Mediobanca analizza il mondo delle Coop, guarda i numeri, studia la struttura, e dà ragione a quello che qui abbiamo scritto. Avevo sostenuto, tra l’altro, che i supermercati Coop sono una mascheratura, per ottenere un vantaggio fiscale, un tradimento del dettato costituzionale. Dopo la pubblicazione dell’articolo ho ricevuto reazioni che si dividevano in due categorie: dipendenti ed ex dipendenti, che applaudivano, mentre i rossi militanti del carrello inveivano. Adesso Mediobanca, con il rapporto R&S, avverte: guardate che le Coop sono una banca. E’ vero, ma sleale.
Il vantaggio fiscale, che rende sleale la competizione, ruota attorno ad una finzione: coloro che posseggono quote delle cooperative non sono considerati investitori, o risparmiatori, come vale per qualsiasi altra società o banca, ma “soci”, intendendosi per tali dei soggetti direttamente coinvolti nella finalità mutualistica della cooperativa, senza alcun fine di speculazione. Per tale motivo, e facendo riferimento all’articolo 45 della Costituzione, il regime fiscale per i soldi versati dai soci è di favore: 20, anziché 27% degli interessi. Aliquota che, fino a due anni fa, era del 12,5%.
Grazie a questo vantaggio, e con i soldi versati da quelli che si pretende siano soci, ma, in realtà, sono dipendenti o clienti, le Coop si finanziano ad un costo inferiore, rispetto agli altri. Quindi, alla fine, non ci si deve stupire se, con 11,7 miliardi di fatturato, equivalgono al doppio dei loro concorrenti. Se possono disporre di 957 punti vendita, contro i 135 di Esselunga (per avere un riferimento), complice anche la benevola accoglienza, alle cooperative riservata dalle amministrazioni locali amiche. E non c’è da stupirsi se, grazie al meccanismo descritto, le Coop raccolgono un “prestito soci” pari a 11,3 miliardi, vale a dire il doppio del risparmio raccolto da Mediolanum (sempre per avere un riferimento).
Il finanziamento a basso costo consente di fare cassa per pagare i fornitori, in questo modo tagliando i tempi, rispetto ai concorrenti. Siccome nessuno fa beneficenza, è ragionevole supporre che avendo maggiore disponibilità liquida, e pagando prima, le Coop spuntino migliori prezzi. E questo altera la concorrenza, già zoppa per gli altri motivi.
Una parola sui “soci”, e i loro “prestiti”. Dopo avere letto l’articolo mi ha scritto uno dei dipendenti, anticipando Mediobanca e raccontando che il supermercato è, appunto, una banca, ma affermando che i versamenti non sono affatto volontari, perché si ha la facoltà, ma di fatto l’obbligo, di versare lo stipendio sulla tessera Coop, che può essere utilizzata come un bancomat. E’ chiaro? Non solo sono fiscalmente avvantaggiati, ma esercitano, sui dipendenti, un controllo ed una guida che sarebbe considerata abominevole in qualsiasi altro luogo.
Che ci fanno, con tutti questi bei soldoni? Esattamente quel che avevamo scritto: una parte va in attività finanziarie, che, facendo marameo alla Costituzione, sono speculative per definizione, e una parte serve a consolidare il potere economico e politico. Con quei soldi, le nove grandi Coop hanno in portafoglio il 57,23% della Holmo, società holding, che, a sua volta, controlla Unipol (quella di Consorte e Sacchetti, quella di “abbiamo una banca”, quelli dei 50 milioni all’estero, per intenderci). Non contente, hanno comprato anche 5,5% della banca Unipol, così come posseggono il 3,62% di Montepaschi di Siena, che non solo rientra nella galassia politico-amministrativo-finanziaria del potere rosso, ma è anche l’altro socio in Holmo. Della serie: meglio tenersi per le palle, che non si sa mai. E siccome, a forza di giocare con la finanza, ci si prende gusto, hanno anche il 90,05% della Singest, società d’intermediazione mobiliare. Cosa, tutto questo, abbia a che vedere con il costituzionalizzato ideale cooperativo, con la mutualistica ed il ripudio della speculazione, è mistero glorioso di fin troppo facile soluzione.
La corsa alla crescita commerciale ed all’arricchimento è uno sport salutare. Per chi lo pratica e per la collettività che lo circonda. Si devono rispettare le leggi, naturalmente, altrimenti si tratta di disciplina diversa. Nel caso delle Coop, però, è proprio il travestimento a sfregiare il mercato, dato che si applicano al più grande gruppo della distribuzione le regole che erano state concepite per gli agricoltori che si riunivano in cooperativa, mettevano in comune i macchinari, portavano l’uva all’ammasso presso la cantina sociale e così provavano, mettendo capitale e lavoro nelle stesse mani, a farsi strada in un mercato in cui la loro singola dimensione era troppo piccola. Minuscola. Qui abbiamo a che fare con un gigante, e lo tassiamo come fosse un lillipuziano. Senza contare che il capitale se ne sta ben lontano dal lavoro.
Tutto questo, al netto della documentata eventualità che i loro amati soci-lavoratori, nonché finanziatori, li abbiano anche spiati. Li considerano preziosi, e hanno ragione. Lo è anche la trasparenza del mercato e la parità di condizioni nella competizione, ragione per cui, del tutto a prescindere dall’eventuale questione penale, alla materia occorre mettere mano.
giovedì 21 gennaio 2010
mercoledì 20 gennaio 2010
L'avviso a Vendola. Davide Giacalone
Nichi Vendola può essere felice: qualche anno fa l’avviso di garanzia non avrebbe posto fine solo alla sua vita politica, ma direttamente a quella civile. Ora, grazie a cose positive, come la lunga, solitaria e maltrattata battaglia di noi garantisti, e a cose negative, come la bancarotta della giustizia, sicché non contano più le innocenze, non contano le condanne e non contano le accuse, la partita si gioca in condizioni diverse. Vendola può dire che le accuse a lui rivolte sono un modo per inquinare la vita politica, senza che gli diano del berlusconiano, senza che la magistratura associata gli dia dell’eversore. Se la goda.
L’avviso a Vendola, dicono, è un “atto dovuto”. Questa storia è ridicola: o sono tutti atti dovuti, e sono tutti atti voluti. Non ci sono regole particolari, per i figli della gallina rossa. Piuttosto, si ragioni sulla forma e sulla sostanza, vale a dire, sulla giustizia e sulla sanità, per trarne utili lezioni.
L’inchiesta si trascina da tempo, condita con le solite intercettazioni telefoniche, ed è proprio una conversazione, fra il governatore della regione ed un assessore, risalente alla primavera 2008, ad avere indirizzato le indagini. In quella Vendola chiedeva conto della nomina di un primario. L’avviso di garanzia arriva adesso, a pochi giorni dalle primarie e a poche settimane dalle elezioni regionali, ma la notizia dell’indagine, con i particolari del rapporto dei carabinieri, circola da due mesi. Insomma, mettiamola nel modo più accomodante: le lentezze della giustizia trascinano un procedimento che, inevitabilmente, si sovrappone ed interferisce con la vita politica. E’, lo ripeto, la più accomodante delle ipotesi.
E veniamo al merito. Il candidato al posto di primario è persona di livello e Vendola chiede conto del perché non viene scelto. L’assessore, dal canto suo, non nega le qualità del potenziale primario, ma fa presente di riceve molte pressioni in senso contrario. Vendola, insomma, in questa rozza semplificazione, è dalla parte del bene, tant’è che, oggi, afferma che gli si dovrebbero fare i complimenti. Invece no, perché gli sfugge la cosa più rilevante: per quale ragione due politici stanno discutendo di chi deve fare il primario? La risposta è: perché il sistema sanitario italiano, pedestremente regionalizzato, non solo è lottizzato e politicamente spartito, ma ad un livello sempre più basso. Il dovere di un politico, in questa condizione, non è quello di piazzare il primario migliore, perché nessuno saprà se è realmente tale o solo un suo devoto cliente, ma quello di smontare la macchina burocratico clientelare che umilia i tanti sanitari di livello.
Guardate i bilanci regionali, sono quasi tutti scassati. Guardate dentro i debiti, e ci trovate prevalentemente la sanità. Ciò è dovuto al fatto che si prestano ai cittadini servizi di valore superiore alle tasse riscosse? Sì, ma solo in minima parte. La più significativa profondità del buco si deve al fatto che la spesa sanitaria è completamente fuori controllo. Esempio: una qualsiasi fornitura può essere pagata diversamente non solo da regione a regione, o da città e città, ma delle singole Asl. Le multinazionali centralizzano gli acquisti, per evitare creste e furti, noi abbiamo decentralizzato l’acquisto delle siringhe, per moltiplicare entrambi.
A questo si aggiunga un elemento decisivo: la spesa sanitaria è così vasta da alimentare interessi più forti della politica che pensa, o pretende, di amministrarli, pertanto capita che sia gli affaristi che i funzionari più potenti siano divenuti “trasversali”, nel senso che fanno affari con gli uni e con gli altri. Questo, però, non evidenzia la serenità dei rapporti fra i due poli politici, ma la loro subalternità agli interessi economici. Detto in maniera più brutale: la politica può anche inzupparci il biscotto, ma non conta nulla.
Significativo, in tal senso, quel che ha detto l’assessore pugliese alla salute, Tommaso Fiore: “Devo capire se sono stato un anno lì dentro a governare un sistema criminale oppure no. Ci sono tre possibili alternative: o questa teoria (l’accusa n.d.r.) è falsa; o questa teoria è vera e quindi io non ho il diritto, come capo criminale, di parlare; oppure io sono un imbecille, non essendomi accorto di tutto questo e quindi ugualmente non ho il diritto di parlare”. Ha ragione, e nella sua stessa condizione si trova Vendola, come chiunque amministri quella macchina senza avvertire che va cambiata.
Concludendo: se le accuse sono fondate, o meno, potremo saperlo solo attendendo un verdetto, non istruendo processi in piazza, e siccome la giustizia italiana fa pena, contiamo di avere Vendola e compagni al fianco, da ora in poi, nella nostra battaglia per il diritto ed i diritti. Se non ci saranno, come suppongo, se continueranno a campare al vento dell’antiberlusconismo, alimentato anche da giustizialismo, meritano di pagare l’ingiusto prezzo delle inchieste. Se le accuse sono fondate, invece, meritano la condanna. Se non lo sono, infine, ma loro non avevano capito, meritano d’essere mandati a casa. Cosa che possono fare prima i militanti della sinistra e, poi, gli elettori pugliesi.
L’avviso a Vendola, dicono, è un “atto dovuto”. Questa storia è ridicola: o sono tutti atti dovuti, e sono tutti atti voluti. Non ci sono regole particolari, per i figli della gallina rossa. Piuttosto, si ragioni sulla forma e sulla sostanza, vale a dire, sulla giustizia e sulla sanità, per trarne utili lezioni.
L’inchiesta si trascina da tempo, condita con le solite intercettazioni telefoniche, ed è proprio una conversazione, fra il governatore della regione ed un assessore, risalente alla primavera 2008, ad avere indirizzato le indagini. In quella Vendola chiedeva conto della nomina di un primario. L’avviso di garanzia arriva adesso, a pochi giorni dalle primarie e a poche settimane dalle elezioni regionali, ma la notizia dell’indagine, con i particolari del rapporto dei carabinieri, circola da due mesi. Insomma, mettiamola nel modo più accomodante: le lentezze della giustizia trascinano un procedimento che, inevitabilmente, si sovrappone ed interferisce con la vita politica. E’, lo ripeto, la più accomodante delle ipotesi.
E veniamo al merito. Il candidato al posto di primario è persona di livello e Vendola chiede conto del perché non viene scelto. L’assessore, dal canto suo, non nega le qualità del potenziale primario, ma fa presente di riceve molte pressioni in senso contrario. Vendola, insomma, in questa rozza semplificazione, è dalla parte del bene, tant’è che, oggi, afferma che gli si dovrebbero fare i complimenti. Invece no, perché gli sfugge la cosa più rilevante: per quale ragione due politici stanno discutendo di chi deve fare il primario? La risposta è: perché il sistema sanitario italiano, pedestremente regionalizzato, non solo è lottizzato e politicamente spartito, ma ad un livello sempre più basso. Il dovere di un politico, in questa condizione, non è quello di piazzare il primario migliore, perché nessuno saprà se è realmente tale o solo un suo devoto cliente, ma quello di smontare la macchina burocratico clientelare che umilia i tanti sanitari di livello.
Guardate i bilanci regionali, sono quasi tutti scassati. Guardate dentro i debiti, e ci trovate prevalentemente la sanità. Ciò è dovuto al fatto che si prestano ai cittadini servizi di valore superiore alle tasse riscosse? Sì, ma solo in minima parte. La più significativa profondità del buco si deve al fatto che la spesa sanitaria è completamente fuori controllo. Esempio: una qualsiasi fornitura può essere pagata diversamente non solo da regione a regione, o da città e città, ma delle singole Asl. Le multinazionali centralizzano gli acquisti, per evitare creste e furti, noi abbiamo decentralizzato l’acquisto delle siringhe, per moltiplicare entrambi.
A questo si aggiunga un elemento decisivo: la spesa sanitaria è così vasta da alimentare interessi più forti della politica che pensa, o pretende, di amministrarli, pertanto capita che sia gli affaristi che i funzionari più potenti siano divenuti “trasversali”, nel senso che fanno affari con gli uni e con gli altri. Questo, però, non evidenzia la serenità dei rapporti fra i due poli politici, ma la loro subalternità agli interessi economici. Detto in maniera più brutale: la politica può anche inzupparci il biscotto, ma non conta nulla.
Significativo, in tal senso, quel che ha detto l’assessore pugliese alla salute, Tommaso Fiore: “Devo capire se sono stato un anno lì dentro a governare un sistema criminale oppure no. Ci sono tre possibili alternative: o questa teoria (l’accusa n.d.r.) è falsa; o questa teoria è vera e quindi io non ho il diritto, come capo criminale, di parlare; oppure io sono un imbecille, non essendomi accorto di tutto questo e quindi ugualmente non ho il diritto di parlare”. Ha ragione, e nella sua stessa condizione si trova Vendola, come chiunque amministri quella macchina senza avvertire che va cambiata.
Concludendo: se le accuse sono fondate, o meno, potremo saperlo solo attendendo un verdetto, non istruendo processi in piazza, e siccome la giustizia italiana fa pena, contiamo di avere Vendola e compagni al fianco, da ora in poi, nella nostra battaglia per il diritto ed i diritti. Se non ci saranno, come suppongo, se continueranno a campare al vento dell’antiberlusconismo, alimentato anche da giustizialismo, meritano di pagare l’ingiusto prezzo delle inchieste. Se le accuse sono fondate, invece, meritano la condanna. Se non lo sono, infine, ma loro non avevano capito, meritano d’essere mandati a casa. Cosa che possono fare prima i militanti della sinistra e, poi, gli elettori pugliesi.
martedì 19 gennaio 2010
Cari bamboccioni impreparati. Luca Ricolfi
La maturità di un ceto politico, così come quella di un individuo, si misura anche dalla capacità di cogliere l’ironia, lo scherzo, l’umorismo, più in generale di capire in che registro avviene un discorso. La stessa frase, ad esempio «vorrei essere in Antartide con i pinguini», a seconda del tono, del contesto e di chi la pronuncia può significare che mi sto preparando a un viaggio avventuroso ma anche, più banalmente, che i miei commensali sono di una noia mortale.
Purtroppo la capacità di riconoscere e usare i registri è fra le facoltà che stiamo perdendo, come giustamente ci ha ricordato Cesare Segre in un bell’articolo di pochi giorni fa sul «Corriere della Sera». Una conferma di tale perdita ci viene dalle reazioni alla proposta del ministro Brunetta di stabilire «per legge» che a 18 anni i giovani devono lasciare la famiglia. Non è bastato che il ministro stesso, forse consapevole del livello di immaturità del circo mediatico, abbia specificato subito che lo diceva «un po’ scherzando».
Nonostante l’evidente natura paradossale della proposta (una norma dirigista e illiberale proposta da un liberale come Brunetta!), si è immediatamente scatenato il putiferio del dibattito, delle accuse, delle messe a punto, delle prese di distanza. Giornalisti, ministri, parlamentari, dopo una settimana di cronache sul terremoto di Haiti, hanno immediatamente preso la palla al balzo per posizionarsi e criticare Brunetta, credendo o fingendo di credere che davvero il ministro avesse in mente una legge capace di costringere i genitori a espellere di casa i figli al compimento del diciottesimo anno di età. E’ un peccato, perché la provocazione di Brunetta tocca un tema serissimo, su cui vale la pena farci qualche domanda vera. Da molti anni le statistiche ci dicono che in nessun Paese occidentale i figli restano in casa con mamma e papà così a lungo come in Italia. Perché?
Per anni l’interpretazione dominante è stata che le cause sono essenzialmente economiche: poche occasioni di lavoro, mercato degli affitti congelato, proliferazione delle «università sotto casa». Da un po’ di tempo si stanno facendo largo anche letture meno economiciste, che avanzano il sospetto che c’entrino anche il familismo e il deficit di responsabilità individuale tipici della società italiana. Alberto Alesina e Andrea Ichino, ad esempio, in un bel libro appena uscito da Mondadori (L’Italia fatta in casa) ipotizzano che la lunga permanenza in famiglia sia anche il frutto di una scelta, ossia delle preferenze degli italiani. E Lucetta Scaraffia sul Riformista, citando una ricerca dell’Istat, fa notare che quasi metà dei «bamboccioni» restano in famiglia non per necessità, ma perché in casa si trovano fin troppo bene.
C’è un aspetto, tuttavia, che resta quasi sempre in ombra, e che invece a mio parere meriterebbe più attenzione: le scelte scolastiche dei giovani italiani. Fra i molti record negativi dell’Italia c’è anche il fatto che in nessun altro Paese sviluppato sono così tanti i giovani che potremmo definire nullafacenti, nel senso che né lavorano né studiano. Se a questo aggiungiamo il fatto che il numero di giovani che riescono a laurearsi è circa la metà di quello medio europeo, e che ai test PISA sui livelli di apprendimento i risultati dei nostri quindicenni ci collocano agli ultimi posti in Europa, forse riusciamo a vedere un’altra faccia del problema dei bamboccioni. E cioè che il guaio dei giovani italiani non è solo l’attaccamento a mamma e papà, la preferenza per i comodi della vita familiare, il deficit di responsabilità individuale, ma il fatto che la loro preparazione media è così bassa da impedire loro l'accesso a posti di lavoro di qualità. Detto più brutalmente, siamo noi che li stiamo ingannando, è la finta istruzione che forniamo loro a renderli così deboli. Quel che è successo è che da molti anni la scuola e l’università italiane non solo rilasciano pochi diplomi e poche lauree, ma rilasciano titoli formali più alti del livello di istruzione effettivamente raggiunto. La conseguenza è che abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del lavoro spietato li riporta alla realtà. Con tre conseguenze empiriche, che le cronache di questi giorni propongono crudamente alla nostra attenzione.
Primo. In un concorso pubblico per vigili urbani nemmeno i laureati riescono a superare decentemente le prove scritte, e quindi nessuno viene ammesso agli orali, e tanto meno assunto (concorso di Grosseto). Secondo. Ancora una volta un genitore si trova condannato dalla magistratura a mantenere figli ultratrentenni che non trovano un lavoro «adeguato» (l’ultimo caso a Bergamo).
Terzo. Nella crisi gli italiani perdono il lavoro (800 mila posti di lavoro in meno in 2 anni) mentre gli immigrati lo guadagnano (400 mila posti di lavoro in più in 2 anni).
Si potrebbe pensare che dipenda solo dal fatto che gli immigrati sono meno istruiti degli italiani, e per questo motivo si accontentano di lavori poco qualificati. Ma non è così, perché il livello di istruzione medio di italiani e stranieri è quasi identico. La differenza è che gli immigrati vogliono innanzitutto lavorare, e per questo accettano posti molto inferiori al loro livello di qualificazione. Mentre gli italiani pretendono di lavorare in posti adeguati alla loro istruzione formale, e raramente si chiedono se c'è una ragionevole corrispondenza con la loro istruzione effettiva. (la Stampa)
Purtroppo la capacità di riconoscere e usare i registri è fra le facoltà che stiamo perdendo, come giustamente ci ha ricordato Cesare Segre in un bell’articolo di pochi giorni fa sul «Corriere della Sera». Una conferma di tale perdita ci viene dalle reazioni alla proposta del ministro Brunetta di stabilire «per legge» che a 18 anni i giovani devono lasciare la famiglia. Non è bastato che il ministro stesso, forse consapevole del livello di immaturità del circo mediatico, abbia specificato subito che lo diceva «un po’ scherzando».
Nonostante l’evidente natura paradossale della proposta (una norma dirigista e illiberale proposta da un liberale come Brunetta!), si è immediatamente scatenato il putiferio del dibattito, delle accuse, delle messe a punto, delle prese di distanza. Giornalisti, ministri, parlamentari, dopo una settimana di cronache sul terremoto di Haiti, hanno immediatamente preso la palla al balzo per posizionarsi e criticare Brunetta, credendo o fingendo di credere che davvero il ministro avesse in mente una legge capace di costringere i genitori a espellere di casa i figli al compimento del diciottesimo anno di età. E’ un peccato, perché la provocazione di Brunetta tocca un tema serissimo, su cui vale la pena farci qualche domanda vera. Da molti anni le statistiche ci dicono che in nessun Paese occidentale i figli restano in casa con mamma e papà così a lungo come in Italia. Perché?
Per anni l’interpretazione dominante è stata che le cause sono essenzialmente economiche: poche occasioni di lavoro, mercato degli affitti congelato, proliferazione delle «università sotto casa». Da un po’ di tempo si stanno facendo largo anche letture meno economiciste, che avanzano il sospetto che c’entrino anche il familismo e il deficit di responsabilità individuale tipici della società italiana. Alberto Alesina e Andrea Ichino, ad esempio, in un bel libro appena uscito da Mondadori (L’Italia fatta in casa) ipotizzano che la lunga permanenza in famiglia sia anche il frutto di una scelta, ossia delle preferenze degli italiani. E Lucetta Scaraffia sul Riformista, citando una ricerca dell’Istat, fa notare che quasi metà dei «bamboccioni» restano in famiglia non per necessità, ma perché in casa si trovano fin troppo bene.
C’è un aspetto, tuttavia, che resta quasi sempre in ombra, e che invece a mio parere meriterebbe più attenzione: le scelte scolastiche dei giovani italiani. Fra i molti record negativi dell’Italia c’è anche il fatto che in nessun altro Paese sviluppato sono così tanti i giovani che potremmo definire nullafacenti, nel senso che né lavorano né studiano. Se a questo aggiungiamo il fatto che il numero di giovani che riescono a laurearsi è circa la metà di quello medio europeo, e che ai test PISA sui livelli di apprendimento i risultati dei nostri quindicenni ci collocano agli ultimi posti in Europa, forse riusciamo a vedere un’altra faccia del problema dei bamboccioni. E cioè che il guaio dei giovani italiani non è solo l’attaccamento a mamma e papà, la preferenza per i comodi della vita familiare, il deficit di responsabilità individuale, ma il fatto che la loro preparazione media è così bassa da impedire loro l'accesso a posti di lavoro di qualità. Detto più brutalmente, siamo noi che li stiamo ingannando, è la finta istruzione che forniamo loro a renderli così deboli. Quel che è successo è che da molti anni la scuola e l’università italiane non solo rilasciano pochi diplomi e poche lauree, ma rilasciano titoli formali più alti del livello di istruzione effettivamente raggiunto. La conseguenza è che abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del lavoro spietato li riporta alla realtà. Con tre conseguenze empiriche, che le cronache di questi giorni propongono crudamente alla nostra attenzione.
Primo. In un concorso pubblico per vigili urbani nemmeno i laureati riescono a superare decentemente le prove scritte, e quindi nessuno viene ammesso agli orali, e tanto meno assunto (concorso di Grosseto). Secondo. Ancora una volta un genitore si trova condannato dalla magistratura a mantenere figli ultratrentenni che non trovano un lavoro «adeguato» (l’ultimo caso a Bergamo).
Terzo. Nella crisi gli italiani perdono il lavoro (800 mila posti di lavoro in meno in 2 anni) mentre gli immigrati lo guadagnano (400 mila posti di lavoro in più in 2 anni).
Si potrebbe pensare che dipenda solo dal fatto che gli immigrati sono meno istruiti degli italiani, e per questo motivo si accontentano di lavori poco qualificati. Ma non è così, perché il livello di istruzione medio di italiani e stranieri è quasi identico. La differenza è che gli immigrati vogliono innanzitutto lavorare, e per questo accettano posti molto inferiori al loro livello di qualificazione. Mentre gli italiani pretendono di lavorare in posti adeguati alla loro istruzione formale, e raramente si chiedono se c'è una ragionevole corrispondenza con la loro istruzione effettiva. (la Stampa)
lunedì 18 gennaio 2010
Commozione indotta. Massimo Fini
Un paio di anni fa, a Roma, nel popoloso quartiere di Porta Pia, un portinaio che stava pulendo delle vetrate al quarto piano di un palazzo perse l'equilibrio e precipitò sul selciato, morto. La gente che passava aggirava il cadavere oppure disinvoltamente lo scavalcava, badando bene a non inzaccherarsi le scarpe. La settimana scorsa passavo per via Fabio Filzi, a Milano, una strada piena di negozi e di gente. Un uomo era riverso per terra, la testa fra il basello del marciapiede e la strada.
La gente passava, guardava e tirava dritto. Lo feci anch'io. Avevo fretta. Ma dopo cinquanta metri mi bloccai. “Ma sono diventato pazzo, indifferente a tutto, disumano, solo perché potrei mancare un appuntamento che mi preme?”. Ritornai sui miei passi e mi chinai sull'uomo. Era un ubriaco in coma etilico.
Poiché era caduto proprio davanti a un grande magazzino, una Upim mi pare, chiesi alla guardia giurata che vi stazionava davanti se aveva chiamato l'ambulanza. “No” rispose. “La chiami”. “Non è affar mio”. “Come non è affar suo? È affare di tutti”. “È solo ubriaco”. “Ma non vede che sta male?”. Intanto poiché io mi ero fermato ed ero chino sull'uomo si era formata una piccola folla di curiosi. Ma non faceva nulla, era lì solo per godersi lo spettacolino fuori ordinanza.
Quando succedono tragedie come quella dell'Aquila o di Haiti gli italiani sono prontissimi a metter mano al portafoglio. Vespa raccontava l'altra sera che solo attraverso il suo programma aveva raccolto quattro milioni di euro. E anche questa volta, per la ben più lontana Haiti, gli italiani si sono mossi con rapida generosità. C'è un legame fra questi comportamenti apparentemente così contraddittori? Sì. L'uomo ha una capacità limitata di emozionarsi, di soffrire per gli altri, di solidarizzare. Non può farlo per il mondo intero. Invece la Tv globalizzata lo costringe a questo esercizio. Un tempo, poiché non vedevamo nulla, ci importava assai poco di un terremoto ad Haiti, per quanto terrificante.
In una bella commedia anni '50, "Buonanotte Bettina", Walter Chiari si chiedeva: “Se schiaccio un bottone e muore un cinese in Cina ho veramente ucciso qualcuno?”. La distanza contava. Oggi la Tv ha abolito questa distanza. Ma a noi di un terremoto ad Haiti continua a non importarci nulla. Però, poiché, diversamente da Walter Chiari, che non vedeva il cinese ucciso in Cina, ci sentiamo in colpa per questa indifferenza, ci precipitiamo a mandare denaro. Ma questa mitridatizzazione delle emozioni, cui ci costringe la continua sollecitazione dei media, finisce per colpire anche il nostro vicino, colui che potremmo veramente e concretamente aiutare o per il quale potremmo provare un'autentica compassione. Ho vissuto per una decina di anni fra Italia e Svizzera (avevo una fidanzata che abitava a Lugano) e ho potuto notare che gli svizzeri sono instancabili, ancor più degli italiani, nello staccare assegni per qualsiasi calamità che capiti in qualsiasi posto del mondo.
Nel periodo in cui ero lì un immigrato italiano, un giorno, prese un kalashnikov e fece fuori, d'un colpo, sei svizzeri (con la sotterranea soddisfazione della comunità italiana di Lugano). Quale il movente? Viveva da vent'anni nella Confederazione e non era riuscito a farsi un solo amico svizzero.La Modernità ha abolito le distanze. Noi siamo in contatto, via Tv o Internet, con il mondo intero. Con tutti e con nessuno. Conosciamo tutti ma non il vicino della porta accanto. Spargiamo la nostra emotività per tutto l'orbe terracqueo ma, al momento del dunque, non siamo in grado di riservarla al vicino, al vero "prossimo", che è colui che possiamo toccare e che, come nota lo psicologo junghiano Luigi Zoja in uno splendido libro, è scomparso dalla nostra vita ("La morte del prossimo", Einaudi). (Ariannaeditrice.it)
La gente passava, guardava e tirava dritto. Lo feci anch'io. Avevo fretta. Ma dopo cinquanta metri mi bloccai. “Ma sono diventato pazzo, indifferente a tutto, disumano, solo perché potrei mancare un appuntamento che mi preme?”. Ritornai sui miei passi e mi chinai sull'uomo. Era un ubriaco in coma etilico.
Poiché era caduto proprio davanti a un grande magazzino, una Upim mi pare, chiesi alla guardia giurata che vi stazionava davanti se aveva chiamato l'ambulanza. “No” rispose. “La chiami”. “Non è affar mio”. “Come non è affar suo? È affare di tutti”. “È solo ubriaco”. “Ma non vede che sta male?”. Intanto poiché io mi ero fermato ed ero chino sull'uomo si era formata una piccola folla di curiosi. Ma non faceva nulla, era lì solo per godersi lo spettacolino fuori ordinanza.
Quando succedono tragedie come quella dell'Aquila o di Haiti gli italiani sono prontissimi a metter mano al portafoglio. Vespa raccontava l'altra sera che solo attraverso il suo programma aveva raccolto quattro milioni di euro. E anche questa volta, per la ben più lontana Haiti, gli italiani si sono mossi con rapida generosità. C'è un legame fra questi comportamenti apparentemente così contraddittori? Sì. L'uomo ha una capacità limitata di emozionarsi, di soffrire per gli altri, di solidarizzare. Non può farlo per il mondo intero. Invece la Tv globalizzata lo costringe a questo esercizio. Un tempo, poiché non vedevamo nulla, ci importava assai poco di un terremoto ad Haiti, per quanto terrificante.
In una bella commedia anni '50, "Buonanotte Bettina", Walter Chiari si chiedeva: “Se schiaccio un bottone e muore un cinese in Cina ho veramente ucciso qualcuno?”. La distanza contava. Oggi la Tv ha abolito questa distanza. Ma a noi di un terremoto ad Haiti continua a non importarci nulla. Però, poiché, diversamente da Walter Chiari, che non vedeva il cinese ucciso in Cina, ci sentiamo in colpa per questa indifferenza, ci precipitiamo a mandare denaro. Ma questa mitridatizzazione delle emozioni, cui ci costringe la continua sollecitazione dei media, finisce per colpire anche il nostro vicino, colui che potremmo veramente e concretamente aiutare o per il quale potremmo provare un'autentica compassione. Ho vissuto per una decina di anni fra Italia e Svizzera (avevo una fidanzata che abitava a Lugano) e ho potuto notare che gli svizzeri sono instancabili, ancor più degli italiani, nello staccare assegni per qualsiasi calamità che capiti in qualsiasi posto del mondo.
Nel periodo in cui ero lì un immigrato italiano, un giorno, prese un kalashnikov e fece fuori, d'un colpo, sei svizzeri (con la sotterranea soddisfazione della comunità italiana di Lugano). Quale il movente? Viveva da vent'anni nella Confederazione e non era riuscito a farsi un solo amico svizzero.La Modernità ha abolito le distanze. Noi siamo in contatto, via Tv o Internet, con il mondo intero. Con tutti e con nessuno. Conosciamo tutti ma non il vicino della porta accanto. Spargiamo la nostra emotività per tutto l'orbe terracqueo ma, al momento del dunque, non siamo in grado di riservarla al vicino, al vero "prossimo", che è colui che possiamo toccare e che, come nota lo psicologo junghiano Luigi Zoja in uno splendido libro, è scomparso dalla nostra vita ("La morte del prossimo", Einaudi). (Ariannaeditrice.it)
E su Mannino "Il Fatto" preferì tacere. Gianluca Perricone
Cerca che ti ricerca…nulla, niente di niente. Loro definiranno pure il Corriere come il Pompiere della Sera (a causa del tentativo di stemperare i toni del dibattito politico da parte del quotidiano di via Solforino), ma come definire quelli de Il Fatto e la loro creatura di carta? Il Fatto dei Manettari? La Gazzetta del Procuratore? Il Quotidiano del pm? Prima pagina del rosso giornale “togato” di venerdì 15 gennaio: tra gli altri, editoriale di Travaglio su/contro Craxi (“Craxi Driver”), rinvio alle pagine 2 e 3 su/contro il direttore del Tg1 Minzolini (“Tg1, lui lo ha ridotto così”) colpevole di aver svolto in tv un intervento su Craxi, incipit articolo di Gianni Barbacetto su/contro Craxi (“Quei lingotti di Bettino”), incipit articolo di Luca Telese su/contro il Minzolini di cui sopra (“L’ex squalo, da ecce bombo a telesilvio”) e qualche altra “perla” su clochard, Haiti, Bonino ed interrogazione parlamentare bipartisan sul caso Del Turco. Ma della innocenza (sentenziata il giorno prima dalla Cassazione, al termine di una vicenda giudiziaria durata ben sedici anni dei quali quasi due trascorsi agli arresti) dell’ex ministro Calogero Mannino, niente, neppure una “breve”, nemmanco una riga. Va bene, si potrebbe anche affermare che, forse, non è stata giudicata notizia da prima pagina. E’ vero, ma neppure nelle restanti diciannove c’è traccia di quella assoluzione definitiva arrivata dopo un periodo che, da solo, costituirebbe già di per sé una vergogna. E se poi consideriamo i quasi due anni di detenzione ai quali è stato sottoposto un innocente, il fenomeno assume contorni finanche stomachevoli. Ma questo sono cose che ai “manettari de Il Fatto” non sembrano interessare. Per loro non è successo nulla. Eppure Marco Travaglio non ha perso occasione, nel passato, di sancire “a prescindere” il concorso esterno di Mannino con i poteri mafiosi; nondimeno Gian Carlo Caselli, che delle vicende giudiziarie dell’attuale deputato Udc ne sa parecchio ed almeno qualche considerazione di massima – se non proprio le scuse all’ingiustamente accusato – poteva anche scriverla. Invece nulla, il vuoto assoluto. E questa sarebbe l’informazione libera e senza padroni? E questo sarebbe un giornale privo di pregiudizi e al di sopra delle parti? Ma per piacere… (l'Opinione)
domenica 17 gennaio 2010
Proprio così: non ci siamo! Antonio Martino
Le recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, orientate prima a farci sperare che – finalmente! – avremmo avuto la tante volte promessa riforma tributaria e poi a deluderci per l’ennesima volta, dichiarando che per adesso almeno non se ne parla proprio, sono state variamente commentate e potrebbe apparire superfluo insistere ulteriormente sull’argomento. Ma insistere si deve ed è quanto intendo fare adesso.
Maurizio Belpietro sul Libero, giornale da lui diretto ha sintetizzato quella che a me sembra una tesi sacrosanta: non ci siamo, non ci siamo proprio. E’ dovere di tutti ma in particolare di quanti lo hanno sostenuto per quindici anni nella sua lotta politica dirglielo e senza mezzi termini: la riforma tributaria è sempre stata un impegno solennemente assunto e ampiamente sbandierato di Berlusconi, di Forza Italia, del Pdl, del centro-destra e non saranno certamente le platealmente false giaculatorie sulla crisi che non ce lo consente a farci perdonare la più plateale, vergognosa ed ingiustificata inadempienza del nostro amato presidente del Consiglio. Non dia retta ai sondaggi, dimentichi i suoi indubbi passati successi, non si culli sull’ovvia considerazione che non esistono da nessuna parte alternative credibili. Se non mantiene e subito, senza indugi di sorta, il suo impegno di darci un fisco migliore potrà fare affidamento soltanto sulla delusione prima e il disprezzo poi di quanti in lui credono.
La contraddittorietà delle due dichiarazioni del Silvio nazionale dimostra a mio parere alcune cose importanti. Anzitutto, essa fa giustizia della strumentale interpretazione della prima come “propaganda pre-elettorale” (come se fosse la prima volta che Berlusconi promette una drastica riforma fiscale). Se, infatti, la promessa di abbattere le aliquote fosse stata fatta per ottenere consensi utili per le prossime elezioni regionali, non sarebbe stata smentita così rapidamente, sarebbe stata lasciata galleggiare fino alle elezioni salvo essere ritrattata subito dopo.
In secondo luogo, se ci chiediamo perché la promessa iniziale sia stata fatta, perveniamo all’ovvia conclusione che evidentemente Berlusconi è convinto che quella riforma sia necessaria e utile all’economia italiana. Del resto, se così non fosse quella riforma non sarebbe stata promessa tante volte lungo un così elevato numero di anni.
Perveniamo così a quello che è il vero quesito importante della faccenda: perché quella promessa è stata disattesa? Perché Berlusconi, che in quella riforma crede, non la ha finora realizzata pur avendone avuto la possibilità sia nel quinquennio 2001-2006 sia negli ultimi due anni? A quella domanda si può rispondere molto facilmente ma non esaurientemente. Vediamo.
Come ricorda Sergio Rizzo (Corriere della sera, 11 gennaio) da candidato del “patto Segni” l’attuale ministro dell’economia bollò la proposta di aliquota unica che faceva parte del programma di Forza Italia nel 1994 come “miracolismo finanziario”. Il commercialista più pagato d’Italia evidentemente ha preferito in questo caso essere coerente ed ha quindi continuato ad opporsi a qualsiasi riforma tributaria. Gli è andata bene nel 2001-2006 e sembra gli stia andando bene anche stavolta. L’esistente, da cui ha lucrato onorari da capogiro, finora non è stato nemmeno scalfito; il “fisco di Visco” continua imperterrito ad impedire all’Italia di crescere, ai ricchi di evitare di pagare le tasse, ai furbi di fare i loro comodi ed ai consulenti tributari di arricchirsi.
Poco importa che questo sistema fiscale frutti pochissimo allo Stato, che punisca il lavoro, scoraggi il risparmio e gli investimenti, riduca a zero la crescita economia del paese, sia causa di iniquità intollerabili, a qualcuno va bene così e, siccome il qualcuno in questione è persona che conta, non si cambia nulla.
Questa a mio parere la spiegazione, forse presentata con eccessiva crudezza ma sostanzialmente vera; però non esauriente perché non spiega per quale mai motivo, stando così le cose, Berlusconi continui ad affidare le sorti della nostra economia e la sua personale credibilità a persona che gli impedisce di realizzare quanto ha reiteratamente promesso. Non esiste un articolo della Costituzione vigente che reciti: “in caso di governo di centro-destra tutti i poteri economici devono essere affidati a Giulio Tremonti”. Chi o cosa, in nome di Iddio, costringe Berlusconi a continuare a contraddirsi, promettendo il cambiamento ed infliggendoci invece l’immobilismo? Io non lo so ma la mia ignoranza non mi pesa eccessivamente. (IBL)
Maurizio Belpietro sul Libero, giornale da lui diretto ha sintetizzato quella che a me sembra una tesi sacrosanta: non ci siamo, non ci siamo proprio. E’ dovere di tutti ma in particolare di quanti lo hanno sostenuto per quindici anni nella sua lotta politica dirglielo e senza mezzi termini: la riforma tributaria è sempre stata un impegno solennemente assunto e ampiamente sbandierato di Berlusconi, di Forza Italia, del Pdl, del centro-destra e non saranno certamente le platealmente false giaculatorie sulla crisi che non ce lo consente a farci perdonare la più plateale, vergognosa ed ingiustificata inadempienza del nostro amato presidente del Consiglio. Non dia retta ai sondaggi, dimentichi i suoi indubbi passati successi, non si culli sull’ovvia considerazione che non esistono da nessuna parte alternative credibili. Se non mantiene e subito, senza indugi di sorta, il suo impegno di darci un fisco migliore potrà fare affidamento soltanto sulla delusione prima e il disprezzo poi di quanti in lui credono.
La contraddittorietà delle due dichiarazioni del Silvio nazionale dimostra a mio parere alcune cose importanti. Anzitutto, essa fa giustizia della strumentale interpretazione della prima come “propaganda pre-elettorale” (come se fosse la prima volta che Berlusconi promette una drastica riforma fiscale). Se, infatti, la promessa di abbattere le aliquote fosse stata fatta per ottenere consensi utili per le prossime elezioni regionali, non sarebbe stata smentita così rapidamente, sarebbe stata lasciata galleggiare fino alle elezioni salvo essere ritrattata subito dopo.
In secondo luogo, se ci chiediamo perché la promessa iniziale sia stata fatta, perveniamo all’ovvia conclusione che evidentemente Berlusconi è convinto che quella riforma sia necessaria e utile all’economia italiana. Del resto, se così non fosse quella riforma non sarebbe stata promessa tante volte lungo un così elevato numero di anni.
Perveniamo così a quello che è il vero quesito importante della faccenda: perché quella promessa è stata disattesa? Perché Berlusconi, che in quella riforma crede, non la ha finora realizzata pur avendone avuto la possibilità sia nel quinquennio 2001-2006 sia negli ultimi due anni? A quella domanda si può rispondere molto facilmente ma non esaurientemente. Vediamo.
Come ricorda Sergio Rizzo (Corriere della sera, 11 gennaio) da candidato del “patto Segni” l’attuale ministro dell’economia bollò la proposta di aliquota unica che faceva parte del programma di Forza Italia nel 1994 come “miracolismo finanziario”. Il commercialista più pagato d’Italia evidentemente ha preferito in questo caso essere coerente ed ha quindi continuato ad opporsi a qualsiasi riforma tributaria. Gli è andata bene nel 2001-2006 e sembra gli stia andando bene anche stavolta. L’esistente, da cui ha lucrato onorari da capogiro, finora non è stato nemmeno scalfito; il “fisco di Visco” continua imperterrito ad impedire all’Italia di crescere, ai ricchi di evitare di pagare le tasse, ai furbi di fare i loro comodi ed ai consulenti tributari di arricchirsi.
Poco importa che questo sistema fiscale frutti pochissimo allo Stato, che punisca il lavoro, scoraggi il risparmio e gli investimenti, riduca a zero la crescita economia del paese, sia causa di iniquità intollerabili, a qualcuno va bene così e, siccome il qualcuno in questione è persona che conta, non si cambia nulla.
Questa a mio parere la spiegazione, forse presentata con eccessiva crudezza ma sostanzialmente vera; però non esauriente perché non spiega per quale mai motivo, stando così le cose, Berlusconi continui ad affidare le sorti della nostra economia e la sua personale credibilità a persona che gli impedisce di realizzare quanto ha reiteratamente promesso. Non esiste un articolo della Costituzione vigente che reciti: “in caso di governo di centro-destra tutti i poteri economici devono essere affidati a Giulio Tremonti”. Chi o cosa, in nome di Iddio, costringe Berlusconi a continuare a contraddirsi, promettendo il cambiamento ed infliggendoci invece l’immobilismo? Io non lo so ma la mia ignoranza non mi pesa eccessivamente. (IBL)
"Repubblica" ha un virus. Massimo De Manzoni
Se il Giornale titola in prima pagina sul grande flop dei vaccini contro l’influenza A, altrimenti detta «suina», non c’è da meravigliarsi: questo quotidiano è stato sin dall’inizio a dir poco scettico sul Grande Allarme Mondiale Per La Terribile Epidemia. Ma se a fare lo stesso è la Repubblica beh, la cosa assume tutt’altro aspetto. Il giornale di De Benedetti, infatti, è stato il più accanito e pervicace in Italia, e forse nel mondo, nell’alimentare il panico nei confronti della «nuova spagnola», lo spaventoso morbo che avrebbe mietuto milioni di vittime senza risparmiare nazione alcuna. Ricordiamo giorni e giorni di titoloni, paginate a mazzi: quattro-sei-otto al colpo. E ricordiamo anche il consueto tono di accusa nei confronti del governo che «non fa niente», che «resta a guardare», che «si perde in chiacchiere mentre gli altri Paesi si dotano di vaccini», che «ha chiesto un numero di dosi di farmaci inferiore al necessario».
Adesso che il flagello è arrivato e se n’è andato, rivelandosi per quello che il Giornale, in perfetta solitudine, aveva subito sostenuto essere, una modesta influenza di gran lunga meno pericolosa della stagionale, può il quotidiano di Largo Fochetti far finta di nulla e mettersi ad accusare il governo di aver comprato «23 milioni di vaccini inutili»? Può piangere sui 200 milioni di euro versati? Può fare le pulci al ministro per le condizioni capestro che si è fatto imporre dall’azienda farmaceutica alla quale si è rivolto? Può scoprire scandalizzato che Big Pharma, ovvero i colossi del settore, in sei mesi ha fatto guadagni colossali ed è schizzata in Borsa? No, se si conserva un minimo di decenza, non può.
In questa partita, la Repubblica non sta dalla parte della pubblica accusa, come è abituata a fare, bensì dalla parte degli accusati. Sospettata quantomeno di favoreggiamento. Perché se il governo italiano, sbagliando come tutti gli altri governi del mondo, ha buttato 200 milioni di euro in vaccini che ora dovremo pure smaltire, la colpa è sì dell’assurdo allarme dell’assurda Organizzazione mondiale della sanità, ma anche di chi lo ha rilanciato e amplificato a dismisura. Se il contratto firmato con la Novartis ci è sfavorevole, la responsabilità è di chi ha esercitato una pressione insostenibile sul ministro, mettendolo in una situazione di assoluta debolezza. Perché se un cliente richiede a un’azienda farmaceutica di produrre in due mesi un preparato che, con i vari test, necessiterebbe (poniamo) di sei mesi per essere messo a punto, è chiaro che questa, per accontentarlo, pretenda di essere sollevata da qualsiasi conseguenza derivante dalla fretta. Prova ne sia che la medesima cosa è successa in tutto il mondo.
E con ciò non vogliamo assolutamente difendere l’industria del farmaco, che anzi chi scrive ritiene abbia messo più di uno zampino nelle ultime Emergenze Sanitarie Planetarie. Ma solo fare sommessamente notare che i complici della «gigantesca speculazione» vanno ricercati tra chi ha soffiato sul fuoco, non certo tra chi ha cercato, invano, di spegnerlo.
E sì, cari colleghi. Se il vostro amico Rosario Trefiletti, il presidente di Federconsumatori che imperversa in tv e sulle vostre pagine, avesse veramente a cuore gli interessi dei cittadini, farebbe una bella class action contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. Tranquilli, non accadrà. Ma se mai ci dovesse essere una Norimberga su sars, aviaria, suina e altre pandemie immaginarie, il posto di voi repubblicones sarà sul banco degli imputati. E forse allora rimpiangerete di non aver mantenuto un discreto silenzio sul Grande Flop dei Vaccini: un po’ di vergogna vi avrebbe procurato almeno le attenuanti generiche. (il Giornale)
Adesso che il flagello è arrivato e se n’è andato, rivelandosi per quello che il Giornale, in perfetta solitudine, aveva subito sostenuto essere, una modesta influenza di gran lunga meno pericolosa della stagionale, può il quotidiano di Largo Fochetti far finta di nulla e mettersi ad accusare il governo di aver comprato «23 milioni di vaccini inutili»? Può piangere sui 200 milioni di euro versati? Può fare le pulci al ministro per le condizioni capestro che si è fatto imporre dall’azienda farmaceutica alla quale si è rivolto? Può scoprire scandalizzato che Big Pharma, ovvero i colossi del settore, in sei mesi ha fatto guadagni colossali ed è schizzata in Borsa? No, se si conserva un minimo di decenza, non può.
In questa partita, la Repubblica non sta dalla parte della pubblica accusa, come è abituata a fare, bensì dalla parte degli accusati. Sospettata quantomeno di favoreggiamento. Perché se il governo italiano, sbagliando come tutti gli altri governi del mondo, ha buttato 200 milioni di euro in vaccini che ora dovremo pure smaltire, la colpa è sì dell’assurdo allarme dell’assurda Organizzazione mondiale della sanità, ma anche di chi lo ha rilanciato e amplificato a dismisura. Se il contratto firmato con la Novartis ci è sfavorevole, la responsabilità è di chi ha esercitato una pressione insostenibile sul ministro, mettendolo in una situazione di assoluta debolezza. Perché se un cliente richiede a un’azienda farmaceutica di produrre in due mesi un preparato che, con i vari test, necessiterebbe (poniamo) di sei mesi per essere messo a punto, è chiaro che questa, per accontentarlo, pretenda di essere sollevata da qualsiasi conseguenza derivante dalla fretta. Prova ne sia che la medesima cosa è successa in tutto il mondo.
E con ciò non vogliamo assolutamente difendere l’industria del farmaco, che anzi chi scrive ritiene abbia messo più di uno zampino nelle ultime Emergenze Sanitarie Planetarie. Ma solo fare sommessamente notare che i complici della «gigantesca speculazione» vanno ricercati tra chi ha soffiato sul fuoco, non certo tra chi ha cercato, invano, di spegnerlo.
E sì, cari colleghi. Se il vostro amico Rosario Trefiletti, il presidente di Federconsumatori che imperversa in tv e sulle vostre pagine, avesse veramente a cuore gli interessi dei cittadini, farebbe una bella class action contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. Tranquilli, non accadrà. Ma se mai ci dovesse essere una Norimberga su sars, aviaria, suina e altre pandemie immaginarie, il posto di voi repubblicones sarà sul banco degli imputati. E forse allora rimpiangerete di non aver mantenuto un discreto silenzio sul Grande Flop dei Vaccini: un po’ di vergogna vi avrebbe procurato almeno le attenuanti generiche. (il Giornale)
sabato 16 gennaio 2010
Ennesimo fascicolo contro il Cavaliere. Giorgio De Neri
Le pratiche a tutela del Csm, aperte a causa di dichiarazioni di Silvio Berlusconi contro singoli magistrati o contro tutta la magistratura associata, sono ormai a cifre da record. In questo anno e mezzo di governo siamo ormai a quota cinque, a partire dalla prima che riguardava il processo Mills, su sette aperte in tutto. L’ultima risale allo scorso 8 settembre per battute contro le procure di Milano e Palermo dove erano già in incubazione da mesi le rivelazioni di Spatuzza. Lo scorso dicembre anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano aveva avvertito il plenum che forse era il caso di darsi una calmata ma gli interessati hanno fatto orecchie da mercante. Così adesso l’ultimo “casus belli”, a ben vedere, salta fuori per una semplice battuta, magari di cattivo gusto, quella con cui, illustrando mercoledì il fantomatico piano carceri di Ionta, il Cav si era lasciato sfuggire che “certi pm sono peggio di Tartaglia”. Tartaglia ovviamente è il presunto psicolabile che a momenti lo accoppava tirandogli in faccia una statuetta in miniatura raffigurante il Duomo di Milano poco prima dello scorso Natale durante uno dei tanti bagni di folla cari al premier. Giorgio Napolitano aveva invano invitato il Consiglio Superiore della Magistratura a mantenere “serenità ed equilibrio” nell’analisi delle pratiche a tutela di magistrati oggetto di accuse da parte di Silvio Berlusconi. L’auspicio del presidente della Repubblica era contenuto in una lettera che il consigliere del presidente della Repubblica per gli affari dell’amministrazione della Giustizia Loris D’Ambrosio aveva inviato al vicepresidente del Csm Nicola Mancino. Napolitano aveva ribadito “l’esigenza di fare un uso responsabile e prudente dell’istituto delle pratiche a tutela dei magistrati, che ora, in seguito a una modifica regolamentare, è stato ancorato a stringenti e rigorosi presupposti”. Invece alla prima nuova occasione, e altre di certo non mancheranno visto il caratterino del Cav, rieccoli piombare pavlovianamente nel riflesso di difesa corporativa, che ieri ha scandalizzato molti membri della maggioranza, tra essi il portavoce Daniele Capezzone, il ministro dei beni Culturali Sandro Bondi e il vice capogruppo al Senato Gaetano Quagliariello, che non hanno perso l’occasione per dettare alle agenzie dichiarazioni di fuoco sull’ingerenza delle toghe nella politica. Diversa invece, e ovviamente, è stata la valutazione data dall’opposizione, che nel caso del Pd appoggia i giudici non per convinzione ma solo per marcare la differenza rispetto al Pdl. Mentre in quello dell’Idv, e segnatamente del suo esponente e portavoce ufficiale del movimento Leoluca Orlando, l’adesione ai concetti espressi dal Csm si fa più convinta. Anche nei toni: “Le continue aggressioni di Berlusconi ai magistrati sono un atto di terrorismo istituzionale”. Ipse dixit e quindi Amen. (l'Opinione)
Prima che gli ermellini parlino. Davide Giacalone
Fra quindici giorni saremo sommersi dalle nenie lamentose, tradizionalmente inauguranti l’anno giudiziario. Saremo aggiornati sul quadro del disfacimento, posto che ciascuno darà la colpa a qualcun altro, confermando la generale irresponsabilità dei protagonisti. Prima che lo strazio cominci, vi segnalo due nomi, invitandovi a considerazioni non conformistiche e banali: Calogero Mannino e Giovanni Sbraga. Il primo sapete chi è, il secondo, con ogni probabilità, non lo avete mai sentito nominare.
Mannino, esponente importante della democrazia cristiana, siciliana e nazionale, riceve un avviso di garanzia nel febbraio del 1994. Lo arrestano un anno dopo. Se avesse voluto e potuto inquinare le prove, lo avrebbe già fatto, se fosse voluto fuggire all’estero sarebbe già andato, in quanto alla reiterazione, omesse altre considerazioni, era impossibile, visto che lo avevano già fatto fuori. L’arresto, pertanto, sarebbe considerato incivile in tutti i Paesi civili. Non tale, è l’Italia. Lo scarcerano nel novembre del 1995, dopo avere passato nove mesi in carcere ed essere divenuto una larva. Lo mandano ai domiciliari, fino al gennaio successivo. Altra, inutile umiliazione. Lo processano per sei anni. Assolto, nel luglio del 2001. Basta, in un Paese civile la faccenda si chiude lì, con le scuse dello Stato ed essendo durata già troppo a lungo. La procura, invece, ricorre, e in appello, nel maggio del 2004, lo condannano. La cassazione cancella la condanna e ordina un nuovo processo di secondo grado, che lo assolve ancora, nell’ottobre del 2008. Giovedì scorso la parola fine.
Ha detto Mannino: “mi hanno tolto un pezzo di vita”. Sapendo di cosa parlo, non concordo. Il pezzo di vita è stato tolto all’Italia, alla vita collettiva, alla credibilità delle istituzioni.
Sbraga era solo un sindaco di paese, Subiaco. Inquisiscono lui e la giunta, nel 1992, arrestando dodici persone (chiedo scusa se non li cito tutti). Lo tengono settanta giorni a marinare in quel di Regina Coeli. L’11 gennaio scorso è stato assolto. In primo grado. Ci sono voluti diciotto anni per fare un grado di giudizio. Dice Sbraga: “ho ancora gli incubi”. Lo capisco. Ma l’incubo più grosso è quello collettivo, quello di un Paese ostaggio della malagiustizia, che non riesce ancora a riscattarsi.
Mannino lo sa: l’accusa dura lustri, l’assoluzione un solo giorno. Egli è innocente, ma qualsiasi ruminante, che presta servizio nel giornalismo o nella politica, potrà dire di lui: al centro di inchieste, lungamente detenuto, accusato di reti infamanti. Sbraga ancora non lo sa, ma l’ingiustizia è cieca. La procura ricorrerà, tanto non le costa. Paghiamo noi.
In tutti i sistemi di diritto esiste sempre la possibilità dell’errore. Non è eliminabile, non del tutto. La mostruosità del sistema italiano è che più sbagli e più fai carriera. I procuratori protagonisti di queste vicende ne hanno guadagnato in visibilità, scalando poi una carriera fatta d’anzianità e destinazioni. Sono stati gratificati nel loro amor proprio, ed hanno messo a frutto i loro eroismi per sgomitare e scansare quelli che sgobbano silenti. E quando, fra quindici giorni, gli ermellini racconteranno la giustizia ai cittadini, diranno che sì, le cose non funzionano come dovrebbero, ma ci sono pochi soldi (ne spendiamo troppi), pochi magistrati (ne abbiamo un esercito), pochi cancellieri (una folla), e, poi, c’è la politica, che intralcia. E l’ultima cosa è anche vera, perché il legislatore ammacca, scassa, salda, sega, incolla, ma non sa riformare. Si giochicchia con robetta insulsa, ma si ha paura a mettere le mani nella macchina. Si provvede agli indulti o ai posti in carcere, ma si fa finta di non sapere che più della metà degli ospiti sono innocenti. Così come, naturalmente, c’è un sacco di colpevoli in circolazione. Ma la causa è la medesima: una giustizia pessima.
Il problema vero, però, non è questo. Se lo fosse, lo si risolverebbe. Non è difficile. Il problema è che la misera della politica italiana è germogliata nel fin troppo concimato terreno della magistratura corporativizzata e correntizzata. O viceversa, fate voi. Della giustizia non importa niente, perché Mannino sarà colpevole, da assolto, Berlusconi lo si vuole colpevole, senza sentenza. Sicché, alla fine, neanche le condanne valgono una cicca, e quel che conta e la guerra per bande. E Sbraga se ne sta lì, inutilmente devastato. Senza che noi sapremo mai se fu un buon o un cattivo amministratore, come, adesso, non si può dire che gli amici di Andreotti hanno sfregiato la Sicilia e non si può sostenere che Mannino aveva un’idea diversa dalla mia, circa la spesa pubblica. Non si può, perché questa sarebbe politica, che presuppone idee, cultura e morale. Invece, ci tocca il teppismo cieco del moralismo senza etica.
Ora andiamo pure alle cerimonie d’inaugurazione, l’unico luogo dove s’esibiscono le toghe rosse, con il collo di pelliccia.
Mannino, esponente importante della democrazia cristiana, siciliana e nazionale, riceve un avviso di garanzia nel febbraio del 1994. Lo arrestano un anno dopo. Se avesse voluto e potuto inquinare le prove, lo avrebbe già fatto, se fosse voluto fuggire all’estero sarebbe già andato, in quanto alla reiterazione, omesse altre considerazioni, era impossibile, visto che lo avevano già fatto fuori. L’arresto, pertanto, sarebbe considerato incivile in tutti i Paesi civili. Non tale, è l’Italia. Lo scarcerano nel novembre del 1995, dopo avere passato nove mesi in carcere ed essere divenuto una larva. Lo mandano ai domiciliari, fino al gennaio successivo. Altra, inutile umiliazione. Lo processano per sei anni. Assolto, nel luglio del 2001. Basta, in un Paese civile la faccenda si chiude lì, con le scuse dello Stato ed essendo durata già troppo a lungo. La procura, invece, ricorre, e in appello, nel maggio del 2004, lo condannano. La cassazione cancella la condanna e ordina un nuovo processo di secondo grado, che lo assolve ancora, nell’ottobre del 2008. Giovedì scorso la parola fine.
Ha detto Mannino: “mi hanno tolto un pezzo di vita”. Sapendo di cosa parlo, non concordo. Il pezzo di vita è stato tolto all’Italia, alla vita collettiva, alla credibilità delle istituzioni.
Sbraga era solo un sindaco di paese, Subiaco. Inquisiscono lui e la giunta, nel 1992, arrestando dodici persone (chiedo scusa se non li cito tutti). Lo tengono settanta giorni a marinare in quel di Regina Coeli. L’11 gennaio scorso è stato assolto. In primo grado. Ci sono voluti diciotto anni per fare un grado di giudizio. Dice Sbraga: “ho ancora gli incubi”. Lo capisco. Ma l’incubo più grosso è quello collettivo, quello di un Paese ostaggio della malagiustizia, che non riesce ancora a riscattarsi.
Mannino lo sa: l’accusa dura lustri, l’assoluzione un solo giorno. Egli è innocente, ma qualsiasi ruminante, che presta servizio nel giornalismo o nella politica, potrà dire di lui: al centro di inchieste, lungamente detenuto, accusato di reti infamanti. Sbraga ancora non lo sa, ma l’ingiustizia è cieca. La procura ricorrerà, tanto non le costa. Paghiamo noi.
In tutti i sistemi di diritto esiste sempre la possibilità dell’errore. Non è eliminabile, non del tutto. La mostruosità del sistema italiano è che più sbagli e più fai carriera. I procuratori protagonisti di queste vicende ne hanno guadagnato in visibilità, scalando poi una carriera fatta d’anzianità e destinazioni. Sono stati gratificati nel loro amor proprio, ed hanno messo a frutto i loro eroismi per sgomitare e scansare quelli che sgobbano silenti. E quando, fra quindici giorni, gli ermellini racconteranno la giustizia ai cittadini, diranno che sì, le cose non funzionano come dovrebbero, ma ci sono pochi soldi (ne spendiamo troppi), pochi magistrati (ne abbiamo un esercito), pochi cancellieri (una folla), e, poi, c’è la politica, che intralcia. E l’ultima cosa è anche vera, perché il legislatore ammacca, scassa, salda, sega, incolla, ma non sa riformare. Si giochicchia con robetta insulsa, ma si ha paura a mettere le mani nella macchina. Si provvede agli indulti o ai posti in carcere, ma si fa finta di non sapere che più della metà degli ospiti sono innocenti. Così come, naturalmente, c’è un sacco di colpevoli in circolazione. Ma la causa è la medesima: una giustizia pessima.
Il problema vero, però, non è questo. Se lo fosse, lo si risolverebbe. Non è difficile. Il problema è che la misera della politica italiana è germogliata nel fin troppo concimato terreno della magistratura corporativizzata e correntizzata. O viceversa, fate voi. Della giustizia non importa niente, perché Mannino sarà colpevole, da assolto, Berlusconi lo si vuole colpevole, senza sentenza. Sicché, alla fine, neanche le condanne valgono una cicca, e quel che conta e la guerra per bande. E Sbraga se ne sta lì, inutilmente devastato. Senza che noi sapremo mai se fu un buon o un cattivo amministratore, come, adesso, non si può dire che gli amici di Andreotti hanno sfregiato la Sicilia e non si può sostenere che Mannino aveva un’idea diversa dalla mia, circa la spesa pubblica. Non si può, perché questa sarebbe politica, che presuppone idee, cultura e morale. Invece, ci tocca il teppismo cieco del moralismo senza etica.
Ora andiamo pure alle cerimonie d’inaugurazione, l’unico luogo dove s’esibiscono le toghe rosse, con il collo di pelliccia.
Si governa solo coi decreti-legge. Renato Brunetta
Caro Direttore,
ciclicamente si levano scandalizzate voci sull’abuso dei decreti-legge e sull’eccesso dei poteri normativi del governo. Michele Ainis, fine studioso, rilancia l’argomento, addebitando peraltro la gravità del fenomeno alla seconda Repubblica, nella quale «è diventato un’emergenza pure un raffreddore».
Giorni fa, per aver semplicemente detto un’ovvietà, e cioè che anche la prima parte della Costituzione e anche l’art. 1 (nel riferimento al lavoro) potrebbero essere modificati, sono stato additato al pubblico ludibrio. Chissà cosa succederà dopo quanto sto per dire: sul tema dei decreti-legge c’è una grande ipocrisia e che i decreti-legge sono stati e sono la nostra salvezza. E non da oggi ma dai primi giorni della neonata Repubblica. I decreti-legge sono da sempre l’unico strumento per governare questo Paese. Inutile stracciarsi le vesti o puntare il dito sul governo pro tempore. Ricordo Ingrao nel 1978 tuonare, da presidente della Camera, contro la lesione dell’autonomia del Parlamento. Tutti i governi di centro, di destra e di sinistra hanno fatto un uso sempre più abnorme dei decreti-legge. Un’abnormità che è andata intensificandosi assai prima dell’avvento della Seconda Repubblica. Chi non ricorda le infinite reiterazioni degli Anni ‘80 e primi Anni ‘90? Decreti-legge a catena che mantenevano, a volte per anni, una legislazione provvisoria, magari modificandola in continuazione e che venivano sanati con la legge di conversione a decorrere persino da due anni prima.
Certo, l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica ha reso il fenomeno ancora più evidente, ma ciò dipende dal fatto che è nata anche proprio per superare l’immobilismo nel quale si era avvitata la prima. È sorta sulla fondamentale svolta per cui le maggioranze parlamentari rispondono ai cittadini e non dipendono dalle alchimie di maggioranze parlamentari a geometria variabile. Per fortuna ci sono i decreti-legge. Altrimenti nemmeno quel poco o tanto che si fa, si riuscirebbe a farlo, o si dovrebbe farlo al costo di negoziati infiniti, come accadeva con le leggine approvate in commissione, durante la Prima Repubblica.
E, dunque, senza ipocrisia dobbiamo dirci onestamente come stanno le cose. L’uso eccessivo dei decreti-legge è una conseguenza, non una causa. La conseguenza di istituzioni parlamentari antiquate e di una cultura politica assemblearista che continua a resistere. Una cultura fondata sull’idea che il ruolo dell’opposizione non sia criticare e controllare, preparandosi a vincere le successive elezioni, ma codecidere e urlare alla lesa maestà del Parlamento se la maggioranza non contratta ogni misura.
Si potrebbe rinunziare all’eccesso di decreti-legge? Certo. Se insieme si rinunziasse alla cultura della codecisione e della malintesa centralità del Parlamento e del misticismo del potere di emendamento. Solo nei Parlamenti dell’800 le leggi nascevano dall’assemblea dei deputati. Nei Parlamenti di oggi le leggi sono atti voluti dal governo, per l’attuazione del proprio indirizzo politico. Non sono io a dirlo, ma Luigi Einaudi, il quale nel 1944 così parlava del parlamentarismo inglese: «La teoria dice che gli elettori eleggono i membri della camera dei Comuni e che questa è la vera sovrana: fa e disfà i ministeri, fa le leggi . La realtà di oggi è tutta diversa. La Camera dei comuni non fa né disfà i ministeri, non vota mai le leggi le quali abbiano origini nella camera medesima e vota quasi sempre e soltanto i disegni di legge che le sono messi innanzi dal governo». Ma vi immaginate che putiferio succederebbe se Berlusconi dicesse queste cose? In quanti si strapperebbero le vesti in nome della sovranità del Parlamento?
Un’ultima annotazione, sarebbe importante se il prof. Ainis riconoscesse anche qualche elemento positivo, nel 2009 sono stati adottati - malgrado il terremoto in Abruzzo - solo 18 decreti-legge, la cifra più bassa dal 1960 ad oggi. (la Stampa)
ciclicamente si levano scandalizzate voci sull’abuso dei decreti-legge e sull’eccesso dei poteri normativi del governo. Michele Ainis, fine studioso, rilancia l’argomento, addebitando peraltro la gravità del fenomeno alla seconda Repubblica, nella quale «è diventato un’emergenza pure un raffreddore».
Giorni fa, per aver semplicemente detto un’ovvietà, e cioè che anche la prima parte della Costituzione e anche l’art. 1 (nel riferimento al lavoro) potrebbero essere modificati, sono stato additato al pubblico ludibrio. Chissà cosa succederà dopo quanto sto per dire: sul tema dei decreti-legge c’è una grande ipocrisia e che i decreti-legge sono stati e sono la nostra salvezza. E non da oggi ma dai primi giorni della neonata Repubblica. I decreti-legge sono da sempre l’unico strumento per governare questo Paese. Inutile stracciarsi le vesti o puntare il dito sul governo pro tempore. Ricordo Ingrao nel 1978 tuonare, da presidente della Camera, contro la lesione dell’autonomia del Parlamento. Tutti i governi di centro, di destra e di sinistra hanno fatto un uso sempre più abnorme dei decreti-legge. Un’abnormità che è andata intensificandosi assai prima dell’avvento della Seconda Repubblica. Chi non ricorda le infinite reiterazioni degli Anni ‘80 e primi Anni ‘90? Decreti-legge a catena che mantenevano, a volte per anni, una legislazione provvisoria, magari modificandola in continuazione e che venivano sanati con la legge di conversione a decorrere persino da due anni prima.
Certo, l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica ha reso il fenomeno ancora più evidente, ma ciò dipende dal fatto che è nata anche proprio per superare l’immobilismo nel quale si era avvitata la prima. È sorta sulla fondamentale svolta per cui le maggioranze parlamentari rispondono ai cittadini e non dipendono dalle alchimie di maggioranze parlamentari a geometria variabile. Per fortuna ci sono i decreti-legge. Altrimenti nemmeno quel poco o tanto che si fa, si riuscirebbe a farlo, o si dovrebbe farlo al costo di negoziati infiniti, come accadeva con le leggine approvate in commissione, durante la Prima Repubblica.
E, dunque, senza ipocrisia dobbiamo dirci onestamente come stanno le cose. L’uso eccessivo dei decreti-legge è una conseguenza, non una causa. La conseguenza di istituzioni parlamentari antiquate e di una cultura politica assemblearista che continua a resistere. Una cultura fondata sull’idea che il ruolo dell’opposizione non sia criticare e controllare, preparandosi a vincere le successive elezioni, ma codecidere e urlare alla lesa maestà del Parlamento se la maggioranza non contratta ogni misura.
Si potrebbe rinunziare all’eccesso di decreti-legge? Certo. Se insieme si rinunziasse alla cultura della codecisione e della malintesa centralità del Parlamento e del misticismo del potere di emendamento. Solo nei Parlamenti dell’800 le leggi nascevano dall’assemblea dei deputati. Nei Parlamenti di oggi le leggi sono atti voluti dal governo, per l’attuazione del proprio indirizzo politico. Non sono io a dirlo, ma Luigi Einaudi, il quale nel 1944 così parlava del parlamentarismo inglese: «La teoria dice che gli elettori eleggono i membri della camera dei Comuni e che questa è la vera sovrana: fa e disfà i ministeri, fa le leggi . La realtà di oggi è tutta diversa. La Camera dei comuni non fa né disfà i ministeri, non vota mai le leggi le quali abbiano origini nella camera medesima e vota quasi sempre e soltanto i disegni di legge che le sono messi innanzi dal governo». Ma vi immaginate che putiferio succederebbe se Berlusconi dicesse queste cose? In quanti si strapperebbero le vesti in nome della sovranità del Parlamento?
Un’ultima annotazione, sarebbe importante se il prof. Ainis riconoscesse anche qualche elemento positivo, nel 2009 sono stati adottati - malgrado il terremoto in Abruzzo - solo 18 decreti-legge, la cifra più bassa dal 1960 ad oggi. (la Stampa)
giovedì 14 gennaio 2010
Cassazione, assolto Mannino dopo 17 anni (23 mesi di carcere). il Velino
L'ex ministro democristiano Calogero Mannino, attualmente deputato dell'Udc, è stato definitivamente assolto dai giudici della IV sezione penale della corte di Cassazione. Hanno confermato l'assoluzione della seconda sezione penale della corte d'appello di Palermo del 22 ottobre di due anni fa, che lo aveva processato due volte a causa dell'annullamento con rinvio della Suprema corte, per il reato di concorso in associazione mafiosa. L'ex ministro, secondo le accuse della procura della Repubblica di Palermo, nell'81 avrebbe stretto un accordo con i boss agrigentini e palermitani, garantito da Tony Vella, un mafioso agrigentino e da Gioacchino Pennino, esponente della corrente cianciminiana, diventato successivamente collaboratore di giustizia. "Dopo essersi ben comportato con i boss della sua provincia l'imputato si legò anche ai clan palermitani che gli diedero fiducia, puntando su di lui con un patto elettorale che gli garantì voti tra l'83 e il '92".
Il processo a Mannino ha superato per durata ogni record. La sua vicenda giudiziaria inizia formalmente il 24 febbraio del 1994:gli fu notificato dalla procura della Repubblica di Palermo un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa per indagini iniziate l'anno prima, appena dopo l'arrivo di Giancarlo Caselli alla guida della Dda palermitana. Il 13 febbraio del 1995, su ordine di custodia firmato dal gip di Palermo, Alfredo Montalto, fu arrestato perché avrebbe potuto depistare le indagini. Fu rinchiuso nel carcere romano di Rebibbia e rinviato a giudizio il 28 ottobre successivo. Nel carcere romano restò fino al 15 novembre del '95 quando fu scarcerato per il grave stato di salute (era stato colpito da una neplagia maligna ed aveva perso 33 chili di peso) ed obbligato agli arresti domiciliari fino al 3 gennaio del 97. Il processo di primo grado si aprì il 28 novembre del 1995 e dopo un dibattimento lunghissimo, più di 300 udienze, 25 pentiti, 400 testimoni citati ( dei quali 250 dall'accusa) fu assolto il 5 luglio del 2001. In appello, nel maggio del 2004, fu condannato a cinque anni e quattro mesi. Il 12 luglio del 2005 la Cassazione a Sezioni unite annullò la decisione e ordinò un nuovo processo dal quale fu assolto alla fine del 2008.
Il processo a Mannino ha superato per durata ogni record. La sua vicenda giudiziaria inizia formalmente il 24 febbraio del 1994:gli fu notificato dalla procura della Repubblica di Palermo un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa per indagini iniziate l'anno prima, appena dopo l'arrivo di Giancarlo Caselli alla guida della Dda palermitana. Il 13 febbraio del 1995, su ordine di custodia firmato dal gip di Palermo, Alfredo Montalto, fu arrestato perché avrebbe potuto depistare le indagini. Fu rinchiuso nel carcere romano di Rebibbia e rinviato a giudizio il 28 ottobre successivo. Nel carcere romano restò fino al 15 novembre del '95 quando fu scarcerato per il grave stato di salute (era stato colpito da una neplagia maligna ed aveva perso 33 chili di peso) ed obbligato agli arresti domiciliari fino al 3 gennaio del 97. Il processo di primo grado si aprì il 28 novembre del 1995 e dopo un dibattimento lunghissimo, più di 300 udienze, 25 pentiti, 400 testimoni citati ( dei quali 250 dall'accusa) fu assolto il 5 luglio del 2001. In appello, nel maggio del 2004, fu condannato a cinque anni e quattro mesi. Il 12 luglio del 2005 la Cassazione a Sezioni unite annullò la decisione e ordinò un nuovo processo dal quale fu assolto alla fine del 2008.
I media sparano contro il Cav. ma sulle tasse non c'è stato dietrofront. Lucia Bigozzi
Rebus tasse. Silvio Berlusconi diventa il bersaglio del fuoco di fila – amico e non – che oggi sta nero su bianco in tutti i quotidiani. L’accusa bipartisan rivolta al Cav. riguarda quella che viene considerata una retromarcia, un dietrofront, un annuncio atteso da anni, auspicato, chiesto a gran voce da imprenditori, liberi professionisti, dipendenti, famiglie, sindacati. Insomma, una questione tanto strategica come la riduzione della pressione fiscale che il premier e il governo di centrodestra si sono rimangiati nel breve spazio di un weekend, piegandosi alla diktat rigorista del superministro dell’Economia Giulio Tremonti.
E così basta scorrere i titoli, leggere articoli al fulmicotone, per avere il quadro delle accuse e delle recriminazioni. Dal quotidiano della famiglia Berlusconi Il Giornale che tuona sul “Pasticcio delle tasse” con tanto di fondo del direttore Feltri, a Libero che con il direttore Belpietro titola in prima pagina “Caro Silvio, non ci stiamo”. Da Repubblica che a pagina 9 offre un retroscena sullo stop di Giulio a Silvio un attimo prima della conferenza stampa a Palazzo Chigi, a Il Riformista che parla di “Stato confusionale” (focalizzando l’attenzione su fisco e giustizia) e di “Frenata sulla svolta fiscale”, mentre per il Corriere della Sera “Berlusconi frena sulle tasse”. La sinistra, ovviamente ci mette sopra il carico da novanta con in testa Bersani che per coprire la mancanza di idee e di coraggio sul fronte delle riforme, attacca il governo sul fronte tasse parlando di “giravolta” nella quale si è prodotto un esecutivo “irresponsabile”.
Noi dell’Occidentale non siamo mai stati teneri con le titubanze, gli stop and go del Cav. su importanti capitoli dell’azione di governo o su riforme strategiche anche e soprattutto in campo economico. Lo abbiamo fatto, ad esempio, senza reticenze o scrupoli di sorta, sulla questione dell’abolizione di una delle tasse più odiose ed inique: l’Irap. In quel caso e parliamo di una manciata di mesi fa, non esitammo a criticare l’annuncio di Berlusconi subito seguito (allora sì) da una correzione di tiro e di rotta, registrando il no netto di Tremonti che alla fine, strappò al Cav. l’archiviazione della pratica.
Ma oggi sulla riforma fiscale e il nodo tasse non ci sembra che Berlusconi abbia fatto annunci e poi se li sia rimangiati. Perché, in sostanza, il premier in questi giorni non ha mai detto che nel 2010 ridurrà il carico fiscale, semmai ha confermato che non lo aumenterà, come scritto nel programma elettorale del centrodestra. La riforma tributaria si farà e sarà graduale, cioè modulata da qui alla fine della legislatura e resa compatibile con i due fattori dai quali non è possibile prescindere: la tenuta in ordine dei conti pubblici (l’Italia ha il debito pubblico più alto rispetto ai paesi dell’Ue) come chiede Bruxelles e l’andamento della crisi internazionale che impone prudenza.
Adesso, il primo passo è il riordino e la semplificazione della macchina fiscale alla quale in questo anno l’esecutivo metterà testa e mani. Semmai, Berlusconi ha rilanciato quello che è sempre stato il suo pallino, fin dal ’94: l’idea di arrivare a due aliquote iperf, una al 23 per cento e una al 33 per cento. Ma non ha mai detto che il 2010 sarà l’anno della riduzione delle tasse ed è anche per questo che proprio dopo il Consiglio dei ministri in conferenza stampa ha dichiarato che il tema delle tasse lo terrà fuori dalla campagna elettorale per le regionali.
Noi stiamo alle dichiarazioni che Berlusconi dal 6 gennaio passando per l’intervista a Repubblica del 9 fino alla conferenza stampa di ieri a Palazzo Chigi ha argomentato. Eccole nella sequenza temporale in cui si sono succedute. Il 6 gennaio durante un collegamento telefonico con alcuni europarlamentari del Pdl, il presidente del Consiglio le agenzie di stampa riportano un virgolettato che dice: “Il 2010 sarà l’anno delle riforme. Partiremo con quelle della giustizia, poi proseguiremo con la scuola e soprattutto con un programma di riforma fiscale per ridurre le tasse”. Dunque Berlusconi parla di “programma di riforma” , cioè di un progetto complesso e articolato impossibile da realizzare in dodici mesi, in realtà da sviluppare nell’arco della legislatura. Nell’intervista a Repubblica, Berlusconi enuncia un proposito: “Sogno una vera riforma tributaria. Come quella che avevamo immaginato nel ’94. Con due sole aliquote. E adesso stiamo studiando tutte le possibilità per realizzarla”. Non ci sembra che in queste frasi ci siano date certe o annunci imminenti di riduzione delle tasse.
E quando Claudio Tito gli fa notare che proprio la frase sulla riforma fiscale pronunciata tre giorni prima aveva scatenato un vespaio di polemiche, lui risponde: “Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria. Un progetto che avevamo indicato già nel 1994. Noi vogliamo un sistema che dia ordine, che sia meno confuso. Che non obblighi i contribuenti a rivolgersi al commercialista per pagare le tasse. Serve una semplificazione complessiva”. Tito lo incalza che nel ’94 fu lo stesso premier a proporre due aliquote irpef al 23 e al 33 per cento. La risposta del Cav. ci pare chiara: “Con il ministro dell’Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema. Sarebbe più razionale. Di certo, non abbiamo alcuna intenzione di aumentare le tasse. Ecco, questa è l’unica cosa impossibile”.
Fino alla conferenza stampa di ieri a Palazzo Chigi nella quale il premier mette in fila alcune precisazioni per sgomberare il campo dalle polemiche e chiarire come stanno le cose: “Nessuno di noi ha parlato di due o otto imposte, delle aliquote al 23 e 33 per cento” nel senso che quello resta l’obiettivo finale non il primo. I motivi sono chiari come pure i conti dello Stato: “La situazione attuale del debito pubblico comporterà solo interessi, una spesa di otto miliardi di euro all’anno – spiega il premier – impossibile tagliare le imposte ora” spiega il premier che aggiunge: “E’ un intervento che intendiamo fare in futuro ma le attuali condizioni di bilancio non ce lo consentono”.
Può darsi anche che dietro alle precisazioni di ieri ci sia stato lo zampino di Tremonti, che magari proprio lui in questi giorni abbia fatto pressing per riportare il Cav. dall’evocazione di una volontà alla dura realtà dei conti pubblici e della crisi da fronteggiare. Può darsi anche che Berlusconi si sia fatto prendere dalla foga di una delle idee che ha sempre avuto in testa (senza mai riuscire a realizzarle fino in fondo) e che oggi vorrebbe tradurre in fatti lasciando per questo molti margini all’interpretazione. Ma da qui a parlare di dietrofront, secondo noi ce ne corre. Piuttosto, come purtroppo è già accaduto anche nei precedenti governi Berlusconi, ci sembra che il tutto ruoti attorno a un grossolano difetto di comunicazione che applicato all’icona della comunicazione si traduce in un incredibile paradosso. Accanto a questo, la febbre da retroscenismo di molti quotidiani che preferiscono guardare dal buco della serratura anche quando la porta è spalancata.
Concediamo al Cav. queste attenuanti, in attesa di capire quando e come gli italiani pagheranno meno tasse. (l'Occidentale)
E così basta scorrere i titoli, leggere articoli al fulmicotone, per avere il quadro delle accuse e delle recriminazioni. Dal quotidiano della famiglia Berlusconi Il Giornale che tuona sul “Pasticcio delle tasse” con tanto di fondo del direttore Feltri, a Libero che con il direttore Belpietro titola in prima pagina “Caro Silvio, non ci stiamo”. Da Repubblica che a pagina 9 offre un retroscena sullo stop di Giulio a Silvio un attimo prima della conferenza stampa a Palazzo Chigi, a Il Riformista che parla di “Stato confusionale” (focalizzando l’attenzione su fisco e giustizia) e di “Frenata sulla svolta fiscale”, mentre per il Corriere della Sera “Berlusconi frena sulle tasse”. La sinistra, ovviamente ci mette sopra il carico da novanta con in testa Bersani che per coprire la mancanza di idee e di coraggio sul fronte delle riforme, attacca il governo sul fronte tasse parlando di “giravolta” nella quale si è prodotto un esecutivo “irresponsabile”.
Noi dell’Occidentale non siamo mai stati teneri con le titubanze, gli stop and go del Cav. su importanti capitoli dell’azione di governo o su riforme strategiche anche e soprattutto in campo economico. Lo abbiamo fatto, ad esempio, senza reticenze o scrupoli di sorta, sulla questione dell’abolizione di una delle tasse più odiose ed inique: l’Irap. In quel caso e parliamo di una manciata di mesi fa, non esitammo a criticare l’annuncio di Berlusconi subito seguito (allora sì) da una correzione di tiro e di rotta, registrando il no netto di Tremonti che alla fine, strappò al Cav. l’archiviazione della pratica.
Ma oggi sulla riforma fiscale e il nodo tasse non ci sembra che Berlusconi abbia fatto annunci e poi se li sia rimangiati. Perché, in sostanza, il premier in questi giorni non ha mai detto che nel 2010 ridurrà il carico fiscale, semmai ha confermato che non lo aumenterà, come scritto nel programma elettorale del centrodestra. La riforma tributaria si farà e sarà graduale, cioè modulata da qui alla fine della legislatura e resa compatibile con i due fattori dai quali non è possibile prescindere: la tenuta in ordine dei conti pubblici (l’Italia ha il debito pubblico più alto rispetto ai paesi dell’Ue) come chiede Bruxelles e l’andamento della crisi internazionale che impone prudenza.
Adesso, il primo passo è il riordino e la semplificazione della macchina fiscale alla quale in questo anno l’esecutivo metterà testa e mani. Semmai, Berlusconi ha rilanciato quello che è sempre stato il suo pallino, fin dal ’94: l’idea di arrivare a due aliquote iperf, una al 23 per cento e una al 33 per cento. Ma non ha mai detto che il 2010 sarà l’anno della riduzione delle tasse ed è anche per questo che proprio dopo il Consiglio dei ministri in conferenza stampa ha dichiarato che il tema delle tasse lo terrà fuori dalla campagna elettorale per le regionali.
Noi stiamo alle dichiarazioni che Berlusconi dal 6 gennaio passando per l’intervista a Repubblica del 9 fino alla conferenza stampa di ieri a Palazzo Chigi ha argomentato. Eccole nella sequenza temporale in cui si sono succedute. Il 6 gennaio durante un collegamento telefonico con alcuni europarlamentari del Pdl, il presidente del Consiglio le agenzie di stampa riportano un virgolettato che dice: “Il 2010 sarà l’anno delle riforme. Partiremo con quelle della giustizia, poi proseguiremo con la scuola e soprattutto con un programma di riforma fiscale per ridurre le tasse”. Dunque Berlusconi parla di “programma di riforma” , cioè di un progetto complesso e articolato impossibile da realizzare in dodici mesi, in realtà da sviluppare nell’arco della legislatura. Nell’intervista a Repubblica, Berlusconi enuncia un proposito: “Sogno una vera riforma tributaria. Come quella che avevamo immaginato nel ’94. Con due sole aliquote. E adesso stiamo studiando tutte le possibilità per realizzarla”. Non ci sembra che in queste frasi ci siano date certe o annunci imminenti di riduzione delle tasse.
E quando Claudio Tito gli fa notare che proprio la frase sulla riforma fiscale pronunciata tre giorni prima aveva scatenato un vespaio di polemiche, lui risponde: “Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria. Un progetto che avevamo indicato già nel 1994. Noi vogliamo un sistema che dia ordine, che sia meno confuso. Che non obblighi i contribuenti a rivolgersi al commercialista per pagare le tasse. Serve una semplificazione complessiva”. Tito lo incalza che nel ’94 fu lo stesso premier a proporre due aliquote irpef al 23 e al 33 per cento. La risposta del Cav. ci pare chiara: “Con il ministro dell’Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema. Sarebbe più razionale. Di certo, non abbiamo alcuna intenzione di aumentare le tasse. Ecco, questa è l’unica cosa impossibile”.
Fino alla conferenza stampa di ieri a Palazzo Chigi nella quale il premier mette in fila alcune precisazioni per sgomberare il campo dalle polemiche e chiarire come stanno le cose: “Nessuno di noi ha parlato di due o otto imposte, delle aliquote al 23 e 33 per cento” nel senso che quello resta l’obiettivo finale non il primo. I motivi sono chiari come pure i conti dello Stato: “La situazione attuale del debito pubblico comporterà solo interessi, una spesa di otto miliardi di euro all’anno – spiega il premier – impossibile tagliare le imposte ora” spiega il premier che aggiunge: “E’ un intervento che intendiamo fare in futuro ma le attuali condizioni di bilancio non ce lo consentono”.
Può darsi anche che dietro alle precisazioni di ieri ci sia stato lo zampino di Tremonti, che magari proprio lui in questi giorni abbia fatto pressing per riportare il Cav. dall’evocazione di una volontà alla dura realtà dei conti pubblici e della crisi da fronteggiare. Può darsi anche che Berlusconi si sia fatto prendere dalla foga di una delle idee che ha sempre avuto in testa (senza mai riuscire a realizzarle fino in fondo) e che oggi vorrebbe tradurre in fatti lasciando per questo molti margini all’interpretazione. Ma da qui a parlare di dietrofront, secondo noi ce ne corre. Piuttosto, come purtroppo è già accaduto anche nei precedenti governi Berlusconi, ci sembra che il tutto ruoti attorno a un grossolano difetto di comunicazione che applicato all’icona della comunicazione si traduce in un incredibile paradosso. Accanto a questo, la febbre da retroscenismo di molti quotidiani che preferiscono guardare dal buco della serratura anche quando la porta è spalancata.
Concediamo al Cav. queste attenuanti, in attesa di capire quando e come gli italiani pagheranno meno tasse. (l'Occidentale)
mercoledì 13 gennaio 2010
L'ordine dell'illegalità. Davide Giacalone
Non mi fanno paura gli scontri di Rosarno, temo di più la pace di Rosarno. Non inquieta una criminalità organizzata che semina il disordine praticando il crimine, perché questo è nella logica delle cose, terrorizza una ‘ndrangheta garante dell’ordine, per propiziare il medesimo crimine. Non m’impensierisce un tessuto sociale che, magari sbagliando, reagisce, mi preoccupa quando giace e s’assopisce. E non m’indigna un Osservatore Romano che definisce razzisti gli italiani, perché tanto, e non solo oltre Tevere, vale il principio di libera scempiaggine in libero straparlare, ma quando vedo il ministro degli interni leghista che indossa i panni del tutore dell’ordine nazionale, e che dice due cose che noi, meridionali e figli del meridionalismo democratico, abbiamo ripetuto inascoltati, ovvero che non si può tollerare la violazione della legge e che gli aiuti economici sono fonte di corruzione e non di sviluppo, allora avverto un senso di vertigine.
Le arance di Rosarno, come tutte quelle del nostro meridione, sono fuori mercato. Puoi anche metterci i neri schiavizzati, a raccoglierle, ma costeranno sempre di più di quelle importate dal Sud America o dalla Cina. Con una differenza: le seconde non sanno di niente. Puntare alla qualità, non solo del prodotto che cresce sugli alberi, ma anche a quello lavorato, come il succo, sarebbe dovuta essere la via maestra. Vale la stessa cosa per altri settori. Il nostro Meridione, invece s’è specializzato nella truffa e nel campare di sussidi. A chi volete che freghi qualche cosa vendere le arance, se i sussidi europei arrivavano per quintale prodotto e se era possibile imbrogliare sulla produzione? E a chi volete che interessi oggi, se 1500 euro arrivano per ogni ettaro, senza neanche volere sapere cosa cavolo ci fai? Non ci si campa, con quei soldi. E’ vero, ma in famiglia c’è il proprietario che prende i sussidi, la raccoglitrice d’olive e il coltivatore che non hanno mai visto un albero o una zolla, ma prendono i sussidi perché non occupati, c’è il cugino che fa la guardia forestale, e lavora solo quando si tratta di dare fuoco ai boschi, in modo da rinnovare il contratto a termine, poi c’è l’infermiere, con il figlio medico, la maestra, con la figlia dottoressa, e tutti insieme fanno una bella somma di contributi pubblici e lavori fatti in nero. Ed ecco spiegato il miracolo: la terra con il più basso reddito pro capite d’Italia è piena zeppa di neri al servizio del raccolto.
Ma, attenti, mica è un sistema che hanno inventato loro, è il frutto di un accordo non scritto, di un equilibrio non dichiarato, che ha gradualmente trasformato il Mezzogiorno in un regno di sussidiati, in cambio di consensi agli elargitori. S’è praticata un’anestesia sociale che ancora dura, con i giovani disoccupati che non mancano di consumare il rito serale dell’happy hour. Ascoltate le parole di Florindo Rubbettino, presidente dei giovani industriali calabresi, sentite l’orgoglio di chi sa che quella può essere terra ricca e civile, ma che va liberata dagli aiuti diretti a finanziare i pesi morti, e va liberata dalla delinquenza, che è il primo ed imprescindibile dovere dello Stato, ascoltate la voce di chi, per una volta, non chiede quattrini, ma rispetto, non chiede aiuto, ma lo offre, e domandatevi: perché il Sud non è in mano a uomini come lui? Perché la gran parte dei quattrini che affluiscono servono a finanziare la conservazione della miseria apparente e ad ostacolare la creazione di ricchezza trasparente. Ecco perché.
Razzisti i rosarnesi? Quelli che, la notte di Natale, hanno diviso il pasto con i neri accampati? Quelli che ci convivono da anni? E scusate, se magari osservano che non è bello vederli pisciare sui muri delle proprie case, perdonateli se non sono proprio felici di vedere la scuola dei loro figli confinare con un campo di sbandati e clandestini. Ma, poi, che razza di clandestini sono, se parlano con il prefetto? L’ordine e la legge, quelli veri, non vanno imposti, ma offerti ai rosarnesi, come a tutti i calabresi e a tutti i cittadini del Sud. Che non ci credono, perché già tante volte traditi.
Proprio a Rosarno hanno appena arrestato diciassette uomini della ‘ndrangheta. Si tratta, lo ha ricordato il procuratore Giuseppe Pignatone, di un’indagine in corso da tempo, che con i fatti di questi giorni non ha nulla a che vedere. Salvo il fatto che a uno dei diciassette hanno notificato il mandato di cattura in galera, visto che lo avevano già arrestato, mentre si scagliava contro neri e carabinieri. Nipote di un boss e rivoltoso con il popolo. Tanto per avere un’idea di come stanno le cose.
Tornerà la pace, ma quale? Vedrete, altri neri, magari con la pelle chiara e senza bisogno del permesso di soggiorno, andranno a raccogliere gli agrumi. In nero, perché fuori mercato. Lo sapranno tutti, come lo sapevano già tutti: amministratori locali, commissari di governo, forze dell’ordine, prefetti, magistrati e parroci. Tutti, cittadini compresi, naturalmente. Ciascuno controllerà che non si creino danni alla convivenza civile, non ci siano furti e omicidi, non si bestemmi la divinità. Ma tutti tollereranno l’illegalità, che avrà un suo ordine interno, anche quando scoppia il disagio. L’ordine dell’illegalità. La ‘ndrangheta. Che avrà comprato i terreni e riscuoterà i sussidi, che avrà sempre bisogno di una base logistica da cui far partire il commercio di droga, quindi di un territorio ordinato, i cui bisogni primari siano stati soddisfatti. Da qui, poi, i trafficanti trarranno ricchezze che ricicleranno ed investiranno altrove: in Germania, in Canada, a Torino, a Milano, come gli ultimi arrestati, che avevano le loro basi operative in Emilia Romagna. In un altrove di cui non gestiranno l’ordine, ma di cui utilizzeranno il disordine produttivo.
Si cheterà l’Osservatore Romano, si spegneranno i riflettori, noi stessi ci occuperemo d’altro, Rubbettino continuerà ad abbaiare al vento, e tutti vivranno in pace. E nella vergogna, ma è un dettaglio.
Le arance di Rosarno, come tutte quelle del nostro meridione, sono fuori mercato. Puoi anche metterci i neri schiavizzati, a raccoglierle, ma costeranno sempre di più di quelle importate dal Sud America o dalla Cina. Con una differenza: le seconde non sanno di niente. Puntare alla qualità, non solo del prodotto che cresce sugli alberi, ma anche a quello lavorato, come il succo, sarebbe dovuta essere la via maestra. Vale la stessa cosa per altri settori. Il nostro Meridione, invece s’è specializzato nella truffa e nel campare di sussidi. A chi volete che freghi qualche cosa vendere le arance, se i sussidi europei arrivavano per quintale prodotto e se era possibile imbrogliare sulla produzione? E a chi volete che interessi oggi, se 1500 euro arrivano per ogni ettaro, senza neanche volere sapere cosa cavolo ci fai? Non ci si campa, con quei soldi. E’ vero, ma in famiglia c’è il proprietario che prende i sussidi, la raccoglitrice d’olive e il coltivatore che non hanno mai visto un albero o una zolla, ma prendono i sussidi perché non occupati, c’è il cugino che fa la guardia forestale, e lavora solo quando si tratta di dare fuoco ai boschi, in modo da rinnovare il contratto a termine, poi c’è l’infermiere, con il figlio medico, la maestra, con la figlia dottoressa, e tutti insieme fanno una bella somma di contributi pubblici e lavori fatti in nero. Ed ecco spiegato il miracolo: la terra con il più basso reddito pro capite d’Italia è piena zeppa di neri al servizio del raccolto.
Ma, attenti, mica è un sistema che hanno inventato loro, è il frutto di un accordo non scritto, di un equilibrio non dichiarato, che ha gradualmente trasformato il Mezzogiorno in un regno di sussidiati, in cambio di consensi agli elargitori. S’è praticata un’anestesia sociale che ancora dura, con i giovani disoccupati che non mancano di consumare il rito serale dell’happy hour. Ascoltate le parole di Florindo Rubbettino, presidente dei giovani industriali calabresi, sentite l’orgoglio di chi sa che quella può essere terra ricca e civile, ma che va liberata dagli aiuti diretti a finanziare i pesi morti, e va liberata dalla delinquenza, che è il primo ed imprescindibile dovere dello Stato, ascoltate la voce di chi, per una volta, non chiede quattrini, ma rispetto, non chiede aiuto, ma lo offre, e domandatevi: perché il Sud non è in mano a uomini come lui? Perché la gran parte dei quattrini che affluiscono servono a finanziare la conservazione della miseria apparente e ad ostacolare la creazione di ricchezza trasparente. Ecco perché.
Razzisti i rosarnesi? Quelli che, la notte di Natale, hanno diviso il pasto con i neri accampati? Quelli che ci convivono da anni? E scusate, se magari osservano che non è bello vederli pisciare sui muri delle proprie case, perdonateli se non sono proprio felici di vedere la scuola dei loro figli confinare con un campo di sbandati e clandestini. Ma, poi, che razza di clandestini sono, se parlano con il prefetto? L’ordine e la legge, quelli veri, non vanno imposti, ma offerti ai rosarnesi, come a tutti i calabresi e a tutti i cittadini del Sud. Che non ci credono, perché già tante volte traditi.
Proprio a Rosarno hanno appena arrestato diciassette uomini della ‘ndrangheta. Si tratta, lo ha ricordato il procuratore Giuseppe Pignatone, di un’indagine in corso da tempo, che con i fatti di questi giorni non ha nulla a che vedere. Salvo il fatto che a uno dei diciassette hanno notificato il mandato di cattura in galera, visto che lo avevano già arrestato, mentre si scagliava contro neri e carabinieri. Nipote di un boss e rivoltoso con il popolo. Tanto per avere un’idea di come stanno le cose.
Tornerà la pace, ma quale? Vedrete, altri neri, magari con la pelle chiara e senza bisogno del permesso di soggiorno, andranno a raccogliere gli agrumi. In nero, perché fuori mercato. Lo sapranno tutti, come lo sapevano già tutti: amministratori locali, commissari di governo, forze dell’ordine, prefetti, magistrati e parroci. Tutti, cittadini compresi, naturalmente. Ciascuno controllerà che non si creino danni alla convivenza civile, non ci siano furti e omicidi, non si bestemmi la divinità. Ma tutti tollereranno l’illegalità, che avrà un suo ordine interno, anche quando scoppia il disagio. L’ordine dell’illegalità. La ‘ndrangheta. Che avrà comprato i terreni e riscuoterà i sussidi, che avrà sempre bisogno di una base logistica da cui far partire il commercio di droga, quindi di un territorio ordinato, i cui bisogni primari siano stati soddisfatti. Da qui, poi, i trafficanti trarranno ricchezze che ricicleranno ed investiranno altrove: in Germania, in Canada, a Torino, a Milano, come gli ultimi arrestati, che avevano le loro basi operative in Emilia Romagna. In un altrove di cui non gestiranno l’ordine, ma di cui utilizzeranno il disordine produttivo.
Si cheterà l’Osservatore Romano, si spegneranno i riflettori, noi stessi ci occuperemo d’altro, Rubbettino continuerà ad abbaiare al vento, e tutti vivranno in pace. E nella vergogna, ma è un dettaglio.
lunedì 11 gennaio 2010
"La P2 non cospirò contro lo Stato".
La Repubblica— 28 marzo 1996 pagina 18 sezione: CRONACA di Roma
La Loggia P2 non cospirò contro le istituzioni dello Stato. Lo ha stabilito la seconda corte d' assise d' appello di Roma che ha confermato la sentenza di assoluzione nei confronti di una serie di aderenti alla organizzazione fondata da Licio Gelli. Erano appunto accusati del reato di "cospirazione politica mediante associazione". Lo stesso del quale avrebbe risposto anche l' ex maestro venerabile se una questione tecnico-giuridica (la Svizzera a suo tempo non concesse l' estradizione per questa imputazione) non l' avesso impedito. A Gelli è stata confermata la condanna a 17 anni (cinque condonati) per millantato credito e calunnia ai danni dei magistrati milanesi Giuliano Turone, Guido Viola e Gherardo Colombo. MA IL CUORE del processo era la cospirazione politica, cioè l' individuazione della vera natura della loggia segreta. "La storia del nostro paese - disse lo scorso 11 marzo il procuratore generale Giorgio Santacroce nella sua requisitoria - non passa soltanto attraverso la P2 che pure rappresenta una brutta pagina di storia e di politica civile dell' Italia". La tesi di Santacroce - che chiese l' assoluzione di tutti gli imputati dal reato principale "per non aver commesso il fatto" - è stata accolta dalla corte d' assise d' appello presieduta da Vincenzo Frunzio dopo quasi quattro ore di camera di consiglio. Severi nel sanzionare i fatti specifici - un altro imputato, l' ex dirigente del servizio segreto Gian Adelio Maletti, è stato condannato a quattordici anni per procacciamento di notizie riservate - i giudici d' appello sono stati altrettanto fermi nel non attribuire alla P2 la natura di una associazione destabilizzante. La loro decisione limita all' ambito politico, escludendo quello penale, i giudizi espressi da personalità come Sandro Pertini (fu lui uno dei primi a definire la P2 "una associazione a delinquere") e dal Parlamento. Scrissero nel 1984 i membri della commissione d' inchiesta presieduta da Tina Anselmi: "La P2 si è posta come motivo d' inquinamento della vita nazionale mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni". La sentenza di ieri, invece, riduce a una seppur ardita proposta di riforma istituzionale il famoso "Piano di Rinascita democratica" col quale Gelli si proponeva di diventare il "burattinaio" dell' Italia. Grande è infatti la soddisfazione dell' ex Venerabile. Trascurando la circostanza della pesante condanna per la calunnia contro i magistrati, Gelli, poco dopo la sentenza, dalla sua villa di Arezzo ha parlato col tono del vincitore: "Mi è stato restituito quanto mi si doveva senza interessi". E ancora. "Ora dobbiamo chiederci: chi pagherà le spese per quindici anni di indagini e di processi inutili? Non c' era allora nessun motivo per avviare queste indagini ma solo un teorema dei giudici. E allora bisogna che a pagare siano i giudici. A questo punto comunque speriamo che da oggi lascino riposare in pace la P2". Nell' elenco degli assolti ci sono nomi che, anche in tempi recenti, hanno occupato le cronache dei misteri d' Italia. Per esempio quello di Demetrio Cogliandro, l' ex dirigente del servizio segreto militare nella cui abitazione alcuni mesi fa fu scoperto un archivio segreto su abitudini, vizi, opinioni politiche di varie personalità. Ci sono poi l' imprenditore Umberto Ortolani, i generali Franco Picchiotti e Antonio Viezzer, il capitano Antonio Labruna, e quindi Enzo Giunchiglia, Salvatore Bellassai e Pietro Musumeci. La vicenda per la quale è stato condannato Maletti - che da anni vive all' estero - è quella della divulgazione del dossier chiamato in codice Mi.Fo.Biali che tra l' altro parlava di un tentativo, sostenuto attraverso finanziamenti ottenuti con traffici illeciti di petrolio, di dar vita a un secondo partito cattolico di stampo conservatore. La vicenda del fascicolo Mi.Fo.Biali (che fu trovato nell' archivio di Mino Pecorelli, assassinato nel marzo del 1979) è l' unica dove si è verificato un contrasto tra la tesi del Pg e la sentenza. Santacroce infatti aveva chiesto la condanna a dieci anni di reclusione del generale Antonio Viezzer, accusandolo d' essere il responsabile della sottrazione del documento. (la Repubblica)
La Loggia P2 non cospirò contro le istituzioni dello Stato. Lo ha stabilito la seconda corte d' assise d' appello di Roma che ha confermato la sentenza di assoluzione nei confronti di una serie di aderenti alla organizzazione fondata da Licio Gelli. Erano appunto accusati del reato di "cospirazione politica mediante associazione". Lo stesso del quale avrebbe risposto anche l' ex maestro venerabile se una questione tecnico-giuridica (la Svizzera a suo tempo non concesse l' estradizione per questa imputazione) non l' avesso impedito. A Gelli è stata confermata la condanna a 17 anni (cinque condonati) per millantato credito e calunnia ai danni dei magistrati milanesi Giuliano Turone, Guido Viola e Gherardo Colombo. MA IL CUORE del processo era la cospirazione politica, cioè l' individuazione della vera natura della loggia segreta. "La storia del nostro paese - disse lo scorso 11 marzo il procuratore generale Giorgio Santacroce nella sua requisitoria - non passa soltanto attraverso la P2 che pure rappresenta una brutta pagina di storia e di politica civile dell' Italia". La tesi di Santacroce - che chiese l' assoluzione di tutti gli imputati dal reato principale "per non aver commesso il fatto" - è stata accolta dalla corte d' assise d' appello presieduta da Vincenzo Frunzio dopo quasi quattro ore di camera di consiglio. Severi nel sanzionare i fatti specifici - un altro imputato, l' ex dirigente del servizio segreto Gian Adelio Maletti, è stato condannato a quattordici anni per procacciamento di notizie riservate - i giudici d' appello sono stati altrettanto fermi nel non attribuire alla P2 la natura di una associazione destabilizzante. La loro decisione limita all' ambito politico, escludendo quello penale, i giudizi espressi da personalità come Sandro Pertini (fu lui uno dei primi a definire la P2 "una associazione a delinquere") e dal Parlamento. Scrissero nel 1984 i membri della commissione d' inchiesta presieduta da Tina Anselmi: "La P2 si è posta come motivo d' inquinamento della vita nazionale mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni". La sentenza di ieri, invece, riduce a una seppur ardita proposta di riforma istituzionale il famoso "Piano di Rinascita democratica" col quale Gelli si proponeva di diventare il "burattinaio" dell' Italia. Grande è infatti la soddisfazione dell' ex Venerabile. Trascurando la circostanza della pesante condanna per la calunnia contro i magistrati, Gelli, poco dopo la sentenza, dalla sua villa di Arezzo ha parlato col tono del vincitore: "Mi è stato restituito quanto mi si doveva senza interessi". E ancora. "Ora dobbiamo chiederci: chi pagherà le spese per quindici anni di indagini e di processi inutili? Non c' era allora nessun motivo per avviare queste indagini ma solo un teorema dei giudici. E allora bisogna che a pagare siano i giudici. A questo punto comunque speriamo che da oggi lascino riposare in pace la P2". Nell' elenco degli assolti ci sono nomi che, anche in tempi recenti, hanno occupato le cronache dei misteri d' Italia. Per esempio quello di Demetrio Cogliandro, l' ex dirigente del servizio segreto militare nella cui abitazione alcuni mesi fa fu scoperto un archivio segreto su abitudini, vizi, opinioni politiche di varie personalità. Ci sono poi l' imprenditore Umberto Ortolani, i generali Franco Picchiotti e Antonio Viezzer, il capitano Antonio Labruna, e quindi Enzo Giunchiglia, Salvatore Bellassai e Pietro Musumeci. La vicenda per la quale è stato condannato Maletti - che da anni vive all' estero - è quella della divulgazione del dossier chiamato in codice Mi.Fo.Biali che tra l' altro parlava di un tentativo, sostenuto attraverso finanziamenti ottenuti con traffici illeciti di petrolio, di dar vita a un secondo partito cattolico di stampo conservatore. La vicenda del fascicolo Mi.Fo.Biali (che fu trovato nell' archivio di Mino Pecorelli, assassinato nel marzo del 1979) è l' unica dove si è verificato un contrasto tra la tesi del Pg e la sentenza. Santacroce infatti aveva chiesto la condanna a dieci anni di reclusione del generale Antonio Viezzer, accusandolo d' essere il responsabile della sottrazione del documento. (la Repubblica)
domenica 10 gennaio 2010
Una via per Craxi e una via d'uscita per tutti noi. l'Occidentale
Qualche giorno fa, nella trasmissione "In Mezz'Ora" condotta da Lucia Annunziata, Stefania Craxi ha letto poche righe di una famosa sentenza di condanna emessa dalla IV sezione penale della Corte di Cassazione contro Bettino Craxi. Basterebbero quelle poche righe per far meritare allo scomparso leader socialista l'intitolazione di una via di Milano.
La sentenza è del luglio 1998 e riguarda il cosiddetto scandalo delle Metropolitane Milanesi. In Appello Craxi fu condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione, cinque anni di interdizione ai pubblici uffici e oltre dieci miliardi di lire di risarcimento alla Metropolitana Milanese. Il reato era quello di corruzione e di finanziamento illecito ai partiti.
Ma il bello viene nella sentenza di Cassazione che conferma il tutto. Ecco cosa vi si legge tra l'altro: "...si può dare atto a Craxi che in questo processo non è risultato nè che abbia sollecitato contributi al suo partito, nè che ne abbia ricevuti nelle sue mani. Ma queste circostanze - che forse potrebbero avere un qualche valore da un punto di vista, per così dire, estetico - nulla significano ai fini dell'accertamento della reponsabilità penale".
Avete capito bene: i supremi giudici riconoscono che non c'era alcuna prova che Craxi avesse corrotto qualcuno o avesse illecitamente finanziato il suo partito (o se medesimo) ma tutto questo viene considerato poco più di una belluria, un elemento decorativo. In realtà quello che interessava ai giudici era condannare la sua responsabilità politica - il "non poteva non sapere" - e per farlo dovevano farla coincidere con quella penale.
Niente prove dunque, nè verifiche, nè riscontri, ma la semplice e libera convinzione del giudice che Craxi fosse un mascalzone in quanto segretario del Psi. Ne viene fuori l'immagine di una giustizia che vede insita nella sfera politica il malaffare e per questo si prefigge di contrastarla. Tutto il resto è un fatto "estetico".
In questa sentenza ci sono i semi velenosi dello scontro tra giustizia e politica che ci trasciniamo ancora oggi e da cui sarebbe ora di trovare una via d'uscita: l'idea insomma secondo cui i politici vanno tenuti a bada non per i reati che commettono ma per la politica che producono. Che può anche essere disdicevole, immorale o semplicemente non piacere. Ma dovrebbero essere gli elettori a punirla e non i giudici.
La sentenza è del luglio 1998 e riguarda il cosiddetto scandalo delle Metropolitane Milanesi. In Appello Craxi fu condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione, cinque anni di interdizione ai pubblici uffici e oltre dieci miliardi di lire di risarcimento alla Metropolitana Milanese. Il reato era quello di corruzione e di finanziamento illecito ai partiti.
Ma il bello viene nella sentenza di Cassazione che conferma il tutto. Ecco cosa vi si legge tra l'altro: "...si può dare atto a Craxi che in questo processo non è risultato nè che abbia sollecitato contributi al suo partito, nè che ne abbia ricevuti nelle sue mani. Ma queste circostanze - che forse potrebbero avere un qualche valore da un punto di vista, per così dire, estetico - nulla significano ai fini dell'accertamento della reponsabilità penale".
Avete capito bene: i supremi giudici riconoscono che non c'era alcuna prova che Craxi avesse corrotto qualcuno o avesse illecitamente finanziato il suo partito (o se medesimo) ma tutto questo viene considerato poco più di una belluria, un elemento decorativo. In realtà quello che interessava ai giudici era condannare la sua responsabilità politica - il "non poteva non sapere" - e per farlo dovevano farla coincidere con quella penale.
Niente prove dunque, nè verifiche, nè riscontri, ma la semplice e libera convinzione del giudice che Craxi fosse un mascalzone in quanto segretario del Psi. Ne viene fuori l'immagine di una giustizia che vede insita nella sfera politica il malaffare e per questo si prefigge di contrastarla. Tutto il resto è un fatto "estetico".
In questa sentenza ci sono i semi velenosi dello scontro tra giustizia e politica che ci trasciniamo ancora oggi e da cui sarebbe ora di trovare una via d'uscita: l'idea insomma secondo cui i politici vanno tenuti a bada non per i reati che commettono ma per la politica che producono. Che può anche essere disdicevole, immorale o semplicemente non piacere. Ma dovrebbero essere gli elettori a punirla e non i giudici.
venerdì 8 gennaio 2010
Vaccinati senza vaccino. Davide Giacalone
Passata la malattia, si tende a dimenticare. Qui, invece, faremmo bene a ricordare, anche perché la malattia non l’abbiamo presa. L’influenza A, in un certo senso, ci ha vaccinati, proprio perché il vaccino non l’ha fatto quasi nessuno. Quel che è successo è molto istruttivo e politicamente rilevante. Insomma, non si può liquidarlo sotto la voce “falso allarme”.
Nell’aprile del 2009, da perfetto ignorante di cose mediche, avvertivo i lettori che i conti non mi tornavano. S’era già levato un coro isterico, partito dagli ospedali messicani, che raccontava di gente morente come mosche spruzzate d’insetticida. Si avvertivano i viaggiatori, si descrivevano i sintomi, si sdottoreggiava sull’origine di quella che neanche era chiamata epidemia, ma direttamente pandemia. Non potendo fare altro, oltre agli scongiuri, mi misi a guardare i numeri. E non trovavo i morti. O, meglio, trovavo un bel po’ di messicani passati all’altro mondo, ma non la differenza rispetto alla normalità. Oh bella, morirà pur qualcuno, in Messico, anche senza l’influenza A! Poi fu lanciata la notizia sensazionale: un caso di contagio è stato trovato a Madrid. E’ finita, il mondo è contaminato, si lesse in tutti gli idiomi. Così, anche ricordando l’influenza delle mucche e quella degli uccelli, e senza neanche volere pensare a quella delle pecore, scrissi quel che mi sembrava di vedere: c’è in giro un’epidemia, consistente nella moda delle epidemie. Aprile 2009.
Ma gli allarmi mondiali non fecero che ululare, e, oramai, era cominciata la corsa al vaccino, senza il quale non si sa se sarebbero bastati i cimiteri. In casi come questi, la cosa migliore che possa capitare è che l’allarme sia infondato. E’ capitato. E’ andata bene. Ma c’è costato troppo. Veniamo, allora, al vaccino.
La prevenzione è cosa utilissima, i vaccini sono importantissimi. Se qualcuno legge, in quel che ho scritto e adesso scrivo, una specie d’avversità ai vaccini, si sbaglia. Ma questo specifico vaccino pone problemi piuttosto grossi, che sarebbe colpevole ignorare. Il primo è d’ordine culturale: tutte (o quasi) le autorità sanitarie, nei vari Paesi, hanno premuto per l’acquisto, ma la gran parte dei medici lo hanno sconsigliato ai propri pazienti e non lo ha praticato a sé. Questa frattura è preoccupante. Oggi ci sono scorte di vaccini da smaltire, soldi sprecati da recuperare, almeno in parte, o regali da fare (è la via scelta dall’Italia), ma i medici che osservano questa scena, siano essi italiani, francesi, inglesi o tedeschi, se la ridono. Noi lo sapevamo, dicono.
Se fosse accaduto solo da noi, o solo in Francia, o in un solo posto, si sarebbe gridato allo scandalo. Essendo accaduto quasi ovunque, che si fa, si grida allo scandalo globale? Posso accettare, da ignorante, l’idea che chi è responsabile della prevenzione, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ai vari ministeri nazionali, ecceda in prudenza. Ma se, poi, a quella prudenza non credono i medici, ovvero quelli che dovrebbero tradurla in pratica, c’è qualche cosa di profondamente guasto.
Il secondo problema è d’ordine economico ed amministrativo. Anche noi ignoranti sappiamo distinguere il vaccino contro la difterite da quello contro l’influenza stagionale, e sappiamo che il primo si prepara con calma, programmando, mentre per il secondo si deve correre, una volta individuato il nuovo ceppo. Altrettanto veloci devono essere le pratiche amministrative, per disporne l’acquisto. Ma se mi si viene a dire che s’è proceduto utilizzando le norme contro il terrorismo, perché l’evento non era prevedibile, allora m’arrabbio. Anzi, mi rendo utile, annunciando, fin da ora, che, con il prossimo autunno-inverno, manco fosse alta moda, ci sarà un nuovo ceppo influenzale. E’ tanto prevedibile, che lo prevedo da ora. Con questo, si badi, non intendo sostenere che chi ha disposto quell’acquisto, utilizzando quello strumento amministrativo, si sia comportato male. Le cose stanno in modo peggiore: in Italia non si riesce a governare la normalità, quindi si deve inventare l’emergenza.
Il terzo aspetto è relativo al contenuto del contratto. Nel mondo si usano gli standard. Posto che siamo tutti umani, e che l’influenza (falsamente) mortale è una anch’essa, perché ciascun Paese stipula contratti separati e diversi? Non è un comportamento razionale, e l’Oms serve, o dovrebbe servire, ad evitare l’irrazionalità, standardizzando.
Tanto più che poi capita di leggere, nel contratto italiano, che gli eventuali effetti negativi, o mortali, del vaccino, sono a carico dello Stato, e non della ditta che accende ceri all’influenza, vendendo le dosi. E siccome la cosa non è razionale, aumenta la diffidenza. Se si legge, in quello statunitense, che il vaccino per i cittadini contiene squalene, ma quello per i politici e i militari no, aumenta la diffidenza. Mi hanno spiegato, gli esperti, che lo squalene non fa male, salvo in rarissimi casi. Ci credo. Ma è la differenza a destare sospetto.
Sicché, siamo vaccinati dal non esserci vaccinati. Al prossimo allarme sarebbe da incoscienti non crederci, e tutti conosciamo la storiella di “al lupo, al lupo”. Ma, al prossimo allarme, specie se fiutabilmente pompato, talché un ignorante ne abbia sentito subito l’afrore, cerchiamo di capire chi è responsabile di cosa. E se non succede nulla, dopo avere speso per prevenirlo, facciamogli cambiare mestiere, o, che è pur sempre un’interessante alternativa, promuoviamolo a portafortuna internazionale.
Nell’aprile del 2009, da perfetto ignorante di cose mediche, avvertivo i lettori che i conti non mi tornavano. S’era già levato un coro isterico, partito dagli ospedali messicani, che raccontava di gente morente come mosche spruzzate d’insetticida. Si avvertivano i viaggiatori, si descrivevano i sintomi, si sdottoreggiava sull’origine di quella che neanche era chiamata epidemia, ma direttamente pandemia. Non potendo fare altro, oltre agli scongiuri, mi misi a guardare i numeri. E non trovavo i morti. O, meglio, trovavo un bel po’ di messicani passati all’altro mondo, ma non la differenza rispetto alla normalità. Oh bella, morirà pur qualcuno, in Messico, anche senza l’influenza A! Poi fu lanciata la notizia sensazionale: un caso di contagio è stato trovato a Madrid. E’ finita, il mondo è contaminato, si lesse in tutti gli idiomi. Così, anche ricordando l’influenza delle mucche e quella degli uccelli, e senza neanche volere pensare a quella delle pecore, scrissi quel che mi sembrava di vedere: c’è in giro un’epidemia, consistente nella moda delle epidemie. Aprile 2009.
Ma gli allarmi mondiali non fecero che ululare, e, oramai, era cominciata la corsa al vaccino, senza il quale non si sa se sarebbero bastati i cimiteri. In casi come questi, la cosa migliore che possa capitare è che l’allarme sia infondato. E’ capitato. E’ andata bene. Ma c’è costato troppo. Veniamo, allora, al vaccino.
La prevenzione è cosa utilissima, i vaccini sono importantissimi. Se qualcuno legge, in quel che ho scritto e adesso scrivo, una specie d’avversità ai vaccini, si sbaglia. Ma questo specifico vaccino pone problemi piuttosto grossi, che sarebbe colpevole ignorare. Il primo è d’ordine culturale: tutte (o quasi) le autorità sanitarie, nei vari Paesi, hanno premuto per l’acquisto, ma la gran parte dei medici lo hanno sconsigliato ai propri pazienti e non lo ha praticato a sé. Questa frattura è preoccupante. Oggi ci sono scorte di vaccini da smaltire, soldi sprecati da recuperare, almeno in parte, o regali da fare (è la via scelta dall’Italia), ma i medici che osservano questa scena, siano essi italiani, francesi, inglesi o tedeschi, se la ridono. Noi lo sapevamo, dicono.
Se fosse accaduto solo da noi, o solo in Francia, o in un solo posto, si sarebbe gridato allo scandalo. Essendo accaduto quasi ovunque, che si fa, si grida allo scandalo globale? Posso accettare, da ignorante, l’idea che chi è responsabile della prevenzione, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ai vari ministeri nazionali, ecceda in prudenza. Ma se, poi, a quella prudenza non credono i medici, ovvero quelli che dovrebbero tradurla in pratica, c’è qualche cosa di profondamente guasto.
Il secondo problema è d’ordine economico ed amministrativo. Anche noi ignoranti sappiamo distinguere il vaccino contro la difterite da quello contro l’influenza stagionale, e sappiamo che il primo si prepara con calma, programmando, mentre per il secondo si deve correre, una volta individuato il nuovo ceppo. Altrettanto veloci devono essere le pratiche amministrative, per disporne l’acquisto. Ma se mi si viene a dire che s’è proceduto utilizzando le norme contro il terrorismo, perché l’evento non era prevedibile, allora m’arrabbio. Anzi, mi rendo utile, annunciando, fin da ora, che, con il prossimo autunno-inverno, manco fosse alta moda, ci sarà un nuovo ceppo influenzale. E’ tanto prevedibile, che lo prevedo da ora. Con questo, si badi, non intendo sostenere che chi ha disposto quell’acquisto, utilizzando quello strumento amministrativo, si sia comportato male. Le cose stanno in modo peggiore: in Italia non si riesce a governare la normalità, quindi si deve inventare l’emergenza.
Il terzo aspetto è relativo al contenuto del contratto. Nel mondo si usano gli standard. Posto che siamo tutti umani, e che l’influenza (falsamente) mortale è una anch’essa, perché ciascun Paese stipula contratti separati e diversi? Non è un comportamento razionale, e l’Oms serve, o dovrebbe servire, ad evitare l’irrazionalità, standardizzando.
Tanto più che poi capita di leggere, nel contratto italiano, che gli eventuali effetti negativi, o mortali, del vaccino, sono a carico dello Stato, e non della ditta che accende ceri all’influenza, vendendo le dosi. E siccome la cosa non è razionale, aumenta la diffidenza. Se si legge, in quello statunitense, che il vaccino per i cittadini contiene squalene, ma quello per i politici e i militari no, aumenta la diffidenza. Mi hanno spiegato, gli esperti, che lo squalene non fa male, salvo in rarissimi casi. Ci credo. Ma è la differenza a destare sospetto.
Sicché, siamo vaccinati dal non esserci vaccinati. Al prossimo allarme sarebbe da incoscienti non crederci, e tutti conosciamo la storiella di “al lupo, al lupo”. Ma, al prossimo allarme, specie se fiutabilmente pompato, talché un ignorante ne abbia sentito subito l’afrore, cerchiamo di capire chi è responsabile di cosa. E se non succede nulla, dopo avere speso per prevenirlo, facciamogli cambiare mestiere, o, che è pur sempre un’interessante alternativa, promuoviamolo a portafortuna internazionale.
La fermezza e l'ipocrisia. Angelo Panebianco
Sappiamo da tempo che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa?
Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.
C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.
Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.
Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale.
La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili. (Corriere della Sera)
Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.
C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.
Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.
Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale.
La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili. (Corriere della Sera)
giovedì 7 gennaio 2010
Caro Boeri...di Adriano Teso. Chicago-Blog
Riceviamo da Adriano Teso, e volentieri pubblichiamo.
Caro Prof. Boeri,
ho molto apprezzato le Sue parole sull’esigenza di fare quelle riforme economiche che da troppi anni vengono rimandate. Mi permetto di ricordare le principali: i 20 interventi strutturali per lo sviluppo dell’Economia.
Vorrei però ricordare anche alcuni elementi essenziali inerenti un Suo recente articolo pubblicato su Affari e Finanza de La Repubblica e intitolato “Una tassa sul privilegio”.
In astratto credo anch’io che sia ragionevole pensare a una maggiore tassazione delle rendite (ma in un mercato globalizzato, esistono? quali sono?), ma solo con una parallela diminuzione delle imposte sugli investimenti a rischio come la ricerca e il capitale delle aziende produttive. Non bisogna, inoltre, confondere gli investimenti in borsa, necessari per lo sviluppo industriale e ad alto rischio, con le rendite di titoli di Stato – ma al netto di inflazione rendono? E la concorrenza monetaria e di tassi a livello mondiale lo permettono?
Come sappiamo, la pressione fiscale italiana dichiarata dalle fonti ufficiali si riferisce a un PIL corretto, cioè un PIL che comprende anche una stima sul sommerso. Ma dato che le tasse non si pagano sull’evasione, la pressione fiscale reale, per i contribuenti onesti, è molto più alta di quella dichiarata e supera ampiamente il 50%.
L’elevata pressione fiscale è uno dei principali mali che stanno portando al declino la vecchia Europa e soprattutto l’Italia. Vantiamo il triste primato nelle economie occidentali e forse mondiali. Le tante imposte che paghiamo non sono altro che il risultato della necessità dello Stato di coprire una infinità di stipendi non produttivi e di sprechi. Dunque, se non si riduce il costo dello Stato, sarà ben difficile riformare seriamente il fisco. Al massimo si potrà procedere a una progressiva limatura della famigerata IRAP, che tassa il lavoro nelle aziende ed i loro costi, perfino di aziende in perdita!
Capisco che il povero Ministro Tremonti abbia difficoltà ad abbassare le tasse. Deve barcamenarsi fra cali produttivi del 20%, con relativa diminuzione del gettito, un aumento della spesa per gli ammortizzatori sociali, a cui si è sommato il terremoto, una crisi mondiale senza precedenti e l’eredità di un debito pubblico enorme, fatto dalla politica dei trent’anni precedenti il suo arrivo. E il futuro non è roseo: la spesa pubblica aumenta a ritmi di oltre il 10% all’anno, malgrado il forte calo degli interessi passivi. Sarà un disastro quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali.
Ma se questo governo non imbocca con decisione la strada dello smagrimento della pubblica amministrazione (ad esempio, le province da abolire, la diminuzione del numero dei Parlamentari, l’abolizione dei tanti uffici e delle tante procedure inutili, la cessazione di trasferimenti alle amministrazioni locali sprecone) e del funzionamento della sussidiarietà e del mercato, non ci sarà alternativa al nostro definitivo declino.
E’ paradossale che, in questo contesto, ogni tanto rispunti demagogicamente l’aumento delle tasse per i “ricchi”. Suppongo, guadagnando più di 500.000 euro l’anno, di appartenere a tale categoria. Proviamo a fare due conti. Il mio reddito lo guadagno facendo impresa. La pressione fiscale reale sul reddito che produco, fra IRES, IRAP e spese non deducibili, è mediamente del 62%. Basta dare un’occhiata ai bilanci pubblicati. Poi devo incassare il dividendo, sul quale pago un ulteriore 18,6% e con quanto mi rimane compero beni sui quali pago il 20% di IVA. Ci aggiungiamo un 3 punti fra tasse automobilistiche, ICI e altre imposizioni comunali, bolli, tasse su benzina e assicurazioni? Fatta la somma, a scalare naturalmente, ne esce una pressione fiscale del 78%. Con un simile livello di tassazione, come fa un imprenditore a finanziare nuovi investimenti necessari allo sviluppo, quando i concorrenti esteri pagano quasi la metà? Naturalmente, questi conti valgono anche per le piccole imprese.
Le cose non vanno meglio per i dirigenti, che arrivano anche loro a un bel 72%. Infatti ricavano solamente un netto del 36% rispetto al costo che sopporta l’impresa. E i versamenti previdenziali non possono nemmeno considerarli un risparmio, visto che servono a pagare le pensioni di oggi. Infine, bisogna aggiungere IVA e tasse varie, come per tutti, oltre a un minimo di costi personali per lavorare.
Non c’è Paese al mondo con tali oneri. E le soluzioni per un migliore assetto e sviluppo della nazione ci sono. Basta volere attuarle.
Resto a Sua disposizione. Suo,
Adriano Teso
Caro Prof. Boeri,
ho molto apprezzato le Sue parole sull’esigenza di fare quelle riforme economiche che da troppi anni vengono rimandate. Mi permetto di ricordare le principali: i 20 interventi strutturali per lo sviluppo dell’Economia.
Vorrei però ricordare anche alcuni elementi essenziali inerenti un Suo recente articolo pubblicato su Affari e Finanza de La Repubblica e intitolato “Una tassa sul privilegio”.
In astratto credo anch’io che sia ragionevole pensare a una maggiore tassazione delle rendite (ma in un mercato globalizzato, esistono? quali sono?), ma solo con una parallela diminuzione delle imposte sugli investimenti a rischio come la ricerca e il capitale delle aziende produttive. Non bisogna, inoltre, confondere gli investimenti in borsa, necessari per lo sviluppo industriale e ad alto rischio, con le rendite di titoli di Stato – ma al netto di inflazione rendono? E la concorrenza monetaria e di tassi a livello mondiale lo permettono?
Come sappiamo, la pressione fiscale italiana dichiarata dalle fonti ufficiali si riferisce a un PIL corretto, cioè un PIL che comprende anche una stima sul sommerso. Ma dato che le tasse non si pagano sull’evasione, la pressione fiscale reale, per i contribuenti onesti, è molto più alta di quella dichiarata e supera ampiamente il 50%.
L’elevata pressione fiscale è uno dei principali mali che stanno portando al declino la vecchia Europa e soprattutto l’Italia. Vantiamo il triste primato nelle economie occidentali e forse mondiali. Le tante imposte che paghiamo non sono altro che il risultato della necessità dello Stato di coprire una infinità di stipendi non produttivi e di sprechi. Dunque, se non si riduce il costo dello Stato, sarà ben difficile riformare seriamente il fisco. Al massimo si potrà procedere a una progressiva limatura della famigerata IRAP, che tassa il lavoro nelle aziende ed i loro costi, perfino di aziende in perdita!
Capisco che il povero Ministro Tremonti abbia difficoltà ad abbassare le tasse. Deve barcamenarsi fra cali produttivi del 20%, con relativa diminuzione del gettito, un aumento della spesa per gli ammortizzatori sociali, a cui si è sommato il terremoto, una crisi mondiale senza precedenti e l’eredità di un debito pubblico enorme, fatto dalla politica dei trent’anni precedenti il suo arrivo. E il futuro non è roseo: la spesa pubblica aumenta a ritmi di oltre il 10% all’anno, malgrado il forte calo degli interessi passivi. Sarà un disastro quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali.
Ma se questo governo non imbocca con decisione la strada dello smagrimento della pubblica amministrazione (ad esempio, le province da abolire, la diminuzione del numero dei Parlamentari, l’abolizione dei tanti uffici e delle tante procedure inutili, la cessazione di trasferimenti alle amministrazioni locali sprecone) e del funzionamento della sussidiarietà e del mercato, non ci sarà alternativa al nostro definitivo declino.
E’ paradossale che, in questo contesto, ogni tanto rispunti demagogicamente l’aumento delle tasse per i “ricchi”. Suppongo, guadagnando più di 500.000 euro l’anno, di appartenere a tale categoria. Proviamo a fare due conti. Il mio reddito lo guadagno facendo impresa. La pressione fiscale reale sul reddito che produco, fra IRES, IRAP e spese non deducibili, è mediamente del 62%. Basta dare un’occhiata ai bilanci pubblicati. Poi devo incassare il dividendo, sul quale pago un ulteriore 18,6% e con quanto mi rimane compero beni sui quali pago il 20% di IVA. Ci aggiungiamo un 3 punti fra tasse automobilistiche, ICI e altre imposizioni comunali, bolli, tasse su benzina e assicurazioni? Fatta la somma, a scalare naturalmente, ne esce una pressione fiscale del 78%. Con un simile livello di tassazione, come fa un imprenditore a finanziare nuovi investimenti necessari allo sviluppo, quando i concorrenti esteri pagano quasi la metà? Naturalmente, questi conti valgono anche per le piccole imprese.
Le cose non vanno meglio per i dirigenti, che arrivano anche loro a un bel 72%. Infatti ricavano solamente un netto del 36% rispetto al costo che sopporta l’impresa. E i versamenti previdenziali non possono nemmeno considerarli un risparmio, visto che servono a pagare le pensioni di oggi. Infine, bisogna aggiungere IVA e tasse varie, come per tutti, oltre a un minimo di costi personali per lavorare.
Non c’è Paese al mondo con tali oneri. E le soluzioni per un migliore assetto e sviluppo della nazione ci sono. Basta volere attuarle.
Resto a Sua disposizione. Suo,
Adriano Teso
mercoledì 6 gennaio 2010
Antiterrorismo di razza. Christian Rocca
Barack Obama ha violato uno dei principi centrali del politicamente corretto, introducendo negli aeroporti di tutto il mondo, come misura antiterrorismo, il “racial profiling”, una delle misure di prevenzione del crimine più contestate del secolo scorso perché fondata su pregiudizi razziali e alla base di discriminazioni pesanti nei confronti degli afroamericani. Eppure, in risposta al fallito attentato islamista della notte di Natale, il presidente americano non ha avuto dubbi a prendere una decisione che nemmeno George W. Bush è stato capace di adottare.
Da oggi tutti i cittadini di tredici stati arabi e musulmani, più Cuba – ma anche chiunque provenga o abbia fatto scalo in uno di questi paesi legati al terrorismo internazionale – saranno sottoposti a una perquisizione personale completa e a controlli extra sui bagagli a mano, se vorranno atterrare negli Stati Uniti. Tutti gli altri no. La Casa Bianca non ha motivato la scelta, ma le ragioni sono autoevidenti: non tutti gli arabi e i musulmani sono terroristi, ma tutti i kamikaze sono arabi o musulmani oppure hanno rapporti e frequentazioni con uno dei quattordici paesi della lista stilata dal dipartimento di stato: Arabia Saudita, Iran, Siria, Afghanistan, Somalia, Yemen, Iraq, Pakistan, Nigeria, Algeria, Libano, Libia, Cuba, Sudan. Le organizzazioni dei diritti civili e le associazioni antidiscriminazione razziale giudicano la scelta dell’Amministrazione “estrema e molto pericolosa”, mentre il gruppo di estrema destra John Birch Society, noto per il suo passato razzista, ne è entusiasta. Le compagnie aeree di tutto il mondo, per non perdere le tratte per l’America, si sono adeguate alle nuove disposizioni della Transportation Security Administration di Washington.
Il paradosso è che a rispolverare il pregiudizio razziale sia stato il presidente nero, certamente il più sensibile a una discriminazione basata sulla razza che ancora oggi costituisce una ferita aperta nella storia americana. Nel giugno del 2003, con un ordine a tutte le agenzie investigative del paese, Bush aveva proibito il profiling razziale, religioso ed etnico, anche se aveva lasciato aperto qualche spazio in casi eccezionali legati alla sicurezza nazionale. La tentata strage sul volo Amsterdam-Detroit ha fatto cambiare idea a Obama, per proteggere meglio l’America e dimostrare di non essere debole contro il terrorismo.
Il racial profiling è diventato un tabù inviolabile nel secolo scorso, dopo una serie di casi in cui la polizia ne ha abusato. Per anni le forze dell’ordine hanno individuato nel colore della pelle un fattore primario nella decisione di fermare o interrogare qualcuno sospettato di aver commesso un reato. Un nero o un ispanico, ancora oggi, hanno molte più probabilità di essere fermati rispetto a un bianco, perché agli occhi degli agenti pesano certe caratteristiche o comportamenti legati alla loro etnia. L’estate scorsa ha fatto scalpore l’arresto davanti alla sua abitazione di Cambridge, vicino Boston, dello stimato professore nero di Harvard Harry Louis Gates, scambiato per un ladro perché aveva perso le chiavi di casa e stava tentando di aprire altrimenti la porta. Obama, in un primo momento, ha accusato la polizia di “stupidità”, proprio perché l’arresto sembrava legato al colore della pelle del prof, poi ha chiesto scusa e invitato Gates e il poliziotto a bere una birra alla Casa Bianca. (Camillo blog)
Da oggi tutti i cittadini di tredici stati arabi e musulmani, più Cuba – ma anche chiunque provenga o abbia fatto scalo in uno di questi paesi legati al terrorismo internazionale – saranno sottoposti a una perquisizione personale completa e a controlli extra sui bagagli a mano, se vorranno atterrare negli Stati Uniti. Tutti gli altri no. La Casa Bianca non ha motivato la scelta, ma le ragioni sono autoevidenti: non tutti gli arabi e i musulmani sono terroristi, ma tutti i kamikaze sono arabi o musulmani oppure hanno rapporti e frequentazioni con uno dei quattordici paesi della lista stilata dal dipartimento di stato: Arabia Saudita, Iran, Siria, Afghanistan, Somalia, Yemen, Iraq, Pakistan, Nigeria, Algeria, Libano, Libia, Cuba, Sudan. Le organizzazioni dei diritti civili e le associazioni antidiscriminazione razziale giudicano la scelta dell’Amministrazione “estrema e molto pericolosa”, mentre il gruppo di estrema destra John Birch Society, noto per il suo passato razzista, ne è entusiasta. Le compagnie aeree di tutto il mondo, per non perdere le tratte per l’America, si sono adeguate alle nuove disposizioni della Transportation Security Administration di Washington.
Il paradosso è che a rispolverare il pregiudizio razziale sia stato il presidente nero, certamente il più sensibile a una discriminazione basata sulla razza che ancora oggi costituisce una ferita aperta nella storia americana. Nel giugno del 2003, con un ordine a tutte le agenzie investigative del paese, Bush aveva proibito il profiling razziale, religioso ed etnico, anche se aveva lasciato aperto qualche spazio in casi eccezionali legati alla sicurezza nazionale. La tentata strage sul volo Amsterdam-Detroit ha fatto cambiare idea a Obama, per proteggere meglio l’America e dimostrare di non essere debole contro il terrorismo.
Il racial profiling è diventato un tabù inviolabile nel secolo scorso, dopo una serie di casi in cui la polizia ne ha abusato. Per anni le forze dell’ordine hanno individuato nel colore della pelle un fattore primario nella decisione di fermare o interrogare qualcuno sospettato di aver commesso un reato. Un nero o un ispanico, ancora oggi, hanno molte più probabilità di essere fermati rispetto a un bianco, perché agli occhi degli agenti pesano certe caratteristiche o comportamenti legati alla loro etnia. L’estate scorsa ha fatto scalpore l’arresto davanti alla sua abitazione di Cambridge, vicino Boston, dello stimato professore nero di Harvard Harry Louis Gates, scambiato per un ladro perché aveva perso le chiavi di casa e stava tentando di aprire altrimenti la porta. Obama, in un primo momento, ha accusato la polizia di “stupidità”, proprio perché l’arresto sembrava legato al colore della pelle del prof, poi ha chiesto scusa e invitato Gates e il poliziotto a bere una birra alla Casa Bianca. (Camillo blog)
Telecom agli spagnoli. Davide Giacalone
S’avvicina il capolinea, per Telecom Italia. La malaprivatizzazione ha dato il suo esito annunciato, e l’Italia potrebbe uscire dal mercato delle telecomunicazioni. Ci vorrà ancora qualche tempo, per perfezionare i passaggi, ma gli spagnoli di Telefonica s’apprestano ad essere i nuovi proprietari. Le smentite, giunte ieri da Mediobanca, Intesa e Generali, che sono i venditori, suonano stonate. Le voci, secondo loro, sarebbero “prive di ogni fondamento”. Suvvia, non esageriamo, il fondamento c’è, eccome. Magari non c’è ancora il fatto. C’è la beffa, però, perché grazie ai pastrocchi inventati, per favorire amici ed amici degli amici, la società è negoziabile fuori dalla Borsa, facendo marameo al mercato, alle sue regole e ai risparmiatori.
Nulla, però, che i nostri lettori già non conoscano. Quando, nell’ottobre del 2007, il controllo di Telecom fu assunto dalla società Telco, scrissi che si trattava di una vendita differita. Intendevo che il 24,5% delle azioni finivano ad una società nel cui seno un solo socio aveva idea di cosa fossero le telecomunicazioni: Telefonica. Quelli erano i veri compratori. Il patto di sindacato è stato rinnovato, è vero, due banche ed una compagnia d’assicurazioni continuano a detenere il controllo, ma continua anche l’impotenza operativa, lo stallo amministrativo, l’assenza d’idee. E’ il capolinea.
Telecom Italia era un centro d’eccellenza, nel sistema italiano, è divenuto un peso. La nostra rete di telecomunicazione era cresciuta, nel mondo, anche grazie agli emigranti (si pensi alla storia eccezionale di Italcable), ora è un pascolo spelacchiato, devastato da profittatori ed incompetenti. Si poteva (e si può) riprendere, ma a patto che la società trovi mani competenti ed interessate ad altro che al proprio tornaconto. Avevamo tecnologia all’avanguardia, eravamo fra i primi al mondo, nel settore mobile, siamo divenuti arretrati.
La storia della decadenza è iniziata nel 1997, quando il governo Prodi decise di vendere Telecom Italia. Fu la peggiore privatizzazione possibile: una svendita, accompagnata da totale assenza di visione strategica. Il pacchetto fu venduto chiuso, con dentro la rete. Un errore tragico, che ci costa moltissimo. Nel 1999, complice il governo D’Alema, le pur blande regole della privatizzazione furono violate, assieme al resto delle leggi che regolano il mercato, sicché Telecom passò nelle mani d’assaltatori, guidati da Roberto Colaninno. La società fu impiombata con i debiti che gli acquirenti avevano fatto, per comprarla. Nel 2001 Colaninno viene scaricato dai suoi soci, che vendono a Tronchetti Provera. Quest’ultimo prende (pagandola troppo) una società indebitata, indebolita, che ha perso il vantaggio tecnologico, ma ancora abbastanza ricca da potere essere spremuta. Le viene sottratto altro sangue, sia con gli affari all’estero che con lo scorporo degli immobili. Mentre la società s’impoverisce, insomma, chi la controlla s’arricchisce. Le autorità di controllo, dormono.
All’epoca di Colaninno si era gridato al miracolo, per la prima grande Opa (offerta pubblica d’acquisto) del mercato italiano. Ma erano entusiasmi da incompetenti in malafede. Perline ad indiani beotamente entusiasti, perché l’Opa era guidata da società lussemburghesi (alcune radicate a Cayman Island), sicché il controllo di Telecom s’è potuto negoziarlo non solo fuori dalla Borsa, ma anche fuori dall’Italia, con gran gioia e guadagno dei profittatori, fra i quali gli gnomi della finanza rossa. Poi hanno fatto entrare gli spagnoli, che, pur indebitatissimi, hanno una strategia internazionale. Come volevate che andasse a finire?
In tutti questi anni la rete s’è impoverita, e, ora, mostra la corda. Mentre gli altri cittadini europei dispongono della larga banda, da noi ancora si riparano i guasti al doppino in rame. Siamo i quartultimi in Europa, corriamo con le scarpe slacciate. E non può che essere così, perché la rete dovrebbe essere l’elemento comune a tutti gli operatori, talché sia, al tempo stesso, lo strumento ed il terreno della loro sfida. Sulla rete devono viaggiare i servizi di tutti, e la rete deve portare a tutti le singole offerte commerciali. Ma se uno dei concorrenti è anche proprietario e gestore della rete, va a finire che quest’ultimo non investe nell’aggiornamento tecnologico, dovendo subire un costo dei cui vantaggi si giovano anche gli altri.
In Inghilterra hanno risolto il problema creando Openreach, che è posseduta dal British Telecom Group, ma è nettamente separata, sia contabilmente che operativamente. Così si garantisce eguale diritto d’accesso ed uso a tutti gli operatori e tutti, compresa Bt, contribuiscono al bilancio di Openreach. Se il governo inglese vuole, come ha fatto, contribuire allo sviluppo tecnologico, può farlo mettendo facilitazioni a disposizione di una società che serve tutti. Noi siamo rimasti alcune caselle indietro, ed anche a volerci mettere i soldi non sapremmo bene dove (o, meglio, ciascuno crede di saperlo, ma seguendo istinti non necessariamente al servizio dell’interesse collettivo).
Ogni tanto esce fuori qualcuno e sostiene che una società pubblica deve comprare, da Telecom, la rete. Bella roba! L’abbiamo pagata noi, l’abbiamo venduta male e, ora che è vecchia e bisognosa d’investimenti, ce la ricompriamo. Geniale. Telecom, del resto, non ha voluto venderla, perché una volta scorporata la rete si sarebbe visto, ad occhio nudo, che il resto non regge. Le banche, infine, siedono nella società che controlla Telecom per salvaguardarne l’“italianità”. Nel caso delle telecomunicazioni l’interesse strategico nazionale è più percepibile di quanto non lo fosse con Alitalia, ma stanno mollando la presa, per riprendersi quattrini non avvedutamente prestati. Un’operazione del genere non si chiude senza il benestare, o, almeno, la non ostilità del governo. Ritengo sia ragionevole non opporsi, perché non ha senso allungare l’agonia di una società senza proprietari e senza strategie. Ma la sconfitta, perché di sconfitta si tratta, deve anche essere l’occasione per riprendere il governo del settore, imponendo ai gestori di portare ricchezza al Paese, non solo di trarne.
Quella di Telecom Italia resta la storia emblematica della seconda Repubblica, con la politica ridotta a sensale e i corsari dediti al saccheggio di quello che, un tempo, era cosa pubblica.
Nulla, però, che i nostri lettori già non conoscano. Quando, nell’ottobre del 2007, il controllo di Telecom fu assunto dalla società Telco, scrissi che si trattava di una vendita differita. Intendevo che il 24,5% delle azioni finivano ad una società nel cui seno un solo socio aveva idea di cosa fossero le telecomunicazioni: Telefonica. Quelli erano i veri compratori. Il patto di sindacato è stato rinnovato, è vero, due banche ed una compagnia d’assicurazioni continuano a detenere il controllo, ma continua anche l’impotenza operativa, lo stallo amministrativo, l’assenza d’idee. E’ il capolinea.
Telecom Italia era un centro d’eccellenza, nel sistema italiano, è divenuto un peso. La nostra rete di telecomunicazione era cresciuta, nel mondo, anche grazie agli emigranti (si pensi alla storia eccezionale di Italcable), ora è un pascolo spelacchiato, devastato da profittatori ed incompetenti. Si poteva (e si può) riprendere, ma a patto che la società trovi mani competenti ed interessate ad altro che al proprio tornaconto. Avevamo tecnologia all’avanguardia, eravamo fra i primi al mondo, nel settore mobile, siamo divenuti arretrati.
La storia della decadenza è iniziata nel 1997, quando il governo Prodi decise di vendere Telecom Italia. Fu la peggiore privatizzazione possibile: una svendita, accompagnata da totale assenza di visione strategica. Il pacchetto fu venduto chiuso, con dentro la rete. Un errore tragico, che ci costa moltissimo. Nel 1999, complice il governo D’Alema, le pur blande regole della privatizzazione furono violate, assieme al resto delle leggi che regolano il mercato, sicché Telecom passò nelle mani d’assaltatori, guidati da Roberto Colaninno. La società fu impiombata con i debiti che gli acquirenti avevano fatto, per comprarla. Nel 2001 Colaninno viene scaricato dai suoi soci, che vendono a Tronchetti Provera. Quest’ultimo prende (pagandola troppo) una società indebitata, indebolita, che ha perso il vantaggio tecnologico, ma ancora abbastanza ricca da potere essere spremuta. Le viene sottratto altro sangue, sia con gli affari all’estero che con lo scorporo degli immobili. Mentre la società s’impoverisce, insomma, chi la controlla s’arricchisce. Le autorità di controllo, dormono.
All’epoca di Colaninno si era gridato al miracolo, per la prima grande Opa (offerta pubblica d’acquisto) del mercato italiano. Ma erano entusiasmi da incompetenti in malafede. Perline ad indiani beotamente entusiasti, perché l’Opa era guidata da società lussemburghesi (alcune radicate a Cayman Island), sicché il controllo di Telecom s’è potuto negoziarlo non solo fuori dalla Borsa, ma anche fuori dall’Italia, con gran gioia e guadagno dei profittatori, fra i quali gli gnomi della finanza rossa. Poi hanno fatto entrare gli spagnoli, che, pur indebitatissimi, hanno una strategia internazionale. Come volevate che andasse a finire?
In tutti questi anni la rete s’è impoverita, e, ora, mostra la corda. Mentre gli altri cittadini europei dispongono della larga banda, da noi ancora si riparano i guasti al doppino in rame. Siamo i quartultimi in Europa, corriamo con le scarpe slacciate. E non può che essere così, perché la rete dovrebbe essere l’elemento comune a tutti gli operatori, talché sia, al tempo stesso, lo strumento ed il terreno della loro sfida. Sulla rete devono viaggiare i servizi di tutti, e la rete deve portare a tutti le singole offerte commerciali. Ma se uno dei concorrenti è anche proprietario e gestore della rete, va a finire che quest’ultimo non investe nell’aggiornamento tecnologico, dovendo subire un costo dei cui vantaggi si giovano anche gli altri.
In Inghilterra hanno risolto il problema creando Openreach, che è posseduta dal British Telecom Group, ma è nettamente separata, sia contabilmente che operativamente. Così si garantisce eguale diritto d’accesso ed uso a tutti gli operatori e tutti, compresa Bt, contribuiscono al bilancio di Openreach. Se il governo inglese vuole, come ha fatto, contribuire allo sviluppo tecnologico, può farlo mettendo facilitazioni a disposizione di una società che serve tutti. Noi siamo rimasti alcune caselle indietro, ed anche a volerci mettere i soldi non sapremmo bene dove (o, meglio, ciascuno crede di saperlo, ma seguendo istinti non necessariamente al servizio dell’interesse collettivo).
Ogni tanto esce fuori qualcuno e sostiene che una società pubblica deve comprare, da Telecom, la rete. Bella roba! L’abbiamo pagata noi, l’abbiamo venduta male e, ora che è vecchia e bisognosa d’investimenti, ce la ricompriamo. Geniale. Telecom, del resto, non ha voluto venderla, perché una volta scorporata la rete si sarebbe visto, ad occhio nudo, che il resto non regge. Le banche, infine, siedono nella società che controlla Telecom per salvaguardarne l’“italianità”. Nel caso delle telecomunicazioni l’interesse strategico nazionale è più percepibile di quanto non lo fosse con Alitalia, ma stanno mollando la presa, per riprendersi quattrini non avvedutamente prestati. Un’operazione del genere non si chiude senza il benestare, o, almeno, la non ostilità del governo. Ritengo sia ragionevole non opporsi, perché non ha senso allungare l’agonia di una società senza proprietari e senza strategie. Ma la sconfitta, perché di sconfitta si tratta, deve anche essere l’occasione per riprendere il governo del settore, imponendo ai gestori di portare ricchezza al Paese, non solo di trarne.
Quella di Telecom Italia resta la storia emblematica della seconda Repubblica, con la politica ridotta a sensale e i corsari dediti al saccheggio di quello che, un tempo, era cosa pubblica.
martedì 5 gennaio 2010
Elogio ragionato della ricchezza e dello spreco (di michette). Carlo Stagnaro
L’ultima è quella del pane. Se raccogliessimo ogni briciola e ogni avanzo, farebbero 244 mila tonnellate di cibo all’anno, pari a un miliardo di euro, abbastanza per 636.600 persone, col corollario immancabile e politicamente corretto di 291.393 tonnellate di anidride carbonica in meno. Com’è possibile? Semplice: possiamo permettercelo. Lo spreco non è uno scandalo, è la condizione dell’esistenza. Lo spreco è un giudizio soggettivo: esiste perché, nella nostra percezione, i beni scartati valgono meno dello sforzo che dovremmo fare per salvarli. Lo spreco esiste in qualunque economia non di sussistenza, e probabilmente anche lì. Ora, sarà vero che è possibile – a costo zero, o addirittura guadagnandoci – ridurre gli avanzi. In fondo, trovare un equilibrio è lo sforzo quotidiano di milioni di aziende, e di famiglie, che cercano di centellinare i quattrini. Il problema è pretendere di misurare lo spessore etico della gente con le baguette ammuffite, e trasformare uno sforzo individuale in un obbligo collettivo.
E poi non solo pane spreca l’uomo. Anche l’energia, che se solo spegnessimo il fottutissimo led rosso della tivù, bye bye Arabia Saudita. Per non dire dell’acqua, che se tenessimo le mutande del giorno prima ci disseteremmo eserciti di poveracci. E via via. Gran parte dell’isteria antispreco poggia su un pregiudizio: poiché con gli scarti di uno si potrebbe nutrire l’altro, tra le due cose si istituisce un nesso causale. Se Tizio non sprecasse, Caio starebbe benone. Se gli italiani abolissero il bidet, l’acqua zampillerebbe nel deserto. In verità, se mangiassimo tutto saremmo solo un po’ più obesi. Non c’è alcuna relazione, in generale, tra l’opulenza di questo e la miseria di quello. Anzi: è più spesso vero il contrario. Il povero sarebbe ancora più povero, se il ricco fosse meno ricco, perché questi consumerebbe meno. Lo ha detto incredibilmente bene nei giorni scorsi Victoria Beckham che, accusata di aver ecceduto nei regali, ha risposto: “La sobrietà non aiuta l’economia, la uccide”.
C’è semmai un legame, strettissimo, tra spreco e ricchezza (sociale così come individuale): non è che siamo ricchi perché sprechiamo (e per lo stesso motivo altri sono poveri), è che sprechiamo perché siamo ricchi. E se anche astrattamente fosse vero che l’uomo frugale sarebbe migliore di quello dalle mani bucate, il mondo vero è popolato dalla seconda categoria di individui. I primi vivevano nelle caverne. Pensarla altrimenti significa credere che esista uno stock finito di beni e servizi e dunque una fetta più grande va sempre assieme a un’altra fetta più piccola. Per dare l’acqua agli assetati c’è una sola scelta: farli diventare capitalisti e dotarli delle tecnologie necessarie a fare pozzi più profondi o desalinizzare l’acqua del mare, e stendere le condutture da dove l’acqua c’è a dove serve.
L’economia di mercato, occorre ricordarlo, è una prodigiosa macchina per creare e distribuire benessere e ricchezza: e in questo senso causa sprechi. Cioè: ci mette nella condizione di vivere di più e meglio, consumando più cose e migliori. Oltre tutto, le politiche antispreco costano più di quel che rendono (tant’è che sono agghindate da richieste di sussidi). Il confine tra le buone intenzioni e gli interessi più prosaici è davvero labile. Del resto, solitamente chi non spreca non ha nulla da sprecare. Beato il mondo che non ha bisogno di risparmiare. (il Foglio)
lunedì 4 gennaio 2010
Così Gianfranco spinge la Lega verso il sorpasso. Marcello Veneziani
Il sorpasso. Non sarà probabile ma è possibile che la Lega a Nord scavalchi alle prossime elezioni il Popolo della libertà. Sarebbe una novità clamorosa e travolgente non solo per il Pdl, perché sarebbe il segnale di crisi del bipolarismo; sarebbe la conclusione fatale, dopo aver buttato a mare sinistra e destra, grazie ai rispettivi suicidi di Veltroni e Fini. E sarebbe un oblò, anzi una sfera di vetro, con vista sul dopo Berlusconi. Una sinistra carente dà spago a Di Pietro e una destra inesistente dà spago a Bossi.
Nessuno ci avrebbe mai scommesso, ai tempi del coccolone a Bossi, su uno scenario del genere. Fini veleggiava verso il ruolo di successore di Berlusconi, doveva solo vedersela con Casini. E la Lega, con un Bossi sinistrato, sembrava destinata alla marginalità. Per un partito a forte guida carismatica vedere il leader celodurista in quelle condizioni, lasciava il presagio di un irreversibile tramonto. E invece, altro che. Bossi ha acquistato con la malattia e il parlare più stentato un tono quasi oracolare; sembra un Grande Vecchio, un Padrino, un Mandante della Politica. E i suoi ragazzi, da Maroni a Calderoli, da Cota a Zaia, da Borghezio ai sindaci sparsi nel nord, sembrano più gagliardi e tosti, per dirla alla romana, di tanti politici gusto classico che affollano la politica corrente. Perfino le boutade più grevi dell’Umberto, pronunciate con quel tono e con quella bocca, acquistano un peso e un’aura profetica fino a ieri sconosciuti.
Ma da che cosa deriva il rischio di un sorpasso della Lega? Il centrodestra aveva un suo equilibrio, rappresentato da un centravanti, Berlusconi e due ali, Fini e Bossi. Se la Lega tirava troppo verso il federalismo, An bilanciava sul presidenzialismo; se la Lega inclinava sul locale, An recuperava sull’identità nazionale; se Bossi faceva troppo il ribelle selvatico, a Fini toccava il compito di rilanciare il senso dello Stato. E se Bossi strizzava l’occhio ai partigiani, la destra di Fini ricordava anche l’altra faccia della storia. Insomma ad un partito identitario si opponeva un partito identitario, e così l’equilibrio era garantito. Da quando An non c’è più e Fini non esprime più quei valori, la Lega non ha più contrappesi e il centrodestra non è più bilanciato. Da tempo An è scomparsa, e forse non è un male, ma è scomparsa insieme la destra nazionale e tradizionale. Ma soprattutto è scomparso Fini. Che ha deciso di aprirsi uno studio da libero professionista a Montecitorio e di liquidare i pazienti ottenuti grazie alla mutua del centrodestra. Ha cambiato utenti e ramo di specializzazione, consiglia terapie opposte rispetto a quelle che consigliava quando era nel servizio sanitario nazionale, è passato ad altri farmaci. Prendete la questione degli immigrati. Io non sono scandalizzato dalle cose che oggi sostiene Fini in tema di immigrazione, arrivo a capire anche la loro plausibilità in molti casi; mi sembra tuttavia da pagliacci, e sottolineo da pagliacci, definire razzista una posizione in tema di immigrazione condivisa e sostenuta fino a tre anni fa. Non si può firmare con Bossi una legge e poi definire razzista quella stessa legge e il suo coinquilino di firma. E mi sembra un mondo di buffoni quello della stampa italiana che definisce statista uno che dice oggi l’opposto di tre anni fa. Lasciate che io non creda a Fini né per quel che diceva tre anni fa né per quel che dice adesso. Lo considero puro opportunismo, puro tatticismo, altro che conversione o chissà quale travaglio interiore. Mi rendo conto che tutto questo produce uno spostamento di consensi in favore della Lega, che è coerente con il suo territorio, il suo popolo, i suoi elettori, le cose che diceva ieri. E che fa sentire tutto il suo peso sul governo. Complimenti a loro, anche per le cose che non condivido affatto. Non solo: la Lega sfonda a sinistra, ovvero raccoglie consensi operai e perfino comunisti. Fini invece si consegna alla sinistra, ovvero si fa usare in funzione antiberlusconiana dalla sinistra. Alla fine credo che gli elettori del centrodestra continueranno a votare per il Pdl perché Berlusconi ormai raccoglie anche i consensi del versante destro, inclusi gli elettori finiani provenienti dal vecchio Msi. Ma se esiste oggi un’egemonia della Lega sulla linea del governo e se esiste oggi la possibilità che al nord la Lega scavalchi il Pdl, lo dobbiamo soprattutto alla destra di Fini che ha abdicato al suo ruolo, ha disertato il suo impegno con gli elettori e non ha permesso di riequilibrare il centro-destra. Per questo, rilancio l’annuncio delle settimane scorse: cercasi leadership di destra credibile per bilanciare il centrodestra. Gentili colonnelli e cari peones della destra, affrancatevi da Fini, augurategli buona fortuna ma mandatelo a quel paese; non fingete che nulla stia accadendo. È partito per un lungo viaggio, il Gianfranco, verso il paese che non c’è. E voi non potete seguirlo, ma nemmeno fingere che sia rimasto a casa. Prendetene atto e traetene le conseguenze. Non per arruolarvi nei ranghi del berlusconismo, ma per offrire al centrodestra una sponda identitaria, nazionale e culturale adeguata. In caso contrario rischiate, voi che venite dal partito degli italiani, di essere i maggiori sponsor della Padania. (il Giornale)
Nessuno ci avrebbe mai scommesso, ai tempi del coccolone a Bossi, su uno scenario del genere. Fini veleggiava verso il ruolo di successore di Berlusconi, doveva solo vedersela con Casini. E la Lega, con un Bossi sinistrato, sembrava destinata alla marginalità. Per un partito a forte guida carismatica vedere il leader celodurista in quelle condizioni, lasciava il presagio di un irreversibile tramonto. E invece, altro che. Bossi ha acquistato con la malattia e il parlare più stentato un tono quasi oracolare; sembra un Grande Vecchio, un Padrino, un Mandante della Politica. E i suoi ragazzi, da Maroni a Calderoli, da Cota a Zaia, da Borghezio ai sindaci sparsi nel nord, sembrano più gagliardi e tosti, per dirla alla romana, di tanti politici gusto classico che affollano la politica corrente. Perfino le boutade più grevi dell’Umberto, pronunciate con quel tono e con quella bocca, acquistano un peso e un’aura profetica fino a ieri sconosciuti.
Ma da che cosa deriva il rischio di un sorpasso della Lega? Il centrodestra aveva un suo equilibrio, rappresentato da un centravanti, Berlusconi e due ali, Fini e Bossi. Se la Lega tirava troppo verso il federalismo, An bilanciava sul presidenzialismo; se la Lega inclinava sul locale, An recuperava sull’identità nazionale; se Bossi faceva troppo il ribelle selvatico, a Fini toccava il compito di rilanciare il senso dello Stato. E se Bossi strizzava l’occhio ai partigiani, la destra di Fini ricordava anche l’altra faccia della storia. Insomma ad un partito identitario si opponeva un partito identitario, e così l’equilibrio era garantito. Da quando An non c’è più e Fini non esprime più quei valori, la Lega non ha più contrappesi e il centrodestra non è più bilanciato. Da tempo An è scomparsa, e forse non è un male, ma è scomparsa insieme la destra nazionale e tradizionale. Ma soprattutto è scomparso Fini. Che ha deciso di aprirsi uno studio da libero professionista a Montecitorio e di liquidare i pazienti ottenuti grazie alla mutua del centrodestra. Ha cambiato utenti e ramo di specializzazione, consiglia terapie opposte rispetto a quelle che consigliava quando era nel servizio sanitario nazionale, è passato ad altri farmaci. Prendete la questione degli immigrati. Io non sono scandalizzato dalle cose che oggi sostiene Fini in tema di immigrazione, arrivo a capire anche la loro plausibilità in molti casi; mi sembra tuttavia da pagliacci, e sottolineo da pagliacci, definire razzista una posizione in tema di immigrazione condivisa e sostenuta fino a tre anni fa. Non si può firmare con Bossi una legge e poi definire razzista quella stessa legge e il suo coinquilino di firma. E mi sembra un mondo di buffoni quello della stampa italiana che definisce statista uno che dice oggi l’opposto di tre anni fa. Lasciate che io non creda a Fini né per quel che diceva tre anni fa né per quel che dice adesso. Lo considero puro opportunismo, puro tatticismo, altro che conversione o chissà quale travaglio interiore. Mi rendo conto che tutto questo produce uno spostamento di consensi in favore della Lega, che è coerente con il suo territorio, il suo popolo, i suoi elettori, le cose che diceva ieri. E che fa sentire tutto il suo peso sul governo. Complimenti a loro, anche per le cose che non condivido affatto. Non solo: la Lega sfonda a sinistra, ovvero raccoglie consensi operai e perfino comunisti. Fini invece si consegna alla sinistra, ovvero si fa usare in funzione antiberlusconiana dalla sinistra. Alla fine credo che gli elettori del centrodestra continueranno a votare per il Pdl perché Berlusconi ormai raccoglie anche i consensi del versante destro, inclusi gli elettori finiani provenienti dal vecchio Msi. Ma se esiste oggi un’egemonia della Lega sulla linea del governo e se esiste oggi la possibilità che al nord la Lega scavalchi il Pdl, lo dobbiamo soprattutto alla destra di Fini che ha abdicato al suo ruolo, ha disertato il suo impegno con gli elettori e non ha permesso di riequilibrare il centro-destra. Per questo, rilancio l’annuncio delle settimane scorse: cercasi leadership di destra credibile per bilanciare il centrodestra. Gentili colonnelli e cari peones della destra, affrancatevi da Fini, augurategli buona fortuna ma mandatelo a quel paese; non fingete che nulla stia accadendo. È partito per un lungo viaggio, il Gianfranco, verso il paese che non c’è. E voi non potete seguirlo, ma nemmeno fingere che sia rimasto a casa. Prendetene atto e traetene le conseguenze. Non per arruolarvi nei ranghi del berlusconismo, ma per offrire al centrodestra una sponda identitaria, nazionale e culturale adeguata. In caso contrario rischiate, voi che venite dal partito degli italiani, di essere i maggiori sponsor della Padania. (il Giornale)
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