mercoledì 12 gennaio 2011

Non solo referendum. Davide Giacalone

Al referendum di Mirafiori, i prossimi 13 e 14 gennaio, vinceranno i Sì. Non servono a nulla le intimidazioni estremistiche, oggi come allora i lavoratori non si lasceranno trascinare dai matti. Esprimeranno consenso all’accordo firmato da alcuni sindacati (Fim, Uilm, Fismic e Ugl) e lasceranno in minoranza quanti lo avversano (Fiom). Tutti i commenti si concentrano sulla spaccatura interna alla sinistra e alla Cgil, che è certamente gravida di conseguenze, ma non esattamente il centro del mondo. Esiste una realtà, economica e del lavoro, non necessariamente al servizio dei giochi politici. Anzi: esistono manovratori politici e sindacali che la realtà se la sono scordata, ammesso l’abbiano mai conosciuta.

Il Sì agli accordi non è il trionfo di Sergio Marchionne, ma il più semplice affermarsi del realismo. Ho scritto che l’amministratore di Fiat meriterebbe il premio quale miglior sindacalista, e confermo: le vendite delle auto diminuiscono ma i contratti prevedono possibili aumenti del salario. Sulla carta, un gran risultato. Ma nella realtà? Gli accordi di Pomigliano e Mirafiori sono necessari alla sopravvivenza di quegli stabilimenti, ma non sufficienti, perché occorre che il mercato si riprenda e che l’azienda sia in grado (con la rete commerciale, l’innovazione e gli accordi internazionali) di non perderne e se possibile guadagnarne quote. Quanti credono che i nuovi contratti siano il prezzo pagato il quale tutto torna come prima sono degli illusi.

Se le cose dovessero andare male la colpa non sarà dei sindacati che hanno firmato (e dei lavoratori che hanno approvato), mentre se fosse prevalso il punto di vista degli oppositori si sarebbe solo anticipato il fallimento. Noi tutti, naturalmente, speriamo che le cose vadano bene. Che il recupero di produttività dia una spinta alla competitività e che questa consolidi la posizione della casa automobilistica. Che oltre a far meglio e più convenientemente le vetture, insomma, riescano poi a venderle. In questo caso, il migliore, comunque ci sarebbero conseguenze sociali e politiche. Per dirne una: gli operai che si apprestano a votare Sì, come quelli che lo hanno già fatto, accettano di barattare minori rigidità e garanzie in cambio della continuità lavorativa e di un salario variabile, perché il prelievo fiscale operato su di loro deve andare a finanziare quanti non rinunciano mai a nulla? E’ vero che il sindacato (tutti i sindacati) sono sempre meno rappresentativi dei lavoratori, ma la condizione di chi si trova realmente esposto alla globalizzazione del mercato ha perso anche rappresentanza politica.

I capi delle tute rosse, sia che mettano l’orecchino sia che marcino a fianco del giustizialismo, hanno sbagliato secolo, sono interessati a dimostrare la loro influenza sulla Cigil e sulla sinistra, ma del resto non si occupano. Il loro format classista è fuori dal mondo: oggi un operaio Fiat ha pochi interessi da condividere con un dipendente pubblico e molto da dirsi con un professionista privato, con una delle tante, decantate e neglette, partite iva. I protetti possono accettare carichi fiscali elevati: non godono, ma neanche rischiano. I non protetti non possono essere egualmente generosi, perché la loro sicurezza futura dipende anche dalla capacità di risparmio, resa impossibile da un fisco depredante. Se proprio si vuol ragionare in termini di “classi” (non ne avverto il minimo bisogno), la divisione passa fra quanti campano di spesa pubblica e quanti producono per finanziarla, come passa fra chi s’è giovato della spesa pubblica e chi vivrà per pagarne i debiti, vale a dire i giovani.

La grandissima parte dei politici e dei sindacalisti appartiene, per biografia, reddito o convinzione, alla prima classe. Attaccata al mammellone statale, progressivamente avvizzito, ma sempre poderoso. Sono convinti che gli altri abbiano il dovere, direi quasi il piacere morale di alimentarlo. Sarà bene, per loro e per noi tutti, guardare attentamente dentro le urne referendarie, sforzarsi di capire, non accontentandosi degli sbandieramenti inutili. La realtà prima o dopo, potrebbe prendersi una vendetta sulle fantasticherie.

martedì 11 gennaio 2011

Un consiglio a chi vorrebbe la morte (politica) di Berlusconi. Giuliano Ferrara

Nessun uomo pubblico europeo ha mai realizzato un grado così alto di compenetrazione con il suo paese. È questo dato di fatto che rende innocua, litigiosa e inefficace l’opposizione politica e parlamentare, mentre eccita il golpismo costituzionale di una parte dell’establishment politicamente irresponsabile, legato alla cultura, alla chiacchiera, all’editoria e ai quattrini. La pervasività di Silvio Berlusconi è intollerabile per chi abbia un’idea liberal-conservatrice, invece che liberal-democratica, della politica moderna. Un simile leader politico non si può «battere» secondo le regole del gioco, perché è al di là delle regole del gioco, né sopra né sotto ma al di là, e dunque il partito della radicalizzazione e del rinfocolamento si esprime chiaramente in favore di un sovvertimento di tutte le regole, e intende liberarsi di Berlusconi, non sconfiggerlo in regolari elezioni. Lo hanno scritto a chiare lettere: buttiamolo giù con un ribaltone, escludiamolo per decreto dalla gara democratica, e solo dopo votiamo.
Il discorso dei dotti e dei savi diventa poi per un’immaginazione malata, come avvenne giusto un anno fa, lancio di un oggetto contundente contro la testa del tiranno. Oppure, su più vasta scala, degenerazione sociale e politica della piazza in violenza e retorica della società prigioniera, senza futuro.
Ma Berlusconi non cambia. È e resterà nel 2011 anche e soprattutto quello di questi due anni, con il terzo ritorno al governo sull’onda di una specie di selvaggio plebiscito nazionale, con la monumentalizzazione ideologica del discorso antifascista e liberale di Onna, con una politica estera spregiudicata e realista, con il risanamento dei conti e un tentativo di crescita sempre rintuzzato da errori, timidezze e circostanze avverse, e con la lunga campagna di destabilizzazione del governo partita dalla sua vita privata messa sotto l’occhio morboso del buco della serratura e del grande orecchio digitale intercettante.

Una campagna di cui il mostro si nutre, e che rovescia regolarmente contro i suoi avversari. Ci si deve augurare nel nuovo anno, perché il Paese che abitiamo sia accettabilmente soddisfatto delle cose buone che vi accadono, e costruttivamente inquieto per le cattive opere che non mancano, una generale resipiscenza. Una rassegnazione adulta e responsabile, senza resa né disperazione, da parte dei nemici del Cav, affinché si convincano della possibilità di batterlo producendo un’alternativa convincente e non assassinandolo in effigie ogni giorno o delegando il compito alla magistratura politicizzata e militante. E anche una condotta meno convulsa degli affari della maggioranza, e dintorni, con un’idea meno gladiatoria della politica.
Berlusconi in quanto fenomeno non è destinato a scomparire. Non si cambia carattere a settant’anni. Avremo ancora i suoi colori, le sue eccentricità, le sue follie, rabbie e pulsioni generose; anche le sue corrette decisioni, i suoi compromessi, il suo piacionismo universale. Speriamo di avere anche una riforma dello stato fiscale e la crescita che cura il debito pubblico e l’insicurezza del Paese. (Panorama)

In diplomazia vince sempre la comunicazione. Boris Biancheri

Se qualcuno dubita che la comunicazione sia diventata ormai il primo e fondamentale strumento di governo della politica estera e dei rapporti internazionali, mentre la diplomazia tradizionale ha spesso solo una funzione accessoria ad essa, la lunga intervista con l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, David Thorne, apparsa ieri su queste pagine, dovrebbe aver fugato ogni dubbio. Avevamo tutti avuto una clamorosa dimostrazione della formidabile potenza della comunicazione quando è esploso l’affare Wikileaks: la maggior parte delle notizie diffuse da Wikileaks non ha avuto a tutt’oggi né un carattere dirompente né particolarmente innovativo. I giudizi formulati dai diplomatici americani su uomini di Stato e di governo stranieri e sulla loro politica erano spesso già cosa corrente tra gli addetti ai lavori e non di rado ripresa da pettegolezzi o da organi locali.

Quel che ha avuto carattere dirompente è invece che quei giudizi siano diventati pubblici, che ciò che fino a quel momento dicevano tra loro pochi eletti sia diventato da un momento all’altro una cosa nota a centinaia di milioni, a miliardi di persone.

Per quanto concerne i passaggi di Wikileaks che riguardano il nostro Paese - gli apprezzamenti dell’ambasciata di via Veneto nei confronti del presidente del Consiglio e delle sue «distrazioni», le riserve circa i suoi rapporti con Putin, certi giudizi sulla politica energetica italiana e così via - essi avevano già indotto la signora Clinton a incontrare separatamente Berlusconi nel Kazakhstan e ad affermare formalmente che i rapporti tra Stati Uniti e Italia erano e sono eccellenti. Sicuramente, da novembre in poi vi saranno stati altri discreti interventi con Palazzo Chigi, con la Farnesina, con altri membri del governo o con la nostra ambasciata a Washington per chiarire, appianare e cercare di rasserenare l’atmosfera. Ma anche questo non è parso sufficiente: non basta che si convinca la Farnesina o Palazzo Chigi, quel che è importante è che si convinca il pubblico. Ed ecco che scende in campo l’ambasciatore David Thorne e, da Washington, forse dopo essersi consultato con il Dipartimento di Stato, rilascia una inconsueta, franca ed esplicita intervista.

I rapporti tra Stati Uniti e Italia, dice Thorne, non potrebbero essere migliori. Se essi hanno avuto un momento di appannamento è per un errore, è per colpa di Wikileaks e non perché ciò corrisponda o abbia mai corrisposto alle intenzioni dei due governi; per Berlusconi c’è grande apprezzamento e le sue relazioni amichevoli con Putin non destano più preoccupazione; anche l’Eni non costituisce un problema, ora che ipotizza convergenze tra gli oleodotti South Stream e Nabucco. In particolare sul ruolo italiano in Afghanistan l’ambasciatore è stato caloroso, quasi enfatico.

Tutto questo, mi sembra, dimostra tre cose. Dimostra che una fase di appannamento nei rapporti Italia-Usa per certi aspetti c’era stata, che Wikileaks aveva in effetti lasciato molta amarezza nei nostri ambienti politici, ma che tale amarezza era dovuta non tanto ai giudizi in sé che erano stati formulati quanto alla strumentalizzazione che se ne era fatta nelle polemiche politiche di casa nostra. Dimostra anche, se ce n’era bisogno, che Wikileaks è stato davvero un brutto incidente nel tessuto di relazioni internazionali degli Stati Uniti. La diplomazia da sola fa fatica a sanarlo e l’opera di rammendo prende forma non nel negare ciò che è innegabile ma nell’assicurare all’esterno che le difficoltà sono ormai in via di essere superate. E infine dimostra, come si diceva all’inizio, che nel mondo di oggi, sia all’interno delle nostre democrazie sia nei rapporti tra loro, l’arma fatale, quella che può ferire o uccidere l’altro e che poi, all’occorrenza, si deve usare anche per guarirne le ferite, è costituita non da qualcosa di esclusivo o di remoto ma da ciò che è più vicino a tutti noi nella vita di ogni giorno: da ciò che chiamiamo, appunto, comunicazione. (la Stampa)

mercoledì 5 gennaio 2011

Berlusconi non tremonta. Mario Sechi

Berlusconi è cotto. Non ce la fa. Non ha i voti. Dovrà capitolare e passare la mano. Ho perso il conto delle volte in cui questo scenario è stato dipinto dai suoi amici e nemici. Ogni volta, puntualmente, la forza del Cavaliere viene sottovalutata, la sua presa sul Paese e il suo potere di presidente del Consiglio sottostimato. Prima del 14 dicembre ero uno dei pochi - sulla base di un’analisi realista e non sulle fantasie e i desideri - ad affermare che Berlusconi avrebbe conquistato la fiducia e messo Gianfranco Fini all’angolo. Quando tutto questo si è realizzato, a chi mi guardava stupito per il realizzarsi di quanto andavo raccontando ho risposto: la politica si giudica sui dati di fatto, non sulle pulsioni personali di questo o quel leader o, peggio, dei giornali. Ora ci risiamo.

Il primo Cavallo di Troia, Gianfranco Fini, è caduto, ma come si dice a Roma «nun ce vonno sta’» e allora si inventano un secondo kamikaze: Giulio Tremonti. Secondo la vulgata che circola da tempo nel Palazzo e in certi ambienti dell’establishment, Giulio sarebbe pronto a fare le scarpe al Cavaliere con l’appoggio della Lega. Ancora una volta i desideri vengono scambiati per realtà. Conosco il ministro dell’Economia da tanti anni, penso sia una risorsa del Paese, un uomo di rara intelligenza, un politico raffinato, pragmatico, un intellettuale che ha saputo misurarsi con la difficile e spietata arte del governo.

Stimo Tremonti perché nel 2008 ha dato con il suo libro La paura e la speranza una cornice culturale alla campagna elettorale del centrodestra. Giulio ha visto e previsto «l’età del ferro» che stiamo vivendo e si è trovato con l’economista Nouriel Roubini nel club dei pochi che hanno compreso le storture del turbocapitalismo e della globalizzazione. Quelli che danno a Tremonti, anche nel centrodestra, la patente del Bruto della situazione sottovalutano non solo Berlusconi, ma anche il ministro dell’Economia e soprattutto Umberto Bossi, uno dei pochi a poter dare del tu alla politica.

Finché il leader della Lega avrà un rapporto chiuso a doppia mandata con il Cavaliere, ogni ipotesi di cambiamento alla guida del governo, ha il bollino dei marziani. Giulio Tremonti è un ottimo ministro dell'Economia e la sua ragionevole preoccupazione - condivisa con lo stesso Berlusconi, nonostante le differenti posizioni su alcuni punti dell'agenda del governo - è che per portare a termine la legislatura ci vuole una maggioranza autosufficiente.

É questo il punto su cui Tremonti è sensibile. Avendo in mano il portafoglio, non vuole correre alcun rischio. E se voltiamo lo sguardo al passato, è esattamente lo stesso tema dell'agenda di Berlusconi. Qualcuno obietta: questo è il motivo nobile, ma in realtà c'è un altro scenario. Quello per cui andando al voto anticipato, con una centrodestra zoppo (maggioranza certa alla Camera e in minoranza al Senato) alla fine della fiera, il presidente del Consiglio finirebbe per essere non Berlusconi ma Tremonti, ritenuto - a torto o a ragione - capace più del Cavaliere di aggregare altri partiti all'avventura di governo. É uno scenario che non conviene a nessuno, prima di tutto a Tremonti e per questo chi lo dipinge, soprattutto a destra, sbaglia di grosso. Provo a spiegare perché in dieci punti:

1. Tremonti non ha nessuna intenzione di seguire la parabola di Gianfranco Fini, sa benissimo che non si diventa leader contro Berlusconi, ma con Berlusconi;

2. Il ministro dell'Economia è un socialista liberale, non è un nemico del mercato, nè un uomo di sinistra né un centrista che ha preti e cardinali da schierare;

3. Tremonti con il Carroccio e Bossi ha un rapporto speciale, ma la politica per l'Umberto è Machiavelli sciacquato nel Po e non bisogna mai dimenticare che già una volta Tremonti fu costretto a dimettersi e la Lega non fece nulla per evitare la sua capitolazione per mano del subgoverno An-Udc impersonato da Fini e Casini;

4. Tremonti è un punto di riferimento del centrodestra, l'hardware e il software della politica economica, ma non è mai stato testato elettoralmente. Nessuno, nemmeno lui, sa quanto può valere dentro l'urna;

5. Tremonti a differenza di Fini è intelligente;

6. La magistratura è un potere fuori controllo per tutti, Tremonti compreso. E una sua discesa in campo sarebbe un boccone succulento per le toghe militanti che sognano la rivoluzione giudiziaria. Basta ascoltare le cose che raccontano Marco Travaglio e Milena Gabanelli per rendersi conto che il combinato-disposto informazione-pm è in fase di lancio;

7. Tremonti è un uomo con un carattere a tratti spigoloso, ma è leale e l'ha dimostrato;

8. Con Berlusconi e Letta, Tremonti è uno dei lati del triangolo che rappresenta il moderno centrodestra italiano;

9. Il ministro dell'Economia è stimato in patria e all'estero, ha un capitale personale da spendere bene e non ha alcuna intenzione di bruciarlo nel camino di quelli che sognano la caduta di Berlusconi hic et nunc. Tremonti è foderato d'amianto;

10. Tremonti sa che in Italia si governa con i voti e che i voti determinanti non li ha solo Bossi, ma anche e soprattutto Silvio Berlusconi. Chi immagina scenari da senato romano, pugnali sotto le tuniche e dialoghi da alto tradimento può mettersi l'animo in pace. Berlusconi ha il consenso e Bossi ha la consapevolezza che la forza della Lega e il controllo del Nord passano ancora attraverso la figura e i voti del Cavaliere. Questo significa una cosa molto semplice: se ci sono i voti la maggioranza va avanti, lo vuole la logica, lo vuole il Paese, lo comprende Bossi e lo sa benissimo anche Tremonti. Se invece i voti mancheranno, si andrà a votare e, state sicuri, Berlusconi, Bossi e Tremonti saranno, ancora una volta, dalla stessa parte. Per ora, Silvio non tremonta. (il Tempo)

L'attacco al Papa dimostra una volta per tutte cos'è l'islam "moderato". Carlo Panella

Le parole intollerabili e intolleranti pronunciate da Ahmed al Tayeb, la più alta carica islamica dell’Università di al Azhar, demoliscono senza pietà le facili tesi che attribuiscono ai terroristi di al Qaida la responsabilità delle violenze e del martirio di centinaia di cristiani in terra di Islam. Parole che esprimono astio, maleducazione addirittura, che non tollerano che un cristiano parli nemmeno di quanto accade nell territorio abitato dalla Umma. Parole intrise di falsità, perché il Papa, ovviamente non Benedetto XVI°, ma il suo predecessore Giovanni Paolo II, ha sempre avuto parole sentite di compassione e di pietà per i musulmani morti in Iraq ad opera di altri musulmani, sia per la guerra voluta da George W. Bush da lui inequivocabilmente condannata.

Chi nella chiesa, come il cardinale Fitzgerald (responsabile per anni del dialogo interreligioso e oggi nunzio apostolico proprio al Cairo), ha sempre dipinto al Azhar e il suo vertice come interlocutore moderato e affidabile, tanto da aver organizzato addirittura un incontro in Vaticano, poi sfumato, con l’allora rettore di al Tantawi, deve ora prendere atto di essersi sbagliato. Al Tayeb ha fama, meritata, di essere il più moderato tra i moderati, ma in questa sua inaccettabile polemica con Benedetto XVI° dimostra di essere anch’egli intollerante, fazioso, estremista e soprattutto inaffidabile. Perché le sue parole a favore di una convivenza pacifica tra cristiani e musulmani in Egitto, alla luce di queste critiche rivolte al Papa, significano solo che i cristiani devono accettare di sottomettersi ai musulmani. E’ questo quel che pensano ormai sempre di più i musulmani moderati, è in questo humus che cresce poi la mala pianta del terrorismo. Da anni in Egitto cristiani vengono uccisi da folle inferocite che intendono impedire loro di costruire nuove chiese, spesso anche di rparare quelle esistenti. Da anni, con ben più di cento cristiani copti massacrati da folle di musulmani o da kamikaze, gli autori e gli incitatori dei pogrom anticristiani in Egitto non vengono perseguiti dalle autorità giudiziarie, ma non vengono neanche colpiti da una dura e responsabile fatwa di al Azhar che si limita a blande esortazioni di pace.

Che la realtà sia quella di un Islam moderato che moderato non è che si dimostra sempre più aggressivo e intollerante verso i cristiani è dimostrato da quello che accade in tutto il mondo musulmano: in una Algeria “laica” in cui è stata da pochi anni introdotta una pena di due anni per i cristiani che tentino di convertire un musulmano, dalla legislazione che in quasi tutti i paesi musulmani condanna a morte i cristiani che facciano proselitismo, dai pogrom della Nigeria, e dell’Indonesia, dalle continue decapitazioni di filippini cristiani in Arabia saudita, dalla permanenza della Blasphemy Law in Pakistan che ha portato alla condanna di centinaia di cristiani per accuse pretestuose di avere offeso Allah o il Profeta, dalle impiccagioni eseguite in Iran di cristiani protestanti, dalle condanne a morte per apostasia emesse in Afganistan.

L’intolleranza, lo spirito jihadista, la risoluzione dei conflitti solo e unicamente attraverso la violenza stanno prendendo sempre più piede in un mondo musulmano che peraltro si dimostra sempre più incapace di modernizzarsi, di esprimere una propria cultura non declamatoria e capace di fertili innovazioni sono perfettamente rappresentate nelle parole d’odio verso il Pontefice pronunciate da Ahmed al Tayeb. Si prenda atto di questa realtà, ne prendano atto anche gli amici di Sant’Egidio che con al Tayeb hanno organizzato molti incontri, convinti della sua moderazione. Può darsi che abbia ragione Antonio Ferrari sul Corriere quando spiega che al Tayeb, effettivamente moderato e laureato alla Sorbona ha preso questa posizione per non rompere con la fortissima pressione estremista che sente anche dentro al Azhar. Ma è una spiegazione che non cambia nulla: al Tayeb, moderato o meno che sia ha espresso una posizione degna di un fondamentalista musulmano, ha eccitato gli animi dei musulmani contro il Pontefice di Roma. Questo è agli atti. Questo è da irresponsabile.

Una sorta di “isteria” islamica, di immotivato complesso di superiorità dell’Islam su tutte le altre fedi (ampiamente peraltro celebrato e descritto dal Corano), sta sempre più prendendo piede nella umma e vanifica tutte le illusioni sugli effetti del dialogo interreligioso. Da qui nasce e cresce la cristiano fobia di cui, finalmente, parla il pontefice tedesco, dopo che per anni la Chiesa aveva taciuto sulle persecuzioni dei cristiani nel nome di un mal interpretato dialogo interreligioso.

C’è sempre meno spazio nel mondo musulmano per fare riferimento allo spirito delle sure che Maometto dedicava alla pace con cristiani ed ebrei nella sua prima predicazione alla Mecca, che da anni ci sentiamo riproporre dai leader musulmani, che però mai hanno fatto gesti concreti perché venissero concretizzate. C’è solo spazio per aderire allo spirito delle invettive contro cristiani ed ebrei che Maometto ha dettato successivamente alla Medina, là dove agiva come un generale armato di spada e ordinava di massacrare ben 650 ebrei inermi di una tribù medinense che aveva accusato, ingiustamente, di tradimento: “ Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non pagano il tributo, uno per uno umiliati”(Corano, IX 29)[1]

Il più schematico e dogmatico teologo islamico Ibn al Taymmyya, che nel tredicesimo secolo predicava l’obbligo di sottomettere i cristiani e di impedire loro di riparare le chiese, affinché crollassero, è ormai il riferimento diretto o indiretto di milioni e milioni di musulmani.

E non può essere altrimenti, perché l’Islam, questo Islam “moderato” non è minimamente in grado di contrastare neanche sotto il profilo ideale o teologico l’islam al qaidista o terrorista che ormai si spande a macchia d’olio dall’Indonesia alla Nigeria, riattizzando anche quella guerra civile tra sciiti e sunniti che pure lo aveva devastato nel settimo secolo, ma che da allora si era ricomposta. Migliaia sono i musulmani sterminati da musulmani nelle moschee della umma, ma al Azhar, a fronte di questo scempio, tace, al massimo sussurra. Ed è un pessimo spettacolo. (l'Occidentale)

1. Il Corano, op. cit., p. 135

martedì 4 gennaio 2011

Il fulgido esempio dei doppiopesisti. Mario Sechi

Premessa: qui a Il Tempo non ci piace la magistratura d’assalto, ricordiamo sempre che il simbolo della legge è la bilancia, ci fanno orrore le sentenze preventive. Per queste semplici ragioni non mi bevo come nettare miracoloso i verbali delle procure e osservo che troppo spesso le inchieste iniziano con presunti colpevoli e finiscono con certissimi innocenti. E per questo credo che il signor Finocchiaro, il marito di Anna, capogruppo del Pd al Senato, sia al massimo un ingenuo. E sempre per queste ragioni penso che le accuse della Caritas alla giunta comunale dell’Aquila - e al suo sindaco Massimo Cialente - siano da pesare. In ogni caso, questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana e, in particolare, la sinistra nel suo complesso. Se al posto del marito della Finocchiaro ci fosse stato, che ne so, il marito di Maria Stella Gelmini e se al posto del sindaco Cialente ci fosse stato, così tanto per gradire, Gianni Alemanno, secondo voi, cari lettori, cosa sarebbe successo? Immagino la scena: dichiarazioni sdegnate della Finocchiaro in Parlamento che chiedeva le dimissioni del ministro; interrogazioni e interpellanze dei democratici contro il primo cittadino della Capitale; titoloni cubitali dei giornaloni, servizi televisivi dove venivano intervistati gli studenti universitari che esprimevano il loro sdegno per la ministra tagliabilanci; marce di intellettuali e Ong sotto il Campidoglio e articolesse grondanti di vibrante protesta e severa indignazione. Due pesi, due misure. Questo è il fulgido esempio che viene dai sinistrati del Belpaese.

A Palermo, a Catania e all’Aquila, dove il Progresso perde sistematicamente le elezioni ma riempie le piazze di minoranze rumorose, si consuma una nemesi dell’opposizione. Quella che in Sicilia teorizza il Pdl come partito-mafia e in Abruzzo scarriola contro un governo che ce l’ha messa tutta per dare una casa ai terremotati e affrontare un’immane tragedia. Non mi interessano le contese giudiziarie, le lasciamo ai magistrati e speriamo vivamente che si chiudano nel migliore dei modi, ma siamo invece molto attenti al costume politico, ai suoi tic, alle sue ipocrisie e mancanze. Uno dei motivi per cui il sistema politico italiano è bloccato alla contesa tra berlusconiani e antiberlusconiani è proprio questa incapacità di fare autocritica da parte della sinistra, l’assoluta impermeabilità alla civiltà del dibattito e al rispetto dell’avversario. Forti della barzelletta della presunta superiorità morale, hanno raccontato al Paese per decenni di essere «diversi» e se qualcuno veniva beccato con le mani nella marmellata (o sulla pistola) erano solo e soltanto «compagni che sbagliano». Mi dispiace, ma non è così. Noi quella favoletta non ce la sorbiamo. La sinistra non ha niente di superiore, semmai ha un passato imbarazzante (ricordate il comunismo?) e un presente da raccontare nel bene e anche nel male. Non sto dicendo che i partiti sono tutti uguali, non cado nel qualunquismo del «magna magna» e sciocchezze simili. A destra e a sinistra ci sono fior di galantuomini. Ma nella gestione del potere emergono debolezze, fatti privati e pubblici, comportamenti disinvolti e arroganti che non sono esclusiva di un partito, sottoprodotto di un gruppo di persone. La rappresentazione che la sinistra ha voluto sciaguratamente dare del Paese e della sua storia contemporanea è un boomerang che a ondate si abbatte contro i postcomunisti.

La loro ipocrisia ha dipinto una realtà che non esiste, un mondo spaccato in due, hanno fornito una versione manichea della vita sociale che gli si sta rivoltando contro. É dai tempi di Berlinguer che vanno avanti con il mito della «diversità» e della superiorità antropologica e culturale. Solo che Berlinguer era comunista, lo era fieramente e non ripudiò neppure per un minuto la sua ideologia. I suoi eredi invece, «i ragazzi di Berlinguer» hanno sciolto il Pci e si sono scoperti post-tutto, post-muro e post-qualcosa pretendendo di essere «diversi» e migliori. E a forza di ripeterselo ci hanno creduto. E il risultato di questo mantra è sotto gli occhi di tutti. Dal governo centrale a quello locale, i postcomunisti hanno deluso, lasciato macerie e mai fatto un passo avanti verso quell’Italia moderata, di centro-destra, che merita più attenzione e rispetto. Chi vota per il centrodestra non ha l’anello al naso, non è un lobotomizzato del Biscione, non parla solo del Milan e delle veline di Striscia la notizia. All’Aquila abbiamo assistito a una ignobile campagna di carriolanti che hanno strumentalizzato un evento come il terremoto a fini esclusivamente politici. Per mesi e mesi è stato narrato un mondo dove il governo Berlusconi se ne infischiava dei terremotati, degli aiuti, della zona rossa, della ricostruzione. Era come se a Palazzo Chigi ci fosse un’orda di barbari impegnati a banchettare sul tavolo mentre sotto le tende dell’Aquila si soffriva e pregava per il ritorno del Pd alla guida del Paese. Uno spettacolo misero che i terremotati per primi non avrebbero meritato. Poi leggiamo che la Caritas aveva milioni di euro di buoni progetti e al Comune hanno pensato bene di respingerli al mittente. Avranno avuto le loro ragioni, non ne dubito, ma in onore di quella trasparenza che hanno sempre invocato, per rispetto dei tanti italiani che hanno messo i soldini e spedito un aiuto, avrebbero potuto spiegare bene il per come e il perché di certe scelte.

A Gianni Chiodi, governatore dell’Abruzzo, non si perdona niente e tutti sanno che disastro sta affrontando: ha ereditato un bilancio regionale a pezzi e in Abruzzo prima non governavano i marziani ma la sinistra illuminata e sindacalista. A Palermo e a Catania si è parlato a ogni piè sospinto di corruzione, collusione con la mafia, nepotismi e favoritismi a senso unico. E ora scopriamo che il signor Finocchiaro aveva un suo appaltino di cui a noi non importa un fico secco se non fosse che la moglie Anna tutti i giorni fa il predicozzo al governo e lo dipinge come un manipolo di conquistadores che stanno massacrando gli italiani a colpi d’ascia. La macelleria sociale di cui parlano con enfasi i signori e le signore dell’opposizione è quella che dimentica la realtà e la deforma, la porta verso un dibattito pubblico che è un pozzo avvelenato e poi quell’acqua putrida viene data da bere a tutti i cittadini. A giudicare dai risultati elettorali degli ultimi anni, non hanno grande successo, ma stendono un mantello plumbeo sul dibattito politico, quel minimo che era rimasto, e fanno suonare a morto le campane del Parlamento. (il Tempo)

Non più Occidente. L'Islam adesso punta ai cristiani. Marcello Veneziani

Col nuovo decennio il fanatismo islamico ha fatto un salto di qualità: il suo nemico principale non è l’Occidente americano, ma la Cristianità. Una lunga scia di sangue e di attentati, dal Sudan al Pakistan, dalle Filippine al Libano, dall’Irak all’Egitto, mostra che il passaparola è uno: terrorizzare i cristiani, colpirli e perseguitarli. E si teme ora per il Natale copto-ortodosso di venerdì e per il voto in Sudan di domenica. Di ogni strage si è cercato di dare finora una ragione locale, da conflitto interno ai Paesi, come quello egiziano tra copti e islamici. Ma quando i massacri colpiscono i cristiani in Paesi diversi e anche lontani, hai la sensazione che - come ha denunciato il Papa in solitudine - oggi il nemico mondiale dell’islam fanatico sia la civiltà cristiana.
Provo a dare una spiegazione: l’islam fanatico ha bisogno di un nemico per compattare i suoi credenti e richiamare sotto le bandiere feroci di Al Qaida i popoli che si ispirano ad Allah. L’America è stata finora il Nemico Principale, ma ora è caduto in sonno perché Obama non è Bush, e per i fanatici è importante che il Nemico abbia anche un volto e un nome. Al di là delle dicerie sulla sua matrice islamica, il colore della pelle e la provenienza etnica di Obama, e il suo legame più labile con Israele, lo rendono meno indigesto agli arabi e agli islamici tutti. Di conseguenza la Cristianità assurge a Nemico Simbolico, vista come la Religione dell’Occidente; di conseguenza le popolazioni arabe, egiziane, pachistane, sudanesi o egiziane che seguono la religione cristiana sono considerate traditrici. Intelligenza col Nemico, la cristianità come veicolo di occidentalizzazione.

Non ho mai creduto alla guerra di religione ed ho scritto in passato che gli obbiettivi del fanatismo islamico erano sempre rigorosamente laici e riguardavano l’Occidente della finanza e del materialismo americano. Non a caso l’11 settembre colpirono le due Torri a New York e non la basilica di San Pietro a Roma. E così gli obbiettivi seguenti, da Londra a Madrid ai tentativi sparsi in Occidente, colpivano la metro e la City, non la cattedrale di Saint Paul o la Sagrada Familia di Barcellona. Ora qualcosa è cambiato, si avverte una svolta e questo ci chiama in causa anche in quanto europei. Perché, anche se noi non lo ricordiamo, l’Europa è comunque vista nell’islam e nel mondo come la culla della cristianità, cattolica e protestante. L’Europa, lo scrivevo già prima della strage di Alessandria, dovrebbe far sentire la sua voce, accompagnare l’appello del Papa che parla nel nome di una grande religione disarmata, senza pasdaran. Perché, al di là delle confessioni, c’è la nostra civiltà, e noi non possiamo tirarci indietro nel difendere in quei cristiani massacrati anche la nostra civiltà, il nostro rispetto per i diritti delle persone e dei popoli e la loro libertà di culto. Un regista iraniano in cerca di pubblicità-martirio, variante islamica della pubblicità-progresso, desta da giorni in Occidente una vistosa solidarietà perché è stato condannato a sei anni dallo stesso regime che ha finanziato fino a ieri i suoi film, ma è a piede libero perché è solo al primo grado di giudizio. Intanto decine di cristiani vengono massacrati nel silenzio dell’Occidente, milioni di cristiani che rischiano la vita solo per andare in chiesa vengono considerati come un affare interno ai Paesi sovrani. Quando penso a quella gente uccisa solo perché crede in Cristo, quando rivedo quell’immagine di Cristo d’Alessandria schizzata di sangue dei suoi credenti, ripenso al nostro Paese e ai suoi tetri scristianizzatori. Ripenso per esempio alla scuola elementare di Livorno dove il direttore ha vietato i canti religiosi per Natale, per non offendere gli islamici. Ripenso al consiglio d’istituto di Cardano al Campo, nel Varesotto, che ha vietato al parroco di entrare nelle scuole di ogni ordine e grado per la benedizione natalizia (e poi s’indignano per settimane intere per i simboli leghisti di Adro). Ripenso alle insegnanti della scuola elementare Santa Caterina di Cagliari che hanno disertato e fatto disertare la recita natalizia «per rispetto dei bambini musulmani». Ripenso alla scuola materna Casa del Bosco di Bolzano che ha cancellato le canzoni natalizie che citano Gesù, noto terrorista come Battista. Ripenso ai presepi cancellati, a Verona e non solo. E potrei a lungo continuare con uno sciame di idioti, tra insegnanti, collettivi e genitori democratici che fanno del male ai bambini, islamici inclusi, privandoli del piacere di una festa pacifica, serena, gioiosa, che unisce e non discrimina nessuno. E violentano le nostre tradizioni, si vergognano della nostra civiltà cristiana, si prostituiscono all’islam che nemmeno gradisce l’offerta. Scommetto che tutta questa gente è di sinistra, legge e porta in classe giornali di sinistra. Li ripenso tutti insieme questi incivili di ritorno, questi buonisti sterminatori di innocue tradizioni di fratellanza mentre vedo quei cristiani massacrati dall’odio del fanatismo islamico ad Alessandria. E dico nel nome di quella gente, di quei bambini uccisi, di quelle facce ridotte a maschere di sangue e di quel Cristo che ha ripreso a sanguinare: vergognatevi. (il Giornale)

lunedì 3 gennaio 2011

Il centrodestra prenda esempio da Marchionne e combatta i poteri forti. Giuliano Cazzola

Dopo Mirafiori la Newco Fiat-Chrysler arriva anche a Pomigliano d'Arco. I dipendenti di quello stabilimento sono riassunti ex novo, con l'applicazione del contratto stipulato l'estate scorsa, che tante polemiche ha sollevato, benché fosse stato approvato da una netta maggioranza di lavoratori in occasione del referendum.

La novità di questi giorni - a causa della quale si sprecano analisi deliranti ed epiteti vergognosi nei confronti di Sergio Marchionne - riguarda la definizione dei criteri della rappresentanza sindacale: tanto a Mirafiori quanto a Pomigliano l'ad italo-canadese ha trovato una soluzione dotata di un valido fondamento giuridico (l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori del 1970) per estromettere la FIOM dalla gestione degli accordi aziendali. La norma della legge n.300 fu manipolata da un quesito referendario (presentato e sostenuto nel 1995 dalla sinistra sindacale tra cui ampi settori della stessa FIOM) tanto da riconoscere il diritto di costituire rappresentanze sindacali aziendali (RSA) soltanto alle organizzazioni firmatarie del contratto che si applica nella azienda. E' vero. Intese contrattuali precedenti e successive hanno istituito le RSU, ma il destino ha voluto che toccasse proprio alla FIOM, sempre pronta a rivendicare, insieme alla CGIL, norme di legge al posto di disposizioni contrattuali ( lo abbiamo potuto notare recentemente durante il dibattito sulla conciliazione e l 'arbitrato) incontrare sulla sua strada una impresa che le ha sbattuto in faccia proprio una norma di legge, per di più scritta nel sancta sanctorum del diritto del lavoro.

Il ragionamento del Lingotto non fa una grinza: chi firma gli accordi e li condivide, è titolato a gestirli; si è mai vista - sembra chiedere l'ad - una persona assennata che mantiene e lascia prosperare in casa propria i suoi nemici? Di questo si tratta, in pratica. La Fiat avrà pur diritto alla legittima difesa. E quindi avverte l'esigenza di risolvere una situazione di conflittualità irriducibile e permanente che rischia di far fallire miseramente gli investimenti programmati nel Progetto Italia. Può una società multinazionale permettersi il lusso di gettare alle ortiche le risorse destinate a riordinare la sua presenza nel mondo, ritrovandosi tra qualche anno a dover constatare che gli stabilimenti italiani non producono reddito?

E' singolare che in tanti si siano precipitati in soccorso della FIOM emarginata ed esclusa. Lasciamo da parte - per carità di patria - gli appelli degli intellettuali di regime. Prendiamo piuttosto in considerazione posizioni più serie, ma ugualmente discutibili. Il Pd si è spaccato in tanti pezzi. Alcuni esponenti hanno mandato a quel paese Landini e i suoi sfasciacarrozze. Ma la linea ufficiale è al solito ambigua: bene le intese, male l'aver escluso la FIOM. Come se non fossero due facce della stessa medaglia.

Ma a stupire maggiormente è stata la Confindustria, subito pronta ad accogliere il grido di dolore di Susanna Camusso e ad annunciare la disponibilità di aprire un tavolo di confronto sulla rappresentanza aperto a tutte le confederazioni. Certo, la CGIL sta dando segni visibili di dissenso verso la linea di condotta della FIOM, ma avrà la forza ed il coraggio di arrivare fino in fondo?

Qualche problema comunque si pone. Portando alle estreme conseguenze la linea di Marchionne ed estendendola ad altre realtà si rischia che la situazione scappi di mano e che altri settori o stabilimenti si facciano il loro contratto. La rottura di Marchionne è stata comunque salutare. Poi spetta ai gruppi dirigenti riordinare la materia, auspicabilmente in avanti, se ne saranno capaci. Anche la politica deve molto a Sergio Marchionne. L'ad italo-canadese ha dimostrato che si possono sfidare i poteri forti e che si possono compiere anche delle scelte difficili.

Il centro destra ha molto da imparare da Marchionne. L'attuale governo ha sempre cercato di girare al largo degli argomenti politicamente sensibili (si pensi alla scelta di archiviare qualsiasi ipotesi di revisione dell'articolo 18 dello Statuto o di non prendere di petto il tema delle pensioni). Ha avuto in cambio una guerra senza quartiere da parte della CGIL. Non è forse venuto il momento di porsi un interrogativo? Quando un sindacato si trasforma ed agisce come un partito politico di opposizione un Governo è legittimato a difendersi e a reagire in proprio oppure deve aspettare che il destino gli mandi un castigamatti con il maglione blu? (l'Occidentale)

domenica 2 gennaio 2011

Vergogniamoci, per Battisti. Davide Giacalone

Questa storia di Cesare Battisti è vergognosa, non c’è dubbio, ma noi italiani faremmo meglio a non recitare unicamente la parte degli offesi. Si tratta di un volgare assassino e ladro, che solo un’accolita di intellettualoidi idioti possono scambiare per una specie di martire politico, ma in questa faccenda noi paghiamo colpe collettive. Che sono reali. Ho visto che molti chiedono al governo di far la faccia feroce, così come ci sono ministri che straparlano di boicottaggi commerciali. Invece dovrebbero boicottare sé stessi, perché di quel che accade sono largamente responsabili. Battisti merita di scontare la galera a vita, ma meritava anche un processo al quale potesse prendere parte. L’idea di processare in contumacia dei cittadini italiani di cui si conosce benissimo l’indirizzo non è affatto accettabile: si sarebbe dovuto chiedere alla Francia di riaverlo e, quindi, di processarlo. Farlo in sua assenza, nel mentre quello si proclama perseguitato, serve solo a perdere tempo e dimostrare di avere un’idea approssimativa di cosa sia la giustizia.
Visto che andiamo incontro alle orride e inutilissime ritualità d’inizio anno, con le geremiadi giudiziarie, si sappia che quelle parole fanno il giro del mondo. E se i più alti gradi della magistratura dicono che la giustizia italiana fa schifo, se il capo del governo conferma d’essere perseguitato, quindi la giustizia fa schifo, se l’opposizione lamenta che il capo del governo non è ancora stato condannato, quindi la giustizia fa schifo, cosa credete che ne concludano gli altri? Che in Italia la giustizia fa schifo. E hanno ragione.
Posto ciò, trovo grottesca la commedia inscenata da chi reclama, per Battisti, la certezza della pena. Sono assolutamente convinto che dovrebbe scontarla, ma credo debbano farlo tutti i condannati. Se Battisti fosse rimasto in Italia, invece, sarebbe libero. Come lo sono quasi tutti i terroristi. Come lo sono migliaia di mafiosi. Migliaia. Non solo: ci siamo resi globalmente protagonisti di una storia da mentecatti, con gli statunitensi che tenevano in carcere una nostra cittadina, regolarmente condannata, e noi la reclamavamo per poterla liberare e mettere a libro paga dello Stato: Silvia Baraldini. Arrivammo al ridicolo di farla ricevere dal ministro della giustizia, Oliviero Diliberto. Non crediate che ci si possa comportare da buffoni per anni e, poi, essere presi sul serio quando ci si arrabbia.
Anche perché le autorità s’arrabbiano solo a favore delle telecamere interne, per recitare la parte. La sostanza è diversa e quando Silvio Berlusconi sbotta “se lo tengano”, dice quel che pensa, quel che non si può dire, ma quel che non è privo di saggezza e convenienza (pensate all’eventualità di un suo ritorno, pentimento e liberazione: altra figura meschina). Quel che escludo è che un pragmatico come il presidente Lula abbia negato l’estradizione per ragioni ideali. La verità è che quella decisione sta nel conto dei rapporti fra Brasile e Italia.
Sono stati buoni e profittevoli per molti anni. Il Brasile è fatto anche da italiani. Abbiamo multinazionali che hanno investito molto, in Brasile, e fatto ottimi affari. Ma siamo anche il Paese che, a un certo punto, ha preferito gli affaristi agli affari, che s’è fatto conoscere con il volto di chi privilegiava l’arricchimento personale sul crescere in un Paese in crescita. Fanno ridere, quelli che ora reclamano l’embargo: sveglia, ragazzotti brilli, lo abbiamo subito. Le nostre presenze industriali si sono ridotte, le commesse pubbliche a noi dirette sono diminuite, talora lavoriamo come fornitori di altri appaltatori, il tutto mentre il mercato brasiliano registra crescite straordinarie. Sono i brasiliani che possono punirci tenendoci fuori, mica noi che possiamo vendicarci non importando calciatori e travestiti.
Le missioni governative sono state gestite con una superficialità e con una non professionalità sbalorditive. Il presidente di una potenza economica mondiale è stato da noi ricevuto come se fosse il capo di un mondo che si divide fra samba e caipirinha. Ho l’impressione che Lula avesse voglia di lasciare la presidenza avendo assestato un bello schiaffone sulle gote italiane. E lo ha fatto.
Sicché, non prendiamoci in giro, quel che è capitato con Battisti è vergognoso, ma anche nel senso che dobbiamo vergognarci. Se politica e governo vogliono rendersi utili, senza limitarsi a sgambettare sul palcoscenico dell’indignazione, dedichino il loro tempo a rendere civile la nostra giustizia, certo il diritto e seria la politica estera (che è anche economica e commerciale). A proposito: gli spioni italiani che inquinarono anche la vita brasiliana ancora attendono un processo che stabilisca cosa è successo e chi lo volle. Paghiamo anche questo, e con gli interessi

Fisco sleale. Davide Giacalone

Combattere l’evasione fiscale è cosa buona e giusta, ma l’impressione è che le armi siano puntate verso i cittadini onesti. La solfa è sempre la stessa: chi non sgarra non ha alcunché da temere. Ma ci crede solo chi non ha mai avuto contenziosi con l’amministrazione fiscale, perché, in quel caso, avere ragione ed essersi comportati correttamente è solo un dettaglio. Gli evasori veri non hanno mai temuto troppo il fisco, cosa che, paradossalmente, non possono dire gli onesti. E, oggi, non c’è motivo d’essere sereni. Al governo siede una maggioranza di centro destra che definiva “stato di polizia” le misure proposte dalla sinistra, consistenti nel controllo occhiuto dei pagamenti fatti in contanti. Ma è lo stesso governo che sta muovendosi in direzione non diversa: tracciabilità dei pagamenti al di sopra dei tremila euro e redditometro. Sono gli strumenti sempre uguali, destinati ad evidenziare presunte incongruità, ma a servire pochissimo per combattere gli evasori professionali. C’è di più: il governo s’è presentato reclamando la necessità di rendere assai più veloci i tempi per creare le imprese, addirittura proponendo che fossero operative in un solo giorno. Ora, invece, il fisco si prende trenta giorni per stabilire se una nuova partita Iva può o meno fare operazioni con l’estero. Sappiamo tutti che i pagamenti in bigliettoni possono mascherare l’emersione di quattrini guadagnati in nero e che le operazioni con l’estero possono mascherare i caroselli che servono a creare fondi neri, ma sappiamo anche che queste nuove restrizioni, questi ulteriori termometri di affidabilità fiscale ben difficilmente colpiranno i delinquenti, mentre si accaniranno sui cittadini per bene.
E allora? Allora le cose stanno in questi termini: fino a quando il gettito fiscale sarà considerato servente del debito e della spesa pubblica, dati per immodificabili, non ci sarà distinzione fra destra e sinistra, sopra e sotto, ma una comune necessità di mettere le mani dentro le tasche di quelli che non vogliono o non riescono a sfuggire. Il resto, sia detto con rammarico, è solo propaganda. Il mondo politico s’appassiona molto al dibattito sul federalismo fiscale, i cittadini meno, e la ragione è semplice: pago tutte le tasse, sicché versarle all’uno o all’altro cambia poco, quel che m’interessa è il totale. C’è la speranza che la pressione fiscale diminuisca? La risposta è: no. Il resto non è rilevante.
Per uscirne si dovrebbe essere capaci non di tagliare, ma di modificare strutturalmente la spesa pubblica. Gli operai Fiat hanno capito che lo scambio fra meno rigidità e più salario è vantaggioso, i cittadini capirebbero il guadagno nello scambiare meno protezioni con meno spesa pubblica, quindi anche meno tasse. Ma è la politica, che campa di spesa pubblica, a non capirlo. A non volerlo. E, per giunta, a non saperlo fare. Stiano attenti, però, perché gli evasori conteranno sempre su un condono, mentre insolentire gli onesti, trattandoli da delinquenti, può indurli a non essere sempre tolleranti.

venerdì 31 dicembre 2010

L'ho indagato e so che è indifendibile. Guido Salvini*

Quindi il Presidente Lula non intende estradare Battisti per proteggerne «l’integrità fisica». Un’idea incomprensibile per chi come me ha seguito una parte delle indagini sui Proletari Armati per il Comunismo di Battisti e ricorda bene la scia di dolore, l’«integrità fisica» delle vittime davvero perduta per sempre, che le loro gesta gangsteristiche, disprezzate persino dalle Brigate Rosse, hanno lasciato alle spalle.

Ma l’idea di Lula non si comprende in pieno se non si pone attenzione a una certa cultura da cui proviene. Il Brasile ha una storia lunga e anche recente di banditismo giustizialista, soprattutto rurale, i cui protagonisti erano pseudogiustizieri al confine tra crimine e ribellismo politico e alcune volte ottenevano, come i nostri briganti, anche ammirazione.

Per questa ragione Battisti, che uccideva i negozianti e le guardie penitenziarie che gli erano antipatiche, ha avuto la fortuna di trovare il posto giusto in cui rifugiarsi. Ricordiamo del resto che prima di diventare un terrorista e poi un romanziere di successo Battisti era semplicemente un ex-malavitoso politicizzatosi in carcere.

Con la scelta cui si prepara, il Presidente brasiliano forse eviterà di sostenere che Battisti è un innocente perseguitato, idea difficile visto che a suo carico ci sono sentenze alte come guide del telefono, ma più semplicemente, con un corto circuito frutto di una cultura più che di una strategia internazionale, che è un fuggiasco da ospitare e proteggere.

Ciò che infastidisce, e non poco, di questa scelta è il presupposto che Battisti sarebbe esposto in Italia a persecuzioni legali o extralegali. Dopo gli anni di piombo la nostra Giustizia ha processato quasi 3000 terroristi sempre con giudizi regolari in cui tutti hanno avuto diritto alla difesa. Grazie alle leggi sulla dissociazione e a benefici penitenziari la quasi totalità è tornata libera con tempi e modi che non suonano come persecutori ma che semmai hanno causato proteste dei parenti delle vittime. Sofri e Toni Negri non sono sepolti in uno Spielberg e la terrorista Baraldini estradata dagli Usa e malata, non giace in un Lazzaretto. Né in detenzione né dopo la scarcerazione nessun ex terrorista ha subito torture o è stato fatto scomparire illegalmente da apparati dello Stato o bande di poliziotti. Tutti coloro che non hanno più commesso reati vivono tranquillamente spesso ben reinseriti nella società e la nostra Giustizia, il caso Abu Omar insegna, non tollera violenze o rapimenti nemmeno in danno di stranieri.

Il popolo brasiliano suscita in noi giusta simpatia per la vitalità che esprime a dispetto delle difficoltà in cui vive. Nonostante l’offesa, ci deve restare amico. Ma il suo Presidente sa che gli squadroni della morte hanno agito non in Italia, ma nelle città del Brasile ove poliziotti e paramilitari hanno giustiziato sommariamente ogni notte ladruncoli e meninos de rua, i ragazzini che vivono nelle strade e la situazione delle sue carceri non è certo migliore. Il Presidente Lula dovrebbe guardare la trave nel suo occhio, poi forse le pagliuzze in casa altrui. ( il Riformista)  *giudice

giovedì 30 dicembre 2010

Perché il generale (innocente) è stato condannato. Carlo Panella

Il generale dei carabinieri Gampaolo Ganzer, comandante dei Ros, non solo è innocente, ma soprattutto è apparso pienamente innocente durante il processo che ha dovuto subire per la improvvida decisione della Procura di Milano. Però, il Tribunale di Milano, l’ha condannato e il modo e le motivazioni di questa condanna costituiscono un vulnus gravissimo alle nostre istituzioni. In piene festività natalizie la corte milanese ha inondato tutti i media italiani di affermazioni gravissime, al di là dell’insulto, sul carattere, le attitudini, le prevaricazioni, i tradimenti, insomma, di cui Ganzer sarebbe responsabile. Uno straordinario ufficiale, che ha dato sempre prova di eccezionali capacità investigative, negli ultimi trenta anni, che dirige da un quindicennio con risultati eccellenti il principale organo investigativo, i Ros, che ancora negli scorsi mesi ha diretto le indagini su Finmeccanica, Telecom-Fastweb, Protezione Civile, appalti e Enav, che negli ultimi 5 anni ha arrestato 56 latitanti di Mafia e narcotraffico, sequestrato 2 miliardi e mezzo di euro e 15 tonnellate tra beni e sostanze stupefacenti, è stato così umiliato, insultato, accusato di infamie immonde, senza alcun fondamento.

Tanto sono infatti terribili e indelebili gli insulti scritti in questa intollerabile motivazione di sentenza, quanto sono motivati unicamente dall’obbiettivo evidente di nascondere sotto un polverone di accuse infamanti l’unico dato di fatto incontrovertibile emerso dal processo: Giampaolo Ganzer non ha compiuto nessun reato contestato per la semplice ragione che non poteva materialmente farlo. Infatti, quando, nell’aprile del 1993, quei reati sono stati commessi da alcuni carabinieri, lui non era affatto il loro superiore, ma dirigeva tutt’altro settore, quello di contrasto all’eversione. Si badi bene: nel corso del processo, tutti i suoi coimputati, non solo hanno testimoniato di non aver obbedito ad ordini di Ganzer (che non poteva averli dati perché non era il loro comandante), ma anche e soprattutto di avergli tenuto nascoste e occultate le azioni irregolari da loro compiute (il riciclaggio in Svizzera di fondi destinati al narcotraffico, per ingraziarsi al fiducia di narcotrafficanti), in tutte le conversazioni e anche in tutti i verbali –ovviamente riscontrati- a lui inviati. Dopo che assunse il loro comando.

Il processo, insomma, ha dimostrato una totale e assoluta coincidenza della versione degli ufficiali del Ros che hanno compiuto azioni irregolari, con quella di Ganzer. Un dato irrefutabile, tanto che lo stesso Pm, nel corso del processo ha sempre sostenuto che la “colpa” di Ganzer sarebbe stata quella di avere “saputo” ex post di queste irregolarità e di averle “coperte”. Il tribunale, invece, si inventa letteralmente un’altra verità e cioè che Ganzer non solo avrebbe “saputo” ma avrebbe addirittura “fatto”; di qui l’accusa di avere “tradito per interessi personali tutti i suoi doveri”.

E qual è la prova che avrebbe “fatto”? Semplice, un ispettore svizzero, tal Azzoni, ha reso una confusa testimonianza al Pm Salamone di Brescia (a cui peraltro Ganzer aveva arrestato il fratello) secondo la quale il maresciallo dei Cc Palmisano, nel riciclare il denaro del narcotraffico, gli avrebbe detto di agire agli ordini di Ganzer. Tutto qui, un “sentito dire” senza prove e non solo senza riscontri (ripetiamo: Ganzer non era comandante di Palmisano e quindi non poteva dargli alcun ordine), ma anche risolutamente smentito da Palmisano che durante il processo ha affermato che all’epoca non conosceva neanche Ganzer. Dunque, una sentenza surreale, che calpesta i dati di fatto, le cui motivazioni sono ricalcate in larga misura sulle parole del Pm, in cui i dati incontrovertibili portati a difesa sono ignorati, in cui addirittura viene infamato l’onore di un generale dei Carabinieri per negargli le attenuanti generiche! Ci si chiede: perché. La risposta è semplice e terribile. Due sono stati i comandanti dei Ros: uno, Mori, è sotto processo a Palermo con accuse infamanti, l’altro, Ganzer, è maciullato dalla procura e dal Tribunale di Milano.

Un parallelismo evidente (anche se le due vicende sono ovviamente diverse) come evidente è l’obbiettivo politico comune: obbligare i vertici operativi dell’Arma a sottostare al controllo investigativo e operativo totale della magistratura che intende divenire l’unico dominus non solo del giudizio, come è giusto, ma anche di tutte le attività investigative. Mori e Ganzer, eccezionali investigatori, hanno il torto di avere fatto straordinariamente bene il loro dovere (incredibilmente la stessa sentenza lo riconosce al “traditore” Ganzer in una convulsione concettuale degna di Jonesco), nell’autonomia delle loro funzioni. E’ questa autonomia dei Carabinieri oggi sotto processo. E’ questa la funzione terribile di questa sentenza inaccettabile.

Per questo il generale Ganzer deve stare al suo posto alla guida dei Ros. I narcotrafficanti hanno già avuto troppe soddisfazioni per questa vicenda. (Libero)

Ormai alla Rai comandano i giudici.

Mario Missiroli usava dire che è sempre meglio fare il giornalista che lavorare. È ancora vero. Proprio mentre si chiede ad operai che guadagnano 1200 euro al mese di accettare più flessibilità e meno diritti, un giudice ha stabilito che Tiziana Ferrario, conduttrice del Tg1 per 28 anni, deve essere rimessa a condurre quello stesso Tg alla stessa ora perché la sua sostituzione è stata frutto di una discriminazione politica da parte del suo direttore Augusto Minzolini. A noi la Ferrario è sempre piaciuta: poco diva, molto professionale, dimessa e seria come poche. Ma davvero non si capisce come si possano esercitare le prerogative che il contratto giornalistico riconosce ai direttori in un’azienda come la Rai, dove è il giudice ormai a stabilire regolarmente orari e ruoli del lavoro giornalistico e palinsesto dei programmi. Minzolini potrà anche non piacere, ma un giudice che ne prende il posto ci piace anche meno. (il Riformista)

giovedì 23 dicembre 2010

Università, Berlusconi:"Ecco le ragioni della riforma". Free News Online

Con il sì del Senato, entro questa sera la riforma dell’università sarà legge.

La riforma introduce novità vere: mette fine agli sprechi, alle parentopoli e alle assunzioni facili; dice basta ai rettori a vita che d’ora in poi potranno restare in carica al massimo per sei anni; introduce il criterio del merito ad ogni livello, stabilendo che solo le università con i bilanci a posto potranno assumere e ricevere fondi statali, mentre quelle in dissesto saranno commissariate; favorisce i giovani studiosi e la ricerca scientifica, facendo sì che i ricercatori non debbano più farsi carico di tutte le lezioni al posto dei baroni, ma dedicarsi sul serio alla ricerca scientifica, pena l’espulsione dal circuito accademico dopo sei anni di contratto, come avviene in tutte le università di qualità. E mette un miliardo nel piatto.

Sminuire queste innovazioni come operazioni di potere, bollarle addirittura come una minaccia al diritto allo studio come hanno fatto la sinistra e gli studenti che ne hanno ripetuto gli slogan, non rispecchia il testo della legge, che pochi hanno letto, ma sembra volto a coprire qualcosa d’altro.

Il ministro Gelmini, e con lei il premier, sostengono che la sinistra non poteva fare diversamente, visto che considera da sempre la scuola, l’università e la giustizia come una proprietà esclusiva, una casamatta del potere da occupare (e occupata) con uomini propri ad ogni livello.

E i risultati sembrano proprio questi, visto che dopo la riforma Berlinguer del 1998 l’università ha aperto centinaia di sedi distaccate (per lo più inutili) oltre alle 92 sedi universitarie principali, ha assunto decine di migliaia di precari, promettendo loro la stabilizzazione: una massa intellettuale da usare come arma politica nei luoghi della formazione giovanile. Il risultato? Lo sfondamento inevitabile dei bilanci e la riduzione dell’università a uno stanco esamificio.

Se ora il governo ha deciso di dire basta a questo andazzo, e di restituire l’università al suo ruolo di servizio qualificato e sostenibile per la formazione culturale delle nuove generazioni, è giusto prenderne atto.

Finalmente, un passo nella giusta direzione.

Conclamata inciviltà. Davide Giacalone

L’Italia è stata ancora condannata per inciviltà, ma la non notizia neanche trova spazio sulle prime pagine. Una cosa scontata. In compenso ci accingiamo a una nuova corrida giudiziaria, preparandoci a ricevere la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge che regola il legittimo impedimento. E non basta, perché la follia autolesionista non ha limiti: se un giornale straniero mette alla berlina qualche nostro governante parte subito il coretto parrocchiale di quelli che intonano il “che vergogna, davanti al mondo”, ma se è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a sentenziare che la nostra giustizia fa schifo, improvvisamente diventano tutti muti, incapaci di commento alcuno. Ancora oltre: se si osserva che certuni sembrano potere disporre di un accordo con la magistratura associata, immediatamente parte la ola dello scandalo, non per il fatto, ma per il detto, sebbene si sappia benissimo che tutte le riforme della giustizia, a partire dalla necessaria separazione delle carriere, sono state avversate da quegli stessi, con gran soddisfazione della magistratura associata. Che è la stessa cosa di prima, ma guai a dirlo in modo chiaro.

E’ umiliante, disonorevole, essere condannati non solo per la lentezza, esasperante e disumana, della giustizia italiana, ma anche per la lentezza, grottesca e arrogante, con cui decidiamo e paghiamo i risarcimenti per le ingiustizie subite dai cittadini. In un Paese che ancora coltivi un briciolo d’amor proprio questo sarebbe un tema in cima alle priorità. Invece non importa niente a nessuno. La giustizia è data per morta, senza neanche cordoglio. Non a caso neanche più s’invocano i processi giusti e ragionevoli, mentre si parla sempre di arresti preventivi (con l’occasione: è vero che il senatore Gasparri ha detto uno sproposito, ma nello stesso Paese in cui Silvio Scaglia è detenuto da un anno, senza che nessuno lo abbia mai condannato a nulla). Quel che è vivo, invece, è un giustizialismo da pollaio, animato dalla voglia di veder cancellato l’avversario politico.

Quando la Corte Costituzionale si sarà pronunciata, a gennaio, giusto in tempo per poi cambiare il proprio presidente, saremo esattamente al punto di prima: una dubbia lezioncina pronunciata da un organismo che viola la Costituzione pur di far fare carriera ai propri membri. Possono salvare o affossare il legittimo impedimento, non per questo cambierà un accidente. Più probabilmente lo rimoduleranno, in modo da rendere più presente il tema nel dibattito politico. E se ne sentiva il bisogno. Sulla faccenda si farà gran caciara, mentre il silenzio scenderà sulle parole della Corte di Strasburgo: l’Italia deve profondamente riformare la propria giustizia. Quei giudici fanno anche riferimento ai lavori parlamentari, dove le riforme giacciono, auspicando che si concludano. Auspicio più che condivisibile, ma poco credibile. Da troppi anni giriamo attorno alle cose serie, incapaci di affrontarle, sempre distratti da norme limitate e frammentarie, da mozziconi di riforma che vengono avversati come se fossero inammissibili rivoluzioni.

A noi piace parlare chiaramente: è vero che la maggioranza di centro destra s’è spesa quasi solo per proteggere il proprio leader dagli assalti giudiziari, ma è anche vero che quelle norme specifiche erano sbagliate perché troppo poco, non perché troppo, come sostenevano gli oppositori e i moralisti d’accatto. Come è vero che non è assolutamente normale il protrarsi quindicennale di raffiche giudiziarie, spesso sparate a casaccio, sempre invitando chi è nel mirino a farsi da parte, con ciò stesso manomettendo la democrazia. Ed è vero anche che quel che di buono è stato fatto, come la legge Pecorella sulla non riprocessabilità degli assolti, è stato poi cancellato da una Corte Costituzionale politicante (in quel caso con la sentenza redatta da uno che è stato presidente poche settimane, a cavallo delle feste, e neanche avverte l’elementare bisogno di vergognarsene). Ora si ricomincia, con il legittimo impedimento. Ci sono colpe ben distribuite, quindi, e miserie seminate a piene mani. Ma la responsabilità d’impostare le riforme cade su chi ha la maggioranza. Oramai dovrebbe essere chiaro che l’Italia è in un vicolo cieco, per giunta rissoso e maleodorante: va sfondato, deve esserci ossigeno e giustizia per tutti, non per uno o per taluno.

Meglio, allora, puntare tutto al bersaglio grosso, non accettando compromessi al ribasso o protezioni esclusive. Abbiamo l’anima satura di polemiche senza costrutto. Si discuta la riforma vera, senza inseguire e neanche coprire il corporativismo togato: né quello dei magistrati né quello degli avvocati. Coccolarlo o sbertucciarlo è servito solo a diventare incivili.

mercoledì 22 dicembre 2010

I 500 coraggiosi prof. minacciati solo per aver difeso la riforma Gelmini. Giancarlo Loquenzi

Quasi cinquecento tra ordinari, associati e ricercatori (senza contare moltissimi docenti "a contratto") hanno firmato l’appello "Difendiamo l’Università dalla demagogia", sostenuto dalla Fondazione Magna Carta e lanciato dalle pagine de l’Occidentale in difesa della legge Gelmini.

Non c’è nulla di roboante o solenne nelle righe dell’appello, solo la richiesta di fermarsi un momento a pensare, di respingere il riflesso di dire 'no' a prescindere, e l’invito a chinarsi anche solo per curiosità intellettuale sui contenuti della riforma, per non ridurla a mero pretesto.
Assieme ai moltissimi che lo hanno firmato ne abbiamo sentito la necessità fin dai giorni in cui manipoli di studenti bivaccavano sui tetti e in cima ai monumenti, graziosamente ricevendo politici e intellettuali desiderosi di prostrarsi al senso comune della protesta: viva la cultura, viva i giovani, viva il futuro.
Pareva già in quei giorni e poi sempre di più fino alle violenze di piazza, che il testo della riforma Gelmini fosse depositario di un potere inusitato e funesto: "cancellare una generazione", "rubare il futuro ai nostri ragazzi", "uccidere la cultura e la ricerca".

Sapevamo che non era così: neppure una legge che si fosse follemente prefissata simili obiettivi avrebbe avuto la garanzia dell’efficacia. Figuriamoci la riforma dell’Università, frutto di compromessi, trattative, accordi, emendamenti, che ne hanno semmai attutito le molte buone intenzioni.
Questa legge non salva e non danna, è – come dicono gli americani – un "pezzo di legislazione" importante e che va nella giusta direzione. L’appello dimostra che al di là del vociare dei tetti e delle piazze, sono in tanti nel mondo universitario a pensarla così. Solo che la riforma Gelmini ha smesso molto presto di essere il tema della discussione e dello scontro. Al suo posto si è aperta una voragine demagogica che doveva inghiottire Silvio Berlusconi e tutto il suo governo: indegni per definizione e per vizio antropologico di avere a che fare con la cultura e con l’Università.

Per questo le voci dissonanti hanno fatto fatica farsi sentire, sia sul versante degli studenti che su quello dei professori. Chiunque si azzardasse a dire qualcosa di non immediatamente avverso alla legge Gelmini passava per un complice oggettivo dei barbari distruttori di futuro, un venduto all’interesse berlusconiano, un traditore. La controprova l’abbiamo avuta qui all’Occidentale quando abbiamo pubblicato il testo dell’appello con le prime firme. Immediatamente si è scatenata una controffensiva fatta di dileggio per i firmatari, di accuse di falsificazione per i promotori, di minacce per i divulgatori.

In poche ore si è scatenata la caccia alla firma falsa o estorta con la frode. Un vorticoso giro di e-mail è partito dalle centrali della protesta per aizzare l’opinione pubblica contro i firmatari. Che per fortuna non si sono scoraggiati e anzi ancora in queste ore nuove adesioni si aggiungono a quelle già raccolte.
Non si tratta di fan di Berlusconi, e forse neppure della Gelmini, ma solo di persone che hanno dedicato la loro vita all’insegnamento e non vogliono fare festa attorno alla bara dell’Università italiana solo perché il conformismo imperante ha bisogno di un cadavere e di un assassino. (l'Occidentale)

martedì 21 dicembre 2010

Tu vuo' fa' l'antiamericano. Christian Rocca

Siamo alla follia. Il pensiero unico del giornalista collettivo prima ha utilizzato i cable di WikiLeaks per accusare Berlusconi di essere poco filo-americano, ora usa un altro cable per accusare Berlusconi di essere troppo filo-americano (sul caso Calipari). Stupefacente. Per confondere ancora di più le acque, e bacchettare ulteriormente il Cav. sembra però che gli americani critichino Berlusconi anche su questo, che lo accusino, che svelino chissà qualche altra malefatta del Berluska (basta leggere Repubblica.it). Ma in realtà è vero il contrario. L'Ambasciatore Mel Sembler suggerisce a Washington di assecondare la versione italiana e gli sforzi del governo per non creare casini giudiziari transatlantici. E addirittura critica la magistratura italiana, "nota per piegare leggi del genere ai propri scopi". Ce ne sarebbe per un ventina di editoriali di Travaglio, invece l'opposizione si è scatenata su altro e grida all'insabbiamento delle indagini eccetera. Come sempre, non ha idea di che cosa parla. Il rapporto italiano, quello che gli americani decidono di non criticare, non è un insabbiamento. Anzi dà ragione alla testimonianza della Sgrena e del suo autista iracheno che gli americani hanno rigettato (gli italiani non hanno commesso errori, l'errore è stato americano). Il rapporto italiano si limita a dire che l'uccisione non è stata intenzionale. Basta leggerlo. (Camilloblog)

Solidarietà a Catia Polidori

Caro Mauro,

dal voto di martedì, coloro che hanno provocato la batosta per Fini vivono un altro genere di attacco. Da Silvano Moffa a Catia Polidori, gli ex finiani che non hanno votato la sfiducia al governo Berlusconi, vengono continuamente diffamati sia dagli ex compagni finiani sia dagli esponenti del centrosinistra.

Il bersaglio principale è Catia Polidori. Ha subito reiterate minacce alla sua incolumità, è stata insultata da alcuni finiani e da esponenti della sinistra. Hanno diffuso menzogne su di lei e sulla sua famiglia, asserendo che avrebbe votato spinta da interessi economici personali. Su questo punto ecco alcuni elementi che potranno essere utili per spiegare la verità e difendere chi, con un gesto di responsabilità, ha sostenuto il governo Berlusconi.

1. Il Cepu non appartiene alla sua famiglia, che non possiede nessuna partecipazione o quota societaria né diretta né indiretta (per verificare è sufficiente controllare la visura camerale). Nessun membro della sua famiglia lavora o ha mai lavorato per Cepu.

2. Durante il voto sull'emendamento inserito nel ddl Gelmini sulle università telematiche, l'on. Polidori è uscita dall'Aula per evitare dubbi di conflitti di interessi, in quanto conosce Francesco Polidori da quando è nata essendo entrambi originari dello stesso paesino di 32 abitanti vicino a Città di Castello.

3. Nessuna delle attività della sua famiglia ha mai ricevuto finanziamenti pubblici o ha mai in passato intrattenuto "affari" con le attività del presidente Berlusconi (ci sono solo 40anni di lavoro onesto e faticoso di suo padre, imprenditore di prima generazione).

4. La Polidori costruzioni, di cui qualcuno ha detto che avrebbe ricevuto aiuti o finanziamenti è stata venduta dalla sua famiglia l'11 giugno 2007, dunque ben prima che l'on. Polidori venisse eletta nel Parlamento, e dalla sua fondazione non ha mai ricevuto finanziamenti pubblici.

5. Nel votare la fiducia al Governo è stata coerente con quanto espresso e ampiamente riportato da giornali e televisioni. Già dal 29 luglio, al momento della firma delle dimissioni dal Pdl e dell'ingresso in Fli, e nei mesi a seguire la sua posizione è sempre rimasta immutata: non ha mai ritenuto utile per il Paese sfiduciare il governo che ha vinto le elezioni.

Da martedì scorso la Polidori vive sotto scorta. E' presidiata sia la casa che la sua azienda. E' oggetto di una campagna martellante sui media nazionali e locali e in internet. In mezzo a questo assedio, ci hanno segnalato una pagina a suo sostegno, che trovi qui: http://www.facebook.com/#!/pages/Io-sto-con-la-Polidori/174023329285949.
Vale la pena di aderirvi, come segno di solidarietà...

Grazie per l'attenzione e per quello che farai.
Cordialmente,

on. Antonio Palmieri
responsabile internet PDL

domenica 19 dicembre 2010

Flotte e marosi. Davide Giacalone

Avviso ai naviganti: il vento è girato. Dopo il rinnovo della fiducia una cosa è chiara alla truppa parlamentare: la legislatura dura finché dura il governo. Questo stabilizza l’esecutivo, al di là delle colorite cronache sull’andirivieni di tanta bella gente anonima. E lo stabilizza al punto da potere rendere verosimile la voglia di galleggiare e andare avanti. Si tratta, adesso, cambiate le condizioni meteo, di tarare la rotta e scegliere le vele.

Le imbarcazioni del centro destra seguono la scia della nave ammiraglia, sempre fiduciose che sappia dove andare. Anche se non avessero tale fiducia, sanno comunque che è l’unica capace di navigare qualsiasi mare. Quindi s’accodano. Taluni credono utile allargare la flotta alle vele di Pier Ferdinando Casini, ma non hanno le idee chiare sui tempi: l’alleanza è un fatto del passato e lo sarà del futuro, chiunque s’aggreghi al terzo polo per antiberlusconismo (coltivato dopo essere stati dal tiranno beneficiati) ha sbagliato indirizzo. Ma oggi Casini ha una potenziale rendita elettorale, data dall’essere l’unico elettoralmente sopravvissuto ad una rottura con Silvio Berlusconi, quindi il più credibile protagonista del terzopolismo (il che dimostra l’impietosa ironia della storia, essendo lui democristiano), pertanto il più capace di succhiare le ultime gocce di sangue elettorale che circolano nelle vene dei sui temporanei alleati. Il ruolo politico di Casini è cresciuto proprio mentre Gianfranco Fini si schiantava contro ad un muro e Francesco Rutelli si gettava nel vuoto, incontrando sé stesso. Siccome il tiranno è tale solo agli occhi di chi così se lo immagina, ma non può disporre di tutti i posti governativi che gli servirebbero e di tutti gli eletti che abbisognerebbero, non è da escludersi che l’alleanza si faccia, ma dopo le elezioni.

La flottiglia centrista, per le ragioni appena dette, viaggia costretta dalla disperazione. Il comandante di ciascuna bagnarola ha in cuore la voglia di vedere affondare il vicino alleato. L’unico per cui l’arrivo in porto non coinciderà con il disarmo è Casini.

A sinistra devono ancora decidere se mettere le navi in acqua, o continuare a farsi la guerra spernacchiandosi, sputandosi e lanciandosi le palline di carta, ma a secco. Tanti capitan Trinchetto non fanno mezzo mozzo utile. Il prossimo 23 si riunirà la direzione del Partito Democratico, ed è una delle ultime occasioni in cui questo partito qui si può dare una linea. Sorbole!

Pier Luigi Bersani legga quel che scriviamo da anni, sulla pagliacciata autolesionista delle primarie, e legga poi le cose che va balbettando adesso, per cercare di fermare la macchina tritapartito. Scoprirà che è il caso di stare ad ascoltare. Dunque: non solo deve chiedere le elezioni anticipate, ma è bene ci metta convinzione e lavori per ottenerle. Se la legislatura si sbrodola in lungo alla sinistra toccherà solo fare i conti con una piazza sempre meno praticabile e sempre più occupata dalla feccia che punta contro la sinistra stessa. Tutte le ipotesi dei governi che piacciono a sinistra, ovvero da loro egemonizzati e dagli italiani non votati, sono state spazzate via. Meglio accorciare i tempi, allora.

La sinistra ha paura delle urne, perché è sicura di non ritrovarcisi. Ma questo non è un prodotto del fato, bensì dei loro errori. Chiudano la porta in faccia al dipietrismo. Espellano ogni estremismo. La smettano di dire, con Bersani, che ci vogliono le “riforme istituzionali, elettorali e della giustizia”. Dicano quali. Ci vuole poco, le conoscono tutti quelli che non hanno portato il cervello all’ammasso: decisività del voto e potere in capo a chi ne prende di più, quindi sistemi di tipo presidenziale o con il premierato; procedure giudiziarie eque, quindi con tempi contenuti e separazione delle carriere, che sfoltiscano sia l’ostruzionismo legalizzato che il contenzioso esasperato. Non devono neanche sforzarsi di dir cose di sinistra, che, tanto, non ci riescono, basterebbe il buon senso. Dopo di che s’accorgerebbero che c’è una massa di voti alla ricerca dell’alternativa al berlusconismo, che non si trova nell’antiberlusconismo. Anzi, il settore della politica più deteriormente berlusconizzato è la sinistra.

Nel complesso le diverse flotte paiono più preda che dominatrici dei marosi, mentre gli equipaggi aspirano più a fare i sugheri che i navigatori. Ogni volta che l’onda dei problemi scuote i gusci corrono tutti a legarsi agli alberi, invocando la stabilità, solo che la confondono, colpevolmente, con la stagnazione. L’Italia ha bisogno di ben altro, né tutti hanno vocazione per la ciurma.

sabato 18 dicembre 2010

Fini può essere un problema nel terzo polo. Luca Ricolfi

Ora che il fumo e la polvere si sono un po’ diradati dai molti campi di battaglia - Parlamento, piazze, mass media - forse si può cominciare a trarre qualche lezione da quello che è successo martedì, quando è fallito l’ultimo tentativo di disarcionare il Cavaliere.

La lezione più importante mi sembra questa: forse non vedremo mai la sconfitta politico-elettorale di Berlusconi. Dopo l’ultima, infruttuosa, sfida di Veltroni (elezioni del 2008), i tentativi di porre fine alla stagione del berlusconismo sono stati solo di quattro tipi, non propriamente politici: giudiziario, mediante i processi; mediatico, mediante le campagne di stampa; fisico, mediante il lancio di oggetti contundenti; parlamentare, mediante il passaggio all’opposizione di deputati e senatori di maggioranza. Né le dichiarazioni delle opposizioni dopo la sconfitta suggeriscono che, per il futuro, le vie privilegiate si discosteranno dalle solite: spasmodica attesa per il verdetto della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento, manovre di palazzo, imboscate parlamentari quotidiane. Il «vasto programma» dei principali leader di opposizione, infatti, si sostanzia essenzialmente in una sequela di annunci di guerra: ora ci divertiamo, aspettatevi un «Vietnam parlamentare», non potete fare niente se non trattate con noi.

Tutto ciò, a mio parere, allontana di molto l’eventualità che alle prossime elezioni vi sia un’alternativa credibile all’attuale centro-destra. E nondimeno il modo in cui il problema si pone nelle due opposizioni, quella di sinistra e quella del Terzo polo, è alquanto diverso. A sinistra il problema di fondo è la conclamata incapacità di un gruppo dirigente, ormai consunto dai propri riti e prigioniero della sua storia, di abbandonare rivalità interne, settarismi, riflessi condizionati, abitudini mentali, prima fra tutte quella di ragionare per alleanze e per formule astratte. Più che mai resta vero, quasi dieci anni dopo, quel che profeticamente ebbe a dire Nanni Moretti: «Con questi dirigenti non vinceremo mai!».

Nel caso del Terzo polo, invece, il problema non è quello di costruire un’alternativa al centro-destra, bensì quello di correggerne l’evoluzione o, se preferite, di pilotare la nascita della sua variante post-berlusconiana. Il problema di Fini e Casini, non da oggi, non è solo (e forse nemmeno prevalentemente) il legittimo desiderio di succedere a Berlusconi, ma è il tipo di centro-destra che Bossi e Berlusconi hanno costruito intorno a sé stessi. Un centro-destra cui, non senza motivo, vengono rimproverati il populismo, lo scarso rispetto per le istituzioni, l’ostilità verso gli immigrati, la disattenzione per il Mezzogiorno, e infine di aver tradito la promessa di una «rivoluzione liberale». Anche se quest’ultimo rimprovero non può certo essere riservato a Bossi e Berlusconi (in passato i partiti di Fini e Casini sono stati ancora più statalisti e spendaccioni), è vero che la maggior parte dei rimproveri non sono infondati. Si possono condividere oppure no le ragioni di Fini e Casini, ma resta il fatto che la loro visione della politica, la loro idea di centro-destra, i valori che essi difendono, sono perfettamente ragionevoli. Meritano una discussione seria. Hanno tutto il diritto di aprire una riflessione.

È qui, però, che interviene una complicazione non da poco. La credibilità di Casini e quella di Fini sono del tutto diverse. Casini ha iniziato la sua battaglia da molti anni, fin da quando era Presidente della Camera (legislatura 2001-2006). Il suo comportamento, sia come terza carica dello Stato, sia come leader dell’Udc, è stato sempre corretto, e fondamentalmente leale verso gli alleati. Quando non è stato più in sintonia con Berlusconi, ha scelto di correre da solo, ed è stato all’opposizione sia contro il centro-sinistra sia contro il centro-destra. La sua opposizione è stata quasi sempre costruttiva. Le cose che dice ora le ripete da molti anni.

Non così Fini. Il suo punzecchiamento nei confronti di Berlusconi è iniziato poco dopo lo scioglimento di An nel Pdl. I motivi del suo passaggio all’opposizione sono stati troppo evidentemente strumentali, tardivi, e difficili da conciliare con le sue scelte passate, sempre largamente in sintonia con quelle di Berlusconi. Una certa mancanza di pudore, o di buon gusto, gli ha impedito di arrossire al momento di denunciare cose da lui stesso ampiamente approvate (l’orribile legge elettorale) o giustificate (le leggi ad personam). Soprattutto, nessuno ha capito perché il suo nuovo partito, dopo avere dato la fiducia a Berlusconi sui famosi cinque punti (29 settembre), anziché spiegare in che cosa il governo li stesse tradendo, ed eventualmente aprire una battaglia sui contenuti, abbia preferito ingaggiare un confronto di principio, tutto interno al codice della politica, e come tale intraducibile nel linguaggio della gente comune: ci vuole una «discontinuità», non ci fidiamo di Berlusconi ma siamo «disponibili a un Berlusconi-bis», si deve «aprire una nuova fase», ci vuole «un governo che governi» (paradossale detto da chi lo paralizza da mesi).

Di qui un problema grande per il Terzo Polo. Molte cose che i suoi esponenti dicono sono più che sensate. Diverse critiche a Berlusconi e al berlusconismo sono preziose per uscire dalle secche in cui siamo incagliati. La loro visione della politica e del futuro dell’Italia merita rispetto e considerazione. Però il modo in cui i temi cari al Terzo Polo sono stati portati nel dibattito politico da Fini e dal suo partito rischiano di bruciarli. La spregiudicatezza dell’operazione condotta da Futuro e Libertà rischia di gettare discredito su una visione della politica e del mondo che tanti altri, con più pazienza e più rispetto per gli avversari, difendono da anni e anni.

Non resta che augurarsi che l’opinione pubblica non getti il bambino con l’acqua sporca. E che il bambino - l’idea di una destra diversa da quella che abbiamo conosciuto - riesca a fare qualche passo nella politica italiana. (la Stampa)