mercoledì 10 settembre 2008

Il tabù degli esuberi. Nicola Porro

Perdere il lavoro in una società immobile come quella italiana è un dramma. Soprattutto se la famiglia, come spesso avviene, si regge su un solo reddito. Un dramma amplificato dal fatto che il nostro sistema di protezione sociale per gli outsider (coloro che sono fuori dal sistema) è ridicolo. A ciò si aggiunga la scarsa flessibilità sia in entrata sia in uscita del nostro mercato del lavoro, che rischia di inchiodare a reddito zero un ex dipendente anche per molti anni.
Eppure questa rottura avviene in migliaia di casi tutti i giorni. Ci sono interi comparti industriali che negli ultimi anni sono andati a gambe all’aria. Ci sono piccole e medie imprese che chiudono. E ci sono grandi industrie che ogni giorno, ahinoi, annunciano stati di crisi e mobilità (l’anticamera del licenziamento collettivo) per centinaia di loro addetti. Ma due casi di queste ore fanno storia a sé: Alitalia e i professori della nostra scuola. Il dramma del loro possibile licenziamento assume un sapore diverso. Gode di uno Statuto privilegiato. La capacità di questi insider è decisamente maggiore rispetto a quella di migliaia di privati che si trovano nelle loro stesse condizioni. Essi infatti hanno un rapporto speciale con la politica. Il tema diventa la difesa del posto del lavoro, a prescindere. Conta l’occupazione che può garantire Alitalia e non già la decenza del suo servizio. Conta il numero dei professori impiegati e non già la qualità dell’istruzione che vede il 97 per cento delle risorse utilizzate per pagare stipendi.
Si tratta di una logica perversa. Non solo perché, come dimostra il caso Alitalia, è destinata ad infrangersi con le compatibilità di bilancio. Ma piuttosto perché rende più debole nel suo complesso il Paese. La tutela a qualsiasi prezzo degli insider, mette sul lastrico gli outsider. Non esistono solo i dipendenti Alitalia, ci sono anche 60 milioni di italiani che hanno bisogno di viaggiare. Non ci sono solo i nostri malpagati professori, ci sono milioni di studenti. Ribaltare la logica e pensare all’interesse collettivo, dopo cinquant’anni di cancrena assistenziale, è necessario.
Una parte del sindacato (la Cisl e la Uil nella trattativa Alitalia stanno dando segnali in questo senso) ha capito che la festa è finita e che per di più è costata davvero cara. E che il modo migliore per tutelare i lavoratori è far sì che il Paese cresca. (il Giornale)

martedì 9 settembre 2008

Eppure il vero errore è quello degli studiosi. Giordano Bruno Guerri

Il concetto di male assoluto riguarda più la linguistica e la teologia che la storia e la politica. Non a caso il caotico dibattito di questi giorni nasce perché l’espressione è stata applicata, da un politico, alla storia. Allora cominciamo col dire che la definizione di «male assoluto» può essere associata soltanto al Maligno, al Diavolo (per chi ci crede, s’intende). Il demonio è un male assoluto in quanto tende - esclusivamente, totalmente – al Male. Si può dire la stessa cosa di un sistema politico?
Il regime fascista, come quello staliniano, ripugnano alla coscienza della maggioranza dei contemporanei perché entrambi portatori di un male facilmente riconoscibile come tale, ovvero la privazione della libertà, per i singoli individui come per i popoli. Entrambi, poi, commisero errori e ebbero colpe che sono la negazione di ciò che consideriamo bene: le guerre, l’imperialismo, la soppressione degli avversari politici e via via, in un elenco che ognuno può allungare a piacimento. Ma è insostenibile che tendessero lucidamente, istituzionalmente, soltanto al male. Vi si aggiunga che qualcosa di apprezzabile fu fatto da entrambi i regimi; basta citare l’aumento della scolarizzazione e il miglioramento dei sistemi assistenziali e sanitari.
Il nazismo si avvicina molto di più all’idea di «male assoluto», perché ha nella sua più intima essenza un concetto di superiorità razziale – e di sterminio - dei popoli «inferiori». Ponendo come bene la superiorità e la purezza della propria razza, a danno di altre, il nazismo va - in piena lucidità e volontà - contro la scienza, la filosofia, la storia: e, più semplicemente ma ancora più gravemente, contro un’evoluzione millenaria del pensiero e della civiltà. Inoltre, il nazismo perseguiva obiettivi dissimulati con piena coscienza del perché non dovevano essere manifesti. In definitiva, dunque, finisce per avere ragione Alemanno, quando sostiene che il razzismo fu un male assoluto, e il fascismo no: non lo fu perché le sue leggi razziali, i suoi progetti, non puntavano a cancellare dalla faccia della terra un’intera razza, peraltro nobilissima.
A questa considerazione si obietta che il fascismo fu, però, alleato con il nazismo. E qui si arriva all’altra polemica di oggi: le dichiarazioni del ministro La Russa, che ha voluto onorare anche i caduti della Repubblica Sociale Italiana. I quali erano alleati dei nazisti, e quindi ne condividerebbero – secondo un giudizio diffuso – la responsabilità. Si sa invece che, nella Rsi come nel resto del mondo, quasi nessuno era a conoscenza di quanto avveniva ad Auschwitz, a Dachau e negli altri turpi campi di concentramento nazisti. Ed è lecito supporre che, se lo avessero saputo, molti non avrebbero accettato di combattere ancora al fianco di un simile alleato. Sbagliarono, certo, ma perché anteposero al valore universale della libertà quello nazionale della patria. Proprio come altri anteponevano al valore universale della libertà quello ideologico del comunismo. Però il giudizio storico, per essere tale e non distorto, deve tenere conto dell’epoca in cui si svolsero i fatti. Quei giovani, e quegli adulti, erano stati educati tutta la vita al culto della patria, prima con le lezioni sul Risorgimento, poi con il gran macello della prima guerra mondiale, poi con la propaganda del nazionalismo fascista. Stato, scuola, genitori avevano inculcato loro concetti di patria e di onore difficili da estirpare nel corso di una notte, proprio quando sembrava averli traditi lo stesso re che di quei principi doveva essere il custode. Sbagliarono, sì, ma non è giusto disprezzarne la memoria, se non si macchiarono di delitti che con la guerra nulla avevano a che fare.
Infine una considerazione, anche personale. Dispiace che queste polemiche nascano sempre da dichiarazioni di uomini politici di destra, siano o no al potere. Perché, inevitabilmente, si finisce per sospettarli di interessi di parte e per coinvolgere nel sospetto chi – come me – arriva alle stesse conclusioni per tutt’altre vie, storiografiche e non politiche. Dispiace anche di più che la responsabilità, forse, sia proprio degli storici, che non hanno ancora fornito ai politici – di destra e di sinistra – gli strumenti per una comprensione meno manichea del nostro passato. (il Giornale)

lunedì 8 settembre 2008

Se Alemanno sgarra il test antifascista. Uovo di giornata

Un po’ su tutti i giornali, il sindaco di Roma viene messo in croce con la solita accusa di non esecrare a sufficienza il fascismo, ogni giorno prima e dopo i pasti. Alemanno partecipava ad una visita “bipartisan”allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, e in alcune interviste della vigilia aveva detto che il fascismo è un fenomeno complesso e non lo si può condannare in toto come “male assoluto”, mentre quella condanna assoluta doveva essere riservata alle leggi razziali.

Apriti cielo: la traduzione giornalistica di questa affermazione è stata a caratteri cubitali: “Il fascismo non è il male assoluto”. Con la solita sequela di accuse e anatemi che da Veltroni in giù si sono abbattute sul malcapitato.

Per la sinistra italiana e la sua stampa di famiglia, se non si fa del fascismo il punto più basso raggiunto dall’umanità nella sua tragica deriva totalitaria, tutto ciò che può dirsi del ventennio diventa irrilevante: sarebbe come continuare ad ascoltare chi esordisce affermando la liceità e la doverosità della crudeltà esercitata su esseri inermi, bambini e animali.

Chiunque abbia un minimo di consuetudine con gli studi di Renzo De Felice sa invece che il fascismo fu un totalitarismo monco e imperfetto, e che, pertanto, inferiore, sul piano della quantità di violenza erogata contro i suoi oppositori, risultò meno peggio di nazismo e stalinismo.

Si può non essere d’accordo sul piano storico e storiografico e magari ritenere che, ad esempio, una vena antisemita fosse fin dall’inizio nascosta tra le pieghe dell’ideologia delle camice nere. (Non dimentichiamo, però, che l’antisemitismo ideologico, nella storia europea, nasce a sinistra e trova il suo primo teorico in un socialista vicino all’antisemita Proudhon, Alphonse de Toussenel, autore di Les Juifs rois de l’époque, 1847).

Quello chè è invece insopportabile è la continua pretesa degli antifascisti di professione di vedere ogni giorno ripetuto il rito formale della condanna assoluta. Ormai un puro esercizio vocale e retorico, ma necessario secondo costoro, a garantire la presenza dei necessari anticorpi democratici di chiunque gli capiti a tiro.

Loro hanno stabilito il test, dettato i parametri e fissato le sanzioni. Chi sgarra va preso a randellate. (l'Occidentale)

Cari terroristi è ora di pagare. Paolo Granzotto

Il 17 giugno del 1974 giunse alle redazioni dei giornali un foglio ciclostilato sormontato da una stella a cinque punte. Era il primo comunicato delle allora e per lungo tempo «sedicenti» Brigate Rosse. Questo il testo: «Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del Msi in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati».
Era andata così: il sessantenne Giuseppe Mazzola e il ventinovenne Graziano Gilarducci si trovavano quel giorno nella sede milanese del Movimento sociale quando irruppero, pistole puntate, due brigatisti, Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene. Sulle scale, a fare da palo, erano appostati Susanna Ronconi e Martino Serafini. Ad attenderli in strada, al volante di un’auto, Giorgio Semeria, autista del commando. Il primo a reagire fu Giuseppe Mazzola, che, nel tentativo di strappargliela di mano, afferrò per la canna il revolver di uno dei due brigatisti al quale, immediatamente dopo, Graziano Gilarducci saltava al collo. Nella colluttazione Mazzola cadde a terra e a questo punto il secondo brigatista esplose due colpi. Il primo colpì alla spalla Gilarducci. Il secondo la gamba e l’addome di Mazzola. Dopo averli resi inoffensivi, il brigatista sparò altri due colpi. Mirando alla testa e uccidendoli - «giustiziandoli» - sul colpo.
Negli anni successivi e fino al 1980, la magistratura sembrò più interessata a seguire la pista «nera» piuttosto che quella, sedicente, «rossa». Ma poi qualche pentito cominciò a parlare, le indagini presero un’altra direzione e il commando di via Zabarella finì sotto processo. E finalmente, nell’anno del Signore 1992, Semeria, Ognibene, Pelli, Serafini, Susanna Ronconi, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti - la nomenclatura brigatista - furono condannati (gli ultimi tre per «concorso morale in omicidio») in Cassazione. Con sentenza, dunque, definitiva.
Otto anni più tardi, Piero Mazzola, figlio di uno dei due «giustiziati», intentò causa civile «per una questione di principio - precisò - perché se mai arriveranno i soldi, saranno interamente devoluti in beneficenza». Il processo si è concluso in questi giorni con la condanna dei brigatisti al risarcimento dei danni: 350mila euro, oltre agli interessi di 34 anni, ai familiari delle due vittime. Ma i brigatisti pare non abbiano una lira e quel po' lo difendono con le unghie e con i denti (per sfuggire all’ufficiale giudiziario Serafini s’è addirittura barricato in casa. Ma con uno stratagemma l’ufficiale è poi riuscito a entrare pignorandogli il televisore al plasma e un paio di mobili di qualche valore).
Non resta quindi che il pignoramento del quinto dello stipendio, che è poca, pochissima cosa (Curcio è socio di una coop; Susanna Ronconi, lei Caina, lavora per il gruppo Abele; Roberto Ognibene è geometra al Comune di Bologna e gli altri non hanno reddito fisso). I giustizieri la passeranno dunque liscia, ma non così liscia come sperano se fosse accolta una proposta avanzata da Giuliano Ferrara e che facciamo con sincera convinzione ed anzi, con energia, nostra: confiscare i proventi delle esibizioni mediatiche di quel gruppo di assassini. E ci aggiungerei anche i proventi delle loro produzioni editoriali, marchette comprese.
Ciò servirebbe un duplice scopo: rimpinguare la scarsella del risarcimento (che, è bene ripeterlo, andrà tutto in beneficenza) e costringere i brigatisti a smetterla con le loro narcisistiche esibizioni, con le loro deplorevoli «lezioni», con i loro sgangherati e offensivi addottrinamenti e storicizzazioni e, in sostanza, autoassoluzioni. Un provvedimento del genere li indurrebbe a quella discrezione assai somigliante al pudore che fino ad oggi non hanno mai mostrato come mai hanno mai mostrato segno di pentimento. Ed è ora che paghino anche questo. (il Giornale)

domenica 7 settembre 2008

Tre candeline

Oggi "centrodestra.blogspot.it" compie tre anni.
Ho aperto il blog per "dare una mano" al centrodestra in prossimità delle elezioni 2006 che Berlusconi ha perso per una manciata di voti.
Non trovavo risposte alle tante domande che, da simpatizzante, mi ponevo: non esistevano blog amici, non c'era un sito ufficiale con cui dialogare, non esisteva un'opposizione decente alle innumerevoli menzogne che la sinistra andava propalando, si respirava una rassegnata aria di sconfitta e, come se non bastasse, all' interno del centrodestra i malumori erano evidenti.
Solo Lui era convinto di farcela, ma lottava solitario contro tutti.
Per caso sono riuscito a mettere in piedi il blog, perché ero e sono rimasto poco pratico di computer: oggi la grafica essenziale, disadorna e quasi monocromatica è diventata una caratteristica del mio blog, ma è una prerogativa che rimarrà visto che non so andare oltre.
Quello che mi interessa, e che ho sempre cercato di perseguire, è la corretta informazione ed il ristabilimento di una verità equilibrata e non faziosa: sono schierato e non lo nascondo, ma i fatti hanno una loro forza che non può essere piegata alla volontà di parte.
Quasi sempre "copio e incollo" articoli che rispecchiano mie idee e lo fanno meglio di me, ma, soprattutto, cerco quegli articoli che ristabiliscano la verità allorquando la stampa di regime ha suonato una campana sola.
Questa mia politica ha premiato perché le visite sono costanti ed anche gli attacchi, non sgraditi, dei detrattori di sinistra sono diminuiti.
Andrò avanti con l'orgoglio di non aver mai cancellato un commento - tranne una volta sola, ma gli insulti erano talmente pesanti che screditavano più l'autore che il destinatario - e di aver aperto al dialogo civile e non fazioso.
Chi frequenta il mio blog sa che può trovare lo spunto per una riflessione, la notizia non parziale, il chiarimento non trovato altrove, il testo originale di una dichiarazione, la medaglia vista dal rovescio e l'amore per la libertà di pensiero e di espressione.
Grazie a voi tutti e grazie ai tanti colleghi blogger che mi fanno visita e che segnalano il mio sito.

Il re sindacale è proprio nudo. Arturo Diaconale

In passato sarebbe stato crocifisso e costretto a rassegnare in gran fretta le dimissioni. Adesso, invece, Renato Brunetta rimane saldamente al suo posto. E può tranquillamente registrare che contro la sua affermazione secondo cui sulla vicenda Alitalia si può anche fare a meno della concertazione con i sindacati, si sono avute solo poche proteste di maniera. Qualche dirigente sindacale ha parlato di “provocazione fuori luogo”. Qualche isolato esponente della maggioranza, come Stefano Saglia di An, ha invitato il ministro a “mordersi la lingua” prima di parlare. Insomma, poco o niente. Al punto che la più decisa critica nei confronti di Brunetta è venuta da un corsivo de “La Stampa”, il giornale controllato dalla famiglia Agnelli e diretto da Giulio Anselmi, grondante sdegno, condanna ed esecrazione per l’attentato compito dall’esponente di Forza Italia alla sacralità dei sindacati.ì La ragione di questa differenza del presente rispetto al passato è che l’affermazione di Brunetta sarà stata anche brutale ma ha colto perfettamente nel segno. Dei sindacati si può fare anche a meno. Perché non rappresentano più la maggioranza dei lavoratori ma solo la maggioranza dei pensionati. Perché la società italiana è profondamente cambiata rispetto all’ultimo trentennio del secolo scorso e non ci sono più le condizioni per consentire al sindacato di rappresentare il quarto potere effettivo dello stato.

E, soprattutto, perché il movimento sindacale si è talmente adagiato nel suo ruolo politico da non sapere più svolgere il proprio mestiere originario. L’osservazione di Dario Di Vico secondo cui ai più forti sindacati di Europa come quelli italiani corrispondono i salari più bassi del vecchio Continente è fin troppo illuminante di quanto Cgil, Cisl e Uil possano essere caduti in basso. A Brunetta, quindi, si può forse rimproverare di parlare un linguaggio troppo crudo. Ma nessuno può rimproverare di essersi comportato come il bambino della favola e di aver osservato che “il re è nudo”. Il vecchio potere di veto e di condizionamento che i sindacati avevano ottenuto da un potere politico debole, dai capitalisti privi di capitale ma assistiti dallo stato e soprattutto dalla comune convinzione che i costi dell’immobilismo sarebbero stati comunque scaricati sul debito pubblico, non esiste più. Al suo posto c’è l’esatto contrario. Cioè la consapevolezza generale che la crisi incalzante azzera veti e condizionamenti perché, come nel caso dell’Alitalia, pone come alternativa secca o la corresponsabilizzazione nei confronti dei sacrifici o la morte delle aziende e la scomparsa del lavoro.

I vertici dei sindacati confederali (ma quelli di Cisl e Uil sono più avanzati e consapevoli di quelli della Cgil) possono anche rifiutare di prendere atto di questa realtà. E continuare nella difesa ad oltranza dei loro vecchi poteri nella speranza di far saltare gli attuali equilibri politici attraverso l’aggravamento e l’accelerazione della crisi. Ma corrono il rischio di perdere definitivamente il consenso dei lavoratori e di abbandonare del tutto la scena pubblica del paese. Viceversa, se si rendono conto della loro sostanziale ininfluenza, possono contribuire all’azione di risanamento e di rilancio dell’economia nazionale tornando a svolgere quell’azione di tutela concreta degli interessi dei lavoratori per cui sono nati. (l'Opinione)

Con "Locazione sicura" niente più rischi per gli affitti agli extracomunitari.

L’operazione si chiama “Locazione Sicura”. Grazie a questa iniziativa il proprietario che affitta ad extracomunitari regolari si garantisce il pagamento dei canoni e si pone al riparo dai rischi locativi

Il Decreto-Sicurezza ha inasprito le pene per i proprietari di case che decidono di affittare l’immobile a extracomunitari irregolari: oggi si rischiano dai tre ai sei mesi di carcere, e perfino la confisca del bene. Proprio per agevolare la “vita” del proprietario, costretto a verificare la regolarità dello straniero, scende in campo la Fiaip, la Federazione Italiana delle Agenzie Immobiliari Professionali (1.500 agenzie rappresentate in Emilia-Romagna, e oltre 12.000 in tutta Italia).

«Abbiamo appena lanciato ‘Locazione Sicura’ - spiega Luciano Passuti, numero uno della FIAIP Emilia Romagna oltre che presidente onorario nazionale - un servizio in esclusiva per i nostri soci che ha l’obiettivo di eliminare qualunque rischio per il proprietario.»
«Intanto chi si affida alle nostre agenzie ha la certezza che verrà svolto un accertamento completo circa la regolarità del permesso di soggiorno oltre che la capacità reddituale dell’inquilino. Quest’ultimo è un aspetto molto delicato. Non basta un permesso di soggiorno regolare se poi lo straniero non può contare su un reddito accettabile per lui ed eventualmente per la sua famiglia.»

«Inoltre, grazie ad un accordo raggiunto con Unipol Banca, il proprietario può contare sulla fideiussione dell’istituto bancario che lo garantisce nel caso di mancato pagamento dei canoni di locazione da parte dell’inquilino. Nel caso di morosità il proprietario ha la facoltà di chiedere i canoni non percepiti a Unipol Banca la quale provvederà al pagamento “a prima richiesta” e cioè senza la necessità di dover vincere una lunga e incerta causa giudiziaria”.»

«Non solo. La fideiussione bancaria sostituisce il cosiddetto deposito cauzionale, a cui chi ha preso in affitto l’immobile è tenuto al fine di garantire la conduzione dell’immobile concesso in locazione secondo criteri di correttezza e buona fede, il che implica la riconsegna dei locali in buono stato, così come sono stati consegnati all’inizio della locazione.»

«Infine – conclude Passuti – mettiamo a disposizione una polizza assicurativa a garanzia dell’incendio nella forma ‘Rischio Locativo’, tipica garanzia del conduttore nei casi di danni riconducibili a sua colpa, che lo tiene indenne dalle legittime richieste del proprietario, per un massimale di 150mila euro.» (Quotidianocasa.it)

giovedì 4 settembre 2008

La sinistra italiana tra "bad company" e "newco". Marco Taradash

Cosa manca all’Italia per essere un paese normale? E perché Veltroni attacca (involontariamente) la magistratura per il rilascio degli ultrà del calcio e allo stesso tempo blocca il dialogo sulla riforma della giustizia auspicato da Luciano Violante? Un attimo.

Qualche giorno fa Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica e della confindustria vicentina e ora deputato del Pd, ha espresso a Repubblica la sua opinione su Alitalia. A noi non interessa. Sulla compagnia aerea ci basta quel che pensa l’ex presidente dei giovani confindustriali e ora ministro ombra del Pd, Matteo Colaninno: “Tengo famiglia” (tradotto dalla lingua ombra). Tra le righe di quell’intervista a Calearo c’era invece qualcosa di illuminante sotto il profilo politico. Scriveva Repubblica: “E’ appena tornato dalle sue prime vacanze cubane e assicura che non ci ritornerà. Perché – spiega- c’è di meglio del comunismo”. Viene da pensare. Forse Calearo ha ritenuto suo dovere da “uomo nuovo” della sinistra recarsi a Cuba? Forse non sapeva che c’era il comunismo? Forse non sapeva bene cosa fosse il comunismo? Non c’è altra spiegazione. Mai saputo nulla della repressione castrista, della delazione, dei ricatti polizieschi, dei disperati tentativi di fuga, delle segrete di cinquanta centimetri per cento dove i dissidenti erano costretti a giacere indefinitamente fra i propri escrementi a scopo di rieducazione politica e sessuale coll’unico conforto di una lampada elettrica perennemente accesa? Ora che è tornato Calearo potrebbe almeno guardarsi (è una punizione, lo so, il film è brutto, ma lo conforterà la comparsata di Sean Penn) il film – “Prima che sia notte” - sulla vita di Reinaldo Arenas, scrittore omosessuale e anticastrista, emigrato da Cuba nel 1980 (quando Castro generosamente scaricò sugli Usa una strana compagine composta da omosessuali, delinquenti abituali e malati di mente) per morire di Aids a New York qualche anno dopo (e così si risparmia pure una puntata al Gay Pride).

Quel lampo di verità nell’intervista a Calearo spiega meglio di mille editorialesse cosa manca all’Italia per essere un paese normale, come ci domandavamo all’inizio. Manca la sinistra. Qualche decina di anni fa la situazione era più semplice: per essere un paese normale all’Italia mancava tutto, persino il concetto di paese. Da una parte una sinistra legata a Mosca, dall’altra una destra che si definiva di centro e che aveva nel Vaticano il punto di riferimento politico e culturale. L’Italia del secondo dopoguerra non era uno stato occidentale come gli altri ma un contenitore di partiti che neppure si preoccupavano di dargli una fisionomia. Flaiano sintetizzò limpidamente la situazione sul “Mondo”, annata 1956: “Abbiamo da una parte il forte partito comunista che ha per scopo di spiegarci, con un ritardo di dieci anni, quel che ci succederebbe se si instaurasse qui un governo comunista, come se noi non lo sapessimo.. Oggi il comunista è un partito conservatore e reazionario, che non vuol fare rivoluzioni e si accontenta che gli altri partiti lo credano capace di farlo”. Sull’altro versante c’era “Un partito confessionale-economico, talmente vasto che lo si potrebbe scambiare per la volontà degli italiani, se non sapessimo che a dirigerlo è una volontà che ha sempre avversata l’idea stessa di un’Italia libera.. Un partito fortemente involuzionario”.

Oggi non è più così, a destra. Berlusconi ha creato un partito di destra occidentale, alle volte molto conservatore, alle volte un po’ liberale, come tutti. A occupare lo spazio della sinistra c’è invece qualcosa di indecifrabile, che nessuno sa bene dove collocare (come dimostra l’ininterrotto questionare sul “chi siamo-da dove veniamo-dove andiamo” in corso da mesi sui quotidiani italiani). Intanto: dove sta la destra e dove la sinistra? Dipende. Dal punto di osservazione. Di fronte o di spalle? Rosy Bindi o Di Pietro? E qual è la fronte e quale la schiena? Per fortuna l’antiberlusconismo definisce oggi tutto ciò che non è destra, a parte Storace. Il resto è un catalogo vintage: un vecchio partito comunista guidato da un politico che può vantare come maggiore successo il rilascio di Silvia Baraldini dalle carceri americane; un nuovo partito della rifondazione comunista, attualmente senza guida, impegnato nella ricerca della nonviolenza attraverso il sostegno ai movimenti terroristi internazionali. Infine un nuovissimo e consistente Partito Democratico che cerca di trarre linfa dalla fusione dei rami attivi derivati dalla liquidazione delle “bad companies” comunista e democristiana. Oggi ci si interroga sul ruolo del suo leader, Veltroni. E’ famoso per la sua ambiguità, per i suoi “ma anche”. Vero, ma cos’altro potrebbe dire o fare il segretario di un partito la cui metà degli iscritti soffre di allergia per le idee, i costumi e gli inni (“l’internazionale” – avete presente?) dell’altra metà, la quale disinteressatamente contraccambia? Se il nuovo poi sono i Calearo, i Colaninno e le ovazioni della festa democratica a Di Pietro con immediato contrordine compagni sulla riforma della giustizia, non ci sarà da attendere molto prima che Veltroni cominci a ripetere a manovella un mesto ma più autentico “ma neppure”. Non vediamo l’ora. (l'Occidentale)

"Le misure dell'Italia sui nomadi non violano le norme"

Bruxelles - (Adnkronos) - Il commissario europeo per Giustizia, libertà e sicurezza, Barrot: ''Non c'è nessuna raccolta sistematica di impronte.

La presa ha il solo fine di identificare le persone quando non sono in possesso di un documento e comunque come extrema ratio".

E sottolinea: ''La buona cooperazione tra le autorità italiane e la Commissione ha permesso di verificare la natura delle ordinanze''.

mercoledì 3 settembre 2008

Neanche. Jena

Il Vaticano: «La morte cerebrale non basta per sancire la fine di una vita».
Neanche per la sinistra? (la Stampa)

martedì 2 settembre 2008

L'arte diplomatica di Berlusconi. Raffaele Iannuzzi

Berlusconi il saggio. La crisi georgiana non ha bisogno di muscoli, né di esternazioni da anime belle. Non ha bisogno dei cahiers de doleance della premiata coppia Glucksman-Henry-Levy, i nouveaux philosphes in servizio permanente, anche quando non sono più nouveaux. La partita è difficile e ci vuole coraggio e prudenza. Il coraggio per una Nazione come l'Italia, che ha appena siglato un accordo euro-mediterraneo e si trova appunto nel cuore del Mediterraneo, vuol dire evitare di agire di rimessa, cioè di reagire, dimostrando duttilità e capacità di giudizio strategico.

Berlusconi, a Bruxelles, ha giustamente gettato acqua sul fuoco e si è dichiarato «amico di tutti» e, per ciò, in un certo senso, amico di nessuno, il che vuol dire, amico del proprio Paese. Egli ha giudicato una provocazione inaccettabile l'aggressione dell'Ossezia da parte della Georgia di Saakashvili e, alla replica circa la sproporzione della reazione della Russia, ha domandato quale dovesse o potesse essere una reazione «proporzionata», non ricevendo risposta alcuna.

Il re è nudo: dopo l'errore dell'indipendenza del Kossovo, la frittata è fatta. La legittimazione nella comunità internazionale della Georgia non può essere ottenuta a scapito della Russia, né è possibile pretendere che territori della Georgia come l'Ossezia del Sud, che ha votato nell'ultimo referendum al 97% per l'indipendenza, si senta parte della Georgia, in una scacchiera di pesi e contrappesi imperialistici. Questi sono i dati. Se, ad essi, aggiungiamo che l'Europa non ha politica energetica comune, non ha un esercito ed una politica strategico-difensiva comune, cosa pretendere? Ogni eccesso di zelo in termini di sanzioni nei confronti della Russia rischia di far saltare l'asse degli equilibri internazionali. Yalta non c'è più da tempo, non da oggi, come ha sostenuto Sarkozy. La Russia sa di poter contare su un impianto di egemonia regionale assai compatto e di poter tenere sotto schiaffo l'Europa e gli Usa con eventuali accordi e scambi a base di missili e strategie comuni con l'Iran. Si tratta, certo, di una smoking gun, che vale, però, una piena e solida deterrenza, soprattutto oggi, con l'America in stato di debolezza.

Dunque, Berlusconi si staglia, oggi, per senso strategico e arte diplomatica. Non a caso, con questa posizione equilibrata e ragionevole, perché fondata su una seria analisi dello status quo, il Presidente del Consiglio è riuscito a mitigare la posizione degli inglesi e a rintuzzare le posizioni anti-russe di Paesi come la Polonia, dei Cechi, della Lituania, portando a casa una mediazione al rialzo, che non scontenta nessuno, né la Russia, né gli Stati Uniti. Complexio oppositorum: talvolta, è una posizione che paga. Tenere insieme gli opposti, facendo quadrare il celebre cerchio può servire a creare le condizioni per un futuro di incerta ma contrattabile stabilità, anziché far piombare il mondo in un'altalena di tentati golpe regionali e azioni militari destabilizzanti, in un'area calda e sensibile come l'Asia Centrale, con la Turchia che sta vivendo uno dei momenti più delicati della sua storia. A causa di un nemico comune: il fondamentalismo islamico.

Meglio un Putin ancora filo-occidentale pagando qualche prezzo, che un Putin neoimperialista rivolto ad Oriente, apparentemente a zero costi al tavolo da gioco. Berlusconi è uno statista mediterraneo, con caratteristiche, anche temperamentali, da statista mediterraneo e con la logica che non privilegia l'aut-aut, favorendo, per contro, l'et-et. Lo statista giusto al momento giusto. (Ragionpolitica)

L'oro a Prodi. Davide Giacalone

Alle Olimpiadi del cinismo Prodi conquista la medaglia d’oro, il podio e l’inno alla furbizia. La sinistra che tanto si lamentò (giustamente) per le intercettazioni di Dalema e Fassino può, ancora una volta, misurare quanto il veleno prodiano ne immobilizzi i riflessi. I complimenti dei compagni sono un autonecrologio. La destra che sperava di beccare il professore in difficoltà, solidarizzando con il sorriso sotto ai baffi, può, ancora una volta, prendere atto che il gran democristiano, il figlio puro delle partecipazioni statali, non deve mai essere sottovalutato.Prodi ha il vantaggio di essere un leader politico che non ha mai preso e mai prenderà dei voti. Come nei film di fantascienza, la sua specialità consiste nell’entrare in corpi altrui ed impadronirsi della loro vita, avvizzendola e traendone forza per la propria. Grazie ai demeriti altrui s’è trovato, per due volte, a far finta d’avere vinto le elezioni, alimentando l’equivoco che ciò sia democraticamente possibile senza che vi sia un partito da lui capeggiato e che in lui si riconosca. Grazie a questa particolarità, così come quando faceva il ministro od il presidente dell’Iri per conto della sinistra democristiana, del potere Prodi può badare alla sostanza, senza perdersi nelle uggiosità della raccolta del consenso. Così procedendo, pertanto, egli sa che l’inchiesta penale, relativa alla vendita dell’Italtel ed alle tangenti pagate dai tedeschi, è partita da tempo, si riferisce a fatti vecchi e non arriva da nessuna parte. E’ vero che le intercettazioni (cimeli giudiziariamente inutili) dimostrano l’uso familistico del potere, ma: a. non gliene importa nulla; b. sa che nessuno ha mai creduto le cose vadano diversamente. Quindi se la ride e dice: pubblicate quello che vi pare.
Il gesto beffardo finge d’essere ossequioso con i magistrati, in realtà sfregia il volto dei concorrenti, specie interni alla sinistra. Ed è reso possibile perché nessuno ha il coraggio di prendersela con il bersaglio vero, vale a dire le inchieste inutili, costruite con intercettazioni di spericolata legittimità, mentre si spara sul bersaglio falso, ovvero le carte passate (dai magistrati) ai giornalisti. Che il cielo fulmini i velinari di procura, visto che ha già accecato quanti dovrebbero difendere lo Stato di diritto.

domenica 31 agosto 2008

Solo in America. Christian Rocca

Con la solita puzza sotto il naso di chi si considera antropologicamente superiore, noi europei siamo abituati a pensare che la politica americana sia un grande spettacolo e un business mostruoso, dove contano soltanto gli spot televisivi e i giochi d’artificio, i soldi e le lobby. Associamo a quel processo democratico l’idea di una politica venduta alle big corporation e agli interessi speciali, distante dalla gente e vicina agli affaristi. Elitaria e pacchiana allo stesso tempo. Quando da noi si prova a introdurre qualche elemento di quel sistema politico che, peraltro, si basa sulle stesse solide istituzioni di oltre duecento anni fa (e noi, nel frattempo, che cosa abbiamo passato e in che stato ci troviamo?), immancabilmente si parla di americanate e di derive plebiscitarie, come se la spettacolarizzazione della democrazia americana fosse un pericoloso narcotico per la gente comune e una manna dal cielo per le solite caste di ricchi e potenti. “Bullshit”, per dirla nel moderno latino. Solo in America un quarantaseienne nero, figlio di un immigrato africano e di una mamma del midwest, cresciuto in Indonesia e nelle lontane isole Hawaii, può essere a un passo dal diventare presidente del suo paese e leader del mondo libero, dopo peraltro aver annichilito con la forza delle sue idee, e il denaro che ne è conseguito, la più potente macchina politica degli Stati Uniti.
Solo in America può capitare che una ragazza di quarantaquattro anni, cresciuta nel posto più lontano possibile da Washington, madre di cinque figli e sposata con un metalmeccanico eschimese che per arrotondare e divertirsi fa il pescatore, abbia la possibilità di diventare vicepresidente del paese più importante del mondo. Fino a quattro anni fa Barack Obama era un perfetto sconosciuto, fuori dal suo collegio elettorale di politico locale dell’Illinois. Otto anni fa, nel 2000, il Partito democratico che oggi guida con piglio sicuro non lo ha fatto nemmeno entrare alla convention di Los Angeles che stava per nominare Al Gore alla presidenza. Sarah Palin era sindaco di un paesino di novemila abitanti quando, due anni fa, ha sfidato l’establishment del suo partito e sconfitto, prima alle primarie poi alle elezioni generali, il governatore uscente, il suo predecessore e l’industria del petrolio. Fino a un paio di mesi fa, nemmeno gli insider di Washington l’avevano mai sentita nominare. Solo in America. Purtroppo.

giovedì 28 agosto 2008

Mettete un burqa ai politicamente corretti. Maria Giovanna Maglie

Non è straordinario ascoltare la battuta tranchant con la quale il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha creduto di giudicare la vicenda del burqa? Ha detto che nei musei veneziani tutti entrano vestiti come vogliono, basta che si vedano gli occhi. Pensa ancora che gli occhi siano lo specchio dell'anima, coltiva ancora la splendida certezza, insieme al suo direttore dei Musei civici, che gli usi e costumi altrui, anche quando sono patentemente illegali, anche quando mettono in serio pericolo la nostra sicurezza, vadano rispettati fino a che morte non sopraggiunga. In questo Oriana Fallaci è stata profeta fulminante, immaginando un'Italia di pecoroni, propaggine più debole di un'Europa sbrindellata, dedita a costruire moschee, accettare integralisti, lasciare le donne immigrate in segregazione, permettere circoncisioni ed infibulazioni caserecce, insomma pronta a svendersi.

Leggerete che la cronista del Giornale, capo e testa velati, è entrata ed uscita senza problemi da qualunque luogo pubblico, quando invece una legge del nostro Stato lo proibisce. L'altro cronista, che indossava un casco integrale da motocicletta, non è andato da nessuna parte. Giustamente, dico io, perché in faccia bisogna pur farsi guardare, e c'è la faccia sui nostri documenti. Ma il burqa, allora, perché dovrebbe per forza rappresentare la riservatezza di una donna inerme e disarmata, e perché dovrebbe essere indossato volontariamente, non a causa di un odioso obbligo? Soprattutto, perché dobbiamo essere noi, Paese occidentale e sedicente emancipato, ad accettare, a sopportare questa indecenza?

La sola idea che a qualcuno sia passato per la testa, chiamiamola così, di licenziare il custode che seguiva le disposizioni e rispettava le nostre leggi, mi ripugna. Diciamo che è stato l'eccesso di zelo dei dirigenti politically correct che affliggono le nostre istituzioni e tarlano le nostre opere d'arte. Diciamo che oggi, al massimo domani, lo giudicheremo uno scherzo. Se così non accadrà, sarà bene che i ministri del nostro governo armino un grande casino, di quelli che fanno rumore e che si ricordano. Non siamo più nell'era Prodi. O no?
Resta la dolorosa sensazione, forse la certezza, che il razzismo, odiosa idea e pratica, si sia capovolto, e cammini all'indietro e a testa in giù. Pensate che mascalzone quel custode, che voleva sapere chi ci fosse dietro quel velo, magari preoccupandosi delle ricchezze che custodisce. Pensate a quella povera famiglia, i maschi davanti, magari in jeans e maglietta, perché in laguna fa un caldo tremendo, le femmine dietro, abiti neri, chiusi dalla testa ai piedi, testa schiacciata sotto un tessuto altrettanto pesante, e per finire in bellezza, il volto interamente velato, che non si è potuta godere la sua visitina al museo.

I pochi Paesi liberali dell'Islam vivono vita grama, circondati come sono da pescecani come l'Iran e la Siria, da altri che tengono furbescamente il piede in due scarpe, come l'Arabia Saudita. Il re del Marocco, diretto discendente di Maometto, ha chiuso tutte le moschee sospette di terrorismo, ha proibito la preghiera durante le ore di lavoro, ha tolto il velo alle dipendenti pubbliche, e, nella speranza di cambiare ignoranza e pregiudizi, ha cambiato le foto e le immagini femminili anche dai libri di scuola. Conta naturalmente sull'appoggio dell'Occidente per non fare una brutta fine.
Noi no, siamo troppo occupati a scusarci con coloro che ci frequentano senza rispettarci. Il burqa io lo farei portare al sindaco Cacciari e al suo compare direttore dei Musei civici. Basta un giorno, forse capiscono. (il Giornale)

Per i giornali italiani i cristiani vittime dell'Islam non fanno notizia. Carlo Panella

Suggeriamo un utile esperimento: leggete con interesse i due paginoni fitti fitti di notizie e stupore sui due cristiani uccisi in India dagli induisti. Apprezzate come è giusto il rilievo scandalistico che tutta la stampa progressista ha dato in Italia al caso. Poi andate su Internet e scoprite quanti sono i cristiani uccisi nello stesso modo da musulmani negli ultimi anni, negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Infine, controllate lo spazio che la stessa stampa progressista (Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, ecc…) ha dato loro. Vi anticipiamo il risultato: nulla.

Dunque: se due cristiani vengono barbaramente massacrati da estremisti indù è una notizia, anzi: una notiziona. Se decine e decine di cristiani vengono con uguale barbarie massacrati da estremisti musulmani, è una non notizia, un nulla, è cosa di cui non si deve parlare. Per dirne una, il 30 luglio scorso, 4 cristiani sono stati tirati giù da un bus e massacrati a suon di botte da estremisti musulmani nelle Filippine. Rilievo sulla stampa nazionale: zero.

Dunque, se i massacratori dei cristiani sono musulmani, la consegna è il silenzio. Se sono indù, fa sensazione: pagine e pagine di inchieste, cronache e commenti. E’ questa una delle tante follie del politically correct di cui però è anche pesantemente responsabile la stessa Chiesa. Da anni infatti, la Chiesa di Roma accetta in silenzio non solo - e questo è comprensibile e giusto - il martirio dei suoi fedeli e padri, ma anche una consegna ben peggiore che pure subisce senza protestare: il divieto di proselitismo in tutti i paesi musulmani.

Da anni si fa finta che il tema della reciprocità riguardi solo la libertà di culto. Da anni in Vaticano si accetta la pantomima che questo sia il punto. Ma se così fosse, il palmarés della tolleranza spetterebbe all’Iran di Khomeini e di Ahmadinejad, là dove esistono conventi e chiese e vengono dette messe senza scandalo. Ma il punto vero non è questo. La follia dell’Islam contemporaneo, in prima fila l’Islam “moderato” o laico come quello algerino e siriano è il divieto assoluto di fare proselitismo cristiano in terra d’Islam. E questo divieto viene supinamente accettato da tutte le chiese locali che si accontentano di celebrare i sacramenti - quando possono - dentro comunità verticali, tra cristiani che sono tali per generazione, mai per conversione.

E’ ora che la Chiesa s’interroghi e chiarisca a sé stessa e al mondo perché rifiuti, come rifiuta, di abbassare la testa a fronte del divieto del proselitismo così crudelmente praticato dagli estremisti indù e perché invece accetti senza veementemente protestare contro il divieto al proselitismo praticato anche dai moderati musulmani. Ed è ora soprattutto che di questo tema si facciano carico i laici, i non credenti, che devono finalmente capire che la libertà religiosa non è solo la libertà di non avere nessuna religione. (l'Occidentale)

lunedì 25 agosto 2008

Anm: politicizzati e straparlanti. Davide Giacalone

Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, può tranquillamente essere bocciato in diritto, storia e politica. Gli studi, su di lui, sono passati come il pudore per il ridicolo, senza lasciare traccia. Si lamenta di un’ipotesi: “se introduciamo la politica nel Csm ...”. A parte l’ennesima violenza togata alla lingua italiana, come sarebbe a dire: “se”. Il Consiglio Superiore della Magistratura è organo politicizzatissimo, eletto tramite correnti corporative e partitiche. Ma gli sfondoni arrivano appresso.
Dice che ove non si conservi l’unità delle carriere potrebbe intervenire la Corte Europea. Scempiaggine superlativa, giacché in Europa sono ovunque separate. Né rileva il fatto che la Costituzione italiana è invocata in senso opposto, giacché la questione non sarebbe di competenza europea, ed ove lo fosse ciò deporrebbe contro quella lettura, alquanto storta, del nostro dettato costituzionale. Gli studi universitari sono alquanto decaduti, se si può superarli in queste condizioni.
Sostiene il nostro pensatore che se la politica s’impadronisse del Csm si tornerebbe al fascismo, con l’obbedienza al regime. Si è già negata validità alla premessa, ma anche la deduzione è sbagliata: la magistratura italiana, durante il fascismo, dipendeva dalla politica meno di oggi. Per avere giudici fidati si crearono i Tribunali Speciali, mentre il corpaccione dei magistrati, pur iscritto al fascio e ligio ai suoi odiosi rituali, conservò la sua natura e funzione. Oggi, invece, è la politica correntizia che decide delle carriere, dei trasferimenti, dei premi e degli incarichi. Un’orgia politicizzata come non ce ne sono mai state nella nostra storia unitaria.
Infine, la politica. Dato che il diritto non è il suo forte, il buon Cascini ha da ridire sulle prescrizioni di Berlusconi, considerandole mezze condanne. Al sindacalista togato sfugge del tutto la presunzione d’innocenza, contenuta nella Costituzione ed in un paio di trattati internazionali, come gli sfugge un principio che risale ai romani: è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza, non l’accusato la propria innocenza. Se non ci riesce in un dato tempo vuol dire che non ne è capace. Vale in tutto il mondo civile e vale a dimostrare quanto politicizzata sia la funzione del segretario dell’Anm.

domenica 17 agosto 2008

Caro don Sciortino, rimetta la tonaca e si ripassi il breviario, che è meglio. Milton

E’ così apprendiamo, nel bel mezzo della calura estiva, con l’inno di Mameli che orgogliosamente risuona ogni giorno dalla lontana Pechino, che siamo alla deriva autoritaria ed il fascismo, se non è tornato, è perlomeno strisciante.

Che sia chiaro, poiché chi scrive non è particolarmente allergico a questo genere di epiteti, il caro lettore non si arrabbi troppo se i modesti pensieri che seguiranno possono sembrare non proprio by-partisan e politicamente scorretti. Una scusante però ce l’ho: vivo nel Paese di Eco, Cordero, Villari, Asor Rosa, Scalfari, Parlato, Fò, Lidia Ravera, Furio Colombo e di tutto il solito codazzo di nani e ballarine d’appoggio; e ci vivo da quarant’anni. Non ne posso più!

Con cadenza quasi quotidiana, con alternanza scientifica, questi signori evocano il regime paragonando il governo Berlusconi addirittura al nazismo (Lucio Villari, 7 agosto 2008 “Il berlusconismo? Nel 1933 anche il governo di Hitler fu eletto democraticamente”). Intendiamoci, meglio dire baggianate sui giornali d’agosto, che firmare appelli contro comissari di polizia poi puntualmente assassinati, come qualcuno era abituato a fare più di trent’anni fa….

Tant’è, non ci si scandalizza ormai più di niente. Ma onestamente sono rimasto letteralmente allibito nell’apprendere che Famiglia Cristiana a proposito del governo Berlusconi, la pensa nel merito, e soprattutto nei toni, come Daniele Luttazzi o Sabina Guzzanti. Ma se per i due (gli unici clown al mondo che non fanno ridere) c’è la solita scusante della libera satira, in nome della quale è lecito ormai dire ogni genere di stronzata, dal settimale più letto nelle parrocchie e che a dire del suo direttore in giacca e cravatta, Don Antonio Sciortino, si ispira al Vangelo e ai valori cristiani, ci si dovrebbe aspettare una capacità di analisi e di esposizione meno acefala e psicotica

Famiglia Cristiana ha iniziato dando dello “spazzino” al Presidente del Consiglio (lo chieda ai napoletani Don Sciortino, ed attento a non macchiarsi la cravatta, qualche sacco di immondizia qua e là potrebbe ancora esserci), per poi paragonare i provvedimenti sulla sicurezza adottati dall’Esecutivo alle atrocità naziste contro i bambini ebrei, facendoci nascere il sospetto che il vero ideologo del nazionalsocialismo hitleriano sia il povero Roberto Maroni. Ed ancora i tremila “soldatini” schierati dal governo per garantire più sicurezza contro la microcriminalità, sarebbero l’anticamera di dittature sudamericane e il ministro La Russa un aspirante generale argentino (immagino che il desaparesidos sia Veltroni). Risultato di tali sciocchezze è ovviamente che “si rischia di tornare al fascismo”.

Alla levata di scudi di alcuni esponenti del centrodestra. Don Sciortino risponde che questo è semplicemente libero dibattito, confronto.

Ecco, e me ne scuso in anticipo, è qui che la mia natura autoritaria di cui sopra, si tramuta in autoritarismo strisciante e si domanda se la libertà d’espressione debba essere difesa ad ogni costo, se il dibattito debba essere sempre libero anche quando domina l’isterismo militante, l’arroganza di una presunta morale superiore che tende a bollare eticamente ogni idea diversa dalla propria. Questi, caro Don Sciortino, sono i veri prodromi delle dittature.

Ho distribuito per anni Famiglia Cristiana dal sagrato della chiesa del mio piccolo paese, ogni domenica orgogliosamente prima di andare a fare il chierichetto alla Messa delle undici, e non avrei mai pensato che per un settimale cattolico esprimere liberamente le proprie posizioni significasse usare questi toni pieni di astio e rancore. Dove sono i valori cristiani, dov’è il Vangelo?

Caro Don Sciortino, proprio questi fascisti ora al governo e non Lei, solo qualche settimana fa, nelle aule di Montecitorio, hanno difeso la sacralità della vita di Eluana, questi fascisti e non i suoi amici cattolici “adulti”, hanno difeso i valori della famiglia dall’attacco dei zapateristi nostrani.

Caro Don Sciortino provi a togliersi giacca e cravatta, rimetta la tonaca e si ripassi il breviario. (l'Occidentale)

martedì 12 agosto 2008

Un anno con la crisi mondiale. Domenico Siniscalco

Difficile dire come andrà a finire. Un anno fa, prima di Ferragosto, scoppiava una crisi globale di credito e liquidità che le autorità monetarie definiscono la più grave dal 1929. Oggi, a un anno di distanza, la situazione continua ad essere caratterizzata da segnali negativi.

L’inflazione ha superato il 10% in più di cinquanta Paesi, e anche da noi è in continuo rialzo, soprattutto per ciò che riguarda i prezzi alla produzione e i beni acquistati più frequentemente. La crisi politico-militare in Ossezia investe una regione crocevia di oleodotti strategici per l’Europa. La crescita dell’economia reale, infine, sta diventando negativa, dalla Germania, all’Italia, alla Spagna, con ripercussioni sulla qualità del credito. Negli Stati Uniti il clima economico negli ultimi giorni pare rasserenarsi, ma molti osservatori ritengono si tratti di segnali positivi lungo un sentiero di deterioramento. Parimenti, i minori prezzi di alcune materie prime, tra cui il petrolio, sono un segnale di recessione.

Il quadro negativo non sorprende. Con il passare dei mesi sta emergendo con chiarezza che il settore finanziario era l’anello debole, ma che la crisi che si sta dipanando è più grave e più estesa di una crisi finanziaria e creditizia. Ciò che si è rotto è un meccanismo di sviluppo, e questo deve essere aggiustato in vista di una ripresa duratura.

Cominciamo dagli Stati Uniti. Quel Paese è noto per la scarsa propensione al risparmio. Ma negli ultimi anni ha finanziato i consumi crescenti non solo con il reddito, ma con il proprio patrimonio.

Questo è stato possibile grazie al credito a buon mercato, che ha costituito una vera e propria droga. Contraendo più mutui sulla stessa casa e più debito su qualsiasi attività in grado di sopportarlo, i consumatori americani hanno aumentato il potere di acquisto sino al 9% del reddito disponibile, spingendo i consumi a livelli record. La maggiore domanda dei consumatori americani è stata soddisfatta in misura crescente dalle importazioni dall’Asia - e dalla Cina in particolare - che proprio l’anno passato ha superato gli Stati Uniti come maggior produttore mondiale di manufatti. Sempre l’Asia, acquistando titoli Usa, ha garantito l’afflusso di valuta necessario a finanziare lo sbilancio commerciale. I volumi sono senza precedenti: l’afflusso di valuta negli Usa per compensare la mancanza di risparmio deve superare i 3 miliardi di dollari al giorno. I flussi di valuta sono stati garantiti anche dalla politica dei Paesi asiatici di mantenere la parità del cambio col dollaro per tutelare la crescita del loro export.

Il modello americano, basato su debito e consumi, ha dunque trovato come controparte il modello asiatico, basato su credito e esportazione. Ma nessuna economia, nemmeno gli Usa con una valuta di riserva, può vivere per sempre al di sopra dei propri mezzi. E nessuna società, nemmeno la Cina, può comprimere indefinitamente i propri consumi, per dedicare il prodotto all’esportazione. Così, in sequenza, sono andati in crisi il mercato dei mutui e del credito, il mercato immobiliare e da ultimo l’economia reale. E in Cina è partita l’inflazione.

Anche se osserveremo rimbalzi e fasi di ripresa, non credo che l’economia si possa riprendere in modo duraturo sinché non aggiusteremo questo squilibrio di fondo. E le politiche americane, come osserva l’economista Stephen Roach, dovrebbero aiutare l’aggiustamento, anziché perpetuare al massimo il vecchio modello, ad esempio con pacchetti fiscali di stimolo al consumo.

L’Europa, nel quadro globale, presenta un caso diverso: sostanzialmente in equilibrio e fuori dagli sbilanci mondiali, se pure con scarsa crescita e scarso investimento, si è illusa di essere ai margini dei problemi. Questo apparente isolamento è durato meno di tre trimestri, per lasciare rapidamente spazio a crisi bancarie e a un inizio di recessione. Le spiegazioni sono molteplici: con mercati finanziari globali anche la più piccola banca di provincia può avere in portafoglio prodotti tossici; con l’inflazione globale si comprime il potere d’acquisto in ogni Paese; e con il rallentamento globale che si delinea nessun’area può restare immune.

La soluzione europea non sta dunque nell’isolarsi dall’economia mondiale, nemmeno se ciò fosse possibile. Sta nel contribuire con idee e soluzioni all’aggiustamento. Si discute spesso di una nuova Bretton Woods, di un grande accordo su scambi internazionali, valute e capitali. L’Italia, che l’anno prossimo avrà la presidenza del G8, dovrebbe mostrare che il regime di oggi è insostenibile e che occorre tornare verso un maggior equilibrio reale e finanziario in grado di promuovere la crescita duratura. (la Stampa)

Quel che insegna la lezione rosa. Caterina Soffici

Se l’uomo italiano è cacciatore (almeno un primato lasciamoglielo), questa volta la freccia scoccata dall’arco ha mancato il bersaglio. Ai nostri tiratori è venuto il braccino corto, la mano ha tremato e la medaglia d’oro è svanita di un soffio. Invece le ragazze made in Italy non hanno avuto sussulti, non hanno avuto paura di vincere contro avversarie supertoste.L’oro di Valentina Vezzali che trionfa all’ultima stoccata, a quattro secondi dalla fine, dopo una gara mozzafiato e l’oro della judoca Giulia Quintavalle, dominatrice nonostante un gomito dolorante, parlano da soli. Ma parla ancora di più la sconfitta di Federica Pellegrini che esce bastonata dalla vasca dei 400 stile libero e non molla, si ributta in acqua e straccia il primato del mondo nei 200 metri. Questo ha solo un nome, si chiama carattere. Sulle Olimpiadi al femminile leggerete cronache grondanti retorica. Leggerete di Giulia, 25enne che per la prima volta ha saputo credere in se stessa («ero convinta, ce l’ho messa tutta»), di sudori, sacrifici, sogni e passione.Leggerete la favola bella di Vale, che a 34 anni, con un figlio di tre, non ha mai mollato la carriera per la maternità. Vale che dedica la vittoria al piccolo Pietro: «Mi ha chiesto di portargli un oro dalla Cina e mi ha accompagnato all’aeroporto con il suo fioretto di plastica». Leggerete che ringrazia Dio per il talento messo a frutto, cita Eros Ramazzotti, il suo preferito: «Quando la festa comincerà tu sarai regina, tutta la gente si fermerà a guardarti stupita». Altro che quote rosa, qui non ce n’è bisogno. Qui non ci sono soffitti di cristallo a tarpare la voglia di vincere. Qui c’è solo il cuore, la passione, il lavoro, la volontà di arrivare. E qui niente è stato d’intralcio a queste ragazze italiane, che sono come le vedi. La Vezzali alza la maschera e sotto c’è la faccia sudata e stravolta dalla fatica di una donna di 34 anni che non ha mai rinunciato a sognare.
La Quintavalle butta a terra l’avversaria per 11 volte e non molla mai la presa. Altro che quote rosa, qui le quote sono rovesciate. Dei tre ori che portano l’Italia al terzo posto nel medagliere olimpico (a parimerito con gli Stati Uniti) due sono femminili: 66,6666666666666 per cento. Se le sognano anche le parlamentari finlandesi, quote del genere. Potremmo avventurarci in analisi socio-politiche per dire vedete, quando alle donne non viene messo il freno da qualche agente esterno, anche le italiane vincono. Guardate di cosa sono capaci. Lo pensate voi che sanno solo fare le mamme e stare dietro i fornelli.
Sono loro a portare avanti il Paese, ci fanno fare bella figura all’estero. Potremmo, ma non ne vale la pena. Perché lo sapete come dice la strofa seguente della canzone di Ramazzotti citata dalla Vezzali? «Quando la festa poi finirà, e torneremo a terra, tutta la gente si ricorderà d’aver visto una stella». La stella passa e ci ricorderemo che l’Olimpiade italiana per un giorno è stata donna. Non tanto e non solo perché a vincere è stata l’“altra metà del cielo” (fatto curioso, questa espressione l’ha coniata Mao Ze Dong), ma soprattutto per la lezione che viene da Pechino. La Vezzali ha ricordato Rocky Balboa: «Quando dice che nella vita non è importante quanto fanno male i colpi che prendi, ma come ti rialzi». Ti viene in mente la faccia di Sylvester Stallone tumefatta e insanguinata e non puoi fare a meno di confrontarla mentalmente con quella di tanti vip e politici nostrani, i quali anche sotto il solleone ferragostano non si negano alle telecamere per la solita banale dichiarazione, frasi fatte, senza entusiasmo, senza passione, da navigatori consumati che non sono più capaci di vendere uno straccetto di sogno. Ed è sempre la Vezzali a commentare con una semplicità disarmante: «Il mondo si divide in quelli che hanno le palle e in quelli che non ce l’hanno...».
Inutile dire chi ce l’ha avute, ieri, a Pechino. «Quando la festa poi finirà, e torneremo a terra, tutta la gente si ricorderà d’aver visto una stella». Speriamo che la stella brilli ancora un po’. (il Giornale)

sabato 9 agosto 2008

Giustizia, riforma Radicale. Dimitri Buffa

Non si tratta più delle solite riforme da libro dei sogni sulla giustizia come la separazione delle carriere, la responsabilità civile personale e non traslata sullo Stato del magistrato per colpa grave (così come era stata introdotta dal referendum del 1984 stravinto sull’onda del caso giudiziario di Enzo Tortora), l’abolizione degli incarichi extra giudiziali per i giudici o la modifica costituzionale sulla obbligatorietà dell’azione penale. No, nella mozione bipartisan presentata dai radicali italiani, prime firmatarie Emma Bonino e Rita Bernardini (il vero cervello di questa operazione politica) nel capoverso dedicato alla eventuale abolizione della obbligatorietà dell’azione penale è contenuto qualcosa di più: “un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali, che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo”. E questo potrebbe significare una forma di vera e propria sottoposizione dell’operato dei pm al vaglio parlamentare, se l’italiano non è un’opinione.

Di più, in un paragrafo in cui si parla sia dell’obbligatorietà dell’azione penale sia della “vexata quaestio” della responsabilità civile dei magistrati (vanificata con uno spostamento dell’obbligo patrimoniale risarcitorio in capo allo stato dalla legge Vassalli che Craxi regalò ai magistrati illudendosi di comprarsene la benevolenza) si aggiunge che sarebbe auspicabile “la responsabilizzazione del pubblico ministero per l’osservanza delle priorità fissate ed al contempo la creazione di meccanismi atti ad evitare che chi è politicamente responsabile per la implementazione delle politiche pubbliche nel settore criminale possa indebitamente condizionare, su singoli casi, l’attività del pubblico ministero deviandolo dal rispetto delle priorità prefissate”. In pratica, il governo decide e il Parlamento approva ogni anno le priorità dell’azione penale e il pm ci si deve conformare, sia pure senza venire condizionato impropriamente. Se non è la sottoposizione dell’azione penale all’esecutivo (cosa peraltro per niente disdicevole e anzi praticata in mezzo mondo) poco ci manca.

Se si guarda alle firme bipartisan della mozione radicale, che contiene anche gli ovvi richiami ai temi referendari da loro proposti per anni (incarichi extra giudiziali dei magistrati, riforma del sistema elettorale del Csm, vagli anche di professionalità nella carriera per tutti i giudici, perentorietà dei termini processuali per tutti e non solo per le difese degli imputati, riduzione della carcerazione preventiva ecc.) non si possono non notare le firme degli esponenti dell’attuale opposizione, segnatamente del Pd, cui peraltro la componente radicale almeno formalmente appartiene: da Silvio Sircana a Cesare Marini, da Luciana Sbarbati a Franca Chiaromonte. E siamo solo all’inizio della raccolta di firme bipartisan che nella maggioranza è stata recepita da parlamentari come Benedetto Della Vedova, Giancarlo Lehner, Lamberto Dini, Enzo Raisi, Giorgio Stracquadanio, Amedeo Laboccetta, Antonio Paravia e svariati altri parlamentari del Pdl. A tutti questi si aggiungono ovviamente i parlamentari radicali (Turco, Poretti, Farina Coscioni, Beltrandi, Mecacci, Zamparutti, Bernardini) e la senatrice Emma Bonino. Senza considerare che sul tema della giustizia Berlusconi vuole andare fino in fondo senza “se” e senza “ma”: le parole l’altro giorno di Tremonti (“ci stiamo lavorando”) lasciano intendere che a settembre la questione verrà presa di petto.

E nei giorni prossimi si attendono le firme di tanti altri riformisti del Pd su cui i radicali stanno facendo il solito discreto pressing. Che sia veramente finito l’idillio tra i post comunisti e la magistratura? Se le riforme bipartisan che si dovessero fare nella sedicesima legislatura dovessero essere quelle proposte dai pannelliani in parlamento (da sempre esperti nel creare imbarazzo e contraddizioni con la parte politica con cui si alleano contingentemente) in materia di giustizia, la risposta non potrebbe che essere positiva. (l'Opinione)