C'è bisogno di liberare l'Italia da giustizialisti manettari, politici che disprezzano il voto popolare (quando non è a loro favore) da amministratori della cosa pubblica ipocriti, incapaci e ladri e da una magistratura che, facendo politica attiva in un'unica direzione, calpesta le regole e se ne infischia delle leggi.
L'aria che si respira nel nostro Paese da quando Berlusconi è entrato in politica, è ammorbata, irrespirabile e soffocante.
Sembra di vivere in un incubo dove la realtà è distorta e nessuno se ne accorge; dove i fatti non sono quelli che accadono, ma l'interpretazione che ne viene data; dove la parola di qualcuno è verità, quella di altri è menzogna a prescindere; dove c'è chi ti dice cosa e come pensare; dove il rispetto, la presunzione di innocenza, la tolleranza e i principi morali sono calpestati.
Basta!
Italia liberati ed esci dall'incubo!
Nel 1994, con grande coraggio e lungimiranza, Berlusconi volle chiamare il suo movimento "Forza Italia": era un'esortazione, una speranza e un invito all'azione.
Vorrei provare a suggerire il nome che pare debba sostituire la denominazione "Popolo delle Libertà".
Propongo: "Italia libera".
Libera dalle ideologie totalitarie, dalla criminalità, dal malcostume, dalla povertà, dal malaffare, dalla malagiustizia, dalla guerra, dalle malattie, dalla cattiveria, dall'inciviltà, dall'ipocrisia ....
Voglio un'Italia bella, libera, pulita, accogliente e generosa come siamo noi italiani.
Liberiamo l'Italia e facciamo l'Italia libera.
giovedì 27 gennaio 2011
Fra la tonaca e la toga. Davide Giacalone
L’idea di un governo con il centro destra e senza Silvio Berlusconi è una speranza cui si uniscono in molti, fra politici, giornalisti e palazzi romani, anche se non sanno descriverne né i contorni né la legittimità. Mi stupisce quanta brava gente non comprenda il punto che consente a Berlusconi, nonostante tutto, di mantenere un vantaggio elettorale: la resistenza agli attacchi giudiziari. Il calore polemico offusca la mente e molti non si rendono conto di quanto alto sia il discredito della nostra giustizia. Pochi numeri, di una ricerca effettuata da Ferrari Nasi & Associati, la dicono lunga: il 54% degli italiani hanno poca o nessuna fiducia nella magistratura, collocandosi sopra la media europea; per il 56 i magistrati agiscono a fini politici; per l’86 un magistrato che sbaglia deve pagare, contrariamente a quel che avviene oggi; e per il 68% i magistrati dovrebbero essere controllati da un organismo indipendente, non composto da loro colleghi. E non si dica che gli italiani sono troppo severi, perché sono assai più generosi dei giudici che siedono alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ci considerano direttamente incivili.
Gli italiani si sono fatti idee personali su quale possa essere il grado di responsabilità di Berlusconi, per ciascuna delle mille cose che gli sono imputate. E’ escluso che lo considerino un santo, ma gli riconoscono il miracolo di non avere ceduto. Una fetta consistente degli elettori ha continuato e continuerà a votarlo proprio per questo, perché sente che un nuovo colpo giustizialista, nuove condanne senza processi, incarnerebbe l’incubo della Repubblica giudiziaria. Del resto, diciassette atti d’inchieste penali offrono pezze d’appoggio per considerarle una persecuzione, anche prima che la commissione parlamentare considerasse tali le intercettazioni disposte dalla procura di Milano.
C’è di più: finché accusano Berlusconi d’essere il mandante delle stragi mafiose c’è chi reagisce con disinteressata incredulità e chi ricorda che la presunta contropartita la pagarono Ciampi e Conso, ma quando le accuse si spostano sul terreno delle personali debolezze, della sessualità compulsiva, allora in molti riconoscono il mondo che li circonda, e se non ci trovano nulla in comune con la propria vita avvertono, comunque, che si tratta di una vita, e allora l’inquietudine cresce. Chi si salva, se il peccato diventa reato? Allora, deducono in molti, meglio tenersi Berlusconi, che resiste e attira i fulmini.
Detto in altre parole, visto che certuni sono duri di comprendonio: la forza elettorale di Berlusconi è in buona parte dovuta alla cieca rabbia dei suoi avversari, al moralismo senza etica e all’uso strumentale della giustizia, che convincono gli italiani di quanto sarebbe pericoloso subirne le attenzioni.
Sollecitare Berlusconi a fare un “passo indietro”, dunque, significa non avere capito la persona (e passi), ma neanche l’Italia. Quel pentolone melmoso che sobbolle da quando la democrazia fu violentata per via giudiziaria (da quando un’intera classe politica fece il passo indietro, e fu decapitata). E’ vero, il popolo applaudì. Ma fu svelto a capire il seguito e interrompere la scena, consegnandosi nelle mani del più schietto prodotto del manipulitismo: Berlusconi. Sono gli intellettualoidi idioti a non capirlo, in compagnia degli speculatori manettari.
Pertanto, ove mai si trovi il tempo e la lucidità per pensare all’Italia e a chi ci abita, la si smetta con questa solfa deprimente, che in nome di un’avversione antropologica contro l’italiano più italiano pretende che l’intera collettività rinneghi la laicizzazione e la libertà nel disporre di sé. E’ vero, Berlusconi manca di rispetto per la gravitas della pubblica funzione. Ora che l’ho ripetuto posso pure sentirmi sollevato, ma per niente gratificato dall’avere detto una cosa significativa. La via d’uscita non consiste nel convocare al capezzale il parroco e il giudice, ma nel chiamare la politica ai suoi doveri.
Il governo ha un programma, se ne controlli l’attuazione, senza lasciare alla logorrea ministeriale l’elencazione delle “cose fatte”. Serve misurare i cambiamenti reali, mica i bolli apposti. E serve richiamare le opposizioni alla realtà: piantatela di misurarvi fra di voi calcolando la rispettiva distanza da Berlusconi, sembrate matti. Quando vi farà lo scherzo d’abbandonarvi non saprete più che cavolo esistete a fare. Piantatela con le primarie senza regole, che riuscite anche a violare: tanto a Napoli vincono i bassoliniani, come prima vincevano i gavianei e prima ancora i laurini. E’ inutile che vi attacchiate a Bagnasco, perché gli elettori guarderanno l’alternativa ed eviteranno di finire stritolati fra la tonaca e la toga. Finché voi sarete quel che siete Berlusconi sarà forte, a dispetto di tutto.
Gli chiedono un passo indietro e dovrebbero esigerne dieci in avanti, mentre un Paese fermo continua a tenerselo, per non ritrovarsi esposto sulla prima linea della maniacalità inquisitoria.
Gli italiani si sono fatti idee personali su quale possa essere il grado di responsabilità di Berlusconi, per ciascuna delle mille cose che gli sono imputate. E’ escluso che lo considerino un santo, ma gli riconoscono il miracolo di non avere ceduto. Una fetta consistente degli elettori ha continuato e continuerà a votarlo proprio per questo, perché sente che un nuovo colpo giustizialista, nuove condanne senza processi, incarnerebbe l’incubo della Repubblica giudiziaria. Del resto, diciassette atti d’inchieste penali offrono pezze d’appoggio per considerarle una persecuzione, anche prima che la commissione parlamentare considerasse tali le intercettazioni disposte dalla procura di Milano.
C’è di più: finché accusano Berlusconi d’essere il mandante delle stragi mafiose c’è chi reagisce con disinteressata incredulità e chi ricorda che la presunta contropartita la pagarono Ciampi e Conso, ma quando le accuse si spostano sul terreno delle personali debolezze, della sessualità compulsiva, allora in molti riconoscono il mondo che li circonda, e se non ci trovano nulla in comune con la propria vita avvertono, comunque, che si tratta di una vita, e allora l’inquietudine cresce. Chi si salva, se il peccato diventa reato? Allora, deducono in molti, meglio tenersi Berlusconi, che resiste e attira i fulmini.
Detto in altre parole, visto che certuni sono duri di comprendonio: la forza elettorale di Berlusconi è in buona parte dovuta alla cieca rabbia dei suoi avversari, al moralismo senza etica e all’uso strumentale della giustizia, che convincono gli italiani di quanto sarebbe pericoloso subirne le attenzioni.
Sollecitare Berlusconi a fare un “passo indietro”, dunque, significa non avere capito la persona (e passi), ma neanche l’Italia. Quel pentolone melmoso che sobbolle da quando la democrazia fu violentata per via giudiziaria (da quando un’intera classe politica fece il passo indietro, e fu decapitata). E’ vero, il popolo applaudì. Ma fu svelto a capire il seguito e interrompere la scena, consegnandosi nelle mani del più schietto prodotto del manipulitismo: Berlusconi. Sono gli intellettualoidi idioti a non capirlo, in compagnia degli speculatori manettari.
Pertanto, ove mai si trovi il tempo e la lucidità per pensare all’Italia e a chi ci abita, la si smetta con questa solfa deprimente, che in nome di un’avversione antropologica contro l’italiano più italiano pretende che l’intera collettività rinneghi la laicizzazione e la libertà nel disporre di sé. E’ vero, Berlusconi manca di rispetto per la gravitas della pubblica funzione. Ora che l’ho ripetuto posso pure sentirmi sollevato, ma per niente gratificato dall’avere detto una cosa significativa. La via d’uscita non consiste nel convocare al capezzale il parroco e il giudice, ma nel chiamare la politica ai suoi doveri.
Il governo ha un programma, se ne controlli l’attuazione, senza lasciare alla logorrea ministeriale l’elencazione delle “cose fatte”. Serve misurare i cambiamenti reali, mica i bolli apposti. E serve richiamare le opposizioni alla realtà: piantatela di misurarvi fra di voi calcolando la rispettiva distanza da Berlusconi, sembrate matti. Quando vi farà lo scherzo d’abbandonarvi non saprete più che cavolo esistete a fare. Piantatela con le primarie senza regole, che riuscite anche a violare: tanto a Napoli vincono i bassoliniani, come prima vincevano i gavianei e prima ancora i laurini. E’ inutile che vi attacchiate a Bagnasco, perché gli elettori guarderanno l’alternativa ed eviteranno di finire stritolati fra la tonaca e la toga. Finché voi sarete quel che siete Berlusconi sarà forte, a dispetto di tutto.
Gli chiedono un passo indietro e dovrebbero esigerne dieci in avanti, mentre un Paese fermo continua a tenerselo, per non ritrovarsi esposto sulla prima linea della maniacalità inquisitoria.
mercoledì 26 gennaio 2011
Federalismo interessato
Dietro il federalismo si combatte una dura battaglia politica come dimostrano le parole rilasciate da Enrico Letta del Partito democratico e indirizzate alla Lega: il federalismo interessa anche a noi, ma se resta Berlusconi la riforma è a rischio.
Parole che dimostrano come nel Pd l’obiettivo di eliminare Berlusconi dalla scena politica prevalga sugli interessi del Paese.
Parole che dimostrano come nel Pd l’obiettivo di eliminare Berlusconi dalla scena politica prevalga sugli interessi del Paese.
martedì 25 gennaio 2011
C'era una volta un Re: amava pupe e sollazzi... Marcello Veneziani
C'era una volta un Re che regnava a distanza su una repubblica di partiti, mafie e conventicole. Non voleva fare il premier o sporcarsi con la politica e il voto popolare; preferiva restare semplicemente il Padrone. Per lui le plebi puzzavano, interessavano solo come consumatori e sudditi, mica come cittadini ed elettori sovrani. Nessuno osava sparlare di lui e dei suoi prodotti che inondavano il Paese e mezzo mondo.
Il suo Paese fu disegnato a immagine e somiglianza dei suoi interessi. Il Re si occupava di mezzi di comunicazione in vari sensi; anche lui aveva i suoi giocattoli per la ricreazione e lo sport. Faceva affari anche lui con i cattivi del pianeta e del Paese, ma nessuno fiatava. I suoi interessi aziendali e familiari condizionavano pesantemente il suo Paese che si caricava i suoi debiti, ma non intaccava i suoi privilegi. Vendeva armi e prodotti ritenuti cancerogeni, ma non si poteva dire in pubblico. Se i suoi prodotti erano peggiori di quelli della concorrenza nessuno osava pubblicare un’inchiesta sulla loro qualità, anche perché i principali giornali per vie dirette e indirette erano controllati da lui; e gli altri erano condizionati da banche e pubblicità del suo gruppo o controllate. Dissero una volta a un giovane che fondò un settimanale: sparla di tutti, attacca pure la mafia, ma non toccare lui e il suo regno. Finisci male, ti fanno chiudere.
Il Padrone amava divertirsi in modo assai pesante: donnine, cocaina e tanto altro ancora. Ma nessuno mai vide una foto hard sui suoi sollazzi e le sue pupe, mai un’intercettazione sconveniente, mai un’inchiesta,mai un giudice che osò varcare i cancelli della sua sacra privacy. Quel che era servile omertà passava per sua signorile sobrietà. I direttori andavano in ginocchio da lui, gli baciavano i piedi e se sapevano dei giochini o di qualche brutta storia della sua famiglia, in pubblico mettevano a tacere e al suo cospetto facevano le fusa per compiacerlo. Di quel Re permane il devoto ricordo dei beneficiati e il pietoso silenzio di tutti. Autodafè. Per fortuna questa è una favola; quel Re, quei servi e quel Paese non sono mai esistiti... (il Giornale)
Il suo Paese fu disegnato a immagine e somiglianza dei suoi interessi. Il Re si occupava di mezzi di comunicazione in vari sensi; anche lui aveva i suoi giocattoli per la ricreazione e lo sport. Faceva affari anche lui con i cattivi del pianeta e del Paese, ma nessuno fiatava. I suoi interessi aziendali e familiari condizionavano pesantemente il suo Paese che si caricava i suoi debiti, ma non intaccava i suoi privilegi. Vendeva armi e prodotti ritenuti cancerogeni, ma non si poteva dire in pubblico. Se i suoi prodotti erano peggiori di quelli della concorrenza nessuno osava pubblicare un’inchiesta sulla loro qualità, anche perché i principali giornali per vie dirette e indirette erano controllati da lui; e gli altri erano condizionati da banche e pubblicità del suo gruppo o controllate. Dissero una volta a un giovane che fondò un settimanale: sparla di tutti, attacca pure la mafia, ma non toccare lui e il suo regno. Finisci male, ti fanno chiudere.
Il Padrone amava divertirsi in modo assai pesante: donnine, cocaina e tanto altro ancora. Ma nessuno mai vide una foto hard sui suoi sollazzi e le sue pupe, mai un’intercettazione sconveniente, mai un’inchiesta,mai un giudice che osò varcare i cancelli della sua sacra privacy. Quel che era servile omertà passava per sua signorile sobrietà. I direttori andavano in ginocchio da lui, gli baciavano i piedi e se sapevano dei giochini o di qualche brutta storia della sua famiglia, in pubblico mettevano a tacere e al suo cospetto facevano le fusa per compiacerlo. Di quel Re permane il devoto ricordo dei beneficiati e il pietoso silenzio di tutti. Autodafè. Per fortuna questa è una favola; quel Re, quei servi e quel Paese non sono mai esistiti... (il Giornale)
Cari compagni, per il nostro bene, fermatevi
Lettera aperta di un blog di sinistra contro l'eccesso di giustizialismo
Care compagne e cari compagni, per carità, per il nostro bene, fermatevi.
Il nostro avvenire, la libertà, i nostri diritti e quelli delle persone colpite dalla crisi e dall’ingiustizia sociale, non possono essere affidati alla legge e alla violenza dello Stato. Ai tribunali. Alla repressione. In passato ci è capitato, qualche volta, di pensarlo. Poi abbiamo capito che sbagliavamo.
Non possiamo sperare nel carcere, nell’arresto dell’avversario più detestato, nei sistemi di intercettazione a tappeto, nella logica dei corpi separati e persino nell’intervento del Vaticano per ottenere ciò che non abbiamo ottenuto con il consenso.
Nel giustizialismo non c’è meno oscurità che nel comportamento arrogante della politica di potere.
Rischiamo di trasformare il popolo della sinistra, dei democratici, in tricoteuses compiacute e senza idee, che se ne stanno lì davanti alla ghigliottina e assistono al Terrore rivoluzionario mediatico e alle controffensive della Vandea. Oppure in castigatori moralisti dei comportamenti privati e sessuali di chicchessia, fino ad invocare l’ingerenza della Chiesa sulla politica, e a scagliarci contro le donne poco castigate, contro i libertini, contro gli eccessi sessuali, o contro il peccato.
Certo, cari compagni, nel nostro passato abbiamo qualcosa che non va. Vi ricordate quando pensavamo che la “celere” e le leggi speciali e le carceri e le proibizioni fossero il modo giusto per risolvere il disagio sociale o la ribellione dei giovani? E mettere in salvo la linea del partito? Vogliamo liberarci di quel passato, oppure vogliamo riprodurlo tale e quale, ma senza avere più il partito, né la linea, e senza esserci accorti di quanto sono cambiate le cose?
Che vuol dire per noi essere di sinistra? Più o meno significa questo: indicare una missione e obbiettivi per la crescita dell’equità, della giustizia, della libertà. Giusto? Ma qualcuno ci dice: “D’accordo, avete ragione, ma per ora c’è una emergenza più grande della giustizia sociale o della libertà. Questa emergenza è la lotta contro la corruzione e contro il malcostume”.
Giusto, la corruzione va perseguita. Ma non è l’emergenza delle emergenze. E la corruzione va perseguita, ma non, come fu nel ’92-’94, decapitando una classe politica, o esercitando la pressione della carcerazione preventiva, a volte abusiva. E’ troppo lunga la lista di errori, di vittime, di interferenze nella vita politica dovute a processi mediatici o sbagliati. Dobbiamo difendere il sistema dei diritti dell’imputato la cui salvaguardia risale a prima della stessa Rivoluzione francese. E la corruzione va combattuta sì con le indagini, ma soprattutto con l’efficienza e la trasparenza delle funzioni pubbliche, come dicono i rapporti dell’Ocse sull’argomento: perchè una società in cui lo Stato non funziona finisce per avere bisogno di corrotti o servi per funzionare.
L’esercizio della giustizia deve essere efficace, ma esemplare nel rispetto delle regole e nella sobrietà dei comportamenti, più di quanto non spetti agli imputati. Il braccio della legge deve esercitarsi senza ossessioni di protagonismo. I poteri di indagine non devono ridurre i cittadini, testimoni o sospettati, a numeri di telefono intercettabili e a condannati molto prima del giudizio, né a quei poteri debbono sommarsi considerazioni moralistiche, né va utilizzato in modo devastante il circuito mediatico come prima ed ultima sede di sentenza.
Non lo credevamo, ma oggi la sinistra rischia una involuzione autoritaria, rischia di abituarsi a pratiche liberticide.
E per di più questa involuzione si realizza circondata da una sorta di consenso totalitario, che si somma alla paura del dissenso per meschine finalità politiche o elettorali. E’ una doppiezza che abbiamo allontanato da tempo, e che non renderà più credibili i propositi di riscatto sociale, non sanerà le divisioni, ma renderà la società meno libera e più ingiusta.
Cari compagni, evitiamo di trasformare la sinistra in una nuova destra, pulita e reazionaria, bigotta e illiberale, antifemminsita, moderata e populista. Siamo ancora in tempo. L’Italia ha bisogno della sinistra. Non ha bisogno di manette né di intellettuali o di politici che giocano a fare gli sbirri. (http://www.thefrontpage.it/)
Piero Sansonetti
Fabrizio Rondolino
Ottaviano Del Turco
Claudio Velardi
Massimo Micucci
Enza Bruno Bossio
Care compagne e cari compagni, per carità, per il nostro bene, fermatevi.
Il nostro avvenire, la libertà, i nostri diritti e quelli delle persone colpite dalla crisi e dall’ingiustizia sociale, non possono essere affidati alla legge e alla violenza dello Stato. Ai tribunali. Alla repressione. In passato ci è capitato, qualche volta, di pensarlo. Poi abbiamo capito che sbagliavamo.
Non possiamo sperare nel carcere, nell’arresto dell’avversario più detestato, nei sistemi di intercettazione a tappeto, nella logica dei corpi separati e persino nell’intervento del Vaticano per ottenere ciò che non abbiamo ottenuto con il consenso.
Nel giustizialismo non c’è meno oscurità che nel comportamento arrogante della politica di potere.
Rischiamo di trasformare il popolo della sinistra, dei democratici, in tricoteuses compiacute e senza idee, che se ne stanno lì davanti alla ghigliottina e assistono al Terrore rivoluzionario mediatico e alle controffensive della Vandea. Oppure in castigatori moralisti dei comportamenti privati e sessuali di chicchessia, fino ad invocare l’ingerenza della Chiesa sulla politica, e a scagliarci contro le donne poco castigate, contro i libertini, contro gli eccessi sessuali, o contro il peccato.
Certo, cari compagni, nel nostro passato abbiamo qualcosa che non va. Vi ricordate quando pensavamo che la “celere” e le leggi speciali e le carceri e le proibizioni fossero il modo giusto per risolvere il disagio sociale o la ribellione dei giovani? E mettere in salvo la linea del partito? Vogliamo liberarci di quel passato, oppure vogliamo riprodurlo tale e quale, ma senza avere più il partito, né la linea, e senza esserci accorti di quanto sono cambiate le cose?
Che vuol dire per noi essere di sinistra? Più o meno significa questo: indicare una missione e obbiettivi per la crescita dell’equità, della giustizia, della libertà. Giusto? Ma qualcuno ci dice: “D’accordo, avete ragione, ma per ora c’è una emergenza più grande della giustizia sociale o della libertà. Questa emergenza è la lotta contro la corruzione e contro il malcostume”.
Giusto, la corruzione va perseguita. Ma non è l’emergenza delle emergenze. E la corruzione va perseguita, ma non, come fu nel ’92-’94, decapitando una classe politica, o esercitando la pressione della carcerazione preventiva, a volte abusiva. E’ troppo lunga la lista di errori, di vittime, di interferenze nella vita politica dovute a processi mediatici o sbagliati. Dobbiamo difendere il sistema dei diritti dell’imputato la cui salvaguardia risale a prima della stessa Rivoluzione francese. E la corruzione va combattuta sì con le indagini, ma soprattutto con l’efficienza e la trasparenza delle funzioni pubbliche, come dicono i rapporti dell’Ocse sull’argomento: perchè una società in cui lo Stato non funziona finisce per avere bisogno di corrotti o servi per funzionare.
L’esercizio della giustizia deve essere efficace, ma esemplare nel rispetto delle regole e nella sobrietà dei comportamenti, più di quanto non spetti agli imputati. Il braccio della legge deve esercitarsi senza ossessioni di protagonismo. I poteri di indagine non devono ridurre i cittadini, testimoni o sospettati, a numeri di telefono intercettabili e a condannati molto prima del giudizio, né a quei poteri debbono sommarsi considerazioni moralistiche, né va utilizzato in modo devastante il circuito mediatico come prima ed ultima sede di sentenza.
Non lo credevamo, ma oggi la sinistra rischia una involuzione autoritaria, rischia di abituarsi a pratiche liberticide.
E per di più questa involuzione si realizza circondata da una sorta di consenso totalitario, che si somma alla paura del dissenso per meschine finalità politiche o elettorali. E’ una doppiezza che abbiamo allontanato da tempo, e che non renderà più credibili i propositi di riscatto sociale, non sanerà le divisioni, ma renderà la società meno libera e più ingiusta.
Cari compagni, evitiamo di trasformare la sinistra in una nuova destra, pulita e reazionaria, bigotta e illiberale, antifemminsita, moderata e populista. Siamo ancora in tempo. L’Italia ha bisogno della sinistra. Non ha bisogno di manette né di intellettuali o di politici che giocano a fare gli sbirri. (http://www.thefrontpage.it/)
Piero Sansonetti
Fabrizio Rondolino
Ottaviano Del Turco
Claudio Velardi
Massimo Micucci
Enza Bruno Bossio
lunedì 24 gennaio 2011
Caro Cav., c'è un’unica risposta al golpe: il contro-golpe. Milton
Il circo dei giannizzeri dell’antiberlusconismo sta godendo di un periodo di rinnovato fulgore, grazie all’inverosimile atto di spionaggio costruito ai danni di una delle più alte cariche dello Stato (ma i Servizi, da che parte stanno?), l’invasione nella vita personale di un privato cittadino e l’illegittima procedura d’indagine nei confronti di un parlamentare della Repubblica.
Golpisti, sciacalli, turbati e falsi moralisti fanno a gara nelle TV e sui giornali, con gli occhi intrisi di sangue e la bava alla bocca, illusi che questa sia la volta buona per mandare a casa il Caimano famelico nell’unico modo del quale sono capaci: sovvertendo il voto popolare con un atto di eversione.
A dire la verità ci aveva già provato il povero Fini, inconsapevole dei suoi limiti intellettuali e di leadership. Caso più unico che raro, la terza carica dello Stato, abituato a interloquire con procuratori, a microfoni spenti, sulle caratteristiche autoritarie di Berlusconi, ha tentato negli ultimi due anni di logorare il governo e il Premier, bloccando, tra l’altro, ogni provvedimento sulla giustizia (ma guarda un po’!), per poi orchestrare un miserrimo gruppuscolo di traditori eletti nel PdL e convergere nel cosiddetto Terzo Polo, una specie di ricettacolo di “numeri due” ormai tristemente avviati alla soglia dei sessant’anni, senza aver combinato nulla. La disfatta del 14 Dicembre, con il Governo che raccoglie la quarta fiducia in tre mesi, ha poi dimostrato la pochezza e l’inconsistenza di Fini e dei suoi sodali.
Qualche giorno dopo (che coincidenza), la procura di Milano, iscrive Silvio Berlusconi nel registro degli indagati e all’indomani della decisione della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento (che coincidenza), scoppia il caso Ruby.
Sull’intento golpista dei magistrati inquirenti della Procura di Milano, amici di quelli che stappavano bottiglie di spumante all’indomani della bocciatura del Lodo Alfano, non c’è dubbio alcuno. La tempistica puntigliosamente precisa, il metodo, uno spiegamento per le indagini di forze, mezzi e denaro pubblico senza precedenti, il merito, la non competenza e il fatto che non ci sia né la vittima dello sfruttamento né il concusso della concussione.
E così, famelici, arrivano gli sciacalli, con a capo sempre Fini, che si avventano sulla preda intervenendo ogni giorno a sostegno dei magistrati e della legalità (che normalmente per loro si ferma a Montecarlo o all’ufficio programmi RAI), pur di affossare colui che li ha tirati fuori dalle fogne, ripuliti ed eletti.
Ci sono poi i turbati, che fanno riferimento all’inquilino del Colle. I turbati, ovviamente, si turbano, il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana è spiato nella sua residenza privata dai magistrati della procura di Milano e il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura cha fa? si turba, e di turbamento in turbamento, i golpisti minano, ormai irrimediabilmente, l’ordine democratico.
Ci sono poi i turbati moderati, ex-amici tra i quali si staglia l’ex Presidente di Confindustria Montezemolo, che notoriamente avvezzo alla vita monastica, si mostra anch’esso enormemente turbato del fatto che Silvio Berlusconi dia feste nella sua residenza privata.
Infine ci sono i moralisti, i sepolcri imbiancati che sono costretti a fare i calvinisti anglosassoni e che preferiscono evidentemente una fellatio nello studio ovale della Casa Bianca a una ragazza scosciata nella residenza privata di Berlusconi, che preferiscono lasciar morire di fame e sete Eluana Englaro nei giorni feriali e baciare i piedi del Cardinal Bertone la domenica.
Presidente Berlusconi, c’è una sola risposta a un golpe: un contro-golpe. Lei deve a coloro che l’hanno eletta e a chi in questi giorni è irriso e sbeffeggiato dai numerosi servi sciocchi che albergano in TV e sui giornali, una riforma della giustizia dura e senza sconti, a cominciare dalla responsabilità civile dei magistrati (per la quale il popolo italiano si è già per la verità espresso) fino alla separazione delle carriere, dall’abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale alla reintroduzione dell’immunità parlamentare, per finire con una legge che limiti lo stillicidio delle intercettazioni e la loro pubblicazione sui media. Il tutto va fatto senza indugio e a colpi di maggioranza (se veramente c’è), mobilitando il popolo del PdL pronto a circondare, se serve, la Procura di Milano.
E poi dritti alle elezioni. (l'Occidentale)
Golpisti, sciacalli, turbati e falsi moralisti fanno a gara nelle TV e sui giornali, con gli occhi intrisi di sangue e la bava alla bocca, illusi che questa sia la volta buona per mandare a casa il Caimano famelico nell’unico modo del quale sono capaci: sovvertendo il voto popolare con un atto di eversione.
A dire la verità ci aveva già provato il povero Fini, inconsapevole dei suoi limiti intellettuali e di leadership. Caso più unico che raro, la terza carica dello Stato, abituato a interloquire con procuratori, a microfoni spenti, sulle caratteristiche autoritarie di Berlusconi, ha tentato negli ultimi due anni di logorare il governo e il Premier, bloccando, tra l’altro, ogni provvedimento sulla giustizia (ma guarda un po’!), per poi orchestrare un miserrimo gruppuscolo di traditori eletti nel PdL e convergere nel cosiddetto Terzo Polo, una specie di ricettacolo di “numeri due” ormai tristemente avviati alla soglia dei sessant’anni, senza aver combinato nulla. La disfatta del 14 Dicembre, con il Governo che raccoglie la quarta fiducia in tre mesi, ha poi dimostrato la pochezza e l’inconsistenza di Fini e dei suoi sodali.
Qualche giorno dopo (che coincidenza), la procura di Milano, iscrive Silvio Berlusconi nel registro degli indagati e all’indomani della decisione della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento (che coincidenza), scoppia il caso Ruby.
Sull’intento golpista dei magistrati inquirenti della Procura di Milano, amici di quelli che stappavano bottiglie di spumante all’indomani della bocciatura del Lodo Alfano, non c’è dubbio alcuno. La tempistica puntigliosamente precisa, il metodo, uno spiegamento per le indagini di forze, mezzi e denaro pubblico senza precedenti, il merito, la non competenza e il fatto che non ci sia né la vittima dello sfruttamento né il concusso della concussione.
E così, famelici, arrivano gli sciacalli, con a capo sempre Fini, che si avventano sulla preda intervenendo ogni giorno a sostegno dei magistrati e della legalità (che normalmente per loro si ferma a Montecarlo o all’ufficio programmi RAI), pur di affossare colui che li ha tirati fuori dalle fogne, ripuliti ed eletti.
Ci sono poi i turbati, che fanno riferimento all’inquilino del Colle. I turbati, ovviamente, si turbano, il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana è spiato nella sua residenza privata dai magistrati della procura di Milano e il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura cha fa? si turba, e di turbamento in turbamento, i golpisti minano, ormai irrimediabilmente, l’ordine democratico.
Ci sono poi i turbati moderati, ex-amici tra i quali si staglia l’ex Presidente di Confindustria Montezemolo, che notoriamente avvezzo alla vita monastica, si mostra anch’esso enormemente turbato del fatto che Silvio Berlusconi dia feste nella sua residenza privata.
Infine ci sono i moralisti, i sepolcri imbiancati che sono costretti a fare i calvinisti anglosassoni e che preferiscono evidentemente una fellatio nello studio ovale della Casa Bianca a una ragazza scosciata nella residenza privata di Berlusconi, che preferiscono lasciar morire di fame e sete Eluana Englaro nei giorni feriali e baciare i piedi del Cardinal Bertone la domenica.
Presidente Berlusconi, c’è una sola risposta a un golpe: un contro-golpe. Lei deve a coloro che l’hanno eletta e a chi in questi giorni è irriso e sbeffeggiato dai numerosi servi sciocchi che albergano in TV e sui giornali, una riforma della giustizia dura e senza sconti, a cominciare dalla responsabilità civile dei magistrati (per la quale il popolo italiano si è già per la verità espresso) fino alla separazione delle carriere, dall’abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale alla reintroduzione dell’immunità parlamentare, per finire con una legge che limiti lo stillicidio delle intercettazioni e la loro pubblicazione sui media. Il tutto va fatto senza indugio e a colpi di maggioranza (se veramente c’è), mobilitando il popolo del PdL pronto a circondare, se serve, la Procura di Milano.
E poi dritti alle elezioni. (l'Occidentale)
L'Albania non è un'altra Tunisia. Carlo Panella
Tre morti e una sessantina di feriti in piazza (tra questi molti poliziotti) ed ecco che, inaspettatamente, la rivolta tunisina pare contagiare la riva settentrionale del Mediterraneo e sconvolgere una Albania che pareva tanto assestata da essere divenuta nel 2009 membro della Nato, Come sempre, i “democratici” di Sali Berisha accusano i “socialisti” –oggi guidati da Edi Rama- di ogni nefandezza e sta di fatto che mentre Berisha nega addirittura che la polizia possieda le armi che hanno ucciso e ferito i manifestanti socialisti, la Procura generale ha emesso 6 ordini di cattura contro militi della Guardia Repubblicana a smentita della tesi dello stesso premier che negava che la polizia possedesse le armi che hanno sparato e ferito (anche un filmato conferma che a sparare sono stati membri della Gr). Ma è ben difficile che la dinamica albanese segua quella tunisina, anche perché quello di Berisha non è affatto un regime rigido e autoritario come quello di Ben Ali (pur essendo molto corrotto), non fosse altro perché il suo governo è frutto di regolari elezioni nel 2009. Ma Edi Rama, un fantasioso architetto che ha reso più piacevole Tirana e che ha sostituito lo storico leader socialista Fatos Nano, contesta proprio la regolarità di quel voto, accusa Berisha di brogli e forse non ha la coscienza tanto pulita quanto alle violenze scoppiate in piazza. Non è infatti questa la prima volta che il sangue scorre nelle strade albanesi, per responsabilità vuoi degli uni, vuoi degli altri, tanto che nel 1998, dopo l’uccisione in un attentato del deputato Azem Hajdari, vi fu una sorte di golpe, per iniziativa di alcuni “democratici”, che fece ben 2.000 morti. La realtà vera, di fondo, è che l’Albania paga tutt’oggi il prezzo drammatico ai 44 anni di dittatura comunista di quel folle satrapo orientale che era Enver Hoxa, che distrusse l’economia del paese, terrorizzò gli albanesi con una ferocia spietata (la sua Albania era l’unico “Stato ateo del mondo”, sacerdoti e suore vennero perseguitati e massacrati) e arrivò addirittura a schiantare il nucleo base della società, la famiglia (le migliaia di bimbi che scapparono da soli in Italia da Durazzo nel 1991 dimostrarono una incredibile assenza di vincoli e affetti familiari indotta dal comunismo). Ma dopo i primi anni caratterizzati da una illegalità totale (il sud in cui i socialisti sono maggioritari era in mano agli “scafisti” di Valona che traghettavano in Italia migliaia di clandestini e controllavano il traffico della prostituzione, il nord in cu i socialisti sono maggioritari, pullulava di traffici di ogni tipo -in testa la droga- al centro, Tirana, era e in parte è ancora sentina di ogni traffico e di molta corruzione). Ma, nonostante tutto questa, va detto che nel corso degli anni, lentamente, si è innescato uno sviluppo virtuoso: molte aziende italiane hanno fatto consistenti investimenti e creato lavoro, il paese ha iniziato a produrre e a darsi istituzioni e scuole più che decenti e la stessa vita politica ha iniziato a strutturarsi. C’è stato sì lo scandalo delle “piramidi finanziarie” che ha travolto il governo Berisha nel 1997, una anteprima dei trucchi di Bob Madoff e della peggiore Wall Street, ma poi il paese ha assorbito il colpo e il suo ingresso nella Nato è stato il suggello di una normalità non ancora acquisita, ma alle viste. Ora, una nuova, grave, scossa di assestamento, che potrà anche drammatizzarsi, ma che difficilmente produrrà un “regime change” come a Tunisi, non fosse altro perché quello di Berisha non è affatto un regime. (Libero)
A sinistra scocca l'ora dei devoti "papagliacci". Marcello Veneziani
Ma con che faccia invocate il Papa, il ritorno ai principi morali e tifate per i Vescovi riuniti da oggi ad Ancona? Io vi ricordo, uno per uno, voi laici, radical e di sinistra quando prendevate in giro i bacchettoni e giudicavate i richiami alla morale come un'ipocrisia di preti e conformisti. E non parlo di preistoria, non mi rifaccio al '68, mi riferisco a cose più recenti, per esempio quando Clinton abusava sessualmente di una stagista ma per voi il sesso non poteva far cadere un presidente... O quando difendevate i due gay che facevano sesso al Colosseo e censuravate i repressori e non chi dava pubblico spettacolo ed esempio. Vi ricorderete di difendere il Papa e i Vescovi quando torneranno a condannare il disordine sessuale e omosessuale, l'oscenità, l'aborto, i peccati? O tornerete a considerarle un'ingerenza indebita, dopo aver tirato per la tonaca Papa e Vescovi perché entrassero nei letti d'Arcore a dannare il satiro infedele? Che aspettate a invocare la Santa Inquisizione ad personam, solo per Berlusconi e i suoi, e il rogo per le escort, le streghette del terzo millennio?
La Chiesa fa bene a deprecare il degrado morale d'Italia, dai Palazzi del Potere ai sobborghi. È la sua missione. Ma la morale è una cosa seria, discende da una tradizione, comporta il rispetto di un ordine e il senso del limite. C'è il piano morale per la coscienza, c'è il piano etico per il costume, c'è il piano giudiziario per i reati, c'è il piano politico per le leggi. Se unificate i piani, voi convertiti stagionali alla Morale, date ragione agli Ayatollah, invocate il ritorno alla teocrazia medievale.
Trovo indecente il vostro richiamo ai principi morali, al pudore e alla vergogna. Siete la caricatura della moral majority, della destra antica e tradizionalista, perbenista e moralista. Caricatura perché fuori tempo e fuori luogo, cioè fuori dal contesto in cui assumono coerenza quelle posizioni. Da uomo di destra quale fui e - per quel che può valere oggi sono ancora, detesto questa destra acefala, falsa e opportunista che rivive in maschera a sinistra. La libertà sessuale, a cui avete istigato per una vita, è andata al potere. Di che vi lagnate, papagliacci? (il Giornale)
La Chiesa fa bene a deprecare il degrado morale d'Italia, dai Palazzi del Potere ai sobborghi. È la sua missione. Ma la morale è una cosa seria, discende da una tradizione, comporta il rispetto di un ordine e il senso del limite. C'è il piano morale per la coscienza, c'è il piano etico per il costume, c'è il piano giudiziario per i reati, c'è il piano politico per le leggi. Se unificate i piani, voi convertiti stagionali alla Morale, date ragione agli Ayatollah, invocate il ritorno alla teocrazia medievale.
Trovo indecente il vostro richiamo ai principi morali, al pudore e alla vergogna. Siete la caricatura della moral majority, della destra antica e tradizionalista, perbenista e moralista. Caricatura perché fuori tempo e fuori luogo, cioè fuori dal contesto in cui assumono coerenza quelle posizioni. Da uomo di destra quale fui e - per quel che può valere oggi sono ancora, detesto questa destra acefala, falsa e opportunista che rivive in maschera a sinistra. La libertà sessuale, a cui avete istigato per una vita, è andata al potere. Di che vi lagnate, papagliacci? (il Giornale)
venerdì 21 gennaio 2011
La squadra del Pdl per l'attacco mediatico.
E' divenuto insopportabile lo strazio di esponenti, anche importanti, del Pdl fatti a pezzi da scafati e spesso prepotenti rappresentanti dell'opposizione con il determinante aiuto di conduttori faziosi, nel corso di trasmissioni televisive o radiofoniche.
L'arroganza, la protervia e spessisssimo la malafede degli interlocutori mettono in seria difficoltà i componenti della maggioranza o del governo, intervenuti in trasmissione, che non sono aggressivi e navigati come certi professionisti della prevaricazione.
Il risultato è che i nostri passano per impreparati, dalla parte del torto e fanno perdere voti.
Mi permetto di fare un elenco, di cui mi assumo la responsabilità e che non considero esaustivo, di deputati e senatori del Pdl che possono ben figurare e che sanno rintuzzare gli attacchi dei professionisti del contraddittorio radio-televisivo.
Mi limito alla segnalazione di coloro che almeno qualche volta si sono visti in dibattiti televisivi o sentiti in trasmissioni radiofoniche: sicuramente avrò tralasciato qualcuno, ma l'elenco che segue mi pare sufficientemente numeroso.
Deputati del Pdl (in ordine alfabetico):
Alfano Angelino, Bernini Anna Maria, Brunetta Renato, Carfagna Mara, Carlucci Gabriella, Cazzola Giuliano, Crosetto Guido, Frattini Franco, Gelmini Mariastella, Ghedini Niccolò, La Russa Ignazio, Lorenzin Beatrice, Lupi Maurizio, Mantovano Alfredo, Mussolini Alessandra, Nirenstein Fiamma, Pecorella Gaetano, Prestigiacomo Stefania, Ravetto Laura, Romani Paolo, Rotondi Gianfranco, Santelli Jole, Stracquadanio Giorgio,Tremonti Giulio, Vito Elio.
Altri onorevoli che si difendono bene nel loro ruolo, ma non sempre prevalgono nei contraddittori:
Bertolini Isabella, Bonaiuti Paolo, Boniver Margherita, Cicchitto Fabrizio, Craxi Stefania, Farina Renato, La Loggia Enrico, Landolfi Mario, Meloni Giorgia.
Senatori:
Berselli Filippo, Bondi Sandro, Cantoni Gianpiero, Colli Ombretta, Dell'Utri Marcello, Gasparri Maurizio, Giovanardi Carlo, Quagliariello Gaetano, Sacconi Maurizio, Schifani Renato, Vizzini Carlo.
Ci sono poi tre fuori quota che sono anche fuoriclasse:
Daniele Capezzone, Daniela Santanché e Vittorio Sgarbi.
L'arroganza, la protervia e spessisssimo la malafede degli interlocutori mettono in seria difficoltà i componenti della maggioranza o del governo, intervenuti in trasmissione, che non sono aggressivi e navigati come certi professionisti della prevaricazione.
Il risultato è che i nostri passano per impreparati, dalla parte del torto e fanno perdere voti.
Mi permetto di fare un elenco, di cui mi assumo la responsabilità e che non considero esaustivo, di deputati e senatori del Pdl che possono ben figurare e che sanno rintuzzare gli attacchi dei professionisti del contraddittorio radio-televisivo.
Mi limito alla segnalazione di coloro che almeno qualche volta si sono visti in dibattiti televisivi o sentiti in trasmissioni radiofoniche: sicuramente avrò tralasciato qualcuno, ma l'elenco che segue mi pare sufficientemente numeroso.
Deputati del Pdl (in ordine alfabetico):
Alfano Angelino, Bernini Anna Maria, Brunetta Renato, Carfagna Mara, Carlucci Gabriella, Cazzola Giuliano, Crosetto Guido, Frattini Franco, Gelmini Mariastella, Ghedini Niccolò, La Russa Ignazio, Lorenzin Beatrice, Lupi Maurizio, Mantovano Alfredo, Mussolini Alessandra, Nirenstein Fiamma, Pecorella Gaetano, Prestigiacomo Stefania, Ravetto Laura, Romani Paolo, Rotondi Gianfranco, Santelli Jole, Stracquadanio Giorgio,Tremonti Giulio, Vito Elio.
Altri onorevoli che si difendono bene nel loro ruolo, ma non sempre prevalgono nei contraddittori:
Bertolini Isabella, Bonaiuti Paolo, Boniver Margherita, Cicchitto Fabrizio, Craxi Stefania, Farina Renato, La Loggia Enrico, Landolfi Mario, Meloni Giorgia.
Senatori:
Berselli Filippo, Bondi Sandro, Cantoni Gianpiero, Colli Ombretta, Dell'Utri Marcello, Gasparri Maurizio, Giovanardi Carlo, Quagliariello Gaetano, Sacconi Maurizio, Schifani Renato, Vizzini Carlo.
Ci sono poi tre fuori quota che sono anche fuoriclasse:
Daniele Capezzone, Daniela Santanché e Vittorio Sgarbi.
giovedì 20 gennaio 2011
Silvio, sei tutti noi
Berlusconi non fa bene ad attaccare i magistrati, fa benissimo!
L'ultracasta deve rendersi conto che non deve permettersi l'impunità assoluta: la legge è uguale per tutti e quindi anche i magistrati devono sottostare alle regole.
L'azione penale è obbligatoria? Allora che "aprano un fascicolo" a carico di ignoti per la fuga di atti istruttori.
Indaghino su chi ha autorizzato la montagna di intercettazioni senza la notizia di reato.
Verifichino che gli interrogatori e le perquisizioni di TESTIMONI siano state fatte nel rispetto della procedura.
Certamente i magistrati politicizzati sono una minima parte della magistratura e proprio per questo il bubbone deve e può essere estirpato al più presto.
La riforma è urgentissima.
Altra considerazione: è invalso l'uso di considerare la magistratura un potere dello Stato. Niente di più scorretto. La magistratura è un ordine che espleta il potere giudiziario, ovvero applica le leggi che, invece, sono approvate dal Parlamento, titolare del potere legislativo.
Berlusconi, cari amici sinistri, è l'unico che ha il coraggio di dire quello che pensano milioni di italiani perché non ha scheletri da nascondere. Questo, certi magistrati lo hanno capito e gli scheletri glieli mettono loro nel metaforico armadio.
Perché la riforma della giustizia non riesce a vedere la luce? Perché molti magistrati sono in Parlamento e certi parlamentari, evidentemente, non se la sentono di inimicarsi l'ultracasta.
Volete un esempio: per l'indagine relativa all'appartamento di Montecarlo si è saputo dell'iscrizione nel registro degli indagati di Gianfranco Fini solo ad archiviazione avvenuta, per Berlusconi non c'è mai stato il minimo rispetto e gli avvisi di garanzia ( per reati insussistenti) gli arrivano con il quotidiano del mattino assieme alla trascrizione delle sue telefonate.
E poi non dovrebbe attaccare?
L'ultracasta deve rendersi conto che non deve permettersi l'impunità assoluta: la legge è uguale per tutti e quindi anche i magistrati devono sottostare alle regole.
L'azione penale è obbligatoria? Allora che "aprano un fascicolo" a carico di ignoti per la fuga di atti istruttori.
Indaghino su chi ha autorizzato la montagna di intercettazioni senza la notizia di reato.
Verifichino che gli interrogatori e le perquisizioni di TESTIMONI siano state fatte nel rispetto della procedura.
Certamente i magistrati politicizzati sono una minima parte della magistratura e proprio per questo il bubbone deve e può essere estirpato al più presto.
La riforma è urgentissima.
Altra considerazione: è invalso l'uso di considerare la magistratura un potere dello Stato. Niente di più scorretto. La magistratura è un ordine che espleta il potere giudiziario, ovvero applica le leggi che, invece, sono approvate dal Parlamento, titolare del potere legislativo.
Berlusconi, cari amici sinistri, è l'unico che ha il coraggio di dire quello che pensano milioni di italiani perché non ha scheletri da nascondere. Questo, certi magistrati lo hanno capito e gli scheletri glieli mettono loro nel metaforico armadio.
Perché la riforma della giustizia non riesce a vedere la luce? Perché molti magistrati sono in Parlamento e certi parlamentari, evidentemente, non se la sentono di inimicarsi l'ultracasta.
Volete un esempio: per l'indagine relativa all'appartamento di Montecarlo si è saputo dell'iscrizione nel registro degli indagati di Gianfranco Fini solo ad archiviazione avvenuta, per Berlusconi non c'è mai stato il minimo rispetto e gli avvisi di garanzia ( per reati insussistenti) gli arrivano con il quotidiano del mattino assieme alla trascrizione delle sue telefonate.
E poi non dovrebbe attaccare?
Ascoltate "Stampa e Regime"
Per chi non la conoscesse, vorrei segnalare la rassegna stampa di Radio Radicale http://www.radioradicale.it/dirette curata per buona parte della settimana da Massimo Bordin.
Dalle 7,30 alle 8,30 con replica dopo una mezz'ora, "Stampa e Regime" è la più imparziale rassegna stampa che si possa ascoltare.
Massimo Bordin, direttore emerito di Radio Radicale, è stato definito da il Foglio il conduttore che con un colpo di tosse e una schiarita di gola commenta da vent'anni la politica italiana meglio di cento editoriali.
Non fa male ascoltare questa emittente anche per le numerose dirette che, in convenzione con lo Stato, trasmette dal Parlamento, dai congressi di partito e dai convegni di interesse socio-politico, nonché per le dirette con gli ascoltatori senza filtri o censure.
Dalle 7,30 alle 8,30 con replica dopo una mezz'ora, "Stampa e Regime" è la più imparziale rassegna stampa che si possa ascoltare.
Massimo Bordin, direttore emerito di Radio Radicale, è stato definito da il Foglio il conduttore che con un colpo di tosse e una schiarita di gola commenta da vent'anni la politica italiana meglio di cento editoriali.
Non fa male ascoltare questa emittente anche per le numerose dirette che, in convenzione con lo Stato, trasmette dal Parlamento, dai congressi di partito e dai convegni di interesse socio-politico, nonché per le dirette con gli ascoltatori senza filtri o censure.
martedì 18 gennaio 2011
L'attacco alle libertà individuali. Piero Ostellino
Se la magistratura volesse intercettare il presidente del Consiglio dovrebbe chiederne l'autorizzazione al Parlamento; che (probabilmente) non la concederebbe. Così, gli inquirenti del «caso Ruby» - non potendo intercettare il presidente del Consiglio - hanno monitorato in vari modi le persone che ne frequentavano le abitazioni private e che perciò stesso sono finite sui giornali. Uomini che, nell'immaginario collettivo, sono, ora, l'archetipo del vecchio porcaccione; ragazze che una certa opinione pubblica immagina - diciamo così - disposte a concedersi a chiunque in cambio di una raccomandazione.
Qui, le (supposte) «distrazioni» di Berlusconi - delle quali, se passibili di sanzione giudiziaria, risponderà eventualmente in Tribunale - non c'entrano; qui sono in gioco persone le cui libertà individuali, fra le quali quella alla privatezza e alla dignità, sono state violate due volte: innanzi tutto, per essere state monitorate solo perché avevano frequentato le abitazioni private del presidente del Consiglio; in secondo luogo, per essere, adesso, segnate con un marchio morale di infamia agli occhi dell'opinione pubblica. Diciamola tutta: da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici, altro che le pruriginose cronache dei giornali! E, poi, a che pro? Mettiamola, allora, per un momento, sul paradosso. Personalmente, non ho alcuna familiarità con Silvio Berlusconi, non sono mai stato invitato in una della sue abitazioni; tanto meno in compagnia di ragazze di bella presenza. Ma, dopo quanto ho letto sui media, dico subito che se, per una qualsiasi ragione, il presidente del Consiglio mi volesse vedere, lo pregherei di incontrarci a Palazzo Chigi, magari in presenza del mio vecchio collega e amico Gianni Letta, o lo inviterei io stesso in qualche ristorante milanese dove vado con mia moglie e i miei nipotini. La prospettiva di finire sui giornali, dopo un incontro ad Arcore, come partecipe di un rito «bunga bunga» - che, a dire la verità, non ho neppure ancora capito che diavolo voglia dire; i lettori mi perdoneranno, sono un uomo all'antica - la trovo francamente surreale e inaccettabile.
Per essere ancora più chiaro. Di fronte a un'ipotesi di reato - e soprattutto un'ipotesi di reato che riguardi la prostituzione di una minorenne - è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un'aula di tribunale (invece di farne una questione politica) come ogni altro cittadino, fatte salve le prerogative proprie del suo ruolo, come ha riconosciuto la stessa Corte costituzionale. Non mi pare, invece, né consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un Paese di democrazia liberale, diciamo pure, civile, che - per suffragare le accuse nei suoi confronti - si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia. L'idea che, d'ora in poi, sul bavero delle giacche di un certo numero di cittadini sia stato applicato, ancorché metaforicamente, un marchio quasi razzistico - ai maschi, il distintivo delle proprie senili debolezze; alle donne, quello della propria (supposta) disponibilità a soddisfarle - per il solo fatto di aver frequentato certe abitazioni, dovrebbe essere, per la coscienza di ciascun italiano, una mostruosità non solo giuridica, ma morale. Il Paese dovrebbe rifletterci se non vuole precipitare definitivamente nella barbarie.
L'agenzia inglese Reuters - si badi, inglese, un Paese dove la presunzione di innocenza è scritta nella tradizione, nel costume, nella storia, prima che nella legge - nel dare la notizia delle accuse a Berlusconi, ha rivelato anche la fonte dalla quale le aveva apprese: ambienti vicini agli stessi inquirenti. Anche qui non voglio entrare nel merito delle accuse. Mi limito a segnalare che, per ora, in attesa che la magistratura ne precisi la natura attraverso una serie di prove fattuali in sede di giudizio, tutto ciò che appare dai media è che anche al bavero della giacca dell'«inquisito» Silvio Berlusconi è stato applicato un marchio di infamia morale e che ciò, quale sia poi l'esito di un eventuale processo, è già sufficiente ad averne infangato l'immagine e la reputazione.
Questa non è una difesa del capo del governo, cui già provvedono lui stesso e i suoi avvocati, ma di alcuni principi che dovrebbero presiedere a ogni inchiesta giudiziaria e al giudizio di ciascuno di noi. Berlusconi ne risponda in un'aula di tribunale, dove, i suoi legali - che, finora, non hanno di certo goduto degli stessi mezzi di indagine, per non dire della complicità di certi media, di cui ha goduto la magistratura inquirente - sarebbero finalmente su un piano di parità con l'accusa.
Contemporaneamente, però, la domanda alla quale forze politiche, media, opinione pubblica, perché no, la stessa magistratura, mi piacerebbe volessero rispondere è se lo spettacolo cui stiamo assistendo sia quello di cui andare fieri come cittadini di un Paese appena normale. Tanto dovevo, non a Berlusconi, ma a quello straccio di verità cui dovrebbe sempre tendere ogni spirito libero. (il Corriere della Sera)
Qui, le (supposte) «distrazioni» di Berlusconi - delle quali, se passibili di sanzione giudiziaria, risponderà eventualmente in Tribunale - non c'entrano; qui sono in gioco persone le cui libertà individuali, fra le quali quella alla privatezza e alla dignità, sono state violate due volte: innanzi tutto, per essere state monitorate solo perché avevano frequentato le abitazioni private del presidente del Consiglio; in secondo luogo, per essere, adesso, segnate con un marchio morale di infamia agli occhi dell'opinione pubblica. Diciamola tutta: da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici, altro che le pruriginose cronache dei giornali! E, poi, a che pro? Mettiamola, allora, per un momento, sul paradosso. Personalmente, non ho alcuna familiarità con Silvio Berlusconi, non sono mai stato invitato in una della sue abitazioni; tanto meno in compagnia di ragazze di bella presenza. Ma, dopo quanto ho letto sui media, dico subito che se, per una qualsiasi ragione, il presidente del Consiglio mi volesse vedere, lo pregherei di incontrarci a Palazzo Chigi, magari in presenza del mio vecchio collega e amico Gianni Letta, o lo inviterei io stesso in qualche ristorante milanese dove vado con mia moglie e i miei nipotini. La prospettiva di finire sui giornali, dopo un incontro ad Arcore, come partecipe di un rito «bunga bunga» - che, a dire la verità, non ho neppure ancora capito che diavolo voglia dire; i lettori mi perdoneranno, sono un uomo all'antica - la trovo francamente surreale e inaccettabile.
Per essere ancora più chiaro. Di fronte a un'ipotesi di reato - e soprattutto un'ipotesi di reato che riguardi la prostituzione di una minorenne - è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un'aula di tribunale (invece di farne una questione politica) come ogni altro cittadino, fatte salve le prerogative proprie del suo ruolo, come ha riconosciuto la stessa Corte costituzionale. Non mi pare, invece, né consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un Paese di democrazia liberale, diciamo pure, civile, che - per suffragare le accuse nei suoi confronti - si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia. L'idea che, d'ora in poi, sul bavero delle giacche di un certo numero di cittadini sia stato applicato, ancorché metaforicamente, un marchio quasi razzistico - ai maschi, il distintivo delle proprie senili debolezze; alle donne, quello della propria (supposta) disponibilità a soddisfarle - per il solo fatto di aver frequentato certe abitazioni, dovrebbe essere, per la coscienza di ciascun italiano, una mostruosità non solo giuridica, ma morale. Il Paese dovrebbe rifletterci se non vuole precipitare definitivamente nella barbarie.
L'agenzia inglese Reuters - si badi, inglese, un Paese dove la presunzione di innocenza è scritta nella tradizione, nel costume, nella storia, prima che nella legge - nel dare la notizia delle accuse a Berlusconi, ha rivelato anche la fonte dalla quale le aveva apprese: ambienti vicini agli stessi inquirenti. Anche qui non voglio entrare nel merito delle accuse. Mi limito a segnalare che, per ora, in attesa che la magistratura ne precisi la natura attraverso una serie di prove fattuali in sede di giudizio, tutto ciò che appare dai media è che anche al bavero della giacca dell'«inquisito» Silvio Berlusconi è stato applicato un marchio di infamia morale e che ciò, quale sia poi l'esito di un eventuale processo, è già sufficiente ad averne infangato l'immagine e la reputazione.
Questa non è una difesa del capo del governo, cui già provvedono lui stesso e i suoi avvocati, ma di alcuni principi che dovrebbero presiedere a ogni inchiesta giudiziaria e al giudizio di ciascuno di noi. Berlusconi ne risponda in un'aula di tribunale, dove, i suoi legali - che, finora, non hanno di certo goduto degli stessi mezzi di indagine, per non dire della complicità di certi media, di cui ha goduto la magistratura inquirente - sarebbero finalmente su un piano di parità con l'accusa.
Contemporaneamente, però, la domanda alla quale forze politiche, media, opinione pubblica, perché no, la stessa magistratura, mi piacerebbe volessero rispondere è se lo spettacolo cui stiamo assistendo sia quello di cui andare fieri come cittadini di un Paese appena normale. Tanto dovevo, non a Berlusconi, ma a quello straccio di verità cui dovrebbe sempre tendere ogni spirito libero. (il Corriere della Sera)
Un "sì" che umilia la sinistra
Vince chi prende più voti. Accade e viene riconosciuto non soltanto in tutte le democrazie del mondo, ma anche in ogni libera associazione, perfino nelle bocciofile emiliane tanto care a Bersani. A Mirafiori il 54% dei dipendenti ha detto sì all’accordo per nuovi investimenti e il 46% ha detto no. Eppure larga parte della sinistra ha festeggiato e brindato. Sindacalisti, politici, intellettuali e giornalisti hanno raccontato perché e per come ha perso chi ha vinto, con un singolare rovesciamento del significato del voto e quindi della stessa regola principe della democrazia partecipata. Si è parlato di risultato “sul filo del rasoio” (otto punti di differenza non sono proprio niente), si è ragionato di lavoratori, quelli del sì, privi di dignità e orgoglio (“uomini e no” il titolo del Fatto), si è scritto che “hanno detto no quasi tutti” (mandate le tabelline alla direttora dell’Unità), hanno insomma fotografato il referendum applicando il filtro rosso dell’ideologia salottiera di sinistra, grazie al quale il voto “amico” è “più responsabile” e come tale vale doppio.
Silvio, fatti da parte
Chi non vorrebbe avere tra le mani il corpo di quella faccia da schiaffi di Ruby?
Alzi la mano chi avrebbe rifiutato di toccarla.
Quella sfrontata figlia del Marocco ha un corpo prepotentemente provocante e lei ne è ben consapevole: difficile tenere le mani a posto, anche per la voglia di prenderla a schiaffi.
Silvio, lo sanno anche i sassi, ha un cuore tenero e particolarmente predisposto all'innamoramento: difficile sottrarsi al fascino perverso di certe femmine (lo scrivo con rispettosa consapevolezza).
Fatta questa premessa, che non piacerà ai soliti difensori del sesso debole (debole?) ed alle femministe in servizio effettivo permanente, entro nel merito della brutta faccenda che sta coinvolgendo il premier Berlusconi.
Ammesso, e non concesso, che il dopo cena a casa di Silvio non fosse solo chitarra e barzellette, quali reati sarebbero stati commessi? Quali sono le parti lese? Qualcuno avrebbe potuto pensare che quel pezzo di ragazza "rubacuori" fosse minorenne? Qualche ospite ha denunciato violenze o abusi?
Gli abusi, invece, a mio avviso vengono dagli inquirenti.
Intercettazioni fatte senza notizia di reato, aggiramento dell'immunità parlamentare, spiegamento di risorse sproporzionato rispetto al presunto crimine, chiaro fine politico-eversivo dell'indagine, fuga di notizie coperte da segreto istruttorio e abuso di mezzi di indagine.
Caro Sivio, il missile è partito e non puoi fermarlo: fatti da parte e scansalo! Come?
Prendi esempio da un illustre presidente della repubblica: Oscar Luigi Scalfaro.
Non occorre andare in televisione a reti unificate per dire: "NON CI STO".
Basta farlo sapere ai pubblici ministeri.
P.S. Prima di andare a costruire ospedali per il mondo, come hai detto di voler fare dopo questa legislatura, vedi di mettere in piedi una riforma della giustizia degna di questo nome.
Alzi la mano chi avrebbe rifiutato di toccarla.
Quella sfrontata figlia del Marocco ha un corpo prepotentemente provocante e lei ne è ben consapevole: difficile tenere le mani a posto, anche per la voglia di prenderla a schiaffi.
Silvio, lo sanno anche i sassi, ha un cuore tenero e particolarmente predisposto all'innamoramento: difficile sottrarsi al fascino perverso di certe femmine (lo scrivo con rispettosa consapevolezza).
Fatta questa premessa, che non piacerà ai soliti difensori del sesso debole (debole?) ed alle femministe in servizio effettivo permanente, entro nel merito della brutta faccenda che sta coinvolgendo il premier Berlusconi.
Ammesso, e non concesso, che il dopo cena a casa di Silvio non fosse solo chitarra e barzellette, quali reati sarebbero stati commessi? Quali sono le parti lese? Qualcuno avrebbe potuto pensare che quel pezzo di ragazza "rubacuori" fosse minorenne? Qualche ospite ha denunciato violenze o abusi?
Gli abusi, invece, a mio avviso vengono dagli inquirenti.
Intercettazioni fatte senza notizia di reato, aggiramento dell'immunità parlamentare, spiegamento di risorse sproporzionato rispetto al presunto crimine, chiaro fine politico-eversivo dell'indagine, fuga di notizie coperte da segreto istruttorio e abuso di mezzi di indagine.
Caro Sivio, il missile è partito e non puoi fermarlo: fatti da parte e scansalo! Come?
Prendi esempio da un illustre presidente della repubblica: Oscar Luigi Scalfaro.
Non occorre andare in televisione a reti unificate per dire: "NON CI STO".
Basta farlo sapere ai pubblici ministeri.
P.S. Prima di andare a costruire ospedali per il mondo, come hai detto di voler fare dopo questa legislatura, vedi di mettere in piedi una riforma della giustizia degna di questo nome.
lunedì 17 gennaio 2011
Andrea's Version
Buttando un’occhiata superficiale, proprio distratta, a volo d’uccello, sulla grande mostra romana che celebra i 90 anni dalla nascita del Pci (“Avanti popolo. Il Pci nella storia d’Italia”), e “che intende rimettere a posto i fondamentali della memoria”. Potenti le gigantografie di Gramsci. Rimarchevoli quelle di Berlinguer. Toccanti le grandi foto sulla resistenza. Significative quelle di Bobo-Staino e dell’ombrello di Altan ficcato in un sedere, non ricordo al momento di chi. Non pare di aver notato gigantografie con la falce e il martello, nemmeno una foto di Lenin, un ritratto di Stalin, un’istantanea di Zdanov, una di Bordiga, o di Pietro Secchia, o di un Di Vittorio, e tantomeno di Umberto Terracini, di Luigi Longo, oppure della Camilla Ravera e di Leonetti, ma neanche di Amendola, o men che meno di Budapest, magari di Nagy, e vedi mai del muro di Berlino. Non c’era una gigantografia neppure di Togliatti. E sarà giusto così. Questo senz’altro. Ma era un po’ come vedere la grande mostra sul 40° anniversario della pornografia italiana con Tina Pica e senza Cicciolina. (il Foglio)
Il Toga party si aggrappa alle donnine. Filippo Facci
No, scusate, Silvio Berlusconi fu inquisito per la prima volta nel 1994, quando aveva 58 anni ed era presidente del Consiglio; Ilda Boccassini in quel 1994 aveva 45 anni, era reduce da esperienze importanti in Sicilia - sulle orme degli assassini di Falcone e Borsellino - e stava appunto per coinvolgere Berlusconi in inchieste pesantissime su corruzioni giudiziarie e sul porto delle nebbie eccetera; un terzo soggetto, Karima el Mahroug, detta Ruby, in quel 1994 si limitava a ciucciare soltanto il biberon, perché aveva un anno. Potremmo aggiungere che Pietro Forno, il pm che condivide con la Boccassini la nuova indagine su Berlusconi, nel 1994 aveva 50 anni e aveva appena fondato un suo pool sui reati sessuali, questo dopo essersi occupato per anni di terrorismo (da Prima Linea ai Nar fino ai Proletari armati per il comunismo) e ancora del plagio di Armando Verdiglione, della setta Scientology e degli aborti alla Mangiagalli; i colleghi si fidavano di lui al punto che nascosero in un suo fascicolo la lista degli affiliati alla P2. Questo era Forno. E questa era la Boccassini.
Ora, diciassette anni dopo, Silvio Berlusconi ha 75 anni, è ancora presidente del Consiglio ed è ancora inquisito dalla Procura di Milano; a inquisirlo è ancora Ilda Boccassini, che ora ha 60 anni (Pietro Forno ne ha 66) e si occupa di un filone ormai ridotto a un’improbabile concussione nonché a un reato da 5.164 euro, cioè sfruttamento della prostituzione ai danni della citata Ruby. la quale, intanto, è diventata maggiorenne e sarebbe la sfruttata. Le foto le avete viste tutti, Ruby è la classica sfruttata, la tipica vittima ingenua e priva di malizia.
Vogliamo esagerare? Allora aggiungiamo che altri importanti inquisitori di Berlusconi, frattanto, hanno fatto il loro corso: Antonio Di Pietro ha 60 anni ed è in politica da 15; Gherardo Colombo ne ha 64 e ha lasciato la magistratura da 4; Piercamillo Davigo ha 60 anni ed è giudice in Cassazione, Francesco Saverio Borrelli è in pensione. Eccetera.
Cioè, cominciate a capire? Lo capite come siamo messi? Ci sono cronisti che scrissero del celebre invito a comparire del 1994 (quello di Napoli, quello che affossò un governo e fece eco in tutto il mondo) e che adesso sono ancora lì, a scrivere dell’invitino a comparire per il caso Ruby: neppure noi che ne scriviamo da vent’anni ce ne rendiamo più conto, ormai. Ci limitiamo a registrare ogni singola puntata ma abbiamo smarrito il senso della storia, e non perché adesso sia diventata una farsa: è da almeno un decennio che è già una farsa. Siamo oltre. Non è neanche più una persecuzione giudiziaria, guardandola a cannocchiale rovesciato: è una comica che non ci fa neanche più ridere, una parodia, uno di quei sequel a basso costo in cui vedi vecchi attori macilenti che si prestano a ogni cosa, perché è sempre meglio che finire ai giardinetti.
Non fate finta di non aver capito: è chiaro che l’azione penale è obbligatoria, è ovvio che nessuno si è propriamente inventato niente (questo fermandosi ai fatti e agli attori: i reati sono un altro discorso) ed è pacifico che nel caso di Ruby l’apparenza non inganna, anche se una differenza tra una presenza e una prestazione esiste ancora, ed è appunto da stabilire. È il classico caso, questo, in cui si può dire che gli italiani - che spesso non capiscono assolutamente nulla - hanno capito tutto, e da un pezzo, e hanno anche già deciso quanto in definitiva gliene importa. Ora ci saranno strascichi politici, conflitti di competenza, polemiche infinite, schermaglie giudiziarie, attività di governo rallentate, voci di crisi e di elezioni: la situazione è classicamente grave ma non seria. Paradossalmente ha ragione Pier Luigi Bersani: «Per favore ci vengano risparmiati ulteriori mesi di avvitamento dell’Italia sui problemi di Berlusconi». E ha ragione anche Luca Barbareschi: «Perché dedicare tutto questo spazio, invece che parlare dei quattro o cinque argomenti a cui dedicherei le prime pagine dei giornali?».
Azzardiamo una risposta. Gli effetti dell’anti-berlusconismo giudiziario si sono ormai permeati nella falda civile di questo Paese, ne hanno inquinato la capacità di giudizio, mentre il pregiudizio viceversa è stato elevato a definitiva forma di (non) comunicazione politica, a target di un mercato editoriale e culturale. Tante persone anche perbene, ormai esauste, per anni hanno obiettato che in fondo i magistrati fanno solo il loro lavoro, che è andato tutto bene, che Berlusconi è ancora incensurato, che se i processi sono caduti tutti come birilli - complici le leggi ad personam - è anche perché la giustizia a suo modo funziona, e i tribunali cioè hanno il coraggio di porre tutti i distinguo del caso. L’hanno detto per anni, ora sono cose che non dice più nessuno: non in buonafede. Dopo diciassette anni di politica - e di magistratura - Silvio Berlusconi è ancora presidente del Consiglio ed è sottoposto a un’indagine per sfruttamento della prostituzione. Significa soltanto che ha vinto.(Libero)
Ora, diciassette anni dopo, Silvio Berlusconi ha 75 anni, è ancora presidente del Consiglio ed è ancora inquisito dalla Procura di Milano; a inquisirlo è ancora Ilda Boccassini, che ora ha 60 anni (Pietro Forno ne ha 66) e si occupa di un filone ormai ridotto a un’improbabile concussione nonché a un reato da 5.164 euro, cioè sfruttamento della prostituzione ai danni della citata Ruby. la quale, intanto, è diventata maggiorenne e sarebbe la sfruttata. Le foto le avete viste tutti, Ruby è la classica sfruttata, la tipica vittima ingenua e priva di malizia.
Vogliamo esagerare? Allora aggiungiamo che altri importanti inquisitori di Berlusconi, frattanto, hanno fatto il loro corso: Antonio Di Pietro ha 60 anni ed è in politica da 15; Gherardo Colombo ne ha 64 e ha lasciato la magistratura da 4; Piercamillo Davigo ha 60 anni ed è giudice in Cassazione, Francesco Saverio Borrelli è in pensione. Eccetera.
Cioè, cominciate a capire? Lo capite come siamo messi? Ci sono cronisti che scrissero del celebre invito a comparire del 1994 (quello di Napoli, quello che affossò un governo e fece eco in tutto il mondo) e che adesso sono ancora lì, a scrivere dell’invitino a comparire per il caso Ruby: neppure noi che ne scriviamo da vent’anni ce ne rendiamo più conto, ormai. Ci limitiamo a registrare ogni singola puntata ma abbiamo smarrito il senso della storia, e non perché adesso sia diventata una farsa: è da almeno un decennio che è già una farsa. Siamo oltre. Non è neanche più una persecuzione giudiziaria, guardandola a cannocchiale rovesciato: è una comica che non ci fa neanche più ridere, una parodia, uno di quei sequel a basso costo in cui vedi vecchi attori macilenti che si prestano a ogni cosa, perché è sempre meglio che finire ai giardinetti.
Non fate finta di non aver capito: è chiaro che l’azione penale è obbligatoria, è ovvio che nessuno si è propriamente inventato niente (questo fermandosi ai fatti e agli attori: i reati sono un altro discorso) ed è pacifico che nel caso di Ruby l’apparenza non inganna, anche se una differenza tra una presenza e una prestazione esiste ancora, ed è appunto da stabilire. È il classico caso, questo, in cui si può dire che gli italiani - che spesso non capiscono assolutamente nulla - hanno capito tutto, e da un pezzo, e hanno anche già deciso quanto in definitiva gliene importa. Ora ci saranno strascichi politici, conflitti di competenza, polemiche infinite, schermaglie giudiziarie, attività di governo rallentate, voci di crisi e di elezioni: la situazione è classicamente grave ma non seria. Paradossalmente ha ragione Pier Luigi Bersani: «Per favore ci vengano risparmiati ulteriori mesi di avvitamento dell’Italia sui problemi di Berlusconi». E ha ragione anche Luca Barbareschi: «Perché dedicare tutto questo spazio, invece che parlare dei quattro o cinque argomenti a cui dedicherei le prime pagine dei giornali?».
Azzardiamo una risposta. Gli effetti dell’anti-berlusconismo giudiziario si sono ormai permeati nella falda civile di questo Paese, ne hanno inquinato la capacità di giudizio, mentre il pregiudizio viceversa è stato elevato a definitiva forma di (non) comunicazione politica, a target di un mercato editoriale e culturale. Tante persone anche perbene, ormai esauste, per anni hanno obiettato che in fondo i magistrati fanno solo il loro lavoro, che è andato tutto bene, che Berlusconi è ancora incensurato, che se i processi sono caduti tutti come birilli - complici le leggi ad personam - è anche perché la giustizia a suo modo funziona, e i tribunali cioè hanno il coraggio di porre tutti i distinguo del caso. L’hanno detto per anni, ora sono cose che non dice più nessuno: non in buonafede. Dopo diciassette anni di politica - e di magistratura - Silvio Berlusconi è ancora presidente del Consiglio ed è sottoposto a un’indagine per sfruttamento della prostituzione. Significa soltanto che ha vinto.(Libero)
Pecoreccio giudiziario. Davide Giacalone
L’idea di dover subire un nuovo capitolo della telenovela politico-giudiziaria è sconfortante. Fra le cose di cui l’Italia ha bisogno non c’è un’ennesima inquisizione, con l’ennesima accusa di strumentalizzazione. Basta. Tutte le persone intelligenti sanno che si tratta di una patologia pericolosa, sebbene tutti restino prigionieri di una faziosità dissennata, talché le inchieste su Silvio Berlusconi portano a tutto, tranne che a ragionamenti razionali. Si passa dalla mafia al pecoreccio, senza in nulla scalfire le contrapposte tifoserie. Forse si crede che la materia, proprio perché licenziosa, intrighi il pubblico ed ecciti la fantasia. Credo, all’opposto, che annoi e ammosci. E’ tutto inutile, già scritto, scontato. Anche deprimente.
Dal punto di vista formale e istituzionale esiste un solo modo serio di affrontare la questione: a. nessun cittadino può mai essere considerato colpevole di niente, fino ad una sentenza definitiva che lo condanni, e un’inchiesta non somiglia, neanche minimamente, a un verdetto; b. la magistratura indaga laddove ritiene esista una notizia di reato, essendo a questo tenuta dall’obbligatorietà dell’azione penale. Ma neanche la correttezza formale ha più senso, perché quindici anni d’inquisizione inutile, inconcludente o pretestuosa stroncano qualsiasi fiducia nella giustizia. Sul caso specifico, sull’ultimo grido dell’indagine inutile, noi peripatetici da strada sappiamo già quel che c’è da sapere: 1. un presidente del Consiglio non può consentirsi una condotta così priva di rispetto per il decoro; 2. una magistratura seria non spreca tempo e denaro per indagare debolezze privatissime, che solo l’incubo inquisitorio può considerare reato. Il resto sono solo settimane e mesi di masochismo nazionale.
E’ scontato che si scateneranno nuove polemiche, tendenti a negare le due evidenze che abbiamo appena riassunto. Ma se si solleva la testa dal caos e dal vociare non può non essere evidente che la radice del problema sta nel biennio 1992-1994, quando l’azione delle procure si sostituì alla volontà popolare e una classe politica fu cancellata senza che abbia mai perso le elezioni. Se non si torna a esaminare e onestamente descrivere quegli eventi, se si continua nella contrapposta finzione del presupporre infondate tutte le accuse o cospiratori gli inquisitori, si resterà ad annaspare in una pozza melmosa, ove l’Italia ha disperso e continua a disperdere molte energie.
La condotta privata di un governante può, e per certi aspetti deve, essere oggetto di pubblica discussione. Ma la pretesa che sia l’ordine giudiziario a utilizzare quel tema per cancellare o ribaltare i giudizi elettorali è fuori da ogni logica del diritto. Se una tale demolizione dell’ordinamento continua a esistere è perché l’Italia continua ad essere inzuppata di cultura antidemocratica, quella, per intenderci, secondo cui il “giusto” e il “vero” devono sempre trionfare, anche contro la volontà della maggioranza. Dottrina dispotica e liberticida, perché trascura un dettaglio: chi stabilisce cosa siano il giusto e il vero? Se la risposta è: un pubblico ministero, la controrisposta può lecitamente essere una pernacchia.
E’ non solo normale, ma doveroso, che il governo si difenda da questo genere d’assalti. Ferma restando la necessità di condotte meno indifferenti al ruolo che si ricopre. Non è normale e non è giusto che si continui a farlo senza andare al cuore istituzionale del problema, ponendo rimedio al dilagare della malagiustizia, della giustizia negata, di quella politicizzata. Nell’interesse di tutti.
Dal punto di vista formale e istituzionale esiste un solo modo serio di affrontare la questione: a. nessun cittadino può mai essere considerato colpevole di niente, fino ad una sentenza definitiva che lo condanni, e un’inchiesta non somiglia, neanche minimamente, a un verdetto; b. la magistratura indaga laddove ritiene esista una notizia di reato, essendo a questo tenuta dall’obbligatorietà dell’azione penale. Ma neanche la correttezza formale ha più senso, perché quindici anni d’inquisizione inutile, inconcludente o pretestuosa stroncano qualsiasi fiducia nella giustizia. Sul caso specifico, sull’ultimo grido dell’indagine inutile, noi peripatetici da strada sappiamo già quel che c’è da sapere: 1. un presidente del Consiglio non può consentirsi una condotta così priva di rispetto per il decoro; 2. una magistratura seria non spreca tempo e denaro per indagare debolezze privatissime, che solo l’incubo inquisitorio può considerare reato. Il resto sono solo settimane e mesi di masochismo nazionale.
E’ scontato che si scateneranno nuove polemiche, tendenti a negare le due evidenze che abbiamo appena riassunto. Ma se si solleva la testa dal caos e dal vociare non può non essere evidente che la radice del problema sta nel biennio 1992-1994, quando l’azione delle procure si sostituì alla volontà popolare e una classe politica fu cancellata senza che abbia mai perso le elezioni. Se non si torna a esaminare e onestamente descrivere quegli eventi, se si continua nella contrapposta finzione del presupporre infondate tutte le accuse o cospiratori gli inquisitori, si resterà ad annaspare in una pozza melmosa, ove l’Italia ha disperso e continua a disperdere molte energie.
La condotta privata di un governante può, e per certi aspetti deve, essere oggetto di pubblica discussione. Ma la pretesa che sia l’ordine giudiziario a utilizzare quel tema per cancellare o ribaltare i giudizi elettorali è fuori da ogni logica del diritto. Se una tale demolizione dell’ordinamento continua a esistere è perché l’Italia continua ad essere inzuppata di cultura antidemocratica, quella, per intenderci, secondo cui il “giusto” e il “vero” devono sempre trionfare, anche contro la volontà della maggioranza. Dottrina dispotica e liberticida, perché trascura un dettaglio: chi stabilisce cosa siano il giusto e il vero? Se la risposta è: un pubblico ministero, la controrisposta può lecitamente essere una pernacchia.
E’ non solo normale, ma doveroso, che il governo si difenda da questo genere d’assalti. Ferma restando la necessità di condotte meno indifferenti al ruolo che si ricopre. Non è normale e non è giusto che si continui a farlo senza andare al cuore istituzionale del problema, ponendo rimedio al dilagare della malagiustizia, della giustizia negata, di quella politicizzata. Nell’interesse di tutti.
venerdì 14 gennaio 2011
Onnipotenti. Filippo Facci
I giudici hanno deciso che saranno i giudici a decidere se il presidente del Consiglio sarà impedito a recarsi dai giudici. I giudici hanno deciso che la legge sul biotestamento praticamente già esiste. I giudici hanno deciso che una bambina di Varese chiamata Andrea, nome maschile tedesco, non potrà chiamarsi Andrea, ma dovrà chiamarsi - hanno deciso - Sara. I giudici hanno deciso se una persona sia un uomo o una donna. I giudici arrestano o no, sequestrano conti bancari, fermano cantieri, giudicano se stessi e cioè altri giudici, non pagano per i propri errori, decidono se questo articolo sia diffamatorio, se una conversazione debba finire sui giornali, se un bambino possa vedere il padre. I giudici rappresentano l’unico potere non riformato di questo Paese e sono palesemente corresponsabili della propria invasività nella vita pubblica, indisposti tuttavia ad ammettere un benché minimo ruolo nei malfunzionamenti che li coinvolgono. I giudici sono in grado di neutralizzare, svuotare, piegare qualsiasi legge che li riguardi e che riguardi le velleità originarie del legislatore su qualsiasi problema. Cambiare la magistratura con l’aiuto di certa magistratura è impossibile, concertare una riforma «ampiamente condivisa» è impraticabile. Non ci sarà nessuna riforma, seria, senza cambiare la Costituzione e senza scatenare l’inferno. Un uomo solo poteva farcela: Silvio Berlusconi. Non ce la sta facendo, sta solo riuscendo a sopravvivere. (Libero)
Barbara Spinelli trova il Corano ''gentile'', perché non l'ha letto. Carlo Panella
Barbara Spinelli su Repubblica non si è sottratta al vizio di tanti intellettuali politically correct: invita a leggere il Corano, ma, quando ne scrive, si capisce che… lei non l’ha letto! Meglio, lo ha letto a spizzichi e bocconi, solo quel che le serve a sostenere la tesi ideologica di una “tolleranza” coranica che –purtroppo- non corrisponde affatto al vero. Tesi che così enuclea: “Il Corano è contrario agli anatemi, alle scomuniche, il giudizio di miscredenza viene solo da Dio. La gentilezza ha ampio spazio nel Libro…” Date queste premesse, Barbara Spinelli non si capacita di come i violenti trovino ispirazione nel Corano: “Che cosa guida allora, se non stupidità, ignoranza e una vendetta ripetutamente scoraggiata nel Libro la mano degli assassini o la mente degli indifferenti musulmani…?
La risposta a questa domanda è ben diversa dalla tesi buonista della Spinelli ed è nota a chi abbia una minima conoscenza del Corano ed è nel versetto 29 della nona sura: “ Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non pagano il tributo, uno per uno umiliati”. E’ questo solo un esempio di quella “gentilezza” coranica che la Spinelli ignora, così come ignora la chiusa del versetto 64 della quinta sura: “Ogni volta che i giudei accendono il fuoco di guerra, Allah lo spegne. Gareggiano nel seminare il disordine sulla Terra, ma Allah non ama i corruttori.” “Gentilezza coranica” che peraltro ispira anche gli Hadith (raccolta di detti e comportamenti di Maometto), di cui uno citato nello Statuto di Hamas, codificato da al Bukhari e da Muslim, così recita: “L’ultimo giorno non verrà fino a quando i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei non si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo!” Ma l’albero di Gharquad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei”. Dunque, il fine stesso della storia umana, per un libro che è sacro ai musulmani come il Corano, è segnato dall’obbligo dello sterminio degli ebrei. Non basta: se Barbara Spinelli avesse la minima conoscenza dell’Islam contemporaneo (ma dimostra di non averla), saprebbe che il 18 gennaio 1985 Mohammed Taha, il “Gandhi musulmano”, fu impiccato a Khartoum, col pieno benestare della moderata e “gentile” università coranica di al Azhar. Il grande teologo musulmano fu appeso per “apostasia”, per aver proposto nel suo libro “Il secondo messaggio dell’Islam” (Emi Editore), di distinguere e di considerare Rivelazione solo le cosiddette “sure meccane”, e di relativizzare e non considerare Rivelazione quelle palesemente legate all’esperienza politica del Profeta, le cosiddette “sure medinensi”, intrise delle polemiche feroci nei confronti degli ebrei e dei cristiani, avvolte dallo spirito epico del jihad, guerra di spade e di teste mozzate, segnate dalla strategia sviluppata da Maometto per riconquistare la Mecca dopo la fuga (Egira) del 622 alla Medina. La Riforma dell’Islam, proposta da Taha, per cui fu impiccato, si basa sul principio della interpretazione del Verbo –negata dall’Islam contemporaneo- ed é dunque di piena apertura nei confronti delle altre fedi e soprattutto rifiuta le basi stesse della cultura del jihad di conquista e di proselitismo, a cui ovviamente associa il rifiuto della “autorità tutoria dell’uomo sulla donna”, della poligamia, del ripudio, della schiavitù (spesso praticata ancora oggi, prevista e codificata nel Corano). Olivier Carré, nel suo “Islam laico” (il Mulino) dà ampio conto del ruolo dirompente che la Riforma di Taha avrebbe potuto aver nel corpo dell’Islam (e quindi delle ragioni per cui fu impiccato da un tribunale islamico). Ma Taha non è il solo intellettuale islamico che Barbara Spinelli dovrebbe consultare prima di scrivere a sproposito del Corano. Hamid al Ansari, ex preside della facoltà della sharia dell’Università del Qatar, nel corso di un’intervista ad Al Raya, del 4 ottobre 2004, si chiese:“Perché di fatto, noi musulmani siamo i soli a farsi incantare dalla teoria di una cospirazione ebraica dietro ogni vicenda? Perché l’albero della cospirazione fiorisce sul nostro suolo? E perché siamo ancora prigionieri di teorie cospirative la cui falsità è stata provata?” E così si rispose: “Tra le ragioni della teoria della cospirazione ebraica vi sono: Le parole del Corano sull’inganno dei figli di Israele contro i loro profeti e contro le altre nazioni. Le parole della Sira (la biografia di Maometto) a proposito del pericoloso ruolo cospirativo degli ebrei, sin dai primi giorni, contro l’Islam, il Profeta Maometto, i musulmani e il loro nuovo Stato. Le parole che la nostra cultura radica nelle anime e nelle menti dei musulmani, ossia che gli ebrei sono la fonte dei mali del mondo.” Inequivocabile. (Libero)
La risposta a questa domanda è ben diversa dalla tesi buonista della Spinelli ed è nota a chi abbia una minima conoscenza del Corano ed è nel versetto 29 della nona sura: “ Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non pagano il tributo, uno per uno umiliati”. E’ questo solo un esempio di quella “gentilezza” coranica che la Spinelli ignora, così come ignora la chiusa del versetto 64 della quinta sura: “Ogni volta che i giudei accendono il fuoco di guerra, Allah lo spegne. Gareggiano nel seminare il disordine sulla Terra, ma Allah non ama i corruttori.” “Gentilezza coranica” che peraltro ispira anche gli Hadith (raccolta di detti e comportamenti di Maometto), di cui uno citato nello Statuto di Hamas, codificato da al Bukhari e da Muslim, così recita: “L’ultimo giorno non verrà fino a quando i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei non si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo!” Ma l’albero di Gharquad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei”. Dunque, il fine stesso della storia umana, per un libro che è sacro ai musulmani come il Corano, è segnato dall’obbligo dello sterminio degli ebrei. Non basta: se Barbara Spinelli avesse la minima conoscenza dell’Islam contemporaneo (ma dimostra di non averla), saprebbe che il 18 gennaio 1985 Mohammed Taha, il “Gandhi musulmano”, fu impiccato a Khartoum, col pieno benestare della moderata e “gentile” università coranica di al Azhar. Il grande teologo musulmano fu appeso per “apostasia”, per aver proposto nel suo libro “Il secondo messaggio dell’Islam” (Emi Editore), di distinguere e di considerare Rivelazione solo le cosiddette “sure meccane”, e di relativizzare e non considerare Rivelazione quelle palesemente legate all’esperienza politica del Profeta, le cosiddette “sure medinensi”, intrise delle polemiche feroci nei confronti degli ebrei e dei cristiani, avvolte dallo spirito epico del jihad, guerra di spade e di teste mozzate, segnate dalla strategia sviluppata da Maometto per riconquistare la Mecca dopo la fuga (Egira) del 622 alla Medina. La Riforma dell’Islam, proposta da Taha, per cui fu impiccato, si basa sul principio della interpretazione del Verbo –negata dall’Islam contemporaneo- ed é dunque di piena apertura nei confronti delle altre fedi e soprattutto rifiuta le basi stesse della cultura del jihad di conquista e di proselitismo, a cui ovviamente associa il rifiuto della “autorità tutoria dell’uomo sulla donna”, della poligamia, del ripudio, della schiavitù (spesso praticata ancora oggi, prevista e codificata nel Corano). Olivier Carré, nel suo “Islam laico” (il Mulino) dà ampio conto del ruolo dirompente che la Riforma di Taha avrebbe potuto aver nel corpo dell’Islam (e quindi delle ragioni per cui fu impiccato da un tribunale islamico). Ma Taha non è il solo intellettuale islamico che Barbara Spinelli dovrebbe consultare prima di scrivere a sproposito del Corano. Hamid al Ansari, ex preside della facoltà della sharia dell’Università del Qatar, nel corso di un’intervista ad Al Raya, del 4 ottobre 2004, si chiese:“Perché di fatto, noi musulmani siamo i soli a farsi incantare dalla teoria di una cospirazione ebraica dietro ogni vicenda? Perché l’albero della cospirazione fiorisce sul nostro suolo? E perché siamo ancora prigionieri di teorie cospirative la cui falsità è stata provata?” E così si rispose: “Tra le ragioni della teoria della cospirazione ebraica vi sono: Le parole del Corano sull’inganno dei figli di Israele contro i loro profeti e contro le altre nazioni. Le parole della Sira (la biografia di Maometto) a proposito del pericoloso ruolo cospirativo degli ebrei, sin dai primi giorni, contro l’Islam, il Profeta Maometto, i musulmani e il loro nuovo Stato. Le parole che la nostra cultura radica nelle anime e nelle menti dei musulmani, ossia che gli ebrei sono la fonte dei mali del mondo.” Inequivocabile. (Libero)
giovedì 13 gennaio 2011
Sinistra divisa anche sulla Fiat
Il sindaco di Firenze, il rottamatore Renzi, è esplicito: “Io sono dalla parte di Marchionne”. D’Alema non si sa da che parte sia. Dice di non volere dare consigli (e chi glieli ha chiesti?) ma ribadisce che rispetta gli operai. A proposito di governo Bersani insiste: “Il governo è nelle nebbie”. Ci spieghi il leader del Pd perché l’esecutivo dovrebbe intervenire, visto che la Fiat è azienda privata e da tempo non usufruisce di soldi pubblici.
Nessuno a sinistra che abbia il coraggio di sottolineare che in tempo di crisi internazionale Marchionne vuole investire quando le aziende chiudono, vuole mettere tanti quattrini per agganciare Mirafiori alla locomotiva statunitense, là dove l’accordo coi sindacati è stato siglato in poche ore e senza drammi, scioperi, lacrime e sangue.
Nessuno a sinistra che abbia il coraggio di sottolineare che in tempo di crisi internazionale Marchionne vuole investire quando le aziende chiudono, vuole mettere tanti quattrini per agganciare Mirafiori alla locomotiva statunitense, là dove l’accordo coi sindacati è stato siglato in poche ore e senza drammi, scioperi, lacrime e sangue.
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