http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=81481
L'Unione non accetta la mano tesa di Berlusconi: presto ne avrà bisogno
mercoledì 12 aprile 2006
Il veleno della deberlusconizzazione. Giuliano Ferrara
L’ eugenetica democratica di Zagrebelsky che vuole ripulire le coscienze
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, ha colto l’occasione del commento al film di Nanni Moretti, per sviluppare la teoria della “deberlusconizzazione”. Non si tratta semplicemente di una presa di posizione politica ostile, che è del tutto lecita in una democrazia, ma dell’indicazione, come esigenza “di civiltà”, di espungere dalla storia degli italiani un’esperienza reale, che ha segnato un lungo periodo nel pieno rispetto delle libertà democratiche. In passato obiettivi di questo tipo sono stati indicati per combattere fenomeni politici che avevano creato danni incalcolabili. Ci si pose il problema di denazificare la Germania, di demilitarizzare il Giappone, di defascistizzare l’Italia, dopo che quei paesi, di cui si erano impadroniti regimi dittatoriali, erano stati condotti alla rovina e avevano causato una guerra con decine di milioni di vittime.
Silvio Berlusconi non ha costruito alcun regime, ha immesso nella vita politica italiana devastata da Tengentopoli, un’alternativa reale, che è stata declinata dal governo e dall’opposizione. Parlare, come fa Zagrebelsky di una “corruzione” delle coscienze determinata dal “carattere infimo degli spettacoli di intrattenimento”, di una “sottocultura” demagogica estranea alla democrazia, allude a un modello di comportamento privato e pubblico “virtuoso” da imporre dall’alto, secondo il classico stile giacobino (magari riadattato alla nuova moda girotondina). Gli altezzosi pregiudizi etico-estetici di Zagrebelsky tendono a presentarsi come etica pubblica obbligatoria, e questo è davvero pericoloso.
Descrivere un’esperienza collettiva, un’ispirazione politica e culturale che non si condivide come una sorta di malattia da estirpare, i suoi sostenitori come degni di una sorta di “derattizzazione”, si apre la strada a una specie di razzismo politico. Sembra di sentire l’eco sinistro delle invettive hitleriane contro la Repubblica di Weimar “degenerata”. Nessuna enfasi retorica, nessuna esagitazione elettoralista può giustificare atteggiamenti di questo genere, specialmente quando ne è ispiratore chi ha ricoperto elevatissime funzioni istituzionali. Fra le lezioni sulla “vera” democrazia che Zagrebelsky impartisce da tutti i pulpiti, dovrebbe trovare spazio il principio elementare della pari dignità delle formazioni politiche, il giudizio sulle quali spetta agli elettori. Se invece gli elettori altrui non sono considerati liberi ma irretiti, si prende una strada che va in senso opposto alla democrazia.
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, ha colto l’occasione del commento al film di Nanni Moretti, per sviluppare la teoria della “deberlusconizzazione”. Non si tratta semplicemente di una presa di posizione politica ostile, che è del tutto lecita in una democrazia, ma dell’indicazione, come esigenza “di civiltà”, di espungere dalla storia degli italiani un’esperienza reale, che ha segnato un lungo periodo nel pieno rispetto delle libertà democratiche. In passato obiettivi di questo tipo sono stati indicati per combattere fenomeni politici che avevano creato danni incalcolabili. Ci si pose il problema di denazificare la Germania, di demilitarizzare il Giappone, di defascistizzare l’Italia, dopo che quei paesi, di cui si erano impadroniti regimi dittatoriali, erano stati condotti alla rovina e avevano causato una guerra con decine di milioni di vittime.
Silvio Berlusconi non ha costruito alcun regime, ha immesso nella vita politica italiana devastata da Tengentopoli, un’alternativa reale, che è stata declinata dal governo e dall’opposizione. Parlare, come fa Zagrebelsky di una “corruzione” delle coscienze determinata dal “carattere infimo degli spettacoli di intrattenimento”, di una “sottocultura” demagogica estranea alla democrazia, allude a un modello di comportamento privato e pubblico “virtuoso” da imporre dall’alto, secondo il classico stile giacobino (magari riadattato alla nuova moda girotondina). Gli altezzosi pregiudizi etico-estetici di Zagrebelsky tendono a presentarsi come etica pubblica obbligatoria, e questo è davvero pericoloso.
Descrivere un’esperienza collettiva, un’ispirazione politica e culturale che non si condivide come una sorta di malattia da estirpare, i suoi sostenitori come degni di una sorta di “derattizzazione”, si apre la strada a una specie di razzismo politico. Sembra di sentire l’eco sinistro delle invettive hitleriane contro la Repubblica di Weimar “degenerata”. Nessuna enfasi retorica, nessuna esagitazione elettoralista può giustificare atteggiamenti di questo genere, specialmente quando ne è ispiratore chi ha ricoperto elevatissime funzioni istituzionali. Fra le lezioni sulla “vera” democrazia che Zagrebelsky impartisce da tutti i pulpiti, dovrebbe trovare spazio il principio elementare della pari dignità delle formazioni politiche, il giudizio sulle quali spetta agli elettori. Se invece gli elettori altrui non sono considerati liberi ma irretiti, si prende una strada che va in senso opposto alla democrazia.
martedì 11 aprile 2006
Il più grande statista del XXI secolo
E' stato un trionfo per il berlusconismo: lo ammettono a denti stretti anche gli avversari.
I sondaggi "americani" del Cavaliere erano gli unici attendibili, la previsione di un testa a testa si è avverata, l'appello a non disertare le urne è servito, la frustata finale dell'abolizione delle tasse e le uscite dell'ultima settimana hanno fruttato; infine, l'appello a non fare i coglioni votando nel proprio disinteresse - rivolto agli elettori del centrodestra e non riferito agli avversari - è stato vincente.
Chi si ostina a considerare Silvio Berlusconi un imprenditore prestato alla politica commette un macroscopico errore.
Non c'è stata una mossa, un discorso, una presa di posizione che abbia nuociuto alla rimonta della Casa delle Libertà: persino la legge elettorale, tanto vituperata, è stato un capolavoro; i voti si debbono contare e vince chi ne ha di più, soprattutto all'interno delle coalizioni.
La differenza tra noi e loro, alla Camera, è il pubblico di uno stadio di serie B.
Adesso la richiesta della verifica delle schede è il calcio di rigore finale di una partita che il centrodestra ha stravinto anche se non servirà per passare il turno.
Dobbiamo festeggiare per la grande rimonta nella quale purtroppo in pochi hanno creduto, per la quasi vittoria e, in particolare, per non dover gestire l'ingovernabilità.
Berlusconi, noi lo sappiamo da sempre, si rivela un grande politico ed il miglior statista di questo secolo: grazie Presidente per aver creduto in noi e grazie per averci ridato l'orgoglio dell'appartenenza.
I sondaggi "americani" del Cavaliere erano gli unici attendibili, la previsione di un testa a testa si è avverata, l'appello a non disertare le urne è servito, la frustata finale dell'abolizione delle tasse e le uscite dell'ultima settimana hanno fruttato; infine, l'appello a non fare i coglioni votando nel proprio disinteresse - rivolto agli elettori del centrodestra e non riferito agli avversari - è stato vincente.
Chi si ostina a considerare Silvio Berlusconi un imprenditore prestato alla politica commette un macroscopico errore.
Non c'è stata una mossa, un discorso, una presa di posizione che abbia nuociuto alla rimonta della Casa delle Libertà: persino la legge elettorale, tanto vituperata, è stato un capolavoro; i voti si debbono contare e vince chi ne ha di più, soprattutto all'interno delle coalizioni.
La differenza tra noi e loro, alla Camera, è il pubblico di uno stadio di serie B.
Adesso la richiesta della verifica delle schede è il calcio di rigore finale di una partita che il centrodestra ha stravinto anche se non servirà per passare il turno.
Dobbiamo festeggiare per la grande rimonta nella quale purtroppo in pochi hanno creduto, per la quasi vittoria e, in particolare, per non dover gestire l'ingovernabilità.
Berlusconi, noi lo sappiamo da sempre, si rivela un grande politico ed il miglior statista di questo secolo: grazie Presidente per aver creduto in noi e grazie per averci ridato l'orgoglio dell'appartenenza.
lunedì 10 aprile 2006
Noi perdiamo, ma loro non vincono
Mi viene, così, a caldo dopo i primi exit poll, porterà anche sfiga, ma è lo stesso, mi viene, dicevo, da dire: adesso sono cazzi vostri!
Perderemo, ma di poco: loro, però, non vincono. Solo formare il Governo sarà un'impresa e poi mettere insieme uno straccio di programma vero, approvare le leggi, rilanciare l'economia...
Finalmente potremo insultare il loro leader, come hanno fatto con Berlusconi in tutti questi anni, potremo prenderli in giro, smascherare le loro malefatte e quando diremo che non si arriva a fine mese... ci faremo quattro risate perché da domani non esisteranno più famiglie indigenti. Poi se si lamenteranno delle troppe tasse, del precariato, delle liste d'attesa negli ospedali, del caro vita e dell'euro troppo valutato, faremo loro notare che non governa più il Cavaliere e che le responsabilità vanno cercate altrove.
Che bello fare opposizione!
Perderemo, ma di poco: loro, però, non vincono. Solo formare il Governo sarà un'impresa e poi mettere insieme uno straccio di programma vero, approvare le leggi, rilanciare l'economia...
Finalmente potremo insultare il loro leader, come hanno fatto con Berlusconi in tutti questi anni, potremo prenderli in giro, smascherare le loro malefatte e quando diremo che non si arriva a fine mese... ci faremo quattro risate perché da domani non esisteranno più famiglie indigenti. Poi se si lamenteranno delle troppe tasse, del precariato, delle liste d'attesa negli ospedali, del caro vita e dell'euro troppo valutato, faremo loro notare che non governa più il Cavaliere e che le responsabilità vanno cercate altrove.
Che bello fare opposizione!
Promesse
A meno di cinque ore dalla chiusura dei seggi desidero fare una sola riflessione: Prodi e la sua coalizione hanno promesso tasse per abbassare il cuneo fiscale e rilanciare l'economia. Hanno indicato da dove le preleveranno, anche se si sono contraddetti, e alla fine non si è capito bene quanto e da dove incasseranno.
Berlusconi ha promesso di togliere l'Ici sulla prima casa e, colpo di teatro, anche la tassa sull'immondizia. Berlusconi promette da sempre il taglio delle tasse, Prodi da sempre dice che bisogna aumentare le tasse per far funzionere lo Stato.
Il centrodestra preferisce uno Stato leggero e più soldi in tasca ai cittadini, il centrosinistra è per uno Stato che amministra e gestisce i soldi prelevati ai contribuenti per rendere tutti più uguali.
Sono programmi ambiziosi, forse solo promesse.
Personalmente preferisco uno Stato che garantisca a tutti l'essenziale e lasci i soldi in tasca per il superfluo.
Berlusconi ha promesso di togliere l'Ici sulla prima casa e, colpo di teatro, anche la tassa sull'immondizia. Berlusconi promette da sempre il taglio delle tasse, Prodi da sempre dice che bisogna aumentare le tasse per far funzionere lo Stato.
Il centrodestra preferisce uno Stato leggero e più soldi in tasca ai cittadini, il centrosinistra è per uno Stato che amministra e gestisce i soldi prelevati ai contribuenti per rendere tutti più uguali.
Sono programmi ambiziosi, forse solo promesse.
Personalmente preferisco uno Stato che garantisca a tutti l'essenziale e lasci i soldi in tasca per il superfluo.
venerdì 7 aprile 2006
Il voto e gli interessi. Christian Rocca
http://www.ilfoglio.it/uploads/camillo/votointeressi.html
A proposito del voto disinteressto e idealista
A proposito del voto disinteressto e idealista
Caro elettore dell'Unione,
mi dispiace che la "parolaccia" del Cavaliere ti abbia offeso, ma lo sai che non era rivolta a te e sinceramente il tuo lamento è proprio... palloso.
Da quando il "nano di Arcore", come lo definisci tu, è sceso in politica, come dice lui, le cose sono cambiate e parecchio. La politica adesso è fatta di programmi che hanno nome e cognome, realizzazioni che non sono sulla carta, vantaggi con i quali si può fare la spesa ( i pensionati al minimo hanno soldi veri e non la solidarietà ), strade che si possono percorrere, servizi che servono e vantaggi che si toccano.
Non è strano, dunque, che il Presidente faccia appello agli indecisi e li consideri"masochisti"( visto che coglioni non ti piace ) se fanno il loro disinteresse.
Se un candidato promette più libertà, meno Stato, meno tasse, più efficienza e ha già dimostrato di essere in grado di mantenere le promesse, è proprrio da coglioni voltargli le spalle.
Lo so che tu non ci credi, che per te non è possibile ridurre la pressione fiscale, che a te interessa più il rapporto deficit Pil che la pensione del nonno o che tuo figlio non faccia il militare, sei preoccupato per i "migranti", della "precarietà" del lavoro, della quarta settimana del mese e dei palestinesi oppressi. Però non ti accorgi che i lavori non precari e a tempo indeterminato sono a disposizione...dei migranti. Nella quarta settimana non ci sono i soldi per il latte, ma le pizzerie sono piene. I poveri sono sempre esistiti, purtroppo, e non sono certo aumentati, mentre il benessere è senza dubbio più diffuso.
Dicevo che la "parolaccia" non era per te e ti garantisco che nemmeno io lo penso: sei rimasto così legato agli ideali come la solidarietà, la pace, la concertazione e la giustizia sociale che a te non interessa seguire un imprenditore che ha avuto molto successo nel suo campo, ma preferisci dare ascolto a chi ti promette la felicità gestita e garantita dallo Stato.
Sei proprio un idealista.
Da quando il "nano di Arcore", come lo definisci tu, è sceso in politica, come dice lui, le cose sono cambiate e parecchio. La politica adesso è fatta di programmi che hanno nome e cognome, realizzazioni che non sono sulla carta, vantaggi con i quali si può fare la spesa ( i pensionati al minimo hanno soldi veri e non la solidarietà ), strade che si possono percorrere, servizi che servono e vantaggi che si toccano.
Non è strano, dunque, che il Presidente faccia appello agli indecisi e li consideri"masochisti"( visto che coglioni non ti piace ) se fanno il loro disinteresse.
Se un candidato promette più libertà, meno Stato, meno tasse, più efficienza e ha già dimostrato di essere in grado di mantenere le promesse, è proprrio da coglioni voltargli le spalle.
Lo so che tu non ci credi, che per te non è possibile ridurre la pressione fiscale, che a te interessa più il rapporto deficit Pil che la pensione del nonno o che tuo figlio non faccia il militare, sei preoccupato per i "migranti", della "precarietà" del lavoro, della quarta settimana del mese e dei palestinesi oppressi. Però non ti accorgi che i lavori non precari e a tempo indeterminato sono a disposizione...dei migranti. Nella quarta settimana non ci sono i soldi per il latte, ma le pizzerie sono piene. I poveri sono sempre esistiti, purtroppo, e non sono certo aumentati, mentre il benessere è senza dubbio più diffuso.
Dicevo che la "parolaccia" non era per te e ti garantisco che nemmeno io lo penso: sei rimasto così legato agli ideali come la solidarietà, la pace, la concertazione e la giustizia sociale che a te non interessa seguire un imprenditore che ha avuto molto successo nel suo campo, ma preferisci dare ascolto a chi ti promette la felicità gestita e garantita dallo Stato.
Sei proprio un idealista.
mercoledì 5 aprile 2006
La frase
«Be', ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare facendo i propri disinteressi». Subito aggiungendo: «Scusate il linguaggio rozzo, ma efficace».
Questa la frase pronunciata da Silvio Berlusconi all'assemblea della Confcommercio.
1) Berlusconi non pronuncia mai una parola o una frase senza averla valutata e soppesata, soprattutto quando parla a braccio.
2) Se avesse usato il termine "stupidi" anziché "coglioni", non ci sarebbe stata la reazione che si è scatenata.
3) Il linguaggio rozzo ha quindi sortito l'effetto desiderato.
4) Non ha detto che chi vota a sinistra è un co...ne, ma chi vota contro il proprio interesse; essendo di fronte a commercianti il messaggio era: se votate a sinistra voi, lo fate contro i vostri interessi e quindi siete .... poco furbi.
5) Tutti coloro che votano a sinistra ed hanno interesse a farlo ( economico, morale, ideale, affettivo, culturale ecc.) NON sono co....ni.
6) Berlusconi spera che molti italiani, non avendo svantaggi dal suo programma elettorale, non siano così stupidi da votare la concorrenza.
7) Per essere ancora più analitici B. usa il termine "disinteresse" proprio per il rispetto che porta agli italiani che, a suo avviso, non dovrebbero votare dandosi una martellata nei co...siddetti.
8) Concludendo, a dimostrazione del fatto che la frase era tutt'altro che buttata lì, Berlusconi dice che non è stupido chi vota per il proprio interesse, ma chi lo fa contro.
E il messaggio era rivolto, a mio parere, agli indecisi che dovrebbero valutare quale dei due schieramenti li danneggia meno.
Questa la frase pronunciata da Silvio Berlusconi all'assemblea della Confcommercio.
1) Berlusconi non pronuncia mai una parola o una frase senza averla valutata e soppesata, soprattutto quando parla a braccio.
2) Se avesse usato il termine "stupidi" anziché "coglioni", non ci sarebbe stata la reazione che si è scatenata.
3) Il linguaggio rozzo ha quindi sortito l'effetto desiderato.
4) Non ha detto che chi vota a sinistra è un co...ne, ma chi vota contro il proprio interesse; essendo di fronte a commercianti il messaggio era: se votate a sinistra voi, lo fate contro i vostri interessi e quindi siete .... poco furbi.
5) Tutti coloro che votano a sinistra ed hanno interesse a farlo ( economico, morale, ideale, affettivo, culturale ecc.) NON sono co....ni.
6) Berlusconi spera che molti italiani, non avendo svantaggi dal suo programma elettorale, non siano così stupidi da votare la concorrenza.
7) Per essere ancora più analitici B. usa il termine "disinteresse" proprio per il rispetto che porta agli italiani che, a suo avviso, non dovrebbero votare dandosi una martellata nei co...siddetti.
8) Concludendo, a dimostrazione del fatto che la frase era tutt'altro che buttata lì, Berlusconi dice che non è stupido chi vota per il proprio interesse, ma chi lo fa contro.
E il messaggio era rivolto, a mio parere, agli indecisi che dovrebbero valutare quale dei due schieramenti li danneggia meno.
Lo Stato creativo. Magna Carta
Forse in Italia non si è colto appieno il senso di ciò che è accaduto in Francia nella vicenda del 'contratto di primo impiego', il famigerato Cpe.
Il presidente della Repubblica, Jaques Chirac aveva il problema di dare il via libera alla legge per impedire che il primo ministro De Villepin perdesse del tutto la faccia e insieme di tenere aperta una porta per la trattativa con i sindacati e il movimento studentesco. La soluzione trovata è a dir poco creativa: la legge è stata promulgata e pubblicata sul Journal Officiel (la gazzetta ufficiale) del 2 aprile, ma il presidente ha invitato a non applicarla. Nel frattempo il ministro dell'interno Sarkozy potrà riaprire le trattative e introdurre le modifiche richieste dai manifestanti.
Per essere sicuro che a nessuno venisse in mente di disobbedire, Chirac ha dato disposizioni al poligrafico di Stato di non stampare i moduli necessari a sottoscrivere il nuovo contratto. C'è insomma una legge dello Stato, approvata dal Parlamento e pubblicata sugli atti ufficiali ma è una legge che non va applicata fin quando non piacerà ai sindacati.
Forse rischiamo anche noi essere definiti degli 'asini', come Chirac ha fatto durante lo scorso Consiglio Europeo con chi lo accusava (Berlusconi) di essere protezionista. Ma certo non vorremmo prendere lezioni da Chirac su cosa sia lo Stato di diritto.
Il presidente della Repubblica, Jaques Chirac aveva il problema di dare il via libera alla legge per impedire che il primo ministro De Villepin perdesse del tutto la faccia e insieme di tenere aperta una porta per la trattativa con i sindacati e il movimento studentesco. La soluzione trovata è a dir poco creativa: la legge è stata promulgata e pubblicata sul Journal Officiel (la gazzetta ufficiale) del 2 aprile, ma il presidente ha invitato a non applicarla. Nel frattempo il ministro dell'interno Sarkozy potrà riaprire le trattative e introdurre le modifiche richieste dai manifestanti.
Per essere sicuro che a nessuno venisse in mente di disobbedire, Chirac ha dato disposizioni al poligrafico di Stato di non stampare i moduli necessari a sottoscrivere il nuovo contratto. C'è insomma una legge dello Stato, approvata dal Parlamento e pubblicata sugli atti ufficiali ma è una legge che non va applicata fin quando non piacerà ai sindacati.
Forse rischiamo anche noi essere definiti degli 'asini', come Chirac ha fatto durante lo scorso Consiglio Europeo con chi lo accusava (Berlusconi) di essere protezionista. Ma certo non vorremmo prendere lezioni da Chirac su cosa sia lo Stato di diritto.
Ecco come coprire le spese. Renato Brunetta
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=79541
La vendita degli immobili dello Stato e degli Enti locali è la soluzione per rimpiazzare l'Ici e uscire dal debito statale
La vendita degli immobili dello Stato e degli Enti locali è la soluzione per rimpiazzare l'Ici e uscire dal debito statale
martedì 4 aprile 2006
L'Unione, l'Ici e il voto di scambio
Prodi & Co. hanno perso un'ottima occasione per stare zitti.
L'impraticabilità della riduzione dell'Ici è stato il leit motiv sin dalla fine dell'incontro Prodi-Berlusconi. Nessuno si è preoccupato di quantificare il gettito dell'Ici sulla prima casa e quindi tutti a chiedere dove Berlusconi avrebbe preso i soldi, quali tasse avrebbe introdotto e quali servizi sociali tagliato. Poi serafico arriva Tremonti e "svela" che con meno di cinquemila miliardi in lire ci togliamo il pensiero.
Prodi & Co. hanno perso un'ottima occasione per parlare: avrebbero potuto proporre loro l'abolizione dell'odiosa tassa. Ma per questi signori, statalisti fino al midollo, abbassare le tasse è un atto contro natura: hanno provato con il "cuneo" fiscale che dava molto ai datori di lavoro e pochi spiccioli ai dipendenti ( poi si dicono di sinistra ), ma si sono fatti un autogol clamoroso. E' più forte di loro: il solo parlare di tagli alle tasse li manda nel pallone.
A proposito del faccia a faccia di ieri sera, alzi la mano chi voterebbe Prodi se fosse il leader del centrodestra? Personalmente, per quanto possa essere lontano dalla sinistra e convinto sostenitore del centrodestra, se il curato di campagna fosse il mio leader, mi vergognerei a votarlo e preferirei astenermi. Qualsiasi essere raziocinante, ieri sera, non poteva non accorgersi dell'abisso che divideva i due aspiranti Presidenti: Prodi non ha detto una cifra, non ha presentato un progetto, ha allungato il brodo per far passare il tempo, ha cincischiato e girato intorno agli argomenti, ha solo attaccato il Governo spesso con falsità, ha sfoderato un'infinità di luoghi comuni e di buonismo all'ingrosso ed ha dimostrato tutta la sua rancorosità.
Berlusconi ha parlato di fatti, di realizzazioni, di numeri, di progetti tangibili e di vantaggi per i cittadini. Berlusconi aveva vinto, a mio avviso, anche il primo incontro: questo non ha avuto storia per manifesta inferiorità dell'avversario.
Ora mi chiedo: chi vota Prodi? Berlusconi ha detto i co....ni. Forse ha ragione, ma a parte la battuta, sicuramente votano per lui tutti coloro che odiano Berlusconi e l'odio acceca a tal punto da nascondere i limiti del professore bolognese.
Poi ci sono quelli che sono legati al passato, al comunismo, alla prima Repubblica, alla contestazione e a quando si era giovani e come era tutto più bello...
Infine ci sono i marpioni interessati, quelli che danno il voto in cambio di favori, prebende e potere. Per loro non esistono idee o ideali, poveri, proletari o ricchi, giovani, precari o disoccupati, donne o pensionati: per loro esiste solo il potere per fare affari, per arricchirsi e per continuare a manipolare i loro eletti.
Purtroppo per i nostri avversari è difficile trovare un elettore di sinistra in buona fede che scelga il professore per le sue doti di statista.
L'impraticabilità della riduzione dell'Ici è stato il leit motiv sin dalla fine dell'incontro Prodi-Berlusconi. Nessuno si è preoccupato di quantificare il gettito dell'Ici sulla prima casa e quindi tutti a chiedere dove Berlusconi avrebbe preso i soldi, quali tasse avrebbe introdotto e quali servizi sociali tagliato. Poi serafico arriva Tremonti e "svela" che con meno di cinquemila miliardi in lire ci togliamo il pensiero.
Prodi & Co. hanno perso un'ottima occasione per parlare: avrebbero potuto proporre loro l'abolizione dell'odiosa tassa. Ma per questi signori, statalisti fino al midollo, abbassare le tasse è un atto contro natura: hanno provato con il "cuneo" fiscale che dava molto ai datori di lavoro e pochi spiccioli ai dipendenti ( poi si dicono di sinistra ), ma si sono fatti un autogol clamoroso. E' più forte di loro: il solo parlare di tagli alle tasse li manda nel pallone.
A proposito del faccia a faccia di ieri sera, alzi la mano chi voterebbe Prodi se fosse il leader del centrodestra? Personalmente, per quanto possa essere lontano dalla sinistra e convinto sostenitore del centrodestra, se il curato di campagna fosse il mio leader, mi vergognerei a votarlo e preferirei astenermi. Qualsiasi essere raziocinante, ieri sera, non poteva non accorgersi dell'abisso che divideva i due aspiranti Presidenti: Prodi non ha detto una cifra, non ha presentato un progetto, ha allungato il brodo per far passare il tempo, ha cincischiato e girato intorno agli argomenti, ha solo attaccato il Governo spesso con falsità, ha sfoderato un'infinità di luoghi comuni e di buonismo all'ingrosso ed ha dimostrato tutta la sua rancorosità.
Berlusconi ha parlato di fatti, di realizzazioni, di numeri, di progetti tangibili e di vantaggi per i cittadini. Berlusconi aveva vinto, a mio avviso, anche il primo incontro: questo non ha avuto storia per manifesta inferiorità dell'avversario.
Ora mi chiedo: chi vota Prodi? Berlusconi ha detto i co....ni. Forse ha ragione, ma a parte la battuta, sicuramente votano per lui tutti coloro che odiano Berlusconi e l'odio acceca a tal punto da nascondere i limiti del professore bolognese.
Poi ci sono quelli che sono legati al passato, al comunismo, alla prima Repubblica, alla contestazione e a quando si era giovani e come era tutto più bello...
Infine ci sono i marpioni interessati, quelli che danno il voto in cambio di favori, prebende e potere. Per loro non esistono idee o ideali, poveri, proletari o ricchi, giovani, precari o disoccupati, donne o pensionati: per loro esiste solo il potere per fare affari, per arricchirsi e per continuare a manipolare i loro eletti.
Purtroppo per i nostri avversari è difficile trovare un elettore di sinistra in buona fede che scelga il professore per le sue doti di statista.
La sinistra e il regime ipocrita. Arturo Diaconale
http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=72&id_art=1492&aa=2006
I giornali si schierano ma vogliono continuare a fare gli arbitri
I giornali si schierano ma vogliono continuare a fare gli arbitri
Le due società e il 9 aprile. Christian Rocca
Ci sarebbe da scrivere un manifesto della società libera, contro la società del divieto. L’Italia dell’iniziativa privata versus l’Italia delle regole. L’una e l’altra si confrontano il 9 e 10 aprile prossimi alle urne, ma è dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi che queste due Italie sono emerse con qualche chiarezza. Non è una questione di destra o di sinistra, di Polo o di Unione, nemmeno di mettere in discussione quei fondamentali paletti etici sulla vita e sulla morte che appassionano questo giornale. Il problema è lo stato, anzi la funzione del governo nella vita pubblica. Una società libera è libera quando è libera dagli intralci posti da politici e burocrati che si arrogano il diritto di pianificare, programmare, scegliere al posto di chi è legittimato a decidere, cioè i cittadini, le famiglie e le imprese. Il problema è l’idea malsana che il governo del paese debba occuparsi di tutti gli aspetti della vita quotidiana, in particolar modo del bene dei suoi cittadini. Una parte del mondo politico e intellettuale continua a pensare che la complessità della nostra società abbia bisogno di un maggior ruolo dello stato per poter essere governata al meglio, quando è vero il contrario.
Più poderoso è l’intervento dello stato, più pericoli corre la libertà dei cittadini. Il dibattito sul conflitto di interessi, sulle tasse e sulla flessibilità del lavoro, al di là dei tecnicismi, verte esattamente su questo punto. A grandi linee, c’è chi preferisce che sia l’opinione pubblica a sanzionare le violazioni dell’interesse pubblico, mentre gli altri non si fidano del libero arbitrio del popolo sovrano e si battono per regolare a priori e vietare per legge un eventuale conflitto di interessi, a patto che sia quel particolare conflitto di interessi a cui sono particolarmente interessati. Sulle tasse c’è un’Italia che crede sia ingiusto lavorare metà anno per sé e gli altri sei mesi per lo stato, contrapposta a un’Italia che vuol tassare ancora di più i ricchi perché convinta che la povertà si sconfigga combattendo la ricchezza, non favorendola. E, non contenta di ciò, questa Italia inquadra nel mirino quel ceto medio costretto a lavorare in nero non perché mascalzone, ma a causa dell’eccessiva tassazione.
C’è, infine, chi pensa che la libertà di poter licenziare in realtà significhi libertà di assumere, e non penserebbe mai di risolvere il problema del cosiddetto “precariato” proponendo di tassare i precari salvaguardando i già garantiti, come da programma dell’Unione. Il direttore uscente dell’Economist, Bill Emmott, un giornalista molto amato dalla sinistra italiana, nel suo commiato ha scritto di una “apparente incapacità dei francesi ad adattarsi a un mondo che cambia”, a proposito del tentativo di “iniettare una piccola dose di liberalismo nel rigido mercato del lavoro” che, peraltro, il governo Berlusconi ha già ampiamente iniettato, ma che è pronta a essere depotenziata in caso di vittoria dello schieramento delle regole e della rigidità.C’è chi crede che un paese si governi liberando i cittadini dal controllo dello stato e dall’altra c’è chi, al contrario, pensa che il modo migliore sia regolamentare ogni aspetto della vita civile e sociale. Gli uni credono che bisogna fare da sé, gli altri aspirano a dare il buon esempio per decreto. I primi immaginano un governo che intralci il meno possibile la ricerca del proprio benessere personale, gli altri pensano che lo stato sia uno strumento capace di poter dispensare la felicità.
“Contratto con gli italiani”, si chiamava il programma-simbolo dei berlusconiani. “Per il bene dell’Italia”, si intitolano le 281 pagine dell’Ulivo. Sono due visioni della realtà opposte e incompatibili, sebbene questa netta divisione culturale sia meno evidente nell’offerta elettorale. Nel centrodestra, infatti, restano ampie fette statocentriche, più che altro dentro An e l’Udc, mentre nell’Unione ci sono i libertari e liberisti della Rosa nel Pugno che un liberale integrale come Antonio Martino, a 8 giorni dal voto, vedrebbe volentieri con i berlusconiani. Nel linguaggio politico corrente lo schieramento delle libertà viene definito conservatore, quello delle regole invece progressista. E’ vero il contrario. Archiviato nella pattumiera della storia il socialismo reale, l’inganno semantico nasce in America, ovvero nel paese che non ha mai conosciuto né fascismo né comunismo. Gli Stati Uniti sono una società liberale, nella quale i conservatori vogliono conservare le proprie libertà e i progressisti, che peraltro si chiamano liberali, si limitano a voler temperare gli eccessi del capitalismo, per farlo diventare più equo, più stabile e metterlo quindi al riparo da controrivoluzioni socialiste. Entrambi condividono la necessità di proteggere la società capitalista e il libero mercato. In Italia e in Europa quelle libertà non ci sono.
Viviamo, piuttosto, in società rigide, ingessate e ingabbiate da regole che l’omicidio di Marco Biagi e le rivolte di piazza a Parigi dimostrano quanto siano difficili da superare. Eppure c’è un’Italia che a queste difficoltà replica proponendo, anzi minacciando, ulteriori regole che necessariamente limiteranno le nostre libertà. E’ un’Italia che non si limita a voler normare tutto il normabile, ma espropria i genitori del diritto di scegliere l’istruzione dei figli, decide dove è più conveniente investire i propri risparmi, impone il servizio civile obbligatorio ai diciottenni, spiega agli imprenditori come si fa il loro mestiere.
Tutto ciò, si badi, “per il bene dell’Italia” e, come ha detto lo stesso Romano Prodi, per “organizzare anche un po’ di felicità”. Ecco, ce la lasci organizzare a noi italiani adulti la nostra felicità. Anche perché in agguato c’è sempre il rischio di arrivare a quella Nord Corea chic proposta da un ex candidato a sindaco di Milano, Nando Della Chiesa, che si era presentato con un programma di governo cittadino contro la grande distribuzione alimentare e a favore delle latterie e delle osterie.La laicitàQuesta campagna elettorale ha avuto uno dei suoi punti focali nel tema della laicità dello stato, sicché si fa un gran parlare della necessità di separare lo stato dalla chiesa. Si dimentica però di aggiungere che quel principio costituzionale in America è nato per difendere la libertà religiosa dall’invadenza dello stato, non viceversa. Si dimentica inoltre che in una società libera vige anche la separazione tra lo stato e l’economia, tra lo stato e la vita quotidiana dei suoi cittadini. Noi, invece, viviamo in una società dei divieti che a destra, con Girolamo Sirchia, ci impone di non fumare, mentre a sinistra, con i coniugi Prodi, vuol togliere le merendine dalle mense scolastiche. C’è il paradosso per cui risulta legittimo che un interesse economico organizzato come il sistema coperativo possa fare politica, mentre il proprietario di tre televisioni (e molto altro) rischia di essere fatto fuori per legge. Ma anche che il sindacato possa intervenire nel dibattito politico, mentre per qualche strano motivo la Conferenza episcopale italiana no. C’è sempre, o almeno quando conviene, un allarme ingerenza, un allarme democrazia, un allarme rincretinimento degli italiani. Come dice Sergio Ricossa, mai una volta che il partito delle regole e dei divieti dimostri stima dell’intelligenza altrui o che faccia fiducia agli elettori, alle loro capacità, alla loro libertà di espressione.
Questo, ovviamente, non vuol dire che il conflitto di interessi berlusconiano non esista, ma non si può non tenere conto che, malgrado ciò, metà degli italiani continua a votare liberamente per il Caimano. Tanto più che l’anomalia berlusconiana ha origine da un’anomalia precedente, anch’essa unica al mondo, quella di un sistema televisivo bloccato, di proprietà dello stato, finanziato dai contribuenti, che le televisioni private hanno contribuito a rompere e a modernizzare contro la volontà del partito delle regole e dei divieti. Un partito che, successivamente, ha pure provato a far fuori la tv privata con tre referendum punitivi. La società libera allora disse di no.
Più poderoso è l’intervento dello stato, più pericoli corre la libertà dei cittadini. Il dibattito sul conflitto di interessi, sulle tasse e sulla flessibilità del lavoro, al di là dei tecnicismi, verte esattamente su questo punto. A grandi linee, c’è chi preferisce che sia l’opinione pubblica a sanzionare le violazioni dell’interesse pubblico, mentre gli altri non si fidano del libero arbitrio del popolo sovrano e si battono per regolare a priori e vietare per legge un eventuale conflitto di interessi, a patto che sia quel particolare conflitto di interessi a cui sono particolarmente interessati. Sulle tasse c’è un’Italia che crede sia ingiusto lavorare metà anno per sé e gli altri sei mesi per lo stato, contrapposta a un’Italia che vuol tassare ancora di più i ricchi perché convinta che la povertà si sconfigga combattendo la ricchezza, non favorendola. E, non contenta di ciò, questa Italia inquadra nel mirino quel ceto medio costretto a lavorare in nero non perché mascalzone, ma a causa dell’eccessiva tassazione.
C’è, infine, chi pensa che la libertà di poter licenziare in realtà significhi libertà di assumere, e non penserebbe mai di risolvere il problema del cosiddetto “precariato” proponendo di tassare i precari salvaguardando i già garantiti, come da programma dell’Unione. Il direttore uscente dell’Economist, Bill Emmott, un giornalista molto amato dalla sinistra italiana, nel suo commiato ha scritto di una “apparente incapacità dei francesi ad adattarsi a un mondo che cambia”, a proposito del tentativo di “iniettare una piccola dose di liberalismo nel rigido mercato del lavoro” che, peraltro, il governo Berlusconi ha già ampiamente iniettato, ma che è pronta a essere depotenziata in caso di vittoria dello schieramento delle regole e della rigidità.C’è chi crede che un paese si governi liberando i cittadini dal controllo dello stato e dall’altra c’è chi, al contrario, pensa che il modo migliore sia regolamentare ogni aspetto della vita civile e sociale. Gli uni credono che bisogna fare da sé, gli altri aspirano a dare il buon esempio per decreto. I primi immaginano un governo che intralci il meno possibile la ricerca del proprio benessere personale, gli altri pensano che lo stato sia uno strumento capace di poter dispensare la felicità.
“Contratto con gli italiani”, si chiamava il programma-simbolo dei berlusconiani. “Per il bene dell’Italia”, si intitolano le 281 pagine dell’Ulivo. Sono due visioni della realtà opposte e incompatibili, sebbene questa netta divisione culturale sia meno evidente nell’offerta elettorale. Nel centrodestra, infatti, restano ampie fette statocentriche, più che altro dentro An e l’Udc, mentre nell’Unione ci sono i libertari e liberisti della Rosa nel Pugno che un liberale integrale come Antonio Martino, a 8 giorni dal voto, vedrebbe volentieri con i berlusconiani. Nel linguaggio politico corrente lo schieramento delle libertà viene definito conservatore, quello delle regole invece progressista. E’ vero il contrario. Archiviato nella pattumiera della storia il socialismo reale, l’inganno semantico nasce in America, ovvero nel paese che non ha mai conosciuto né fascismo né comunismo. Gli Stati Uniti sono una società liberale, nella quale i conservatori vogliono conservare le proprie libertà e i progressisti, che peraltro si chiamano liberali, si limitano a voler temperare gli eccessi del capitalismo, per farlo diventare più equo, più stabile e metterlo quindi al riparo da controrivoluzioni socialiste. Entrambi condividono la necessità di proteggere la società capitalista e il libero mercato. In Italia e in Europa quelle libertà non ci sono.
Viviamo, piuttosto, in società rigide, ingessate e ingabbiate da regole che l’omicidio di Marco Biagi e le rivolte di piazza a Parigi dimostrano quanto siano difficili da superare. Eppure c’è un’Italia che a queste difficoltà replica proponendo, anzi minacciando, ulteriori regole che necessariamente limiteranno le nostre libertà. E’ un’Italia che non si limita a voler normare tutto il normabile, ma espropria i genitori del diritto di scegliere l’istruzione dei figli, decide dove è più conveniente investire i propri risparmi, impone il servizio civile obbligatorio ai diciottenni, spiega agli imprenditori come si fa il loro mestiere.
Tutto ciò, si badi, “per il bene dell’Italia” e, come ha detto lo stesso Romano Prodi, per “organizzare anche un po’ di felicità”. Ecco, ce la lasci organizzare a noi italiani adulti la nostra felicità. Anche perché in agguato c’è sempre il rischio di arrivare a quella Nord Corea chic proposta da un ex candidato a sindaco di Milano, Nando Della Chiesa, che si era presentato con un programma di governo cittadino contro la grande distribuzione alimentare e a favore delle latterie e delle osterie.La laicitàQuesta campagna elettorale ha avuto uno dei suoi punti focali nel tema della laicità dello stato, sicché si fa un gran parlare della necessità di separare lo stato dalla chiesa. Si dimentica però di aggiungere che quel principio costituzionale in America è nato per difendere la libertà religiosa dall’invadenza dello stato, non viceversa. Si dimentica inoltre che in una società libera vige anche la separazione tra lo stato e l’economia, tra lo stato e la vita quotidiana dei suoi cittadini. Noi, invece, viviamo in una società dei divieti che a destra, con Girolamo Sirchia, ci impone di non fumare, mentre a sinistra, con i coniugi Prodi, vuol togliere le merendine dalle mense scolastiche. C’è il paradosso per cui risulta legittimo che un interesse economico organizzato come il sistema coperativo possa fare politica, mentre il proprietario di tre televisioni (e molto altro) rischia di essere fatto fuori per legge. Ma anche che il sindacato possa intervenire nel dibattito politico, mentre per qualche strano motivo la Conferenza episcopale italiana no. C’è sempre, o almeno quando conviene, un allarme ingerenza, un allarme democrazia, un allarme rincretinimento degli italiani. Come dice Sergio Ricossa, mai una volta che il partito delle regole e dei divieti dimostri stima dell’intelligenza altrui o che faccia fiducia agli elettori, alle loro capacità, alla loro libertà di espressione.
Questo, ovviamente, non vuol dire che il conflitto di interessi berlusconiano non esista, ma non si può non tenere conto che, malgrado ciò, metà degli italiani continua a votare liberamente per il Caimano. Tanto più che l’anomalia berlusconiana ha origine da un’anomalia precedente, anch’essa unica al mondo, quella di un sistema televisivo bloccato, di proprietà dello stato, finanziato dai contribuenti, che le televisioni private hanno contribuito a rompere e a modernizzare contro la volontà del partito delle regole e dei divieti. Un partito che, successivamente, ha pure provato a far fuori la tv privata con tre referendum punitivi. La società libera allora disse di no.
lunedì 3 aprile 2006
Una risposta a tante critiche. Paolo di Lautréamont
Ecco come un "collega" blogger chiosa una serie di osservazioni fatte da commentatori di questo blog.
Dio mio, che troll incompetenti e pieni di sé... Mi dispiace per il blog, ma evidentemente dai fastidio. Questi illusi che credono nella settimana rossa con le sette domeniche NON sanno di cosa parlano. A partire da Berlusconi, che non è l'11mo uomo più ricco del mondo, e che comunque non ha una colpa di questo, ma semmai un merito.Secondo accecati dai sacerdoti della lobby unionista, criticano un Berlusconi che ha come dipendenti Mediaset un totale di 5600 persone. Questo quando le ccoperative rosse, più quelle bianche, raggranellano qualcosa come 1.000.000 di dipendenti con 100 miliardi di euro di fatturato annui, senza contare l'impero delle banche (una cosa molto cattocomunista...). Poi sono del tutto educati, e questa è un'altra conferma della qualità di ciò in cui credono. Io non dico che Bertinotti o Diliberto debbano stare nelle fogne... Però dico che essi sono figli e cugini del fascismo molto di più della stessa Mussolini, figli della variante internazional-socialista, che i nazifascisti mutuarono da Lenin e ridussero allo stato nazional-socialista. Mussolini, inventore dei sindacati come sono ancora oggi, della Confindustria e compagnia bella... Quanto al signor Prodi, che sarebbe il campione da opporre a Berlusconi, fu ministro dell'industria di Andreotti nel 1978, era collegato con qualche rinnegato che prendeva soldi dall'Unione Sovietica, uno stato nemico collegato con le BR, autrici del sequestro Moro... altro che "seduta spiritica". La carriera democristiana di Prodi è esemplare: capo dell'IRI, il più grande carrozzone di boiardi e di mazzette di Stato negli anni '80, uomo di De Mita, di cui tutto si può dire tranne che non abbia saputo fare bene commerci e affari, Prodi che ha un castelletto del 1300, Prodi che negli anni 80 guadagnava 200 milioni all'anno (con la differenza che questi soldi erano pagati dal contribuente, mentre quelli di Berlusconi sono pagati dalle aziende grazie alla pubblicità). Insomma: guardino le travi che hanno negli occhi... E continuino pure a volere una scuola e una sanità "pubblica e gratuita", quando invece ci costano il doppio, rispetto al sistema privato, ma con una qualità da amebe... Vogliono tornare a Mosca? Ma sanno cosa è stata Mosca e il comunismo reale? No! Vergogna! Dicono che non vogliono tornare all'Unione sovietica e che sanno che il comunismo ha massacrato 100 milioni di esseri umani? Dicono di amare l'Europa e la Francia? Ma di cosa parlano, questi asini che parlano come dottori muti? Lo sanno nevvero che il Tesoro dello Stato francese gestisce (oggi non nel 1950) le monete di tutti gli stati dell'Africa occidentale ex colonie? Lo sanno che il "compagno Chirac", l'idolo dei pacifisti, è un fascista che ha eserciti coloniali in Africa, che impianta dittatori quando e come vuole, e che solo due anni fa ha DELIBERATAMENTE FATTO MASSACRARE DAI SUOI CARRI ARMATI un centinaio di inermi civili della Costa d'Avorio (con mille feriti). Lo sanno che i famosi "stati pacifisti" che nel Consiglio di sicurezza, votarono CONTRO la guerra "amerikana" in Irak, sono i VERI stati che hanno armato Saddam? Nell'ordine (inchiesta del Parlamento svedese, non di Ignazio della Russa) non gli americani, ma per primi Urss/Russia, poi Cina, Francia e le due Germania, dal 1967 al 2000...Però Gino Strada, quel razzista che è, invita a boicottare la Esso. Peccato che finché c'era il dittatore fascista (fascista per davvero, visto che suo zio era in combutta col Gran Mufti di Gerusalemme, zio di Arafat, amico di hitler e organizzatore di alcune divisioni di SS arabe che combatterono in Europa al fianco dei nazifascisti...)... Peccato dicevo che finché c'era il dittatore fascista Saddam gli affari petroliferi (denominati "oil for food" per la felicità dei gonzi) erano gestiti da BNP Paribas a Parigi, e dalla Total-Aquitaine-ELF... Alla faccia della Esso...Dunque continuate così... ma non sperate di vincere così facilmente: noi non stiamo con l'Unione in quanto ANTIFASCISTI CONVINTI e non perché lo siamo a parole soltanto... mentre coi fatti non sponsorizziamo i peggiori criminali della storia e i peggiori criminali di oggi...
Dio mio, che troll incompetenti e pieni di sé... Mi dispiace per il blog, ma evidentemente dai fastidio. Questi illusi che credono nella settimana rossa con le sette domeniche NON sanno di cosa parlano. A partire da Berlusconi, che non è l'11mo uomo più ricco del mondo, e che comunque non ha una colpa di questo, ma semmai un merito.Secondo accecati dai sacerdoti della lobby unionista, criticano un Berlusconi che ha come dipendenti Mediaset un totale di 5600 persone. Questo quando le ccoperative rosse, più quelle bianche, raggranellano qualcosa come 1.000.000 di dipendenti con 100 miliardi di euro di fatturato annui, senza contare l'impero delle banche (una cosa molto cattocomunista...). Poi sono del tutto educati, e questa è un'altra conferma della qualità di ciò in cui credono. Io non dico che Bertinotti o Diliberto debbano stare nelle fogne... Però dico che essi sono figli e cugini del fascismo molto di più della stessa Mussolini, figli della variante internazional-socialista, che i nazifascisti mutuarono da Lenin e ridussero allo stato nazional-socialista. Mussolini, inventore dei sindacati come sono ancora oggi, della Confindustria e compagnia bella... Quanto al signor Prodi, che sarebbe il campione da opporre a Berlusconi, fu ministro dell'industria di Andreotti nel 1978, era collegato con qualche rinnegato che prendeva soldi dall'Unione Sovietica, uno stato nemico collegato con le BR, autrici del sequestro Moro... altro che "seduta spiritica". La carriera democristiana di Prodi è esemplare: capo dell'IRI, il più grande carrozzone di boiardi e di mazzette di Stato negli anni '80, uomo di De Mita, di cui tutto si può dire tranne che non abbia saputo fare bene commerci e affari, Prodi che ha un castelletto del 1300, Prodi che negli anni 80 guadagnava 200 milioni all'anno (con la differenza che questi soldi erano pagati dal contribuente, mentre quelli di Berlusconi sono pagati dalle aziende grazie alla pubblicità). Insomma: guardino le travi che hanno negli occhi... E continuino pure a volere una scuola e una sanità "pubblica e gratuita", quando invece ci costano il doppio, rispetto al sistema privato, ma con una qualità da amebe... Vogliono tornare a Mosca? Ma sanno cosa è stata Mosca e il comunismo reale? No! Vergogna! Dicono che non vogliono tornare all'Unione sovietica e che sanno che il comunismo ha massacrato 100 milioni di esseri umani? Dicono di amare l'Europa e la Francia? Ma di cosa parlano, questi asini che parlano come dottori muti? Lo sanno nevvero che il Tesoro dello Stato francese gestisce (oggi non nel 1950) le monete di tutti gli stati dell'Africa occidentale ex colonie? Lo sanno che il "compagno Chirac", l'idolo dei pacifisti, è un fascista che ha eserciti coloniali in Africa, che impianta dittatori quando e come vuole, e che solo due anni fa ha DELIBERATAMENTE FATTO MASSACRARE DAI SUOI CARRI ARMATI un centinaio di inermi civili della Costa d'Avorio (con mille feriti). Lo sanno che i famosi "stati pacifisti" che nel Consiglio di sicurezza, votarono CONTRO la guerra "amerikana" in Irak, sono i VERI stati che hanno armato Saddam? Nell'ordine (inchiesta del Parlamento svedese, non di Ignazio della Russa) non gli americani, ma per primi Urss/Russia, poi Cina, Francia e le due Germania, dal 1967 al 2000...Però Gino Strada, quel razzista che è, invita a boicottare la Esso. Peccato che finché c'era il dittatore fascista (fascista per davvero, visto che suo zio era in combutta col Gran Mufti di Gerusalemme, zio di Arafat, amico di hitler e organizzatore di alcune divisioni di SS arabe che combatterono in Europa al fianco dei nazifascisti...)... Peccato dicevo che finché c'era il dittatore fascista Saddam gli affari petroliferi (denominati "oil for food" per la felicità dei gonzi) erano gestiti da BNP Paribas a Parigi, e dalla Total-Aquitaine-ELF... Alla faccia della Esso...Dunque continuate così... ma non sperate di vincere così facilmente: noi non stiamo con l'Unione in quanto ANTIFASCISTI CONVINTI e non perché lo siamo a parole soltanto... mentre coi fatti non sponsorizziamo i peggiori criminali della storia e i peggiori criminali di oggi...
Appello a 2.931.636 elettori
Quasi tre milioni sono i giovani che voteranno per la prima volta alle politiche del 9 e 10 aprile.
A loro desidero rivolgermi per consigliarli di andare a votare.
Siccome per eleggere i Senatori occorrono 25 anni, non mancate alle elezioni dei Deputati!
Se non avete le idee chiare, se i vostri genitori e i vostri amici non vogliono o non sanno darvi indicazioni, consultate i siti dei partiti su internet, navigate tra i blog di tutte le tendenze e, quest'ultima settimana, non perdete le trasmissioni televisive e radiofoniche, gli incontri e i comizi che si tengono nella vostra città: diventate cittadini a pieno titolo con il privilegio di poter scegliere chi vi deve governare.
Per scegliere è necessario conoscere.
Voglio brevemente ricordare le principali riforme e i provvedimenti del Governo uscente che riguardano in particolare voi giovani, tralasciando i programmi futuri che saranno illustrati questa settimana.
La riforma più importante è la legge Biagi che favorisce l'occupazione e rende più flessibile il mercato del lavoro.
L'abolizione delle imposte di successione e sulle donazioni consente agli eredi di non pagare tasse in caso di lutto familiare o nel passaggio di beni in ambito parentale.
L'aumento delle pensioni minime gratifica i vostri nonni, ma è di buon auspicio per il vostro lontano futuro.
La riforma della Scuola e della docenza universitaria consente vari percorsi formativi per ottenere un diploma o una qualifica professionale, porta a 18 anni il diritto/dovere all'istruzione e formazione, introduce lo studio dell'inglese e dell'informatica sin dalle elementari e riordina i concorsi per cattedre universitarie eliminando nepotismi e privilegi. Il sostegno alla scuola paritaria, l'aumento delle risorse per la ricerca e il bonus per l'acquisto di un computer, rendono la nostra Istruzione in linea con gli standard europei.
L'abolizione del servizio militare obbligatorio, cari giovani, vi rende liberi di scegliere una professione ben retribuita che era un obbligo mal pagato.
La patente a punti ha salvato molte vite ( giovani soprattutto ) e la legge antifumo nei locali pubblici rende migliore l'aria che respiriamo e più consapevoli i fumatori.
I bonus fiscali, le detrazioni e le deduzioni di cui i vostri genitori usufruiscono per i figli a carico, consentono di avere più soldi in tasca da spendere.
Finanziamenti per il Sud e incentivi per l'occupazione permettono ai giovani meridionali di trovare più facilmente lavoro senza dover andare lontano da casa.
Nessun Governo ha fatto tanto anche grazie al fatto che è rimasto in carica cinque anni ( record assoluto). Vi garantisco che è stato il migliore dal dopoguerra e sono convinto che nei prossimi cinque anni, se vorrete votarlo, saprà fare ancora meglio.
Grazie per l'attenzione e per la fiducia.
A loro desidero rivolgermi per consigliarli di andare a votare.
Siccome per eleggere i Senatori occorrono 25 anni, non mancate alle elezioni dei Deputati!
Se non avete le idee chiare, se i vostri genitori e i vostri amici non vogliono o non sanno darvi indicazioni, consultate i siti dei partiti su internet, navigate tra i blog di tutte le tendenze e, quest'ultima settimana, non perdete le trasmissioni televisive e radiofoniche, gli incontri e i comizi che si tengono nella vostra città: diventate cittadini a pieno titolo con il privilegio di poter scegliere chi vi deve governare.
Per scegliere è necessario conoscere.
Voglio brevemente ricordare le principali riforme e i provvedimenti del Governo uscente che riguardano in particolare voi giovani, tralasciando i programmi futuri che saranno illustrati questa settimana.
La riforma più importante è la legge Biagi che favorisce l'occupazione e rende più flessibile il mercato del lavoro.
L'abolizione delle imposte di successione e sulle donazioni consente agli eredi di non pagare tasse in caso di lutto familiare o nel passaggio di beni in ambito parentale.
L'aumento delle pensioni minime gratifica i vostri nonni, ma è di buon auspicio per il vostro lontano futuro.
La riforma della Scuola e della docenza universitaria consente vari percorsi formativi per ottenere un diploma o una qualifica professionale, porta a 18 anni il diritto/dovere all'istruzione e formazione, introduce lo studio dell'inglese e dell'informatica sin dalle elementari e riordina i concorsi per cattedre universitarie eliminando nepotismi e privilegi. Il sostegno alla scuola paritaria, l'aumento delle risorse per la ricerca e il bonus per l'acquisto di un computer, rendono la nostra Istruzione in linea con gli standard europei.
L'abolizione del servizio militare obbligatorio, cari giovani, vi rende liberi di scegliere una professione ben retribuita che era un obbligo mal pagato.
La patente a punti ha salvato molte vite ( giovani soprattutto ) e la legge antifumo nei locali pubblici rende migliore l'aria che respiriamo e più consapevoli i fumatori.
I bonus fiscali, le detrazioni e le deduzioni di cui i vostri genitori usufruiscono per i figli a carico, consentono di avere più soldi in tasca da spendere.
Finanziamenti per il Sud e incentivi per l'occupazione permettono ai giovani meridionali di trovare più facilmente lavoro senza dover andare lontano da casa.
Nessun Governo ha fatto tanto anche grazie al fatto che è rimasto in carica cinque anni ( record assoluto). Vi garantisco che è stato il migliore dal dopoguerra e sono convinto che nei prossimi cinque anni, se vorrete votarlo, saprà fare ancora meglio.
Grazie per l'attenzione e per la fiducia.
L'aria è cambiata. Mario Sechi
http://www.mariosechi.net/2006/04/03/laria-e-cambiata/
La rimonta del Cavaliere e il problema delle tasse
La rimonta del Cavaliere e il problema delle tasse
Mi consenta quattro consigli. Maurizio Belpietro
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=79073
I suggerimenti a Berlusconi del direttore del Giornale per il confronto con Prodi
I suggerimenti a Berlusconi del direttore del Giornale per il confronto con Prodi
Dov'è questa crisi? Vincenzo Merlo
http://www.ragionpolitica.it/testo.5250.dov_questa_crisi.html
I numeri veri della crisi: quella che vede solo la sinistra
I numeri veri della crisi: quella che vede solo la sinistra
Legge Biagi? Io ci pago il mutuo. Valentina Meliadò
Da precaria in piena regola, sono stanca di sentir parlare della Legge Biagi come causa delle incertezze e delle paure dei giovani italiani rispetto al futuro. Tanto per cominciare la scelta delle parole ha la sua rilevanza: «precarietà» al posto di «contratto a termine» o «flessibilità» contiene un giudizio negativo e suggerisce l'idea di uno stato permanente. Ed anche la dicitura - usata spesso dal centrosinistra - di «Legge 30» invece che «Legge Biagi» contiene in sè un'ipocrisia, perché, omettendo il nome di colui che, ideandola, ha firmato la sua condanna a morte, si cerca di denigrarla creando una distanza che non esiste tra ciò che la legge effettivamente è, e ciò che Marco Biagi avrebbe voluto che fosse.
Se il centrosinistra predilige la terminologia più vaga è solo perché la Riforma del lavoro è uno dei capitoli più controversi del programma dell'Unione, che rispecchia la diversità di posizioni al suo interno. Tutta la sinistra radicale vorrebbe abolirla in toto, Ds e Margherita solo riformarla, mentre da Confindustria parte il monito a non toccarla e, in questo contesto, l'ambiguità dei leader dell'Unione impedisce di farsi un'idea chiara sul futuro di questa legge in caso di vittoria dell'attuale opposizione. Intanto, però, le si spara grosse: è meglio la precarietà o lo stare a casa? La precarietà, grazie, perché io (ma certo non solo io) ci pago le rate del mutuo, vivo comunque un'esperienza lavorativa, «ingrasso» il mio curriculum, vedo sento e parlo con tanta gente, vengo a conoscenza di notizie, fatti e cose che standomene a casa forse non saprei, e tutto questo aumenta considerevolmente le mie possibilità di trovare in futuro un lavoro magari più vicino ai miei desideri, o semplicemente meglio retribuito e più garantito.
Si vedrà, ma intanto non mi abbrutisco e non passo la giornata ad arrovellarmi e disperarmi. Tutto questo astio della sinistra nei confronti della legge Biagi poi è proprio fuori luogo; fu il pacchetto Treu della precedente compagine governativa ad introdurre la flessibilità in Italia, e fu una cosa buona, ma mentre i Co.Co.Co non prevedevano alcuna garanzia relativa alla maternità, le ferie e l'assistenza sanitaria, la legge Biagi è un considerevole passo in avanti in questo senso, senza contare che i tipi di contratti che prevede non si possono reiterare a vita, e quindi buona parte si trasformano, in un certo arco di tempo, in occupazioni stabili.
La sinistra non è credibile quando asserisce che il governo Berlusconi ha fatto della flessibilità (una sorta di male necessario) una condizione permanente; è una sciocchezza smentita dai dati del Sole24Ore di qualche giorno fa, secondo cui in Italia la percentuale di lavoro precario si attesta sotto il 12%, soglia invece superata sia da Francia che Gran Bretagna, per non parlare della Spagna tanto cara alla sinistra radicale, che vanta una percentuale più che doppia rispetto all'Italia. Il lavoro è certamente un diritto che un qualsiasi governo deve cercare di facilitare e tutelare. Ma il terrorismo psicologico sparso a piene mani contro la flessibilità è servito, negli anni, solo a rafforzare l'idea secondo cui i giovani, magari appena conclusi gli studi universitari, devono trovare un posto che duri tutta la vita, presumibilmente con le stesse garanzie di intoccabilità, a prescindere dei loro padri, che poi sono forse la causa principale dell'immobilismo e della difficoltà del mercato del lavoro italiano.
Non può più essere così perché, in un mondo globalizzato che produce nel segno della concorrenza, della capacità e dell'innovazione, i Paesi che non sono in grado di concorrere con gli altri affrontano crisi economiche che si ripercuotono sul livello di vita di milioni di persone. Forse non è del tutto giusto, ma imbarcare il pianeta in qualche utopia alternativa al capitalismo mi sembra poco probabile - oltre che poco auspicabile - e dunque la meritocrazia dovrà per forza fare il suo ingresso nel mercato del lavoro. Soprattutto in quello italiano, perché lavorare è un diritto, ma lavorare bene è un dovere, e cambiare mentalità rispetto all'idea secondo la quale lo Stato deve provvedere a tutte le nostre esigenze, da quando nasciamo a quando moriamo, è necessario.
Qualcuno avrebbe dovuto dirlo anche ai giovani francesi; essere licenziabili per due anni se si è minori di 26 (ma in quanti hanno conseguito la laurea al compimento del ventiquattresimo compleanno?) non è un insulto e men che mai presuppone una vita da precari. È un esperimento che potrebbe aiutarli ad acquisire le conoscenze e l'esperienza necessarie per essere non solo occupati, ma anche utili. A se stessi, alla propria famiglia, ma anche al lavoro ed alla collettività. Lo Stato ha molte pecche, mille lacune, innumerevoli colpe, ma la legge Biagi è una scelta sacrosanta e deve rimanere un punto fermo. Parola di precaria doc.
Se il centrosinistra predilige la terminologia più vaga è solo perché la Riforma del lavoro è uno dei capitoli più controversi del programma dell'Unione, che rispecchia la diversità di posizioni al suo interno. Tutta la sinistra radicale vorrebbe abolirla in toto, Ds e Margherita solo riformarla, mentre da Confindustria parte il monito a non toccarla e, in questo contesto, l'ambiguità dei leader dell'Unione impedisce di farsi un'idea chiara sul futuro di questa legge in caso di vittoria dell'attuale opposizione. Intanto, però, le si spara grosse: è meglio la precarietà o lo stare a casa? La precarietà, grazie, perché io (ma certo non solo io) ci pago le rate del mutuo, vivo comunque un'esperienza lavorativa, «ingrasso» il mio curriculum, vedo sento e parlo con tanta gente, vengo a conoscenza di notizie, fatti e cose che standomene a casa forse non saprei, e tutto questo aumenta considerevolmente le mie possibilità di trovare in futuro un lavoro magari più vicino ai miei desideri, o semplicemente meglio retribuito e più garantito.
Si vedrà, ma intanto non mi abbrutisco e non passo la giornata ad arrovellarmi e disperarmi. Tutto questo astio della sinistra nei confronti della legge Biagi poi è proprio fuori luogo; fu il pacchetto Treu della precedente compagine governativa ad introdurre la flessibilità in Italia, e fu una cosa buona, ma mentre i Co.Co.Co non prevedevano alcuna garanzia relativa alla maternità, le ferie e l'assistenza sanitaria, la legge Biagi è un considerevole passo in avanti in questo senso, senza contare che i tipi di contratti che prevede non si possono reiterare a vita, e quindi buona parte si trasformano, in un certo arco di tempo, in occupazioni stabili.
La sinistra non è credibile quando asserisce che il governo Berlusconi ha fatto della flessibilità (una sorta di male necessario) una condizione permanente; è una sciocchezza smentita dai dati del Sole24Ore di qualche giorno fa, secondo cui in Italia la percentuale di lavoro precario si attesta sotto il 12%, soglia invece superata sia da Francia che Gran Bretagna, per non parlare della Spagna tanto cara alla sinistra radicale, che vanta una percentuale più che doppia rispetto all'Italia. Il lavoro è certamente un diritto che un qualsiasi governo deve cercare di facilitare e tutelare. Ma il terrorismo psicologico sparso a piene mani contro la flessibilità è servito, negli anni, solo a rafforzare l'idea secondo cui i giovani, magari appena conclusi gli studi universitari, devono trovare un posto che duri tutta la vita, presumibilmente con le stesse garanzie di intoccabilità, a prescindere dei loro padri, che poi sono forse la causa principale dell'immobilismo e della difficoltà del mercato del lavoro italiano.
Non può più essere così perché, in un mondo globalizzato che produce nel segno della concorrenza, della capacità e dell'innovazione, i Paesi che non sono in grado di concorrere con gli altri affrontano crisi economiche che si ripercuotono sul livello di vita di milioni di persone. Forse non è del tutto giusto, ma imbarcare il pianeta in qualche utopia alternativa al capitalismo mi sembra poco probabile - oltre che poco auspicabile - e dunque la meritocrazia dovrà per forza fare il suo ingresso nel mercato del lavoro. Soprattutto in quello italiano, perché lavorare è un diritto, ma lavorare bene è un dovere, e cambiare mentalità rispetto all'idea secondo la quale lo Stato deve provvedere a tutte le nostre esigenze, da quando nasciamo a quando moriamo, è necessario.
Qualcuno avrebbe dovuto dirlo anche ai giovani francesi; essere licenziabili per due anni se si è minori di 26 (ma in quanti hanno conseguito la laurea al compimento del ventiquattresimo compleanno?) non è un insulto e men che mai presuppone una vita da precari. È un esperimento che potrebbe aiutarli ad acquisire le conoscenze e l'esperienza necessarie per essere non solo occupati, ma anche utili. A se stessi, alla propria famiglia, ma anche al lavoro ed alla collettività. Lo Stato ha molte pecche, mille lacune, innumerevoli colpe, ma la legge Biagi è una scelta sacrosanta e deve rimanere un punto fermo. Parola di precaria doc.
venerdì 31 marzo 2006
La riduzione delle tasse della Casa delle libertà.
http://www.versoilvoto.it/documenti/P-Articolo-Tasse.pdf
La riduzione fatta dal Governo illustrata nei dettagli in modo sintetico e chiaro
La riduzione fatta dal Governo illustrata nei dettagli in modo sintetico e chiaro
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