venerdì 18 novembre 2011

Ricco imbecille. Davide Giacalone

Angela Merkel ha detto, rivolgendosi a Mario Monti: “l’eurozona conta su di lei”. E fa male. Non perché Monti non meriti fiducia, che, anzi, proprio in queste ore la ottiene: ottima e abbondante. Ma perché il governo italiano ha già agito meglio degli altri europei, portando il bilancio pubblico in avanzo primario. Ci viene rimproverata una crescita troppo bassa, il che è musica per le orecchie di chi, come noi, ripete da anni la tiritera delle riforme, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, ma evitiamo di prenderci in giro: se si somma alla crescita del pil italiano il differenziale di deficit pubblico primario, ad esempio con la Francia, i livelli si pareggiano. Anzi, sono a nostro vantaggio. Ecco perché la signora Merkel fa malissimo a contare su Monti, giacché il problema non è il governo italiano, ma quello tedesco.

Alziamo lo sguardo sull’orizzonte, o, almeno, un po’ oltre le nostre vicende interne. Quel che vedo è che l’estate scorsa il presidente statunitense è stato massacrato da un congresso che si rifiutava di elevare il tetto al debito pubblico, spingendo il bilancio federale verso la bancarotta. Fu un dibattito lungo e umiliante, che mostrava il lato nascosto di una debolezza istituzionale. In capo alla più grande potenza economica e militare del mondo. Cosa è rimasto di quelle difficili settimane? Nulla. Anzi, gli Usa possono autorevolmente indicare agli europei qual è la via giusta per uscire dalla crisi dei debiti, vale a dire quella che hanno seguito loro: immettere valanghe di moneta sui mercati.

Rivolgiamoci all’altra parte del globo: la Cina vide di buon occhio la nascita dell’euro, è pronta a sostenerlo ed ha in portafoglio molti titoli dei debiti pubblici dell’eurozona. I nostri meno di quelli altrui, il che ci dispiace. Tale atteggiamento non è frutto di benevolenza, ma di convenienza: nel momento in cui la Cina esce dai sui confini e dalla miseria, divenendo protagonista sui mercati globali, gradisce che la valuta di riferimento non sia una sola, per giunta amministrata da chi ha interessi geostrategici potenzialmente non collimanti con i propri. L’euro era una buona alternativa.

Guardate un po’ più in basso, nel globo, dove trovate l’Australia: gode di un giudizio tripla A, circa l’affidabilità del proprio debito pubblico; offre tassi d’interesse convenienti; ora gli statunitensi hanno deciso di spedire colà 2.500 marines. Ciò non fa un gran piacere ai cinesi, ma è assai indicativo per gli investitori, mettendo in evidenza una buona occasione, non quotata né in dollari né in euro.

Allora, se ci si guarda in giro cosa si vede? Che l’euro come valuta di riferimento internazionale sta affondando. Se il Fondo monetario internazionale dovesse intervenire a sostegno di uno dei paesi dell’eurozona sarebbe il de profundis. Questa è una partita globale, nella quale l’Europa fa la parte del ricco imbecille. La colpa di ciò ricade prima di tutto su tedeschi e francesi, sulla premiata ditta Sarkel, che ha distrutto un lavoro iniziato dopo la seconda guerra mondiale. I mercati stanno spiegando ai francesi quel che noi scriviamo da mesi: partirà l’attacco contro di loro e, a quel punto, non avendo reagito prima e avendo cercato di fregare gli altri, resteranno senza difese. In quanto ai tedeschi, sarà difficile, un giorno, spiegare ai loro giovani che la grande Germania s’è giocata il ruolo europeo per cercare di far vincere alla Merkel almeno un’elezione provinciale. Senza neanche riuscirci.

Un tempo si diceva del “gigante dai piedi d’argilla”, ma l’Europa d’oggi è un obeso decerebrato. Dopo di che, per carità, discutiamo anche del governo italiano e mandiamo in onda l’orrido spettacolo di cancellerie che festeggiano e mercati che se ne fregano. Noi italiani abbiamo solo che da guadagnarne, ha ragione Francesco Profumo a ricordare che la crisi è una meravigliosa occasione per uscire dall’immobilismo inconcludente. Ma se qualcuno crede che tassando gli italiani, e dando i loro soldi alle banche francesi e tedesche, in modo che ci rivendano i titoli del debito pubblico, si arrivi da qualche parte, ebbene, non si tratta di un illuso, ma di un colluso.

giovedì 17 novembre 2011

17 novembre 2011. Andrea's Version

Potrebbe cadere da un’impalcatura, venir travolto da una banda di ubriachi, o perfino vedere l’onorevole Scajola che firma in piena consapevolezza un atto notarile, e il professor Monti manterebbe sempre quell’espressione da cocker che aveva anche ieri mentre leggeva la lista dei ministri. Ora, chiariamo una cosa. Il fatto di avversarne il governo per i noti motivi, non significa affatto che ci auguriamo una sua caduta per via dell’aspetto, anche se sembra quello di chi si prepara a rilevare da un momento all’altro la ditta di pompe funebri più onorata della città. Al contrario ci auguriamo che, dovunque vada, la sua competenza indiscussa e la padronanza delle lingue, unite al fascino composto che la sua figura sprigiona, facciano sempre fare all’Italia un’eccellente figura. Dopo quello che abbiamo passato, va bene così. L’importante sarà che i partner europei, quando lui, vestito di scuro, li incontrerà per spiegare loro il ciclo virtuoso già innescato nel suo paese, non cadano nel tragico errore di cremarlo prima che possa parlare. © - FOGLIO QUOTIDIANO

mercoledì 16 novembre 2011

La faccia come lo spread. Christian Rocca

Fa molto ridere la doppia paginata di oggi di Repubblica, molto in là nella foliazione, che interpella economisti, professori, Nobel per l'Economia su come affrontare e risolvere la crisi dei debiti sovrani, a cominciare da quello italiano. Ebbene, Krugman, Stiglitz, Roubini e molti altri esperti dicono quello che il solitario Giuliano Ferrara ripete ossessivamente da settimane e che Repubblica ha sempre negato: Mr. Spread si ferma solo se la Banca Centrale Europea fa il suo mestiere di banca centrale, ovvero di prestatore di ultima istanza. Il resto era propaganda. (Camillo blog)

Grazie Presidente Berlusconi

Chi volesse sottoscrivere un ringraziamento al Presidente Berusconi, può collegarsi al sito http://www.grazieberlusconi.eu/ e lasciare le proprie generalità.

martedì 15 novembre 2011

Presidente Berlusconi, per il bene dell'Italia, NON SI DIMETTA

Presidente, perdoni l'approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell'Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.
Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l'Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo "colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche". (una definizione del tutto ragionata offerta dell'economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d'uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L'Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall'operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell'Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma.

L'Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di "Togliere agli Stati la loro ragion d'essere". La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d'Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l'esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco.

Specificamente, la moneta unica:

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell'Eurozona.

- I debiti dell'Eurozona non sono più sovrani, poiché l'Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all'emissione. L'Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno.

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è "Ability to pay", cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di "Ability to pay", la cui presenza è infatti l'unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l'Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti.

- L'Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinchél'assenza radicale di "Ability to pay" nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano.

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè il farmaco che causa la malattia, invece di curarla. Anche questo non accade per un caso.

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell'adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall'adozione della moneta unica, che, ribadisco, l'Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l'Europact sono l'espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze.

- L'Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l'Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell'Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi 'tecnici' in queste scelte sovranazionali catastrofiche.

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell'Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l'Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l'Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale.

Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito. Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto, Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine. Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata dellaShock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.

I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.

Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.

Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.

Fonte: Sito Web di Paolo Barnard

lunedì 14 novembre 2011

Tutta questa speculazione contro i titoli italiani è solo un grande bluff. Brown's Version

Berlusconi si è dimesso e Monti gli succede con un governo tecnico. Le dimissioni sono avvenute sotto la pressione della crisi del debito pubblico, con la speculazione all’attacco dei titoli italiani e lo spread tra i BTP e i Bund tedeschi che è passato dai 200 punti di luglio ai 600 di novembre, e gli interessi pagati sul debito italiano saliti al 7%. Perché questa improvvisa pressione speculativa contro l'Italia, se fino a metà giugno il FMI e le altre istituzioni internazionali ritenevano il Paese non a rischio?

I fondamentali dell’Italia sono buoni. Nessuna banca è fallita in Italia, a differenza della Gran Bretagna. Non c’è stata e non c’è nessuna bolla immobiliare, a differenza degli Stati Uniti. Le banche italiane non posseggono grandi somme di titoli tossici greci, a differenza di quelle francesi e tedesche che sono esposte per 350 miliardi di euro. Il deficit italiano nel 2011 è inferiore a quello francese, il debito pubblico in valore assoluto è inferiore a quello tedesco. Nel 2009 la somma del debito pubblico e del debito privato dell’Italia (337% del PIL) grazie agli altri risparmi delle famiglie era più basso di quello della Gran Bretagna (531%), della Spagna (371%) e della Francia (352%). Il PIL italiano nel 2010, nonostante la crisi mondiale, è cresciuto dell’1,5%. Ad agosto 2011 la disoccupazione italiana era al 7,9%, 2,1 punti in meno della media dei paesi aderenti all’euro che è al 10%. Sempre ad agosto 2011 la produzione industriale dell'Italia è salita del 4,3%, e il fatturato delle imprese italiane è cresciuto del 12% su base annua, trainato da un buon export. L’inflazione per tutto il 2011 è rimasta sotto il 3%.

Insomma una economia sana e solida, per quanto dannatamente frenata da bassa crescita e bassa produttività. Anche la gestione del debito pubblico da parte del governo Berlusconi è stata buona: il debito pubblico italiano tra il 2008 e il 2011 è cresciuto del 12,7%, contro il 25,6% della Gran Bretagna, il 20,3% della Spagna, il 16,9% della Germania e il 14% della Francia. Nel 2008 sono stati recuperati 11 miliardi di euro dalla lotta all’evasione fiscale, somma più che raddoppiata a 25,4 miliardi nel 2009.

Da giugno a novembre, in cinque mesi, il governo ha approvato due manovre finanziarie e la legge di stabilità che prevedono tra l’altro:

- il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013, e l’abbassamento del debito pubblico dal 119 al 112,6% del PIL nel 2014, anche tramite l’aumento dell’IVA e altre misure per un totale da 70 miliardi di euro. Già nel 2011 si registra un avanzo primario nel bilancio dello stato, al netto cioè della spesa per interessi sul debito, dello 0,9% del PIL;

- la riforma delle pensioni, con l’equiparazione dell’età di pensionamento per le donne nel settore pubblico e privato, l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2026, il passaggio definitivo al sistema contributivo, l’aggancio dell’età pensionabile alla vita media;

- la riforma del mercato del lavoro, il famoso articolo 8 della finanziaria, che permette la contrattazione a livello aziendale necessaria alle imprese per investire, come successo dagli accordi di Pomigliano e Mirafiori tra la FIAT e tutti i sindacati tranne la CGIL;

- la riduzione delle tasse sui conti correnti, dal 27,5% al 20%, e l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, dal 12,5% al 20%, un provvedimento che aiuta i cittadini risparmiatori e pone un freno alle transazioni finanziarie;

- la dismissione di immobili e terreni pubblici.

La politica economica del governo, per quanto discutibile, c’è stata ed è andata nella direzione delle richieste dell’UE quanto a riforma delle pensioni, tagli alla spesa, dismissioni e pareggio di bilancio. Niente a che vedere dunque con il rischio default della Grecia o con la paralisi di governo. Ma allora perché tutta questa speculazione contro i titoli italiani? Si è detto per la mancanza di credibilità internazionale del governo Berlusconi. E’ vero. Ma la mancanza di credibilità non è dovuta alla mancanza di una politica economica, che nel bene o nel male c’è stata. E' dipesa piuttosto da tre fattori.

1) Gli scandali, le gaffe, e l’incapacità di Berlusconi di creare consenso nell’establishment internazionale, dalle istituzioni europee ai poteri forti che pubblicano giornali come Time o Economist (da qui le critiche continue su questi giornali, a volte fondate e a volte no).

2) La tendenza di molti italiani, inclusi giornalisti, intellettuali e analisti che fanno opinione, a parlare esageratamente male del proprio Paese all'estero, molto più di quanto fanno gli altri europei: gli inglesi all'estero non criticavano la Sterlina neanche quando in due mesi perdeva il 20% del proprio valore contro l'Euro, figurarsi poi i francesi che ancora non ammettono avere le proprie banche a rischio perchè piene di titoli tossici greci.

3) La campagna mediatica e politica condotta per anni da una parte dell’opposizione basata sullo sputtanamento continuo della vita privata del premier, violando le norme sul segreto istruttorio o sul rispetto della privacy. Se Le Monde avesse pubblicato per anni le intercettazioni delle telefonate di Sarkozy a Carla Bruni in cui il presidente parlava di sesso o faceva battute sulla Merkel, anche la credibilità internazionale di Sarkozy ne sarebbe stata danneggiata.

Ma Le Monde a differenza di Repubblica non sputtana il proprio paese pur di attaccare l’avversario politico. Molti italiani invece continuano a fare come i Comuni e i Principati italiani dal Medioevo in poi, che pur di sconfiggere la fazione avversa chiamavano in aiuto gli eserciti francesi o inglesi o tedeschi in Italia. Così negli anni scorsi c’è chi a sinistra diceva “Berlusconi non può governare perché il Financial Times dice che se ne deve andare”, come se fosse un giornale di Londra e non il popolo italiano a decidere chi debba governare l’Italia.

A loro volta francesi o inglesi o tedeschi, oggi come secoli fa, sono ben contenti che gli italiani siano divisi e li chiamino in soccorso, perché passando possono fare razzia nel nostro Paese. Certo oggi non si tratta più di portare la Monna Lisa al Louvre come fece Napoleone giusto due secoli fa, ma di comprare a prezzi di saldo industrie e banche strategiche italiane. Cosa già accaduta nel 1992-1993, quando con la crisi politica e il governo tecnico di allora furono svendute a compratori stranieri gran parte dell’industria chimica e farmaceutica italiana. Ed è per questo che anche a grossi investitori europei non dispiace che la speculazione attacchi l’Italia, che lo spread aumenti, che le azioni delle grandi imprese e banche italiane vadano giù a prezzi di saldo, e che il governo democraticamente eletto se ne vada per far posto a un ex Commissario dell’UE come Monti. Monti è un bravo tecnico e speriamo che faccia bene. Soprattutto, speriamo che Monti non faccia come i Comuni e i Principi italiani del passato, sennò il sacco economico dell’Italia sarà ben maggiore del valore della Monna Lisa. (l'Occidentale)

giovedì 10 novembre 2011

Salto dell'euro. Davide Giacalone

La teoria secondo cui sarebbe bastato che Silvio Berlusconi annunciasse le dimissioni perché lo spread con i titoli del debito pubblico tedesco si riducessero di uno o due punti, autorevolmente e insistentemente sostenuta, ha ricevuto una smentita sperimentale. Quando le teorie non resistono alla realtà è segno che sono campate per aria. E questa lo era, come abbiamo più volte avvertito. Le dimissioni sono state annunciate, opposizioni e presidenza della Camera sono corse a dire che la legge di stabilità può essere varata in due o tre giorni (allora si può?!), il Quirinale è tornato a sottolineare che i tempi devono essere velocissimi, ma i mercati hanno duramente schiaffeggiato sia la Borsa che i Buoni del tesoro.

Gli antipatizzanti del presidente del Consiglio diranno che la colpa è del fatto che non se ne è andato abbastanza, che doveva sparire come in un gioco di prestigio, che avrebbe dovuto annunciare l’intenzione d’esiliarsi, ma l’arrampicarsi sugli specchi lascia il tempo che trova, perché giornate come quella di ieri possiamo viverne ancora una o due, dopo di che il prezzo della partita diventa troppo alto. Anzi, è già troppo alto. Con quei tassi d’interesse riusciamo ancora a sostenere il debito, ma c’impoveriamo troppo e lo svantaggio competitivo, per le nostre aziende e per i nostri cittadini, diventa troppo severo, sicché povertà creerà povertà. Tutto questo lo dobbiamo, certamente, ad un debito pubblico troppo alto, ma pur sempre antico, mentre l’indebitamento delle famiglie e delle imprese italiane è di gran lunga inferiore a quello di chi oggi c’impartisce lezioni, il patrimonio pubblico pareggia il debito pubblico e quello privato lo supera di molte volte. Tutto si può sostenere, ma non che noi si sia strutturalmente sull’orlo del precipizio. Eppure ci siamo, già vediamo l’abisso e tutte le misure destinate a far cassa (che sono del genere horror, dalle maggiori tasse ai condoni) non risolveranno affatto il problema e bruceranno ricchezza.

Dentro i confini nazionali, anzi, dentro i ben più angusti confini dei giornali italiani, ci si è raccontati la favoletta che era tutta colpa del crapulone di Arcore, liberatici dal quale il mondo intero avrebbe preso a corteggiarci per il nostro grande valore e la nostra bellissima faccia. Passi che a questa storiella per bambini allocchi abbiano creduto le tifoserie antiberlusconiane e quegli stessi che la diffondevano, dimostrando il potere ipnotico dell’autosuggestione, ma è meno tollerabile che l’abbiano ripetuta, magari con qualche distinguo secondario, anche persone che avrebbero il dovere della serietà e della razionalità. Il governo è finito, la cosa è certificata, ma la musica non cambia. Anzi, peggiora.

E la ragione c’è. E’ razionale. Il mondo dotato di cervello sa che il problema da cui origina la tragedia in corso è politico, istituzionale ed europeo. Ha a che vedere non (solo) con i nostri vizi nazionali, ma (prima di tutto) con la natura stortignaccola di una moneta senza banca centrale e senza governo, che ha funzionato meravigliosamente bene quando ha tenuto bassi i tassi d’interesse, ma che cede e si sfarina non appena la speculazione scopre che quei tassi possono salire alle stelle, se si procede nell’aggressione di debiti sovrani che non hanno la valvola della produzione di moneta. Ricordiamocene: il Giappone ha un debito pubblico più alto del nostro e un debito complessivo (pubblico e privato) ancora più imponente, ma lo vende ad un tasso d’interesse inferiore, perché ha una banca centrale che può far funzionare la tipografia e scoraggiare la speculazione con la svalutazione.

L’euro è come un abito concepito per una sola temperatura: caldo e avvolgente, ce ne siamo pavoneggiati nel mentre tirava la tramontana, ma ora non possiamo togliercelo mentre soffia lo scirocco. Non solo: federando debiti nazionali e sistemi politici diversi, essendo nato con regole automatiche che non prevedevano meteorologie diverse da quella originaria, capita che i tedeschi insistano per chiudere il bavero, nel mentre altri sono zuppi di sudore. Non funziona, non può durare. E’ chiaro che, in queste condizioni, non saltiamo (solo) noi, ma salta l’euro. E con l’euro salta l’Europa. Ma questi, tornando al punto, sono problemi politici, mica tecnici. Se il tuo orologio cammina lentamente vai dal tecnico, dall’orologiaio, ma se puntualmente a mezzo giorno è notte devi capire che sei nel fuso orario sbagliato e con l’orologiaio non risolvi nessun problema. Se davanti ad un problema politico un Paese decide che è ora di farla finita con la politica, se le anime belle interne pensano che il gran giorno della liberazione è arrivato, ma non hanno idea di cosa avvenga il giorno dopo, se, come massimo della vita, si punta a governi tecnici o privi di maggioranza parlamentare, gli altri, che fessi non sono, ne deducono che non sarai in grado di risolvere un accidente, non ti farai valere nelle sedi europee e non difenderai sufficientemente gli interessi nazionali, quindi trovano nuova lena nel prenderti a calci. Quello che è accaduto.

E allora? Allora si tratta di non perseverare nell’errore, nel non credere che la crisi di governo sia un punto di svolta, di provvedere ad approvare immediatamente i provvedimenti per la stabilità, per poi puntare dritto al cuore della questione, che è europea, non italiana. Il governo in carica (è ancora in carica, almeno non imbrogliamoci per i fatti nostri) è finito, questo non si discute, ma la crisi politica deve essere tesa ad accertare se c’è una maggioranza alternativa, necessariamente frutto di una spaccatura della maggioranza attuale, e se quella maggioranza offre opportunità di coesione e determinazione superiori a quelle di chi se ne va. A me non pare, ma sono pronto a plaudire il contrario. Ove non ci sia nulla di ciò, allora il gesto difensivo più immediatamente efficace è la convocazione delle elezioni. Con questo singolare scenario: chiunque si candidi a governare avrà un programma già scritto, frutto delle epistole scambiate con le istituzioni europee. Quel che può metterci di proprio sono due cose: a. la volontà di riportare l’Italia ad essere protagonista del processo d’integrazione europea, e non il somaro trascinato per le orecchie; b. la consapevolezza che le regole istituzionali della democrazia interna devono essere riscritte. Di coalizioni multicolori e governi impotenti non se ne può più. Ci sono costati troppo.

Tutto sullo spread

Spread, ormai lo sanno tutti, significa ampiezza, differenziale, "forbice" e, in finanza, rappresenta la differenza di rendimento tra due titoli.
Per chiarezza e precisione viene espresso in centesimi di punto per cui uno spread di 500 punti denota una differenza del 5 % tra due titoli.
In economia quando un' attività finanziaria, sia essa un'azione, un titolo di Stato o un immobile, ha più venditori che compratori, perde valore e quindi il suo prezzo cala.
I titoli di Stato italiani, in questo momento, sono venduti a piene mani perché gli investitori non si fidano più, come in passato, della nostra solvibilità: non voglio scendere nel particolare ed esprimere giudizi di merito, mi limito a constatare il dato di fatto.
Come si arriva allo spread di 500 e rotti punti rispetto al Bund tedesco?

Facciamo l'esempio di un Btp emesso a 100€ con una cedola di 4€. Dato che la matematica non è un'opinione, il rendimento del Btp è del 4%.
Ora questo Btp viene venduto da coloro che non vogliono più averlo in portafoglio ed il prezzo scende a 97€. La cedola è sempre di 4€, ma siccome il titolo ora costa 97 il rendimento diventa il 4% + 3€: praticamente il 7%, che realizzerei immediatamente se vendessi il Btp dopo aver incassato la cedola.
L'esempio è molto elementare e sempilificato, ma chiarisce il concetto.

Ecco come viene calcolato lo spread con i titoli tedeschi.

Una considerazione molto importante va fatta e messa in evidenza: finché lo Stato non è costretto ad emettere nuovi Btp ai tassi più elevati che in questo momento il mercato esprime, non ci sarà un esborso maggiore da parte del nostro Paese per interessi: le cedole rimangono invariate, cala solo il prezzo del titolo e di conseguenza sale il rendimento.

In conclusione: certi allarmismi sono ingiustificati e forse anche finalizzati a creare apprensione e destabilizzazione. Cerchiamo di non cadere nella trappola della facile apprensione e del pessimismo generalizzato.

mercoledì 9 novembre 2011

Ora tocca alla sinistra spiegarci perchè lo spread è impazzito. Giancarlo Loquenzi

L’altra sera a LineaNotte, Piero Fassino si mostrava molto sicuro di sé: “Appena salta il tappo Berlusconi una nuova maggioranza si trova, ogni soluzione diventa possibile, ve lo assicuro”. In realtà la sua era al meglio una pia illusione, al peggio pura e semplice malafede.

Il tappo Berlusconi è saltato e già si capisce che sul fronte delle opposizioni nulla è pronto, nulla è chiaro, nonostante tutto il tempo che hanno avuto per prepararsi, visto che davano il Cav. per morto da almeno un anno. Invece non c’è una proposta univoca da presentare alle Istituzioni e al paese; non c’è concordia né sulle forme né sui contenuti del percorso necessario a uscire dalla crisi.

A malapena si comprende quello che i principali partiti di opposizione – che ora sono diventati una maggioranza di astenuti – non vogliono. L’Udc ha proclamato di non volere un governo che non abbia dentro il Pd. Lo si può capire: Casini non è pronto a sostenere un governo politico di parte. La sua fortuna fino ad oggi è stata quella di restare in bilico, al punto che oggi il suo ostinato terzismo ne ha fatto quasi una figura da statista, parco e pensoso. Il che ovviamente è tutto dire.

Il Pd non vuole Berlusconi e neppure un berlusconiano al governo. Ieri Bersani ha detto no sia ad Alfano che a Letta. Non si sa se propendano per Monti, per Amato, se accetterebbero Maroni o se hanno altri nomi nel cassetto. Il Pd è un partito lacerato al suo interno, con i suoi leader minacciati di rottamazione e le sue strutture di potere a rischio big-bang. Non è un partito da cui ci si possa aspettare particolare lucidità e determinazione, specie nell’avvisaglia di elezioni.

Di Pietro e il suo Idv, come anche i radicali, sono variabili minori e poco prevedibili.

Quello che le opposizioni vorrebbero è molto meno chiaro e quando è chiaro è molto poco realistico. Pd e terzo popolo sarebbero felici di entrare in un governo di larghe in tese con un Pdl radicalmente deberlusconizzato, umiliato e anche un po’ penitente. Un Pdl utile a portare voti in silenzio e a spartire la responsabilità delle misure draconiane che ci verranno richieste. L’idea che la pseudo-maggioranza conquistata ieri alla Camera possa essere la genitrice di un nuovo governo ovviamente non li sfiora nemmeno: i transfughi sono buoni per tradire ma un pessimo affare quando si tratta di governare. E sarebbe difficile insediarsi a palazzo Chigi mentre il centro-destra, con più di una ragione, porterebbe un milione di persone in piazza a gridare contro il ribaltone.

Sui contenuti, sulle cose da fare, il panorama è ancora più nebbioso. Finchè si resta sul piano della propaganda anti-berlusconiana, ogni intimazione della Ue, ogni sberleffo di Merkozy, ogni richiesta dell’Eurotower sono oro colato, giuste e meritate punizioni per un’Italia allo sbando. Quando però si prendono in esame più da vicino le misure che l’Europa si aspetta di vedere approvate, la musica cambia. Il lavoro non si tocca, i diritti acquisiti sono sacri, i pensionati hanno già dato, i lavoratori non ne parliamo, la patrimoniale si, boh, forse, ma solo per i più ricchi, le privatizzazioni si, ni, no, il prelievo forzoso ci piace ma poi chi ci vota? Restano formulette tipo: facciamo pagare chi non ha mai pagato, prendiamocela con i furbi, presentiamo il conto alla Casta, tagliamo le autoblù. Converrebbe di più rapire gli ispettori del Fmi e chiedere un riscatto alla Lagarde.

E' questo desolante quadro che spiega, almeno in buona parte, perché, saltato il tappo Berlusconi (con le sue dimissioni certificate da un comunicato del Quirinale), lo spread abbia fatto festa balzando oltre quota 500 punti base.

I mercati internazionali, la speculazione se volete, non ha finito di giocare con l’Italia. Anzi forse ha appena cominciato. (l'Occidentale)

In fine. Davide Giacalone

Il governo Berlusconi è finito, ma non è finito l’elettorato che ha consegnato al centro destra, da lui ideato e diretto, diciassette anni di forza politica. Il governo non è finito ieri. La votazione sul rendiconto ha messo in evidenza la debolezza dell’esecutivo, oramai roso dalle fughe, ma anche l’inesistenza di maggioranze alternative. Il governo è finito da molti mesi. La sua anima s’è dannata quando la legislatura è partita con il piede sbagliato e la sua natura s’è corrotta quando ha preteso di salvare il bipolarismo a dispetto del tradimento del premio di maggioranza. Se la partenza non fu entusiasmante è bene che la fine non sia distruttiva, perché, a dispetto di quel che tanti propagandisti strillano, la sua caduta non risolve neanche uno dei problemi che dobbiamo affrontare.

Il governo si è affondato con le proprie mani, nel primo anno della legislatura. Operava avendo di fronte un massiccio fuoco di sbarramento e doveva mettere nel conto una sovranità istituzionalmente limitata (nella precedente legislatura una non maggioranza elettorale aveva eletto il Presidente della Repubblica senza cercare né dialogo né condivisione), ma aveva una solida maggioranza parlamentare, con la quale avrebbe potuto fare quel che oggi rimpiange di non avere fatto.

Fu cancellata l’Ici sulla prima casa, ovvero una tassa “federalista” (per usare un linguaggio che non mi piace e che spero passi di moda), ma la riforma fiscale fu solo impostata e rinviata a leggi delega che non hanno poi preso corpo. Il tasto dolente della giustizia è stato battuto freneticamente, ma senza il respiro delle grandi riforme e ancora cadendo nella trappola della guerriglia. Noi segnalammo sia gli errori interni (micidiali) di leggi come lo scudo, sul processo breve o sulle intercettazioni, sia l’ancor più macroscopico errore di accettare battaglia su quelle senza darne sull’insieme di una giustizia penale da molti anni in coma. Non abbiamo mai abboccato alla polemica ottusa sulle leggi penali varate a scopo personale, abbiamo ripetutamente puntato il dito su forzature e spropositi che segnalavano vere e proprie aggressioni giudiziarie, ma abbiamo anche avvertito la terribile inutilità di trincee scavate nel nulla, a difesa di norme di rara inconsistenza e pratica inutilità. Ma parlammo a nostra volta al muro, perché gli errori del passato si riproducevano pari pari, condannando la maggioranza parlamentare e il governo a pestare l’acqua nel mortaio.

E’ vero che questo governo ha il merito, colpevolmente sottovalutato, quando non occultato, da una pubblicistica zuppa di tifoseria e a secco di senso di responsabilità, di avere contenuto la spesa pubblica, talché il nostro deficit è fra i più bassi e il nostro debito pubblico è cresciuto, dal 2008 a ieri, assai meno di quelli altrui. Ma è anche vero che questo sforzo è stato condotto senza essere capaci di riportare sotto controllo non solo i saldi della spesa pubblica, ma anche la sua composizione. Tagliare dall’alto la spesa è stato un bene, ma metterci le mani dentro, scompigliare l’equilibrio consolidato della sua improduttività, recuperare risorse per gli investimenti sarebbe stato un passo di grande significato politico e di enorme rilevanza riformatrice. E’ mancato.

Il presidente del Consiglio ha lasciato che il ministro dell’economia s’intestasse la politica economica complessiva e la garanzia internazionale sulla tenuta del debito. Anche questo è stato un considerevole errore. A noi il pettegolume non piace, né ci convince la politica letta costantemente alla luce di ambizioni e rivalità personali. C’è la forza delle cose, che è notevole. Era evidente che il tema del debito sarebbe stato centrale, anche prima che partisse la speculazione sui debiti sovrani, che è speculazione dovuta alle deficienze dell’euro, e chi non governa quel che sta al centro delle cose va a finire che passeggia sui margini.

Tutto questo ci faceva dire, già a metà del 2009, che il governo era sul binario morto dell’inoperatività. Poi è arrivata la rottura con Gianfranco Fini. Ho l’impressione che sarebbe stata comunque inevitabile, perché sospinta dall’esterno e alimentata dall’illusione che potesse avere uno sbocco politico. Fini ha mostrato la sua stoffa, dalla trama non eccelsa, ma Berlusconi ha commesso due errori di fila: il primo è stato quello di non gestire con calma la faccenda, in modo da lasciare sull’altro l’intero peso della rottura; il secondo è stato quello di accettare una conta che consegnava al governo una maggioranza parlamentare composta da deputati non eletti con il centro destra. Qui è venuta al pettine l’insanabile contraddizione: non si può essere bipolaristi e, al tempo stesso, giovarsi di norme costituzionali nate con e per il proporzionale. Avvertimmo che quella scelta avrebbe reso (politicamente, perché costituzionalmente non si discute) legittimi governi diversi da quello votato.

Ha pesato, negativamente, e non poco, la corte dei miracoli con cui si sono composti i gruppi parlamentari. La logica berlusconiana era lineare: meno personale politico possibile, in modo da potere contare sulla fedeltà. Peccato che abbia pagato il prezzo della loro insipienza e si sia ritrovato tradito dagli stessi che aveva miracolato. Ha pesato anche il modo in cui la pubblicistica non pregiudizialmente ostile ha interpretato la propria funzione: pronta ad addentare il polpaccio dell’avversario, con un ringhio continuo e talora fastidioso, incapace di dare sostanza politica e culturale a quella che era e resta la maggioranza degli elettori. Ha pesato la condotta personale di Berlusconi, che certamente rientra fra i suoi affari personali, nella quale non c’è nulla di criminale, ma che era semplicemente folle non considerare incompatibile con la funzione svolta. E’ stato un tema assai utilizzato, che mi ripugna anche solo ricordare, ma sottovalutarne gli effetti poteva essere possibile solo a patto di perdere il contatto con la realtà.

Berlusconi ha annunciato le dimissioni. Fin qui l’opposizione è stata solo capace di chiederle, senza saper proporre politiche alternative. Ora avviene per consunzione della maggioranza. Noi non abbiamo mai condiviso l’odio contro di lui, ma non abbiamo neanche rinunciato a puntare il dito verso le tante mancanze. E’ il tempo di guardare al futuro, e il suo dovere è quello di non ostacolare la nascita della terza Repubblica.

martedì 8 novembre 2011

Berlusconi deve resistere. Eisenheim

Silvio Berlusconi deve resistere, tenere duro in nome di Dio e dell’Italia. Lo deve fare perché è un suo diritto e non esiste giornale di bottega al mondo, Financial Times compreso, che abbia la facoltà di scegliere quando tagliare la testa al presidente del Consiglio italiano. Tantomeno se la bottega in questione appartiene a un paese come l’Inghilterra, che sta vivendo il più grande scandalo mediatico di tutti i tempi che vede coinvolti sedicenti giornalisti, tycoon e primi ministri che sembrano marionette nelle mani di Mangiafuoco. E allora, per decenza e perdìo, ognuno inizi a curare il proprio orticello prima di fare agli altri la lezioncina di cui, sinceramente, non si sente il bisogno.

E siccome i panni sporchi si lavano in casa, non c’è alcun motivo per cui il re debba fare “un passo indietro” al solo scopo di accontentare un capriccio dei nani e delle ballerine che lo circondano. Giullari di corte, pronti a soddisfare ogni suo bisogno fino a un attimo prima che gli venga sfilato lo scettro, per passare in un batter d’ali al miglior offerente come se nulla fosse. Sindaci, ministri, peones e illustri ex d’ogni genere pronti a sfornare ricette magiche e consigli di vita a chi, di vita, ne ha vissuta molta più di loro. Incapaci di amministrare la metropoli o il borgo di periferia in cui sono stati eletti, inconsapevoli di chi gli abbia comprato una casa con vista mare, o meglio ancora Colosseo, ma campioni quando si tratta di dire all’ex padrone come ci si deve comportare.

E allora, per carità di patria, va bene la libertà di opinione ma anche la decenza di tacere, ogni tanto, ci sta bene.

Meno male che a rivalutare questi fenomeni, e a tenere ben saldo in sella chi da cavallo non ha alcuna intenzione di scendere da solo, ci pensa il trio delle meraviglie Bersani-Di Pietro-Vendola, a cui basterebbe un programma neanche troppo impegnativo e un pizzico di autolesionismo in meno per mandare in pensione chi l’età giusta l’ha raggiunta da un pezzo. E invece no, l’unico spartito che lorsignori sanno suonare è quello che invoca le dimissioni del premier, non si capisce bene a che titolo, cantato ogni giorno da chi non è in grado di sfiduciare un governo che fatica a non farlo da solo.

Ci ha provato Gianfranco Fini, delfino curioso di Almirante e mancato erede di Berlusconi, e per l’ennesima volta nella sua lunga carriera politica s’è perso in un bicchier d’acqua. Mentre l’abile Casini, da buon democristiano, resta alla finestra, aspettando magari che il salvatore della patria scenda in terra e lo accompagni danzando al Quirinale.

La verità è che l’italico popolo è prigioniero della propria autoreferenzialità e della tendenza a lasciar correre le cose che tanto, prima o poi, si sistemano da sole. O magari ci pensa qualcun altro. L’importante è che a un certo punto tolga il disturbo senza bisogno che nessuno lo accompagni alla porta. (The Front Page)

lunedì 7 novembre 2011

Io, Berlusconi. Gianni Pardo

A leggere ciò che scrivono i retroscenisti, c’è da pensare che Silvio Berlusconi viva come un fachiro dentro una teca di vetro, in una sala cui tutti hanno accesso, magari in compagnia di una piccola folla di cobra. Dunque qualunque cosa faccia o dica è pubblica e può essere riferita. Ecco perché i giornalisti sanno tutto ciò che è stato detto durante i consigli dei ministri, le battute che si sono scambiate Giulio Tremonti e l’uomo nella teca, ciò che Silvio ha detto durante una telefonata e naturalmente anche ciò che ha pensato ed ha intenzione di fare.

Personalmente, forse perché non ricevo un lauto stipendio dal Corriere o da Repubblica, non so molto di Berlusconi. Da un lato non posso scrivere nessun retroscena, dall’altro dubito perfino di ciò che affermano giornali e televisione. Insomma sono fra i più ignoranti del mondo. So a malapena che il governo è in pericolo e che l’attuale maggioranza è risicata. Ma da questo a dire che la prossima settimana si sfascia tutto o che la situazione rimarrà invariata fino al 2013 ce ne corre.

Tuttavia c’è una cosa che credo di sapere, anche perché me la ripetono tutti i santi giorni: l’opposizione e una parte della maggioranza invitano Berlusconi a dimettersi e l’interessato dice che non lo farà.

A questo punto, invece di rivelare agli amici il perché di questo atteggiamento (dal momento che non lo so) mi lascio andare a un gioco: “Se fossi Berlusconi, mi dimetterei?”

La risposta è no. Ed ecco quello che direi.

Indubbiamente, anche per battere un record, vorrei arrivare al 2013. Purtroppo, sono nelle condizioni di qualcuno che in piena notte, mentre tutti i distributori sono chiusi, rischia di rimanere senza benzina. Quelli che viaggiano con me mi ripetono che non ce n’è abbastanza e che ci converrebbe proseguire a piedi. E sul fatto che la benzina potrebbe finire hanno ragione: ma il consiglio è lo stesso sbagliato. Infatti, se scendiamo subito, faremo un bel po’ di strada a piedi; se invece proseguiamo magari presto l’auto si fermerà, ma faremo sempre meno strada a piedi di quella che faremmo scendendo prima che finisca la benzina.

Tornando al problema del governo: dimettendomi mi troverei nelle condizioni in cui mi troverò se mi votano la sfiducia. E allora perché somigliare a un tacchino tanto stupido da dire che il Natale è il primo dicembre? Non mi rimane che diffondere ottimismo, dire che ho la maggioranza, sorridere a tutti e dimostrarmi sicuro. Ché tanto, se mi mettessi a piangere, non durerei per questo un minuto di più.

Qualcuno però dice che, se mi dimettessi, la cosa faciliterebbe la ripresa dell’Italia. Veramente? Io non lo credo affatto. Un governo raccogliticcio e comprendente parecchi politici di sinistra dovrebbe attuare i provvedimenti di destra che io non sono riuscito ad attuare? È come chiedere ad un dilettante di riuscire dove non è riuscito un professionista.

E c’è di più. Se fossi sicuro che quelli che mi consigliano di andare a piedi poi mi terrebbero compagnia, potrei giudicare il loro consiglio giusto oppure sbagliato ma almeno disinteressato. Qui invece c’è il rischio che, se io scendo, gli altri si rimettano alla guida e mi lascino solo in mezzo alla strada. Insomma le anime buone che tanto si preoccupano delle sorti dell’Italia sono le stesse che dalle mie dimissioni contano di trarre vantaggio. A cominciare dall’opposizione. E allora, quanto vale il loro consiglio? Se un donatore di sangue vi invita all’Avis, forse vuole aiutare qualche malato. Ma se il sangue ve lo chiede un vampiro, crederete facilmente che sia per un’opera buona?

Infine confesso che mi diverto un mondo. Sono al centro dell’attenzione di tutti. L’Italia intera non fa che parlare di me, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Peccato che io abbia poco tempo. Se solo ne avessi chissà quante cose scoprirei, su me stesso, leggendo i giornali e seguendo le televisioni. Saprei quante cose ho detto e fatto senza neppure saperlo. Che cosa ho intenzione di fare. E soprattutto quello che penso. Che riposo.

Fra l’altro, mi diverte anche l’aria di superiorità con cui parlano di me i pensosi commentatori politici e l’insignificante popolo minuto dei professionisti dell’antiberlusconismo: tutte persone che non contano niente, non hanno capito niente e che il tempo dimenticherà. Ed anzi, a proposito, penso che li punirò tutti indistintamente in modo crudele: non ne menzionerò neppure uno nelle mie memorie. Non vorrei che, dicendo male di uno di loro, gli regalassi un posto nella storia. (Legno storto)

I commissari. Davide Giacalone

Non rischiamo il collasso economico, siamo nel pieno di un infarto politico. Ciò che ci mette a rischio non sono i conti nazionali, ma la necessità di pagare il conto della rinuncia alla politica. Quella vera. Ragioniamo su questa faccenda del Fondo monetario internazionale, osserviamo il modo in cui la politica reagisce e riflettiamo su quel che gli opinionisti non scrivono. Aiuta a capire cosa succede.

Ci sono aspetti internazionali e questioni nazionali, cominciamo dai primi: il Fmi che commissaria l’Italia, monitorandone i conti, equivale ad un commissariamento dell’euro e ad un’esautorazione delle autorità dell’Unione. Ciò segnala che l’asse franco-tedesco s’è rotto e la torta Sarkel è andata a male. Come qui prevedemmo. Dopo di che gli Stati Uniti fanno perno sulla Francia e cambiano lo scenario, lasciando ai tedeschi la (sciocca) soddisfazione di dire che la Bce è rimasta fuori da un gioco che a loro non piace. Obama ha ragione a mettere in evidenza la mancanza di una vera banca centrale, ma l’idea che i francesi vogliano approfittarne dopo averci affondato non è simpatica.

Christine Lagarde dice che l’Italia non è credibile (intendendo il governo italiano), il che, naturalmente, manda in visibilio i nostri commentatori, cresciuti a pane e faziosità. Forse qualcuno ricorderà che la signora era ministro economico francese, nel mentre quel Paese accumulava un deficit di gran lunga superiore al nostro e le loro banche s’inzuppavano di titoli pubblici altrui, speculando. E forse qualcuno non s’è dimenticato di come Lagarde, che fu avvocato negli Stati Uniti, è giunta a dirigere il Fmi, a seguito di un arresto subito dal predecessore, negli Usa, essendo Strauss Khan avversario di Sarkozy, accusato di violenza carnale e poi scagionato. Ma una volta fatto fuori. Santi numi, vogliamo discutere di credibilità?

Non è questione d’abbandonarsi alle fissazioni complottarde, ma d’avere chiaro in quale teatro si recita. E quanto forti sono gli interessi che tendono a mettere sul conto di altri, in questo caso nostro, il costo degli errori commessi da tedeschi e francesi.

Ora calziamo gli stivali e veniamo alla mota di casa nostra: il commissariamento piace a tutti, perché nessuno ha conservato dignità e lucidità. Piace al punto che tutti parlano di come far cassa e non di come cambiare registro. Piace alle opposizioni, perché così sperano che altri li liberino da quel malefico Berlusconi da cui loro, da sé sole, non riescono a liberarsi. Della serie: visto che ci governano altri, a Palazzo Chigi possiamo andarci anche noi o, se proprio non si può, ci mettiamo un professorazzo inutile, che segni l’era della nostra resurrezione. Ma piace, il commissariamento, anche al governo dei morti viventi che, anzi, s’affannano a dire: li abbiamo chiamati noi. Della serie: visto che ci governano altri, siamo noi i migliori garanti che non saranno disturbati. Questa politicaccia degli inetti ci declassa a colonia pagante d’imperi inesistenti.

Corollario: il governo dei morti viventi e l’opposizione dei morti morenti meriterebbero elettorale sepoltura, non perché le urne (absit iniuria verbis) siano salvifiche, né per veder nascere una nuova classe politica (magari!), ma perché toglierle dall’orizzonte e porle alle spalle aiuterebbe a prendere atto che la nostra crisi è profondamente istituzionale, richiedendo una via d’uscita costituente, cosa che, in fine legislatura, provoca infarti ma non soluzioni, capita, però, che da commissariati preferirebbero non le facessimo. Tanto i commissari mica devono essere eletti. Quesito: come si fa ad impedire che una democrazia si conduca alle elezioni? Semplice: si proclama che la garanzia della nostra stabilità e sovranità risiede nell’unico luogo ove si abita senza potere essere sloggiati e si giunge senza essere eletti: il Quirinale. Guardateli in faccia, quelli che continuano a dire che la nostra salvezza è Giorgio Napolitano (il comunista filoamericano, l’europeista che votò contro l’Europa) e non dubitate che siano sottili depistatori: sono ottusi depistati.

Le elezioni piacerebbero al pd di Bersani, che nell’implosione degli avversari ripone l’unica speranza di vittoria, ma Napolitano non lavora per loro, conquistandosi il ruolo di super partes. Non li ha affatto simpatici, anche perché nel nonno di quel partito fu sempre tenuto lontano dalle stanze che contano e spinto ad occuparsi di quel che gli tarpava le ali (responsabile della politica estera quando erano filosovietici e responsabili delle imprese quando si finanziavano con le tangenti da intermediazione internazionale). Il Quirinale gioca in proprio, fa sponda ai commissari, taglia le unghie a chi governa e sbollenta chi s’oppone, incassando dall’estero il riconoscimento di garante. Ciò non ferma gli spread, ma neanche la decomposizione costituzionale.

venerdì 4 novembre 2011

Come "Repubblica" imbroglia i suoi lettori. Gianni Pardo

Negli Anni Cinquanta Giovannino Guareschi, sul Candido, pubblicava una rubrica: “Visto da destra”, “Visto da sinistra”, dove lo stesso avvenimento era presentato in maniera tanto diversa, da essere irriconoscibile, o comunque da risultare nettamente a favore della destra per la destra e a favore della sinistra per la sinistra. L’intento era umoristico ma col tempo abbiamo fatto talmente l’abitudine alla faziosità della stampa, da non avere più voglia di ridere. È infatti con rassegnata mestizia che riferiamo l’ennesimo caso non di falsificazione del dato di partenza, ma del suo totale stravolgimento interpretativo, fino a fargli dire cosa del tutto diversa dalla verità.

Su ciò che è avvenuto concordano sia la Repubblica che il Giornale. Il consigliere di Barack Obama Ben Rhodes, alla domanda di un giornalista, ha risposto con queste parole: “Per l’Italia vale il discorso della Grecia e cioè se ci sono cambiamenti di governo non cambiano i problemi del paese”. Il senso è chiaro e il lettore pensa di averlo capito. A rischio di annoiare, tuttavia, vale la pena di chiarirlo ulteriormente, dal momento che il giornalista di Repubblica Federico Rampini dichiara questa frase “sibillina”.

Poniamo il caso che si chieda ad un competente se sia più veloce un’automobile bianca o un’automobile nera. Se quel signore risponde che il colore non influenza la velocità, con ciò non avrà detto né che preferisce un’automobile bianca né che preferisce un’automobile nera. Certo, chi ascolta avrà sempre il diritto di concludere: “Però io la preferisco bianca”. Ma non avrà il diritto di dire che la persona interrogata, quella che ha detto che il colore non influenza la velocità, abbia consigliato l’uno o l’altro colore.

Invece è proprio ciò che avviene qui sulla stampa. Dalla frase che tutti riportano identica, partono le interpretazioni. Secondo il Giornale, articolo di Stefano Filippi, quella risposta significa che non è il caso di cambiare il governo. Infatti il titolo grida: “Cambiare governo? Non risolverà i problemi italiani”. Ecco la prima illazione ingiustificata. L’interpretazione che si suggerisce al lettore è che questo governo stia già facendo il possibile. Cosa che può anche essere, ma che il sig.Rhodes non ha detto. Nell’articolo leggiamo: “E alla domanda se Washington tema un’eventuale caduta del governo guidato da Silvio Berlusconi, lo stesso Rhodes ha risposto: Per l’Italia vale il discorso della Grecia e cioè se ci sono cambiamenti di governo non cambiano i problemi del paese”, ma noi non siamo sicuri che la domanda fosse questa. Anche perché, secondo la Repubblica essa potrebbe essere ben altra (2) . Leggiamo: “L’asse Merkozy sa di avere una sponda decisiva nella Casa Bianca. Lo si capisce dalla frase sibillina che usa Ben Rhodes, uno dei principali sherpa di Obama che lo accompagna qui al G20: ‘Per l’Italia...’ ecc.”. Chiunque si sia annoiato leggendo il parallelo con l’automobile bianca e nera qui dovrà riconoscere che il chiarimento non è stato inutile, se anche per un giornalista di vaglia come Rampini nulla era chiaro. Chissà che cosa ha voluto dire, Rhodes.

Ma se il Giornale è stato tendenzioso, Repubblica lo batte di larga misura, in questo campo. Già il titolo afferma, tanto risoluto quanto infondato: “A Cannes va in scena il dopo Cavaliere”. Infatti, dopo avere riportato (esattamente) la famosa frase, Rampini improvvisamente non la trova più sibillina e ce la spiega distesamente: “Anche l’Amministrazione USA quindi si prepara al dopo-Berlusconi, si prepara già a lanciare messaggi a un governo diverso a cui indica i paletti: i problemi da risolvere, l’entità della manovra di risanamento, l’urgenza estrema di un ricupero di fiducia internazionale”. Ora è lecito chiedere: dove le ha viste, dove le ha sentite, dove le ha lette, Rampini, tutte queste cose? Tornando al nostro paragone, Rampini e Repubblica con lui possono benissimo preferire la macchina bianca o quella nera, ma perché devono attribuire all’incolpevole terzo un’opinione che non ha espressa? È onesto, questo? È informazione o indottrinamento?

Ma qui si torna ad un vecchio paradigma. Per lunghi decenni i comunisti sono stati talmente convinti di avere ragione e di volere il bene del proletariato (non dell’Italia, del proletariato, il comunismo era internazionalista) che la purezza dei loro scopi poteva coprire qualunque magagna, qualunque sbavatura e, all’occasione, qualunque crimine. Il comunismo è morto ma i suoi epigoni ne hanno mantenuto la mentalità: raccontare al lettore una cosa vera in modo che ne capisca una falsa è il minimo peccato che si possa commettere. E forse non è un peccato, forse è un merito. (Legno storto))

(1) Stefano Filippi, titolo: Parola di Obama: “Cambiare governo? Non risolverà i problemi italiani”.
(2) Federico Rampini, titolo: “A Cannes va in scena il dopo Cavaliere”.

giovedì 27 ottobre 2011

Lunedì il pieno costa meno

Non so se quello che mi accingo a scrivere possa rientrare nella categoria della polica, ma poco importa: certamente riguarda la vita di tutti i giorni.
Mi riferisco al prezzo della benzina.
Negli anni settanta, quando il prezzo non era liberalizzato, gli aumenti venivano annunciati dalla radio il giorno prima e immediatamente si formavano lunghe code ai distributori per fare il pieno.
Oggi il prezzo del carburante è sostanzialmente libero e la concorrenza si fa sentire, anche se potrebbe "alzare di più la voce".
Guardando i prezzi delle varie Compagnie si possono notare differenze, che si amplificano con il "fai da te", anche di 15/20 centesimi. Considerando che un'auto di media cilindrata ha un serbatoio che può contenere una cinquantina di litri, il conto è presto fatto: il risparmio va dai 7 ai 10 euro.
Ebbene, a rigor di logica- laddove i distributori sono uno dietro l'altro- trovo assurdo non privilegiare il meno costoso. Invece, nonostante l'evidente convenienza, le pompe più economiche non sono prese d'assalto e l'utenza si spalma su tutti i distributori come se il prezzo non fosse determinante.
Sarebbe una bella cosa se badassimo di più a risparmiare e a dare, soprattutto i giovani, la giusta importanza al denaro: se ci permettiamo questi piccoli lussi in anni "magri" vuol dire che non siamo poi tanto messi male o siamo incoscienti e irresponsabili.
Considerando che le pensioni saranno sempre più ridotte e sempre più dilazionate, la necessità di risparmiare è impellente e necessaria.
Il 31 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale del Risparmio: lunedì prossimo facciamo il pieno dove la benzina costa meno!

lunedì 24 ottobre 2011

Quella inutile lezione della Merkel e di Sarkozy. Giuliano Ferrara

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy meritano parole chiare e fredde. A nome dei loro paesi pretendono di guidare l’Unione europea e da due anni non sanno come fare. “Gestione disastrosa”, è il referto stilato dal capo dell’area euro Jean-Claude Juncker. La Germania è una grande economia motrice e la locomotiva ha sbuffato fino a ora, alla grande, con le esportazioni sulla sezione del mercato mondiale che tira. La Francia gode di infrastrutture ad alto livello e di un sistema decisionale gaullista. Ma Berlino da sola non ce la fa, e il suo sistema bancario è impaniato nella crisi del debito sovrano. Lo stesso vale per Parigi, che ha in più alle spalle una crescita patologica del debito pubblico ben oltre i parametri, goffi e cucitile su misura, di Maastricht, e nel presente soffre di un deficit troppo alto rispetto a quello dei partner e di una crisi finanziaria e bancaria di proporzioni più che rilevanti ( la fine ingloriosa di Dexia insegna, ma è solo un anticipo). Nessuno in Europa è in grado di dare lezioni ad alcuno dei Paesi fondatori.

Secondo il grande economista liberal Paul Krugman, un ebreo americano di genio al quale per qualche ragione è stato perfino comminato un premio Nobel, alla radice della crisi da debito, dell’altalena di sfiducia e speculazione in cui si dondolano i mercati finanziari, c’è il moralismo punitivo a sfondo calvinista che ha fatto dell’euro l’unica moneta al mondo priva di una banca centrale capace strutturalmente, non episodicamente, di fare la funzione delle banche centrali: il prestatore di ultima istanza. Aggiungiamo l’eco culturale della Repubblica di Weimar, l’idea apocalittica che il mostro inflazionista sia sempre in agguato, sempre sbuffante, sempre scalpitante dietro ogni angolo della storia, e che i bravi, gli operosi, i capaci, i parsimoniosi alla fine sono destinati a condividere la miseria comune con le cicale. Balle. L’inflazione si sta rivelando al momento un pericolo remoto, malgrado i potenti stimoli iniettati dagli americani nel circuito della liquidità dopo la crisi dei derivati e dell’immobiliare al quale erano collegati. E il debito, checché ne pensino economisti di valore ma a volte poco fantasiosi, come Alessandro Penati di Repubblica, si cura con la sua diluizione in altro debito, specie in emergenza, con la riduzione dei gradi di patrimonializzazione dell’economia, senza nuove tasse depressive, e con l’impiego delle risorse nella crescita economica a colpi di decise riforme liberalizzatrici e privatizzatrici.

Se questo è vero, e mi sembra difficile che una diagnosi convergente dei massimi economisti keynesiani e dei massimi economisti liberisti possa essere smentita da qualche improvvisato nuovo pensiero, Berlusconi è forse l’unico che possa dare, non dico lezioni, ma indicazioni puntute e responsabili ai suoi partner. Quale Berlusconi? Quello che non si lagna, che non si accoda, che non aspetta, che non scarica il barile, che non ha timidezze e complessi verso nessuno, il Berlusconi vero che non ha mai messo piede in Confindustria, che creava ricchezza e valore e mercato quando si accumulava il debito pubblico, e anche grazie al debito pubblico che ha reso ricco e forte (paradossalmente) questo Paese; quello che crede nella libertà delle aziende e delle persone e del lavoro, che ha promesso una storica rottura delle vecchie regole, sia quando è entrato in politica sia di recente, quando la crisi da debito prometteva sinistramente di diventare la boa intorno alla quale fare girare i soliti giochi di potere.

Se Berlusconi capisse, e mi sembra che sia sulla buona strada, quanto rapidamente può girare la ruota dell’intelligenza degli italiani, ché quella della fortuna è più volatile, e quanto converrebbe a lui stesso ma soprattutto al Paese una svolta dura, radicale, scandalosa e preziosa nella direzione di un’economia della libertà, quelle parole chiare, fredde, incisive, al summit europeo, e poi sempre, sistematicamente, in tv e nel Paese e nel circuito internazionale, si deciderebbe a tirarle fuori. Le parole da sole non bastano. Il debito lo onoriamo e siamo in grado di ridurlo con l’avanzo primario da primi della classe e il pareggio di bilancio, le nostre banche soffrono le conseguenze della solidarietà con il circuito impazzito del credito mondiale ma stanno meglio di quelle francesi e inglesi, il nostro patrimonio è immenso anche per ragioni patologiche, perché sebbene cattolici e dissipatori in realtà risparmiamo come ossessi e gli imprenditori attribuiscono dividendi spesso rinunciando a investire in ricerca e innovazione (ne tengano conto i giovani caprini di Confindustria riuniti senza i politici a far chiacchiere nell’isola bella).
Siamo in condizione di non subire alcun processo, come predicano per la gola i disfattisti troppo furbi alla Scalfari e alla De Benedetti, e possiamo dire la nostra a voce alta e con la testa all’in su. Basta che Berlusconi faccia il suo mestiere fino in fondo, sacrosante e serie riforme liberali, provvedimenti di finanza straordinaria capaci di foraggiare l’economia reale, insomma le cose stesse per cui fa politica da quasi vent’anni. (il Giornale)

Il laugh-in del Foglio, domani tutti a ridere davanti all'ambasciata di Francia

L'appuntamento alle 17 a piazza Farnese. Ci saranno Antonio Martino e Giuliano Ferrara

Domani martedì alle ore 17 in piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, si terrà un “laugh-in”, cioè un sit-in scanzonato di allegra e serissima protesta contro la ridanciana pretesa di scaricare sull’Italia i guai di un governo direttoriale disastroso dell’area euro. Delle prodezze di Nicolas Sarkozy, alias Louis De Funès, parleranno con garbo e fermezza Antonio Martino e Giuliano Ferrara. La manifestazione è promossa dal quotidiano Il Foglio.

domenica 23 ottobre 2011

Zero politici. Davide Giacalone

I giovani manifestanti dei cortei indignati, così come i giovani industriali si fanno un punto d’onore del non avere politici fra i piedi. Quel che hanno da dire preferiscono dirlo da soli e non trovano, fra i politici d’oggi, qualcuno con cui valga la pena discuterne. In più ci tengono, entrambe le gioventù, a mostrarsi indisponibili al fornire ad altri una tribuna. Sembrano l’incarnazione dell’indipendenza e della libertà, invece sono la pietrificazione della solitudine e dell’inefficacia. Alla fine si ha l’impressione che fatichino a fare i conti con la realtà.

Jacopo Morelli, che guida i giovani confindustriali, dice che siccome dalla politica arrivano “zero risposte” loro preferiscono starsene con “zero politici”. Aggiunge che tale posizione non deve essere considerata un cedimento all’antipolitica, ma una sollecitazione al passare dal dire al fare. Spero la prenda come un’autoesortazione, in modo che anche loro comprendano la necessità di passare dal lamentarsi all’agire. Gli propongo un piccolo test (sono ancora riuniti a Capri, per il loro annuale convegno): chieda ai presenti di alzare la mano se sono dei giovani imprenditori che hanno avviato una propria iniziativa e di tenerla abbassata se figli d’industriali. Gli auguro di contare molte mani, ma temo se ne sollevino poche. Nell’essere figli d’imprenditori, ovviamente, non c’è nulla di male, e se, in tale condizione, ci s’impegna nel lavoro anziché nel gozzovigliare con le ricchezze di famiglia si è degni di buona considerazione, ma il problema, appunto, è che il nostro mercato è troppo poco elastico e i giovani che fondano le imprese sono troppo pochi. Crede che tutta la colpa sia della politica? Si sbaglia, di molto.

I manifestanti di sabato scorso, al netto dell’esercito terrorista, cui si risponde con la repressione, chiedono che non si paghi il debito, che si offrano garanzie agli esclusi, che si assicuri un posto di lavoro a chi lo chiede. Sono stati in moltissimi, in questi giorni zuppi di viltà ed ipocrisie, a pronunciare la seguente e ridicolissima frase: ci si deve sforzare di comprendere le loro ragioni. No, si deve provare a trovare qualcuno che abbia la testa e la faccia per dire loro che non stanno né in cielo né in terra. Quei ragazzi chiedono di potere proiettare nel futuro il mondo storto dei loro padri e dei loro nonni, colmo degli errori che oggi ci costano un così alto debito pubblico. Più che dei rivoluzionari sono dei reazionari. Credono, loro, che i guasti con cui dobbiamo fare i conti siano tutti colpa della politica? Si sbagliano, alla grande.

La colpa della politica, da molto tempo a questa parte, consiste nel non essere stata migliore del mondo di cui era espressione. Di avere amministrato il consenso senza essere capace di aggregarlo attorno a idee nuove, in questo modo illudendo e illudendosi che il tirare a campare fosse già un risultato apprezzabile. Tale colpa ce la trasciniamo dietro dall’eclissi dell’ultimo sforzo riformista, più o meno coincidente con l’appannarsi del centro sinistra (preistoria, me ne rendo conto, ma senza conoscerla sarà complicato costruire un futuro che non sia la mesta riproposizione del presente). Ci sono stati alti e bassi, ma da troppo ci trasciniamo senza mettere in campo un ideale che non degeneri in ideologia. Questa colpa politica, però, coincide con l’avere aderito a quel che gran parte della società chiedeva: dai sussidi alle imprese bollite, che avrebbero meritato di fallire, al mantenimento di posti di lavoro improduttivi, dagli appalti pubblici gestiti in regime di connivenza fra amministratori e imprese, all’allargamento della spesa pubblica per proteggere intere fasce sociali dal mercato. Pensare che si possa fuggire alle responsabilità dicendo che è tutta colpa della politica equivale a credere che si possa ripulire il mondo con la mannaia giustizialista, come si fece nel biennio 1992-1994, con il risultato di ritrovarsi con una politica peggiore e una corruzione superiore. Un capolavoro.

Il problema, allora, non è quello di stabilire se invitare, o meno, un politico a un convegno, o consentire che sfili in un corteo, contorniato dal solito nugolo di telecamere alla ricerca di qualcosa da trasmettere e non di qualcosa da raccontare. E il problema non è neanche quello di schierarsi da una parte o dall’altra, anche perché, se ne saranno accorti, i non schierati si ritrovano su fronti opposti, il che dimostra l’inutilità del disallineamento. La sfida, se hanno l’ambizione di coglierla, è ben diversa: prendere atto che gli ostacoli al cambiamento non sono i cattivoni della politica, i quali, più che altro, sono dei ciarlieri incapaci allo sbaraglio, ma il fatto che gli interessi alla conservazione sono diffusi, permeando anche le sale capresi e i cortei multicolori, e limitarsi a declinare l’elenco dei diritti o quello delle doglianze è cosa di fenomenale inutilità, perché si deve essere capaci di costruire consenso e alleanze in grado di forzare il blocco del sempre uguale e aprire il Paese e il mercato all’ossigeno della realtà. Che è dura, ma promettente.

Dalla politica non si deve fuggire né sfuggire, ma essere capaci di farla. Il resto è propaganda, non meno stucchevole di quella politicante.

sabato 22 ottobre 2011

Il web tra mercanti e podestà. Vittorio Macioce

Francesco Datini non ha mai conosciuto il web. Non poteva. Questo mercante di Prato, morto nell'agosto 1410, ci ha lasciato un ricchissimo archivio di lettere e registri. Qualcuno lo considera l'inventore dell'assegno. Di certo c'è che fece un largo uso della lettera di cambio, che permetteva di andare in una banca e ricevere l'equivalente in denaro. Datini conservava tutto, quasi sapesse che i posteri erano interessati alle sue carte. Non aveva figli e, quando morì, lasciò tutto il suo capitale a un ospedale per gli orfani. Il suo testamento cominciava così: "Nel nome d'iddio e del quattrino". Nelle sue lettere il mercante non solo raccontava affari e preoccupazioni, ma dava anche consigli sul mestiere. E proprio questi sono interessanti per capire come la filosofia del mercante sia molto utile a chi si muove sul web.

Datini dice che per fare affari in quel far west delle libere città medioevali un saggio commerciante doveva tutelare la sua reputazione. Il buon nome era tutto. Nessuno avrebbe mai fatto affari con individui ambigui, chiacchierati o con qualcosa di losco o da nascondere nel loro passato. Datini diceva che il nome del mercante doveva essere trasparente e la sua condotta pulita. Non era fondamentale che andasse in chiesa, ma di lui si doveva sapere che "rispettava i contratti". La furbizia era un peccato che prima o poi sarebbe venuto a galla. Era oltretutto inutile stare lì a nascondere la verità o a cancellare i fatti, perché la rete di venditori e compratori era attentissima a rintracciare le malefatte di chi aveva davanti. Stesso discorso per chi non aveva un passato limpido. Un uomo con troppi segreti e senza identità era molto sospetto. Forse anche per questo Datini scriveva e archiviava tutto.

L'altra qualità di un buon mercante era fare tesoro delle informazioni. Le conoscenze e le notizie sono nella rete delle città mercantili un patrimonio fondamentale. Sapere che in una certa fiera si vendeva una certa merce significa affari e denaro. Un mercante di Pavia prima di partire per Troyes doveva informarsi se i suoi prodotti avrebbero avuto concorrenza o se determinati eventi avrebbero potuto danneggiare il suo viaggio. Buon nome, trasparenza e informazione erano i requisiti di chi partecipava alla rete mercantile al tramonto del Medio Evo. «L'aria delle città rende liberi», diceva un proverbio tedesco, ed effettivamente i contadini che arrivavano in città spesso lo facevano per ricominciare un'esistenza libera dagli obblighi e dai vincoli di dipendenza cui dovevano sottostare nelle campagne. Chi invece possedeva capitali, in città poteva impiegarli con maggior profitto nelle attività mercantili e manifatturiere.

Quelle città furono un esperimento storico di libertarismo, una rivoluzione che aveva gli stessi principi culturali e di innovazione di questa stagione. Henri Pirenne avrebbe detto che in fondo siamo fortunati. Lo storico francese nel 1927 scrisse un saggio su Le città del Medioevo. Ogni volta che ripensi a quello che è avvenuto negli ultimi tre lustri ti viene in mente il suo nome. Pirenne racconta la nascita di quelle isole di società aperta, ancora incerte e insicure, in una galassia di feudi. Sono appunto quelle città che nel X secolo rompono i tradizionali rapporti dell'individuo con il potere. Sono una frattura. È la nascita dell'Occidente, un fuga verso la libertà. Queste città nascono intorno a un mercato, che è un luogo dove si scambiano merci, ma anche idee, conoscenze, dove si intrecciano relazioni, qualcosa di nuovo e avventuroso rispetto alla comunità tradizionale della società chiusa feudale, dove l'orizzonte e i confini sono quelli della terra, qualcosa di concreto, solido, perfino rassicurante, e con rapporti sociali rigidi.

Tu sei quello che nasci. Il tuo destino è già scritto, segnato, predisposto. La città, in quel momento storico, rappresenta invece un concentrato di libertarismo, l'uomo sceglie la responsabilità e il rischio di disegnare sulla mano la linea della sua fortuna. Sceglie di indossare l'identità che più gli assomiglia, quella che a torto o a ragione sente sua. Non è un viaggio semplice. Questo mercante con l'ansia della libertà è un pioniere che si muove in un mondo che gli è ostile. È un deviante, che rinnega i principi della Chiesa e del potere laico. È un nemico dell'ordine costituito. C'è in lui qualcosa di anarchico e di blasfemo, condito con una voracità e un'ambizione sovrumana. La sua filosofia di vita si può riassumere con un «siate affamati, siate folli».

È per questo che ogni volta che ti chiedono di parlare del web pensi a questo signore francese, patriarca della storiografia sul medio evo. Chissà cosa avrebbe pensato Pirenne della nascita della rete, dei social network, di questi orizzonti che all'improvviso diventano sempre più vasti e immateriali? Qualcosa che supera gli Stati tradizionali, con un sapere confuso e popolare che straborda dai canali della cultura e dell'informazione e si riversa in un metamondo dove il confine tra vero e falso, individuale e collettivo, copyright e open source è sottile, ambiguo e in continuo divenire. Le città medioevali non nascono da un'architettura razionale. Sono casuali, improvvisate, il flusso degli eventi dipende dalle relazioni tra gli individui, tra i gruppi di interesse e ogni scelta è gravida di conseguenze infinite, difficili da prevedere o ingabbiare.

La storia poi ci dirà che questo «stato nascente», questa situazione inebriante, durerà poco. I litigi tra le corporazioni e il potere soffocheranno in fretta la vocazione libertaria delle origini. A un certo punto per fuggire da una guerra tra bande e fazioni, una sorta di tutti contro tutti, i capibastone cittadini affideranno il loro destino a un signore, un podestà, qualcuno super partes, spesso un capitano di ventura straniero, come accadde a Pisa con Castruccio Castracani. A quel punto la città torna ad essere un'altra cosa. Quello che a Pirenne interesserebbe se si fosse trovato a fare i conti, come accade a noi da testimoni oculari, con social network, blog, motori di ricerca e roba simile sono i principi culturali di queste «nuove città», con le sue cattedrali e le sue università. È un mondo dove i vecchi «chierici», con la patente ufficiale in carta da bollo, smarriscono inesorabilmente il loro ruolo. Al loro posto ci sono soggetti che ai contemporanei appaiono più o meno come barbari, gente che sta rinnegando i pilastri della vecchia cultura.

Ma chiunque siano questi «mercanti» o «costruttori» per fare fortuna devono sviluppare gli stessi valori dei «marcatores» medioevali: coraggio, intraprendenza, individualismo, ansia di ricchezza e una ricca rete di rapporti e conoscenze. La forza delle città medioevale era la sua apertura, la condivisione si tramutava in potere. Ma quali erano i tesori dei mercanti? Qualcuno dirà che dovevano essere ricchi. Non del tutto. Serviva un capitale di partenza, magari da chiedere in prestito alle prime banche. Ma era una condizione necessaria, non sufficiente. I mercanti di successo dovevano essere lesti nell'intercettare le informazioni che vagavano in giro. Dovevano avere una rete di conoscenze e dei punti fermi dove approdare. Ma soprattutto dovevano fare i conti con l'etica. In un mondo malfidato come quello medioevale la buona reputazione era tutto. Il mercante era costretto a mostrarsi senza maschere, vero, affidabile.

Pensateci. Il web non cancella nulla. C'è una dittatura della memoria. Se dici cazzate prima o poi ti scoprono. Se il tuo profilo è falso prima o poi ti sgamano. Ogni tua azione, pensiero, parola, filmato che finisce in rete prima o poi rischia di saltare fuori. La verità è la virtù fondamentale di chi si muove sul metaverso. Il web non è né di destra né di sinistra, ma i suoi pionieri lo hanno attraversato con lo stessa filosofia libertaria e individualista dei mercatores. Quello che faranno, e stanno facendo, le masse è invece un'altra storia. (Notapolitica)

Come nasce e si biforca il conformismo. Marcello Veneziani

«Fui definita fascista e questo, come si sa, è il modo migliore per eliminare per sempre un autore». Come ha ragione Susanna Tamaro, lo ricordo oggi che si consegna il deprecato premio Acqui storia. Gli autori classificati come fascisti o simili cessano di esistere agli occhi censori della Mafia di stampo culturale.
Una volta emessa la scomunica accadono due effetti: chi è di sinistra si adegua all’anatema e procede a isolare e cancellare il Reprobo Difforme, chi è moderato cerchiobottista non concorda, ma temendo l’accusa di collaborazionismo, si accoda e finge che l’autore maledetto non esista. Certificata così la scomparsa, quell’autore-come dice la Tamaro - è «eliminato per sempre».
Oggi ha una possibilità di redimersi: deve dichiararsi antiberlusconiano. Così viene sospesa la pena e rientra tra i viventi. Ma chi per una vita non si è accodato alla retorica sinistrese e antifascista pensate che possa accodarsi per opportunismo al coro antiberlusconiano?
E così, pur non essendo berlusconiano ma conservatore, cattolico tradizionale o di destra, l’autore incassa una duplice squalifica.
Ha speso una vita a scrivere cose scomode e scorrette? Ora si becca pure l’infamia di farsi etichettare come servo. Cosa resta da fare a quell’autore? Rinnegare tutto o rinnegarsi lui.
Mentre lui viene «eliminato per sempre », la Consorteria protesta per la libertà in pericolo a causa del «bavaglio alle intercettazioni ».
Si mettono a tacere le idee, ma non le mignotte... Tappano la bocca al dissenso, l’aprono alla dissenteria. (il Giornale)

lunedì 17 ottobre 2011

Fenomenologia dell'estintore. Davide Giacalone

L’estintore serve ad estinguere. Ufficialmente le fiamme, volendo, però, ci si può estinguere dell’altro. Mediamente pesa cinque chili scarico e tredici se pieno. Non occorre essere degli esperti in fisica per immaginare quale forza e quale peso assume un oggetto del genere se scagliato contro un bersaglio. Lanciandolo contro una vettura se ne può estinguere parte consistente, riducendola ad un rottame. Lanciandolo contro una persona si può estinguerla alla vita, o menomarla per sempre. La fenomenologia dell’estintore indica una conclusione incontrovertibile: chi lo usa per fini non ortodossi non ha in animo di segnalare la propria insoddisfazione, ha deciso di fracassare e uccidere. In qualsiasi Paese assennato chi venga beccato a brandirne uno finisce in galera. Se riesce ad usarlo ci resta a lungo. Ed è su questo, sull’assennatezza dell’Italia, che la fenomenologia dell’estintore segnala follie.

Dieci anni fa un manifestante, a Genova, si trovò esattamente in quella condizione: aveva in mano un estintore, raccolto dopo che già era stato usato per colpire una camionetta dei Carabinieri, e con quello si dirigeva verso i militari. Voleva colpirli? Dubito vollesse far vedere quant’era forzuto, tanto più che faceva caldo (era luglio), vestiva una canottiera, ma anche un passamontagna. In qualsiasi Paese assennato sarebbe finito in galera, e con lui i suoi numerosi complici. Da noi è diventato un eroe. Dalla camionetta un Carabiniere ha sparato e il potenziale assassino è morto. Non sarebbe dovuto accadere, il compito di fargliela pagare sarebbe spettato alla giustizia. Purtroppo andò così. Davanti alla giustizia ci finì il carabiniere. Lui, lo strumento della repressione. Mamma mia: la “repressione”. Perché, che altro si fa, in qualsiasi Paese assennato, se non reprimere e punire certe condotte? C’è la via italiana: s’intitola al violento una sala del Parlamento. Nel medesimo si elegge un suo genitore. Il nostro eroe, il nostro fenomeno dell’estintore, ha il suo tabernacolo, ove lo si può adorare.

Guardate le foto: dieci anni dopo la stessa scena. Guardate il carabiniere che scappa: lo avessero preso lo avrebbero bruciato e macellato. Se avesse sparato lo avrebbero processato. Se avesse ucciso ci sarebbe un martire: il mancato assassino. Guardate l’estintore odierno, guardate quello di allora. Due domande: chi sono? come se ne esce?

Non sono manifestanti, non sono movimenti politici, sono fanatici della violenza, squadracce organizzate, persone che s’esercitano in occasioni politiche o sportive, pur di affermarsi distruggendo. Chi li manovra? Si generano nel fanatismo, s’alimentano di nichilismo, prosperano nel vuoto. Posta la massa di manovra, possono poi essere utilizzati. Può accadere in modo pianificato, più facilmente e frequentemente, invece, basta lasciarli esistere. Al resto provvedono da soli. Qui sta una prima chiave, per uscirne: nessuna copertura, nessuna condivisione, nessuna pelosa comprensione, si deve poterli respingere e arrestare al solo comparire. Alcuni manifestanti, a Roma, ne hanno consegnati tre alle forze dell’ordine: bravi, grazie. Basta il casco, indossato senza moto, e si fanno scattare le manette. A New York le hanno usate per molto meno.

La repressione è giusta. Vanno spazzati via, a tutela dei manifestanti e del loro diritto a protestare (anche quando si ritiene, come ritengo, che abbiano torto). Vanno arrestati e condannati, a tutela dei cittadini. Ma la repressione non è affare di Carabinieri e Polizia, spetta alla giustizia. I “riots” londinesi sono stati arrestati, processati e condannati nel giro di pochi giorni. Negli Usa sono finiti davanti al giudice (e liberati) in giornata. Il nostro giudice quando interverrà? Si accettano scommesse, ma sull’anno. Eppure questa è l’unica via d’uscita legittima, perché solo il processo, non le foto o i questurini, divide i colpevoli dagli innocenti. Vale per qualsiasi reato, e in qualsiasi caso i tempi italiani violano i diritti di tutti: accusati, vittime e società.

Si deve tornare a parlare di giustizia. In modo strutturale, non emergenziale. Sono lustri che, inutilmente, ci si occupa di come evitare ingiustizie e politicizzazioni, posponendo la necessità far esistere la giustizia. Attenti: la fenomenologia dell’estintore può portarci ad aggravare i torti anziché far prevalere le ragioni e la ragione.

mercoledì 12 ottobre 2011

Papa, alla lettera. Davide Giacalone

La lettera che l’onorevole Alfonso Papa ha consegnato ad altri parlamentari pone questioni imprescindibili, di portata largamente superiore alla sua vicenda personale. Secondo il capo della procura napoletana, Giandomenico Lepore, “se la lettera è vera non merita commenti”. E’ vera, e merita un’inchiesta penale a carico dei magistrati di quella procura. Papa è un magistrato, un loro collega, e quel che espone presuppone reati gravissimi. Quindi non si tratta di stabilire se esiste, ma se lui è un calunniatore o i procuratori dei delinquenti. E’ un passaggio delicatissimo, che coinvolge i vertici istituzionali e tracima nel vivo dell’attività legislativa, rendendo superflua anche la discussione sulle intercettazioni telefoniche.

Papa accusa i procuratori di utilizzare la custodia cautelare non al fine di preservare la genuinità della prova, ma, all’opposto, per ricattare il detenuto e indurlo a riconoscere (almeno parzialmente) la fondatezza delle accuse e chiamare in correità il presidente del Consiglio. La sola ipotesi che una simile condotta sia possibile restituisce il profilo di un Paese in cui la giustizia è tribale, priva di ancoraggi al diritto, regredita a minaccia contro l’incolumità e la dignità del cittadino. Non è ammissibile, quindi, neanche come ipotesi. La supposizione di Papa ha un qualche fondamento? Nel caso specifico non lo so, ma non solo è del tutto verosimile, ma trova riscontro nelle parole del Presidente della Repubblica che, negli auguri di fine anno, qualche tempo addietro, condannò proprio la galera preventiva quale sistema di tortura per indurre alle dichiarazioni che i procuratori voglio sentire. Si può, pertanto, non credere a Papa, si può supporre che egli stia facendo giungere messaggi intimidatori all’esterno, ma non si può ritenere che le sue parole siano, nel nostro sistema, prive di fondamento. Ed è questo il punto decisivo, che ciascuna persona civile non può dimenticare.

In questa situazione, che senso ha incaponirsi in una riforma delle intercettazioni telefoniche, fatta male, se da quella stessa procura è già uscito di tutto, per giunta nel corso d’indagini che non le competevano? Che altro deve succedere perché ci s’accorga che la giustizia italiana ha smesso d’essere tale, degenerata com’è in una guerra per bande, togate e non? Occorrono provvedimenti assai più radicali, che non il proibire quel che sarà comunque fatto (e che è già in gran parte proibito).

Papa ha anche invitato la delegazione parlamentare in visita, nel carcere di Poggioreale, a leggere i provvedimenti del riesame, che gli confermano la detenzione in carcere perché, “in quanto parlamentare”, non potrebbe essere sottoposto, ove assegnato ai domiciliari, alle restrizioni nelle comunicazioni. Quei suoi colleghi dovrebbero portare subito la questione all’attenzione del Parlamento, acciocché nessuno possa nascondersi la mostruosità nata da un voto autodemolitorio, i cui effetti erano stati qui visti e denunciati. E’ ora che ne prenda atto il Parlamento.

Tutto questo, lo scrissi allora e lo ripeto, del tutto a prescindere dalla posizione personale del cittadino Papa, quindi dei reati che può aver commesso e del processo nel quale ha il diritto di difendersi. Proprio in quanto magistrato non lo avrei neanche candidato, perché è (da molto tempo) ora di finirla con la politica occupata e condizionata dalle toghe. Ma la condizione di Papa, oggi, è politicamente rilevante sotto due profili: a. gli organi giurisdizionali non sono in grado d’impedire l’uso distorto e corruttivo della custodia cautelare, che va rivista per tutti; b. la scelta, fatta dai deputati, di mollare un ostaggio, nella speranza di riconquistare un pezzo di piazza e di placare l’attacco alla politica, è stata, al tempo stesso, vile e folle.

La lettera di Papa c’è, come ci fu quella dell’onorevole Sergio Moroni. Vediamo quanti se la fanno sotto e fingono di non conoscerla. Provino pure a far finta di niente e faranno la stessa fine.

sabato 8 ottobre 2011

Forza gnocca

Ma veramente c'è chi crede che Berlusconi dicesse sul serio di voler chiamare il nuovo, eventuale partito "Forza gnocca"?
E' possibile che qualcuno prendesse sul serio la battuta sulle undici donne fuori dalla sua camera da letto e che ne avesse "fatte" solo otto quella notte di Capodanno?
Si può pensare che, intercettato abusivamente al telefono con una signorina, fosse serio dicendo che faceva il presidente del consiglio a tempo perso?
E quante altre battute e quante frasi dette provocatoriamente si sono bevute certi parrucconi e non solo.
Sono certissimo che il Cav, quando è da solo, quando non è spiato o intercettato, ritrovi il suo sorriso a cinquantasei denti che lo caratterizzava all'inizio della sua avventura e che il sorriso diventa una risata a crepapelle.
Le sue provocazioni hanno ogni giorno di più chi se le beve senza il minimo dubbio ed ogni giorno di più Berlusconi si convince di vivere in un Paese che non merita considerazione e che non ha alternative alla sua leadership.
In pubblico, però, deve fingere di essere preoccupato e pensoso, altrimenti il giochino si rompe.

Signori, una risata vi seppellirà.

venerdì 7 ottobre 2011

Letterina ai ragazzi che tirano le uova a Moody's. Linkiesta

Stamattina li ho sentiti passare sotto casa. Era presto, stavo sistemando l’apertura del giornale, raccogliendo le idee per la giornata, e pubblicando un’infografica proprio sulla scuola. E ho sentito le grida di un corteo e un megafono che gracchiava: “Chiediamo cultura, ci danno polizia, questa è la loro democrazia!”.

Confesso, ho una certa simpatia per gli adolescenti che parlano di politica, più o meno qualunque cosa dicano. La politica mi appassiona, da sempre, più di ogni altra cosa, e vedere dei giovanissimi che la impugnano - con tutte le ingenuità del caso - mi piace sempre. Stamattina invece ho provato un certo fastidio, o forse solo un po’ di tristezza, per quel motto che sembrava resuscitato dal fondo di anni in cui, verosimilmente, i loro genitori avevano l’età che loro hanno oggi. Più tardi, nel loro corteo, i ragazzi sono arrivati dalle parti della sede di Moody’s e delle banche: per tirare le uova al grido di “speculatori!”.

Avendo fatto la somma di tutto, e pur pensando che la scuola italiana sia in decadenza, mi è venuto da pensare che - dopo tutto - un giorno di scuola in più, a questi ragazzi, avrebbe fatto davvero bene. Hanno naturalmente il diritto di sognare e di arrabbiarsi: ma sapendo perchè, contro chi, e per fare cosa.

Mondadori, un esposto non è un'intimidazione. Giancarlo Perna

Con un bizzarro articolo sulla Stam­pa , Carlo Federico Grosso, ha spostato avanti l’asticella dell’antiberlusconi­smo con acrobazie da circo. Grosso è professore di diritto, fu vicesindaco di Torino eletto nelle liste del Pci negli an­ni '80 e vicepresidente del Csm negli anni '90. È anche autorevole commen­­tatore giuridico del quotidiano degli Agnelli sforzandosi di essere equilibra­to, anche se le sue posizioni sono note. Ieri,però,è uscito dal seminato com­mentando l’esposto della Fininvest - e della sua presidente, Marina Berlusco­ni - sulla sentenza d’appello che ha condannato l’azienda a risarcire 564 milioni alla Cir di Carlo De Benedetti.

L’esposto,fatto al Guardasigilli e al pro­curatore generale della Cassazione, se­gnala una ( pretesa) situazione inaudi­ta: i giudici d’appello milanesi hanno fondato la stratosferica condanna su un precedente (una sentenza di Cassa­zione) che in realtà direbbe l’opposto di quello che la corte di Milano gli fa di­re. Secondo Fininvest, la sentenza sa­rebbe stata mutilata, citando la sola parte che dà torto all’azienda e tacen­do quella che l’avrebbe assolta. Errore in buona fede o truffa giudiziaria? A ogni buon conto, essendoci in ballo l’equivalente di 1200 appartamenti, Marina ha spedito le carte ai due titola­ri d­ell’azione disciplinare contro magi­strati incapaci o infedeli. Questa mossa, così naturale in chi vuole salvaguardare i propri diritti, su­scita invece maliziose interpretazioni nel prof. Grosso. Il ragionamento pro­fessorale è questo. Se davvero la sen­tenza di condanna è viziata da un erro­re - ma Grosso dice di non poterci cre­dere- la Cassazione, cui la Fininvest ha già ricorso, annullerà certamente il giu­dizio di Appello.

Che bisogno c’è allora di fare anche l’esposto al Guardasigil­li? Non è che per questa via- e qui emer­ge la capziosità dell’illustre docente ­la presidente di Fininvest vuole «inti­midire » proprio la Cassazione che do­vrà mettere la parola fine alla verten­za? Grosso rovescia la frittata. Marina si sente vittima dei giudici che l’hanno condannata al pagamento di mezzo miliardo e lui la trasforma in oppresso­re dei medesimi. Le contesta pure il normale diritto alla difesa facendo pas­sare un esposto secondo legge per un atto sporco - l’intimidazione - se non addirittura per un reato da accertare in sede penale tipo mobbing o stalking giudiziario.Se c’è di mezzo il Cav,la fa­miglia, le sue aziende, anche il diritto a difendersi può essere irriso. Tanto lui è ricco, colpevole a prescindere, laido e bavoso.

Così gli tagliano dieci testimo­ni nel processo Mills lasciandolo sen­za testi a discarico; tentano di allunga­re i termini del procedimento facendo decorrere il reato di corruzione, non dall’incasso della tangente,ma dal mo­mento in cui il denaro è speso; gli re­spingono regolarmente le eccezioni; lasciano che a presiedere i suoi proces­si siano giudici che­hanno ampiamen­te dimostrato la loro prevenzione uma­na e politica verso l’orrido brianzolo. Insomma bastonano senza pudore il Cav, tanto lui sa perché. Torniamo al sospettoso professore di Torino.Egli lancia l’accusa di intimi­dazione, ma non chiarisce come un esposto contro i giudici di appello pos­sa intimidire quelli di Cassazione. Che c’entrano loro con i colleghi di Mila­no? L’iniziativa è semmai un atto di sfi­ducia verso i milanesi e segnala una lo­ro eventuale mancanza.

La Cassazio­ne neanche è sfiorata. Se ammettessi­mo- come sembra curiosamente cre­dere l’esimio docente - che ogni azio­ne contro il giudice di merito sia un at­tacco alla serenità della Suprema Cor­te, cadremmo in diversi paradossi anti­giuridici. Il maggiore dei quali è che an­c­he le normali impugnazioni delle sen­tenze (che sono atti di sfiducia verso i giudici che le hanno pronunciate) da sottoporre alla Cassazione sarebbero intimidazioni contro la medesima. Tanto per dire dove porta il malanimo preconcetto. Grosso, infine, critica Marina che si è precipitata a fare l’esposto senza at­tendere, girandosi i pollici, la pronun­cia della Corte romana. Quasi una mancanza di signorilità, anzi- come al­lude - un attacco alle toghe. L’articoli­sta sembra dimenticare che il danno patrimoniale della Fininvest è in atto e che a godere i 564 milioni è oggi la Cir.

In simili circostanze, se ti senti vittima di un’ingiustizia, non aspetti i tempi lunghi della Cassazione ma fili più di un leprotto. È il sacrosanto diritto alla difesa, avvocato. Concludo con un’osservazione. Grosso è il legale del Gruppo Espresso, di proprietà di De Benedetti, patron della Cir e parte in causa nella faccen­da dei 564 milioni. Era il caso - lo chie­do anche alla Stampa - che fosse lui a intervenire su una faccenda del pro­prio cliente per dare addosso al suo av­versario? (il Giornale)

martedì 4 ottobre 2011

Assoluzione che condanna. Davide Giacalone

Possiamo far finta di credere che sia solo una sentenza, un semplice ribaltamento del giudizio di primo grado, passando dalla colpevolezza per omicidio all’innocenza. Avviene più spesso di quel che si crede. Possiamo anche spingerci a dire che la sentenza di Perugia dimostra che la giustizia funziona e sa correggere i propri errori. Ma forse è meglio guardare in faccia la realtà: l’assoluzione di quei due ragazzi condanna il modo in cui sono state fatte le indagini, il modo in cui s’è condotto il processo di primo grado e l’intero baraccone vergognoso del giustizialismo spettacolare, compresi i libri che hanno arricchito presunti esperti, che spero, da oggi, non siano mai più chiamati a svolgere quale che sia perizia a spese del contribuente.

E’ facile che qualcuno scriva, oggi, che l’Italia fa una pessima figura agli occhi degli statunitensi, i cui mezzi d’informazione si sono mobilitati per sostenere l’innocenza di una loro concittadina. Dissento: facciamo una pessima figura, è vero, ma agli occhi di noi stessi. Che dovrebbe essere ancor più grave. In quanto allo scenario globale, la giustizia italiana è già stata umiliata da francesi e brasiliani, che hanno, del tutto a torto, rifiutato di consegnarci un assassino. E’ già esposta al ludibrio generale dal suo inarrestabile e infruttuoso tentativo di condannare chi governa. E’ troppo berlusconiano sostenere che questa caccia all’uomo è incivile? No, è grandemente barbaro far finta di niente.

Nelle sue dichiarazioni spontanee la giovane imputata statunitense (non mi caverete il nome neanche ora, perché non contribuisco neanche con una goccia al dilagare infame della giustizia spettacolo) non si è difesa, ha accusato. Le sue parole sarebbero potute essere quelle di un occidentale qualsiasi che si trova a fare i conti con un buco nero tribale, o con un tribunale islamico: io mi sono fidata degli inquirenti, loro erano lì per difendermi, invece mi hanno usata e manipolata. Di questo c’è uno strascico nella condanna per calunnia. Più mite il coimputato, italiano, forse geneticamente meno attrezzato a considerare repellente la messa in scena. Mi ha colpito un particolare: la loro relazione è stata posta a fondamento del movente, raccontata come un sabba, loro, proclamandosi innocenti, ci hanno tenuto a proteggere quei loro sentimenti di allora. Come normali ragazzi, come persone cui la natura e l’età consentono di credere nel valore di un sentimento. Fosse stato un processo iraniano ne parleremmo con le lacrime agli occhi. Ma era italiano. Dovremmo piangere a dirotto.

Ma non è finita, e disinteressandomi, ora, della sorte di quei due, la cui vita è già massacrata, rivolgo l’attenzione a quella di noi tutti. Non è finita: la Corte di cassazione potrà chiudere il caso, ma potrà anche annullare la sentenza e chiedere un nuovo giudizio. Dimenticatevi Perugia: questo modo di procedere è folle. Se, avendo scopiazzato dalla formula americana, abbiamo stabilito che si può condannare solo in assenza di “ragionevole dubbio”, come mai si può credere che il dubbio non sia ragionevolissimo, se una corte, in un qualsiasi grado di giudizio, assolve? Noi riusciamo a demolire la ragionevolezza solo in base ad una finzione: chiamiamo “processo” l’insieme dei giudizi, per questo possiamo cambiarli a piacimento, sempre all’interno del medesimo “processo”. Era più che giusto quel che stabiliva la legge Pecorella: chi viene assolto non può più essere processato. La Corte costituzionale provvide a chiudere questo spiraglio di civiltà. Molti, troppi, ne pagano le conseguenze.