giovedì 25 aprile 2013

Il sospetto universale. Ernesto Galli della Loggia

«L'inciucio!». Molti italiani si stanno ormai abituando a giudicare la politica nell'ottica di quest'unica categoria demonizzante, e quindi a vedere le cose e gli uomini della scena pubblica del loro Paese in una sola luce: quella del sospetto universale.

La prima caratteristica della categoria dell' inciucio , quella che la rende così facilmente utilizzabile, è la sua indeterminatezza. L' inciucio , infatti, come insegnano i suoi denunciatori di professione, si annida dovunque. Potenzialmente esso riguarda tutto e tutti. Può consistere nella sentenza di un tribunale, in un articolo di giornale, nella decisione di qualunque autorità, in una trasmissione televisiva, in tutto. Ma soprattutto è inciucio la trattativa, l'accordo, il compromesso espliciti, così come pure - anzi in special modo! - l'intesa tacita che su una determinata questione si stabilisce per così dire spontaneamente tra gli attori politici di parti diverse. Tanto più che perché di inciucio si possa accusare qualcuno non c'è bisogno di alcuna prova. Per definizione, infatti, l' inciucio si svolge nell'ombra, al riparo da occhi indiscreti. E dunque, paradossalmente, proprio la circostanza che di esso non si abbiano tracce visibili diviene la massima prova della sua esistenza. In questo senso la categoria d' inciucio , nella sua indeterminatezza e nella sua indimostrabilità, costituisce una sorta di versione in tono minore di un'altra ben nota categoria, da decenni ai vertici dei gusti del grande pubblico: la categoria dei «misteri d'Italia» con la connessa tematica del «grande complotto». Ogni vero inciucio , infatti, contiene inevitabilmente un elemento di «mistero», e d'altra parte ogni «mistero» non implica forse chissà quanti inciuci ?

Un ulteriore vantaggio che offre poi l' inciucio in termini polemico-propagandistici è che esso, di nuovo, può sottintendere tutto, il fare ma anche il non fare. Agli occhi dei suoi teorici esso è anzi soprattutto questo: è il non fare, il disertare, l'abbandono della posizione di fronte al nemico. Un aspetto, questo, che indica assai bene quale sia l'idea della democrazia che hanno i denunciatori di professione dell' anti inciucio . È un'idea per così dire bellica della democrazia, radicalmente fondata sul concetto di ostilità. Per non essere l'anticamera dell' inciucio (sempre in agguato!), la democrazia deve essere scontro permanente, continua denuncia dell'avversario e dei suoi disegni, illustrazione delle sue indegnità morali, smascheramento; ogni discorso deve sbugiardare, denudare, indicare al pubblico ludibrio.

La massima virtù civica non è la probità, è l'indignazione. Chi non si adegua, chi invece guarda alla democrazia come a quel sistema che si fonda, sì, sulle «parti» e sulla loro contrapposizione, ma anche, specialmente nei tempi difficili, sulla ricerca dell'accordo, sulla tessitura di compromessi, sulla moderazione di toni, sul riconoscimento dell'opinabilità di tutti i punti di vista (compreso il proprio, naturalmente) e della buona fede altrui, ebbene costui è già un potenziale «inciucista», un «traditore», un «venduto», degno di essere consegnato ai dileggi parasquadristici di cui per esempio sono stati vittime gli onorevoli Franceschini e Fassina nei giorni scorsi. Poiché in una tale ottica la mediazione non è il momento inevitabile di ogni prassi democratica; al contrario: ne diviene la più indegna negazione. Naturalmente ordita con i più torbidi scopi.

Inutile dire quanto abbia aiutato a radicare l'idea e la categoria d' inciucio la scoperta della spartizione, concordata per anni dietro le quinte, a opera dell'intera classe politica, di privilegi e benefici di ogni tipo e misura. Cioè la scoperta della «casta». Una realtà verissima e certo scandalosa: se si può muovere un rimprovero all'uso pubblico della quale, però, è di non avere sottolineato abbastanza che l'intera società borghese italiana è in verità una società di caste. Che la radice del male, dunque, non sta tanto nella politica quanto nella cultura, nella mentalità profonda delle classi dirigenti (e non solo) del Paese. Per cui in Italia tendono a essere una «casta» i giornalisti, i giudici, gli avvocati, gli alti burocrati, i professori, i manager, i funzionari dei gabinetti ministeriali, e così via: in vario modo tutti impegnati accanitamente a sistemare i propri figli possibilmente nello stesso mestiere, a impedire l'accesso ai nuovi venuti, ad accumulare privilegi, retribuzioni, eccezioni di varia natura, auto blu, simboli di status, diarie, cumuli pensionistici, trattamenti speciali, ope legis , e chi più ne ha più ne metta. Viceversa, declinata unilateralmente la categoria di «casta» porta a conseguenze strabilianti. Per esempio a quella di proclamare «un uomo al di fuori della politica» (Beppe Grillo) una persona certo degnissima come Stefano Rodotà, ma che comunque nei suoi ottant'anni è stato deputato dal 1976 al 1994, deputato europeo per un altro periodo, presidente del gruppo parlamentare della Sinistra indipendente, vicepresidente della Camera, ministro nel governo ombra Occhetto, presidente del Pds, e infine presidente di un'Authority, carica notoriamente di strettissima nomina politica. Qual è insomma, viene da chiedersi, il criterio d'inclusione nella «casta»? Forse non essere nelle grazie degli «anticasta»?

Ma il punto decisivo - lo sappiamo benissimo, senza che ce lo ricordino i professionisti dell' anti inciucio - è che nella politica italiana c'è Berlusconi. Vale a dire il bersaglio di un'indignazione obbligatoria - del quale, a dire di costoro, bisogna a ogni occasione chiedere l'ineleggibilità, la revoca dell'immunità, l'incriminazione, e quant'altro - mentre il solo evitare di farlo, non parliamo dell'avere un qualsivoglia rapporto con lui o con la sua parte, significherebbe, sempre e comunque, l' inciucio più vergognoso. Quando si discute di Berlusconi o con Berlusconi, infatti, se non si vuole passare per collusi il sistema è semplice: ogni sede pubblica deve divenire l'anticamera di una Corte d'assise. Il fatto che da vent'anni egli abbia un seguito di parecchi milioni di elettori (spesso la maggioranza) appare ai custodi della democrazia eticista un dettaglio irrilevante. Non già l'espressione di un problema della storia italiana, di suoi nodi antichi che solo l'iniziativa, le risorse e le capacità della politica, se ci sono, possono sciogliere. No: solo un problema di codice penale o poco più. E in ogni caso, male che vada, un'occasione d'oro per lucrare un po' di consenso mettendo sotto accusa chi si trovasse a pensare che le cose, come spesso capita, sono invece un po' più complicate. ( Corriere della Sera)

martedì 23 aprile 2013

Germania declassata. Davide Giacalone

Mentre l’Italia cerca di districarsi dal groviglio istituzionale, e mentre le irragionevoli rigidità imposte da Pierluigi Bersani hanno allungato l’assenza di un governo, nella pienezza delle sue funzioni (e della sua legittimazione democratica), fin oltre l’elezione del presidente della Repubblica, il mondo che ci circonda corre. Incurante della nostra distrazione. Egan-Jones, agenzia di rating minore, ma che è anche la prima ad avere declassato gli Stati Uniti, poi seguita dalle altre, declassa ora la Germania, portandola ad A da A+. Ieri Moody’s ha invece confermato la tripla A ai tedeschi, ma ha aggiunto che l’outlook (la previsione) volge al negativo.

La ragione del declassamento sta proprio nella fragilità delle banche tedesche, a cominciare da Deutche Bank. Egan-Jones svolge un ragionamento che ricalca quello che qui avevamo anticipato: se i numeri rendono necessario un aiuto di Stato, nell’ordine dei 100 miliardi di euro, il debito pubblico tedesco non solo è il più grande, in termini assoluti, ma raggiunge e supera il 100% del pil. A questo si aggiunga che il debito pubblico dei tedeschi, come anche quello dei francesi, è cresciuto, negli ultimi cinque anni, assai più di quello italiano. Quindi non solo abbiamo problemi comuni, ma la nostra condotta è, proprio adottando la dottrina teutonica, più virtuosa della loro.

Ciò non significa che “mal comune mezzo gaudio”, né toglie nulla alle arretratezze strutturali del nostro mercato, che da troppi anni attende riforme che non arrivano, o arrivano smozzicate, significa, però, che un governo degno di questo nome avrebbe il dovere e l’opportunità di toglierci dalla vetrina degli esempi negativi e, anzi, far valere il peso politico dei molti sacrifici già fatti.

A questi dati va aggiunto l’approfondimento fatto dal Fondo Monetario Internazionale sulle nostre banche, che si rivelano patrimonialmente più solide di altre, in giro per l’Europa. Ancora una volta: non significa che stiamo bene, ma che non siamo malati infetti da tenere in isolamento, per evitare il contagio, ma, semmai, che la severità imposta dalla Banca d’Italia dovrebbe essere un modello per gli altri.

Il fatto è che tutti gli altri hanno sistemi istituzionali senza posti vacanti e governi pienamente insediati. Il tempo fin qui devastato è un costo che imponiamo al nostro sistema produttivo. Uno svantaggio competitivo che non intacca la parte improduttiva della spesa pubblica, ma azzoppa l’Italia che corre e che ancora porta a casa risultati ragguardevoli, in giro per il mondo. Ci siamo fatti del male da soli, insomma, anche consentendo che ci venissero affibbiate colpe che non abbiamo e messi in conto penalità che non meritiamo. Chi crede che il problema sia solo estetico guardi a questi scenari, più che convincenti per risolversi a farla finita. Tornando ad occuparci di cose che non siano il retrocucina della politica politicante.

Pubblicato da Libero

sabato 20 aprile 2013

L'errore e l'orrore. Davide Giacalone

La candidatura di Romano Prodi è stata segno della disperazione a sinistra, della resa del Pd ai fantasmi del proprio passato, del tentativo di evitare la spaccatura (che non sarà evitata) accettando la scomparsa del disegno politico. Ma è anche una candidatura che segnala un errore di Matteo Renzi e un orrore di Beppe Grillo.

Seguo il gran rottamatore fin dall’epoca della prima Leopolda, con simpatia. In tanti gli riconoscono il fascino della comunicativa e la voglia di rinnovamento. Trovai più interessanti i contenuti. L’Italia avrebbe molto da guadagnare, ove la sinistra fosse incarnata non da residuati fossili di un’ideologia sconfitta dalla storia, ma da gente più attenta alla concretezza e alla quotidianità. Posto ciò, cosa ci fa Renzi appresso a Prodi? I maligni possono rispondere: fatali attrazioni fra due ex democristiani. Non sono maligno. Ma il prodismo, con le sue rimembranze di Ulivo e Unione, è il contrario del renzismo. Ne è la negazione.

Con che credibilità Renzi può reclamare il ritiro della vecchia classe dirigente, se poi diventa alfiere del sua più eccelsa incarnazione? Si può obiettare che la presidenza della Repubblica, per sua natura e per Costituzione, non è una serra per germogli, semmai un bosco per alberi secolari. Vero, ma con Prodi siamo in piena apologia della quercia. Albero a cui la sinistra s’impiccò di già. E poi, scusi, perché Franco Marini sarebbe un dispetto agli italiani e Prodi un favore? Sono figli della medesima cultura consociativa, entrambe espressione della spesa pubblica quale collante sociale. Insomma, anche senza scomodare il fantasma di La Pira (frequentato da Prodi), la scelta di Renzi sembra tanto politicista, tutta proiettata all’interno del Pd. Sicché la considero un errore. Un punto d’incoerenza. E la buona politica soffre l’incoerenza più d’altri vizi.

Sul fronte ortottero neanche lo pongo, il problema della coerenza. Non è cosa. Ma non basta l’opacità digitale per dare contezza di un visibile paradosso: il popolo frinente, i militanti del vaffaday, i detestatori d’ogni castismo, si sarebbero connessi e, spontaneamente, dovendo indicare dei nomi per il Colle, saltò loro l’uzzolo di votare per Stefano Rodotà e Prodi? E’ un’ipotesi che fa ridere assai più del bravissimo Grillo, nella sua precedente vita professionale.

Quei due hanno un lungo e medagliato cursus honorum nei palazzi della politica, dei partiti e degli incarichi parapolitici. Né si vede perché le pensioni di Giuliano Amato siano uno scandalo e quelle di questi due attempati giovanotti dei giusti tributi al loro valore. Comunque la si giri non ha senso. O, meglio, ne ha uno del tutto diverso: Casaleggio&Grillo, artefici mirabili di un fenomeno che resterà nei libri di storia (non scherzo), hanno piazzato quei due nomi per dinamitare il Partito democratico. La cosa sensazionale è che ci sono riusciti, perché quel partito è oramai un ammasso di pulsioni inconciliabili e di politiche evanescenti. I vecchi non sanno più come difendere il loro passato e i giovani si sono formati alla retorica nuovista che ha fin qui impedito ogni novità.

Avere messo Prodi fra i presidenziabili è servito per offrirgli una sponda preziosa, senza la quale non sarebbe riemerso dalla duplice distruzione delle vittorie elettorali dilapidate. E se oggi non votano Prodi, se non lo fanno da subito, è solo perché (giustamente, dal loro punto di vista) vogliono rimarcare i propri meriti e far pesare il loro patronaggio. Avere fra i rivoltosi del “siete circondati” l’ex presidente del partito assediato e l’ex capo della coalizione da dissanguare è un formidabile grimaldello per chiudere definitivamente la storia di quell’area politica. Disegno cui gli assediati collaborano, senza neanche farsi ingannare da un cavallo di legno, ma invocando l’ingresso di chi, per espugnarli, si rivolse loro e da loro ottenne viatico.

Rodotà è un politico per caso, e per vanità. Ma Prodi è un professionista astuto e vendicativo. E’ escluso che si ritrovi fra quei dieci nomi (nove, scusate, perché quel furbacchione di Grillo si ritirò) senza avere prima trattato tale posizionamento.

Ecco perché quello dei rottamatori è un errore, ma quello pentastelluto è un orrore.
Pubblicato da Il Tempo

martedì 16 aprile 2013

Cultura a destra? Viva e vegeta nonostante il Pdl. Alessandro Gnocchi

Il Popolo della libertà vuole ripartire dalle idee. Giustissimo: le ha trascurate troppo a lungo..

 
Sul Giornale, nei giorni scorsi, esponenti di spicco del Popolo della libertà quali Fabrizio Cicchitto e Mariastella Gelmini hanno avviato una discussione interessante: il centrodestra, per ripartire, avrebbe bisogno di una iniezione di cultura. È un auspicio tanto giusto quanto sorprendente perché il partito non ha dato l'impressione, nell'azione politica degli ultimi anni, di fare tesoro delle energie sprigionate da aree culturali non riconducibili alla sinistra. Senza troppi giri di parole: la cultura di destra, dal 1994 a oggi, ha offerto tanto ma i politici di destra, con le dovute eccezioni, non parevano sempre interessati. Nella gestione della Rai, dei ministeri chiave in campo culturale, delle istituzioni cittadine, s'è visto assai poco ispirato alla «cultura di destra». Spesso le buone intenzioni di partenza sono rimaste lettera morta, in questa sede non conta dire perché. Anche gli intellettuali sbarcati a Roma, dal compianto Piero Melograni a Marcello Pera, non sembrano nel complesso aver ricoperto un ruolo decisivo.

Liberali, cattolici, post-missini: fuori dal Parlamento c'è una enorme concentrazione di forze con proposte forti ma chi le sta a sentire? Sono senza interlocutori politici al punto che c'è gente (di destra) che sostiene che tutto sommato, quando c'è qualche progetto concreto in ballo, sia meglio cercarsi interlocutori istituzionali di sinistra. Almeno c'è qualcuno con cui parlare anche se poi ti dirà di «no». Dall'altra parte, la nostra, invece ti attende il nulla.
Il Pdl avrebbe un bacino inesauribile di idee a cui attingere, se lo volesse. Salvo rare eccezioni, nessuna delle persone che qui saranno nominate è etichettabile come «di partito»; qualcuna non si definisce neppure di centrodestra; tutte attribuiscono un valore fondamentale alla propria autonomia. Non vogliamo certo arruolare nessuno. Vogliamo piuttosto segnalare intellettuali accomunati da un lavoro serio che va in una direzione diversa (se non propria opposta) rispetto alla sinistra. Intellettuali che quindi dovrebbero «interessare» al Popolo della libertà all'improvviso affamato di cultura.

L'Istituto Bruno Leoni è un punto di riferimento imprescindibile per chiunque, sia pure con sfumature diverse, appartenga all'universo liberale e libertario. Produce paper, convegni, corsi di studio, libri e seminari. Dalla cultura, all'economia, passando per l'ambiente e l'urbanistica: non c'è settore che sia scoperto. Nel suo organico ci sono fuoriclasse come Carlo Lottieri, Alberto Mingardi, Carlo Stagnaro, Filippo Cavazzoni, Serena Sileoni. Il «padre spirituale», oltre a Leoni, è Sergio Ricossa.

Dopo decenni di silenzio, ora vi sono due editori coraggiosi che hanno portato i classici del liberalismo austriaco e non solo dalle nostre parti: Liberilibri di Aldo Canovari e Rubbettino di Florindo Rubbettino sono colonne portanti della cultura liberale italiana. A cui di recente si è aggiunta, con titoli inattesi e fortissimi, la Marsilio di Cesare De Michelis. Il «giro» di autori, collaboratori, curatori, prefatori di questi «piccoli» (in realtà grandissimi) editori è di per sé una mappa del pensiero storico-filosofico non dogmatico: Giuseppe Bedeschi, Lorenzo Infantino, Raimondo Cubeddu, Dario Antiseri, Luigi Marco Bassani, Eugenio Di Rienzo, Giovanni Orsina, Fabio Grassi Orsini, Alessandro Orsini... Un po' più a destra, l'editore Bietti propone una delle migliori riviste italiane, Antarès, fucina di talenti coltivati da Gianfranco De Turris, ove si può leggere di letteratura, economia, polemiche culturali fuori dagli schemi.

Le associazioni cattoliche sono sempre state ben organizzate: svolgono un lavoro incredibile sull'istruzione paritaria dal punto di vista legale, divulgativo, economico, culturale offrendo una mole di dati impressionante e proposte concretissime per incentivare la libertà di scelta delle famiglie. Che dire poi di editorialisti e scrittori come Antonio Socci, Camillo Langone, Luca Doninelli, Davide Rondoni, Luca Negri e tutte le altre penne affilate che guardano alla Chiesa come punto di riferimento; del gruppo combattivo che fa capo a Riccardo Cascioli e al rinato quotidiano on line La bussola; del lavoro sempre coerente di editori come Lindau, Cantagalli, San Paolo, Ares?

Quotidiani. Il Foglio di Giuliano Ferrara è nato per offrire un solido retroterra culturale al neonato centrodestra, e ha fatto un lavoro esemplare. Ha fatto conoscere i valori di un partito liberale di massa, ha dialogato col mondo cattolico, ha lanciato talenti in grande numero, ha valorizzato e fatto esplodere geniacci inclassificabili come Pietrangelo Buttafuoco. Del Giornale non tocca a me dire. Però voglio ricordare chi combatte o ha combattuto, di recente e con posizioni variegate, la sua battaglia culturale sulle nostre colonne: Luca Beatrice, Beatrice Buscaroli, Giampietro Berti, Roberto Chiarini, Dino Cofrancesco, Francesco Forte, Giordano Bruno Guerri, Giorgio Israel, Luca Nannipieri, Fiamma Nirenstein, Massimiliano Parente, Francesco Perfetti, Claudio Risé, Vittorio Sgarbi, Stenio Solinas, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.

Internet? Social Network? Il mondo dei blogger «di destra» è da sempre all'avanguardia grazie a pionieri come Andrea Mancia fondatore, fra le altre cose, di Tocqueville.it. Mancia, Bressan, Missiroli e altri hanno saputo aggregare nella rete le forze conservatrici-liberali, prima della sinistra, ricavandone una miniera di sapere sul web.

Questo elenco è parzialissimo, chiedo scusa ai moltissimi che nell'impeto ho certamente dimenticato e ai tanti «cani sciolti» che dell'assoluto individualismo hanno fatto una religione. D'altronde non serve un elenco completo: questo è solo un piccolo esempio di cosa si agita fuori dai palazzi romani. La cultura c'è. Il partito può dire altrettanto? (il Giornale)

domenica 14 aprile 2013

Accordo o voto

Caro Mauro,
"Lo ripeto ancora una volta, in modo che nessuno possa fingere di non aver capito: le strade sono due. O accettate di dialogare con noi, di scegliere con noi il Capo dello Stato e di formare con noi il nuovo governo, oppure l’interesse del Paese e la gravità della situazione esigono che si torni subito al voto.
E bisogna farlo già a giugno, senza perdite di tempo che ci porterebbero all’autunno prossimo, o alla primavera 2014, o a chissà quando.
Il Paese, le imprese, le famiglie non possono più aspettare.".

Questo il passaggio saliente del mio discorso di Bari, che puoi leggere e commentare qui: https://www.forzasilvio.it/news/4221
Non riusciranno a toglierci la nostra positività, la nostra carica, la nostra passione, la nostra voglia di credere nel futuro, e soprattutto le nostre idee e le nostre proposte per cambiare in meglio il Paese che amiamo.

Ancora grazie per essere in forzasilvio.it.
Vi voglio bene, e anche voi continuate a volermi bene!
Viva l’Italia, Forza Italia, Viva il Popolo della Libertà!


Silvio Berlusconi

venerdì 12 aprile 2013

Chi assolve i carnefici e chi dimentica la vittima. Vittorio Sgarbi

 
Massimo Gramellini è discontinuo. Assolve i vituperati teppisti della Zanzara, il duo Cruciani-Parenzo, in nome della «sostanza». Non conta il come, ma quello che ha detto Valerio Onida.
La buona fede carpita con l'inganno non annulla le verità spontaneamente espresse. Togliamo le domande della finta Hack, restano i pensieri liberi e spontanei del «saggio».

Gramellini si occupa anche del caso Ruby; e qui si irrigidisce. Ruby deve essere per forza un burattino, manovrata dal suo carnefice. Eppure anche qua qualcosa non funziona. Nei tanti casi di pedofilia che riguardano la Chiesa, o nella vicenda locale di Don Gelmini, le vittime hanno denunciato, hanno chiesto risarcimenti, si sono manifestate come «parte lesa». Qui assistiamo alla situazione contraria, e - va ripetuto - Ruby rivendica di non essere una prostituta (punto significativo: non è in discussione e non è reato il libero rapporto di una ragazza minorenne con un uomo, è reato la prostituzione minorile), e non lamenta in nessun modo di essere parte lesa. Perché, a te, Gramellini, Ruby appare «parte lesa»? Dove e quando? Dunque, lo Stato, attraverso la Procura di Milano, apre un lungo e costoso processo nei confronti dello Stato rappresentato dal presidente del Consiglio, senza alcuna denuncia né della vittima né dei suoi familiari. E siamo arrivati al punto in cui Ruby, sputtanata, ma diventata famosa, esattamente come desiderava, una denuncia la fa. E mi pare credibile: «L'atteggiamento apparentemente amichevole dei magistrati si è trasformato in una tortura psicologica. Mi sento vittima di uno stile investigativo fatto di promesse non mantenute e domande incessanti sulla mia intimità». Mi pare credibile. Perché dovrebbe averlo scritto l'«Ufficio Sceneggiature, al lavoro in un salotto di Arcore oppresso dai quadri con la targhetta del prezzo infilata nella cornice»?

Tu, Gramellini, penserai di fare lo spiritoso, ma io i quadri di Berlusconi li conosco e non ho visto né pretese di nomi con attribuzioni fantasiose né targhette di prezzi. Però è così: Berlusconi deve essere maiale e burino. Io invece, serenamente, mi chiedo, dopo un così lungo e inutile processo, come sia possibile vedere non Ruby che protesta sulle scale del palazzo di Giustizia, ma in attesa dentro un'aula dove nessuno vuole interrogarla. Florida, continuando a non lamentare la sua condizione di «parte lesa», si chiede: «Trovo sconcertante e ingiusto che un giudice non voglia ascoltarmi». A te, Gramellini, pare un processo serio? Vedi reati gravi contro una persona e contro la società? Non ti risulta che l'attività sessuale di donne e uomini inizi prima dei diciotto anni? E che qualche ragazza sia, per così dire, «interessata»? Questa a me pare la sostanza. Le ragioni del processo non le vedo. Ma, anche non volendo aprire un'altra polemica, la giustizia in Italia vuole Corona in galera e pentiti, che hanno ucciso decine di persone, liberi. Ti sembrerà strano, ma io ho la certezza che abbia fatto più danni a Ruby la Boccassini che Berlusconi. E penso che una donna libera ha diritto, anche per interesse, di fare l'amore con chi vuole, senza essere considerata una prostituta. Semplice, no? È molto frequente. Senza il seguito di processi. A me tutto fu chiaro subito, quando a Berlusconi, che la ricordò come «parente di Mubarak», Ruby rispose: «Per me Silvio è come la Caritas». (il Giornale)

mercoledì 10 aprile 2013

I poveri ricchi di sinistra che si fingono francescani. Paolo Bracalini

Siedono da sempre nei salotti buoni e nei Cda di banche e Fondazioni. Da Colaninno a Bazoli jr, tutti in piazza con il Pd contro la miseria



Mai visti tanti ricchi in piazza per i poveri. Non ci sarà il banchiere piddino Mussari, trattenuto a Siena da pendenze giudiziarie (intanto apprendiamo: 234mila euro di stipendio per tre mesi di lavoro a Mps nel 2012), e neppure la vendoliana Boldrini, che non ha bisogno di toccare con mano la nuova povertà italiana, avendola già scoperta sabato scorso («Non immaginavo questa povertà in Italia») nelle Marche dei pensionati suicidi.
L'ex presidente del Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari entra in Procura

Alla testa del corteo francescano del Pd - sabato a Roma - c'è Pier Luigi Bersani, origini umili a Bettola, ma una meritata vecchiaia d'oro grazie a tre pensioni, come gli rinfacciarono i renziani nelle primarie: quella da ex deputato in quattro legislature (6mila euro al mese), quella da ex consigliere regionale in Emilia-Romagna (4.400 euro al mese), più quella da ex funzionario di partito Pci-Ds (e qualche spicciolo di quarta pensione, da ex insegnante). «Molti italiani vivono in situazioni di estremo disagio, le famiglie e le imprese sono in piena emergenza, è il momento di dare risposte all'altezza» si mortifica, nel comunicato sul «corteo anti povertà», il Pd, che fra tre mesi incasserà 50 milioni di euro di finanziamento pubblico. In questo «Pd per i pd (poveri diavoli)» c'è anche Bazoli jr, l'avvocato deputato Alfredo, nipote del banchiere presidente di Intesa San Paolo Giovanni Bazoli, anch'egli storico simpatizzante dell'Ulivo e Pd, da Prodi in poi. L'attenzione alla povertà si mescola ai Cda e alle fondazioni bancarie, dove troviamo appunto, seppur francescanamente, Romano Prodi (Fondazione Cassa di risparmio di Bologna), ma pure l'ex sindaco Pd Sergio Chiamparino (Fondazione Compagnia di San Paolo), a giorni anche il senatore uscente del Pd Antonello Cabras (Banco di Sardegna), il figlio dell'ex ministro Pd Luigi Berlinguer (Banca Antonveneta), e una stirpe di sindaci e amministratori locali col pass nei vertici di Monte dei Paschi. I piedi in banca, ma il cuore nelle favelas dell'Italia impoverita.
Sarà mica quella «sinistra degli snob» che il professor Luca Ricolfi identificò così? «Quel ceto sociale, che raggiunge l'apice tra gli intellettuali, dove, soddisfatti i bisogni primari, ci si può dedicare all'arredamento della propria anima», alla solidarietà, ai sentimenti giusti, al Terzo mondo. La Boldrini è l'emblema di questa sfera sociale, ma è nel settore cinema/tv/arte che se ne pescano di più. Tutto l'indotto artistico del Pd, che ha lottizzato la Rai nei gangli vitali degli appalti cinema e produzione tv, come taluni naturali sottoscrittori della marcia anti povertà di Bersani. Dalla Dandini (700mila euro all'anno, per tanti anni, a RaiTre) a Fabio Fazio (2milioni di euro l'anno) e la solidale Littizzetto (20mila euro ogni 5 minuti di battute), forse fino a Benigni (7 milioni di euro dalla Rai in sei mesi, tra la serata sulla Costituzione e la ri-lectura Dantis). Arredare l'anima costicchia.
Ma è il Pd di Giuliano Amato? «Non capisco la domanda» risponde l'ex premier quando gli si chiede se è disposto a ridursi la sua pensione d'oro. La cifra ormai è leggenda: 31.411 euro lordi al mese. Anche Amato è in pieno spirito Pd anti povertà: «Quando tanti giovani arriveranno alla pensione - ha detto l'altro giorno agli studenti della Luiss - si troveranno con una pensione miserabile, con cui non potranno vivere e si troveranno a dormire in auto». E il professore fa subito qualcosa di concreto: appoggia la bella manifestazione Pd contro la povertà.
Con loro, idealmente, ci sarà anche Matteo Colaninno, brillante deputato Pd, erede dell'impero di Colaninno padre (Piaggio, Alitalia...) nonchè già vicepresidente della Banca Popolare di Mantova e altri lussuosi Cda. E pure, sempre idealmente tra i piddini col saio, anche i salotti buoni vicini al Pd, dal milanese Francesco Micheli, alla torinese Eva Christillin, veltroniana della prima ora e supporter del sindaco Fassino, fresca di poltrona presso banca Carige, che si somma ad altre dozzine di poltrone (presidente del Teatro Stabile di Torino, ma anche dell'Agis piemontese, ma anche dell'Anesv, ma anche del Museo Egizio di Torino, ma anche della Filarmonica del Teatro Regio di Torino etc..). «Il Pd - prosegue il comunicato - è vicino a tutti i cittadini che in questo momento stanno vivendo momenti difficili». ( il Giornale)

martedì 9 aprile 2013

Thatcher, è morta una grande. Nicola Porro

Quando nel 1979 gli inglesi sceglievano Margaret Thatcher l’Urss iniziava la sua occupazione dell’Afghanistan. La Fiat licenziava 61 operai per violenze in fabbrica e i sindacati confederali, cioè tutti, proclamarono uno sciopero di protesta. Khomeini cacciava, nel consenso generale, lo Scià di Persia. In Italia scoppiavano gli scandali dell’Eni Petromin e Mario Tanassi si faceva quattro mesi in gattabuia. La chimica privata dei Rovelli e dei Monti saltava e a Milano veniva ucciso Giorgio Ambrosoli. Sembra di parlare di un secolo fa. Pensate un po’, in quei mesi veniva inaugurata la sede del Giornale, dove è oggi e, al terzo piano, uno accanto all’altro, celebravano l’evento Silvio Berlusconi e Indro Montanelli.
Quando muore una grande personalità si cerca sempre di dimostrare l’attualità del suo pensiero, delle sue gesta. Ma davvero si può credere che oggi il thatcherismo sia ancora attuale? In effetti lo è più che mai.
Se c’è una lezione che ancora non abbiamo imparato e da cui discende gran parte della politica della Lady di ferro è il cosiddetto individualismo metodologico. Non vi spaventate, è una cosa seria, ma non così pallosa. «Non esiste una cosa come la società. La vita è un arazzo di uomini e donne, la gente e la bellezza di questo arazzo e la qualità della nostra vita dipendono da quanta responsabilità ognuno di noi è disposto ad assumersi su noi stessi e quanto ognuno di noi è pronto a voltarsi e aiutare con i nostri sforzi coloro che sono sfortunati». Non esistono i sindacati, non esiste la politica, non esiste la società. Ci sono gli individui, che alimentano questi universali. È la forza del pensiero politico liberale. Lo Stato è necessario, ma attenzione a divinizzarlo. Diceva la signora: «Chi scala l’Everest lo fa per suo sommo ed egoistico piacere ed orgoglio, anche se arrivato in cima è la bandiera inglese che issa». Rispetto degli individui e senso dello Stato. Le sue epiche e coraggiose battaglie contro i sindacati dei minatori sono solo la più eclatante testimonianza di questo modo di pensare e agire. Il bene supremo del suo popolo in contrapposizione alle organizzazioni sclerotizzate che presumevano di rappresentarlo. Pensate forse che sia passata l’idea? Basta vedere le consultazioni del quasi premier Bersani e l’incredibile peso che continua ad avere in Italia il cosiddetto metodo concertativo, per intendere la portata della rivoluzione liberale che è del tutto mancata da queste parti. È per il sano interesse del macellaio che la vostra fetta di carne è di buona qualità, ci diceva Smith, e più o meno pensava la Thatcher. Qua invece siamo ancora alla rincorsa di concetti alti e ben portati, che poi alla fine nascondono il nulla. Hayek ebbe il coraggio di raccontare il «miraggio della giustizia sociale», la Lady di ferro ebbe la forza di farne una pratica politica.
Quando nel 1990 gli inglesi decisero di cacciare la Thatcher una parte del mondo era cambiata grazie a lei e Ronald Reagan. Certo l’Europa aveva guardato da un’altra parte. Basti pensare che pochi mesi dopo l’elezione della coppia liberale, i francesi pensarono bene di scegliere il primo presidente della Repubblica socialista, Mitterrand. La Russia, l’impero del male era stato sconfitto. Gli americani avevano lanciato l’operazione «Tempesta nel deserto» in risposta all’occupazione irachena del Kuwait. La liretta era rientrata, per poco, nello Sme e il presidente della Bundesbank (allora era Karl Otto Poehl) propose, pensando a noi, l’Europa monetaria a due velocità. Ci offendemmo e definimmo il governatore «l’ultima espressione del militarismo prussiano». Ci sono i Mondiali di calcio, e la chimica, la solita chimica, passa dai Gardini-Ferruzzi all’Eni (poi si intuirà a quale prezzo). Occhetto molla il Pci per il Pds, nelle università arriva la Pantera e dal Quirinale Cossiga inizia a picconare. Mentre l’Italietta teneva il broncio a Karl Otto, la Lady di ferro si presentava ai Comuni con un tailleur blu, capelli in ordine, filo di perle discrete, sostenendo: «Il presidente della Commissione, Mr. Delors, ha detto in una conferenza stampa l’altro giorno che vorrebbe che il Parlamento europeo fosse il corpo democratico della Comunità, ha voluto che la Commissione sia l’esecutivo e vorrebbe che il Consiglio dei ministri fosse il Senato. No! No! No!». Il triplo no all’Europa dei burocrati, della moneta unica. Un no a subordinare le scelte nazionali a quelle di funzionari europei non eletti. Un no a Maastricht e alla costruzione dell’euro. Difficile non trovare qualche spunto di attualità negli argomenti della Signora Thatcher di quindici anni fa.
Prendete un buon argomento da salotto di Via Cappuccio (Milano) o downtown (New York) e vedrete come la figlia del droghiere diventata Baronessa l’abbia smontato con lucidità. Dal femminismo all’ambientalismo; dal comunismo al fascismo. È stata straordinaria non tanto per quello che ha fatto, ma per il coraggio di dire ciò che non andava detto.

pS Oggi il Sole24 ore ha affidato uno striminzito e unico commento sulla morte della Thatcher a Romano Prodi. Che senza tante ipocrisie (bisogna dargliene atto) ha criticato duramente la lady di ferro. Il giornale della Confindustria è favoloso a spiegarci come le ricette da adottare siano quelle liberali: liberalizzazioni, meno spesa pubblica, meno tasse. Ma dobbiamo dire la verità, sembra non crederci molto. é normale dunque che la signora non appartenga al pantheon del Sole e della Confinidustria.
(il Giornale)

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sabato 6 aprile 2013

Berlusconi: Otto proposte per dare una shock al Paese

Care amiche, cari amici,
mentre le altre forze politiche sembrano impegnate a perdere tempo, noi del Popolo della Libertà teniamo sempre in mente l’interesse del Paese e nella settimana che inizia il 15 aprile, presenteremo in Parlamento otto disegni di Legge che costituiscono la prima applicazione del programma che ha portato la coalizione di centrodestra a un soffio dalla vittoria nelle ultime elezioni.

Sono otto proposte concrete, che avranno un immediato impatto positivo sull’economia reale e sulla società, soprattutto per quanto riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro. Otto punti su cui si sono espressi i cittadini e che porteremo avanti con impegno quotidiano nel nostro lavoro parlamentare.
Mentre la politica si impantana, si fa del male e ci fa del male, noi avvertiamo la necessità e l’urgenza di cambiare rotta per ridare alle famiglie e alle imprese la fiducia e la forza di andare avanti in una situazione economica davvero difficile.
Per questo motivo, sabato 13 aprile a Bari, illustreremo il contenuto di questi otto disegni di Legge, già pronti per essere presentati al Senato della Repubblica. E che riguarderanno:

1) l’abrogazione dell’Imu sulla prima casa, sui terreni e sui fabbricati funzionali alle attività agricole e la restituzione degli importi versati nel 2012;
2) la revisione dei poteri di Equitalia, con particolare riferimento alle sanzioni, alle maggiorazioni di interessi e ai meccanismi di rateizzazione;
3) il riconoscimento alle imprese - per le nuove assunzioni a tempo indeterminato di giovani, disoccupati e cassintegrati - di una detrazione (sotto forma di credito d’imposta) per i primi 5 anni dei contributi relativi ai lavoratori assunti, nonché l’esenzione, per questi ultimi, dall’IRPEF sul salario percepito;
4) il passaggio dalle autorizzazioni burocratiche ex ante ai controlli ex post, per quanto riguarda lo svolgimento di ogni attività di impresa;
5) l’abolizione dei contributi pubblici per le spese sostenute dai partiti e dai movimenti politici;
6) le norme per la riforma del sistema fiscale;
7) le disposizioni di revisione della Costituzione per quanto riguarda l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio dei Ministri;
8) le disposizioni per la riforma della giustizia.

Queste nostre proposte hanno in sé la forza di un cambio di passo, di uno shock istituzionale ed economico, che tende da un lato, allo sviluppo e al rilancio della nostra economia e, dall’altro, al ritorno della fiducia nello Stato, il cui compito resta quello di creare le condizioni adatte perché i cittadini possano realizzare le proprie ambizioni e i propri progetti.
È questo che il Paese ci ha chiesto con il voto. È con questi primi atti che intendiamo recuperare l’orgoglio di essere italiani, l’orgoglio di crescere, l’orgoglio di sprigionare le energie che ciascuno ha in sé.
Grazie per l’attenzione e per il sostegno. Ci vediamo tutti sabato prossimo, 13 aprile, in Piazza della Libertà a Bari!
Un abbraccio a tutti.

Cordialmente,
Silvio Berlusconi

L'Europa ha un problema: Deutsche Bank. Nicola Porro

 



Se domani la sede legale di Unicredit o di Intesa-Sanpaolo o persino di Mps dovessero per magia essere spostate a Francoforte, il valore delle rispettive azioni salirebbe in un istante.
Per il solo fatto di abbracciare i regolamenti creditizi della grande Germania. Se, al contrario, Deutsche Bank dovesse traslocare baracca e burattini a Milano, sarebbero guai seri, per la prima banca europea. In pochi oggi mettono in discussione la solidità del sistema creditizio tedesco. Eppure se c'è un rischio per l'Europa sono proprio le banche della Signora Merkel. Che godono di immeritata reputazione. Intanto qualche numero. Delle circa duemila banche tedesche solo due di una certa dimensione sono private: Db e Commerz. Più di 1.100 sono banche cooperative, 450 sono casse di risparmio comunali e 10 casse di risparmio statali. Il sistema bancario teutonico è sostanzialmente pubblico. E le due reginette private sono davvero mal conciate.

Deutsche Bank è stata investita da uno scandalo da far tremare i polsi. Negli anni della crisi, hanno confessato due suoi ex dipendenti, la filiale Usa avrebbe nascosto 12 miliardi di perdite in derivati. Per farla semplice, ogni banca deve dare un prezzo di mercato ai suoi investimenti, la Deutsche non l'avrebbe fatto. Grazie a questo escamotage, non ha fatto quegli aumenti di capitale che tutte le altre banche europee hanno invece dovuto faticosamente chiedere al mercato. La storia di Commerz è ancora peggiore. Un quarto del suo capitale è oggi ancora in mano allo Stato. Negli anni della crisi finanziaria si è beccata (tra azioni in mano al Tesoro e Tremonti Bond alla tedesca) circa 35 miliardi di iniezione di quattrini pubblici: il doppio di quanto richiesto dal default cipriota e 5 volte la sua capitalizzazione di Borsa. I tedeschi a metà del 2008 costruirono un Fondo (Soffin) per aiutare le banche in stato fallimentare che aveva una potenza di fuoco di 480 miliardi (un quarto del Pil italiano). Fondo che ha prestato quattrini e comprato azioni a più non posso (la citata Commerzbank, ma anche WestLb, Hypo Real Estate e Aarel bank solo per citare le più grosse). Stiamo parlando di un Paese che gode di una grande reputazione di solidità, ma che ha un sistema bancario sostanzialmente pubblico e praticamente incasinatissimo.
Uno dei grandi manager di Unicredit ci ha confessato: «Ma secondo lei perché nel 2005 riuscimmo a comprare Hvb? Semplice: era in stato comatoso. Erano allora di moda le operazioni “cross border” e i tedeschi si volevano liberare di una zavorra».

Ci sono quattro motivi per i quali le banche tedesche sembrano, a dispetto della realtà, così solide. E si devono tutti alla loro grande influenza sulle Autorità di regolamentazione bancaria europea.
1. La banca ha bisogno di capitale per vivere. Ma le metodologie di calcolo cambiano da Paese a Paese. Un euro di mutuo in Italia assorbe ad esempio (cioè si brucia contabilmente) più capitale di quanto faccia in Germania. Insomma da noi il mestiere della banca è più difficile che in Germania solo per un regolamento più duro.
2. Si continua a spacciare un numeretto (il core capital di gruppo) come magico: più alto è, più si è in forma. Ma come dimostra il caso di Deutsche bank in America le medie sono fallaci. Se Db Germania ha 10 e America ha 4, si può fingere di avere un rapporto di 7. Ma è falso. Gli americani pretendono che la controllata tedesca a New York si ricapitalizzi, nonostante la casa madre stia in forma. È quanto successo a Unicredit che ha dovuto fare aumenti di capitale per l'Italia, nonostante la sua buona condizione in Germania. Per Mediobanca Securities questo problema in Europa ammonta a più di 100 miliardi di capitale mancante nelle capogruppo (deficit che non riguarda le banche italiane).
3. Le banche pubbliche tedesche (cioè la larga maggioranza) si finanziano a tassi statali di tripla AAA. Un tempo perché direttamente controllate proprio dai loro enti locali. Oggi perché finanziate dalla loro Cassa depositi e prestiti, che gode di un'ottima pagella. Insomma, la loro natura pubblicistica le mette in concorrenza sleale, ad esempio, con le nostre banche private che debbono andare a cercare i soldi sul mercato e non dalla nostra Cdp.
4. È inspiegabile come mai Deutsche Bank sia la banca europea più grande e, al tempo stesso, la più lontana dal soddisfare i criteri patrimoniali di Basilea 3. Non solo la lobby bancaria tedesca ha modificato nel proprio interesse tali criteri (rimuovendo ad esempio la leva finanziaria dai requisiti patrimoniali e mantenendo così la propensione anglosassone a fare i bilanci con i derivati), ma resta anche il Paese più in ritardo nell'adeguarsi a una tabella di marcia che gli istituti italiani già rispettano grazie a costosi aumenti di capitale. (il Giornale)




 

 

martedì 2 aprile 2013

Il sesso dei saggi. Davide Giacalone

I dieci saggi non meritano alcun fremore. Né positivo (e ci vuol fantasia), né negativo (e ci vuol poco). Trovo esilaranti e sconfortanti i commenti del tipo: fra loro neanche una donna. Temo si faccia confusione fra dramma e galateo. Ve lo immaginate l’infartuato che entra in camera operatoria e s’indigna: ma come, neanche una donna? Anche in questo si vede che l’Italia ha perso il cervello, giacché confonde l’ordine dei problemi: stiamo finendo nella macina, l’euro è sul punto di crollare o farci crollare, quel colpo comprometterebbe il nostro sistema produttivo, quindi la capacità di generare ricchezza, e noi facciamo finta di credere che siano i saggi il problema. Discutiamo pure del sesso dei saggi, emulando altre sviste e altri crolli.

Con la loro nomina Giorgio Napolitano giunge al capolinea. Leggo che dovrebbero lavorare non più di dieci giorni. Roba da matti: se hanno qualche cosa da dire devono farlo questa mattina, perché fra una settimana il tema del governo sparirà dall’agenda politica e sarà sovrastato dall’elezione presidenziale. E su questo è bene essere ruvidi: abbiamo denunciato, per anni, da soli, il deragliamento costituzionale del Quirinale. Lo abbiamo fatto su quei temi che ora svegliano i costituzionalisti, compreso il potere di firma. Ma, da pionieri della denuncia, sappiamo che una cosa è il deragliamento in mani politiche, altra in mani impreparate e avventurose. Napolitano ha già bloccato dei governi, come fecero anche Ciampi e Scalfaro. Ma se il prossimo presidente della Repubblica fosse uno scelto con il metodo Grasso, se la formazione politica fosse del tutto estromessa dal colle, allora il deragliamento fin qui visto sarà ricordato come stagione di ortodossia costituzionale.

Attaccare Napolitano per i saggi non ha senso, tanto quanto non ne hanno loro. Il punto delicatissimo e decisivo è un altro: non ci si può imbarcare nell’elezione del successore tenendo a palazzo Chigi Monti, e in tali condizioni. E’ questa l’affermazione più debole e, al tempo stesso, scandalosa, nel discorso di Napolitano. Per tre ragioni: a. costituzionali; b. politiche; c. economiche.

A. E’ vero che il governo Monti non è mai stato sfiduciato, ma solo perché si sottrasse al voto con le dimissioni. Ci sarebbe, dunque, un governo senza maggioranza, che in questa legislatura non ha mai avuto la fiducia, ma capace di restare in carica, potenzialmente e per gli affari correnti, per tre legislature. Mostruoso. Un simile precedente demolisce la Costituzione. B. Il dibattito sui marò ha chiarito non solo l’assenza di maggioranza, anche solo ipotetica, attorno al governo Monti, ma anche il desiderio di chi lo presiede di andar via al più presto. A questo si aggiunga che non c’è più un ministro degli esteri. Insistere nel tener tutto fermo significa incrudelire uno scontro politico che ha già tratti di totale demenzialità. C. Monti fu chiamato per recuperare peso in Europa, nel mentre la crisi dell’euro faceva salire i tassi sul nostro debito pubblico. Omessa ogni altra considerazione, oggi non conta più nulla, in Europa, e la medesima crisi dell’euro, mai risolta, ci strangola obbligandoci ad accrescere la recessione. Un euro depositato in banca a Berlino vale più del doppio di un euro depositato a Nicosia. Il sistema è già saltato. E’ escluso che si abbia tempo da perdere.

Napolitano, quindi, ha davanti a sé tre strade: 1. nominare un presidente del Consiglio, ex articolo 92, dimettersi e lasciare al successore (in quelle condizioni è possibile che sia lui stesso) il compito di sciogliere le Camere; 2. nominarlo e mandarlo alle Camere, sapendo che l’elezione del successore bloccherà il processo e rinvierà tutto al dopo; 3. lasciare che il tempo scorra, come sabbia fra le mani, in assenza di soluzione. La terza ipotesi è devastante. Le altre due chiudono il Pd. La seconda Repubblica nacque con l’idea (abortita) di affidare alla sinistra la continuità. Quella stessa sinistra conclude l’orrida stagione spaccandosi e lasciando brani delle proprie carni fra le fauci di fiere aggressive e pericolose. Una cultura scialba e onanistica credette di dover temere il Caimano, delegando al domatore il compito di tenerlo a bada. Quello stesso domatore ora guarda inorridito il dischiudersi di altre gabbie. Non è tempo di posare la frusta, ma di usarla con forza.

Pubblicato da Libero

venerdì 29 marzo 2013

Patibolo cipriota. Davide Giacalone

E’ sciocco e pericoloso sostenere che Cipro è un caso eccezionale, talché quello che si vuole capiti lì non accadrà poi altrove. E’ vero il contrario: quel che succede in una banca dell’eurozona può ed è destinato a ripetersi in ogni altra sua parte. Quindi la proposta di esproprio, operato sui conti correnti, deve essere fermata. Ove non lo si faccia si metterà in moto il meccanismo che può portare alla demolizione del sistema bancario in Europa (non scrivo “europeo” perché, purtroppo, non esiste).

Si dovrebbe fare attenzione al detto: è per il principio, non per i soldi. E’ violando i principi che l’area economica più ricca del mondo, l’Unione europea, riesce a bruciare quattrini. I principi hanno un valore economico. Violarli ha un costo. Abbiamo cominciato a sbagliare con la Grecia e non ci siamo più fermati. La cosa grottesca è che il Pollicino che ha segnato la via è quella Germania che pretendeva d’essere l’incarnazione stessa della coerenza e dei principi, mentre, al contrario, li ha sbriciolati.

Cipro è l’ultimo laboratorio della follia autolesionista, sicché usiamola per vedere alcuni principi massacrati. Primo: i soldi depositati in una banca dell’Unione monetaria non sono più garantiti. Altro che segreto bancario o tassi d’interesse, qui s’è stabilito che se una banca fallisce a pagare devono essere i correntisti. Dal che può discendere una sola cosa: la fuga dei capitali verso altre aree del mondo o in istituti tedeschi (o nelle cassette di sicurezza, che da noi crescono). Il bello è che l’insulsa idea di rapinare i conti sopra i 100mila euro era stata valutata per come doveva essere letta: il ripiegamento fallimentare rispetto al delirio di rapinarli tutti. I mercati l’avevano presa a ridere. Fin quando un olandese delirante, presidente dell’eurogruppo, Jerone Dijsselbloem, ha preteso di teorizzare e generalizzare la trovata. Apriti baratro.

Secondo principio violato: leggo per ogni dove che i capitali russi depositati a Cipro sarebbero soldi sporchi, quindi da poter taglieggiare senza pietà. Qui di sporco c’è la coscienza ipocrita di chi prima ammette Cipro nell’Uem, sapendo benissimo che si crea un offshore interno all’area dell’euro, e poi, quando le cose vanno male, pretende di rivalersi su capitali che sono entrati rispettando le regole e credendo alla parola e alle leggi di uno Stato e di un’area monetaria. Per simili voltafaccia la storia prevede il peggio. Se i capitali sono sporchi procede la giustizia, non il fisco. Terzo principio violato: nel momento in cui si stabilisce che i titoli del debito di uno Stato sovrano (in questo caso la Grecia), componente l’Uem, possono non essere onorati ne deriva che l’intera Uem è disonorata. Da quel punto in poi i birilli cascano in successione, e solo a patto d’essere di legno l’ultimo della fila ride del fatto che la boccia ha colpito chi gli sta davanti. Con l’aggravante che le banche tedesche e francesi si liberarono dei titoli greci, avendo notizie insider (che nei mercati è reato) sui tempi dello sganciamento, con ciò danneggiando la Grecia, mentre i ciprioti hanno lasciato in portafoglio quei titoli (anche perché l’isola è divisa e dall’altra parte ci sono i turchi), che la Banca centrale europea dovrebbe considerare senza rischio, con ciò aggravando il proprio fallimento. Quarta violazione dei principi: a Cipro vengono poste condizioni impossibili, il Parlamento le rigetta e la troika li rimodula rinunciando ad avere soldi ma pretendendo di far valere l’impostazione iniziale (taglieggiamento conti), vale a dire l’esatto contrario di un sano pragmatismo, nonché l’umiliazione della sovranità democratica.

Non serve continuare ad enumerare per chiarire che il venir meno ai principi del diritto e della credibilità sta distruggendo l’Uem, e con essa l’Ue. E non è assolutamente vero, come sostengono i tedeschi, che si tratta, invece, di richiamare ciascuno ai trattati sottoscritti, perché quando li violò la Germania l’arbitro, corrotto dalla e con la forza, fece finta di non vedere. L’Europa costruita attorno all’economia e alla moneta dimostra uno spaventoso deficit di diritto, politica e credibilità. Perde soldi perché perde principi.

Quando noi, da europeisti, avvertivamo sulle debolezze strutturali dell’euro sembrava bestemmiassimo. Ora è un fondo del Corriere della Sera, scritto da Giovanni Sartori, a ipotizzare la fine dell’euro e il ritorno al serpente monetario. La storia non inverte la freccia del tempo, semmai si deve dotare l’euro di quel che il serpente aveva: sistemi basculanti di compensazione interna e regole per l’uscita. Tutto quel che è rigido, a questo mondo, prima o dopo si spezza.
Pubblicato da Libero

domenica 24 marzo 2013

Il discorso di Silvio Berlusconi in piazza del Popolo il 23 marzo 2013 a Roma

Governo forte e responsabile o al voto

Care amiche, Cari amici,
siamo davvero tanti e da quel che vedo siamo già tutti pronti per una nuova campagna elettorale, e questa volta per vincere alla grande, per vincere davvero. Questa, come sapete, si chiama Piazza del Popolo.
Ma da oggi possiamo chiamarla Piazza del Popolo della Libertà.
Grazie di cuore di essere qui con me, con noi, tutti insieme a rappresentare l’Italia degli italiani di buona volontà, l’Italia degli italiani di buon senso, l’Italia degli italiani di buona fede. L’Italia che lavora e che produce, l’Italia delle donne e degli uomini liberi che vogliono restare liberi.
Siamo il Popolo della Libertà. Siamo noi il Popolo della Libertà, e abbiamo come religione la libertà, abbiamo come prima e assoluta missione la difesa della libertà.
E anche per questo siamo qui oggi, tutti insieme, ad esercitare un nostro assoluto diritto, garantito da tutte le democrazie, quello di manifestare in piazza per protestare contro ciò che non ci piace, che non ci pare giusto, che non accettiamo, o a favore di ciò che vogliamo e che ci appare sacrosanto.


Ci avevano dati per agonizzanti, invece ecco qui sotto un sole caldo di primavera e in una delle piazze più belle del mondo:
- un popolo che combatte contro la crisi economica e sociale;
- un popolo che sa amare, sa ammirare, sa creare, e rinnega nella vita di ogni giorno la logica dell’invidia e della rabbia.
Noi siamo l’Italia della passione, che si batte per le proprie idee nelle piazze come nelle istituzioni, nel lavoro quotidiano, nell’impresa. Siamo anche quelli che sanno ridere e sorridere, che sanno combattere la malinconia di una crisi mondiale grave e duratura con la logica dell’intelligenza, e con la volontà dell’ottimismo e della speranza.
Davvero, siamo tantissimi…Lo sapete che non avevo mai visto tanti “impresentabili” tutti insieme?
Ci dicono che siamo impresentabili, ineleggibili, collusi, in realtà noi siamo l’Italia migliore e siamo anche la maggioranza dell’Italia , siamo tantissimi.
Prima di ogni cosa, credo che dobbiamo mandare un saluto e un abbraccio, ai nostri due Marò, a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che il Governo Monti ha pensato bene, dopo tante parole, di rispedire in India. E’ una cosa grave e incredibile: un grande Paese non deve questo, non può abbandonare i suoi uomini. E noi non possiamo consentire che l’Italia sia umiliata e ridicolizzata. E non possiamo consentire che ciò avvenga da parte di chi - come Monti - raccontava di avere ridato credibilità al nostro Paese. Domandiamo ai signori del Governo Monti: questa è la vostra credibilità?


Quella della loro credibilità era una grande balla. La balla del secolo. Non sono mai stati più credibili di noi, semmai erano e sono stati sempre supini alla Germania e agli altri Paesi e ora anche all’India.
Allora, come voi sapete bene in questi giorni c’è stato un giro di consultazioni con le forze politiche, e verrò tra poco alle mie osservazioni sull’incarico precario che è stato dato ieri al signor Bersani. Ma prima, volevo fare anch’io le mie consultazioni, chiedendo subito un parere a voi, perché il vostro è il parere che mi importa.
Vi domando:
1. Siete contenti della campagna elettorale che abbiamo fatto?
2. Siete orgogliosi di come io mi sono battuto nelle piazze e nelle sfide televisive? Da Santo? Da Floris? Dalla Annunziata? Dalla Gruber? Sapete, c’è qualcuno che mi dice che non devo più chiamarli comunisti, ma non è colpa mia…Non sono io che vedo comunisti da tutte le parti: sono loro che sono comunisti e stanno da tutte le parti…E infatti, andando negli studi televisivi, ho visto così tanti comunisti che mi sono venuti gli occhi rossi e pure la congiuntivite…
3. Ancora Siete soddisfatti della nostra fantastica della nostra rimonta in campagna elettorale?
4. Pensate che un grande Paese come l’Italia possa essere governato senza numeri da vecchi militanti di quel Pci, che è diventato Pds, che è diventato Ds, che è diventato Pd, ma che non è cambiato mai?
5. Siete convinti che, se tornasse al voto, vinceremmo noi, sia alla Camera che al Senato?
6. Allora siete pronti a tornare in campagna elettorale per dare all’Italia un Governo solido, capace e liberale?
E Ma allora Se siete tutti pronti, allora Vi comunico chesono pronto anch’io…Sì, sono pronto anch’io a combattere insieme a voi una grande battaglia per la libertà e per una nuova Italia.
Parliamo un pò degli altri Ma l’avete visto in questi giorni Bersani? Prima del voto, era convinto di avere già vinto senza gareggiare. Aveva in mano da due mesi la lista dei ministri, con Rosy Bindi in testa. Diceva che era in vantaggio di 12 punti, diceva che la nostra rimonta era falsa e che gli serviva il binocolo per vederci. Adesso è trascorso un mese dal voto, e nessuno ha avuto ancora il coraggio di dirgli che le elezioni non le ha vinte.
Oddio, qualche sospetto ce lo deve avere anche lui.
Ha la faccia di uno che ha cercato di smacchiare un giaguaro e il giaguaro lo ha ridotto male molto male…
Ma ci sono anche altri che stanno combinati anche peggio.


Lo vogliamo mandare tutti insieme un saluto a Gianfranco Fini, devo dire che la vosdtrea e una reazione rozza ed efficace quindi mandiamo a lui e a tutto il suo che dopo “soli” 30 anni lascia il Parlamento? Un saluto a lui e a tutto il suo club di gentiluomini…Ma poi guardate che in fondo, credo che a Montecarlo non se la passi così male…
Un saluto anche a Casini, che tutte le sere ci spiegava in tv che eravamo noi a sbagliare, che non capivamo il Paese, che la soluzione era Monti. Vi diciamo Caro Pierferdinando, bisogna saper ascoltare la gente. E se tu avessi ascoltato la tua gente, avresti capito che non dovevi dividere lo schieramento dei moderati alternativi alla sinistra, e fare così l’interesse della sinistra…
E un nostro vero rammarico è proprio questo: come hai potuto fare un errore così grave contro i tuoi elettori e anche contro te stesso? Come hai potuto non vedere cosa sarebbe successo?
E poi un saluto a Di Pietro…Avevamo sostenuto per anni che le sue erano braccia rubate all’agricoltura…Ora possiamo finalmente restituirlo all’agricoltura, sperando che non faccia troppi danni anche lì.
E poi ve lo ricordate Ingroia, l’eroe del Guatemala? A proposito…Ci sono in piazza amici della Valle d’Aosta? Dove siete? Eccoli là…Allora, vi do una notizia…Visto che Ingroia ha perso le elezioni e vuole tornare in magistratura, ma siccome si era candidato in tutta Italia tranne la vostra Regione, hanno pensato bene di mandarlo da voi in Valle d’Aosta…Ho un’indiscrezione sulla prima inchiesta che farà: sarà sugli stambecchi del Parco del Gran Paradiso…Ha già un sacco di intercettazioni, e ha anche uno stambecco pentito che ha rilasciato le prime confessioni…Presto sarà intervistato da Santoro e Travaglio…Sia lui, sia lo stambecco…


E poi un saluto a Grillo, che ieri è andato da Napolitano travestito da dittatore dello Stato libero di Bananas…Lo sapete che cosa combina oggi? Una bella visita ai cantieri dell’alta velocità accompagnato da un po’ di distinti signori amici suoi (anarchici, no-Tav, centri sociali …). Intanto, è un primo atto da onorevoli, perché vanno lì come parlamentari, e sfruttando un privilegio da parlamentari…Vorrei chiedere a Bersani: ma che fai? I nuovi ministri delle infrastrutture e magari anche degli interni li scegli tra quei gruppettari là? E’ così che pensi di guidare e governare uno dei Paesi più importanti del mondo?
Fatti questi doverosi “saluti”, vengo alle cose importanti su cui dobbiamo ragionare insieme.
1. Siamo qui e cominciamo con una denuncia e una proposta.
La denuncia politica riguarda la sinistra, che, forte della sua antica professionalità nelle sezioni e negli scrutinii elettorali, si è guadagnata uno 0.3% in più di voti, e, con questo 0.3, ha osato mettere le mani sulle Presidenze di Camera e Senato come se le istituzioni fossero tutte quante “cosa loro”. E ora puntano a fare lo stesso con la Presidenza della Repubblica. Dico qui, forte e chiaro, che sarebbe una specie di golpe, che sarebbe un atto ostile contro metà e oltre del Paese.
Bersani aveva detto prima del voto: se anche prendessi il 51%, mi comporterei come se avessi preso il 49%. Bene, non ha preso né il 51 né il 49, ma solo il 29, eppure si vuole sequestrare il 100% delle cariche istituzionali. E’ inaccettabile.


E’ inaccettabile che l’Italia sia uno dei pochissimi Paesi occidentali dove la massima carica dello Stato sia decisa, nel chiuso di qualche stanza buia e fumosa, da tre o quattro capipartito, alle spalle degli elettori.
Il Capo dello Stato non lo possono decidere Bersani, Vendola e Monti riuniti a casa loro, magari indicando Romano Prodi. Un Presidente tutto meno che superpartes.
Lo volete uno come Prodi? Il Capo dello Stato lo dovrebbero decidere 50 milioni di italiani, democraticamente, al termine di una campagna elettorale aperta, libera e trasparente.
Per questo noi proponiamo (e nella scorsa legislatura siamo riusciti a far approvare questa riforma solo al Senato, purtroppo), che si passi all’elezione popolare diretta del Capo dello Stato, come accade in America o in Francia.
Ma anche ora in attesa di questa riforma non è assolutamente pensabile che, con un colpo di mano, sempre aggrappandosi allo 0,3% di cui parlavo prima, questi signori pensino di imporci uno di loro, magari uno dei più estremisti di loro, per 7 anni.
Questa volta, con il Presidente del Senato di sinistra, con il Presidente della Camera di sinistra, con il Presidente del Consiglio di sinistra, il Capo dello Stato deve essere un moderato, un liberale di centrodestra !
Questo è un sacrosanto diritto dei 10 milioni di italiani che noi rappresentiamo e che non possono essere esclusi da tutte le più alte istituzioni.
2. La seconda questione è la più importante. Vedete, io ho fatto la campagna elettorale pensando ai problemi veri degli italiani:
-fermare il bombardamento di tasse;
-creare le condizioni per avere nuovi posti di lavoro;
-fermare il mostro chiamato Equitalia;
-abolire l’Imu per il futuro e restituirla per il passato.
Bene, un minuto dopo il voto, questi signori hanno fatto sparire queste questioni reali, e hanno messo sul tavolo questioni che non hanno nulla a che fare con le emergenze del Paese:
-il conflitto di interessi
-la legge anticorruzione
-il falso in bilancio
-la caccia alle poltrone istituzionali di cui ho detto poco fa
-e perfino, roba da matti, la questione lunare della mia presunta ineleggibilità, cosa con la quale vorrebbero provare a mettere fuori gioco il leader di 10 milioni di italiani, eletto 6 volte al Parlamento, e già 4 volte Presidente del Consiglio.


Sono irresponsabili. Sono fuori dalla realtà perché non sanno ascoltare la sofferenza del Paese.
Non capiscono il dramma degli imprenditori.
Non capiscono il dramma dei disoccupati, con i livelli record della disoccupazione, in particolare di quella giovanile.
Non capiscono l’incubo di chi riceve lettere e cartelle minacciose da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Non capiscono il dramma di chi vuole fare impresa e deve fare i conti con una burocrazia oppressiva, che toglie tempo e risorse, che ti fa andar via la voglia di realizzare qualcosa di nuovo.
Vi sembra normale?
In un mese dopo il voto, avete mai sentito Bersani pronunciare la parola “crescita”? La parola “sviluppo”? Niente di niente, come se il problema fosse solo quello di togliere di mezzo il signor Berlusconi.
Scherzano con il fuoco, e non capiscono che poi, perfino per un grande Paese come il nostro, possono materializzarsi rischi gravi, magari anche scenari pericolosissimi per il risparmio privato delle famiglie, come sta accadendo a Cipro.
E ora si aggiunge, in questo contesto, l’altro marziano, Grillo, che parla di “decrescita felice”. Ma, ditemi voi: avete mai visto qualcuno che si impoverisce ed è felice?
Qualcuno che sorride mentre perde il suo lavoro, il suo risparmio, la sua dignità?
Che poi, detta da uno come Grillo che non vive certo di stenti, la cosa sa anche di grande presa in giro e di offesa agli italiani…
E ciò nonostante, Bersani lo insegue, lo prega, gli va appresso, e tenta con i voti dei grillini di mettere insieme i numeri che non ha…
Direte voi: si tratta di una orribile compravendita di parlamentari…No: si chiama scouting.
Direte voi: si tratta di un ribaltone antidemocratico…No: si chiama scouting.
Direte voi: ma come, Bersani si esprime sempre in un emiliano simpatico e verace? Noooo! Bersani si è internazionalizzato, è diventato English, è diventato British, e parla di scouting con una pronuncia ineccepibile.
Mamma mia, se ripenso a tutto quello che ci hanno riversato contro quando qualche parlamentare del gruppo misto è venuto da noi!
No, sono davvero degli ipocriti, sono sepolcri imbiancati.
Se e quando alcuni deputati hanno deciso liberamente di passare con il centrodestra, loro ci hanno accusato di compravendita, se invece passano a sinistra per eleggere il Presidente del Senato e magari far nascere il governo Bersani allora per loro si tratta di “scouting”.
Vedete che ho ragione io, sono sempre gli stessi, è la doppia morale comunista.
A questo punto, voglio essere molto chiaro, ribadendo la mia fiducia nella saggezza e nell’equilibrio del Presidente Napolitano.
Delle due l’una. Se per caso, dopo l’incarico precario ricevuto ieri sera, Bersani e il Pd insisteranno con questo tentativo assurdo di Governo senza numeri, di Governo di minoranza, sappiano che la nostra opposizione sarà durissima, senza sconti, in Parlamento e nelle piazze, in mezzo alla gente che soffre per la crisi che loro non vedono.
Se invece non combineranno nulla, se non ci riusciranno, allora l’essenziale è che non facciano perdere tempo al Paese, che non facciano melina. Si torni subito al voto, e si restituisca la parola agli italiani. Noi siamo assolutamente pronti.


Bersani sta ripetendo l’errore-orrore di Monti: pensare al suo interesse e alla sua salvezza e non all’interesse e alla salvezza del Paese.
Dice “no” a un patto con noi: l’unica soluzione che le urne hanno indicato come possibile.
Il PD invece è da sempre e ancora accecato dall’invidia e dall’odio contro di noi, contro il ceto medio, contro i cosiddetti benestanti, contro chi con il lavoro, con il sacrificio, con il rischio imprenditoriale è riuscito a crearsi una piattaforma di benessere per sé e per i suoi figli.
A loro non importa:
Che le fabbriche, piccole e medie imprese e negozi chiudano in massa
1. Che ci siano tre milioni di disoccupati.
2. Che tre milioni e mezzo di italiani siano nella miseria assoluta.
3. Che sette milioni di italiani siano sulla soglia della povertà.
4. Che i pensionati non arrivino alla seconda settimana del mese.
5. Che 40 giovani su 100 non abbiano lavoro e che in tanti abbandonino l’Italia perché hanno perso ogni speranza.
6. A loro non importa che le famiglie siano oppresse dalle tasse e dagli aumenti delle bollette.
7. Che i contribuenti siano vessati da Equitalia che si comporta con loro come il rappresentante di uno Stato ostile e nemico.
8. Che le imprese siano prigioniere di una camicia di forza costituita da tutti i vincoli e le autorizzazioni preventive della burocrazia che non le lascia operare.
9. Che le banche prestino soldi alle imprese con sempre maggiore difficoltà perché hanno subito un incremento pericoloso del totale dei crediti irrecuperabili.
10. Che la produzione industriale e i consumi siano caduti ai livelli di 20 anni fa.
11. Che il debito pubblico superi i duemila miliardi.
12. Che gli investimenti esteri in Italia siano ridotti al lumicino.


Per loro, per questi marziani irresponsabili spinti solo dal desiderio di potere, dall’invidia e dall’odio sociale i problemi urgentissimi, non più rinviabili del nostro paese, sono altri, sono il conflitto di interesse, il falso in bilancio, la legge anticorruzione pensando così di colpire il nemico Berlusconi.
Le facciano pure queste leggi. Il loro problema è quello di aumentare l’Iva sui prodotti di lusso per i ricchi e di togliere l’Imu solo a chi ha pagato sino a 500 euro e così moltiplicarla per quattro a tutti gli altri e - perché no - fare anche una bella patrimoniale, di 40 miliardi che sul piano economico è impossibile, ma e’ così demagogica e fa tanto chic.
Il problema è quello di tenersi ben strette le banche, come hanno fatto egregiamente da sempre col Montepaschi, e semmai, notte tempo, assottigliare i conti correnti degli italiani con un prelievo forzoso.
Ma tutto questo si può fare solo togliendo prima di mezzo Berlusconi che ai loro occhi ha una grande colpa, un grande torto, quello di non aver consentito da 20 anni a questa parte a loro, ad una minoranza illiberale e prepotente di prendere il potere e fare il bello e il cattivo tempo.
Ancora tre mesi fa pensavano che i giochi fossero fatti: hanno sottovalutato la forza di questo popolo, la forza del Popolo delle Libertà, la forza dei nostri ideali, dei nostri programmi: e, se permettete, anche del suo leader e si sono messi a giocare con le figurine: qui ci mettiamo questo, qui ci mettiamo quello, questo ministero a lui, questa banca a te, quell’authority a me, e così via: dai provveditori agli studi, agli ambasciatori, ai direttori generali dei ministeri, dalle grandi aziende di stato, ai vertici delle forze dell’ordine e delle forze armate, dovunque perché questo è il potere che amano e che vogliono.
Erano pronti alla grande abbuffata. Poi si sono svegliati e sono caduti dal letto. Accecati dalla loro sete di potere, non si erano neppure accorti che al loro fianco cresceva una forza, il Movimento 5 stelle, che si alimentava col malcontento popolare, agitando slogan semplici e demagogici: un vaffa…. per tutti, No alla Tav, No di qui, No di là, e altre amenità che hanno fatto facilmente presa, perché era ed è protesta allo stato puro, senza alcuna proposta seria per rilanciare l’Italia.
Tanto è vero che, incamerati tantissimi voti, l’unica cosa che Grillo non vuole, per ora, è governare, perché punta al 100 per 100 per guidare un governo monocolore e lo dichiara pure al Capo dello Stato…vi ricorda qualcosa?
In questa situazione Bersani che fa? Si rivolge a chi è responsabile, a chi rappresenta l’Italia che lavora, a chi ha dato infinite prove di serietà e di capacità, cioè alla forza dei moderati, a noi, al Popolo della Libertà?
No, nemmeno per sogno. Si rivolge proprio a Grillo, che per tutta risposta dice no, lo sbeffeggia e lo manda a quel paese 3-4 volte al giorno.
Bersani allora decide - come dicevo - di fare “scouting”, spera che questi turisti della politica nell’albergo a 5 stelle, questi ospiti improvvisati della politica, che vengono in massa dalla sinistra, scappino di mano a Grillo e possano dargli i numeri per far nascere un esecutivo che avrà come primi obiettivi quelli che abbiamo visto prima, e già che ci siamo, magari dichiarare ineleggibile Berlusconi che è la trovata degli ultimi giorni.
Dopo la catastrofe Monti, noi abbiamo messo a punto un programma di riforme e di grande rilancio dell’economia, con al primo posto l’abbassamento della pressione fiscale che è insopportabile sulle famiglie e sulle imprese.
La nostra ricetta liberale per uscire dalla recessione e rilanciare l’economia. E’ una ricetta che ha sempre funzionato e che in sintesi dice: Meno tasse sulle famiglie, sulle imprese, sul lavoro producono più consumi, più produzione, più posti di lavoro con la conseguenza di maggiori entrate nelle casse dello Stato che recupera così quanto serve per aiutare chi è rimasto indietro.
Non ci sono altre soluzioni per l’Italia.
Altrimenti non c’è che il voto.
Intanto una cosa è certa:
tutti i temi che abbiamo affrontato nella campagna elettorale sono diventate altrettante proposte di legge, che stiamo per depositare alla Camera e al Senato. Già martedì prossimo, a Montecitorio e a Palazzo Madama, depositeremo le prime quattro proposte:
- per la detassazione totale delle nuove assunzioni, a favore di giovani o di disoccupati;
- per il pagamento dei debiti dello Stato verso le imprese;
- per l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e sui terreni agricoli, e per il rimborso dell’Imu pagata nel 2012;
- per una radicale revisione dei poteri del mostro chiamato Equitalia.
Se fossimo stati, o se fossimo al Governo, avremmo fatto esattamente le stesse cose. Per noi, i temi centrali sono e restano quelli che importano davvero agli italiani, alle famiglie e alle imprese.
Gli altri chiacchierano, noi continuiamo a lavorare per il grande cambiamento.


Noi, diversamente dagli altri, non abbiamo dovuto cambiare idee e obiettivi. Per noi resta decisivo sconfiggere le tre oppressioni: l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica, l’oppressione giudiziaria. Dell’oppressione fiscale, abbiamo già detto, ma voglio aggiungere qualcosa. Con pazienza, per mesi, abbiamo cercato di limitare l’effetto debilitante delle politiche fiscali negative di Monti, che non condividevamo, e alla fine abbiamo suonato lo squillo di tromba della riscossa: sfido chiunque a dimostrare che questo squillo non sia stato udito in ogni parte d’Italia e che non sia risultato per molti milioni di italiani un discorso liberatorio, lucido e rigorosamente costruito nell’interesse del paese che tutti amiamo.
Le banche devono riprendere a erogare il credito. La pubblica amministrazione deve onorare i suoi debiti con sollecitudine. La domanda interna di beni e servizi deve crescere rigogliosamente. Lo Stato deve fare un passo indietro abbassando il carico fiscale abnorme che impone su cittadini, imprese e lavoro. Le sole esportazioni, che sono una delle maggiori glorie della nostra capacità di crescere, non bastano a rimettere in moto il Paese.
L’Europa della moneta unica non è nostra nemica. Nostro avversario è l’egoismo dei poteri nazionali, la boria di chi si sente egemone e non riesce a ragionare in una logica cooperativa e davvero sopranazionale. Noi italiani siamo un pilastro, con francesi e tedeschi, della costruzione europea, e abbiamo tutta l’autorità per rivendicare con fermezza la ripresa di politiche espansive, la rimobilitazione di capitali, di lavoro e di tecnologie allo scopo di aumentare il prodotto e la ricchezza sociale che si producono nell’area dell’euro.
Noi avvertimmo per primi i rischi per la bassa produttività, per l’economia stagnante, per l’incapacità di stimolare, anzi di frustare, il cavallo dell’economia in Italia e in Europa. Non siamo stati ascoltati. Un presidente del Consiglio ha poteri limitati.
In certi casi può soltanto denunciare, dire le cose come stanno, ma le leve operative gli sfuggono. Soprattutto se ha una maggioranza ristretta o, comunque, un fronte di opposizione che è fatto non tanto dai partiti che hanno perso le elezioni quanto da magistrati, mass media e lobby influenti interne ed estere.
Quanto all’oppressione burocratica, siamo qui per affermare la necessità della riduzione della macchina dello Stato. Una macchina che non soltanto costa ad ogni cittadino italiano il 30% in più di quel che costano gli altri Stati ai loro cittadini, ma che ci impedisce di intraprendere, di lavorare, di sentirci liberi cittadini di uno Stato che ci garantisce e ci protegge, invece che cittadini di uno Stato che ci è ostile o addirittura nemico.
Ma siamo qui anche per dire basta all’uso della giustizia come arma contro gli avversari politici. I magistrati non devono soltanto essere imparziali, devono anche apparire imparziali. Per questo vogliamo affermare il diritto di un cittadino e ancor più di chi è stato eletto dal popolo a chiedere e a ottenere la revoca e la sostituzione di un PM o di un giudice che militi in una corrente della magistratura ideologizzata e politicizzata, che lo considera un nemico politico e usa contro di lui l’arma della Giustizia per combatterlo e danneggiarlo.
Oggi non voglio parlarvi delle assurde vicende giudiziarie di cui sono oggetto, perché tutto il tempo deve essere dedicato ai vostri problemi, ai problemi dell’Italia, mentre una sinistra irresponsabile gioca con le sorti del Paese.
Però lasciatemi dire che solo io potevo resistere a tutte le false accuse e a tutto il fango che mi è stato gettato addosso in questi anni; solo io potevo resistere al dolore che queste vicende provocano e alle straordinarie spese sostenere.
La riforma della giustizia deve essere fatta per tutti i cittadini. Perché non accada a nessuno ciò che è accaduto a me in questi anni.
Intercettazioni, perquisizioni, visite fiscali, testimoni intimiditi e maltrattati, migliaia di udienze fissate anche di sabato in Tribunali deserti.
Le nostre leggi, i disegni di legge che depositeremo sono per voi, per tutti i cittadini per difendervi e per rafforzare la magistratura sana che ogni giorno rende un grande servizio al Paese.
Noi non vogliamo una magistratura che sia succube della politica.
La magistratura deve essere libera.
Ma libertà non significa arbitrio.
La magistratura non deve essere al di sopra del popolo ma deve dispensare giustizia in nome del popolo.
Non può, senza mandato popolare, far cadere governi o decidere le leggi che il Parlamento deve approvare o non approvare.
Quando un magistrato decide di fare politica tramite il suo ruolo, utilizzando la toga che indossa, è un fatto gravissimo che incide sulla libertà di tutti noi.
È come se l’arbitro di una partita di calcio fosse un giocatore di una delle due squadre in campo.
Ciascuno di voi ben comprende come in tal modo la partita venga falsata e la sconfitta dell’altra squadra sia più che sicura.
È contro questa situazione che noi dobbiamo impegnarci.
Vedete, qualcuno parla di Berlusconismo, qualcun altro ha detto che Silvio Berlusconi non è più solo il nome di una persona, ma è il nome di una storia. Permettetemi di dirlo: la nostra storia.
E’ il nome di chi ha avuto la forza e il coraggio di contrapporsi a una sinistra illiberale, che concepisce solo la demonizzazione dei suoi avversari, e la loro eliminazione politica o addirittura fisica.
E’ il nome di chi ha voluto e saputo aggregare la maggioranza degli italiani che non vogliono questa sinistra, unendo i cattolici e i laici, i liberali, i riformatori, i modernizzatori, tutti i cittadini che vogliono il cambiamento.
E’ il nome di chi non si è arreso alle aggressioni, ma ha risposto moltiplicando ad ogni agguato l’amore per la democrazia e la passione per la libertà.
E’ il nome di un italiano che non ha paura, che non si è fatto e non si farà intimidire, e che tanti italiani hanno riconosciuto e riconoscono come guida in una battaglia nell’interesse di tutti. Questo italiano è qui davanti a voi, e si impegna a continuare la sua storia insieme alla vostra.
Siamo qui, più forti di prima e, ringraziando il cielo, siamo diversi da loro, che sanno solo invidiare e disprezzare, che hanno perso la speranza e gli ideali, e sono posseduti da una forza che è solo negativa e distruttiva. Ma il nostro amore e le nostre convinzioni, le nostre idee e le nostre speranze, sono più forti del loro odio.
Non riusciranno a toglierci la parola, il pensiero, il legame che ci unisce a milioni di altre donne e uomini che condividono la nostra stessa passione per la libertà.
C’è una frase di Gandhi che mi ha commosso: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci”.
Sono sicuro che sarà così anche per noi.
Lotteremo in Parlamento per difendere il voto di 10 milioni di italiani. Ma saremo anche nelle piazze, nelle strade, con la gente. E oggi, da questa piazza, vogliamo dare inizio a un nuovo modo di fare politica, per far vivere insieme la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta, il Parlamento e la partecipazione.
Siamo donne e uomini responsabili. Ma non possiamo accettare che la democrazia e la libertà siano calpestate da chi vorrebbe annientare gli avversari politici per via giudiziaria.
Non possiamo accettare che la democrazia e la libertà siano calpestate da chi vorrebbe cancellare il voto e i diritti fondamentali di un terzo degli italiani.
Noi non lo consentiremo.
Sentiamo parlare di vecchie alchimie e di doppi binari, magari per conquistare anche la Presidenza della Repubblica.
Non ci stiamo.
O si fa un governo forte che coinvolge in un momento così grave tutte le forze politiche responsabili nell’interesse del Paese, oppure si va al voto.
Non ci sono alternative.
In ogni caso noi saremo in campo e ci impegneremo con rinnovata energia, con la stessa passione di sempre e ancora di più, con la nostra inestinguibile voglia di lottare per la libertà.
Forza Italia, viva l’Italia, viva la Libertà.
Vi abbraccio uno ad uno

sabato 23 marzo 2013

Bersani e la realtà impresentabile. Gianni Pardo

«Ma, a tuo parere, perché Bersani si comporta così?» Chi pone questa domanda crede di essere un po’ stupido o disinformato, e poi invece scopre che chi doveva illuminarlo non ne sa più di lui. Ed anzi, per la verità, si direbbe che sull’intera nazione aleggi il sospetto che nessuno capisca niente. Salvo gli interessati, a cui evidentemente conviene mantenere il segreto.

Non rimane che raccattare i cocci e vedere che cosa se ne può dedurre. Non per avere certezze – ché diversamente non staremmo brancolando nel buio – ma almeno dati su cui costruire ipotesi. Il Presidente Napolitano ha affidato a Pierluigi Bersani l’incarico di costituire il nuovo governo. Il leader del Pd tenterà di ottenere la fiducia in Parlamento, ma sappiamo che non può contare su nessun “sostegno certo” (come lo vorrebbe Napolitano). Non sull’alleanza col Pdl, che lui stesso rifiuta; e non sull’alleanza col M5S, che gliela nega. Da qui in poi cominciano le ipotesi.

La prima è che Bersani e i dirigenti del Pd siano impazziti. In questo caso, cercare di capire il perché del loro comportamento sarebbe fatica sprecata. Ne abbiamo fatto l’esperienza negli ultimi due anni, con Gianfranco Fini. Quando cominciò la sua guerriglia contro Berlusconi ci scervellammo: «Dove vuole arrivare? Se lascia il Pdl è perduto. Dunque deve avere un altro piano. Ma quale?» Non l’aveva. E si è visto.

La seconda ipotesi – più probabile – è che ci sia un gioco apparente e un gioco dietro le quinte. Pubblicamente Bersani dice: vado in Parlamento con un programma “grillesco” e chi mi vuole appoggiare mi appoggerà. Ma il piano è sconclusionato. Se i “grillini” avessero voluto appoggiarlo, avrebbero concordato un programma di governo con lui e gli avrebbero promesso la fiducia. Se hanno continuato a dirgli di no, che cosa spera, Bersani, che gli voti la fiducia il Pdl?

Ma dal momento che le ipotesi folli non ci spaventano, facciamo che il M5S ed anche il Pdl votino la fiducia a Bersani per far nascere un governo, dal momento che l’Italia ne ha bisogno. E poi? Quanto durerebbe, questo governo? Spesso litigano gli alleati, anche dopo aver concordato un programma, figurarsi dei non alleati che non si sono messi d’accordo su nulla. Fra l’altro, i partiti votano la fiducia al governo anche perché intendono guadagnarci in termini di cariche ministeriali. E perché mai il M5S e il Pdl dovrebbero votare la fiducia a Bersani senza guadagnarci nulla? Per sentirsi rimproverare aspramente dai loro elettori?

Forse si può fare un’ipotesi un po’ meno strampalata. L’insistenza di Bersani nel ripetere instancabilmente «col Pdl mai« ha precisamente il senso opposto: «col Pdl, naturalmente». Non è uno scherzo.

Come pensa chiunque ragioni, e naturalmente il Presidente Napolitano, Bersani, Berlusconi e tutti gli altri, l’unico governo serio concepibile è quello sostenuto da Pd e Pdl, partiti che oltretutto hanno pareggiato, nelle urne. Ma Bersani sa che l’Italia è stufa dei partiti, è vagamente entusiasta dello sfascismo di Beppe Grillo, ed ha temuto di essere squalificato dall’elettorato. E allora gioca d’anticipo, comportandosi da “grillino” ma senza perdere di vista la realtà, la quale ripete: il governo si può fare solo col Pdl. E allora ecco il piano machiavellico. Bersani va in Parlamento e si fa bocciare. Poi torna da Napolitano, con le pive nel sacco, ma il Presidente gli dice: «Il Paese ha bisogno di un governo. Accetta l’alleanza col Pdl, fallo per il bene dell’Italia». E Bersani, con l’aria di caricarsi una croce che ha fatto di tutto per evitare, fa il governo che sa da sempre di dover fare. Però potendo dire ai suoi elettori e agli italiani tutti: «Sono stato costretto. Mi siete tutti testimoni che ho cercato disperatamente di evitare l’abbraccio col Pdl, che ho cercato di coinvolgere i grillini nel governo, e sono gli stessi grillini che vi hanno tradito, buttandomi fra le braccia di Berlusconi. Ma potete chiedermi di danneggiare la Patria, pur di far dispetto al Cavaliere?»

Se questa fosse l’ipotesi, tutto rientrerebbe nell’ordine. Per quanti meandri possa descrivere un fiume, alla fine deve sboccare nel mare. Un geografo questo lo sa sin da principio, ma agli elettori può essere utile far credere che tutte quelle curve servivano per non arrivare lì dove la forza di gravità conduceva inesorabilmente.

Naturalmente non dimentichiamo che le profezie, come ha detto un umorista, sono difficili. Particolarmente quelle che riguardano il futuro.

pardonuovo.myblog.it

Marò, fuori i ministri. Davide Giacalone

Quella dei due marò è una storia vergognosa. Il governo Monti è già dimissionario, ma i ministri degli esteri e della difesa dovrebbero andare via subito. Oggi. Difficile averne di altrettanto inetti. Il disonore in cui hanno trascinato l’Italia non ha precedenti, sicché il presidente del Consiglio assuma l’interim dei due ministeri e quei ministri spariscano dai rispettivi dicasteri. Oggi. Subito. Non è detto che siano gli unici responsabili, anzi, lo escludo. Ma se rimane loro un briciolo di dignità, si assumano la responsabilità e se ne vadano.

Su queste pagine scrivemmo che peggio di così questa faccenda non era possibile gestirla. Ora constatiamo quanto sia fondato il detto: al peggio non c’è mai fine. L’Italia riesce a essere, in un solo colpo: colpevole, inaffidabile, corruttrice, ricattabile e calabrache. La nave con a bordo i marò non doveva attraccare; la diplomazia europea (o quel che ne esiste) doveva essere chiamata in causa subito; il diritto internazionale doveva essere invocato all’inizio; il ministro degli esteri non doveva andare in India per farsi schiaffeggiare; i due militari non dovevano essere ricevuti come eroi; poi non dovevano essere ufficialmente coperti nel loro restare in Italia; l’ambasciatore non doveva essere garante; successivamente non si sarebbe neanche dovuta porre la questione della sua libertà di movimento. Un impressionante cumulo di errori. Provocato dall’incapacità di affrontare, fin dall’inizio, il cuore del problema: gli affari di Finmeccanica. Di questo è responsabile il governo tutto e Mario Monti personalmente (supposto restauratore della nostra immagine internazionale!). Lo diciamo con la credibilità di chi ha scritto queste cose per tempo e prima. I due ministri sono l’apoteosi dell’incapacità. Se ne vadano, almeno dimostrando d’essere in grado di capire. Cosa di cui dubito.

E adesso? Non si scarichi sui due militari il peso degli errori. Ora ci vuole un governo diverso, un dialogo con gli indiani, la capacità di far pesare i loro torti, enormi, e quella di ricucire i rapporti, riportando a casa i due. Non perché eroi, non perché innocenti, ma perché l’onore dell’Italia non può essere calpestato platealmente. Anche per questo, i due ministri devono essere messi immediatamente alla porta. Oggi.

Pubblicato da Il Tempo

martedì 19 marzo 2013

Masochismo cipriota. Davide Giacalone

Il gigante con il cervello da gallina s’inabissa nel mediterraneo. La catena d’errori commessi è così solida e lunga che qualcuno potrebbe ritenerla frutto d’intelligenza, anziché d’ottusa arroganza. Il costo è enorme, e se in queste ore qualche cittadino europeo si reca in banca per portare via i propri soldi gli si potrà dare dell’irresponsabile (e a me del procuratore d’allarme), ma non dell’irrazionale. S’è cominciato a sbagliare nel 2010, senza più smettere.

Cipro è un’isola più piccola della Sicilia e della Sardegna. Ha un prodotto interno nell’ordine dell’1% di quello italiano. Un debito pubblico che pareggia il pil. Una storia (niente affatto conclusa) di divisione fra area greca e area turca. Nel 2004 sono entrati dell’Ue (era l’epoca, commissario Romano Prodi, in cui la si considerava un’iscrizione al club del golf). Nel 2007 nell’euro. Da dentro l’Uem sono rimasti un paradiso fiscale, mentre nelle loro banche si depositavano soldi russi, non necessariamente immacolati. Gli intelligentoni eurocrati hanno pensato che la cosa fosse sostenibile. Anche curiosamente esotica. Ma era la molla che caricava il disastro.

Giunti alla bancarotta, dopo mesi di governo sinistro inconcludente, sono andati a votare, mettendosi nelle mani di chi aveva la fiducia e l’appoggio della Germania. Vi ricorda nulla? La differenza sta nel fatto che gli italiani non l’hanno votato, ma preso quale commissario. Il reggente germanofilo ha chiesto l’aiuto europeo, per evitare che le banche saltassero, ed è qui che si dischiude il baratro, perché gli hanno imposto, in cambio, di procedere a un esproprio sui conti correnti bancari. Attenzione: la Grecia ha avuto 240 miliardi, il Portogallo 78, l’Irlanda 67, la Spagna 39, a tutti sono state poste condizioni gravose, relative al bilancio pubblico, ma a nessuno gli espropri. Per capire basta leggere le dichiarazioni di Wolfgang Schaeuble, ministro delle finanze tedesche, che ha fatto diretto riferimento alla concorrenza fiscale cipriota, destinata ad attirare capitali. L’esproprio, pertanto, sa di vendetta. Poco male, tanto pagano russi non galantuomini? Erroraccio, perché non solo pagano tutti, anche i cittadini che hanno in banca qualche migliaio di euro, ma giganteggia il messaggio: dentro l’area dell’euro è possibile che non solo una banca, ma direttamente uno Stato violi le regole del proprio mercato, togliendo denaro a chi ci aveva creduto. Fuggirne è razionale.

Da Eurocraziolandia si fa sapere che ciò accade solo per Cipro, non si ripeterà. E chi ci crede? Chi lo dice? Chi rappresenta? Se l’area è sotto il dominio tedesco, talché i paesi esposti perdono sovranità, allora tanto vale portare via i soldi, o metterli in Germania e nelle banche tedesche. Tanto è evidente che gli spread sono nuovamente schizzati. In questo modo, lo ripetiamo da due anni, l’euro salta. Provocando sfracelli.

Questa follia vendicativa è stata una decisione collegiale dell’Eurogruppo? La cronaca (sussurrata) della riunione è da capogiro: chi ha taciuto per paura, chi perché ricattato, Draghi s’è fatto rappresentare dal vice, tedesco. Germanolandia ha preso forma, ed è pessima. Un dettaglio: l’accoppiata Monti-Grilli non ha più neanche diritto di parola. Giusto per chi s’esalta alla ritrovata stima internazionale (che in India è ai massimi, grazie alla peggiore gestione possibile, il che richiederebbe l’allontanamento immediato almeno del ministro degli esteri).

Stiamo parlando di 10 miliardi di aiuti. Niente. L’inezia aiuta a usare il linguaggio tedesco, secondo cui quel che conta è il principio. Giusto, hanno ragione, solo che questo è il principio che porta alla fine. Dell’Ue, subito dopo l’euro. I ciprioti hanno colpe loro, come i greci, come anche gli italiani (debito pubblico troppo alto). Ma l’inquisizione non santa bensì economica, corroborata dalla lucidità teutonica, espia le colpe con la morte. Non nego sia dottrina priva di fascino, ma dal punto di vista economico è solo e soltanto una follia.

Cosa succede se, affondata Cipro, ci si rammenta che il fronte più lucroso era quello italiano? Ci mandiamo Grillo a contrattare lo scudo, sempre che sia disponibile? O chiediamo al presidente Boldrini di parlare con i libici, in modo che non respingano i barconi provenienti dall’Italia? Noi sostenevamo che sarebbe stato bene negoziare lo scudo anticipatamente, i tecnici non lo hanno fatto e ora siamo allo scoperto. Non basta che il Corriere della Sera riesca a cancellare Cipro dalla prima pagina, dimostrando il collasso mentale non solo della politica, ma di tutta la smandrappata classe dirigente italiana, perché è infantile chiudere gli occhi sperando di non essere visti.

I rimedi ci sono. Qui ripetuti e, assai più autorevolmente, nei discorsi di Mario Draghi. Visti e descritti per tempo: banche europee; vigilanza europea; federalizzazione debiti; cessione di sovranità in cambio di democrazia. Idee cui dare forza politica. Certo, poi guardi la politica e ti rendi conto che non parli al muro, parli a furbeschi rintronati.
Pubblicato da Libero

lunedì 18 marzo 2013

Manette intimidatorie. Davide Giacalone

Se a nessuno passa un brivido per la schiena è segno che la barbarie ha preso il sopravvento sul diritto. Se si guarda a Sergio De Gregorio solo come al parlamentare in vendita, a Nicola Cosentino come al campano accusato di camorra che neanche i suoi hanno più voluto in lista e ad Alberto Tedesco come al tangentaro che dimostra il coinvolgimento della sinistra nel malaffare politico-amministrativo, se per ciascuno si fa prevalere il giudizio sulla persona (sconosciuta, ma così descritta dai media) piuttosto che l’osservanza della legge, se la tifoseria contrapposta fa premio sullo studiare e ragionare, allora è segno che la nostra civiltà è scivolata in un baratro.

Toccherebbe alla destra sollevarsi per la libertà di Tedesco. Alla sinistra manifestare per quella di Cosentino. E a chi ha subito danni da De Gregorio, cioè tutti, affermare che proprio perché inguardabile sarebbe da felloni non difenderne i diritti. Le voce degli uomini liberi e ragionanti dovrebbe alzarsi non per conquistare a loro tre l’impunità, ma per affermare il valore del diritto, che comprende, ovviamente, la punibilità dei colpevoli. Vale per loro e vale per tutti.

Che razza di esigenze cautelari esistono in capo a persone da mesi, da anni, avvertite del probabile arresto? Se fossero voluti scappare già non sarebbero più qui. Se avessero potuto e voluto inquinare le prove, già lo avrebbero fatto. Se avessero voluto reiterare il reato (il che, comunque, è ragione valida per l’arresto solo nei casi di pericolosità sociale, modello pedofili o violenti, non certo per questo genere di reati) ora è proprio la volta che non possono più. E allora, perché li si arresta? Solo per dimostrare che c’è un potere, quello dei magistrati, che incontra ostacolo esclusivamente nelle guarentigie parlamentari, mentre se supera quelle, o quelle decadono, non ha più argini. In due casi su tre il Parlamento rifiutò la privazione della libertà. Sicché l’arresto di oggi ha senso solo in quanto schiaffo al Parlamento, ammonizione per il futuro e intimidazione per il presente. Quegli arresti sono la dimostrazione che è cresciuto un potere tendenzialmente golpistico, che già ha agito arrecando grave danno alla Costituzione. Per questo dico che una classe politica incapace di reagire a tale minaccia, che è minaccia avverso le istituzioni, è già finita, e già immeritevole di quale che sia rispetto.

Mi si risponderà che è una difesa dei corrotti e dei criminali, fatta solo perché sono persone importanti, amici dei padroni cui si suppone noi si risponda. E’ tipico dei servi non riuscire ad immaginare che esistano uomini senza padrone. Li compatisco. Ma è vero l’esatto contrario: se il potere di sequestrare la libertà altrui, in barba a quel che stabiliscono le leggi e solo grazie alla copertura dei colleghi, a loro volta dipendenti dall’influenza dei magistrati più noti, quindi più capaci d’intervenire sulle correnti del Consiglio superiore della magistratura, quindi più capaci di determinare la carriera di quelli che oggi s’inginocchiano a essere loro complici, se quel potere dilaga a farne le spese non saranno Cosentino, De Gregorio e Tedesco, ma tanti poveri disgraziati. Se si può sostenere che Angelo Rizzoli debba andare in carcere nonostante sia malato di Sla, e ci debba andare non a scontare una pena, ma ad assistere alle indagini, poi ci andrà il commerciante che si suppone abbia truffato, il professionista che si sospetta abbia falsificato i conti, il padre che si suppone abbia violentato qualcuno. Già ci vanno. E già oggi vengono in gran parte assolti, perché le accuse erano farlocche. E’ a difesa di tutti che si deve vigilare acché il diritto non sia violato per nessuno.

Il nostro è un Paese incivile, nel quale si finisce in galera da innocenti e si esce da condannati. In cui un sistema dell’informazione colmo di buzzurri emette condanna definitiva il giorno dell’accusa e si dimentica di pubblicare la notizia dell’assoluzione. In cui si crede che la prescrizione intacchi comunque l’onorabilità delle persone. In cui un esercito d’energumeni pretende d’affermare la prevalenza della sostanza sulla forma, laddove il diritto senza forma ha una sola sostanza: il dispotismo, la dittatura.

Ho atteso tutta la giornata di ieri, sperando che oltre all’impotenza delle schede bianche la politica partorisse un sussulto di dignità e consapevolezza. Niente. Hanno paura, temono che dire mezza parola li esponga al rischio di fare la stessa fine o, comunque, temono che sollevando un problema sugli ex colleghi arrestati la loro immagine (ma quale? sono incogniti anche alle loro famiglie!) sia associata a quelli che già sono considerati colpevoli. Tale paura è la loro colpa. E dire che la storia avrebbe dovuto insegnare. Ma certo, per imparare, si deve anche studiare, pensare, soffrire. Non è roba per troppi di loro.
Pubblicato da Il Tempo