L’Italia è un Paese strano. Chi lo governa paga (poco) migliaia di ricercatori per fare ricerca, anche allo scopo di trarne applicazioni di interesse economico. Ma poi ignora completamente i dati scientifici. Anzi decide in direzione opposta.
Da circa 10 anni gli scienziati che fanno ricerca di qualità internazionale sostengono che gli Ogm sono sicuri sia dal punto di vista della salute umana sia dal punto di vista dell’impatto agronomico-ambientale. A sostenere che gli Ogm rappresentano una formidabile opportunità e quindi vanno studiati e che quelli già dimostrati sicuri vanno coltivati si sono schierate l’Ue, la Fao, l’Onu, l’Oms, l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea e tutte le più prestigiose accademie scientifiche internazionali. Inclusa la Pontificia Accademia per le Scienze. Nella scelta oscurantista di vietare lo studio degli Ogm in pieno campo l’Italia è isolata sia a livello mondiale sia europeo.
L’aspetto paradossale è che la discriminazione contro gli Ogm viene praticata nel nome dell’interesse economico e della protezione della salute e dell’ambiente. In realtà, la censura danneggia economicamente i consumatori e gli agricoltori, a vantaggio della grande distribuzione e dell’agricoltura assistita, aumentando l’impatto ambientale e i rischi per la salute dei cittadini.
Infatti, costringe gli italiani ad acquistare prodotti da agricoltura biologica o lotta integrata, aumentando di quasi il 30% la spesa media alimentare. Una stangata da 600 euro l’anno a nucleo familiare. Inoltre, se si prende in esame il caso del mais, si può constatare che la scelta di non coltivare il mais BT (cioè trasformato con un gene prelevato da un bacillo per renderlo naturalmente resistente ai parassiti) ha comportato danni enormi agli agricoltori italiani. In otto anni le produzioni italiane medie per ettaro di mais non hanno subito alcun incremento, perché non vi è stata innovazione. L’Italia importa quantitativi sempre più consistenti (tra pochi anni fino a tre milioni di tonnellate di mais, pari a 540 milioni di euro) del mais che non riesce più a produrre. Gli agricoltori italiani oggi perdono il 12% della produzione potenziale, che convertita in resa di un campo coltivato con mais si aggira sui 430 euro per ettaro. Insomma, per la smania di protagonismo di qualche politico, l’Italia rinuncia ogni anno a oltre 600 milioni. Triste constatazione, mentre va in scena la commedia della Finanziaria!
Il lettore penserà: però ci guadagnano la nostra salute e l’ambiente. No! Perché il mais tradizionale contiene una quantità di tossine vegetali di molto superiore, in alcuni casi fino a 100 volte quelle contenute nel mais Ogm. In particolare fumonisine, che causano tumori all’esofago nell’uomo e possono indurre malformazioni al sistema nervoso centrale del feto di donne in gravidanza. Le nuove norme europee per la presenza delle fumonisine (regolamento 1881/2006) prevedono che nei cibi destinati all’infanzia il contenuto di fumonisine debba essere di 200ppb, ossia 20 volte più basso della soglia consentita per il mais non lavorato. Il mais tradizionale, confrontato nell’unico esperimento italiano condotto in pieno campo, ha un contenuto di fumonisine pari a 6000. Ossia è vietato al commercio. Con la nuova normativa europea oltre il 50% di tutto il mais italiano risulterà fuorilegge. Quello Ogm, con 60ppb di fumonisine, è buono anche per i bambini. A peggiorare le cose, da un punto di vista ambientale, sul mais BT non si devono usare pesticidi, mentre sono indispensabili sul mais tradizionale.
Il governo e il Parlamento hanno il dovere di mettere gli agricoltori italiani, che desiderano sperimentare gli Ogm sui terreni di loro proprietà (rispettando la Direttiva europea 556/2003), nelle condizioni di farlo. Nonché di erogare fondi competitivi per la ricerca pubblica in modo da studiare a fondo l'impatto degli Ogm in pieno campo sui suoli italiani, restituendo alla ricerca, anche nel nostro Paese, quel ruolo di alta consulenza che svolge in tutti gli Stati sviluppati. (la Stampa)
mercoledì 17 ottobre 2007
L'Italia pignorata. Alessandro Agnese
Era inevitabile che la crisi dei subprime americani travolgesse anche il nosto Paese, con un conseguente quadro della situazione molto preoccupante. Le ultime stime Adusbef riportano dati allarmanti: 1,9 milioni di persone hanno problemi per pagare le rate restanti del mutuo e 1,7 manifestano lo stesso problema nei confronti dell'affitto. Ma dove ha sbagliato il sistema bancario italiano? Per diversi anni - soprattutto nel biennio 2003/2004 - l'erogazione dei mutui si è basata quasi totalmente sul tasso variabile (91% del totale), in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei dove un mutuo su 2 era a tasso fisso. Spontaneamente ci si domanderà quale sarà stato il motivo di tale scelta.
Prima di tutto bisogna precisare che gli interessi sono calcolati in base all'aspettativa sulla variabilità dei tassi: se si crede che questi si alzino è ovviamente meglio il fisso, nel caso si preveda un abbasamento si opta per il variabile: in quegli anni erano ai minimi storici. Per definirli tuttavia non ci si affida di certo al caso o alla cartomanzia, si guarda alla Bce, la quale gioca al ribasso per incoraggiare gli investimenti o al rialzo per combattere l'inflazione. A questo punto il ragionamento si conclude da sé: l'iniezione di capitale da parte di Fed e Bce per risanare il recente danno causato dal crack dei subprime porta ad un innalzamento dell'inflazione tamponabile con l'innalzamento dei tassi; ed è così che si sta procedendo.
La scorsa finanziaria, con una pressione fiscale rilevata al 43,1% - la più alta dopo quella del 1997, stimata al 43,7% grazie all'eurotassa inventata da Prodi per rientrare nei parametri europei - aveva già assestato un duro colpo all'economia, la crisi dei mutui ha finito l'opera. A questo punto come fanno le banche a far rientrare i prestiti di chi non riesce a pagare? Due sono le strade possibili: la rinegoziazione del finanziamento o il pignoramento. Ovviamente la prima ipotesi sembrerebbe a prima vista la meno problematica; questa è solo un'impressione. Gli istituti di credito, nonostante si dichiarino flessibili, non rinegoziano più del 60% del valore dell'immobile, inoltre le pratiche costano in media 550 euro; se si decidesse di rottamare il mutuo vecchio con uno nuovo si arriverebbe addirittura a pagare fino 1300 euro. A conti fatti non sempre il gioco vale la candela. Non è difficile giungere quindi al pignoramento o all'esecuzione immobiliare, arrivando all'aumento stimato al 20%.
Inoltre gli speculatori trovano sempre un modo per accrescere le loro ricchezze a discapito dei più deboli: nasce quindi la figura dell'«estintore», colui che acquista la casa al prezzo del restante prestito da pagare più una piccola plusvalenza. Un finto benefattore che fa contenti tutti: la famiglia, che oltre a saldare il debito ha da parte ancora qualcosa, e sé stesso che al momento della rivendita della proprietà avrà un ulteriore guadagno. In questi casi non si può però parlare di intermediazione immobiliare, prima di tutto perché non vi è nessun incontro diretto tra il nuovo proprietario ed il vecchio, seconda cosa in quanto il prezzo di norma non è stabilito in base alle esigenze economiche di chi deve cedere, ma in base al valore effettivo dell'oggetto in vendita. Si tratta per ora di un fenomeno di nicchia, che non dovrebbe portare alla nascita di nuovi furbetti.
Con tutto ciò siamo dunque di fronte ad una situazione problematica, dove risalta chiaramente l'alto grado di indebitamento delle famiglie italiane, problema che si va ad aggiungere alla nostra economia che non decolla come dovrebbe; è necessaria una scossa, una scossa forte che ridia fiducia al cittadino, che gli permetta di acquistare senza contrarre troppi debiti. Allo stato attuale ci si trova invece a non arrivare alla fine della terza settimana, perciò è fisiologica la richiesta di prestiti e dilazioni. Sicuramente anche la complessa congiuntura internazionale ci sfavorisce, ma se qualcosa, non di certo il miracolo, si poteva fare con questa finanziaria, non è stato fatto: gli sgravi ed i bonus fiscali saranno solo un palliativo, serviranno solamente ad andare in pari con gli aumenti che avverranno nel corso dell'autunno e al cittadino in tasca non rimarrà niente. L'occasione per fare del bene, economicamente parlando, è stata buttata al vento e all'Italia non aiuta, anzi non serve affatto, un governo che spreca potenziali opportunità e pensa solamente al proprio benessere economico. A breve la tanto attesa svolta. (Ragionpolitica)
Prima di tutto bisogna precisare che gli interessi sono calcolati in base all'aspettativa sulla variabilità dei tassi: se si crede che questi si alzino è ovviamente meglio il fisso, nel caso si preveda un abbasamento si opta per il variabile: in quegli anni erano ai minimi storici. Per definirli tuttavia non ci si affida di certo al caso o alla cartomanzia, si guarda alla Bce, la quale gioca al ribasso per incoraggiare gli investimenti o al rialzo per combattere l'inflazione. A questo punto il ragionamento si conclude da sé: l'iniezione di capitale da parte di Fed e Bce per risanare il recente danno causato dal crack dei subprime porta ad un innalzamento dell'inflazione tamponabile con l'innalzamento dei tassi; ed è così che si sta procedendo.
La scorsa finanziaria, con una pressione fiscale rilevata al 43,1% - la più alta dopo quella del 1997, stimata al 43,7% grazie all'eurotassa inventata da Prodi per rientrare nei parametri europei - aveva già assestato un duro colpo all'economia, la crisi dei mutui ha finito l'opera. A questo punto come fanno le banche a far rientrare i prestiti di chi non riesce a pagare? Due sono le strade possibili: la rinegoziazione del finanziamento o il pignoramento. Ovviamente la prima ipotesi sembrerebbe a prima vista la meno problematica; questa è solo un'impressione. Gli istituti di credito, nonostante si dichiarino flessibili, non rinegoziano più del 60% del valore dell'immobile, inoltre le pratiche costano in media 550 euro; se si decidesse di rottamare il mutuo vecchio con uno nuovo si arriverebbe addirittura a pagare fino 1300 euro. A conti fatti non sempre il gioco vale la candela. Non è difficile giungere quindi al pignoramento o all'esecuzione immobiliare, arrivando all'aumento stimato al 20%.
Inoltre gli speculatori trovano sempre un modo per accrescere le loro ricchezze a discapito dei più deboli: nasce quindi la figura dell'«estintore», colui che acquista la casa al prezzo del restante prestito da pagare più una piccola plusvalenza. Un finto benefattore che fa contenti tutti: la famiglia, che oltre a saldare il debito ha da parte ancora qualcosa, e sé stesso che al momento della rivendita della proprietà avrà un ulteriore guadagno. In questi casi non si può però parlare di intermediazione immobiliare, prima di tutto perché non vi è nessun incontro diretto tra il nuovo proprietario ed il vecchio, seconda cosa in quanto il prezzo di norma non è stabilito in base alle esigenze economiche di chi deve cedere, ma in base al valore effettivo dell'oggetto in vendita. Si tratta per ora di un fenomeno di nicchia, che non dovrebbe portare alla nascita di nuovi furbetti.
Con tutto ciò siamo dunque di fronte ad una situazione problematica, dove risalta chiaramente l'alto grado di indebitamento delle famiglie italiane, problema che si va ad aggiungere alla nostra economia che non decolla come dovrebbe; è necessaria una scossa, una scossa forte che ridia fiducia al cittadino, che gli permetta di acquistare senza contrarre troppi debiti. Allo stato attuale ci si trova invece a non arrivare alla fine della terza settimana, perciò è fisiologica la richiesta di prestiti e dilazioni. Sicuramente anche la complessa congiuntura internazionale ci sfavorisce, ma se qualcosa, non di certo il miracolo, si poteva fare con questa finanziaria, non è stato fatto: gli sgravi ed i bonus fiscali saranno solo un palliativo, serviranno solamente ad andare in pari con gli aumenti che avverranno nel corso dell'autunno e al cittadino in tasca non rimarrà niente. L'occasione per fare del bene, economicamente parlando, è stata buttata al vento e all'Italia non aiuta, anzi non serve affatto, un governo che spreca potenziali opportunità e pensa solamente al proprio benessere economico. A breve la tanto attesa svolta. (Ragionpolitica)
martedì 16 ottobre 2007
La Bindi e la litania del precariato. Angelo Crespi
Qualche giorno fa, dai microfoni di Radio 24, il ministro Rosy Bindi ha intonato la solita litania contro il precariato, mostrando sincera preoccupazione per i giovani di oggi che sarebbero – a sua detta – la prima generazione con prospettive più fosche e guadagni minori dei loro padri. Il pessimismo come arma ideologica di questa sinistra incapace di qualsiasi riforma (si pensi ai lai del catastrofismo ambientalista) genera una sbagliata percezione del reale. Risultato simile sebbene capovolto da quello perseguito dalle utopie comuniste che promettevano il paradiso: predire l’inferno ha comunque lo stesso nefasto obbiettivo. D’altronde, l’attuale compagine di governo paga un pegno così alto ai massimalisti, ai vecchi burocrati della politica, ai poteri forti, ai verdi, ai no global, ai cattocomunisti... che a poco vale ribattere con sano realismo a tanto inutile pessimismo. Come celiava Guido Ceronetti anche «La salute è uno stato precario che non promette nulla di buono». E quindi, nonostante la nostra buona salute, ci ammaleremo, prima o poi, è certo, forse moriremo, anzi di sicuro, ma questo non ci impedisce di pensare giusto. Quanto ai giovani, non dico che questo è il migliore dei mondi possibili, ma un giovane di oggi pur precario non ha dovuto patire molte delle difficoltà delle precedenti generazioni. I miei nonni rischiavano di morire di fame, i miei genitori, tanto per dire, hanno memoria della guerra e certamente hanno dovuto fare più sacrifici di me, e io pur avendo dovuto affrontare i disagi del precariato nel mondo del giornalismo mi sono sempre sentito fortunato. Le condizioni sociali sono migliorate, le aspettative di vita si sono allungate, la scienza e la tecnologia ci hanno aperto mondi impensabili, gli spostamenti sono sempre più facili, tutti comunicano costantemente col cellulare... Certo, se paragoniano i giovanissimi di oggi con i loro padri, la generazione del Sessantotto, allora tutto cambia, perché solo quella generazione ha ottenuto tutto e subito senza sforzi, immaginando un mondo inesistente. Solo i figli dei sesantottini pagano l’utopia dei padri, e dovranno faticare più di loro, proprio perché i padri non hanno faticato né lasciato nulla ai figli, solo desideri trasformati in diritti, ma nessun dovere. Detto questo, Rosy Bindi dovrebbe accettare l’idea che “meglio precari che disoccupati”; che solo in Italia chi ha un lavoro a tempo determinato è compatito come “precario”; che oggi non è più tempo di garanzie assolute sul futuro, ma così non è stato nel Novecento, nell’Ottocento, nel Settecento...; che i giovani devono rimboccarsi le maniche e non stare parcheggiati nelle università; che i migliori ce la fanno; che purtroppo non tutti sono migliori ma che tutti devono impegnarsi per esserlo; che per quelli che non sono migliori la Legge Biagi è comunque meglio di niente. (il Domenicale)
Rivoluzione di nascosto. Luca Ricolfi
Sabato, a poche ore dalle primarie del Pd, questo giornale ha pubblicato un articolo di Fabio Fazio, il simpatico conduttore di Che tempo che fa, che spiegava perché non sarebbe andato a votare.
Alla luce del risultato di domenica - grande partecipazione al voto, trionfale incoronazione di Veltroni - qualcuno potrebbe supporre che le perplessità di Fazio siano ampiamente superate, travolte dalla forza dei numeri. Ma sarebbe una conclusione affrettata. Non tanto perché per ogni elettore del Pd che ha votato ve ne sono altri tre che non l’hanno fatto, ma perché i sentimenti di smarrimento, di incertezza sul futuro, di dubbio, che Fazio aveva così ben descritto, restano estremamente diffusi sia fra chi è accorso ai seggi (circa 3 milioni di elettori) sia fra chi ha preferito restarsene a casa (circa 10 milioni di elettori). È su questo strano cocktail di sentimenti che vorrei riflettere nel primo giorno di vita del Pd. Perché tante persone di sinistra, indipendentemente dal fatto che alla fine siano andate a votare oppure no, si dicono così perplesse?
La prima spiegazione che viene alla mente è la teoria del colpo di sole. Molta gente non capisce che cosa gli è preso, questa estate, ai dirigenti riformisti della sinistra. Hanno discusso, dibattuto, riflettuto per dodici anni su ogni genere di formule astratte: socialismo, riformismo, socialdemocrazia, repubblicanesimo, liberalismo, liberal-socialismo, liberal-democrazia, nuova sinistra, ulivo, terza via, cattolicesimo democratico, popolarismo. Poi, improvvisamente, nel giro di pochi mesi cambiano marcia e registro: richiamano in servizio permanente effettivo Veltroni e gli danno il permesso di cambiare il Dna della sinistra. In tre mesi il nuovo organismo geneticamente modificato, in un impeto di bulimia, s’appropria di un’incredibile quantità di parole d’ordine della destra, e mette la sordina a un’altrettanto incredibile quantità di parole d’ordine della sinistra. Fra le parole d’ordine importate alcune sono generiche, anche se tutt’altro che irrilevanti: merito, severità, responsabilità individuale, ordine, decoro. Altre sono molto concrete e immediatamente comprensibili: aumento dell’età pensionabile, meno tasse, privatizzazioni, dismissione del patrimonio pubblico, tolleranza zero anche verso i presunti «ultimi».
Simmetricamente questi mesi hanno visto andare in soffitta molti caposaldi della sinistra tradizionale, riformista e non: laicità, coppie di fatto, fecondazione assistita, rafforzamento dello Stato sociale, integrazione degl’immigrati, clemenza verso i detenuti, coesione sociale, questione salariale, alleanza con i sindacati. Di fronte a un simile terremoto è naturale che chi si sente di sinistra sia sconcertato: non capisce perché dar fiducia a Veltroni, visto che sta forgiando il nuovo soggetto politico come una formazione di centro-destra o, tutt’al più, come un partito moderato di centro. Insomma, io elettore di sinistra piuttosto che votare Veltroni voto la Bindi, o mi rifugio nel non voto, o cerco asilo politico nella «cosa rossa» (comunisti e verdi).
Questa prima spiegazione è tanto logica quanto sbagliata. È logica, perché il salto fra sinistra primaverile (pre-Veltroni) e sinistra estiva (post-Veltroni) è incomprensibile. Il leader del Pd ne spara una al giorno, copia il programma del centro-destra, ama e benedice tutto e tutti. Come si fa a non sentire odore di furbizia? È questa la «bella politica»? E tuttavia la teoria del colpo di sole non tiene. Se Veltroni pensasse di rubare voti alla destra facendosi esso stesso destra, gli elettori moderati mangerebbero la foglia e gli preferirebbero l’originale. In realtà quel che Veltroni sta tentando di fare non è di spostare verso destra il baricentro del nuovo partito, ma di costruire una sinistra radicalmente riformatrice. Una sinistra moderna, liberale, e quindi fondata su un’idea diversa di progresso, su un’idea diversa di eguaglianza, su un’idea diversa di libertà. Il guaio è che lo fanno senza dirlo, senza spiegarlo. La loro non è una rivoluzione silenziosa, ma una «rivoluzione di nascosto», in cui ogni albero viene bruciato, ma non si vuol dire che si sta appiccando il fuoco. Ogni giorno cambiano un pezzo fondamentale del «castello culturale» che la sinistra ha costruito in oltre un secolo di storia, ma lo fanno fra un talk-show e una cena elettorale. Ti annunciano l’ultima novità con leggerezza, quasi con allegria, come se tu potessi e anzi dovessi capire al volo.
Eravamo per l’indulto? Non c’è problema, abbiamo cambiato idea. La riduzione delle tasse era una corbelleria di Berlusconi? Non vi preoccupate, ora è una cosa di sinistra. Vi abbiamo riempito la testa con il «diritto al successo formativo»? Contrordine, a scuola si torna a bocciare. La legge Biagi aveva «tolto il futuro a un’intera generazione»? Va beh, abbiamo esagerato. Vi abbiamo impartito lezioncine di senso civico ogni volta che protestavate contro le prepotenze degli immigrati? I tempi cambiano, e dei prepotenti ci siamo stancati persino noi buoni. Sono questi bruschi dietrofront che il popolo di sinistra vorrebbe capire, sentir giustificare, e che il nuovo capo del Pd finora non ha spiegato in modo chiaro. Ma potrebbe farlo?
Potrebbe, visto il consenso che ha raccolto. Ma temo che non lo farà. Se lo facesse, se volesse davvero spiegare la rivoluzione liberale di cui è diventato un (convinto?) paladino, dovrebbe anche fare i conti fino in fondo con il passato della sinistra. E dire: amici e compagni, per anni vi abbiamo riempiti di stereotipi buonisti, idee semplicistiche, maxi-programmi irrealizzabili; vi abbiamo nascosto i fatti, quando non quadravano con le convinzioni che vi avevamo impartito; vi abbiamo insegnato a criticare la destra sempre e comunque, qualsiasi cosa facesse; abbiamo coltivato il vostro senso di superiorità morale, la certezza di rappresentare «la parte migliore del Paese»; per cacciare Berlusconi abbiamo contratto un’alleanza politica innaturale, che sta paralizzando l’Italia; ora però ci siamo resi conto dei nostri errori, e anche se ci abbiamo messo quasi vent’anni a capirli (il muro di Berlino è caduto nel 1989), chiediamo a voi di metterci meno tempo - molto meno tempo - di quanto ne abbiamo messo noi.
Sarebbe un discorso nobile e coraggioso, ma un minuto dopo cadrebbe il governo. Perciò, amici, rassegniamoci: finché vorrà salvare Prodi, Veltroni non potrà mai spiegare sul serio la sua rivoluzione liberale. E finché lui non la spiegherà, noi - con Fabio Fazio - ci terremo il nostro smarrimento. (la Stampa)
Alla luce del risultato di domenica - grande partecipazione al voto, trionfale incoronazione di Veltroni - qualcuno potrebbe supporre che le perplessità di Fazio siano ampiamente superate, travolte dalla forza dei numeri. Ma sarebbe una conclusione affrettata. Non tanto perché per ogni elettore del Pd che ha votato ve ne sono altri tre che non l’hanno fatto, ma perché i sentimenti di smarrimento, di incertezza sul futuro, di dubbio, che Fazio aveva così ben descritto, restano estremamente diffusi sia fra chi è accorso ai seggi (circa 3 milioni di elettori) sia fra chi ha preferito restarsene a casa (circa 10 milioni di elettori). È su questo strano cocktail di sentimenti che vorrei riflettere nel primo giorno di vita del Pd. Perché tante persone di sinistra, indipendentemente dal fatto che alla fine siano andate a votare oppure no, si dicono così perplesse?
La prima spiegazione che viene alla mente è la teoria del colpo di sole. Molta gente non capisce che cosa gli è preso, questa estate, ai dirigenti riformisti della sinistra. Hanno discusso, dibattuto, riflettuto per dodici anni su ogni genere di formule astratte: socialismo, riformismo, socialdemocrazia, repubblicanesimo, liberalismo, liberal-socialismo, liberal-democrazia, nuova sinistra, ulivo, terza via, cattolicesimo democratico, popolarismo. Poi, improvvisamente, nel giro di pochi mesi cambiano marcia e registro: richiamano in servizio permanente effettivo Veltroni e gli danno il permesso di cambiare il Dna della sinistra. In tre mesi il nuovo organismo geneticamente modificato, in un impeto di bulimia, s’appropria di un’incredibile quantità di parole d’ordine della destra, e mette la sordina a un’altrettanto incredibile quantità di parole d’ordine della sinistra. Fra le parole d’ordine importate alcune sono generiche, anche se tutt’altro che irrilevanti: merito, severità, responsabilità individuale, ordine, decoro. Altre sono molto concrete e immediatamente comprensibili: aumento dell’età pensionabile, meno tasse, privatizzazioni, dismissione del patrimonio pubblico, tolleranza zero anche verso i presunti «ultimi».
Simmetricamente questi mesi hanno visto andare in soffitta molti caposaldi della sinistra tradizionale, riformista e non: laicità, coppie di fatto, fecondazione assistita, rafforzamento dello Stato sociale, integrazione degl’immigrati, clemenza verso i detenuti, coesione sociale, questione salariale, alleanza con i sindacati. Di fronte a un simile terremoto è naturale che chi si sente di sinistra sia sconcertato: non capisce perché dar fiducia a Veltroni, visto che sta forgiando il nuovo soggetto politico come una formazione di centro-destra o, tutt’al più, come un partito moderato di centro. Insomma, io elettore di sinistra piuttosto che votare Veltroni voto la Bindi, o mi rifugio nel non voto, o cerco asilo politico nella «cosa rossa» (comunisti e verdi).
Questa prima spiegazione è tanto logica quanto sbagliata. È logica, perché il salto fra sinistra primaverile (pre-Veltroni) e sinistra estiva (post-Veltroni) è incomprensibile. Il leader del Pd ne spara una al giorno, copia il programma del centro-destra, ama e benedice tutto e tutti. Come si fa a non sentire odore di furbizia? È questa la «bella politica»? E tuttavia la teoria del colpo di sole non tiene. Se Veltroni pensasse di rubare voti alla destra facendosi esso stesso destra, gli elettori moderati mangerebbero la foglia e gli preferirebbero l’originale. In realtà quel che Veltroni sta tentando di fare non è di spostare verso destra il baricentro del nuovo partito, ma di costruire una sinistra radicalmente riformatrice. Una sinistra moderna, liberale, e quindi fondata su un’idea diversa di progresso, su un’idea diversa di eguaglianza, su un’idea diversa di libertà. Il guaio è che lo fanno senza dirlo, senza spiegarlo. La loro non è una rivoluzione silenziosa, ma una «rivoluzione di nascosto», in cui ogni albero viene bruciato, ma non si vuol dire che si sta appiccando il fuoco. Ogni giorno cambiano un pezzo fondamentale del «castello culturale» che la sinistra ha costruito in oltre un secolo di storia, ma lo fanno fra un talk-show e una cena elettorale. Ti annunciano l’ultima novità con leggerezza, quasi con allegria, come se tu potessi e anzi dovessi capire al volo.
Eravamo per l’indulto? Non c’è problema, abbiamo cambiato idea. La riduzione delle tasse era una corbelleria di Berlusconi? Non vi preoccupate, ora è una cosa di sinistra. Vi abbiamo riempito la testa con il «diritto al successo formativo»? Contrordine, a scuola si torna a bocciare. La legge Biagi aveva «tolto il futuro a un’intera generazione»? Va beh, abbiamo esagerato. Vi abbiamo impartito lezioncine di senso civico ogni volta che protestavate contro le prepotenze degli immigrati? I tempi cambiano, e dei prepotenti ci siamo stancati persino noi buoni. Sono questi bruschi dietrofront che il popolo di sinistra vorrebbe capire, sentir giustificare, e che il nuovo capo del Pd finora non ha spiegato in modo chiaro. Ma potrebbe farlo?
Potrebbe, visto il consenso che ha raccolto. Ma temo che non lo farà. Se lo facesse, se volesse davvero spiegare la rivoluzione liberale di cui è diventato un (convinto?) paladino, dovrebbe anche fare i conti fino in fondo con il passato della sinistra. E dire: amici e compagni, per anni vi abbiamo riempiti di stereotipi buonisti, idee semplicistiche, maxi-programmi irrealizzabili; vi abbiamo nascosto i fatti, quando non quadravano con le convinzioni che vi avevamo impartito; vi abbiamo insegnato a criticare la destra sempre e comunque, qualsiasi cosa facesse; abbiamo coltivato il vostro senso di superiorità morale, la certezza di rappresentare «la parte migliore del Paese»; per cacciare Berlusconi abbiamo contratto un’alleanza politica innaturale, che sta paralizzando l’Italia; ora però ci siamo resi conto dei nostri errori, e anche se ci abbiamo messo quasi vent’anni a capirli (il muro di Berlino è caduto nel 1989), chiediamo a voi di metterci meno tempo - molto meno tempo - di quanto ne abbiamo messo noi.
Sarebbe un discorso nobile e coraggioso, ma un minuto dopo cadrebbe il governo. Perciò, amici, rassegniamoci: finché vorrà salvare Prodi, Veltroni non potrà mai spiegare sul serio la sua rivoluzione liberale. E finché lui non la spiegherà, noi - con Fabio Fazio - ci terremo il nostro smarrimento. (la Stampa)
lunedì 15 ottobre 2007
Con le primarie finisce l'antipolitica ma non comincia la democrazia. Gaetano Quagliariello
Facciamo la tara alle cifre comunicate (vere, false, semivere e semifalse, com'è più probabile). Facciamo la tara ai trionfalismi sfocianti in parata mediatica. Facciamo la tara, infine, anche alle lezioni che neo-maestrini dalla penna rossa vorrebbero impartirci e cerchiamo uno spazio per delineare il rapporto tra primarie e luogo comune. A me pare che la consultazione di domenica ne distrugga uno e ne costruisca un altro.
Quello che ne esce a pezzi è il mito dell'anti-politica. In due giorni, stando agli organizzatori, si sono mobilitati 3.500.000 italiani: mezzo milione in piazza con Fini; 3.000.000 in fila presso un seggio volante. Cos'hanno in comune tutte queste persone? Io credo l'esasperazione contro il governo Prodi. Lo abbiamo sentito persino dalla bocca di Michele Salvati: molti dei partecipanti alle primarie sono il popolo di Grillo alla disperata ricerca di un'ultima speranza. Non dimentichiamoci, peraltro, che l'irresistibile ascesa del comico genovese ha avuto la sua impennata allorquando si è recato all'ultima festa di quello che fu il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer per prenderne a calci in faccia gli eredi, al cospetto del popolo plaudente. Una parte di quel popolo, ci si può scommettere, ieri si è recato a votare Veltroni ed ora spera che al più presto il nuovo leader possa sostituire Prodi. Qualcuno pensa che così il governo si sia rafforzato. Può anche darsi, constatato il suo stato comatoso. Ma s’è creata una contraddizione che potrebbe essere mortale (e forse più di una). Per risolverla, più che buonismo servirebbe abilità politica che, assai spesso, con la bontà ha poco a che vedere: nella sostanza ma soprattutto nell'apparenza. I prossimi giorni ci diranno se Veltroni saprà essere abile, senza per questo cadere in contraddizione con la sua essenza.
Il luogo comune che invece rischia di consolidarsi è che domenica si sia svolta una grande prova di democrazia. A me pare che, se di democrazia si tratta, essa è invece imperfetta e un po’ claudicante. Non voglio fare riferimento alle ricevute di voto di "votanti multipli” (chi di tre chi di cinque) sbattute in prima pagina. Mi sembra più da gentiluomo riferirmi, invece, alla circostanza per la quale sempre più spesso - e proprio da quanti dicono di odiare il populismo - ci si appella al popolo in modo fantasioso, per poi comunicare urbi et orbi di aver raggiunto un grande risultato e di aver dato un grande contributo alla democrazia del Paese. Così, i sindacati fanno il referendum sputtanati in diretta televisiva dall'onorevole Rizzo (non certo uno di destra!); il Partito Democratico indice le sue primarie con tanto d'endorsement del servizio pubblico televisivo; Capanna, addirittura, promuove un "referendum fai da te" sugli OGM utilizzando all'uopo anche finanziamenti dello Stato.
Vogliamo dire una cosa conclusiva a tutti questi organizzatori: passi per i “grandi risultati” numerici da loro raggiunti. Ai trionfalismi ci si è vaccinati da tempo attraverso la comprensione della necessaria umiltà del fatto democratico. Ma lascino stare la democrazia. Quella rappresentativa, che regola la vita dei Parlamenti, prevede la sedimentazione del giudizio che, non a caso, è previsto si esprima alle elezioni ufficiali a scadenze regolari e non troppo ravvicinate. E' certo che la velocizzazione della comunicazione, i nuovi mass-media, i sondaggi, hanno messo in crisi la sua struttura fondamentale. E questa crisi, inevitabilmente, ha posto anche in discussione il funzionamento dei partiti e i meccanismi di selezione della classe dirigente. E' giusto, dunque, affrontare il problema e, se del caso, giungere anche a fissare nuove regole e inedite regolamentazioni. Ma finché queste non saranno approvate divenendo leggi dello Stato, i poteri pubblici dovrebbero tenersi fuori dalle sperimentazioni promosse da sindacati, partiti e uomini politici. Esse è bene che abbiano una valenza soprattutto interna e non indichino per forza, come a tutti i costi si vorrebbe, le sorti progressive della politica.
E' per questo che per me i 3 milioni di votanti per il segretario del nuovo Partito Democratico non valgono più delle centinaia di migliaia di iscritti che stanno votando in questi giorni nei congressi di Forza Italia. Non si tratta di una richiesta paradossale di quella par condicio che detesto come tutti i falsi miti. Si tratta di tener fermo un principio di democrazia: quella vera. (l'Occidentale)
Quello che ne esce a pezzi è il mito dell'anti-politica. In due giorni, stando agli organizzatori, si sono mobilitati 3.500.000 italiani: mezzo milione in piazza con Fini; 3.000.000 in fila presso un seggio volante. Cos'hanno in comune tutte queste persone? Io credo l'esasperazione contro il governo Prodi. Lo abbiamo sentito persino dalla bocca di Michele Salvati: molti dei partecipanti alle primarie sono il popolo di Grillo alla disperata ricerca di un'ultima speranza. Non dimentichiamoci, peraltro, che l'irresistibile ascesa del comico genovese ha avuto la sua impennata allorquando si è recato all'ultima festa di quello che fu il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer per prenderne a calci in faccia gli eredi, al cospetto del popolo plaudente. Una parte di quel popolo, ci si può scommettere, ieri si è recato a votare Veltroni ed ora spera che al più presto il nuovo leader possa sostituire Prodi. Qualcuno pensa che così il governo si sia rafforzato. Può anche darsi, constatato il suo stato comatoso. Ma s’è creata una contraddizione che potrebbe essere mortale (e forse più di una). Per risolverla, più che buonismo servirebbe abilità politica che, assai spesso, con la bontà ha poco a che vedere: nella sostanza ma soprattutto nell'apparenza. I prossimi giorni ci diranno se Veltroni saprà essere abile, senza per questo cadere in contraddizione con la sua essenza.
Il luogo comune che invece rischia di consolidarsi è che domenica si sia svolta una grande prova di democrazia. A me pare che, se di democrazia si tratta, essa è invece imperfetta e un po’ claudicante. Non voglio fare riferimento alle ricevute di voto di "votanti multipli” (chi di tre chi di cinque) sbattute in prima pagina. Mi sembra più da gentiluomo riferirmi, invece, alla circostanza per la quale sempre più spesso - e proprio da quanti dicono di odiare il populismo - ci si appella al popolo in modo fantasioso, per poi comunicare urbi et orbi di aver raggiunto un grande risultato e di aver dato un grande contributo alla democrazia del Paese. Così, i sindacati fanno il referendum sputtanati in diretta televisiva dall'onorevole Rizzo (non certo uno di destra!); il Partito Democratico indice le sue primarie con tanto d'endorsement del servizio pubblico televisivo; Capanna, addirittura, promuove un "referendum fai da te" sugli OGM utilizzando all'uopo anche finanziamenti dello Stato.
Vogliamo dire una cosa conclusiva a tutti questi organizzatori: passi per i “grandi risultati” numerici da loro raggiunti. Ai trionfalismi ci si è vaccinati da tempo attraverso la comprensione della necessaria umiltà del fatto democratico. Ma lascino stare la democrazia. Quella rappresentativa, che regola la vita dei Parlamenti, prevede la sedimentazione del giudizio che, non a caso, è previsto si esprima alle elezioni ufficiali a scadenze regolari e non troppo ravvicinate. E' certo che la velocizzazione della comunicazione, i nuovi mass-media, i sondaggi, hanno messo in crisi la sua struttura fondamentale. E questa crisi, inevitabilmente, ha posto anche in discussione il funzionamento dei partiti e i meccanismi di selezione della classe dirigente. E' giusto, dunque, affrontare il problema e, se del caso, giungere anche a fissare nuove regole e inedite regolamentazioni. Ma finché queste non saranno approvate divenendo leggi dello Stato, i poteri pubblici dovrebbero tenersi fuori dalle sperimentazioni promosse da sindacati, partiti e uomini politici. Esse è bene che abbiano una valenza soprattutto interna e non indichino per forza, come a tutti i costi si vorrebbe, le sorti progressive della politica.
E' per questo che per me i 3 milioni di votanti per il segretario del nuovo Partito Democratico non valgono più delle centinaia di migliaia di iscritti che stanno votando in questi giorni nei congressi di Forza Italia. Non si tratta di una richiesta paradossale di quella par condicio che detesto come tutti i falsi miti. Si tratta di tener fermo un principio di democrazia: quella vera. (l'Occidentale)
Le Dolomiti sono così belle perché sono sempre crollate. Francesco Ramella
Qualunque cosa accada, il colpevole è sempre lo stesso: il riscaldamento globale.Nel 2004, il coordinatore nazionale dei verdi Angelo Bonelli, con raro sprezzo del ridicolo, riuscì a porre in correlazione lo tsunami con l'effetto serra. Da allora il copione è stato ripetuto più e più volte. L'ultima, due giorni fa con il crollo di roccia sulle Dolomiti seguito da una valanga di dichiarazioni, da Mario Tozzi a Reinhold Messner, che mettono sul banco degli imputati i cambiamenti climatici. Ma, per fortuna, come già successo in occasione dell'ultima conferenza sul clima, dalla comunità scientifica viene un richiamo alla realtà dei fatti. Dopo Franco Prodi, è la volta di Alfonso Bosellini, cattedra di geologia all'università di Ferrara che, intervistato dal Corriere, afferma: "E' assurdo, i cambiamenti climatici che ci sono adesso non c'entrano assolutamente".L'ennesima smentita di coloro che, a partire dall'ultimo premio Nobel per la pace, dicono di parlare a nome della scienza e, spesso, non fanno altro che propanganda di basso profilo. (Realismo energetico)
Tutte le balle del vicepresidente. decidere.net
Il Premio Nobel per la Pace ad Al Gore non convince Daniele Capezzone: «Le sue ricette avrebbero scarso effetto sul piano ambientale, e un effetto devastante dal punto di vista economico. Più pericolosi di Gore - aggiunge - i "Gore alla vaccinara" di casa nostra, i profeti del veto, i campioni del no a tutto. No tav, no base, no nucleare, no carbone, no rigassificatori, no termovalorizzatori, no tutto: questi sono gli avversari di una politica liberale, pragmatica, moderna». Per l'Istituto Bruno Leoni, il Nobel per la Pace ad Al Gore «è l'ultimo atto di una commedia attentamente pianificata e facilmente prevedibile». Sul documentario di Al Gore l'IBL propone un focus di Alan Patarga: "Tutte le balle del vicepresidente". Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'IBL, commenta:
«Ma che ha fatto Al Gore per la pace nel mondo? L'ex vicepresidente americano ha l'unico pregio di aver prodotto un film di fantascienza di grande successo, che gli è valso un premio Oscar e presumibilmente ha ulteriormente rafforzato la sua già solida posizione economica. Se però si vuole prendere Gore sul serio, e non come cinematografaro, allora il giudizio cambia radicalmente: egli ha piegato la scienza a scopi brutalmente politici, mostrando scarso o nessun rispetto per quegli scienziati che hanno manifestato dissenso. Le politiche invocate da Gore sarebbero economicamente folli e non avrebbero alcun impatto discernibile sul clima».
«Ma che ha fatto Al Gore per la pace nel mondo? L'ex vicepresidente americano ha l'unico pregio di aver prodotto un film di fantascienza di grande successo, che gli è valso un premio Oscar e presumibilmente ha ulteriormente rafforzato la sua già solida posizione economica. Se però si vuole prendere Gore sul serio, e non come cinematografaro, allora il giudizio cambia radicalmente: egli ha piegato la scienza a scopi brutalmente politici, mostrando scarso o nessun rispetto per quegli scienziati che hanno manifestato dissenso. Le politiche invocate da Gore sarebbero economicamente folli e non avrebbero alcun impatto discernibile sul clima».
venerdì 12 ottobre 2007
La mia teoria della lotta di classe confermata da "Repubblica". Luigi De Marchi
Alberto Statera, nell’editoriale di “Repubblica” del 4 ottobre, conferma inconsapevolmente, ma documentatamente, la mia teoria liberale della lotta di classe e la rapina criminale di centinaia di miliardi di euro consumata ogni anno dalla classe politico-burocratica parassitaria ai danni dei lavoratori dipendenti e indipendenti del privato, cioè di quello che io chiamo il Popolo dei Produttori. L’editoriale di Statera è il risultato di una documentata inchiesta da lui condotta appunto sul tema dei pubblici dipendenti e dei cosiddetti fannulloni, che il temerario moralizzatore celebrato dal “Corriere della Sera” e dall’informazione di regime, prof. Andrea Ichino, valuta, bontà sua, all’1% (dicesi uno per cento) dei nostri burocrati.
Come al solito, beninteso, Statera racconta la realtà scandalosa, anzi criminale, da lui trovata nei nostri ministeri in modo benevolo e scherzoso:
“Versione roman-ministeriale – scrive – dell’”Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Tutti aspettano una misteriosa Pina. Chi è Pina? E’ l’unica che può trovare il bando di concorso chiesto dal docente in attesa. Ma oggi la Pina fa tardi perché, mi dicono, “c’ha er pupo malato”. Verso l’una, però, Pina arriva con la borsa della spesa e finalmente consegna al professore il documento richiesto.“Questa – commenta il prof. Guido Melis, ordinario di Storia della Pubblica Amministrazione – è solo l’epitome di una storia di vinti”. Ma chi sono i vinti ? “Sono tutti quei pazzi che nell’ultimo secolo hanno tentato di riformare la pubblica amministrazione”, conclude Melis, senza naturalmente chiedersi perché mai egli stesso insegni strapagato la storia di questa follìa. “Buon ultimo - scrive Statera - il prof. Luigi Nicolais che ha proposto, tra i fischi, la decimazione dei dipendenti pubblici”.
In realtà Nicolais, che Statera tenta di trasformare in un intrepido eroe della sburocratizzazione, non ha proposto nessuna decimazione degl’intoccabili statali e parastatali ma solo di mandarne qualche decina di migliaia in pensione anticipata (con costi addizionali per il contribuente) assumendo poi un “giovane meritevole”, cioè reclutato tra i leccascarpe e i raccomandati dei politici e dei super-burocrati, ogni due o tre parassiti pre-pensionati. Ma continuiamo a leggere la prosa burlona di Statera, che ci spiega come la bravura della Signora Pina abbia illustri precedenti:
“Qualche anno fa, nella sede del Dipartimento della Funzione Pubblica (erede dei vari Ministeri per la Riforma Burocratica succedutisi per decenni, n.d.r.) nessuno sapeva più trovare gli atti della varie Commissioni che della mitica Riforma si erano occupate. Persi, persi, irrimediabilmente persi! Esclamava sconsolato uno degli archivisti proprio mentre transitava per caso accanto a lui il dott. Lo Bianco il quale, impietosito, gli fa: “Forse io so dove sono”. E lì comincia la spedizione nei sotterranei del Ministero tra cunicoli dimenticati, polvere, ragnatele, roditori, fino a giungere al “Magazzino Tappeti”. Ed è lì che, in una scansia sospesa in mezzo a rotoli e rotoli di tappeti, tra i biglietti delle raccomandazioni campane e abruzzesi ai ministri Remo Gasparri e Paolo Cirino Pomicino, si ritrovano finalmente i precedenti progetti di riforma della pubblica amministrazione”…
L’assunto di “Repubblica” è che tutti ridiamo divertiti, leggendo l’arguta prosa di Statera. Ma in realtà non c’è niente da ridere. Quelle carte smarrite, quei sotterranei luridi e caotici e la stessa indulgente ironia di Statera sono altrettanti monumenti alla disgustosa arroganza di una burocrazia parassitaria che succhia il sangue a chi lavora davvero per oziare nei pubblici uffici e seppellire appunto tra i topi e le ragnatele i progetti dei “pazzi” che, a parole, tentano da decenni di riformarla ma da decenni sono cinici manutengoli del suo parassitismo.
Come Arlecchino, anche Alberto Statera si confessa ridendo e conclude la sua documentata inchiesta sulla nostra burocrazia con una diagnosi davvero scandalosa:
“Nei nostri Ministeri vige la cosiddetta regola del tre, in base alla quale un impiegato lavora, un altro fa solo il minimo indispensabile e il terzo non fa assolutamente nulla: il che, tradotto in numeri arrotondati significa che, su 3.600.000 dipendenti pubblici, 1.200.000 lavora davvero (salvo la pausa-caffè e la pausa-spesa), un altro milione e 200 mila sta un po’ sulle scartoffie, salvo beinteso “due spaghetti, qualche sigarettina, qualche imboscamento nei bagni, e poi tante, tante chiacchere e risate” (come racconta un’ex impiegata su Internet); e un altro milione e 200 mila è fatto di fannulloni totali, scientifici, indefettibili, indelebili.” Fin qui Statera.
Il brillante editorialista di “Repubblica” invita al sorriso e all’ironia, senza neppure rendersi conto che sta ridendo della truffa colossale e criminale consumata ai danni del Popolo dei Produttori da una classe politico-burocratica parassitaria che da un lato ruba da sempre a quel popolo centinaia di miliardi di euro per mantenere se stessa nella sicurezza, nel privilegio e nell’ozio e dall’altro criminalizza milioni di lavoratori indipendenti del privato accusandoli di derubare lo Stato con l’evasione fiscale.Per parte mia, comunque, considero preziosa l’inchiesta di “Repubblica”, nonostante le sue sgradevoli e irresponsabili facezie perché, con la “regola del tre” allegramente sbandierata nella sua conclusione, essa offre una conferma politicamente insospettabile (in quanto pubblicata sull’organo magno dello statalismo italiano) di ciò che vado sostenendo da molti anni nei miei libri e in questi miei interventi: e cioè che in primo luogo i nostri dipendenti pubblici sono almeno il doppio e forse il triplo del necessario, che in secondo luogo, come scrivevo già 15 anni fa in un editoriale de “L’Opinione” , “non si può risanare la finanza pubblica senza dimezzare la burocrazia statale e locale”, che in terzo luogo i veri nemici del progresso e dell’equità sociale non stanno tra i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori e i liberi professionisti, come fingono di credere i demagoghi della sinistra, ma proprio tra i burocrati e i loro padrini politici statalisti e che, infine, la vera lotta di classe non è quella tra lavoratori dipendenti e indipendenti del privato (come vuol far credere da cent’anni almeno la sinistra tradizionale) ma quella tra la classe politico-burocratica sfruttatrice e il popolo sfruttato dei produttori dipendenti e indipendenti del privato.
E’ in questa cornice di ripugnante sfruttamento e parassitismo che il recente inno di Padoa Schioppa alle bellezza ineffabile delle tasse assume il carattere non più d’una semplice scemenza di accademico (che dalle tasche dei Produttori del privato preleva da sempre le sue sontuose prebende), ma d’una vera e propria apologia di reato. (il blog del Solista)
Come al solito, beninteso, Statera racconta la realtà scandalosa, anzi criminale, da lui trovata nei nostri ministeri in modo benevolo e scherzoso:
“Versione roman-ministeriale – scrive – dell’”Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Tutti aspettano una misteriosa Pina. Chi è Pina? E’ l’unica che può trovare il bando di concorso chiesto dal docente in attesa. Ma oggi la Pina fa tardi perché, mi dicono, “c’ha er pupo malato”. Verso l’una, però, Pina arriva con la borsa della spesa e finalmente consegna al professore il documento richiesto.“Questa – commenta il prof. Guido Melis, ordinario di Storia della Pubblica Amministrazione – è solo l’epitome di una storia di vinti”. Ma chi sono i vinti ? “Sono tutti quei pazzi che nell’ultimo secolo hanno tentato di riformare la pubblica amministrazione”, conclude Melis, senza naturalmente chiedersi perché mai egli stesso insegni strapagato la storia di questa follìa. “Buon ultimo - scrive Statera - il prof. Luigi Nicolais che ha proposto, tra i fischi, la decimazione dei dipendenti pubblici”.
In realtà Nicolais, che Statera tenta di trasformare in un intrepido eroe della sburocratizzazione, non ha proposto nessuna decimazione degl’intoccabili statali e parastatali ma solo di mandarne qualche decina di migliaia in pensione anticipata (con costi addizionali per il contribuente) assumendo poi un “giovane meritevole”, cioè reclutato tra i leccascarpe e i raccomandati dei politici e dei super-burocrati, ogni due o tre parassiti pre-pensionati. Ma continuiamo a leggere la prosa burlona di Statera, che ci spiega come la bravura della Signora Pina abbia illustri precedenti:
“Qualche anno fa, nella sede del Dipartimento della Funzione Pubblica (erede dei vari Ministeri per la Riforma Burocratica succedutisi per decenni, n.d.r.) nessuno sapeva più trovare gli atti della varie Commissioni che della mitica Riforma si erano occupate. Persi, persi, irrimediabilmente persi! Esclamava sconsolato uno degli archivisti proprio mentre transitava per caso accanto a lui il dott. Lo Bianco il quale, impietosito, gli fa: “Forse io so dove sono”. E lì comincia la spedizione nei sotterranei del Ministero tra cunicoli dimenticati, polvere, ragnatele, roditori, fino a giungere al “Magazzino Tappeti”. Ed è lì che, in una scansia sospesa in mezzo a rotoli e rotoli di tappeti, tra i biglietti delle raccomandazioni campane e abruzzesi ai ministri Remo Gasparri e Paolo Cirino Pomicino, si ritrovano finalmente i precedenti progetti di riforma della pubblica amministrazione”…
L’assunto di “Repubblica” è che tutti ridiamo divertiti, leggendo l’arguta prosa di Statera. Ma in realtà non c’è niente da ridere. Quelle carte smarrite, quei sotterranei luridi e caotici e la stessa indulgente ironia di Statera sono altrettanti monumenti alla disgustosa arroganza di una burocrazia parassitaria che succhia il sangue a chi lavora davvero per oziare nei pubblici uffici e seppellire appunto tra i topi e le ragnatele i progetti dei “pazzi” che, a parole, tentano da decenni di riformarla ma da decenni sono cinici manutengoli del suo parassitismo.
Come Arlecchino, anche Alberto Statera si confessa ridendo e conclude la sua documentata inchiesta sulla nostra burocrazia con una diagnosi davvero scandalosa:
“Nei nostri Ministeri vige la cosiddetta regola del tre, in base alla quale un impiegato lavora, un altro fa solo il minimo indispensabile e il terzo non fa assolutamente nulla: il che, tradotto in numeri arrotondati significa che, su 3.600.000 dipendenti pubblici, 1.200.000 lavora davvero (salvo la pausa-caffè e la pausa-spesa), un altro milione e 200 mila sta un po’ sulle scartoffie, salvo beinteso “due spaghetti, qualche sigarettina, qualche imboscamento nei bagni, e poi tante, tante chiacchere e risate” (come racconta un’ex impiegata su Internet); e un altro milione e 200 mila è fatto di fannulloni totali, scientifici, indefettibili, indelebili.” Fin qui Statera.
Il brillante editorialista di “Repubblica” invita al sorriso e all’ironia, senza neppure rendersi conto che sta ridendo della truffa colossale e criminale consumata ai danni del Popolo dei Produttori da una classe politico-burocratica parassitaria che da un lato ruba da sempre a quel popolo centinaia di miliardi di euro per mantenere se stessa nella sicurezza, nel privilegio e nell’ozio e dall’altro criminalizza milioni di lavoratori indipendenti del privato accusandoli di derubare lo Stato con l’evasione fiscale.Per parte mia, comunque, considero preziosa l’inchiesta di “Repubblica”, nonostante le sue sgradevoli e irresponsabili facezie perché, con la “regola del tre” allegramente sbandierata nella sua conclusione, essa offre una conferma politicamente insospettabile (in quanto pubblicata sull’organo magno dello statalismo italiano) di ciò che vado sostenendo da molti anni nei miei libri e in questi miei interventi: e cioè che in primo luogo i nostri dipendenti pubblici sono almeno il doppio e forse il triplo del necessario, che in secondo luogo, come scrivevo già 15 anni fa in un editoriale de “L’Opinione” , “non si può risanare la finanza pubblica senza dimezzare la burocrazia statale e locale”, che in terzo luogo i veri nemici del progresso e dell’equità sociale non stanno tra i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori e i liberi professionisti, come fingono di credere i demagoghi della sinistra, ma proprio tra i burocrati e i loro padrini politici statalisti e che, infine, la vera lotta di classe non è quella tra lavoratori dipendenti e indipendenti del privato (come vuol far credere da cent’anni almeno la sinistra tradizionale) ma quella tra la classe politico-burocratica sfruttatrice e il popolo sfruttato dei produttori dipendenti e indipendenti del privato.
E’ in questa cornice di ripugnante sfruttamento e parassitismo che il recente inno di Padoa Schioppa alle bellezza ineffabile delle tasse assume il carattere non più d’una semplice scemenza di accademico (che dalle tasche dei Produttori del privato preleva da sempre le sue sontuose prebende), ma d’una vera e propria apologia di reato. (il blog del Solista)
giovedì 11 ottobre 2007
Le poche bellissime imposte di Bush. il Foglio
L’America che abbassa le tasse incassa di più. Deficit ai minimi storici.
I dati del bilancio per l’esercizio del 2007, chiuso il 30 settembre, costituiscono per George W. Bush una vittoria campale e per Paul Krugman, economista liberal che da anni sul New York Times prevede l’apocalisse, una smentita schiacciante. Il deficit federale è sceso all’1,2 per cento, contro la media del 2,4 degli ultimi cinquant’anni. Eppure Bush era stato demonizzato come un presidente finanziariamente pericoloso, perché nel 2003 aveva attuato massicci tagli fiscali mentre varava grandi spese per sicurezza domestica e guerre in Iraq e Afghanistan. Il risultato imprevisto (dagli avversari) è dovuto a due effetti che potrebbero definirsi miracolosi, se non fossero dovuti a scelte ponderate. Innanzitutto la riduzione dell’imposte per i redditi personali attuata moderando le aliquote per i redditi maggiori, i dividendi e i guadagni di capitale ottenuti cedendo titoli, imprese, immobili. Il gettito dell’imposta sul reddito, dove sono stati praticati tali tagli, nel 2007 ha avuto un incremento dell’11,3 per cento. E ciò ha comportato una crescita degli introiti federali del 6,7 per cento, oltre un punto in più dell’aumento del prodotto lordo in termini monetari (calcolando un tasso di inflazione del 2,5 per cento e un aumento del pil reale del 3). Le spese federali nel 2007 sono aumentate solo del 2,8, cioè la metà della crescita del pil. Ciò perché si sono sgonfiate le spese per i disastri naturali mentre quelle straordinarie per la sicurezza e la difesa sono aumentate soltanto del tasso di inflazione, rimanendo invariate in termini reali.
Nel complesso, facendo la media fra gli anni di incremento eccezionale di spese e l’ultimo, le spese dal 2001 sono rimaste la stessa quota del pil, che nel frattempo è di molto cresciuto. La pressione fiscale come rapporto fra introito del governo federale e pil è aumentata, mentre si riduceva la pressione fiscale individuale calcolata come rapporto fra redditi dei cittadini e somme a loro richieste dal fisco. Sembra un paradosso, ma l’Amministrazione Bush riducendo le imposte ne ha ricavato più denaro, anche perché l’ha fatto “a favore dei ricchi”, cioè in realtà a favore dei processi di creazione della ricchezza. Il suo aumento di spese per la sicurezza ha generato fiducia e tutelato l’ordine internazionale, generando più crescita, specialmente nei paesi emergenti. Queste sono le“bellissime imposte”di Bush.
I dati del bilancio per l’esercizio del 2007, chiuso il 30 settembre, costituiscono per George W. Bush una vittoria campale e per Paul Krugman, economista liberal che da anni sul New York Times prevede l’apocalisse, una smentita schiacciante. Il deficit federale è sceso all’1,2 per cento, contro la media del 2,4 degli ultimi cinquant’anni. Eppure Bush era stato demonizzato come un presidente finanziariamente pericoloso, perché nel 2003 aveva attuato massicci tagli fiscali mentre varava grandi spese per sicurezza domestica e guerre in Iraq e Afghanistan. Il risultato imprevisto (dagli avversari) è dovuto a due effetti che potrebbero definirsi miracolosi, se non fossero dovuti a scelte ponderate. Innanzitutto la riduzione dell’imposte per i redditi personali attuata moderando le aliquote per i redditi maggiori, i dividendi e i guadagni di capitale ottenuti cedendo titoli, imprese, immobili. Il gettito dell’imposta sul reddito, dove sono stati praticati tali tagli, nel 2007 ha avuto un incremento dell’11,3 per cento. E ciò ha comportato una crescita degli introiti federali del 6,7 per cento, oltre un punto in più dell’aumento del prodotto lordo in termini monetari (calcolando un tasso di inflazione del 2,5 per cento e un aumento del pil reale del 3). Le spese federali nel 2007 sono aumentate solo del 2,8, cioè la metà della crescita del pil. Ciò perché si sono sgonfiate le spese per i disastri naturali mentre quelle straordinarie per la sicurezza e la difesa sono aumentate soltanto del tasso di inflazione, rimanendo invariate in termini reali.
Nel complesso, facendo la media fra gli anni di incremento eccezionale di spese e l’ultimo, le spese dal 2001 sono rimaste la stessa quota del pil, che nel frattempo è di molto cresciuto. La pressione fiscale come rapporto fra introito del governo federale e pil è aumentata, mentre si riduceva la pressione fiscale individuale calcolata come rapporto fra redditi dei cittadini e somme a loro richieste dal fisco. Sembra un paradosso, ma l’Amministrazione Bush riducendo le imposte ne ha ricavato più denaro, anche perché l’ha fatto “a favore dei ricchi”, cioè in realtà a favore dei processi di creazione della ricchezza. Il suo aumento di spese per la sicurezza ha generato fiducia e tutelato l’ordine internazionale, generando più crescita, specialmente nei paesi emergenti. Queste sono le“bellissime imposte”di Bush.
Dietro il referendum le bugie della sinistra. Giuliano Cazzola
Referendum: il sì vince ma non convince. E’ solo una battuta per "sollevare lo spirito" in mezzo a tanta confusione. La sinistra politica e sindacale sta dando di sé uno spettacolo indecoroso. Cgil, Cisl e Uil, poche ore dopo la chiusura delle urne, hanno reso noto gli esiti di una specie di sondaggio riferito a 115 aziende-campione, da cui risultava che più dell’80% dei lavoratori votanti ha approvato il protocollo del 23 luglio. Immediatamente insorgeva Giorgio Cremaschi (in quale altro paese civile un visionario allucinato come il "nostro" avrebbe tanta audience sui media?) per dichiarare l’inattendibilità dei dati. Poi è seguito l’elenco di tante aziende blasonate schierate per il no. E, infine, a notte fonda, è arrivata la conferma – contestata - della vittoria delle segreterie confederali; ma l’analisi del voto consentirà alla sinistra comunista di "interpretare politicamente" il risultato della consultazione e di confermare una valutazione negativa nel Consiglio dei ministri e in Parlamento. Questa esecrabile messa in scena pone una serie di interrogativi inquietanti.
E’ ancora una maggioranza affidabile quella che si riconosce nell’Unione del serafico Romano Prodi? I temi controversi non sono di scarso rilievo. I sindacati (che sono pur sempre gli "azionisti di riferimento" dell’attuale maggioranza) hanno espresso – sia pure con sfumature diverse – un giudizio positivo sull’accordo di luglio (qualche leader sindacale si è persino fatto prendere la mano scomodando a sproposito la storia del dopoguerra); le medesime entusiaste valutazioni le ha fatte Romano Prodi coi suoi ministri di tempra riformista. Persino la Confindustria, alla fine, ha sottoscritto l’intesa (dalla cui definizione era stata emarginata). In tanti si sono pronunciati per l’intangibilità del protocollo (magari nello stesso momento in cui negoziavano dei "contentini" per il Prc, il cui obiettivo è soltanto quello di salvare la faccia). Eppure, mentre una parte della maggioranza intonava dei peana di entusiasmo, le forze della sinistra reazionaria esprimevano giudizi sempre più critici fino ad accusare i vertici dei sindacati di veri e propri brogli. Siamo, dunque, al di là dei dissensi politici. E’ venuto meno il fondamento di un’alleanza: il reciproco rispetto, la fiducia degli uni negli altri. Si conferma ogni giorno di più un giudizio azzeccato di Nicola Rossi: la sinistra, ora forza di governo, sconta tragicamente il "modo dissennato" con cui ha fatto opposizione nella passata legislatura.
Hanno imposto al dibattito politico un’agenda distorta, ingigantendo, con un colpevole supporto di media culturalmente asserviti, problematiche come il "precariato" a soli scopi elettorali. Finendo, così, per seminare – al di là dei dati reali – un’ondata di autocompatimento assolutorio di un’intera generazione di giovani. L’Italia ha tassi di precarietà inferiori a quelli della media UE-15 e di altri grandi nazioni europee, ma da noi questo problema è divenuto un’ossessione. Si prendono a riferimento – per valutare la condizione dei giovani d’oggi, i quali si avvalgono comunque dei privilegi di una società più ricca – modelli di lavoro e di vita esistiti solo nella fervida fantasia degli apologeti del comunismo (un regime in cui era precaria persino la permanenza in vita). Come se ci fosse stato un tempo in cui bastava svoltare l’angolo o dare un calcio ad un sasso per trovare dei posti di lavoro stabili e ben retribuiti. Un tempo magico in cui i giovani abbandonavano a vent’anni la casa paterna divenendo immediatamente proprietari immobiliari grazie alla stipulazione di mutui generosamente offerti dalla banche.
Questa epoca del Bengodi chiama in causa gli sciagurati anni Settanta, quando le aziende (magari a partecipazione statale) crescevano come funghi ed inghiottivano decine di migliaia di lavoratori (accumulando perdite ingenti a carico della collettività). E l’inflazione (alla faccia dei mutui) era pari non solo a due cifre ma a due decine. E i giovani si sposavano prima, ma decidevano di andare a vivere con la famiglia di uno dei due coniugi.
Tornando a noi, che cosa succederà adesso a partire dal Consiglio dei ministri di venerdì? Se Prodi creda che il cammino davanti all’Esecutivo sia in discesa, sbaglia. Il Prc ha fatto capire di essere disponibile a trovare delle soluzioni (a cui già si è lavorato nei giorni scorsi). Ma questo partito - per dirla con Mastella - "non si farà processare nelle piazze". La maggioranza ha un problema: la mega-manifestazione del 20 ottobre potrebbe scappare di mano agli stessi promotori e risolversi in una contestazione dell’eventuale "compromesso" accettato dal Prc. Capita agli "apprendisti stregoni" di non riuscire a controllare le forze malefiche che hanno scatenato. Successe già quando, durante la visita del presidente Bush, piazza del Popolo era vuota. E i "movimenti" marciavano altrove. (l'Occidentale)
E’ ancora una maggioranza affidabile quella che si riconosce nell’Unione del serafico Romano Prodi? I temi controversi non sono di scarso rilievo. I sindacati (che sono pur sempre gli "azionisti di riferimento" dell’attuale maggioranza) hanno espresso – sia pure con sfumature diverse – un giudizio positivo sull’accordo di luglio (qualche leader sindacale si è persino fatto prendere la mano scomodando a sproposito la storia del dopoguerra); le medesime entusiaste valutazioni le ha fatte Romano Prodi coi suoi ministri di tempra riformista. Persino la Confindustria, alla fine, ha sottoscritto l’intesa (dalla cui definizione era stata emarginata). In tanti si sono pronunciati per l’intangibilità del protocollo (magari nello stesso momento in cui negoziavano dei "contentini" per il Prc, il cui obiettivo è soltanto quello di salvare la faccia). Eppure, mentre una parte della maggioranza intonava dei peana di entusiasmo, le forze della sinistra reazionaria esprimevano giudizi sempre più critici fino ad accusare i vertici dei sindacati di veri e propri brogli. Siamo, dunque, al di là dei dissensi politici. E’ venuto meno il fondamento di un’alleanza: il reciproco rispetto, la fiducia degli uni negli altri. Si conferma ogni giorno di più un giudizio azzeccato di Nicola Rossi: la sinistra, ora forza di governo, sconta tragicamente il "modo dissennato" con cui ha fatto opposizione nella passata legislatura.
Hanno imposto al dibattito politico un’agenda distorta, ingigantendo, con un colpevole supporto di media culturalmente asserviti, problematiche come il "precariato" a soli scopi elettorali. Finendo, così, per seminare – al di là dei dati reali – un’ondata di autocompatimento assolutorio di un’intera generazione di giovani. L’Italia ha tassi di precarietà inferiori a quelli della media UE-15 e di altri grandi nazioni europee, ma da noi questo problema è divenuto un’ossessione. Si prendono a riferimento – per valutare la condizione dei giovani d’oggi, i quali si avvalgono comunque dei privilegi di una società più ricca – modelli di lavoro e di vita esistiti solo nella fervida fantasia degli apologeti del comunismo (un regime in cui era precaria persino la permanenza in vita). Come se ci fosse stato un tempo in cui bastava svoltare l’angolo o dare un calcio ad un sasso per trovare dei posti di lavoro stabili e ben retribuiti. Un tempo magico in cui i giovani abbandonavano a vent’anni la casa paterna divenendo immediatamente proprietari immobiliari grazie alla stipulazione di mutui generosamente offerti dalla banche.
Questa epoca del Bengodi chiama in causa gli sciagurati anni Settanta, quando le aziende (magari a partecipazione statale) crescevano come funghi ed inghiottivano decine di migliaia di lavoratori (accumulando perdite ingenti a carico della collettività). E l’inflazione (alla faccia dei mutui) era pari non solo a due cifre ma a due decine. E i giovani si sposavano prima, ma decidevano di andare a vivere con la famiglia di uno dei due coniugi.
Tornando a noi, che cosa succederà adesso a partire dal Consiglio dei ministri di venerdì? Se Prodi creda che il cammino davanti all’Esecutivo sia in discesa, sbaglia. Il Prc ha fatto capire di essere disponibile a trovare delle soluzioni (a cui già si è lavorato nei giorni scorsi). Ma questo partito - per dirla con Mastella - "non si farà processare nelle piazze". La maggioranza ha un problema: la mega-manifestazione del 20 ottobre potrebbe scappare di mano agli stessi promotori e risolversi in una contestazione dell’eventuale "compromesso" accettato dal Prc. Capita agli "apprendisti stregoni" di non riuscire a controllare le forze malefiche che hanno scatenato. Successe già quando, durante la visita del presidente Bush, piazza del Popolo era vuota. E i "movimenti" marciavano altrove. (l'Occidentale)
L'Europa non dà più credito alle tesi di Padoa Schioppa. Claudio Borghi
L’Italia non cresce, ma di sicuro c’è una cosa che siamo bravissimi ad esportare: la confusione. L’altro giorno si è assistito al poco edificante spettacolo di Tommaso Padoa-Schioppa (per chi non lo conoscesse si tratta di quel signore che trova le tasse «bellissime» e i giovani «bamboccioni» e che è stato messo da quel burlone di Romano Prodi a guidare il ministero più importante, quello dell’Economia) che, pressoché in contemporanea, faceva dichiarazioni opposte a quelle che stava rilasciando il commissario europeo agli Affari economici, lo spagnolo Joaquin Almunia. Un teatrino simile fu inscenato da Prodi e Chirac, quando un anno fa discussero delle sorti dell’Alitalia a Lucca, smentendosi a vicenda fra sorrisi imbarazzati e strette di mano. Neanche da ricordare che la messinscena non portò fortuna alla nostra compagnia di bandiera. I toni usati dal «ministro» europeo non lasciavano adito a dubbi: una bocciatura su tutti i fronti della Finanziaria «spargimance» di Prodi e Padoa-Schioppa, con richiami alla responsabilità per il nostro governo, per niente diligente nello sfruttare il positivo ciclo economico per ridurre il debito. Neanche il tempo per le agenzie di battere le severe considerazioni di Almunia, che Padoa-Schioppa se ne usciva con una sua personalissima versione dell’opinione europea: «Va tutto bene, non è stata chiesta nessuna misura aggiuntiva, tutti d’accordo, abbiamo mantenuto tutti gli impegni» e a chi gli ricordava che il pareggio di bilancio andava preventivato nel 2010, non nel 2011 il ministro ha sfoderato la battuta migliore: «Sì, ma questo è quello che viene chiesto a tutti i Paesi, non all’Italia nello specifico».
La logica del nostro ministro è sbalorditiva: la prossima volta che un evasore viene scoperto gli converrà dichiarare che pagare le tasse viene genericamente richiesto a tutti, non a lui nello specifico, quindi può legittimamente fare un po’ quello che gli pare. Paradossi di Tps a parte, vale la pena fare qualche considerazione sugli ammonimenti europei: i cosiddetti «parametri di Maastricht» (cioè debito/Pil a massimo 60% e deficit/Pil a massimo 3%) sono la minima ossatura necessaria per tenere insieme sotto il grande ombrello protettivo della moneta unica tante economie differenti; si tratta in sostanza di un paio di manette, che stringono le mani ai Paesi dell’area euro per coordinarne i movimenti quel tanto che basta. Non è certo bello essere ammanettati, ma può essere la salvezza per quei Paesi (tipo l’Italia) con tendenze autodistruttive, tant’è vero che dopo una folle corsa partita negli anni ’80, da quando i parametri di Maastricht sono entrati in vigore, il debito/Pil italiano ha magicamente smesso di crescere. Il grosso difetto di questa «camicia di forza» sta proprio nella sua rigidità, che impedisce agli Stati di intervenire a sostegno di cicli economici difficili: proprio a questo proposito Berlusconi e Tremonti, che ebbero in sorte un periodo di grave recessione internazionale, si batterono per un’interpretazione più flessibile dei parametri in periodi critici.
Il commissario Almunia nelle sue osservazioni dice cose che dovrebbero essere di un’assoluta evidenza: una maggiore flessibilità concessa in momenti di difficoltà economica si deve necessariamente abbinare ad una maggiore disciplina nei momenti di favorevole congiuntura. Niente di meno della vecchia favola della cicala e della formica. Prodi e Padoa-Schioppa queste cose le sanno, ma devono fare finta di non sentire, anche rischiando di passare per audiolesi cronici, perché senza la sistematica e scriteriata dissipazione delle risorse aggiuntive, il governo non durerebbe un secondo di più e fra il bene del Paese e la poltrona il dubbio, come al solito, purtroppo non si pone.
Non dimentichiamo poi che i budget futuri sono frutto di sfrenata fantasia e di speranza nel consueto fattore C. La crescita del primo trimestre è stata dello 0,2%, più 0,1% quella del secondo, è molto difficile che quella del terzo sarà migliore, anzi... quindi non si capisce su che base si possa sperare di vedere robuste crescite in futuro ma, soprattutto, il vicolo cieco sta nella certezza che con l’attuale governo anche un eventuale colpo di fortuna verrebbe sperperato. Almunia lo sa e alza la voce, Prodi lo sa, accarezza la poltrona e fa finta di nulla: il teatrino continua.(il Giornale)
La logica del nostro ministro è sbalorditiva: la prossima volta che un evasore viene scoperto gli converrà dichiarare che pagare le tasse viene genericamente richiesto a tutti, non a lui nello specifico, quindi può legittimamente fare un po’ quello che gli pare. Paradossi di Tps a parte, vale la pena fare qualche considerazione sugli ammonimenti europei: i cosiddetti «parametri di Maastricht» (cioè debito/Pil a massimo 60% e deficit/Pil a massimo 3%) sono la minima ossatura necessaria per tenere insieme sotto il grande ombrello protettivo della moneta unica tante economie differenti; si tratta in sostanza di un paio di manette, che stringono le mani ai Paesi dell’area euro per coordinarne i movimenti quel tanto che basta. Non è certo bello essere ammanettati, ma può essere la salvezza per quei Paesi (tipo l’Italia) con tendenze autodistruttive, tant’è vero che dopo una folle corsa partita negli anni ’80, da quando i parametri di Maastricht sono entrati in vigore, il debito/Pil italiano ha magicamente smesso di crescere. Il grosso difetto di questa «camicia di forza» sta proprio nella sua rigidità, che impedisce agli Stati di intervenire a sostegno di cicli economici difficili: proprio a questo proposito Berlusconi e Tremonti, che ebbero in sorte un periodo di grave recessione internazionale, si batterono per un’interpretazione più flessibile dei parametri in periodi critici.
Il commissario Almunia nelle sue osservazioni dice cose che dovrebbero essere di un’assoluta evidenza: una maggiore flessibilità concessa in momenti di difficoltà economica si deve necessariamente abbinare ad una maggiore disciplina nei momenti di favorevole congiuntura. Niente di meno della vecchia favola della cicala e della formica. Prodi e Padoa-Schioppa queste cose le sanno, ma devono fare finta di non sentire, anche rischiando di passare per audiolesi cronici, perché senza la sistematica e scriteriata dissipazione delle risorse aggiuntive, il governo non durerebbe un secondo di più e fra il bene del Paese e la poltrona il dubbio, come al solito, purtroppo non si pone.
Non dimentichiamo poi che i budget futuri sono frutto di sfrenata fantasia e di speranza nel consueto fattore C. La crescita del primo trimestre è stata dello 0,2%, più 0,1% quella del secondo, è molto difficile che quella del terzo sarà migliore, anzi... quindi non si capisce su che base si possa sperare di vedere robuste crescite in futuro ma, soprattutto, il vicolo cieco sta nella certezza che con l’attuale governo anche un eventuale colpo di fortuna verrebbe sperperato. Almunia lo sa e alza la voce, Prodi lo sa, accarezza la poltrona e fa finta di nulla: il teatrino continua.(il Giornale)
mercoledì 10 ottobre 2007
I veri padri del debito pubblico. Paolo Cirino Pomicino
Caro direttore,
da qualche tempo ministri come Padoa-Schioppa nonché professori universitari ed esperti a vario titolo, a fronte delle difficoltà della nostra economia, ripetono spesso che la colpa è del debito pubblico fatto negli Anni Ottanta. Sono passati oltre quindici anni dal 1992, anno dell’ultima svalutazione. Lo stesso periodo servì per ricostruire l’Italia del dopoguerra, e ultimamente al Belgio per ridurre il proprio debito dal 130 per cento del Pil all’80. Da noi il debito è aumentato rispetto al ’91 nonostante quindici anni di manovre finanziarie e la vendita per oltre 150 miliardi di euro di aziende pubbliche. Davvero, allora, si può fare sempre riferimento ai presunti errori di «Garibaldi» parlando di un presente che non si sa governare?
Siamo seri e cerchiamo di ragionare sui guasti politici, istituzionali ed economici prodotti in questi quindici anni in cui l’Italia ha perso in competitività, ha ridotto le proprie quote nel commercio internazionale, ha frantumato il suo panorama politico ed è la Cenerentola d’Europa per tasso di crescita. Ma veniamo solo per un momento agli errori di «Garibaldi» nel decennio 1982-92 di cui parla il ministro Padoa-Schioppa.
A fare la storia economica di un periodo senza collegarla alla storia politica di quel tempo si fa solo un esercizio accademico che porta tutti fuori strada, autorevoli professori come Tito Boeri e gli studenti serali come il sottoscritto. Alla fine degli Anni 70 e fino all’89 l’Italia aveva tre grandi questioni politiche davanti: l’inflazione a due cifre, il terrorismo che ammazzava in genere i democristiani e la bassa crescita economica. Affrontare quelle tre questioni senza che le prime due si saldassero in una miscela esplosiva era l’impegno delle forze politiche dell’epoca per ridare proprio a quelle giovani generazioni di cui parla Boeri un Paese normale.
L’accordo del 1984 e poi il referendum del 1985 sulla scala mobile sconfissero l’inflazione che nel 1988 rientrò al 5 per cento continuando poi la sua discesa. Il terrorismo fu battuto dopo una lunga battaglia (l’ultimo assassinio brigatista fu quello del senatore Ruffilli nel 1988) senza intaccare il tessuto democratico e lo Stato di diritto, mentre la ripresa economica fu tale che nel 1985 l’Italia entrò nel G7. Chi pagò per quelle vittorie fondamentali per il futuro del Paese fu proprio il debito pubblico perché se all’inizio degli Anni 80, dopo il divorzio Tesoro-Banca Italia, Craxi Forlani e Visentini avessero fatto una politica fiscale restrittiva (a quel tempo la pressione fiscale era del 36%) avrebbero messo in corto circuito il terrorismo, una bassa crescita, un’oppressione fiscale e, con l’opposizione del Pci e della Cgil, non avrebbero abbattuto la più odiosa delle tasse, l’inflazione.
Questa, in breve sintesi, è la storia di quel periodo che riconsegnò all’Italia un Paese normale e autorevole. Il risanamento dei conti pubblici, come certamente sa il professor Boeri, iniziò nel 1989 e tre anni dopo avemmo il primo avanzo primario per ottomila miliardi e un debito pubblico al 100 per cento del Pil. Senza quella scelta sciagurata, cui partecipò anche Padoa-Schioppa, di portare nel 1990 la lira nella banda stretta dello Sme producendo una politica di alti tassi di interesse e senza l’aggressione a quei partiti di governo che avevano vinto la battaglia della storia, non avremmo avuto questo quindicennio di errori, di omissioni e di dilettantismo che sta davvero, e su questo concordiamo con il professor Boeri, penalizzando le giovani generazioni con la minore crescita, la bassa produttività e l’assenza totale di un progetto politico capace di mobilitare la parte migliore del Paese.
E tanto per concludere, se nel ’91 il debito pubblico era per il 90 per cento nelle mani delle famiglie italiane, oggi per oltre il 50 per cento è nelle mani di fondi stranieri grazie alla bassa crescita degli ultimi quindici anni e al conseguente minor risparmio delle famiglie italiane. Abbiamo, cioè, ceduto una parte della nostra sovranità nazionale. (la Stampa)
da qualche tempo ministri come Padoa-Schioppa nonché professori universitari ed esperti a vario titolo, a fronte delle difficoltà della nostra economia, ripetono spesso che la colpa è del debito pubblico fatto negli Anni Ottanta. Sono passati oltre quindici anni dal 1992, anno dell’ultima svalutazione. Lo stesso periodo servì per ricostruire l’Italia del dopoguerra, e ultimamente al Belgio per ridurre il proprio debito dal 130 per cento del Pil all’80. Da noi il debito è aumentato rispetto al ’91 nonostante quindici anni di manovre finanziarie e la vendita per oltre 150 miliardi di euro di aziende pubbliche. Davvero, allora, si può fare sempre riferimento ai presunti errori di «Garibaldi» parlando di un presente che non si sa governare?
Siamo seri e cerchiamo di ragionare sui guasti politici, istituzionali ed economici prodotti in questi quindici anni in cui l’Italia ha perso in competitività, ha ridotto le proprie quote nel commercio internazionale, ha frantumato il suo panorama politico ed è la Cenerentola d’Europa per tasso di crescita. Ma veniamo solo per un momento agli errori di «Garibaldi» nel decennio 1982-92 di cui parla il ministro Padoa-Schioppa.
A fare la storia economica di un periodo senza collegarla alla storia politica di quel tempo si fa solo un esercizio accademico che porta tutti fuori strada, autorevoli professori come Tito Boeri e gli studenti serali come il sottoscritto. Alla fine degli Anni 70 e fino all’89 l’Italia aveva tre grandi questioni politiche davanti: l’inflazione a due cifre, il terrorismo che ammazzava in genere i democristiani e la bassa crescita economica. Affrontare quelle tre questioni senza che le prime due si saldassero in una miscela esplosiva era l’impegno delle forze politiche dell’epoca per ridare proprio a quelle giovani generazioni di cui parla Boeri un Paese normale.
L’accordo del 1984 e poi il referendum del 1985 sulla scala mobile sconfissero l’inflazione che nel 1988 rientrò al 5 per cento continuando poi la sua discesa. Il terrorismo fu battuto dopo una lunga battaglia (l’ultimo assassinio brigatista fu quello del senatore Ruffilli nel 1988) senza intaccare il tessuto democratico e lo Stato di diritto, mentre la ripresa economica fu tale che nel 1985 l’Italia entrò nel G7. Chi pagò per quelle vittorie fondamentali per il futuro del Paese fu proprio il debito pubblico perché se all’inizio degli Anni 80, dopo il divorzio Tesoro-Banca Italia, Craxi Forlani e Visentini avessero fatto una politica fiscale restrittiva (a quel tempo la pressione fiscale era del 36%) avrebbero messo in corto circuito il terrorismo, una bassa crescita, un’oppressione fiscale e, con l’opposizione del Pci e della Cgil, non avrebbero abbattuto la più odiosa delle tasse, l’inflazione.
Questa, in breve sintesi, è la storia di quel periodo che riconsegnò all’Italia un Paese normale e autorevole. Il risanamento dei conti pubblici, come certamente sa il professor Boeri, iniziò nel 1989 e tre anni dopo avemmo il primo avanzo primario per ottomila miliardi e un debito pubblico al 100 per cento del Pil. Senza quella scelta sciagurata, cui partecipò anche Padoa-Schioppa, di portare nel 1990 la lira nella banda stretta dello Sme producendo una politica di alti tassi di interesse e senza l’aggressione a quei partiti di governo che avevano vinto la battaglia della storia, non avremmo avuto questo quindicennio di errori, di omissioni e di dilettantismo che sta davvero, e su questo concordiamo con il professor Boeri, penalizzando le giovani generazioni con la minore crescita, la bassa produttività e l’assenza totale di un progetto politico capace di mobilitare la parte migliore del Paese.
E tanto per concludere, se nel ’91 il debito pubblico era per il 90 per cento nelle mani delle famiglie italiane, oggi per oltre il 50 per cento è nelle mani di fondi stranieri grazie alla bassa crescita degli ultimi quindici anni e al conseguente minor risparmio delle famiglie italiane. Abbiamo, cioè, ceduto una parte della nostra sovranità nazionale. (la Stampa)
martedì 9 ottobre 2007
Il centrosinistra e la paura delle urne. Augusto Minzolini
Chi prima delle ultime elezioni politiche avanzava dei dubbi sui sondaggi che davano l’Unione avanti di oltre dieci punti sul centrodestra, per bene che andasse si meritava da sinistra l’epiteto di «berlusconiano». Tutti sanno com’è finita dopo lo spoglio delle schede.
Lo stesso vale oggi per chi nel disastro dell’attuale situazione osa argomentare che l’unica soluzione è il voto anticipato. Eppure un sondaggio diffuso ieri da La 7 - non dalle tv Mediaset - riporta che uno sbocco del genere è preferito dal 55% degli italiani e non sono tutti «berlusconiani» visto che la pensa in questo modo anche il 44,5% degli elettori dell’Unione.
L’atteggiamento affonda in un vecchio vizio della sinistra che guarda alla politica ignorandone, quando fa comodo, un elemento basilare: il consenso. Certo, non si può essere ossessionati dai sondaggi secondo lo stile del Cavaliere ma, nel contempo, non si può trascurare del tutto l’orientamento dell’opinione pubblica nelle proprie scelte esorcizzando ciò che non piace come epifenomeno, l’espressione è di moda, dell’anti-politica. In questo caso si corrono grossi rischi e si commettono errori. E’ probabile, ad esempio, tornando indietro nel tempo, che la testardaggine con cui gli autori del «ribaltone» che portò alla fine del primo governo del Cavaliere ritardarono il ritorno alle urne (da gennaio ‘95 alla primavera del ‘96) abbia contribuito non poco al radicamento del berlusconismo nel nostro Paese.
L’opinione pubblica si sentì defraudata di un proprio diritto dalle manovre di palazzo e alle elezioni successive il centro-sinistra riuscì ad imporsi. Ma il Paese complessivamente slittò a destra. Il celebrato trionfo dell’Ulivo fu tutt’altro che una vittoria: la Cdl senza la Lega riuscì addirittura a prevalere nel «proporzionale» per circa 300 mila voti. Non per nulla Massimo D’Alema (uomo delle grandi intuizioni che si perdono per strada) parlò nel celebre discorso al primo meeting di Gargonza dell’Ulivo di «vittoria tecnica» e «non politica». La sottovalutazione di questo elemento provocò non poche conseguenze: in quella legislatura il centro-sinistra produsse tre premier (Prodi, D’Alema, Amato) e un candidato alla sconfitta (Rutelli). Ma soprattutto il suo processo di modernizzazione non fece un passo avanti. Semmai due indietro.
Dieci anni dopo la storia rischia di ripetersi. Per la consueta allergia a misurare le proprie scelte con il consenso il centro-sinistra ha commesso nuovi errori. Una vittoria risicata che ha prodotto un Paese diviso essenzialmente a metà (lo stesso risultato in Germania ha dato vita ad un governo di grande coalizione) è stata interpretata come una «svolta»: è stato messo in piedi un governo con due voti di maggioranza al Senato e l’Unione si è accaparrata tutti i vertici istituzionali. Risultato: dopo un anno è mezzo Prodi ha un indice di gradimento del 23% e il suo esecutivo è sotto il 20%. Cioè più basso di quello che registrava il regime sovietico quando crollò il Muro. Una finanziaria che qualcuno ha addirittura giudicato «elettorale» non ha migliorato il giudizio dell’opinione pubblica di un solo punto percentuale. Per misurare l’impopolarità del governo secondo il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, basta entrare in un ristorante. E la «zavorra Prodi» può addirittura portare a fondo il Pd targato Veltroni: il nuovo soggetto politico continua ad essere bloccato sul 28% mentre l’indice di popolarità dell’attuale sindaco di Roma, che pure è il doppio di quello del Professore, dà segni di flessione. Inoltre, dato tutt’altro che irrilevante, Prodi e Veltroni hanno due esigenze opposte: il primo per sopravvivere deve restare immobile e compensare le spinte contrarie dei moderati e della sinistra radicale; l’altro per aver successo deve predicare rivoluzioni. Ma tutte le «rivoluzioni culturali», le modernizzazioni vere, la sinistra - da quella di Blair a quella di Zapatero - le ha fatte quando era all’opposizione, libera dalla politica dei pesi e contrappesi con cui deve fare i conti chi deve sostenere un governo.
E la ricetta per risolvere la «crisi» di consenso è la stessa. Di sempre. Prodi ha fatto suo il motto «resistere, resistere, resistere». Veltroni chiede l’approvazione di quelle riforme che in buona parte il centro-destra aveva già trasformato in legge (a cominciare dalla riduzione dei parlamentari) e che la sua coalizione ha cancellato poco più di un anno fa con un referendum. Se deve essere questo governo o un altro a farle, il sindaco di Roma non lo dice, tanto che per molti la sortita ha il sapore di un altro espediente per tergiversare. Insomma, per guadagnare tempo come dieci anni fa, l’Unione immagina richiami alla responsabilità, teorizza riforme e ipotizza «blitz» o manovre di Palazzo. E seguendo questa strategia va contro il sentimento maggioritario nell’opinione pubblica. Qualche settimana fa D’Alema ha citato in privato una regola aurea della politica: «Quando il popolo è arrabbiato bisogna farlo sfogare, farlo votare». Ma è una delle geniali intuizioni che il personaggio dimentica spesso nel cassetto. I vizi sono duri a morire. Solo che questa volta l’epilogo potrebbe essere ancora più paradossale: se la testardaggine con cui Scalfaro rifiutò il voto trasformò Forza Italia da partito di plastica in partito vero, questa volta la tattica del rinvio potrebbe dare linfa vitale a soggetti dell’anti-politica che per il momento sono solo delle parodie: dal «grillismo» a quel surrogato minore del berlusconismo che è il «brambillismo». Per una classe dirigente come quella del centro-sinistra che fa politica da quando aveva i calzoni corti, sarebbe il colmo. (la Stampa)
Lo stesso vale oggi per chi nel disastro dell’attuale situazione osa argomentare che l’unica soluzione è il voto anticipato. Eppure un sondaggio diffuso ieri da La 7 - non dalle tv Mediaset - riporta che uno sbocco del genere è preferito dal 55% degli italiani e non sono tutti «berlusconiani» visto che la pensa in questo modo anche il 44,5% degli elettori dell’Unione.
L’atteggiamento affonda in un vecchio vizio della sinistra che guarda alla politica ignorandone, quando fa comodo, un elemento basilare: il consenso. Certo, non si può essere ossessionati dai sondaggi secondo lo stile del Cavaliere ma, nel contempo, non si può trascurare del tutto l’orientamento dell’opinione pubblica nelle proprie scelte esorcizzando ciò che non piace come epifenomeno, l’espressione è di moda, dell’anti-politica. In questo caso si corrono grossi rischi e si commettono errori. E’ probabile, ad esempio, tornando indietro nel tempo, che la testardaggine con cui gli autori del «ribaltone» che portò alla fine del primo governo del Cavaliere ritardarono il ritorno alle urne (da gennaio ‘95 alla primavera del ‘96) abbia contribuito non poco al radicamento del berlusconismo nel nostro Paese.
L’opinione pubblica si sentì defraudata di un proprio diritto dalle manovre di palazzo e alle elezioni successive il centro-sinistra riuscì ad imporsi. Ma il Paese complessivamente slittò a destra. Il celebrato trionfo dell’Ulivo fu tutt’altro che una vittoria: la Cdl senza la Lega riuscì addirittura a prevalere nel «proporzionale» per circa 300 mila voti. Non per nulla Massimo D’Alema (uomo delle grandi intuizioni che si perdono per strada) parlò nel celebre discorso al primo meeting di Gargonza dell’Ulivo di «vittoria tecnica» e «non politica». La sottovalutazione di questo elemento provocò non poche conseguenze: in quella legislatura il centro-sinistra produsse tre premier (Prodi, D’Alema, Amato) e un candidato alla sconfitta (Rutelli). Ma soprattutto il suo processo di modernizzazione non fece un passo avanti. Semmai due indietro.
Dieci anni dopo la storia rischia di ripetersi. Per la consueta allergia a misurare le proprie scelte con il consenso il centro-sinistra ha commesso nuovi errori. Una vittoria risicata che ha prodotto un Paese diviso essenzialmente a metà (lo stesso risultato in Germania ha dato vita ad un governo di grande coalizione) è stata interpretata come una «svolta»: è stato messo in piedi un governo con due voti di maggioranza al Senato e l’Unione si è accaparrata tutti i vertici istituzionali. Risultato: dopo un anno è mezzo Prodi ha un indice di gradimento del 23% e il suo esecutivo è sotto il 20%. Cioè più basso di quello che registrava il regime sovietico quando crollò il Muro. Una finanziaria che qualcuno ha addirittura giudicato «elettorale» non ha migliorato il giudizio dell’opinione pubblica di un solo punto percentuale. Per misurare l’impopolarità del governo secondo il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, basta entrare in un ristorante. E la «zavorra Prodi» può addirittura portare a fondo il Pd targato Veltroni: il nuovo soggetto politico continua ad essere bloccato sul 28% mentre l’indice di popolarità dell’attuale sindaco di Roma, che pure è il doppio di quello del Professore, dà segni di flessione. Inoltre, dato tutt’altro che irrilevante, Prodi e Veltroni hanno due esigenze opposte: il primo per sopravvivere deve restare immobile e compensare le spinte contrarie dei moderati e della sinistra radicale; l’altro per aver successo deve predicare rivoluzioni. Ma tutte le «rivoluzioni culturali», le modernizzazioni vere, la sinistra - da quella di Blair a quella di Zapatero - le ha fatte quando era all’opposizione, libera dalla politica dei pesi e contrappesi con cui deve fare i conti chi deve sostenere un governo.
E la ricetta per risolvere la «crisi» di consenso è la stessa. Di sempre. Prodi ha fatto suo il motto «resistere, resistere, resistere». Veltroni chiede l’approvazione di quelle riforme che in buona parte il centro-destra aveva già trasformato in legge (a cominciare dalla riduzione dei parlamentari) e che la sua coalizione ha cancellato poco più di un anno fa con un referendum. Se deve essere questo governo o un altro a farle, il sindaco di Roma non lo dice, tanto che per molti la sortita ha il sapore di un altro espediente per tergiversare. Insomma, per guadagnare tempo come dieci anni fa, l’Unione immagina richiami alla responsabilità, teorizza riforme e ipotizza «blitz» o manovre di Palazzo. E seguendo questa strategia va contro il sentimento maggioritario nell’opinione pubblica. Qualche settimana fa D’Alema ha citato in privato una regola aurea della politica: «Quando il popolo è arrabbiato bisogna farlo sfogare, farlo votare». Ma è una delle geniali intuizioni che il personaggio dimentica spesso nel cassetto. I vizi sono duri a morire. Solo che questa volta l’epilogo potrebbe essere ancora più paradossale: se la testardaggine con cui Scalfaro rifiutò il voto trasformò Forza Italia da partito di plastica in partito vero, questa volta la tattica del rinvio potrebbe dare linfa vitale a soggetti dell’anti-politica che per il momento sono solo delle parodie: dal «grillismo» a quel surrogato minore del berlusconismo che è il «brambillismo». Per una classe dirigente come quella del centro-sinistra che fa politica da quando aveva i calzoni corti, sarebbe il colmo. (la Stampa)
Viva la Repubblica. il Foglio
Il giornale-tribuna della sinistra rende ormai obsoleto il nostro fogliuzzo.
La vecchiaia dei giornali porta consiglio, e se avremo la forza di continuare è probabile che anche noi scriveremo, tra una ventina d’anni, che Berlusconi era ineleggibile per via del conflitto di interessi, Craxi un ladro di polli e Andreotti un mafioso con la coppola incastrato da eroi in toga. Può essere ci tocchi anche scrivere che la guerra in Iraq è stata una carneficina inutile, che Dio non esiste e i preti sono tutti pedofili, che la ministra Pollastrini era un genio politico, il Benigni dello shoah-comics un profeta ispirato da Elia, e quel Mordecai Richler della Versione di Barney uno scrittore minore che voleva farci ridere con le barzellette sugli scozzesi. Nell’attesa, e cercando di tenerci sempre giovani, assistiamo con rispetto, e anche una punta di venerazione, alla gioiosa vecchiaia di Repubblica, divenuto un giornale davvero saggio, al punto di rendere spesso obsoleto il nostro fogliuzzo. Ogni giorno ha la sua rivelazione. L’antipolitica giustizialista di Grillo è monnezza, per esempio, firmato Scalfari e Mauro, fondatore e direttore. La tv di Santoro è barbarie, un marchingegno in tutto simile alla gogna che intrappola i suoi fedeli spettatori nella festa degli inganni, anche quando difende i giudici eroi dalle minacce di trasferimento di un Mastella. Firmato D’Avanzo, che non è il fratello di Sandro Ruotolo, ma fa lo stesso. Quel Travaglio, poi, ha un ego smisurato, e Scalfari se la prende con i suoi corsivi antipiduisti. Ollallà, deve essere successo qualcosa, e non parliamo né di nemesi né di ruotola, come preferisce Andrea Marcenaro.
La faccenda si ingentilisce ulteriormente, e l’aura di saggezza repubblicana si fa spessa e densa, si tocca con mano, quando Scalfari ci concede a sorpresa, come è avvenuto domenica, l’impensabile. Ricorderete il pool di Milano che va in tv e affonda con un pronunciamento da repubblica delle banane il decreto Biondi, l’ultima seria decisione politica presa da un governo italiano, consistente nel vietare la custodia cautelare in carcere usata come tortura per sradicare un sistema democratico con mezzi giudiziari. Bene, il fondatore del giornale riconosce che l’appoggio concesso a quei magistrati star dell’ingiustizia fu un “errore”, e con questo è riscritta la storia recente del nostro paese in uno dei suoi passaggi decisivi. Sull’uso criminoso della giustizia e della tv siamo dunque a una virtuale unificazione di Repubblica e del Foglio, e nell’attesa di invecchiare con saggezza anche noi, ci godiamo la serena vecchiaia degli altri.
La vecchiaia dei giornali porta consiglio, e se avremo la forza di continuare è probabile che anche noi scriveremo, tra una ventina d’anni, che Berlusconi era ineleggibile per via del conflitto di interessi, Craxi un ladro di polli e Andreotti un mafioso con la coppola incastrato da eroi in toga. Può essere ci tocchi anche scrivere che la guerra in Iraq è stata una carneficina inutile, che Dio non esiste e i preti sono tutti pedofili, che la ministra Pollastrini era un genio politico, il Benigni dello shoah-comics un profeta ispirato da Elia, e quel Mordecai Richler della Versione di Barney uno scrittore minore che voleva farci ridere con le barzellette sugli scozzesi. Nell’attesa, e cercando di tenerci sempre giovani, assistiamo con rispetto, e anche una punta di venerazione, alla gioiosa vecchiaia di Repubblica, divenuto un giornale davvero saggio, al punto di rendere spesso obsoleto il nostro fogliuzzo. Ogni giorno ha la sua rivelazione. L’antipolitica giustizialista di Grillo è monnezza, per esempio, firmato Scalfari e Mauro, fondatore e direttore. La tv di Santoro è barbarie, un marchingegno in tutto simile alla gogna che intrappola i suoi fedeli spettatori nella festa degli inganni, anche quando difende i giudici eroi dalle minacce di trasferimento di un Mastella. Firmato D’Avanzo, che non è il fratello di Sandro Ruotolo, ma fa lo stesso. Quel Travaglio, poi, ha un ego smisurato, e Scalfari se la prende con i suoi corsivi antipiduisti. Ollallà, deve essere successo qualcosa, e non parliamo né di nemesi né di ruotola, come preferisce Andrea Marcenaro.
La faccenda si ingentilisce ulteriormente, e l’aura di saggezza repubblicana si fa spessa e densa, si tocca con mano, quando Scalfari ci concede a sorpresa, come è avvenuto domenica, l’impensabile. Ricorderete il pool di Milano che va in tv e affonda con un pronunciamento da repubblica delle banane il decreto Biondi, l’ultima seria decisione politica presa da un governo italiano, consistente nel vietare la custodia cautelare in carcere usata come tortura per sradicare un sistema democratico con mezzi giudiziari. Bene, il fondatore del giornale riconosce che l’appoggio concesso a quei magistrati star dell’ingiustizia fu un “errore”, e con questo è riscritta la storia recente del nostro paese in uno dei suoi passaggi decisivi. Sull’uso criminoso della giustizia e della tv siamo dunque a una virtuale unificazione di Repubblica e del Foglio, e nell’attesa di invecchiare con saggezza anche noi, ci godiamo la serena vecchiaia degli altri.
lunedì 8 ottobre 2007
Sulla scuola è ora che il centrodestra dica da che parte sta. Giorgio Israel
http://www.loccidentale.it/node/7391
I mali della scuola vengono da lontano, ma nemmeno i rimedi sono vicini.
I mali della scuola vengono da lontano, ma nemmeno i rimedi sono vicini.
Grillini, brambillini e pardini. Luca Ricolfi
Nascono come funghi. Sarà perché è autunno, sarà perché a Roma è piovuto, ma nell'ultimo fine settimana il ritmo è diventato davvero impressionante. Anziché diminuire di numero, i partiti italiani aumentano di mese in mese, di settimana in settimana, e ora di giorno in giorno. Quest'estate abbiamo sentito parlare soprattutto di liste Grillo (quelle con il bollino di garanzia del comico), di Partito della libertà (i circoli di Michela Vittoria Brambilla), e della «lista civica nazionale» dei girotondini. Poi è toccato all'ex presidente del Consiglio Lamberto Dini annunciare la (ri)nascita di una sua lista, a suo tempo denominata Rinnovamento italiano, oggi ribattezzata Liberaldemocratici. Nell’ultimo weekend, infine, le cronache hanno registrato tre eventi: il primo incontro nazionale dei Circoli della Libertà, il ritorno in piazza dei Girotondi sotto la guida di Pancho Pardi, l'ennesimo tentativo di far rinascere un partito socialista «con tutti quanti dentro»: i detentori di varie sigle socialiste più alcuni diessini cui sta stretto il nascente Partito democratico.
Perché tanto attivismo?
Ognuno dei protagonisti, naturalmente, ha i suoi buoni motivi. Ci sono gli indignati «da sinistra» per i comportamenti del ceto politico (pardini). Ci sono i nemici giurati di tutti i partiti (grillini). Ci sono gli aspiranti rinnovatori del centro-destra (brambillini). Ci sono i nostalgici del socialismo, che ne temono la scomparsa nel grande calderone del nascente Partito democratico (neosocialisti). Ci sono i «veri liberali» preoccupati della sudditanza di Prodi a Rifondazione (neodiniani). I nobili motivi di tutti si mescolano, come è ovvio, a motivi contingenti (odore di elezioni a primavera) e a motivi meno nobili, come il desiderio di visibilità di vari leader e il disperato bisogno di sopravvivenza di tanti individui che, letteralmente, vivono di politica e solo di politica.
Ma proviamo a guardare il quadro un po' più da lontano. Alla base di questo proliferare di funghi ci sono cause note, come l'esasperato individualismo degli italiani, o le norme che stimolano la nascita di partiti personali (basse soglie elettorali di sbarramento, regolamenti parlamentari, rimborsi generosi a partiti e giornali di partito). Oltre a queste cause, tuttavia, ve n'è forse un'altra che a quanto pare non attira l'attenzione di nessuno: in Italia sono gli elettori stessi, i media, gli studiosi che appaiono assuefatti a un'idea di partito che legittima la proliferazione dei partiti stessi. Quest'idea di partito pare basarsi su tre assunti, o meglio su tre presupposti mai messi veramente in discussione.
Il primo presupposto è che per fondare un partito basti una singola ossessione. L'Italia è il regno dei partiti monotematici, o single-issue, come li chiamano gli specialisti: c'è il partito dell'ambiente, il partito della giustizia, il partito della laicità, il partito dei pensionati, il partito delle casalinghe, il partito dei consumatori, il partito del Nord, per non parlare delle innumerevoli «leghe di fatto» regionali (in Valle d'Aosta, in Trentino Alto Adige, in Veneto, in Sardegna, in Sicilia, per citare solo le più note). Naturalmente anche in altri paesi moderni esistono partiti monotematici, ma solo in Italia il loro numero è così elevato e sono così tanti i partiti artificiali, nati nei laboratori di ristrette élite politiche, economiche o intellettuali.
Il secondo presupposto è che, quando si è in minoranza in un partito, la via maestra per far valere le proprie opinioni sia fondare un nuovo partito (anziché costituire una corrente, o combattere una battaglia politico-culturale). È questo il meccanismo che fa naufragare tutte le fusioni fra partiti: se il partito A e il partito B decidono di unirsi, le loro minoranze estreme - ossia le correnti che per opposti motivi non gradiscono la fusione - rinunciano a combattere la loro battaglia all'interno del nuovo partito (AB) e trovano naturale «dar vita» a due nuove formazioni politiche, la prima (a) che presume di conservare incontaminata l'eredità di A, la seconda (b) che presume la stessa cosa per l'eredità di B. Di qui la ferrea legge empirica: A + B = AB + a + b. Ovvero: ogni tentativo di fondere 2 partiti tende a farne nascere altri 2, così anziché passare da 2 a 1 si rischia di passare da 2 a 3.
È esattamente quello che sta succedendo in questi giorni con la nascita del Partito democratico: mentre Fassino e Rutelli «danno morte» ai rispettivi partiti (Margherita e Ds) per fonderli in un unico partito, gli scontenti di Margherita e Ds «danno vita», rispettivamente, al Partito liberaldemocratico (a) e al Partito socialista (b), ossia a due formazioni politiche la cui missione è resuscitare lo spirito più autentico dei due partiti originari, colpevolmente uccisi dai loro leader.
Ma non basta, perché c'è anche un terzo presupposto mentale che favorisce la proliferazione di partiti e movimenti: la credenza che qualsiasi idea politica abbia esistenza in almeno due varianti incompatibili, una di destra e una di sinistra. Supponete che a qualcuno venga un'idea di senso comune, ad esempio che dobbiamo preservare l'ambiente, o sostenere i valori della famiglia, o difendere i consumatori, o favorire lo spirito civico e la partecipazione politica. In Italia non solo scatta il riflesso condizionato di fare subito un partito o una lista che reclama i nostri voti in nome di quella più o meno brillante idea, ma l'idea stessa tende a replicarsi in due o tre varianti, una di sinistra, una di destra, e talora persino una terza, né di destra né di sinistra. Avremo così due o più liste verdi, due o più liste cattoliche, due o più liste dei consumatori, due o più liste civiche. Anche qui, è esattamente quel che si sta ripetendo sotto i nostri occhi proprio ora. In molti si sono accorti del distacco fra i cittadini e «la casta», ma da questa consapevolezza rischiano di scaturire ben tre liste elettorali distinte: a sinistra i pardini, a destra i brambillini, in mezzo i grillini.
Richiamando l'attenzione su questi meccanismi, non voglio in nessun modo addossare ogni colpa ai «creativi» che inventano un partito al giorno. Se i nuovi soggetti politici proliferano come funghi d'autunno, è anche perché nei partiti maggiori la partecipazione è soffocata, i burocrati imperano, il dibattito è astratto e poca, pochissima, è la voglia di capire, di ascoltare, di misurarsi davvero con i problemi dell'Italia. Forse, la verità è che burocrati e creativi sono solo due facce della stessa medaglia, la triste medaglia della democrazia italiana. (la Stampa)
Perché tanto attivismo?
Ognuno dei protagonisti, naturalmente, ha i suoi buoni motivi. Ci sono gli indignati «da sinistra» per i comportamenti del ceto politico (pardini). Ci sono i nemici giurati di tutti i partiti (grillini). Ci sono gli aspiranti rinnovatori del centro-destra (brambillini). Ci sono i nostalgici del socialismo, che ne temono la scomparsa nel grande calderone del nascente Partito democratico (neosocialisti). Ci sono i «veri liberali» preoccupati della sudditanza di Prodi a Rifondazione (neodiniani). I nobili motivi di tutti si mescolano, come è ovvio, a motivi contingenti (odore di elezioni a primavera) e a motivi meno nobili, come il desiderio di visibilità di vari leader e il disperato bisogno di sopravvivenza di tanti individui che, letteralmente, vivono di politica e solo di politica.
Ma proviamo a guardare il quadro un po' più da lontano. Alla base di questo proliferare di funghi ci sono cause note, come l'esasperato individualismo degli italiani, o le norme che stimolano la nascita di partiti personali (basse soglie elettorali di sbarramento, regolamenti parlamentari, rimborsi generosi a partiti e giornali di partito). Oltre a queste cause, tuttavia, ve n'è forse un'altra che a quanto pare non attira l'attenzione di nessuno: in Italia sono gli elettori stessi, i media, gli studiosi che appaiono assuefatti a un'idea di partito che legittima la proliferazione dei partiti stessi. Quest'idea di partito pare basarsi su tre assunti, o meglio su tre presupposti mai messi veramente in discussione.
Il primo presupposto è che per fondare un partito basti una singola ossessione. L'Italia è il regno dei partiti monotematici, o single-issue, come li chiamano gli specialisti: c'è il partito dell'ambiente, il partito della giustizia, il partito della laicità, il partito dei pensionati, il partito delle casalinghe, il partito dei consumatori, il partito del Nord, per non parlare delle innumerevoli «leghe di fatto» regionali (in Valle d'Aosta, in Trentino Alto Adige, in Veneto, in Sardegna, in Sicilia, per citare solo le più note). Naturalmente anche in altri paesi moderni esistono partiti monotematici, ma solo in Italia il loro numero è così elevato e sono così tanti i partiti artificiali, nati nei laboratori di ristrette élite politiche, economiche o intellettuali.
Il secondo presupposto è che, quando si è in minoranza in un partito, la via maestra per far valere le proprie opinioni sia fondare un nuovo partito (anziché costituire una corrente, o combattere una battaglia politico-culturale). È questo il meccanismo che fa naufragare tutte le fusioni fra partiti: se il partito A e il partito B decidono di unirsi, le loro minoranze estreme - ossia le correnti che per opposti motivi non gradiscono la fusione - rinunciano a combattere la loro battaglia all'interno del nuovo partito (AB) e trovano naturale «dar vita» a due nuove formazioni politiche, la prima (a) che presume di conservare incontaminata l'eredità di A, la seconda (b) che presume la stessa cosa per l'eredità di B. Di qui la ferrea legge empirica: A + B = AB + a + b. Ovvero: ogni tentativo di fondere 2 partiti tende a farne nascere altri 2, così anziché passare da 2 a 1 si rischia di passare da 2 a 3.
È esattamente quello che sta succedendo in questi giorni con la nascita del Partito democratico: mentre Fassino e Rutelli «danno morte» ai rispettivi partiti (Margherita e Ds) per fonderli in un unico partito, gli scontenti di Margherita e Ds «danno vita», rispettivamente, al Partito liberaldemocratico (a) e al Partito socialista (b), ossia a due formazioni politiche la cui missione è resuscitare lo spirito più autentico dei due partiti originari, colpevolmente uccisi dai loro leader.
Ma non basta, perché c'è anche un terzo presupposto mentale che favorisce la proliferazione di partiti e movimenti: la credenza che qualsiasi idea politica abbia esistenza in almeno due varianti incompatibili, una di destra e una di sinistra. Supponete che a qualcuno venga un'idea di senso comune, ad esempio che dobbiamo preservare l'ambiente, o sostenere i valori della famiglia, o difendere i consumatori, o favorire lo spirito civico e la partecipazione politica. In Italia non solo scatta il riflesso condizionato di fare subito un partito o una lista che reclama i nostri voti in nome di quella più o meno brillante idea, ma l'idea stessa tende a replicarsi in due o tre varianti, una di sinistra, una di destra, e talora persino una terza, né di destra né di sinistra. Avremo così due o più liste verdi, due o più liste cattoliche, due o più liste dei consumatori, due o più liste civiche. Anche qui, è esattamente quel che si sta ripetendo sotto i nostri occhi proprio ora. In molti si sono accorti del distacco fra i cittadini e «la casta», ma da questa consapevolezza rischiano di scaturire ben tre liste elettorali distinte: a sinistra i pardini, a destra i brambillini, in mezzo i grillini.
Richiamando l'attenzione su questi meccanismi, non voglio in nessun modo addossare ogni colpa ai «creativi» che inventano un partito al giorno. Se i nuovi soggetti politici proliferano come funghi d'autunno, è anche perché nei partiti maggiori la partecipazione è soffocata, i burocrati imperano, il dibattito è astratto e poca, pochissima, è la voglia di capire, di ascoltare, di misurarsi davvero con i problemi dell'Italia. Forse, la verità è che burocrati e creativi sono solo due facce della stessa medaglia, la triste medaglia della democrazia italiana. (la Stampa)
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Magdi Allam
Non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Se il governo avalla la concessione della mega-moschea di Bologna all'Ucoii - ovvero un gruppo che predica la distruzione di Israele, inneggia ai terroristi suicidi di Hamas e persegue l'obiettivo del Califfato islamico mondiale - sostenendo che non vi sarebbe il rischio di terrorismo, significa che l'Italia non ha ancora capito i pericoli che sta correndo, nascosti anche nei disegni dei burattinai in doppiopetto. Che l'Ucoii non metta le bombe in Italia lo sappiamo tutti. Ma questa certezza non basta, davanti a richieste di moschee e scuole coraniche che hanno il sapore di diktat. Forse è il caso che chi è preposto a decidere si assuma umilmente l'onere di imparare la realtà per quella che è, non la mistificazione della realtà che è il frutto degenere della malattia del relativismo cognitivo, valoriale, culturale e religioso. Si comprenderebbe, ad esempio, che il terrorismo dei Fratelli Musulmani, a cui l'Ucoii appartiene ideologicamente, usa le armi subdole della dissimulazione, del ricatto e dell'intimidazione per praticare il lavaggio di cervello ai propri adepti e ingannare i propri nemici. E' il terrorismo dei taglia-lingua che storicamente ha poi partorito il terrorismo dei taglia-gola. Ed è di questo terrorismo che dobbiamo principalmente preoccuparci perché è quello che, nel rispetto formale delle leggi e della democrazia, sta conquistando le menti e il territorio dei Paesi musulmani e dello stesso Occidente.
Quanto tempo dovrà ancora passare prima che si capisca appieno che la vera arma del terrorismo islamico non sono solo le bombe, ma ancor prima - la predicazione d'odio che viola la sacralità della vita, che inculca la fede nel cosiddetto «martirio » islamico, trasformando le persone in robot delle morte? E quale tragedia dovremo attenderci prima che si prenda atto che questa predicazione d'odio avviene all'interno di moschee gestite dai Fratelli Musulmani, dai wahhabiti, dai jihadisti e dai fondamentalisti islamici dalle sigle più disparate? I Paesi europei, quelli che ci hanno preceduto sul piano dell'accoglienza indiscriminata degli immigrati e che hanno in passato accordato di fatto piena libertà di azione agli estremisti islamici, oggi hanno compreso la centralità della predicazione d'odio nella filiera che poi sfocia negli attentati terroristici veri e propri. L'Italia continua a voler fare eccezione. Ci siamo innamorati dell'Ucoii assumendo il suo presidente nella Consulta dell'Islam in seno al ministero dell'Interno, ci siamo innamorati del velo islamico elevandolo a simbolo di moralizzazione della società italiana «depravata», ci siamo innamorati delle moschee al punto da regalare i terreni e i soldi affinché possano costruirle gli estremisti islamici. Che dire? In una società che difende l'eutanasia, il nostro governo sembra deciso a suicidarsi legandosi al cappio delle moschee dell'Ucoii. (Corriere della Sera)
Quanto tempo dovrà ancora passare prima che si capisca appieno che la vera arma del terrorismo islamico non sono solo le bombe, ma ancor prima - la predicazione d'odio che viola la sacralità della vita, che inculca la fede nel cosiddetto «martirio » islamico, trasformando le persone in robot delle morte? E quale tragedia dovremo attenderci prima che si prenda atto che questa predicazione d'odio avviene all'interno di moschee gestite dai Fratelli Musulmani, dai wahhabiti, dai jihadisti e dai fondamentalisti islamici dalle sigle più disparate? I Paesi europei, quelli che ci hanno preceduto sul piano dell'accoglienza indiscriminata degli immigrati e che hanno in passato accordato di fatto piena libertà di azione agli estremisti islamici, oggi hanno compreso la centralità della predicazione d'odio nella filiera che poi sfocia negli attentati terroristici veri e propri. L'Italia continua a voler fare eccezione. Ci siamo innamorati dell'Ucoii assumendo il suo presidente nella Consulta dell'Islam in seno al ministero dell'Interno, ci siamo innamorati del velo islamico elevandolo a simbolo di moralizzazione della società italiana «depravata», ci siamo innamorati delle moschee al punto da regalare i terreni e i soldi affinché possano costruirle gli estremisti islamici. Che dire? In una società che difende l'eutanasia, il nostro governo sembra deciso a suicidarsi legandosi al cappio delle moschee dell'Ucoii. (Corriere della Sera)
domenica 7 ottobre 2007
Forza Italia non è plastica, è un ircocervo . Un partito interclassista, certo non di destra. il Riformista
Caro direttore, raccolgo il tuo invito a discutere di Forza Italia sulle pagine del Riformista. Partiamo dal concetto di “analisi differenziata”. Malgrado la profondità e l’organicità del rapporto del Pci con lo stalinismo e l’Urss, uno dei tratti originali di Togliatti e di una parte del gruppo dirigente del Pci era appunto il gusto per quella che veniva chiamata “l’analisi differenziata” sulla società italiana, sugli altri partiti e movimenti, specie quelli avversari. Non solo Togliatti, ma anche da un lato Giorgio Amendola, Paolo Bufalini, Gerardo Chiaromonte e dall’altro Pietro Ingrao, Bruno Trentin, Luciano Barca - per evocare personaggi significativi - e grandissimi giornalisti politici come Aniello Coppola, si misuravano con l’analisi della complessità e articolazione delle forze politiche e sociali.
Intendiamoci, non sempre quelle “analisi” erano azzeccate. Talora lo schematismo ideologico prevaleva, con effetti fuorvianti. Paradossalmente a Togliatti riuscì meglio l’analisi sul fascismo (vedi Lezioni sul fascismo) che non quella su De Gasperi e la Dc (vedi: Per un giudizio equanime sull’opera di De Gasperi, dove di equanime non c’era proprio nulla e il tono pacato copriva una incredibile faziosità politica e culturale). Ma qui sta il punto: dalla svolta del Cominform del 1947 fino agli anni ’70 il Pci sbagliò l’analisi sulla Dc, liquidata come partito clericale, o mera espressione della “borghesia monopolistica” o solo del clientelismo più sfrenato e talora addirittura equiparata al fascismo. Non a caso, lungo quel filone, un socialista di sinistra come Lelio Basso scrisse un libro dal titolo: Due totalitarismi: fascismo e Democrazia Cristiana. Poi negli anni ’70 Bufalini, Chiaromonte, Di Giulio, Aniello Coppola produssero analisi assai articolate sulla Dc che erano anche in funzione della strategia del compromesso storico e che quindi, paradossalmente, talora peccavano di un eccesso di ottimismo. Ovviamente nulla di tutto ciò ai giorni nostri è stato fatto nei confronti di Forza Italia, demonizzata come un partito di plastica, prodotto solo dall’estemporanea azione di Berlusconi che ha lanciato attraverso le “sue televisioni” un prodotto atipico, cioè un partito che in effetti non è un partito. Questa totale assenza di analisi politica su quello che dal 1994 è il maggior partito italiano è un elemento di distorsione nella stessa lucidità del confronto politico.
Tutto ciò, però, dipende da un’involuzione più profonda che riguarda l’ultima fase del Pci e la prima del Pds. In quella fase, così come ci furono indubbi elementi negativi nella Dc e nel Psi, così ci fu una tragica involuzione giustizialista del Pci-Pds. Come ha rilevato in un suo libro il senatore Pellegrino, l’innesto di una cultura giustizialista sulla crisi della tradizionale cultura comunista-storicista ha prodotto effetti devastanti: la Dc e il Psi, e i loro leader, considerati come soggetti criminali da trattare conseguentemente, furono demonizzati e distrutti. Ciò ha prodotto una ferita che ha determinato dei guasti tuttora non risolti e superati.
Ovviamente lo stesso trattamento è stato riservato, successivamente, a Berlusconi e a Forza Italia. Le conseguenze si sono viste: fino al 2001 Berlusconi è stato considerato l’incrocio fra un erede del populismo fascista-peronista e un’escrescenza autoritaria e mafiosa da “spegnere” ad opera di una coalizione di tutti gli onesti. A sua volta, Forza Italia è stato considerato un partito di plastica che si sarebbe rapidamente liquefatto. Dopo il 2001 si è cominciato a ragionare in modo un po’ diverso, ma solo perché l’offensiva giudiziaria è fallita. Allora, se non altro, ci si è preparati a rispondere sul terreno propriamente politico (ma sempre con la speranza che prima o poi la procura di Milano o quella di Palermo trovassero una “pistola fumante”). Ma quale è stata la risposta politica? Essa è consistita in un nuovo, grande fronte popolare: contro Berlusconi e il suo partito di destra bisogna mobilitare tutti, da Turigliatto e Caruso fino a Dini e a Mastella in nome della crociata contro il “male”. Ora le macerie prodotte da questo schematismo, che da tutto è ispirato salvo che da “un’analisi differenziata”, sono davanti a noi: una coalizione di questo tipo riesce a stento a mettere assieme il 50% degli elettori, ma non riesce a governare e sta anche producendo, per reazione alla sua incapacità, quella pericolosa tendenza che è l’antipolitica. Detto tutto questo, passiamo all’analisi differenziata su Forza Italia. In primo luogo Berlusconi e Forza Italia del ’94 non sono esattamente quelli del 2007. Nel 1994 Berlusconi partì da una parte dei suoi quadri aziendali (Publitalia) per inventare un partito che doveva in tutti i modi coprire uno spazio di centro dopo che l’operazione mediatica di Mani Pulite aveva distrutto la Dc, il Psi e i partiti laici. In un primo tempo quello spazio fu coperto non contrastando la prevalente atmosfera “nuovista”. Successivamente, però, le cose sono cambiate. Per un verso Berlusconi ha mantenuto la sua dimensione carismatica e leaderistica, e come contestargliela se tutti, nessuno escluso (vedi ad esempio Bertinotti e Veltroni), hanno cercato di imitarlo vista la dominante dimensione mediatico-televisiva assunta dallo scontro politico?
Per quello che riguarda Forza Italia, partiamo da ciò che hanno scritto Don Gianni Baget Bozzo e Sandro Bondi sul tuo giornale. In primo luogo Berlusconi ha «restituito l’onore alla storia della Dc» (Bondi) e a Bettino Craxi e facendo ciò ha dato vita alla seconda fase di Forza Italia, quella della quale molti osservatori non si sono accorti o non si vogliono accorgere tant’è che anche adesso preferiscono rivolgere la loro attenzione a fatti secondari. Nel corso di questi anni Forza Italia è diventata due cose significative, un partito interclassista e un partito pluriculturale. Forza Italia è un partito interclassista che raccoglie non solo il consenso di coloro che sono titolari di partite Iva, ma anche di un settore assai vasto di lavoro dipendente e di classe operaia (al Nord addirittura la maggioranza) in barba a tutti gli schemi. Un partito che sta fra il 25 e il 30% non può non avere una notevole complessità sociale. Il grosso dei militanti e degli elettori di Forza Italia è di ceto medio e di popolo: basta guardare la gente che va ai comizi di Berlusconi. In Forza Italia sono confluite una parte cospicua del mondo cattolico e democristiano, la maggioranza dell’area liberalsocialista e dei liberali. Anche per l’arroganza e lo schematismo dell’attuale sinistra, Berlusconi ha fatto emergere alla superficie un fiume carsico di cultura cattolica e di cultura liberalsocialista entrambe storicamente contrapposte all’egemonia culturale di stampo comunista, paleo, neo e post. Allora anche tu, caro Paolo, cadi in un grave errore di schematismo se definisci Forza Italia “la destra”: Forza Italia è un partito di centro, anzi, se facciamo i conti con il suo interclassismo e con il suo mix culturale, è un partito di “centro-sinistra” nel senso storico del termine. Non a caso Forza Italia ha portato avanti, fra mille difficoltà e contraddizioni interne, una linea di economia sociale di mercato, di sussidiarietà e non di liberismo estremo. Anche la riflessione neo-colbertista di Giulio Tremonti è originale e atipica. Il riferimento di Forza Italia al Ppe è al partito europeo che aggrega i moderati e non solo i democristiani. In seguito a questa aggregazione nel corso di questi anni Forza Italia - pur fra errori, contraddizioni e livelli discontinui di classe dirigente - si è radicata sul territorio e adesso sta facendo migliaia di congressi comunali e provinciali nei quali elegge i suoi dirigenti. È indubbio che, nata per l’iniziativa di un grande imprenditore televisivo, Forza Italia è uno strano animale: allora, negli anni cinquanta-sessanta, del Pci si disse che era un liocorno, oggi di Forza Italia può dirsi che è un ircocervo.
A chi dice che il centro-sinistra ha fatto un passo in avanti rispetto al centro-destra perché sta dando vita al Partito democratico, rispondiamo che si tratta di un’analisi sbagliata perché questa operazione di aggregazione il centro-destra l’ha fatta nel ’94 proprio con la nascita di Forza Italia la cui composizione interclassista e pluriculturale la colloca aldilà delle divisioni ideologiche del ’900. La grande intuizione di Berlusconi è stata proprio quella di andare al di là degli storici steccati fra laici e cattolici, dando vita a una forza “nuova” su questo terreno. Non c’è dubbio che nel corso di questi anni Forza Italia ha difeso alcune posizioni della chiesa cattolica: lo hanno fatto consapevolmente anche i laici, non per subalternità, ma per la consapevolezza del ruolo del mondo cattolico ieri nello scontro con il comunismo, oggi nei confronti del fondamentalismo islamico. Ricordiamo anche, però, il ruolo svolto da alcune correnti del liberalsocialismo contro il nazismo e il fascismo così come contro il comunismo e che oggi sono schierate sul fronte della difesa dei valori dell’occidente e di Israele nel quadro dello scontro culturale, politico e militare con il fondamentalismo islamico e il terrorismo che esso ha prodotto.
Per quello che riguarda, poi, temi sensibili e controversi quali la fecondazione assistita, l’aborto (mi riferisco anche a recenti polemiche), la libertà di ricerca scientifica, i laici di Forza Italia hanno esplicitamente manifestato le loro posizioni sulla base del principio della libertà di coscienza. Sui Dico vale il disegno di legge presentato dal senatore Biondi al netto delle modifiche proposte dall’abile senatore Salvi.
Caro Paolo, certamente Forza Italia presenta mille aspetti controversi e contestabili, ma ha una sua ricchezza e complessità che gli osservatori di sinistra nel corso di questi anni non hanno per nulla colto. Permettimi una domanda finale: se Berlusconi fosse una specie di caricatura di Mussolini, una sorta di “caimano”, se Forza Italia fosse un partito di plastica che prende voti solo per gli slogan populisti del suo leader, come mai essa, insieme alle altre forze del centro-destra, dal 1994 tiene in scacco questa sinistra così colta e intelligente che per di più è sostenuta dalle banche più forti, da un bel pezzo di establishment giudiziario, istituzionale e amministrativo e dai presidenti della Repubblica Scalfaro e Ciampi che hanno cambiato i rapporti di forza parlamentari e costituzionali con la nomina di senatori a vita e di giudici costituzionali tutti di centro-sinistra?
Se questa analisi del tutto negativa di Forza Italia fosse vera, ciò vorrebbe dire che la sinistra italiana, anzi questo centro-sinistra, è a un incredibile livello di arretratezza politica, culturale, gestionale, comunicativa e programmatica perché si fa mettere in scacco dai trogloditi di Forza Italia e dal loro leader-caimano. Caro Paolo, scegli tu.
Fabrizio Cicchitto
Intendiamoci, non sempre quelle “analisi” erano azzeccate. Talora lo schematismo ideologico prevaleva, con effetti fuorvianti. Paradossalmente a Togliatti riuscì meglio l’analisi sul fascismo (vedi Lezioni sul fascismo) che non quella su De Gasperi e la Dc (vedi: Per un giudizio equanime sull’opera di De Gasperi, dove di equanime non c’era proprio nulla e il tono pacato copriva una incredibile faziosità politica e culturale). Ma qui sta il punto: dalla svolta del Cominform del 1947 fino agli anni ’70 il Pci sbagliò l’analisi sulla Dc, liquidata come partito clericale, o mera espressione della “borghesia monopolistica” o solo del clientelismo più sfrenato e talora addirittura equiparata al fascismo. Non a caso, lungo quel filone, un socialista di sinistra come Lelio Basso scrisse un libro dal titolo: Due totalitarismi: fascismo e Democrazia Cristiana. Poi negli anni ’70 Bufalini, Chiaromonte, Di Giulio, Aniello Coppola produssero analisi assai articolate sulla Dc che erano anche in funzione della strategia del compromesso storico e che quindi, paradossalmente, talora peccavano di un eccesso di ottimismo. Ovviamente nulla di tutto ciò ai giorni nostri è stato fatto nei confronti di Forza Italia, demonizzata come un partito di plastica, prodotto solo dall’estemporanea azione di Berlusconi che ha lanciato attraverso le “sue televisioni” un prodotto atipico, cioè un partito che in effetti non è un partito. Questa totale assenza di analisi politica su quello che dal 1994 è il maggior partito italiano è un elemento di distorsione nella stessa lucidità del confronto politico.
Tutto ciò, però, dipende da un’involuzione più profonda che riguarda l’ultima fase del Pci e la prima del Pds. In quella fase, così come ci furono indubbi elementi negativi nella Dc e nel Psi, così ci fu una tragica involuzione giustizialista del Pci-Pds. Come ha rilevato in un suo libro il senatore Pellegrino, l’innesto di una cultura giustizialista sulla crisi della tradizionale cultura comunista-storicista ha prodotto effetti devastanti: la Dc e il Psi, e i loro leader, considerati come soggetti criminali da trattare conseguentemente, furono demonizzati e distrutti. Ciò ha prodotto una ferita che ha determinato dei guasti tuttora non risolti e superati.
Ovviamente lo stesso trattamento è stato riservato, successivamente, a Berlusconi e a Forza Italia. Le conseguenze si sono viste: fino al 2001 Berlusconi è stato considerato l’incrocio fra un erede del populismo fascista-peronista e un’escrescenza autoritaria e mafiosa da “spegnere” ad opera di una coalizione di tutti gli onesti. A sua volta, Forza Italia è stato considerato un partito di plastica che si sarebbe rapidamente liquefatto. Dopo il 2001 si è cominciato a ragionare in modo un po’ diverso, ma solo perché l’offensiva giudiziaria è fallita. Allora, se non altro, ci si è preparati a rispondere sul terreno propriamente politico (ma sempre con la speranza che prima o poi la procura di Milano o quella di Palermo trovassero una “pistola fumante”). Ma quale è stata la risposta politica? Essa è consistita in un nuovo, grande fronte popolare: contro Berlusconi e il suo partito di destra bisogna mobilitare tutti, da Turigliatto e Caruso fino a Dini e a Mastella in nome della crociata contro il “male”. Ora le macerie prodotte da questo schematismo, che da tutto è ispirato salvo che da “un’analisi differenziata”, sono davanti a noi: una coalizione di questo tipo riesce a stento a mettere assieme il 50% degli elettori, ma non riesce a governare e sta anche producendo, per reazione alla sua incapacità, quella pericolosa tendenza che è l’antipolitica. Detto tutto questo, passiamo all’analisi differenziata su Forza Italia. In primo luogo Berlusconi e Forza Italia del ’94 non sono esattamente quelli del 2007. Nel 1994 Berlusconi partì da una parte dei suoi quadri aziendali (Publitalia) per inventare un partito che doveva in tutti i modi coprire uno spazio di centro dopo che l’operazione mediatica di Mani Pulite aveva distrutto la Dc, il Psi e i partiti laici. In un primo tempo quello spazio fu coperto non contrastando la prevalente atmosfera “nuovista”. Successivamente, però, le cose sono cambiate. Per un verso Berlusconi ha mantenuto la sua dimensione carismatica e leaderistica, e come contestargliela se tutti, nessuno escluso (vedi ad esempio Bertinotti e Veltroni), hanno cercato di imitarlo vista la dominante dimensione mediatico-televisiva assunta dallo scontro politico?
Per quello che riguarda Forza Italia, partiamo da ciò che hanno scritto Don Gianni Baget Bozzo e Sandro Bondi sul tuo giornale. In primo luogo Berlusconi ha «restituito l’onore alla storia della Dc» (Bondi) e a Bettino Craxi e facendo ciò ha dato vita alla seconda fase di Forza Italia, quella della quale molti osservatori non si sono accorti o non si vogliono accorgere tant’è che anche adesso preferiscono rivolgere la loro attenzione a fatti secondari. Nel corso di questi anni Forza Italia è diventata due cose significative, un partito interclassista e un partito pluriculturale. Forza Italia è un partito interclassista che raccoglie non solo il consenso di coloro che sono titolari di partite Iva, ma anche di un settore assai vasto di lavoro dipendente e di classe operaia (al Nord addirittura la maggioranza) in barba a tutti gli schemi. Un partito che sta fra il 25 e il 30% non può non avere una notevole complessità sociale. Il grosso dei militanti e degli elettori di Forza Italia è di ceto medio e di popolo: basta guardare la gente che va ai comizi di Berlusconi. In Forza Italia sono confluite una parte cospicua del mondo cattolico e democristiano, la maggioranza dell’area liberalsocialista e dei liberali. Anche per l’arroganza e lo schematismo dell’attuale sinistra, Berlusconi ha fatto emergere alla superficie un fiume carsico di cultura cattolica e di cultura liberalsocialista entrambe storicamente contrapposte all’egemonia culturale di stampo comunista, paleo, neo e post. Allora anche tu, caro Paolo, cadi in un grave errore di schematismo se definisci Forza Italia “la destra”: Forza Italia è un partito di centro, anzi, se facciamo i conti con il suo interclassismo e con il suo mix culturale, è un partito di “centro-sinistra” nel senso storico del termine. Non a caso Forza Italia ha portato avanti, fra mille difficoltà e contraddizioni interne, una linea di economia sociale di mercato, di sussidiarietà e non di liberismo estremo. Anche la riflessione neo-colbertista di Giulio Tremonti è originale e atipica. Il riferimento di Forza Italia al Ppe è al partito europeo che aggrega i moderati e non solo i democristiani. In seguito a questa aggregazione nel corso di questi anni Forza Italia - pur fra errori, contraddizioni e livelli discontinui di classe dirigente - si è radicata sul territorio e adesso sta facendo migliaia di congressi comunali e provinciali nei quali elegge i suoi dirigenti. È indubbio che, nata per l’iniziativa di un grande imprenditore televisivo, Forza Italia è uno strano animale: allora, negli anni cinquanta-sessanta, del Pci si disse che era un liocorno, oggi di Forza Italia può dirsi che è un ircocervo.
A chi dice che il centro-sinistra ha fatto un passo in avanti rispetto al centro-destra perché sta dando vita al Partito democratico, rispondiamo che si tratta di un’analisi sbagliata perché questa operazione di aggregazione il centro-destra l’ha fatta nel ’94 proprio con la nascita di Forza Italia la cui composizione interclassista e pluriculturale la colloca aldilà delle divisioni ideologiche del ’900. La grande intuizione di Berlusconi è stata proprio quella di andare al di là degli storici steccati fra laici e cattolici, dando vita a una forza “nuova” su questo terreno. Non c’è dubbio che nel corso di questi anni Forza Italia ha difeso alcune posizioni della chiesa cattolica: lo hanno fatto consapevolmente anche i laici, non per subalternità, ma per la consapevolezza del ruolo del mondo cattolico ieri nello scontro con il comunismo, oggi nei confronti del fondamentalismo islamico. Ricordiamo anche, però, il ruolo svolto da alcune correnti del liberalsocialismo contro il nazismo e il fascismo così come contro il comunismo e che oggi sono schierate sul fronte della difesa dei valori dell’occidente e di Israele nel quadro dello scontro culturale, politico e militare con il fondamentalismo islamico e il terrorismo che esso ha prodotto.
Per quello che riguarda, poi, temi sensibili e controversi quali la fecondazione assistita, l’aborto (mi riferisco anche a recenti polemiche), la libertà di ricerca scientifica, i laici di Forza Italia hanno esplicitamente manifestato le loro posizioni sulla base del principio della libertà di coscienza. Sui Dico vale il disegno di legge presentato dal senatore Biondi al netto delle modifiche proposte dall’abile senatore Salvi.
Caro Paolo, certamente Forza Italia presenta mille aspetti controversi e contestabili, ma ha una sua ricchezza e complessità che gli osservatori di sinistra nel corso di questi anni non hanno per nulla colto. Permettimi una domanda finale: se Berlusconi fosse una specie di caricatura di Mussolini, una sorta di “caimano”, se Forza Italia fosse un partito di plastica che prende voti solo per gli slogan populisti del suo leader, come mai essa, insieme alle altre forze del centro-destra, dal 1994 tiene in scacco questa sinistra così colta e intelligente che per di più è sostenuta dalle banche più forti, da un bel pezzo di establishment giudiziario, istituzionale e amministrativo e dai presidenti della Repubblica Scalfaro e Ciampi che hanno cambiato i rapporti di forza parlamentari e costituzionali con la nomina di senatori a vita e di giudici costituzionali tutti di centro-sinistra?
Se questa analisi del tutto negativa di Forza Italia fosse vera, ciò vorrebbe dire che la sinistra italiana, anzi questo centro-sinistra, è a un incredibile livello di arretratezza politica, culturale, gestionale, comunicativa e programmatica perché si fa mettere in scacco dai trogloditi di Forza Italia e dal loro leader-caimano. Caro Paolo, scegli tu.
Fabrizio Cicchitto
Parlava di casta anche Mussolini. Paolo Guzzanti
Da amico vorrei chiedere a Paolo Mieli, dopo il suo discorso di Capri, a che gioco politico stia giocando e se ne valuta i rischi. Mi spiego. Il direttore del Corriere della Sera, come tutti ricordiamo e come ieri anche lui ha voluto ricordare, nel 2006 ruppe la tradizione di neutralità del suo giornale e invitò a votare per il candidato Prodi. Molti si sorpresero, qualcuno si indignò, il Corriere perse copie, noi ne acquistammo e Prodi vinse per un pugno di voti che oggi Mieli rivendica come determinati dal suo «endorsement». Il governo cominciò subito a sfasciarsi sfasciando anche il Paese. Solo a quel punto, il vecchio e dormiente Golem dell’antipolitica è stato rianimato e mandato in giro a fracassare Parlamento, partiti e quel che restava del rapporto fra cittadini e istituzioni. Spontaneismo nel vento della storia? Ma andiamo! Paolo Mieli e il suo giornale (Beppe Grillo è un comprimario clamoroso ma da solo impotente) sono stati non i cronisti, ma i creatori e portabandiera di questa crociata. E non soltanto perché sono due giornalisti del Corriere quelli che hanno scritto La Casta, il Libretto Rosso della rivoluzione contro il Parlamento, ma perché il Corriere ha dedicato e dedica lenzuolate di pagine per promuovere e incendiare questa campagna distruttiva.
Ieri, alla riunione dei giovani industriali a Capri il direttore del Corriere, sottolineando che parlava da commentatore e non da direttore, ha estratto la clava dell’antipolitica e con quella ha colpito in fronte Prodi attraverso l’espediente retorico di chiedere di «tagliare subito il numero di ministri o sottosegretari» o dimettersi. Va da sé che le parole di Mieli sono musica politica per le nostre orecchie, ma confessiamo egualmente la nostra allarmata perplessità. Davvero Mieli scopre solo oggi l’indecenza anche estetica della ridicola pletora di ministri e sottosegretari dell’uomo e del governo che si vanta di aver sponsorizzato? È possibile che Mieli abbia ceduto ieri ad un soprassalto di sdegno? No: nessuno ha mai potuto accusare Paolo Mieli di improvvisazione. E allora, poiché Prodi è una sua creatura, poiché anche l’antipolitica è una sua creatura, e poiché ieri ha usato una delle sue due creature per colpire l’altra, che cosa dobbiamo pensare se non che il ben ponderato direttore di via Solferino abbia in mente un suo o altrui disegno, una diversa road map? Ma una road map verso dove? È probabile che il Corriere della Sera non abbia mai puntato su Prodi, ma su altro. Nell’attesa della banale rivelazione, al Mieli storico e allo stesso tempo sponsor della rivoluzione contro «la casta» voglio ricordare le parole del Mussolini ormai vittorioso il 28 marzo 1926 proprio a proposito della casta: «Decomponendosi lo Stato che ormai non resisteva più all’azione di sfruttamento e parassitismo dei vecchi partiti, bisognava avere il coraggio di fare la rivoluzione per sommergere, rovesciare distruggere queste caste politiche (...). Queste caste politiche che sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori della vittoria italiana dovevano essere disperse e distrutte».
La storia per fortuna non si ripete, ma gli errori sì e i rischi anche. (il Giornale)
Ieri, alla riunione dei giovani industriali a Capri il direttore del Corriere, sottolineando che parlava da commentatore e non da direttore, ha estratto la clava dell’antipolitica e con quella ha colpito in fronte Prodi attraverso l’espediente retorico di chiedere di «tagliare subito il numero di ministri o sottosegretari» o dimettersi. Va da sé che le parole di Mieli sono musica politica per le nostre orecchie, ma confessiamo egualmente la nostra allarmata perplessità. Davvero Mieli scopre solo oggi l’indecenza anche estetica della ridicola pletora di ministri e sottosegretari dell’uomo e del governo che si vanta di aver sponsorizzato? È possibile che Mieli abbia ceduto ieri ad un soprassalto di sdegno? No: nessuno ha mai potuto accusare Paolo Mieli di improvvisazione. E allora, poiché Prodi è una sua creatura, poiché anche l’antipolitica è una sua creatura, e poiché ieri ha usato una delle sue due creature per colpire l’altra, che cosa dobbiamo pensare se non che il ben ponderato direttore di via Solferino abbia in mente un suo o altrui disegno, una diversa road map? Ma una road map verso dove? È probabile che il Corriere della Sera non abbia mai puntato su Prodi, ma su altro. Nell’attesa della banale rivelazione, al Mieli storico e allo stesso tempo sponsor della rivoluzione contro «la casta» voglio ricordare le parole del Mussolini ormai vittorioso il 28 marzo 1926 proprio a proposito della casta: «Decomponendosi lo Stato che ormai non resisteva più all’azione di sfruttamento e parassitismo dei vecchi partiti, bisognava avere il coraggio di fare la rivoluzione per sommergere, rovesciare distruggere queste caste politiche (...). Queste caste politiche che sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori della vittoria italiana dovevano essere disperse e distrutte».
La storia per fortuna non si ripete, ma gli errori sì e i rischi anche. (il Giornale)
sabato 6 ottobre 2007
S'erano tanto amati. Renzo Foa
Soffriva di un’amnesia Romano Prodi, quando ha detto che nella puntata di Annozero non si può «riscontrare nulla della serietà, della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la giustizia». Aveva dimenticato un quinquennio di grida in difesa della libertà di espressione, lanciate contro il centrodestra al governo, e di lezioni sui limiti del potere politico di fronte all’informazione. Come se il rispetto del galateo debba valere sempre e solo per gli altri.
E che dire poi di Clemente Mastella, ministro dell’Unione, che sente di essere stato collocato nell’elenco dei «linciati» e intima al Cda della Rai di occuparsi del caso, pena una mozione parlamentare di sfiducia?
Dov’è lo stile a cui venivano richiamati gli esponenti della Casa delle libertà, quando a loro volta si sentivano vittime di un linciaggio mediatico ed erano accusati di non avere alcuna dimestichezza con le regole della democrazia?
Per non parlare dei duelli ingaggiati con singoli magistrati, che nella stagione del centrosinistra stanno diventando una norma, mentre in passato erano considerati il segno di un’idea «proprietaria dello Stato».
So che è una ritorsione fin troppo facile. Ma non si può essere nello stesso tempo maestri di bon ton istituzionale e censori di un conduttore televisivo, di un Gip o di un Pm. Non si può essere l’uno e l’altro, a seconda delle convenienze.
Il problema, quello attorno a cui ruota tutto, è un altro ed è uno scontro di potere.
Michele Santoro - così come ha fatto anche Giovanni Floris - ha le sue convinzioni e le esprime svolgendo un mestiere che gli consente di parlare a milioni di persone. Ha la possibilità di incidere su equilibri politici. Può invitare in studio anche un magistrato al centro di una dura controversia con il Guardasigilli. Esercita appunto un potere, che è in aperto contrasto con altri poteri. È un comportamento legittimo? Se ne discuterà all’infinito.
Ma Santoro non può essere considerato un paladino di libertà quando indirizza le sue trasmissioni contro questa o quella figura del centrodestra, mentre non è serio, professionale e appropriato quando elegge a bersaglio questa o quella figura del centrosinistra. Il presidente del Consiglio non può trincerarsi dietro a tre parole per sfuggire alla questione che si pone oggi: alcuni potenti figure dell’informazione e della magistratura hanno preso a bersaglio proprio quella sinistra che a lungo le ha considerate parte attiva della propria impresa. Questo vuol dire una cosa molto semplice e molto importante: si è rotta una vecchia alleanza.
Serietà, professionalità e appropriatezza - per stare alle parole di Prodi - non c’entrano nulla. È più semplicemente in corso una guerra civile a sinistra, facilitata dal grande equivoco nato quando si è sostenuto che informazione e magistratura non facevano politica. Mentre invece la facevano contro il potere del centrodestra come ora cominciano a farla rompendo gli equilibri nell’Unione. I casseurs italiani. (il Giornale)
E che dire poi di Clemente Mastella, ministro dell’Unione, che sente di essere stato collocato nell’elenco dei «linciati» e intima al Cda della Rai di occuparsi del caso, pena una mozione parlamentare di sfiducia?
Dov’è lo stile a cui venivano richiamati gli esponenti della Casa delle libertà, quando a loro volta si sentivano vittime di un linciaggio mediatico ed erano accusati di non avere alcuna dimestichezza con le regole della democrazia?
Per non parlare dei duelli ingaggiati con singoli magistrati, che nella stagione del centrosinistra stanno diventando una norma, mentre in passato erano considerati il segno di un’idea «proprietaria dello Stato».
So che è una ritorsione fin troppo facile. Ma non si può essere nello stesso tempo maestri di bon ton istituzionale e censori di un conduttore televisivo, di un Gip o di un Pm. Non si può essere l’uno e l’altro, a seconda delle convenienze.
Il problema, quello attorno a cui ruota tutto, è un altro ed è uno scontro di potere.
Michele Santoro - così come ha fatto anche Giovanni Floris - ha le sue convinzioni e le esprime svolgendo un mestiere che gli consente di parlare a milioni di persone. Ha la possibilità di incidere su equilibri politici. Può invitare in studio anche un magistrato al centro di una dura controversia con il Guardasigilli. Esercita appunto un potere, che è in aperto contrasto con altri poteri. È un comportamento legittimo? Se ne discuterà all’infinito.
Ma Santoro non può essere considerato un paladino di libertà quando indirizza le sue trasmissioni contro questa o quella figura del centrodestra, mentre non è serio, professionale e appropriato quando elegge a bersaglio questa o quella figura del centrosinistra. Il presidente del Consiglio non può trincerarsi dietro a tre parole per sfuggire alla questione che si pone oggi: alcuni potenti figure dell’informazione e della magistratura hanno preso a bersaglio proprio quella sinistra che a lungo le ha considerate parte attiva della propria impresa. Questo vuol dire una cosa molto semplice e molto importante: si è rotta una vecchia alleanza.
Serietà, professionalità e appropriatezza - per stare alle parole di Prodi - non c’entrano nulla. È più semplicemente in corso una guerra civile a sinistra, facilitata dal grande equivoco nato quando si è sostenuto che informazione e magistratura non facevano politica. Mentre invece la facevano contro il potere del centrodestra come ora cominciano a farla rompendo gli equilibri nell’Unione. I casseurs italiani. (il Giornale)
venerdì 5 ottobre 2007
Comico involontario del Paese irreale. Paolo Guzzanti
Pensavamo di iniziare questo commento proponendo l’apertura di una colletta da mille euro per il ministro Padoa-Schioppa come incentivo a schiodare. Ma il ministro fra le sue numerose mancanze di qualità, manca anche di ogni senso dell’umorismo. Non ride, ma ridacchia e in Parlamento ostenta uno sprezzante disinteresse per l’opposizione comportandosi come se fosse reduce dal Congresso di Vienna, con il suo sorriso da vecchia rastrelliera.
Ieri se ne è uscito con questa storia dei mille euro da mettere in mano ai ragazzi italiani, che lui chiama «bamboccioni», affinché si decidano ad uscire dalla casa paterna per trovarsene finalmente una loro. È sì un comico, ma involontario. Non soltanto provoca gravi danni, come nel caso del generale Speciale e delle tabelle allegate alla Finanziaria (numeri che dicono l’esatto contrario di quel che viene scritto con le parole) ma si improvvisa sociologo di una sociologia da scompartimento ferroviario da cui emerge come un vecchio cocciuto che odia i giovani italiani che per il ministro non sono cittadini che aspettano risposte ai loro problemi, ma fastidiosi bamboccioni nelle cui tasche converrebbe mettere l’equivalente di una buona cena al ristorante affinché smettano di svuotare il frigo e sbriciolare nel salotto.
Vorremmo dire a un tale ministro: lei non ha la più pallida idea del Paese del cui governo infausto lei fa parte. Lei tratta i giovani cittadini come smidollati incapaci di rinunciare ai lussi paterni ed evidentemente non sa che i ragazzi italiani non trovano una casa perché lei e il suo governo avete voluto distruggere le riforme avviate nella scorsa legislatura. Ciò vi costringe a trattare i giovani come viziosi. Se un ragazzo vuole prendere in affitto una topaia non gli bastano oggi tremila euro soltanto per firmare un contratto prima ancora di cominciare a pagare l’affitto. Noi conosciamo giovani costretti ad aspettare secoli prima di potersi permettere il lusso di mettere su famiglia e che convivono con i genitori perché al governo bivaccano dei veri bamboccioni smidollati e pieni di prosopopea. Padoa-Schioppa non sa nulla di italiani, di ragazzi, di case, famiglie e costi. Lui ha sentito dire a cena da amici che i giovani non lasciano la casa paterna e così escogita la mancia da mille euro che spinga almeno i figli degli abbienti a farsi un volo low-cost alle Maldive per tornare abbronzati.
La scelta del termine puerile e odioso di bamboccioni indica poi una infausta attitudine paternalistica e la convinzione che i giovani non abbiano bisogno di una politica che dia loro risposte decenti, ma di una piccola corruzione che li spinga fuori dal salotto di mamma e papà. Signor ministro, tutto ciò conferma che lei è un uomo senza la più pallida idea di chi siano non soltanto i giovani, ma gli italiani tutti, come del resto l’intero governo di cui fa parte e che è ormai detestato quasi tanto quanto merita. (il Giornale)
Ieri se ne è uscito con questa storia dei mille euro da mettere in mano ai ragazzi italiani, che lui chiama «bamboccioni», affinché si decidano ad uscire dalla casa paterna per trovarsene finalmente una loro. È sì un comico, ma involontario. Non soltanto provoca gravi danni, come nel caso del generale Speciale e delle tabelle allegate alla Finanziaria (numeri che dicono l’esatto contrario di quel che viene scritto con le parole) ma si improvvisa sociologo di una sociologia da scompartimento ferroviario da cui emerge come un vecchio cocciuto che odia i giovani italiani che per il ministro non sono cittadini che aspettano risposte ai loro problemi, ma fastidiosi bamboccioni nelle cui tasche converrebbe mettere l’equivalente di una buona cena al ristorante affinché smettano di svuotare il frigo e sbriciolare nel salotto.
Vorremmo dire a un tale ministro: lei non ha la più pallida idea del Paese del cui governo infausto lei fa parte. Lei tratta i giovani cittadini come smidollati incapaci di rinunciare ai lussi paterni ed evidentemente non sa che i ragazzi italiani non trovano una casa perché lei e il suo governo avete voluto distruggere le riforme avviate nella scorsa legislatura. Ciò vi costringe a trattare i giovani come viziosi. Se un ragazzo vuole prendere in affitto una topaia non gli bastano oggi tremila euro soltanto per firmare un contratto prima ancora di cominciare a pagare l’affitto. Noi conosciamo giovani costretti ad aspettare secoli prima di potersi permettere il lusso di mettere su famiglia e che convivono con i genitori perché al governo bivaccano dei veri bamboccioni smidollati e pieni di prosopopea. Padoa-Schioppa non sa nulla di italiani, di ragazzi, di case, famiglie e costi. Lui ha sentito dire a cena da amici che i giovani non lasciano la casa paterna e così escogita la mancia da mille euro che spinga almeno i figli degli abbienti a farsi un volo low-cost alle Maldive per tornare abbronzati.
La scelta del termine puerile e odioso di bamboccioni indica poi una infausta attitudine paternalistica e la convinzione che i giovani non abbiano bisogno di una politica che dia loro risposte decenti, ma di una piccola corruzione che li spinga fuori dal salotto di mamma e papà. Signor ministro, tutto ciò conferma che lei è un uomo senza la più pallida idea di chi siano non soltanto i giovani, ma gli italiani tutti, come del resto l’intero governo di cui fa parte e che è ormai detestato quasi tanto quanto merita. (il Giornale)
giovedì 4 ottobre 2007
Spesa e riforme mancate. Tito Boeri
A quanto ammonta davvero il tesoretto e quale uso ne è stato fatto? E perché è così difficile riuscire ad arrestare la crescita della spesa pubblica?
Due tabelle pubblicate in questi giorni assieme alla manovra finanziaria ci agevolano nel rispondere a tali quesiti, importanti anche nel valutare l’azione di questo governo e la manovra per il 2008. La prima tabella è contenuta nella Nota di aggiornamento al Dpef, da ieri disponibile sul sito del ministero dell’Economia (www.tesoro.it). Ci dice che il totale delle entrate stimato per il 2007 è di 722 miliardi di euro.
Esattamente un anno fa, con la Relazione previsionale e programmatica per il 2007 (disponibile sullo stesso sito) si stimavano le entrate in 704 miliardi. Quindi l’extragettito rispetto alle previsioni nel 2007 è stato di circa 18 miliardi, più di un punto di pil.
Un anno fa si pensava che la crescita dell’economia (soprattutto quella del prodotto nominale, rilevante nel prevedere le entrate) nel 2007 sarebbe stata leggermente più forte di quanto si preveda oggi. Dunque l’extragettito non può essere attribuito a una crescita dell’economia maggiore del previsto: è dovuto ad errori previsivi (più o meno evitabili) o a recupero di evasione o ancora, e più probabile, a entrambi i fattori. Sappiamo anche, dalla stessa tabella, che circa 12 miliardi su 18 sono stati impiegati per coprire maggiore spesa, tutta corrente, anziché ridurre il disavanzo o finanziare investimenti. La spesa corrente ha così continuato a correre alla stessa velocità degli anni precedenti, compresa la legislatura in cui governava il centro-destra: una crescita del 2 per cento all’anno al netto dell’inflazione. La spesa corrente conferma di essere un treno inarrestabile che spazza via differenze di schieramento e cultura politica e procede, lui solo ad alta velocità, in tutte le congiunture. Le prospettive per il 2008 non sono diverse. La spesa corrente continuerà a crescere, più del prodotto interno lordo. Cambiano i governi, si succedono i ministri dell’Economia, ma nessuno riesce a frenare la crescita della spesa. Si propongono regole esoteriche (vi ricordate il metodo Gordon Brown all’italiana?), si producono libri verdi, si fa la voce grossa con i ministri di spesa e con le Regioni, ma alla fine non cambia proprio nulla.
La seconda tabella ci aiuta a capire perché la spesa continua a correre. È stata presentata dal ministro Padoa-Schioppa assieme al disegno di legge finanziaria ed è frutto di un lavoro certosino svolto dai tecnici del ministero dell’Economia nel riclassificare per funzioni il bilancio dello Stato. Rende più trasparente la distribuzione delle risorse pubbliche, ci fa capire come davvero vengono distribuiti i danari pubblici. Cosa ci dice questa tabella (disponibile sul sito di Palazzo Chigi, www.governo.it)? Che il 23 per cento dei fondi pubblici va alle «relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi Regioni ed enti locali. È questo il capitolo che crescerà di più nel 2008 (quasi 7 miliardi in più). Il nostro federalismo è una voragine perché non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene per coprire amministrazioni inefficienti - nella Finanziaria 2008 9,1 miliardi verranno prestati per 30 anni (!) a Campania, Lazio e Sicilia per coprire i loro debiti sanitari - e non si puniscono gli amministratori e politici locali nell’unico modo possibile, vale a dire riducendone la sovranità.
Bisogna davvero, e non solo sulla carta, procedere a nominare direttamente un commissario governativo ad acta per le Regioni in deficit che ricorrono al «prestito» statale, esautorando di fatto i governatori. Procedure di questo tipo sono anche previste sulla carta (ad esempio nel Patto per la salute), ma sin qui nessun governo ha avuto il coraggio di applicarle. Un altro 18 per cento della spesa va al pagamento degli oneri sul debito pubblico. Questo ce la dice lunga sui costi della miopia della nostra classe politica, che osa parlare di «tesoretti» quando dobbiamo destinare quasi un quinto del bilancio a pagare interessi in gran parte a investitori esteri. La terza posta fondamentale è rappresentata dalla spesa pensionistica, che assorbe da sola il 15 per cento delle risorse. E anche qui le riforme non vengono mai portate a termine. Queste tre poste assorbono non solo più delle metà delle risorse disponibili, ma anche quasi due terzi delle risorse mobilizzate nel corso della manovra 2008.
Insomma, grazie a questa tabella capiamo perché la spesa continui a correre. Il fatto è che si continua a ignorare quanto era scritto anche nel primo Dpef di questa legislatura: bisogna varare un vero federalismo fiscale e completare la riforma della previdenza. Un governo che promette di ridurre la spesa senza affrontare queste riforme è poco credibile. Potrà tagliare, al massimo, qualche milione, non certo i miliardi che servirebbero per poi ridurre davvero la pressione fiscale. (la Stampa)
Due tabelle pubblicate in questi giorni assieme alla manovra finanziaria ci agevolano nel rispondere a tali quesiti, importanti anche nel valutare l’azione di questo governo e la manovra per il 2008. La prima tabella è contenuta nella Nota di aggiornamento al Dpef, da ieri disponibile sul sito del ministero dell’Economia (www.tesoro.it). Ci dice che il totale delle entrate stimato per il 2007 è di 722 miliardi di euro.
Esattamente un anno fa, con la Relazione previsionale e programmatica per il 2007 (disponibile sullo stesso sito) si stimavano le entrate in 704 miliardi. Quindi l’extragettito rispetto alle previsioni nel 2007 è stato di circa 18 miliardi, più di un punto di pil.
Un anno fa si pensava che la crescita dell’economia (soprattutto quella del prodotto nominale, rilevante nel prevedere le entrate) nel 2007 sarebbe stata leggermente più forte di quanto si preveda oggi. Dunque l’extragettito non può essere attribuito a una crescita dell’economia maggiore del previsto: è dovuto ad errori previsivi (più o meno evitabili) o a recupero di evasione o ancora, e più probabile, a entrambi i fattori. Sappiamo anche, dalla stessa tabella, che circa 12 miliardi su 18 sono stati impiegati per coprire maggiore spesa, tutta corrente, anziché ridurre il disavanzo o finanziare investimenti. La spesa corrente ha così continuato a correre alla stessa velocità degli anni precedenti, compresa la legislatura in cui governava il centro-destra: una crescita del 2 per cento all’anno al netto dell’inflazione. La spesa corrente conferma di essere un treno inarrestabile che spazza via differenze di schieramento e cultura politica e procede, lui solo ad alta velocità, in tutte le congiunture. Le prospettive per il 2008 non sono diverse. La spesa corrente continuerà a crescere, più del prodotto interno lordo. Cambiano i governi, si succedono i ministri dell’Economia, ma nessuno riesce a frenare la crescita della spesa. Si propongono regole esoteriche (vi ricordate il metodo Gordon Brown all’italiana?), si producono libri verdi, si fa la voce grossa con i ministri di spesa e con le Regioni, ma alla fine non cambia proprio nulla.
La seconda tabella ci aiuta a capire perché la spesa continua a correre. È stata presentata dal ministro Padoa-Schioppa assieme al disegno di legge finanziaria ed è frutto di un lavoro certosino svolto dai tecnici del ministero dell’Economia nel riclassificare per funzioni il bilancio dello Stato. Rende più trasparente la distribuzione delle risorse pubbliche, ci fa capire come davvero vengono distribuiti i danari pubblici. Cosa ci dice questa tabella (disponibile sul sito di Palazzo Chigi, www.governo.it)? Che il 23 per cento dei fondi pubblici va alle «relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi Regioni ed enti locali. È questo il capitolo che crescerà di più nel 2008 (quasi 7 miliardi in più). Il nostro federalismo è una voragine perché non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene per coprire amministrazioni inefficienti - nella Finanziaria 2008 9,1 miliardi verranno prestati per 30 anni (!) a Campania, Lazio e Sicilia per coprire i loro debiti sanitari - e non si puniscono gli amministratori e politici locali nell’unico modo possibile, vale a dire riducendone la sovranità.
Bisogna davvero, e non solo sulla carta, procedere a nominare direttamente un commissario governativo ad acta per le Regioni in deficit che ricorrono al «prestito» statale, esautorando di fatto i governatori. Procedure di questo tipo sono anche previste sulla carta (ad esempio nel Patto per la salute), ma sin qui nessun governo ha avuto il coraggio di applicarle. Un altro 18 per cento della spesa va al pagamento degli oneri sul debito pubblico. Questo ce la dice lunga sui costi della miopia della nostra classe politica, che osa parlare di «tesoretti» quando dobbiamo destinare quasi un quinto del bilancio a pagare interessi in gran parte a investitori esteri. La terza posta fondamentale è rappresentata dalla spesa pensionistica, che assorbe da sola il 15 per cento delle risorse. E anche qui le riforme non vengono mai portate a termine. Queste tre poste assorbono non solo più delle metà delle risorse disponibili, ma anche quasi due terzi delle risorse mobilizzate nel corso della manovra 2008.
Insomma, grazie a questa tabella capiamo perché la spesa continui a correre. Il fatto è che si continua a ignorare quanto era scritto anche nel primo Dpef di questa legislatura: bisogna varare un vero federalismo fiscale e completare la riforma della previdenza. Un governo che promette di ridurre la spesa senza affrontare queste riforme è poco credibile. Potrà tagliare, al massimo, qualche milione, non certo i miliardi che servirebbero per poi ridurre davvero la pressione fiscale. (la Stampa)
Birmania - Chiamiamolo comunismo. Massimo Introvigne
Diceva Napoleone che ci vuole coraggio per chiamare gatto un gatto e sconfitta una sconfitta. Oggi ci vuole ancora più coraggio per chiamare comunista un comunista. La parola, giustamente, fa paura.
Il maggiore specialista accademico mondiale del comunismo, Robert Service, nel suo recente Compagni! lo ha definito il peggiore cancro che abbia attaccato nella storia l'organismo umanità, esibendo come prova un costo umano certamente superiore ai cento milioni di morti. Perfino in Cina e in Vietnam si dibatte se il termine «comunista» designi ancora adeguatamente l'attuale regime misto di autoritarismo e mercato.
Sono rimasti tre i Paesi in cui partiti che si definiscono orgogliosamente comunisti tengono in piedi i governi: Cuba, la Corea del Nord e l'Italia.
L'anomalia italiana, unica in Occidente, spiega un curioso atteggiamento dei media e in particolare della televisione e della radio di Stato a proposito di quanto sta accadendo in Birmania (ribattezzata dal regime Myanmar).
Mentre in America o in Francia si parla tranquillamente delle origini comuniste del regime di Rangoon, il telespettatore italiano che ignori tutto della Birmania ha scoperto negli ultimi giorni che è governata da una «dittatura», così da essere autorizzato a pensare che nel lontano Paese asiatico siano al potere i nipotini di Pinochet. Un giornale radio ha perfino parlato di «dittatura fascista», forse inducendo qualcuno a controllare nei libri di storia se dopo la marcia su Roma i quadrumviri non abbiano fatto un salto in Birmania per fondare il fascio di Rangoon.
Non è proprio così. Dal 1962 al 1988 il regime birmano è un tipico regime comunista, guidato da un gruppo di militari marxisti il cui capo, il generale Ne Win (morto nel 2002), promuove una disastrosa «via birmana al socialismo», imponendo un'economia rigorosamente collettivista che riduce il Paese alla fame mentre la repressione fa qualche migliaio di morti. Nel 1988 i birmani - già allora guidati dalla Lega per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Ky, figlia del padre dell'indipendenza nazionale - non ne possono più e scendono in piazza. Ne Win è estromesso dal potere, sostituito da una giunta militare che elimina prudentemente dal suo partito il nome «socialista» - sostituito da un richiamo vagamente minaccioso a «legge e ordine» - e promette libere elezioni.
Quando nel 1990 la LND vince le elezioni, i generali ne arrestano i dirigenti e tornano a un sistema che assomiglia come un fratello gemello al vecchio regime comunista, salvo che non si parla più di comunismo e s'incoraggiano gli investimenti stranieri offrendo anche il lavoro semi-gratuito di detenuti comuni e politici.
Ma non è questione di nomi. Tutti gli uomini forti dell'attuale governo vengono dal vecchio Partito del Programma Socialista (cioè, dal Partito comunista birmano) di cui l'attuale presidente, il generale Than Shwe, è stato il braccio armato nella repressione del 1988. Dal punto di vista della retorica, dei diritti umani, della (non) libertà di stampa e di associazione la Birmania rimane un regime di matrice comunista. Se si eccettua la presenza delle multinazionali straniere, l'attività economica resta ampiamente nelle mani dello Stato.
I morti fatti dalle truppe che sparano sulla folla in Birmania non sono vittime di una generica «dittatura», ma di un regime post-comunista che è «post» solo in quanto almeno si vergogna d'invocare il nome del comunismo, pur mantenendone la sostanza. In Italia non ci si vergogna neppure del nome. (il Giornale)
Il maggiore specialista accademico mondiale del comunismo, Robert Service, nel suo recente Compagni! lo ha definito il peggiore cancro che abbia attaccato nella storia l'organismo umanità, esibendo come prova un costo umano certamente superiore ai cento milioni di morti. Perfino in Cina e in Vietnam si dibatte se il termine «comunista» designi ancora adeguatamente l'attuale regime misto di autoritarismo e mercato.
Sono rimasti tre i Paesi in cui partiti che si definiscono orgogliosamente comunisti tengono in piedi i governi: Cuba, la Corea del Nord e l'Italia.
L'anomalia italiana, unica in Occidente, spiega un curioso atteggiamento dei media e in particolare della televisione e della radio di Stato a proposito di quanto sta accadendo in Birmania (ribattezzata dal regime Myanmar).
Mentre in America o in Francia si parla tranquillamente delle origini comuniste del regime di Rangoon, il telespettatore italiano che ignori tutto della Birmania ha scoperto negli ultimi giorni che è governata da una «dittatura», così da essere autorizzato a pensare che nel lontano Paese asiatico siano al potere i nipotini di Pinochet. Un giornale radio ha perfino parlato di «dittatura fascista», forse inducendo qualcuno a controllare nei libri di storia se dopo la marcia su Roma i quadrumviri non abbiano fatto un salto in Birmania per fondare il fascio di Rangoon.
Non è proprio così. Dal 1962 al 1988 il regime birmano è un tipico regime comunista, guidato da un gruppo di militari marxisti il cui capo, il generale Ne Win (morto nel 2002), promuove una disastrosa «via birmana al socialismo», imponendo un'economia rigorosamente collettivista che riduce il Paese alla fame mentre la repressione fa qualche migliaio di morti. Nel 1988 i birmani - già allora guidati dalla Lega per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Ky, figlia del padre dell'indipendenza nazionale - non ne possono più e scendono in piazza. Ne Win è estromesso dal potere, sostituito da una giunta militare che elimina prudentemente dal suo partito il nome «socialista» - sostituito da un richiamo vagamente minaccioso a «legge e ordine» - e promette libere elezioni.
Quando nel 1990 la LND vince le elezioni, i generali ne arrestano i dirigenti e tornano a un sistema che assomiglia come un fratello gemello al vecchio regime comunista, salvo che non si parla più di comunismo e s'incoraggiano gli investimenti stranieri offrendo anche il lavoro semi-gratuito di detenuti comuni e politici.
Ma non è questione di nomi. Tutti gli uomini forti dell'attuale governo vengono dal vecchio Partito del Programma Socialista (cioè, dal Partito comunista birmano) di cui l'attuale presidente, il generale Than Shwe, è stato il braccio armato nella repressione del 1988. Dal punto di vista della retorica, dei diritti umani, della (non) libertà di stampa e di associazione la Birmania rimane un regime di matrice comunista. Se si eccettua la presenza delle multinazionali straniere, l'attività economica resta ampiamente nelle mani dello Stato.
I morti fatti dalle truppe che sparano sulla folla in Birmania non sono vittime di una generica «dittatura», ma di un regime post-comunista che è «post» solo in quanto almeno si vergogna d'invocare il nome del comunismo, pur mantenendone la sostanza. In Italia non ci si vergogna neppure del nome. (il Giornale)
mercoledì 3 ottobre 2007
Il Cavaliere ha ragione. Arturo Diaconale
Silvio Berlusconi sostiene che dopo il 14 ottobre ogni giorno è buono per assistere alla definitiva scomparsa del governo di Romano Prodi. Fissare date per avvenimenti ipotetici è sempre azzardato. Ma questa volta non si può dare torto al leader della Casa delle Libertà. Il 14 ottobre è il giorno delle primarie del nuovo Partito Democratico, quello in cui si assisterà all’incoronazione a segretario del nuovo soggetto politico nato dalla fusione tra Margherita e Ds di Walter Veltroni. E dal giorno dopo l’attuale sindaco di Roma sarà costretto a dimostrare che il Pd non è la riedizione del passato Ulivo ma un partito radicalmente nuovo. Come? Sostenendo che il futuro dei democratici non passa più attraverso l’intesa obbligatoria con la sinistra antagonista. Così, mentre Romano Prodi per difendere il proprio governo dovrà difendere con le unghie e con i denti il patto con Fausto Bertinotti, il segretario del più grande partiti della coalizione governativa si muoverà con forza e determinazione nella direzione opposta.
Basta questo per dimostrare che la previsione di Berlusconi è attendibile? Per convincersi chi ha dubbi in proposito non deve far altro che tenere conto della street parade di Bologna dei giorni scorsi e dell’andamento delle assemblee di fabbrica sull’accordo relativo al welfare iniziate a Mirafiori e destinate a concludersi entro la metà del mese. Nel capoluogo felsineo, a dispetto della richiesta del sindaco Cofferati di vedere vietata la manifestazione, la Questura ha autorizzato una festa in piazza organizzata dai centri sociali che è andata avanti per tutta la notte e si è conclusa alle dieci del mattino tra le proteste dei cittadini per il rumore e la sporcizia provocati dagli allegri manifestanti. Cofferati se l’è presa con il Ministro Giuliano Amato. Ma contro il sindaco si è schierata Rifondazione preoccupata di perdere la propria base elettorale che si aggrega attorno ai centri sociali.
A Mirafiori e nelle altre grandi fabbriche i risultati delle assemblee hanno dimostrato che gli eredi della parte più nobile e più dura della classe operaia non intende subire il ricatto di Guglielmo Epifani. Dalle due vicende emerge con chiarezza che su sicurezza e sulle questioni sociali la base della sinistra antagonista non intende più seguire i propri partiti di riferimento nella politica dei sacrifici in nome del governo Prodi. Così Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani debbono loro malgrado registrare che i lavoratori delle grandi fabbriche li stanno abbandonando. Prodi può reggere l’impatto devastante di queste spinte centrifughe a cui si aggiungono quelle dei centristi nemici del Pd e della sinistra antagonista? Vuoi vedere che questa volta il Cavaliere ha ragione? (l'Opinione)
Basta questo per dimostrare che la previsione di Berlusconi è attendibile? Per convincersi chi ha dubbi in proposito non deve far altro che tenere conto della street parade di Bologna dei giorni scorsi e dell’andamento delle assemblee di fabbrica sull’accordo relativo al welfare iniziate a Mirafiori e destinate a concludersi entro la metà del mese. Nel capoluogo felsineo, a dispetto della richiesta del sindaco Cofferati di vedere vietata la manifestazione, la Questura ha autorizzato una festa in piazza organizzata dai centri sociali che è andata avanti per tutta la notte e si è conclusa alle dieci del mattino tra le proteste dei cittadini per il rumore e la sporcizia provocati dagli allegri manifestanti. Cofferati se l’è presa con il Ministro Giuliano Amato. Ma contro il sindaco si è schierata Rifondazione preoccupata di perdere la propria base elettorale che si aggrega attorno ai centri sociali.
A Mirafiori e nelle altre grandi fabbriche i risultati delle assemblee hanno dimostrato che gli eredi della parte più nobile e più dura della classe operaia non intende subire il ricatto di Guglielmo Epifani. Dalle due vicende emerge con chiarezza che su sicurezza e sulle questioni sociali la base della sinistra antagonista non intende più seguire i propri partiti di riferimento nella politica dei sacrifici in nome del governo Prodi. Così Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani debbono loro malgrado registrare che i lavoratori delle grandi fabbriche li stanno abbandonando. Prodi può reggere l’impatto devastante di queste spinte centrifughe a cui si aggiungono quelle dei centristi nemici del Pd e della sinistra antagonista? Vuoi vedere che questa volta il Cavaliere ha ragione? (l'Opinione)
martedì 2 ottobre 2007
I tre errori fatali degli ex Pci. Gianni Baget Bozzo
Il governo Prodi è divenuto un lungo interregno, non può né governare né cadere. Ma la sua esperienza mette in crisi non tanto un governo, quanto la governabilità italiana. Il fenomeno Grillo mostra che la base più giovane della sinistra, quella che usa i computer, è in stato di disaffezione. E il fattore comico della crisi è che Marco Follini, che mise in crisi il governo Berlusconi, annunci la fine del governo Prodi. Veramente il calcio dell'asino.
La sinistra in Italia vuol dire il Pci, che ha determinato l'interpretazione canonica della storia della Repubblica e della Costituzione. E ora la sua classe dirigente mostra la volontà di sopprimerlo, legandolo a un improbabile partito con le clientele democristiane del Sud. È questo fatto che tocca la governabilità italiana: la sinistra è divenuta anch’essa, per usare le parole del nuovo teorico della fine del capitalismo, Toni Negri, una «moltitudine». Questo incide sulla governabilità italiana anche di un governo di centrodestra e rende il caso italiano unico in Europa come crisi della nazione e dello Stato. In Europa la sinistra socialdemocratica è vigorosa ed è di fatto un partito unico della sinistra.
Tre errori sono stati commessi dalla dirigenza comunista seguita alla svolta della Bolognina. Il primo avvenne durante Mani Pulite, quando Occhetto e D'Alema decisero di puntare sulla fine del Psi e sulla scomparsa di Bettino Craxi, cioè del vero fondatore della socialdemocrazia italiana. Togliatti non avrebbe mai commesso questo errore. Avrebbe potuto benissimo puntare, come fece Luigi Longo nel quinto congresso del Pci, alla fusione dei due partiti. Non lo fece. Il Pds divenne così, per un breve periodo, l’unico partito nella prima Repubblica rimasto in piedi e quindi il custode della Costituzione. Troppo: per questo nacque Forza Italia, come forza diversa da quelle tradizionali destinata a rimanere.
Il secondo errore fu quello di fare della lotta a Berlusconi il collante di una alleanza che non aveva altro contenuto politico. Questo errore non lo fece Massimo D'Alema, che tentò in qualche modo di agganciare il Pds all'Occidente, mettendo in crisi il governo Prodi e partecipando alla guerra nei Balcani. Ma la sinistra, anche nel Pds, era divenuta antagonista all'Occidente e non accettò la linea del suo massimo dirigente. Essa non aveva più il genio dell'unità nazionale e del compromesso storico, era divenuta una sinistra antioccidentale; e, per questo, non poteva che perdere la sua identità e divenire «moltitudine». La mancata scelta socialdemocratica finiva col distruggere l'identità del Pci. Un vero paradosso storico, che mostra come fosse nel giusto Bettino Craxi nel proporre al Pci l'unità socialista. Era il modo di salvare l'identità comunista oggi perduta.
Il terzo errore è quello di liquidare anche il Ds, spaccando il partito e consegnando la sua legittimazione politica alle clientele democristiane del Sud: a Ciriaco De Mita e a Franco Marini. La Dc si era sciolta perché politicamente esaurita. I comunisti avevano benedetto la sinistra democristiana salvandola da Mani Pulite, oggi si acconciano a farsi legittimare da essa.
Non sappiamo cosa accadrà del governo Prodi: se verranno nuove elezioni e con quale governo, se ci sarà un governo istituzionale. Ma questa incertezza è la conseguenza del fatto fondamentale: l'autoliquidazione del partito più storico della democrazia italiana. Berlusconi cercò a lungo l’intesa con D’Alema, pensò persino di farlo Presidente della Repubblica. Ma ormai, dopo la campagna elettorale anti-Berlusconi, non era possibile, neanche al leader di centrodestra, imporre una tale svolta al suo elettorato. Per questo l’Italia vive una crisi combinata della democrazia, della nazione e dello Stato non conosciuta da nessun altra nazione europea. (la Stampa)
La sinistra in Italia vuol dire il Pci, che ha determinato l'interpretazione canonica della storia della Repubblica e della Costituzione. E ora la sua classe dirigente mostra la volontà di sopprimerlo, legandolo a un improbabile partito con le clientele democristiane del Sud. È questo fatto che tocca la governabilità italiana: la sinistra è divenuta anch’essa, per usare le parole del nuovo teorico della fine del capitalismo, Toni Negri, una «moltitudine». Questo incide sulla governabilità italiana anche di un governo di centrodestra e rende il caso italiano unico in Europa come crisi della nazione e dello Stato. In Europa la sinistra socialdemocratica è vigorosa ed è di fatto un partito unico della sinistra.
Tre errori sono stati commessi dalla dirigenza comunista seguita alla svolta della Bolognina. Il primo avvenne durante Mani Pulite, quando Occhetto e D'Alema decisero di puntare sulla fine del Psi e sulla scomparsa di Bettino Craxi, cioè del vero fondatore della socialdemocrazia italiana. Togliatti non avrebbe mai commesso questo errore. Avrebbe potuto benissimo puntare, come fece Luigi Longo nel quinto congresso del Pci, alla fusione dei due partiti. Non lo fece. Il Pds divenne così, per un breve periodo, l’unico partito nella prima Repubblica rimasto in piedi e quindi il custode della Costituzione. Troppo: per questo nacque Forza Italia, come forza diversa da quelle tradizionali destinata a rimanere.
Il secondo errore fu quello di fare della lotta a Berlusconi il collante di una alleanza che non aveva altro contenuto politico. Questo errore non lo fece Massimo D'Alema, che tentò in qualche modo di agganciare il Pds all'Occidente, mettendo in crisi il governo Prodi e partecipando alla guerra nei Balcani. Ma la sinistra, anche nel Pds, era divenuta antagonista all'Occidente e non accettò la linea del suo massimo dirigente. Essa non aveva più il genio dell'unità nazionale e del compromesso storico, era divenuta una sinistra antioccidentale; e, per questo, non poteva che perdere la sua identità e divenire «moltitudine». La mancata scelta socialdemocratica finiva col distruggere l'identità del Pci. Un vero paradosso storico, che mostra come fosse nel giusto Bettino Craxi nel proporre al Pci l'unità socialista. Era il modo di salvare l'identità comunista oggi perduta.
Il terzo errore è quello di liquidare anche il Ds, spaccando il partito e consegnando la sua legittimazione politica alle clientele democristiane del Sud: a Ciriaco De Mita e a Franco Marini. La Dc si era sciolta perché politicamente esaurita. I comunisti avevano benedetto la sinistra democristiana salvandola da Mani Pulite, oggi si acconciano a farsi legittimare da essa.
Non sappiamo cosa accadrà del governo Prodi: se verranno nuove elezioni e con quale governo, se ci sarà un governo istituzionale. Ma questa incertezza è la conseguenza del fatto fondamentale: l'autoliquidazione del partito più storico della democrazia italiana. Berlusconi cercò a lungo l’intesa con D’Alema, pensò persino di farlo Presidente della Repubblica. Ma ormai, dopo la campagna elettorale anti-Berlusconi, non era possibile, neanche al leader di centrodestra, imporre una tale svolta al suo elettorato. Per questo l’Italia vive una crisi combinata della democrazia, della nazione e dello Stato non conosciuta da nessun altra nazione europea. (la Stampa)
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