«Silvio Berlusconi deve passare la mano». A sostenerlo - sul numero di «A» in edicola domani - Stefania Craxi, deputata Pdl e sottosegretario agli Esteri. «È ora di aprire una stagione nuova, con idee e uomini nuovi. Perché, direbbe mio padre, “non era questa l’Italia che sognavo; derisa all’esterno e miserabile al suo interno”». La figlia dell’ex premier socialista non boccia il Cavaliere solo sul piano politico, ma anche personale: «Silvio deve uscire di scena nel modo giusto, non può essere travolto dal ridicolo. Deve smetterla di raccontare queste barzellette oscene: non gli fanno onore e non fanno ridere». Infine, l’affondo sulle feste ad Arcore: «La magistratura deve perseguire il reato e non moralizzare la società. Ma quello che è successo non è stato un spettacolo bello».
Risulta che il presidente della Repubblica si sia mai indignato per gli insulti (le offese) pubbliche, gli sputi, le scritte sui muri, le contumelie in Parlamento, le aggressioni anche fisiche nei confronti di una istituzione come la presidenza del Consiglio, nella persona del presidente, e di esponenti del suo governo e della sua maggioranza, con un pubblico messaggio diramato a tutti i giornali, le televisioni e le agenzie di stampa? Risulta? No, non risulta. E risulta che abbia stigmatizzato, redarguito, richiamato alla loro responsabilità e ai loro doveri i magistrati della procura di Milano che hanno consentito la diffusione di intercettazioni, di conversazioni di un parlamentare che è anche presidente del Consiglio, violando l’articolo 68 della Costituzione? E quindi non rispettando i più elementari doveri della loro funzione? No, non risulta. Risulta che abbia tutelato un potere dello Stato da una aggressione che, ben oltre i confini della responsabilità penale, i magistrati hanno portato all’estremo della più violenta diffamazione violando la privacy di persone non indagate con un insinuante e negativo giudizio morale? È lecito che la magistratura determini un clima palesemente denigratorio compiacendosi di mostrare e rivelare comportamenti privati all’opinione pubblica? Non è apparsa esagerata e pretestuosa la trasformazione di una telefonata in «concussione » e di cene in orge? Lo sputtanamento di Berlusconi è arrivato a limiti premeditati. E invece solenne è stata la deplorazione, enorme lo sdegno e irrinunciabile l’indignazione per un manifesto da tutti giudicato orribile, in cui si accostavano le Brigate rosse ai magistrati di Milano. Immediato messaggio del capo dello Stato, solidarietà incondizionata ai magistrati. Peccato che Napolitano abbia trascurato di ricordare che il responsabile dell’ignobile documento era un uomo politico, il sindaco di Turbigo, già arrestato ingiustamente, tenuto in carcere per quasi cinquanta giorni e poi riconosciuto innocente. Chiunque abbia stabilito quell’iniqua detenzione ha di fatto esercitato un’azione indebita, nella sostanza equivalente a un sequestro di persona, tipico del tribunale del popolo istituito dalle Brigate rosse. Roberto Lassini, presidente della associazione che ha diffuso il manifesto, è stato vittima di una grave ingiustizia che non ha determinato nessuna indignazione e nessuna reazione di Napolitano. Mi pare che un arresto sbagliato sia più grave di un manifesto e mi pare che l’insensatezza di accuse di concussione e prostituzione minorile nei confronti del presidente del Consiglio sia così evidente da apparire pretestuosa e mossa da altre anche eversive finalità. Ne abbiamo una prova nelle parole di Alberto Asor Rosa che inneggiano a un colpo di Stato militare di fronte alla gravissima emergenza dei reati di telefonate e di cene. E, ancor più incredibile, la presa di posizione di Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri che, rimuovendo la memoria dell’accanimento (non privo di fondamento) giudiziario nei confronti del padre, mostra di dar credito alle accuse della procura a Berlusconi, non apprezzandone la maliziosa natura diffamatoria. Così dopo aver mostrato la sua indignazione per le barzellette del premier dichiara, credula, e senza porsi domande sulla natura dell’inchiesta: «La magistratura deve perseguire il reato e non moralizzare la società. Ma tutto quello che è successo non è stato uno spettacolo bello». Stefania Craxi dimentica che lo spettacolo non è stato voluto da Berlusconi ma realizzato, a suo danno, senza alcuna utilità se non di contrapposizione politica, dalla Boccassini e dai magistrati tutelati da Napolitano. Di quello spettacolo Berlusconi avrebbe fatto volentieri a meno. L’esaltazione di Veronica Lario innamorata prescinde dalla considerazione che fu proprio la moglie a scrivere la sceneggiatura di quello che i magistrati avrebbero oscenamente rivelato. Nessuna indignazione di Napolitano e, ora, la sorprendente censura di Stefania Craxi che applica alla insignificante storia dei piacere privati del presidente del Consiglio quel giudizio moralistico che rimprovera ai magistrati. Questa inutile vicenda di Ruby, Minetti, Mora e Fede è completamente priva di senso ma costituisce la più clamorosa e cinica manifestazione della macchina del fango che Roberto Saviano, abilmente denuncia in funzione contro di lui. In realtà come dimostrano le incredibili reazioni di Stefania Craxi la «macchina del fango» ha ottenuto grandi risultati criminalizzando, per i suoi comportamenti privati, il presidente del Consiglio. Nell’assoluto silenzio di Napolitano preoccupatissimo per il pericolo contro la Costituzione, contro la democrazia, contro la magistratura costituito da Roberto Lassini e il suo provocatorio manifesto. Nessun problema per i processi inutili, sbagliati, infamanti. Grande preoccupazione per lo sfogo di una vittima su rossi manifesti. (il Giornale)
martedì 19 aprile 2011
lunedì 18 aprile 2011
Perché Berlusconi "straparla". Gianni Pardo
In Italia l’azione penale è obbligatoria. Poiché però i giudici “non hanno il tempo” di perseguire tutti i reati, l’azione penale è facoltativa. Per i reati perseguiti si può dire che era “obbligatoria”, per i non perseguiti che “non c’è stato tempo”. Si cade sempre in piedi.
Sulla base della finta obbligatorietà dell’azione penale, i giudici politicizzati hanno “in buona fede” perseguito molto più il Psi e la Dc che il Pci, e molto più Silvio Berlusconi che chiunque altro. E si è anche reputato superfluo che ci fosse la notitia criminis.
Come se non bastasse, nel 1993 il Parlamento ha pressoché azzerato l’art.68 della Costituzione, eliminando di fatto la separazione dei poteri. Si è dovunque consentito a qualunque pm di trascinare in giudizio qualunque uomo politico. È stato il nuovo “Esprit des Lois”.
I magistrati da quel momento non hanno più avuto freni: se la separazione dei poteri non la voleva il legislativo, perché avrebbe dovuto volerla il giudiziario? E perché non avrebbero dovuto accusare gli avversari politici che potevano aver commesso dei reati?
L’esecutivo e il legislativo hanno cercato di difendersi ma si sono scontrati con il sostegno di molti magistrati che hanno fatto il possibile per non applicare le leggi sgradite alla sinistra (per esempio in materia di immigrazione); che hanno violentemente osteggiato qualunque riforma che limitasse il loro arbitrio, fino ad avere atteggiamenti irrispettosi durante la Cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario; e con la Corte Costituzionale che ha fatto di tutto - fino a rigettare il lodo Alfano 2 con motivazioni diverse da quelle usate per il Lodo Alfano 1 - per sostenere l’azione dei requirenti e togliere ogni scudo a Berlusconi.
Tuttavia, malgrado centinaia di accessi della Guardia di Finanza alla ricerca di reati (ora i reati si ricercano), malgrado decine di processi e centinaia o forse migliaia di udienze, l’uomo di Arcore è ancora un incensurato. Egli ha infatti beneficiato o di assoluzioni (e qui va reso merito ai giudicanti, più corretti dei requirenti) o di prescrizioni (e qui non va certo reso merito all’efficienza della magistratura).
È andata avanti così per quasi diciotto anni. Recentemente infine, con incontenibile gaudio, la Procura della Repubblica di Milano ha creduto di trovare un reato attuale, dunque non a rischio di prescrizione, e sufficientemente infamante, favoreggiamento della prostituzione minorile, per finalmente liberarsi di Silvio Berlusconi. Per trattenere la competenza e non passarla a Monza lo si è accoppiato con un fantomatico reato di concussione (che, a parere dei competenti non sta né in cielo né in terra, prova ne sia fra l’altro che né i funzionari né il Ministero dell’Interno si sono costituiti parte civile) e tutti hanno cominciato a fregarsi le mani.
Ma, avvertivano i greci, la hybris, l’eccesso, suscita lo sdegno e l’intervento degli dei: e l’incauto rischia di pagarla.
Silvio Berlusconi, che fino ad ora si era difeso soprattutto nei processi, o con qualche legge, ha perso la pazienza. Ha accettato la sfida portandola sul piano politico e su quello della separazione dei poteri. Il suo atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti dei magistrati e la sua virulenta violenza verbale si spiegano da un lato con una rocciosa certezza della propria innocenza e dall’altro con l’idea che è venuto il momento di un confronto finale, magari chiamando il Parlamento e i cittadini a sciogliere il nodo.
Già l’approvazione del “processo breve” ha dimostrato che l’ordine di scuderia è una sorta di militarizzazione della maggioranza che ora non si deve lasciare intimidire da nessuno. Tutti, anche i ministri, devono essere pronti a restare in trincea per tutto il tempo che sarà necessario, mentre il Capo annuncia urbi et orbi che la lotta sarà dura e intende far piegare la testa all’avversario. Anche se, in questo caso, la vittoria di Berlusconi consisterebbe soltanto nel ritrovare il principio della separazione dei poteri di Montesquieu e il rispetto dovuto al potere politico, posto finalmente in grado di governare.
Berlusconi “straparla” ai limiti dell’eversione perché ha deciso di rispondere per le rime ad una simmetrica eversione. Si è sentito oggetto di un attacco intollerabile da parte di “certa magistratura”, e ora vuole imporre di nuovo la separazione dei poteri. La colpa sarà di alcuni (o molti) magistrati, ma chi pagherà lo scotto sarà l’intero ordine giudiziario e l’Italia stessa. I magistrati non solo potrebbero vedersi togliere il comodo alibi dell’obbligatorietà dell’azione penale (che sarebbe annualmente “indirizzata” dal governo) ma, orrore!, potrebbero essere obbligati a lavorare di più. L’Italia potrebbe essere costretta ad assistere ad uno scontro istituzionale ai limiti della guerra civile, cui però non ha dato certo inizio Berlusconi. (Legnostorto.com)
Sulla base della finta obbligatorietà dell’azione penale, i giudici politicizzati hanno “in buona fede” perseguito molto più il Psi e la Dc che il Pci, e molto più Silvio Berlusconi che chiunque altro. E si è anche reputato superfluo che ci fosse la notitia criminis.
Come se non bastasse, nel 1993 il Parlamento ha pressoché azzerato l’art.68 della Costituzione, eliminando di fatto la separazione dei poteri. Si è dovunque consentito a qualunque pm di trascinare in giudizio qualunque uomo politico. È stato il nuovo “Esprit des Lois”.
I magistrati da quel momento non hanno più avuto freni: se la separazione dei poteri non la voleva il legislativo, perché avrebbe dovuto volerla il giudiziario? E perché non avrebbero dovuto accusare gli avversari politici che potevano aver commesso dei reati?
L’esecutivo e il legislativo hanno cercato di difendersi ma si sono scontrati con il sostegno di molti magistrati che hanno fatto il possibile per non applicare le leggi sgradite alla sinistra (per esempio in materia di immigrazione); che hanno violentemente osteggiato qualunque riforma che limitasse il loro arbitrio, fino ad avere atteggiamenti irrispettosi durante la Cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario; e con la Corte Costituzionale che ha fatto di tutto - fino a rigettare il lodo Alfano 2 con motivazioni diverse da quelle usate per il Lodo Alfano 1 - per sostenere l’azione dei requirenti e togliere ogni scudo a Berlusconi.
Tuttavia, malgrado centinaia di accessi della Guardia di Finanza alla ricerca di reati (ora i reati si ricercano), malgrado decine di processi e centinaia o forse migliaia di udienze, l’uomo di Arcore è ancora un incensurato. Egli ha infatti beneficiato o di assoluzioni (e qui va reso merito ai giudicanti, più corretti dei requirenti) o di prescrizioni (e qui non va certo reso merito all’efficienza della magistratura).
È andata avanti così per quasi diciotto anni. Recentemente infine, con incontenibile gaudio, la Procura della Repubblica di Milano ha creduto di trovare un reato attuale, dunque non a rischio di prescrizione, e sufficientemente infamante, favoreggiamento della prostituzione minorile, per finalmente liberarsi di Silvio Berlusconi. Per trattenere la competenza e non passarla a Monza lo si è accoppiato con un fantomatico reato di concussione (che, a parere dei competenti non sta né in cielo né in terra, prova ne sia fra l’altro che né i funzionari né il Ministero dell’Interno si sono costituiti parte civile) e tutti hanno cominciato a fregarsi le mani.
Ma, avvertivano i greci, la hybris, l’eccesso, suscita lo sdegno e l’intervento degli dei: e l’incauto rischia di pagarla.
Silvio Berlusconi, che fino ad ora si era difeso soprattutto nei processi, o con qualche legge, ha perso la pazienza. Ha accettato la sfida portandola sul piano politico e su quello della separazione dei poteri. Il suo atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti dei magistrati e la sua virulenta violenza verbale si spiegano da un lato con una rocciosa certezza della propria innocenza e dall’altro con l’idea che è venuto il momento di un confronto finale, magari chiamando il Parlamento e i cittadini a sciogliere il nodo.
Già l’approvazione del “processo breve” ha dimostrato che l’ordine di scuderia è una sorta di militarizzazione della maggioranza che ora non si deve lasciare intimidire da nessuno. Tutti, anche i ministri, devono essere pronti a restare in trincea per tutto il tempo che sarà necessario, mentre il Capo annuncia urbi et orbi che la lotta sarà dura e intende far piegare la testa all’avversario. Anche se, in questo caso, la vittoria di Berlusconi consisterebbe soltanto nel ritrovare il principio della separazione dei poteri di Montesquieu e il rispetto dovuto al potere politico, posto finalmente in grado di governare.
Berlusconi “straparla” ai limiti dell’eversione perché ha deciso di rispondere per le rime ad una simmetrica eversione. Si è sentito oggetto di un attacco intollerabile da parte di “certa magistratura”, e ora vuole imporre di nuovo la separazione dei poteri. La colpa sarà di alcuni (o molti) magistrati, ma chi pagherà lo scotto sarà l’intero ordine giudiziario e l’Italia stessa. I magistrati non solo potrebbero vedersi togliere il comodo alibi dell’obbligatorietà dell’azione penale (che sarebbe annualmente “indirizzata” dal governo) ma, orrore!, potrebbero essere obbligati a lavorare di più. L’Italia potrebbe essere costretta ad assistere ad uno scontro istituzionale ai limiti della guerra civile, cui però non ha dato certo inizio Berlusconi. (Legnostorto.com)
Un'immagine da difendere. Antonio Polito
Ci sono molte ragioni per deprecare Berlusconi (alcune delle quali riguardano proprio i suoi comizi di questi giorni). Ma non c'è nessuna buona ragione per deprecare anche l'Italia e la storia d'Italia al fine di condannare il suo premier pro tempore.
E invece è proprio questo il vizietto che si nasconde dietro quella che è ormai diventata una specie di formula retorica ripetuta all'infinito dai critici di Berlusconi, i quali sembrano tutti avere un amico all'estero che gli chiede stupito: ma come mai gli italiani non se ne liberano? Domanda che sottintende quantomeno una nostra immaturità democratica, se non una congenita attitudine al servaggio, cui viene contrapposta la superiorità di virtù civiche dello straniero.
Un'eco di questa sgradevole auto denigrazione nazionale si trova spesso nelle corrispondenze sulla stampa estera, dove sono invece gli autori stranieri ad avere amici italiani che vorrebbero liberarsi di Berlusconi. Sul New Yorker, prestigioso settimanale americano, è per esempio appena uscito un lungo saggio di Tim Parks - scrittore inglese da trent'anni espatriato in Veneto - secondo il quale le «stravaganze» politiche dell'Italia odierna affondano le radici in un'Unità fasulla e immeritata. Recensendo tre volumi pubblicati all'estero in occasione del 150°, vi si sostiene infatti che la nascita stessa della nazione non fu altro che un «colpo di fortuna», che «la grande maggioranza degli italiani non ha cercato l'unità e anzi molti l'hanno combattuta», e che la sua sopravvivenza fu assicurata solo dal «gioco di potere» tra potenze straniere. Un «infelice anniversario», dunque, ciò che celebriamo quest'anno: «Una coppia sull'orlo del divorzio certo non gioisce per l'anniversario del proprio matrimonio».
Verrebbe da ricordare che ogni processo di unificazione nazionale ha le sue magagne: negli Stati Uniti è passato per una sanguinosa guerra civile, e nel Regno Unito per la sottomissione violenta dell'Irlanda e della Scozia. Ma ciò che conta osservare è che la polemica pubblica anti berlusconiana sconfina sempre più spesso in una contestazione delle basi stesse dello Stato democratico e unitario. Come se solo in una nazione fallita potesse verificarsi un simile fenomeno politico.
Questo slittamento logico andrebbe contrastato con fermezza e buoni argomenti dagli intellettuali, italiani all'estero o stranieri in patria che siano. Ma specialmente da chi in Italia intende fare opposizione a Berlusconi, perché un discorso anti patriottico e denigratorio è politicamente suicida. Purtroppo non avviene. Non tutti i critici del premier arriverebbero infatti a sognare un golpe democratico come ha fatto Asor Rosa; ma molti si auspicano che la scossa per ottenere ciò che a loro non riesce in patria venga dall'estero, da una battuta di Sarkozy o di Obama, da un'agenzia di rating o dal discredito sulla stampa.
Non è solo una speranza mal riposta. È anche un po' umiliante per un Paese che non è figlio di un dio minore; e che dunque, come tutte le nazioni democratiche, è geloso del suo diritto a scegliere da solo. (Corriere della Sera)
E invece è proprio questo il vizietto che si nasconde dietro quella che è ormai diventata una specie di formula retorica ripetuta all'infinito dai critici di Berlusconi, i quali sembrano tutti avere un amico all'estero che gli chiede stupito: ma come mai gli italiani non se ne liberano? Domanda che sottintende quantomeno una nostra immaturità democratica, se non una congenita attitudine al servaggio, cui viene contrapposta la superiorità di virtù civiche dello straniero.
Un'eco di questa sgradevole auto denigrazione nazionale si trova spesso nelle corrispondenze sulla stampa estera, dove sono invece gli autori stranieri ad avere amici italiani che vorrebbero liberarsi di Berlusconi. Sul New Yorker, prestigioso settimanale americano, è per esempio appena uscito un lungo saggio di Tim Parks - scrittore inglese da trent'anni espatriato in Veneto - secondo il quale le «stravaganze» politiche dell'Italia odierna affondano le radici in un'Unità fasulla e immeritata. Recensendo tre volumi pubblicati all'estero in occasione del 150°, vi si sostiene infatti che la nascita stessa della nazione non fu altro che un «colpo di fortuna», che «la grande maggioranza degli italiani non ha cercato l'unità e anzi molti l'hanno combattuta», e che la sua sopravvivenza fu assicurata solo dal «gioco di potere» tra potenze straniere. Un «infelice anniversario», dunque, ciò che celebriamo quest'anno: «Una coppia sull'orlo del divorzio certo non gioisce per l'anniversario del proprio matrimonio».
Verrebbe da ricordare che ogni processo di unificazione nazionale ha le sue magagne: negli Stati Uniti è passato per una sanguinosa guerra civile, e nel Regno Unito per la sottomissione violenta dell'Irlanda e della Scozia. Ma ciò che conta osservare è che la polemica pubblica anti berlusconiana sconfina sempre più spesso in una contestazione delle basi stesse dello Stato democratico e unitario. Come se solo in una nazione fallita potesse verificarsi un simile fenomeno politico.
Questo slittamento logico andrebbe contrastato con fermezza e buoni argomenti dagli intellettuali, italiani all'estero o stranieri in patria che siano. Ma specialmente da chi in Italia intende fare opposizione a Berlusconi, perché un discorso anti patriottico e denigratorio è politicamente suicida. Purtroppo non avviene. Non tutti i critici del premier arriverebbero infatti a sognare un golpe democratico come ha fatto Asor Rosa; ma molti si auspicano che la scossa per ottenere ciò che a loro non riesce in patria venga dall'estero, da una battuta di Sarkozy o di Obama, da un'agenzia di rating o dal discredito sulla stampa.
Non è solo una speranza mal riposta. È anche un po' umiliante per un Paese che non è figlio di un dio minore; e che dunque, come tutte le nazioni democratiche, è geloso del suo diritto a scegliere da solo. (Corriere della Sera)
domenica 17 aprile 2011
Forza Silvio
Berlusconi fa benissimo ad attaccare i giudici che lo vogliono processare.
Per chi non lo avesse ancora capito i magistrati di sinistra che fiancheggiano l'opposizione sono scesi in aperta guerra contro il premier: è sacrosanto che il premier si difenda anche dai processi.
Anni fa, sull'onda del caso Tortora, un referendum sancì la responsabilità civile dei giudici con un ottanta per cento di sì, ma il Parlamento stravolse il responso delle urne.
"L' ultracasta" fa paura a tutti coloro che hanno scheletri negli armadi e vivono sostanzialmente sotto ricatto mentre il cittadino qualunque, che non ha nulla da temere, è spaventato dal fatto che, essendo il potere dei magistrati illimitato, in qualsiasi momento potrebbero partire indagini e limitazioni della libertà senza prove o con accuse infondate.
Sappiamo che la lentezza dei processi dipende dalla volontà dei giudici, sappiamo che la legge viene interpretata per gli amici e applicata per gli altri, anzi, per Berlusconi si arriva ad interpretarla e stravolgerla, sappiamo che non sono imparziali, che sono schierati apertamente a sinistra e che stanno dalla parte dei forti.
Sia ben chiaro non tutti i giudici, non tutta la magistratura, anzi solo una parte minoritaria, ma agguerrita ha dichiarato guerra al Presidente, ma l'ordine giudiziario non si può permettere nemmeno una pecora nera, altrimenti ne viene offuscato il prestigio: ma pare che nessuno voglia vederlo.
Sono certo che la stragrande maggioranza degli italiani è con Berlusconi perché i processi a suo carico sono troppi e troppe volte risultati immotivati e infondati, che i suoi elettori hanno capito che esiste la persecuzione giudiziaria e che Berlusconi, essendo tra i pochi che non si è arricchito con la politica, crede veramente nella missione che ha intrapreso.
Berlusconi vada avanti nella battaglia di legalità e di libertà contro quella parte politicizzata ed eversiva della magistratura: la stragrande maggioranza degli italiani è con lui, compresi quei magistrati onesti che tutti i giorni fanno il proprio dovere nel rispetto delle leggi e delle istituzioni.
Per chi non lo avesse ancora capito i magistrati di sinistra che fiancheggiano l'opposizione sono scesi in aperta guerra contro il premier: è sacrosanto che il premier si difenda anche dai processi.
Anni fa, sull'onda del caso Tortora, un referendum sancì la responsabilità civile dei giudici con un ottanta per cento di sì, ma il Parlamento stravolse il responso delle urne.
"L' ultracasta" fa paura a tutti coloro che hanno scheletri negli armadi e vivono sostanzialmente sotto ricatto mentre il cittadino qualunque, che non ha nulla da temere, è spaventato dal fatto che, essendo il potere dei magistrati illimitato, in qualsiasi momento potrebbero partire indagini e limitazioni della libertà senza prove o con accuse infondate.
Sappiamo che la lentezza dei processi dipende dalla volontà dei giudici, sappiamo che la legge viene interpretata per gli amici e applicata per gli altri, anzi, per Berlusconi si arriva ad interpretarla e stravolgerla, sappiamo che non sono imparziali, che sono schierati apertamente a sinistra e che stanno dalla parte dei forti.
Sia ben chiaro non tutti i giudici, non tutta la magistratura, anzi solo una parte minoritaria, ma agguerrita ha dichiarato guerra al Presidente, ma l'ordine giudiziario non si può permettere nemmeno una pecora nera, altrimenti ne viene offuscato il prestigio: ma pare che nessuno voglia vederlo.
Sono certo che la stragrande maggioranza degli italiani è con Berlusconi perché i processi a suo carico sono troppi e troppe volte risultati immotivati e infondati, che i suoi elettori hanno capito che esiste la persecuzione giudiziaria e che Berlusconi, essendo tra i pochi che non si è arricchito con la politica, crede veramente nella missione che ha intrapreso.
Berlusconi vada avanti nella battaglia di legalità e di libertà contro quella parte politicizzata ed eversiva della magistratura: la stragrande maggioranza degli italiani è con lui, compresi quei magistrati onesti che tutti i giorni fanno il proprio dovere nel rispetto delle leggi e delle istituzioni.
venerdì 15 aprile 2011
Cosa fa paura ai giudici? L'idea di lavorare. Filippo Facci
La paura è che gli tocchi di lavorare, anzi neanche, perché se i magistrati in futuro non riusciranno a chiudere un primo grado in qualcosa come tre anni (tre anni, non tre giorni) potranno sempre dire che è colpa di Berlusconi: eppure lo sanno tutti che i magistrati lavorano mediamente poco, che non di rado tizio «oggi non c’è», che caio «oggi lavora a casa», che sempronio «oggi non è venuto», che pochi si sobbarcano il lavoro di molti, che molti sono imboscati o fuori stanza: perché sono uomini e funzionari e dipendenti statali come gli altri, la differenza è che non timbrano il cartellino (e dici poco) e che in qualche caso si sentono eticamente superiori agli altri salariati pubblici. Cosicché i problemi sono sempre altrove: è colpa della «mancanza di risorse» se al pomeriggio in tribunale c’è il deserto dei tartari, è colpa della «cattiva organizzazione» se molti magistrati appongono fuori dalla porta gli orari di ricevimento come se fossero insegnanti delle medie, e se un avvocato cerca un fascicolo e però il pm l’ha portato a casa. Uno sgobbone come Francesco Ingargiola, presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta, lo disse chiaramente in un libro di Massimo Martinelli: «Nei tribunali il problema principale è proprio questo, far lavorare e motivare i giudici; perché se la giustizia è al capolinea non è colpa solo di leggi farraginose, ma anche di molti colleghi che non lavorano a sufficienza».
Ecco perché i parenti delle vittime di Viareggio dovrebbero farsi spiegare, dai magistrati, come abbiano fatto a non fissare neppure la prima udienza dopo due anni e mezzo; i terremotati dell’Aquila dovrebbero farsi spiegare se undici anni e otto mesi non siano più che sufficienti per definire un giudizio ed evitare la prescrizione; mentre i risparmiatori truffati dalla Parmalat dovrebbero farsi spiegare, pure, perché siano serviti sette anni per un primo grado sulla bancarotta, mentre il processo bis - quello contro le banche - attende ancora la prima sentenza. Già oggi vanno in prescrizione 450 processi al giorno: i magistrati non hanno nessuna responsabilità in tutto questo? E neppure i 51 giorni di ferie l’anno - record italiano - significano niente? Si saranno mai chiesti, i magistrati, perché la vecchia uscita del ministro Renato Brunetta sui tornelli a palazzo di Giustizia, in un sondaggio pubblicato dal Corriere nell’ottobre 2008, vide favorevole l’80 per cento dei votanti? Anche Giuliano Pisapia, candidato sindaco a Milano, lo disse chiaramente: «Lavorano poco». Suggerì che si facesse come quel procuratore capo che ogni mattina bussava dai vari magistrati per dargli il buongiorno. Eppure, per qualche ragione che sa di sacralità, le toghe sono sottratte al computo dei fannulloni della pubblica amministrazione: forse perché affianco ai lavativi ci sono gli stakanovisti.
A Napoli, dall’iscrizione alla richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi, il procedimento per il caso Saccà impiegò 32 giorni: feste comprese. L’Appello del caso Mills l’hanno sbrigato in un mese e mezzo e le motivazioni erano state depositate in 15 giorni anziché in 90: così il ricorso in Cassazione è stato velocizzato. Il primo grado oltretutto aveva fatto sfilare 47 udienze in meno di due anni, lavorando - sacrilegio - anche sino al tardo pomeriggio, talvolta - pazzesco - anche nei weekend. Nelle scorse settimane, in compenso, un’intera procura che doveva mandare alla sbarra Berlusconi - caso Ruby - si è fatta prestare gente da altri uffici, così da macinare tutte le fotocopie necessarie: del resto la prostituzione minorile è il problema cardine del Paese. Già che ci siamo: Antonio Di Pietro ha perfettamente ragione a dire che la giustizia italiana funziona benissimo e che il processo breve in sostanza c’è già: nel febbraio 2009 fu inquisito per offesa al Capo dello Stato e prosciolto in dieci giorni, tempo necessario affinché il pm compisse «una lettura attenta» e archiviasse con un fiume di motivazioni; Di Pietro dimostrò che la Giustizia è celerrima già dai tempi di Mani pulite, quando alcuni personaggi (solo alcuni, peccato) giunsero ai terzo grado in soli tre anni; lo dimostrò anche quando cominciò a querelare: un’intervista contro di lui, uscita su Repubblica nel febbraio 1997, andò a giudizio in meno di due mesi, il 3 aprile successivo; e che la giustizia non perda tempo lo dimostrò anche a Brescia, quando evitò ogni processo a suo danno (prestiti, Mercedes, case eccetera) incassando una serie di «non luoghi a procedere» che per qualsiasi altro cittadino, statistiche alla mano, si sarebbero tradotti in automatici rinvii a giudizio. Lui se la cavò in sei ore.
Tutto il resto, meno rilevante, va come sappiamo: sette anni per mandare in primo grado un processo per usura (a Milano) e un minimo di cinque anni (nel resto d’Italia) per un qualsiasi penale in primo grado. È per questi processi che manca la carta per le fotocopie, che Tizio è in malattia, che la segretaria è in maternità: le solite cose che secondo l’Associazione nazionale magistrati costituiscono i soli problemi «strutturali» che ci vedono in coda alle classifiche mondiali sulla giustizia. I nostri processi durano dieci volte più della Francia e cinquanta volte più della Gran Bretagna: forse è perché li facciamo meglio. (Libero)
Ecco perché i parenti delle vittime di Viareggio dovrebbero farsi spiegare, dai magistrati, come abbiano fatto a non fissare neppure la prima udienza dopo due anni e mezzo; i terremotati dell’Aquila dovrebbero farsi spiegare se undici anni e otto mesi non siano più che sufficienti per definire un giudizio ed evitare la prescrizione; mentre i risparmiatori truffati dalla Parmalat dovrebbero farsi spiegare, pure, perché siano serviti sette anni per un primo grado sulla bancarotta, mentre il processo bis - quello contro le banche - attende ancora la prima sentenza. Già oggi vanno in prescrizione 450 processi al giorno: i magistrati non hanno nessuna responsabilità in tutto questo? E neppure i 51 giorni di ferie l’anno - record italiano - significano niente? Si saranno mai chiesti, i magistrati, perché la vecchia uscita del ministro Renato Brunetta sui tornelli a palazzo di Giustizia, in un sondaggio pubblicato dal Corriere nell’ottobre 2008, vide favorevole l’80 per cento dei votanti? Anche Giuliano Pisapia, candidato sindaco a Milano, lo disse chiaramente: «Lavorano poco». Suggerì che si facesse come quel procuratore capo che ogni mattina bussava dai vari magistrati per dargli il buongiorno. Eppure, per qualche ragione che sa di sacralità, le toghe sono sottratte al computo dei fannulloni della pubblica amministrazione: forse perché affianco ai lavativi ci sono gli stakanovisti.
A Napoli, dall’iscrizione alla richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi, il procedimento per il caso Saccà impiegò 32 giorni: feste comprese. L’Appello del caso Mills l’hanno sbrigato in un mese e mezzo e le motivazioni erano state depositate in 15 giorni anziché in 90: così il ricorso in Cassazione è stato velocizzato. Il primo grado oltretutto aveva fatto sfilare 47 udienze in meno di due anni, lavorando - sacrilegio - anche sino al tardo pomeriggio, talvolta - pazzesco - anche nei weekend. Nelle scorse settimane, in compenso, un’intera procura che doveva mandare alla sbarra Berlusconi - caso Ruby - si è fatta prestare gente da altri uffici, così da macinare tutte le fotocopie necessarie: del resto la prostituzione minorile è il problema cardine del Paese. Già che ci siamo: Antonio Di Pietro ha perfettamente ragione a dire che la giustizia italiana funziona benissimo e che il processo breve in sostanza c’è già: nel febbraio 2009 fu inquisito per offesa al Capo dello Stato e prosciolto in dieci giorni, tempo necessario affinché il pm compisse «una lettura attenta» e archiviasse con un fiume di motivazioni; Di Pietro dimostrò che la Giustizia è celerrima già dai tempi di Mani pulite, quando alcuni personaggi (solo alcuni, peccato) giunsero ai terzo grado in soli tre anni; lo dimostrò anche quando cominciò a querelare: un’intervista contro di lui, uscita su Repubblica nel febbraio 1997, andò a giudizio in meno di due mesi, il 3 aprile successivo; e che la giustizia non perda tempo lo dimostrò anche a Brescia, quando evitò ogni processo a suo danno (prestiti, Mercedes, case eccetera) incassando una serie di «non luoghi a procedere» che per qualsiasi altro cittadino, statistiche alla mano, si sarebbero tradotti in automatici rinvii a giudizio. Lui se la cavò in sei ore.
Tutto il resto, meno rilevante, va come sappiamo: sette anni per mandare in primo grado un processo per usura (a Milano) e un minimo di cinque anni (nel resto d’Italia) per un qualsiasi penale in primo grado. È per questi processi che manca la carta per le fotocopie, che Tizio è in malattia, che la segretaria è in maternità: le solite cose che secondo l’Associazione nazionale magistrati costituiscono i soli problemi «strutturali» che ci vedono in coda alle classifiche mondiali sulla giustizia. I nostri processi durano dieci volte più della Francia e cinquanta volte più della Gran Bretagna: forse è perché li facciamo meglio. (Libero)
Sindaco in manette. Davide Giacalone
Il nome di Vincent Gray dice poco, in Italia, ma potrebbe insegnare molto. Potrebbe indurre, quanto meno, alla riflessione, sia sulle faccende di giustizia che di bilancio. Il sindaco di Washington, difatti, è stato arrestato. Sia le cause che le modalità sono istruttive. Vale la pena passarle in rassegna.
1. La ragione dell’arresto, sua e d’altre quaranta persone, in gran parte consiglieri comunali e politici locali, consiste nel fatto che hanno bloccato il traffico, arrecando disturbo ai cittadini. Hanno indetto una manifestazione, per protestare contro un accordo fra il Presidente degli Stati Uniti e il Congresso (un’ala del locale Parlamento), hanno invaso la Costitutional Avenue e, con la loro presenza, impedito agli automobilisti di passare. Passava, invece, la polizia, che li ha ammanettati e portati in cella.
Prima lezione: chi disturba la libera circolazione, senza essere regolarmente autorizzato, finisce in carcere, quale che sia il motivo per cui è sceso in strada. Da noi chiunque ferma il traffico, fa impazzire i cittadini, ai quali neanche si comunica chi e perché sta protestando. In alcune giornate le manifestazioni sono più di una, così è garantita sia la paralisi che l’ignoranza. Ma non basta, perché se le forze dell’ordine intervengono, se i manifestanti si rifiutano di porgere i polsi (come hanno fatto il sindaco e i suoi amici) e resistono, quindi si passa dalle parole ai fatti, c’è il rischio che siano processati gli uomini in divisa, non quelli che violano la legge.
2. Una volta arrestati, sia il sindaco che gli altri sono stati subito liberati, a seguito del versamento di una cauzione simbolica, ammontante a 50 dollari. Seconda lezione: una volta rimosso il problema immediato, non c’è ragione di tenere in carcere chi deve essere giudicato. Da noi, fra i tempi dell’indagine, l’arrivo del giudice e il ricorso delle parti, bene che vada passano dei giorni. Lì erano liberi dopo sette ore.
3. Giungiamo alle questioni succose. Se gli arrestati ammetteranno la colpa e pagheranno la multa la cosa finirà lì, con gran risparmio di tempo e denari della giustizia. Ma è probabile che non lo facciano, visto che reclamano d’avere ragione. Quindi dovrà essere l’attorney general del district of Colunbia a decidere se incriminarli. Perché l’azione penale non è obbligatoria e al pubblico ministero (che negli Usa è, giustamente e ovviamente, l’avvocato dell’accusa) spetta stabilire se vale la pena o meno innescare un processo. La valutazione è relativa sia alle ragioni per cui il presunto reato è stato commesso, sia al rapporto fra costi e benefici dell’intera faccenda. In altre parole: perché i cittadini di Washington DC dovrebbero finanziare, con le loro tasse, un processo al sindaco da loro eletto, reo di avere chiesto più soldi per l’amministrazione cittadina?
4. Ma non è finita, perché il signor Irving Nathan, pubblico ministero (per dirla in italiano) della capitale statunitense, è stato nominato proprio dal sindaco. Il posto, difatti, si rese vacante e, in attesa delle elezioni, perché il capo della procura lo eleggono i cittadini, è il sindaco a nominare il facente funzioni. Pensate se una roba del genere succedesse in Italia! Il fatto è, però, che il sistema statunitense ha il pregio della chiarezza e della linearità: è in nome dei cittadini, nonché a loro spese, che si sollevano le accuse, sicché essi hanno il diritto di stabilire chi è responsabile di tali scelte. La fortuna degli Usa è che, da quelle parti, non sono numerosi, come da noi, gli analfabeti del latinorum, modello: ad personam.
5. Gray protestava non contro un voto del Congresso, che, a quel punto, c’è poco da pestare i piedi, ma contro un accordo fra il Presidente e i leaders del congresso. Sarebbe a dire, in italiano, fra il presidente del Consiglio e i capigruppo della maggioranza (nel caso statunitense anche dei repubblicani, per la semplice ragione che Obama ha perso la maggioranza al Congresso). Da noi si sarebbe gridato contro il sequestro delle prerogative parlamentari. Quando, però, quelle prerogative si salavano e i singoli parlamentari presentano emendamenti non graditi dall’opposizione, allora si grida contro i colpi di mano. Insomma, si grida per principio, in modo da coprire il tacere del pensiero.
6. Che cosa stabilisce l’accordo contestato dal sindaco? Che si devono tagliare le spese a Washington e che non si devono più pagare le spese per gli aborti delle donne che non possono pagarselo. Se succedesse da noi si urlerebbe al colpo di stato papalino. In realtà, più semplicemente, quello è il primato della politica: se ai cittadini non sta bene, non resta loro che cambiare voto.
Per gran parte dei democratici quei tagli sono troppi e Obama un traditore, mentre per gran parte dei repubblicani sono troppo pochi e Obama un nemico del bilancio sano. Come la pensano gli americani lo si saprà contando il loro voti, l’anno prossimo. Come la pensano gli italiani, invece, lo sappiamo per sentito dire, mentre il loro voto è costantemente lo stesso, con poche oscillazioni, da molti anni a questa parte. Non per stabilità, ma per mancanza d’alternative credibili e praticabili.
1. La ragione dell’arresto, sua e d’altre quaranta persone, in gran parte consiglieri comunali e politici locali, consiste nel fatto che hanno bloccato il traffico, arrecando disturbo ai cittadini. Hanno indetto una manifestazione, per protestare contro un accordo fra il Presidente degli Stati Uniti e il Congresso (un’ala del locale Parlamento), hanno invaso la Costitutional Avenue e, con la loro presenza, impedito agli automobilisti di passare. Passava, invece, la polizia, che li ha ammanettati e portati in cella.
Prima lezione: chi disturba la libera circolazione, senza essere regolarmente autorizzato, finisce in carcere, quale che sia il motivo per cui è sceso in strada. Da noi chiunque ferma il traffico, fa impazzire i cittadini, ai quali neanche si comunica chi e perché sta protestando. In alcune giornate le manifestazioni sono più di una, così è garantita sia la paralisi che l’ignoranza. Ma non basta, perché se le forze dell’ordine intervengono, se i manifestanti si rifiutano di porgere i polsi (come hanno fatto il sindaco e i suoi amici) e resistono, quindi si passa dalle parole ai fatti, c’è il rischio che siano processati gli uomini in divisa, non quelli che violano la legge.
2. Una volta arrestati, sia il sindaco che gli altri sono stati subito liberati, a seguito del versamento di una cauzione simbolica, ammontante a 50 dollari. Seconda lezione: una volta rimosso il problema immediato, non c’è ragione di tenere in carcere chi deve essere giudicato. Da noi, fra i tempi dell’indagine, l’arrivo del giudice e il ricorso delle parti, bene che vada passano dei giorni. Lì erano liberi dopo sette ore.
3. Giungiamo alle questioni succose. Se gli arrestati ammetteranno la colpa e pagheranno la multa la cosa finirà lì, con gran risparmio di tempo e denari della giustizia. Ma è probabile che non lo facciano, visto che reclamano d’avere ragione. Quindi dovrà essere l’attorney general del district of Colunbia a decidere se incriminarli. Perché l’azione penale non è obbligatoria e al pubblico ministero (che negli Usa è, giustamente e ovviamente, l’avvocato dell’accusa) spetta stabilire se vale la pena o meno innescare un processo. La valutazione è relativa sia alle ragioni per cui il presunto reato è stato commesso, sia al rapporto fra costi e benefici dell’intera faccenda. In altre parole: perché i cittadini di Washington DC dovrebbero finanziare, con le loro tasse, un processo al sindaco da loro eletto, reo di avere chiesto più soldi per l’amministrazione cittadina?
4. Ma non è finita, perché il signor Irving Nathan, pubblico ministero (per dirla in italiano) della capitale statunitense, è stato nominato proprio dal sindaco. Il posto, difatti, si rese vacante e, in attesa delle elezioni, perché il capo della procura lo eleggono i cittadini, è il sindaco a nominare il facente funzioni. Pensate se una roba del genere succedesse in Italia! Il fatto è, però, che il sistema statunitense ha il pregio della chiarezza e della linearità: è in nome dei cittadini, nonché a loro spese, che si sollevano le accuse, sicché essi hanno il diritto di stabilire chi è responsabile di tali scelte. La fortuna degli Usa è che, da quelle parti, non sono numerosi, come da noi, gli analfabeti del latinorum, modello: ad personam.
5. Gray protestava non contro un voto del Congresso, che, a quel punto, c’è poco da pestare i piedi, ma contro un accordo fra il Presidente e i leaders del congresso. Sarebbe a dire, in italiano, fra il presidente del Consiglio e i capigruppo della maggioranza (nel caso statunitense anche dei repubblicani, per la semplice ragione che Obama ha perso la maggioranza al Congresso). Da noi si sarebbe gridato contro il sequestro delle prerogative parlamentari. Quando, però, quelle prerogative si salavano e i singoli parlamentari presentano emendamenti non graditi dall’opposizione, allora si grida contro i colpi di mano. Insomma, si grida per principio, in modo da coprire il tacere del pensiero.
6. Che cosa stabilisce l’accordo contestato dal sindaco? Che si devono tagliare le spese a Washington e che non si devono più pagare le spese per gli aborti delle donne che non possono pagarselo. Se succedesse da noi si urlerebbe al colpo di stato papalino. In realtà, più semplicemente, quello è il primato della politica: se ai cittadini non sta bene, non resta loro che cambiare voto.
Per gran parte dei democratici quei tagli sono troppi e Obama un traditore, mentre per gran parte dei repubblicani sono troppo pochi e Obama un nemico del bilancio sano. Come la pensano gli americani lo si saprà contando il loro voti, l’anno prossimo. Come la pensano gli italiani, invece, lo sappiamo per sentito dire, mentre il loro voto è costantemente lo stesso, con poche oscillazioni, da molti anni a questa parte. Non per stabilità, ma per mancanza d’alternative credibili e praticabili.
La Menzogna Organizzata e l'industria culturale. Marcello Veneziani
Gabriella Carlucci ha l’ingenuo ardore degli idealisti, dei dilettanti e dei sognatori da american dream . Crede che la politica possa cambiare la realtà, correggere la cultura, salvare addirittura la verità della storia. E pensa che il modo migliore sia far nascere una bella commissione d’inchiesta sui libri di testo faziosi che esaltano Togliatti e Berlinguer e insultano Berlusconi. Ci provò undici anni fa Storace in un clima diverso, ma l’impresa fu lo stesso vana. Allora diciamo due cose. La prima: è vero, i libri di testo sono faziosi, orientati a sinistra, vergognosi nelle loro omissioni, vituperi e apologie. Hanno emendato qualche rigo, per esempio, sulle foibe, ma hanno lasciato immutato il resto.
Potrei farvi esempi più gravi di quelli indicati dalla Carlucci: sulla rivoluzione francese e sulla rivoluzione napoletana, sul Sud e sull’Unità d’Italia,sul comunismo e sul fascismo, sui totalitarismi e sulle persecuzioni religiose, sulla guerra civile e sul terrorismo, e via dicendo. La seconda: le commissioni d’inchiesta non servono a niente. Se si limitano a studiare e denunciare il fenomeno, non producono effetti, se si azzardano a censurare e vietare allora è peggio: i faziosi passano pure per martiri della libertà. E la candida Gabriella per una Torquemada.
I libri di testo sono poi solo un capitolo della Menzogna Organizzata che domina nella nostra cultura. Riguarda l’egemonia di una cricca che incensa o condanna testi e autori, a prescindere dal loro valore, nel nome mafioso della sola appartenenza. E passa per tutta l’industria culturale, fino alle librerie. Più della metà di esse, per esempio, non espone più novità Mondadori, perché di proprietà berlusconiana, a eccezione degli autori di rito accettato, con permesso di soggiorno. Allora non sono le commissioni e le denunce che servono ma le idee, i testi alternativi, le strategie culturali. Prediche inutili, restiamo alla condanna di sempre: «quelli di sinistra» sono faziosi perché leggono, citano e scrivono solo testi di parte; «quelli di destra» sono equilibrati perché non leggono, non citano, non scrivono né testi di parte né super partes. (il Giornale)
Potrei farvi esempi più gravi di quelli indicati dalla Carlucci: sulla rivoluzione francese e sulla rivoluzione napoletana, sul Sud e sull’Unità d’Italia,sul comunismo e sul fascismo, sui totalitarismi e sulle persecuzioni religiose, sulla guerra civile e sul terrorismo, e via dicendo. La seconda: le commissioni d’inchiesta non servono a niente. Se si limitano a studiare e denunciare il fenomeno, non producono effetti, se si azzardano a censurare e vietare allora è peggio: i faziosi passano pure per martiri della libertà. E la candida Gabriella per una Torquemada.
I libri di testo sono poi solo un capitolo della Menzogna Organizzata che domina nella nostra cultura. Riguarda l’egemonia di una cricca che incensa o condanna testi e autori, a prescindere dal loro valore, nel nome mafioso della sola appartenenza. E passa per tutta l’industria culturale, fino alle librerie. Più della metà di esse, per esempio, non espone più novità Mondadori, perché di proprietà berlusconiana, a eccezione degli autori di rito accettato, con permesso di soggiorno. Allora non sono le commissioni e le denunce che servono ma le idee, i testi alternativi, le strategie culturali. Prediche inutili, restiamo alla condanna di sempre: «quelli di sinistra» sono faziosi perché leggono, citano e scrivono solo testi di parte; «quelli di destra» sono equilibrati perché non leggono, non citano, non scrivono né testi di parte né super partes. (il Giornale)
giovedì 14 aprile 2011
Processo breve, nessun rischio
Nonostante le terroristiche affermazioni di alcuni esponenti dell’opposizione, le nuove norme sul processo breve e sulla prescrizione breve non incideranno sui procedimenti per il disastro di Viareggio, il terremoto dell’Aquila o per il crack Parmalat.
Per il primo i Pm stanno procedendo per reati gravissimi, come l’omicidio colposo plurimo e il disastro ferroviario, puniti con pene molto severe e che si prescriveranno, quindi, in un tempo lontanissimo; se il processo breve verrà approvato la prescrizione del disastro ferroviario di Viareggio maturerebbe in 23 anni e quattro mesi, quindi nel 2032, e la prescrizione dell’omicidio colposo plurimo addirittura dopo, fino a un massimo di 35 anni dai fatti, quindi nel 2044.
Lo stesso vale per i processi per il terremoto dell’Aquila, dove il termine di prescrizione si ridurrebbe di soli dieci mesi. E anche su Parmalat non ci sarebbe nulla da temere, visto che per il reato di bancarotta fraudolenta ed aggravata si passa dai 18 anni e nove mesi a 17 anni e sei mesi.
Per il primo i Pm stanno procedendo per reati gravissimi, come l’omicidio colposo plurimo e il disastro ferroviario, puniti con pene molto severe e che si prescriveranno, quindi, in un tempo lontanissimo; se il processo breve verrà approvato la prescrizione del disastro ferroviario di Viareggio maturerebbe in 23 anni e quattro mesi, quindi nel 2032, e la prescrizione dell’omicidio colposo plurimo addirittura dopo, fino a un massimo di 35 anni dai fatti, quindi nel 2044.
Lo stesso vale per i processi per il terremoto dell’Aquila, dove il termine di prescrizione si ridurrebbe di soli dieci mesi. E anche su Parmalat non ci sarebbe nulla da temere, visto che per il reato di bancarotta fraudolenta ed aggravata si passa dai 18 anni e nove mesi a 17 anni e sei mesi.
Tecnica di un colpo di stato. Giuliano Ferrara
Il professor Alberto Asor Rosa incita sul manifesto, compassato quotidiano comunista, al colpo di stato. E’ un italianista in cattedra, quindi non si cura di scegliere come Dio comanda tra congiuntivo e indicativo (vuole “una prova di forza… che scenda dall’alto, che instaura… un normale stato d’emergenza” eccetera, e il resto della citazione la trovate qui sotto nell’antologia degli orrori confezionata per voi). Ma per quanto scriva da passante, Asor Rosa non è un passante. E’ un esponente autorevole della cricca Scalfari. E’ uno che con il vecchio Toni Negri, oggi in pensione, animava le correnti ideologiche contigue al terrorismo, dette “operaisti”, e che amava molto Slobodan Milosevic e il suo nazionalcomunismo abbattuto dalla guerra del Kosovo. Insomma, uno special one del più trucido e violento cazzeggio dell’antidemocrazia travestita da perbenismo e neopuritanesimo all’italiana.
Non solo il professore non è un passante, la sua idea golpista, esplicitata ieri come mai prima d’ora, con tanto di invocazione di Carabinieri e Polizia di stato al servizio di un piano eversivo per “congelare la Camere” e liquidare con la forza il governo eletto, è la versione letterale di molte altre posizioni analoghe, più o meno dissimulate, espresse da editorialisti del quotidiano di Carlo De Benedetti, la tessera numero uno del Partito democratico (così il brillante finanziere e nostro saltuario collaboratore ebbe a definirsi in passato). Ammiccamenti o pupi viventi del sardo-piemontese e appena un po’ più contegnoso Ezio Mauro, e del mondano Fondatore del giornale che egli dirige, gli editorialisti militanti di Rep. sono gli stessi che parlano dai palchi accanto al vanesio Eco e al banale Saviano e a un bambino tredicenne incaricato di recitare la litania dell’odio contro il Cav., una vera forma di prostituzione politica minorile al servizio dell’Anticostituzione. Tutti teorizzano il diritto di abbattere il tiranno con ogni mezzo, e affermano che non si può ottenere una nuova maggioranza in Parlamento e nemmeno nelle urne, ragion per cui occorre il colpo di stato, nelle forme magari meno evidenti di un governo del presidente o in quelle trucibalde descritte ieri da Asor Rosa.
Il pretesto è che Berlusconi è un delinquente, tocca il culo alle ragazze (il playful premier del Financial Times o, se volete, il “giocoliere galante” evocato dal vostro direttore), ha rincretinito gli italiani con i palinsesti televisivi, immagino a colpi di Lerner, Gabanelli, Gruber, Dandini, Floris, Santoro e Fabio Fazio, in più annullando ogni caratterizzazione politica dei programmi Mediaset e generando durante il suo dominio tirannico sul sistema un terzo polo televisivo in cui eccelle Enrico Mentana con il suo tg7; il delinquente inoltre ordina al Parlamento il confezionamento di leggi ad personam per difendersi dalla cura equilibrata con cui magistrati comizianti della procura di Palermo vogliono tirarlo dentro da anni con accuse di strage mafiosa, una delicata Boccassini vuole imputargli una rete di prostituzione per delle feste tenutesi a casa sua, e una quantità di altri magistrati, civili e penali, desiderano che vada in galera per le accuse più varie e che prima, per cortesia, passi un sette-ottocento milioni di risarcimento all’editore di Repubblica.
La faccenda è grottesca, ma è anche molto seria. Il fronte antiberlusconiano eccita gli animi alla guerra civile. Il gioco è sporco, brutale. Le gride illiberali emesse da questi tecnici del colpo di stato rimbecilliscono davvero una minoranza fanatica. La loro stampa fiancheggiatrice di bassa lega, guidata da un manipolo di teppisti dell’informazione, diffama e denigra a piene mani, tutti i giorni, coloro che tentano di resistere all’ondata di piena merdaiola. Mettono in pericolo la convivenza civile con l’ostentazione della virtù mentre i loro attori e saltimbanchi simbolo investono alla caccia del 20 per cento di interessi promesso dal Madoff dei Parioli i loro piccoli risparmi ottenuti nel vasto e florido mercato dell’odio politico. Questa masnada mette in mora le istituzioni e i poteri neutri. Rovescia ogni frittata e, mentre butta fango e merda sull’Arcinemico, lamenta di essere vittima di una orwelliana macchina del fango (il senso dell’umorismo non è il forte di questi golpisti meschini, di questi chiagn’ e fotti).
C’è chi il dirty job, il lavoro sporco, lo fa con argomenti diretti, come l’italianista che sbaglia congiuntivo e indicativo, chi lo fa con argomenti malinconici e profetici, chi lo fa impancandosi a difensore del diritto o meglio di una versione totalitaria e incostituzionale della legalità, intesa come una clava da opporre alla sovranità del Parlamento, alla sovranità dei cittadini che lo eleggono, alla divisione dei poteri distrutta dalla incauta riforma dell’articolo 68 della Costituzione, nell’anno di grazia del Grande Terrore, il 1993.
E’ ovvio che a nessuno di questi gentiluomini, a nessuna di queste nobildonne importa che sia possibile processare Berlusconi. Se questo fosse l’obiettivo, a prescrizione sospesa, con il lodo Maccanico, poi Schifani, poi Alfano, sarebbe un gioco da ragazzi costruire un’alternativa al giocoliere galante, rovesciarlo con un voto popolare e poi processarlo in tribunale. Ma loro non vogliono processarlo, vogliono abbatterlo e vogliono farlo anche per derubare noi delle imperfette ma vive libertà italiane e per derubare lui del suo patrimonio a nome e per conto (corrente) dei loro padroni. In spregio ai cittadini che hanno scelto un imprenditore e leader politico atipico per ben tre volte (e hanno scelto liberamente un altro principe, Romano Prodi, ben due volte relegando Berlusconi all’opposizione).
L’Italia è una democrazia. Il giocoliere galante gioca con tutto tranne che con la regola delle regole, il diritto della maggioranza a governare sotto il controllo delle istituzioni. Un controllo occhiuto, che va dal Quirinale alla Corte costituzionale, da un establishment economico e finanziario criticabile, ma plurale ed europeo, a una stampa liberissima e in certi casi omologata alla morale corrente del contropotere. Questa democrazia è sotto il tiro dei cecchini. Sono pallottole verbali, come abbiamo visto sono invocazioni alla violenza contro la Costituzione e le leggi, contro il verdetto elettorale, sono parole che chiedono dall’alto quel che non si riesce a fare dal basso per mancanza di consenso, sono parole ma parole contundenti, che avvelenano l’aria che si respira, condannano una generazione politica al settarismo, al moralismo più insincero e al virtuismo ipocrita. Sono parole che vanno spiegate, diffuse, illustrate e criticate, anzi demolite, con tutti i mezzi leciti. Non capisco come sia possibile che, al posto o a integrazione di piccoli show in tribunale, il Popolo della libertà non convochi un grande raduno nazionale al Palasport di Roma con il titolo: “Storia di una persecuzione politica”. E il sottotitolo: “Tecnica di un colpo di stato”.
Non si può assistere a questo grottesco scempio della legalità e sovranità repubblicana senza protestare, senza scendere in strada, senza resistere. E le istituzioni terze, le istituzioni di garanzia, alle quali in sospetta concomitanza il leader del Pd Massimo D’Alema chiede uno sbrigativo “scioglimento delle Camere”, dovrebbero, se ci sono, battere un colpo significativo e rumoroso. E spiegare che con la democrazia non si scherza, che c’è un confine valicare il quale è costituzionalmente proibito. (il Foglio)
Leggi Tra “momenti fatali” e regole forzate. I deliri golpisti di Asor Rosa & soci - Leggi E il bello, dannazione, è che Asor Rosa insiste da Cerazade
Non solo il professore non è un passante, la sua idea golpista, esplicitata ieri come mai prima d’ora, con tanto di invocazione di Carabinieri e Polizia di stato al servizio di un piano eversivo per “congelare la Camere” e liquidare con la forza il governo eletto, è la versione letterale di molte altre posizioni analoghe, più o meno dissimulate, espresse da editorialisti del quotidiano di Carlo De Benedetti, la tessera numero uno del Partito democratico (così il brillante finanziere e nostro saltuario collaboratore ebbe a definirsi in passato). Ammiccamenti o pupi viventi del sardo-piemontese e appena un po’ più contegnoso Ezio Mauro, e del mondano Fondatore del giornale che egli dirige, gli editorialisti militanti di Rep. sono gli stessi che parlano dai palchi accanto al vanesio Eco e al banale Saviano e a un bambino tredicenne incaricato di recitare la litania dell’odio contro il Cav., una vera forma di prostituzione politica minorile al servizio dell’Anticostituzione. Tutti teorizzano il diritto di abbattere il tiranno con ogni mezzo, e affermano che non si può ottenere una nuova maggioranza in Parlamento e nemmeno nelle urne, ragion per cui occorre il colpo di stato, nelle forme magari meno evidenti di un governo del presidente o in quelle trucibalde descritte ieri da Asor Rosa.
Il pretesto è che Berlusconi è un delinquente, tocca il culo alle ragazze (il playful premier del Financial Times o, se volete, il “giocoliere galante” evocato dal vostro direttore), ha rincretinito gli italiani con i palinsesti televisivi, immagino a colpi di Lerner, Gabanelli, Gruber, Dandini, Floris, Santoro e Fabio Fazio, in più annullando ogni caratterizzazione politica dei programmi Mediaset e generando durante il suo dominio tirannico sul sistema un terzo polo televisivo in cui eccelle Enrico Mentana con il suo tg7; il delinquente inoltre ordina al Parlamento il confezionamento di leggi ad personam per difendersi dalla cura equilibrata con cui magistrati comizianti della procura di Palermo vogliono tirarlo dentro da anni con accuse di strage mafiosa, una delicata Boccassini vuole imputargli una rete di prostituzione per delle feste tenutesi a casa sua, e una quantità di altri magistrati, civili e penali, desiderano che vada in galera per le accuse più varie e che prima, per cortesia, passi un sette-ottocento milioni di risarcimento all’editore di Repubblica.
La faccenda è grottesca, ma è anche molto seria. Il fronte antiberlusconiano eccita gli animi alla guerra civile. Il gioco è sporco, brutale. Le gride illiberali emesse da questi tecnici del colpo di stato rimbecilliscono davvero una minoranza fanatica. La loro stampa fiancheggiatrice di bassa lega, guidata da un manipolo di teppisti dell’informazione, diffama e denigra a piene mani, tutti i giorni, coloro che tentano di resistere all’ondata di piena merdaiola. Mettono in pericolo la convivenza civile con l’ostentazione della virtù mentre i loro attori e saltimbanchi simbolo investono alla caccia del 20 per cento di interessi promesso dal Madoff dei Parioli i loro piccoli risparmi ottenuti nel vasto e florido mercato dell’odio politico. Questa masnada mette in mora le istituzioni e i poteri neutri. Rovescia ogni frittata e, mentre butta fango e merda sull’Arcinemico, lamenta di essere vittima di una orwelliana macchina del fango (il senso dell’umorismo non è il forte di questi golpisti meschini, di questi chiagn’ e fotti).
C’è chi il dirty job, il lavoro sporco, lo fa con argomenti diretti, come l’italianista che sbaglia congiuntivo e indicativo, chi lo fa con argomenti malinconici e profetici, chi lo fa impancandosi a difensore del diritto o meglio di una versione totalitaria e incostituzionale della legalità, intesa come una clava da opporre alla sovranità del Parlamento, alla sovranità dei cittadini che lo eleggono, alla divisione dei poteri distrutta dalla incauta riforma dell’articolo 68 della Costituzione, nell’anno di grazia del Grande Terrore, il 1993.
E’ ovvio che a nessuno di questi gentiluomini, a nessuna di queste nobildonne importa che sia possibile processare Berlusconi. Se questo fosse l’obiettivo, a prescrizione sospesa, con il lodo Maccanico, poi Schifani, poi Alfano, sarebbe un gioco da ragazzi costruire un’alternativa al giocoliere galante, rovesciarlo con un voto popolare e poi processarlo in tribunale. Ma loro non vogliono processarlo, vogliono abbatterlo e vogliono farlo anche per derubare noi delle imperfette ma vive libertà italiane e per derubare lui del suo patrimonio a nome e per conto (corrente) dei loro padroni. In spregio ai cittadini che hanno scelto un imprenditore e leader politico atipico per ben tre volte (e hanno scelto liberamente un altro principe, Romano Prodi, ben due volte relegando Berlusconi all’opposizione).
L’Italia è una democrazia. Il giocoliere galante gioca con tutto tranne che con la regola delle regole, il diritto della maggioranza a governare sotto il controllo delle istituzioni. Un controllo occhiuto, che va dal Quirinale alla Corte costituzionale, da un establishment economico e finanziario criticabile, ma plurale ed europeo, a una stampa liberissima e in certi casi omologata alla morale corrente del contropotere. Questa democrazia è sotto il tiro dei cecchini. Sono pallottole verbali, come abbiamo visto sono invocazioni alla violenza contro la Costituzione e le leggi, contro il verdetto elettorale, sono parole che chiedono dall’alto quel che non si riesce a fare dal basso per mancanza di consenso, sono parole ma parole contundenti, che avvelenano l’aria che si respira, condannano una generazione politica al settarismo, al moralismo più insincero e al virtuismo ipocrita. Sono parole che vanno spiegate, diffuse, illustrate e criticate, anzi demolite, con tutti i mezzi leciti. Non capisco come sia possibile che, al posto o a integrazione di piccoli show in tribunale, il Popolo della libertà non convochi un grande raduno nazionale al Palasport di Roma con il titolo: “Storia di una persecuzione politica”. E il sottotitolo: “Tecnica di un colpo di stato”.
Non si può assistere a questo grottesco scempio della legalità e sovranità repubblicana senza protestare, senza scendere in strada, senza resistere. E le istituzioni terze, le istituzioni di garanzia, alle quali in sospetta concomitanza il leader del Pd Massimo D’Alema chiede uno sbrigativo “scioglimento delle Camere”, dovrebbero, se ci sono, battere un colpo significativo e rumoroso. E spiegare che con la democrazia non si scherza, che c’è un confine valicare il quale è costituzionalmente proibito. (il Foglio)
Leggi Tra “momenti fatali” e regole forzate. I deliri golpisti di Asor Rosa & soci - Leggi E il bello, dannazione, è che Asor Rosa insiste da Cerazade
mercoledì 13 aprile 2011
I frantoi di Berlusconi. Gianni Pardo
Pare che Silvio Berlusconi, pur rimanendo alla testa del proprio partito, non intenda candidarsi nel 2013. Sarebbe un’impresa eccellente che non è riuscita neanche a Winston Churchill. Questi infatti, proprio mentre era carico di gloria e oggetto della gratitudine di un’intera nazione, fu battuto dall’incolore Clement Attlee.
Per quella data il Cavaliere avrà settantotto anni. Se uno sta bene in salute, gli anni può anche non sentirli. Quando Adenauer aveva 89 anni, nel 1965, gli chiesero se intendesse affrontare la prossima battaglia politica. Der Alte dette questa immortale risposta: “Aber vergessen Sie nicht, meine Herren, ich bin schließlich keine achtzig mehr!” Ma non dimenticatelo, cari signori, dopo tutto non ho più ottant’anni!
Purtroppo si hanno anche gli anni che non si sentono. Il Vaticano ha escluso dal conclave gli ultraottantenni e un uomo politico vive una vita ben più usurante di quella di un alto prelato.
Facendosi da parte, Berlusconi otterrebbe parecchi risultati positivi. Già non correrebbe il rischio di subire una sconfitta al limite della pensione: proprio per questo Michael Schumacher non doveva tornare in pista. In secondo luogo, se ancora una volta vincesse, farebbe correre alla nazione il rischio di rimanere improvvisamente senza Primo Ministro. Certo, potrebbe sperare di arrivare in sensi e in salute agli ottantatré anni, cosa senz’altro possibile, ma su cui sarebbe azzardato scommettere. Infine, lasciando il governo, potrebbe divertirsi a vedere com’è il mondo senza Berlusconi. Ha dovuto subire per quasi vent’anni il ronzio delle mosche cocchiere – numerose sia fra i suoi alleati sia fra i suoi avversari - e finalmente potrebbe vederle all’opera. L’Italia passerebbe dallo sport di fare le pulci a un gigante al ridicolo di un incontro di catch fra nani. Nei suoi panni, difficilmente correrei il rischio di perdere questo spettacolo, prima di morire.
Gli sciocchi hanno attribuito la sua carriera alle televisioni, che di fatto sono state usate – anche quella pubblica – solo per dargli addosso. Hanno attribuito la sua carriera al denaro, come se avesse comprato il voto di mezza Italia. Gli hanno attribuito ogni tipo di leva scorretta, per aprire il portone di Palazzo Chigi, senza capire che le cose stanno al contrario. È perché quell’uomo è straordinario che è divenuto tanto ricco e potente. Cicerone e Aristotele riferiscono un aneddoto leggendario: Talete era povero e molti gli rinfacciavano per questo l’inutilità del suo sapere. Il filosofo allora, avendo previsto in inverno, in base a calcoli astronomici, che il raccolto delle olive sarebbe stato straordinario, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio. Sicché al momento opportuno poté affittarli ai contadini al prezzo che voleva, arricchendosi d’un sol colpo. E non fece questo per amore del denaro, ma solo per dimostrare le capacità di una mente superiore.
A volte un uomo eccezionale compie l’impresa di cui un altro potrebbe vantarsi per tutta la vita – come la conquista delle Gallie – solo per servirsene per un’impresa ancora più grande: essere il padrone di Roma.
Se dopo il 2013 Berlusconi continuasse a guidare il suo partito, pur essendo solo un segretario, manterrebbe sostanzialmente lo stesso potere di prima: e rimarrebbe dunque la testa di turco dell’opposizione. Questa infatti – rilasciandogli involontariamente il diploma di dominatore - chiamerebbe fantoccio chiunque fosse a Palazzo Chigi. Continuerebbe ad accusarlo di essere una sorta di dittatore come facevano gli ateniesi con Pericle il quale, sia detto di passaggio, fu anche oggetto di accuse simili a quelle lanciate contro Berlusconi: lo si reputava colpevole di gravi reati economici e di una vita sessuale biasimevole. Ma l’accusa di dittatura era stupida. Per comandare, i galloni servono al sergente, non al vero capo. Gli ateniesi non capivano che tutto dipendeva dalle dimensioni di quell’uomo: non per caso gli storici parlano di “età di Pericle”. Se un fenomeno analogo si verificasse per Berlusconi sarebbe la migliore prova di un successo incomparabile, nella storia dell’Italia unita.
Purtroppo non è detto che il Cavaliere segua questa linea di condotta. Mentre chi non è ambizioso vede tutti i vantaggi dello spettatore che assiste comodamente seduto ai rischi e agli strapazzi dei concorrenti, chi ha il vizio del successo non può fermarsi. Se anche la gara fosse a chi sputa più lontano, soffrirebbe moltissimo nel vedersi battuto.
Forse per Berlusconi non c’è speranza. Augurandogli lunga vita, non siamo sicuri che si accorga del momento in cui è nicht mehr achtzig, cioè del momento in cui avrà largamente superato l’età della pensione. (il Legno storto)
Per quella data il Cavaliere avrà settantotto anni. Se uno sta bene in salute, gli anni può anche non sentirli. Quando Adenauer aveva 89 anni, nel 1965, gli chiesero se intendesse affrontare la prossima battaglia politica. Der Alte dette questa immortale risposta: “Aber vergessen Sie nicht, meine Herren, ich bin schließlich keine achtzig mehr!” Ma non dimenticatelo, cari signori, dopo tutto non ho più ottant’anni!
Purtroppo si hanno anche gli anni che non si sentono. Il Vaticano ha escluso dal conclave gli ultraottantenni e un uomo politico vive una vita ben più usurante di quella di un alto prelato.
Facendosi da parte, Berlusconi otterrebbe parecchi risultati positivi. Già non correrebbe il rischio di subire una sconfitta al limite della pensione: proprio per questo Michael Schumacher non doveva tornare in pista. In secondo luogo, se ancora una volta vincesse, farebbe correre alla nazione il rischio di rimanere improvvisamente senza Primo Ministro. Certo, potrebbe sperare di arrivare in sensi e in salute agli ottantatré anni, cosa senz’altro possibile, ma su cui sarebbe azzardato scommettere. Infine, lasciando il governo, potrebbe divertirsi a vedere com’è il mondo senza Berlusconi. Ha dovuto subire per quasi vent’anni il ronzio delle mosche cocchiere – numerose sia fra i suoi alleati sia fra i suoi avversari - e finalmente potrebbe vederle all’opera. L’Italia passerebbe dallo sport di fare le pulci a un gigante al ridicolo di un incontro di catch fra nani. Nei suoi panni, difficilmente correrei il rischio di perdere questo spettacolo, prima di morire.
Gli sciocchi hanno attribuito la sua carriera alle televisioni, che di fatto sono state usate – anche quella pubblica – solo per dargli addosso. Hanno attribuito la sua carriera al denaro, come se avesse comprato il voto di mezza Italia. Gli hanno attribuito ogni tipo di leva scorretta, per aprire il portone di Palazzo Chigi, senza capire che le cose stanno al contrario. È perché quell’uomo è straordinario che è divenuto tanto ricco e potente. Cicerone e Aristotele riferiscono un aneddoto leggendario: Talete era povero e molti gli rinfacciavano per questo l’inutilità del suo sapere. Il filosofo allora, avendo previsto in inverno, in base a calcoli astronomici, che il raccolto delle olive sarebbe stato straordinario, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio. Sicché al momento opportuno poté affittarli ai contadini al prezzo che voleva, arricchendosi d’un sol colpo. E non fece questo per amore del denaro, ma solo per dimostrare le capacità di una mente superiore.
A volte un uomo eccezionale compie l’impresa di cui un altro potrebbe vantarsi per tutta la vita – come la conquista delle Gallie – solo per servirsene per un’impresa ancora più grande: essere il padrone di Roma.
Se dopo il 2013 Berlusconi continuasse a guidare il suo partito, pur essendo solo un segretario, manterrebbe sostanzialmente lo stesso potere di prima: e rimarrebbe dunque la testa di turco dell’opposizione. Questa infatti – rilasciandogli involontariamente il diploma di dominatore - chiamerebbe fantoccio chiunque fosse a Palazzo Chigi. Continuerebbe ad accusarlo di essere una sorta di dittatore come facevano gli ateniesi con Pericle il quale, sia detto di passaggio, fu anche oggetto di accuse simili a quelle lanciate contro Berlusconi: lo si reputava colpevole di gravi reati economici e di una vita sessuale biasimevole. Ma l’accusa di dittatura era stupida. Per comandare, i galloni servono al sergente, non al vero capo. Gli ateniesi non capivano che tutto dipendeva dalle dimensioni di quell’uomo: non per caso gli storici parlano di “età di Pericle”. Se un fenomeno analogo si verificasse per Berlusconi sarebbe la migliore prova di un successo incomparabile, nella storia dell’Italia unita.
Purtroppo non è detto che il Cavaliere segua questa linea di condotta. Mentre chi non è ambizioso vede tutti i vantaggi dello spettatore che assiste comodamente seduto ai rischi e agli strapazzi dei concorrenti, chi ha il vizio del successo non può fermarsi. Se anche la gara fosse a chi sputa più lontano, soffrirebbe moltissimo nel vedersi battuto.
Forse per Berlusconi non c’è speranza. Augurandogli lunga vita, non siamo sicuri che si accorga del momento in cui è nicht mehr achtzig, cioè del momento in cui avrà largamente superato l’età della pensione. (il Legno storto)
martedì 12 aprile 2011
Il salotto della sola. Davide Giacalone
Si ha il diritto d’essere superficiali, fino a praticare l’arte della stupidità, non quello di volere far passare gli altri per fessi. Seguiremo gli svolgimenti processuali dell’inchiesta che ha portato alcuni in carcere, fra i quali Gianfranco Lande, oramai noto come il “Madoff dei Parioli”, ma è già commovente il fatto che alcuni suoi clienti, a cominciare da David Riondino, preferiscano farsi passare come allocchi alla Pinocchio, piuttosto che ammettere la loro avidità. Quello che questa vicenda mostra, al di là della questione penale, che dovrà essere affrontata in tribunale, è lo spaccato di una società civile che sarà meglio eviti di dar lezioni. Sia di trasparenza che di coerenza morale.
Molti italiani, e prevalentemente quelli che si sentono “bene” e si considerano migliori di altri, suppongono che ogni spericolatezza sia loro consentita, ogni scorciatoia possa essere imboccata, ogni affare inseguito, salvo, una volta buggerati e impantananti, prendersela con lo Stato, reo di non avere vigilato a sufficienza. Allora, punto numero uno: se lo Stato vigilasse in modo efficace, se l’attenzione occhiuta del fisco fosse meno saltuaria e vessatoria, ho l’impressione che una buona fetta di quei capitali sarebbero già stati acquisiti al pubblico erario. Con un doppio beneficio: i loro possessori non sarebbero rimasti evasori e i quattrini non si sarebbero volatilizzati del tutto.
Perché una cosa pare evidente: se i soldi li hai guadagnati onestamente, se sono fiscalizzati, incassati dopo transazioni registrate o fatture onorate, quindi giacenti su un conto bancario, posto che si è inseguiti da proposte d’investimento, più o meno vantaggiose, ci pensi due volte prima di toglierli da lì e darli all’amico dell’amico, che ti promette mari e monti. Per carità, si può effettivamente essere cretini. Non è una bella cosa, ma neanche un crimine. Ma se consegni soldi in Italia, a uno che dice d’investirli e moltiplicarli, e poi quello ti chiede di firmare uno scudo fiscale, per farli rientrare dall’estero, o tu sei consapevole, quindi complice, oppure è bene che i parenti ti facciano interdire, prima che sia venduta anche la casa avita.
Con i quattrini propri, intendiamoci, ci si fa quel che si vuole. Compresa la vita dissoluta, che non è priva di lati attraenti. Quel che non si può fare è rimpiattarli al fisco. E quel che non si può fare è la morale agli altri, non avendo le carte in regola. Il desiderio d’arricchirsi è lecito e anche ammirevole. E’ il desiderio d’impoverirsi ad essere sospetto. Ma se storci il naso quando vedi un arricchito, se pensi che la globalizzazione sia un maleficio, se ritieni immorali le sanatorie per evasori, se disprezzi i profittatori e pensi che tutti si debba vivere in una sorta di missione a favore dei deboli, degli ultimi e del bene collettivo, salvo poi prendere i milioncini a darli a uno che ti hanno detto fa robe da mago, per riaverli indietro più numerosi e senza aver fatto, nel frattempo, una cippa, deve essere chiaro che sei solo un ipocrita. Devoto alla più antica immorale: i cavoli miei, prima d’ogni altra cosa.
Vedremo quali reati potranno essere dimostrati, in capo agli organizzatori di questi giri in bigliettoni, intanto osserviamo il volto non truccato e non artefatto di questa meravigliosa “società civile”. Direi che si tratta di un soggetto formidabile per un film dei Vanzina: nobili trafficoni in anticamera, star televisive che rivogliono li sordi, calciatori imbufaliti e driblati, sinistri sinistrati e destri distratti, tutti a versare nelle casse di un pifferaio magico travestito da finanziere, che racconta loro fregnacce esilaranti (i soldi vanno su e giù, l’importante è fermarli al momento giusto) e tutti, poi, a frignare d’esser stati alleggeriti. Titolo: “Il salotto della sola”. Se lo faranno (ma non credo) potranno comparire in pellicola. Non al modo di Hitchcock, ma del film verità: Sotto l’investito, niente.
Molti italiani, e prevalentemente quelli che si sentono “bene” e si considerano migliori di altri, suppongono che ogni spericolatezza sia loro consentita, ogni scorciatoia possa essere imboccata, ogni affare inseguito, salvo, una volta buggerati e impantananti, prendersela con lo Stato, reo di non avere vigilato a sufficienza. Allora, punto numero uno: se lo Stato vigilasse in modo efficace, se l’attenzione occhiuta del fisco fosse meno saltuaria e vessatoria, ho l’impressione che una buona fetta di quei capitali sarebbero già stati acquisiti al pubblico erario. Con un doppio beneficio: i loro possessori non sarebbero rimasti evasori e i quattrini non si sarebbero volatilizzati del tutto.
Perché una cosa pare evidente: se i soldi li hai guadagnati onestamente, se sono fiscalizzati, incassati dopo transazioni registrate o fatture onorate, quindi giacenti su un conto bancario, posto che si è inseguiti da proposte d’investimento, più o meno vantaggiose, ci pensi due volte prima di toglierli da lì e darli all’amico dell’amico, che ti promette mari e monti. Per carità, si può effettivamente essere cretini. Non è una bella cosa, ma neanche un crimine. Ma se consegni soldi in Italia, a uno che dice d’investirli e moltiplicarli, e poi quello ti chiede di firmare uno scudo fiscale, per farli rientrare dall’estero, o tu sei consapevole, quindi complice, oppure è bene che i parenti ti facciano interdire, prima che sia venduta anche la casa avita.
Con i quattrini propri, intendiamoci, ci si fa quel che si vuole. Compresa la vita dissoluta, che non è priva di lati attraenti. Quel che non si può fare è rimpiattarli al fisco. E quel che non si può fare è la morale agli altri, non avendo le carte in regola. Il desiderio d’arricchirsi è lecito e anche ammirevole. E’ il desiderio d’impoverirsi ad essere sospetto. Ma se storci il naso quando vedi un arricchito, se pensi che la globalizzazione sia un maleficio, se ritieni immorali le sanatorie per evasori, se disprezzi i profittatori e pensi che tutti si debba vivere in una sorta di missione a favore dei deboli, degli ultimi e del bene collettivo, salvo poi prendere i milioncini a darli a uno che ti hanno detto fa robe da mago, per riaverli indietro più numerosi e senza aver fatto, nel frattempo, una cippa, deve essere chiaro che sei solo un ipocrita. Devoto alla più antica immorale: i cavoli miei, prima d’ogni altra cosa.
Vedremo quali reati potranno essere dimostrati, in capo agli organizzatori di questi giri in bigliettoni, intanto osserviamo il volto non truccato e non artefatto di questa meravigliosa “società civile”. Direi che si tratta di un soggetto formidabile per un film dei Vanzina: nobili trafficoni in anticamera, star televisive che rivogliono li sordi, calciatori imbufaliti e driblati, sinistri sinistrati e destri distratti, tutti a versare nelle casse di un pifferaio magico travestito da finanziere, che racconta loro fregnacce esilaranti (i soldi vanno su e giù, l’importante è fermarli al momento giusto) e tutti, poi, a frignare d’esser stati alleggeriti. Titolo: “Il salotto della sola”. Se lo faranno (ma non credo) potranno comparire in pellicola. Non al modo di Hitchcock, ma del film verità: Sotto l’investito, niente.
lunedì 11 aprile 2011
Processo breve, la sinistra punirebbe 100 innocenti pur di attaccare il Cav. Giuliano Cazzola
Ancora qualche giorno di pena alla Camera, poi, mercoledì, dovrebbe essere varato, senza aver fatto ricorso al voto di fiducia, il c.d. progetto di legge sul processo breve. Le opposizioni non rinunceranno all’ostruzionismo, fino a quando il contingentamento dei tempi lascerà loro degli spazi per intervenire. Del resto il filibustering (che consiste nell’avvalersi dei regolamenti parlamentari per ritardare l’iter del provvedimento) è una tattica che tutte le opposizioni hanno usato in tutte le assemblee democratiche. Va detto altresì che – essendo le finalità dell’ostruzionismo quelle di far perdere tempo – non è il caso di badare troppo agli argomenti che vengono sfoggiati e alla loro consistenza politica e giuridica. E’ parte del gioco una certa misura di strumentalità di cui, prima o poi, in una alternanza di coalizioni al potere, tutti daranno sfoggio. Anzi, sta nella bravura di quei parlamentari che gestiscono, per i loro gruppi, l’aula di trovarne sempre di nuove.
La scorsa settimana, ad esempio, in base ad una interpretazione dubbia del regolamento (che il presidente Fini ha avallato) le opposizioni, intervenendo in sede di approvazione del processo verbale della seduta precedente, sono riuscite a ripetere – con limiti di tempo più ampi – la medesima discussione svolta il giorno precedente sul testo già licenziato. Si è creato, così, un precedente gravissimo che potrebbe, se usato abitualmente, portare alla paralisi dei lavori. Tutto ciò premesso – e senza volerci scandalizzare più di tanto – il dibattito delle scorse settimane sulha dimostrato ancora una volta che, quanto più si è costretti a semplificare il proprio ragionamento, tanto più si dice anche la verità.
Quali sono gli argomenti che le opposizioni adoperano nei loro interventi? A parte l’accusa di predisporre norme ad personam (a cui fanno da inevitabile corollario altri consueti improperi rivolti al Cavaliere), le critiche si concentrano su di una specie di teorema: riconoscendo termini di prescrizione più brevi per i cittadini incensurati si viola il principio di uguaglianza sancito dall’artico 3 della Costituzione. E’ questa una ben strana teoria che contrasta con la cultura ultracentenaria della procedura penale in base alla quale si è sempre tenuto conto del profilo personale di chi commette un reato, sia nel riconoscere la sospensione condizionale della pena, sia nel consentire la detenzione domiciliare e quant’altro.
L’idea di un principio di eguaglianza, che si realizza costringendo tutti ad una condizione peggiore, è non solo contraria ai principi costituzioni (per cui la pena deve puntare alla rieducazione e al recupero del condannato), ma è anche disumana. I forcaioli della sinistra hanno sostenuto che può avvenire che un incensurato commetta un omicidio, mentre un recidivo si accontenti di un furtarello. E allora? La differenza non la fa la prescrizione, ma la gravità della pena. E’ su di essa che interviene la prescrizione più breve – per i colpevoli del medesimo delitto - tra chi è incensurato e chi non lo è.
Assistendo forzatamente all’ostruzionismo, mi ha stupito la rappresentazione che gli oratori dell’opposizione hanno dell’incensurato. L’accanimento contro questa figura ha dato prova di una cultura da Stato di polizia. Per i deputati del Pd, succubi delledi quelli dell’Idv, sembra non esservi nulla di peggio di un incensurato. Nella loro concezione del mondo chi non ha avuto a che fare con la giustizia non è un cittadino che, fino ad un certo punto della vita, si è comportato in maniera conforme alle leggi; per loro un incensurato è un pericoloso delinquente che , che si è avvalso delle proprie risorse, patrimoniali e di potere, per .
In sostanza, emerge una concezione della organizzazione della giustizia degna di Pol Pot, dove i magistrati non si limitano a perseguire i reati, ma indicano gli stili di vita corretti in tutti i campi dell’azione umana. E che dire del diritto alla difesa, che viene rafforzato da un emendamento presentato al Senato? Tale complesso di garanzie è un caposaldo di quella idea di Stato di diritto che si invera nel processo. Secondo i forcaioli di casa nostra, invece, gli avvocati sono dei mariuoli, complici dei delinquenti, tanto che è colpa loro – proprio perché esercitano le prerogative della difesa nel processo – se la dea-giustizia non arriva subito, con lo spadone, a tagliare la testa dei sottoposti a giudizio.
Per loro è meglio associare alle patrie galere 100 innocenti piuttosto che lasciar libero un solo colpevole. Quanto a Silvio Berlusconi, al suo posto andrei in tv a pronunciare un semplice discorso:. Gli italiani capirebbero. (l'Occidentale)
La scorsa settimana, ad esempio, in base ad una interpretazione dubbia del regolamento (che il presidente Fini ha avallato) le opposizioni, intervenendo in sede di approvazione del processo verbale della seduta precedente, sono riuscite a ripetere – con limiti di tempo più ampi – la medesima discussione svolta il giorno precedente sul testo già licenziato. Si è creato, così, un precedente gravissimo che potrebbe, se usato abitualmente, portare alla paralisi dei lavori. Tutto ciò premesso – e senza volerci scandalizzare più di tanto – il dibattito delle scorse settimane sul
Quali sono gli argomenti che le opposizioni adoperano nei loro interventi? A parte l’accusa di predisporre norme ad personam (a cui fanno da inevitabile corollario altri consueti improperi rivolti al Cavaliere), le critiche si concentrano su di una specie di teorema: riconoscendo termini di prescrizione più brevi per i cittadini incensurati si viola il principio di uguaglianza sancito dall’artico 3 della Costituzione. E’ questa una ben strana teoria che contrasta con la cultura ultracentenaria della procedura penale in base alla quale si è sempre tenuto conto del profilo personale di chi commette un reato, sia nel riconoscere la sospensione condizionale della pena, sia nel consentire la detenzione domiciliare e quant’altro.
L’idea di un principio di eguaglianza
Assistendo forzatamente all’ostruzionismo, mi ha stupito la rappresentazione che gli oratori dell’opposizione hanno dell’incensurato. L’accanimento contro questa figura ha dato prova di una cultura da Stato di polizia. Per i deputati del Pd, succubi delle
In sostanza, emerge una concezione della organizzazione della giustizia degna di Pol Pot, dove i magistrati non si limitano a perseguire i reati, ma indicano gli stili di vita corretti in tutti i campi dell’azione umana. E che dire del diritto alla difesa, che viene rafforzato da un emendamento presentato al Senato? Tale complesso di garanzie è un caposaldo di quella idea di Stato di diritto che si invera nel processo. Secondo i forcaioli di casa nostra, invece, gli avvocati sono dei mariuoli, complici dei delinquenti, tanto che è colpa loro – proprio perché esercitano le prerogative della difesa nel processo – se la dea-giustizia non arriva subito, con lo spadone, a tagliare la testa dei sottoposti a giudizio.
Per loro è meglio associare alle patrie galere 100 innocenti piuttosto che lasciar libero un solo colpevole. Quanto a Silvio Berlusconi, al suo posto andrei in tv a pronunciare un semplice discorso:
Avviso ai naviganti: Berlusconi può mollare. Giuliano Ferrara
Ognuno ha i sogni che si merita. Io ho sognato Berlusconi. Aveva riunito i suoi, che litigano come facevano le lavandaie d'inizio secolo. Litigano a gran voce, in parlamento, alla televisione, nei corridoi del palazzo, concedendo interviste a raffica a giornali amici e nemici, gridando qualunque cosa venga loro in mente, basta che sia insidiosa, distruttiva, basta che metta in luce la nevrosi collettiva del Popolo della libertà e una inaudita licenziosità politica.
«Cari amici - diceva Il Cav. nel mio sogno dell'altra notte - consentitemi una fraterna messa in guardia: se continua così, con la stessa rapidità con cui sono sceso in campo me ne torno in tribuna a godermi lo spettacolo. Ho buoni avvocati, e fuori dalla politica, dove sono stato un elemento di disturbo insopportabile per tanti anni, e ancora adesso, diventerei una preda meno ambita dai rapaci delle procure combattenti e delle opposizioni al loro laccio. Me la cavo, state certi. E se proprio fosse necessario, un patteggiamento per levarsi di torno la malagiustizia alla fine non si nega a nessuno, come un sigaro o un’onorificenza di cavaliere al merito. Le mie paure per le scorciatoie giudiziarie sono solo indirettamente personali, in primo piano sta la libertà politica e civile, che viene negata in radice da questa specie di Stato di polizia in cui i magistrati fanno comizi in piazza, le loro avanguardie si sono massicciamente presentate in politica facendosi eleggere in parlamento e fondando partiti dopo avere distrutto quel che c'era prima, con il suo male e con il suo bene. Un apparato di giustizia che lavora su pretesti di reato, invece che su fattispecie concrete, e dispone spionaggio, pedinamento, intercettazioni allo scopo di sputtanare l'Arcinemico dando in pasto all'opinione pubblica il suo privato, per di più deformato in maniera grottesca nel circo mediatico-giudiziario, tra gli applausi ipocriti degli acrobati del neopuritanesimo, non poteva che indebolirmi, almeno un po'. Ma non vi illudete: la mia relativa debolezza, il fatto che io sia costretto a difendermi mentre avanzano crisi a ripetizione nello scenario mediterraneo, mentre premono mille cose da fare per il rilancio dell'economia e per le riforme, non è un fattore di forza per le vostre ambizioni, personali e di gruppo. Lo champagne che qualcuno di voi stapperebbe dopo il 25 luglio avrebbe un retrogusto amaro, e in breve tempo vi ritrovereste assetati e affamati, con i vostri progetti e la vostra dignità politica a disposizione della Repubblica delle procure e dei suoi speaker politici.
«Non ho fondato una caserma. Mi piace perfino il caos creativo, il peso irriducibile della personalità in politica, sopporto cristianamente e allegramente le idiosincrasie, esercito l'ironia e l'autoironia per debellare il linguaggio politico pesante e protocollare che è il vero inganno ai danni dei cittadini, e nessuno mi può insegnare l'arte del comando e anche il suo risvolto, una tolleranza ai limiti dell'anarchia liberale, della stessa licenza. Siamo un non-partito, un popolo, e questo di noi piace agli italiani. Quindi capisco tutto il bailamme che caratterizza la nostra creatura politica, e anche l'energia frammentaria e variopinta che connota la maggioranza parlamentare e lo stesso governo. Ma ogni limite ha la sua pazienza, come diceva Totò.
«Di tanto in tanto dovreste ricordarvi il sale di questa nostra avventura: iniettare dosi massicce di libertà in un paese che era bloccato, che non conosceva l'alternanza di forze diverse al governo dello Stato, un paese in cui piano piano alla dittatura morbida delle ideologie nazional-popolari in declino si andava sostituendo quella, ancora più tignosa e illiberale, delle burocrazie giudiziarie d'assalto e di poteri economici senza inventiva e senza capitali ma con molte immodeste ambizioni di dominio. Un progetto nobile e pericoloso, per il quale si è chiamati a pagare dei prezzi, non solo a riscuotere gli onori della carriera politica. Tra essere liberi e farsi del male per stupidità, tra la libertà responsabile e un'indisciplina irresponsabile e autolesionista, c'è tutta la differenza tra una politica e un Pdl ricchi di autentici e sani conflitti e un sistema- partito che si disintegra a forza di chiacchiere».
Così parlò il Berlusconi-Zarathustra nel mio sogno notturno. Nel quale, fluttuando amabilmente tra le insidie dell'inconscio, si era insinuato un elemento di sano realismo. (il Giornale)
«Cari amici - diceva Il Cav. nel mio sogno dell'altra notte - consentitemi una fraterna messa in guardia: se continua così, con la stessa rapidità con cui sono sceso in campo me ne torno in tribuna a godermi lo spettacolo. Ho buoni avvocati, e fuori dalla politica, dove sono stato un elemento di disturbo insopportabile per tanti anni, e ancora adesso, diventerei una preda meno ambita dai rapaci delle procure combattenti e delle opposizioni al loro laccio. Me la cavo, state certi. E se proprio fosse necessario, un patteggiamento per levarsi di torno la malagiustizia alla fine non si nega a nessuno, come un sigaro o un’onorificenza di cavaliere al merito. Le mie paure per le scorciatoie giudiziarie sono solo indirettamente personali, in primo piano sta la libertà politica e civile, che viene negata in radice da questa specie di Stato di polizia in cui i magistrati fanno comizi in piazza, le loro avanguardie si sono massicciamente presentate in politica facendosi eleggere in parlamento e fondando partiti dopo avere distrutto quel che c'era prima, con il suo male e con il suo bene. Un apparato di giustizia che lavora su pretesti di reato, invece che su fattispecie concrete, e dispone spionaggio, pedinamento, intercettazioni allo scopo di sputtanare l'Arcinemico dando in pasto all'opinione pubblica il suo privato, per di più deformato in maniera grottesca nel circo mediatico-giudiziario, tra gli applausi ipocriti degli acrobati del neopuritanesimo, non poteva che indebolirmi, almeno un po'. Ma non vi illudete: la mia relativa debolezza, il fatto che io sia costretto a difendermi mentre avanzano crisi a ripetizione nello scenario mediterraneo, mentre premono mille cose da fare per il rilancio dell'economia e per le riforme, non è un fattore di forza per le vostre ambizioni, personali e di gruppo. Lo champagne che qualcuno di voi stapperebbe dopo il 25 luglio avrebbe un retrogusto amaro, e in breve tempo vi ritrovereste assetati e affamati, con i vostri progetti e la vostra dignità politica a disposizione della Repubblica delle procure e dei suoi speaker politici.
«Non ho fondato una caserma. Mi piace perfino il caos creativo, il peso irriducibile della personalità in politica, sopporto cristianamente e allegramente le idiosincrasie, esercito l'ironia e l'autoironia per debellare il linguaggio politico pesante e protocollare che è il vero inganno ai danni dei cittadini, e nessuno mi può insegnare l'arte del comando e anche il suo risvolto, una tolleranza ai limiti dell'anarchia liberale, della stessa licenza. Siamo un non-partito, un popolo, e questo di noi piace agli italiani. Quindi capisco tutto il bailamme che caratterizza la nostra creatura politica, e anche l'energia frammentaria e variopinta che connota la maggioranza parlamentare e lo stesso governo. Ma ogni limite ha la sua pazienza, come diceva Totò.
«Di tanto in tanto dovreste ricordarvi il sale di questa nostra avventura: iniettare dosi massicce di libertà in un paese che era bloccato, che non conosceva l'alternanza di forze diverse al governo dello Stato, un paese in cui piano piano alla dittatura morbida delle ideologie nazional-popolari in declino si andava sostituendo quella, ancora più tignosa e illiberale, delle burocrazie giudiziarie d'assalto e di poteri economici senza inventiva e senza capitali ma con molte immodeste ambizioni di dominio. Un progetto nobile e pericoloso, per il quale si è chiamati a pagare dei prezzi, non solo a riscuotere gli onori della carriera politica. Tra essere liberi e farsi del male per stupidità, tra la libertà responsabile e un'indisciplina irresponsabile e autolesionista, c'è tutta la differenza tra una politica e un Pdl ricchi di autentici e sani conflitti e un sistema- partito che si disintegra a forza di chiacchiere».
Così parlò il Berlusconi-Zarathustra nel mio sogno notturno. Nel quale, fluttuando amabilmente tra le insidie dell'inconscio, si era insinuato un elemento di sano realismo. (il Giornale)
venerdì 8 aprile 2011
Fascicoli e giudizi. Davide Giacalone
Sono convinto che il capo della Procura milanese dica il vero, se non proprio il giusto: i brogliacci di quelle quattro telefonate di un parlamentare, che la legge vuole inutilizzabili senza un’autorizzazione della Camera d’appartenenza, non sono finiti per errore fra le carte processuali, ci sono stati messi deliberatamente. La Procura ha scelto di compiere l’atto propedeutico alla pubblicazione su tutti i giornali, benché, come subito precisa Edmondo Bruti Liberati, “non è compito di questo ufficio esprimere valutazioni sulla pubblicazione di atti su cui è venuto meno il segreto d’indagine”. Detto con un linguaggio corrente: l’abbiamo fatto apposta. Le domande sono due: perché? e come è stato possibile?
La cosa fu teorizzata da grossi calibri della magistratura: può capitare che il processo in aula si svolga quando la sentenza pubblica sia già stata emessa. Lo constatavano senza orrore, con non celata soddisfazione. Da allora a oggi si è andati avanti, nel senso che s’è andati peggiorando, sicché fascicoli di 26 mila pagine, quindi non gestibili e non leggibili da alcun essere umano, sono depositati allo scopo d’indicare ai giornalisti le parti sulle quali puntare. Da lì in poi la corte si riunisce al bar, dove le chiacchiere portano a sentenza. E nel processo Ruby (scritto sempre con disagio) il dispositivo è già chiaro: una condotta deplorevole. Anche un reato? Non si sa. Non mi pare. Secondo me non pare neppure alla Procura, che si ritrova la parte lesa testimone di difesa e non parte civile. Aggiungo: credo che alla procura non dispiacerebbe perdere la competenza del processo, per mano della Corte Costituzionale. Perché ciò avvenga occorrono mesi, nel corso dei quali la partita pubblica sarà già giocata e terminata.
Se questo è il “perché”, resta da stabilire il come è stato possibile. Le spiegazioni della Procura sono paradossali: dato che il parlamentare è stato intercettato indirettamente, nel mentre s’intercettavano altre persone, visto che in quel momento il parlamentare (oggi imputato) non era neanche indagato, quindi non si doveva chiedere alcuna autorizzazione, e considerato che quei brogliacci furono depositati innanzi al Gip per ottenere la proroga delle indagini, ecco che oggi possono finire nel fascicolo della difesa, a sua tutela. E’ una roba che neanche Don Abbondio avrebbe osato sostenere, innanzi a un confuso, ma recalcitrante, Renzo Tramaglino.
Questa storia delle intercettazioni telefoniche è guasta nel manico. Di una cosa potete essere assolutamente certi: nelle leggi si può scrivere quel che si vuole, ma se un’intercettazione telefonica entra a far parte di un processo è matematicamente certo che la leggeremo su tutti i giornali, non escludendosi neanche l’audio. E quando l’intercettazione entra nel processo lo corrompe, perché si traveste da prova quel che è solo parola, potendosi giungere alla conclusione che anche adesso va propiziandosi: devastazione di vite private in assenza di reati, quindi di conseguenti condanne. La via maestra è una sola: escludere l’uso delle intercettazioni come prove, quindi impedirne il deposito in qualche sia modo. Osservo, con soddisfazione, che una proposta di legge, depositata il 3 marzo scorso da Maurizio Bianconi, alla Camera dei Deputati, va in questa direzione. Da destra e da sinistra, quanti hanno a cuore lo stato di diritto, farebbero bene a concentrarsi su testi come questo, anziché sulle barricate inconcludenti, che restituiscono risultati controproducenti.
Se le intercettazioni servissero per indagare, se aiutassero a portare ad una prova, senza pretendere di esserlo, si assicurerebbe sia la sicurezza collettiva che il rispetto delle singole persone. Troppo semplice, forse, per far breccia nel tafferuglio. Ad un certo punto, però, si dovrà uscirne. Magari prima della distruzione politica, posto che il resto d’Italia è già esausto.
La cosa fu teorizzata da grossi calibri della magistratura: può capitare che il processo in aula si svolga quando la sentenza pubblica sia già stata emessa. Lo constatavano senza orrore, con non celata soddisfazione. Da allora a oggi si è andati avanti, nel senso che s’è andati peggiorando, sicché fascicoli di 26 mila pagine, quindi non gestibili e non leggibili da alcun essere umano, sono depositati allo scopo d’indicare ai giornalisti le parti sulle quali puntare. Da lì in poi la corte si riunisce al bar, dove le chiacchiere portano a sentenza. E nel processo Ruby (scritto sempre con disagio) il dispositivo è già chiaro: una condotta deplorevole. Anche un reato? Non si sa. Non mi pare. Secondo me non pare neppure alla Procura, che si ritrova la parte lesa testimone di difesa e non parte civile. Aggiungo: credo che alla procura non dispiacerebbe perdere la competenza del processo, per mano della Corte Costituzionale. Perché ciò avvenga occorrono mesi, nel corso dei quali la partita pubblica sarà già giocata e terminata.
Se questo è il “perché”, resta da stabilire il come è stato possibile. Le spiegazioni della Procura sono paradossali: dato che il parlamentare è stato intercettato indirettamente, nel mentre s’intercettavano altre persone, visto che in quel momento il parlamentare (oggi imputato) non era neanche indagato, quindi non si doveva chiedere alcuna autorizzazione, e considerato che quei brogliacci furono depositati innanzi al Gip per ottenere la proroga delle indagini, ecco che oggi possono finire nel fascicolo della difesa, a sua tutela. E’ una roba che neanche Don Abbondio avrebbe osato sostenere, innanzi a un confuso, ma recalcitrante, Renzo Tramaglino.
Questa storia delle intercettazioni telefoniche è guasta nel manico. Di una cosa potete essere assolutamente certi: nelle leggi si può scrivere quel che si vuole, ma se un’intercettazione telefonica entra a far parte di un processo è matematicamente certo che la leggeremo su tutti i giornali, non escludendosi neanche l’audio. E quando l’intercettazione entra nel processo lo corrompe, perché si traveste da prova quel che è solo parola, potendosi giungere alla conclusione che anche adesso va propiziandosi: devastazione di vite private in assenza di reati, quindi di conseguenti condanne. La via maestra è una sola: escludere l’uso delle intercettazioni come prove, quindi impedirne il deposito in qualche sia modo. Osservo, con soddisfazione, che una proposta di legge, depositata il 3 marzo scorso da Maurizio Bianconi, alla Camera dei Deputati, va in questa direzione. Da destra e da sinistra, quanti hanno a cuore lo stato di diritto, farebbero bene a concentrarsi su testi come questo, anziché sulle barricate inconcludenti, che restituiscono risultati controproducenti.
Se le intercettazioni servissero per indagare, se aiutassero a portare ad una prova, senza pretendere di esserlo, si assicurerebbe sia la sicurezza collettiva che il rispetto delle singole persone. Troppo semplice, forse, per far breccia nel tafferuglio. Ad un certo punto, però, si dovrà uscirne. Magari prima della distruzione politica, posto che il resto d’Italia è già esausto.
I "fratelli bandiera" e i mille colori degli anti-Cav. Marcello Veneziani
Ho rivisto ieri al sit-in il compagno Ezio. Lo vidi tempo fa che agitava la bandiera rossa contro i padroni. Lo rividi in versione serafica ma sempre aggressiva con la bandiera arcobaleno a una manifestazione pacifista contro la guerra. Poi lo ritrovai in piazza in versione neopatriottica con la bandiera tricolore contro la Lega e i suoi complici. Martedì era in versione incazzista con la bandiera viola contro Berlusconi. Me lo ricordo pure con la bandiera palestinese sotto l’ambasciata d’Israele ma non escludo che la sera dopo abbia sventolato la bandiera d’Israele contro il nazismo risorto (una svastica sul muro basta per manifestare contro il nazismo risorto).
Sono sicuro che avrà in casa anche una bandiera verde per sfilare con i Verdi e poi magari con gli islamici e un domani, chissà, se rompe con Berlusca, anche con la Lega. Se oggi sventola coi finiani... È prodigioso il mimetismo cromatico del compagno Ezio e der valoroso popolo de sinistra. Hanno bandiere di tutti i colori, per tutte le occasioni, magari in versione lana o cotone secondo la stagione. Uno stock da 24. Vorrei vedere casa sua, tra tutte quelle bandiere, pure antitetiche; sembrerà una filiale delle Nazioni Unite. Non c’è che dire, Ezio ha stoffa. Non so se tra una bandiera e l’altra Ezio pensi, ami, lavori. A vederlo direi di no, perché è sempre lì a inveire, a sfilare, a lanciare monetine. Professione: sbandieratore sott’odio. Avrà uno sloganamento al cervello, come capita a chi ripete troppi slogan.
Leggo su Repubblica trattati antropologici su quanto sono servili, scemi e plebei quelli che ridono alle barzellette di Berlusconi. Chiedo la perizia psichiatrica per quelli che con lo stesso riflesso condizionato ringhiano, inveiscono e lanciano monetine appena lo sentono nominare. Vorrei in particolare un estratto conto dell’encefalogramma di Ezio e dei suoi fratelli bandiera. Non sono così fazioso e imbecille da sostenere la tesi opposta, che i cretini siano gli sbandieratori di sinistra. Penso che l’imbecillità non abbia bandiera, anzi ne abbia di tutti i colori. Come diceva Malraux, in ogni minoranza «intelligente» si nasconde una maggioranza di imbecilli. (il Giornale)
Sono sicuro che avrà in casa anche una bandiera verde per sfilare con i Verdi e poi magari con gli islamici e un domani, chissà, se rompe con Berlusca, anche con la Lega. Se oggi sventola coi finiani... È prodigioso il mimetismo cromatico del compagno Ezio e der valoroso popolo de sinistra. Hanno bandiere di tutti i colori, per tutte le occasioni, magari in versione lana o cotone secondo la stagione. Uno stock da 24. Vorrei vedere casa sua, tra tutte quelle bandiere, pure antitetiche; sembrerà una filiale delle Nazioni Unite. Non c’è che dire, Ezio ha stoffa. Non so se tra una bandiera e l’altra Ezio pensi, ami, lavori. A vederlo direi di no, perché è sempre lì a inveire, a sfilare, a lanciare monetine. Professione: sbandieratore sott’odio. Avrà uno sloganamento al cervello, come capita a chi ripete troppi slogan.
Leggo su Repubblica trattati antropologici su quanto sono servili, scemi e plebei quelli che ridono alle barzellette di Berlusconi. Chiedo la perizia psichiatrica per quelli che con lo stesso riflesso condizionato ringhiano, inveiscono e lanciano monetine appena lo sentono nominare. Vorrei in particolare un estratto conto dell’encefalogramma di Ezio e dei suoi fratelli bandiera. Non sono così fazioso e imbecille da sostenere la tesi opposta, che i cretini siano gli sbandieratori di sinistra. Penso che l’imbecillità non abbia bandiera, anzi ne abbia di tutti i colori. Come diceva Malraux, in ogni minoranza «intelligente» si nasconde una maggioranza di imbecilli. (il Giornale)
giovedì 7 aprile 2011
Crimine tunisino. Davide Giacalone
La Tunisia sta commettendo un crimine contro l’umanità. E’ la formale inerzia di quel governo, che si traduce nel sostanziale sostegno ai mercanti di carne umana, ai commercianti di clandestini, che prepara stragi e compromette la sicurezza degli esseri umani e delle frontiere. Se la smettessimo di maneggiare la questione con la mente impegnata esclusivamente alle beghe di casa nostra, se evitassimo la meschineria di farne strumento per dimostrare le incoerenze della sinistra (con il sì all’accoglienza e il no dei loro amministratori locali), o di quelle della destra (con i proclami di respingimento e la realtà degli ingressi in massa), forse saremmo in grado di porre il problema, all’Unione Europea, in modo corretto: non si tratta di aiutare noi italiani a fronteggiare gli sbarchi e gestire gli smistamenti, ma di stabilire se dopo avere applaudito dei presunti democratici si possa poi accettare che gli stessi procedano al mandare i disperati per mare, mettendo in conto che affoghino.
Ho l’impressione che a molti politicanti sfugga, ma continuare a far paragoni con il nostro passato d’emigranti è una doppia offesa: agli italiani e ai governi d’allora. I nostri emigranti partivano per andare a lavorare, portando spesso con sé la famiglia e sempre i documenti. I nostri governi ebbero politiche più o meno efficaci, ma non si arresero mai all’idea che i cittadini potessero crepare cammin facendo, i bastimenti partivano fra le lacrime e le speranze, ma non di nascosto. Si moriva nei passi alpini, ma perché sfuggiti alla sorveglianza di frontiera, non perché colà spinti. Quindi, la finiscano di dir spropositi.
La nostra Guardia Costiera ha salvato decine di persone. Ne siamo orgogliosi. Ma mica possiamo pattugliare il Mediterraneo a nome dell’umanità intera. Gli annegati di oggi non sono i primi e non saranno gli ultimi. Se le autorità dell’Unione, a cominciare dalla Commissione, non si sbrigheranno a manifestare la loro esistenza in vita, e se non la smetteranno di pensare che si sia noi italiani ad avere bisogno d’aiuto, invece che i tunisini di diffide immediate, sarà segno che sono morte. Ammesso che siano nate. Si deve essere ottusi, o burocrati (e l’una cosa non esclude l’altra), per non comprendere che in quelle acque si gioca l’Europa assai più che in una scalata in Borsa o nella misurazione delle zucchine.
E’ vero, il governo tunisino è transitorio. S’è insediato dopo la cacciata del presunto tiranno (nel corso del cui governo il reddito interno è cresciuto e i cittadini non erano instradati ai barconi, semmai bloccati). Ma proprio perché provvisorio dovrebbe essere maggiore l’attenzione internazionale. Non assente, come capita oggi. Né si deve considerarlo un problema bilaterale, essendo invece globale.
Non si può e non si deve governare il dramma con furbate e sotterfugi, che, oltre tutto, danneggiano i nostri interessi. Noi non vogliamo bloccare l’immigrazione, che ci serve, ma non possiamo tollerare la clandestinità. Dovremmo essere noi a scegliere chi far entrare, individuando le professionalità che c’interessano, non essere scelti come zattera in cui disperdersi e da cui ripartire. Se concediamo permessi temporanei, accettando il fatto compiuto degli sbarchi, vuol dire che abbiamo già abrogato la legge del 2009, che introduceva il reato di clandestinità. In quella legge, lo scrivemmo, c’è un errore: prevedendo la sola pena pecuniaria si rinuncia all’arresto, il che spiega lo sconcio di Manduria, da dove i clandestini vanno via sotto gli occhi di tutti, comprese le impotenti forze dell’ordine. Non volevamo e non vogliamo portare i clandestini in carcere (non ne avremmo neanche lo spazio), ma dobbiamo chiarire che chi entra illegittimamente una volta non entra legittimamente mai più, e chi viene beccato, e qui li abbiamo presi tutti, deve essere respinto. Possono esserci passaggi intermedi, primo fra tutti il soccorso, ma non esiti diversi.
Infine, si deve sempre distinguere fra rifugiati e clandestini, ma quelli che smontano le navi che li soccorrono assai difficilmente sono persone che scappano dalla violenza. Piuttosto la usano. E non c’è una sola ragione al mondo per tenerceli.
Ho l’impressione che a molti politicanti sfugga, ma continuare a far paragoni con il nostro passato d’emigranti è una doppia offesa: agli italiani e ai governi d’allora. I nostri emigranti partivano per andare a lavorare, portando spesso con sé la famiglia e sempre i documenti. I nostri governi ebbero politiche più o meno efficaci, ma non si arresero mai all’idea che i cittadini potessero crepare cammin facendo, i bastimenti partivano fra le lacrime e le speranze, ma non di nascosto. Si moriva nei passi alpini, ma perché sfuggiti alla sorveglianza di frontiera, non perché colà spinti. Quindi, la finiscano di dir spropositi.
La nostra Guardia Costiera ha salvato decine di persone. Ne siamo orgogliosi. Ma mica possiamo pattugliare il Mediterraneo a nome dell’umanità intera. Gli annegati di oggi non sono i primi e non saranno gli ultimi. Se le autorità dell’Unione, a cominciare dalla Commissione, non si sbrigheranno a manifestare la loro esistenza in vita, e se non la smetteranno di pensare che si sia noi italiani ad avere bisogno d’aiuto, invece che i tunisini di diffide immediate, sarà segno che sono morte. Ammesso che siano nate. Si deve essere ottusi, o burocrati (e l’una cosa non esclude l’altra), per non comprendere che in quelle acque si gioca l’Europa assai più che in una scalata in Borsa o nella misurazione delle zucchine.
E’ vero, il governo tunisino è transitorio. S’è insediato dopo la cacciata del presunto tiranno (nel corso del cui governo il reddito interno è cresciuto e i cittadini non erano instradati ai barconi, semmai bloccati). Ma proprio perché provvisorio dovrebbe essere maggiore l’attenzione internazionale. Non assente, come capita oggi. Né si deve considerarlo un problema bilaterale, essendo invece globale.
Non si può e non si deve governare il dramma con furbate e sotterfugi, che, oltre tutto, danneggiano i nostri interessi. Noi non vogliamo bloccare l’immigrazione, che ci serve, ma non possiamo tollerare la clandestinità. Dovremmo essere noi a scegliere chi far entrare, individuando le professionalità che c’interessano, non essere scelti come zattera in cui disperdersi e da cui ripartire. Se concediamo permessi temporanei, accettando il fatto compiuto degli sbarchi, vuol dire che abbiamo già abrogato la legge del 2009, che introduceva il reato di clandestinità. In quella legge, lo scrivemmo, c’è un errore: prevedendo la sola pena pecuniaria si rinuncia all’arresto, il che spiega lo sconcio di Manduria, da dove i clandestini vanno via sotto gli occhi di tutti, comprese le impotenti forze dell’ordine. Non volevamo e non vogliamo portare i clandestini in carcere (non ne avremmo neanche lo spazio), ma dobbiamo chiarire che chi entra illegittimamente una volta non entra legittimamente mai più, e chi viene beccato, e qui li abbiamo presi tutti, deve essere respinto. Possono esserci passaggi intermedi, primo fra tutti il soccorso, ma non esiti diversi.
Infine, si deve sempre distinguere fra rifugiati e clandestini, ma quelli che smontano le navi che li soccorrono assai difficilmente sono persone che scappano dalla violenza. Piuttosto la usano. E non c’è una sola ragione al mondo per tenerceli.
mercoledì 6 aprile 2011
Coriandoli costituzionali. Davide Giacalone
Che Paese è quello in cui i guardiani della Costituzione se ne fanno un baffo? L’Italia. E’ grave non solo che accada, ma che non sia avvertito come un problema, come se il frullato misto di furbizia, megalomania e tornaconto personale consenta qualsiasi cosa a chiunque, come se 150 anni non siano serviti a correggere le tare genetiche di uno Stato che non crede alle proprie leggi. Costituzione compresa.
Ugo De Siervo è solo l’ultimo presidente della Corte Costituzionale che se ne va dopo appena cinque mesi di lavoro, festività di fine anno comprese. Per forza che non è mai stato un minuto zitto, come altri prima di lui: con così poco tempo a disposizione e la smania di farsi ricordare c’era poco d’andar per il sottile. Ma non è una cosa divertente, anzi: è uno scandalo, una vergogna. E c’è un dettaglio che rende la cosa ancora più inaccettabile: tanti professoroni, sempre pronti pontificare, tanti politicastri, sempre pronti a piangere gli attentati alla Costituzione (che non leggono e non conoscono), se ne stanno zitti zitti. Fedeli alla tradizionale viltà degli intellettuali italici e alla consolidata approssimazione dei comizianti senza pubblico. Ieri se n’è accorto Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, che ha così rotto (meno male) la nostra pluriennale solitudine. Solo che gli è sfuggito il punto focale: la Costituzione ridotta in coriandoli.
L’articolo 135 della Costituzione dice che il presidente “rimane in carica per un triennio”. Non per qualche settimana. Lo scrivo ogni volta che ne eleggono uno nuovo, tanto, oramai, sono tutti figli dell’anzianità, si sono messi d’accordo per farlo tutti, a turno, quindi non sbaglio. Lo fanno per la carica e per l’incarico, ovvero per la possibilità d’andare a insegnare dove pare loro. Non tanto per i soldi, di cui sono comunque pieni. L’unico che ebbe l’ardire di rispondere fu Giovanni Maria Flick: è vero, la Carta prevede tre anni, ma la prassi è diversa. La prassi? Ma allora smettiamola di pagare il costo del sinedrio, se anche quello si regola non affidandosi alla lettera, ma alla prassi, sia pure consolidata. Il che, poi, non è neanche vero. Questi signori credono che si sia tutti ignoranti, invece c’è anche qualche matto che studia. Ecco, qui trovate la lista dei presidenti e la loro durata in carica. Si deve sapere, però, che nel testo originario della Costituzione, entrato in vigore il primo gennaio 1948, c’era scritto solo: “La Corte elegge il presidente fra i suoi membri”. Quell’articolo fu modificato con una legge costituzionale del 22 novembre 1967, introducendo la durata di tre anni e la possibile rieleggibilità, salva la scadenza del mandato. Tradotto: il presidente dura tre anni, può essere rieletto, ma, in questo caso, non prolunga la durata del suo mandato di giudice (originariamente di dodici anni, poi portati a nove). Sfido chiunque a sostenere il contrario. Con o senza cattedra.
Ora guardate l’elenco e ditemi voi se è tollerabile che chi è preposto a difendere la Costituzione possa così impunemente calpestarla. E per tornaconto personale. Ettore Gallo, nel 1991, fu il primo a scadere lo stesso anno dell’insediamento. Nel 1995 si fissa il record: quattro presidenti. Cosa succederà, adesso? Si può imboccare la strada che porta dallo scandaloso al ridicolo, oppure scegliere quella della dignità. La cosa è politicamente rilevante.
Seguendo l’andazzo fin qui adottato, la consolidata prassi dell’approfittare, il prossimo presidente sarà Paolo Maddalena, che resterà in carica fino a luglio. Gli succederà Alfio Finocchiaro, che non riuscirà ad arrivare nemmeno a Natale. Altri due emeriti, da unirsi ai circolanti. A quel punto sarebbero tutti delle mezze cartucce, di cui si può solo ridere. L’alternativa potrebbe essere Alfonso Quaranta, cui già la volta scorsa mancò un solo voto per soffiare il posto a De Siervo. Resterebbe presidente fino al gennaio del 2013. Che non sono comunque tre anni, ma sempre meglio di tre settimane. Il fatto è che la composizione della Corte è concepita in modo tale che fra membri eletti dal Parlamento e membri nominati dal Presidente della Repubblica, per come si sono distribuiti i poteri nella nostra storia recente, porta ad avere una maggioranza vicina alla sinistra, mentre Quaranta, nominato dal Consiglio di Stato, non è omogeneo a questa matrice.
Fra qualche giorno avremo la risposta, sapremo se la guerra per bande politiche ha definitivamente scassato la Corte Costituzionale (dando ragione a Palmiro Togliatti, che non la voleva), oppure se c’è un limite alla dissoluzione istituzionale.
1. Enrico De Nicola 23 gennaio 1956 – 26 marzo 1957
2. Gaetano Azzariti 6 aprile 1957 – 5 gennaio 1961
3. Giuseppe Cappi 4 marzo 1961 – 10 ottobre 1962 (giudice fino al 12 luglio 1963)
4. Gaspare Ambrosini 20 ottobre 1962 – 15 dicembre 1967
5. Aldo Sandulli 16 gennaio 1968 – 4 aprile 1969
6. Giuseppe Branca 22 novembre 1971 – 16 febbraio 1973
7. Francesco P. Bonifacio 23 febbraio 1973 – 25 ottobre 1975
8. Paolo Rossi 18 dicembre 1975 – 9 maggio 1978 (giudice fino al 2 agosto 1979)
9. Leonetto Amadei 5 marzo 1979 – 28 giugno 1981
10. Leopoldo Elia 21 settembre 1981 – 7 maggio 1985 (rieletto)
11. Livio Paladin 3 luglio 1985 – 1 luglio 1986
12. Antonio La Pergola 2 luglio 1986 – 14 giugno 1987
13. Francesco Saja 15 giugno 1987 – 22 ottobre 1990 (rieletto)
14. Giovanni Conso 23 ottobre 1987 – 3 febbraio 1991
15. Ettore Gallo 4 febbraio 1991 – 14 luglio 1991
16. Aldo Corasaniti 15 luglio 1991 – 14 novembre 1992
17. Francesco P. Casavola 15 novembre 1992 – 25 febbraio 1995
18. Antonio Baldassarre 26 febbraio 1995 – 8 settembre 1995
19. Vincenzo Caianiello 9 settembre 1995 – 23 ottobre 1995
20. Mauro Ferri 24 ottobre 1995 – 3 novembre 1996
21. Renato Granata 4 novembre 1996 – 7 novembre 1999
22. Giuliano Vassalli 11 novembre 1999 – 13 febbraio 2000
23. Cesare Mirabelli 23 febbraio 2000 – 21 novembre 2000
24. Cesare Ruperto 5 gennaio 2001 – 2 dicembre 2002
25. Riccardo Chieppa 5 dicembre 2002 – 23 gennaio 2004
26. Gustavo Zagrebelsky 28 gennaio 2004 – 13 settembre 2004
27. Valerio Onida 22 settembre 2004 – 30 gennaio 2005
28. Piero A. Capotosti 10 marzo 2005 – 6 novembre 2005
29. Annibale Marini 10 novembre 2005 – 9 luglio 2006
30. Franco Bile 11 luglio 2006 – 8 novembre 2008
31. Giovanni M. Flick 14 novembre 2008 – 18 febbraio 2009
32. Francesco Amirante 25 febbraio 2009 – 7 dicembre 2010
33. Ugo De Siervo 10 dicembre 2010
Ugo De Siervo è solo l’ultimo presidente della Corte Costituzionale che se ne va dopo appena cinque mesi di lavoro, festività di fine anno comprese. Per forza che non è mai stato un minuto zitto, come altri prima di lui: con così poco tempo a disposizione e la smania di farsi ricordare c’era poco d’andar per il sottile. Ma non è una cosa divertente, anzi: è uno scandalo, una vergogna. E c’è un dettaglio che rende la cosa ancora più inaccettabile: tanti professoroni, sempre pronti pontificare, tanti politicastri, sempre pronti a piangere gli attentati alla Costituzione (che non leggono e non conoscono), se ne stanno zitti zitti. Fedeli alla tradizionale viltà degli intellettuali italici e alla consolidata approssimazione dei comizianti senza pubblico. Ieri se n’è accorto Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, che ha così rotto (meno male) la nostra pluriennale solitudine. Solo che gli è sfuggito il punto focale: la Costituzione ridotta in coriandoli.
L’articolo 135 della Costituzione dice che il presidente “rimane in carica per un triennio”. Non per qualche settimana. Lo scrivo ogni volta che ne eleggono uno nuovo, tanto, oramai, sono tutti figli dell’anzianità, si sono messi d’accordo per farlo tutti, a turno, quindi non sbaglio. Lo fanno per la carica e per l’incarico, ovvero per la possibilità d’andare a insegnare dove pare loro. Non tanto per i soldi, di cui sono comunque pieni. L’unico che ebbe l’ardire di rispondere fu Giovanni Maria Flick: è vero, la Carta prevede tre anni, ma la prassi è diversa. La prassi? Ma allora smettiamola di pagare il costo del sinedrio, se anche quello si regola non affidandosi alla lettera, ma alla prassi, sia pure consolidata. Il che, poi, non è neanche vero. Questi signori credono che si sia tutti ignoranti, invece c’è anche qualche matto che studia. Ecco, qui trovate la lista dei presidenti e la loro durata in carica. Si deve sapere, però, che nel testo originario della Costituzione, entrato in vigore il primo gennaio 1948, c’era scritto solo: “La Corte elegge il presidente fra i suoi membri”. Quell’articolo fu modificato con una legge costituzionale del 22 novembre 1967, introducendo la durata di tre anni e la possibile rieleggibilità, salva la scadenza del mandato. Tradotto: il presidente dura tre anni, può essere rieletto, ma, in questo caso, non prolunga la durata del suo mandato di giudice (originariamente di dodici anni, poi portati a nove). Sfido chiunque a sostenere il contrario. Con o senza cattedra.
Ora guardate l’elenco e ditemi voi se è tollerabile che chi è preposto a difendere la Costituzione possa così impunemente calpestarla. E per tornaconto personale. Ettore Gallo, nel 1991, fu il primo a scadere lo stesso anno dell’insediamento. Nel 1995 si fissa il record: quattro presidenti. Cosa succederà, adesso? Si può imboccare la strada che porta dallo scandaloso al ridicolo, oppure scegliere quella della dignità. La cosa è politicamente rilevante.
Seguendo l’andazzo fin qui adottato, la consolidata prassi dell’approfittare, il prossimo presidente sarà Paolo Maddalena, che resterà in carica fino a luglio. Gli succederà Alfio Finocchiaro, che non riuscirà ad arrivare nemmeno a Natale. Altri due emeriti, da unirsi ai circolanti. A quel punto sarebbero tutti delle mezze cartucce, di cui si può solo ridere. L’alternativa potrebbe essere Alfonso Quaranta, cui già la volta scorsa mancò un solo voto per soffiare il posto a De Siervo. Resterebbe presidente fino al gennaio del 2013. Che non sono comunque tre anni, ma sempre meglio di tre settimane. Il fatto è che la composizione della Corte è concepita in modo tale che fra membri eletti dal Parlamento e membri nominati dal Presidente della Repubblica, per come si sono distribuiti i poteri nella nostra storia recente, porta ad avere una maggioranza vicina alla sinistra, mentre Quaranta, nominato dal Consiglio di Stato, non è omogeneo a questa matrice.
Fra qualche giorno avremo la risposta, sapremo se la guerra per bande politiche ha definitivamente scassato la Corte Costituzionale (dando ragione a Palmiro Togliatti, che non la voleva), oppure se c’è un limite alla dissoluzione istituzionale.
1. Enrico De Nicola 23 gennaio 1956 – 26 marzo 1957
2. Gaetano Azzariti 6 aprile 1957 – 5 gennaio 1961
3. Giuseppe Cappi 4 marzo 1961 – 10 ottobre 1962 (giudice fino al 12 luglio 1963)
4. Gaspare Ambrosini 20 ottobre 1962 – 15 dicembre 1967
5. Aldo Sandulli 16 gennaio 1968 – 4 aprile 1969
6. Giuseppe Branca 22 novembre 1971 – 16 febbraio 1973
7. Francesco P. Bonifacio 23 febbraio 1973 – 25 ottobre 1975
8. Paolo Rossi 18 dicembre 1975 – 9 maggio 1978 (giudice fino al 2 agosto 1979)
9. Leonetto Amadei 5 marzo 1979 – 28 giugno 1981
10. Leopoldo Elia 21 settembre 1981 – 7 maggio 1985 (rieletto)
11. Livio Paladin 3 luglio 1985 – 1 luglio 1986
12. Antonio La Pergola 2 luglio 1986 – 14 giugno 1987
13. Francesco Saja 15 giugno 1987 – 22 ottobre 1990 (rieletto)
14. Giovanni Conso 23 ottobre 1987 – 3 febbraio 1991
15. Ettore Gallo 4 febbraio 1991 – 14 luglio 1991
16. Aldo Corasaniti 15 luglio 1991 – 14 novembre 1992
17. Francesco P. Casavola 15 novembre 1992 – 25 febbraio 1995
18. Antonio Baldassarre 26 febbraio 1995 – 8 settembre 1995
19. Vincenzo Caianiello 9 settembre 1995 – 23 ottobre 1995
20. Mauro Ferri 24 ottobre 1995 – 3 novembre 1996
21. Renato Granata 4 novembre 1996 – 7 novembre 1999
22. Giuliano Vassalli 11 novembre 1999 – 13 febbraio 2000
23. Cesare Mirabelli 23 febbraio 2000 – 21 novembre 2000
24. Cesare Ruperto 5 gennaio 2001 – 2 dicembre 2002
25. Riccardo Chieppa 5 dicembre 2002 – 23 gennaio 2004
26. Gustavo Zagrebelsky 28 gennaio 2004 – 13 settembre 2004
27. Valerio Onida 22 settembre 2004 – 30 gennaio 2005
28. Piero A. Capotosti 10 marzo 2005 – 6 novembre 2005
29. Annibale Marini 10 novembre 2005 – 9 luglio 2006
30. Franco Bile 11 luglio 2006 – 8 novembre 2008
31. Giovanni M. Flick 14 novembre 2008 – 18 febbraio 2009
32. Francesco Amirante 25 febbraio 2009 – 7 dicembre 2010
33. Ugo De Siervo 10 dicembre 2010
Contino la aule non le piazze. Sergio Romano
Sui cannoni di un tempo si leggeva spesso, scolpita nel bronzo, la frase «ultima ratio regum». Significava che le armi erano l'ultimo, decisivo argomento di cui i re si sarebbero serviti per far valere le loro ragioni. Sui cannoni della moderna democrazia italiana dovrebbe leggersi invece che l'ultima ratio del governo, dell'opposizione e più generalmente di qualsiasi movimento politico, è la piazza, vale a dire una folla di cittadini radunati per sostenere il potere o per abbatterlo.
Attenzione. Le grandi manifestazioni popolari appartengono alla storia delle democrazie. Ma con qualche eccezione (il milione di francesi che scese lungo gli Champs Elysées, nel maggio del 1968, per puntellare la repubblica di De Gaulle contro la rivoluzione studentesca) servono soprattutto a protestare contro una legge particolare, a chiedere la revoca di un provvedimento, un salario decoroso, un migliore contratto di lavoro. Nella seconda repubblica italiana la ratio è diversa. La grande manifestazione è una specie di artifizio teatrale che trasforma la piazza in un grande studio televisivo. Non serve a contare le teste; a questo penseranno i portavoce degli organizzatori sparando sulle pagine dei giornali cifre improbabili. Serve a creare l'«effetto popolo» per la grande massa di coloro che leggono la politica sugli schermi della televisione.
Quando Boris Eltsin salì su un carro armato, di fronte alla Casa bianca del Parlamento russo, per denunciare il colpo di Stato dell'agosto 1991, la folla intorno a lui non contava, probabilmente, più di duecento persone ed era composta in buona parte da passanti incuriositi. Ma bastarono le telecamere della Cnn per trasmettere al mondo l'immagine di un grande movimento popolare, sceso in piazza contro il partito comunista dell'Unione Sovietica.
Quando è usata dall'opposizione e soprattutto dal governo, la piazza è davvero un'ultima ratio e presenta almeno tre gravi inconvenienti. In primo luogo dimostra che ciascuno dei due maggiori pilastri della democrazia rappresentativa ha smesso di contestare l'avversario nei luoghi deputati della politica nazionale e ha deciso che il miglior modo per sopraffarlo è quello di sparare i suoi cannoni mediatici nelle piazze del Paese. In secondo luogo deprezza il valore della rappresentanza democratica conquistata nelle urne. Per governare o battersi contro le leggi dell'esecutivo, la maggioranza e l'opposizione non hanno bisogno di portare la gente nelle piazze. Se lo fanno esercitano un loro sacrosanto diritto, ma dimostrano di non credere né all'utilità del confronto né alla propria legittimità democratica.
E in terzo luogo, infine, le piazze mediatiche trasmettono alla società il sentimento che il sistema non è più in grado di risolvere con gli strumenti della democrazia i problemi del Paese. Se centomila italiani scendono nelle strade per rispondere all'appello del loro schieramento preferito, altri italiani, molto più numerosi, giungeranno alla conclusione che le elezioni sono inutili e che il Parlamento, come è accaduto negli scorsi giorni, è soltanto un'altra piazza italiana, vale a dire un luogo dove si grida invece di parlare. Il governo e l'opposizione non si sorprendano quindi se non potranno più contare sulla fiducia e sulla stima del Paese. (Corriere della Sera)
Attenzione. Le grandi manifestazioni popolari appartengono alla storia delle democrazie. Ma con qualche eccezione (il milione di francesi che scese lungo gli Champs Elysées, nel maggio del 1968, per puntellare la repubblica di De Gaulle contro la rivoluzione studentesca) servono soprattutto a protestare contro una legge particolare, a chiedere la revoca di un provvedimento, un salario decoroso, un migliore contratto di lavoro. Nella seconda repubblica italiana la ratio è diversa. La grande manifestazione è una specie di artifizio teatrale che trasforma la piazza in un grande studio televisivo. Non serve a contare le teste; a questo penseranno i portavoce degli organizzatori sparando sulle pagine dei giornali cifre improbabili. Serve a creare l'«effetto popolo» per la grande massa di coloro che leggono la politica sugli schermi della televisione.
Quando Boris Eltsin salì su un carro armato, di fronte alla Casa bianca del Parlamento russo, per denunciare il colpo di Stato dell'agosto 1991, la folla intorno a lui non contava, probabilmente, più di duecento persone ed era composta in buona parte da passanti incuriositi. Ma bastarono le telecamere della Cnn per trasmettere al mondo l'immagine di un grande movimento popolare, sceso in piazza contro il partito comunista dell'Unione Sovietica.
Quando è usata dall'opposizione e soprattutto dal governo, la piazza è davvero un'ultima ratio e presenta almeno tre gravi inconvenienti. In primo luogo dimostra che ciascuno dei due maggiori pilastri della democrazia rappresentativa ha smesso di contestare l'avversario nei luoghi deputati della politica nazionale e ha deciso che il miglior modo per sopraffarlo è quello di sparare i suoi cannoni mediatici nelle piazze del Paese. In secondo luogo deprezza il valore della rappresentanza democratica conquistata nelle urne. Per governare o battersi contro le leggi dell'esecutivo, la maggioranza e l'opposizione non hanno bisogno di portare la gente nelle piazze. Se lo fanno esercitano un loro sacrosanto diritto, ma dimostrano di non credere né all'utilità del confronto né alla propria legittimità democratica.
E in terzo luogo, infine, le piazze mediatiche trasmettono alla società il sentimento che il sistema non è più in grado di risolvere con gli strumenti della democrazia i problemi del Paese. Se centomila italiani scendono nelle strade per rispondere all'appello del loro schieramento preferito, altri italiani, molto più numerosi, giungeranno alla conclusione che le elezioni sono inutili e che il Parlamento, come è accaduto negli scorsi giorni, è soltanto un'altra piazza italiana, vale a dire un luogo dove si grida invece di parlare. Il governo e l'opposizione non si sorprendano quindi se non potranno più contare sulla fiducia e sulla stima del Paese. (Corriere della Sera)
martedì 5 aprile 2011
Terno secco. Davide Giacalone
Fa orrore anche la sola ipotesi che si possa continuare così come ci si trascina da sedici anni: le procure provano in tutti i modi a far fuori Silvio Berlusconi, senza mai riuscire a condannarlo e senza scalfirne il consenso elettorale (anzi, divenendo una specie di suo elisir di lunga vita), e la maggioranza ritenta ancora di intaccare il potere delle toghe, senza riuscire a ottenere altro che l’osceno saldarsi degli interessi corporativi con il vuoto politico dell’opposizione (anzi, divenendo la scusa che la magistratura usa per opporsi a qualsiasi riforma). Da troppi anni i due fronti si reggono e giustificano a vicenda, mentre è l’Italia a vivere sotto ricatto.
Le proposte di riforma costituzionale, sempre in tema di giustizia, approvate dal consiglio dei ministri, sono buone e potrebbero divenire ottime. Ma all’auspicabile dialogo istituzionale, possibile e necessario in un Paese che ha la peggiore giustizia del mondo civile, s’è subito sostituita la solita rissa dissennata, alimentata dalla rabbiosa voglia di cancellare l’interlocutore. I tre appuntamenti di questa settimana incarnano il dramma, il terno secco con cui la legislatura si gioca la vita: 1. processo Ruby; 2. conflitto d’attribuzione; 3. processo breve.
Il processo Ruby (lo chiamo così per brevità, ma non senza disagio) è l’ennesimo capitolo dell’assalto giudiziario, con un impressionante dispiegamento di mezzi, su quella che resta una miseria da postribolo. Non c’è un solo italiano che non ne abbia compreso la trama scontata, mentre auguro ai moralisti da tre palle un soldo di provare, almeno, un’ombra d’imbarazzo. Un processo in cui la parte lesa è testimone della difesa, la fanciulla indotta all’impurità sembra poter dare lezioni sulla medesima e il funzionario concusso non ha mai avvertito d’essere tale. Eppure è un processo che lacererebbe le carni di qualsiasi governante, compromettendone l’autorevolezza interna e la credibilità internazionale. Laddove, all’evidenza, i costumi che colà saranno giudicati è dubbio siano reato, ma è sicuro che sono incompatibili con la funzione.
A tale processo si lega il secondo appuntamento, con la Camera che stabilirà se chiedere alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sul conflitto d’attribuzione. So che si tratta di materia, al tempo stesso, complicata e superflua, sicché è facile mandare tutti a ramengo. Ma se vi resta un briciolo di pazienza, seguitemi. Il concetto è questo: se Berlusconi agì da privato cittadino è competente il tribunale nel cui territorio il presunto reato è stato commesso, ma è esclusa la concussione, possibile solo nel caso in cui abbia agito da pubblico ufficiale, nel qual caso è competente il tribunale dei ministri. La tesi del centro destra è la seconda, quindi chiedono che il processo si sposti in quella sede. Singolare, perché comporta la compromissione della figura istituzionale e la rivendicazione di non totale lucidità, affermando che la fanciulla si credeva effettivamente fosse la nipote di un capo di Stato. Insomma: la classica tesi difensiva che, solitamente, si supplica il proprio avvocato di non adottare.
Se la Camera voterà per il sollevamento della questione non per questo il procedimento sarà automaticamente sospeso. Ma faccio una previsione: si andrà avanti per le prime sedute, si faranno i primi interrogatori a base di brache, o quel che ne restava, poi si sospenderà, in attesa che la Corte consumi gli otto o nove mesi necessari per decidere (nel corso dei quali potrebbero cambiare due presidenti, ma di questo ci occuperemo presto). A occhio e croce, il massimo del danno, perché l’unica condanna di questo processo è il fatto che si tenga.
Infine c’è il terzo appuntamento, quello con il processo breve, dopo i pasticci procedurali combinati la settimana scorsa. In questo caso, dicono gli avversari di Berlusconi, l’obiettivo è quello di far morire anticipatamente il processo Mills, mediante l’emendamento all’articolo 4-bis (presentato da Maurizio Paniz, avvocato e parlamentare del centro destra). Siamo alla tragicommedia. Se passasse quell’emendamento, che accorcia la prescrizione per gli incensurati (con arditezza costituzionale), se si varasse la legge e se si applicasse al processo Mills (se, se, se) il “guadagno” sarebbe di quattro mesi. Un’inezia. Il processo Mills è già morto, già prescritto, non ha nessuna possibilità al mondo di arrivare a sentenza definitiva. Inoltre è un mostro, perché per un reato a concorso necessario (non può esserci un corruttore senza un corrotto, e viceversa) i due soggetti sono stati processati separatamente. Follia. Com’è folle il dibattito politico, perché la lentezza esasperante e incivile della nostra giustizia non è un’opinione, ma un fatto. Porvi rimedio non un opitional, ma un obbligo. Salvo che con quella legge non si sveltiscono le procedure, ma troncano i procedimenti.
Ecco l’orrore: chiunque non sia pazzo sa che la nostra giustizia deve essere rivoluzionata; chiunque non sia fazioso nel midollo sa che le proposte costituzionali del governo sono ragionevolissime; ma tutti vediamo che nel soqquadro morale, politico e istituzionale la voglia di ficcare il pugnale nel costato altrui prevale sulla necessità di offrire agli italiani un risultato accettabile. Bene, ora godiamoci la settimana.
Le proposte di riforma costituzionale, sempre in tema di giustizia, approvate dal consiglio dei ministri, sono buone e potrebbero divenire ottime. Ma all’auspicabile dialogo istituzionale, possibile e necessario in un Paese che ha la peggiore giustizia del mondo civile, s’è subito sostituita la solita rissa dissennata, alimentata dalla rabbiosa voglia di cancellare l’interlocutore. I tre appuntamenti di questa settimana incarnano il dramma, il terno secco con cui la legislatura si gioca la vita: 1. processo Ruby; 2. conflitto d’attribuzione; 3. processo breve.
Il processo Ruby (lo chiamo così per brevità, ma non senza disagio) è l’ennesimo capitolo dell’assalto giudiziario, con un impressionante dispiegamento di mezzi, su quella che resta una miseria da postribolo. Non c’è un solo italiano che non ne abbia compreso la trama scontata, mentre auguro ai moralisti da tre palle un soldo di provare, almeno, un’ombra d’imbarazzo. Un processo in cui la parte lesa è testimone della difesa, la fanciulla indotta all’impurità sembra poter dare lezioni sulla medesima e il funzionario concusso non ha mai avvertito d’essere tale. Eppure è un processo che lacererebbe le carni di qualsiasi governante, compromettendone l’autorevolezza interna e la credibilità internazionale. Laddove, all’evidenza, i costumi che colà saranno giudicati è dubbio siano reato, ma è sicuro che sono incompatibili con la funzione.
A tale processo si lega il secondo appuntamento, con la Camera che stabilirà se chiedere alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sul conflitto d’attribuzione. So che si tratta di materia, al tempo stesso, complicata e superflua, sicché è facile mandare tutti a ramengo. Ma se vi resta un briciolo di pazienza, seguitemi. Il concetto è questo: se Berlusconi agì da privato cittadino è competente il tribunale nel cui territorio il presunto reato è stato commesso, ma è esclusa la concussione, possibile solo nel caso in cui abbia agito da pubblico ufficiale, nel qual caso è competente il tribunale dei ministri. La tesi del centro destra è la seconda, quindi chiedono che il processo si sposti in quella sede. Singolare, perché comporta la compromissione della figura istituzionale e la rivendicazione di non totale lucidità, affermando che la fanciulla si credeva effettivamente fosse la nipote di un capo di Stato. Insomma: la classica tesi difensiva che, solitamente, si supplica il proprio avvocato di non adottare.
Se la Camera voterà per il sollevamento della questione non per questo il procedimento sarà automaticamente sospeso. Ma faccio una previsione: si andrà avanti per le prime sedute, si faranno i primi interrogatori a base di brache, o quel che ne restava, poi si sospenderà, in attesa che la Corte consumi gli otto o nove mesi necessari per decidere (nel corso dei quali potrebbero cambiare due presidenti, ma di questo ci occuperemo presto). A occhio e croce, il massimo del danno, perché l’unica condanna di questo processo è il fatto che si tenga.
Infine c’è il terzo appuntamento, quello con il processo breve, dopo i pasticci procedurali combinati la settimana scorsa. In questo caso, dicono gli avversari di Berlusconi, l’obiettivo è quello di far morire anticipatamente il processo Mills, mediante l’emendamento all’articolo 4-bis (presentato da Maurizio Paniz, avvocato e parlamentare del centro destra). Siamo alla tragicommedia. Se passasse quell’emendamento, che accorcia la prescrizione per gli incensurati (con arditezza costituzionale), se si varasse la legge e se si applicasse al processo Mills (se, se, se) il “guadagno” sarebbe di quattro mesi. Un’inezia. Il processo Mills è già morto, già prescritto, non ha nessuna possibilità al mondo di arrivare a sentenza definitiva. Inoltre è un mostro, perché per un reato a concorso necessario (non può esserci un corruttore senza un corrotto, e viceversa) i due soggetti sono stati processati separatamente. Follia. Com’è folle il dibattito politico, perché la lentezza esasperante e incivile della nostra giustizia non è un’opinione, ma un fatto. Porvi rimedio non un opitional, ma un obbligo. Salvo che con quella legge non si sveltiscono le procedure, ma troncano i procedimenti.
Ecco l’orrore: chiunque non sia pazzo sa che la nostra giustizia deve essere rivoluzionata; chiunque non sia fazioso nel midollo sa che le proposte costituzionali del governo sono ragionevolissime; ma tutti vediamo che nel soqquadro morale, politico e istituzionale la voglia di ficcare il pugnale nel costato altrui prevale sulla necessità di offrire agli italiani un risultato accettabile. Bene, ora godiamoci la settimana.
Quanto è "deliziosa" la primavera araba. Bari Weiss
Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Bernard Lewis, uno dei più illustri studiosi del medio oriente, al Wall Street Journal.
"Cosa è andato storto?", è l’esplosivo titolo del libro pubblicato nel dicembre 2001 dallo storico Bernard Lewis, dedicato al declino del mondo musulmano. Già in stampa al momento dell’attentato dell’11 settembre, il libro ha portato l’illustre professore al centro dell’attenzione pubblica, e le questioni affrontate hanno tormentato gli americani per un intero decennio.
Ora, improvvisamente, una nuova domanda occupa la mente degli americani: cosa potrebbe andare per il verso giusto?
Per scoprirlo, ho fatto un pellegrinaggio nel suo appartamento di Princeton, New Jersey, dove risiede dal 1974, dopo aver lasciato la School of Oriental and African Studies di Londra ed essere divenuto professore all’Università di Princeton.
Ormai quasi novantacinquenne, Bernard Lewis ha iniziato a scrivere saggi ancor prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Negli anni Cinquanta erà già riconosciuto come una delle massime autorità sul mondo arabo, e dopo l’11 settembre il vicepresidente e il capo del Pentagono lo hanno convocato per chiedergli consigli.
“Penso che le tirannie abbiano il destino segnato”, esordisce Lewis mentre mi siedo vicino alla finestra della sua biblioteca con migliaia di libri, scritti in almeno una dozzina di lingue diverse. “La vera domanda, invece, è che cosa accadrà dopo”.
Per gli americani che hanno osservato i manifestanti protestare contro i regimi in Tunisia, Egitto, Iran, Libia, Bahrein e Siria, è alquanto difficile non rimanere affascinati da questa esplosione rivoluzionaria. Lewis si dichiara “deliziato” da questi movimenti popolari e ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero fare tutto il possibile per incoraggiarli e sostenerli. Ma è anche convinto che non bisogna spingere per elezioni in stile occidentale nei paesi musulmani.
“Abbiamo un’opportunità decisamente migliore per stabilire, se non delle vere e proprie democrazie, almeno un tipo di società più aperta e tollerante, purché ci manteniamo nel solco delle loro stesse tradizioni. Perché dovremmo volere da loro un sistema di governo di tipo occidentale? E perché dovremmo aspettarci che possa poi funzionare?”, domanda Bernard Lewis.
Lewis cita l’esempio della Germania nel 1918. “Dopo la Prima guerra mondiale, i vincitori alleati cercarono di imporre un sistema parlamentare in Germania, che invece aveva una tradizione politica alquanto diversa. E il risultato è stato l’ascesa al potere di Hitler. Hitler ha conquistato il potere grazie a brogli elettorali”, ribadisce Lewis, che ha prestato servizio nell’esercito britannico nella guerra contro il nazismo. E se si vuole un esempio più recente, basta considerare il trionfo elettorale di Hamas a Gaza nel 2006.
Le elezioni, sostiene Lewis, devono essere il culmine conclusivo – e non l’inizio – di un processo politico graduale. Perciò “concentrare costantemente l’attenzione su elezioni parlamentari in stile occidentale non è altro che una pericolosa illusione”.
Non perché il Dna culturale musulmano sia irrimediabilmente refrattario a tale soluzione, anzi è esattamente il contrario. “Tutta la tradizione islamica si oppone decisamente a un governo autocratico e irresponsabile. Esiste una solida tradizione, sul piano storico, pratico e teorico, di governo limitato e controllato”.
Ma le elezioni di tipo occidentale hanno dato risultati ambigui e incerti nello stesso occidente. “Persino i francesi, che si gloriano di avere inventato la libertà, si trovano già alla Quinta Repubblica e chi sa quante altre ne passeranno prima che si mettano il cuore in pace”, dice Lewis ridendo. E subito dopo aggiunge: “Non penso che possiamo considerare il sistema democratico anglo-americano come una specie di ideale planetario”. Al contrario, ai musulmani dovrebbe essere “permesso di elaborare una propria via e un proprio sistema”.
In altre parole: per trovare il mezzo più adeguato per costruire società migliori e più libere, i musulmani non hanno bisogno di guardare al di là dell’oceano. E’ sufficiente che guardino la propria storia.
Bernard Lewis mi mostra una lettera scritta dall’ambasciatore francese a Istanbul poco prima dello scoppio della Rivoluzione francese. Il governo di Parigi era irritato perché l’ambasciatore impiegava troppo tempo a portare avanti dei negoziati. Ecco la sua replica: “Qui non è come in Francia, dove il re è il solo padrone e può fare tutto quel che vuole. Qui il sultano è costretto a consultarsi”.
Nella storia mediorientale “la parola magica è proprio la consultazione. Ricompare continuamente nei testi classici. E risale allo stesso profeta”, ribadisce Lewis.
Il suo significato fondamentale era che i leader politici dovevano necessariamente stabilire accordi con altri elementi della società: i leader delle corporazioni dei mercanti, degli artigiani, degli scribi, dei proprietari terrieri, ecc. Ogni corporazione sceglieva i propri leader al suo stesso interno. “I governanti, e persino i grandi sultani ottomani, dovevano consultarsi con questi gruppi per realizzare i propri progetti”.
Non si deve naturalmente credere che le società dell’epoca ottomana fossero modelli di una saggezza politica à la Madison. Ma il potere era strutturato in modo da poter tenere sotto controllo i governanti: quindi le comunità arabe e musulmane del vasto impero ottomano prevedevano alcuni sistemi tipici di un governo non assoluto, ma limitato.
Gli americani spesso fanno coincidere il concetto di un governo limitato con quello di “libertà”; ma Lewis afferma che questa parola non ha un preciso equivalente in arabo. “Libertà significa non essere uno schiavo. Libertà era un termine con una connotazione giuridica e sociale, non politica. E non veniva usato come concetto per definire uno status politico”. La parola araba che più si avvicina al nostro concetto di libertà è “adl”, vale a dire “giustizia”. “Nella tradizione musulmana, la giustizia è lo standard” di un buon governo. (Tuttavia, almeno a giudicare dall’enorme folla di persone che la scorsa settimana si è raccolta davanti alla moschea degli Omayyadi di Damasco urlando “libertà, libertà”, questa parola, pur non avendo ancora il significato che noi le attribuiamo, vi si è certamente avvicinata).
Il tradizionale processo di consultazione è stato una delle vittime principali della modernizzazione, e proprio questo aiuta a comprendere perché la modernizzazione abbia una dubbia reputazione in varie parti del mondo arabo e musulmano. “La modernizzazione ha aumentato enormemente il potere dello stato. E tende a minare, se non addirittura a distruggere completamente, i vari poteri intermedi che precedentemente avevano limitato l’autorità dello stato”. Proprio questo è stato il fine dell’astuzia dei Mubarak e degli Assad, insieme a “sistemi di comunicazione moderni, armi moderne e tecnologie moderne di sorveglianza e repressione”. Risultato: questi autocrati hanno preso nelle loro mani “più potere di quanto ne avesse mai avuto anche il più potente di tutti i sultani”.
Dunque la domanda essenziale è la seguente: il medio oriente può riuscire a recuperare questa tradizione e adattarla in modo adeguato alle nuove circostanze? Lewis mi ricorda che la sua professione è quella di storico e che pertanto le previsioni non sono certo la sua specialità. Ciononostante, è disposto a offrirci qualche indicazione.
In primo luogo, la Tunisia ha la possibilità concreta di realizzare la democrazia, grazie soprattutto al ruolo che le donne hanno in questo paese. “La Tunisia, per quanto ne so, è il solo paese musulmano che prevede l’istruzione obbligatoria per le donne, e nel quale le donne possono svolgere qualsiasi tipo di professione”. “Ritengo che il maggiore difetto dell’islam e la principale ragione del suo ritardo rispetto all’occidente sia proprio il trattamento che riserva alle donne”, ribadisce Lewis, sostenendo che una vita domestica fondata sulla repressione è ciò che più contribuisce alla imposizione di un governo repressivo: “Pensate soltanto a un bambino che cresce in una famiglia musulmana nella quale la madre non ha alcun diritto e vive in una condizione di autentico asservimento. Questa è la via maestra per una vita fondata sul dispotismo e la sottomissione. Apre le porte all’affermazione di una società autoritaria”.
Il caso dell’Egitto appare più complesso. I giovani manifestanti liberali che hanno guidato la rivoluzione in piazza Tahrir sono già ora relegati in disparte dalla combinazione fra apparato militare e fratellanza musulmana. Elezioni troppo affrettate, che potrebbero tenersi il prossimo settembre, potrebbero portare al potere i Fratelli musulmani. Questa sarebbe “una situazione estremamente pericolosa. Non dobbiamo farci illusioni sui Fratelli musulmani, su chi sono e cosa vogliono veramente”.
Tuttavia i media occidentali sembrano decisi a nutrire queste illusioni. Basta pensare a come presentano Sheikh Yusuf al Qaradawi: questo popolarissimo e carismatico leader religioso ha dichiarato che Hitler “era riuscito a mettere gli ebrei al loro posto” e che l’Olocausto “è stata la punizione divina che si erano meritati”. Eppure, dopo il sermone che Sheikh al Qaradawi ha pronunciato davanti a un milione di persone al Cairo all’indomani della cacciata di Mubarak, il giornalista del New York Times David K. Kirkpatrick ha scritto che Qaradawi aveva “ribadito i temi della democrazia e del pluralismo, che sono sempre stati caratteristici dei suoi scritti e delle sue prediche”. E poi ha aggiunto: “Gli studiosi che hanno esaminato la sua opera dicono che Sheikh al Qaradawi ha sempre sostenuto che la legge islamica appoggia l’idea di una democrazia civile pluralista e multipartitica”.
Il professor Lewis conosce già questo tipo di meccanismo.
Quando, alla fine degli anni Settanta, stava scoppiando la rivoluzione iraniana, sulla stampa occidentale iniziò ad apparire il nome dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. “In quel momento mi trovavo a Princeton e devo confessare che non avevo mai sentito parlare di Khomeini. E chi aveva mai sentito il suo nome? Perciò, feci ciò che normalmente fa uno storico: andai nella biblioteca dell’università e cercai qualcosa su Khomeini. E la trovai”.
Si trattava di “un breve libro intitolato ‘Islamic Government’” (ora noto come il Mein Kampf di Khomeini), disponibile in persiano e in arabo. Lewis se ne procurò una copia in entrambe le lingue e iniziò a leggerlo: “Mi risultò immediatamente chiaro chi fosse in realtà e quali erano i suoi obiettivi. E che tutto quello che si diceva su di lui e sul fatto che rappresentasse un passo in avanti verso una maggiore libertà era completamente privo di senso”.
“Cercai di farlo capire agli americani. Ma il New York Times non era disposto a toccarlo e ricevetti la seguente risposta: ‘Non crediamo che ciò possa interessare i nostri lettori’. Poi il Washington Post accettò di pubblicare un articolo, ma fu immediatamente rimproverato dalla Cia. Alla fine, comunque, il messaggio arrivò, ma soltanto grazie allo stesso Khomeini”.
Oggi, sempre grazie al perdurante khomeinismo di Teheran, il regime iraniano è impopolare e rischia di cadere. “C’è una forte opposizione al regime, anzi due opposizioni: l’opposizione all’interno del regime e l’opposizione contro il regime. E io penso che prima o poi verrà rovesciato e che emergerà qualcosa di più aperto e democratico. Per la maggior parte i patrioti iraniani sono contro il regime. Sono convinti che sia un’infamia e un disonore per il paese. E, naturalmente, hanno ragione”, dice Lewis.
Il disprezzo degli iraniani nei confronti dei loro mullah al governo è la ragione più profonda per cui Lewis ritiene che gli Stati Uniti non devono pensare a interventi militari in Iran: “Infatti, sarebbe come offrirgli su un piatto d’argento un vantaggio di cui al momento il regime non dispone: il patriottismo iraniano”. A suo giudizio, la politica più efficace è quella di incoraggiare il movimento democratico verde e fare una netta distinzione fra il regime e il popolo. “Quando è salito alla Casa Bianca, il presidente Obama ha inviato un messaggio di saluto al regime. E’ stato un atto gentile e cortese, ma sarebbe stato meglio inviare un messaggio al popolo iraniano”.
La speranza è proprio che questo movimento possa avere la forza di cambiare le cose. Infatti, a giudizio di Lewis, se riuscisse a diventare una potenza nucleare l’Iran non potrebbe essere più contenuto.
“Durante la Guerra fredda, sia l’Unione sovietica sia gli Stati Uniti avevano armi nucleari ma entrambi sapevano che nessuno dei due aveva realmente intenzione di usarle, a causa di ciò che allora veniva chiamato Mad (Mutual Assured Destruction). Ed è proprio per questo che, anche nei momenti più difficili, non c’è mai stato il vero pericolo di un conflitto nucleare”.
Ma i mullah sono “fanatici religiosi con una mentalità apocalittica. Nell’islam, esattamente come nel cristianesimo e nel giudaismo, c’è l’idea di uno scenario da fine dei tempi, e i mullah sono convinti che sia già iniziato. Perciò il concetto di una distruzione reciproca non è affatto un deterrente, bensì addirittura un incentivo”.
Un’altra variabile da tenere presente nelle dinamiche regionali è rappresentata dalla Turchia, terreno nel quale Bernard Lewis si è specializzato. E’ stato il primo occidentale al quale, nel 1950, è stato aperto l’accesso agli archivi ottomani di Istanbul. I recenti sviluppi che si sono verificati in questo paese lo allarmano profondamente: “In Turchia, si osserva la tendenza verso una crescente reislamizzazione. Il governo è mosso proprio da questa volontà, che si sta estendendo a settori sempre più vasti della società turca: dall’economia, all’impresa, alla comunità accademica e al mondo dei media. E ora sta prendendo piede anche nell’apparato giuridico, che in passato è stato il baluardo del regime repubblicano”. Fra una decina d’anni, sostiene Lewis, il posto dell’Iran potrebbe essere preso dalla Turchia.
Così, mentre guarda con gioia i giovani attivisti mediorientali sollevarsi contro le tirannie che li hanno oppressi, Lewis osserva anche con estrema preoccupazione la diffusione del fondamentalismo islamico. E’ una minaccia particolarmente grave e difficile, perché “non ha un centro politico o una precisa identità etnica, è allo stesso modo arabo, persiano e turco. E’ definito esclusivamente sul piano religioso. E può conquistare il sostegno di persone di qualsiasi nazionalità. Sta proprio qui la differenza”.
“Penso che la battaglia continuerà fino a quando i fondamentalisti realizzeranno il proprio obiettivo o vi rinunceranno. E al momento entrambe le soluzioni hanno le stesse probabilità di concretizzarsi”, conclude Lewis. (il Foglio)
di Bari Weiss, Wall Street Journal, per gentile concessione di MF
(traduzione di Aldo Piccato)
"Cosa è andato storto?", è l’esplosivo titolo del libro pubblicato nel dicembre 2001 dallo storico Bernard Lewis, dedicato al declino del mondo musulmano. Già in stampa al momento dell’attentato dell’11 settembre, il libro ha portato l’illustre professore al centro dell’attenzione pubblica, e le questioni affrontate hanno tormentato gli americani per un intero decennio.
Ora, improvvisamente, una nuova domanda occupa la mente degli americani: cosa potrebbe andare per il verso giusto?
Per scoprirlo, ho fatto un pellegrinaggio nel suo appartamento di Princeton, New Jersey, dove risiede dal 1974, dopo aver lasciato la School of Oriental and African Studies di Londra ed essere divenuto professore all’Università di Princeton.
Ormai quasi novantacinquenne, Bernard Lewis ha iniziato a scrivere saggi ancor prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Negli anni Cinquanta erà già riconosciuto come una delle massime autorità sul mondo arabo, e dopo l’11 settembre il vicepresidente e il capo del Pentagono lo hanno convocato per chiedergli consigli.
“Penso che le tirannie abbiano il destino segnato”, esordisce Lewis mentre mi siedo vicino alla finestra della sua biblioteca con migliaia di libri, scritti in almeno una dozzina di lingue diverse. “La vera domanda, invece, è che cosa accadrà dopo”.
Per gli americani che hanno osservato i manifestanti protestare contro i regimi in Tunisia, Egitto, Iran, Libia, Bahrein e Siria, è alquanto difficile non rimanere affascinati da questa esplosione rivoluzionaria. Lewis si dichiara “deliziato” da questi movimenti popolari e ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero fare tutto il possibile per incoraggiarli e sostenerli. Ma è anche convinto che non bisogna spingere per elezioni in stile occidentale nei paesi musulmani.
“Abbiamo un’opportunità decisamente migliore per stabilire, se non delle vere e proprie democrazie, almeno un tipo di società più aperta e tollerante, purché ci manteniamo nel solco delle loro stesse tradizioni. Perché dovremmo volere da loro un sistema di governo di tipo occidentale? E perché dovremmo aspettarci che possa poi funzionare?”, domanda Bernard Lewis.
Lewis cita l’esempio della Germania nel 1918. “Dopo la Prima guerra mondiale, i vincitori alleati cercarono di imporre un sistema parlamentare in Germania, che invece aveva una tradizione politica alquanto diversa. E il risultato è stato l’ascesa al potere di Hitler. Hitler ha conquistato il potere grazie a brogli elettorali”, ribadisce Lewis, che ha prestato servizio nell’esercito britannico nella guerra contro il nazismo. E se si vuole un esempio più recente, basta considerare il trionfo elettorale di Hamas a Gaza nel 2006.
Le elezioni, sostiene Lewis, devono essere il culmine conclusivo – e non l’inizio – di un processo politico graduale. Perciò “concentrare costantemente l’attenzione su elezioni parlamentari in stile occidentale non è altro che una pericolosa illusione”.
Non perché il Dna culturale musulmano sia irrimediabilmente refrattario a tale soluzione, anzi è esattamente il contrario. “Tutta la tradizione islamica si oppone decisamente a un governo autocratico e irresponsabile. Esiste una solida tradizione, sul piano storico, pratico e teorico, di governo limitato e controllato”.
Ma le elezioni di tipo occidentale hanno dato risultati ambigui e incerti nello stesso occidente. “Persino i francesi, che si gloriano di avere inventato la libertà, si trovano già alla Quinta Repubblica e chi sa quante altre ne passeranno prima che si mettano il cuore in pace”, dice Lewis ridendo. E subito dopo aggiunge: “Non penso che possiamo considerare il sistema democratico anglo-americano come una specie di ideale planetario”. Al contrario, ai musulmani dovrebbe essere “permesso di elaborare una propria via e un proprio sistema”.
In altre parole: per trovare il mezzo più adeguato per costruire società migliori e più libere, i musulmani non hanno bisogno di guardare al di là dell’oceano. E’ sufficiente che guardino la propria storia.
Bernard Lewis mi mostra una lettera scritta dall’ambasciatore francese a Istanbul poco prima dello scoppio della Rivoluzione francese. Il governo di Parigi era irritato perché l’ambasciatore impiegava troppo tempo a portare avanti dei negoziati. Ecco la sua replica: “Qui non è come in Francia, dove il re è il solo padrone e può fare tutto quel che vuole. Qui il sultano è costretto a consultarsi”.
Nella storia mediorientale “la parola magica è proprio la consultazione. Ricompare continuamente nei testi classici. E risale allo stesso profeta”, ribadisce Lewis.
Il suo significato fondamentale era che i leader politici dovevano necessariamente stabilire accordi con altri elementi della società: i leader delle corporazioni dei mercanti, degli artigiani, degli scribi, dei proprietari terrieri, ecc. Ogni corporazione sceglieva i propri leader al suo stesso interno. “I governanti, e persino i grandi sultani ottomani, dovevano consultarsi con questi gruppi per realizzare i propri progetti”.
Non si deve naturalmente credere che le società dell’epoca ottomana fossero modelli di una saggezza politica à la Madison. Ma il potere era strutturato in modo da poter tenere sotto controllo i governanti: quindi le comunità arabe e musulmane del vasto impero ottomano prevedevano alcuni sistemi tipici di un governo non assoluto, ma limitato.
Gli americani spesso fanno coincidere il concetto di un governo limitato con quello di “libertà”; ma Lewis afferma che questa parola non ha un preciso equivalente in arabo. “Libertà significa non essere uno schiavo. Libertà era un termine con una connotazione giuridica e sociale, non politica. E non veniva usato come concetto per definire uno status politico”. La parola araba che più si avvicina al nostro concetto di libertà è “adl”, vale a dire “giustizia”. “Nella tradizione musulmana, la giustizia è lo standard” di un buon governo. (Tuttavia, almeno a giudicare dall’enorme folla di persone che la scorsa settimana si è raccolta davanti alla moschea degli Omayyadi di Damasco urlando “libertà, libertà”, questa parola, pur non avendo ancora il significato che noi le attribuiamo, vi si è certamente avvicinata).
Il tradizionale processo di consultazione è stato una delle vittime principali della modernizzazione, e proprio questo aiuta a comprendere perché la modernizzazione abbia una dubbia reputazione in varie parti del mondo arabo e musulmano. “La modernizzazione ha aumentato enormemente il potere dello stato. E tende a minare, se non addirittura a distruggere completamente, i vari poteri intermedi che precedentemente avevano limitato l’autorità dello stato”. Proprio questo è stato il fine dell’astuzia dei Mubarak e degli Assad, insieme a “sistemi di comunicazione moderni, armi moderne e tecnologie moderne di sorveglianza e repressione”. Risultato: questi autocrati hanno preso nelle loro mani “più potere di quanto ne avesse mai avuto anche il più potente di tutti i sultani”.
Dunque la domanda essenziale è la seguente: il medio oriente può riuscire a recuperare questa tradizione e adattarla in modo adeguato alle nuove circostanze? Lewis mi ricorda che la sua professione è quella di storico e che pertanto le previsioni non sono certo la sua specialità. Ciononostante, è disposto a offrirci qualche indicazione.
In primo luogo, la Tunisia ha la possibilità concreta di realizzare la democrazia, grazie soprattutto al ruolo che le donne hanno in questo paese. “La Tunisia, per quanto ne so, è il solo paese musulmano che prevede l’istruzione obbligatoria per le donne, e nel quale le donne possono svolgere qualsiasi tipo di professione”. “Ritengo che il maggiore difetto dell’islam e la principale ragione del suo ritardo rispetto all’occidente sia proprio il trattamento che riserva alle donne”, ribadisce Lewis, sostenendo che una vita domestica fondata sulla repressione è ciò che più contribuisce alla imposizione di un governo repressivo: “Pensate soltanto a un bambino che cresce in una famiglia musulmana nella quale la madre non ha alcun diritto e vive in una condizione di autentico asservimento. Questa è la via maestra per una vita fondata sul dispotismo e la sottomissione. Apre le porte all’affermazione di una società autoritaria”.
Il caso dell’Egitto appare più complesso. I giovani manifestanti liberali che hanno guidato la rivoluzione in piazza Tahrir sono già ora relegati in disparte dalla combinazione fra apparato militare e fratellanza musulmana. Elezioni troppo affrettate, che potrebbero tenersi il prossimo settembre, potrebbero portare al potere i Fratelli musulmani. Questa sarebbe “una situazione estremamente pericolosa. Non dobbiamo farci illusioni sui Fratelli musulmani, su chi sono e cosa vogliono veramente”.
Tuttavia i media occidentali sembrano decisi a nutrire queste illusioni. Basta pensare a come presentano Sheikh Yusuf al Qaradawi: questo popolarissimo e carismatico leader religioso ha dichiarato che Hitler “era riuscito a mettere gli ebrei al loro posto” e che l’Olocausto “è stata la punizione divina che si erano meritati”. Eppure, dopo il sermone che Sheikh al Qaradawi ha pronunciato davanti a un milione di persone al Cairo all’indomani della cacciata di Mubarak, il giornalista del New York Times David K. Kirkpatrick ha scritto che Qaradawi aveva “ribadito i temi della democrazia e del pluralismo, che sono sempre stati caratteristici dei suoi scritti e delle sue prediche”. E poi ha aggiunto: “Gli studiosi che hanno esaminato la sua opera dicono che Sheikh al Qaradawi ha sempre sostenuto che la legge islamica appoggia l’idea di una democrazia civile pluralista e multipartitica”.
Il professor Lewis conosce già questo tipo di meccanismo.
Quando, alla fine degli anni Settanta, stava scoppiando la rivoluzione iraniana, sulla stampa occidentale iniziò ad apparire il nome dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. “In quel momento mi trovavo a Princeton e devo confessare che non avevo mai sentito parlare di Khomeini. E chi aveva mai sentito il suo nome? Perciò, feci ciò che normalmente fa uno storico: andai nella biblioteca dell’università e cercai qualcosa su Khomeini. E la trovai”.
Si trattava di “un breve libro intitolato ‘Islamic Government’” (ora noto come il Mein Kampf di Khomeini), disponibile in persiano e in arabo. Lewis se ne procurò una copia in entrambe le lingue e iniziò a leggerlo: “Mi risultò immediatamente chiaro chi fosse in realtà e quali erano i suoi obiettivi. E che tutto quello che si diceva su di lui e sul fatto che rappresentasse un passo in avanti verso una maggiore libertà era completamente privo di senso”.
“Cercai di farlo capire agli americani. Ma il New York Times non era disposto a toccarlo e ricevetti la seguente risposta: ‘Non crediamo che ciò possa interessare i nostri lettori’. Poi il Washington Post accettò di pubblicare un articolo, ma fu immediatamente rimproverato dalla Cia. Alla fine, comunque, il messaggio arrivò, ma soltanto grazie allo stesso Khomeini”.
Oggi, sempre grazie al perdurante khomeinismo di Teheran, il regime iraniano è impopolare e rischia di cadere. “C’è una forte opposizione al regime, anzi due opposizioni: l’opposizione all’interno del regime e l’opposizione contro il regime. E io penso che prima o poi verrà rovesciato e che emergerà qualcosa di più aperto e democratico. Per la maggior parte i patrioti iraniani sono contro il regime. Sono convinti che sia un’infamia e un disonore per il paese. E, naturalmente, hanno ragione”, dice Lewis.
Il disprezzo degli iraniani nei confronti dei loro mullah al governo è la ragione più profonda per cui Lewis ritiene che gli Stati Uniti non devono pensare a interventi militari in Iran: “Infatti, sarebbe come offrirgli su un piatto d’argento un vantaggio di cui al momento il regime non dispone: il patriottismo iraniano”. A suo giudizio, la politica più efficace è quella di incoraggiare il movimento democratico verde e fare una netta distinzione fra il regime e il popolo. “Quando è salito alla Casa Bianca, il presidente Obama ha inviato un messaggio di saluto al regime. E’ stato un atto gentile e cortese, ma sarebbe stato meglio inviare un messaggio al popolo iraniano”.
La speranza è proprio che questo movimento possa avere la forza di cambiare le cose. Infatti, a giudizio di Lewis, se riuscisse a diventare una potenza nucleare l’Iran non potrebbe essere più contenuto.
“Durante la Guerra fredda, sia l’Unione sovietica sia gli Stati Uniti avevano armi nucleari ma entrambi sapevano che nessuno dei due aveva realmente intenzione di usarle, a causa di ciò che allora veniva chiamato Mad (Mutual Assured Destruction). Ed è proprio per questo che, anche nei momenti più difficili, non c’è mai stato il vero pericolo di un conflitto nucleare”.
Ma i mullah sono “fanatici religiosi con una mentalità apocalittica. Nell’islam, esattamente come nel cristianesimo e nel giudaismo, c’è l’idea di uno scenario da fine dei tempi, e i mullah sono convinti che sia già iniziato. Perciò il concetto di una distruzione reciproca non è affatto un deterrente, bensì addirittura un incentivo”.
Un’altra variabile da tenere presente nelle dinamiche regionali è rappresentata dalla Turchia, terreno nel quale Bernard Lewis si è specializzato. E’ stato il primo occidentale al quale, nel 1950, è stato aperto l’accesso agli archivi ottomani di Istanbul. I recenti sviluppi che si sono verificati in questo paese lo allarmano profondamente: “In Turchia, si osserva la tendenza verso una crescente reislamizzazione. Il governo è mosso proprio da questa volontà, che si sta estendendo a settori sempre più vasti della società turca: dall’economia, all’impresa, alla comunità accademica e al mondo dei media. E ora sta prendendo piede anche nell’apparato giuridico, che in passato è stato il baluardo del regime repubblicano”. Fra una decina d’anni, sostiene Lewis, il posto dell’Iran potrebbe essere preso dalla Turchia.
Così, mentre guarda con gioia i giovani attivisti mediorientali sollevarsi contro le tirannie che li hanno oppressi, Lewis osserva anche con estrema preoccupazione la diffusione del fondamentalismo islamico. E’ una minaccia particolarmente grave e difficile, perché “non ha un centro politico o una precisa identità etnica, è allo stesso modo arabo, persiano e turco. E’ definito esclusivamente sul piano religioso. E può conquistare il sostegno di persone di qualsiasi nazionalità. Sta proprio qui la differenza”.
“Penso che la battaglia continuerà fino a quando i fondamentalisti realizzeranno il proprio obiettivo o vi rinunceranno. E al momento entrambe le soluzioni hanno le stesse probabilità di concretizzarsi”, conclude Lewis. (il Foglio)
di Bari Weiss, Wall Street Journal, per gentile concessione di MF
(traduzione di Aldo Piccato)
domenica 3 aprile 2011
Il secondo terremoto del Giappone. Francesco Guerrera
Non c’è voluto molto prima che le scosse di assestamento del terremoto giapponese arrivassero a Shreveport, un cittadone squallido nel profondo Sud degli Stati Uniti.
Mentre i team di salvataggio nipponici cercavano superstiti e raccoglievano corpi tra le rovine di paesi distrutti dalle onde assassine, Shreveport ha aggiunto il suo nome alla lunga lista delle vittime della devastazione nipponica.
È qui, nell’hinterland paludoso della Louisiana, ad anni luce di distanza dal jazz e dai bar a luci rosse di New Orleans, che la General Motors produce molti dei suoi «pick-up trucks», i furgoncini con portabagagli scoperti tanto amati dagli americani.
È forse meglio dire «produceva», visto che l’impianto è chiuso da dieci giorni a causa della penuria di componenti provenienti dal Giappone.
I bene informati nell’industria automobilistica dicono che il motivo per cui la Gm sta tenendo a casa i 2000 e passa operai di Shreveport è la mancanza di un pezzo che misura il flusso d’aria nei motori. La Hitachi è il leader mondiale di questi sensori e la fabbrica a Nord di Tokyo che li produce è stata danneggiata dal terremoto.
E così, senza il know-how nipponico, i motori made in Usa che alimentano il sogno americano di libertà a quattro ruote non sanno nemmeno se hanno abbastanza aria per respirare - benvenuti nel mondo «globalizzato».
L’industria automobilistica non è la sola a guardare con ansia verso le isole nipponiche.
I produttori di gadget elettronici - compreso l’iPad, la nuova coperta di Linus per banchieri, avvocati e affini -, l’intera industria dell’acciaio, e persino venditori di beni di lusso come Tiffany, la gioielleria resa famosa da Audrey Hepburn, potrebbero perdere miliardi di dollari in fatturato nel dopo-terremoto.
La finanza le sue perdite le sta contando già, con compagnie d’assicurazione di mezzo mondo che dovranno pagare almeno una parte dei 200 miliardi di dollari necessari a ricostruire il Nord del Giappone.
I profeti della globalizzazione ci avevano rassicurato citando «The World is Flat», il best-seller di Thomas Friedman, che ormai il mondo era diventato «piatto» (con buona pace di Galileo...). Che l’esplosione nel commercio tra nazioni non più divise da guerre e distanze incolmabili avrebbe aumentato gli utili di aziende capaci di approfittare del progresso della tecnologia e dei trasporti.
E che la vita del consumatore sarebbe diventata più facile e meno costosa grazie all’«outsourcing», il processo di «delocalizzazione» in cui i prodotti vengono fabbricati nel Paese a più basso costo per poi essere esportati in tutto il mondo.
Non è che queste predizioni rosee non si siano avverate, anzi. Basta andare in un Wal-Mart, il supermercato statunitense che è un santuario del consumo a poco prezzo, per vedere i frutti della globalizzazione: carrozzine cinesi, T-shirt vietnamite e ombrelli cambogiani condividono le mensole con icone americane come la Coca-Cola, le Barbie e i film della Disney.
Quello che i proseliti della globalizzazione si sono dimenticati di aggiungere, però, è che un mondo così piatto - in cui merci e capitali si muovono liberamente intorno al pianeta - è molto più vulnerabile a crisi sia naturali che finanziarie.
Dei «contagi» finanziari sappiamo già molto, basti ricordare che gli effetti della bancarotta di Lehman Brothers, la banca d’affari americana, nel 2008 furono globali: ne soffrirono tutti, dai mercati asiatici alle banche regionali tedesche agli investitori di piccolo taglio del Minnesota.
Ora, il caso di Shreveport dimostra che le ripercussioni economiche di un disastro naturale seguono lo stesso copione, riecheggiando rapidamente a migliaia di chilometri di distanza.
Non è un caso che Tiffany, che deriva quasi un quinto del fatturato vendendo brillanti, collane e l’idea platonica di lusso «all’occidentale» ai giapponesi, abbia già detto che gli utili nei primi tre mesi dell’anno saranno meno di quanto predetto dagli analisti di Wall Street. Nel 1961, quando Audrey Hepburn fece la sua famosa colazione davanti alle vetrine del negozio newyorchese e Tiffany vendeva quasi tutta la sua mercanzia negli Usa, una mossa del genere sarebbe stata impensabile.
La realtà è che, nonostante un decennio di crescita zero, il Giappone produce quasi il 10 per cento del Pil mondiale e rimane una fonte fondamentale di componenti, e consumatori, per molte industrie.
I dirigenti di aziende elettroniche, con cui ho parlato di recente, sono in bilico tra il fatalismo e la paura.
Il Giappone, con la sua tradizione di eccellenza nell’ingegneria elettronica, è responsabile per il 60 per cento della produzione mondiale di «wafer» di silicio, un ingrediente fondamentale dei «chip» che sono in computer, iPad e videogiochi.
Per ora non c’è panico a Silicon Valley, in parte perché molte società hanno scorte di componenti che dovrebbero bastare per un po’ di settimane.
Ma nessuno sa cosa accadrà nei prossimi mesi, soprattutto perché i produttori giapponesi hanno rivelato poco o nulla sulla situazione delle loro fabbriche. Come mi ha detto un dirigente di una società di elettronica americana che ha un fatturato di miliardi di dollari: «Qui viviamo alla giornata. Non escludo di dover chiudere bottega per un paio di settimane se le parti incominciano a mancare».
Il dirigente non ha notato, o forse non ha voluto notare, la crudele ironia della situazione: il motivo per cui società di tutti i tipi, dalla Apple alla Gm, hanno giacenze così limitate - settimane invece di mesi o anni - è dovuto a un sofisticatissimo sistema di gestione delle scorte inventato proprio in Giappone, dalla Toyota.
Il sistema «just-in-time», che permette alle aziende di comprare componenti e produrre beni «appena in tempo», cioè solo quando sono richiesti da rivenditori e consumatori, è stato copiato da tutti perché riduce costi e sprechi.
Come la globalizzazione, però, la geniale idea della Toyota ha i suoi difetti, soprattutto in periodi di altissimo stress produttivo come quelli che stiamo vivendo, quando la mancanza di scorte mette a rischio vendite e posti di lavoro.
Purtroppo, o forse per fortuna, la globalizzazione soffre dello stesso problema che Winston Churchill identificò per la democrazia: non è perfetta, ma è meglio delle alternative.
Tornare indietro, a un’epoca di protezionismo, commercio anemico e prezzi alti per consumatori e aziende, non è né realistico né auspicabile.
Ma la prossima volta che uno dei fanatici della globalizzazione intona un peana al «mondo piatto», vale la pena ricordargli i sensori di Shreveport e poi magari cantargli anche una filastrocca che i bambini anglosassoni imparano alle elementari: «Un chiodo mancò e il ferro di cavallo fu perso / Il ferro di cavallo mancò e il cavallo fu perso / Il cavallo mancò e il cavaliere fu perso / Il cavaliere mancò e la battaglia fu persa / La battaglia mancò e il regno fu perso». (la Stampa)
Francesco Guerrera è il caporedattore
finanziario del Financial Times
Mentre i team di salvataggio nipponici cercavano superstiti e raccoglievano corpi tra le rovine di paesi distrutti dalle onde assassine, Shreveport ha aggiunto il suo nome alla lunga lista delle vittime della devastazione nipponica.
È qui, nell’hinterland paludoso della Louisiana, ad anni luce di distanza dal jazz e dai bar a luci rosse di New Orleans, che la General Motors produce molti dei suoi «pick-up trucks», i furgoncini con portabagagli scoperti tanto amati dagli americani.
È forse meglio dire «produceva», visto che l’impianto è chiuso da dieci giorni a causa della penuria di componenti provenienti dal Giappone.
I bene informati nell’industria automobilistica dicono che il motivo per cui la Gm sta tenendo a casa i 2000 e passa operai di Shreveport è la mancanza di un pezzo che misura il flusso d’aria nei motori. La Hitachi è il leader mondiale di questi sensori e la fabbrica a Nord di Tokyo che li produce è stata danneggiata dal terremoto.
E così, senza il know-how nipponico, i motori made in Usa che alimentano il sogno americano di libertà a quattro ruote non sanno nemmeno se hanno abbastanza aria per respirare - benvenuti nel mondo «globalizzato».
L’industria automobilistica non è la sola a guardare con ansia verso le isole nipponiche.
I produttori di gadget elettronici - compreso l’iPad, la nuova coperta di Linus per banchieri, avvocati e affini -, l’intera industria dell’acciaio, e persino venditori di beni di lusso come Tiffany, la gioielleria resa famosa da Audrey Hepburn, potrebbero perdere miliardi di dollari in fatturato nel dopo-terremoto.
La finanza le sue perdite le sta contando già, con compagnie d’assicurazione di mezzo mondo che dovranno pagare almeno una parte dei 200 miliardi di dollari necessari a ricostruire il Nord del Giappone.
I profeti della globalizzazione ci avevano rassicurato citando «The World is Flat», il best-seller di Thomas Friedman, che ormai il mondo era diventato «piatto» (con buona pace di Galileo...). Che l’esplosione nel commercio tra nazioni non più divise da guerre e distanze incolmabili avrebbe aumentato gli utili di aziende capaci di approfittare del progresso della tecnologia e dei trasporti.
E che la vita del consumatore sarebbe diventata più facile e meno costosa grazie all’«outsourcing», il processo di «delocalizzazione» in cui i prodotti vengono fabbricati nel Paese a più basso costo per poi essere esportati in tutto il mondo.
Non è che queste predizioni rosee non si siano avverate, anzi. Basta andare in un Wal-Mart, il supermercato statunitense che è un santuario del consumo a poco prezzo, per vedere i frutti della globalizzazione: carrozzine cinesi, T-shirt vietnamite e ombrelli cambogiani condividono le mensole con icone americane come la Coca-Cola, le Barbie e i film della Disney.
Quello che i proseliti della globalizzazione si sono dimenticati di aggiungere, però, è che un mondo così piatto - in cui merci e capitali si muovono liberamente intorno al pianeta - è molto più vulnerabile a crisi sia naturali che finanziarie.
Dei «contagi» finanziari sappiamo già molto, basti ricordare che gli effetti della bancarotta di Lehman Brothers, la banca d’affari americana, nel 2008 furono globali: ne soffrirono tutti, dai mercati asiatici alle banche regionali tedesche agli investitori di piccolo taglio del Minnesota.
Ora, il caso di Shreveport dimostra che le ripercussioni economiche di un disastro naturale seguono lo stesso copione, riecheggiando rapidamente a migliaia di chilometri di distanza.
Non è un caso che Tiffany, che deriva quasi un quinto del fatturato vendendo brillanti, collane e l’idea platonica di lusso «all’occidentale» ai giapponesi, abbia già detto che gli utili nei primi tre mesi dell’anno saranno meno di quanto predetto dagli analisti di Wall Street. Nel 1961, quando Audrey Hepburn fece la sua famosa colazione davanti alle vetrine del negozio newyorchese e Tiffany vendeva quasi tutta la sua mercanzia negli Usa, una mossa del genere sarebbe stata impensabile.
La realtà è che, nonostante un decennio di crescita zero, il Giappone produce quasi il 10 per cento del Pil mondiale e rimane una fonte fondamentale di componenti, e consumatori, per molte industrie.
I dirigenti di aziende elettroniche, con cui ho parlato di recente, sono in bilico tra il fatalismo e la paura.
Il Giappone, con la sua tradizione di eccellenza nell’ingegneria elettronica, è responsabile per il 60 per cento della produzione mondiale di «wafer» di silicio, un ingrediente fondamentale dei «chip» che sono in computer, iPad e videogiochi.
Per ora non c’è panico a Silicon Valley, in parte perché molte società hanno scorte di componenti che dovrebbero bastare per un po’ di settimane.
Ma nessuno sa cosa accadrà nei prossimi mesi, soprattutto perché i produttori giapponesi hanno rivelato poco o nulla sulla situazione delle loro fabbriche. Come mi ha detto un dirigente di una società di elettronica americana che ha un fatturato di miliardi di dollari: «Qui viviamo alla giornata. Non escludo di dover chiudere bottega per un paio di settimane se le parti incominciano a mancare».
Il dirigente non ha notato, o forse non ha voluto notare, la crudele ironia della situazione: il motivo per cui società di tutti i tipi, dalla Apple alla Gm, hanno giacenze così limitate - settimane invece di mesi o anni - è dovuto a un sofisticatissimo sistema di gestione delle scorte inventato proprio in Giappone, dalla Toyota.
Il sistema «just-in-time», che permette alle aziende di comprare componenti e produrre beni «appena in tempo», cioè solo quando sono richiesti da rivenditori e consumatori, è stato copiato da tutti perché riduce costi e sprechi.
Come la globalizzazione, però, la geniale idea della Toyota ha i suoi difetti, soprattutto in periodi di altissimo stress produttivo come quelli che stiamo vivendo, quando la mancanza di scorte mette a rischio vendite e posti di lavoro.
Purtroppo, o forse per fortuna, la globalizzazione soffre dello stesso problema che Winston Churchill identificò per la democrazia: non è perfetta, ma è meglio delle alternative.
Tornare indietro, a un’epoca di protezionismo, commercio anemico e prezzi alti per consumatori e aziende, non è né realistico né auspicabile.
Ma la prossima volta che uno dei fanatici della globalizzazione intona un peana al «mondo piatto», vale la pena ricordargli i sensori di Shreveport e poi magari cantargli anche una filastrocca che i bambini anglosassoni imparano alle elementari: «Un chiodo mancò e il ferro di cavallo fu perso / Il ferro di cavallo mancò e il cavallo fu perso / Il cavallo mancò e il cavaliere fu perso / Il cavaliere mancò e la battaglia fu persa / La battaglia mancò e il regno fu perso». (la Stampa)
Francesco Guerrera è il caporedattore
finanziario del Financial Times
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