Si può decidere: ragionare di mafia, usando la testa e mettendo in fila le date, oppure battere la testa sulle dichiarazioni dei mafiosi, mettendosi in fila per farsi turlupinare. Deponendo al processo di Firenze, per la bomba ai Georgofili, Giovanni Brusca, assassino e mafioso al servizio di Salvatore Riina, un disonorato che ha avuto benefici per la collaborazione con la giustizia, salvo continuare in una condotta inammissibile, ha detto che la mafia aveva contatti con la sinistra, con Salvo Lima e con Giulio Andreotti, aggiungendo che Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non c’entrano nulla con le bombe del 1993 e che il destinatario (“committente finale”, nel suo italiano immaginifico e di riporto) del “papello” era l’allora ministro degli interni, Nicola Mancino. Ora, seguendo il copione demenziale delle tifoserie, del leggere tutto alla luce delle contrapposizioni politiche, non ci resterebbe che dire: avete visto, avevamo ragione. Siamo noi che, date e dati alla mano, sostenevamo che se le bombe servivano a negoziare, tale trattativa non poteva che essere con il governo di Carlo Azelio Ciampi, che, difatti, concesse l’attenuazione del 41 bis. Invece diciamo: avevamo ragione, andare appresso alle parole di questi disonorati è pura follia.
Il racconto di Brusca non sta in piedi. Secondo lui il problema del riagganciare i rapporti con qualcuno, nelle stanze dello Stato, si sarebbe sentito dopo l’omicidio di Paolo Borsellino (19 luglio 1992), allorquando Riina avvertì che si erano interrotti i contatti. Non è credibile, perché Giavanni Falcone (ucciso il 23 maggio precedente) e Borsellino erano due perdenti, due isolati, due battuti sia dalla magistratura che dalla politica. Perché mai ucciderli avrebbe dovuto provocare la rottura di tutti i rapporti? Semmai il contrario, visto che restavano in vita quelli che già prima erano vincenti. Difatti: l’inchiesta mafia-appalti, che i due volevano continuare, viene spezzettata e archiviata. Non credo i mafiosi se ne dolessero. Sempre secondo Brusca è in quel momento che si materializza un nuovo interlocutore, forse un referente: Mancino. Le bombe, dice il mafioso, servivano per sollecitare la politica a rispettare gli impegni presi.
Quando scoppiò quella fiorentina (27 maggio 1993, cinque morti), Mancino capì (ma lo disse poi) la sua natura mafiosa. Ma, dice sempre Brusca, il mancato attentato allo stadio Olimpico, sarebbe servito per vendicarsi contro chi non manteneva le promesse. Il fatto è che quella bomba fece cilecca il 31 ottobre 1993, mentre prima ne erano esplose altre tre: Via Palestro, Milano (27 luglio 1993, cinque morti), San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, Roma (28 luglio, nessuna vittima). Subito dopo, nel novembre 1993, Giovanni Conso non firma due rinnovi del 41 bis (carcere duro) sostenendo (sempre poi) di averlo fatto per evitare nuovi attentati. Il suggerimento gli venne da un uomo indicato e voluto da Oscar Luigi Scalfaro.
Sempre nel 1993 Brusca dice che Dell’Utri e Vito Ciancimino si offrono volontari per “portare” alla mafia la Lega Nord. E questa è una scena che avrei voluto vedere. Immagino fossero pronte le cuffie con gli interpreti. Oltre alla Lega ci sarebbe anche un’altra forza politica, di cui, però, non ricorda il nome. Passi che non scarseggiamo, ma addirittura dimenticarne il nome! Non paghi di ciò, o, forse, non riuscendo a farsi capire, decidono di prendere contatti con Berlusconi, per il tramite di un uomo delle pulizie di Canale 5, cui li avrebbe indirizzati Vittorio Mangano, il celebre stalliere di Arcore. Diciamo che non si trattava di entrature di prim’ordine. Mangano, quand’era vivo, non confermò mai roba simile. Ma, ammettiamolo. A che serviva il contatto? Era destinato ad avvertire (parole di Brusca) il futuro presidente del Consiglio che con la mafia non si scherza, che le condizioni del papello, consegnato a Mancino, dovevano essere rispettate e che il 41 bis doveva essere disapplicato. Peccato che, nell’ordine: 1. nel 1993 l’unico che poteva immaginare di finire a Palazzo Chigi era Berlusconi medesimo, visto che il resto d’Italia non ci credeva e lo prendeva anche in giro, i mafiosi, quindi, saranno pure disonorati, macellai e analfabeti, ma vedono lungo; 2. nessuna delle condizioni contenute nel papello fu mai onorata; 3. Il 41 bis, disapplicato da Conso, durante il governo Ciampi, fu ripristinato. Brusca sottolinea che il messaggio a Dell’Utri e Berlusconi era chiaro: se non obbedite sul 41 bis scoppieranno altre bombe. Non obbedirono e non successe nulla. Serve altro?
Sulle bombe precedenti, quelle del 1993, come ricordato all’inizio, Brusca sostiene che gli arcoriani non c’entrano, essendo da inquadrarsi in un vecchio discorso, condotto con quelli di prima. Ciò detto, la cosa più fessa del mondo è prendere queste parole e utilizzarle per tirarsele sulla schiena, con accuse reciproche. Noi constatiamo che il nostro ragionare su quegli anni si dimostra ogni giorno sempre più corretto, e ribadisco che non si può non partire dal modo e dai tempi scelti per la morte di Falcone. La storia di quegli anni deve essere ancora scritta, quella fin qui narrata è una barzelletta che non fa ridere. Il luogocomunismo mafiologico ha partorito mostri, e Brusca è uno di essi. Certo, quando si sentono le affrettate parole di Valter Veltroni, e la sua invocazione a che Berlusconi venga subito sentito dalla commissione antimafia, cascano le braccia, perché tanta impreparazione e arroganza non sono ragionevoli. Ma sì, si senta Berlusconi. Un minuto prima, però, provate a fare qualche domanda a Ciampi e Scalfaro. Magari chiedete a Luciano Violante.
mercoledì 4 maggio 2011
martedì 3 maggio 2011
Anche Napolitano contro i sogni di Marco. Ruggiero Capone
Nessuno sprecherebbe un euro per un quotidiano che non sia audace. E chi afferma di preferire una stampa pacata, intenta solo a parlare di ciò che funziona nella società, o è un gran bugiardo o fa parte della banda bassotti. Ma ne passa dall’osare al farsi male con le proprie mani.
E’ il caso di Marco Travaglio, che spesso si mette nell’angolo, procurando grane al “Il Fatto” come ad altre testate. “Non c’è stata nessuna telefonata tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il segretario del Pd Pierluigi Bersani sull’intervento in Libia”, si legge in una nota del Quirinale, che definisce “semplicemente inventata” la notizia del colloquio telefonico col segretario democratico riferita dal vice direttore de “Il Fatto Quotidiano”.
Il problema di Travaglio sono le pièce politiche che vanno in scena nella sua mente, una sorta d’inestricabile giungla popolata da fiere partitocratiche. Dove finisca l’egregio cronista e inizi il pregevole commediografo è arduo da definire. Solo in minima parte fanno testo i 16mila euro che Travaglio deve risarcire per diffamazione al presidente del Senato, Renato Schifani, per quanto ha scritto su “L’Unità”.
I suoi accoliti obietteranno che Travaglio sarebbe in grado di prevedere il futuro giudiziario di qualsivoglia comune mortale. Così nel 2000 è stato condannato in primo grado (e in sede civile) dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti: in un articolo su “L’Indipendente” definiva Previti “futuro cliente di procure e tribunali”.
Il tribunale civile di Roma ha ravvisato nella frase un contenuto diffamatorio, all’epoca (il 1995) “nessuna indagine era aperta nei confronti dell’on. Previti”. I fedeli di Travaglio (quelli vestiti di viola che lo vorrebbero beato subito) ribattevano “in seguito Cesare Previti è stato indagato e condannato in via definitiva per corruzione, quindi Travaglio ha visto oltre”.
Peccato che la giustizia non preveda la revisione per intervenuta veggenza magica, e Travaglio s’è visto pignorare 79 milioni di vecchie lire. Poi il 20 febbraio 2008 il giudice unico della VII sezione civile del Tribunale di Torino lo ha condannato in primo grado a risarcire Fedele Confalonieri e Mediaset con 26mila euro: nella rubrica Uliwood Party, su l’Unità del 16 luglio 2006, aveva scritto “Piazzale Loreto? Magari”.
La sentenza afferma che il giornalista s’è espresso ingiuriosamente nei confronti di Confalonieri. Querelare un giornalista non è bello, testimonia che c’è tanta acredine verso l’informazione. A Travaglio necessiterebbe ribattere durante tenzoni polemiche. Così Antonio Socci ha deciso di rimettere la querela a seguito delle pubbliche scuse di Travaglio.
Ma, per l’ennesima querela di Cesare Previti, Travaglio ha ottenuto 8 mesi di reclusione con sospensione condizionale. Il magistrato ha ritenuto che l’articolo “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”, pubblicato sull’ “Espresso” il 3 ottobre 2002, fosse frutto di fantasie. (l'Opinione)
E’ il caso di Marco Travaglio, che spesso si mette nell’angolo, procurando grane al “Il Fatto” come ad altre testate. “Non c’è stata nessuna telefonata tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il segretario del Pd Pierluigi Bersani sull’intervento in Libia”, si legge in una nota del Quirinale, che definisce “semplicemente inventata” la notizia del colloquio telefonico col segretario democratico riferita dal vice direttore de “Il Fatto Quotidiano”.
Il problema di Travaglio sono le pièce politiche che vanno in scena nella sua mente, una sorta d’inestricabile giungla popolata da fiere partitocratiche. Dove finisca l’egregio cronista e inizi il pregevole commediografo è arduo da definire. Solo in minima parte fanno testo i 16mila euro che Travaglio deve risarcire per diffamazione al presidente del Senato, Renato Schifani, per quanto ha scritto su “L’Unità”.
I suoi accoliti obietteranno che Travaglio sarebbe in grado di prevedere il futuro giudiziario di qualsivoglia comune mortale. Così nel 2000 è stato condannato in primo grado (e in sede civile) dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti: in un articolo su “L’Indipendente” definiva Previti “futuro cliente di procure e tribunali”.
Il tribunale civile di Roma ha ravvisato nella frase un contenuto diffamatorio, all’epoca (il 1995) “nessuna indagine era aperta nei confronti dell’on. Previti”. I fedeli di Travaglio (quelli vestiti di viola che lo vorrebbero beato subito) ribattevano “in seguito Cesare Previti è stato indagato e condannato in via definitiva per corruzione, quindi Travaglio ha visto oltre”.
Peccato che la giustizia non preveda la revisione per intervenuta veggenza magica, e Travaglio s’è visto pignorare 79 milioni di vecchie lire. Poi il 20 febbraio 2008 il giudice unico della VII sezione civile del Tribunale di Torino lo ha condannato in primo grado a risarcire Fedele Confalonieri e Mediaset con 26mila euro: nella rubrica Uliwood Party, su l’Unità del 16 luglio 2006, aveva scritto “Piazzale Loreto? Magari”.
La sentenza afferma che il giornalista s’è espresso ingiuriosamente nei confronti di Confalonieri. Querelare un giornalista non è bello, testimonia che c’è tanta acredine verso l’informazione. A Travaglio necessiterebbe ribattere durante tenzoni polemiche. Così Antonio Socci ha deciso di rimettere la querela a seguito delle pubbliche scuse di Travaglio.
Ma, per l’ennesima querela di Cesare Previti, Travaglio ha ottenuto 8 mesi di reclusione con sospensione condizionale. Il magistrato ha ritenuto che l’articolo “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”, pubblicato sull’ “Espresso” il 3 ottobre 2002, fosse frutto di fantasie. (l'Opinione)
lunedì 2 maggio 2011
La sinistra non esiste. Fabrizio Rondolino
E’ da qualche giorno in libreria L’Italia non esiste (per non parlare degli italiani), un mio pamphlet in occasione del centocinquantenario dell’Unità di cui i lettori di FrontPage hanno già potuto leggere una parte del primo capitolo. Contrariamente alla lettera del titolo, la tesi del libro è che l’Italia purtroppo esiste, ma soltanto come somma di vizi, errori e storture non rimediabili e, anzi, destinati ad aggravarsi sempre più. Non si suggeriscono soluzioni, ma si prova a ragionare sulle cause.
Il settimo capitolo è dedicato alla figura dell’antitaliano, cioè l’italiano che parla male dell’Italia e dei suoi abitanti. E’ una figura che preesiste all’Unità, percorre molti intellettuali risorgimentali, e diventa infine, da Gobetti a Berlinguer (a Saviano), l’architrave dell’autorappresentazione ideale della sinistra.
***
La sinistra italiana è la parte peggiore del Paese, perché ne condivide tutti i vizi e tutte le mancanze, ma si crede diversa e migliore.
C’è, al fondo della sinistra italiana, un disprezzo radicato e profondo per l’Italia e per gli italiani; una diffidenza e un’incomprensione, quasi un mancato riconoscimento reciproco; l’istintiva convinzione che qualcosa di profondamente sbagliato nella natura stessa del Paese la condanni ogni volta al fallimento. Probabilmente è per questo che non ha mai vinto davvero: per vincere bisogna sedurre: e non è facile sedurre chi, al fondo, si disprezza.
Il disprezzo per gli italiani, e la conseguente teorizzazione di una sinistra “antitaliana”, diversa e migliore, hanno come data di nascita ideale il 23 novembre 1922.
Quel giorno, ad un mese dalla marcia su Roma, Piero Gobetti pubblica sulla Rivoluzione liberale, il giornale che ha fondato a vent’anni, un editoriale intitolato “Elogio della ghigliottina”. È in questo articolo che Gobetti conia una definizione del fascismo destinata ad un enorme successo, e a non meno grandi conseguenze: il fascismo, scrive, è l’“autobiografia di una nazione”. Gli italiani, in altre parole, raccontando se stessi diventano fascisti; o, il che è lo stesso, l’Italia è per sua natura fascista: perché il fascismo non è un governo come gli altri, ma, sostiene Gobetti, è l’espressione paradigmatica di “certi difetti sostanziali” del popolo italiano, che “rinuncia per pigrizia alla lotta politica”, manca di coraggio, si piega a Mussolini per paura e vigliaccheria, e così mostra al mondo intero il proprio “animo di schiavi”.
Gobetti non capiva molto di politica: nel maggio del ’22 definì Mussolini un “anacronismo”, sottovalutando completamente la forza e la portata del movimento fascista. E anche la sua interpretazione del fascismo come semplice ipostasi del carattere nazionale è a dir poco riduttiva rispetto alla complessità, alla portata e alla peculiarità novecentesca, e niente affatto soltanto italiana, del totalitarismo moderno. Anche in questo, tuttavia, Gobetti va annoverato tra i padri della sinistra italiana, che di analisi sballate sarà dispensatrice feconda e prolifica.
Ma torniamo, per ora, agli italiani. A Gobetti, come del resto a quasi tutti gli intellettuali primonovecenteschi, molti dei quali apertamente di destra, gli italiani non piacevano per niente. Nel primo numero della Rivoluzione liberale il giovane torinese abbozza un’analisi spietata dell’Italia, che gli appare profondamente arretrata, senza una classe dirigente moderna e un sistema di relazioni economiche paragonabile a quelli europei, nonché storicamente priva di “una coscienza e un diretto esercizio della libertà”. Il risultato – ma potrebbe esserne anche la causa – è un paese senza un sistema politico efficiente e senza cittadini dotati di senso dello Stato. “Abbiamo sempre saputo – scriverà, sempre nel ’22, Gobetti – di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione”.
Non stupisce dunque che l’intellettuale torinese abbia definito una volta il suo antifascismo come una “polemica contro gli italiani”. I quali avevano ritrovato in Mussolini l’uomo che più di tutti ne impersonava le peggiori caratteristiche, scambiandole per virtù: l’ottimismo e la “sicurezza di sé”, l’“astuzia oratoria”, l’“amore per il successo”, la “virtù della mistificazione e dell’enfasi”, la teatralità. Sembra di leggere un ritratto di Berlusconi: non perché il presidente del Consiglio in carica (2010) sia il nuovo Mussolini, ma perché la sinistra cent’anni dopo preferisce ancora la caricatura all’analisi, il (pre)giudizio morale alla sfida politica.
Nell’addossare agli “italiani” in quanto tali ogni responsabilità per l’ascesa del fascismo, si scorge un altro tratto caratteristico della sinistra italiana: l’autoassoluzione. È certo vero che non vi furono insurrezioni democratiche all’indomani della marcia su Roma, e che l’Italia si prese il fascismo senza troppo protestare; ma è altrettanto vero che le opposizioni fecero di tutto per rendere più agevole la strada che Mussolini intendeva percorrere. Frammentati e litigiosi, gli antifascisti erano profondamente divisi fra loro: democratici, liberali progressisti, popolari (quella parte che non appoggiava Mussolini), socialisti riformisti, socialisti massimalisti, comunisti: ciascuno giocava per sé, e nessuno aveva un’idea precisa di quanto stesse accadendo. Anziché riflettere sulla propria impotenza, l’opposizione antifascista preferì prendersela con gli italiani.
E infatti nella condanna degli italiani Gobetti non è affatto solo. Giustino Fortunato scrive di un “popolo organicamente anarchico, corrotto, molto servile”, Anna Kuliscioff di un “paese di servi”, Carlo Rosselli di un popolo “moralmente pigro”, che ad Antonio Gramsci appare “inquinato dalla lue individualista, disorganizzato da lunghi secoli di malgoverno, viziato da impulsive tendenze egoarchiche e disgregatrici”. Storia e psicologia si mescolano fino a diventare inseparabili, e l’elenco dei difetti degli italiani – più o meno invariato da tre o quattro secoli – assurge a categoria storico-politica fondamentale, e dunque anche a chiave dell’agire politico individuale e collettivo.
La sinistra prende a percepirsi e a presentarsi come “antitaliana”, cioè come diversa e alternativa al tipo italiano medio: l’antropologia e la morale si sovrappongono alla politica fino a sostituirvisi. Il senso di superiorità coltivato dalla sinistra, che in realtà non è che un paravento dietro cui nascondere malamente le insufficienze teoriche, organizzative e politiche delle opposizioni antifasciste, denuncia un senso di estraneità profonda rispetto al paese reale, e ancora una volta, come sempre accade in Italia, trasforma un vizio in una virtù. Essere altra cosa rispetto agli italiani, da Gobetti in poi, diventerà un segno di nobiltà e di superiorità morale.
La patria ideale degli antitaliani, nella visione del torinese Gobetti (ma anche in quella dell’immigrato sardo Gramsci), è il Piemonte. L’“altra Italia”, l’Italia diversa e migliore, s’incarna secondo Gobetti in quella regione del paese che, promuovendo l’unità a costo di rinunciare alla propria stessa identità (e alle proprie virtù), cercò con ogni sforzo di “tenere il collegamento tra gli istinti africani della penisola e la civiltà europea”. Gobetti ripercorre qui un altro topos della polemica antitaliana di fine Ottocento, soprattutto di matrice anglosassone: la contrapposizione fra i popoli “latini”, per natura e per indole indisciplinati e inefficienti, e i popoli anglosassoni, dinamici e produttivi.
Al Piemonte e ai piemontesi spetterebbe, in questa visione profondamente razzista della complessità e delle diversità dell’Italia, il compito nobile e improbo di “civilizzare” un paese “africano”. Compito evidentemente fallito, come dimostra l’avvento del fascismo “italiano”. Ciò nondimeno, Torino e il Piemonte restano secondo Gobetti il fulcro dell’“altra Italia”: per la presenza di un forte “spirito pratico” e concreto, per la crescente industrializzazione, e persino per l’“anglomania” dei suoi imprenditori.
Non la pensava diversamente Gramsci, che nella Torino operaia vedeva l’unico faro di modernità acceso su un paese arretrato e “indisciplinato” (la “disciplina”, anche in senso militare-sabaudo, sarà un’ossessione ricorrente nel fondatore del Pci, che non per caso chiamò la sua rivista L’Ordine nuovo). Torino è “poco italiana”, secondo Gramsci, perché “la larga massa dei suoi abitanti è tutta viva e compone armonicamente un organismo sociale che vibra tutto”.
Fa una certa impressione leggere tante sciocchezze idealistiche nel più grande teorico marxista italiano; la fascinazione per la classe operaia è tutta estetica, diresti quasi futurista: la modernità è uno spettacolo disciplinato in cui l’ordine nuovo si afferma come armonia tanto astratta quanto totalitaria; e la politica diventa una branca dell’etica.
***
Con Gramsci siamo al cuore della sinistra italiana, e all’origine di una visione del paese più antropologica che socioeconomica, più morale che politica. Quando Gramsci pone l’accento sulla “riforma intellettuale e morale” degli italiani anziché sulla rivoluzione sociale, che gli pare insufficiente, da sola, a risolvere i problemi del paese, la prospettiva stessa del compito dei rivoluzionari cambia profondamente, fino a capovolgersi da ampliamento della sfera della libertà, quale era all’origine e nelle intenzioni, in sforzo di condizionamento e limitazione delle singole libertà.
Tutto il gramscismo è una grande, complessa e impotente teorizzazione del compito educativo, pedagogico e missionario che spetta alla classe operaia e al suo partito in un paese privo di civiltà politica, di cultura, di classi dirigenti, di virtù civili. I comunisti sono i rappresentanti di una civiltà superiore, scesi su questa pessima Italia per trasformare i suoi disastrati abitanti in uomini veri: e così, nella sostanza, si considerano ancor oggi che si chiamano “democratici”.
La raffinatezza teorica con cui Gramsci analizza la modernizzazione fordista che accompagna la nascita della grande fabbrica, la sua attenzione quasi maniacale per la “società civile”, e persino l’enfasi posta sulla conquista dell’“egemonia”, che è concetto ben più complesso e articolato della semplice presa del potere, lo rendono certo un unicum nel panorama del rozzo pensiero marxista della prima metà del Novecento, ma anche ne segnalano l’arretratezza profonda.
Non è un caso se, fra tutte le metafore e i rimandi storici cui poteva ricorrere, Gramsci scelse proprio il Principe di Machiavelli per definire la sua idea mitologica di partito. I liberali vi hanno visto, e giustamente, una minaccia alle libertà; ben più preoccupante, però, è l’idea di politica che quella metafora suggerisce: l’Italia non potrà mai governarsi da sé, poiché mancano agli italiani le capacità per farlo; soltanto un principe illuminato, autorevole e autoritario e paternalista, intriso di buona volontà e pedagogicamente predisposto alla formazione di nuovi e migliori cittadini, può svolgere con successo l’incarico.
La politica è pedagogia, e la pedagogia è morale: è così in Gramsci, e così sarà in tutti i leader comunisti venuti dopo di lui. La sinistra italiana, egemonizzata per l’intero secondo dopoguerra dal Pci, fa della “riforma intellettuale e morale” il suo mantra e la sua missione, attribuendosi una medaglia di superiorità che nessuno le ha mai conferito, e guardando sprezzante, dall’alto di una cattedra immaginaria, il brulicare scomposto degli italiani comuni.
***
Per questo la storia della sinistra italiana è una storia di fallimenti: non si possono vincere le elezioni disprezzando chi dovrebbe votarti, né si può conquistare la maggioranza degli italiani impancandosi ad antitaliano. Anziché sedurre l’elettorato, la sinistra l’ha sempre redarguito. Anziché promuovere la modernizzazione e progettare concretamente il futuro, ha sempre gridato all’imminente catastrofe. Anziché proporsi di governare l’Italia, ha preferito gloriarsi della propria diversità.
È stato Enrico Berlinguer, com’è noto, a coniare per il Pci la parola “diversità”. Lo fece quando l’assurdità della politica di compromesso storico divenne talmente evidente da non poter più essere tollerata, nemmeno dal gruppo dirigente di Botteghe Oscure. Il Pci si è sempre autorappresentato come diverso: Togliatti lo paragonò alla giraffa, un animale ben strano che in natura non dovrebbe neppure esistere. L’elogio della diversità è stato nel corso degli anni una giustificazione del legame politico e finanziario con l’Unione sovietica, un potente collante per la collettività dei militanti, un formidabile alibi ideologico per l’impotenza politica. Con Berlinguer, tuttavia, la parola assume una nuova coloritura morale, che porta alle estreme conseguenze, e cioè alla bancarotta politica, il calvinismo astratto di Gobetti.
Il “compromesso storico”, va ricordato, fu il tentativo di mascherare l’unica vera diversità del Pci, cioè la sua dipendenza finanziaria (e dunque politica) dall’Urss, affidando il partito alla tutela della Democrazia cristiana, i cui da trent’anni di fedeltà atlantica bastavano a rassicurare gli americani.
Berlinguer sapeva bene di non poter dar vita ad un governo di alternativa imperniato sul Pci: non certo perché sarebbe finita come nel Cile di Salvador Allende, cioè con un colpo di Stato militare organizzato dalla Cia, ma per la semplice ragione che nessuna coalizione si sarebbe potuta realisticamente formare intorno ad un partito legato a doppio filo all’Unione sovietica e al Patto di Varsavia.
Anziché procedere speditamente – e con almeno vent’anni di ritardo – sulla strada dell’emancipazione definitiva dal movimento comunista e dell’elaborazione di una nuova cultura politica socialdemocratica, anziché insomma “andare a Bad Godesberg”, come allora si diceva ricordando l’esempio dei socialdemocratici tedeschi, Berlinguer fece in un certo senso l’esatto contrario: portò alle estreme conseguenze l’accordo consociativo che, in forme diverse, aveva retto gli equilibri politici della “Repubblica nata dalla Resistenza”.
Il Pci di Berlinguer non capì mai l’Italia che lo aveva votato, come non aveva capito né il Sessantotto, né la portata del referendum sul divorzio. Abituato gramscianamente alla “guerra di posizione” – tradotta nei fatti in una rendita di posizione – il Pci sbagliò completamente la “guerra di movimento”, fraintendendo e demonizzando la spinta alla modernizzazione che saliva impetuosa dalla società, esattamente come era stato frainteso e demonizzato il centro-sinistra dieci anni prima.
Alla parte del paese che votava Pci perché si era stufata dei democristiani e voleva un’alternativa di governo, cioè una normale fisiologia democratica, Berlinguer rispose con l’esaltazione opportunistica della Dc, riconsacrata perno immutabile del sistema. Alla parte del paese che chiedeva la modernità, offrì l’elogio pauperista dell’“austerità”, dei sacrifici, dell’emergenza. E quando infine l’esperimento consociativo – com’era da aspettarsi – fallì, e il Pci fu riaccompagnato all’opposizione mentre molti elettori lo lasciavano per sempre, Berlinguer rilanciò e rispose con la “questione morale”.
La “diversità” era divenuta infine un contrassegno etico, indiscutibile e non mediabile, nonché la coperta ideologica sotto cui nascondere l’impotenza politica, la devastante arretratezza culturale accumulata negli anni, e, non ultima, la paralizzante incapacità di sciogliere fino in fondo ogni legame con il Patto di Varsavia (si sciolse prima il Patto di Varsavia).
La “diversità”, a ben guardare, è un’altra forma del qualunquismo italiano: il popolo è ignorante, sceglie sempre la pagnotta; la maggioranza degli italiani è di per sé moralmente debole quando non corrotta, perdere in queste condizioni è un onore. Con il corollario metafisico che il potere, in quanto tale, corrompe. Abbacinata per troppi anni da questa convinzione inespressa, la sinistra italiana ha perso, regolarmente, tutti gli appuntamenti con la storia.
La “diversità” è, anche, un’altra forma dell’arretratezza italiana. Tutte le democrazie occidentali si sono sviluppare lungo un asse destra liberale/sinistra socialdemocratica: soltanto in Italia l’egemonia di un partito comunista ha segnato così pesantemente il sistema politico (e naturalmente anche quello culturale), cancellando nei fatti la possibilità stessa dell’alternativa.
L’anomalia del Pci, anziché essere affrontata e risolta, come ci si sarebbe aspettati da un gruppo dirigente responsabile, cioè impegnato nella conquista democratica del governo e non nella tutela di sé e dei propri privilegi castali, è diventata invece un motivo di orgoglio. L’Italia, si è detto spesso a sinistra, almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi, è un “laboratorio”: qui si sperimentano le formule politiche più interessanti, più innovative, più fantasiose. La grande sciocchezza della “terza via” – cioè l’illusione di poter essere né comunisti né socialdemocratici – conquista rapidamente un’immensa popolarità perché in questo modo, come sempre accade in Italia, un elemento di arretratezza si trasforma magicamente (e illusoriamente) in un vanto, in un tratto originale, in una diversità di cui andare fieramente orgogliosi.
La “terza via”, del resto, non era che una riproposizione della “via italiana al socialismo”, la grande trovata con cui Togliatti inventò il partito a due scomparti, democratico e riformista nel gioco politico locale e nazionale, sovietico in politica estera e nelle fonti di finanziamento. Di italiano, nella “via italiana”, c’è dunque, e vistosamente, molto: la vocazione al compromesso, una certa vigliaccheria, l’idea che le verità siano sempre almeno due, il tornaconto personale, l’ambiguità, la furbizia.
È la furbizia di Togliatti, in un popolo di furbi, a plasmare i comunisti italiani, e a renderli ben presto egemoni a sinistra. Il senso di superiorità si sposa perfettamente all’ambiguità gesuitica dei capi; l’autoreferenzialità rafforza i vincoli comunitari dei militanti; ogni compromesso è giustificato alla luce di una verità superiore; le opinioni personali sono riservate alla sfera privata; la disciplina è rigorosa quanto generoso è il perdono. Sembra davvero la Chiesa cattolica plasmata dalla Controriforma.
***
Il “cattocomunismo” – e ne parleremo qui una volta per tutte – non è una sintesi più o meno riuscita di culture diverse, né un incontro, né un dialogo; e non è neppure un esperimento politico più o meno avanzato, più o meno significativo: è, né più né meno, il modo d’essere del comunismo italiano, il modo italiano di essere comunisti.
I tentativi di elaborazione teorica e culturale, così come i programmi politici o la strategia delle alleanze, costituiscono in questo quadro un aspetto del tutto secondario e irrilevante, che infatti viene regolarmente manipolato e persino rovesciato a seconda delle convenienze tattiche e delle opportunità che si presentano. Come i Gesuiti, anche i comunisti in nome della causa e a fin di bene possono stringere qualsiasi alleanza, sottoscrivere qualsiasi dichiarazione di principio, interpretare in qualsiasi modo qualsivoglia testo o documento ufficiale, e mutare qualsiasi opinione nella contraria.
Se ne accorse con ilare chiarezza Luigi Barzini all’inizio degli anni Sessanta: “Gramsci non visse quanto bastava per vedere persino il suo piccolo ed eroico partito trasformato, dopo l’ultima guerra, in un’ennesima e vasta associazione all’italiana di mutua assistenza, diretta solo vagamente dall’ortodossia ideologica, e soprattutto da un agile senso tattico di adattamento.”
Il cattocomunismo costruisce il suo equilibrio vincente mediando con furba sapienza fra ideologie vagamente (o espressamente) totalitarie, antindividualiste e antimoderne, e pratiche consociative, compromissorie, lottizzatrici, immobiliste. E quando comunisti e democristiani finalmente si incontreranno per fare un governo insieme – in pompa magna nel 1976, come reduci scampati ad una guerra termonucleare nel 1996 –, il risultato sarà il mesto incontro di due conservatorismi, che spengono sul nascere ogni speranza di rinnovamento, rinunciano alla sfida della modernizzazione, rapidamente ripiegano nella gestione feudale dell’esistente, e infine crollano nell’impopolarità generale.
Non dev’essere un caso se le due vere novità della storia politica repubblicana – Bettino Craxi e Silvio Berlusconi – acquistano, ciascuno a modo suo, centralità politica e culturale proprio all’indomani del fallimento dei due soli governi cattocomunisti – guidati rispettivamente da Giulio Andreotti e da Romano Prodi – che l’Italia abbia mai avuto.
Intorno a questo nucleo ideologico a doppio strato – il sol dell’avvenire e la consociazione –, il Pci di Togliatti costruì rapidamente una vera e propria Italia alternativa: ovvero, per usare un’espressione più comune, un radicato sistema di potere che sopravvive ancor oggi. Case editrici, riviste, produzioni cinematografiche, giornali, festival e rassegne, università e fondazioni: il mercato della cultura italiana divenne ben presto controllato quasi esclusivamente dai comunisti.
Colpa, certo, di una Dc disattenta al “culturame” e concentrata esclusivamente – e profeticamente – sul ministero della Pubblica istruzione, che non lascerà mai per cinquant’anni, e sul nascente mezzo televisivo, che dominerà fino alla fine degli anni Settanta. Ma, soprattutto, merito di una scelta strategica lungimirante, di cui va dato atto a Togliatti.
Il fatto è che questa scelta – l’egemonia del Pci sulla cultura italiana – ha finito col perpetuare, in forme sempre più devastanti, la tradizionale arretratezza dei nostri intellettuali, sostanzialmente tagliati fuori dal pensiero contemporaneo più vivace, e prigionieri invece di una vulgata crociano-gramsciana che li ha sempre più allontanati da quanto di nuovo e importante accadeva nelle università e sulle riviste straniere. O forse vale l’inverso: proprio perché arretrati, i nostri intellettuali sono diventati en masse comunisti. Di certo, il nostro zdanovismo è stato provinciale, conservatore e impregnato di idealismo: per questo oggi non esiste una cultura di sinistra in Italia, ma soltanto un suo sistema di potere culturale.
Egemonia culturale in Italia ed egemonia politica sulla sinistra procedono di pari passo, e ben presto definiscono il ruolo del Pci nel Paese. Sono queste le due cause della mancanza, caso unico in Europa, di una sinistra moderna, riformista, socialdemocratica. Ogni volta che s’è presentata l’occasione riformista – dalla scissione socialdemocratica di Saragat del ’47 alla crisi del ’56 seguita all’invasione sovietica dell’Ungheria, dal primo centro-sinistra degli anni Sessanta al Psi di Craxi degli anni Settanta e Ottanta – il Pci si è sempre schierato fermamente all’opposizione, ha boicottato in ogni modo e con tutti i mezzi la novità politica e culturale che si andava profilando, e così comportandosi, in virtù della sua forza, l’ha condannata presto o tardi alla sconfitta.
È la posizione ostruzionistica del Pci, rilevante tanto per la mole elettorale e organizzativa quanto per la costanza nel tempo, ad aver fatto fallire ogni tentativo di costruire in Italia una cultura e una politica riformiste. Da Saragat a Craxi, nessuno è sopravvissuto al corpo morto della “diversità”. Che, per una crudele ironia della storia, il Pci morente seppe brandire anche contro se stesso: quando nel 1989 cade il Muro di Berlino, Occhetto infatti scioglie il Pci continuando a difenderne la diversità e l’originalità rispetto al “socialismo reale”, sbarrando la strada al riformismo con il pretesto che in Italia fosse “craxiano”, e tornando al mito di una nuova “terza via” che avrebbe dovuto andare “oltre” le tradizioni socialdemocratiche europee – salvo poi, nell’azione politica concreta, accodarsi ai giudici e alle inchieste di Mani Pulite nella speranza di cavarne quel vantaggio politico che le urne erano reticenti ad affidargli.
Il risultato è che ancora oggi, vent’anni dopo la “svolta” di Occhetto, nessuno sa che cosa sia e che cosa voglia il Partito democratico, che della lunga agonia del Pci è l’ultima, fatiscente incarnazione.
***
Così la sinistra si ritrova oggi minoranza nel proprio stesso elettorato, tradisce quotidianamente i propri ideali libertari sposando la lugubre causa giustizialista, alimenta un sistema di potere sempre più asfittico, non riesce a venire a capo di un dilemma – se essere “riformisti” o “radicali” – che il resto del mondo ha archiviato mezzo secolo fa, è felicemente e consapevolmente prigioniera della conservazione, detesta gli italiani che continuano a non votarla, e quando non diffida della modernità ne imita malamente gli aspetti più volgari.
In altre parole, la sinistra in Italia non esiste. E se non ci fosse Berlusconi, non saprebbe neppure come riempirsi le giornate. (the Front Page)
Il settimo capitolo è dedicato alla figura dell’antitaliano, cioè l’italiano che parla male dell’Italia e dei suoi abitanti. E’ una figura che preesiste all’Unità, percorre molti intellettuali risorgimentali, e diventa infine, da Gobetti a Berlinguer (a Saviano), l’architrave dell’autorappresentazione ideale della sinistra.
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La sinistra italiana è la parte peggiore del Paese, perché ne condivide tutti i vizi e tutte le mancanze, ma si crede diversa e migliore.
C’è, al fondo della sinistra italiana, un disprezzo radicato e profondo per l’Italia e per gli italiani; una diffidenza e un’incomprensione, quasi un mancato riconoscimento reciproco; l’istintiva convinzione che qualcosa di profondamente sbagliato nella natura stessa del Paese la condanni ogni volta al fallimento. Probabilmente è per questo che non ha mai vinto davvero: per vincere bisogna sedurre: e non è facile sedurre chi, al fondo, si disprezza.
Il disprezzo per gli italiani, e la conseguente teorizzazione di una sinistra “antitaliana”, diversa e migliore, hanno come data di nascita ideale il 23 novembre 1922.
Quel giorno, ad un mese dalla marcia su Roma, Piero Gobetti pubblica sulla Rivoluzione liberale, il giornale che ha fondato a vent’anni, un editoriale intitolato “Elogio della ghigliottina”. È in questo articolo che Gobetti conia una definizione del fascismo destinata ad un enorme successo, e a non meno grandi conseguenze: il fascismo, scrive, è l’“autobiografia di una nazione”. Gli italiani, in altre parole, raccontando se stessi diventano fascisti; o, il che è lo stesso, l’Italia è per sua natura fascista: perché il fascismo non è un governo come gli altri, ma, sostiene Gobetti, è l’espressione paradigmatica di “certi difetti sostanziali” del popolo italiano, che “rinuncia per pigrizia alla lotta politica”, manca di coraggio, si piega a Mussolini per paura e vigliaccheria, e così mostra al mondo intero il proprio “animo di schiavi”.
Gobetti non capiva molto di politica: nel maggio del ’22 definì Mussolini un “anacronismo”, sottovalutando completamente la forza e la portata del movimento fascista. E anche la sua interpretazione del fascismo come semplice ipostasi del carattere nazionale è a dir poco riduttiva rispetto alla complessità, alla portata e alla peculiarità novecentesca, e niente affatto soltanto italiana, del totalitarismo moderno. Anche in questo, tuttavia, Gobetti va annoverato tra i padri della sinistra italiana, che di analisi sballate sarà dispensatrice feconda e prolifica.
Ma torniamo, per ora, agli italiani. A Gobetti, come del resto a quasi tutti gli intellettuali primonovecenteschi, molti dei quali apertamente di destra, gli italiani non piacevano per niente. Nel primo numero della Rivoluzione liberale il giovane torinese abbozza un’analisi spietata dell’Italia, che gli appare profondamente arretrata, senza una classe dirigente moderna e un sistema di relazioni economiche paragonabile a quelli europei, nonché storicamente priva di “una coscienza e un diretto esercizio della libertà”. Il risultato – ma potrebbe esserne anche la causa – è un paese senza un sistema politico efficiente e senza cittadini dotati di senso dello Stato. “Abbiamo sempre saputo – scriverà, sempre nel ’22, Gobetti – di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione”.
Non stupisce dunque che l’intellettuale torinese abbia definito una volta il suo antifascismo come una “polemica contro gli italiani”. I quali avevano ritrovato in Mussolini l’uomo che più di tutti ne impersonava le peggiori caratteristiche, scambiandole per virtù: l’ottimismo e la “sicurezza di sé”, l’“astuzia oratoria”, l’“amore per il successo”, la “virtù della mistificazione e dell’enfasi”, la teatralità. Sembra di leggere un ritratto di Berlusconi: non perché il presidente del Consiglio in carica (2010) sia il nuovo Mussolini, ma perché la sinistra cent’anni dopo preferisce ancora la caricatura all’analisi, il (pre)giudizio morale alla sfida politica.
Nell’addossare agli “italiani” in quanto tali ogni responsabilità per l’ascesa del fascismo, si scorge un altro tratto caratteristico della sinistra italiana: l’autoassoluzione. È certo vero che non vi furono insurrezioni democratiche all’indomani della marcia su Roma, e che l’Italia si prese il fascismo senza troppo protestare; ma è altrettanto vero che le opposizioni fecero di tutto per rendere più agevole la strada che Mussolini intendeva percorrere. Frammentati e litigiosi, gli antifascisti erano profondamente divisi fra loro: democratici, liberali progressisti, popolari (quella parte che non appoggiava Mussolini), socialisti riformisti, socialisti massimalisti, comunisti: ciascuno giocava per sé, e nessuno aveva un’idea precisa di quanto stesse accadendo. Anziché riflettere sulla propria impotenza, l’opposizione antifascista preferì prendersela con gli italiani.
E infatti nella condanna degli italiani Gobetti non è affatto solo. Giustino Fortunato scrive di un “popolo organicamente anarchico, corrotto, molto servile”, Anna Kuliscioff di un “paese di servi”, Carlo Rosselli di un popolo “moralmente pigro”, che ad Antonio Gramsci appare “inquinato dalla lue individualista, disorganizzato da lunghi secoli di malgoverno, viziato da impulsive tendenze egoarchiche e disgregatrici”. Storia e psicologia si mescolano fino a diventare inseparabili, e l’elenco dei difetti degli italiani – più o meno invariato da tre o quattro secoli – assurge a categoria storico-politica fondamentale, e dunque anche a chiave dell’agire politico individuale e collettivo.
La sinistra prende a percepirsi e a presentarsi come “antitaliana”, cioè come diversa e alternativa al tipo italiano medio: l’antropologia e la morale si sovrappongono alla politica fino a sostituirvisi. Il senso di superiorità coltivato dalla sinistra, che in realtà non è che un paravento dietro cui nascondere malamente le insufficienze teoriche, organizzative e politiche delle opposizioni antifasciste, denuncia un senso di estraneità profonda rispetto al paese reale, e ancora una volta, come sempre accade in Italia, trasforma un vizio in una virtù. Essere altra cosa rispetto agli italiani, da Gobetti in poi, diventerà un segno di nobiltà e di superiorità morale.
La patria ideale degli antitaliani, nella visione del torinese Gobetti (ma anche in quella dell’immigrato sardo Gramsci), è il Piemonte. L’“altra Italia”, l’Italia diversa e migliore, s’incarna secondo Gobetti in quella regione del paese che, promuovendo l’unità a costo di rinunciare alla propria stessa identità (e alle proprie virtù), cercò con ogni sforzo di “tenere il collegamento tra gli istinti africani della penisola e la civiltà europea”. Gobetti ripercorre qui un altro topos della polemica antitaliana di fine Ottocento, soprattutto di matrice anglosassone: la contrapposizione fra i popoli “latini”, per natura e per indole indisciplinati e inefficienti, e i popoli anglosassoni, dinamici e produttivi.
Al Piemonte e ai piemontesi spetterebbe, in questa visione profondamente razzista della complessità e delle diversità dell’Italia, il compito nobile e improbo di “civilizzare” un paese “africano”. Compito evidentemente fallito, come dimostra l’avvento del fascismo “italiano”. Ciò nondimeno, Torino e il Piemonte restano secondo Gobetti il fulcro dell’“altra Italia”: per la presenza di un forte “spirito pratico” e concreto, per la crescente industrializzazione, e persino per l’“anglomania” dei suoi imprenditori.
Non la pensava diversamente Gramsci, che nella Torino operaia vedeva l’unico faro di modernità acceso su un paese arretrato e “indisciplinato” (la “disciplina”, anche in senso militare-sabaudo, sarà un’ossessione ricorrente nel fondatore del Pci, che non per caso chiamò la sua rivista L’Ordine nuovo). Torino è “poco italiana”, secondo Gramsci, perché “la larga massa dei suoi abitanti è tutta viva e compone armonicamente un organismo sociale che vibra tutto”.
Fa una certa impressione leggere tante sciocchezze idealistiche nel più grande teorico marxista italiano; la fascinazione per la classe operaia è tutta estetica, diresti quasi futurista: la modernità è uno spettacolo disciplinato in cui l’ordine nuovo si afferma come armonia tanto astratta quanto totalitaria; e la politica diventa una branca dell’etica.
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Con Gramsci siamo al cuore della sinistra italiana, e all’origine di una visione del paese più antropologica che socioeconomica, più morale che politica. Quando Gramsci pone l’accento sulla “riforma intellettuale e morale” degli italiani anziché sulla rivoluzione sociale, che gli pare insufficiente, da sola, a risolvere i problemi del paese, la prospettiva stessa del compito dei rivoluzionari cambia profondamente, fino a capovolgersi da ampliamento della sfera della libertà, quale era all’origine e nelle intenzioni, in sforzo di condizionamento e limitazione delle singole libertà.
Tutto il gramscismo è una grande, complessa e impotente teorizzazione del compito educativo, pedagogico e missionario che spetta alla classe operaia e al suo partito in un paese privo di civiltà politica, di cultura, di classi dirigenti, di virtù civili. I comunisti sono i rappresentanti di una civiltà superiore, scesi su questa pessima Italia per trasformare i suoi disastrati abitanti in uomini veri: e così, nella sostanza, si considerano ancor oggi che si chiamano “democratici”.
La raffinatezza teorica con cui Gramsci analizza la modernizzazione fordista che accompagna la nascita della grande fabbrica, la sua attenzione quasi maniacale per la “società civile”, e persino l’enfasi posta sulla conquista dell’“egemonia”, che è concetto ben più complesso e articolato della semplice presa del potere, lo rendono certo un unicum nel panorama del rozzo pensiero marxista della prima metà del Novecento, ma anche ne segnalano l’arretratezza profonda.
Non è un caso se, fra tutte le metafore e i rimandi storici cui poteva ricorrere, Gramsci scelse proprio il Principe di Machiavelli per definire la sua idea mitologica di partito. I liberali vi hanno visto, e giustamente, una minaccia alle libertà; ben più preoccupante, però, è l’idea di politica che quella metafora suggerisce: l’Italia non potrà mai governarsi da sé, poiché mancano agli italiani le capacità per farlo; soltanto un principe illuminato, autorevole e autoritario e paternalista, intriso di buona volontà e pedagogicamente predisposto alla formazione di nuovi e migliori cittadini, può svolgere con successo l’incarico.
La politica è pedagogia, e la pedagogia è morale: è così in Gramsci, e così sarà in tutti i leader comunisti venuti dopo di lui. La sinistra italiana, egemonizzata per l’intero secondo dopoguerra dal Pci, fa della “riforma intellettuale e morale” il suo mantra e la sua missione, attribuendosi una medaglia di superiorità che nessuno le ha mai conferito, e guardando sprezzante, dall’alto di una cattedra immaginaria, il brulicare scomposto degli italiani comuni.
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Per questo la storia della sinistra italiana è una storia di fallimenti: non si possono vincere le elezioni disprezzando chi dovrebbe votarti, né si può conquistare la maggioranza degli italiani impancandosi ad antitaliano. Anziché sedurre l’elettorato, la sinistra l’ha sempre redarguito. Anziché promuovere la modernizzazione e progettare concretamente il futuro, ha sempre gridato all’imminente catastrofe. Anziché proporsi di governare l’Italia, ha preferito gloriarsi della propria diversità.
È stato Enrico Berlinguer, com’è noto, a coniare per il Pci la parola “diversità”. Lo fece quando l’assurdità della politica di compromesso storico divenne talmente evidente da non poter più essere tollerata, nemmeno dal gruppo dirigente di Botteghe Oscure. Il Pci si è sempre autorappresentato come diverso: Togliatti lo paragonò alla giraffa, un animale ben strano che in natura non dovrebbe neppure esistere. L’elogio della diversità è stato nel corso degli anni una giustificazione del legame politico e finanziario con l’Unione sovietica, un potente collante per la collettività dei militanti, un formidabile alibi ideologico per l’impotenza politica. Con Berlinguer, tuttavia, la parola assume una nuova coloritura morale, che porta alle estreme conseguenze, e cioè alla bancarotta politica, il calvinismo astratto di Gobetti.
Il “compromesso storico”, va ricordato, fu il tentativo di mascherare l’unica vera diversità del Pci, cioè la sua dipendenza finanziaria (e dunque politica) dall’Urss, affidando il partito alla tutela della Democrazia cristiana, i cui da trent’anni di fedeltà atlantica bastavano a rassicurare gli americani.
Berlinguer sapeva bene di non poter dar vita ad un governo di alternativa imperniato sul Pci: non certo perché sarebbe finita come nel Cile di Salvador Allende, cioè con un colpo di Stato militare organizzato dalla Cia, ma per la semplice ragione che nessuna coalizione si sarebbe potuta realisticamente formare intorno ad un partito legato a doppio filo all’Unione sovietica e al Patto di Varsavia.
Anziché procedere speditamente – e con almeno vent’anni di ritardo – sulla strada dell’emancipazione definitiva dal movimento comunista e dell’elaborazione di una nuova cultura politica socialdemocratica, anziché insomma “andare a Bad Godesberg”, come allora si diceva ricordando l’esempio dei socialdemocratici tedeschi, Berlinguer fece in un certo senso l’esatto contrario: portò alle estreme conseguenze l’accordo consociativo che, in forme diverse, aveva retto gli equilibri politici della “Repubblica nata dalla Resistenza”.
Il Pci di Berlinguer non capì mai l’Italia che lo aveva votato, come non aveva capito né il Sessantotto, né la portata del referendum sul divorzio. Abituato gramscianamente alla “guerra di posizione” – tradotta nei fatti in una rendita di posizione – il Pci sbagliò completamente la “guerra di movimento”, fraintendendo e demonizzando la spinta alla modernizzazione che saliva impetuosa dalla società, esattamente come era stato frainteso e demonizzato il centro-sinistra dieci anni prima.
Alla parte del paese che votava Pci perché si era stufata dei democristiani e voleva un’alternativa di governo, cioè una normale fisiologia democratica, Berlinguer rispose con l’esaltazione opportunistica della Dc, riconsacrata perno immutabile del sistema. Alla parte del paese che chiedeva la modernità, offrì l’elogio pauperista dell’“austerità”, dei sacrifici, dell’emergenza. E quando infine l’esperimento consociativo – com’era da aspettarsi – fallì, e il Pci fu riaccompagnato all’opposizione mentre molti elettori lo lasciavano per sempre, Berlinguer rilanciò e rispose con la “questione morale”.
La “diversità” era divenuta infine un contrassegno etico, indiscutibile e non mediabile, nonché la coperta ideologica sotto cui nascondere l’impotenza politica, la devastante arretratezza culturale accumulata negli anni, e, non ultima, la paralizzante incapacità di sciogliere fino in fondo ogni legame con il Patto di Varsavia (si sciolse prima il Patto di Varsavia).
La “diversità”, a ben guardare, è un’altra forma del qualunquismo italiano: il popolo è ignorante, sceglie sempre la pagnotta; la maggioranza degli italiani è di per sé moralmente debole quando non corrotta, perdere in queste condizioni è un onore. Con il corollario metafisico che il potere, in quanto tale, corrompe. Abbacinata per troppi anni da questa convinzione inespressa, la sinistra italiana ha perso, regolarmente, tutti gli appuntamenti con la storia.
La “diversità” è, anche, un’altra forma dell’arretratezza italiana. Tutte le democrazie occidentali si sono sviluppare lungo un asse destra liberale/sinistra socialdemocratica: soltanto in Italia l’egemonia di un partito comunista ha segnato così pesantemente il sistema politico (e naturalmente anche quello culturale), cancellando nei fatti la possibilità stessa dell’alternativa.
L’anomalia del Pci, anziché essere affrontata e risolta, come ci si sarebbe aspettati da un gruppo dirigente responsabile, cioè impegnato nella conquista democratica del governo e non nella tutela di sé e dei propri privilegi castali, è diventata invece un motivo di orgoglio. L’Italia, si è detto spesso a sinistra, almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi, è un “laboratorio”: qui si sperimentano le formule politiche più interessanti, più innovative, più fantasiose. La grande sciocchezza della “terza via” – cioè l’illusione di poter essere né comunisti né socialdemocratici – conquista rapidamente un’immensa popolarità perché in questo modo, come sempre accade in Italia, un elemento di arretratezza si trasforma magicamente (e illusoriamente) in un vanto, in un tratto originale, in una diversità di cui andare fieramente orgogliosi.
La “terza via”, del resto, non era che una riproposizione della “via italiana al socialismo”, la grande trovata con cui Togliatti inventò il partito a due scomparti, democratico e riformista nel gioco politico locale e nazionale, sovietico in politica estera e nelle fonti di finanziamento. Di italiano, nella “via italiana”, c’è dunque, e vistosamente, molto: la vocazione al compromesso, una certa vigliaccheria, l’idea che le verità siano sempre almeno due, il tornaconto personale, l’ambiguità, la furbizia.
È la furbizia di Togliatti, in un popolo di furbi, a plasmare i comunisti italiani, e a renderli ben presto egemoni a sinistra. Il senso di superiorità si sposa perfettamente all’ambiguità gesuitica dei capi; l’autoreferenzialità rafforza i vincoli comunitari dei militanti; ogni compromesso è giustificato alla luce di una verità superiore; le opinioni personali sono riservate alla sfera privata; la disciplina è rigorosa quanto generoso è il perdono. Sembra davvero la Chiesa cattolica plasmata dalla Controriforma.
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Il “cattocomunismo” – e ne parleremo qui una volta per tutte – non è una sintesi più o meno riuscita di culture diverse, né un incontro, né un dialogo; e non è neppure un esperimento politico più o meno avanzato, più o meno significativo: è, né più né meno, il modo d’essere del comunismo italiano, il modo italiano di essere comunisti.
I tentativi di elaborazione teorica e culturale, così come i programmi politici o la strategia delle alleanze, costituiscono in questo quadro un aspetto del tutto secondario e irrilevante, che infatti viene regolarmente manipolato e persino rovesciato a seconda delle convenienze tattiche e delle opportunità che si presentano. Come i Gesuiti, anche i comunisti in nome della causa e a fin di bene possono stringere qualsiasi alleanza, sottoscrivere qualsiasi dichiarazione di principio, interpretare in qualsiasi modo qualsivoglia testo o documento ufficiale, e mutare qualsiasi opinione nella contraria.
Se ne accorse con ilare chiarezza Luigi Barzini all’inizio degli anni Sessanta: “Gramsci non visse quanto bastava per vedere persino il suo piccolo ed eroico partito trasformato, dopo l’ultima guerra, in un’ennesima e vasta associazione all’italiana di mutua assistenza, diretta solo vagamente dall’ortodossia ideologica, e soprattutto da un agile senso tattico di adattamento.”
Il cattocomunismo costruisce il suo equilibrio vincente mediando con furba sapienza fra ideologie vagamente (o espressamente) totalitarie, antindividualiste e antimoderne, e pratiche consociative, compromissorie, lottizzatrici, immobiliste. E quando comunisti e democristiani finalmente si incontreranno per fare un governo insieme – in pompa magna nel 1976, come reduci scampati ad una guerra termonucleare nel 1996 –, il risultato sarà il mesto incontro di due conservatorismi, che spengono sul nascere ogni speranza di rinnovamento, rinunciano alla sfida della modernizzazione, rapidamente ripiegano nella gestione feudale dell’esistente, e infine crollano nell’impopolarità generale.
Non dev’essere un caso se le due vere novità della storia politica repubblicana – Bettino Craxi e Silvio Berlusconi – acquistano, ciascuno a modo suo, centralità politica e culturale proprio all’indomani del fallimento dei due soli governi cattocomunisti – guidati rispettivamente da Giulio Andreotti e da Romano Prodi – che l’Italia abbia mai avuto.
Intorno a questo nucleo ideologico a doppio strato – il sol dell’avvenire e la consociazione –, il Pci di Togliatti costruì rapidamente una vera e propria Italia alternativa: ovvero, per usare un’espressione più comune, un radicato sistema di potere che sopravvive ancor oggi. Case editrici, riviste, produzioni cinematografiche, giornali, festival e rassegne, università e fondazioni: il mercato della cultura italiana divenne ben presto controllato quasi esclusivamente dai comunisti.
Colpa, certo, di una Dc disattenta al “culturame” e concentrata esclusivamente – e profeticamente – sul ministero della Pubblica istruzione, che non lascerà mai per cinquant’anni, e sul nascente mezzo televisivo, che dominerà fino alla fine degli anni Settanta. Ma, soprattutto, merito di una scelta strategica lungimirante, di cui va dato atto a Togliatti.
Il fatto è che questa scelta – l’egemonia del Pci sulla cultura italiana – ha finito col perpetuare, in forme sempre più devastanti, la tradizionale arretratezza dei nostri intellettuali, sostanzialmente tagliati fuori dal pensiero contemporaneo più vivace, e prigionieri invece di una vulgata crociano-gramsciana che li ha sempre più allontanati da quanto di nuovo e importante accadeva nelle università e sulle riviste straniere. O forse vale l’inverso: proprio perché arretrati, i nostri intellettuali sono diventati en masse comunisti. Di certo, il nostro zdanovismo è stato provinciale, conservatore e impregnato di idealismo: per questo oggi non esiste una cultura di sinistra in Italia, ma soltanto un suo sistema di potere culturale.
Egemonia culturale in Italia ed egemonia politica sulla sinistra procedono di pari passo, e ben presto definiscono il ruolo del Pci nel Paese. Sono queste le due cause della mancanza, caso unico in Europa, di una sinistra moderna, riformista, socialdemocratica. Ogni volta che s’è presentata l’occasione riformista – dalla scissione socialdemocratica di Saragat del ’47 alla crisi del ’56 seguita all’invasione sovietica dell’Ungheria, dal primo centro-sinistra degli anni Sessanta al Psi di Craxi degli anni Settanta e Ottanta – il Pci si è sempre schierato fermamente all’opposizione, ha boicottato in ogni modo e con tutti i mezzi la novità politica e culturale che si andava profilando, e così comportandosi, in virtù della sua forza, l’ha condannata presto o tardi alla sconfitta.
È la posizione ostruzionistica del Pci, rilevante tanto per la mole elettorale e organizzativa quanto per la costanza nel tempo, ad aver fatto fallire ogni tentativo di costruire in Italia una cultura e una politica riformiste. Da Saragat a Craxi, nessuno è sopravvissuto al corpo morto della “diversità”. Che, per una crudele ironia della storia, il Pci morente seppe brandire anche contro se stesso: quando nel 1989 cade il Muro di Berlino, Occhetto infatti scioglie il Pci continuando a difenderne la diversità e l’originalità rispetto al “socialismo reale”, sbarrando la strada al riformismo con il pretesto che in Italia fosse “craxiano”, e tornando al mito di una nuova “terza via” che avrebbe dovuto andare “oltre” le tradizioni socialdemocratiche europee – salvo poi, nell’azione politica concreta, accodarsi ai giudici e alle inchieste di Mani Pulite nella speranza di cavarne quel vantaggio politico che le urne erano reticenti ad affidargli.
Il risultato è che ancora oggi, vent’anni dopo la “svolta” di Occhetto, nessuno sa che cosa sia e che cosa voglia il Partito democratico, che della lunga agonia del Pci è l’ultima, fatiscente incarnazione.
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Così la sinistra si ritrova oggi minoranza nel proprio stesso elettorato, tradisce quotidianamente i propri ideali libertari sposando la lugubre causa giustizialista, alimenta un sistema di potere sempre più asfittico, non riesce a venire a capo di un dilemma – se essere “riformisti” o “radicali” – che il resto del mondo ha archiviato mezzo secolo fa, è felicemente e consapevolmente prigioniera della conservazione, detesta gli italiani che continuano a non votarla, e quando non diffida della modernità ne imita malamente gli aspetti più volgari.
In altre parole, la sinistra in Italia non esiste. E se non ci fosse Berlusconi, non saprebbe neppure come riempirsi le giornate. (the Front Page)
Beato globalizzazione. Davide Gicalone
Non sono abilitato ad avere opinioni sulla beatificazione di Karol Wojtyla. L’intero procedimento, il suo esito e la sua finalità hanno a che vedere con la fede. Leggo che della santità di Giovanni Paolo II si cominciò a parlare già al conclave chiamato ad eleggere il suo successore, bruciando i tempi previsti, per decisioni di questo genere. Non altrettanto velocemente si sono mossi gli storici, che dovranno occuparsi della figura politica e culturale di Wojtyla, del suo passaggio nella storia di noi tutti. Senza timori reverenziali, naturalmente, senza porsi problemi di santità, ma anche senza sottovalutazioni. Perché quello del polacco è stato un papato globale, con esiti ed effetti ben al di là del mondo religioso.
E’ stato il pontefice della globalizzazione, perché è stato il capo della chiesa che non ha esitato a schierarla in modo da compromettere l’equilibrio del blocco sovietico, quindi, poi, della guerra fredda. Non ci sarebbe mai stata globalizzazione senza la fine di quel conflitto politico, ereditato dalla chiusura della seconda guerra mondiale, e non ci sarebbe mai stato il suo esaurimento senza il crollo dell’impero comunista. Wojtyla è uno dei padri di questo processo. Non il solo, ma uno di loro.
Non era una scelta affatto scontata. Chi crede che il capo della cattolicità non potesse che trovarsi in contrasto con l’incarnazione storica del comunismo, ateo per definizione, sconosce totalmente la storia vaticana. I proclami papali contro il comunismo, fino alla scomunica, non sono mai mancati, ma neanche una politica d’attenzione e rispetto. Agostino Casaroli, segretario di stato, ne è stato a lungo un interprete. E, del resto, le due dottrine avevano una cosa in comune: l’avversione al mercato, l’identificazione del male nel profitto, il giudizio negativo circa la ricerca della ricchezza, la condanna dei consumi.
L’elezione di un polacco, succeduta alla breve (e non del tutto chiara) parentesi di Albino Luciani, non è stata solo la rottura di una continuità italiana, che durava da 455 anni, ha rappresentato anche un cambio di rotta nella politica estera, quindi nel ruolo globale dell’ecclesia. Anche Giovanni Paolo II non fece mancare le sue parole di fuoco contro il capitalismo e il consumismo, ma lavorò contro i suoi avversari storici. La sua radice polacca prevalse, come la sua determinazione nell’affermare la libertà religiosa sopra ogni cosa. Prevalse sui fitti intrighi vaticani, sul fatto che la segreteria di stato fosse stata penetrata da agenti dell’est. Prevalse sui ricatti per gli affari finanziari, mentre noi, ancora oggi, non sappiamo se e a quale dei due filoni si deve la vicenda di Emanuela Orlandi. E prevalse anche sulle spinte teologiche favorevoli all’alleanza anticapitalista, che specie nel continente latino americano avevano preso piede, sotto il suggestivo, ma mendace, nome di “teologia della liberazione”. Wojtyla non si lasciò deviare da quella che aveva scelto come la sua strada, e se è vero che seppe parlare alle masse, in ogni parte del pianeta, non per questo si piegò mai alle richieste, ai luoghi comuni e alle omologazioni dei mezzi di comunicazione. Li usò, ma non si fece usare.
Passata la stagione, tutta europea, dell’ostpolitk, cadute le illusioni della “distensione”, dopo lo schieramento sovietico dei missili SS20, puntati sull’Europa, e il contro schieramento dei Pershing e Cruise (che travagliarono il mondo politico dei Paesi più esposti all’influenza comunista, l’Italia e la Germania Federale, con la fondamentale e benefica decisione che, da noi, si deve a Bettino Craxi e Giovanni Spadolini), il pontefice polacco trovò un naturale partner in Ronald Reagan. I due erano assai diversi, ma su un punto si ritrovarono: il futuro poteva essere pensato anche senza l’Unione Sovietica. La storia confermò quell’ipotesi.
Sulla via della globalizzazione, del considerare il pianeta un unico mondo, quindi anche un unico mercato, c’era un ulteriore ostacolo, con il quale ancora facciamo i conti: il fondamentalismo religioso. Le abbattute frontiere dell’ideologie potevano e possono essere riedificate quali frontiere del fondamentalismo. Wojtyla vide questo pericolo e, a costo di far venire il mal di pancia a non pochi membri delle proprie gerarchie, avviò i dialoghi interreligiosi. Non solo si recò in sinagoga, non solo entrò nella moschea, ma convocò le giornate di comune preghiera, che si tennero ad Assisi. Quello che ora la chiesa proclama santo avrebbe rischiato, da sacerdote meno quotato, un processo per eresia. Quel che gli premeva, credo, non era far scemare le differenze, ovviamente permanenti, fra le diverse religioni monoteiste, quanto il marcare la differenza netta fra loro e il fanatismo che vede nel diverso da sé il male del mondo, quindi il nemico da convertire o cancellare.
Seguì la sua politica, che per i credenti è la sua missione di pastore, senza oscillazioni, ma anche con realismo e costante attenzione alle forze in campo. E’ indubbio che a guidarlo fosse la fede, ma è altrettanto indubbio che per guidare tenne sempre gli occhi alla strada, senza nulla concedere all’astrazione. Certe scelte, dalla politica dello Ior all’atteggiamento verso il diffondersi della pedofilia nelle diocesi statunitensi, possono essergli rimproverate. Ma è singolare che lo faccia chi predilige la lettura materialistica e storica, che non dovrebbe mai smarrire la cruda valutazione delle forze in campo.
Per i fedeli, adesso, Wojtyla è un santo. Per tutti gli altri un protagonista dell’ultima parte del secolo scorso. Quella che ha archiviato le conseguenze di due conflitti mondiali, fatto sparire un impero ideologico e aperto i mercati alla globalizzazione. Poi è iniziata una storia diversa, nella quale siamo immersi.
E’ stato il pontefice della globalizzazione, perché è stato il capo della chiesa che non ha esitato a schierarla in modo da compromettere l’equilibrio del blocco sovietico, quindi, poi, della guerra fredda. Non ci sarebbe mai stata globalizzazione senza la fine di quel conflitto politico, ereditato dalla chiusura della seconda guerra mondiale, e non ci sarebbe mai stato il suo esaurimento senza il crollo dell’impero comunista. Wojtyla è uno dei padri di questo processo. Non il solo, ma uno di loro.
Non era una scelta affatto scontata. Chi crede che il capo della cattolicità non potesse che trovarsi in contrasto con l’incarnazione storica del comunismo, ateo per definizione, sconosce totalmente la storia vaticana. I proclami papali contro il comunismo, fino alla scomunica, non sono mai mancati, ma neanche una politica d’attenzione e rispetto. Agostino Casaroli, segretario di stato, ne è stato a lungo un interprete. E, del resto, le due dottrine avevano una cosa in comune: l’avversione al mercato, l’identificazione del male nel profitto, il giudizio negativo circa la ricerca della ricchezza, la condanna dei consumi.
L’elezione di un polacco, succeduta alla breve (e non del tutto chiara) parentesi di Albino Luciani, non è stata solo la rottura di una continuità italiana, che durava da 455 anni, ha rappresentato anche un cambio di rotta nella politica estera, quindi nel ruolo globale dell’ecclesia. Anche Giovanni Paolo II non fece mancare le sue parole di fuoco contro il capitalismo e il consumismo, ma lavorò contro i suoi avversari storici. La sua radice polacca prevalse, come la sua determinazione nell’affermare la libertà religiosa sopra ogni cosa. Prevalse sui fitti intrighi vaticani, sul fatto che la segreteria di stato fosse stata penetrata da agenti dell’est. Prevalse sui ricatti per gli affari finanziari, mentre noi, ancora oggi, non sappiamo se e a quale dei due filoni si deve la vicenda di Emanuela Orlandi. E prevalse anche sulle spinte teologiche favorevoli all’alleanza anticapitalista, che specie nel continente latino americano avevano preso piede, sotto il suggestivo, ma mendace, nome di “teologia della liberazione”. Wojtyla non si lasciò deviare da quella che aveva scelto come la sua strada, e se è vero che seppe parlare alle masse, in ogni parte del pianeta, non per questo si piegò mai alle richieste, ai luoghi comuni e alle omologazioni dei mezzi di comunicazione. Li usò, ma non si fece usare.
Passata la stagione, tutta europea, dell’ostpolitk, cadute le illusioni della “distensione”, dopo lo schieramento sovietico dei missili SS20, puntati sull’Europa, e il contro schieramento dei Pershing e Cruise (che travagliarono il mondo politico dei Paesi più esposti all’influenza comunista, l’Italia e la Germania Federale, con la fondamentale e benefica decisione che, da noi, si deve a Bettino Craxi e Giovanni Spadolini), il pontefice polacco trovò un naturale partner in Ronald Reagan. I due erano assai diversi, ma su un punto si ritrovarono: il futuro poteva essere pensato anche senza l’Unione Sovietica. La storia confermò quell’ipotesi.
Sulla via della globalizzazione, del considerare il pianeta un unico mondo, quindi anche un unico mercato, c’era un ulteriore ostacolo, con il quale ancora facciamo i conti: il fondamentalismo religioso. Le abbattute frontiere dell’ideologie potevano e possono essere riedificate quali frontiere del fondamentalismo. Wojtyla vide questo pericolo e, a costo di far venire il mal di pancia a non pochi membri delle proprie gerarchie, avviò i dialoghi interreligiosi. Non solo si recò in sinagoga, non solo entrò nella moschea, ma convocò le giornate di comune preghiera, che si tennero ad Assisi. Quello che ora la chiesa proclama santo avrebbe rischiato, da sacerdote meno quotato, un processo per eresia. Quel che gli premeva, credo, non era far scemare le differenze, ovviamente permanenti, fra le diverse religioni monoteiste, quanto il marcare la differenza netta fra loro e il fanatismo che vede nel diverso da sé il male del mondo, quindi il nemico da convertire o cancellare.
Seguì la sua politica, che per i credenti è la sua missione di pastore, senza oscillazioni, ma anche con realismo e costante attenzione alle forze in campo. E’ indubbio che a guidarlo fosse la fede, ma è altrettanto indubbio che per guidare tenne sempre gli occhi alla strada, senza nulla concedere all’astrazione. Certe scelte, dalla politica dello Ior all’atteggiamento verso il diffondersi della pedofilia nelle diocesi statunitensi, possono essergli rimproverate. Ma è singolare che lo faccia chi predilige la lettura materialistica e storica, che non dovrebbe mai smarrire la cruda valutazione delle forze in campo.
Per i fedeli, adesso, Wojtyla è un santo. Per tutti gli altri un protagonista dell’ultima parte del secolo scorso. Quella che ha archiviato le conseguenze di due conflitti mondiali, fatto sparire un impero ideologico e aperto i mercati alla globalizzazione. Poi è iniziata una storia diversa, nella quale siamo immersi.
sabato 30 aprile 2011
La clandestinità resta reato. Davide Giacalone
Al contrario di quanto quasi tutti, con gioia o rammarico, hanno urlato, la Corte di giustizia dell’Unione Europea non ha affatto considerato illegittimo il reato di clandestinità. I commenti di chi festeggia l’umanità caritatevole dei giudici, come di quanti li accusano di rendere impossibili le espulsioni, sono a vanvera. Tirati giù un tanto al chilo. Anzi, la sentenza è l’occasione per imprimere al contrasto della clandestinità una svolta di severità ed efficacia.
Il reato di clandestinità esiste in molti Paesi dell’Unione, posto che in nessuno è consentito soggiornare senza adeguato titolo o permesso. La Corte non ha né titolo né motivo per smantellare quelle legislazioni. Il punto dolente, che c’è costata la bocciatura, è relativo alle ragioni che portano a comminare la detenzione. In altre parole: il perché un clandestino finisce in galera. Noi italiani non siamo troppo cattivi, siamo solo troppo incapaci di far rispettare la legge, espellendo le persone e poi punendole perché non se ne vanno. E’ questo che ci viene rimproverato. In quanto al fatto che la Corte si pronunci sulla nostra legge e non su quelle di altri, la ragione sta nel fatto che è stato un nostro tribunale (la Corte d’Appello di Trento) a chiedere di dichiarare illegittima la legge italiana. Nonostante ciò, la sentenza non apre affatto la via alla mollezza, se solo la politica non si squaglia davanti ai titoli (sbagliati) dei giornali e dei telegiornali.
La direttiva europea (2008/115, entrata in vigore l’anno successivo e immediatamente esecutiva, quindi efficace anche nei 12 Paesi che non l’hanno ancora recepita, fra i quali l’Italia) stabilisce che i clandestini possono essere buttati fuori, e chiarisce che se non se ne vanno con le loro gambe si può ben bloccarli fisicamente, arrestarli e spostarli oltre frontiera. Non c’è buonismo. Il fatto è che la privazione della libertà deve essere temporalmente adeguata all’espulsione, vale a dire che ti blocco oggi e ti mando via entro qualche settimana. Se, invece, come prevedeva la legge italiana, consegno al clandestino un provvedimento d’espulsione e lo saluto, ma poi pretendo di arrestarlo e condannarlo (fino a cinque anni di carcere) per il non essere andato via, è come se facessi pagare a lui l’incapacità statale di dare seguito al provvedimento amministrativo. La detenzione, inoltre, non è temporalmente congrua e non è destinata all’esplulsione.
A noi può andare benissimo, perché, se non hanno commesso altri reati, non abbiamo nessun interesse a riempire le carceri di clandestini. Meglio metterli fuori dal territorio nazionale. Piuttosto, dovremmo stabilire che chi viene bloccato e portato presso un Centro d’Identificazione ed Espulsione (Cie) non può allontanarsi e che se lo fa incorre in un reato che comporta l’immediato arresto e l’altrettanto immediata espulsione, senza ulteriori formalità. Da noi, invece, come abbiamo visto tante volte, da quei centri si va via sotto gli occhi di tutti, fotografi e forze dell’ordine compresi.
La cosa paradossale è che, nel Paese delle chiacchiere e delle sceneggiate, in cui ci si divide fra presunti carnefici e presunti sbracatori, senza alcuna attenzione alla realtà ma con travolgente passione verso l’iperbole e l’esagerazione, si finisce condannati per troppa severità, laddove si sperimentano ogni giorno le conseguenze del lassismo. Roba da ricovero.
Tutto ciò, senza dimenticare le colpe dell’Unione Europea. I giudici sentenzino pure quel che credono, e, come abbiamo visto, la loro decisione è ben diversa da come è stata raccontata, ma resta il fatto che il pachiderma europeo non può pensare d’affrontare un problema immenso dedicandovi una direttiva, fregandosene del suo recepimento e dispensando bacchettate a chi non si mostra felice. Questa è materia che richiede azioni concrete, rapporti con i Paesi di provenienza e contrasto attivo della criminalità che commercia carne umana. Se l’Unione c’è, bene. Se non c’è, non esiste.
Il reato di clandestinità esiste in molti Paesi dell’Unione, posto che in nessuno è consentito soggiornare senza adeguato titolo o permesso. La Corte non ha né titolo né motivo per smantellare quelle legislazioni. Il punto dolente, che c’è costata la bocciatura, è relativo alle ragioni che portano a comminare la detenzione. In altre parole: il perché un clandestino finisce in galera. Noi italiani non siamo troppo cattivi, siamo solo troppo incapaci di far rispettare la legge, espellendo le persone e poi punendole perché non se ne vanno. E’ questo che ci viene rimproverato. In quanto al fatto che la Corte si pronunci sulla nostra legge e non su quelle di altri, la ragione sta nel fatto che è stato un nostro tribunale (la Corte d’Appello di Trento) a chiedere di dichiarare illegittima la legge italiana. Nonostante ciò, la sentenza non apre affatto la via alla mollezza, se solo la politica non si squaglia davanti ai titoli (sbagliati) dei giornali e dei telegiornali.
La direttiva europea (2008/115, entrata in vigore l’anno successivo e immediatamente esecutiva, quindi efficace anche nei 12 Paesi che non l’hanno ancora recepita, fra i quali l’Italia) stabilisce che i clandestini possono essere buttati fuori, e chiarisce che se non se ne vanno con le loro gambe si può ben bloccarli fisicamente, arrestarli e spostarli oltre frontiera. Non c’è buonismo. Il fatto è che la privazione della libertà deve essere temporalmente adeguata all’espulsione, vale a dire che ti blocco oggi e ti mando via entro qualche settimana. Se, invece, come prevedeva la legge italiana, consegno al clandestino un provvedimento d’espulsione e lo saluto, ma poi pretendo di arrestarlo e condannarlo (fino a cinque anni di carcere) per il non essere andato via, è come se facessi pagare a lui l’incapacità statale di dare seguito al provvedimento amministrativo. La detenzione, inoltre, non è temporalmente congrua e non è destinata all’esplulsione.
A noi può andare benissimo, perché, se non hanno commesso altri reati, non abbiamo nessun interesse a riempire le carceri di clandestini. Meglio metterli fuori dal territorio nazionale. Piuttosto, dovremmo stabilire che chi viene bloccato e portato presso un Centro d’Identificazione ed Espulsione (Cie) non può allontanarsi e che se lo fa incorre in un reato che comporta l’immediato arresto e l’altrettanto immediata espulsione, senza ulteriori formalità. Da noi, invece, come abbiamo visto tante volte, da quei centri si va via sotto gli occhi di tutti, fotografi e forze dell’ordine compresi.
La cosa paradossale è che, nel Paese delle chiacchiere e delle sceneggiate, in cui ci si divide fra presunti carnefici e presunti sbracatori, senza alcuna attenzione alla realtà ma con travolgente passione verso l’iperbole e l’esagerazione, si finisce condannati per troppa severità, laddove si sperimentano ogni giorno le conseguenze del lassismo. Roba da ricovero.
Tutto ciò, senza dimenticare le colpe dell’Unione Europea. I giudici sentenzino pure quel che credono, e, come abbiamo visto, la loro decisione è ben diversa da come è stata raccontata, ma resta il fatto che il pachiderma europeo non può pensare d’affrontare un problema immenso dedicandovi una direttiva, fregandosene del suo recepimento e dispensando bacchettate a chi non si mostra felice. Questa è materia che richiede azioni concrete, rapporti con i Paesi di provenienza e contrasto attivo della criminalità che commercia carne umana. Se l’Unione c’è, bene. Se non c’è, non esiste.
venerdì 29 aprile 2011
Il miracolo di san Gianni De Gennaro. Mauro Mellini
Miracolo! Miracolo! Un collaboratore di giustizia in servizio, Massimo Ciancimino, è stato arrestato per calunnia per dichiarazioni rese nell'esercizio delle sue funzioni. Miracolo! Non c'è che dire.Massimo Ciancimino è, in verità, un collaboratore di giustizia sui generis. Non è un assassino e non è mai stato accusato di esserlo. È stato condannato ad una pena insignificante (insignificante per un pentito o aspirante tale) per un reato nemmeno proprio di mafia. Non è stato reclutato, non proviene dal carcere. Ma, soprattutto, non si è pentito. Cioè, si è pentito ma delle malefatte del padre, il ben più noto Vito Ciancimino.Inoltre, Massimo Ciancimino non è un pentito propriamente loquace. Ha una forma di balbuzie del discorso, anzi, del pensiero. Non è, come i più normali suoi colleghi, netto e deciso nelle sue affermazioni. Negli interrogatori quasi balbetta, ritorna sul già detto per dubitarne. Soprattutto annuisce. Annuisce al p.m. a cui rimette le maggiori fatiche del suo discorso, se così può chiamarsi. Ma scrive. E legge documenti paterni. Li «integra», a quanto pare, e neppure troppo abilmente. È esibito (non sappiamo se ora dovremo limitarci a dire «è stato esibito»), come la voce dall'aldilà del padre, Vito Ciancimino, l'uomo del sacco di Palermo. «Il famoso Ciancimino» come si definì una volta presentandosi inopinatamente nel mio studio per chiedermi di essere inserito nelle liste del Partito Radicale.Ma, anomalo o no, loquace o grafomane, esercente in proprio o in nome del «dante causa» don Vito, buonanima, Massimo Ciancimino era un collaboratore d'alto bordo. La sua effige è apparsa su giornali e schermi televisivi, nonché sulla copertina di un libro «Nel nome del Padre» di una certa Casa Editrice Novantacento – Via Libertà 34 – Palermo -2010 tre edizioni. «Ventitrè interrogatori e una valanga di pizzini che riscrivono la storia dei misteri d'Italia». Strano libro. L'indice dei nomi che solitamente, quando c'è, negli altri libri, è alla fine, è invece in apertura, per meglio sottolineare che il succo dell'opera sono i nomi che fa. Berlusconi risulta citato 14 volte, Dell'Utri 29, Mori (il generale) 35, e così via.Massimo Ciancimino era (ma, non è escluso che ancora possa considerarsi tale: mi è capitato il caso di un pentito, tale Salemi, condannato per calunnia e tuttavia ritenuto «ancor più attendibile» perché ciò gli aveva dato modo di pentirsi due volte con riscontri del secondo pentimento che avvalorava quanto dichiarato nell'esercizio del primo!) era, dunque, una delle colonne dell'inchiesta per «le trattative dello Stato con la Mafia». Su questo argomento i p.m. Ingroia, Di Matteo, Messineo, «torchiano» Ciancimino Junior. Cioè torchiano soprattutto sé stessi, perché Ciancimino, per lo più, annuisce. Ed era una delle colonne delle «bocche della verità» delle trasmissioni di Santoro, l'equanime. Sulle «trattative» ed altro. Inchiesta, dunque, sulle trattative tra lo Stato e la mafia. Già, perché in Italia ad essere inquisito può essere anche lo Stato e non per autentici «delitti di Stato», ma per «trattative», una sorta, credo, di «concorso esterno precontrattuale in associazione di stampo mafioso». Per aver trattato con la mafia, cioè all'ingrosso, come i magistrati, anche quando la legge sui «benefici premiali ancora non c'era» trattavano e trattano con i singoli mafiosi. Ma ciò che lo Stato può fare o non può fare con le leggi e con l'attività dell'Esecutivo sono i magistrati, in Italia, a stabilirlo. Con la collaborazione di Massimo Ciancimino, magari. Lo Stato può essere indagato per «tentata amnistia».Se qualcuno ancora dubitasse che il potere giudiziario si pone oramai come «superpotere», al di sopra di tutti gli altri, Governo, Parlamento compresi (anzi soprattutto nei confronti di essi) e nei confronti dello stesso Stato, come una volta la Santa Inquisizione aveva potere su ogni potentato e feudatario e, in qualche modo, pure sul Re, non ha che da fare attenzione a questa storia dell'inchiesta sulla «Trattativa dello Stato con la Mafia», denominazione che non fa batter ciglio a giornalisti, commentatori, mezzibusti televisivi, mezzi giuristi e mezze cartucce della politica, che disinvoltamente l'adoperano. E tanto meno fa batter ciglio ai magistrati che «indagano».Questa è la devianza istituzionale della giustizia italiana, la sua inavvertita (?) eversione.L'utilizzo di un Ciancimino, chiamato a collaborare a così elevata funzione, in fondo, è il meno che ci si possa aspettare. Quando imputato è lo Stato.Ma quando un Massimo Ciancimino, interrogato al dibattimento 23 volte e chi sa quante altre in istruttoria, sui suoi pasticci di collaboratore grafomane impunito di giustizia, tira in ballo De Gennaro, intramontabile «servitore dello Stato», e conoscitore sopraffino dei padroni reali del suo padrone che quelli che se ne intendono sostengono essere stato così «longevo» professionalmente per aver sempre capito che, se lo Stato è da servire, è la magistratura a comandare, allora accade il miracolo. Succede l'impossibile.Anche un collaboratore di giustizia fino ad allora attendibile e «prezioso» (23 volte prezioso!), diventa un calunniatore. Vedremo se gli sarà dato modo di pentirsi di tale calunnia con regolare «chiamata» di correi insospettabili dando luogo, come scrivono certi giudici di mia conoscenza, ad un «circuito virtuoso» che ancor meglio avvalori le sue precedenti dichiarazioni. Intanto, però, per aver tirato in ballo De Gennaro è finito in cella. E poi c'è chi dice che i pentiti sono intoccabili.San De Gennaro continua a far miracoli! (Italia Oggi)
giovedì 28 aprile 2011
Così la cultura italiana è diventata comunista. Giovanni Sallusti
Cronaca di un capolavoro. Sarebbe la dicitura da affiancare a Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra, saggio firmato da Francesca Chiarotto in libreria per Bruno Mondadori (pagg. 233, euro 20). In realtà, un manuale sull’arte di costruire un’egemonia culturale, che diventa negativo fotografico dell’oggi. Il capolavoro, tecnicamente s’intende, fu quello del Pci nell’immediato dopoguerra, e soprattutto di un uomo che concentrava in sé l’azione e il pensiero del partito, Palmiro Togliatti (alla faccia della sinistra perbene d’oggidì, che strilla per le derive leaderistiche altrui).
È un’operazione rigorosa scandita a tappe, ma il cui esito era già scritto nelle premesse. Il baricentro è il recupero degli scritti di Gramsci, morto nel 1937 dopo un decennio nelle prigioni fasciste, e la loro presentazione al pubblico come un classico della cultura. Togliatti mira così alla mitizzazione di un padre nobile che garantisca le due direttrici che gli interessano. Il rafforzamento dell’idea che esista una «via italiana» al comunismo, specifica ma ovviamente non contraddittoria rispetto all’ortodossia sovietica. E la capacità di attirare nell'orbita ideologica del Pci tutta l’intellighenzia variamente di sinistra, facendo della discussione sul pensiero di Gramsci un grimaldello di penetrazione intellettuale, extra-politico, e dunque più tranquillizzante. Fatto del gramscianeismo l’abc del discorso culturale, si può saldare attorno ad esso tutto un sistema, mondano e popolare allo stesso tempo, sparso in case editrici, convegni, premi letterari, biblioteche, Case del Popolo, periodici, che avrebbe assicurato il miracolo. Rendere il Pci, perdente nell’urna, dominante nella cultura diffusa.
Operazione che non solo riuscì, ma che trascina i suoi effetti fino a oggi. Togliatti ne aveva talmente chiara la decisività, che già il 3 marzo 1943, in piena guerra, sollecitava il segretario generale del Comintern, Dimitrov, a «recuperare il lavoro del compagno Gramsci in prigione, di cui forse tra breve avremo bisogno per l’immediata utilizzazione nel Paese». Gli originali riposavano nell’allora alla sede del Comintern, e da lì arrivarono direttamente a Togliatti. Per il Migliore, l’operazione Gramsci è una priorità, tanto che già nel maggio 1945 sistema quello che per lui era un tassello fondamentale. Accordarsi per la pubblicazione con una casa editrice prestigiosa e non di partito, ma contigua idealmente al partito: Einaudi. Il materiale da pubblicare era sterminato, e Togliatti puntò in primis sulle Lettere dal carcere, non sui Quaderni, per iniziare a scolpire l’icona nei suoi tratti esistenziali, fin psicologici, e agevolare così l’interesse del mondo non strettamente marxista. Incastrare Gramsci nel Gotha della neonata democrazia, questo era l’imperativo. E non si tralasciò nulla, come l’assegnazione del prestigioso Premio Viareggio del 1947 (decennale della morte di Gramsci) proprio alle Lettere, nonostante l’irritualità del riconoscimento postumo. Fu l’instancabile tessitura di un membro della giuria, il latinista - e comunistissimo - Concetto Marchesi, oggi diremmo la sua operazione di lobbing editoriale, ad ottenere l’unanimità sul nome di Gramsci. Tre anni dopo, si arrivò alla nascita della Fondazione Gramsci, che per consegna togliattiana doveva divenire un centro di irradiazione culturale del marxismo-leninismo nel nostro Paese. Non solo il cervello che forniva l’educazione dei quadri di partito, ma anche un nuovo, potente polo di elaborazione culturale nazionale, confermando il doppio binario con cui Togliatti ha declinato tutta l’operazione Gramsci: consolidamento dell’ortodossia interna ed espansione verso l’esterno dell’influenza intellettuale del Pci.
Fu questo, in fondo, il capolavoro: orientare gran parte dell’intellighenzia italiana sul gramscianesimo, e sul gramscianesimo ritagliato sulle esigenze del Pci. È il capolavoro che non è mai riuscito alla destra, e che non riesce oggi ai liberali, nonostante siano ormai maggioranza alle urne. Al coro interno di obiezioni, per cui per fortuna la destra è troppo individualista e i liberali sono troppo poco ideologici per fare una loro operazione Gramsci, sfugge una distinzione elementare. Non è affatto detto, che un’egemonia culturale nell’anno 2011 vada costruita con gli schemi praticati da Togliatti e compagni. Soprattutto, nessuno lo auspica. Ma un conto è il contenuto, marcio alla radice, della fu egemonia comunista. Altro è il tentativo in sé di accompagnare la propria azione con un’impalcatura culturale degna e non subalterna, anzi propositiva, che dovrebbe caratterizzare ogni grande partito. Dovrebbe, o deve? (il Giornale)
È un’operazione rigorosa scandita a tappe, ma il cui esito era già scritto nelle premesse. Il baricentro è il recupero degli scritti di Gramsci, morto nel 1937 dopo un decennio nelle prigioni fasciste, e la loro presentazione al pubblico come un classico della cultura. Togliatti mira così alla mitizzazione di un padre nobile che garantisca le due direttrici che gli interessano. Il rafforzamento dell’idea che esista una «via italiana» al comunismo, specifica ma ovviamente non contraddittoria rispetto all’ortodossia sovietica. E la capacità di attirare nell'orbita ideologica del Pci tutta l’intellighenzia variamente di sinistra, facendo della discussione sul pensiero di Gramsci un grimaldello di penetrazione intellettuale, extra-politico, e dunque più tranquillizzante. Fatto del gramscianeismo l’abc del discorso culturale, si può saldare attorno ad esso tutto un sistema, mondano e popolare allo stesso tempo, sparso in case editrici, convegni, premi letterari, biblioteche, Case del Popolo, periodici, che avrebbe assicurato il miracolo. Rendere il Pci, perdente nell’urna, dominante nella cultura diffusa.
Operazione che non solo riuscì, ma che trascina i suoi effetti fino a oggi. Togliatti ne aveva talmente chiara la decisività, che già il 3 marzo 1943, in piena guerra, sollecitava il segretario generale del Comintern, Dimitrov, a «recuperare il lavoro del compagno Gramsci in prigione, di cui forse tra breve avremo bisogno per l’immediata utilizzazione nel Paese». Gli originali riposavano nell’allora alla sede del Comintern, e da lì arrivarono direttamente a Togliatti. Per il Migliore, l’operazione Gramsci è una priorità, tanto che già nel maggio 1945 sistema quello che per lui era un tassello fondamentale. Accordarsi per la pubblicazione con una casa editrice prestigiosa e non di partito, ma contigua idealmente al partito: Einaudi. Il materiale da pubblicare era sterminato, e Togliatti puntò in primis sulle Lettere dal carcere, non sui Quaderni, per iniziare a scolpire l’icona nei suoi tratti esistenziali, fin psicologici, e agevolare così l’interesse del mondo non strettamente marxista. Incastrare Gramsci nel Gotha della neonata democrazia, questo era l’imperativo. E non si tralasciò nulla, come l’assegnazione del prestigioso Premio Viareggio del 1947 (decennale della morte di Gramsci) proprio alle Lettere, nonostante l’irritualità del riconoscimento postumo. Fu l’instancabile tessitura di un membro della giuria, il latinista - e comunistissimo - Concetto Marchesi, oggi diremmo la sua operazione di lobbing editoriale, ad ottenere l’unanimità sul nome di Gramsci. Tre anni dopo, si arrivò alla nascita della Fondazione Gramsci, che per consegna togliattiana doveva divenire un centro di irradiazione culturale del marxismo-leninismo nel nostro Paese. Non solo il cervello che forniva l’educazione dei quadri di partito, ma anche un nuovo, potente polo di elaborazione culturale nazionale, confermando il doppio binario con cui Togliatti ha declinato tutta l’operazione Gramsci: consolidamento dell’ortodossia interna ed espansione verso l’esterno dell’influenza intellettuale del Pci.
Fu questo, in fondo, il capolavoro: orientare gran parte dell’intellighenzia italiana sul gramscianesimo, e sul gramscianesimo ritagliato sulle esigenze del Pci. È il capolavoro che non è mai riuscito alla destra, e che non riesce oggi ai liberali, nonostante siano ormai maggioranza alle urne. Al coro interno di obiezioni, per cui per fortuna la destra è troppo individualista e i liberali sono troppo poco ideologici per fare una loro operazione Gramsci, sfugge una distinzione elementare. Non è affatto detto, che un’egemonia culturale nell’anno 2011 vada costruita con gli schemi praticati da Togliatti e compagni. Soprattutto, nessuno lo auspica. Ma un conto è il contenuto, marcio alla radice, della fu egemonia comunista. Altro è il tentativo in sé di accompagnare la propria azione con un’impalcatura culturale degna e non subalterna, anzi propositiva, che dovrebbe caratterizzare ogni grande partito. Dovrebbe, o deve? (il Giornale)
Andrea's Version
28 aprile 2011
Tutto da condividere, il Beppe Severgnini di ieri sul Corriere. Troppa aggressività, nei genitori che portano i figlioli sui campetti per giocare a calcio. Ha ragione da vendere, chiunque può verificarlo. Troppa isteria, troppa voglia di far vincere la prole, in quegli adulti che accompagnano i pargoli alla partita, troppa frustrazione. Mostrano un’ansia che se li divora. Diventano cattivi. Non si può non capire quell’arbitro che amaramente si sfogò: “Certe volte vorrei arbitrare un torneo per orfani”. Molto saggio. Giudizioso soprattutto, Severgnini, quando propone ai calciatori in erba di stroncare il fenomeno obbligando papà e mamma a firmare una dichiarazione preventiva nella quale, entrambi, si impegnano per iscritto a mantenere un comportamento calmo e rispettoso, a non invocare cataclismi contro, “a non augurare infortuni ai piccoli avversari o ispezioni fiscali ai loro genitori”. Bravo Beppe. Rendiamole responsabili almeno verso i piccoli, queste persone mature. Ma glielo dice lei, a papà Zagrebelsky e allo zio Gad? © - FOGLIO QUOTIDIANO
Tutto da condividere, il Beppe Severgnini di ieri sul Corriere. Troppa aggressività, nei genitori che portano i figlioli sui campetti per giocare a calcio. Ha ragione da vendere, chiunque può verificarlo. Troppa isteria, troppa voglia di far vincere la prole, in quegli adulti che accompagnano i pargoli alla partita, troppa frustrazione. Mostrano un’ansia che se li divora. Diventano cattivi. Non si può non capire quell’arbitro che amaramente si sfogò: “Certe volte vorrei arbitrare un torneo per orfani”. Molto saggio. Giudizioso soprattutto, Severgnini, quando propone ai calciatori in erba di stroncare il fenomeno obbligando papà e mamma a firmare una dichiarazione preventiva nella quale, entrambi, si impegnano per iscritto a mantenere un comportamento calmo e rispettoso, a non invocare cataclismi contro, “a non augurare infortuni ai piccoli avversari o ispezioni fiscali ai loro genitori”. Bravo Beppe. Rendiamole responsabili almeno verso i piccoli, queste persone mature. Ma glielo dice lei, a papà Zagrebelsky e allo zio Gad? © - FOGLIO QUOTIDIANO
mercoledì 27 aprile 2011
Italia: repubblica fondata sull'esclusione. Andrea Colombo
Giuliano Ferrara ha ragione. I vaniloqui di Alberto Asor Rosa sul manifesto e le argomentazioni di Barbara Spinelli su Repubblica poggiano sulla medesima logica. La si può sintetizzare così: perché il gioco democratico sia realmente tale occorre che i giocatori se la vedano ad armi più o meno pari; la presenza in campo di Silvio Berlusconi dai mezzi di cui l’uomo dispone, nega in radice la precedente regoletta; il solo modo di ripristinare un corretto funzionamento della democrazia è pertanto costringere il baro ad abbandonare il tavolo. Sin qui, il barone rosso e il partito di Repubblica concordano. Per concretizzare il progettino, il primo non vedrebbe male un colpetto dell’Arma , il secondo si accontenta di un ribaltone. Non si negherà che tra le due ipotesi corra una certa differenza, ma sin quasi al traguardo il percorso è identico.
Gli assi nella manica con cui il Cavaliere trucca da quindici anni il gioco sarebbero a conti fatti due: i soldi e le televisioni. Quando si tratta di comprare e corrompere, ma anche quando tutto rientra nelle corrette regole, una disponibilità pressoché illimitata di quattrini qualche vantaggio in effetti lo garantisce eccome. Però conciliare l’ineleggibilità dei ricconi con la Costituzione, in particolare col suo cinquantunesimo articoletto, sarebbe arduo. L’oggettivo problema di garantire una certa equità nei mezzi a disposizione delle forze politiche dovrà essere affrontato ricorrendo a mezzi diversi e meno semplicistici. Impresa, in fondo, tutt’altro che impossibile.
Ma il portafogli gonfio è ancora il meno. Ciò che agli occhi di tanti giustifica l’uso di ogni mezzo contro il malfattore sono piuttosto le televisioni. Quello è un asso che vale per due. Permette di condizionare e indirizzare l’informazione ma anche, ed è ben peggio, di plasmare subdolamente il corpo elettorale imponendogli, serata dopo serata, grande fratello dopo isola dei famosi, sistemi di valori e ideologie profonde .
In realtà la presa sull’informazione del grande manipolatore, più che alla proprietà di Mediaset, è dovuta all’abitudine, diffusa a sinistra né più né meno che a destra, di considerare la Rai il cortile di casa di chi governa. Ma anche glissando sul particolare, davvero c’è ancora qualcuno convinto che le vittorie elettorali di Silvio Berlusconi siano dovute alla televisione? Nel ’94 il mostro ereditò al nord oceani di voti già appannaggio della Lega, che se li era conquistati con pochissimi soldi e nessunissima tv. I telegiornali del 2000 e del 2001 certo non pendevano per Silvio: erano colonizzati quanto quelli odierni, ma dall’armata opposta. Non riuscirono neppure a frenare le disfatte elettorali di quel biennio.
Parecchi pensano di risolvere l’equazione con il condizionamento culturale che le ipnotiche tv del nostro eserciterebbero sin dagli anni ’80. Però i format demoniaci, come Il grande fratello and company, sono diffusi in mezzo mondo e non hanno provocato alle democrazie locali nemmeno un raffreddore. Possibile allora che nessuno si chieda se il reprobo non abbia solo cavalcato un’onda culturale, della quale si è avvantaggiato e che ha poi amplificato, ma senza crearla e rappresentandone piuttosto un sintomo, pur se tra i più gravi?
Anche considerando l’ipotesi di un rincretinimento collettivo di proporzioni mai registrate in precedenza, resta impossibile che una parte tanto vasta e sostanziosa della sinistra italiana, quella moderata e quella radicale, la giustizialista e la garantista, sia davvero convinta di simili sciocchezze, disposta in nome delle stesse persino a civettare con le forze armate. Alle origini dei vaneggiamenti in questione deve pertanto esserci una pulsione più profonda e meno confessabile.
E’ possibile che quella pulsione scaturisca dalle origini stesse della Repubblica. L’Italia è una repubblica fondata sull’esclusione di una parte. E’ figlia di un “arco costituzionale” cementato dall’essere altra cosa rispetto a chi ne era estraneo. Nell’identificazione della Repubblica i fascisti svolgevano, in negativo, un ruolo determinante: l’idea che esistesse un’area politica del paese inconciliabile con la sua maggioranza non era peregrina bensì costitutiva.
Funzionò perché la parte esclusa e inconciliabile con i valori egemoni era limitatissima. I fascisti erano pochi. Già all’inizio degli anni ’80 quel cemento aveva però perso buona parte della sua efficacia, tanto che una prima repubblica sopravvissuta (per poco) a se stessa provò a sostituirlo, inutilmente, con le “forze che avevano vinto il terrorismo”.
Cosa si fa quando la parte esclusa e inconciliabile con i “nostri” valori oscilla intorno al 50 invece che al 5%? Quando un Berlusconi incontra il consenso di moltissimi italiani senza bisogno di lavargli il cervello e La Russa fa il ministro della Difesa senza che nessuno se ne scandalizzi? E’ a questa domanda (giusta) che le teste fini della sinistra da salotto e il più sguaiato antifascismo di strada danno la stessa risposta errata. Si rifugiano nella nostalgia. Ricorrono a un antifascismo ridotto a sottocultura identitaria oppure suggeriscono improbabili alleanze contro natura e le battezzano Cln. Invocano qualche salvifico intervento capace di riportare indietro le lancette del tempo, come se fosse possibile mettere tra parentesi gli ultimi vent’anni.
E’ questa fantasia nostalgica, priva di ogni senso della realtà, che anima gli sproloqui golpisti del barone rosso, le ricorrenti follie sulla costituzione di un “nuovo Cln”, i tentativi sciagurati di resuscitare l’antifascismo militante. Ma è una causa persa e che porta solo a perdere. Berlusconi non è una parentesi. La Russa non tornerà nelle fogne neppure con i Carabinieri. I leghisti in quelle fogne non ci sono mai neppure passati. E’ una partita diversa quella che si sta giocando, e per vincerla bisogna smettere di sperare che l’Italia possa tornare a essere quella che era trent’anni fa. Neppure per decreto. (glialtrionline)
Gli assi nella manica con cui il Cavaliere trucca da quindici anni il gioco sarebbero a conti fatti due: i soldi e le televisioni. Quando si tratta di comprare e corrompere, ma anche quando tutto rientra nelle corrette regole, una disponibilità pressoché illimitata di quattrini qualche vantaggio in effetti lo garantisce eccome. Però conciliare l’ineleggibilità dei ricconi con la Costituzione, in particolare col suo cinquantunesimo articoletto, sarebbe arduo. L’oggettivo problema di garantire una certa equità nei mezzi a disposizione delle forze politiche dovrà essere affrontato ricorrendo a mezzi diversi e meno semplicistici. Impresa, in fondo, tutt’altro che impossibile.
Ma il portafogli gonfio è ancora il meno. Ciò che agli occhi di tanti giustifica l’uso di ogni mezzo contro il malfattore sono piuttosto le televisioni. Quello è un asso che vale per due. Permette di condizionare e indirizzare l’informazione ma anche, ed è ben peggio, di plasmare subdolamente il corpo elettorale imponendogli, serata dopo serata, grande fratello dopo isola dei famosi, sistemi di valori e ideologie profonde .
In realtà la presa sull’informazione del grande manipolatore, più che alla proprietà di Mediaset, è dovuta all’abitudine, diffusa a sinistra né più né meno che a destra, di considerare la Rai il cortile di casa di chi governa. Ma anche glissando sul particolare, davvero c’è ancora qualcuno convinto che le vittorie elettorali di Silvio Berlusconi siano dovute alla televisione? Nel ’94 il mostro ereditò al nord oceani di voti già appannaggio della Lega, che se li era conquistati con pochissimi soldi e nessunissima tv. I telegiornali del 2000 e del 2001 certo non pendevano per Silvio: erano colonizzati quanto quelli odierni, ma dall’armata opposta. Non riuscirono neppure a frenare le disfatte elettorali di quel biennio.
Parecchi pensano di risolvere l’equazione con il condizionamento culturale che le ipnotiche tv del nostro eserciterebbero sin dagli anni ’80. Però i format demoniaci, come Il grande fratello and company, sono diffusi in mezzo mondo e non hanno provocato alle democrazie locali nemmeno un raffreddore. Possibile allora che nessuno si chieda se il reprobo non abbia solo cavalcato un’onda culturale, della quale si è avvantaggiato e che ha poi amplificato, ma senza crearla e rappresentandone piuttosto un sintomo, pur se tra i più gravi?
Anche considerando l’ipotesi di un rincretinimento collettivo di proporzioni mai registrate in precedenza, resta impossibile che una parte tanto vasta e sostanziosa della sinistra italiana, quella moderata e quella radicale, la giustizialista e la garantista, sia davvero convinta di simili sciocchezze, disposta in nome delle stesse persino a civettare con le forze armate. Alle origini dei vaneggiamenti in questione deve pertanto esserci una pulsione più profonda e meno confessabile.
E’ possibile che quella pulsione scaturisca dalle origini stesse della Repubblica. L’Italia è una repubblica fondata sull’esclusione di una parte. E’ figlia di un “arco costituzionale” cementato dall’essere altra cosa rispetto a chi ne era estraneo. Nell’identificazione della Repubblica i fascisti svolgevano, in negativo, un ruolo determinante: l’idea che esistesse un’area politica del paese inconciliabile con la sua maggioranza non era peregrina bensì costitutiva.
Funzionò perché la parte esclusa e inconciliabile con i valori egemoni era limitatissima. I fascisti erano pochi. Già all’inizio degli anni ’80 quel cemento aveva però perso buona parte della sua efficacia, tanto che una prima repubblica sopravvissuta (per poco) a se stessa provò a sostituirlo, inutilmente, con le “forze che avevano vinto il terrorismo”.
Cosa si fa quando la parte esclusa e inconciliabile con i “nostri” valori oscilla intorno al 50 invece che al 5%? Quando un Berlusconi incontra il consenso di moltissimi italiani senza bisogno di lavargli il cervello e La Russa fa il ministro della Difesa senza che nessuno se ne scandalizzi? E’ a questa domanda (giusta) che le teste fini della sinistra da salotto e il più sguaiato antifascismo di strada danno la stessa risposta errata. Si rifugiano nella nostalgia. Ricorrono a un antifascismo ridotto a sottocultura identitaria oppure suggeriscono improbabili alleanze contro natura e le battezzano Cln. Invocano qualche salvifico intervento capace di riportare indietro le lancette del tempo, come se fosse possibile mettere tra parentesi gli ultimi vent’anni.
E’ questa fantasia nostalgica, priva di ogni senso della realtà, che anima gli sproloqui golpisti del barone rosso, le ricorrenti follie sulla costituzione di un “nuovo Cln”, i tentativi sciagurati di resuscitare l’antifascismo militante. Ma è una causa persa e che porta solo a perdere. Berlusconi non è una parentesi. La Russa non tornerà nelle fogne neppure con i Carabinieri. I leghisti in quelle fogne non ci sono mai neppure passati. E’ una partita diversa quella che si sta giocando, e per vincerla bisogna smettere di sperare che l’Italia possa tornare a essere quella che era trent’anni fa. Neppure per decreto. (glialtrionline)
Peggio dei partiti ci sono soltanto i sindacati. Eisenheim
A rappresentare cittadini e lavoratori peggio dei partiti politici, o di quello che ne resta, in Italia sono rimasti solo i sindacati. Carrozzoni autoreferenziali utili solo per permettere ai signori dei piani alti di entrare dalla porta principale dei Palazzi, ormai hanno totalmente perso il contatto con la realtà, ubriacati anche loro dalla brama di potere. Distinguere oggi, nei salotti televisivi o nelle stanze che contano, un segretario sindacale da un leader politico o da un amministratore delegato di una multinazionale è praticamente impossibile.
Invece di bloccare il Paese per costringere il governo a fare in cinque giorni una legge che tuteli veramente gli operai, i precari, i dipendenti all’ultimo gradino della scala sociale, i sindacalisti continuano a portare avanti un’ideologia che non può più essere sostenuta da alcuna azienda o partito che si definisca riformatore e che guardi al futuro. Con il mondo globalizzato la contrapposizione ideologica fa padroni e operai è divenuta ormai obsoleta. Il nuovo obiettivo deve essere la salvaguardia del posto di lavoro e una busta paga che permetta a chiunque di condurre una vita dignitosa.
In Italia i contratti base di chi si affaccia al mondo del lavoro sono un insulto alla povertà. Quello che dovrebbe interessare oggi un lavoratore non è di avere garantita la pausa caffè, le ferie, o di poter andare al concerto autocelebrativo del Primo maggio, ma di lavorare con uno stipendio adeguato a ciò che produce. Chi ha un lavoro precario deve guadagnare il venti, trenta percento in più di un suo pari con un contratto a tempo indeterminato. Un operaio con una famiglia non può vivere con mille euro al mese. È tanto difficile capirlo?
Invece Susanna Camusso prende carta e penna e scrive sul Corriere della Sera una letterina per ribadire la sua opposizione all’apertura dei negozi (che in molti casi faticano ad arrivare alla fine del mese) in occasione dell’arcaica festa dei lavoratori. Perché, dice lei, «consolidare dei valori, dei segni di identità del lavoro farebbe bene a tutti». Come avrebbe detto Totò, ma mi faccia il piacere. (the Front Page)
Invece di bloccare il Paese per costringere il governo a fare in cinque giorni una legge che tuteli veramente gli operai, i precari, i dipendenti all’ultimo gradino della scala sociale, i sindacalisti continuano a portare avanti un’ideologia che non può più essere sostenuta da alcuna azienda o partito che si definisca riformatore e che guardi al futuro. Con il mondo globalizzato la contrapposizione ideologica fa padroni e operai è divenuta ormai obsoleta. Il nuovo obiettivo deve essere la salvaguardia del posto di lavoro e una busta paga che permetta a chiunque di condurre una vita dignitosa.
In Italia i contratti base di chi si affaccia al mondo del lavoro sono un insulto alla povertà. Quello che dovrebbe interessare oggi un lavoratore non è di avere garantita la pausa caffè, le ferie, o di poter andare al concerto autocelebrativo del Primo maggio, ma di lavorare con uno stipendio adeguato a ciò che produce. Chi ha un lavoro precario deve guadagnare il venti, trenta percento in più di un suo pari con un contratto a tempo indeterminato. Un operaio con una famiglia non può vivere con mille euro al mese. È tanto difficile capirlo?
Invece Susanna Camusso prende carta e penna e scrive sul Corriere della Sera una letterina per ribadire la sua opposizione all’apertura dei negozi (che in molti casi faticano ad arrivare alla fine del mese) in occasione dell’arcaica festa dei lavoratori. Perché, dice lei, «consolidare dei valori, dei segni di identità del lavoro farebbe bene a tutti». Come avrebbe detto Totò, ma mi faccia il piacere. (the Front Page)
martedì 26 aprile 2011
Avanti. Jena
Così non si può andare avanti,
così non si può andare avanti,
così non si può andare avanti...
Oddio, mi s’è incantato Bersani. (la Stampa)
così non si può andare avanti,
così non si può andare avanti...
Oddio, mi s’è incantato Bersani. (la Stampa)
La truffa Ciancimino.Ecco tutti i complici del grande imbroglio. Giuliano Ferrara
Solo con la voluttà della calunnia, e con il corrispondente piacere della giustizia politica, può spiegarsi l’infame storiaccia di Massimo Ciancimino e dei suoi bardi. Arrestato per calunnia e truffa pluriaggravata, il figlio del corleonese don Vito da quasi tre anni pontificava con il bollo della Procura di Palermo, del suo numero due, il dottor Antonio Ingroia, il magistrato che fa comizi in piazza contro le leggi all’esame del parlamento, il professionista dell’antimafia che ha la libido da convegno, da manifesto politicoideologico, e che usa il suo delicatissimo potere d’indagine e di accusa mescolandolo con un attivismo politico fazioso in forma incompatibile con la Costituzione e la legge della Repubblica.
(Il caso Lassini, al confronto, fa sorridere, e bisognerà pure che Milano torni ad essere una capitale della libertà, capace di ribellarsi contro l’oscurantismo borbonico di una giustizia piegata a servire le traversie della politica politicante. Caro sindaco Moratti, lei fa benissimo a impegnarsi per una competizione in cui il volto moderato e ragionevole della sua maggioranza emerga contro ogni manipolazione interessata, ma mi aspetto da lei e dalla borghesia colta che la sua maggioranza rappresenta una parola chiara su una grande questione milanese e nazionale: lo strame che si fa della giustizia).
Massimo Ciancimino non è un pentito, non rientra nella controversa categoria di coloro che pretendono di aver aiutato a fare giustizia con rivelazioni in qualche modo riscontrate e capaci di mettere in scacco la delinquenza organizzata di tipo mafioso. È invece un teste d’accusa sulla cui attendibilità, in modi azzardati e avventurosi, alcuni Pm diretti da Ingroia hanno fatto la scommessa della loro vita professionale, portandolo per mano nel circuito mediatico-giudiziario, con l’aiuto di Michele Santoro e altri professionisti dell’informazione obliqua, insinuante, della macchina del fango (come impudentemente dicono, per ritagliarla sugli altri), dentro una narrazione calunniosa che ha investito lo Stato, i governanti, la politica e infine il capo e coordinatore dei servizi di sicurezza e di informazione sui quali si fonda la credibilità degli apparati della forza e dell’ordine repubblicano. Sotto scorta e assistito dai suoi direttori spirituali e giudiziari, per mesi e mesi il figlio di don Vito ha infangato Berlusconi, presidente del Consiglio; il senatore Dell’Utri, uno che sta per pagare con molti anni di galera la trasformazione calunniosa delle sue amicizie controverse in un reato penale da Paese borbonico (concorso esterno in mafia); Nicola Mancino, già presidente del Senato e ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura; Giovanni Conso, giurista e già ministro di Grazia e Giustizia; il generale Mario Mori, l’eroe italiano che arrestò il capo della mafia; infine il prefetto De Gennaro, per anni capo della polizia, un uomo che ha lavorato contro la mafia con Falcone in modi controversi ma efficienti, e che ora fa parte, agli occhi dei suoi nemici, di un odiato apparato di governo della Repubblica. E molti altri, secondo le convenienze d’occasione. Serve un colpetto al gruppo dei deputati che è entrato a far corpo con la maggioranza politica che governa il Paese? Ecco una propalazione pronta sul ministro appena nominato Saverio Romano, da tredici anni sotto indagine per mafia e da tenere ancora sulla graticola anche grazie alle parole vaghe, generiche ma velenose e insultanti e infanganti del ventriloquo di un padre morto da anni, che fa parlare al cospetto della giustizia i fantasmi della passione politica faziosa, al servizio di chi non si sa, ma per mezzo di quali avalli giudiziari e mediatici lo si sa benissimo. Il dottor Ingroia è arrivato alla delicatezza letteraria di scrivere la prefazione al libro di calunnie del figlio di don Vito. Se una perizia non avesse svelato il carattere truffaldino di questa testimonianza, chissà dove sarebbe arrivato il terzetto Ciancimino- Ingroia-Santoro. Questo tizio che ora è in carcere per calunnia e truffa, per aver fatto operazioni di copia e incolla su vecchi documenti fotocopiati per incastrare chi-sa-lui con il bollo della giustizia, è già finito a pagina 21 di Repubblica e a pagina 27 del Corriere della Sera. L’insabbiamento del caso è già in pieno corso. I giornalisti giudiziari che hanno usato le sue carte false, e accompagnato con la loro operosa attività cronistica la scandalosa promozione del suo ruolo di «icona dell’antimafia », hanno già girato la frittata, prendendoci tutti per rimbecilliti, prima di tutto i lettori dei loro riveriti giornali. Secondo loro quell’arresto non dimostra l’esistenza di una cospirazione politico giudiziaria che si chiama appunto calunnia contro uomini pubblici decisivi della nostra vita democratica, no, c’è un puparo ignoto dietro la calunnia e adesso gli stessi magistrati che hanno accudito il pupo dovranno eroicamente dare la caccia al puparo. Un nuovo mistero, nuovo fango che avanza, nuova ingiustizia. Ora basta. Se nessuno tra coloro che hanno autorità per farlo si muovesse, se il ministro Alfano, il vicepresidente del Csm Vietti, il capo dello Stato, non sentissero il dovere civile di accertare che cosa è accaduto, sotto il travestimento ridicolo dell’obbligatorietà dell’azione penale, se nulla di serio e di liberale e di garantista dovesse accadere nei prossimi giorni, l’anarchia già in fase avanzata in cui vive questo Paese straziato da un ventennio di uso politico della giustizia diverrebbe un’esondazione di colpe incrociate, il fomite di una generale delegittimazione. E chi ama la Repubblica non può stare a guardare senza fare nulla. Ci sono forze ancora grandi e limpide capaci di reagire in modo serio, responsabile, equilibrato, trovando le parole giuste per dire lo scandalo più grave, in materia di stato di diritto e di regolare funzionamento delle istituzioni, da vent’anni a questa parte? Quando un magistrato avalla una cospirazione calunniosa contro i capi del governo, i parlamentari, i generali dei carabinieri, i capi dei servizi segreti, i vicepresidenti del Csm, che cosa si deve fare? Starsene a braccia conserte? Godersi lo spettacolo voluttuoso della calunnia di Stato e aspettare che chi l’ha consentita faccia giustizia? Che cosa aspettiamo a tirare fuori l’articolo 289 del codice penale,«attentato a organi costituzionali», che punisce con dieci anni di galera chi cospira contro lo Stato? (il Giornale)
(Il caso Lassini, al confronto, fa sorridere, e bisognerà pure che Milano torni ad essere una capitale della libertà, capace di ribellarsi contro l’oscurantismo borbonico di una giustizia piegata a servire le traversie della politica politicante. Caro sindaco Moratti, lei fa benissimo a impegnarsi per una competizione in cui il volto moderato e ragionevole della sua maggioranza emerga contro ogni manipolazione interessata, ma mi aspetto da lei e dalla borghesia colta che la sua maggioranza rappresenta una parola chiara su una grande questione milanese e nazionale: lo strame che si fa della giustizia).
Massimo Ciancimino non è un pentito, non rientra nella controversa categoria di coloro che pretendono di aver aiutato a fare giustizia con rivelazioni in qualche modo riscontrate e capaci di mettere in scacco la delinquenza organizzata di tipo mafioso. È invece un teste d’accusa sulla cui attendibilità, in modi azzardati e avventurosi, alcuni Pm diretti da Ingroia hanno fatto la scommessa della loro vita professionale, portandolo per mano nel circuito mediatico-giudiziario, con l’aiuto di Michele Santoro e altri professionisti dell’informazione obliqua, insinuante, della macchina del fango (come impudentemente dicono, per ritagliarla sugli altri), dentro una narrazione calunniosa che ha investito lo Stato, i governanti, la politica e infine il capo e coordinatore dei servizi di sicurezza e di informazione sui quali si fonda la credibilità degli apparati della forza e dell’ordine repubblicano. Sotto scorta e assistito dai suoi direttori spirituali e giudiziari, per mesi e mesi il figlio di don Vito ha infangato Berlusconi, presidente del Consiglio; il senatore Dell’Utri, uno che sta per pagare con molti anni di galera la trasformazione calunniosa delle sue amicizie controverse in un reato penale da Paese borbonico (concorso esterno in mafia); Nicola Mancino, già presidente del Senato e ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura; Giovanni Conso, giurista e già ministro di Grazia e Giustizia; il generale Mario Mori, l’eroe italiano che arrestò il capo della mafia; infine il prefetto De Gennaro, per anni capo della polizia, un uomo che ha lavorato contro la mafia con Falcone in modi controversi ma efficienti, e che ora fa parte, agli occhi dei suoi nemici, di un odiato apparato di governo della Repubblica. E molti altri, secondo le convenienze d’occasione. Serve un colpetto al gruppo dei deputati che è entrato a far corpo con la maggioranza politica che governa il Paese? Ecco una propalazione pronta sul ministro appena nominato Saverio Romano, da tredici anni sotto indagine per mafia e da tenere ancora sulla graticola anche grazie alle parole vaghe, generiche ma velenose e insultanti e infanganti del ventriloquo di un padre morto da anni, che fa parlare al cospetto della giustizia i fantasmi della passione politica faziosa, al servizio di chi non si sa, ma per mezzo di quali avalli giudiziari e mediatici lo si sa benissimo. Il dottor Ingroia è arrivato alla delicatezza letteraria di scrivere la prefazione al libro di calunnie del figlio di don Vito. Se una perizia non avesse svelato il carattere truffaldino di questa testimonianza, chissà dove sarebbe arrivato il terzetto Ciancimino- Ingroia-Santoro. Questo tizio che ora è in carcere per calunnia e truffa, per aver fatto operazioni di copia e incolla su vecchi documenti fotocopiati per incastrare chi-sa-lui con il bollo della giustizia, è già finito a pagina 21 di Repubblica e a pagina 27 del Corriere della Sera. L’insabbiamento del caso è già in pieno corso. I giornalisti giudiziari che hanno usato le sue carte false, e accompagnato con la loro operosa attività cronistica la scandalosa promozione del suo ruolo di «icona dell’antimafia », hanno già girato la frittata, prendendoci tutti per rimbecilliti, prima di tutto i lettori dei loro riveriti giornali. Secondo loro quell’arresto non dimostra l’esistenza di una cospirazione politico giudiziaria che si chiama appunto calunnia contro uomini pubblici decisivi della nostra vita democratica, no, c’è un puparo ignoto dietro la calunnia e adesso gli stessi magistrati che hanno accudito il pupo dovranno eroicamente dare la caccia al puparo. Un nuovo mistero, nuovo fango che avanza, nuova ingiustizia. Ora basta. Se nessuno tra coloro che hanno autorità per farlo si muovesse, se il ministro Alfano, il vicepresidente del Csm Vietti, il capo dello Stato, non sentissero il dovere civile di accertare che cosa è accaduto, sotto il travestimento ridicolo dell’obbligatorietà dell’azione penale, se nulla di serio e di liberale e di garantista dovesse accadere nei prossimi giorni, l’anarchia già in fase avanzata in cui vive questo Paese straziato da un ventennio di uso politico della giustizia diverrebbe un’esondazione di colpe incrociate, il fomite di una generale delegittimazione. E chi ama la Repubblica non può stare a guardare senza fare nulla. Ci sono forze ancora grandi e limpide capaci di reagire in modo serio, responsabile, equilibrato, trovando le parole giuste per dire lo scandalo più grave, in materia di stato di diritto e di regolare funzionamento delle istituzioni, da vent’anni a questa parte? Quando un magistrato avalla una cospirazione calunniosa contro i capi del governo, i parlamentari, i generali dei carabinieri, i capi dei servizi segreti, i vicepresidenti del Csm, che cosa si deve fare? Starsene a braccia conserte? Godersi lo spettacolo voluttuoso della calunnia di Stato e aspettare che chi l’ha consentita faccia giustizia? Che cosa aspettiamo a tirare fuori l’articolo 289 del codice penale,«attentato a organi costituzionali», che punisce con dieci anni di galera chi cospira contro lo Stato? (il Giornale)
lunedì 25 aprile 2011
Berlusconite acuta. Giano
L'articolo che segue è stato postato il 22 settembre 2009 sul blog "Titanic": inutile dire che è di stringente attualità.
La berlusconite è una psicopatologia che nel corso degli ultimi anni ha assunto la forma di epidemia, coinvolgendo vasti strati della popolazione. Pare che la causa sia da addebitare ad un virus che colpisce con particolare virulenza alcune categorie a rischio: politici, intellettuali, opinionisti e commentatori, personaggi dell'arte e dello spettacolo e, soprattutto, operatori mediatici e giornalisti. La sintomatologia si presenta, di solito, con una accentuata ed innaturale attenzione verso tutto ciò che riguarda Berlusconi, con una caratterizzazione riconducibile a paure ancestrali e connotate da un odio profondo e da una inspiegabile forma di paura che potrebbe assimilare la berlusconite ad una grave forma di fobia o di sindrome monomaniacale. L'effetto più evidente di questa psicopatologia è che coloro che ne sono affetti sono atterriti dalla immaginaria ed incombente presenza di Berlusconi, come una spada di Damocle, nella loro vita quotidiana. Lo vedono ovunque, già al mattino si svegliano con una idea fissa: Berlusconi. Quindi, qualunque cosa facciano, qualunque avvenimento, qualunque sia l'argomento in discussione, qualunque problema si affronti, dalla politica allo sport, dallo spettacolo alla cultura, dall'economia al gossip, la loro reazione è sempre la stessa: tirare in ballo Berlusconi, come unico responsabile di tutti i guai del mondo.
E' una vera e propria ossessione e gli effetti di questa psicopatologia sono verificabili quotidianamente anche in rete, nei forum, nei commenti sui quotidiani, sui blog. Tanto per restare in casa, succede, per esempio, che si scriva un post ironico "Il cavolo di Michelle" sul fatto che Michelle Obama vada a comprare il cavolo verza nel mercatino appena aperto nei pressi della Casa bianca. E succede che qualcuno lasci un commento nel quale, in tre righe, si parli di Bush e di...Berlusconi. Per restare in tema, c'entra come i cavoli a merenda. Ma loro sono convinti che questo sia parlare, confrontarsi, discutere ed occuparsi di politica. Al massimo è una politica del cavolo!
Giovedì scorso, a Ballarò su RAI3, la "direttora" de L'Unità, Concita De Gregorio, appena le è stata concessa la parola, ha iniziato il suo atto d'accusa contro...ovvio, contro Berlusconi, reo di essere arrivato al potere non per meriti, ma grazie alla sua ricchezza, con la quale ha comprato tutto quello che poteva comprare, guadagnando il consenso con la corruzione e "comprando" sostenitori, deputati ed elettori. Queste amenità al limite dell'insulto e della diffamazione le chiamano libertà di espressione. E guai a sporgere querela perché sarebbe un gravissimo attentato alla libertà di stampa. Infatti, fra una decina di giorni, scenderanno in piazza per protestare contro il "regime", il pericolo di fascismo, l'intimidazione della stampa e per rivendicare il diritto all'insulto ed alla diffamzazione quotidiana. Ma non basta. La nostra "direttora" Concita, per rispondere a chi accusa certa stampa di avere il chiodo fisso dell'antiberlusconismo, ha risposto che in realtà loro vorrebbero parlare d'altro, ma sono obbligati a parlare di Berlusconi perché è lui che "detta l'agenda". Dice Concita che loro si riuniscono ogni giorno in redazione e vorrebbero affrontare tanti argomenti importanti, ma poi, siccome è Berlusconi a dettare l'agenda, sono quasi obbligati a parlare di...Berlusconi.
Certo, è facile immaginare che Berlusconi, ogni giorno, chiami al telefono i direttori dei maggiori quotidiani nazionali e detti loro l'agenda, argomenti e titoli compresi. Se vi scappa da ridere, fate pure, ne avete motivo. In verità c'è stato per anni, anzi ormai da decenni, chi detta l'agenda alla stampa (e continua a farlo), ma non è Berlusconi; è, invece, un ben affiatato coro che ogni giorno ci canta, o meglio urla, la solita canzone contro il bavaglio alla stampa, la presunta censura e contro il potere mediatico del premier. Ma di questo riparleremo, riportando un interessantissimo ed illuminante articolo apparso sulla stampa circa due anni fa. A proposito, la nostra "direttora" potrebbe fare un'indagine in casa e chiedere, per esempio, chi "dettava l'agenda" quando il direttore de L'Unità era Walter Veltroni. Già, Concita, provi ad informarsi. Così, per semplice curiosità.
Lo ha capito perfino Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere, sempre pacato nei suoi giudizi, il quale, proprio qualche giorno fa scriveva, a proposito di Ballarò, che ormai i talk show sono prevedibili e noiosi, confermando la diagnosi di "berlusconite" dilagante. E specificava: "Ma il terzo e decisivo fattore di noia è l'inevitabilità degli argomenti. Si parli dei militari morti in Afghanistan o del terremoto, si parli di vita o di morte, si parli della ripresa economica o di quelli che non arrivano alla quarta settimana, alla fine si parla sempre e solo di lui. Di Berlusconi. Che ormai non è più un imprenditore, un politico, un presidente del Consiglio. È un'ossessione...". Chiaro?
Sarà vero quanto afferma la "direttora" Concita? Vediamo, è semplicissimo, basta andare sul sito del quotidiano on line e verificare. Ecco cosa riporta oggi L'Unità, in prima pagina, queste sono le notizie d'apertura, subito sotto l'apertura dedicata ai funerali di Stato dei morti a Kabul.
E sì, in effetti su sei box e titoli in primo piano ben quattro sono dedicati a Berlusconi. Il primo titolo riguarda una dichiarazione dell'Osce, che non ha alcun titolo ad entrare nel merito delle querele del premier, ma fa notizia. Il secondo riporta le accuse a Berlusconi di Cohn Bendit, il leader del sessantotto francese. Il terzo ci racconta vita e miracoli del premier. Il quarto riporta dei servizi comparsi sul Guardian e su El Pais e che, come sempre, attaccano Berlusconi. Questo viene fatto passare come autorevole opinione della stampa estera. Beh, bisogna riconoscere che 4 servizi su 6 dedicati a Berlusconi, non possono essere casuali. Dedicati, si badi bene, non alla politica ed agli atti di Governo, sui quali si può non essere d'accordo, ma a Berlusconi come persona. E sì che di argomenti davvero importanti e gravi ce ne sarebbero da trattare. Lo ha detto la stessa De Gregorio, ma purtroppo, dice lei, non riescono a parlarne perché (poverini) è Berlusconi che detta l'agenda. Ora non abbiamo più dubbi, ha ragione Concita. Questa attenzione e perseveranza nel mettere sempre in primo piano il Cavaliere ed i suoi fatti personali ha una sola giustificazione: Berlusconi chiama tutti i giorni la signora Concita e le detta l'agenda, cosa scrivere, quali argomenti, i titoli e, forse, anche gli insulti.
Ecco, questo è un caso lampante di berlusconite acuta. Ma non bisogna preoccuparsi eccessivamente. Oggi la medicina sta facendo passi da gigante e le scoperte si susseguono all'ordine del giorno. Quindi tutti gli affetti ed afflitti da quella strana fobia chiamata berlusconite possono essere fiduciosi; prima o poi, speriamo presto, scopriranno una cura efficace, un antidoto o, perché no, un miracoloso vaccino. (Titanic blog))
La berlusconite è una psicopatologia che nel corso degli ultimi anni ha assunto la forma di epidemia, coinvolgendo vasti strati della popolazione. Pare che la causa sia da addebitare ad un virus che colpisce con particolare virulenza alcune categorie a rischio: politici, intellettuali, opinionisti e commentatori, personaggi dell'arte e dello spettacolo e, soprattutto, operatori mediatici e giornalisti. La sintomatologia si presenta, di solito, con una accentuata ed innaturale attenzione verso tutto ciò che riguarda Berlusconi, con una caratterizzazione riconducibile a paure ancestrali e connotate da un odio profondo e da una inspiegabile forma di paura che potrebbe assimilare la berlusconite ad una grave forma di fobia o di sindrome monomaniacale. L'effetto più evidente di questa psicopatologia è che coloro che ne sono affetti sono atterriti dalla immaginaria ed incombente presenza di Berlusconi, come una spada di Damocle, nella loro vita quotidiana. Lo vedono ovunque, già al mattino si svegliano con una idea fissa: Berlusconi. Quindi, qualunque cosa facciano, qualunque avvenimento, qualunque sia l'argomento in discussione, qualunque problema si affronti, dalla politica allo sport, dallo spettacolo alla cultura, dall'economia al gossip, la loro reazione è sempre la stessa: tirare in ballo Berlusconi, come unico responsabile di tutti i guai del mondo.
E' una vera e propria ossessione e gli effetti di questa psicopatologia sono verificabili quotidianamente anche in rete, nei forum, nei commenti sui quotidiani, sui blog. Tanto per restare in casa, succede, per esempio, che si scriva un post ironico "Il cavolo di Michelle" sul fatto che Michelle Obama vada a comprare il cavolo verza nel mercatino appena aperto nei pressi della Casa bianca. E succede che qualcuno lasci un commento nel quale, in tre righe, si parli di Bush e di...Berlusconi. Per restare in tema, c'entra come i cavoli a merenda. Ma loro sono convinti che questo sia parlare, confrontarsi, discutere ed occuparsi di politica. Al massimo è una politica del cavolo!
Giovedì scorso, a Ballarò su RAI3, la "direttora" de L'Unità, Concita De Gregorio, appena le è stata concessa la parola, ha iniziato il suo atto d'accusa contro...ovvio, contro Berlusconi, reo di essere arrivato al potere non per meriti, ma grazie alla sua ricchezza, con la quale ha comprato tutto quello che poteva comprare, guadagnando il consenso con la corruzione e "comprando" sostenitori, deputati ed elettori. Queste amenità al limite dell'insulto e della diffamazione le chiamano libertà di espressione. E guai a sporgere querela perché sarebbe un gravissimo attentato alla libertà di stampa. Infatti, fra una decina di giorni, scenderanno in piazza per protestare contro il "regime", il pericolo di fascismo, l'intimidazione della stampa e per rivendicare il diritto all'insulto ed alla diffamzazione quotidiana. Ma non basta. La nostra "direttora" Concita, per rispondere a chi accusa certa stampa di avere il chiodo fisso dell'antiberlusconismo, ha risposto che in realtà loro vorrebbero parlare d'altro, ma sono obbligati a parlare di Berlusconi perché è lui che "detta l'agenda". Dice Concita che loro si riuniscono ogni giorno in redazione e vorrebbero affrontare tanti argomenti importanti, ma poi, siccome è Berlusconi a dettare l'agenda, sono quasi obbligati a parlare di...Berlusconi.
Certo, è facile immaginare che Berlusconi, ogni giorno, chiami al telefono i direttori dei maggiori quotidiani nazionali e detti loro l'agenda, argomenti e titoli compresi. Se vi scappa da ridere, fate pure, ne avete motivo. In verità c'è stato per anni, anzi ormai da decenni, chi detta l'agenda alla stampa (e continua a farlo), ma non è Berlusconi; è, invece, un ben affiatato coro che ogni giorno ci canta, o meglio urla, la solita canzone contro il bavaglio alla stampa, la presunta censura e contro il potere mediatico del premier. Ma di questo riparleremo, riportando un interessantissimo ed illuminante articolo apparso sulla stampa circa due anni fa. A proposito, la nostra "direttora" potrebbe fare un'indagine in casa e chiedere, per esempio, chi "dettava l'agenda" quando il direttore de L'Unità era Walter Veltroni. Già, Concita, provi ad informarsi. Così, per semplice curiosità.
Lo ha capito perfino Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere, sempre pacato nei suoi giudizi, il quale, proprio qualche giorno fa scriveva, a proposito di Ballarò, che ormai i talk show sono prevedibili e noiosi, confermando la diagnosi di "berlusconite" dilagante. E specificava: "Ma il terzo e decisivo fattore di noia è l'inevitabilità degli argomenti. Si parli dei militari morti in Afghanistan o del terremoto, si parli di vita o di morte, si parli della ripresa economica o di quelli che non arrivano alla quarta settimana, alla fine si parla sempre e solo di lui. Di Berlusconi. Che ormai non è più un imprenditore, un politico, un presidente del Consiglio. È un'ossessione...". Chiaro?
Sarà vero quanto afferma la "direttora" Concita? Vediamo, è semplicissimo, basta andare sul sito del quotidiano on line e verificare. Ecco cosa riporta oggi L'Unità, in prima pagina, queste sono le notizie d'apertura, subito sotto l'apertura dedicata ai funerali di Stato dei morti a Kabul.
E sì, in effetti su sei box e titoli in primo piano ben quattro sono dedicati a Berlusconi. Il primo titolo riguarda una dichiarazione dell'Osce, che non ha alcun titolo ad entrare nel merito delle querele del premier, ma fa notizia. Il secondo riporta le accuse a Berlusconi di Cohn Bendit, il leader del sessantotto francese. Il terzo ci racconta vita e miracoli del premier. Il quarto riporta dei servizi comparsi sul Guardian e su El Pais e che, come sempre, attaccano Berlusconi. Questo viene fatto passare come autorevole opinione della stampa estera. Beh, bisogna riconoscere che 4 servizi su 6 dedicati a Berlusconi, non possono essere casuali. Dedicati, si badi bene, non alla politica ed agli atti di Governo, sui quali si può non essere d'accordo, ma a Berlusconi come persona. E sì che di argomenti davvero importanti e gravi ce ne sarebbero da trattare. Lo ha detto la stessa De Gregorio, ma purtroppo, dice lei, non riescono a parlarne perché (poverini) è Berlusconi che detta l'agenda. Ora non abbiamo più dubbi, ha ragione Concita. Questa attenzione e perseveranza nel mettere sempre in primo piano il Cavaliere ed i suoi fatti personali ha una sola giustificazione: Berlusconi chiama tutti i giorni la signora Concita e le detta l'agenda, cosa scrivere, quali argomenti, i titoli e, forse, anche gli insulti.
Ecco, questo è un caso lampante di berlusconite acuta. Ma non bisogna preoccuparsi eccessivamente. Oggi la medicina sta facendo passi da gigante e le scoperte si susseguono all'ordine del giorno. Quindi tutti gli affetti ed afflitti da quella strana fobia chiamata berlusconite possono essere fiduciosi; prima o poi, speriamo presto, scopriranno una cura efficace, un antidoto o, perché no, un miracoloso vaccino. (Titanic blog))
venerdì 22 aprile 2011
Caro Ferrara, e se Lassini non fosse del tutto matto? Aldo Reggiani
Caro Ferrara,
giorni addietro Lei ha fatto pubblicare da Il Foglio una foto dei manifesti milanesi che chiedevano di ripulire l’italiche Procure dai Brigatisti, bollando in pratica come criminali e quindi menzogneri i contenuti delle scandalose affiches.
Addirittura la Moratti, a seguito delle reazioni quirinalizie, ha messo l’aut aut: via l’autore di tali criminali manifesti, o via lei.
Mi spiace fare la parte del bastian contrario, ma a differenza delle tante “Anime buone di Sezuan” che pur abbondano nel PdL, aduse genuflettersi non appena l’Uomo del Colle alza il ditino, per me i purpurei manifesti fatti affiggere dall’ex perseguitato politico Lassini non chiedono la luna. Essendo il Lassini uno che ha conosciuto sulla sua pelle, come quel novanta per cento di innocenti, a quanto certifica l’onorevole Giovannardi, che si son visti la vita a la carriera distrutta da certi Pm di Mani Pulite, in che modo un Cittadino italiano possa esser incarcerato “preventivamente” a capriccio di un magistrato, divenendo un “fantasma sociale”, anche in essenza di prove provate. Come, profetico, descriveva Sordi nel film “Detenuto in attesa di giudizio”.
E in Italia non vi è neanche l’istituto della cauzione, come nei barbari States.
I brigatisti, come consimili gruppi criminali che pretendono di agire “In nome del Popolo” nell’intento di realizzare una comunistica “Società perfetta”, una “Gerusalemme Celeste”, erano adusi gambizzare, come fecero con Montanelli, pistolettare di brutto, come, magari solleticati dagli scritti di un Premio Pulitzer progressista quale Camilla Cederna e dal suo gruppo editoriale, L’Espresso-Repubblica (do you remember?), fecero col commissario Calabresi, oppure sequestrare le persone, come fecero con Moro e come, in questi giorni, altri terroristi di altre lande, ma dagli stessi intenti, hanno fatto con Vittorio Arrigoni.
Lei ha fatto scandalo quando a “Qui Radio Londra” si è messo in testa un sacchetto di plastica per illustrare a noi dell’inclito popolo bue, come si era suicidato in carcere, nel luglio 1993, Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni accusato di tangenti, e non certo di aver sciolto bimbi nell’acido, messo al chiuso per 133 giorni tramite carcere preventivo dal Pm De Pasquale, quello dell’attuale processo Mills, il quale Pm gli avrebbe promesso la scarcerazione se avesse parlato.
Ottenute poi le confessioni di rito, il De Pasquale, quello che già nel 1996, secondo quanto riportato da Il Foglio il 12 maggio 2003, dichiarava che “Il capitalismo è una cosa sporca”, antico assioma di solida natura liberale, se ne andava allegramente in vacanza dimenticandosi in una lussuosa camera del Grand Hotel San Vittore il poveretto. Col risultato che Lei ci ha truculentemente fatto vedere in Tv.
E per le stesse ragioni di Cagliari, pare che tuttora nei Grand Hotel penitanziari italiani, si suicidino varie persone, spesso per anni “in attesa di giudizio”.
D’altronde la propensione a pensarla sulla società e sulla politica di uno Stato Democratico e capitalista, adiacente ai marxistici dottrinari dei brigatisti rossi, autoreferenzialmente propostisi come “guaritori” di una società capitalistica e corrotta, traspare pericolosamente da moltissime dichiarazioni di vari magistrati, sopratutto di quelli che hanno operato il “repulisti” di Mani Pulite, alcuni dei quali sono tuttora vivi e operanti nelle italiche Procure.
Mi pregio pertanto riportare solo alcune delle loro “dichiarazioni d’intenti”che proprio il Foglio, nell’articolo Il magistrato eroe (e tutti i suoi compari) che su Berlusconi disse: “io a quello lo sfascio” del 12 maggio 2003, pubblicava.
«Non si trattava tanto di scoprire quello che è successo in Italia in questi anni... è mancata l'analisi su come ha funzionato, su cosa è e cosa vuole il capitalismo italiano» (Francesco Greco, maggio 1996).
«Che senso ha parlare di un Parlamento realmente sovrano ?» (A. Di Pietro, ottobre 1995).
«Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti» (P. Davigo, ottobre 1993).
«Se non mandate a casa la casta dei mandarini, sarà guerriglia con la giustizia» (P. Davigo, ottobre 1996).
«Il fatto è che un'intera classe politica, o quasi, se ne deve andare» (Felice Casson, luglio 1992).
«Se una parte del vecchio sistema viene lasciata in grado di condizionare o di ricattare il nuovo potere, allora la Seconda repubblica non nascerà mai» (F. Greco, gennaio 1996).
«Quello immediatamente successivo all'arresto, è un momento magico» (Marcello Maddalena, aprile 1997).
«Non incarceriamo la gente per farla parlare, la scarceriamo dopo che ha parlato» (F. S. Borrelli, giugno 1993).
Non viene anche a Lei, caro Ferrara, il dubbio che il pur reietto Lassini non sia del tutto fuori di testa? (Legnostorto.it)
giorni addietro Lei ha fatto pubblicare da Il Foglio una foto dei manifesti milanesi che chiedevano di ripulire l’italiche Procure dai Brigatisti, bollando in pratica come criminali e quindi menzogneri i contenuti delle scandalose affiches.
Addirittura la Moratti, a seguito delle reazioni quirinalizie, ha messo l’aut aut: via l’autore di tali criminali manifesti, o via lei.
Mi spiace fare la parte del bastian contrario, ma a differenza delle tante “Anime buone di Sezuan” che pur abbondano nel PdL, aduse genuflettersi non appena l’Uomo del Colle alza il ditino, per me i purpurei manifesti fatti affiggere dall’ex perseguitato politico Lassini non chiedono la luna. Essendo il Lassini uno che ha conosciuto sulla sua pelle, come quel novanta per cento di innocenti, a quanto certifica l’onorevole Giovannardi, che si son visti la vita a la carriera distrutta da certi Pm di Mani Pulite, in che modo un Cittadino italiano possa esser incarcerato “preventivamente” a capriccio di un magistrato, divenendo un “fantasma sociale”, anche in essenza di prove provate. Come, profetico, descriveva Sordi nel film “Detenuto in attesa di giudizio”.
E in Italia non vi è neanche l’istituto della cauzione, come nei barbari States.
I brigatisti, come consimili gruppi criminali che pretendono di agire “In nome del Popolo” nell’intento di realizzare una comunistica “Società perfetta”, una “Gerusalemme Celeste”, erano adusi gambizzare, come fecero con Montanelli, pistolettare di brutto, come, magari solleticati dagli scritti di un Premio Pulitzer progressista quale Camilla Cederna e dal suo gruppo editoriale, L’Espresso-Repubblica (do you remember?), fecero col commissario Calabresi, oppure sequestrare le persone, come fecero con Moro e come, in questi giorni, altri terroristi di altre lande, ma dagli stessi intenti, hanno fatto con Vittorio Arrigoni.
Lei ha fatto scandalo quando a “Qui Radio Londra” si è messo in testa un sacchetto di plastica per illustrare a noi dell’inclito popolo bue, come si era suicidato in carcere, nel luglio 1993, Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni accusato di tangenti, e non certo di aver sciolto bimbi nell’acido, messo al chiuso per 133 giorni tramite carcere preventivo dal Pm De Pasquale, quello dell’attuale processo Mills, il quale Pm gli avrebbe promesso la scarcerazione se avesse parlato.
Ottenute poi le confessioni di rito, il De Pasquale, quello che già nel 1996, secondo quanto riportato da Il Foglio il 12 maggio 2003, dichiarava che “Il capitalismo è una cosa sporca”, antico assioma di solida natura liberale, se ne andava allegramente in vacanza dimenticandosi in una lussuosa camera del Grand Hotel San Vittore il poveretto. Col risultato che Lei ci ha truculentemente fatto vedere in Tv.
E per le stesse ragioni di Cagliari, pare che tuttora nei Grand Hotel penitanziari italiani, si suicidino varie persone, spesso per anni “in attesa di giudizio”.
D’altronde la propensione a pensarla sulla società e sulla politica di uno Stato Democratico e capitalista, adiacente ai marxistici dottrinari dei brigatisti rossi, autoreferenzialmente propostisi come “guaritori” di una società capitalistica e corrotta, traspare pericolosamente da moltissime dichiarazioni di vari magistrati, sopratutto di quelli che hanno operato il “repulisti” di Mani Pulite, alcuni dei quali sono tuttora vivi e operanti nelle italiche Procure.
Mi pregio pertanto riportare solo alcune delle loro “dichiarazioni d’intenti”che proprio il Foglio, nell’articolo Il magistrato eroe (e tutti i suoi compari) che su Berlusconi disse: “io a quello lo sfascio” del 12 maggio 2003, pubblicava.
«Non si trattava tanto di scoprire quello che è successo in Italia in questi anni... è mancata l'analisi su come ha funzionato, su cosa è e cosa vuole il capitalismo italiano» (Francesco Greco, maggio 1996).
«Che senso ha parlare di un Parlamento realmente sovrano ?» (A. Di Pietro, ottobre 1995).
«Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti» (P. Davigo, ottobre 1993).
«Se non mandate a casa la casta dei mandarini, sarà guerriglia con la giustizia» (P. Davigo, ottobre 1996).
«Il fatto è che un'intera classe politica, o quasi, se ne deve andare» (Felice Casson, luglio 1992).
«Se una parte del vecchio sistema viene lasciata in grado di condizionare o di ricattare il nuovo potere, allora la Seconda repubblica non nascerà mai» (F. Greco, gennaio 1996).
«Quello immediatamente successivo all'arresto, è un momento magico» (Marcello Maddalena, aprile 1997).
«Non incarceriamo la gente per farla parlare, la scarceriamo dopo che ha parlato» (F. S. Borrelli, giugno 1993).
Non viene anche a Lei, caro Ferrara, il dubbio che il pur reietto Lassini non sia del tutto fuori di testa? (Legnostorto.it)
Breve storia dell'Anm. Francesco Natale
L'Anm è quella organizzazione che rappresenta tutta la magistratura, sia essa giudicante, inquirente, contabile, amministrativa. I suoi organi direttivi (presidente, segretario, consiglieri) esprimono ufficialmente l'opinione dell'intero corpo giudiziario sulle varie problematiche che investono la categoria, esercitando così una attività parasindacale adattata alla peculiarità del ruolo degli associati. E' infatti grazie a tale attività parasindacale o lobbistica dell'Anm che la categoria dei magistrati è riuscita ad ottenere e a consolidare i propri particolari privilegi: basti pensare alla progressione stipendiale automatica od alla esenzione da ogni responsabilità civile anche per i comportamenti che integrino gli estremi della grave negligenza.
Ma, oltre a questa attività parasindacale, l'Anm è depositaria di un potere veramente grande e delicato: infatti attraverso essa o, meglio, attraverso le sue correnti organizzate, viene canalizzato il voto degli aderenti per la designazione dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura. Ovvero: la maggioranza ideologica e parapolitica che controlla l'Anm riesce ad esprimere la maggioranza che controlla il Csm, atteso che fra i membri cosiddetti «laici», cioè di nomina politica-parlamentare, esiste sempre una frazione consistente pronta ad aggregarsi alla corrente maggioritaria dei membri togati. E il Csm è l'organo che determina le carriere dei magistrati e che, se del caso, irroga le sanzioni disciplinari nei loro confronti, oltre a pretendere sempre più spesso, se pur non è dato di sapere a quale titolo giuridico, il ruolo di terza Camera legislativa per tutti i provvedimenti che riguardano la categoria.
Richiamiamo ora molto sobriamente alcuni significativi momenti della storia dell'Associazione Nazionale Magistrati, perché questo ci può aiutare a capire in qualche modo la ragione e l'origine di certune tensioni che, in tema di giustizia, stanno stressando pesantemente il sistema Italia.
Certamente c'è stato un periodo in cui il problema giustizia, nel nostro Paese, non era assolutamente drammatizzato, anzi, non era avvertito affatto. E' vero che i tempi processuali erano pure allora abbastanza lunghi, sia in penale che in civile, che ogni tanto un incidente probatorio trascurato portava all'irrogazione di un ergastolo che dopo un decennio si palesava «fortuitamente» come «errore giudiziario», ma tutto questo non turbava più di tanto la pubblica opinione. Il magistrato era, secondo il comune sentire, il custode dell'ordine costituito, che, vagliando gli elementi probatori raccolti in sostanziale autonomia dalla forza pubblica, provvedeva a sanzionare con adeguato castigo il delinquente, cioè quel soggetto che con mascherina, maglietta a righe e grimaldelli vari si introduceva nel domicilio altrui a scopo di furto: tale era nell'immaginario collettivo il ladro da punire. E ancor più da punire erano i rapinatori, per non parlare degli assassini, le cui torbide storie appassionavano l'opinione pubblica quando essi avevano assassinato per motivi passionali.
Le cose sono rimaste così fino alla metà degli anni '70, cioè fino a quando la maggioranza dei magistrati si riconosceva nella corrente di Magistartura Indipendente. Corrente che potremmo definire con una certa approssimazione «moderata-conservatrice», dal momento che essa riteneva che il giudice dovesse applicare con equilibrio, umanità e buon senso la legge esistente, nel solco tracciato dalla giurisprudenza tradizionale. Ma nella seconda metà degli anni '70 hanno iniziato a prevalere, all'interno dell'Anm, le correnti di sinistra come Magistratura Democratica, o di matrice azionista come Unità per la Costituzione. Hanno cominciato, insomma, ad avere un ruolo pesante e significativo le nuove leve formatesi nell'esperienza sessantottina e post-sessantottina.
Secondo queste correnti ormai prevalenti, attraverso una interpretazione «innovativa» ed una applicazione «creativa» della legge, pure in quel contesto nel quale è fatto esplicito divieto di applicazione analogica della legge, ovvero quello penale, la magistratura doveva «farsi carico» della «negligenza», della «sordità», delle «inadempienze» del legislatore, ponendosi come avanguardia generatrice di nuove sensibilità, di nuove prassi, di nuovi istituti: e quante saranno, infatti, le «nuove norme» (giuridicamente sostanziate sul nulla) che saranno introdotte dai combinati disposti dei vari gradi di giurisdizione. In una parola, era ora di farla finita con il perseguire i «ladri di mele»: si doveva punire la criminalità annidata fra i colletti bianchi (ed è per questo che oggi denunciare il furto della propria auto diventa una triste incombenza che suscita tutt'al più il garbato compatimento dell'agente che redige il verbale...): ormai la correttezza politica esigeva che le devianze sociali fossero patologie non particolarmente allarmanti, da comprendere e soccorrere. Giammai da condannare.
Come si può facilmente intuire, è a partire da questo momento di svolta che si creano le premesse per un durissimo confronto tra il potere legislativo, espressione della sovranità popolare, e l'ordine giudiziario che pretende di essere la sua «mosca cocchiera», una mosca che nel corso degli anni diventerà un elefante.
Perché questa pericolosissima deriva raggiungesse il livello di scontro apparentemente incomponibile che sta squassando il Paese, occorreva completare il mosaico con alcuni significativi tasselli. Di questo, paradossalmente, si occupò proprio la legislazione emergenziale pensata per annientare il terrorismo, vale a dire l'istituto dei collaboratori di giustizia: strumento efficacissimo contro le Brigate Rosse, ma che, applicato all'esercizio ordinario dell'azione penale, metteva nelle mani del magistrato inquirente un potere immenso e insindacabile per indirizzare e manipolare le indagini, come riscontrò e denunciò Giovanni Falcone nel caso Pellegriti, verso l'obiettivo che gli suggeriva il proprio «libero convincimento».
Altro tassello fu introdotto dalla riforma del processo penale, una imitazione parziale e molto malriuscita del modello anglosassone, con la quale si volle rendere il pubblico ministero dominus delle indagini, sottoponendogli in toto le forze di polizia giudiziaria, col solo tangibile risultato di mortificarne le professionalità e disperderne la preziosissima esperienza. «Inconvenienti», questi, cui si cercò di ovviare con un ricorso sempre più massiccio e sistematico allo strumento delle intercettazioni: tutto questo, come logica conseguenza, non poteva che aumentare in misura patologica il potere e la discrezionalità assoluta della magistratura inquirente.
Un'ulteriore tessera in questo drammatico mosaico fu l'affermazione esasperata del principio di indipendenza nell'ambito degli inquirenti, svuotando di fatto il ruolo equilibratore dei capi degli uffici e lasciando libero campo, in nome del principio della cosiddetta «obbligatorietà dell'azione penale», ai soggetti più «estrosi» e «creativi», magari sensibili alla seduzione mediatica, alla cui discrezione veniva affidato un potere immenso e inimmaginabile solo fino a due decenni prima.
L'ultimo pezzo di questo problematico puzzle fu collocato grazie all'uragano del manipulitismo, che tolse al legislatore le guarentigie previste dall'articolo 68 della Costituzione, e contenute in tutte le Costituzioni moderne e democratiche.
In definitiva, di materia su cui riflettere ve ne è davvero in abbondanza, perlomeno se non ci si rifiuta di prendere atto che lo squilibrio - perché, sia chiaro, di squilibrio si tratta - creatosi tra legislativo e giudiziario è all'origine di un conflitto pregiudizievole, se non addirittura esiziale, per le istituzioni stesse. (Ragionpolitica)
Ma, oltre a questa attività parasindacale, l'Anm è depositaria di un potere veramente grande e delicato: infatti attraverso essa o, meglio, attraverso le sue correnti organizzate, viene canalizzato il voto degli aderenti per la designazione dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura. Ovvero: la maggioranza ideologica e parapolitica che controlla l'Anm riesce ad esprimere la maggioranza che controlla il Csm, atteso che fra i membri cosiddetti «laici», cioè di nomina politica-parlamentare, esiste sempre una frazione consistente pronta ad aggregarsi alla corrente maggioritaria dei membri togati. E il Csm è l'organo che determina le carriere dei magistrati e che, se del caso, irroga le sanzioni disciplinari nei loro confronti, oltre a pretendere sempre più spesso, se pur non è dato di sapere a quale titolo giuridico, il ruolo di terza Camera legislativa per tutti i provvedimenti che riguardano la categoria.
Richiamiamo ora molto sobriamente alcuni significativi momenti della storia dell'Associazione Nazionale Magistrati, perché questo ci può aiutare a capire in qualche modo la ragione e l'origine di certune tensioni che, in tema di giustizia, stanno stressando pesantemente il sistema Italia.
Certamente c'è stato un periodo in cui il problema giustizia, nel nostro Paese, non era assolutamente drammatizzato, anzi, non era avvertito affatto. E' vero che i tempi processuali erano pure allora abbastanza lunghi, sia in penale che in civile, che ogni tanto un incidente probatorio trascurato portava all'irrogazione di un ergastolo che dopo un decennio si palesava «fortuitamente» come «errore giudiziario», ma tutto questo non turbava più di tanto la pubblica opinione. Il magistrato era, secondo il comune sentire, il custode dell'ordine costituito, che, vagliando gli elementi probatori raccolti in sostanziale autonomia dalla forza pubblica, provvedeva a sanzionare con adeguato castigo il delinquente, cioè quel soggetto che con mascherina, maglietta a righe e grimaldelli vari si introduceva nel domicilio altrui a scopo di furto: tale era nell'immaginario collettivo il ladro da punire. E ancor più da punire erano i rapinatori, per non parlare degli assassini, le cui torbide storie appassionavano l'opinione pubblica quando essi avevano assassinato per motivi passionali.
Le cose sono rimaste così fino alla metà degli anni '70, cioè fino a quando la maggioranza dei magistrati si riconosceva nella corrente di Magistartura Indipendente. Corrente che potremmo definire con una certa approssimazione «moderata-conservatrice», dal momento che essa riteneva che il giudice dovesse applicare con equilibrio, umanità e buon senso la legge esistente, nel solco tracciato dalla giurisprudenza tradizionale. Ma nella seconda metà degli anni '70 hanno iniziato a prevalere, all'interno dell'Anm, le correnti di sinistra come Magistratura Democratica, o di matrice azionista come Unità per la Costituzione. Hanno cominciato, insomma, ad avere un ruolo pesante e significativo le nuove leve formatesi nell'esperienza sessantottina e post-sessantottina.
Secondo queste correnti ormai prevalenti, attraverso una interpretazione «innovativa» ed una applicazione «creativa» della legge, pure in quel contesto nel quale è fatto esplicito divieto di applicazione analogica della legge, ovvero quello penale, la magistratura doveva «farsi carico» della «negligenza», della «sordità», delle «inadempienze» del legislatore, ponendosi come avanguardia generatrice di nuove sensibilità, di nuove prassi, di nuovi istituti: e quante saranno, infatti, le «nuove norme» (giuridicamente sostanziate sul nulla) che saranno introdotte dai combinati disposti dei vari gradi di giurisdizione. In una parola, era ora di farla finita con il perseguire i «ladri di mele»: si doveva punire la criminalità annidata fra i colletti bianchi (ed è per questo che oggi denunciare il furto della propria auto diventa una triste incombenza che suscita tutt'al più il garbato compatimento dell'agente che redige il verbale...): ormai la correttezza politica esigeva che le devianze sociali fossero patologie non particolarmente allarmanti, da comprendere e soccorrere. Giammai da condannare.
Come si può facilmente intuire, è a partire da questo momento di svolta che si creano le premesse per un durissimo confronto tra il potere legislativo, espressione della sovranità popolare, e l'ordine giudiziario che pretende di essere la sua «mosca cocchiera», una mosca che nel corso degli anni diventerà un elefante.
Perché questa pericolosissima deriva raggiungesse il livello di scontro apparentemente incomponibile che sta squassando il Paese, occorreva completare il mosaico con alcuni significativi tasselli. Di questo, paradossalmente, si occupò proprio la legislazione emergenziale pensata per annientare il terrorismo, vale a dire l'istituto dei collaboratori di giustizia: strumento efficacissimo contro le Brigate Rosse, ma che, applicato all'esercizio ordinario dell'azione penale, metteva nelle mani del magistrato inquirente un potere immenso e insindacabile per indirizzare e manipolare le indagini, come riscontrò e denunciò Giovanni Falcone nel caso Pellegriti, verso l'obiettivo che gli suggeriva il proprio «libero convincimento».
Altro tassello fu introdotto dalla riforma del processo penale, una imitazione parziale e molto malriuscita del modello anglosassone, con la quale si volle rendere il pubblico ministero dominus delle indagini, sottoponendogli in toto le forze di polizia giudiziaria, col solo tangibile risultato di mortificarne le professionalità e disperderne la preziosissima esperienza. «Inconvenienti», questi, cui si cercò di ovviare con un ricorso sempre più massiccio e sistematico allo strumento delle intercettazioni: tutto questo, come logica conseguenza, non poteva che aumentare in misura patologica il potere e la discrezionalità assoluta della magistratura inquirente.
Un'ulteriore tessera in questo drammatico mosaico fu l'affermazione esasperata del principio di indipendenza nell'ambito degli inquirenti, svuotando di fatto il ruolo equilibratore dei capi degli uffici e lasciando libero campo, in nome del principio della cosiddetta «obbligatorietà dell'azione penale», ai soggetti più «estrosi» e «creativi», magari sensibili alla seduzione mediatica, alla cui discrezione veniva affidato un potere immenso e inimmaginabile solo fino a due decenni prima.
L'ultimo pezzo di questo problematico puzzle fu collocato grazie all'uragano del manipulitismo, che tolse al legislatore le guarentigie previste dall'articolo 68 della Costituzione, e contenute in tutte le Costituzioni moderne e democratiche.
In definitiva, di materia su cui riflettere ve ne è davvero in abbondanza, perlomeno se non ci si rifiuta di prendere atto che lo squilibrio - perché, sia chiaro, di squilibrio si tratta - creatosi tra legislativo e giudiziario è all'origine di un conflitto pregiudizievole, se non addirittura esiziale, per le istituzioni stesse. (Ragionpolitica)
mercoledì 20 aprile 2011
Difesa liberale di Roberto Lassini e dei suoi (orribili) manifesti. Antonio Mambrino
Roberto Lassini ha mollato. Ha fatto il suo passo indietro e si è ritirato dalla competizione elettorale milanese. Ma il caso dei manifesti di Roberto Lassini su cui, al solito, è montato un gran polverone, vale la pena fare una riflessione. In premessa, sia chiara una cosa: quei manifesti non ci piacciono affatto. Non ci piacciono perché altro non sono che un insulto violento e gratuito. Perché rappresentano l’ennesimo episodio di quel processo di imbarbarimento della politica che da quasi vent’anni avvelena il Paese (naturalmente rimane da stabilire chi abbia avuto la responsabilità storica di avviare il processo). Perché sono abbastanza stupidi. Perché sono del tutto controindicati alla vigilia di una tornata elettorale delicatissima, nella quale proprio dall’esito del voto di Milano dipenderà buona parte della "cifra politica" di queste elezioni. E, da ultimo, non ci piacciono anche perché sono veramente brutti (dal punto di vista estetico).
Ma fatta questa premessa, ci pare che le reazioni abbiano oltrepassato il segno. Passi per il doveroso sdegno del Presidente della Repubblica. Passi per le reazioni di condanna da parte di tutte le forze politiche (PdL compreso). Passi per l’imbarazzo del Sindaco Moratti e financo per la sua perentoria richiesta di rinuncia alla candidatura. Ma, francamente, qui ci pare si stia esagerando. Da ultima ci si è messa anche la Procura della Repubblica di Milano che tempestivamente avviato un procedimento penale a carico di Lassini per l’ipotesi di reato di vilipendio delle Istituzioni, di cui all’articolo 290 del codice penale. E si sta esagerando per la semplice ragione che lo slogan del manifesto di Lassini in realtà altro non è se non la traduzione maldestra e (molto) provocatoria di un ragionamento che ormai da diversi anni viene portato avanti da molti e molto più autorevoli protagonisti del dibattito politico.
Lo slogan “Fuori le BR dalle procure” in realtà vuole essenzialmente significare che attualmente all’interno delle procure vi sono dei gruppi di magistrati che perseguono, attraverso l’utilizzo dei poteri loro conferiti dalla legge, disegni di sovvertimento dell’ordine democratico. Vuol dire che se Berlusconi è l’uomo politico più indagato, più avvisato, più intercettato, più rinviato a giudizio, e meno condannato della storia d’Italia (e forse del mondo), questo è dovuto non alla particolare propensione a delinquere del Cavaliere, ma all’uso strumentale dell’azione giudiziaria e dei poteri inquirenti. E, conclude il Lassini pensiero, questo stato di cose deve cessare.
Beninteso si tratta solo di un’opinione. Un’opinione come un’altra, dalla quale si può a ben diritto dissentire. Ma certo si tratta di un’opinione condivisa non solo da una buona fetta della nostra classe politica (ad occhio e croce poco più della metà) ed da un altrettanto buona fetta dell’elettorato (ad occhio e croce poco più della metà). Ma è allora legittimo imbandire un processo nella pubblica piazza al povero Roberto Lassini che certo, da ex sindaco democristiano del Comune di Turbigno, non sembra certo avere le fisique du role del pericoloso sovversivo? La sua durezza verso una parte della magistratura non è comprensibile alla luce dei due mesi di carcerazione preventiva scontata in passato per un accusa poi rivelatasi infondata?
La verità è che quello che viene contestato a Lassini non è né più né meno che un classico reato di opinione. E la cultura democratica e progressista non ha per decenni richiesto a gran voce l’eliminazione dei reati di opinione ancora presenti nel nostro codice, retaggio dell’opera di Alfredo Rocco, ministro guardasigilli durante il fascismo? E la Procura di Milano non ha pensieri più urgenti cui applicarsi piuttosto che dedicarsi alla goliardata politica di Lassini, al cui procedimento ha financo pensato di applicare tre sostituti di peso come Armando Spataro, Ferdinando Pomarici e Grazia Spatella?
Non c’è bisogno di scomodare Voltaire, ed il motto a lui attribuito “disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”, né occorre invocare il fondamentale articolo 21 della Costituzione, al quale è stato da ultimo anche intitolata una vivacissima associazione politica della sinistra, sempre in prima linea nel difendere il diritto alla libera manifestazione del pensiero (chiaramente minacciata da Berlusconi). E’ chiaro a tutti che il terreno è scivoloso.
Basti pensare alle recenti e reiterate (da ultimo su Il manifesto di oggi) uscite del brillante maître à penser, Alberto Asor Rosa, che, ormai rassegnato all’impossibilità di battere il nemico Berlusconi per via democratica (anche se, per amore della verità, il Cav. – nonostante il suo regime teocratico-affaristico-plebiscitario - è stato battuto alle elezioni per ben due volte nelle ultime cinque tornate), è arrivato a chiedere a gran voce l’intervento dei Carabinieri e della Polizia di Stato per sospendere la legalità costituzionale per fondare un nuovo ordine democratico.
A voler essere pignoli le dichiarazioni del più noto palindromo vivente integrano la fattispecie di due o tre reati, tutti decisamente più gravi del vilipendio dell’ordine giudiziario: istigazione di militari a disobbedire le leggi (articolo 266 CP, reclusione fino a 5 anni), istigazione a commettere uno dei delitti contro la personalità dello Stato (art 302 CP, reclusione sino a 8 anni), istigazione a delinquere (articolo 414 CP, reclusione fino 5 anni)
Ed allora, se mai un giorno un tribunale della Repubblica dovesse ritenere Lassini colpevole di vilipendio dell’ordine giudiziario e condannarlo al massimo della pena (5000 euro di ammenda), a quanti anni di reclusione dovrà essere condannato il povero Alberto Asor Rosa per aver semplicemente dato libero sfogo alle sue elucubrazioni, notturne e democraticamente corrette? E sia chiaro in quel caso non varrà invocare le attenuanti per il rincoglionimento senile o per il grave stato di turbamento psichico derivante da decenni di frustrazione tardo-marxista! (l'Occidentale)
Ma fatta questa premessa, ci pare che le reazioni abbiano oltrepassato il segno. Passi per il doveroso sdegno del Presidente della Repubblica. Passi per le reazioni di condanna da parte di tutte le forze politiche (PdL compreso). Passi per l’imbarazzo del Sindaco Moratti e financo per la sua perentoria richiesta di rinuncia alla candidatura. Ma, francamente, qui ci pare si stia esagerando. Da ultima ci si è messa anche la Procura della Repubblica di Milano che tempestivamente avviato un procedimento penale a carico di Lassini per l’ipotesi di reato di vilipendio delle Istituzioni, di cui all’articolo 290 del codice penale. E si sta esagerando per la semplice ragione che lo slogan del manifesto di Lassini in realtà altro non è se non la traduzione maldestra e (molto) provocatoria di un ragionamento che ormai da diversi anni viene portato avanti da molti e molto più autorevoli protagonisti del dibattito politico.
Lo slogan “Fuori le BR dalle procure” in realtà vuole essenzialmente significare che attualmente all’interno delle procure vi sono dei gruppi di magistrati che perseguono, attraverso l’utilizzo dei poteri loro conferiti dalla legge, disegni di sovvertimento dell’ordine democratico. Vuol dire che se Berlusconi è l’uomo politico più indagato, più avvisato, più intercettato, più rinviato a giudizio, e meno condannato della storia d’Italia (e forse del mondo), questo è dovuto non alla particolare propensione a delinquere del Cavaliere, ma all’uso strumentale dell’azione giudiziaria e dei poteri inquirenti. E, conclude il Lassini pensiero, questo stato di cose deve cessare.
Beninteso si tratta solo di un’opinione. Un’opinione come un’altra, dalla quale si può a ben diritto dissentire. Ma certo si tratta di un’opinione condivisa non solo da una buona fetta della nostra classe politica (ad occhio e croce poco più della metà) ed da un altrettanto buona fetta dell’elettorato (ad occhio e croce poco più della metà). Ma è allora legittimo imbandire un processo nella pubblica piazza al povero Roberto Lassini che certo, da ex sindaco democristiano del Comune di Turbigno, non sembra certo avere le fisique du role del pericoloso sovversivo? La sua durezza verso una parte della magistratura non è comprensibile alla luce dei due mesi di carcerazione preventiva scontata in passato per un accusa poi rivelatasi infondata?
La verità è che quello che viene contestato a Lassini non è né più né meno che un classico reato di opinione. E la cultura democratica e progressista non ha per decenni richiesto a gran voce l’eliminazione dei reati di opinione ancora presenti nel nostro codice, retaggio dell’opera di Alfredo Rocco, ministro guardasigilli durante il fascismo? E la Procura di Milano non ha pensieri più urgenti cui applicarsi piuttosto che dedicarsi alla goliardata politica di Lassini, al cui procedimento ha financo pensato di applicare tre sostituti di peso come Armando Spataro, Ferdinando Pomarici e Grazia Spatella?
Non c’è bisogno di scomodare Voltaire, ed il motto a lui attribuito “disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”, né occorre invocare il fondamentale articolo 21 della Costituzione, al quale è stato da ultimo anche intitolata una vivacissima associazione politica della sinistra, sempre in prima linea nel difendere il diritto alla libera manifestazione del pensiero (chiaramente minacciata da Berlusconi). E’ chiaro a tutti che il terreno è scivoloso.
Basti pensare alle recenti e reiterate (da ultimo su Il manifesto di oggi) uscite del brillante maître à penser, Alberto Asor Rosa, che, ormai rassegnato all’impossibilità di battere il nemico Berlusconi per via democratica (anche se, per amore della verità, il Cav. – nonostante il suo regime teocratico-affaristico-plebiscitario - è stato battuto alle elezioni per ben due volte nelle ultime cinque tornate), è arrivato a chiedere a gran voce l’intervento dei Carabinieri e della Polizia di Stato per sospendere la legalità costituzionale per fondare un nuovo ordine democratico.
A voler essere pignoli le dichiarazioni del più noto palindromo vivente integrano la fattispecie di due o tre reati, tutti decisamente più gravi del vilipendio dell’ordine giudiziario: istigazione di militari a disobbedire le leggi (articolo 266 CP, reclusione fino a 5 anni), istigazione a commettere uno dei delitti contro la personalità dello Stato (art 302 CP, reclusione sino a 8 anni), istigazione a delinquere (articolo 414 CP, reclusione fino 5 anni)
Ed allora, se mai un giorno un tribunale della Repubblica dovesse ritenere Lassini colpevole di vilipendio dell’ordine giudiziario e condannarlo al massimo della pena (5000 euro di ammenda), a quanti anni di reclusione dovrà essere condannato il povero Alberto Asor Rosa per aver semplicemente dato libero sfogo alle sue elucubrazioni, notturne e democraticamente corrette? E sia chiaro in quel caso non varrà invocare le attenuanti per il rincoglionimento senile o per il grave stato di turbamento psichico derivante da decenni di frustrazione tardo-marxista! (l'Occidentale)
martedì 19 aprile 2011
Ma si! Se non possiamo fare la rivoluzione facciamo un golpe. Piero Sansonetti
Sansonetti lo accenna nel finale, ma la conclusione più ovvia è che questa sinistra orfana dell'antifascismo ha trovato una ragione di sopravvivenza nell'antiberlusconismo
Io penso che – paradossalmente – la sinistra italiana, o comunque la sua parte maggioritaria, sia oggi vittima dell’antifascismo. Cioè dell’elemento ideale e storico che per molti decenni ne è stato il pilastro. Sia in termini di “valori” sia in termini tattici, e cioè di unità politica.
Provo a spiegarmi, confessandovi che prendo spunto dall’uscita di Alberto Asor Rosa che – come sapete – ha auspicato un colpo di Stato contro Berlusconi. Ieri, su queste colonne, il direttore Cappellini ci ha offerto una analisi molto chiara – e per me largamente condivisibile – sul fenomeno politico del quale l’uscita di Asor è frutto e testimonianza. Puntando il dito, giustamente, contro il giustizialismo, e cioè l’idea che l’etica politica imponga il diritto dei “giusti” a governare, e che questo diritto, di conseguenza, debba essere tolto dalle grinfie delle “pastoie democratiche”.
Io però, come avete capito dalle prime righe, vorrei andare un po’ oltre. Perché ho l’impressione – che oggi mi limito ad accennare, e so che scandalizza molto a sinistra e forse anche al centro – che il giustizialismo non sia un fenomeno sbocciato dal nulla ma sia figlio di una degenerazione precedente della sinistra italiana, e che questa degenerazione dipenda in larga misura, appunto, dalla degenerazione dell’antifascismo.
Perché? L’antifascismo ha avuto una funzione formidabile e positiva nella nascita della sinistra italiana dopo la guerra – e nei decenni precedenti, in clandestinità – perché ha permesso alla sua componete maggioritaria – comunista o socialcomunista – legata all’Unione Sovietica e a regimi dittatoriali, di mantenere una sua componente fortissimamente democratica e antiautoritaria. Antifascismo, dagli anni trenta in poi, voleva dire lotta per la libertà, lotta per la democrazia, lotta contro l’autoritarismo, lotta contro il potere eccessivo delle istituzioni, del governo, della polizia, della magistratura, dell’esercito, della scuola. Senza l’antifascismo, la componente più forte della sinistra italiana, e cioè quella comunista, sarebbe diventata una infrequentabile roccaforte stalinista, violenta e antimoderna. L’antifascismo è stato la chiave della modernità del Pci e il punto di partenza di tutte le sue strategie, e il carburante – ideale ma anche tattico-politico – del suo riformismo.
Poi è successo qualcosa. Cosa? Che il fascismo, nel mondo occidentale, per fortuna è morto. Difficile stabilire una data. Forse il 1976, con la caduta del franchismo in Spagna, cioè dell’ultimo governo fascista in Europa. Forse una quindicina di anni più tardi, con la caduta delle dittature in America latina e quindi la definitiva rinuncia da parte del capitalismo a ogni forma di governo dittatoriale. Scegliete voi la data. Il problema è che da quel momento anche l’antifascismo è morto. Perché è restato privo del suo principale fattore vitale: la lotta alla dittatura, la lotta contro il regime. Naturalmente c’era un modo per riciclare l’antifascismo: trasformarlo in antiautoritarismo, e cioè in moderna dottrina libertaria. Oppure si poteva fare la scelta burocratica di mantenerlo in piedi, come simulacro vuoto, e di usarlo come antidoto alla mancanza di strategie politiche e dunque di identità politiche. Come si fa a surrogare una identità non più sostenuta da una idea strategica? Con la retorica, con le bandiere. E l’antifascismo può funzionare all’uopo. C’è solo un problema: bisogna inventare un nemico, un regime.
La sinistra italiana ha compiuto questa seconda scelta. E in particolare l’ha compiuta dopo l’ottantanove, quando si è posto il problema drammaticissimo che non solo l’antifascismo era diventato parola vuota, ma che il comunismo era morto anche lui. Era il momento giusto per una grande svolta. Liberale, libertaria. Invece si è compito la scelta vuota e antifascista.
Diciamo – schematizzando molto – che la sinistra era segnata da due fortissime pulsioni: quella alla radicalità sociale, e cioè alla “lotta di classe”; e quella alla radicalità politica, e cioè un certo illiberalismo (seppure temperato). La fine del comunismo rendeva impossibile tenere insieme questi due elementi. Bisognava rinunciare a qualcosa per tornare “spendibili” nella battaglia politica. Sarebbe stato un grande fatto se la sinistra avesse mantenuto la sua vocazione alla lotta di classe e avesse scelto il libertarismo. Invece la parte più grande della sinistra italiana – in varie forme – ha deciso di rinunciare alla lotta di classe e di mantenere il suo illiberalismo. Ed è rimasta, di conseguenza, stalinista. Cioè ha affidato le sue speranze di vittoria non alla propria strategia politica, non alla propria radicalità o alla propria capacità di lotta sociale, ma all’armata rossa. Che non era più rossa ma poteva essere la magistratura, o poteva essere l’aiuto di una componente moderata, o poteva essere Cordero di Montezemolo o poteva essere… Ecco, l’altro giorno siamo arrivati al capitolo finale di questa corsa: la polizia, l’esercito, il golpe rosso.
Badate che Asor Rosa non è affatto un fesso. E spesso, assai spesso, nella sua vita ha detto cose paradossali e giuste. Che erano nel solco della linea della sinistra e la forzavano. E’ stato così quando era operaista, è stato così quando ha svolto la funzione di “collegamento” tra il Pci e il sessantotto, è stato così quando, con grandissimo acume, ha svolto – in piena epoca terroristica – l’analisi sulle “due società” – contrapposte e incapaci di comunicare – nelle quali si era divisa l’Italia. Oggi Asor si limita a portare alle estreme conseguenze la linea della sinistra. E scava dentro il giustizialismo. E si accorge che non ha molto a che fare con la sete di giustizia, con la sete etica (che forse riguarda la componente non tradizionale e non ex comunista della sinistra) ma è concepito solamente come un “mezzo”, uno strumento per prendere il palazzo d’Inverno. Con l’idea fissa che esista l’ora X. E se non può essere rivoluzione sarà golpe. E se non c’è il fascismo lo inventiamo e lo chiamiamo berlusconi. (il Riformista)
Io penso che – paradossalmente – la sinistra italiana, o comunque la sua parte maggioritaria, sia oggi vittima dell’antifascismo. Cioè dell’elemento ideale e storico che per molti decenni ne è stato il pilastro. Sia in termini di “valori” sia in termini tattici, e cioè di unità politica.
Provo a spiegarmi, confessandovi che prendo spunto dall’uscita di Alberto Asor Rosa che – come sapete – ha auspicato un colpo di Stato contro Berlusconi. Ieri, su queste colonne, il direttore Cappellini ci ha offerto una analisi molto chiara – e per me largamente condivisibile – sul fenomeno politico del quale l’uscita di Asor è frutto e testimonianza. Puntando il dito, giustamente, contro il giustizialismo, e cioè l’idea che l’etica politica imponga il diritto dei “giusti” a governare, e che questo diritto, di conseguenza, debba essere tolto dalle grinfie delle “pastoie democratiche”.
Io però, come avete capito dalle prime righe, vorrei andare un po’ oltre. Perché ho l’impressione – che oggi mi limito ad accennare, e so che scandalizza molto a sinistra e forse anche al centro – che il giustizialismo non sia un fenomeno sbocciato dal nulla ma sia figlio di una degenerazione precedente della sinistra italiana, e che questa degenerazione dipenda in larga misura, appunto, dalla degenerazione dell’antifascismo.
Perché? L’antifascismo ha avuto una funzione formidabile e positiva nella nascita della sinistra italiana dopo la guerra – e nei decenni precedenti, in clandestinità – perché ha permesso alla sua componete maggioritaria – comunista o socialcomunista – legata all’Unione Sovietica e a regimi dittatoriali, di mantenere una sua componente fortissimamente democratica e antiautoritaria. Antifascismo, dagli anni trenta in poi, voleva dire lotta per la libertà, lotta per la democrazia, lotta contro l’autoritarismo, lotta contro il potere eccessivo delle istituzioni, del governo, della polizia, della magistratura, dell’esercito, della scuola. Senza l’antifascismo, la componente più forte della sinistra italiana, e cioè quella comunista, sarebbe diventata una infrequentabile roccaforte stalinista, violenta e antimoderna. L’antifascismo è stato la chiave della modernità del Pci e il punto di partenza di tutte le sue strategie, e il carburante – ideale ma anche tattico-politico – del suo riformismo.
Poi è successo qualcosa. Cosa? Che il fascismo, nel mondo occidentale, per fortuna è morto. Difficile stabilire una data. Forse il 1976, con la caduta del franchismo in Spagna, cioè dell’ultimo governo fascista in Europa. Forse una quindicina di anni più tardi, con la caduta delle dittature in America latina e quindi la definitiva rinuncia da parte del capitalismo a ogni forma di governo dittatoriale. Scegliete voi la data. Il problema è che da quel momento anche l’antifascismo è morto. Perché è restato privo del suo principale fattore vitale: la lotta alla dittatura, la lotta contro il regime. Naturalmente c’era un modo per riciclare l’antifascismo: trasformarlo in antiautoritarismo, e cioè in moderna dottrina libertaria. Oppure si poteva fare la scelta burocratica di mantenerlo in piedi, come simulacro vuoto, e di usarlo come antidoto alla mancanza di strategie politiche e dunque di identità politiche. Come si fa a surrogare una identità non più sostenuta da una idea strategica? Con la retorica, con le bandiere. E l’antifascismo può funzionare all’uopo. C’è solo un problema: bisogna inventare un nemico, un regime.
La sinistra italiana ha compiuto questa seconda scelta. E in particolare l’ha compiuta dopo l’ottantanove, quando si è posto il problema drammaticissimo che non solo l’antifascismo era diventato parola vuota, ma che il comunismo era morto anche lui. Era il momento giusto per una grande svolta. Liberale, libertaria. Invece si è compito la scelta vuota e antifascista.
Diciamo – schematizzando molto – che la sinistra era segnata da due fortissime pulsioni: quella alla radicalità sociale, e cioè alla “lotta di classe”; e quella alla radicalità politica, e cioè un certo illiberalismo (seppure temperato). La fine del comunismo rendeva impossibile tenere insieme questi due elementi. Bisognava rinunciare a qualcosa per tornare “spendibili” nella battaglia politica. Sarebbe stato un grande fatto se la sinistra avesse mantenuto la sua vocazione alla lotta di classe e avesse scelto il libertarismo. Invece la parte più grande della sinistra italiana – in varie forme – ha deciso di rinunciare alla lotta di classe e di mantenere il suo illiberalismo. Ed è rimasta, di conseguenza, stalinista. Cioè ha affidato le sue speranze di vittoria non alla propria strategia politica, non alla propria radicalità o alla propria capacità di lotta sociale, ma all’armata rossa. Che non era più rossa ma poteva essere la magistratura, o poteva essere l’aiuto di una componente moderata, o poteva essere Cordero di Montezemolo o poteva essere… Ecco, l’altro giorno siamo arrivati al capitolo finale di questa corsa: la polizia, l’esercito, il golpe rosso.
Badate che Asor Rosa non è affatto un fesso. E spesso, assai spesso, nella sua vita ha detto cose paradossali e giuste. Che erano nel solco della linea della sinistra e la forzavano. E’ stato così quando era operaista, è stato così quando ha svolto la funzione di “collegamento” tra il Pci e il sessantotto, è stato così quando, con grandissimo acume, ha svolto – in piena epoca terroristica – l’analisi sulle “due società” – contrapposte e incapaci di comunicare – nelle quali si era divisa l’Italia. Oggi Asor si limita a portare alle estreme conseguenze la linea della sinistra. E scava dentro il giustizialismo. E si accorge che non ha molto a che fare con la sete di giustizia, con la sete etica (che forse riguarda la componente non tradizionale e non ex comunista della sinistra) ma è concepito solamente come un “mezzo”, uno strumento per prendere il palazzo d’Inverno. Con l’idea fissa che esista l’ora X. E se non può essere rivoluzione sarà golpe. E se non c’è il fascismo lo inventiamo e lo chiamiamo berlusconi. (il Riformista)
Mussolini
Far passare un governo eletto dal popolo per una dittatura è molto pericoloso per il Paese.
L'ultimo assalto mediatico della sinistra in servizio di sputtanamento permanente del Cavaliere arriva a paragonarlo a Mussolini e senza mezzi termini (Asor Rosa docet) vorrebbe eliminare Berlusconi dalla scena politica.
Attenzione continuare su questa rotta significa andare verso una deriva pericolosa che potrebbe anche farci cambiare opinione su ... Mussolini.
L'ultimo assalto mediatico della sinistra in servizio di sputtanamento permanente del Cavaliere arriva a paragonarlo a Mussolini e senza mezzi termini (Asor Rosa docet) vorrebbe eliminare Berlusconi dalla scena politica.
Attenzione continuare su questa rotta significa andare verso una deriva pericolosa che potrebbe anche farci cambiare opinione su ... Mussolini.
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