http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=75527
I molti applausi per Berlusconi e i pochi per Prodi al convegno della Confindustria a Vicenza
martedì 21 marzo 2006
La cultura del piagnisteo. Giuliano Ferrara
L’offensiva ideologica sul precariato e la fine della “suggestione liberale”
Nessuno ha voglia, tantomeno noi, di dare lezioncine in nome del mercato. Si può essere liberisti senza illusioni, liberisti del buonsenso, liberisti provvisori, sebbene lo spazio ideologico perimetrato dagli ideologi di sinistra preveda soltanto liberisti sfrenati, sebbene sia in crisi per tanti motivi la “suggestione liberale” di cui parlava Pierluigi Battista giorni fa nel Corriere. Ma questa polemica sul precariato sociale, fondata su numeri a loro volta precari e su ragionamenti di un’impressionante esilità logica, ha tutta l’aria di una grande trappola culturale scattata in Italia e altrove in Europa, basti guardare a quel che succede in Francia, come reazione cieca ai nuovi sviluppi dell’economia e del lavoro nel mondo.
I fatti sono questi e solo questi: dove c’è maggiore protezione, nel senso della stabilità contrattuale e della rigidità nelle tipologie di lavoro, c’è meno lavoro, e in particolare meno lavoro per i giovani. In America si licenzia, e lì c’è più lavoro, più crescita, meno tasse, un reddito più significativo, maggiore propensione agli investimenti e ai consumi, maggiore mobilità sociale, più eccitanti speranze di vita responsabile e libera, più ricerca, più istruzione e migliore, più innovazione. Dove il posto a vita è un miraggio per pochissimi, si vivono vite meglio ancorate al lavoro, il tasso di incremento della popolazione è maggiore, il futuro è più sicuro. Squilibri e disuguaglianze, piaghe sociali purulente non mancano anche lì, ma la capacità di accoglienza delle moltitudini e di convivenza in un paese che realizza nella libertà d’impresa la sua coesione sociale, e non la persegue nell’irregimentazione del mercato, è assolutamente incomparabile con la nostra, con quella europea.
L’Economist ha dei dubbi sulla forma contrattuale assunta in Francia dalla riforma del codice del lavoro, come si possono avere dubbi su alcuni aspetti della legge Biagi (obiezioni che Prodi ha genericamente riproposto all’assemblea di Confindustria), ma la conclusione è questa: “La vera vergogna francese, e la causa più chiara delle sommosse d’autunno nelle banlieues, è la disoccupazione di massa” in un paese che al contrario della liberista e thatcheriana o blairiana Inghilterra ha un lavoratore su dieci fuori del mercato, uno su quattro escluso tra i giovani, e uno su due negli ambiti sociali più svantaggiati: “Questa è la vera insicurezza”, scrive il settimanale britannico con ragione. In Italia dopo la riforma del mercato del lavoro la disoccupazione è calata molto al di sotto della media francese (tre punti), e questo è un vantaggio evidente, che solo la cultura socialmente corretta del piagnisteo può cancellare, dovesse in aprile andare al governo.
Nessuno ha voglia, tantomeno noi, di dare lezioncine in nome del mercato. Si può essere liberisti senza illusioni, liberisti del buonsenso, liberisti provvisori, sebbene lo spazio ideologico perimetrato dagli ideologi di sinistra preveda soltanto liberisti sfrenati, sebbene sia in crisi per tanti motivi la “suggestione liberale” di cui parlava Pierluigi Battista giorni fa nel Corriere. Ma questa polemica sul precariato sociale, fondata su numeri a loro volta precari e su ragionamenti di un’impressionante esilità logica, ha tutta l’aria di una grande trappola culturale scattata in Italia e altrove in Europa, basti guardare a quel che succede in Francia, come reazione cieca ai nuovi sviluppi dell’economia e del lavoro nel mondo.
I fatti sono questi e solo questi: dove c’è maggiore protezione, nel senso della stabilità contrattuale e della rigidità nelle tipologie di lavoro, c’è meno lavoro, e in particolare meno lavoro per i giovani. In America si licenzia, e lì c’è più lavoro, più crescita, meno tasse, un reddito più significativo, maggiore propensione agli investimenti e ai consumi, maggiore mobilità sociale, più eccitanti speranze di vita responsabile e libera, più ricerca, più istruzione e migliore, più innovazione. Dove il posto a vita è un miraggio per pochissimi, si vivono vite meglio ancorate al lavoro, il tasso di incremento della popolazione è maggiore, il futuro è più sicuro. Squilibri e disuguaglianze, piaghe sociali purulente non mancano anche lì, ma la capacità di accoglienza delle moltitudini e di convivenza in un paese che realizza nella libertà d’impresa la sua coesione sociale, e non la persegue nell’irregimentazione del mercato, è assolutamente incomparabile con la nostra, con quella europea.
L’Economist ha dei dubbi sulla forma contrattuale assunta in Francia dalla riforma del codice del lavoro, come si possono avere dubbi su alcuni aspetti della legge Biagi (obiezioni che Prodi ha genericamente riproposto all’assemblea di Confindustria), ma la conclusione è questa: “La vera vergogna francese, e la causa più chiara delle sommosse d’autunno nelle banlieues, è la disoccupazione di massa” in un paese che al contrario della liberista e thatcheriana o blairiana Inghilterra ha un lavoratore su dieci fuori del mercato, uno su quattro escluso tra i giovani, e uno su due negli ambiti sociali più svantaggiati: “Questa è la vera insicurezza”, scrive il settimanale britannico con ragione. In Italia dopo la riforma del mercato del lavoro la disoccupazione è calata molto al di sotto della media francese (tre punti), e questo è un vantaggio evidente, che solo la cultura socialmente corretta del piagnisteo può cancellare, dovesse in aprile andare al governo.
Andrea's version. il Foglio
Scegliete due belle teste, fate loro uno shampoo, prendete un libro di Biagi, svuotatelo, riempite di mazzette quanto basta, avvisate Romiti, bagnate con uno spruzzo di Cinzano. Avrete intanto predisposto a parte in una grossa ciotola: due foularini di seta e cachemire, due giacchette blu di cachemire, quattro scarpine con i pallini, due braccialettini da polso che fanno tanto selvaggio, due fazzolettini da prima comunione di cui almeno uno a tre punte, un giornalone italo-anglosassone, due paia di guanti da guida sportiva, due golfini di cachemire, due cappottini di cachemire, due mutande di cachemire e comunque, di cachemire, più ce n’è meglio è. Prendete ora le due teste stando bene attenti a non spettinarle, ravvivatene la chioma, apritele con delicatezza. Se dentro non c’è niente, non c’è niente. Se qualcosa trovate, estraete con delicatezza e ponete il contenuto in un bicchierino. Da rosolio basterà. Prendere ora la vagonata di cachemire predisposta nel ciotolone, cardarla il giusto, cotonarla a neve e farcire. Buttate pure il bicchierino e fate accomodare gli ospiti nel tinello buono. Il vostro Diego Luca Cordero Della Montezemolo di Valle è pronto.
Il custode del blocco di potere. Gianluigi Da Rold
http://www.essereliberi.it/modello_articolo.php?id_artic=520&recordinizio=0#top
La vicenda del Corriere vista da chi ne conosce bene la storia
La vicenda del Corriere vista da chi ne conosce bene la storia
lunedì 20 marzo 2006
Facciamo noi l'unione
A venti giorni dal voto i motori sono già caldi e non ci resta che partire.
Noi blogger abbiamo la forza della rete dalla nostra, con le migliaia di contatti che il web ci consente, con la visibilità dei nostri siti e con l'entusiamo di chi comunica agli altri le proprie idee e aspirazioni.
Come ogni blogger che si rispetti navigo molto in rete e cerco compagni, pardon, amici di ventura e siti di ispirazione e notizie. A parte tutti quelli che fanno parte di B4CdL e che sono elencati qui a fianco, vorrei segnalare ai visitatori di questo mio blog i siti che possono fare parte di una grande rete collegata e interattiva dove il passa-parola moltiplichi in modo esponenziale le visite.
Lo sforzo è solo per venti giorni perché il nostro scopo è arrivare a vincere le elezioni.
Dunque cominciamo dall'informazione:
www.ilgiornale.it www.ilfoglio.it www.opinione.it www.ragionpolitica.it www.ilpungolo.com www.ildomenicale.it www.ideazione.com www.legnostorto.it
istituti di ricerca e culturali:
www.magna-carta.it www.brunoleoni.it
aggregatori:
www.tocque-ville.it www.lisistrata.com
siti personali di giornalisti e studiosi:
www.benedettodellavedova.com www.davidegiacalone.it www.gaetanosaglimbenitaormina.it www.renatobrunetta.it www.massimoteodori.it
siti vicini a Berlusconi e alla Casa delle Libertà:
www.ilcircologiovani.blogspot.com www.motoreazzurro.it www.silvioberlusconifansclub.org www.retedellelibertà.it www.versoilvoto.it www.essereliberi.it .
Aggiungo un paio di blog che mi pare non compaiano nella lista a fianco:
www.forzaitaliablog.blogspot.com www.insiemeforzaitalia.ilcannocchiale.it
Sarò lieto di farvi conoscere altri blog e siti amici se mi userete la cortesia di segnalarmeli.
Noi blogger abbiamo la forza della rete dalla nostra, con le migliaia di contatti che il web ci consente, con la visibilità dei nostri siti e con l'entusiamo di chi comunica agli altri le proprie idee e aspirazioni.
Come ogni blogger che si rispetti navigo molto in rete e cerco compagni, pardon, amici di ventura e siti di ispirazione e notizie. A parte tutti quelli che fanno parte di B4CdL e che sono elencati qui a fianco, vorrei segnalare ai visitatori di questo mio blog i siti che possono fare parte di una grande rete collegata e interattiva dove il passa-parola moltiplichi in modo esponenziale le visite.
Lo sforzo è solo per venti giorni perché il nostro scopo è arrivare a vincere le elezioni.
Dunque cominciamo dall'informazione:
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siti vicini a Berlusconi e alla Casa delle Libertà:
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Aggiungo un paio di blog che mi pare non compaiano nella lista a fianco:
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Sarò lieto di farvi conoscere altri blog e siti amici se mi userete la cortesia di segnalarmeli.
Perché Berlusconi ha vinto politicamente il suo duello con Prodi. Raffaele Iannuzzi
http://www.ragionpolitica.it/testo.5145.html
Ancora commenti e riflessioni sul faccia a faccia televisivo
Ancora commenti e riflessioni sul faccia a faccia televisivo
venerdì 17 marzo 2006
Chi dice che ha vinto Prodi è in malafede
E' vero il Cavaliere non era in forma.
Le regole del confronto lo ingessavano e lo costringevano alla sintesi e alla scelta delle priorità.
L'aspettativa aveva caricato di tensione non solo i protagonisti, ma anche conduttore e giornalisti.
Lo studio televisivo era troppo bianco e asettico da sembrare un frigorifero e la partenza del faccia a faccia è stata lenta, stentata e noiosa.
Non che il resto del confronto sia stato particolarmente avvincente, ma qualche guizzo di interesse c'è stato.
Prodi annaspava, girava intorno agli argomenti, diceva banalità scontate e sembrava uno studente impreparato sotto esame.
Berlusconi ad ogni domanda avrebbe potuto rispondere per ore e per altrettante avrebbe voluto replicare a Prodi: dovendo andare al sodo ha snocciolato cifre e dati che forse non fanno sognare ma guardano in faccia alla realtà.
Prodi sbirciava il timer con ansia in evidente affanno non vedendo l'ora che il tempo a sua disposizione scadesse, e infatti non ha mai sforato. Berlusconi, che ha quasi sempre oltrepassto il limite, pur non guardando il timer sentiva il fiato sul collo del trascorrere del tempo e dava la sensazione dello studente che temeva di non poter dimostrare di essere preparato.
L'aria fritta di Prodi ha prodotto una leggera brezza in un paio di occasioni.
La prima quando, parlando dell'euro, ha detto che i prezzi sono aumentati più a Bolzano che a Innsbruck: non sono in grado di contestare questa affermazione, ma sarebbe buona cosa che l'aspirante premier citasse le fonti.
Per quanto riguarda la seconda" brezza" la fonte è la Gazzetta Ufficiale.
Prodi ha avuto il coraggio di smentire Berlusconi rivendicando l'abolizione della leva militare.
La legge n. 331 del 14 novembre 2000 votata del centrosinistra così recita all'articolo 3:
"Il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari che si esprimono entro sessanta giorni dalla data di assegnazione del relativo schema, corredato dai pareri previsti dalla legge, un decreto legislativo per disciplinare la graduale sostituzione, entro sette anni a decorrere dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo, dei militari in servizio obbligatorio di leva con volontari di truppa e con personale civile del Ministero della difesa".
Nel fumoso e dilatorio politichese che caratterizza il centrosinistra si dice che il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo che abolisca la leva entro il 2007/2008.
La sinistra FORSE avrebbe abolito la naja, certamente con molti "se" e molti "ma".
La legge che ha veramente abolito la leva obbligatoria è del Governo Berlusconi: si tratta della numero 226 del 23 agosto 2004.
Tornando al duello, un elettore indeciso e in buona fede che avesse voluto apprendere qualcosa, di certo non si poteva accontentare di promesse fumose basate sul nulla e richiami alla felicità organizzata dallo Stato. Se vogliamo dire che Berlusconi non era particolarmente brillante e che Prodi è stato agevolato dai limiti di tempo nelle sue arrampicate sugli specchi, va bene; ma se siamo seri, politicamente parlando, martedì sera si sono affrontati un gigante ed un nano... e il nano non era Berlusconi.
Le regole del confronto lo ingessavano e lo costringevano alla sintesi e alla scelta delle priorità.
L'aspettativa aveva caricato di tensione non solo i protagonisti, ma anche conduttore e giornalisti.
Lo studio televisivo era troppo bianco e asettico da sembrare un frigorifero e la partenza del faccia a faccia è stata lenta, stentata e noiosa.
Non che il resto del confronto sia stato particolarmente avvincente, ma qualche guizzo di interesse c'è stato.
Prodi annaspava, girava intorno agli argomenti, diceva banalità scontate e sembrava uno studente impreparato sotto esame.
Berlusconi ad ogni domanda avrebbe potuto rispondere per ore e per altrettante avrebbe voluto replicare a Prodi: dovendo andare al sodo ha snocciolato cifre e dati che forse non fanno sognare ma guardano in faccia alla realtà.
Prodi sbirciava il timer con ansia in evidente affanno non vedendo l'ora che il tempo a sua disposizione scadesse, e infatti non ha mai sforato. Berlusconi, che ha quasi sempre oltrepassto il limite, pur non guardando il timer sentiva il fiato sul collo del trascorrere del tempo e dava la sensazione dello studente che temeva di non poter dimostrare di essere preparato.
L'aria fritta di Prodi ha prodotto una leggera brezza in un paio di occasioni.
La prima quando, parlando dell'euro, ha detto che i prezzi sono aumentati più a Bolzano che a Innsbruck: non sono in grado di contestare questa affermazione, ma sarebbe buona cosa che l'aspirante premier citasse le fonti.
Per quanto riguarda la seconda" brezza" la fonte è la Gazzetta Ufficiale.
Prodi ha avuto il coraggio di smentire Berlusconi rivendicando l'abolizione della leva militare.
La legge n. 331 del 14 novembre 2000 votata del centrosinistra così recita all'articolo 3:
"Il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari che si esprimono entro sessanta giorni dalla data di assegnazione del relativo schema, corredato dai pareri previsti dalla legge, un decreto legislativo per disciplinare la graduale sostituzione, entro sette anni a decorrere dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo, dei militari in servizio obbligatorio di leva con volontari di truppa e con personale civile del Ministero della difesa".
Nel fumoso e dilatorio politichese che caratterizza il centrosinistra si dice che il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo che abolisca la leva entro il 2007/2008.
La sinistra FORSE avrebbe abolito la naja, certamente con molti "se" e molti "ma".
La legge che ha veramente abolito la leva obbligatoria è del Governo Berlusconi: si tratta della numero 226 del 23 agosto 2004.
Tornando al duello, un elettore indeciso e in buona fede che avesse voluto apprendere qualcosa, di certo non si poteva accontentare di promesse fumose basate sul nulla e richiami alla felicità organizzata dallo Stato. Se vogliamo dire che Berlusconi non era particolarmente brillante e che Prodi è stato agevolato dai limiti di tempo nelle sue arrampicate sugli specchi, va bene; ma se siamo seri, politicamente parlando, martedì sera si sono affrontati un gigante ed un nano... e il nano non era Berlusconi.
martedì 14 marzo 2006
Berlusconi e Prodi: il popolo e il potere. Gianni Baget Bozzo
Un duello, si dice. Ma un confronto ossificato in regole che evitano il corpo a corpo indica piuttosto una sorta di conferenza parallela, un confronto che non è un vero faccia a faccia. Certamente la sfida è maggiore per Berlusconi, perché Prodi può contare sul vasto zoccolo duro della sinistra, che vota indipendentemente dal candidato che la rappresenta, mentre il presidente del Consiglio deve fare affidamento sull'elettorato mobile, che sceglie il volto prima che il programma. Nel caso della sinistra, l'identità è tutto, nel caso della destra è tutto la scelta. Il vero sfidante è in questo caso Berlusconi, nonostante egli ricopra una carica istituzionale, perché Prodi è il possessore dello schieramento più vasto e più radicato nel Paese. Inoltre, Prodi ha anche il favore della stampa, in grandissima maggioranza schierata a sinistra, e che quindi il giorno dopo lo proclamerà vincitore del confronto.
Combattere in queste condizioni significa per Berlusconi combattere con una linea non conformista, con un linguaggio non politicamente corretto. Curiosamente, i ruoli sono invertiti. Storicamente è la sinistra che gioca sul dissenso e la destra sul consenso, la sinistra gioca per la differenza, la destra per il sentire comune. Questa volta i ruoli sono in qualche modo rovesciati: è Berlusconi che parla in nome del cambiamento della forma di potere in Italia, è Prodi la figura della conservazione del sistema dei rapporti di potere oggi esistente. La storia di Berlusconi appare dunque segnata da una vocazione eroica a cambiare la realtà del potere; egli gioca tutto in prima persona, evoca straordinariamente la sfida del singolo dinanzi alla collettività. Berlusconi combatte in persona propria, Prodi è il delegato dei gruppi di potere. Eppure è Berlusconi che domina il confronto, perché le elezioni sono un referendum su di lui. E' lui il personaggio, Prodi è solo una comparsa. Berlusconi ha, in ogni caso, segnato la storia del Paese; Prodi, in ogni caso, non è che l'espressione delle cronache del potere.
Il regime invisibile che la cultura di sinistra ha teso sul Paese pesa sul corpo elettorale, e coloro che voteranno per Berlusconi voteranno contro questo regime nascosto ma ben sperimentato: il controllo, da parte della sinistra, del linguaggio politico. Berlusconi ha per sé il senso comune della gente comune, Prodi è l'investito del partito intellettuale. Una sfida esemplare e singolare, che fa di queste elezioni un laboratorio politico. Esse si svolgono fuori da ogni schema europeo, sono un fatto radicalmente nuovo nel rapporto tra il popolo basso e il popolo alto, tra chi vive il quotidiano nella sua modestia e chi gode del privilegio di appartenenza al ceto politico come dimensione dominante.
Una sfida tra la libertà e la conformità. Queste elezioni sono difficilmente rappresentabili col linguaggio politico perché avvengono sulla differenza tra popolo e politica: Berlusconi è il simbolo del popolo contro il linguaggio del potere.
Combattere in queste condizioni significa per Berlusconi combattere con una linea non conformista, con un linguaggio non politicamente corretto. Curiosamente, i ruoli sono invertiti. Storicamente è la sinistra che gioca sul dissenso e la destra sul consenso, la sinistra gioca per la differenza, la destra per il sentire comune. Questa volta i ruoli sono in qualche modo rovesciati: è Berlusconi che parla in nome del cambiamento della forma di potere in Italia, è Prodi la figura della conservazione del sistema dei rapporti di potere oggi esistente. La storia di Berlusconi appare dunque segnata da una vocazione eroica a cambiare la realtà del potere; egli gioca tutto in prima persona, evoca straordinariamente la sfida del singolo dinanzi alla collettività. Berlusconi combatte in persona propria, Prodi è il delegato dei gruppi di potere. Eppure è Berlusconi che domina il confronto, perché le elezioni sono un referendum su di lui. E' lui il personaggio, Prodi è solo una comparsa. Berlusconi ha, in ogni caso, segnato la storia del Paese; Prodi, in ogni caso, non è che l'espressione delle cronache del potere.
Il regime invisibile che la cultura di sinistra ha teso sul Paese pesa sul corpo elettorale, e coloro che voteranno per Berlusconi voteranno contro questo regime nascosto ma ben sperimentato: il controllo, da parte della sinistra, del linguaggio politico. Berlusconi ha per sé il senso comune della gente comune, Prodi è l'investito del partito intellettuale. Una sfida esemplare e singolare, che fa di queste elezioni un laboratorio politico. Esse si svolgono fuori da ogni schema europeo, sono un fatto radicalmente nuovo nel rapporto tra il popolo basso e il popolo alto, tra chi vive il quotidiano nella sua modestia e chi gode del privilegio di appartenenza al ceto politico come dimensione dominante.
Una sfida tra la libertà e la conformità. Queste elezioni sono difficilmente rappresentabili col linguaggio politico perché avvengono sulla differenza tra popolo e politica: Berlusconi è il simbolo del popolo contro il linguaggio del potere.
Le cattive lezioni sui conti. Geronimo
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=73678
Geronimo polemizza con Francesco Giavazzi e fa chiarezza sull'avanzo primario dei conti pubblici
Geronimo polemizza con Francesco Giavazzi e fa chiarezza sull'avanzo primario dei conti pubblici
lunedì 13 marzo 2006
Berlusconi e il cane di Pavlov
Ivan Pavlov fu un fisiologo russo che poco più di cento anni fa, studiando la corteccia cerebrale, fece un esperimento rimasto nei libri di scienza. Comprendendo bene i meccanismi della digestione (per cui nel 1904 si meritò il premio Nobel ) e conoscendo gli stimoli che provocano la salivazione alla vista del pasto ( la cosiddetta acquolina ), fece un esperimento con un cane. Immediatamente prima di somministrargli il cibo, per più giorni, faceva suonare una campanella, finché non si accorse che il cane reagiva con la salivazione al semplice suono della campanella anche in assenza del pasto. Da questo esperimento nacque il termine di riflesso condizionato.
Mi pare che la sinistra nel nostro Paese abbia una forma molto accentuata di questa patologia: ogni volta che Berlusconi parla, qualsiasi cosa faccia, qualunque comportamento tenga, per la sinistra scatta il riflesso condizionato del rifiuto, della critica e dell'insulto.E' un peccato che il popolo della sinistra sia così pervicacemente ostile al Capo del Governo; se boccia tutto, ma proprio tutto, quello che ha fatto Berlusconi, diventa poco credibile. All'opposto, da quando è comparso sulla scena della politica il Cavaliere, praticamente tutto quello che propina la sinistra va bene: Prodi, Amato, D'Alema e Rutelli come Presidenti del Consiglio, leader come Diliberto e Mastella che sono agli antipodi, il figlio di Craxi e Di Pietro, per non parlare dei candidati. Qualsiasi proposta della sinistra, ogni presa di posizione, tutte le critiche vanno bene perché sono il riflesso condizionato dell'odio verso Berlusconi. Dispiace che gli elettori di Prodi siano costretti ad un voto contro e non ad una scelta per qualcuno o qualcosa: lo schieramento del centrosinistra è talmente varopinto e controverso che si rischia di votare tutto e il contrario di tutto. Ai leader della sinistra non importa se ci sarà poca chiarezza o confusione, l'importante è che scatti il riflesso pavloviano del votare qualsiasi avversario di Berlusconi.
Mi pare che la sinistra nel nostro Paese abbia una forma molto accentuata di questa patologia: ogni volta che Berlusconi parla, qualsiasi cosa faccia, qualunque comportamento tenga, per la sinistra scatta il riflesso condizionato del rifiuto, della critica e dell'insulto.E' un peccato che il popolo della sinistra sia così pervicacemente ostile al Capo del Governo; se boccia tutto, ma proprio tutto, quello che ha fatto Berlusconi, diventa poco credibile. All'opposto, da quando è comparso sulla scena della politica il Cavaliere, praticamente tutto quello che propina la sinistra va bene: Prodi, Amato, D'Alema e Rutelli come Presidenti del Consiglio, leader come Diliberto e Mastella che sono agli antipodi, il figlio di Craxi e Di Pietro, per non parlare dei candidati. Qualsiasi proposta della sinistra, ogni presa di posizione, tutte le critiche vanno bene perché sono il riflesso condizionato dell'odio verso Berlusconi. Dispiace che gli elettori di Prodi siano costretti ad un voto contro e non ad una scelta per qualcuno o qualcosa: lo schieramento del centrosinistra è talmente varopinto e controverso che si rischia di votare tutto e il contrario di tutto. Ai leader della sinistra non importa se ci sarà poca chiarezza o confusione, l'importante è che scatti il riflesso pavloviano del votare qualsiasi avversario di Berlusconi.
giovedì 9 marzo 2006
Gli interessi dei "poteri forti"
Quando un giornalista assume una posizione politica, esprime un'opinione personale che non coinvolge il giornale per cui scrive, quando, invece, il direttore dichiara le proprie simpatie, determina la linea del giornale. Mieli ha determinato la linea editoriale del Corriere della sera.
Ora il suo articolo di fondo con il quale si schiera apertamente a favore del centrosinistra ha, secondo me, due implicazioni di non poco conto.
La prima: molti lettori hanno finalmente aperto gli occhi e capito che il principale quotidiano italiano indipendente non è super partes, ma allineato a sinistra. A questo punto ci sarà chi dovrà dare ragione a Berlusconi e ricredersi a proposito dello strapotere mediatico del Cavaliere e del potere di nomina e revoca dei direttori. Forse il Corriere perderà lettori anche se è più probabile un travaso da sinistra.
La seconda ( molto più importante ): Mieli non può aver agito senza il consenso della Proprietà.
La presa di posizione di un giornale che si professa indipendente non è senza conseguenze in termini di credibilità e di perdita di lettori: se il direttore ha preso la decisione di schierarsi, significa che gli interessi in ballo sono molto più rilevanti della perdita di lettori o di prestigio.
Quali sono questi interessi?
Andiamo prima a vedere chi sono i principali azionisti del Gruppo Rizzoli Corriere della sera: Capitalia, Pirelli, Banca Intesa, Assicurazioni Generali, Diego Della Valle, famiglia Agnelli, Mediobanca, Ligresti, Pesenti e Ricucci.
Perché questi cosiddetti poteri forti fanno il tifo per Prodi? Perché i banchieri si sono esposti tanto da andare a votare Prodi alle primarie? Perchè Della Valle e Montezemolo attaccano Berlusconi?
Provo a rispondere: Prodi è manovrabile e lavora per loro. Berlusconi, che viene attaccato per il conflitto di interessi, è deciso a liberalizzare il mercato del credito e delle assicurazioni, vuole introdurre vera concorrenza e non è suscettibile di ricatti.
Allora chi si muove per propri interessi finanziari e chi nell'interesse del Paese?
Chi può trarre vantaggi concreti e cospicui dalla vittoria del centrosinistra?
Chi è veramente in conflitto di interessi con la nazione?
Berlusconi fa paura perché ha un programma che mina gli oligopoli bancari e assicurativi, che non prevede rottamazioni, aiuti statali e che punta sull'efficienza e il libero mercato.
E lo realizzerà.
Con questa chiave di lettura si interpretano certe polemiche e si chiariscono atteggiamenti e prese di posizione: è la persona di Berlusconi che viene deleggittimata perché solo lui è in grado di portare a termine il programma che, per altro, non può essere criticato apertamente.
Ora il suo articolo di fondo con il quale si schiera apertamente a favore del centrosinistra ha, secondo me, due implicazioni di non poco conto.
La prima: molti lettori hanno finalmente aperto gli occhi e capito che il principale quotidiano italiano indipendente non è super partes, ma allineato a sinistra. A questo punto ci sarà chi dovrà dare ragione a Berlusconi e ricredersi a proposito dello strapotere mediatico del Cavaliere e del potere di nomina e revoca dei direttori. Forse il Corriere perderà lettori anche se è più probabile un travaso da sinistra.
La seconda ( molto più importante ): Mieli non può aver agito senza il consenso della Proprietà.
La presa di posizione di un giornale che si professa indipendente non è senza conseguenze in termini di credibilità e di perdita di lettori: se il direttore ha preso la decisione di schierarsi, significa che gli interessi in ballo sono molto più rilevanti della perdita di lettori o di prestigio.
Quali sono questi interessi?
Andiamo prima a vedere chi sono i principali azionisti del Gruppo Rizzoli Corriere della sera: Capitalia, Pirelli, Banca Intesa, Assicurazioni Generali, Diego Della Valle, famiglia Agnelli, Mediobanca, Ligresti, Pesenti e Ricucci.
Perché questi cosiddetti poteri forti fanno il tifo per Prodi? Perché i banchieri si sono esposti tanto da andare a votare Prodi alle primarie? Perchè Della Valle e Montezemolo attaccano Berlusconi?
Provo a rispondere: Prodi è manovrabile e lavora per loro. Berlusconi, che viene attaccato per il conflitto di interessi, è deciso a liberalizzare il mercato del credito e delle assicurazioni, vuole introdurre vera concorrenza e non è suscettibile di ricatti.
Allora chi si muove per propri interessi finanziari e chi nell'interesse del Paese?
Chi può trarre vantaggi concreti e cospicui dalla vittoria del centrosinistra?
Chi è veramente in conflitto di interessi con la nazione?
Berlusconi fa paura perché ha un programma che mina gli oligopoli bancari e assicurativi, che non prevede rottamazioni, aiuti statali e che punta sull'efficienza e il libero mercato.
E lo realizzerà.
Con questa chiave di lettura si interpretano certe polemiche e si chiariscono atteggiamenti e prese di posizione: è la persona di Berlusconi che viene deleggittimata perché solo lui è in grado di portare a termine il programma che, per altro, non può essere criticato apertamente.
mercoledì 8 marzo 2006
La scelta del 9 aprile. Paolo Mieli
Paolo Mieli schiera il Corriere a sinistra: non avevamo dubbi...
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale
martedì 7 marzo 2006
Anche gli Agnelli piangono, e ( se serve) cacciano i soldi. Ferruccio Formentini
“Questi qui non sanno come va il mondo” è un’espressione un po’ equivoca. Solitamente viene usata da chi tenta di giustificare furbate, prevaricazioni, intrighi. Fassino non è cortese a mettere simili parole in bocca all’Avvocato che non può replicare. I fatti hanno dimostrato che “questi qui”, quelli della Cdl, ben sapevano invece “come va il Paese” quando c’è di mezzo la Fiat: i guadagni agli Agnelli e le perdite agli italiani. Dice ancora Fassino: “Nel 2001 Agnelli temeva l’arrivo del Polo” e con ragione, visto il colpevole degrado in cui era precipitata la prima azienda automobilistica italiana. Non per caso c’è voluto questo Governo per mutare l’andazzo: gli italiani si rimboccavano le maniche per risanare l’azienda ma per cominciare questa volta gli Agnelli “cacciavano la grana” o fallivano. E alla fine “uscirono i piccioli”.
Intervista a Benedetto Della Vedova dei RL. Dimitri Buffa
http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=47&id=969&aa=2006
I radicali del centrodestra avranno più libertà e saranno meno condizionati dei radicali della Rosa nel pugno
I radicali del centrodestra avranno più libertà e saranno meno condizionati dei radicali della Rosa nel pugno
Il caro petrolio aguzza l'ingegno. il Foglio
E rende convenienti investimenti finora inesplorati. Ecco alcuni esempi
Il rialzo del prezzo del petrolio e le tensioni politiche stanno cambiando velocemente la scena energetica mondiale. Nei giorni scorsi è stato varato il gasdotto dall’estremo Canada, in zona polare, a Chicago, col diametro pari all’altezza d’un giovinetto. Poi è stato annunciato che le multinazionali ora progettano un investimento colossale nelle sabbie petrolifere canadesi. L’estrazione dell’oro nero dalla sabbia finora non era risultato conveniente, anche se i giacimenti sono enormi, dati i costi per la depurazione con temperature elevate. Ma con il greggio sopra i 40 dollari il barile l’operazione è economica. Ora arrivano altre due notizie, sul metano e gli emirati arabi, area che nello scenario dopo Saddam è considerata sicura. Gli emiri chiedono ai petrolieri occidentali tecnologie per l’estrazione e la depurazione del gas ad alto tenore di zolfo, che sino ad ora reimmettevano nei pozzi petroliferi o lasciavano nel sottosuolo, per mancanza di redditività. Superati i 40 dollari, il quadro cambia.
Gli emiri ora vogliono trasformare il gas solforoso in energia pulita per i loro impianti energetici e di termo-refrigerazione, al posto del petrolio, che si vende così bene sui mercati internazionali. Si fa avanti anche un altro progetto, quello che prevede la trasformazione del gas in benzina ed è noto col nome di Gtl (gas to liquid), un vecchio brevetto della Germania di Hitler in tempo di guerra teso a ottenere dal carbone il gas e poi la benzina. Il piano venne ringiovanito in Sud Africa, durante l’embargo occidentale che stimolò la ricerca di una soluzione autarchica con il carbone locale. Col petrolio sopra i 40 dollari, il processo è interessante anche per l’esportazione di diesel da metano, per auto, in concorrenza con le benzine più leggere. Anche perché il Gtl inquina assai meno della benzina. La sudafricana Sasol e la Qatar petroleum stanno costruendo un primo impianto. Nel prossimo decennio s’investiranno negli emirati 40 miliardi di dollari in Gtl. I giapponesi lo prenotano per Tokyo mentre Toyota prepara motori ad alto rendimento, ecologici e brillanti. Così il caro prezzi e le tensioni politiche generano, per chi sa investire, i fattori di riequilibrio.
Il rialzo del prezzo del petrolio e le tensioni politiche stanno cambiando velocemente la scena energetica mondiale. Nei giorni scorsi è stato varato il gasdotto dall’estremo Canada, in zona polare, a Chicago, col diametro pari all’altezza d’un giovinetto. Poi è stato annunciato che le multinazionali ora progettano un investimento colossale nelle sabbie petrolifere canadesi. L’estrazione dell’oro nero dalla sabbia finora non era risultato conveniente, anche se i giacimenti sono enormi, dati i costi per la depurazione con temperature elevate. Ma con il greggio sopra i 40 dollari il barile l’operazione è economica. Ora arrivano altre due notizie, sul metano e gli emirati arabi, area che nello scenario dopo Saddam è considerata sicura. Gli emiri chiedono ai petrolieri occidentali tecnologie per l’estrazione e la depurazione del gas ad alto tenore di zolfo, che sino ad ora reimmettevano nei pozzi petroliferi o lasciavano nel sottosuolo, per mancanza di redditività. Superati i 40 dollari, il quadro cambia.
Gli emiri ora vogliono trasformare il gas solforoso in energia pulita per i loro impianti energetici e di termo-refrigerazione, al posto del petrolio, che si vende così bene sui mercati internazionali. Si fa avanti anche un altro progetto, quello che prevede la trasformazione del gas in benzina ed è noto col nome di Gtl (gas to liquid), un vecchio brevetto della Germania di Hitler in tempo di guerra teso a ottenere dal carbone il gas e poi la benzina. Il piano venne ringiovanito in Sud Africa, durante l’embargo occidentale che stimolò la ricerca di una soluzione autarchica con il carbone locale. Col petrolio sopra i 40 dollari, il processo è interessante anche per l’esportazione di diesel da metano, per auto, in concorrenza con le benzine più leggere. Anche perché il Gtl inquina assai meno della benzina. La sudafricana Sasol e la Qatar petroleum stanno costruendo un primo impianto. Nel prossimo decennio s’investiranno negli emirati 40 miliardi di dollari in Gtl. I giapponesi lo prenotano per Tokyo mentre Toyota prepara motori ad alto rendimento, ecologici e brillanti. Così il caro prezzi e le tensioni politiche generano, per chi sa investire, i fattori di riequilibrio.
lunedì 6 marzo 2006
La svalutazione della lira
Ce ne siamo accorti tutti: la lira si è svalutata del 1936,27%.
Non è una battuta perché se ci pensiamo, oggi possiamo comperare, con un euro, quello che costava 1936 lire. Ovviamente la svalutazione è solo virtuale e nella nostra mente, ma il cambiamento non è stato indolore.
Considerando che l'unità di misura dei prezzi era mille lire, si è indotti a pensare l'euro equivalente a mille lire: in questo caso la rivalutazione dell'euro è del 100%.
Abituati da sempre a ragionare in migliaia, l'impatto con la moneta unica è stato tutt'altro che facile da assimilare. I prezzi sono schizzati in alto per colpa di chi ha approfittato del cambio per arrotondare o semplicemente e criminalmente per togliere tre zeri al prezzo in lire.
Purtroppo noi consumatori ci siamo trovati impotenti e indifesi e non abbiamo reagito come sarebbe stato giusto: denunciando gli abusi o limitandoci a boicottare tutti gli esercizi pubblici che avevano sfruttato la situazione.
Rimane sempre la sana abitudine di fare il cambio con la lira come quando si andava all'estero e, se possibile, cercare di rimandare gli acquisti importanti al periodo dei saldi, scegliere i negozi più convenienti, contrattare il prezzo quando è possibile e fare attenzione alle monetine che non sono da sottovalutare. Ricordiamoci che 50 centesimi sono quasi le mille lire di un tempo: se le diamo come elemosina facciamo contenti tutti i mendicanti che incontriamo, ma non facciamo bene al portafoglio.
Sono consapevole che l'introduzione dell'euro con gli aumenti indiscriminati dei prezzi abbia costretto molte famiglie a forti risparmi e che per una certa parte di lavoratori dipendenti la fine mese sia sempre più difficile da superare. Non credo che questo Governo abbia particolari colpe perché non è possibile impedire la libera concorrenza e sappiamo bene cosa provocano i prezzi imposti ( vedi equo canone ), tuttavia mi auguro che nella prossima legislatura si possa studiare qualche correttivo e mettere in opera controlli mirati.
Noi, però, dobbiamo fare la nostra parte.
I nostri genitori e nonni hanno dato sempre il giusto valore al denaro, hanno risparmiato, fatto sacrifici e rinunce per costruire un avvenire per loro e per i loro figli.
Credo che il consumismo sfrenato non faccia bene a nessuno e qualche rinuncia oggi, per stare bene domani, non sia così disastrosa.
Insegnamo ai giovani il valore del denaro e l'importanza del risparmio: sarà un bene per tutti.
Non è una battuta perché se ci pensiamo, oggi possiamo comperare, con un euro, quello che costava 1936 lire. Ovviamente la svalutazione è solo virtuale e nella nostra mente, ma il cambiamento non è stato indolore.
Considerando che l'unità di misura dei prezzi era mille lire, si è indotti a pensare l'euro equivalente a mille lire: in questo caso la rivalutazione dell'euro è del 100%.
Abituati da sempre a ragionare in migliaia, l'impatto con la moneta unica è stato tutt'altro che facile da assimilare. I prezzi sono schizzati in alto per colpa di chi ha approfittato del cambio per arrotondare o semplicemente e criminalmente per togliere tre zeri al prezzo in lire.
Purtroppo noi consumatori ci siamo trovati impotenti e indifesi e non abbiamo reagito come sarebbe stato giusto: denunciando gli abusi o limitandoci a boicottare tutti gli esercizi pubblici che avevano sfruttato la situazione.
Rimane sempre la sana abitudine di fare il cambio con la lira come quando si andava all'estero e, se possibile, cercare di rimandare gli acquisti importanti al periodo dei saldi, scegliere i negozi più convenienti, contrattare il prezzo quando è possibile e fare attenzione alle monetine che non sono da sottovalutare. Ricordiamoci che 50 centesimi sono quasi le mille lire di un tempo: se le diamo come elemosina facciamo contenti tutti i mendicanti che incontriamo, ma non facciamo bene al portafoglio.
Sono consapevole che l'introduzione dell'euro con gli aumenti indiscriminati dei prezzi abbia costretto molte famiglie a forti risparmi e che per una certa parte di lavoratori dipendenti la fine mese sia sempre più difficile da superare. Non credo che questo Governo abbia particolari colpe perché non è possibile impedire la libera concorrenza e sappiamo bene cosa provocano i prezzi imposti ( vedi equo canone ), tuttavia mi auguro che nella prossima legislatura si possa studiare qualche correttivo e mettere in opera controlli mirati.
Noi, però, dobbiamo fare la nostra parte.
I nostri genitori e nonni hanno dato sempre il giusto valore al denaro, hanno risparmiato, fatto sacrifici e rinunce per costruire un avvenire per loro e per i loro figli.
Credo che il consumismo sfrenato non faccia bene a nessuno e qualche rinuncia oggi, per stare bene domani, non sia così disastrosa.
Insegnamo ai giovani il valore del denaro e l'importanza del risparmio: sarà un bene per tutti.
venerdì 3 marzo 2006
Oliviero l'impresentabile non può stare nell'Unione. il Riformista
Romano Prodi ha preferito tacere: «Commentare Diliberto? Meglio di no». Sergio Chiamparino si rifugia dietro una questione di stile: «E’ sempre così truce». Ma le frasi pronunciate da Oliviero Diliberto non possono passare sotto silenzio né essere ridotte a galateo politico. No, è in gioco una questione di sostanza, è in gioco la linea politica dell’unione, la sua identità e la serietà del governo che vuole andare a formare dopo il 10 aprile. Diliberto, tra l’altro, aspira a un posto di ministro. Non se lo merita. Anzi, non merita nemmeno di essere candidato. Oliviero Diliberto è un impresentabile.Che cosa ha detto il segretario del Pdci (segretario non militante di base, di uno dei partiti che fanno parte organicamente dell’Unione, è sempre bene ricordarlo)? Ha detto, riferito al discorso di Silvio Berlusconi al Congresso degli Stati Uniti: «E’ uno schifo. E’ raccapricciante. Sono andati a stringersi mani grondanti di sangue». Tutte le mani, anche quelle di Hillary Clinton, perché per Diliberto tutti gli americani grondano sangue, i politici Usa in quanto tali sono degli assassini. Che differenza c’è tra queste affermazioni e quelle dei terroristi islamici? E’ chiaro che Diliberto non fiancheggia il terrorismo, ma se un terrorista attaccasse non solo la Casa Bianca, ma il Congresso, la sede del potere legislativo, Oliviero l’impresentabile stapperebbe champagne o magari scenderebbe in piazza al grido: «giustizia è fatta» (magari inforcando i suoi adorati ray-ban)? E’ anche lui tra quelli che in cuor loro gioivano mentre le Twin towers si sgretolavano l’11 settembre 2001? E’ convinto nel profondo di se stesso che Osama bin Laden sia il vendicatore dei dannati della terra? Qui siamo ben oltre la critica a Bush, oltre la polemica contro l’intervento in Iraq, oltre l’attacco allo «spottone elettorale» di Berlusconi. Oliviero l’impresentabile dà ragione a Giulio Tremonti il quale sostiene che il 40% dell’Unione è composta di anti-americani viscerali, gente che non fa bere la Coca Cola ai propri figli non perché li renda obesi, ma perché è l’emblema dell’imperialismo. Una opposizione antropologica, pre-razionale. E uno così dovrebbe fare il parlamentare, anzi il ministro dell’Unione? Ma non scherziamo. Ieri Walter Veltroni, nel convegno di Italianieuropei, ha detto che «il rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa sono decisivi per l’Italia, sono aspetti fondamentali della politica estera italiana e credo che debbano essere salvaguardati con lo spirito e lo stile che si richiede in circostanze del genere». E’ chiaro a chi si riferisse anche se avrebbe fatto meglio a fare i nomi e a censurare chiaramente Diliberto. Ma Veltroni è andato anche un passettino più in là, riferendosi ai commenti del centro-sinistra al discorso di Berlusconi in Congresso. «Ieri c’erano alcune cose che mancavano nelle riflessioni successive alla giornata - ha detto - Credo che tutte le forze politiche debbano avere in questo momento senso di responsabilità e misura per non far diventare questa campagna elettorale, una compagna elettorale che metta in discussione i principi fondamentali su cui è il paese unito. Questo vale erga omnes». Dunque, se lo traduciamo bene, vale per Diliberto, ma non solo per lui. Perché in mezzo alle critiche, pur legittime, sul viaggio di Berlusconi, sull’uso politico che ne vuole fare, sull’endorsement fuori dalle regole diplomatiche che gli ha dato Bush, è mancato un importante distinguo. Una cosa è la strumentalizzazione elettorale (che va censurata) un’altra cosa è un evento che ha una portata nazionale. Al congresso non c’era Berlusconi l’amerikano, ma il capo del governo italiano e, in quanto tale, c’era l’Italia. Il presidente del Consiglio l’ha rappresentata male? Si discuta su quel che ha detto e quel che non ha detto. Così fa una seria forza di governo. Non si risponde alla propaganda elettorale con altra propaganda. Tanto meno con vergognosi insulti verso un paese alleato e un popolo amico come ha fatto Diliberto. Il caso non è chiuso, al contrario, va aperto con chiarezza e determinazione. Oliviero Diliberto non può stare in una coalizione che voglia governare un’Italia alleata e amica degli Stati Uniti.
giovedì 2 marzo 2006
L'educazione dei figli. l'Opinione
Il conte Giannino Marzotto, della dinastia tessile, regala a Forza Italia un milione per la campagna elettorale. Una delle figlie, la giovane Margherita, sente il bisogno di scrivere ai giornali per dire che lei i soldi avrebbe preferito fossero destinati a Emergency. Il padre, controtendenza a quella stranezza tutta italiana per cui i miliardari fanno finta, o magari credono, di essere di sinistra, le risponde semplicemente: ti ho dato moltissimi soldi, sei libera di dividere la tua ricchezza con chi credi, “secondo le tue generose, ma inconsistenti idee”. Inappuntabile. Sull’Unità, per coincidenza, la notizia è impaginata sopra quella di Heidi Giuliani, che sarà eletta con Rifondazione, e progetta di entrare in Senato la prima volta solo il 20 luglio, quinto anniversario della morte di suo figlio durante il G8 di Genova.
Rabbia e calcoli di bottega. Paolo Guzzanti
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=68993&START=0
La sinistra impazzisce quando Berlusconi viene applaudito dal Congresso americano
La sinistra impazzisce quando Berlusconi viene applaudito dal Congresso americano
Fin che la barca va...
Condurre una barca a vela richiede competenza e preparazione.
Non è come guidare un' automobile: bisogna tenere conto del mare, dei venti e degli scogli.
Una barca a vela, di solito, si pilota in team.
Quando il mare è in burrasca e i venti contrari è fondamentale che lo skipper sia abile ed esperto ed il team affiatato e unito.
Con il mare calmo ed il vento in poppa la barca scivola sulle onde senza troppo impegno per il timoniere che si limita a tenere la situazione sotto controllo.
L' Italia può essere paragonata ad una barca a vela e lo skipper con il suo team al Governo.
Non siamo cresciuti, non siamo andati avanti in questi anni, ma eravamo in piena burrasca e rischiavamo il naufragio.
Con un altro skipper come sarebbe andata la barca Italia?
I precedenti Governi con mare calmo e vento in poppa non hanno fatto molte miglia e, nonostante ciò, la barca è stata consegnata al nuovo equipaggio piuttosto malconcia.
Credo che Berlusconi sia un ottimo skipper, che sappia portare bene la barca anche negli oceani, che il suo team sia valido e che meriti di pilotare ancora per una traversata.
Non è come guidare un' automobile: bisogna tenere conto del mare, dei venti e degli scogli.
Una barca a vela, di solito, si pilota in team.
Quando il mare è in burrasca e i venti contrari è fondamentale che lo skipper sia abile ed esperto ed il team affiatato e unito.
Con il mare calmo ed il vento in poppa la barca scivola sulle onde senza troppo impegno per il timoniere che si limita a tenere la situazione sotto controllo.
L' Italia può essere paragonata ad una barca a vela e lo skipper con il suo team al Governo.
Non siamo cresciuti, non siamo andati avanti in questi anni, ma eravamo in piena burrasca e rischiavamo il naufragio.
Con un altro skipper come sarebbe andata la barca Italia?
I precedenti Governi con mare calmo e vento in poppa non hanno fatto molte miglia e, nonostante ciò, la barca è stata consegnata al nuovo equipaggio piuttosto malconcia.
Credo che Berlusconi sia un ottimo skipper, che sappia portare bene la barca anche negli oceani, che il suo team sia valido e che meriti di pilotare ancora per una traversata.
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