http://www.ildomenicale.it/editoriale.asp
Una pacata critica al catastrofismo ecologista relativamente al riscaldamento del pianeta.
mercoledì 17 gennaio 2007
Consenso circoscritto. Magna Carta
Cina e Russia sono ricorse al loro diritto di veto al consiglio di sicurezza dell’Onu per bloccare una risoluzione presentata da Stati Uniti e Inghilterra contro la giunta militare di Myanmar (ex Birmania) e il suo pugno di ferro su minoranze e opposizione.
Il documento anglo-americano era un distillato di umanitarismo del miglior conio, frutto di una condanna ormai generale verso un paese che tiene in carcere e spesso stupra e tortura gli oppositori, compreso il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Per la prima volta dopo oltre trent’anni si è rivisto all’Onu un veto congiunto di Russia e Cina che verso l’ex Birmania hanno semplicemente uno spudorato e inconfessabile interesse commerciale. Gli ambasciatori di Mosca e Pechino si sono limitati a spiegare la scelta del veto contro la risoluzione sostenendo che essa non era “nell’interesse della pace internazionale e della stabilità regionale”.
Tom Casey, portavoce del Dipartimento di Stato ha invece segnalato la fortissima irritazione degli Usa per il veto sino-russo: “La risoluzione poteva essere uno strumento efficace a sostegno dei nostri sforzi per mettere fine alle lunghe sofferenze dei birmani”.
In Italia (che pure all’Onu ha sostenuto la risoluzione) la vicenda è caduta nel silenzio sia della stampa che della politica.
I professionisti nostrani della difesa dei diritti umani, impegnati a tempo pieno per Guantanamo o per Abu Grahib, avrebbero potuto distrarsi un momento per spendere una parola o una fiaccola a favore del remoto Myanmar.
Silenzio anche dalle parti del governo, dove Prodi e D’Alema si potevano almeno permettere un “consenso circoscritto”. Loro, sempre così solerti nel dimostrare che agli amici e agli alleati si può anche dar torto, hanno perso un’occasione a buon mercato per dargli, una volta tanto, ragione.
Il documento anglo-americano era un distillato di umanitarismo del miglior conio, frutto di una condanna ormai generale verso un paese che tiene in carcere e spesso stupra e tortura gli oppositori, compreso il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Per la prima volta dopo oltre trent’anni si è rivisto all’Onu un veto congiunto di Russia e Cina che verso l’ex Birmania hanno semplicemente uno spudorato e inconfessabile interesse commerciale. Gli ambasciatori di Mosca e Pechino si sono limitati a spiegare la scelta del veto contro la risoluzione sostenendo che essa non era “nell’interesse della pace internazionale e della stabilità regionale”.
Tom Casey, portavoce del Dipartimento di Stato ha invece segnalato la fortissima irritazione degli Usa per il veto sino-russo: “La risoluzione poteva essere uno strumento efficace a sostegno dei nostri sforzi per mettere fine alle lunghe sofferenze dei birmani”.
In Italia (che pure all’Onu ha sostenuto la risoluzione) la vicenda è caduta nel silenzio sia della stampa che della politica.
I professionisti nostrani della difesa dei diritti umani, impegnati a tempo pieno per Guantanamo o per Abu Grahib, avrebbero potuto distrarsi un momento per spendere una parola o una fiaccola a favore del remoto Myanmar.
Silenzio anche dalle parti del governo, dove Prodi e D’Alema si potevano almeno permettere un “consenso circoscritto”. Loro, sempre così solerti nel dimostrare che agli amici e agli alleati si può anche dar torto, hanno perso un’occasione a buon mercato per dargli, una volta tanto, ragione.
domenica 14 gennaio 2007
Disinformazione e propaganda. Alessandro Corneli
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=148835&START=0
Piano piano la verità sui conti pubblici si fa strada anche nei giornali che hanno "remato contro".
Piano piano la verità sui conti pubblici si fa strada anche nei giornali che hanno "remato contro".
Il fantasma del comunismo. Ernesto Galli della Loggia
Un fantasma si aggira per l'Europa, il fantasma del comunismo defunto. E' il fantasma che ha aleggiato una settimana fa nella cattedrale di Varsavia costringendo il cardinale Wielgus a rinunciare a insediarsi come nuovo arcivescovo. E' il fantasma che ha appena indotto la conferenza episcopale di quel Paese a riesaminare le biografie di tutti i vescovi per accertare i loro eventuali cedimenti al regime. E' lo stesso fantasma che aleggia intorno a Putin e a tanta parte dei gruppi dirigenti dell'Est europeo; lo stesso dell'archivio Mitrokhin così goffamente gestito dal nostro Paese. In un senso ampio e profondo è il fantasma del passato novecentesco dell'Europa, dominato dal totalitarismo. Sul conto del quale tanta parte dell'opinione pubblica democratica ha a lungo alimentato un'illusione: e cioè che a esso fosse stata posta fine nel 1945 con la sconfitta del nazismo e del fascismo, e che il comunismo — tra l'altro proprio perché uno degli autori di quella sconfitta — non potesse neppure essere sospettato di essere qualcosa di analogo. Ma era un'illusione, appunto.
Oggi sappiamo che precisamente dopo il '45, anzi, il totalitarismo nella sua versione comunista-sovietica iniziò a vivere su metà del nostro Continente una nuova vita destinata a vederne moltiplicate le malefatte. Su una metà: perché sull'altra metà, invece, esso appariva a molti con tutt'altra immagine.E' consistito proprio in questo doppio volto il tratto specifico del totalitarismo comunista rispetto alla vicenda europea. Proprio in questa capacità mimetica di celare la figura ripugnante di Mister Hyde dietro quella angelica del dottor Jekyll si è manifestato l'elemento peculiare (ed è permesso aggiungere: diabolico?) della sua natura. Hitler non nascose mai di volere guerre e stermini. Da Lenin a Breznev, al contrario, il comunismo ha sempre proclamato di essere e di volere ciò che non era né voleva. Proprio una tale doppiezza gli ha consentito di sommare alla capacità di pressione e di violenza esercitata all'interno dei propri regimi (come è avvenuto per ogni totalitarismo) una mai vista capacità di suggestione e di inganno all'esterno di essi. E così di costruire dappertutto una rete smisurata di fedeltà, di acquiescenze, di sottomissioni, di complicità — in parte obbligate in parte volontarie.
Poi all'improvviso, come per incanto, la disintegrazione, il repentino sbriciolarsi e svanire di tutto. Ma senza il seguito di autentici esami di coscienza; con ben poca verità e senza pentimenti. Soprattutto senza alcuna passione pubblica di giudizio e di ricordo. In questo vuoto della coscienza e della memoria europee c'è stato però chi ricordava. Altroché se c'è stato, e molto probabilmente c'è. Chi «sapeva», infatti, ha naturalmente continuato a sapere — sia sul versante dei padroni di un tempo che su quello dei complici e delatori — e tutto lascia credere che per questa via abbia potuto alimentarsi un'oscura rete di sensi di colpa, di silenzi e di ricatti, di ampiezza ignota e che verosimilmente in qualche modo dura tuttora. Insomma, dalla caduta del comunismo in poi, l'Europa vive con la sua ombra di Banquo, ed è singolare che oggi sia proprio la Chiesa cattolica — che pure nella realtà fu tra i pochi a non farsi mai illusioni sulla vera sostanza del comunismo — a doverne temere le riapparizioni. Può essere considerata la conferma, di certo paradossale, di quanto la sua storia sia fino in fondo, nel bene e nel male, la storia di questo Continente, e di quanto proprio perciò le spettino oggi, di nuovo, il compito e l'onere di dare l'esempio.
Oggi sappiamo che precisamente dopo il '45, anzi, il totalitarismo nella sua versione comunista-sovietica iniziò a vivere su metà del nostro Continente una nuova vita destinata a vederne moltiplicate le malefatte. Su una metà: perché sull'altra metà, invece, esso appariva a molti con tutt'altra immagine.E' consistito proprio in questo doppio volto il tratto specifico del totalitarismo comunista rispetto alla vicenda europea. Proprio in questa capacità mimetica di celare la figura ripugnante di Mister Hyde dietro quella angelica del dottor Jekyll si è manifestato l'elemento peculiare (ed è permesso aggiungere: diabolico?) della sua natura. Hitler non nascose mai di volere guerre e stermini. Da Lenin a Breznev, al contrario, il comunismo ha sempre proclamato di essere e di volere ciò che non era né voleva. Proprio una tale doppiezza gli ha consentito di sommare alla capacità di pressione e di violenza esercitata all'interno dei propri regimi (come è avvenuto per ogni totalitarismo) una mai vista capacità di suggestione e di inganno all'esterno di essi. E così di costruire dappertutto una rete smisurata di fedeltà, di acquiescenze, di sottomissioni, di complicità — in parte obbligate in parte volontarie.
Poi all'improvviso, come per incanto, la disintegrazione, il repentino sbriciolarsi e svanire di tutto. Ma senza il seguito di autentici esami di coscienza; con ben poca verità e senza pentimenti. Soprattutto senza alcuna passione pubblica di giudizio e di ricordo. In questo vuoto della coscienza e della memoria europee c'è stato però chi ricordava. Altroché se c'è stato, e molto probabilmente c'è. Chi «sapeva», infatti, ha naturalmente continuato a sapere — sia sul versante dei padroni di un tempo che su quello dei complici e delatori — e tutto lascia credere che per questa via abbia potuto alimentarsi un'oscura rete di sensi di colpa, di silenzi e di ricatti, di ampiezza ignota e che verosimilmente in qualche modo dura tuttora. Insomma, dalla caduta del comunismo in poi, l'Europa vive con la sua ombra di Banquo, ed è singolare che oggi sia proprio la Chiesa cattolica — che pure nella realtà fu tra i pochi a non farsi mai illusioni sulla vera sostanza del comunismo — a doverne temere le riapparizioni. Può essere considerata la conferma, di certo paradossale, di quanto la sua storia sia fino in fondo, nel bene e nel male, la storia di questo Continente, e di quanto proprio perciò le spettino oggi, di nuovo, il compito e l'onere di dare l'esempio.
venerdì 12 gennaio 2007
USTICA: SEN. MANCA, BATTAGLIA AEREA NON E' VERITA' GIUDIZIARIA ACQUISITA
Roma, 12 gen. (Adnkronos) - ''Continuare ad affermare che comunque sia stata raggiunta, in termini giudiziari, la certezza che nei cieli di Ustica sia avvenuta una battaglia aerea, che determino' la caduta del DC9, rappresenta una mistificazione della realta', che si potrebbe tradurre in un vero e proprio gratuito depistaggio della opinione pubblica''. Lo afferma il senatore Vincenzo Manca, ex vicepresidente della commissione Stragi,dopo la conferma della Corte di Cassazione della sentenza di assoluzione del Gen Bartolucci e Ferri, emessa con formula piena dalla Corte di Assise d'Appello.
Roma, 12 gen. (Adnkronos) - ''Continuare ad affermare che comunque sia stata raggiunta, in termini giudiziari, la certezza che nei cieli di Ustica sia avvenuta una battaglia aerea, che determino' la caduta del DC9, rappresenta una mistificazione della realta', che si potrebbe tradurre in un vero e proprio gratuito depistaggio della opinione pubblica''. Lo afferma il senatore Vincenzo Manca, ex vicepresidente della commissione Stragi,dopo la conferma della Corte di Cassazione della sentenza di assoluzione del Gen Bartolucci e Ferri, emessa con formula piena dalla Corte di Assise d'Appello.
giovedì 11 gennaio 2007
La speranza somala. Magna Carta
http://www.magna-carta.it/editoriali/2006_1_10_66753,72.asp
I motivi dell' invasione etiope e dell' intervento americano.
I motivi dell' invasione etiope e dell' intervento americano.
Assolti per non aver commesso il fatto gli ufficiali di Ustica, liberi perché mai cercati i terroristi arabi che misero una bomba sull'aereo.
Dopo essere stati massacrati e intimiditi per due decenni, gli ufficiali dell’aeronautica imputati di “depistaggio” per la strage di Ustica sono stati tutti assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Io scrissi per la editrice Bietti un libro sulla tragedia di Ustica e mi resi conto dieci anni fa che io stesso non sapevo nulla (prima di leggermi tutti gli atti) e che neanche la gente normale non sa nulla: se chiedi a qualcuno per strada che cosa sia successo all’aereo di Ustica, quello nove volte su dieci (e in perfetta buona fede) vi dirà che è stato abbattuto da un missile americano che cercava di colpire un mig su cui volava Gheddafi. Invece il Dc9 di Ustica saltò in volo a causa di una bomba che esplose poco prima dell’atterraggio a Palermo ed era certamente una bomba araba e anzi, a giudicare dalla procedura identica a quella dell’aereo della Pan Am di Lockerbie e di un apparecchio francese, libica. Ma non lo sapremo mai, perché mentre si scatenò il linciaggio contro ufficiali colpevoli di non aver avallato la verità politica e falsa del missile americano, nessuno allora e più tardi ebbe mai il fegato di indagare su chi aveva messo la bomba. Anzi, il fisico Frank Taylor, lo stesso che fece la perizia sul volo della Pan Am incastrando i libici che dovettero pagare almeno un risarcimento, quando dimostrò in maniera inoppugnabile fisica e chimica le modalità dell’esplosione fu licenziato dal collegio dei periti. Assistetti quasi solo ad una sua lezione di tre ore nell’aula magna del Cnr a Roma, dove dimostrò fibra per fibra, frammento per frammento, gli effetti di una bomba dietro la toilette. Il colonnello dell’aeronautica Guglielmo Lippolis, con cui parlai a lungo e che mi spiegò lo stato dei cadaveri da lui trovati affioranti in mare con le bruciature tipiche di una esplosione dall’interno (i missili distruggono un aereo polverizzandolo con le schegge) non fu ascoltato su ciò che aveva visto e gli impedirono di parlare. In compenso quelli del “muro di gomma” fecero la parte degli eroi che indagano sulle trame del potere e in realtà finirono per inquinare la verità, coprendosi di miserabile gloria. Tutto il resto era fumo negli occhi, compresa la dilatazione dei tempi per mettere in relazione il Mig caduto sulla Sila con la triste sorte del DC9 di Ustica. La menzogna su Ustica fu fabbricata, è dimostrato in atti, dai geni del KGB cui non parve vero di poter scaricare un delitto arabo sulle spalle degli americani, facendo la felicità dei dietristi che vedono sempre la Cia dietro i delitti sovietici e le manipolazioni architettate alla Lubjanca. Non si può dire oggi che giustizia sia stata realmente fatta perché tuttora la vera tragedia di Ustica non è diventata televisione, cioè coscienza popolare. E poi perché nessuno potrà mai restituire, a chi è stato infangato e diffamato per anni, una vita spezzata per sempre.
Paolo Guzzanti
Paolo Guzzanti
Malaria. Ddt o zanzariere? Anna Bono
http://www.ragionpolitica.it/testo.7049.html
In Uganda per debellare le zanzare anofele si ritorna all'uso del pesticida messo al bando negli anni '70 da una sciagurata campagna ambientalista internazionale.
In Uganda per debellare le zanzare anofele si ritorna all'uso del pesticida messo al bando negli anni '70 da una sciagurata campagna ambientalista internazionale.
Dimettersi: verbo sconosciuto
In Italia c'è tanta buona sanità, dice il Ministro Livia Turco; c'è, in compenso, troppo poca moralità, dico io.
E' mai possibile che nessuno si assuma le proprie responsabilità e si dimetta quando risulta evidente che non si è fatto il proprio dovere?
Tutti incollati alla poltrona con sprezzo della decenza, senza pericolo di essere licenziati e certi dell'impunità.
Le funzioni e le cariche, nel nostro Paese, sono interpretate come diritto inalienabile della persona e non come servizio alla collettività; dobbiamo andare indietro di 2500 anni per trovare un amministratore pubblico importante che si sia dimesso dopo aver portato a termine l'impresa a cui era stato chiamato: parlo di Lucio Quinzio Cincinnato.
Le dimissioni si minacciano, si ottengono al posto del licenziamento, si usano in modo ricattatorio e si invocano: non si presentano mai.
E poi ci si lamenta che in Italia non c'è il rispetto della legalità.
Come si può pretendere dai cittadini l'osservanza delle regole, quando la classe dirigente è la prima a non dare il buon esempio?
Perché esistono solo diritti e pretese, protezioni e "ammortizzatori"? Semplicemente perché i nostri amministratori sono pieni di privilegi e coperture e non sono credibili quando invocano il rigore e i doveri.
Semplicemente perché nella gestione della res publica non esiste il concetto di responsabilità individuale: la concezione comunista porta alla spersonalizzazione del singolo che diventa ingranaggio dell'apparato. I meriti e le colpe sono dello Stato in quanto organismo supremo e dispensatore di tutto (penso alla "distribuzione della felicità" promessa da Prodi).
Manca la mentalità.
Chi danneggia un giardino pubblico o incendia una scuola, non si rende conto di nuocere a se stesso, perché il giardino e la scuola saranno riparati con i soldi delle tasse, ma pensa di nuocere allo Stato come entità a sé stante. La stessa cosa vale per chi evade le tasse, con la variante che a volte sono esose, farraginose, incomprensibili e ingiuste.
Allora, per favore, pretendiamo che chi sbaglia paghi.
Pretendiamo le dimissioni di quegli amministratori di pubblici ospedali dove sono state riscontrate carenze e disfunzioni gravi e prolungate nel tempo, chiediamo le dimissioni dei loro superiori che non hanno erogato gli eventuali fondi, di coloro che non li hanno stanziati, di quelli che avrebbero dovuto vigilare, di quelli che hanno nominato gli amministratori e di quelli che non si sono opposti alla loro nomina politica...
Se si facesse piazza pulita salterebbero molte teste, ecco perché nessuna testa cade.
Facciamo il nodo al fazzoletto, come quelli di Striscia la notizia: appuntamento alle prossime elezioni.
E' mai possibile che nessuno si assuma le proprie responsabilità e si dimetta quando risulta evidente che non si è fatto il proprio dovere?
Tutti incollati alla poltrona con sprezzo della decenza, senza pericolo di essere licenziati e certi dell'impunità.
Le funzioni e le cariche, nel nostro Paese, sono interpretate come diritto inalienabile della persona e non come servizio alla collettività; dobbiamo andare indietro di 2500 anni per trovare un amministratore pubblico importante che si sia dimesso dopo aver portato a termine l'impresa a cui era stato chiamato: parlo di Lucio Quinzio Cincinnato.
Le dimissioni si minacciano, si ottengono al posto del licenziamento, si usano in modo ricattatorio e si invocano: non si presentano mai.
E poi ci si lamenta che in Italia non c'è il rispetto della legalità.
Come si può pretendere dai cittadini l'osservanza delle regole, quando la classe dirigente è la prima a non dare il buon esempio?
Perché esistono solo diritti e pretese, protezioni e "ammortizzatori"? Semplicemente perché i nostri amministratori sono pieni di privilegi e coperture e non sono credibili quando invocano il rigore e i doveri.
Semplicemente perché nella gestione della res publica non esiste il concetto di responsabilità individuale: la concezione comunista porta alla spersonalizzazione del singolo che diventa ingranaggio dell'apparato. I meriti e le colpe sono dello Stato in quanto organismo supremo e dispensatore di tutto (penso alla "distribuzione della felicità" promessa da Prodi).
Manca la mentalità.
Chi danneggia un giardino pubblico o incendia una scuola, non si rende conto di nuocere a se stesso, perché il giardino e la scuola saranno riparati con i soldi delle tasse, ma pensa di nuocere allo Stato come entità a sé stante. La stessa cosa vale per chi evade le tasse, con la variante che a volte sono esose, farraginose, incomprensibili e ingiuste.
Allora, per favore, pretendiamo che chi sbaglia paghi.
Pretendiamo le dimissioni di quegli amministratori di pubblici ospedali dove sono state riscontrate carenze e disfunzioni gravi e prolungate nel tempo, chiediamo le dimissioni dei loro superiori che non hanno erogato gli eventuali fondi, di coloro che non li hanno stanziati, di quelli che avrebbero dovuto vigilare, di quelli che hanno nominato gli amministratori e di quelli che non si sono opposti alla loro nomina politica...
Se si facesse piazza pulita salterebbero molte teste, ecco perché nessuna testa cade.
Facciamo il nodo al fazzoletto, come quelli di Striscia la notizia: appuntamento alle prossime elezioni.
mercoledì 10 gennaio 2007
Alcune domande sul Prodotto Interno Lordo. Tomaso Freddi
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000001842
Giuste osservazioni a proposito del calcolo del PIL.
Giuste osservazioni a proposito del calcolo del PIL.
Chi parteggia per i soviet e chi per casa sua. Ferruccio Formentini
Solo un mese fa la Gazeta Polka rivelava che Stanislaw Wielgus aveva collaborato con la polizia comunista. L’altro ieri l’arcivescovo ha dovuto farsi da parte per acquietare il putiferio che, in Polonia ma non solo lì, stava per travolgere anche l’immagine della Chiesa polacca. Da cinquant’anni dalle nostre parti c’è chi ogni tanto prova a scoperchiare i rapporti, che tutti sanno essere esistiti, tra alcuni nostri connazionali e il Kgb sovietico. Regolarmente i tapini che si sono esposti a questi rischiosissimi tentativi sono finiti derisi e dileggiati dai media e dai politici di parte, nel migliore dei casi, quando non sono invece precipitati in un mare di guai. Straordinariamente l’unico “spione” a venire punito è stato un redattore di Libero, sospeso per un anno dall’ordine dei giornalisti, colpevole d’aver collaborato con i servizi segreti del suo paese: l’Italia. Mah!
Il crollo dell'economia sovietica, monito per l'Italia di oggi. Paolo Della Sala
Come mai è crollato il sistema sovietico? Quali sono le ragioni della sua dissoluzione economica? Capire le ragioni del disastro può darci utili indicazioni per capire cosa succederà all'economia italiana sotto il governo Prodi, condizionato in buona parte dai neocomunisti. Utilizzerò i dati forniti da un saggio di Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca (Spirali edizioni), che non merita di essere occultato e trattato come un samizdat, ma anzi dovrebbe essere diffuso nelle scuole e nelle famiglie.
La caduta del sistema sovietico cominciò nei paesi dell'Est e fu legata a un'invisibile guerra del petrolio, condotta dagli Usa in collaborazione con l'Arabia Saudita. Nel marzo 1981 la crisi polacca venne commentata dai membri del Politburò. Gromiko ricordò che: «I compagni polacchi hanno sottolineato lo spinoso problema dell'importazione di merci, perché non hanno di che pagarle...», e Archipov rispose: «Noi forniamo alla Polonia 13 milioni di tonnellate di petrolio a 90 rubli la tonnellata. Considerato che nel resto del mondo il prezzo a tonnellata è di 150 rubli, noi perdiamo 80 rubli a tonnellata. Tutto quel petrolio potremmo venderlo in cambio di valuta pesante con un guadagno per noi colossale». Infatti Gazprom non è una novità: anche allora il petrolio rappresentava per l'Urss il maggior gettito di valuta pregiata. La fornitura alla Polonia comportò una riduzione dei rifornimenti agli altri paesi dell'Est europeo, con conseguenti trattative e lamentele. La Polonia -del resto - era ridotta alla fame, e richiese anche l'invio urgente di 30.000 tonnellate di carne, richiesta cui cercarono di porre riparo sia Breznev sia Gorbacev (membro della direzione del Pcus). Le riserve di carne erano azzerate. A quel punto i russi si rivolsero invano all'Ucraina, Estonia, Bielorussia e Kazakhistan. Eppure si trattava di una fornitura di modeste proporzioni, che valeva sì e no 30 milioni di dollari, ai prezzi occidentali. Dopo alcuni mesi, e dopo la proclamazione della legge marziale in Polinia, furono inviate 16.000 tonnellate di carne. Tuttavia il presidente del Comitato per la pianificazione statale Bajbakov riferì che la carne: «è stata caricata su vagoni sporchi e non lavati che avevano trasportato metalli ferrosi, ed ha un aspetto impresentabile. Quando la carne viene scaricata nelle stazioni polacche si arriva al sabotaggio vero e proprio. I polacchi indirizzano all'Unione Sovietica e ai sovietici gli epiteti più osceni, si rifiutano di pulire i vagoni etc. Le ingiurie che ci lanciano addosso non si contano».
La situazione in Russia non era migliore. Mentre in Polonia mancava la carne, gli operai russi faticavano a ottenere il pane, tanto che nel solo 1979 ci furono ben 300 scioperi. Il Politburò non riusciva a porre rimedio e Chernenko ammise che sull'umore degli operai «influiscono negativamente le vendite a singhiozzo del pane, che talvolta manca per quattro giorni di fila. I bambini vedono raramente il pane bianco e i panini. Non c'è farina». Ma «persino Chernenko», scrive l'ex dissidente Bukovskij, «pur prendendosela con le negligenti autorità locali e con i contadini, cominciava a capire che qualcosa non funzionava proprio nel sistema» tanto che, se «i piani venivano completati, e decine di milioni di tonnellate di grano venivano acquistate negli Usa o in Canada, tuttavia non c'era pane». Mancavano poi alimenti come l'aceto e il sale, e quest'ultimo caso era davvero emblematico, poiché la Russia possiede giganteschi laghi salati, il cui sale non occorre nemmeno scavare: basta soltanto caricarlo sui vagoni dei treni.
Il disastro aveva diverse cause, tra le quali la corruzione. Ci hanno sempre raccontato che sotto il fascismo e il comunismo non c'era criminalità. Nulla di più falso: «All'inizio del 1980 la corruzione dell'apparato amministrativo aveva raggiunto dimensioni terrificanti, sebbene fin dai tempi di Kruscev si fossero applicate severe misure punitive che arrivavano alla fucilazione...Andava strutturandosi un'intera industria sommersa, imprese e fabbriche clandestine che non avevano a che fare con l'economia statale. L'iniziativa privata, davvero indistruttibile, si era sempre dimostrata più efficiente della goffa macchina statale. Ma le cose emergevano raramente: di regola le autorità di partito locali avevano anche loro le mani in pasta e nemmeno il KGB era in grado di venirne a capo. Intere regioni, repubbliche addirittura, erano controllate da questa nuova "mafia", erano veri e propri principati indipendenti»... Il caso «uzbeko» iniziò allora... ma siccome spesso il filo conduceva a Mosca, all'entourage di Breznev, e tutto veniva messo a tacere.
Secondo Bukovskij l'economia di uno stato ha solo due modelli possibili: «O è il partito a dirigere i processi economici, oppure lo fa il mercato. Tertium non datur». Oggi vediamo che in alcune parti dell'Europa, segnata dalla rinascita del modello marxista sotto le mentite spoglie del «socialismo di mercato», è il partito, sotto la forma della coalizione al governo, che torna a controllare il mercato. In Italia intere regioni vivono sotto un «patto sociale» garantito dal potere politico che è al governo da decenni. Il mercato diretto dalle amministrazioni produce una certa ricchezza (si veda in Emilia) ma in cambio il potere politico ottiene una compartecipazione alla produzione di merci e servizi (cooperative, banche, artigianato), ma soprattutto chiede ai cittadini un consenso che si traduce con una delega in bianco. Occorre dire che il modello emiliano, applicato su scala nazionale con gli stessi uomini (Bersani, Chiti etc.), non ha mai avuto successo, segno che funziona solo là dove la ricchezza è alta: nella pianura emiliana come nelle socialdemocrazie scandinave di un tempo. L'élite intellettuale non ha mai voluto capire che il disastro economico dei paesi socialisti è dovuto proprio alla dottrina applicata.
I «modelli socialisti» non esistono, esistono soltanto diversi scenari di tracollo dell'economia, scrive Bukovskij. «E' possibile distruggere il proprio paese in modo rapido e radicale oppure in modo lento e irreversibile, con tutta la varietà di modelli intermedi. In realtà l'espressione "economia socialista" è un'assurdità, è una contraddizione in termini. L'idea base del socialismo è quella della "giusta distribuzione" dei beni, non della loro creazione, per cui ogni "modello" lavora alla dissipazione dei beni, nel senso che "distribuisce" finché c'è qualcosa da distribuire». L'imperativo della «giusta distribuzione» è tornato più che mai all'ordine del giorno col governo Prodi: la «redistribuzione» è il principale slogan dell'Unione.
Nell'Urss il sistema era ancora più radicale e folle, ed ha potuto sopravvivere per tanti decenni solo grazie allo sfruttamento e allo sterminio, e perché la Russia è un Paese straordinariamente ricco di petrolio, gas, carbone, ferro, oro, diamanti, legno. Anche il governo più incapace e corrotto poteva gestire il potere senza preoccupazioni e senza temere crisi. Per arrivare al collasso economico occorreva una ideologia. «Questa ideologia è stata il socialismo, che non solo ha dissanguato, ma ha portato il Paese alla bancarotta, perché ha provocato un incredibile ritardo di sviluppo». Ai disastri produttivi l'Unione sovietica aggiungeva l'incidenza delle spese militari, con più di metà dell'economia che lavorava per soddisfare i costi dell'industria bellica, necessaria a supportare l'impero e le sue guerre. Il risultato negativo dei due fattori era notevole, e già nel 1979 gli investimenti interni erano negativi, così che da ogni rublo affidato allo Stato in un anno si ottenevano soltanto 83 centesimi (copechi).
Nel frattempo in Occidente comparvero governanti fermamente anticomunisti, come Reagan e la Tatcher, che smantellarono senza tregua i settori dell'industria nazionalizzati dai precedenti governi, riducendo il welfare e le tasse. La gente capiva che i cambiamenti andavano nel loro interesse, perché li liberavano dal gigantesco apparato dedito a gestire la «redistribuzione» e il potere burocratico. Negli anni '80 il socialismo non attirava più nemmeno i disoccupati. Del resto in tutto il mondo i paesi socialisti andavano verso la bancarotta.
La guerra del petrolio e la «Gorby» mania
L'aspetto decisivo della guerra economica di Reagan nei confronti dell'Urss fu, oltre alla scelta di attuare lo scudo difensivo spaziale, la manipolazione del prezzo del mercato petrolifero, attuata per mezzo della Arabia Saudita. Negli anni '80, come già ricordato, la principale ricchezza del regime sovietico proveniva dalla vendita di petrolio in Occidente. Il primo fattore di crisi fu interno, perché la tecnologia primordiale di estrazione portò ad un rendimento disastroso. La catastrofe completa, ricorda Bukovskij, «arrivò nel 1985-86, quando il calo dell'estrazione in Urss coincise con una non meno brusca caduta dei prezzi sul mercato mondiale. Come risultato, l'Unione Sovietica perse in un anno più di un terzo dei suoi introiti in valuta pregiata».
Lo staff di Reagan aveva convinto l'Arabia ad aumentare enormemente la sua produzione, abbassando nel contempo i prezzi. Le pressioni sulla famiglia reale ebbero successo grazie alla fornitura di armi e tecnologia sofisticate. «In poche settimane la produzione dell'Arabia balzò da meno di 2 milioni a 6 milioni di barili. Nel tardo autunno del 1985 la produzione del greggio avrebbe raggiunto quasi 9 milioni di barili al giorno». Per gli Stati Uniti (e tutto l'Occidente) era una vera manna, equivalente a miliardi di dollari che restavano nelle tasche dei consumatori. Per il Cremlino, invece, si trattava di un disastro apocalittico: non c'erano più riserve in valuta e si dovette ricorrere alla vendita di oro. Il prezzo del greggio era passato da 30 dollari al barile, nel novembre del 1985, a 12 dollari al barile, nel marzo del 1986.
A quel punto intervennero i «menscevichi» europei. Essi avevano lo scopo dichiarato di riformare il sistema russo, inventandosi personaggi presentabili, in modo da salvare l'esistenza del socialismo, inclusi i partiti dell'Occidente. «Il crollo del socialismo sovietico, scrive Bukovskij, ...smascherava il loro ruolo di traditori nella guerra che da mezzo secolo l'umanità combatteva contro la minaccia dell'asservimento totalitario. (...) Dunque non occorreva "combattere per la pace", il disarmo, la "comprensione reciproca", se si poteva abbattere direttamente [l'Urss] senza colpo ferire».
Nacque così la «gorby mania», un'invenzione della stampa benpensante occidentale (che si apprestava a ereditare il ruolo internazionalista del Komintern). «La generale euforia suscitata dalla "glasnost" e dalla "perestrojka", i crediti plurimiliardari concessi all'Urss, non erano un segno di stupidità o ingenuità, bensì una campagna orchestrata ad arte». In questo modo «...un regime criminale... era sparito senza lasciare traccia, ma coloro che lo avevano servito, in Oriente come in Occidente, erano rimasti al potere». Qualcuno dirà: «Cosa ci si vuol far credere? Gorbacev era davvero diverso dagli altri». Bisognerà allora replicare ricordando che il «moderato» Gorbacev aveva diretto il partito da molti anni, approvando e sottoscrivendo internamenti di dissidenti, fornitura di armi alla guerriglia, assassini politici, immiserimento di intere popolazioni, e invasioni come quella dell'Afghanistan.
Ma a ciò va aggiunta almeno un'altra osservazione, se si ricorda che perfino la catastrofe di Chernobyl non venne ascritta a Gorbacev, ma a tutti gli altri paesi che possedevano centrali nucleare, come l'Italia. San Gorbacev non risultò coinvolto, pur avendo dato personalmente l'ordine di non diffondere la notizia del contaminamento nucleare in atto. Centinaia di milioni di persone uscirono tranquillamente per alcuni giorni, finché finlandesi e svedesi diedero l'allarme, avendo visto alterati i livelli di radioattività nelle loro terre. «Per questo solo fatto, scrive Bukovskij, qualsiasi altro politico sarebbe stato maledetto dall'opinione pubblica... Proviamo solo a immaginare che il presidente degli Usa o il premier britannico si provino a tener nascosta una fuga di radiazioni da una centrale atomica». Così un uomo già segretario del Comitato centrale del Pcus nel 1978 e poi membro permanente del Politburò rimase un santo intoccabile, tanto che ancora un mese fa in Italia abbiamo potuto assistere a una sua lunga intervista in ginocchio, tenuta dal presentatore Fabio Fazio nella sua trasmissione su RaiTre (Che tempo che fa). Anche Raissa, moglie di Gorby, venne deificata: «Si provvide a far sapere con sollecitudine che si trattava di una moglie "moderna", "filo-occidentale", un "filosofo" (in realtà aveva insegnato marxismo-leninismo). L'entusiasmo salì alle stelle quando la signora, in visita a Parigi, passò molto tempo nei negozi e acquistò gioielli da Cartier pagando con una carta di credito American Express. Proprio in quei giorni gli stessi giornali bollavano intanto la moglie del dittatore filippino Marcos che... acquistava abiti e migliaia di paia di scarpe». ...Si trattava di una campagna di disinformazione che toccò il suo culmine al vertice di Reikjavik sul disarmo, inscenato «come un vero e proprio psicodramma». Il fatto è che il disarmo serviva all'Urss per non soccombere economicamente, e ormai non c'era più nulla di drammatico se non la condizione dei cittadini nei paesi dell'Est.
Al gioco «buonista» partecipava una parte del governo americano, attraverso James Baker, segretario di Stato con Bush senior. Baker, attualmente tornato in auge con la commissione bipartizan del Congresso Usa sull'Iraq, fu tra i fautori del rallentamento della riunificazione delle due Germanie. Baker non capiva che la nuova dottrina predicata da Gorbacev, di una «casa comune europea» era pericolosa. Per fortuna, nonostante le pressioni del segretario di Stato Usa e di tutto il mondo, i tedeschi dell'est scelsero la riunificazione immediata. Solo così si evitò, scrive Bukovskij, un disastro immane, che evitò la realizzazione di «...un'Europa socialista unita e controllata da Mosca». In realtà qualcosa di simile è avvenuto, dal momento che i princìpi di Gorbacev permeano ancora oggi la dottrina politica di gran parte dei politici europei.
Per fortuna quella che allora venne chiamata «dottrina Baker» finì alle ortiche. Precisa Bukovskij: «Ricordo di aver proposto in una mia conferenza l'introduzione di un'unità di misura della sconsideratezza politica come "un Baker"». Persino al culmine del sanguinoso spettacolo di Bucarest del Natale 1989 Baker dichiarò che avrebbe accolto «con comprensione l'invio di truppe sovietiche in Romania per aiutare i nemici insorti di Ceausescu». Negli scorsi decenni, come ora, gli eredi della «glasnost» europei si sono accreditati come «salvatori dell'umanità», in quanto intermediari tra Occidente e Oriente (prima quello sovietico, e ora quello dell'islam politico). Nell'Italia prodiana e nell'Europa di Chirac e Zapatero si impone la «Terza via», il destreggiamento tra gli estremi del libero mercato e del comunismo. Ma la Terza via non è né carne né pesce, è solo un gigantesco passo indietro: non a caso i suoi risultati economici si limitano a una gestione del potere che deprime lo sviluppo e non garantisce un welfare decoroso.
La caduta del sistema sovietico cominciò nei paesi dell'Est e fu legata a un'invisibile guerra del petrolio, condotta dagli Usa in collaborazione con l'Arabia Saudita. Nel marzo 1981 la crisi polacca venne commentata dai membri del Politburò. Gromiko ricordò che: «I compagni polacchi hanno sottolineato lo spinoso problema dell'importazione di merci, perché non hanno di che pagarle...», e Archipov rispose: «Noi forniamo alla Polonia 13 milioni di tonnellate di petrolio a 90 rubli la tonnellata. Considerato che nel resto del mondo il prezzo a tonnellata è di 150 rubli, noi perdiamo 80 rubli a tonnellata. Tutto quel petrolio potremmo venderlo in cambio di valuta pesante con un guadagno per noi colossale». Infatti Gazprom non è una novità: anche allora il petrolio rappresentava per l'Urss il maggior gettito di valuta pregiata. La fornitura alla Polonia comportò una riduzione dei rifornimenti agli altri paesi dell'Est europeo, con conseguenti trattative e lamentele. La Polonia -del resto - era ridotta alla fame, e richiese anche l'invio urgente di 30.000 tonnellate di carne, richiesta cui cercarono di porre riparo sia Breznev sia Gorbacev (membro della direzione del Pcus). Le riserve di carne erano azzerate. A quel punto i russi si rivolsero invano all'Ucraina, Estonia, Bielorussia e Kazakhistan. Eppure si trattava di una fornitura di modeste proporzioni, che valeva sì e no 30 milioni di dollari, ai prezzi occidentali. Dopo alcuni mesi, e dopo la proclamazione della legge marziale in Polinia, furono inviate 16.000 tonnellate di carne. Tuttavia il presidente del Comitato per la pianificazione statale Bajbakov riferì che la carne: «è stata caricata su vagoni sporchi e non lavati che avevano trasportato metalli ferrosi, ed ha un aspetto impresentabile. Quando la carne viene scaricata nelle stazioni polacche si arriva al sabotaggio vero e proprio. I polacchi indirizzano all'Unione Sovietica e ai sovietici gli epiteti più osceni, si rifiutano di pulire i vagoni etc. Le ingiurie che ci lanciano addosso non si contano».
La situazione in Russia non era migliore. Mentre in Polonia mancava la carne, gli operai russi faticavano a ottenere il pane, tanto che nel solo 1979 ci furono ben 300 scioperi. Il Politburò non riusciva a porre rimedio e Chernenko ammise che sull'umore degli operai «influiscono negativamente le vendite a singhiozzo del pane, che talvolta manca per quattro giorni di fila. I bambini vedono raramente il pane bianco e i panini. Non c'è farina». Ma «persino Chernenko», scrive l'ex dissidente Bukovskij, «pur prendendosela con le negligenti autorità locali e con i contadini, cominciava a capire che qualcosa non funzionava proprio nel sistema» tanto che, se «i piani venivano completati, e decine di milioni di tonnellate di grano venivano acquistate negli Usa o in Canada, tuttavia non c'era pane». Mancavano poi alimenti come l'aceto e il sale, e quest'ultimo caso era davvero emblematico, poiché la Russia possiede giganteschi laghi salati, il cui sale non occorre nemmeno scavare: basta soltanto caricarlo sui vagoni dei treni.
Il disastro aveva diverse cause, tra le quali la corruzione. Ci hanno sempre raccontato che sotto il fascismo e il comunismo non c'era criminalità. Nulla di più falso: «All'inizio del 1980 la corruzione dell'apparato amministrativo aveva raggiunto dimensioni terrificanti, sebbene fin dai tempi di Kruscev si fossero applicate severe misure punitive che arrivavano alla fucilazione...Andava strutturandosi un'intera industria sommersa, imprese e fabbriche clandestine che non avevano a che fare con l'economia statale. L'iniziativa privata, davvero indistruttibile, si era sempre dimostrata più efficiente della goffa macchina statale. Ma le cose emergevano raramente: di regola le autorità di partito locali avevano anche loro le mani in pasta e nemmeno il KGB era in grado di venirne a capo. Intere regioni, repubbliche addirittura, erano controllate da questa nuova "mafia", erano veri e propri principati indipendenti»... Il caso «uzbeko» iniziò allora... ma siccome spesso il filo conduceva a Mosca, all'entourage di Breznev, e tutto veniva messo a tacere.
Secondo Bukovskij l'economia di uno stato ha solo due modelli possibili: «O è il partito a dirigere i processi economici, oppure lo fa il mercato. Tertium non datur». Oggi vediamo che in alcune parti dell'Europa, segnata dalla rinascita del modello marxista sotto le mentite spoglie del «socialismo di mercato», è il partito, sotto la forma della coalizione al governo, che torna a controllare il mercato. In Italia intere regioni vivono sotto un «patto sociale» garantito dal potere politico che è al governo da decenni. Il mercato diretto dalle amministrazioni produce una certa ricchezza (si veda in Emilia) ma in cambio il potere politico ottiene una compartecipazione alla produzione di merci e servizi (cooperative, banche, artigianato), ma soprattutto chiede ai cittadini un consenso che si traduce con una delega in bianco. Occorre dire che il modello emiliano, applicato su scala nazionale con gli stessi uomini (Bersani, Chiti etc.), non ha mai avuto successo, segno che funziona solo là dove la ricchezza è alta: nella pianura emiliana come nelle socialdemocrazie scandinave di un tempo. L'élite intellettuale non ha mai voluto capire che il disastro economico dei paesi socialisti è dovuto proprio alla dottrina applicata.
I «modelli socialisti» non esistono, esistono soltanto diversi scenari di tracollo dell'economia, scrive Bukovskij. «E' possibile distruggere il proprio paese in modo rapido e radicale oppure in modo lento e irreversibile, con tutta la varietà di modelli intermedi. In realtà l'espressione "economia socialista" è un'assurdità, è una contraddizione in termini. L'idea base del socialismo è quella della "giusta distribuzione" dei beni, non della loro creazione, per cui ogni "modello" lavora alla dissipazione dei beni, nel senso che "distribuisce" finché c'è qualcosa da distribuire». L'imperativo della «giusta distribuzione» è tornato più che mai all'ordine del giorno col governo Prodi: la «redistribuzione» è il principale slogan dell'Unione.
Nell'Urss il sistema era ancora più radicale e folle, ed ha potuto sopravvivere per tanti decenni solo grazie allo sfruttamento e allo sterminio, e perché la Russia è un Paese straordinariamente ricco di petrolio, gas, carbone, ferro, oro, diamanti, legno. Anche il governo più incapace e corrotto poteva gestire il potere senza preoccupazioni e senza temere crisi. Per arrivare al collasso economico occorreva una ideologia. «Questa ideologia è stata il socialismo, che non solo ha dissanguato, ma ha portato il Paese alla bancarotta, perché ha provocato un incredibile ritardo di sviluppo». Ai disastri produttivi l'Unione sovietica aggiungeva l'incidenza delle spese militari, con più di metà dell'economia che lavorava per soddisfare i costi dell'industria bellica, necessaria a supportare l'impero e le sue guerre. Il risultato negativo dei due fattori era notevole, e già nel 1979 gli investimenti interni erano negativi, così che da ogni rublo affidato allo Stato in un anno si ottenevano soltanto 83 centesimi (copechi).
Nel frattempo in Occidente comparvero governanti fermamente anticomunisti, come Reagan e la Tatcher, che smantellarono senza tregua i settori dell'industria nazionalizzati dai precedenti governi, riducendo il welfare e le tasse. La gente capiva che i cambiamenti andavano nel loro interesse, perché li liberavano dal gigantesco apparato dedito a gestire la «redistribuzione» e il potere burocratico. Negli anni '80 il socialismo non attirava più nemmeno i disoccupati. Del resto in tutto il mondo i paesi socialisti andavano verso la bancarotta.
La guerra del petrolio e la «Gorby» mania
L'aspetto decisivo della guerra economica di Reagan nei confronti dell'Urss fu, oltre alla scelta di attuare lo scudo difensivo spaziale, la manipolazione del prezzo del mercato petrolifero, attuata per mezzo della Arabia Saudita. Negli anni '80, come già ricordato, la principale ricchezza del regime sovietico proveniva dalla vendita di petrolio in Occidente. Il primo fattore di crisi fu interno, perché la tecnologia primordiale di estrazione portò ad un rendimento disastroso. La catastrofe completa, ricorda Bukovskij, «arrivò nel 1985-86, quando il calo dell'estrazione in Urss coincise con una non meno brusca caduta dei prezzi sul mercato mondiale. Come risultato, l'Unione Sovietica perse in un anno più di un terzo dei suoi introiti in valuta pregiata».
Lo staff di Reagan aveva convinto l'Arabia ad aumentare enormemente la sua produzione, abbassando nel contempo i prezzi. Le pressioni sulla famiglia reale ebbero successo grazie alla fornitura di armi e tecnologia sofisticate. «In poche settimane la produzione dell'Arabia balzò da meno di 2 milioni a 6 milioni di barili. Nel tardo autunno del 1985 la produzione del greggio avrebbe raggiunto quasi 9 milioni di barili al giorno». Per gli Stati Uniti (e tutto l'Occidente) era una vera manna, equivalente a miliardi di dollari che restavano nelle tasche dei consumatori. Per il Cremlino, invece, si trattava di un disastro apocalittico: non c'erano più riserve in valuta e si dovette ricorrere alla vendita di oro. Il prezzo del greggio era passato da 30 dollari al barile, nel novembre del 1985, a 12 dollari al barile, nel marzo del 1986.
A quel punto intervennero i «menscevichi» europei. Essi avevano lo scopo dichiarato di riformare il sistema russo, inventandosi personaggi presentabili, in modo da salvare l'esistenza del socialismo, inclusi i partiti dell'Occidente. «Il crollo del socialismo sovietico, scrive Bukovskij, ...smascherava il loro ruolo di traditori nella guerra che da mezzo secolo l'umanità combatteva contro la minaccia dell'asservimento totalitario. (...) Dunque non occorreva "combattere per la pace", il disarmo, la "comprensione reciproca", se si poteva abbattere direttamente [l'Urss] senza colpo ferire».
Nacque così la «gorby mania», un'invenzione della stampa benpensante occidentale (che si apprestava a ereditare il ruolo internazionalista del Komintern). «La generale euforia suscitata dalla "glasnost" e dalla "perestrojka", i crediti plurimiliardari concessi all'Urss, non erano un segno di stupidità o ingenuità, bensì una campagna orchestrata ad arte». In questo modo «...un regime criminale... era sparito senza lasciare traccia, ma coloro che lo avevano servito, in Oriente come in Occidente, erano rimasti al potere». Qualcuno dirà: «Cosa ci si vuol far credere? Gorbacev era davvero diverso dagli altri». Bisognerà allora replicare ricordando che il «moderato» Gorbacev aveva diretto il partito da molti anni, approvando e sottoscrivendo internamenti di dissidenti, fornitura di armi alla guerriglia, assassini politici, immiserimento di intere popolazioni, e invasioni come quella dell'Afghanistan.
Ma a ciò va aggiunta almeno un'altra osservazione, se si ricorda che perfino la catastrofe di Chernobyl non venne ascritta a Gorbacev, ma a tutti gli altri paesi che possedevano centrali nucleare, come l'Italia. San Gorbacev non risultò coinvolto, pur avendo dato personalmente l'ordine di non diffondere la notizia del contaminamento nucleare in atto. Centinaia di milioni di persone uscirono tranquillamente per alcuni giorni, finché finlandesi e svedesi diedero l'allarme, avendo visto alterati i livelli di radioattività nelle loro terre. «Per questo solo fatto, scrive Bukovskij, qualsiasi altro politico sarebbe stato maledetto dall'opinione pubblica... Proviamo solo a immaginare che il presidente degli Usa o il premier britannico si provino a tener nascosta una fuga di radiazioni da una centrale atomica». Così un uomo già segretario del Comitato centrale del Pcus nel 1978 e poi membro permanente del Politburò rimase un santo intoccabile, tanto che ancora un mese fa in Italia abbiamo potuto assistere a una sua lunga intervista in ginocchio, tenuta dal presentatore Fabio Fazio nella sua trasmissione su RaiTre (Che tempo che fa). Anche Raissa, moglie di Gorby, venne deificata: «Si provvide a far sapere con sollecitudine che si trattava di una moglie "moderna", "filo-occidentale", un "filosofo" (in realtà aveva insegnato marxismo-leninismo). L'entusiasmo salì alle stelle quando la signora, in visita a Parigi, passò molto tempo nei negozi e acquistò gioielli da Cartier pagando con una carta di credito American Express. Proprio in quei giorni gli stessi giornali bollavano intanto la moglie del dittatore filippino Marcos che... acquistava abiti e migliaia di paia di scarpe». ...Si trattava di una campagna di disinformazione che toccò il suo culmine al vertice di Reikjavik sul disarmo, inscenato «come un vero e proprio psicodramma». Il fatto è che il disarmo serviva all'Urss per non soccombere economicamente, e ormai non c'era più nulla di drammatico se non la condizione dei cittadini nei paesi dell'Est.
Al gioco «buonista» partecipava una parte del governo americano, attraverso James Baker, segretario di Stato con Bush senior. Baker, attualmente tornato in auge con la commissione bipartizan del Congresso Usa sull'Iraq, fu tra i fautori del rallentamento della riunificazione delle due Germanie. Baker non capiva che la nuova dottrina predicata da Gorbacev, di una «casa comune europea» era pericolosa. Per fortuna, nonostante le pressioni del segretario di Stato Usa e di tutto il mondo, i tedeschi dell'est scelsero la riunificazione immediata. Solo così si evitò, scrive Bukovskij, un disastro immane, che evitò la realizzazione di «...un'Europa socialista unita e controllata da Mosca». In realtà qualcosa di simile è avvenuto, dal momento che i princìpi di Gorbacev permeano ancora oggi la dottrina politica di gran parte dei politici europei.
Per fortuna quella che allora venne chiamata «dottrina Baker» finì alle ortiche. Precisa Bukovskij: «Ricordo di aver proposto in una mia conferenza l'introduzione di un'unità di misura della sconsideratezza politica come "un Baker"». Persino al culmine del sanguinoso spettacolo di Bucarest del Natale 1989 Baker dichiarò che avrebbe accolto «con comprensione l'invio di truppe sovietiche in Romania per aiutare i nemici insorti di Ceausescu». Negli scorsi decenni, come ora, gli eredi della «glasnost» europei si sono accreditati come «salvatori dell'umanità», in quanto intermediari tra Occidente e Oriente (prima quello sovietico, e ora quello dell'islam politico). Nell'Italia prodiana e nell'Europa di Chirac e Zapatero si impone la «Terza via», il destreggiamento tra gli estremi del libero mercato e del comunismo. Ma la Terza via non è né carne né pesce, è solo un gigantesco passo indietro: non a caso i suoi risultati economici si limitano a una gestione del potere che deprime lo sviluppo e non garantisce un welfare decoroso.
lunedì 8 gennaio 2007
La holding dello spavento. Mario Giordano
Sentite caldo? Per forza: la Terra sta bruciando. Non ve ne siete accorti? Pensavate fosse solo un inverno mite? O il riscaldamento del condominio troppo alto? Macché: è la catastrofe ambientale. Praticamente l’apocalisse prossima ventura. L'ultimo rapporto degli esperti dice che sarà nel 2070, mese più mese meno. Già a scriverlo viene da sudare: il pianeta ha la febbre. E adesso che ci penso, anch’io mi sento poco bene.Non c’è da ridere: basta leggere l’ultima quartina dei Nostradamus verdi, cioè il rapporto Ue, sparato in prima pagina da tutti i quotidiani italiani. Nei prossimi decenni, si sostiene, il Mediterraneo sparirà, l’Italia diventerà un deserto, Stoccolma sarà come Rio de Janeiro, la Groenlandia una succursale delle Maldive, per andare da Pizzighettone a Casalpusterlengo bisognerà affittare un cammello e a Brescia Ovest non si avvisteranno più code di Tir ma code di giraffe. Ora, se volete, prendete pure il fiato, ma sappiate che vi sta venendo il cancro ai polmoni.
Ma sicuro: le piaghe d’Egitto furono un pic nic rispetto alle previsioni dei catastrofisti dell’ambiente. Anche se, per fortuna, le loro gufate sono sempre state regolarmente smentite, più delle promesse elettorali di Prodi. In America, tanto per dire, oggi i boschi sono più estesi che all’epoca di Cristoforo Colombo. In Inghilterra ce ne sono più che ai tempi di Robin Hood. Ma gli esperti non avevano lanciato l’allarme deforestazione? Mai fidarsi degli esperti, come diceva un mio amico. In fondo sappiamo sbagliare benissimo da soli.Degli esperti che si trincerano dietro la scienza, poi, bisogna diffidare ancora di più. Sono i nuovi scribi, la casta eletta, i sacerdoti della tecnica diventata divinità. Magari attendibili come il mago Otelma. Però non si può dire. Bisogna ascoltarli. Sempre. O, almeno, fin quando la loro verità non viene travolta dai fatti.
Nel 1972, per esempio, il Club di Roma pubblicò uno studio, che è la madre di tutti i catastrofismi. Prevedeva che l’oro si sarebbe esaurito nel 1981, il petrolio nel 1992 e l’uomo del 2010. Essendo il 2010 assai vicino, possiamo consolarci: oro e petrolio esistono ancora.
Nel frattempo i catastrofisti hanno aggiornato le stime: l’Apocalisse è stata spostata al 2025, al 2050, e adesso al 2070. Non male, no? Ci abbiamo guadagnato 60 anni, che è già qualcosa. Anche se non è nulla rispetto a quello che guadagnano loro.Ma sì, diciamolo: quella del catastrofismo verde è la Spa della paura, la holding dello spavento. Gettano semi di panico per raccogliere finanziamenti. E dunque qualsiasi panico va bene. Tanto per dire: quelli che oggi si spaventano per la desertificazione del pianeta, qualche anno fa lanciavano l’allarme per una nuova glaciazione.
Ottobre 1973, Chamonix. Convegno sull’«inarrestabile avanzata dei ghiacciai alpini». Il documento concludeva allarmato: «Dietro l'angolo c’è una nuova era glaciale». E i grandi esperti di ambiente pontificavano sul raffreddamento del pianeta esattamente come ora pontificano sul suo surriscaldamento. Beh, se non altro, qualsiasi sarà il cambiamento climatico, potranno dire di averlo previsto.
Guai ad ammettere che il riscaldamento della Terra è un fenomeno per lo più ciclico e naturale. Guai a ricordare che Groenlandia significa «terra verde» perché fino al quattordicesimo secolo - inizio della Piccola era glaciale - lì non c’erano ghiacci ma prati (e senza l’uomo a inquinare né violazioni del protocollo di Kyoto). Guai: altrimenti a chi finirebbero i finanziamenti? E allora avanti con il clima impazzito, i mari che si gonfiano, l’apocalisse che avanza, soprattutto in prima pagina. Avanti con i profeti, di sventura, mondo pulito e coscienza sporca. Il pianeta brucia? Forse sì. Ma intanto noi, così, stiamo freschi.
Ma sicuro: le piaghe d’Egitto furono un pic nic rispetto alle previsioni dei catastrofisti dell’ambiente. Anche se, per fortuna, le loro gufate sono sempre state regolarmente smentite, più delle promesse elettorali di Prodi. In America, tanto per dire, oggi i boschi sono più estesi che all’epoca di Cristoforo Colombo. In Inghilterra ce ne sono più che ai tempi di Robin Hood. Ma gli esperti non avevano lanciato l’allarme deforestazione? Mai fidarsi degli esperti, come diceva un mio amico. In fondo sappiamo sbagliare benissimo da soli.Degli esperti che si trincerano dietro la scienza, poi, bisogna diffidare ancora di più. Sono i nuovi scribi, la casta eletta, i sacerdoti della tecnica diventata divinità. Magari attendibili come il mago Otelma. Però non si può dire. Bisogna ascoltarli. Sempre. O, almeno, fin quando la loro verità non viene travolta dai fatti.
Nel 1972, per esempio, il Club di Roma pubblicò uno studio, che è la madre di tutti i catastrofismi. Prevedeva che l’oro si sarebbe esaurito nel 1981, il petrolio nel 1992 e l’uomo del 2010. Essendo il 2010 assai vicino, possiamo consolarci: oro e petrolio esistono ancora.
Nel frattempo i catastrofisti hanno aggiornato le stime: l’Apocalisse è stata spostata al 2025, al 2050, e adesso al 2070. Non male, no? Ci abbiamo guadagnato 60 anni, che è già qualcosa. Anche se non è nulla rispetto a quello che guadagnano loro.Ma sì, diciamolo: quella del catastrofismo verde è la Spa della paura, la holding dello spavento. Gettano semi di panico per raccogliere finanziamenti. E dunque qualsiasi panico va bene. Tanto per dire: quelli che oggi si spaventano per la desertificazione del pianeta, qualche anno fa lanciavano l’allarme per una nuova glaciazione.
Ottobre 1973, Chamonix. Convegno sull’«inarrestabile avanzata dei ghiacciai alpini». Il documento concludeva allarmato: «Dietro l'angolo c’è una nuova era glaciale». E i grandi esperti di ambiente pontificavano sul raffreddamento del pianeta esattamente come ora pontificano sul suo surriscaldamento. Beh, se non altro, qualsiasi sarà il cambiamento climatico, potranno dire di averlo previsto.
Guai ad ammettere che il riscaldamento della Terra è un fenomeno per lo più ciclico e naturale. Guai a ricordare che Groenlandia significa «terra verde» perché fino al quattordicesimo secolo - inizio della Piccola era glaciale - lì non c’erano ghiacci ma prati (e senza l’uomo a inquinare né violazioni del protocollo di Kyoto). Guai: altrimenti a chi finirebbero i finanziamenti? E allora avanti con il clima impazzito, i mari che si gonfiano, l’apocalisse che avanza, soprattutto in prima pagina. Avanti con i profeti, di sventura, mondo pulito e coscienza sporca. Il pianeta brucia? Forse sì. Ma intanto noi, così, stiamo freschi.
Malloppo occultato tra silenzi e bugie. Mario Baldassarri
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=147282
Ancora un autorevole intervento per cercare di mettere la parola fine alla querelle dei conti pubblici.
Ancora un autorevole intervento per cercare di mettere la parola fine alla querelle dei conti pubblici.
domenica 7 gennaio 2007
I conti tornano. Silvio Berlusconi
Il mio governo ha lasciato un'eredità coi fiocchi all'Italia e agli italiani: l'economia è in ripresa dal 2005 e i conti pubblici sono in ordine, come dimostra il dimezzamento del fabbisogno statale registrato dal Tesoro sul 2006. Un risultato dovuto in gran parte proprio alle misure adottate dal mio governo come certificato da uno studio della Banca d'Italia. In particolare, le entrate tributarie hanno fatto segnare nei primi nove mesi del 2006 gettiti record, grazie - tra l'altro - alla percezione che noi avevamo provocato di un rapporto nuovo e non punitivo tra fisco e cittadini. Un circolo virtuoso che la stessa nota del Tesoro di martedì e il ministro Padoa-Schioppa hanno doverosamente, anche se solo parzialmente, riconosciuto dopo mesi di mistificazioni e di distorsioni della realtà da parte di tutto il centrosinistra, che ha avuto anche la temerarietà di attribuirsi meriti non suoi.
Il rigoroso controllo della spesa pubblica impostato da Tremonti e dal mio governo sta dispiegando i suoi effetti positivi. Resta il grande rammarico di non aver potuto dare continuità a una così efficace azione di risanamento che ha saputo coniugare rigore e sviluppo, mentre ora le leve della politica economica sono finite in mano al partito delle «più tasse-più spese». Resta anche il rammarico e l'amarezza per l'opposizione distruttiva che abbiamo dovuto subire durante i cinque anni del nostro governo e per quanto hanno affermato esponenti di primo piano dell'attuale maggioranza all'indomani delle elezioni. Tutti coloro che hanno cercato di lucrare su un disastro che non c'era, ora dovrebbero fare ammenda e chiedere scusa agli italiani per averli ingannati.
Ma i cittadini dovrebbero soprattutto domandarsi perché il governo Prodi abbia varato una Finanziaria di guerra che supera i 40 miliardi di euro e che tarperà le ali alla ripresa dell'economia quando invece, per centrare i parametri europei, sarebbe stata sufficiente una manovra da 15 miliardi. La risposta è semplice: il mio governo lavorava per l'Italia, mentre Prodi ed i suoi continuano, in base a pregiudizi ideologici ormai superati dalla storia, a voler utilizzare i soldi pubblici per accrescere il predominio dello Stato e la distribuzione clientelare delle risorse. I risultati, purtroppo, già si vedono: nel mese di dicembre le entrate fiscali sono diminuite di oltre due miliardi rispetto al 2005 a causa dell'effetto-choc provocato sui contribuenti dalla Finanziaria, e il dibattito sulle pensioni in atto nell'Unione non promette nulla di buono sul fronte della spesa pubblica, che riprenderà a crescere.
La sinistra sta così sprecando la grande occasione della ripresa, mentre noi, in anni congiunturalmente difficili, abbiamo posto le premesse per un miglioramento strutturale del sistema. Affermo quanto sopra non per spirito di polemica o per ribadire i meriti del mio governo - che il tempo stesso, «galantuomo» come ha detto Tremonti, si incarica di illustrare - ma per ricordare come la coesione nazionale, che giustamente il presidente della Repubblica ha posto al centro del suo messaggio di fine anno, abbia bisogno di verità e, soprattutto, richieda un impegno unitario su basi completamente diverse rispetto a quelle adottate finora dall'attuale governo.
Il rigoroso controllo della spesa pubblica impostato da Tremonti e dal mio governo sta dispiegando i suoi effetti positivi. Resta il grande rammarico di non aver potuto dare continuità a una così efficace azione di risanamento che ha saputo coniugare rigore e sviluppo, mentre ora le leve della politica economica sono finite in mano al partito delle «più tasse-più spese». Resta anche il rammarico e l'amarezza per l'opposizione distruttiva che abbiamo dovuto subire durante i cinque anni del nostro governo e per quanto hanno affermato esponenti di primo piano dell'attuale maggioranza all'indomani delle elezioni. Tutti coloro che hanno cercato di lucrare su un disastro che non c'era, ora dovrebbero fare ammenda e chiedere scusa agli italiani per averli ingannati.
Ma i cittadini dovrebbero soprattutto domandarsi perché il governo Prodi abbia varato una Finanziaria di guerra che supera i 40 miliardi di euro e che tarperà le ali alla ripresa dell'economia quando invece, per centrare i parametri europei, sarebbe stata sufficiente una manovra da 15 miliardi. La risposta è semplice: il mio governo lavorava per l'Italia, mentre Prodi ed i suoi continuano, in base a pregiudizi ideologici ormai superati dalla storia, a voler utilizzare i soldi pubblici per accrescere il predominio dello Stato e la distribuzione clientelare delle risorse. I risultati, purtroppo, già si vedono: nel mese di dicembre le entrate fiscali sono diminuite di oltre due miliardi rispetto al 2005 a causa dell'effetto-choc provocato sui contribuenti dalla Finanziaria, e il dibattito sulle pensioni in atto nell'Unione non promette nulla di buono sul fronte della spesa pubblica, che riprenderà a crescere.
La sinistra sta così sprecando la grande occasione della ripresa, mentre noi, in anni congiunturalmente difficili, abbiamo posto le premesse per un miglioramento strutturale del sistema. Affermo quanto sopra non per spirito di polemica o per ribadire i meriti del mio governo - che il tempo stesso, «galantuomo» come ha detto Tremonti, si incarica di illustrare - ma per ricordare come la coesione nazionale, che giustamente il presidente della Repubblica ha posto al centro del suo messaggio di fine anno, abbia bisogno di verità e, soprattutto, richieda un impegno unitario su basi completamente diverse rispetto a quelle adottate finora dall'attuale governo.
Ayala torna in toga. Davide Giacalone
Giuseppe Ayala è stato per lunghi anni magistrato del pubblico ministero, a Palermo. Poi è stato, per altri lunghi anni, parlamentare della Repubblica, prima eletto nelle liste del partito repubblicano, poi della sinistra, variamente nominata. Ora non è più parlamentare, quindi rientra nei ranghi, riveste la toga e siede in corte d’appello.
Egli stesso, con serietà, manifesta il suo disagio: come può chi è stato uomo di parte andare a fare il giudice? Non conoscendolo come ingenuo credo anche che non sia senza significato che abbia voluto aggiungere un di più, affermando che da un “governo amico” si sarebbe aspettato un trattamento diverso, ma “nessuno ha pensato a me”. Uno stato d’animo che sarebbe fantasioso definire sereno.
Il disagio di Ayala è più che giustificato, e ci offre l’occasione per ripetere che chi è stato eletto, ma anche solo chi si è candidato, se era magistrato non può poi tornare ad esserlo. La magistratura è una carriera protetta, ricca e sicura, che chiede in cambio quel che davvero pochi offrono: distanza dalle contese politiche e dal giuoco degli interessi. Molti magistrati non sono all’altezza della funzione, ma chi è stato parlamentare porta con sé la certificazione dell’impossibile imparzialità. Si dirà: ma in questo modo s’impedisce ai magistrati di candidarsi al Parlamento. E perché? Si candidino pure, ma non tornino indietro. A me che sono un libero professionista chi assicura che, una volta eletto e poi non più rieletto, possa tornare ad avere i clienti ed il reddito di prima? Nessuno, né a nessuno posso chiederlo, né avrebbe senso chiederlo. Perché mai i magistrati (come anche altre categorie) devono essere più protetti di me?
In Italia sono davvero tanti, davvero troppi quelli che credo sia la collettività a dover provvedere ai loro bisogni e, visti i redditi e gli emolumenti, anche ai loro vizi. Ma è una visione infantile e folle della vita: ciascuno risponde di quel che fa e paga per le proprie scelte. Io non voglio farmi né inquisire né giudicare da un avversario politico, né da un amico politico, e non voglio nemmeno mantenerlo a vita, per il solo fatto di averlo lautamente retribuito per una o più legislature. Lo dico per me, per le mie tasche, ed anche per la sua dignità, ove non sia stata schiacciata dal portafogli.
Egli stesso, con serietà, manifesta il suo disagio: come può chi è stato uomo di parte andare a fare il giudice? Non conoscendolo come ingenuo credo anche che non sia senza significato che abbia voluto aggiungere un di più, affermando che da un “governo amico” si sarebbe aspettato un trattamento diverso, ma “nessuno ha pensato a me”. Uno stato d’animo che sarebbe fantasioso definire sereno.
Il disagio di Ayala è più che giustificato, e ci offre l’occasione per ripetere che chi è stato eletto, ma anche solo chi si è candidato, se era magistrato non può poi tornare ad esserlo. La magistratura è una carriera protetta, ricca e sicura, che chiede in cambio quel che davvero pochi offrono: distanza dalle contese politiche e dal giuoco degli interessi. Molti magistrati non sono all’altezza della funzione, ma chi è stato parlamentare porta con sé la certificazione dell’impossibile imparzialità. Si dirà: ma in questo modo s’impedisce ai magistrati di candidarsi al Parlamento. E perché? Si candidino pure, ma non tornino indietro. A me che sono un libero professionista chi assicura che, una volta eletto e poi non più rieletto, possa tornare ad avere i clienti ed il reddito di prima? Nessuno, né a nessuno posso chiederlo, né avrebbe senso chiederlo. Perché mai i magistrati (come anche altre categorie) devono essere più protetti di me?
In Italia sono davvero tanti, davvero troppi quelli che credo sia la collettività a dover provvedere ai loro bisogni e, visti i redditi e gli emolumenti, anche ai loro vizi. Ma è una visione infantile e folle della vita: ciascuno risponde di quel che fa e paga per le proprie scelte. Io non voglio farmi né inquisire né giudicare da un avversario politico, né da un amico politico, e non voglio nemmeno mantenerlo a vita, per il solo fatto di averlo lautamente retribuito per una o più legislature. Lo dico per me, per le mie tasche, ed anche per la sua dignità, ove non sia stata schiacciata dal portafogli.
mercoledì 3 gennaio 2007
domenica 31 dicembre 2006
venerdì 29 dicembre 2006
mercoledì 27 dicembre 2006
Il coraggio di un progetto. Paolo Del Debbio
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=144453
Berlusconi ha in mente di fondare l'Università del pensiero liberale.
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