisione, o gli autori dello studio non conoscono la vastità della terra o il Belpaese, già con troppi altri guai, è proprio sfigato.
Gabriele Barabino, Tortona (Al) (il Foglio)

giovedì 13 settembre 2007

Conferenza sul clima inutile parata, Pecoraro Scanio vero responsabile dei problemi ambientali. Benedetto Della Vedova

Occorre una svolta: se ne faccia carico il centro destra. No al monopolio ideologico ideologico della sinistra.

Organizzando un’inutile parata che mischia catastrofismo, sensazionalismo e approssimazione scientifica, il ministro Pecoraro Scanio nasconde quelli che sono i veri problemi ambientali che nei prossimi mesi rischiano di mettere in ginocchio il nostro paese. La denuncia dell’a.d dell’Enel sul rischio black out è un vero e proprio atto di accusa nei confronti di un ministro e leader di partito, cioè Pecoraro Scanio, che si fa vanto di bloccare la costruzione di rigassificatori e centrali elettriche.

Accanto a ciò è difficile dimenticare le responsabilità di un ministro e leader di partito che grazie alla politica dei No ha contribuito a rendere la sua regione, agli occhi di tutto il mondo, una discarica a cielo aperto.
Occorre una svolta, per una politica ambientale responsabile, che non sia pregiudizialmente anti-tecnologica e anti-mercato. Ed è doveroso che a farsene carico sia il centro-destra, contestando il monopolio ideologico della sinistra. Per favorire questo lavoro programmatico, che vede impegnato il Dipartimento ambiente di Forza Italia, i Riformatori Liberali hanno presentato nelle scorse settimane un concorso di idee per la politica ambientale del centrodestra (http://www.riformatoriliberali.it/azzurroverde/).
L’ambiente è un tema che i cittadini avvertono con un vero senso di urgenza e che una coalizione liberale ha il dovere di affrontare con serietà non solo sul piano tecnico e di governo, ma anche – come insegna il leader conservatore inglese David Cameron – sul piano della comunicazione politica e del rapporto con l’opinione pubblica.

Ultim'ora! I ghiacciai si stanno sciogliendo da diciottomila anni. il Foglio

Dopo mesi di workshop a tema in diverse città, slogan che forse estremizzava­no la situazione (immagine di una strada in campagna col segnale "Attenzione: attraver­samento cammelli"), frasi epiche del tipo "Prendiamo in mano il nostro destino" o "E' il momento di decidere", è cominciata ieri la prima Conferenza nazionale sui cambia­menti climatici, voluta dal ministero del­l'Ambiente e organizzata dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tec­nici. I toni iniziali sono volutamente da tra­gedia: si parla di riscaldamento globale, da cui deriveranno fame, povertà, malattia, de­vastazione e catastrofi. Il delitto è stato com­piuto, e come in un giallo mediocre si capi­sce fin dalle prime battute chi è l'assassino: l'uomo. "La natura non è impazzita": sono le emissioni di CO2 (causate dalla "politica di rapina e dominio della natura che un lungo ciclo economico ha perpetrato" ha detto Fausto Bertinotti aprendo i lavori) a far sali­re la temperatura, a far sciogliere i ghiacciai, a scatenare gli incendi estivi (sospiro di sollievo dei piromani), a ridurre l'Adriatico a una palude (complici anche le fritture dei piccoli pesci detti bianchetti, sic!) e a farci andare verso un mondo con milioni di "pro­fughi ambientali". La prima parola d'ordine è allora "adattamento" al clima che cambia, strettamente legata alla seconda, la "mitiga­zione" di questi effetti con la riduzione delle emissioni. In Italia, dice il ministro, "la tem­peratura negli ultimi cinquant’anni è au­mentata quattro volte di più del resto del mondo" (ma il riscaldamento non era globa­le? o in Italia è più globale che altrove?). "L'energia del futuro è il sole" ha concluso. Ieri è uscito il libro "L'illusione dell'ener­gia dal sole" (edizioni 21° Secolo) del professor Franco Battaglia dell'Università di Modena, scienziato considerato "scomodo" per le sue idee sul riscaldamento globale. Sul tema della conferenza Battaglia dice al Foglio che in effetti "vi è largo consenso tra i dati che la temperatura media globale sia aumentata (se pur non in modo costante e monotono) a partire da circa il 1750, quando cioè si era nel minimo della piccola era glaciale'". Una delle relazioni della Conferenza sosteneva che questo aumento sia dovuto so­prattutto a cause umane e che (con una sicu­rezza del 95 per cento) da circa quarant'anni sia causato dalle emissioni di gas serra. "E' impossibile" sostiene Battaglia. "Nel 1750 l'industrializzazione era assente e la popola­zione mondiale era meno di un miliardo. Ancora nel 1940 l'industrializzazione era quasi assente (ad esempio, il numero di auto nel mondo nel 1930 era la metà di quello oggi in Italia). Dal 1940 al 1975 la temperatura glo­bale diminuì fino a far temere, a metà degli anni Settanta, un'altra piccola era glaciale: ma in quel periodo, più precisamente dopo il 1950, si era in pieno boom demografico e industriale". Molti ritengono che parte della soluzione del problema si avrebbe con l’applicazione del protocollo di Kyoto. Quanto c'è di vero m questa affermazione? "Nulla: il protocollo prevede la riduzione delle concentrazioni di CO2 del 2,5 per cento a livello globale (5 per cento dei soli paesi industria­lizzati). Questo significa immettere 19,5 giga-tonnellate di CO2 anziché 20 in una atmosfe­ra che, di suo, ne contiene 3.000. Come spe­rare di far dimagrire Michael Moore negan­dogli la bustina di zucchero nel caffè del mattino. C'è poi da aggiungere che tutti que­sti discorsi si basano su simulazioni talmen­te imprecise che per un raddoppio di con-centrazione atmosferica di CO2 danno varia­bilità di temperatura media globale tra 1,5 e 11,5 gradi in più". Il problema non è quindi l'emissione di gas serra? "Se fosse tutto vero e la causa fosse la CO2 antropica, allora i go­vernanti sono degli assassini perché dovreb­bero dichiarare che bisogna smettere di fab­bricare automobili, distruggere quelle esi­stenti, smettere di bruciare gas e carbone e costruire migliaia di centrali nucleari. Solo così le emissioni si ridurrebbero di quell'80 per cento necessario ad affrontare, forse, il presunto problema". Se allora, secondo il professor Battaglia, il problema non è antro­pico, viene il sospetto che vi siano interessi diversi dalla tutela dell'ambiente dietro a questo allarme. "Gli interessi di chi vende pannelli fotovoltaici e turbine eoliche, che sono tecnologie totalmente fallimentari in ordine alla produzione di energia elettrica. Le faccio un esempio. Per produrre l'energia che produce un reattore nucleare in un anno (3 miliardi, chiavi in mano) bisogna installa­re 6.000 turbine eoliche (6 miliardi) oppure investire 60 miliardi in pannelli fotovoltaici. Sa qual è la beffa? Che il reattore nucleare non ha bisogno delle turbine eoliche o dei pannelli, ma questi hanno comunque biso­gno del reattore nucleare (o a carbone o a gas) perché quando il sole non brilla o il ven­to non soffia deve essere pronto a partire un reattore convenzionale, pena il black out".

Per Battaglia, quella di giornali e televi­sione è "un tipo di informazione al 95 per cento falsa. Si pensi a quando dicono che so­no aumentati i fenomeni naturali catastrofi­ci. Non è vero: se ad esempio si osservano i venti più potenti uragani che hanno colpito l'America negli ultimi 150 anni, si vede come dieci sono stati nella prima metà di questo periodo e dieci nella seconda metà". Ma è vero che tra qualche anno non scieremo più? Che i ghiacciai si stanno sciogliendo? "Lo stanno facendo da diciottomila anni", con­clude Battaglia, "dalla fine dell'ultima era glaciale. Non c'è prova della responsabilità umana di questo scioglimento: qualunque ri­scaldamento scioglie i ghiacci".

mercoledì 12 settembre 2007

Il patto stracciato. Ernesto Galli della Loggia

Sulle qualità personali di Fabiano Fabiani per svolgere l'incarico di membro del Consiglio d'amministrazione della Rai-tv che il governo gli ha affidato ieri non si possono avere dubbi. Fabiani ha alle spalle una carriera collaudata di manager di successo, è persona di cultura, di conoscenze, di esperienza: chi meglio di lui dunque? E così pure non c'è dubbio che la sua nomina corrisponde a un obiettivo interesse politico della maggioranza, perlomeno di quella sua parte che si riconosce nel progetto del Partito democratico. Infatti, poiché la designazione di Fabiani, come dicono in molti, contribuirebbe a saldare un'intesa tra Prodi e Veltroni, essa aiuta senz'altro la nascita del nuovo partito neutralizzando i pericoli per la stabilità del governo che la nomina del sindaco di Roma alla testa del Pd potrebbe in teoria rappresentare. Tutto bene dunque? Per nulla, invece, proprio per nulla dal momento che qui non è questione solo di persone o di convenienze politiche. È questione — anche e soprattutto — di regole, e da questo punto di vista la nomina di Fabiani appare quanto mai criticabile. Fino a ieri la Rai costituiva uno dei pochi ambiti in cui si era riusciti a stabilire un accordo di tipo istituzionale tra maggioranza e opposizione sulla base del mutuo rispetto di un comune modus operandi. Che si riassume in due parole: la maggioranza del Cda alla maggioranza parlamentare, la presidenza dello stesso Cda scelto di comune accordo ma nelle file dell'opposizione, e infine come Direttore generale una figura di garanzia indicata dalla maggioranza ma con il placet più o meno esplicito della minoranza.

Questo accordo di fatto—ripeto, volto ad assicurare un funzionamento passabilmente tranquillo e condiviso di istituzioni pubbliche chiave, e uno dei pochissimi all'uopo esistenti — questo accordo è oggi carta straccia, perché con la nomina di Fabiani la maggioranza ha deciso di prendere per sé tutto quello che c'era da prendere: Cda, Presidenza eDirezione generale. In tal modo il centrosinistra ha ripetuto oggi ciò che già fece alla fine dell'ultima legislatura in cui ebbe la maggioranza, era il 2001, allorché approvò per pochi voti nientemeno che una modifica della Costituzione. Riconobbe sì, poi, di aver sbagliato, ma il suo comportamento odierno cancella quel pentimento, lo fa apparire quasi strumentale, e getta una grave macchia sulla sua immagine politica. Che fine hanno fatto tutte le promesse di governare in modo diverso dalla destra, in modo non fazioso, in nome di valori politici diversi? Con il gesto compiuto ieri si proclama in realtà l'indifferenza a qualsiasi regola di buona creanza istituzionale (con danno per tutto il Paese) e, cosa ancora più grave, si autorizza domani il centrodestra a fare altrettanto.

Quale credibilità potranno avere le proteste contro una Casa della libertà che—come sicuramente è nelle pulsioni almeno di una sua parte, e come è già accaduto—occupasse domani ogni spazio occupabile accaparrandosi tutte le nomine governative? Chi oserà firmare un manifesto o un appello contro Berlusconi o chi per lui quando Prodi e il suo governo non sono stati da meno? Da questo punto di vista, per finire, colpisce assai negativamente che tra i tanti cultori del bene pubblico che militano nell' Unione (politici e non: ci mettiamo anche tanti giuristi e intellettuali vari) nessuno abbia avuto finora qualcosa da ridire su un tema di tale importanza. Per meglio dire nessuno tranne uno: il segretario dello Sdi Boselli. È giusto rendergli il merito dovuto, ma alla fine è la sua voce soltanto quella che abbiamo ascoltato. Bisogna ammettere che è un po’ poco.( Corriere della Sera )

martedì 11 settembre 2007

Occupazione totale. Paolo Guzzanti

Quando si dice che non ci sono parole vuol sempre dire che le parole ci sono. In questo caso le parole sono: disonesta prepotenza, sfacciataggine spudorata, violazione delle regole: il governo Prodi, nella allegra persona del professor Padoa-Schioppa, ha sostituito un Consigliere d’Amministrazione della Rai, il professor Angelo Maria Petroni di centrodestra, mettendoci Fabiano Fabiani di centrosinistra. Conosco Fabiani e ne ho stima come persona, ma il fatto non investe i nomi ma le regole. Non so se i lettori hanno presente in che cosa consiste il gioco della Rai: alla minoranza parlamentare va la minoranza del consiglio d’amministrazione e il Presidente della Rai. Alla maggioranza va la maggioranza che basta per comandare, ma non per esercitare la dittatura. Noi vogliamo aggiungere l’anomalia perenne di RaiTre e del Tg3 che seguitano ad appartenere, a 15 anni dalla fine della guerra fredda, ai successori del Pci il quale li ebbe come diritti feudali consociativi per il fatto che, poveretto, non poteva entrare nei governi democristiani. Un terzo del servizio pubblico pagato da tutti è tuttora proprietà privata e indebita, ma nessuno fiata. In compenso da ieri la Rai è sotto occupazione.
La Commissione Vigilanza Rai, che teoricamente dovrebbe esercitare il potere dell’editore parlamentare, è stata presa a schiaffi da Padoa-Schioppa che si è rifiutato di presentarsi al secondo piano del Palazzo di San Macuto per spiegare i motivi per i quali aveva licenziato l’ottimo professor Petroni, e per garantire che avrebbe nominato un altro consigliere scegliendolo dalla stessa area dell’opposizione. Il furbone del quartierone ha prima svillaneggiato il Parlamento e poi si è incamerato il posto di un consigliere di centrodestra: addio a pesi e contrappesi. Vorrei dire finora a Silvio Berlusconi che guai se al prossimo giro non prenderà a calci nel sedere questi qui facendogli toccare con mano che cosa succede quando si crea un precedente violando le regole. A sinistra molti sono preoccupati: il socialista Boselli ammette che è stata fatta una carognata e prevede dolori per la sacrosanta reazione del centrodestra. Il nostro uomo a Palazzo Chigi Romano Prodi intanto fa finta che sia stata premiata la «professionalità». Che giocatori di tre carte da bar di periferia: si tengono il presidente diessino che gli abbiamo votato noi (io ero lì) e scippano un consigliere dell’opposizione, ma lo fanno per pura bontà. Ormai l’occupazione da parte di questo governo pallido malato rabbioso e perverso è completa: dopo i servizi segreti, polizia e guardia di finanza, anche il servizio pubblico televisivo è presidiato dai carri armati come nei veri colpi di Stato. Sono stati bravissimi: preventivamente hanno rincoglionito gli italiani con l’antipolitica, la casta e Beppe Grillo che osanna Bin Laden e dice che le parole di Ahmadinejad sono opera degli ebrei del Mossad, mentre insulta Marco Biagi. La Rai da ieri trasmette soltanto le loro marce militari chiamate palinsesti.

lunedì 10 settembre 2007

L'Italia, un paese di boschi. Statali. Davide Pettenella

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2885&from=index

Gli incendi devastano il nostro paese non solo perché il patrimonio forestale è stato abbandonato, ma anche perché serve a fare aumentare gli addetti e la burocrazia della forestale. Poi, come in Sicilia, queste strutture vanno in vacanza proprio nei mesi degli incendi.

Golpe in Rai, rimosso Petroni. il Giornale

Dopo mesi di insistenze, ricorsi e tira-molla alla fine il governo ha sfrattato la maggioranza di centrodestra dal Cda della Rai. Il consigliere in quota Udc Angelo Maria Petroni è stato desostituito dal ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa. Al suo posto Fabiano Fabiani. "L’assemblea degli azionisti della Rai -informa una nota di Viale Mazzini - si è riunita oggi con all’ordine del giorno la revoca di un consigliere e la nomina di un nuovo consigliere. Il ministero del Tesoro e dell’Economia, azionista di maggioranza con il 99.55% del capitale sociale, era rappresentato dall’avvocato Mario Stella Richter. L’assemblea, su proposta del ministero, ha deciso di revocare il mandato di consigliere di amministrazione di Rai spa ad Angelo Maria Petroni e ha nominato consigliere Fabiano Fabiani", conclude la nota.
Landolfi: "Spoil system" La nomina di Fabiano Fabiani nel Cda Rai è "spoil system fuori stagione" per il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi. Commentando la nomina di questa mattina di Fabiani al posto di Angelo Maria Petroni, Landolfi dice: "La nomina di un prodiano come Fabiani al posto del professor Petroni nel Cda Rai conferma che siamo in presenza di una autentica emergenza democratica". Per il presidente della Vigilanza "non esistono altri termini per descrivere un atto di spoil system fuori stagione, che viola apertamente la lettera e lo spirito della legge vigente".
Gasparri: "Sciopero del canone" "Il bandito Padoa Schioppa ha colpito ancora. Dopo l’atto criminale contro Speciale, una nuova illegalità commessa da questo violatore di qualsiasi norma. La rimozione di Petroni pone fine ad ogni possibile confronto o dialogo fra i due schieramenti". Lo afferma Maurizio Gasparri, dell’esecutivo di An. "Come si fa a dialogare con dei banditi? Peraltro è stato ripescato dagli archivi della partitocrazia - dice - un vecchio boiardo esecutore di ordini altrui per vocazione e tradizione. Un atto vergognoso nei confronti del quale non soltanto andranno messe in campo tutte le iniziative politiche e legali di contrasto, ma al quale si deve rispondere non pagando il canone per il 2008. È un atto dovuto di fronte ad un’autentica emergenza democratica attuata da lestofanti dell’informazione quali quelli che governano oggi il paese. Speriamo ancora per poco. Rattrista il rinnovato silenzio del presidente della Repubblica - conclude - che parla delle regole quando gli fa comodo, ma tace di fronte alle malefatte dei suoi compagni, dimostrando in modo singolare di interpretare il suo ruolo di garante. Attendiamo al varco anche Petruccioli".

Diffamazione legalizzata. Vittorio Sgarbi

Con sadico compiacimento i giornali (in particolare il Corriere, con Marisa Fumagalli, imprecisa anche nell’indicare le presenze degli esponenti del centrodestra ai funerali di Pavarotti, anche se forse non riesce a riconoscermi in questa categoria, bontà sua), riferiscono della brutta avventura occorsa a Lele Mora, fischiato e insultato dalla folla. Non si può negare che sia andato a cercarsela, con quella storia dell’invito concesso per sussiegosa benevolenza («ha fatto un po' di numeri e, alla fine, gli abbiamo dato il cartoncino per entrare - spiegano allo sportello dell'ufficio stampa del Comune di Modena -. In certi casi è meglio non infierire»). Ma la brutta avventura dimostra che a nulla è servita la lezione della improvvisa morte di un altro personaggio, travolto prima da un’inchiesta giudiziaria, e poi dal fragoroso riscontro della morte di Pavarotti: il povero Gigi Sabani, mortificato, umiliato, e anche fisicamente indebolito da un’inchiesta per vicende insignificanti e alle quali era assolutamente estraneo. Ricordo che, esattamente 11 anni fa, fui il solo a difenderlo, ravvisando il vero reato nella inchiesta. Come in numerosi altri casi, nonostante la rabbia inumana dei vari Grillo, Travaglio e, in un certo periodo, Di Pietro, l'azione della magistratura, imprudente, aggressiva, priva di riscontri si è trasformata in una vera e propria diffamazione legalizzata. E mentre io ho ricevuto infinite querele per aver parlato, spesso dicendo la verità, i magistrati hanno rovinato vite, come quella di Sabani, senza mai rispondere dei loro errori. E quando le vittime, riconosciute innocenti, hanno preteso il dovuto risarcimento per una ingiusta detenzione (ricordo che andai a visitare Valerio Merola nella stessa cella di Regina Coeli dove era stato fino a qualche giorno prima Erich Priebke), non hanno pagato i magistrati colpevoli, ma lo Stato, cioè i cittadini, cioè noi. E i diffamatori, spesso sono stati promossi. Questo amore del popolo per la giustizia sommaria, e, ovviamente, contro i privilegi, le immunità, e i politici, ha trovato in questi giorni una ulteriore conferma nel Vaffa-day di Beppe Grillo, grande sostenitore delle cause facili.
Ma, tornando a Lele Mora, il linciaggio verbale della folla, non è forse frutto di una delle inchieste più inutili e sprecone degli ultimi anni? Oltre al danno personale per Lele Mora, i cui comportamenti possono essere anche antipatici e non condivisibili, la Procura di Potenza, per farci conoscere le vicende sentimentali di Elisabetta Gregoraci e Flavia Vento, le marchette di Vittorio Emanuele ed i gossip fotografici di Fabrizio Corona «sventati», talvolta per puro buonsenso, dallo stesso Lele Mora, ha speso 7 milioni di euro dei contribuenti che potevano essere utilmente indirizzati al restauro di edifici storici di proprietà del ministero degli Interni (il FEC, fondo edifici di culto).
Questo mi pare il vero scandalo, che non interessa Grillo, ma che è aggravato dagli effetti misurati ieri su Lele Mora. Diffamazione legalizzata, e una conseguente commiserazione per Lele Mora, che potrà adesso cominciare a preparare una causa per danni contro Woodcock, nella certezza che a risarcirlo sarà anche Marisa Fumagalli, che pure ha contribuito ad amplificare la diffamazione. Mi conforta che queste riflessioni siano condivise da una gentile signora di Borgali, Tina Pira, proprietaria del ristorante Il Querceto, che cerca di spiegare ad un ospite tedesco che legge sul Corriere il resoconto dei funerali di Pavarotti, chi è Lele Mora. L'ospite non capisce bene perché abbia tanto spazio sul giornale e perché sia stato fischiato. Tina Pira non è convinta. Pensa, me lo dice, a Gigi Sabani e pensa anche a un grande giudice in Sardegna, Luigi Lombardini che dopo essere stato diffamato da una inchiesta dei suoi colleghi magistrati palermitani, che gli rimproveravano di avere contribuito alla liberazione di Silvia Melis, si è ucciso. Sabani, Lombardini. C'è da augurarsi che, perché non faccia la stessa fine, Lele Mora sia colpevole. (il Giornale)

giovedì 6 settembre 2007

Il volto minaccioso dell'Islam "moderato". Massimo Introvigne

Le notizie che arrivano dall’Algeria confermano che, quando si parla del rapporto fra libertà religiosa e islam, una cosa è la teoria e l’altra è la pratica. La legge dell’islam, la sharia, permette ai «popoli del Libro», i cristiani e gli ebrei, la pratica privata del culto, ma non il proselitismo. Le genti «del Libro» sono nella condizione precaria di «dhimmi», «protetti». Quanto ai seguaci di religioni non «del Libro», non godono neppure della libertà di culto. Proprio perché si ritiene che il marito influisca sulla fede della moglie, la sharia autorizza un musulmano a prendere una moglie «del Libro», mentre un uomo cristiano o ebreo non può sposare una donna musulmana. Secondo la scuola giuridica più rigida - che è al potere in Arabia Saudita - c’è poi un’eccezione per la penisola arabica, terra considerata tutta sacra dove i cristiani (pure oggi numerosi fra gli immigrati) non possono neppure praticare il loro culto (e anche una semplice preghiera, se colta da un musulmano, rischia di avere conseguenze molto gravi).
Prescindendo da quei teologi progressisti che ritengono superati questi divieti - e che trovano spazio in Occidente sui giornali e nei congressi, ma ne hanno assai meno nei Paesi islamici - un normale manuale di diritto islamico ci dirà che - a seconda delle scuole giuridiche, delle leggi e della prassi consolidata - ci sono quattro tipi di situazione. Nella peggiore - quella dell’Arabia Saudita o dell’Afghanistan dei talebani (le cui norme continuano a essere applicate nelle zone tribali afghane e pakistane che controllano) - i popoli «del Libro», dunque i cristiani, non possono neppure celebrare la Messa o pregare. Nei regimi religiosi che detengono il potere nella grande maggioranza dei Paesi musulmani i cristiani possono celebrare Messa nelle loro chiese e pregare in casa propria, ma le leggi vietano il proselitismo e puniscono con la morte la «apostasia» del musulmano che si converte ad altra fede. Anche dove - su pressioni occidentali - le leggi più aspre sono state attenuate - e in teoria l’apostata non rischia più la pena di morte - altre norme rischiano di avere le stesse conseguenze. Per esempio, l’omicidio dell’apostata da parte della famiglia musulmana di origine è considerato un «delitto d’onore» e punito con pene molto lievi. C’è poi un terzo gruppo di Paesi dove si sono affermati governi laici (non tutti democratici) - la Turchia, la Tunisia, l’Algeria - e in tesi le leggi garantiscono la libertà religiosa.
Questa, però, è la teoria. In pratica anche i regimi laici non garantiscono affatto la sicurezza alle minoranze cristiane e tanto meno ai musulmani che si convertono. Anzitutto, tanto più fuori delle grandi città, polizia e tribunali spesso ignorano le leggi e continuano a vessare i cristiani e a punire i convertiti. Un qualche pretesto si trova sempre. Anzi, una lunga esperienza di viaggi in Paesi islamici mi conferma che quello che è accaduto in Algeria è comune. Spesso sono agenti provocatori della polizia a mostrarsi interessati al cristianesimo per poi arrestare i cristiani accusandoli di proselitismo. In secondo luogo, le minoranze cristiane sono piccole e poco influenti. Quando i regimi laici si sentono minacciati dalla marea montante del fondamentalismo, una delle prime concessioni che fanno agli estremisti per cercare di evitare il peggio è proprio prendersela con le minoranze. Con poche eccezioni, anche la libertà religiosa proclamata dai regimi laici in terra islamica è sempre una libertà vigilata.

Quel che non sanno di Rudy Giuliani. Maria Giovanna Maglie

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=203994

Non solo "tolleranza zero" nel programma attuato dell' ex-sindaco di New York.

mercoledì 5 settembre 2007

Disperati dietrofront. Giordano Bruno Guerri

Ieri sono stati arrestati gli assassini dei due anziani coniugi di Treviso, torturati sadicamente prima di venire uccisi. Uno dei tre era fuori grazie all’indulto concesso per svuotare le carceri e che ha avuto l’effetto di riempire le strade di criminali per niente pentiti, per niente redenti. Tutti i dati indicano che da allora i delitti, dai più gravi ai meno gravi, sono aumentati. E che presto le carceri saranno ancora piene. Ma niente sarà come prima, perché nel frattempo i delinquenti liberati avranno percorso il Paese come una peste lasciando nelle vittime ferite insanabili. Cosa potranno dire a quelle vittime i parlamentari che votarono l’indulto, con l’eccezione della Lega e di Alleanza nazionale? Niente. E niente farà l’attuale governo, le cui forze erano a suo tempo schierate all’unisono per l’indulto e che nel frattempo non ha risolto i problemi delle carceri né quello della sicurezza.
Forse perché troppo occupato a discutere l’atteggiamento da tenersi verso i lavavetri, il governo non ascolta neanche se stesso. I tre sadici assassini di Treviso sono due albanesi e un romeno, e forse solo adesso si comincerà a prendere in considerazione un rapporto presentato in giugno dal ministro dell’Interno Giuliano Amato sulla criminalità nel 2006. Ne risulta che in Italia gli stranieri costituiscono il 51 per cento dei denunciati per rapina o furto in abitazione, il 45 per cento per rapina, il 39 per cento per violenze sessuali, il 36 per cento per gli omicidi consumati e il 31 per cento per quelli tentati, il 27 per cento per lesioni colpose. Se a queste percentuali si sottrae quella relativa agli immigrati regolari, si sale al 74 per cento per omicidio, al 72 per cento per il tentato omicidio, al 62 per cento per violenza carnale e al 63 per cento per sfruttamento della prostituzione. E gli immigrati sono una percentuale molto al di sotto del 10 per cento della popolazione italiana.
Poiché la statistica è una scienza matematica e priva di passioni, qui non c’entrano davvero i pregiudizi, si tratta di dati oggettivi. Se si vogliono fare delle analisi sociali, tutto è comprensibile e spiegabile. Si può dire che non bisogna fare d’ogni erba un fascio, che ci sono i buoni e i cattivi. Si può considerare che molti vivono in condizioni di disperazione e di mancanza di lavoro. Si può pure ricordare, come viene sempre fatto, che anche fra gli italiani emigrati in America c’era una gran quantità di criminali. Ma, una volta spiegato e capito tutto, resta la realtà di un Paese gravemente danneggiato, nella carne e nello spirito, da un’immigrazione che non si riesce a controllare né per quantità né per qualità.
Uno dei primi provvedimenti presi dal governo Prodi fu lo smantellamento della legge Bossi-Fini sull’immigrazione, che era migliorabile ma poneva freni forti all’immigrazione selvaggia. Il cambiamento di quella legge, sostituita con una molto più lassa, venne festeggiato come una conquista di civiltà. Però non è civiltà portare fra noi una barbarie incontrollata. La civiltà non è fare entrare un disperato, non essendo in grado di dargli un lavoro, e poi discutere se può o meno guadagnare lavando i vetri ai semafori, nella speranza assurda che – preso dalla disperazione – non diventi un delinquente.

martedì 4 settembre 2007

I veri privilegiati sono intoccabili. Oscar Giannino

http://www.radicali.it/view.php?id=102829

Finalmente un'autorevole chiarificazione riguardo all'Ici.
Sono esenti le organizzazioni che costituiscono il "privato sociale" con otto finalità ben precise: assistenza, previdenza, sanità, formazione, accoglienza, cultura, ricreazione e sport.
Allora perché gli immobili dei sindacati non pagano l'Ici?

Mike Bloomberg per Letizia Moratti (Modelli Americani). Christian Rocca

C’è chi dice che la prossima candidata premier del centrodestra, quando verrà il tempo, potrebbe essere il sindaco di Milano Letizia Moratti. C’è chi aggiunge che, magari, la signora Moratti potrebbe affrontare un altro sindaco, il re di Roma Walter Veltroni. Se fosse così, Lady Moratti dovrebbe dare un’occhiata a cosa succede a New York e al suo sindaco, il multimiliardario Mike Bloomberg. “Hizzoner” – così i tabloid chiamano i sindaci delle grandi città americane, storpiando l’espressione “His Honor” – è sempre stato un Democratico. Nel 2001, intravedendo l’apertura di un pertugio politico, è passato con i Repubblicani. E, con loro, è stato eletto due volte sindaco di New York. Ora sta cercando di capire se in America ci sia posto per un terzo partito e, eventualmente, per un terzo candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovvero per lui stesso. Nell’attesa, ha lasciato i repubblicani e s’è registrato nelle liste degli indipendenti. Essendo miliardario, Bloomberg potrà decidere all’ultimo minuto e poi creare un partito all’istante, senza Pantheon né comitati di saggi. L’ipotesi di una sua discesa in campo non scandalizza nessuno e non si vedono in giro Furi Colombi locali che si strappano le Brooks Brothers per imporre la vendita forzata delle sue televisioni, delle sue agenzie di stampa e dei suoi influenti servizi di informazione finanziaria. Il modello Bloomberg non indica alla signora Moratti la strada della scissione da Forza Italia, semmai quello dell’autofinanziamento della sua campagna elettorale, essendo la moglie del più facoltoso petroliere d’Italia. Ma Bloomberg non è un modello interessante soltanto per il suo patrimonio. C’è altro: è l’esponente post-ideologico e iper-pratico di una nuova tendenza della politica americana, quella degli amministratori locali che si mostrano indipendenti rispetto ai propri partiti, che pensano in grande e guardano al futuro con passione e competenza. Oltre a governare bene la città, Bloomberg infatti ha presentato un ambizioso progetto di riconversione ecologica di New York entro il 2030, non una di quelle dichiarazioni d’intenti vaghe e senza impegno alla Pecoraro Scanio, ma un piano serio e dettagliato di interventi concreti per migliorare la qualità della vita di una metropoli complessa come New York. Per sottolineare la credibilità del piano, ha fatto sapere che è anche disposto a metterci milioni di dollari di tasca sua. Il messaggio per un eventuale sindaco con aspirazioni nazionali, dunque, è essere indipendenti, darsi da fare, trovare i soldi e, soprattutto, elaborare idee ambiziose.

Il Governo apra gli occhi. Letizia Moratti

Caro Direttore, troppo spesso i temi legati alla «microcriminalità», cioè alla situazione di degrado e illegalità diffusa nelle nostre Città, tornano alla ribalta per situazioni che possono apparire paradossali.
Come quella creatasi con l’ordinanza del Comune di Firenze sui lavavetri. Non serve stroncare o applaudire un provvedimento come quello adottato a Firenze a seconda di convenienze politiche o, peggio, di reazioni emotive. Occorre, invece, capire cosa realmente chiedono i nostri concittadini e quali risposte dare per evitare di agire costantemente inseguendo l’emergenza.
È ormai evidente la necessità di un’azione che riguarda tutti i livelli dello Stato, al di là degli schieramenti politici, per mettere a punto strumenti normativi certi ed efficaci. Strumenti che da un lato ci mettano in condizione di far rispettare le regole e, dall’altro, di combattere strutturalmente e non episodicamente il degrado e il disagio favorendo al tempo stesso il rispetto della legalità, l’integrazione e la coesione sociale.
Perché questo sia possibile bisogna innanzitutto superare l’incoerenza tra normative nazionali e provvedimenti delle amministrazioni locali, anche per non lasciare i Sindaci soli ad affrontare, ciascuno secondo le proprie possibilità e inclinazioni, problemi di illegalità che tutti i cittadini italiani ci chiedono di risolvere.
Il caso di Firenze è, da questo punto di vista, emblematico: il Comune di quella città interviene sul problema dei lavavetri mentre a livello nazionale non ci si è posti il tema di come regolare l’afflusso dei romeni, oggi cittadini europei, ricorrendo – come hanno fatto tanti altri Paesi – a una moratoria del loro ingresso.
Ecco la prima incoerenza: il ddl Amato-Ferrero sull’immigrazione esprime una visione «buonista» e «aperturista» verso l’immigrazione che rischia di accrescere e aggravare situazioni come quelle denunciate dall’iniziativa dell’Amministrazione di Firenze. La precedente legge Bossi-Fini stabiliva, invece, un collegamento chiaro tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e avrebbe evitato che si producesse un esercito di immigrati senza occupazione e quindi in balia di un mercato che li spinge verso il lavoro nero, quando non addirittura direttamente nella trappola delle organizzazioni criminali. Sono queste le contraddizioni che dividono oggi la maggioranza di centro-sinistra e che fanno apparire iniziative come quelle di Firenze come eccessivamente repressive o, al contrario, tardive.
Il secondo tema che intendo sollevare è quello che ho posto fin dal 26 marzo scorso, quando, accogliendo l’invito di 50 mila cittadini milanesi a scendere in piazza con loro contro il crescente degrado urbano, chiesi al Governo strumenti e norme adeguate a consentire a tutte le città di affrontare i problemi posti dai lavavetri come dai writers, dai racket della prostituzione come da chi sfrutta i minori o truffa gli anziani.
Da quando chiesi, insieme ai miei colleghi delle altre grandi città italiane, la revisione delle normative necessarie a intervenire coerentemente e strutturalmente su questi problemi, sono passati diversi mesi e il senso d’insicurezza e di crescente diffusione della microcriminalità sembra aumentare. È necessario che a questo punto il Governo superi le contraddizioni e i continui ripensamenti che impediscono di arrivare a una decisione. Considero fino a oggi la risposta del Governo molto debole e inadeguata ad affrontare il futuro delle nostre città, il nostro benessere, la nostra convivenza civile.
Milano, da sola, sta lavorando con impegno – e con risultati positivi – su questo fronte: penso al Patto di Legalità con i rom, un accordo rigoroso ma non razzista, che subordina il rispetto delle regole da parte dei rom alla possibilità di vivere nei campi nomadi regolari della città. I rom accettano così le nostre leggi, mandando i figli a scuola, facendo i controlli igienico-sanitari previsti, non sfruttando i minori, in cambio di una accoglienza che è anch’essa un dovere, un valore morale e civile. Abbiamo fatto tutto questo puntando sulla collaborazione con il privato sociale, che a Milano è costituito da organizzazioni come quella di don Colmegna, la cui esperienza e competenza nella solidarietà devono essere considerati un modello per tutti.
Spero che le polemiche di questi giorni e l’atto estremo a cui il Sindaco di Firenze è stato costretto contribuiscano ad aprire gli occhi al Governo e a produrre leggi adeguate.
Sindaco di Milano (La Stampa)

Andrea's version. il Foglio

Bisogna eliminare dalle strade i lavavetri, come dice il sindaco Domenici, e questo mi sembra giusto. Un filino leghista, ma giusto. Bisogna contemporaneamente eliminare dalle strade le prostitute e i loro clienti, come dice il ministro Damiano, e anche questo mi sembra giusto. Poi bisogna eliminare quelli che fanno le scritte sui muri, per non parlare delle scritte sui monumenti, come dice il presidente Prodi, e vorrei vedere che non si trovasse giusta anche questa. Quindi i posteggiatori abusivi, perché non si può dare torto al sindaco di Torino, Chiamparino, quando chiede di eliminare dalle strade e dalle piazze i posteggiatori abusivi. Di seguito, questo lo dice Amato, e lo ripete Domenici, ma siamo d’accordo tutti, i commercianti abusivi, gli ambulanti abusivi, i falsificatori di griffe, abusivissimi per definizione, e ogni forma comunque di abusiva convivenza. Tutte eliminazioni ben più che giuste, giustissime. Il problema, a questo punto, rimane uno soltanto: chi di noi va a Napoli per avvisarli che ci vorremmo civilmente costruire un campo di sterminio.

lunedì 3 settembre 2007

La menzogna italiana. Maria Giovanna Maglie

La verità è che ancora non mi capacito, non solo che al ministro Livia Turco sia caduta così completamente e malamente la maschera, ma anche che nessuno abbia ritenuto di far diventare il suo comportamento e le sue dichiarazioni uno scandalo. Pesco dai resoconti di agenzie e giornali. «Consiglio di vedere “Sicko” per tre ragioni. Primo: parla della salute, della malattia e della morte, che la nostra società spesso dimentica. Secondo: in modo preciso e rigoroso, racconta cos'è un sistema sanitario governato dalle assicurazioni. Terzo: fa vedere agli italiani che tesoro è, malgrado i tanti problemi che anch'io affronto ogni giorno, il nostro sistema sanitario». Così il ministro della Salute Livia Turco commenta l'ultima fatica del regista di «Bowling for Columbine» e «Fahrenheit 9/11», che giudica «un film importante». Il ministro, che ha visto «Sicko» in anteprima, ha voluto essere presente, a Roma, alla conferenza stampa del regista statunitense. Per la Turco, il film, che «le è piaciuto tanto e che consiglia agli italiani», ha tre grandi meriti: «Innanzitutto affronta un tema come quello della salute e del sistema sanitario che ci fa ricordare come anche in una società futile o ricca ci siano malattie e fragilità che possono colpire tutti, anche ricchi, potenti o belli. E in questi casi tutti, poveri o ricchi, hanno bisogno di qualcuno che li curi». Secondo merito del film, sottolinea la Turco, è di evidenziare «come le assicurazioni abbiano come unico obiettivo il profitto, che esclude chi non può pagare, ma anche seleziona la presa in carico di alcune patologie solo se non sono troppo costose. Molti cittadini non conoscono neanche come funziona un sistema basato sulle assicurazioni sanitarie. In questo film viene spiattellato brutalmente il fatto che senza soldi si può morire». Il terzo punto importante, per il ministro, è la riflessione che gli italiani potranno fare dopo aver visto «Sicko». «Spero - afferma - che si rendano conto del tesoro che hanno, il nostro Ssn».
E per questo al ministro Turco piacerebbe che fosse fatto un film sulla sanità italiana che invita «un regista, possibilmente italiano, che abbia curiosità, passione civile e senso civico, a girare una pellicola per parlare della nostra sanità e del nostro Sistema». Con un film forse si riuscirebbe, secondo la Turco, a mostrare agli italiani la dedizione e la capacità di tanti professionisti, oltre alle tante eccellenze che il nostro Paese può vantare. «Basta con la retorica sulla malasanità - ammonisce il ministro - che ha provocato gravi danni, difficili da recuperare». L'articolo a questo punto potrebbe terminare. Livia Turco potrebbe andare a fare il ministro di Fidel Castro, oppure arringare le plebi contro il profitto e l'imperialismo yankee. Decidete voi che giudizio si possa esprimere su un pubblico rappresentante di una nazione della Nato che si accoppia con uno dei più sgradevoli e insignificanti nemici degli Stati Uniti. Da spettatrice può dire quel che le pare, da ministro andrebbe rimossa. Resta che in Italia «blame America first», prenditela sempre e comunque con l'America, funziona tanto bene che la seguono, consapevoli o no, praticamente tutti, magari nascondendosi dietro la qualità del cineasta. Peccato che Moore faccia documentari, e se ricordo bene dovrebbe contare anche il rigore e l'aderenza ai fatti! Perciò, nella convinzione che non servirà a niente, vorrei spendere due parole su come veramente funzioni l'assistenza sanitaria negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti, gli ospedali pubblici forniscono gratuitamente le cure necessarie a chi non è assicurato o non ha i mezzi per pagarsele, e dal 1986, presidente Ronald Reagan, con l'Emergency medical treatment and active labor act, anche le cliniche private devono fornire gratuitamente tutte le cure di emergenza di cui dispongono a chiunque si presenti, fino al momento in cui può essere trasferito in sicurezza alle strutture pubbliche.
Questo vale anche per gli immigrati clandestini, che non pagano tasse e costano cifre folli, tanto che la Hospital association calcola che la spesa per mancati pagamenti e assistenza gratuita sia di alcuni miliardi di dollari. Solo nei quattro Stati che confinano con il Messico, le cure mediche gratuite sono oltre i 200 milioni di dollari l'anno. Molte donne arrivano da oltre confine, pronte a partorire, al costo medio di 5mila dollari a bambino. Chiunque nasca negli Stati Uniti, a differenza che da noi, è cittadino americano.
La differenza dunque sta solo nel fatto che lo Stato assiste chi non ha i mezzi per curarsi, o non può pagarsi una copertura assicurativa. Basta un impiego qualunque fisso per farsi pagare l'assicurazione dal datore di lavoro, i più abbienti se la scelgono da soli, delle migliori, e la detraggono dalle tasse. I poveri, infine, hanno un programma gratuito che si chiama «Medicaid».
Alla fine della storia rimangono 44 milioni di cittadini, il quindici per cento più o meno, che non hanno copertura assicurativa. Sono i clandestini, 15 milioni almeno, sono una frangia di irregolari che avrebbero diritto al Medicaid, ma non si iscrivono. Infine, c'è una categoria di giovani professionisti, che guadagna tra i 50mila e i 75mila dollari l'anno, ma che non ne vuole sapere di preoccuparsi del futuro, e non stipula assicurazioni anche se potrebbe. Almeno per ora.
Potrei parlarvi delle code, spaventose in Europa, e inesistenti negli States; dei feti scambiati, delle gambe sane operate, dei tanti episodi di incuria, fretta, scarsa igiene, che qua sono molto frequenti, laggiù pressoché inesistenti; potrei parlare della ricerca scientifica, iniziata quando John Kennedy disse: «La lotta al cancro deve essere al primo posto, come l'avventura nello spazio»; potrei raccontare dei bambini italiani salvati in posti benedetti come lo Sloan Kettering Center di Manhattan, le loro madri ospitate per mesi nelle residenze, senza nemmeno un dollaro di garanzia, solo la stretta di mano e la promessa che a casa si stavano raccogliendo soldi. Ma non vorrei scuotere le certezze così dolorosamente acquisite degli italiani. Meglio andare a vedere «Sicko», meglio credere a quell'imbroglione di Michael Moore.

Intellettuali di lotta e dimissioni. Paolo Granzotto

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=203324

Un'analisi graffiante degli intellettuali di sinistra.

Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti. Mario Secomandi

Nel bel libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti", viene realisticamente e lucidamente descritta la parabola politica-culturale del Pci-Pds-Ds-Pd e della sua classe dirigente, evidenziandone il percorso che ha coinciso col pieno fallimento e crisi identitaria e strutturale della stessa sinistra italiana. Una sinistra incapace di rinnovarsi in quanto guidata da un'oligarchia aristocratica e ristrettissima che, sulla scia della conservazione gelosa e maniacale del proprio blasone familiare comunista, mira ormai soltanto alla gestione del potere fine a se stesso e alla perpetuazione in modo sempre più asfittico ed inerziale dell'egemonia nei propri feudi e casematte.

Gli attuali (ed ultimi) eredi di Berlinguer si formarono negli anni della contestazione studentesca di stampo radical-marxista del Sessantotto, in cui l'Italia venne invasa da quella marea irrazionalista di libertinismo, nichilismo e massificazione laicista. Il Partito comunista italiano era l'interlocutore privilegiato del movimentismo estremista e del minoritarismo intellettualoide, di cui parte attiva erano anche i trotzkisti, stalinisti e maoisti, ciò che creava terreno fertile per la proliferazione di asocialità, amoralità, criminalità, violenza, teppismo e terrorismo. Il d'Alema di quegli anni, assurto alla leadership della Fgci, non esitava ad andare a relazionare ai congressi in Unione Sovietica e nella Cina del sanguinario dittatore Mao.

La crisi della sinistra negli anni Settanta ed Ottanta si traduceva nel fallimento del compromesso storico tra Pci e Dc. Il declino del consociativismo faceva da contraltare all'emergere dei tentativi di rinnovamento liberale e social-riformista ad opera del leader del Psi Craxi. Ma la sinistra berlingueriana continuava ad esser affetta da autismo e seguitava a non saper per nulla cogliere i segni dei tempi credendo di avere essa una propria superiorità antropologica e morale rispetto agli odiati avversari/nemici politici, superiorità invero inesistente, come si vedrà in seguito soprattutto in merito alle collusioni affaristiche della sinistra comunista con i poteri forti, fra cui banche e cooperative, ed ai finanziamenti occulti avuti dall'Urss. Nel frattempo crollava il Muro di Berlino, ciò che per il Pci costituiva una plateale e definitiva sconfitta, avendo esso sempre puntato sull'anticapitalismo ed antiamericanismo, con una speculare alleanza col totalitario ed antidemocratico mondo sovietico.

Il Partito della falce e martello, rimasto esente dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli a motivo dell'esistenza di non poche affinità ideologiche tra esso ed una parte consistente della magistratura, si tramutò nel Pds occhettiano , che fu poi sconfitto dalla provvidenziale discesa in campo di Berlusconi. Divenuti poco dopo Ds, i post-comunisti sono stati incapaci di incarnare l'espressione italiana della socialdemocrazia europea. Di autentico riformismo non c'è stata alcuna traccia, accanto al perpetuarsi di un immarcescibile antioccidentalismo ed alla mancata comprensione dei mutamenti epocali seguiti all'11 settembre, non contrastando ma ammiccando essi all'islamismo radicale. Anche con Fassino segretario il partito versa infine in piena crisi di consensi e contenuti.

L'attuale processo di costruzione del Partito democratico con la leadership di Veltroni rappresenta un grottesco ed anacronistico tentativo di esorcizzare il tonfo totale del governo Prodi con la riedizione di un compromesso storico «bonsai» con le altre culture politiche stantie ma egemoni della Prima Repubblica, procedendo ad una mera fusione a freddo delle nomenklature oligarchiche post-comuniste e post-democristiane, col beneplacito dell'integralismo sindacale e dei poteri forti. Ora la sinistra giocherà tutte le sue ultime carte sulla figura di Veltroni, vero e proprio «politico new-age», espressione del sincretismo e relativismo culturale odierno. Egli si esercita da tempo nell'uso delle casematte culturali e vari gangli per i propri fini ideologici e politici, e non esita a praticare l'arte dell'affabulatore buonista manipolando con giochi di prestigio parole ed immagini a proprio uso e consumo. Veltroni, totalmente incurante della coerenza, chiarezza e lealtà, è uno che dice tutto ed il contrario di tutto e mischia il diavolo con l'acqua santa, laddove le sollecitazioni emotive, i sogni e gli stati d'animo vorrebbe avessero la meglio sulla realtà concreta.

domenica 2 settembre 2007

La sinistra tutta casa e terraza. il Giornale

Era chiaro fin dal gennaio del 2001 che si sarebbe arrivati a Svendopoli. Le case di pregio sono state scambiate per alloggi normali e così si sono applicati gli sconti. Già nel dibattito alla Camera del 24 gennaio 2001 si parlava di «enorme disparità tra valutazione di mercato e prezzo di acquisto». Ma il governo Amato garantì: niente sconti sugli immobili di lusso. E la casta dei privilegiati si difende: «Nessun privilegio».

Cronache di un paese ridicolo. Christian Rocca

L'Italia discute da alcuni giorni, in prima pagina, sui lavavetri. Sì, sui lavavetri. C'è un gran dibattito, specie a sinistra, tra gli intellettuali antropologicamente superiori sui lavavetri: farli togliere dalla strada oppure no. Ma non è finita. Per questo, Alberto Asor Rosa scrive sulla prima pagina del Corriere di essersi dimesso da "intellettuale di sinistra", perché non può sopportare che la sinistra cacci i lavavetri. C'è di peggio, anzi di più ridicolo. Un sottosegretario di Rifondazione spiega che la soluzione ideale sarebbe istituire un albo dei lavavetri, come quello dei medici o degli avvocati.
PS
Giuliano Amato, uno dei teorici italiani della stupidità delle idee neoconservatrici, ha spiegato con la solita intervista pensosa che si dovrebbe applicare la ricetta di Rudy Giuliani: colpire i piccoli casi di microcriminalità, per dare l'esempio eccetera. Bene. Quella è un'idea neoconservatrice. Elaborata da James Q. Wilson, lanciata con un saggio "Broken Windows" e poi applicata da Giuliani a New York.

venerdì 31 agosto 2007

Giuliani d'Italia, il modello non basta. Maurizio Molinari

L’evocazione da parte di Giuliano Amato dell’esempio di Rudolph Giuliani nella lotta alla criminalità e il paragone tracciato da Walter Veltroni tra la nascita del partito democratico e l’inizio dei cicli politici di Ronald Reagan e Bill Clinton descrivono una crescente attenzione da parte dei leader del centrosinistra per i modelli americani, non più solo di matrice liberal ma anche di stampo conservatore.

Giuliani, sindaco di New York dal 1994 al 2001, sconfisse la criminalità applicando la dottrina «Fixing Broken Windows», formulata da James Wilson e George Kelling in un articolo del 1982 pubblicato da Atlantic Monthly, in base alla quale riparando le finestre rotte di un edificio se ne impedisce la trasformazione in un rifugio di sbandati così come mettendo in cella i responsabili di piccoli reati - dai graffiti sulla metro agli scippi di pochi dollari - si scongiura la possibilità che si macchino in futuro di crimini ben più gravi, come stupri e omicidi.

Richiamarsi alla dottrina Wilson-Kelling da parte di Amato, ministro dell’Interno, significa sottolineare un successo testimoniato dall’odierna rinascita di Harlem come dal fatto che passeggiare di notte a Manhattan espone a rischi minori rispetto a quanto avviene in altre metropoli, americane o europee. Anche l’evocazione dei cicli di Reagan e Clinton da parte di Veltroni, candidato alla guida del Partito Democratico, evoca i successi di due presidenti i cui ideali di libertà e risultati economici continuano a ispirare generazioni di americani di opposte fedi politiche.

I modelli di Giuliani, Reagan e Clinton non sono tuttavia eventi singoli o fenomeni isolati bensì il frutto di una società americana accomunata da pochi, fondamentali, valori: la tutela, il rafforzamento e lo sviluppo dei diritti di libertà, politica ed economica, di tutti i cittadini. Immaginare di ripetere in Italia, o altrove nell’Europa continentale, gli esempi di Giuliani, Reagan e Clinton rischierebbe di provocare dirompenti boomerang senza prima aver radicato un profondo rispetto per tali principi di libertà. Gli arresti a valanga della polizia di Giuliani vennero sostenuti da una cittadinanza secondo la quale è il principio «parità di diritti in cambio di assoluto rispetto della legge» a dover regolare i rapporti sociali, fra chi è nato in America come anche con gli immigrati.

Il braccio di ferro di Ronald Reagan con i controllori di volo fu vinto perché nel Paese era forte il sostegno ad una drastica riduzione del freno sindacale allo sviluppo economico. Bill Clinton fu in grado di bombardare Belgrado senza il consenso dell’Onu perché la minaccia del genocidio che pesava sugli albanesi del Kosovo fece scattare negli americani l’obbligo morale di difendere le libertà dell’uomo anche fuori dai propri confini, come avvenuto in Europa nella Seconda Guerra Mondiale contro i nazisti e durante la Guerra Fredda contro i sovietici, e come avviene oggi nello scacchiere del Grande Medio Oriente contro Al Qaeda e i suoi numerosi alleati jihadisti. Sono questi principi liberali a costituire l’humus politico che ha consentito ai repubblicani di avere Giuliani e Reagan così come ai democratici di avere Clinton. Principi sulla cui esistenza, o assenza, sarebbe opportuno interrogarsi in Italia da parte di quei leader del centrosinistra che volessero davvero accelerare la resa dei conti con gli ostacoli che rallentano l’entrata dell’Italia nel XXI Secolo: l’incertezza del diritto, la resistenza a considerare il profitto privato positivo per la collettività, il rifiuto pregiudiziale del ricorso alla forza anche se teso a difendere le libertà nostre e altrui.

Trovando risposte proprie e rocksolid, solide come la roccia, su questi tre fronti il centrosinistra potrebbe porre le basi per la genesi di un modello di governo non mutuato da altrui esperienze ma tutto italiano, capace di avere da noi lo stesso successo avuto da Giuliani, Reagan e Clinton negli Stati Uniti d’America.

giovedì 30 agosto 2007

Modifiche genetiche: ecco i Nazicomunisti. Francesco Blasilli

Sono l’ultima generazione della sinistra italiana, quelli che, per un pugno di voti, fanno cose di destra.

I maggiori rappresentanti sono Leonardo Domenici, Sergio Cofferati e Flavio Zanonato.

Sono buoni, (radical) chic e politicamente corretti. Di giorno amano parlare di integrazione, di Africa e di razzismo, mentre la notte la passano in bianco a pensare il modo migliore per prendere a calci nel sedere quelli che, a parole, vorrebbero integrare. Sono i “nazicomunisti”, oppure “fasci-chic”, chiamateli come volete: si tratta semplicemente di comunisti dell'ultima generazione, di figli di Lenin geneticamente modificati. Gli elementi di spicco, di questa nuova categoria, sono Flavio Zanonato, Sergio Cofferati, Leonardo Domenici. Rispettivamente sindaci di Padova, Firenze e Bologna. Il primo ha costruito un muro per dividere i cittadini italiani dagli spacciatori (africani), il secondo ha deciso di ripulire il suo Comune sgomberando abusivi e centri sociali, il terzo – proprio in questi giorni – ha dichiarato i lavavetri fuorilegge. Chiaramente sono tutti e tre di centrosinistra. E come loro, ce ne sono tanti. Sono il punto di riferimento di quella generazione che al mattino va a lavorare in banca e alla sera va farsi le canne al centro sociale. Di quelli che giocano in borsa, ma votano Bertinotti.

Sono, come detto, nazicomunisti. Ovvero dei comunisti “paraculi” che hanno capito l'antifona e si adeguano. In Italia il tema della sicurezza è molto sentito dalla gente, quasi come quello delle tasse, ed allora i nazicomunisti ci provano. Con spot pubblicitari come quello di Firenze, ma intanto ci provano (anche se la possibilità giuridica di prendere un provvediemnto del genere è tutta da verificare). Ci provano loro che possono farlo, perché se provvedimenti di questo tipo fossero stati presi da un esponente di centrodestra, i paragoni con Hitler si sarebbero sprecati. E le pubbliche gogne pure. Invece ci sono loro, i nazicomunisti, quelli che si fanno fotografare sorridenti con gli extracomunitari e poi, in privato, fanno i conti e imprecano perché sono troppi. Perchè se vai in un qualsiasi paese di una qualsiasi provincia ti accorgi che nei giardinetti la lingua ufficiale è il rumeno e nelle edicole ci sono le locandine di almeno cinque quotidiani di Bucarest.

Tutto questo, inevitabilmente, crea un problema di sicurezza: presunta o reale che sia, quello che conta è che gli elettori sono sensibili alla tematica. Ed allora ecco che i rossi si travestono da neri e fanno partire la caccia all'extracomunitario. Certo, nel caso di Firenze, si trascende nel ridicolo: lo sanno tutti che il problema non sono i lavavetri. Quelli poverini, al massimo ti rompono le scatole, ma se stanno lì con il secchio in mano, molto probabilmente non li trovi la sera a scavalcare il cancello di casa tua o a vendere la droga a tuo figlio. Il problema sicurezza va molto oltre il lavavetri. Ci sono i rom e i loro campi che nessuno vuole: come dare torto alla gente, quando loro rubano a più non posso e nei campi nomadi danno ospitalità pure a delinquenti di tutti i tipi proveniente dall'est. Per non parlare degli zingari minorenni, quelli ai quali la Polizia non può fare nulla, nemmeno picchiarli, tanto poi i genitori gliene danno di più e li rimandano a rubare.

Ci sono le bande di slavi che organizzano tour nelle ville (soprattutto in quelle del nord est) e dato che ci sono seviziano anche i padroni di casa, tanto per libidine personale. Poi ci sono quelli che non sanno tenere a freno i loro organi sessuali e quelli che lavorano dalla mattina alla sera, ma quando smettono iniziano a bere, dalla sera alla mattina. E diventanto pericolosi. Poi ci sono quelli integrati, che purtroppo sono una esigua minoranza. Ed infine ci sono quelli che vorrebbero integrarli tutti, almeno a parole, i nostri amici nazicomunisti, come già detto. Leader di una parte della popolazione fatta a loro immagine e somiglianza, che la domenica va al mercatino tradizionale etnico e al lunedì minaccia di scendere dalla macchina se il lavavetri non sparisce immediatamente dalla sua vista. Sì, è vero, ci sono ancora i comunisti duri e puri, ma quelli ormai sono in via d'estinzione e mangiano ancora i bambini. L'esponente di centrosinistra che va di moda adesso è di tutt'altra pasta, è quasi democristiano nelle sue decisioni. Zanonato, Cofferati, Dominici, ma anche Chiamparino e Cacciari, con un occhio all'integrazione e l'altro all'urna elettorale. No, Walter Veltroni no, nonostante qualche campo nomadi l'abbia fatto chiudere. Il nazicomunismo è una categoria che riguarda gli esseri umani, mentre lui siede già alla destra del Padre.

mercoledì 29 agosto 2007

Privilegi e segreti dei magistrati. Dimitri Buffa

Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.
Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?
E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro: magistrati. Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.

Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta un avvocato,Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate.

E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta.

E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar.

L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".

C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.

Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.

La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri.

L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti incusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.

L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.

C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano.

Per di più lor signori hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui.

Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mesili.

Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato. Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro .

Circa il 30% superiore a quello che la francia spende per i loro omologhi di Oltralpe.

Di quella cifra, i magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito.

E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che l'attuale Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta.

In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno.

Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre.

Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina consideare formidabili.

E a proposito di privilegi, benchè non sia mai stata applicata, la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni.

Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra dalla BNL Broker Assicurazioni : con soli 138 euro e 60 all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari.

Eeventualità invero remota visto che la legge voluta da Vassalli e Craxi ( cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine) mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai.

Come se non bastasse la casta del partito dei giudici,
ora ci sono nuovi privilegi e nuovi privilegiati che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.

E nel 2005 la spesa pubblica per i giudici di pace ha assorbito risorse per 135 milioni di euro all’anno.

Se poi venissero accolte le richieste di “stabilizzazione” della categoria per almeno 4.500 unità (sulle circa novemila in servizio), si registrerebbe un ulteriore aggravio per la collettività pari a 142 milioni di euro.


Naturalmente a simili trattamenti non corrispondono, come è sotto gli occhi di tutti, risultati di eccellenza.

Un rapporto del Consiglio d’Europa , a inizio 2005, ha assegnato le “pagelle” alle toghe dei diversi stati membri.

I dati che sono fermi al 2002, ma dopo è andata anche peggio, parlano di uno stipendio dei giudici italiani superiore del 30 per cento a quello dei colleghi francesi. La nostra spesa pubblica per il pianeta giustizia risulta fra le più elevate, benché altri Paesi europei abbiano tempi molto meno biblici per la definizione di cause e processi: Svezia, Germania e Olanda svolgono ad esempio le cause civili in meno di metà tempo di quanto necessario in Italia per procedimenti di analogo impegno.

Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. Nel 2004 il loro numero era di ben 728, mentre altri 1.182 risultavano assegnati ad incarichi extragiudiziari.

E qui il privilegio si incrocia con il potere poltico che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis.

Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi. Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la corte dei conti potè chiedere i danni in quanto la Corte costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può farte quello che crede. Sempre a spese del contribuente.

Last but not least, i concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.

Il più famoso fu quello del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento mentre altri non erano neanche stati corretti benchè scartati.

Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne segretario generale del Csm.

L'intellettuale di destra non si vede ma c'è. Paolo Granzotto

Per come la penso io i dibattiti sul ruolo degli intellettuali andrebbero proibiti per legge. E quelli sul ruolo politico degli intellettuali puniti per legge (e dunque Giordano Bruno Guerri, Piero Ostellino e Piero Melograni, tutti dentro). L'intellettuale non ha infatti una peculiare funzione all'interno di un gruppo sociale, meno che mai quella di farlo migliore. L'intellettuale ha spesso dannato l'uomo, in nessun caso però lo ha redento. Dedito alla razionale pratica del dubbio, l'intellettuale è di per sé un pessimista e i pessimisti sono poco propensi a rimirare il sol dell'avvenir. Inoltre l'intellettuale detesta il luogo comune, diffida degli ideali e nutre non pochi sospetti nei riguardi dei princìpi e dei valori (massime quelli «condivisi»). Prestarlo o addirittura regalarlo alla politica, come l'amico Giordano vorrebbe, è una mala azione. Ciò che massimamente contraddistingue un intellettuale è infatti la sua assoluta, proterva volontà di non imbrancarsi o farsi imbrancare. E la politica è branco: si fa, si dice e si vota come vuole il partito, punto e basta. Inoltre, difficilmente un intellettuale scende a compromessi con la propria coscienza e la politica è l'arte del compromesso. Per cui il vero intellettuale ne sta alla larga.

Chiedersi perché ci siano più intellettuali di sinistra che di destra è una questione mal posta. Cominciamo col dire che se esiste una cultura di sinistra è irragionevole affermare che ne esista anche una di destra. La cultura di sinistra è di sinistra perché ben delimitata, ben circoscritta. La cultura di sinistra ha dogmi, canoni, regolamenti, liste di proscrizione, tabù, tutta roba che la cultura senz'altre specificazioni rifiuta. Un intellettuale che non sia di sinistra appaga comunque la sua curiosità, pascolando, se è il caso, anche nei prati di una ideologia (in questo caso di una cultura) che non è la sua. Cosa che difficilmente accade ad un intellettuale così detto impegnato. O meglio, che sceglie la via dell'impegno, della militanza. Per antica tradizione l'intellettuale italiano cerca un Principe che lo prenda a corte. E non lo fa tanto per sbarcare il lunario (è noto che i Principi sono di manica corta), ma per avere il «riconoscimento». Su suggerimento di un noto intellettuale, Antonio Gramsci, il Pci si fece Principe - e Principe di bocca buona - attirando a sé schiere di postulanti ai quali seguita a conferire la patente di intellettuale e con quella l'ambìto «riconoscimento».

L'aver pubblicato un librino da Einaudi, la recensione positiva sull'Unità (ed oggi sulla Repubblica), una citazione su Micromega, l'intervento al convegno del circolo ulivista di Passerano Marmorito sul progressismo democratico di Lula, appagano l'intellettuale impegnato assai più di una sinecura in qualche municipalizzata. E siccome la sinistra è generosa nel concedere simili regalie (costano niente), parrebbe che pulluli di intellettuali ed anzi, che tutti gli intellettuali siano accasati lì.

Ovviamente non è così. Tanti ce ne sono di là, tanti ce ne sono di qua e probabilmente ce ne sono più di qua che di là. Ma oltre a non essere disposti a tutto pur di avere una citazione sul Domenicale o il microfono ad uno dei convegni dei Circoli della Libertà, oltre a rivendicare il diritto di critica (che l'intellettuale impegnato tende a far arrugginire) non hanno il vezzo di vestirsi e atteggiarsi da intellettuali ragion per cui passano, in tempi in cui l'immagine è tutto, inosservati.

E allora, per riprendere una preoccupazione di Giordano Bruno Guerri, cosa deve fare la destra per trar vantaggio da questo imponente patrimonio intellettuale? Escludendo, per le ragioni dette, la partecipazione alla politica attiva, Berlusconi, tanto per fare un nome, promuova ogni anno il weekend della mente. Ospitando in un grande albergo (paga lui) fornito di buon ristorante e buona cantina un tot di intellettuali. Che lascerà parlare senza imporre un tema. Così che qualcuno dal palco interverrà sulla condizione atletica dell'Inter e l'altro sulla crisi della democrazia di massa. A tavola uno si intratterrà sulla foto che ritrae Montezemolo col pipino di fuori e l'altro sulla opportunità o no di incamerare la Turchia islamica nell'Europa cristiana. All'ora del tè uno parlerà di televisione e l'altro di sistemi elettorali. Nel corso della passeggiata uno discorrerà di Leopardi e l'altro di Ammanniti, uno di bioetica e l'altro di biogenetica, uno di Giovanni Giolitti e l'altro di Rino Piscitello e via così. Alla fine del weekend Berlusconi, che avrà sempre taciuto, separato il grano dal loglio potrà contare su una dozzina di considerazioni, di opinioni, di concetti, di pensieri intelligenti sui quali riflettere e magari trasformare in azione politica. E questo, che non è poco, è tutto.

Ma contro i nemici resta il vizietto. Lodovico Festa

Dell'intervista di ieri di Walter Veltroni sul Corriere della Sera, si potrebbero sottolineare i passi in avanti fatti dal sindaco-candidato segretario rispetto a D'Alema e Prodi su questioni non secondarie: così quando afferma che non farà mai il premier senza essere prima eletto o che per governare bene serve un programma chiaro. E accontentarsi di questi risultati. Ma le parole del sindaco di Roma non contengono solo queste considerazioni o l'inevitabile propaganda (tipo gli spostamenti dei campi rom) o la solita ipocrisia veltroniana, sono anche profondamente segnate dal peggiore dei vizi della nostra sinistra: la totale delegittimazione dell'avversario. Ancora più deteriore perché presentata come apertura: si «apre» a Giulio Tremonti sull'alzabandiera a scuola ma si chiede anche di studiare le lettere dei condannati a morte della Resistenza perché «la denigrazione» dell'antifascismo fatta dalla «destra» durante l'estate ha fatto «accapponare la pelle» al sindaco-candidato.

Non c'è solo il tradizionale veltroniano «voglio questo e il suo contrario», la bandiera e le lettere: che se lo si fa continuare proporrà di leggere il libro di Pansa per rimediare alle esagerazioni post 25 aprile e poi di cantare Bella ciao per emendarsi della lettura di Pansa. No, in quel «accapponare la pelle» c'è tutto il vizio oscuro della delegittimazione. Così, quando apre al dialogo sulle riforme istituzionali con il centrodestra, non può mancare di paragonare le sparate verbali antifisco di Bossi all'odio «operativo» e dunque sommamente pericoloso che il movimento rappresentato in Parlamento da Francesco Caruso promuove contro riformisti come Tiziano Treu e Marco Biagi. O quando predica una ragionevole lotta alla delinquenza giovanile, non può non rintracciare le radici degli omicidi interadolescenziali di Londra o del delitto di Garlasco nell'individualismo thatcheriano o nelle tv berlusconiane. L'incapacità di superare il lato oscuro della sinistra italiana (la totale delegittimazione dell'avversario), proprio quando si afferma «non odierò più nessuno», non è frutto solo dell'abituale baloccarsi veltroniano con tutti i luoghi comuni più comuni del politically correct, nasce innanzi tutto dal non fare i conti con la propria storia.

Lo si coglie anche nell'intervista di ieri. Veltroni dice: «Sono dieci anni che sono per il Partito democratico». Ma quattro anni fa al congresso Ds insieme a Fabio Mussi e Sergio Cofferati contestava Piero Fassino e Massimo D'Alema perché troppo moderati. Perché non spiega come si sono evolute le sue posizioni? E a proposito, a quei tempi, per non esporsi troppo con Fassino, sosteneva che un sindaco non dovesse schierarsi nelle contese di partito: che cosa è cambiato da allora?

C'è chi dice che la realtà delle cose spingerà Veltroni a superare quell'approccio delegittimante che io trovo particolarmente pericoloso. Può darsi, per il momento l'unica frase che trovo integralmente onesta nell'intervista di Veltroni, è questa: «So che talora si possono dire cose che non si pensano». La frase è emblematica di uno che negli anni Settanta si è iscritto alla Federazione giovanile «comunista» e poi ha detto di non essere mai stato comunista...