lunedì 8 ottobre 2007

Grillini, brambillini e pardini. Luca Ricolfi

Nascono come funghi. Sarà perché è autunno, sarà perché a Roma è piovuto, ma nell'ultimo fine settimana il ritmo è diventato davvero impressionante. Anziché diminuire di numero, i partiti italiani aumentano di mese in mese, di settimana in settimana, e ora di giorno in giorno. Quest'estate abbiamo sentito parlare soprattutto di liste Grillo (quelle con il bollino di garanzia del comico), di Partito della libertà (i circoli di Michela Vittoria Brambilla), e della «lista civica nazionale» dei girotondini. Poi è toccato all'ex presidente del Consiglio Lamberto Dini annunciare la (ri)nascita di una sua lista, a suo tempo denominata Rinnovamento italiano, oggi ribattezzata Liberaldemocratici. Nell’ultimo weekend, infine, le cronache hanno registrato tre eventi: il primo incontro nazionale dei Circoli della Libertà, il ritorno in piazza dei Girotondi sotto la guida di Pancho Pardi, l'ennesimo tentativo di far rinascere un partito socialista «con tutti quanti dentro»: i detentori di varie sigle socialiste più alcuni diessini cui sta stretto il nascente Partito democratico.

Perché tanto attivismo?

Ognuno dei protagonisti, naturalmente, ha i suoi buoni motivi. Ci sono gli indignati «da sinistra» per i comportamenti del ceto politico (pardini). Ci sono i nemici giurati di tutti i partiti (grillini). Ci sono gli aspiranti rinnovatori del centro-destra (brambillini). Ci sono i nostalgici del socialismo, che ne temono la scomparsa nel grande calderone del nascente Partito democratico (neosocialisti). Ci sono i «veri liberali» preoccupati della sudditanza di Prodi a Rifondazione (neodiniani). I nobili motivi di tutti si mescolano, come è ovvio, a motivi contingenti (odore di elezioni a primavera) e a motivi meno nobili, come il desiderio di visibilità di vari leader e il disperato bisogno di sopravvivenza di tanti individui che, letteralmente, vivono di politica e solo di politica.

Ma proviamo a guardare il quadro un po' più da lontano. Alla base di questo proliferare di funghi ci sono cause note, come l'esasperato individualismo degli italiani, o le norme che stimolano la nascita di partiti personali (basse soglie elettorali di sbarramento, regolamenti parlamentari, rimborsi generosi a partiti e giornali di partito). Oltre a queste cause, tuttavia, ve n'è forse un'altra che a quanto pare non attira l'attenzione di nessuno: in Italia sono gli elettori stessi, i media, gli studiosi che appaiono assuefatti a un'idea di partito che legittima la proliferazione dei partiti stessi. Quest'idea di partito pare basarsi su tre assunti, o meglio su tre presupposti mai messi veramente in discussione.

Il primo presupposto è che per fondare un partito basti una singola ossessione. L'Italia è il regno dei partiti monotematici, o single-issue, come li chiamano gli specialisti: c'è il partito dell'ambiente, il partito della giustizia, il partito della laicità, il partito dei pensionati, il partito delle casalinghe, il partito dei consumatori, il partito del Nord, per non parlare delle innumerevoli «leghe di fatto» regionali (in Valle d'Aosta, in Trentino Alto Adige, in Veneto, in Sardegna, in Sicilia, per citare solo le più note). Naturalmente anche in altri paesi moderni esistono partiti monotematici, ma solo in Italia il loro numero è così elevato e sono così tanti i partiti artificiali, nati nei laboratori di ristrette élite politiche, economiche o intellettuali.

Il secondo presupposto è che, quando si è in minoranza in un partito, la via maestra per far valere le proprie opinioni sia fondare un nuovo partito (anziché costituire una corrente, o combattere una battaglia politico-culturale). È questo il meccanismo che fa naufragare tutte le fusioni fra partiti: se il partito A e il partito B decidono di unirsi, le loro minoranze estreme - ossia le correnti che per opposti motivi non gradiscono la fusione - rinunciano a combattere la loro battaglia all'interno del nuovo partito (AB) e trovano naturale «dar vita» a due nuove formazioni politiche, la prima (a) che presume di conservare incontaminata l'eredità di A, la seconda (b) che presume la stessa cosa per l'eredità di B. Di qui la ferrea legge empirica: A + B = AB + a + b. Ovvero: ogni tentativo di fondere 2 partiti tende a farne nascere altri 2, così anziché passare da 2 a 1 si rischia di passare da 2 a 3.

È esattamente quello che sta succedendo in questi giorni con la nascita del Partito democratico: mentre Fassino e Rutelli «danno morte» ai rispettivi partiti (Margherita e Ds) per fonderli in un unico partito, gli scontenti di Margherita e Ds «danno vita», rispettivamente, al Partito liberaldemocratico (a) e al Partito socialista (b), ossia a due formazioni politiche la cui missione è resuscitare lo spirito più autentico dei due partiti originari, colpevolmente uccisi dai loro leader.

Ma non basta, perché c'è anche un terzo presupposto mentale che favorisce la proliferazione di partiti e movimenti: la credenza che qualsiasi idea politica abbia esistenza in almeno due varianti incompatibili, una di destra e una di sinistra. Supponete che a qualcuno venga un'idea di senso comune, ad esempio che dobbiamo preservare l'ambiente, o sostenere i valori della famiglia, o difendere i consumatori, o favorire lo spirito civico e la partecipazione politica. In Italia non solo scatta il riflesso condizionato di fare subito un partito o una lista che reclama i nostri voti in nome di quella più o meno brillante idea, ma l'idea stessa tende a replicarsi in due o tre varianti, una di sinistra, una di destra, e talora persino una terza, né di destra né di sinistra. Avremo così due o più liste verdi, due o più liste cattoliche, due o più liste dei consumatori, due o più liste civiche. Anche qui, è esattamente quel che si sta ripetendo sotto i nostri occhi proprio ora. In molti si sono accorti del distacco fra i cittadini e «la casta», ma da questa consapevolezza rischiano di scaturire ben tre liste elettorali distinte: a sinistra i pardini, a destra i brambillini, in mezzo i grillini.

Richiamando l'attenzione su questi meccanismi, non voglio in nessun modo addossare ogni colpa ai «creativi» che inventano un partito al giorno. Se i nuovi soggetti politici proliferano come funghi d'autunno, è anche perché nei partiti maggiori la partecipazione è soffocata, i burocrati imperano, il dibattito è astratto e poca, pochissima, è la voglia di capire, di ascoltare, di misurarsi davvero con i problemi dell'Italia. Forse, la verità è che burocrati e creativi sono solo due facce della stessa medaglia, la triste medaglia della democrazia italiana. (la Stampa)

Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Magdi Allam

Non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Se il governo avalla la concessione della mega-moschea di Bologna all'Ucoii - ovvero un gruppo che predica la distruzione di Israele, inneggia ai terroristi suicidi di Hamas e persegue l'obiettivo del Califfato islamico mondiale - sostenendo che non vi sarebbe il rischio di terrorismo, significa che l'Italia non ha ancora capito i pericoli che sta correndo, nascosti anche nei disegni dei burattinai in doppiopetto. Che l'Ucoii non metta le bombe in Italia lo sappiamo tutti. Ma questa certezza non basta, davanti a richieste di moschee e scuole coraniche che hanno il sapore di diktat. Forse è il caso che chi è preposto a decidere si assuma umilmente l'onere di imparare la realtà per quella che è, non la mistificazione della realtà che è il frutto degenere della malattia del relativismo cognitivo, valoriale, culturale e religioso. Si comprenderebbe, ad esempio, che il terrorismo dei Fratelli Musulmani, a cui l'Ucoii appartiene ideologicamente, usa le armi subdole della dissimulazione, del ricatto e dell'intimidazione per praticare il lavaggio di cervello ai propri adepti e ingannare i propri nemici. E' il terrorismo dei taglia-lingua che storicamente ha poi partorito il terrorismo dei taglia-gola. Ed è di questo terrorismo che dobbiamo principalmente preoccuparci perché è quello che, nel rispetto formale delle leggi e della democrazia, sta conquistando le menti e il territorio dei Paesi musulmani e dello stesso Occidente.
Quanto tempo dovrà ancora passare prima che si capisca appieno che la vera arma del terrorismo islamico non sono solo le bombe, ma ancor prima - la predicazione d'odio che viola la sacralità della vita, che inculca la fede nel cosiddetto «martirio » islamico, trasformando le persone in robot delle morte? E quale tragedia dovremo attenderci prima che si prenda atto che questa predicazione d'odio avviene all'interno di moschee gestite dai Fratelli Musulmani, dai wahhabiti, dai jihadisti e dai fondamentalisti islamici dalle sigle più disparate? I Paesi europei, quelli che ci hanno preceduto sul piano dell'accoglienza indiscriminata degli immigrati e che hanno in passato accordato di fatto piena libertà di azione agli estremisti islamici, oggi hanno compreso la centralità della predicazione d'odio nella filiera che poi sfocia negli attentati terroristici veri e propri. L'Italia continua a voler fare eccezione. Ci siamo innamorati dell'Ucoii assumendo il suo presidente nella Consulta dell'Islam in seno al ministero dell'Interno, ci siamo innamorati del velo islamico elevandolo a simbolo di moralizzazione della società italiana «depravata», ci siamo innamorati delle moschee al punto da regalare i terreni e i soldi affinché possano costruirle gli estremisti islamici. Che dire? In una società che difende l'eutanasia, il nostro governo sembra deciso a suicidarsi legandosi al cappio delle moschee dell'Ucoii. (Corriere della Sera)

domenica 7 ottobre 2007

Forza Italia non è plastica, è un ircocervo . Un partito interclassista, certo non di destra. il Riformista

Caro direttore, raccolgo il tuo invito a discutere di Forza Italia sulle pagine del Riformista. Partiamo dal concetto di “analisi differenziata”. Malgrado la profondità e l’organicità del rapporto del Pci con lo stalinismo e l’Urss, uno dei tratti originali di Togliatti e di una parte del gruppo dirigente del Pci era appunto il gusto per quella che veniva chiamata “l’analisi differenziata” sulla società italiana, sugli altri partiti e movimenti, specie quelli avversari. Non solo Togliatti, ma anche da un lato Giorgio Amendola, Paolo Bufalini, Gerardo Chiaromonte e dall’altro Pietro Ingrao, Bruno Trentin, Luciano Barca - per evocare personaggi significativi - e grandissimi giornalisti politici come Aniello Coppola, si misuravano con l’analisi della complessità e articolazione delle forze politiche e sociali.
Intendiamoci, non sempre quelle “analisi” erano azzeccate. Talora lo schematismo ideologico prevaleva, con effetti fuorvianti. Paradossalmente a Togliatti riuscì meglio l’analisi sul fascismo (vedi Lezioni sul fascismo) che non quella su De Gasperi e la Dc (vedi: Per un giudizio equanime sull’opera di De Gasperi, dove di equanime non c’era proprio nulla e il tono pacato copriva una incredibile faziosità politica e culturale). Ma qui sta il punto: dalla svolta del Cominform del 1947 fino agli anni ’70 il Pci sbagliò l’analisi sulla Dc, liquidata come partito clericale, o mera espressione della “borghesia monopolistica” o solo del clientelismo più sfrenato e talora addirittura equiparata al fascismo. Non a caso, lungo quel filone, un socialista di sinistra come Lelio Basso scrisse un libro dal titolo: Due totalitarismi: fascismo e Democrazia Cristiana. Poi negli anni ’70 Bufalini, Chiaromonte, Di Giulio, Aniello Coppola produssero analisi assai articolate sulla Dc che erano anche in funzione della strategia del compromesso storico e che quindi, paradossalmente, talora peccavano di un eccesso di ottimismo. Ovviamente nulla di tutto ciò ai giorni nostri è stato fatto nei confronti di Forza Italia, demonizzata come un partito di plastica, prodotto solo dall’estemporanea azione di Berlusconi che ha lanciato attraverso le “sue televisioni” un prodotto atipico, cioè un partito che in effetti non è un partito. Questa totale assenza di analisi politica su quello che dal 1994 è il maggior partito italiano è un elemento di distorsione nella stessa lucidità del confronto politico.
Tutto ciò, però, dipende da un’involuzione più profonda che riguarda l’ultima fase del Pci e la prima del Pds. In quella fase, così come ci furono indubbi elementi negativi nella Dc e nel Psi, così ci fu una tragica involuzione giustizialista del Pci-Pds. Come ha rilevato in un suo libro il senatore Pellegrino, l’innesto di una cultura giustizialista sulla crisi della tradizionale cultura comunista-storicista ha prodotto effetti devastanti: la Dc e il Psi, e i loro leader, considerati come soggetti criminali da trattare conseguentemente, furono demonizzati e distrutti. Ciò ha prodotto una ferita che ha determinato dei guasti tuttora non risolti e superati.
Ovviamente lo stesso trattamento è stato riservato, successivamente, a Berlusconi e a Forza Italia. Le conseguenze si sono viste: fino al 2001 Berlusconi è stato considerato l’incrocio fra un erede del populismo fascista-peronista e un’escrescenza autoritaria e mafiosa da “spegnere” ad opera di una coalizione di tutti gli onesti. A sua volta, Forza Italia è stato considerato un partito di plastica che si sarebbe rapidamente liquefatto. Dopo il 2001 si è cominciato a ragionare in modo un po’ diverso, ma solo perché l’offensiva giudiziaria è fallita. Allora, se non altro, ci si è preparati a rispondere sul terreno propriamente politico (ma sempre con la speranza che prima o poi la procura di Milano o quella di Palermo trovassero una “pistola fumante”). Ma quale è stata la risposta politica? Essa è consistita in un nuovo, grande fronte popolare: contro Berlusconi e il suo partito di destra bisogna mobilitare tutti, da Turigliatto e Caruso fino a Dini e a Mastella in nome della crociata contro il “male”. Ora le macerie prodotte da questo schematismo, che da tutto è ispirato salvo che da “un’analisi differenziata”, sono davanti a noi: una coalizione di questo tipo riesce a stento a mettere assieme il 50% degli elettori, ma non riesce a governare e sta anche producendo, per reazione alla sua incapacità, quella pericolosa tendenza che è l’antipolitica. Detto tutto questo, passiamo all’analisi differenziata su Forza Italia. In primo luogo Berlusconi e Forza Italia del ’94 non sono esattamente quelli del 2007. Nel 1994 Berlusconi partì da una parte dei suoi quadri aziendali (Publitalia) per inventare un partito che doveva in tutti i modi coprire uno spazio di centro dopo che l’operazione mediatica di Mani Pulite aveva distrutto la Dc, il Psi e i partiti laici. In un primo tempo quello spazio fu coperto non contrastando la prevalente atmosfera “nuovista”. Successivamente, però, le cose sono cambiate. Per un verso Berlusconi ha mantenuto la sua dimensione carismatica e leaderistica, e come contestargliela se tutti, nessuno escluso (vedi ad esempio Bertinotti e Veltroni), hanno cercato di imitarlo vista la dominante dimensione mediatico-televisiva assunta dallo scontro politico?
Per quello che riguarda Forza Italia, partiamo da ciò che hanno scritto Don Gianni Baget Bozzo e Sandro Bondi sul tuo giornale. In primo luogo Berlusconi ha «restituito l’onore alla storia della Dc» (Bondi) e a Bettino Craxi e facendo ciò ha dato vita alla seconda fase di Forza Italia, quella della quale molti osservatori non si sono accorti o non si vogliono accorgere tant’è che anche adesso preferiscono rivolgere la loro attenzione a fatti secondari. Nel corso di questi anni Forza Italia è diventata due cose significative, un partito interclassista e un partito pluriculturale. Forza Italia è un partito interclassista che raccoglie non solo il consenso di coloro che sono titolari di partite Iva, ma anche di un settore assai vasto di lavoro dipendente e di classe operaia (al Nord addirittura la maggioranza) in barba a tutti gli schemi. Un partito che sta fra il 25 e il 30% non può non avere una notevole complessità sociale. Il grosso dei militanti e degli elettori di Forza Italia è di ceto medio e di popolo: basta guardare la gente che va ai comizi di Berlusconi. In Forza Italia sono confluite una parte cospicua del mondo cattolico e democristiano, la maggioranza dell’area liberalsocialista e dei liberali. Anche per l’arroganza e lo schematismo dell’attuale sinistra, Berlusconi ha fatto emergere alla superficie un fiume carsico di cultura cattolica e di cultura liberalsocialista entrambe storicamente contrapposte all’egemonia culturale di stampo comunista, paleo, neo e post. Allora anche tu, caro Paolo, cadi in un grave errore di schematismo se definisci Forza Italia “la destra”: Forza Italia è un partito di centro, anzi, se facciamo i conti con il suo interclassismo e con il suo mix culturale, è un partito di “centro-sinistra” nel senso storico del termine. Non a caso Forza Italia ha portato avanti, fra mille difficoltà e contraddizioni interne, una linea di economia sociale di mercato, di sussidiarietà e non di liberismo estremo. Anche la riflessione neo-colbertista di Giulio Tremonti è originale e atipica. Il riferimento di Forza Italia al Ppe è al partito europeo che aggrega i moderati e non solo i democristiani. In seguito a questa aggregazione nel corso di questi anni Forza Italia - pur fra errori, contraddizioni e livelli discontinui di classe dirigente - si è radicata sul territorio e adesso sta facendo migliaia di congressi comunali e provinciali nei quali elegge i suoi dirigenti. È indubbio che, nata per l’iniziativa di un grande imprenditore televisivo, Forza Italia è uno strano animale: allora, negli anni cinquanta-sessanta, del Pci si disse che era un liocorno, oggi di Forza Italia può dirsi che è un ircocervo.
A chi dice che il centro-sinistra ha fatto un passo in avanti rispetto al centro-destra perché sta dando vita al Partito democratico, rispondiamo che si tratta di un’analisi sbagliata perché questa operazione di aggregazione il centro-destra l’ha fatta nel ’94 proprio con la nascita di Forza Italia la cui composizione interclassista e pluriculturale la colloca aldilà delle divisioni ideologiche del ’900. La grande intuizione di Berlusconi è stata proprio quella di andare al di là degli storici steccati fra laici e cattolici, dando vita a una forza “nuova” su questo terreno. Non c’è dubbio che nel corso di questi anni Forza Italia ha difeso alcune posizioni della chiesa cattolica: lo hanno fatto consapevolmente anche i laici, non per subalternità, ma per la consapevolezza del ruolo del mondo cattolico ieri nello scontro con il comunismo, oggi nei confronti del fondamentalismo islamico. Ricordiamo anche, però, il ruolo svolto da alcune correnti del liberalsocialismo contro il nazismo e il fascismo così come contro il comunismo e che oggi sono schierate sul fronte della difesa dei valori dell’occidente e di Israele nel quadro dello scontro culturale, politico e militare con il fondamentalismo islamico e il terrorismo che esso ha prodotto.
Per quello che riguarda, poi, temi sensibili e controversi quali la fecondazione assistita, l’aborto (mi riferisco anche a recenti polemiche), la libertà di ricerca scientifica, i laici di Forza Italia hanno esplicitamente manifestato le loro posizioni sulla base del principio della libertà di coscienza. Sui Dico vale il disegno di legge presentato dal senatore Biondi al netto delle modifiche proposte dall’abile senatore Salvi.
Caro Paolo, certamente Forza Italia presenta mille aspetti controversi e contestabili, ma ha una sua ricchezza e complessità che gli osservatori di sinistra nel corso di questi anni non hanno per nulla colto. Permettimi una domanda finale: se Berlusconi fosse una specie di caricatura di Mussolini, una sorta di “caimano”, se Forza Italia fosse un partito di plastica che prende voti solo per gli slogan populisti del suo leader, come mai essa, insieme alle altre forze del centro-destra, dal 1994 tiene in scacco questa sinistra così colta e intelligente che per di più è sostenuta dalle banche più forti, da un bel pezzo di establishment giudiziario, istituzionale e amministrativo e dai presidenti della Repubblica Scalfaro e Ciampi che hanno cambiato i rapporti di forza parlamentari e costituzionali con la nomina di senatori a vita e di giudici costituzionali tutti di centro-sinistra?
Se questa analisi del tutto negativa di Forza Italia fosse vera, ciò vorrebbe dire che la sinistra italiana, anzi questo centro-sinistra, è a un incredibile livello di arretratezza politica, culturale, gestionale, comunicativa e programmatica perché si fa mettere in scacco dai trogloditi di Forza Italia e dal loro leader-caimano. Caro Paolo, scegli tu.
Fabrizio Cicchitto

Parlava di casta anche Mussolini. Paolo Guzzanti

Da amico vorrei chiedere a Paolo Mieli, dopo il suo discorso di Capri, a che gioco politico stia giocando e se ne valuta i rischi. Mi spiego. Il direttore del Corriere della Sera, come tutti ricordiamo e come ieri anche lui ha voluto ricordare, nel 2006 ruppe la tradizione di neutralità del suo giornale e invitò a votare per il candidato Prodi. Molti si sorpresero, qualcuno si indignò, il Corriere perse copie, noi ne acquistammo e Prodi vinse per un pugno di voti che oggi Mieli rivendica come determinati dal suo «endorsement». Il governo cominciò subito a sfasciarsi sfasciando anche il Paese. Solo a quel punto, il vecchio e dormiente Golem dell’antipolitica è stato rianimato e mandato in giro a fracassare Parlamento, partiti e quel che restava del rapporto fra cittadini e istituzioni. Spontaneismo nel vento della storia? Ma andiamo! Paolo Mieli e il suo giornale (Beppe Grillo è un comprimario clamoroso ma da solo impotente) sono stati non i cronisti, ma i creatori e portabandiera di questa crociata. E non soltanto perché sono due giornalisti del Corriere quelli che hanno scritto La Casta, il Libretto Rosso della rivoluzione contro il Parlamento, ma perché il Corriere ha dedicato e dedica lenzuolate di pagine per promuovere e incendiare questa campagna distruttiva.

Ieri, alla riunione dei giovani industriali a Capri il direttore del Corriere, sottolineando che parlava da commentatore e non da direttore, ha estratto la clava dell’antipolitica e con quella ha colpito in fronte Prodi attraverso l’espediente retorico di chiedere di «tagliare subito il numero di ministri o sottosegretari» o dimettersi. Va da sé che le parole di Mieli sono musica politica per le nostre orecchie, ma confessiamo egualmente la nostra allarmata perplessità. Davvero Mieli scopre solo oggi l’indecenza anche estetica della ridicola pletora di ministri e sottosegretari dell’uomo e del governo che si vanta di aver sponsorizzato? È possibile che Mieli abbia ceduto ieri ad un soprassalto di sdegno? No: nessuno ha mai potuto accusare Paolo Mieli di improvvisazione. E allora, poiché Prodi è una sua creatura, poiché anche l’antipolitica è una sua creatura, e poiché ieri ha usato una delle sue due creature per colpire l’altra, che cosa dobbiamo pensare se non che il ben ponderato direttore di via Solferino abbia in mente un suo o altrui disegno, una diversa road map? Ma una road map verso dove? È probabile che il Corriere della Sera non abbia mai puntato su Prodi, ma su altro. Nell’attesa della banale rivelazione, al Mieli storico e allo stesso tempo sponsor della rivoluzione contro «la casta» voglio ricordare le parole del Mussolini ormai vittorioso il 28 marzo 1926 proprio a proposito della casta: «Decomponendosi lo Stato che ormai non resisteva più all’azione di sfruttamento e parassitismo dei vecchi partiti, bisognava avere il coraggio di fare la rivoluzione per sommergere, rovesciare distruggere queste caste politiche (...). Queste caste politiche che sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori della vittoria italiana dovevano essere disperse e distrutte».

La storia per fortuna non si ripete, ma gli errori sì e i rischi anche. (il Giornale)

sabato 6 ottobre 2007

S'erano tanto amati. Renzo Foa

Soffriva di un’amnesia Romano Prodi, quando ha detto che nella puntata di Annozero non si può «riscontrare nulla della serietà, della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la giustizia». Aveva dimenticato un quinquennio di grida in difesa della libertà di espressione, lanciate contro il centrodestra al governo, e di lezioni sui limiti del potere politico di fronte all’informazione. Come se il rispetto del galateo debba valere sempre e solo per gli altri.

E che dire poi di Clemente Mastella, ministro dell’Unione, che sente di essere stato collocato nell’elenco dei «linciati» e intima al Cda della Rai di occuparsi del caso, pena una mozione parlamentare di sfiducia?

Dov’è lo stile a cui venivano richiamati gli esponenti della Casa delle libertà, quando a loro volta si sentivano vittime di un linciaggio mediatico ed erano accusati di non avere alcuna dimestichezza con le regole della democrazia?

Per non parlare dei duelli ingaggiati con singoli magistrati, che nella stagione del centrosinistra stanno diventando una norma, mentre in passato erano considerati il segno di un’idea «proprietaria dello Stato».

So che è una ritorsione fin troppo facile. Ma non si può essere nello stesso tempo maestri di bon ton istituzionale e censori di un conduttore televisivo, di un Gip o di un Pm. Non si può essere l’uno e l’altro, a seconda delle convenienze.

Il problema, quello attorno a cui ruota tutto, è un altro ed è uno scontro di potere.

Michele Santoro - così come ha fatto anche Giovanni Floris - ha le sue convinzioni e le esprime svolgendo un mestiere che gli consente di parlare a milioni di persone. Ha la possibilità di incidere su equilibri politici. Può invitare in studio anche un magistrato al centro di una dura controversia con il Guardasigilli. Esercita appunto un potere, che è in aperto contrasto con altri poteri. È un comportamento legittimo? Se ne discuterà all’infinito.

Ma Santoro non può essere considerato un paladino di libertà quando indirizza le sue trasmissioni contro questa o quella figura del centrodestra, mentre non è serio, professionale e appropriato quando elegge a bersaglio questa o quella figura del centrosinistra. Il presidente del Consiglio non può trincerarsi dietro a tre parole per sfuggire alla questione che si pone oggi: alcuni potenti figure dell’informazione e della magistratura hanno preso a bersaglio proprio quella sinistra che a lungo le ha considerate parte attiva della propria impresa. Questo vuol dire una cosa molto semplice e molto importante: si è rotta una vecchia alleanza.

Serietà, professionalità e appropriatezza - per stare alle parole di Prodi - non c’entrano nulla. È più semplicemente in corso una guerra civile a sinistra, facilitata dal grande equivoco nato quando si è sostenuto che informazione e magistratura non facevano politica. Mentre invece la facevano contro il potere del centrodestra come ora cominciano a farla rompendo gli equilibri nell’Unione. I casseurs italiani. (il Giornale)

venerdì 5 ottobre 2007

Comico involontario del Paese irreale. Paolo Guzzanti

Pensavamo di iniziare questo commento proponendo l’apertura di una colletta da mille euro per il ministro Padoa-Schioppa come incentivo a schiodare. Ma il ministro fra le sue numerose mancanze di qualità, manca anche di ogni senso dell’umorismo. Non ride, ma ridacchia e in Parlamento ostenta uno sprezzante disinteresse per l’opposizione comportandosi come se fosse reduce dal Congresso di Vienna, con il suo sorriso da vecchia rastrelliera.

Ieri se ne è uscito con questa storia dei mille euro da mettere in mano ai ragazzi italiani, che lui chiama «bamboccioni», affinché si decidano ad uscire dalla casa paterna per trovarsene finalmente una loro. È sì un comico, ma involontario. Non soltanto provoca gravi danni, come nel caso del generale Speciale e delle tabelle allegate alla Finanziaria (numeri che dicono l’esatto contrario di quel che viene scritto con le parole) ma si improvvisa sociologo di una sociologia da scompartimento ferroviario da cui emerge come un vecchio cocciuto che odia i giovani italiani che per il ministro non sono cittadini che aspettano risposte ai loro problemi, ma fastidiosi bamboccioni nelle cui tasche converrebbe mettere l’equivalente di una buona cena al ristorante affinché smettano di svuotare il frigo e sbriciolare nel salotto.

Vorremmo dire a un tale ministro: lei non ha la più pallida idea del Paese del cui governo infausto lei fa parte. Lei tratta i giovani cittadini come smidollati incapaci di rinunciare ai lussi paterni ed evidentemente non sa che i ragazzi italiani non trovano una casa perché lei e il suo governo avete voluto distruggere le riforme avviate nella scorsa legislatura. Ciò vi costringe a trattare i giovani come viziosi. Se un ragazzo vuole prendere in affitto una topaia non gli bastano oggi tremila euro soltanto per firmare un contratto prima ancora di cominciare a pagare l’affitto. Noi conosciamo giovani costretti ad aspettare secoli prima di potersi permettere il lusso di mettere su famiglia e che convivono con i genitori perché al governo bivaccano dei veri bamboccioni smidollati e pieni di prosopopea. Padoa-Schioppa non sa nulla di italiani, di ragazzi, di case, famiglie e costi. Lui ha sentito dire a cena da amici che i giovani non lasciano la casa paterna e così escogita la mancia da mille euro che spinga almeno i figli degli abbienti a farsi un volo low-cost alle Maldive per tornare abbronzati.

La scelta del termine puerile e odioso di bamboccioni indica poi una infausta attitudine paternalistica e la convinzione che i giovani non abbiano bisogno di una politica che dia loro risposte decenti, ma di una piccola corruzione che li spinga fuori dal salotto di mamma e papà. Signor ministro, tutto ciò conferma che lei è un uomo senza la più pallida idea di chi siano non soltanto i giovani, ma gli italiani tutti, come del resto l’intero governo di cui fa parte e che è ormai detestato quasi tanto quanto merita. (il Giornale)

giovedì 4 ottobre 2007

Spesa e riforme mancate. Tito Boeri

A quanto ammonta davvero il tesoretto e quale uso ne è stato fatto? E perché è così difficile riuscire ad arrestare la crescita della spesa pubblica?

Due tabelle pubblicate in questi giorni assieme alla manovra finanziaria ci agevolano nel rispondere a tali quesiti, importanti anche nel valutare l’azione di questo governo e la manovra per il 2008. La prima tabella è contenuta nella Nota di aggiornamento al Dpef, da ieri disponibile sul sito del ministero dell’Economia (www.tesoro.it). Ci dice che il totale delle entrate stimato per il 2007 è di 722 miliardi di euro.

Esattamente un anno fa, con la Relazione previsionale e programmatica per il 2007 (disponibile sullo stesso sito) si stimavano le entrate in 704 miliardi. Quindi l’extragettito rispetto alle previsioni nel 2007 è stato di circa 18 miliardi, più di un punto di pil.

Un anno fa si pensava che la crescita dell’economia (soprattutto quella del prodotto nominale, rilevante nel prevedere le entrate) nel 2007 sarebbe stata leggermente più forte di quanto si preveda oggi. Dunque l’extragettito non può essere attribuito a una crescita dell’economia maggiore del previsto: è dovuto ad errori previsivi (più o meno evitabili) o a recupero di evasione o ancora, e più probabile, a entrambi i fattori. Sappiamo anche, dalla stessa tabella, che circa 12 miliardi su 18 sono stati impiegati per coprire maggiore spesa, tutta corrente, anziché ridurre il disavanzo o finanziare investimenti. La spesa corrente ha così continuato a correre alla stessa velocità degli anni precedenti, compresa la legislatura in cui governava il centro-destra: una crescita del 2 per cento all’anno al netto dell’inflazione. La spesa corrente conferma di essere un treno inarrestabile che spazza via differenze di schieramento e cultura politica e procede, lui solo ad alta velocità, in tutte le congiunture. Le prospettive per il 2008 non sono diverse. La spesa corrente continuerà a crescere, più del prodotto interno lordo. Cambiano i governi, si succedono i ministri dell’Economia, ma nessuno riesce a frenare la crescita della spesa. Si propongono regole esoteriche (vi ricordate il metodo Gordon Brown all’italiana?), si producono libri verdi, si fa la voce grossa con i ministri di spesa e con le Regioni, ma alla fine non cambia proprio nulla.

La seconda tabella ci aiuta a capire perché la spesa continua a correre. È stata presentata dal ministro Padoa-Schioppa assieme al disegno di legge finanziaria ed è frutto di un lavoro certosino svolto dai tecnici del ministero dell’Economia nel riclassificare per funzioni il bilancio dello Stato. Rende più trasparente la distribuzione delle risorse pubbliche, ci fa capire come davvero vengono distribuiti i danari pubblici. Cosa ci dice questa tabella (disponibile sul sito di Palazzo Chigi, www.governo.it)? Che il 23 per cento dei fondi pubblici va alle «relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi Regioni ed enti locali. È questo il capitolo che crescerà di più nel 2008 (quasi 7 miliardi in più). Il nostro federalismo è una voragine perché non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene per coprire amministrazioni inefficienti - nella Finanziaria 2008 9,1 miliardi verranno prestati per 30 anni (!) a Campania, Lazio e Sicilia per coprire i loro debiti sanitari - e non si puniscono gli amministratori e politici locali nell’unico modo possibile, vale a dire riducendone la sovranità.

Bisogna davvero, e non solo sulla carta, procedere a nominare direttamente un commissario governativo ad acta per le Regioni in deficit che ricorrono al «prestito» statale, esautorando di fatto i governatori. Procedure di questo tipo sono anche previste sulla carta (ad esempio nel Patto per la salute), ma sin qui nessun governo ha avuto il coraggio di applicarle. Un altro 18 per cento della spesa va al pagamento degli oneri sul debito pubblico. Questo ce la dice lunga sui costi della miopia della nostra classe politica, che osa parlare di «tesoretti» quando dobbiamo destinare quasi un quinto del bilancio a pagare interessi in gran parte a investitori esteri. La terza posta fondamentale è rappresentata dalla spesa pensionistica, che assorbe da sola il 15 per cento delle risorse. E anche qui le riforme non vengono mai portate a termine. Queste tre poste assorbono non solo più delle metà delle risorse disponibili, ma anche quasi due terzi delle risorse mobilizzate nel corso della manovra 2008.

Insomma, grazie a questa tabella capiamo perché la spesa continui a correre. Il fatto è che si continua a ignorare quanto era scritto anche nel primo Dpef di questa legislatura: bisogna varare un vero federalismo fiscale e completare la riforma della previdenza. Un governo che promette di ridurre la spesa senza affrontare queste riforme è poco credibile. Potrà tagliare, al massimo, qualche milione, non certo i miliardi che servirebbero per poi ridurre davvero la pressione fiscale. (la Stampa)

Birmania - Chiamiamolo comunismo. Massimo Introvigne

Diceva Napoleone che ci vuole coraggio per chiamare gatto un gatto e sconfitta una sconfitta. Oggi ci vuole ancora più coraggio per chiamare comunista un comunista. La parola, giustamente, fa paura.

Il maggiore specialista accademico mondiale del comunismo, Robert Service, nel suo recente Compagni! lo ha definito il peggiore cancro che abbia attaccato nella storia l'organismo umanità, esibendo come prova un costo umano certamente superiore ai cento milioni di morti. Perfino in Cina e in Vietnam si dibatte se il termine «comunista» designi ancora adeguatamente l'attuale regime misto di autoritarismo e mercato.

Sono rimasti tre i Paesi in cui partiti che si definiscono orgogliosamente comunisti tengono in piedi i governi: Cuba, la Corea del Nord e l'Italia.

L'anomalia italiana, unica in Occidente, spiega un curioso atteggiamento dei media e in particolare della televisione e della radio di Stato a proposito di quanto sta accadendo in Birmania (ribattezzata dal regime Myanmar).

Mentre in America o in Francia si parla tranquillamente delle origini comuniste del regime di Rangoon, il telespettatore italiano che ignori tutto della Birmania ha scoperto negli ultimi giorni che è governata da una «dittatura», così da essere autorizzato a pensare che nel lontano Paese asiatico siano al potere i nipotini di Pinochet. Un giornale radio ha perfino parlato di «dittatura fascista», forse inducendo qualcuno a controllare nei libri di storia se dopo la marcia su Roma i quadrumviri non abbiano fatto un salto in Birmania per fondare il fascio di Rangoon.

Non è proprio così. Dal 1962 al 1988 il regime birmano è un tipico regime comunista, guidato da un gruppo di militari marxisti il cui capo, il generale Ne Win (morto nel 2002), promuove una disastrosa «via birmana al socialismo», imponendo un'economia rigorosamente collettivista che riduce il Paese alla fame mentre la repressione fa qualche migliaio di morti. Nel 1988 i birmani - già allora guidati dalla Lega per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Ky, figlia del padre dell'indipendenza nazionale - non ne possono più e scendono in piazza. Ne Win è estromesso dal potere, sostituito da una giunta militare che elimina prudentemente dal suo partito il nome «socialista» - sostituito da un richiamo vagamente minaccioso a «legge e ordine» - e promette libere elezioni.

Quando nel 1990 la LND vince le elezioni, i generali ne arrestano i dirigenti e tornano a un sistema che assomiglia come un fratello gemello al vecchio regime comunista, salvo che non si parla più di comunismo e s'incoraggiano gli investimenti stranieri offrendo anche il lavoro semi-gratuito di detenuti comuni e politici.

Ma non è questione di nomi. Tutti gli uomini forti dell'attuale governo vengono dal vecchio Partito del Programma Socialista (cioè, dal Partito comunista birmano) di cui l'attuale presidente, il generale Than Shwe, è stato il braccio armato nella repressione del 1988. Dal punto di vista della retorica, dei diritti umani, della (non) libertà di stampa e di associazione la Birmania rimane un regime di matrice comunista. Se si eccettua la presenza delle multinazionali straniere, l'attività economica resta ampiamente nelle mani dello Stato.

I morti fatti dalle truppe che sparano sulla folla in Birmania non sono vittime di una generica «dittatura», ma di un regime post-comunista che è «post» solo in quanto almeno si vergogna d'invocare il nome del comunismo, pur mantenendone la sostanza. In Italia non ci si vergogna neppure del nome. (il Giornale)

mercoledì 3 ottobre 2007

Il Cavaliere ha ragione. Arturo Diaconale

Silvio Berlusconi sostiene che dopo il 14 ottobre ogni giorno è buono per assistere alla definitiva scomparsa del governo di Romano Prodi. Fissare date per avvenimenti ipotetici è sempre azzardato. Ma questa volta non si può dare torto al leader della Casa delle Libertà. Il 14 ottobre è il giorno delle primarie del nuovo Partito Democratico, quello in cui si assisterà all’incoronazione a segretario del nuovo soggetto politico nato dalla fusione tra Margherita e Ds di Walter Veltroni. E dal giorno dopo l’attuale sindaco di Roma sarà costretto a dimostrare che il Pd non è la riedizione del passato Ulivo ma un partito radicalmente nuovo. Come? Sostenendo che il futuro dei democratici non passa più attraverso l’intesa obbligatoria con la sinistra antagonista. Così, mentre Romano Prodi per difendere il proprio governo dovrà difendere con le unghie e con i denti il patto con Fausto Bertinotti, il segretario del più grande partiti della coalizione governativa si muoverà con forza e determinazione nella direzione opposta.

Basta questo per dimostrare che la previsione di Berlusconi è attendibile? Per convincersi chi ha dubbi in proposito non deve far altro che tenere conto della street parade di Bologna dei giorni scorsi e dell’andamento delle assemblee di fabbrica sull’accordo relativo al welfare iniziate a Mirafiori e destinate a concludersi entro la metà del mese. Nel capoluogo felsineo, a dispetto della richiesta del sindaco Cofferati di vedere vietata la manifestazione, la Questura ha autorizzato una festa in piazza organizzata dai centri sociali che è andata avanti per tutta la notte e si è conclusa alle dieci del mattino tra le proteste dei cittadini per il rumore e la sporcizia provocati dagli allegri manifestanti. Cofferati se l’è presa con il Ministro Giuliano Amato. Ma contro il sindaco si è schierata Rifondazione preoccupata di perdere la propria base elettorale che si aggrega attorno ai centri sociali.

A Mirafiori e nelle altre grandi fabbriche i risultati delle assemblee hanno dimostrato che gli eredi della parte più nobile e più dura della classe operaia non intende subire il ricatto di Guglielmo Epifani. Dalle due vicende emerge con chiarezza che su sicurezza e sulle questioni sociali la base della sinistra antagonista non intende più seguire i propri partiti di riferimento nella politica dei sacrifici in nome del governo Prodi. Così Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani debbono loro malgrado registrare che i lavoratori delle grandi fabbriche li stanno abbandonando. Prodi può reggere l’impatto devastante di queste spinte centrifughe a cui si aggiungono quelle dei centristi nemici del Pd e della sinistra antagonista? Vuoi vedere che questa volta il Cavaliere ha ragione? (l'Opinione)

martedì 2 ottobre 2007

I tre errori fatali degli ex Pci. Gianni Baget Bozzo

Il governo Prodi è divenuto un lungo interregno, non può né governare né cadere. Ma la sua esperienza mette in crisi non tanto un governo, quanto la governabilità italiana. Il fenomeno Grillo mostra che la base più giovane della sinistra, quella che usa i computer, è in stato di disaffezione. E il fattore comico della crisi è che Marco Follini, che mise in crisi il governo Berlusconi, annunci la fine del governo Prodi. Veramente il calcio dell'asino.

La sinistra in Italia vuol dire il Pci, che ha determinato l'interpretazione canonica della storia della Repubblica e della Costituzione. E ora la sua classe dirigente mostra la volontà di sopprimerlo, legandolo a un improbabile partito con le clientele democristiane del Sud. È questo fatto che tocca la governabilità italiana: la sinistra è divenuta anch’essa, per usare le parole del nuovo teorico della fine del capitalismo, Toni Negri, una «moltitudine». Questo incide sulla governabilità italiana anche di un governo di centrodestra e rende il caso italiano unico in Europa come crisi della nazione e dello Stato. In Europa la sinistra socialdemocratica è vigorosa ed è di fatto un partito unico della sinistra.

Tre errori sono stati commessi dalla dirigenza comunista seguita alla svolta della Bolognina. Il primo avvenne durante Mani Pulite, quando Occhetto e D'Alema decisero di puntare sulla fine del Psi e sulla scomparsa di Bettino Craxi, cioè del vero fondatore della socialdemocrazia italiana. Togliatti non avrebbe mai commesso questo errore. Avrebbe potuto benissimo puntare, come fece Luigi Longo nel quinto congresso del Pci, alla fusione dei due partiti. Non lo fece. Il Pds divenne così, per un breve periodo, l’unico partito nella prima Repubblica rimasto in piedi e quindi il custode della Costituzione. Troppo: per questo nacque Forza Italia, come forza diversa da quelle tradizionali destinata a rimanere.

Il secondo errore fu quello di fare della lotta a Berlusconi il collante di una alleanza che non aveva altro contenuto politico. Questo errore non lo fece Massimo D'Alema, che tentò in qualche modo di agganciare il Pds all'Occidente, mettendo in crisi il governo Prodi e partecipando alla guerra nei Balcani. Ma la sinistra, anche nel Pds, era divenuta antagonista all'Occidente e non accettò la linea del suo massimo dirigente. Essa non aveva più il genio dell'unità nazionale e del compromesso storico, era divenuta una sinistra antioccidentale; e, per questo, non poteva che perdere la sua identità e divenire «moltitudine». La mancata scelta socialdemocratica finiva col distruggere l'identità del Pci. Un vero paradosso storico, che mostra come fosse nel giusto Bettino Craxi nel proporre al Pci l'unità socialista. Era il modo di salvare l'identità comunista oggi perduta.

Il terzo errore è quello di liquidare anche il Ds, spaccando il partito e consegnando la sua legittimazione politica alle clientele democristiane del Sud: a Ciriaco De Mita e a Franco Marini. La Dc si era sciolta perché politicamente esaurita. I comunisti avevano benedetto la sinistra democristiana salvandola da Mani Pulite, oggi si acconciano a farsi legittimare da essa.

Non sappiamo cosa accadrà del governo Prodi: se verranno nuove elezioni e con quale governo, se ci sarà un governo istituzionale. Ma questa incertezza è la conseguenza del fatto fondamentale: l'autoliquidazione del partito più storico della democrazia italiana. Berlusconi cercò a lungo l’intesa con D’Alema, pensò persino di farlo Presidente della Repubblica. Ma ormai, dopo la campagna elettorale anti-Berlusconi, non era possibile, neanche al leader di centrodestra, imporre una tale svolta al suo elettorato. Per questo l’Italia vive una crisi combinata della democrazia, della nazione e dello Stato non conosciuta da nessun altra nazione europea. (la Stampa)

domenica 30 settembre 2007

L'invasione dei nomadi. Alberto Ronchey

Annunciato dalla Conferenza di Firenze sull'immigrazione, ora è atteso un piano governativo per contrastare le ondate di reati che destano allarme sociale, rapine, furti, scippi, risse, insediamenti abusivi e aggressivi dell'immigrazione clandestina. L'insicurezza collettiva, di fatto, non è imputabile solo alla criminalità nazionale, mafia, camorra, sacche d'illegalità urbane o suburbane. Anzi, oltre alla criminalità nazionale, non è più sostenibile quella d'importazione. Secondo un rapporto del Viminale a Montecitorio, 36,5 su cento reati commessi nel 2006 sarebbero imputabili a residenti stranieri, 19,4 per cento immigrati clandestini. Ma ora si discute in particolare sui rom, che non sono più immigrati clandestini, bensì cittadini comunitari dopo l'ingresso della Romania nell'Ue. Non si possono respingere, ma solo espellere all'occasione per motivi di ordine pubblico. «Dalla Romania — come ha segnalato però il ministro Amato — è in corso un vero e proprio esodo». In Italia, sarebbero già moltitudini e arrivano ancora. Alle origini, furono allevatori di cavalli nelle steppe eurasiatiche, poi giostrai, calderai ambulanti, o anche violinisti di strada. Le loro doti artistiche, passionali e spontanee, furono apprezzate fino a costituire un vero e proprio genere, la celebre commedia tziganka, spettacolo tradizionale al teatro «Malyj» di Mosca. Eppure, non poterono né vollero integrarsi mai nelle nazioni che li ospitavano.

Montanelli, forse il solo cronista che per una volta fu ammesso a viaggiare nei loro carrozzoni tirati dai cavalli, ricordava sul Corriere: «... Nel '39 mi trovavo in Albania, dove conobbi un ebreo greco del Cairo che faceva l'impresario di violinisti tzigani andando a scoprire talenti nelle loro randage tribù. Costui, facendomi passare per il suo assistente, ottenne un posto anche per me in una carovana da Còrizza fino a Salonicco attraverso Macedonia e Tessaglia... In quel viaggio imparai sulla vita degli zingari molte cose, ma soprattutto una. L'inutilità di spiegargli il motivo per il quale eravamo inseguiti spesso a fucilate da contadini e pastori, che poi era uno solo. Rubavano tutto quello che trovavano per le strade, agnelli, galline, farina, attrezzi... Ma non si rendevano conto di ciò che facevano perché il concetto di proprietà non era mai entrato nei loro cervelli...». Ora, più di mezzo secolo dopo, saranno un po' diversi. Eppure Achille Serra, già prefetto di Roma, qualche mese fa dichiarava: «Visito personalmente i loro campi... Le donne non si vedono, forse perché sono sulla metro a scippare borsette, gli uomini dormono perché forse hanno lavorato di notte svaligiando abitazioni». Precisava, s'intende, di non voler generalizzare, ma concludeva insistendo sul pericolo che verso quegli stranieri l'insofferenza della gente raggiunga «forme di razzismo alle quali guardo con terrore» ( Repubblica, 19 maggio). Già intorno ai campi nomadi si ripetono aspri conflitti. Da una parte, ruberie di automezzi, ciclomotori, benzina, denaro dei parcometri, persino panni stesi. Dall'altra parte, incursioni di rappresaglia imputabili anche alla primaria xenofobia razzista dell'inconsulta violenza. Il piano governativo in discussione, che include fra le misure d'emergenza più poteri a prefetti e sindaci, ripropone un quesito al quale non è facile rispondere. Fino a che punto, in Italia come altrove, si può davvero integrare oltreché ospitare qualsiasi flusso d'immigrazione? (Corriere della Sera)

venerdì 28 settembre 2007

Zero politica economica. il Foglio

E’ notevole la differenza fra la ma­novra di quest'anno, che procede in modo stanco e rinunciatario, e il baldanzoso approccio di quella scor­sa. Allora il governo Prodi la fece precedere da un decreto fiscale che tas­sava pesantemente gli immobili, sta­biliva norme di schedatura di tutti i movimenti bancari e conteneva an­che alcune liberalizzazioni, che apparivano come un segnale di guerra con­tro le corporazioni. Poi venne la Fi­nanziaria lacrime e sangue da 32 mi­liardi, fitta di dure, punitive soluzioni fiscali in abiura di tutto ciò che aveva fatto Giulio Tremonti.

Quest'anno è un'altra solfa. Dovreb­be essere una Finanziaria leggera da dieci miliardi di euro, fatta un po' di extragettito da crescita economica, e un po' di tagliuzzi e risparmietti. Comunque vada a finire, comunque si metta a posto il puzzle dei dettagli, e il negoziato proporzionalista degli olivieridiliberti che tanto per far casino di maniera vogliono colorarla di un po' di ideologismo (tassazione delle rendi­te finanziarie e più redistribuzione della ricchezza, please), comunque va­da a finire, dunque, è sempre più evi­dente che Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa non hanno più una li­nea di politica economica. Faranno piccole concessioni e diranno piccoli no, ma non decideranno nulla, sapen­do di non poterlo fare. Ne verrà fuori una Finanziaria grigetta inadatta a contrastare il rallentamento congiun­turale o a segnalare un barlume di vi­talità politica, che non c'è più.

Pansa: la casta rossa dei bastonatori. il Giornale

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=209272

Alla vigilia dell'uscita de "I gendarmi della memoria", Pansa racconta delle intimidazioni, delle violenze e delle rappresaglie di cui è stato oggetto.

giovedì 27 settembre 2007

Myanmar: sms fa il giro del mondo, "domani tutti in T-Shirt rossa". Adnkronos

Roma, 27 set. (Adnkronos) - Una maglietta rossa da indossare domani per testimoniare solidarieta' ''ai coraggiosi amici'' della Birmania. E' l'invito che sta girando in queste ore freneticamente sui cellulari di tutto il mondo, Italia compresa. "In support of our incredibly brave friends in Burma: may all people around the world wear a red shirt on Friday, September 28. Please forward!" (''A sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdi' 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa. Fai girare il messaggio''), e' il testo dell'sms che ricalca un analogo messaggio che si puo' leggere anche su molti blog in internet.

mercoledì 26 settembre 2007

Perché nessuno dice che i militari Birmani sono comunisti? Blog Noi porgiamo l'altra guancia

Perchè nessuno dice che i militari Birmani sono COMUNISTI ?
Ma porco cane, c' è una rivolta anticomunista in atto, contro un regime comunista bieco e sanguinario, che da anni incarcera dissidenti, che non ha avuto neanche pietà dei propri morti durante lo Tsunami, non comunicando nè lista nè numero dei morti, e non ha voluto praticamente aiuti dall' Occidente.
Un regime COMUNISTA tant' è che nello stemma ufficiale c' è la Stella e la Ruota Dentata ; e come in tutti i paesi comunisti ha da sempre il cambio della propria moneta al nero.
Il Generale Ne Win, fin dal colpo di stato del 1962 attuò subito leggi come la nazionalizzazione delle industrie, la soppressione dei partiti e del libero mercato. Per anni il paese fu chiusissimo rispetto all' esterno. Il mio primo viaggio risale al 1984 : solo sette giorni la durata del visto, dove si legge:

Embassy of the SOCIALIST Republic of the Union of Burma.

Dopo la rivolta del 1988 che provocò migliaia di morti, con la destituzione di Ne Win, ben poco è cambiato. La Birmania è attualmente, a causa del regime comunista, uno dei paesi più poveri al mondo, mentre quando, col nome di Burma, era una Colonia Inglese(alla faccia di quelli che parlan male delle colonie...),era un paese floridissimo, costruttore di mobili in teck ed altri legni pregiati (posseggo da vent'anni un tavolo da pranzo dell' Epoca Vittoriana)e senza il comunismo avrebbe conosciuto un notevole sviluppo. Grazie alle meraviglie naturali e dei propri templi, il Paese potrebbe avere una grande forza grazie al turismo, che viene però contrastato dal regime comunista.
Ma da giorni tutti i telegiornali continuano a martellarci solo ricordando che c' è una Giunta Militare al potere. Perchè non equipararla al Regime dei Colonnelli Greci o al Cile di Pinochet, così si fa prima, e la maggior parte delle persone che non hanno mai visitato la Birmania penseranno al solito regime militar/fascista.
Eppure il golpe di Jaruzelski in Polonia dovrebbe far capire che ci sono militari comunisti. O no ?
Dunque, sia chiaro una volte per tutte:

IN BIRMANIA C'E' UN REGIME COMUNISTA !

In Italia, dove i media non lo ricordano, il regime comunista si sta facendo strada ogni giorno...(Vandeaitaliana)

Bush marcia al fianco dei monaci buddisti. il Foglio

La visione libertaria dell’America su Birmania, Darfur, Cuba e Zimbabwe.

Con il discorso di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in cui ha annunciato nuove sanzioni contro la giunta militare che opprime la Birmania con il suo “regime di terrore”, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha messo di nuovo sotto il naso degli antibushisti irrevocabili il solito problema. Il presidente mantiene quello che promette, e quello che promette e mantiene sono cose buone e necessarie, nel vecchio senso filosofico “che non potrebbero essere altrimenti”. Al momento della sua seconda investitura, nel gennaio del 2005, tutti si attendevano da lui un discorso di accettazione giocato su uno schema di funzionamento sicuro, metà retorica buona per ogni stagione e metà rivendicazione prudente dei risultati raggiunti fino ad allora (suffragio universale in Iraq e in Afghanistan, reti inviolate sul fronte della sicurezza interna). Poteva tenersi al riparo di una linea difensiva inattaccabile. Il presidente scelse invece il rilancio, con un discorso d’inizio mandato che è diventato il più radicale manifesto libertario degli ultimi decenni. Un discorso che secondo Peggy Noonan, ex speechwriter di Ronald Reagan, sarà ricordato come “The liberty speech”, il discorso della libertà. Questo fu il passaggio più impegnativo, che fece rizzare i capelli sulla nuca dei cosiddetti realisti: “La politica degli Stati Uniti è quella di cercare e di sostenere la crescita dei movimenti democratici in ogni nazione e in ogni cultura, con l’obiettivo finale di porre fine alla tirannia nel mondo”. Capito il presidente petroliere, conservatore, figlio di papà? “Sostenere la crescita dei movimenti democratici in ogni nazione”. Premio finale: la fine della tirannia nel mondo. Due anni e mezzo dopo, Bush procede sullo stesso binario. Stesso mandato, stessa visione, stessa marcia condivisa idealmente con le colonne di monaci rasati che guidano la protesta in Birmania, come l’ha chiamata il presidente con il vecchio nome cancellato dalla giunta militare. Un paese dove i dissidenti politici consumano il tempo della loro pena ai lavori forzati, sul ciglio delle strade e sugli argini in terra dei fiumi o chiusi in gabbie per cani nella prigione di Insein (secondo il rapporto di Amnesty International). Dove la pena per i reati di pensiero parte dai dieci anni di carcere, solo per avere scritto una lettera con contenuto non autorizzato o per avere fatto volantinaggio. Dove l’esercito costringe la popolazione a fuggire dai villaggi, brucia le case e uccide chi tenta di farvi ritorno. Dove la maggioranza degli pseudoministri appartiene alle forze armate. Ora, dice il presidente americano, arrivano sanzioni più dure contro il regime e contro chi lo sostiene finanziariamente e anche un bando sui visti dei responsabili delle violazioni più plateali dei diritti umani. Avviso per la militanza antibushista. Il presidente della libertà George W. Bush ha citato anche Darfur, dove il suo pressing è già decisivo, Cuba e Zimbabwe.

La casta e la rabbia. Luigi la Spina

Perché gli italiani sono così furibondi nei confronti della loro classe politica? Perché quando Grillo parla, su Internet, in tv o nelle piazze, l’adesione è così entusiastica e contagiosa? Perché il libro di Stella e Rizzo, La casta, ha avuto un così meritato successo? Queste domande hanno già avuto molte risposte, alcune convincenti, altre meno, ma certamente non tali da esaurire il mistero per cui, in apparenza all’improvviso, i nostri concittadini sono diventati così intolleranti di fronte all’arroganza del potere, ai privilegi del ceto politico, alle piccole e grandi furbizie di chi li governa.

Eppure, il popolo italiano è stato abituato, da secoli, a sbuffare ma a pazientare davanti ai soprusi di chi li comanda. Le classi dirigenti italiane, inoltre, al di là delle nostalgie di chi, per età o per smemoratezza, tende a edulcorare il passato in una mitica «età aurea» del costume pubblico, non si sono mai distinte per alto senso civico. La domanda, perciò, ritorna insistente: perché la demagogia di un bravo comico, la capacità investigativa e la piacevolezza della scrittura di due ottimi giornalisti hanno trovato una così pronta e incendiaria accoglienza nell’opinione pubblica?

Le indagini sociologiche subito avviate dai principali centri di ricerca hanno colto un motivo «politico» sicuramente fondato: la delusione per gli effetti della cacciata di Berlusconi da Palazzo Chigi ha suscitato un acuto malessere in chi si era illuso che un cambio di maggioranza bastasse a risolvere almeno alcuni dei problemi che affliggono gli italiani.

La plausibilità di questa interpretazione non sembra sufficiente, però, a motivare una indignazione così estesa e profonda, l’urgenza di uno sfogo così violento, speriamo solo negli eccessi verbali, un’ipersensibilità che non ammette reazioni proporzionate ai fatti, tali da omologare, per esempio, una infrazione stradale, sia pure grave, come quella del presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, alla più infamante motivazione di immediate dimissioni. Ecco perché la ricerca delle cause meno superficiali di questo pesante disagio italiano, forse, dovrebbe indirizzarsi anche sulle condizioni economiche, sociali, ma anche psicologiche, di due grandi categorie del nostro Paese: i giovani e la piccola e media borghesia, soprattutto quella che vive di reddito fisso. Una attenzione che, tra l’altro, alla vigilia della Finanziaria, il governo Prodi dovrebbe privilegiare per non sbagliare clamorosamente l’indirizzo dei provvedimenti di aiuto alle classi veramente in difficoltà in questo momento.

Queste parti della nostra società, innanzi tutto, costituiscono la sezione «mobile» dell’elettorato, quella che non vota sempre allo stesso modo, per fedeltà ideologica o per abitudine familiare. Quella più sensibile ai cambiamenti di umore collettivo, più abituata a esprimere, anche politicamente, la protesta. Giovani e piccola-media borghesia, inoltre, sono le vittime quasi esclusive della «grande illusione» del secolo scorso: quella per cui una maggiore istruzione dei figli avrebbe garantito una migliore condizione di vita rispetto ai genitori. Ormai il Duemila ha svelato il grande inganno: non solo la mobilità sociale è proibita dalle caste professionali e dal loro potere di perpetuazione, ma, nella grande maggioranza dei casi, solo le rendite, le pensioni e le cure dei padri e persino dei nonni consentono ai giovani di poter campare, sia pure a fatica.

Alla frustrazione dei figli, nell’ultimo decennio, si è aggiunta, ora, la paura dei genitori, perché quelle risorse che consentivano alla piccola-media borghesia italiana di integrare l’affitto e la spesa dei figli, si sono paurosamente assottigliate: rispetto al reale costo della vita, l’impoverimento delle classi medie è stato drastico. È una constatazione che si fa tutti i giorni, a partire dalle esigenze più elementari, quelle della casa, per esempio. Solo l’eredità consentirà ai figli il possesso di quella abitazione che i loro genitori avevano conquistato mediamente già dopo 10-15 anni di lavoro. Ecco perché il circolo di mutua assistenza che garantiva la sopravvivenza della famiglia borghese italiana, dalla nonna-baby sitter alla figlia badante dei vecchi genitori, rischia di spezzarsi in uno stato, magari dignitoso e silente, ma di vera disperazione.

È questo lo stato d’animo, esteso e profondo, che rende intollerabile ogni ingiustizia, ogni privilegio. Uno stato d’animo acuìto, poi, dal ricordo di recenti abitudini di vita più confortevoli, da piccoli lussi una volta considerati normali e ora divenuti proibitivi. Finché erano possibili la speranza di un futuro migliore, l’attesa del dovuto riconoscimento dei sacrifici fatti, la verifica di una competizione sociale non completamente truccata dai «jolly» che possono mettere sul tavolo coloro che sono già privilegiati, l’indulgenza poteva essere ammessa. Finché sopravviveva l’illusione «protoleghista» di poter far da soli, di poter fare a meno dello Stato, si poteva essere meno esigenti nei confronti di chi rappresenta il nostro Stato. Ora che il cortocircuito di queste speranze le ha improvvisamente spente, l’urlo di Grillo si confonde, minacciosamente, con quello disperato di tanti giovani e di tanti loro genitori. Peccato che il primo faccia tanto rumore e il secondo si estingua nell’indifferenza di tutti. (la Stampa)

La spesa pubblica non aiuta i deboli. Francesco Giavazzi

Le aperture di Fassino e le scelte del Pd.

L'intervista al segretario dei Ds Piero Fassino, pubblicata l'altro ieri dal Corriere, è un modo concreto per rispondere alla sfiducia crescente che i cittadini dimostrano verso la classe politica. Le parole di Fassino sono coraggiose: «L'Italia è frenata da un asse trasversale e conservatore. Quella destra che ha ingenerato la paura dell'Europa, dell'euro, di un mercato aperto. Ma anche a sinistra si fa fatica a capire che se è giusto essere contro la precarietà, è invece sbagliato rifiutare una flessibilità connaturata a un mercato non più racchiuso nei confini nazionali ».

«La sola parola "merito" in Italia è ancora tabù. La sinistra ha sempre pensato che il merito fosse un trucco dei ricchi per fregare i poveri, non capendo che è esattamente il contrario. È grazie al merito, al talento che il povero può annullare le differenze sociali e avere le stesse opportunità ». «La sinistra ha sempre difeso i deboli: chi è più debole se perde quel poco che ha è privo di tutto. Comprensibile una reazione istintiva di difesa che però rischia di essere velleitaria e perdente. Non è arroccandosi che si ottengono maggiori certezze». Perfetto. Ma sono disposti Piero Fassino e il Pd a tradurre queste affermazioni coraggiose in decisioni coerenti, a cominciare dalla prossima Legge finanziaria? Ecco alcuni problemi concreti. È sempre più evidente che la spesa pubblica concertata fra governo e sindacati non è il modo per difendere i deboli. L'aumento delle pensioni minime deciso a luglio (che pure Fassino nella sua intervista difende) ha favorito solo in piccola parte i veri poveri, cioè le famiglie degli otto milioni di pensionati che non arrivano a 750 euro al mese, l'80% dei quali non raggiunge neppure i 500 euro.

La quota principale dei soldi stanziati andrà alle famiglie dei lavoratori tipicamente iscritti ai sindacati, gli stessi che hanno beneficiato più di altri dell'abbassamento, da 60 a 58 anni, dell'età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. Famiglie certo non ricche, ma neppure tra le più povere del Paese. Anche l'abbassamento dell'età minima per andare in pensione è stato pagato dai meno fortunati. Nel prossimo decennio costerà circa 10 miliardi di euro. Di questi, quasi la metà verranno da un aumento dei contributi (fino a 3 punti di aliquota in più) dei parasubordinati, cioè tassando i «precari », che sono i lavoratori meno protetti. Come deve essere costruita secondo il Pd la prossima Legge finanziaria? Usando l'extra gettito fiscale per far fronte a nuove spese sociali— che ancora una volta non aiuterebbero i veri poveri —o per finanziare una negative income tax che restituisca denaro alle famiglie più bisognose? Il maggior ostacolo che priva i precari di un futuro è la rigidità dei contratti a tempo indeterminato.

L'assunzione a tempo indeterminato è oggi troppo rischiosa per il datore di lavoro e così i precari rimangono tali per sempre. A Milano due settimane fa Walter Veltroni si è detto favorevole alla proposta di un contratto unico (tutti precari all'inizio e tutele crescenti con l'anzianità), un'idea di Tito Boeri e Tiziano Treu che Nicolas Sarkozy sta cercando di realizzare in Francia. Cesare Damiano non è d'accordo: «Non sarò io il ministro che tocca l'articolo 18», ha detto in quell'incontro. Con chi sta Piero Fassino? Il sindacato non ha mai caldeggiato l'introduzione di sussidi di disoccupazione generalizzati (siamo l'unico Paese avanzato a non averli). Preferisce la cassa integrazione negoziata caso per caso, che dà al sindacato — e alle Unioni industriali — un motivo per esistere. È disposto il Pd a farne una priorità della prossima Finanziaria?

Le imprese, pubbliche e private, ricevono dallo Stato aiuti pari a circa il 2 per cento del Pil. La maggior parte va alle aziende del Mezzogiorno, ma non c'è evidenza che questa messe di fondi pubblici abbia mai aiutato quelle regioni a crescere. Il ministro Bersani propone di cancellarli tutti e trasferire quei fondi in investimenti in infrastrutture, a cominciare dall' infrastruttura più importante oggi nel Mezzogiorno, la certezza della legge e l'ordine pubblico. È disposta la sinistra di governo a imporre questa scelta in Finanziaria? Una conseguenza dell'assenza di meritocrazia è l'invecchiamento della nostra classe dirigente. Il Comitato dei 45 nominato per costituire il nuovo Partito democratico non include una sola persona sotto i 40 anni! Epensare che più di un terzo degli elettori ne ha di meno. L'età media del comitato—come hanno notato Vincenzo Galasso e Francesco Billari su la voce.info—si aggira intorno ai 57 anni: tutto il potere è concentrato nelle mani di cinquantenni e sessantenni, la generazione cui appartiene la maggioranza dei leader politici del nuovo partito.

Costoro hanno accettato di farsi aiutare da qualche «padre nobile» (due componenti del comitato hanno più di 75 anni), ma non hanno ritenuto necessario coinvolgere i ventenni o i trentenni, cioè coloro che in futuro dovranno votare per il nuovo partito. E quando si è trattato di nominare un nuovo membro del cda della Rai per «dare nuovo impulso all' azienda» come ha detto il ministro dell'Economia, la scelta è caduta su un manager di 77 anni. È questo il merito, onorevole Fassino? (Corriere della Sera)

Il trucchetto del prelievo "volontario". Giancarlo Lehner

Caro direttore,
il giornalismo d'inchiesta è una antica e benemerita vocazione del Giornale, ben altro delle urla isteriche dei comici. Consentimi, allora, di indicarti un'indagine a proposito dell'ultimo esproprio legalizzato da parte del governo Prodi. Le vittime, come sempre, sono i più deboli, cioè i pensionati.
Ecco il fatto: sta giungendo con «postatarget» a tutti i pensionati dell’amministrazione pubblica un dépliant dell'Inpdap. Sulla copertina c'è un nonno inconsapevole che ride beato insieme alla sua nipotina; la didascalia detta: «I servizi Inpdap non hanno età / Guida per chi è in pensione».
Tuttavia, non si tratta affatto di una guida, bensì di una cattiva azione a danno del nonno ridente e inconsapevole. All'interno, firmata da tal Giuseppina Santiapichi, nientemeno che direttore generale dell'Inpdap, si legge una letterina tesa a promuovere l'iscrizione «volontaria» alla Gestione unitaria.
La Santiapichi si dice lieta di comunicare che «a partire dal 1° novembre prossimo, Lei potrà accedere alle prestazioni erogate dalla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali dell'Inpdap. Questo diritto, finora riservato ai lavoratori in servizio, è stato esteso anche ai lavoratori in pensione dal decreto ministeriale 45 del 2007».
La buona novella, ovvero il decreto ministeriale 45 del 2007, tuttavia, ha il verme dentro, essendo previsto, dal novembre 2007, un prelievo di 0,15% sull'importo lordo delle pensioni superiori a 599 euro al mese, in cambio di meraviglie di Francia, come «piccoli prestiti», «mutui ipotecari edilizi» ed anche, facendo le corna, assistenza, ma solo in alcune regioni e con molti se, in caso di Alzheimer.
Fin qui, nulla di drammatico, trattandosi dell'ennesimo spot lanciato per suggere tutto il sangue possibile dalle vene degli anziani.
Sopraggiunge, però, un'avvertenza banditesca: «Se Lei non intende iscriversi alla Gestione unitaria dell'Inpdap può compilare il modulo di non adesione... e consegnarlo o inviarlo per posta o tramite fax, entro e non oltre il 31 ottobre 2007, alla Sede provinciale o territoriale Inpdap che eroga la sua pensione. Se Lei, invece, vuole iscriversi non dovrà fare nulla, perché la sua adesione scatterà automaticamente il 1° novembre...».
E pensare che l'iscrizione era stata definita «volontaria».
Insomma, invertendo ogni norma costituzionale, i diritti dell'uomo e financo la logica aristotelica, il pensionato, magari impossibilitato a muoversi, si ritrova iscritto d'autorità e automaticamente ad una Gestione unitaria che incide sulla sua pensione. Se, invece, proprio non ci sta a questo diktat, deve comunque perdere tempo e denaro, compilando e recapitando il modulo di «non» adesione. Dunque, egli non può decidere di iscriversi, potendo solo scegliere di «non» aderire.
Caro direttore, codesta inversione dei parametri del libero arbitrio riguarda milioni di pensionati, milioni di cittadini italiani, i quali, magari, possono inavvertitamente gettare nel cestino questo come mille altri dépliant che ogni giorno intasano le cassette della posta, senza sapere che si tratta di uno stampato sanguisuga già applicato sulla loro pelle.
Credo che questi milioni di italiani abbiano il diritto di poter contare su Il Giornale.
Io, da parte mia, ho già dato incarico all'avvocato Pietro Federico di verificare quante e quali notizie di reato si possano ravvisare nel dépliant firmato dalla dottoressa Giuseppina Santiapichi, direttore Generale dell’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell'Amministrazione Pubblica. (il Giornale)

martedì 25 settembre 2007

La "ritiritera" di Diliberto. l'Occidentale

Se si prende sul serio Oliviero Diliberto allora si fa fatica a capirlo. Ogni volta che un incidente funesta la missione italiana in Afghanistan lui è lì pronto a dichiarare: “ritiriamoci!”. Seguono un paio di interviste e qualche secondo nei tiggì dello stesso tenore. Un magro bottino messo a confronto con l’isolamento a cui si è ormai condannato anche nella sinistra.

Diliberto sa benissimo infatti che l’Italia ha inviato le sue truppe a Kabul in virtù di un mandato congiunto Onu, Nato, Ue. Un en plein senza precendenti. Ritirare le truppe sull’onda di un pur tragico incidente vorrebbe dire denunciare quel mandato e di conseguenza quelle alleanze, mettendo l’Italia su un diverso asse internazionale.

Neppure il governo Prodi, che pure di follie in politica estera ne ha collezionate tante, potrebbe permettersi una scelta del genere e Diliberto sa bene anche questo.

Ciò nonostante non perde occasione per chiedere un ritiro che – allo stato – non può avvenire. Diliberto dovrebbe in realtà trarre le conseguenze di questa situazione e uscire da un governo che in politica internazionale – stando alle sue stesse dichiarazioni - si pone agli antipodi delle posizioni sue e del suo partito.

Questo, dicevamo, se lo si prende sul serio.

"Magistrati, un'altra casta". Vera Schiavazzi

«È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa («Toghe rotte», per Chiarelettere, prefazione di Marco Travaglio) un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l'autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l'autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l'hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni. E che ora suscitano polemiche all'interno della stessa magistratura, dando vita a nuovi gruppi e a una proposta- choc, l'astensione, in novembre, alle prossime elezioni dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta il 93% dei giudici italiani. C'è anche un blog (www.toghe.blogspot. com), al quale lo stesso Tinti partecipa, che racconta il malessere per «il male che le toghe fanno a se stesse».

LA LOTTIZZAZIONE — «Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.

I RITARDI DEL CSM — A cominciare dalle parole di Mario Fresa, presidente della Commissione trasferimenti del Csm: «L'irragionevole durata delle pratiche del Csm nei concorsi si riverbera sulla irragionevole durata dei processi». Fresa cita il caso dei posti, rimasti a lungo scoperti, al Massimario della Cassazione (è l'ufficio che raccoglie le sentenze della Corte: in genere ci finiscono magistrati giovani, studiosi e appoggiatissimi da una corrente): «È parso evidente che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall'esame dei profili professionali… Il metodo che veniva seguito era quello della spartizione correntizia». C'è poi la proposta - citata e criticata sempre da Fresa - di assegnare nove posti di sostituto procuratore generale presso la Cassazione «secondo una sorta di favore ingiustificato a coloro che hanno ricoperto incarichi associativi (cioè a chi ha rappresentato le correnti, ndr) .

LO SFOGO ONLINE — Sul blog i magistrati si sfogano e ragionano a voce alta: «Molti di noi immaginano - ha scritto Pierluigi Picardi, consigliere di Corte d'Appello a Napoli - che se essi lavorano in maniera pazzesca sia così un po' ovunque o credono che i casi di incapacità organizzativa o sfaticatezza siano marginali ma le cose non stanno così. Certi casi come quello di Bari dove un magistrato ha ritardi nel deposito delle sentenze anche di quattro anni ed è ancora al suo posto, non sono frequentissimi, ma se non riusciamo a colpire le situazioni più evidenti come si può immaginare di affrontare con rigore la normalità?». E ancora: «Il Csm non è in grado di decidere nemmeno su un caso clamoroso come quello di padre e figlio rispettivamente procuratore aggiunto e avvocato penalista; potrei continuare parlandovi di un Tribunale nel quale in un anno il collegio ha deciso 8 (dico otto) cause penali in tutto».Nel giugno scorso, dieci sostituti procuratori generali di Roma hanno rivolto un appello al vicepresidente del Csm, il senatore Nicola Mancino, sul modo nel quale si intendevano nominare un procuratore aggiunto e un sostituto procuratore generale nella loro città: «La discrezionalità del Consiglio si va mutando in inaccettabile arbitrio».

L'AMMISSIONE. Antonio Patrono, membro del Csm e segretario generale di Magistratura Indipendente, la corrente «di destra», ha poi riassunto così le posizioni sulla lottizzazione interna: «Noi sosteniamo che il correntismo esiste ed è un problema da risolvere tutti insieme; Magistratura Democratica e il Movimento per la Giustizia (la «sinistra» e i «Verdi», ndr) sostengono che esiste ma loro ne sono immuni e riguarda solo gli altri; Unità per la Costituzione (il «centro», ndr) sostiene che forse nemmeno esiste e comunque non è un problema… ».

«COLLEGHI, NON VOTATE» — Sul blog dei «ribelli», nasce così una proposta che non ha precedenti nella storia della magistratura: astenersi in massa dal voto per il Consiglio direttivo dell'Associazione, che sarà rinnovato tra poco più di un mese, il 12 e 13 novembre. Come scrive Stefano Racheli, sostituto procuratore presso la Corte d'Appello di Roma, «una contestazione forte», capace di «rompere col sistema» e di far sentire la voce di una base non più divisa in correnti ma organizzata «come una rete, da persone che non appartengono a nessuno e che non vogliono creare nuove appartenenze ». È presto per dire quanti accoglieranno l'appello. Ma, certo, mai come ora le vecchie correnti (e anche quelle più recenti, come «Movimento per la giustizia» e «I Ghibellini - Articolo 3») appaiono in discussione.

SERIE A E SERIE B — Le correnti e i mali interni della magistratura non sono l'unico oggetto del lavoro che Bruno Tinti ha scritto con la collaborazione di tre, anonimi colleghi. La depenalizzazione del falso in bilancio e la constatazione che la maggior parte dei procedimenti per reati finanziari non possono nemmeno cominciare o si concludono con la prescrizione occupa un capitolo chiave: «Oggi in prigione finiscono solo i poveracci e qualche spacciatore di droga, per poco tempo, e i magistrati come me rischiano la disoccupazione». «E non c'è alcuna differenza tra un governo e un altro - conclude il procuratore torinese - . Da Mani Pulite in poi, la preoccupazione è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese». (Corriere della Sera on line)

Io onorevole vi spiego perché questa politica è disonorevole. Mara Carfagna

Il mercato dell’antipolitica è fruttifero: Stella e Rizzo hanno capito il momento giusto, Beppe Grillo cerca di cavalcare l’onda. Il problema della disaffezione verso la politica c’è, basta girare per strada e fare due chiacchiere con il primo che capita. E così i vari Grillo cercano di ergersi a rappresentanti di tale disagio. Il malessere può essere incarnato anche da un comico, ma le cause non possono affrontarsi con l’emotività della piazza.
La soluzione al vento dell’antipolitica (che rischia di diventare una bufera) deve trovarla la politica stessa, con un profondo e sensato processo di riforma all’insegna di due parole d’ordine: produttività e sobrietà. Se i cittadini continueranno a ritenere i loro rappresentanti nullafacenti non basterà la rinuncia a qualche benefit per placare gli animi. Serve uno sforzo maggiore, una dimostrazione di capacità decisionale. Non è possibile che trascorrano intere legislature senza riformare la Costituzione, senza metter mano a grandi questioni come sicurezza, immigrazione, tasse, scuola, università, mercato del lavoro e pensioni. E quando qualcuno ha il coraggio di dar vita a riforme forse difficili da spiegare ma certo utili al Paese – com’è avvenuto nella scorsa legislatura – c’è subito pronto un processo di controriforma che annulla tutto. È questo il terreno di coltura dell’antipolitica ed è questa la lacuna che i partiti devono colmare. Riformando partiti e sistema, garantendo partecipazione, trasparenza e rapidità nelle decisioni. Chi pensa che il problema si risolva cancellando i partiti non conosce le regole basilari della democrazia. Senza partiti, infatti, non c’è democrazia. Il problema è che oggi politica e informazione sono autoreferenziali, preferiscono parlare di primarie, litigi interni ai partiti, leggi elettorali, nuove alleanze, invece che dei problemi reali del Paese. Il tutto con scarsa sobrietà da parte di chi siede in importanti assemblee, troppe auto blu, benefit e qualche «lei non sa chi sono io» di troppo.
La gente oggi guarda il proprio portafogli e vede che lo Stato, sotto forma di tasse, gli prende quasi la metà per offrire servizi scadenti e tenere in piedi un baraccone clientelare fatto di nomine, prebende e sottogoverno. Ma anche la mancanza di serietà, stile e sobrietà di gran parte delle «uscite» che occupa la scena politica, non aiuta l’immagine delle nostre Istituzioni: oggi la dichiarazione sopra le righe è un must per chi vuole comparire su Tv e giornali. A sinistra vogliono sfruttare l’antipolitica per nascondere il non governo Prodi, la sua incapacità di decidere, le sue divisioni. Il centrodestra non può assistere inerte a questo tentativo, né può limitarsi a difendere la «categoria» dei politici, ma deve sfidare l’antipolitica sul proprio terreno, offrendo risposte chiare sui temi delle tasse chiedendo un taglio netto delle aliquote, della burocrazia opprimente, proponendo il licenziamento dei fannulloni che non producono, della giustizia inefficiente. Parimenti la politica deve creare un nuovo stile per dare un senso all’essere «onorevoli» e dare un’immagine di professionalità, serietà e competenza per ricreare quel sentimento di stima dei cittadini nei confronti delle Istituzioni. Per fare questo non basta ridursi lo stipendio. Serve una carica morale, uno spirito di missione e una riforma istituzionale che renda più facili le decisioni e più facilmente individuabili le responsabilità di chi decide. Bisogna ripartire dalle fondamenta nel nostro vivere civile. (il Giornale)

lunedì 24 settembre 2007

La verità sul terrorismo. Stefano Magni

http://www.ragionpolitica.it/testo.8335.verit_sul_terrorismo.html

"Quando si affronta la storia contemporanea, c'è sempre una significativa riluttanza ad ammettere le colpe dei regimi rossi, anche quando queste sono evidenti e dichiarate. In Italia abbiamo episodi tanto numerosi quanto assurdi di ribaltamento della frittata: il caso Moro è il più grottesco".

Quant'è inClemente. Davide Giacalone

L'indulto era inutile e dannoso, e i dati confermano oggi il nostro giudizio di allora. Inutile, perché non avrebbe risolto l'affollamento. Dannoso, perché mentre più della metà dei detenuti è in attesa di giudizio con quello si liberavano solo i condannati. Le cose sono andate esattamente come previsto: le carceri sono sovraffollate come se niente fosse stato, la giustizia è ferma come allora.Il ministro Mastella non perde occasione per ricordare che quel provvedimento fu un'iniziativa parlamentare, votata anche da gran parte dell'opposizione. Ha ragione. Ora dice anche che ha funzionato, dato che la recidiva è scesa dal 48 al 42 per cento. Più che avere torto straparla. Intanto quella percentuale si riferisce al totale dei recidivi, mentre le cifre assolute rendono meglio l'idea: di 26.572 condannati rimessi in libertà, 6.194 sono stati trovati a delinquere, e siccome stiamo parlando di gente che scontava la pena, è evidente che non si tratta di reati minori. Questo sarebbe un successo? Se gli va di festeggiare non dimentichi che siccome il 92 per cento dei processi che si concludono con una condanna prevedono una pena inferiore a quella che l'indulto cancella, ne deriva che i tribunali italiani, che già funzionano in modo incivile, stanno svolgendo inutilmente la quasi totalità del loro lavoro. Propongo un brindisi.Quando la politica si occupa di giustizia predilige concentrarsi sulla carriera dei magistrati. Giammai separate, com'è in tutto il mondo civile, riguardano più magistrati che in ogni altra parte d'Europa, che, naturalmente, ci costano più che altrove. In cambio ci procurano il più alto numero di condanne per violazione dei diritti umani. Ma per Mastella, si sa, l'importante era avere l'applauso della magistratura politicizzata, che ha meritatamente ottenuto smontando quel poco che il suo predecessore aveva fatto. Ora chiede che il Csm tolga dalla procura di Catanzaro chi indaga su lui stesso e su Prodi. La severità di quell'organo d'autogoverno è una barzelletta, la sua inutilità disciplinare dimostrata. Se agirà in fretta e con fermezza farà il paio con il tribunale che ha condannato in pochi giorni chi tagliò le cime allo yacht dove si trovava Mastella: la giustizia è inClemente e celere solo in certi casi. Guercia, più che cieca.

L'eterno mito della diversità. Ernesto Galli della Loggia

Questione morale e identità della sinistra.

Non è solo questione di antipolitica. Si ha l'impressione, infatti, che quello che sta accadendo in queste settimane, e che ha avuto un momento esemplare nella seduta di giovedì al Senato, sia qualcosa di più profondo, che viene da lontano. E cioè sia l'ultimo atto di quella disintegrazione del quadro politico e degli attori della prima Repubblica di cui fu un simbolo quindici anni fa Mani pulite. Allora, nel '92-'93, il terremoto risparmiò per varie ragioni la sinistra di tradizione comunista. Tra queste c'era principalmente il fatto oggettivo che essa aveva avuto responsabilità certo minori nella gestione, e dunque nella degenerazione affaristica, del potere. Aveva anch'essa una grossa colpa, ma di ordine tutto politico: con il suo radicalismo aveva mantenuto il sistema bloccato, privo di alternative. La storia le concesse quindi, benignamente, una inaspettata occasione: le «abbuonò» il radicalismo che ancora la pervadeva concedendole di arrivare a quel governo a cui, con il Caf in piedi, non sarebbe certo mai arrivata. Oggi possiamo dire che quell'occasione la sinistra ex Pci l'ha clamorosamente sprecata. Essa non capì allora, e non ha capito per tutti questi anni, che, in quanto promossa dalla storia a sinistra riformista di governo senza esserlo, il suo primo compito e il suo primo interesse dovevano essere quelli di diventarlo davvero. E cioè di condurre una grande battaglia di rottura culturale rispetto al proprio stesso passato per cancellare dal suo popolo la mentalità radicale, e dunque potenzialmente sempre incline al massimalismo di vario tipo, che fin lì l'aveva caratterizzata.
Mentalità fatta da un conglomerato di idee, di sentimenti, di pulsioni diverse. Per esempio che il governo diverso dal nostro non può che fare leggi orribili le quali vanno subito cancellate; che la richiesta di galera per i delinquenti e di vie silenziose di notte è «di destra»; che l'avversario politico ha una qualità morale differente e in ogni caso neppure comparabile con la nostra; che ogni modifica alla legislazione del lavoro che non ha il placet sindacale è per ciò stesso un attentato alla libertà; che le tasse colpiscono i ricchi e, dunque, «facendoli piangere» non sono mai troppe; che nei confronti degli immigrati clandestini o dei giovani dei centri sociali la legge e l'ordine sono una semplice option, e via di seguito. Invece con questo ammasso di idee, di sentimenti e di pulsioni, radicate da decenni nel popolo di sinistra, nel loro stesso popolo e in qualche misura anche in loro stessi, nella loro identità politica, i dirigenti della sinistra che pure si diceva riformista i conti, in questi quindici anni, hanno accuratamente evitato di farli. Sono rimasti prigionieri di quella che è stata la vera, paralizzante maledizione della cultura di tradizione comunista: il continuismo. Bisognava mantenere la finzione del cammino ininterrotto e soprattutto coerente da Gramsci a Romano Prodi, che tra vini vecchi e otri nuovi, o viceversa, non ci fosse alcuna incompatibilità. Quindi al massimo «svolte», ma mai l'idea che fosse necessario affrontare a muso duro il passato dicendo, anzi gridando, chessò: «Nel '48 De Gasperi ha salvato la libertà del Paese», ovvero «era giusto, come voleva Craxi, mettere i missili a Comiso » ovvero ancora «la questione morale di Berlinguer era una strada che politicamente non portava da nessuna parte»; e magari aggiungere: «Guardate, cari amici e compagni, ammazzare o essere complici degli assassini forse è peggio che rubare». Invece nulla. A loro parziale attenuante i dirigenti della sinistra ex Pci possono peraltro osservare, e ben a ragione, che né i cattolici democratici né la sinistra non ex Pci, entrambi loro alleati, non li hanno mai incalzati in questa direzione.
Anzi: i primi sono arrivati spesso a scavalcarli strizzando l'occhio a estremismi e estremisti vari (vedi Prodi con Rifondazione), e la seconda ha sempre e solo badato a cercare di egemonizzarli intellettualmente facendosi ogni volta forte delle loro contraddizioni per impartirgli le lezioncine del caso nei suoi sussiegosi articoli di fondo. Il moralismo intinto di demagogia con il quale il popolo di sinistra oggi si avventa feroce contro i Ds, contro il centrosinistra e il suo intero personale politico, è l'altra faccia del radicalismo lasciato così a lungo indisturbato a prosperare. In politica le cose si tengono sempre tutte. Il radicalismo ideologico, in quanto rifiuto del compromesso, della medietà, dell'idea che il mondo non è tutto nero o tutto bianco, essendo cioè rifiuto delle cose così come abitualmente sono (e non possono non essere), è fatto apposta per alimentare l'idea della obbligatoria «diversità» antropologico- morale. Che per essere di sinistra si debba essere «diversi» è l'altra faccia dell'idea che chi non è di sinistra è per ciò stesso moralmente dubbio. Alla «questione morale» si permette così di divenire la vera identità politica della sinistra, mentre la linea politica perennemente in agguato si riduce ad essere il moralismo dei demagoghi.

sabato 22 settembre 2007

Contromano

Se dobbiamo far cadere il governo rimestando nelle infrazioni di Burlando, non arriveremo mai al dunque.
Il "governatore" della Liguria si è confuso, grazie anche ad una segnaletica carente quanto imbrogliona, ed ha imboccato una svincolo contromano: quando si è reso conto dell'errore si è fermato, poi è arrivata la Polizia, che ha compilato il verbale, e quanto prima si vedrà revocata la patente per il periodo previsto dal codice della strada, più relativa sanzione.
Fine della trasmissione. Nessun favoritismo, niente "lei non sa chi sono io", niente sconti e nessun privilegio di casta.
La Repubblica avrà ragioni valide, ancorché inconfessabili, per attaccare l'ex ministro dei Trasporti, ma la stampa di centrodestra sarebbe meglio si occupasse di cose più serie e non facesse da cassa di risonanza al quotidiano di De Benedetti.
E per cose serie mi riferisco al problema giustizia, sotto tutti gli aspetti: dalla lentezza, alla protervia di certa magistratura, alla scarsità del personale e alla mancanza di certezza della pena.
Sarebbe più serio occuparsi della polizia che, a quanto si dice, ha mezzi inutilizzati per mancata manutenzione e mancanza di fondi per il carburante.
Problemi come la delinquenza, l'immigrazione clandestina, il degrado delle città, l'aumento del costo della vita, la sanità e la scuola, hanno più "succo" dello stile di guida di Burlando.
Lasciamo che la sinistra si laceri con le faide interne, noi abbiamo così tanto materiale che la prossima campagna elettorale è già fatta per metà.

Che stronzate! Christian Rocca

Che stronzate! Scusate se comincio così, ma scrivo questo articolo come voi-che-non-avete-idea-di-che-cosa-siano-i blog pensate siano scritti i blog. Stiamo calmini, eh. Il tema del dibattito, dunque, sarebbe questo: Beppe Grillo sbraita sul suo sito e i grillanti sono esseri orrendi, quindi i blogger sono dei ragazzetti brufolosi con occhi arrossati e senza vita sentimentale oppure dei trogloditi frustrati e forse anche impotenti. Sto forse negando che esistano esemplari di tale specie? No, per niente: se esistono nel mondo reale, ci sono anche in quello virtuale.
Voglio soltanto dire che accusare la blogosfera per i contenuti del sito di Beppe Grillo non è un semplice fare di tutta l’erba un fascio (espressione, nel caso di specie, scelta non a caso), ma è come prendersela con il concetto di autostrada soltanto perché Claudio Burlando trova più comodo imboccarla contromano. Il mezzo sarà anche il messaggio, come diceva quello, ma voi ve la prendereste con la Tim se un abbonato di Vercelli insultasse al cellulare l’ex fidanzata trasferitasi con l’amante a Busto Arsizio? Al tempo del popolo dei fax, era il popolo o il fax che faceva orrore? Ecco, il blog è una specie di telefono o di telefax che non squilla e non stampa. E’ lì, se vuoi alzi la cornetta o prendi il fax. Sennò, non disturba. Discutere di che cosa si dica solitamente al telefono o di cosa mediamente si scriva sui fax mi pare bizzarro. Volete davvero organizzare un coltissimo V-day contro il telefono e il telefax? Accomodatevi, ma secondo me confondete i blog con i forum, fenomeno che popolava la rete ben prima dell’avvento dei blog.
Altra obiezione, quella che mi pare la più stramba, malgrado provenga nientedimeno che dal Boston Globe, ancorché ripresa dall’Herald Tribune. Ecco, già questo. L’Herald Tribune riprendendo l’articolo di Steve Almond (Stefano Mandorla con la traduzione di Google) non ha fatto altro che la stessa operazione che la gran parte dei blogger compie quattro o cinque volte il giorno e che consiste nel riprendere, segnalare, proporre ai propri lettori un articolo comparso altrove. Questo fanno i blog di informazione. Mettono in circolazione notizie e articoli e video e musica non conosciuti, poco reperibili o altrimenti invisibili. Prendono un link dal Miami Herald o dal Chicago Tribune e lo segnalano a uno che sta ad Abbiategrasso. Punto. I blogger bravi non pretendono di fare i giornalisti (ammesso che non lo siano già), non cercano di fare scoop, non hanno bisogno di verificare nulla, perché le verifiche sono state già fatte, sort of, da quelli con il tesserino corporativo vidimato da Ciccio Abruzzo. E s controllano, può anche capitare che forniscano un servizio, costringendo i giornalisti cartacei a spararle meno grosse.
Ancora. Non c’entra un fico secco “la gerarchizzazione delle informazioni” che manca sui blog. Credete che i blog siano Il Riformista? I blog sono tematici, la gerarchizzazione è nella loro ragione sociale. Ok, ci sono anche parecchi blogger che prima di andare a nanna pretendono di essere grandi autori. Ma, dico, avete letto i diari americani di Claudio Magris, dico Claudio Magris, sulle pagine culturali, dico pagine culturali, del Corriere della Sera, dico Corriere della Sera? Tra i blog che frequento io, nessuno li avrebbe mai pubblicati.
Quello del giornalista è un mestiere più facile del blogger. Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, diceva quell’altro. Ma fare il blogger non si può dire che sia sempre, proprio ogni notte, meglio che dormire. Oggi in America i più grandi giornalisti hanno un blog, un blog vero, e sono pagati per scriverci. Una cosa che da sola chiude la discussione su rispettabilità & professionalità, ma anche sull’unica critica sensata che abbia mai sentito sulla blogosfera, quella che qualche anno fa, credo ispirata da Giampiero Mughini, fece Guia Soncini: ma chi ve lo fa fare di scrivere gratis?
I grandi quotidiani, settimanali e mensili d’America ospitano decine di autorevolissimi blog (il New York Times 33, l’austero New Yorker una mezza dozzina), fonti strepitose di notizie e informazioni. Nessuno di questi blog è simile a quelli dei giornali nostrani, tristi luoghi dove l’inviato di grido un giorno sì e tre no stancamente scrive quattro o cinque righe di pensierucci personali. Per chiudere: se avessi scritto questo articolo su un blog, anziché sulla carta, avrei fornito i link a conforto della mia tesi. La considero una prova della superiorità mediatica dei blog. (il Foglio)

Al direttore. il Foglio

- Dopo Otto e mezzo di giovedì sera sul clima ho chiaro che: gli agenti federali sono “chiacchere e distintivo” (De Niro-Al Capone), i politici sono “chiacchere e televisione” (Grillo), e i climatologi di scuola ambientalista sono “chiacchere e modellistica” (Franco Prodi). Tutti gli studenti di ingegneria sanno che i modelli al computer senza verifiche sperimentali sono garbage in, garbage out. Infatti prevedere con modelli sul clima che il riscaldamento globale del pianeta sarà tra un secolo 1 o 5° C (International Panel on Climate Change Onu) equivale a dire che un adulto ha una aspettativa di vita che oscilla tra 100 e 500 anni. Accipicchia e acciderba! Il grande matematico Von Neuman – ideatore del calcolo al computer – ironizzava così: datemi tre parametri liberi nel modello e vi creerò l’elefante, datemene un quarto e lo farò volare. E poi, troppe inesattezze non degne dello scienziato Franco Prodi: che la CO2 è il principale gas serra, mentre tutti gli studenti di ingegneria sanno che è il vapore acqueo di gran lunga il più importante (2/3 circa è la superficie terrestre coperta da mari e oceani, e di vapore in aria ce n’è tanto); che la sorgente principale di gas serra nell’atmosfera non è l’uomo bensì lo scambio di massa con gli oceani e le terre emerse, i vulcani e le emissioni animali, peti compresi; che al Polo Nord i ghiacci si riducono ma al Polo Sud sono in aumento, che la nuvolosità gioca un effetto notevole sul riscaldamento in arrivo sul terreno e nessuno proprio nessuno la sa prevedere. E via enumerando. A proposito, ha fatto bene a tenersi vicino un maglioncino queste sere d’estate. Anch’io l’ho trovata freschetta. Scriviamo un modello?
Francesco Floris, Cagliari

venerdì 21 settembre 2007

Basta Rai. Davide Giacalone

I clamori politici cesseranno, la Rai resterà lì. Uguale a se stessa. Dice Padoa-Schioppa che il problema sono le ingerenze politiche. Ma va là? Ficcante e preciso, il signor ministro. Originale e coraggioso. Sono solo quaranta anni che si ripete questa banale ovvietà, ma allora lui si concentrava sul “Bracco Baldo Show”,
mutuandone anche la fisionomia. Aggiunge che Fabiani non risponderà ai suoi ordini. Ne stia sicuro, Fabiani risponde agli interessi di Veltroni e Prodi. Il primo perché vuol far sapere ai riottosi compagni che senza il suo benestare potranno essere ripresi, al più, dai videocitofoni. Il secondo perché, accontentando il primo, conta di campare un po' più a lungo. Lui, il Padoa-Schioppa, è solo il signore ripetutamente scelto per andare in Parlamento a difendere gli atti politicamente illegittimi, benché non illegali.
Prima delle elezioni Prodi sostenne che la Rai si doveva privatizzarla. Ora anche D'Alema dice che una rete è più che sufficiente per il servizio pubblico. Bravi, giusto. Ma ho una curiosità: come si conciliano queste riflessioni con il disegno di legge presentato dal governo? Lì la Rai resta com'è, solo che la lottizzazione la si fa sporcando ancora più mani, coinvolgendo gente culturalmente blasonata ma che, provvidenzialmente, non ci capisce nulla. E come si combinano quelle volontà privatizzatici con la proposta accentratrice di Veltroni, che già non è compatibile con la Gentiloni, e che presto sarà la guida del partito dove tutti quanti dovrebbero ritrovarsi? Alle due domande c'è una sola risposta: sono parole dette così per dire, nella sostanza non cambia nulla.
Il guaio di questo disgraziato Paese non è solo quello di avere un governo perdigiorno e policromo, dove ciascuno dice quello che gli pare e nessuno decide alcunché, ma c'è anche un'opposizione che quand'era al governo lasciò le cose come stavano, concentrandosi sugli amministratori, e che, oggi, non ha una proposta seriamente alternativa da contrapporre. Così la politica muore e ci s'occupa solo di Fabiani, che è stimabile persona, smaniosa di chiudere in bruttezza.
Ripeto: vendere la Rai sarebbe un bene per il mercato dell'informazione, per la libertà di competere, per la buona salute morale della politica e per le casse dello Stato. Forse troppo, per poterci sperare.

Un centrodestra minimalista nella battaglia contro il carico fiscale. Marco Bertoncini

Di fronte all’impopolare, testarda ostinazione di Romano Prodi nel non procedere a riduzioni fiscali, delude l’atteggiamento del centro-destra. Se c’è una battaglia facile, immediata, redditizia, è quella contro il carico fiscale. Due soli esempi bastano a rilevarne il valore: l’effetto trascinante operato dalla sparata berlusconiana anti-Ici e la perdita secca registrata nei consensi dal centro-sinistra ogni volta che si è messo a indicare (litigando) quali settori avrebbe tenuto immuni dall’incremento tributario (o dalla reintroduzione dell’imposta di successione). Insomma: il centro-destra avrebbe a disposizione una bandiera da sventolare, che invece trascura.

Viene lasciato alla Lega il ruolo di unico alfiere di quella che è chiamata rivolta o rivoluzione fiscale. La Lega, a sua volta, come sempre alza alquanto la voce, ma stringi stringi anch’essa è rimasta invischiata in una pania dalla quale nessuna formazione del centro-destra sembra riuscirsi a liberare. Il centro-sinistra, a sua volta, ci si trova naturaliter per visione politica e pregiudizio ideologico. Si tratta dell’errata concezione che sia necessario abbattere le spese prima di procedere a qualsiasi taglio tributario. Correlativamente, c’è la visione del carico fiscale come dovuto in nome della solidarietà. Corollario di tali posizioni è il chiudersi nella denuncia degli sprechi pubblici, che esistono e che vanno duramente perseguiti, ma la cui soppressione totale, quand’anche fosse possibile, non inciderebbe in maniera decisiva sulla spesa.

Il centro-destra inorridisce all’ipotesi di battersi contro l’imposizione in sé e per sé. Teme di passare per affamatore dei poveri o sostenitore degli evasori. Non ha il coraggio di sostenere che occorre procedere a vigorose sforbiciate di tutti i tipi di tributi, diretti, indiretti, statali, locali: la Lega si svilisce in un assurdo tentativo di difendere come giuste le tasse per gli enti periferici, laddove non è la destinazione che va combattuta, bensì l’imposizione in sé stessa. L’ex Cdl non vuole far propria la lotta per la libertà dal fisco, proponendo il passaggio alle scelte private per gl’immani carichi previdenziali e sanitari, che finiranno col travolgere l’economia italiana. No: il centro-destra con timidezza contesta singoli provvedimenti o singole mancanze del centro-sinistra, ma non affronta il problema.

L’opposizione, invero, sfrutta due grandi vantaggi. Gode dell’impopolarità di esponenti in primo piano, come Tommaso Padoa-Schioppa (autore di un “elogio delle tasse” che un’opposizione intelligente gli farebbe pagare politicamente parola per parola) e Vincenzo Visco (di cui la stessa Unione conosce la draculesca fama). Inoltre trae profitto dalla totale incapacità del centro-sinistra di condurre una politica tributaria che non sia vessatoria (i giornali di martedì scorso erano un tracollo d’immagine per Prodi, ridotto a garantire che non ci sarebbero stati incrementi fiscali, affermazione peraltro smentibile già dalle operazioni in corso sull’Ici). Però, come si vede, sono condizioni negative del governo, non politiche positive proprie. Come sempre, il centro-destra si avvantaggia degli errori e dell’incapacità altrui, ma non opera positivamente da parte propria. (ItaliaOggi)