E allora, come tutti i partiti politici, si tratta di un aggregato di persone che raccoglie consenso per ottenere il potere di governare, al fine cioè di imporre a tutto il Paese le proprie soluzioni, ricette, proposte, idee. Ebbene, è proprio sulle idee che, come tutti gli avversari politici, devono essere avversati, analizzandole, facendone emergere le contraddizioni, la non fattibilità, i costi, le conseguenze. È che bisogna usare la logica, riuscire a saper contrapporre idee diverse, ma soprattutto bisogna avere sia logica che idee. Forse è per questo che i più preferiscono usare gli insulti, non capendo che così stanno solo facendo il loro gioco, perché si mettono al loro livello e si fanno fregare con l’esperienza. Questo voto è stato una sorpresa solo per chi, chiuso nella propria autoreferenzialità, non ha voluto capire il problema. Il copyright de La Casta è di Stella e Rizzo, nel 2007 è scoppiato un bubbone, ma nessuno si è preoccupato seriamente di affrontare il contagio. E questo è il risultato. Per anni è montata la rabbia, gli italiani si sono sentiti inascoltati e non c’è niente che faccia imbestialire di più dell’indifferenza. Non liquidatelo come un semplice voto di protesta, ma valutatelo per quello che è: un urlo nel silenzio. Al di là dello zoccolo duro dei frequentatori del suo sito internet, fossero anche centinaia di migliaia, è statisticamente probabile che i milioni di persone che in modo trasversale hanno votato M5S non abbiamo la più pallida idea di quale sia realmente il programma di Grillo, ma è certo che vogliano essere ascoltati. E allora, c’è una sola cosa che gli altri partiti, chiusi finora nei loro eremi, possano fare per sopravvivere: dimostrare di aver capito. Solo se sono in grado di fare una seria autocritica, uscire dai palazzi, ammettere gli errori, mettere mano alla macchina statale per alleggerirla, ma soprattutto riformare la Costituzione per rendere governabile ed efficiente questo Paese ingessato, possono dimostrare di aver saputo ascoltare l’urlo degli italiani. Tagliateli questi benedetti stipendi dei politici, fateli contenti e facciamola finita. Quando finalmente gli italiani capiranno che anche il tanto invocato dimezzamento di diarie e parlamentari avrà un’incidenza ridicola sul bilancio pubblico, almeno la finiremo con questa storia e potremo cominciare ad affrontare davvero la spesa pubblica, quella fatta di carrozzoni pubblici che soffocano l’economia. Ed è solo a quel punto che il fenomeno Grillo si sgonfierà e potrà essere affrontato per quello che è. Una volta spuntata l’arma facile dell’antipolitica, si potrà tornare a fare politica, quella vera, fatta di idee, di fattibilità, di governabilità, di efficienza, di soluzioni, non di chiacchiere. Ed è lì che cascheranno, quando gli elettori cominceranno a rendersi conto che nazionalizzare banche, acqua e telecomunicazioni, aumentare la spesa pubblica per scuola e sanità, elargire redditi di cittadinanza a chi non lavora, tralasciando le altre amenità che si risolvono per lo più in un NO-tutto, non è la soluzione, ma il problema. Perché un movimento di opinione che si è candidato a spazzare via i politici e vuole statalizzare tutto, non può fare altro che sostituire a capo di disastrosi carrozzoni pubblici, inefficienti municipalizzate, enti inutili, i vecchi politici con i propri politici, sempre calati dall’alto anche se si passa per un curriculum online. Non si tratta, quindi, di ridurre il peso dello Stato, ma di aumentarlo. Non si tratta di ridurre la spesa pubblica, ma di aumentarla. Non si tratta di liberalizzare, ma di irregimentare ancora di più l’economia, con decisioni che partono dal Governo e non dalla libera iniziativa degli imprenditori. Si tratta solo, quindi, di scalzare gli uomini al potere per sostituirsi a loro. Potete anche chiamarlo particolato fine, ma sempre smog resta. (il Legno storto) |
domenica 3 marzo 2013
Sempre lo stesso errore. Barbara Di Salvo
Non s'ha da fare. Davide Giacalone
Il centro destra si risparmi la manifestazione programmata per il prossimo 23 marzo, che si vorrebbe intitolare alla giustizia e che sarà vissuta come contro la giustizia. E visto che hanno capito l’idiozia dell’iniziativa, non si limitino a camuffarne il tema. La cancellino. Potrà farsi più in là, prima si cerchi di dare un governo all’Italia, il che mal si concilia con il clima della piazza.
Immaginarla sulla giustizia è un errore, e su quel terreno già bastano e avanzano gli errori della sinistra. Che ancora crede di potere nuocere a Silvio Berlusconi usando le toghe, ma non solo ne ha persa la guida, non solo è in loro balia, ma l’effetto è tenue su chi s’è mitridatizzato, mentre distruggerà il Pd con l’avanzare dell’inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.
Supporre che sia un reato promettere la restituzione dell’Imu, o che si possa processare qualcuno per acquisto di voti parlamentari, è, al tempo stesso, ridicolo in sé e intimidatorio della democrazia. In un sistema funzionante porterebbe ad una sola conclusione: l’allontanamento di chi conduce quelle inchieste da un mestiere che non sa fare e non deve fare. Questi sono gli effetti di una lunga e dissanguante guerra civile, dissennatamente condotta usando le procure come arma. Ma a questa guerra civile il centro destra non ha saputo opporre una seria politica della giustizia. Ed è una colpa.
Basta con il ghedinismo. Non discuto il valore di questo o quell’avvocato, ma basta con l’idea che si possa rimediare a un processo cambiando la legge. E’ già disdicevole che capiti una volta, ma se capita ripetutamente è inammissibile. Il centro destra ha animato una lunga guerra di trincea, al termine della quale non è riuscito ad ottenere nulla. In politica la sconfitta è una colpa, specie quando si mietono voti. E’ repellente il moralismo senza etica di chi, essendo corresponsabile della distruzione della giustizia, non ha saputo fare altro che gridare, in un latinorum per deficienti, contro le leggi “ad personam”. Ma è deprimente anche constatare che dall’altra parte non si sia riusciti a fare cose che risultassero di effettiva e generale utilità. Hanno strafallito. Cosa che possiamo ben dire noi, dato che abbiamo passato anni a dar voce (flebile assai) ad un garantismo che è amore per il diritto e per i diritti. Ma ci siamo anche stufati di essere associati a politiche miopi, grette, inutili e fallimentari. Basta.
Avete visto cosa è successo a Milano, dopo la sentenza di secondo grado per le atroci morti alla Thyssen? Il modo in cui i mezzi di comunicazioni ne hanno riferito è terrificante. L’appello si è concluso con una durissima condanna dei dirigenti di quell’azienda, come mai se ne erano viste e come mai è successo in altri paesi europei, eppure l’avere escluso il dolo eventuale ha dato luogo a reazioni isteriche. Passi per i familiari delle vittime (anche per loro, però, dovrebbe essere reato l’insulto al tribunale), ma gli altri sono l’incarnazione di quanto gli ultimi venti anni abbiano cancellato la civiltà del diritto.
L’assalto delle procure alla politica va fermato. No, non per salvare Berlusconi, ma per salvare la sinistra che non voglia essere al guinzaglio dei manettari. La sinistra perde in due modi. Il primo consiste nel credere che si possa prevalere senza cambiare politica, consegnandosi ai trogloditi che suppongono si possa cancellare l’avversario senza batterlo. Il secondo consiste nell’armare la trappola nella quale cadono e cadranno. Per quanto presto si torni a votare (ipotesi suicida), non si potrà continuare a far melina nell’inchiesta su intrallazzi e ruberie senesi. Che li travolgerà. Solo che, se si continua a fare i giustizialisti nel mentre si finisce imputati, da una parte e dall’altra, si lavora solo per il grillismo. Il cui eloqui volgare è specchio di volgare pensiero.
Dell’azione del centro destra, in tema di giustizia, salvo la legge Pecorella, che escludeva l’appello per i cittadini assolti in primo grado. Giustissimo. Fu cancellata dalla Corte costituzionale, oramai ridotta a tribunalino politico (relatore, in quel caso, Giovanni Maria Flick, quello che fece il presidente solo a Natale e che poi s’è buttato nella carriera politica).
Che ci vanno a fare, in piazza? A dire che la giustizia sta distruggendo la politica? E chi ci mettono, a sventolare le bandiere, Ignazio La Russa? Hanno fallito. Non creino altri guai. La giustizia italiana va rifondata nel profondo, non essendo tale più neanche di nome. Ma loro non hanno la minima credibilità necessaria. Ce l’ha la gente seria, chi non ha mai cambiato posizione, chi ha sempre e preventivamente avvertito degli errori. E siamo noi, non quattro qualunquisti fascistoidi, ad avere il diritto di dire: piantatela, è ora di cambiare classe dirigente. E sbrigatevi, altrimenti non basterà neanche quello.
Pubblicato da Libero
Immaginarla sulla giustizia è un errore, e su quel terreno già bastano e avanzano gli errori della sinistra. Che ancora crede di potere nuocere a Silvio Berlusconi usando le toghe, ma non solo ne ha persa la guida, non solo è in loro balia, ma l’effetto è tenue su chi s’è mitridatizzato, mentre distruggerà il Pd con l’avanzare dell’inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.
Supporre che sia un reato promettere la restituzione dell’Imu, o che si possa processare qualcuno per acquisto di voti parlamentari, è, al tempo stesso, ridicolo in sé e intimidatorio della democrazia. In un sistema funzionante porterebbe ad una sola conclusione: l’allontanamento di chi conduce quelle inchieste da un mestiere che non sa fare e non deve fare. Questi sono gli effetti di una lunga e dissanguante guerra civile, dissennatamente condotta usando le procure come arma. Ma a questa guerra civile il centro destra non ha saputo opporre una seria politica della giustizia. Ed è una colpa.
Basta con il ghedinismo. Non discuto il valore di questo o quell’avvocato, ma basta con l’idea che si possa rimediare a un processo cambiando la legge. E’ già disdicevole che capiti una volta, ma se capita ripetutamente è inammissibile. Il centro destra ha animato una lunga guerra di trincea, al termine della quale non è riuscito ad ottenere nulla. In politica la sconfitta è una colpa, specie quando si mietono voti. E’ repellente il moralismo senza etica di chi, essendo corresponsabile della distruzione della giustizia, non ha saputo fare altro che gridare, in un latinorum per deficienti, contro le leggi “ad personam”. Ma è deprimente anche constatare che dall’altra parte non si sia riusciti a fare cose che risultassero di effettiva e generale utilità. Hanno strafallito. Cosa che possiamo ben dire noi, dato che abbiamo passato anni a dar voce (flebile assai) ad un garantismo che è amore per il diritto e per i diritti. Ma ci siamo anche stufati di essere associati a politiche miopi, grette, inutili e fallimentari. Basta.
Avete visto cosa è successo a Milano, dopo la sentenza di secondo grado per le atroci morti alla Thyssen? Il modo in cui i mezzi di comunicazioni ne hanno riferito è terrificante. L’appello si è concluso con una durissima condanna dei dirigenti di quell’azienda, come mai se ne erano viste e come mai è successo in altri paesi europei, eppure l’avere escluso il dolo eventuale ha dato luogo a reazioni isteriche. Passi per i familiari delle vittime (anche per loro, però, dovrebbe essere reato l’insulto al tribunale), ma gli altri sono l’incarnazione di quanto gli ultimi venti anni abbiano cancellato la civiltà del diritto.
L’assalto delle procure alla politica va fermato. No, non per salvare Berlusconi, ma per salvare la sinistra che non voglia essere al guinzaglio dei manettari. La sinistra perde in due modi. Il primo consiste nel credere che si possa prevalere senza cambiare politica, consegnandosi ai trogloditi che suppongono si possa cancellare l’avversario senza batterlo. Il secondo consiste nell’armare la trappola nella quale cadono e cadranno. Per quanto presto si torni a votare (ipotesi suicida), non si potrà continuare a far melina nell’inchiesta su intrallazzi e ruberie senesi. Che li travolgerà. Solo che, se si continua a fare i giustizialisti nel mentre si finisce imputati, da una parte e dall’altra, si lavora solo per il grillismo. Il cui eloqui volgare è specchio di volgare pensiero.
Dell’azione del centro destra, in tema di giustizia, salvo la legge Pecorella, che escludeva l’appello per i cittadini assolti in primo grado. Giustissimo. Fu cancellata dalla Corte costituzionale, oramai ridotta a tribunalino politico (relatore, in quel caso, Giovanni Maria Flick, quello che fece il presidente solo a Natale e che poi s’è buttato nella carriera politica).
Che ci vanno a fare, in piazza? A dire che la giustizia sta distruggendo la politica? E chi ci mettono, a sventolare le bandiere, Ignazio La Russa? Hanno fallito. Non creino altri guai. La giustizia italiana va rifondata nel profondo, non essendo tale più neanche di nome. Ma loro non hanno la minima credibilità necessaria. Ce l’ha la gente seria, chi non ha mai cambiato posizione, chi ha sempre e preventivamente avvertito degli errori. E siamo noi, non quattro qualunquisti fascistoidi, ad avere il diritto di dire: piantatela, è ora di cambiare classe dirigente. E sbrigatevi, altrimenti non basterà neanche quello.
Pubblicato da Libero
giovedì 28 febbraio 2013
Moine a 5 Stelle. Davide Giacalone
Il problema non è Beppe Grillo, ma l’ortottero che frinisce nella mente di chi dovrebbe concentrarsi sui propri errori e sui propri doveri. In democrazia non deve far paura il voto, ma il vuoto. Certo, il dato appariscente è il boom di 5 Stelle, ma il dato significativo è la fuga dagli interpreti del bipolarismo. Da qui in poi il problema consiste nel ridare sostanza alla politica, non nell’inseguire un fenomeno che, per la sua stessa esistenza è la negazione degli inseguitori. Penso a due esempi, i Verdi e la Lega. Il problema non fu la loro esistenza e consistenza, ma l’altrui desistenza programmatica e inconsistenza politica.
I Verdi comparvero sulla scena negli anni ottanta, conquistando molta attenzione e spazio politico. I numeri elettorali non sono mai stati quelli di Grillo, ma anche perché il sistema politico era assai più solido dell’odierno (incredibile, ma vero). Le persone che li animavano venivano quasi tutte dalla sinistra, in qualche caso estrema (si pensi a Edo Ronchi, da Democrazia Proletaria al governo Prodi) e fra loro c’è chi s’è sistemato nel più schietto costume partitocratico (si pensi a Mauro Paissan, dal Manifesto a garante per la protezione dei dati personali). Sta di fatto che indossarono uno dei più antichi e multicolori fra i costumi italici: gli anti che poi si ficcano dentro. Già nel 2001 cominciarono a calare, ma non bastò a tenerli fuori, fino all’indimenticabile prova di affidabilità offerta da Alfonso Pecoraro Scanio. Tanto per ricordarci che Tommaso Aniello, detto Masaniello, è anch’egli figura permanente del nostro vivere collettivo.
Tutto questo conta poco, quel che rileva è che il resto delle forze politiche, impressionate dalla presenza verde, diventarono verdi. L’ambientalismo diventò presenza permanente in tutti i programmi, producendo alcuni disastri ambientali. Ci evirammo con voluttà, quando i socialisti di Claudio Martelli vollero farci sapere che anche loro erano ambientalisti e antinuclearisti. Poi ci buttammo sul rinnovabile, dove di rinnovato, più che altro, c’è l’aggravio nella bolletta elettrica di tutti. Il guaio, insomma, non furono i Verdi, ma le menti verdificate di quelli che provarono a mettersi sulla loro scia.
La Lega arriva sulla scena alla fine di quello stesso decennio. La prima reazione è dileggio, come sempre. Alterigia mal riposta, perché Umberto Bossi si dimostrò subito un tattico raffinato. Almeno tanto quanto non lo era su tutto il resto. Prima, pur di sostenere che i partiti di governo erano finiti (invece raccoglievano la maggioranza assoluta dei voti, che alla luce degli odierni risultati segnala che schiattavano di salute, e, in effetti, schiattarono), si esagerò la loro vittoria. Si cominciò a scrivere che la Repubblica era così marcia da favorire l’arrivo dei barbari. I quali non giunsero, in compenso agirono le procure. Poi, stabilito che oramai esistevano, partirono i soliti fenomeni imitativi, talché tutti si misero a parlare di una cosa che nessuno era neanche in grado di definire: il federalismo.
Esito, infausto: mentre la sinistra varava la pessima riforma costituzionale, che scassava lo Stato, i leghisti si romanizzavano alla grande e il loro condottiero sistemava i congiunti. Ancora una volta: il problema non è stato la Lega, ma le teste vacanti che si sono legate a parole vuote.
Il 25 aprile scorso il presidente della Repubblica si recò a Pesaro e fece una gran sparata contro Grillo. Fummo i soli a criticarlo esplicitamente: il suo ruolo nega i comizi di parte. Quel movimento sia un effetto e non una causa dello sconquasso. Ne considero inquietanti certi aspetti settari. Quando eravamo in pochini (sulle dita di una mano) a criticare il malaffare di Telecom Italia, Grillo era fra questi. Ci fu un’assemblea degli azionisti e lui intervenne. Scrissi: possibile che solo un comico dica il giusto? Apriti cielo: fui sommerso da messaggi a dir poco ostili, quando non direttamente minacciosi: servo, venduto, il buffone sei tu. Un’anima pia avvisò i suoi amici: guardate che quello scrive cose giuste, le stesse che diciamo noi. Si placarono, ma mi bastò per capire l’aria che tirava, da quelle parti. Per chi non lo sapesse: la mitica “rete” è uno dei posti più violenti (verbalmente) che esistono.
Quando vedo gli intelligentoni della sinistra far le moine a 5 Stelle, magari scoprendo che anche loro, come la Lega, sono “costola” della sinistra, mi chiedo se si spingeranno ad automandarsi affanculo. E vedrete che a breve ci sarà anche qualche destro scopritore delle ragioni profonde del grillismo. Sveglia, compagni, o ci si mette a fare le persone serie, ponendo in sicurezza i conti e facendo riforme fin qui bloccate, oppure non c’è ragione d’affaticarsi. Ci andrete lo stesso.
Pubblicato da Libero
I Verdi comparvero sulla scena negli anni ottanta, conquistando molta attenzione e spazio politico. I numeri elettorali non sono mai stati quelli di Grillo, ma anche perché il sistema politico era assai più solido dell’odierno (incredibile, ma vero). Le persone che li animavano venivano quasi tutte dalla sinistra, in qualche caso estrema (si pensi a Edo Ronchi, da Democrazia Proletaria al governo Prodi) e fra loro c’è chi s’è sistemato nel più schietto costume partitocratico (si pensi a Mauro Paissan, dal Manifesto a garante per la protezione dei dati personali). Sta di fatto che indossarono uno dei più antichi e multicolori fra i costumi italici: gli anti che poi si ficcano dentro. Già nel 2001 cominciarono a calare, ma non bastò a tenerli fuori, fino all’indimenticabile prova di affidabilità offerta da Alfonso Pecoraro Scanio. Tanto per ricordarci che Tommaso Aniello, detto Masaniello, è anch’egli figura permanente del nostro vivere collettivo.
Tutto questo conta poco, quel che rileva è che il resto delle forze politiche, impressionate dalla presenza verde, diventarono verdi. L’ambientalismo diventò presenza permanente in tutti i programmi, producendo alcuni disastri ambientali. Ci evirammo con voluttà, quando i socialisti di Claudio Martelli vollero farci sapere che anche loro erano ambientalisti e antinuclearisti. Poi ci buttammo sul rinnovabile, dove di rinnovato, più che altro, c’è l’aggravio nella bolletta elettrica di tutti. Il guaio, insomma, non furono i Verdi, ma le menti verdificate di quelli che provarono a mettersi sulla loro scia.
La Lega arriva sulla scena alla fine di quello stesso decennio. La prima reazione è dileggio, come sempre. Alterigia mal riposta, perché Umberto Bossi si dimostrò subito un tattico raffinato. Almeno tanto quanto non lo era su tutto il resto. Prima, pur di sostenere che i partiti di governo erano finiti (invece raccoglievano la maggioranza assoluta dei voti, che alla luce degli odierni risultati segnala che schiattavano di salute, e, in effetti, schiattarono), si esagerò la loro vittoria. Si cominciò a scrivere che la Repubblica era così marcia da favorire l’arrivo dei barbari. I quali non giunsero, in compenso agirono le procure. Poi, stabilito che oramai esistevano, partirono i soliti fenomeni imitativi, talché tutti si misero a parlare di una cosa che nessuno era neanche in grado di definire: il federalismo.
Esito, infausto: mentre la sinistra varava la pessima riforma costituzionale, che scassava lo Stato, i leghisti si romanizzavano alla grande e il loro condottiero sistemava i congiunti. Ancora una volta: il problema non è stato la Lega, ma le teste vacanti che si sono legate a parole vuote.
Il 25 aprile scorso il presidente della Repubblica si recò a Pesaro e fece una gran sparata contro Grillo. Fummo i soli a criticarlo esplicitamente: il suo ruolo nega i comizi di parte. Quel movimento sia un effetto e non una causa dello sconquasso. Ne considero inquietanti certi aspetti settari. Quando eravamo in pochini (sulle dita di una mano) a criticare il malaffare di Telecom Italia, Grillo era fra questi. Ci fu un’assemblea degli azionisti e lui intervenne. Scrissi: possibile che solo un comico dica il giusto? Apriti cielo: fui sommerso da messaggi a dir poco ostili, quando non direttamente minacciosi: servo, venduto, il buffone sei tu. Un’anima pia avvisò i suoi amici: guardate che quello scrive cose giuste, le stesse che diciamo noi. Si placarono, ma mi bastò per capire l’aria che tirava, da quelle parti. Per chi non lo sapesse: la mitica “rete” è uno dei posti più violenti (verbalmente) che esistono.
Quando vedo gli intelligentoni della sinistra far le moine a 5 Stelle, magari scoprendo che anche loro, come la Lega, sono “costola” della sinistra, mi chiedo se si spingeranno ad automandarsi affanculo. E vedrete che a breve ci sarà anche qualche destro scopritore delle ragioni profonde del grillismo. Sveglia, compagni, o ci si mette a fare le persone serie, ponendo in sicurezza i conti e facendo riforme fin qui bloccate, oppure non c’è ragione d’affaticarsi. Ci andrete lo stesso.
Pubblicato da Libero
Se il Paese punisce i veri eroi anti-casta. Nicola Porro
Agli italiani degli sprechi della politica non importa davvero nulla. Non stracciate il Giornale e seguite il ragionamento. Diciamo meglio: gli italiani si dicono indignati per gli sprechi, ma non si comportano di conseguenza.
Così come tutti si dicono contro l'evasione. Ma quella degli altri: poi, una ricevutina farlocca l'accettano in molti. Ma come, si dirà, con i milioni di voti ottenuti da Grillo come si fa a sostenere una panzana simile? Stop. Fermiamoci un attimo. Il voto di Grillo è tante cose e non staremo qui a fare il predicozzo o l'analisi di chi sapeva tutto, anche se il giorno dopo. Al contrario vogliamo sostenere come si sapesse tutto il giorno prima. Esiste un solo laboratorio in cui è stato testato scientificamente un gruppo politico nemico del consociativismo nello spreco pubblico: era presente alla Regione Lazio dei Fiorito e dei Mariuccio. Era il gruppo della lista Bonino-Pannella. Sì, sì, certo quelli del grande Satyagraha, radicale, liberale, libertario, liberista e antipartitocratico, a favore del divorzio, dell'aborto, dell'obiezione di coscienza, contro la cupola partitocratica della corte incostituzionale, che odiano il fascismo degli antifascisti e compagni e amici e quello che diavolo viene in mente nella lunga filastrocca del capelluto Pannella. Vi avranno pure stufato. Ma i suoi due unici rappresentanti nel Lazio, Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo sono stati l'esempio di una vera battaglia politica e democratica contro lo scempio dello spreco pubblico. Eppure nessuno li ha voluti, quasi nessuno li ha votati. Sono stati loro a denunciare gli assurdi finanziamenti ai gruppi regionali, che andavano avanti (rimpolpati) da trent'anni. Sono stati loro a far scoppiare lo scandalo Fiorito. Sono stati loro a innescare la miccia per la quale le Procure di mezza Italia inseguono gli scontrini dei consiglieri in ogni regione. Sono stati loro a chiedere il 10 dicembre del 2010 per quale dannato motivo si dovessero istituire alla Regione Lazio quattro nuove commissioni. Per quale strano destino su 70 consiglieri regionali del Lazio la bellezza di 60 erano presidenti o vicepresidenti di qualcosa. Compresa la favolosa commissione per i Giochi Olimpici del 2020 (che ha portato una certa sfiga). Si sono battuti ispirati dall'idea semplice e liberale che i costi di una commissione provengono dai quattrini pagati con le tasse dai cittadini. E questo lo hanno detto, denunciato, urlato, scritto nei loro siti. Ma... Ma nessuno se li è portati a casa. Sì certo, con un beau geste di quelli di cui è capace, Francesco Storace aveva provato ad apparentarli alla propria lista. Ma il Pd (orfano dell'intuizione di Veltroni per cui i rompiballe radicali erano utili) li ha «schifati». E così sono andati da soli. Per carità nulla di male. È la democrazia. Ebbene Rossodivita e i suoi amici (da queste parti compagni non si riesce proprio a dire, sul genere di «Scusa» per Fonzie) alle ultime elezioni hanno preso 14.567 voti. I grillini 662mila. Niente, rasi al suolo. Zingaretti è stato eletto con 1,3 milioni di voti.
In questo caso dei radicali importa poco, ma dell'ipocrisia molto. Quando qualcuno si alzerà e si lamenterà degli sprechi in Regione e del bla bla sui costi della politica, converrà rammentargli del bazooka che aveva a disposizione e che non ha saputo usare: il proprio voto. (il Giornale)
Franco Fiorito, ex capogruppo del Pdl
In questo caso dei radicali importa poco, ma dell'ipocrisia molto. Quando qualcuno si alzerà e si lamenterà degli sprechi in Regione e del bla bla sui costi della politica, converrà rammentargli del bazooka che aveva a disposizione e che non ha saputo usare: il proprio voto. (il Giornale)
sabato 23 febbraio 2013
Io voto per la rivoluzione liberale. Vito Schepisi
| sabato 23 febbraio 2013 | |
Si vedono in prospettiva le linee di una svolta epocale. Forse è così, ma non si vota sulle suggestioni. Si vota per scegliere. Ogni idea ha la sua dignità, purché sia nell’interesse dell’Italia e se ha capacità d’essere condivisa. Non hanno dignità la violenza, l’odio, la sopraffazione, la denuncia senza idee, il voto strumentale, le pratiche clientelari, i ricatti, le minacce, le promesse fumose, l’inganno. Le scelte poi vanno rispettate, quali esse siano. Al momento si hanno due ipotesi che si confrontano tra loro con possibilità di successo. Una è quella di Bersani che, calato il sipario di Renzi, ripropone la sinistra con Vendola, senza aver rottamato nessuno, né Prodi e né D’Alema, né Amato e neanche la Bindi. L’altra è quella di Berlusconi, senza Fini e senza casini e Casini, che ritorna a battere sul tam tam della rivoluzione liberale. “Tertium non datur” per dirla con Plauto. Non esiste un’altra soluzione. Il resto è inganno. Tante suggestioni, tante denunce senza idee di soluzione, tanti rancori e dispetti, tanti tentativi di conquistare nicchie di spazi politici, come se il vento dell’antipolitica non ci sia mai stato, anche tanti espedienti per ottenere i finanziamenti pubblici e giochi politici per ritagliarsi ruoli di condizionamento in cambio di spazi di potere. C’è anche chi spera in un risultato contraddittorio per offrirsi a salvare la Patria. C’è anche chi, per farsi aiutare a sottomettere l’indipendenza nazionale, si fa sostenere da improponibili personaggi istituzionali stranieri che, in un vuoto di dignità e di orgoglio di chi ha il dovere di garantire la sovranità nazionale, si sono sentiti autorizzati ad intromettersi nelle questioni elettorali italiane. Tra chi propone un modello per il governo della Nazione, questa volta le differenze di programma sono abbastanza chiare. Anche la campagna elettorale, seppur nella confusione e nelle grida, ha fatto sì che emergessero con sufficiente chiarezza. Il centrodestra propone una politica di sviluppo attraverso la riduzione della pressione fiscale, il taglio delle spese, la burocrazia amica, il rilancio delle piccole e medie imprese, il sostegno ai redditi delle famiglie, l’occupazione, l’aumento delle pensioni minime, l’inviolabilità fiscale della prima casa, la rivisitazione dei sistemi di riscossione delle imposte per calmierare la prepotenza e le degenerazioni di Equitalia, le riforme dell’architettura rappresentativa ed istituzionale dello Stato, la rinegoziazione in Europa dei patti del’Unione. La sinistra propone, invece, rigore fiscale, patrimoniali, aumento della spesa, politiche più permissive sull’immigrazione, unioni civili se non matrimoni gay, nessuna rivisitazione dei patti con l’Europa. Chi ha idea di votare per altri, se non per Bersani o Berlusconi, ad esempio per Monti o per il movimento di Grillo, finisce solo col favorire l’uno o l’altro dei due, ma certamente, per ovvi calcoli matematici, l’opposto della scelta politica che avverte più vicina. Per chi tiene ad una scelta moderata per l’Italia, per ostacolare la deriva velleitaria, per uscire dallo squilibrio di un’Europa germanocentrica, per riformare il Paese, per dar voce alle domande del popolo senza distinzioni e classismi, perché arrivi la rivoluzione liberale che liberi risorse, fantasie e speranze, il voto al centrodestra dovrebbe essere scontato. Io voto, infatti, per la rivoluzione liberale. (il Legno storto) |
Oroscopo elettorale. Davide Giacalone
La legge sui sondaggi elettorali è stata platealmente violata. Posto che le leggi andrebbero rispettate e le violazioni punite, quel che credo sia necessario chiedere è che venga cambiata. Non solo non funziona, ma finisce con l’avere un effetto diverso, e per certi aspetti opposto, a quello che si proponeva. Il fatto che si annunci il dilagare dei consensi indirizzati a Beppe Grillo e il possibile crollo di quelli destinati alle liste di Mario Monti (con i due che hanno in comune una condizione paradossale: non sono candidati), sebbene lo si faccia senza mettere in pagina o leggere i numeri dei sondaggi che suggeriscono tali ipotesi, viola la sostanza della legge. Con effetti non scontati.
Proibendo la pubblicazione dei sondaggi elettorali nei quindici giorni precedenti l’apertura delle urne, quindi, nel caso della campagna in corso, dalla mezzanotte dello scorso 8 febbraio, la legge (articolo 8 della legge 22 febbraio 2000, numero 28) si propone di evitare che gli elettori siano influenzati dagli orientamenti prevalenti. Ma se poi si omette la pubblicazione del sondaggio, salvo pubblicarne il succo, quindi il messaggio, si ottiene esattamente quel risultato, ovvero li si influenza. Siamo sicuri che sia un fatto negativo, o da proibirsi? Credo di no.
Questa legge, che porta il pessimo e fastidioso nome di “par condicio”, quindi erede degli appelli lanciati da Oscar Luigi Scalfaro contro le campagne pubblicitarie dell’allora Forza Italia, è uno dei frutti della lunga stagione personalistica e faziosa: siccome i sondaggi li usava, e sapeva usare, solo Silvio Berlusconi ecco che si trova il modo di sterilizzarli, proibendoli. Quando quel capo politico comparve sulla scena e cominciò a citarli la reazione di molti fu il dileggio. Poi la riprovazione. Il fatto è che i sondaggi non sono né buoni né cattivi, dipende da come i politici li usano: se servono per sapere cosa gli elettori pensano e quali ritengono essere i problemi più importanti, sono strumenti utili; se li si usa per sapere cosa si deve dire, allora si tratta di politici inutili. Il giudizio, come sempre in democrazia, spetta agli elettori. Fatto è, comunque, che da allora a oggi non solo i sondaggi li usano tutti, senza più risatine cretine, ma hanno preso a commissionarli i mezzi di comunicazione. Quindi, ai fini del nostro ragionamento, dobbiamo porci la domanda relativa alla loro influenza sugli orientamenti di voto.
Si dà per scontato che se i sondaggi indicano un vincitore l’elettorato gregge tende a premiarlo. E’ la realistica fotografia scattata a suo tempo da Ennio Flaiano: tutti a correre in soccorso del vincitore. Questa reazione esiste, naturalmente. Ma può esistere anche quella opposta. Ad esempio: l’elettore crede che quella determinata lista è sì bella e convincente, ma estremamente minoritaria, talché votarla sarebbe come sprecare il voto (i voti non sono mai sprecati, però), se, invece, un sondaggio dell’ultima settima certifica la possibilità che superi il quorum ecco che i voti possono aumentare, non diminuire. All’opposto: se l’elettore guarda con fastidio alla politica, sicché potrebbe votare chi si propone di mandarla a quel paese, il sapere che come lui la pensano in troppi potrebbe indurlo a scelte più prudenti, dato che le democrazie crollano per varie vie, ma spesso proprio nelle urne. O, ancora: l’elettore intende privilegiare i propri interessi (scelta saggia, niente affatto riprovevole), ma ritiene che chi meglio li incarna prenderà già una valanga di voti e non ama intrupparsi, in questo caso sapere che il successo non è poi così garantito può indurlo a riporre la scheda là dove lo porta il portafogli. In ogni caso, gli elettori non sono né minorenni (per legge), né minorati (per dovuto rispetto), quindi non c’è motivo di proibire che arrivino loro delle informazioni.
Anche perché, invece, di quelle dispongono sia chi gestisce interessi economici rilevanti (e commissiona sondaggi), sia chi, come me, produce opinioni (le mie sono fatte in casa a mia esclusiva cura) e ha accesso alle ultime rilevazioni. In questo modo si crea un’asimmetria informativa ai danni dell’elettore. Anche consentendo a qualche imbroglione di fare gli oroscopi del giorno già passato, fingendo d’indovinare quel che sa già.
Infine, si deve evitare l’effetto partita della nazionale durante la proiezione della corazzata Potemkin: in assenza di notizie girano voci pazzesche e scenari immaginifici. Fatti i conti, insomma, il divieto inquina il mercato elettorale più dei sondaggi taroccati. Sarebbe saggio cancellarlo.
Pubblicato da Il Tempo
Proibendo la pubblicazione dei sondaggi elettorali nei quindici giorni precedenti l’apertura delle urne, quindi, nel caso della campagna in corso, dalla mezzanotte dello scorso 8 febbraio, la legge (articolo 8 della legge 22 febbraio 2000, numero 28) si propone di evitare che gli elettori siano influenzati dagli orientamenti prevalenti. Ma se poi si omette la pubblicazione del sondaggio, salvo pubblicarne il succo, quindi il messaggio, si ottiene esattamente quel risultato, ovvero li si influenza. Siamo sicuri che sia un fatto negativo, o da proibirsi? Credo di no.
Questa legge, che porta il pessimo e fastidioso nome di “par condicio”, quindi erede degli appelli lanciati da Oscar Luigi Scalfaro contro le campagne pubblicitarie dell’allora Forza Italia, è uno dei frutti della lunga stagione personalistica e faziosa: siccome i sondaggi li usava, e sapeva usare, solo Silvio Berlusconi ecco che si trova il modo di sterilizzarli, proibendoli. Quando quel capo politico comparve sulla scena e cominciò a citarli la reazione di molti fu il dileggio. Poi la riprovazione. Il fatto è che i sondaggi non sono né buoni né cattivi, dipende da come i politici li usano: se servono per sapere cosa gli elettori pensano e quali ritengono essere i problemi più importanti, sono strumenti utili; se li si usa per sapere cosa si deve dire, allora si tratta di politici inutili. Il giudizio, come sempre in democrazia, spetta agli elettori. Fatto è, comunque, che da allora a oggi non solo i sondaggi li usano tutti, senza più risatine cretine, ma hanno preso a commissionarli i mezzi di comunicazione. Quindi, ai fini del nostro ragionamento, dobbiamo porci la domanda relativa alla loro influenza sugli orientamenti di voto.
Si dà per scontato che se i sondaggi indicano un vincitore l’elettorato gregge tende a premiarlo. E’ la realistica fotografia scattata a suo tempo da Ennio Flaiano: tutti a correre in soccorso del vincitore. Questa reazione esiste, naturalmente. Ma può esistere anche quella opposta. Ad esempio: l’elettore crede che quella determinata lista è sì bella e convincente, ma estremamente minoritaria, talché votarla sarebbe come sprecare il voto (i voti non sono mai sprecati, però), se, invece, un sondaggio dell’ultima settima certifica la possibilità che superi il quorum ecco che i voti possono aumentare, non diminuire. All’opposto: se l’elettore guarda con fastidio alla politica, sicché potrebbe votare chi si propone di mandarla a quel paese, il sapere che come lui la pensano in troppi potrebbe indurlo a scelte più prudenti, dato che le democrazie crollano per varie vie, ma spesso proprio nelle urne. O, ancora: l’elettore intende privilegiare i propri interessi (scelta saggia, niente affatto riprovevole), ma ritiene che chi meglio li incarna prenderà già una valanga di voti e non ama intrupparsi, in questo caso sapere che il successo non è poi così garantito può indurlo a riporre la scheda là dove lo porta il portafogli. In ogni caso, gli elettori non sono né minorenni (per legge), né minorati (per dovuto rispetto), quindi non c’è motivo di proibire che arrivino loro delle informazioni.
Anche perché, invece, di quelle dispongono sia chi gestisce interessi economici rilevanti (e commissiona sondaggi), sia chi, come me, produce opinioni (le mie sono fatte in casa a mia esclusiva cura) e ha accesso alle ultime rilevazioni. In questo modo si crea un’asimmetria informativa ai danni dell’elettore. Anche consentendo a qualche imbroglione di fare gli oroscopi del giorno già passato, fingendo d’indovinare quel che sa già.
Infine, si deve evitare l’effetto partita della nazionale durante la proiezione della corazzata Potemkin: in assenza di notizie girano voci pazzesche e scenari immaginifici. Fatti i conti, insomma, il divieto inquina il mercato elettorale più dei sondaggi taroccati. Sarebbe saggio cancellarlo.
Pubblicato da Il Tempo
sabato 16 febbraio 2013
8 settembre giudiziario. Davide Giacalone
La giustizia italiana è totalmente fuori controllo, costituendo un pericolo per la convivenza e per gli interessi collettivi. Si mescolano questioni diverse, neanche paragonabili fra loro, ma che concorrono a descrivere il disfacimento dello Stato. Intanto la campagna elettorale si conduce verso la sua ingloriosa conclusione, senza che le forze politiche siano state in grado di biascicar altro se non la difesa di sé medesime o il profittare delle difficoltà altrui, in un tremebondo silenzio urlante che ne descrive la vacuità. Fa anche un certo effetto tornare su questo tema all’indomani dell’arresto di Angelo Rizzoli, delle cui odierne vicende non so nulla, ma so che riportare in custodia cautelare un uomo che fu distrutto da analogo provvedimento e poi assolto, che nel corso della sua carcerazione vide morire il padre per infarto e a seguito di quelle vicende la sorella per suicidio, so che assistere a ciò e non provare un brivido d’orrore è segno d’imbarbarimento collettivo.
Il fatto è che l’Italia ha perso sensibilità. Ha perso cultura del diritto e dei diritti, ma anche buon senso. Orrendo il silenzio seguito alla condanna del generale Pollari, perché dimostra quanto chi pretende di governare non abbia idea di ciò che comporta. Quella condanna è una sorta di 8 settembre, di fuga dello Stato. E’ irrilevante che sia giusta o sbagliata, semplicemente non sarebbe dovuta esistere: se il governo (tre governi) pone il segreto di Stato lo Stato rispetta quel segreto. Vale per il militare come per il magistrato. Vale per tutti. Invece più tribunali hanno potuto fare una sonora pernacchia allo Stato. E’ l’anticamera della fine. Forse senza neanche anticamera.
Nel caso di Saipem-Eni ci viene detto che sarebbe stata pagata una prestazione collaterale, denominata “tangente”, pari a 200 milioni. Per l’acquisto di 11 miliardi di materia prima energetica. Naturalmente non tocca ai magistrati rispondere alla seguente domanda: come altro si acquista, quella roba? In galera soggiorna il capo della più tecnologicamente preziosa azienda controllata dallo Stato, la Finmeccanica. Io credo (lo scrissi) che Orsi doveva essere allontanato nel momento stesso in cui ha provato a ricattare un ministro in carica (Grilli). Il presidente del Consiglio doveva scegliere: o cacciava il ministro o cacciava il manager. Anche entrambe, nel caso. Nessuno no, non è ammesso. Dall’inerzia si passa all’arresto, con l’emergere nel mandato di cattura del caso indiano. Dopo che noi ripetevamo da mesi: guardate che i due militari trattenuti in India sono ostaggi per un affare Finmeccanica, qualcosa è andato storto e la materia è governativa. Nulla. Allora, qual è la morale? Due: a. gli italiani non sono capaci di risolvere i loro problemi, visto che nessuno se ne assume la responsabilità; b. una qualsiasi concorrente di nostre aziende strategiche ha un modo facile per annientarle: preparare un dossierino e farlo arrivare alla procura. Così descritto, è un Paese che si sta suicidando.
200 milioni Saipem per l’energia di tutti sono intollerabili, ma 4 miliardi al Monte dei Paschi di Siena vanno bene. I primi sono un reato, i secondi una scelta prudente. All’Mps le cose sono andate in modo banale: un gruppo dirigente di malfattori ha portato via soldi, tanti, per sé e per i propri amici. Quella banca ha 14 consiglieri d’amministrazione su 16 nominati dalla politica. La politica, da quelle parti, si chiama Pd. Ma non solo, fate attenzione: si chiama Pd più affaristi di altri colori, per garantire la connivenza. Andrà a finire che dopo le elezioni alcuni dei casi citati si sgonfieranno e spariranno, mentre questo crescerà. Senza fretta. E’ normale?
A Taranto in governo interviene ripetutamente per tenere aperta l’Ilva, anche nella consapevolezza che l’unica speranza di bonifica ambientale coincide con la continuazione della produzione. La procura, dopo avere fatto il possibile per chiudere l’Ilva, ricorre alla Corte costituzionale avverso il decreto. Credete che sia una normale procedura penale? Niente affatto, è il tentativo di porre il giudizio di legittimità non solo al di sopra di tutto, ma anche a prescindere dal processo, dal tribunale e dalla sentenza. Giudizio insindacabile, a opera di chi non ne sarà responsabile.
La sommatoria di questi casi, differenti e non assimilabili, porta a una conclusione: il governo perde sovranità politica, lo Stato perde sovranità nazionale, l’Italia perde affidabilità internazionale. A fronte di ciò ci sono due cose assolutamente ridicole: la prima è credere che le inchieste rilevanti siano quelle sui politici; la seconda è che si ripeta di avere fiducia nella giustizia. Quel meccanismo è saltato. Il diritto, senza il quale non esiste lo Stato, s’è gettato dalla finestra.
Pubblicato da Libero
Il fatto è che l’Italia ha perso sensibilità. Ha perso cultura del diritto e dei diritti, ma anche buon senso. Orrendo il silenzio seguito alla condanna del generale Pollari, perché dimostra quanto chi pretende di governare non abbia idea di ciò che comporta. Quella condanna è una sorta di 8 settembre, di fuga dello Stato. E’ irrilevante che sia giusta o sbagliata, semplicemente non sarebbe dovuta esistere: se il governo (tre governi) pone il segreto di Stato lo Stato rispetta quel segreto. Vale per il militare come per il magistrato. Vale per tutti. Invece più tribunali hanno potuto fare una sonora pernacchia allo Stato. E’ l’anticamera della fine. Forse senza neanche anticamera.
Nel caso di Saipem-Eni ci viene detto che sarebbe stata pagata una prestazione collaterale, denominata “tangente”, pari a 200 milioni. Per l’acquisto di 11 miliardi di materia prima energetica. Naturalmente non tocca ai magistrati rispondere alla seguente domanda: come altro si acquista, quella roba? In galera soggiorna il capo della più tecnologicamente preziosa azienda controllata dallo Stato, la Finmeccanica. Io credo (lo scrissi) che Orsi doveva essere allontanato nel momento stesso in cui ha provato a ricattare un ministro in carica (Grilli). Il presidente del Consiglio doveva scegliere: o cacciava il ministro o cacciava il manager. Anche entrambe, nel caso. Nessuno no, non è ammesso. Dall’inerzia si passa all’arresto, con l’emergere nel mandato di cattura del caso indiano. Dopo che noi ripetevamo da mesi: guardate che i due militari trattenuti in India sono ostaggi per un affare Finmeccanica, qualcosa è andato storto e la materia è governativa. Nulla. Allora, qual è la morale? Due: a. gli italiani non sono capaci di risolvere i loro problemi, visto che nessuno se ne assume la responsabilità; b. una qualsiasi concorrente di nostre aziende strategiche ha un modo facile per annientarle: preparare un dossierino e farlo arrivare alla procura. Così descritto, è un Paese che si sta suicidando.
200 milioni Saipem per l’energia di tutti sono intollerabili, ma 4 miliardi al Monte dei Paschi di Siena vanno bene. I primi sono un reato, i secondi una scelta prudente. All’Mps le cose sono andate in modo banale: un gruppo dirigente di malfattori ha portato via soldi, tanti, per sé e per i propri amici. Quella banca ha 14 consiglieri d’amministrazione su 16 nominati dalla politica. La politica, da quelle parti, si chiama Pd. Ma non solo, fate attenzione: si chiama Pd più affaristi di altri colori, per garantire la connivenza. Andrà a finire che dopo le elezioni alcuni dei casi citati si sgonfieranno e spariranno, mentre questo crescerà. Senza fretta. E’ normale?
A Taranto in governo interviene ripetutamente per tenere aperta l’Ilva, anche nella consapevolezza che l’unica speranza di bonifica ambientale coincide con la continuazione della produzione. La procura, dopo avere fatto il possibile per chiudere l’Ilva, ricorre alla Corte costituzionale avverso il decreto. Credete che sia una normale procedura penale? Niente affatto, è il tentativo di porre il giudizio di legittimità non solo al di sopra di tutto, ma anche a prescindere dal processo, dal tribunale e dalla sentenza. Giudizio insindacabile, a opera di chi non ne sarà responsabile.
La sommatoria di questi casi, differenti e non assimilabili, porta a una conclusione: il governo perde sovranità politica, lo Stato perde sovranità nazionale, l’Italia perde affidabilità internazionale. A fronte di ciò ci sono due cose assolutamente ridicole: la prima è credere che le inchieste rilevanti siano quelle sui politici; la seconda è che si ripeta di avere fiducia nella giustizia. Quel meccanismo è saltato. Il diritto, senza il quale non esiste lo Stato, s’è gettato dalla finestra.
Pubblicato da Libero
Una Repubblica fondata sull'ipocrisia. Federico Punzi
Piaccia o meno, il ragionamento non è molto distante da quello di Berlusconi, che ovviamente ha destato un ipocrita polverone di indignazione. Certo, il reato esiste, la convenzione internazionale anche. La magistratura fa il suo dovere. Ma se vogliamo ragionare sui fatti laicamente e conservando un minimo di contatto con la realtà, ci sono almeno un paio di pesanti "però". Il primo riguarda il fatto che le commissioni pagate da Finmeccanica devono ancora essere giudicate come reato, quindi come tangenti, a seguito di un reale processo. Insomma, si tratta ancora di una tesi dell'accusa. Se qualcuno di quei 50 milioni è tornato indietro, nelle tasche di Orsi o di qualche politico, sarebbe un fatto gravissimo, che però va dimostrato e per ora mi pare ci siano solo illazioni a mezzo stampa. Se invece quei soldi sono serviti a corrompere solo qualche politico o funzionario indiano, allora c'è da augurarsi che la procura abbia in mente qualche nome indiano, ma pare di capire di no. Perché resta difficile provare la corruzione se non si conosce nemmeno il nome di chi si è fatto corrompere. Nonostante quindi la corruzione sia ben lungi dall'essere provata, l'azione della procura di Busto Arsizio ha già determinato a Finmeccanica e al suo indotto un danno di 550 milioni di euro e la perdita di milioni di ore di lavoro. Una grande responsabilità, ammetterete. E' accettabile un simile danno patrimoniale ed economico per inseguire quello che è, ad oggi, un indizio, una pista d'indagine? Assumiamo che sì, abbiamo una visione massimalista della giustizia per cui al minimo sospetto non si guarda in faccia a nulla, in totale spregio del rischio di sbagliarci e dell'entità dei danni provocati dal nostro eventuale errore. Questa grave responsabilità si può affidare ai pm di Busto Arsizio, dove a stento si potrebbe giustificare che abbia sede una procura?? O non richiederebbe, semmai, di essere in capo a magistrati di ben altra esperienza e responsabilità? Chi risarcirà a Finmeccanica e ai suoi lavoratori un danno di 550 milioni di euro se la procura si sbaglia? Se, come tutti, anche i magistrati fossero chiamati a rispondere dei loro errori professionali, in termini sia di carriera che patrimoniali, ci sarebbero tanti più scrupoli e verifiche prima di avviare l'azione penale quanto più alta è la posta in gioco. E si ridurrebbero sensibilmente le possibilità d'errore. La sensazione, francamente, è che la magistratura spesso spari nel mucchio, preoccupandosi solo in un secondo momento - a danno ormai provocato - di procurarsi delle prove. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sì, l'irresponsabilità e l'arbitrarietà, solo alla ricerca del clamore e della fama personale, costi quel che costi, no, non è accettabile. Il timing delle manette, poi, per inchieste che duravano da mesi, se non anni, fa pensare ad un uso spettacolare della giustizia, ad una deriva verso il «populismo giudiziario», come la definisce Antonio Polito sul Corriere: una giustizia anch'essa lenta e impotente come la politica, e quindi alla ricerca della condanna mediatica. Le prove, il processo, diventano dettagli di cui preoccuparsi anni dopo. C'è, poi, l'aspetto politico ed economico. Se Finmeccanica ha violato la legge, benissimo: che paghi. Se così fan tutti, però, e a tagliarci i cosiddetti siamo solo noi italiani, be' la questione esce dai confini strettamente giudiziari e coinvolge l'interesse generale: la nostra industria, la nostra economia, quindi il benessere di tutti noi. Senza moralismi, dobbiamo preoccuparcene e addivenire a soluzioni un poco più elastiche. Nel mondo reale non ci sono feticci, né soluzioni perfette. E' evidente che estremizzando il concetto di "tangente", bisognerebbe per coerenza concludere che il lobbismo interno, per esempio dei sindacati, o l'intera diplomazia commerciale tra Stati, e forse la diplomazia tout court, è un immenso intreccio di corruzione e scambio di favori più o meno nobili. E non credo neanche che nella vicenda Finmeccanica c'entri la governance influenzata dalla politica, come per Mps: fosse stata privata, la presunta tangente per aggiudicarsi la preziosa commessa indiana l'avrebbe versata comunque. A proposito, oggi è trascorso esattamente un anno dal "sequestro" dei nostri marò proprio da parte delle autorità indiane: «Un anno di inerzia, silenzi e gaffe internazionali», come ricorda Pautasso. Se non ricordo male lo Stato italiano versò, o era disposto a versare, centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei pescatori indiani uccisi, prim'ancora che iniziasse il processo per stabilire la responsabilità dei due marò, ma evidentemente come gesto di amicizia e generosità volto a migliorare la posizione dei nostri soldati. Non è forse anche questa una forma di tangente? JimMomo |
mercoledì 13 febbraio 2013
L'abdicazione. Davide Giacalone
Ammirazione, rispetto, costernazione. C’è di tutto nelle reazioni ufficiali alle dimissioni di Joseph Ratzinger dal trono di Pietro, ma non molta sincerità.
Benedetto XVI non è il primo Papa ad abdicare. Oggi si dice “dimettersi” o “lasciare”, quasi che l’uso del verbo possa cambiare la realtà del fatto: si tratta di un monarca il cui potere è assoluto. Chi lo fece prima di lui, però, visse circostanze in cui prevalevano o la carcerazione e l’esilio, talché non gli era materialmente possibile sedere al suo posto, oppure la decadenza e la corruzione, sicché quella carica poteva essere oggetto di simoniaci commerci. L’abbandono per ragioni di salute, o senilità, non ha precedenti, se non quello vicinissimo e che depone in senso esattamente opposto: Giovanni Paolo II.
Ma Ratzinger è troppo profondo cultore di quel trono per non avere previsto qualche scivolone nelle interpretazioni, quindi ha messo due volte le mani avanti: nel 2010, sostenendo che il Papa non solo può, ma forse deve lasciare nel momento in cui non sia più in grado di proseguire “fisicamente, psicologicamente, mentalmente” la sua missione; poi proprio ieri, specificando che “lascio per l’età avanzata e per il bene della Chiesa”. Quindi: si può abdicare ove si constati l’impossibilità di andare avanti, anche senza impedimenti fisici, purché prevalga il bene ecclesiastico. Il resto è contorno.
Credo non si capisca nulla di questo pontificato, e di come si conclude, se non si fa una doppia operazione, apparentemente contraddittoria: collocarlo nella storia e considerarlo continuatore di una tradizione millenaria, che sfida la storia. Karol Wojtyla fu un possente protagonista del tempo. Un combattente nella trincea della guerra fredda. Un vincitore, da Pontefice e da polacco, che poté vedere il crollo dell’impero sovietico, negante il diritto a praticare la fede. Un argine, nel contrastare le derive politiche della Chiesa, specie in America Latina. Un leader capace di espandersi verso nuove terre. Cambiò il modo d’intendere il papato, ma si lasciò molti problemi alle spalle. Macerie che l’allora capo del Santo Uffizio, poi divenuto Papa, avrebbe dovuto sistemare. Compito assai arduo, anche se quelli che noi chiamiamo “scandali”, sia in campo sessuale che finanziario, non sono materie inedite, nella storia del Vaticano. Il punto non sono gli “scandali”, ma quel che celano e quel che li genera.
Giovanni Paolo II fece passi decisi verso la convivenza e il reciproco riconoscimento di fedi diverse, anche in questo figlio e protagonista del suo tempo. Il futuro Benedetto XVI non approvava, essendogli chiaro che perdere specificità e diversità era come perdere identità. Il secolo lo ha pugnalato: nella volgare banalizzazione l’islam è accostato alla violenza suicida, la cristianità alle violenze sessuali. Papa Benedetto ha saputo reagire, ma la rivendicazione del valore culturale della fede lo ha portato su un terreno sdrucciolevole, nel quale si finisce con il rivendicare la diversa (quindi superiore, per dirla senza ipocrisie) civilizzazione. Sostenere, come egli fece, che democrazia e laicità sono figlie della cristianità è esercizio che porta a considerare la cristianità superiore agli altri monoteismi. Il che è fin troppo ovvio, visto con gli occhi della Chiesa. Ma terribilmente difforme dall’abitudine alle banalità del religiosamente corretto.
Sul core business, sulle questioni di fede, Benedetto non teme rivali. E’ sul collateral business che il suo passo è stato meno sicuro. Un Wojtyla poté gestire Marcinkus, per poi licenziarlo, perché non aveva dubbi sul ruolo da giocarsi nella storia. Un Ratzinger fa più fatica a reggere il confinamento del proprio Stato nella black list, fino al blocco dei pos per le carte di credito, appena oltre le mura leonine. Cambiò i vertici dello Ior, ma non il corso delle cose. Un Wojtyla supera di slancio la guerra interna alle guardie svizzere e ripone fra le questioni umanitarie due rapimenti. Un Ratzinger si ritrova aggredito non negli uffici della segreteria di Stato, dove non c’è più Agostino Casaroli a seguire una politica diversa da quella del Papa, ma direttamente nella propria stanza, con il maggiordomo forse raggirato, poi condannato, infine graziato. Deve aver capito che per vincere nella storia doveva uscire dalla storia, tornando alla materia dove domina.
Lui, che recuperò il camauro, è stato definito, nell’esplosione di dichiarazioni post abdicazione, un innovatore. Forse è bene riflettere senza fretta, prima di dire scemenze su chi guida un’istituzione che vive nel tempo, ma punta a quel che è fuori dal tempo.
Pubblicato da Il Tempo
Benedetto XVI non è il primo Papa ad abdicare. Oggi si dice “dimettersi” o “lasciare”, quasi che l’uso del verbo possa cambiare la realtà del fatto: si tratta di un monarca il cui potere è assoluto. Chi lo fece prima di lui, però, visse circostanze in cui prevalevano o la carcerazione e l’esilio, talché non gli era materialmente possibile sedere al suo posto, oppure la decadenza e la corruzione, sicché quella carica poteva essere oggetto di simoniaci commerci. L’abbandono per ragioni di salute, o senilità, non ha precedenti, se non quello vicinissimo e che depone in senso esattamente opposto: Giovanni Paolo II.
Ma Ratzinger è troppo profondo cultore di quel trono per non avere previsto qualche scivolone nelle interpretazioni, quindi ha messo due volte le mani avanti: nel 2010, sostenendo che il Papa non solo può, ma forse deve lasciare nel momento in cui non sia più in grado di proseguire “fisicamente, psicologicamente, mentalmente” la sua missione; poi proprio ieri, specificando che “lascio per l’età avanzata e per il bene della Chiesa”. Quindi: si può abdicare ove si constati l’impossibilità di andare avanti, anche senza impedimenti fisici, purché prevalga il bene ecclesiastico. Il resto è contorno.
Credo non si capisca nulla di questo pontificato, e di come si conclude, se non si fa una doppia operazione, apparentemente contraddittoria: collocarlo nella storia e considerarlo continuatore di una tradizione millenaria, che sfida la storia. Karol Wojtyla fu un possente protagonista del tempo. Un combattente nella trincea della guerra fredda. Un vincitore, da Pontefice e da polacco, che poté vedere il crollo dell’impero sovietico, negante il diritto a praticare la fede. Un argine, nel contrastare le derive politiche della Chiesa, specie in America Latina. Un leader capace di espandersi verso nuove terre. Cambiò il modo d’intendere il papato, ma si lasciò molti problemi alle spalle. Macerie che l’allora capo del Santo Uffizio, poi divenuto Papa, avrebbe dovuto sistemare. Compito assai arduo, anche se quelli che noi chiamiamo “scandali”, sia in campo sessuale che finanziario, non sono materie inedite, nella storia del Vaticano. Il punto non sono gli “scandali”, ma quel che celano e quel che li genera.
Giovanni Paolo II fece passi decisi verso la convivenza e il reciproco riconoscimento di fedi diverse, anche in questo figlio e protagonista del suo tempo. Il futuro Benedetto XVI non approvava, essendogli chiaro che perdere specificità e diversità era come perdere identità. Il secolo lo ha pugnalato: nella volgare banalizzazione l’islam è accostato alla violenza suicida, la cristianità alle violenze sessuali. Papa Benedetto ha saputo reagire, ma la rivendicazione del valore culturale della fede lo ha portato su un terreno sdrucciolevole, nel quale si finisce con il rivendicare la diversa (quindi superiore, per dirla senza ipocrisie) civilizzazione. Sostenere, come egli fece, che democrazia e laicità sono figlie della cristianità è esercizio che porta a considerare la cristianità superiore agli altri monoteismi. Il che è fin troppo ovvio, visto con gli occhi della Chiesa. Ma terribilmente difforme dall’abitudine alle banalità del religiosamente corretto.
Sul core business, sulle questioni di fede, Benedetto non teme rivali. E’ sul collateral business che il suo passo è stato meno sicuro. Un Wojtyla poté gestire Marcinkus, per poi licenziarlo, perché non aveva dubbi sul ruolo da giocarsi nella storia. Un Ratzinger fa più fatica a reggere il confinamento del proprio Stato nella black list, fino al blocco dei pos per le carte di credito, appena oltre le mura leonine. Cambiò i vertici dello Ior, ma non il corso delle cose. Un Wojtyla supera di slancio la guerra interna alle guardie svizzere e ripone fra le questioni umanitarie due rapimenti. Un Ratzinger si ritrova aggredito non negli uffici della segreteria di Stato, dove non c’è più Agostino Casaroli a seguire una politica diversa da quella del Papa, ma direttamente nella propria stanza, con il maggiordomo forse raggirato, poi condannato, infine graziato. Deve aver capito che per vincere nella storia doveva uscire dalla storia, tornando alla materia dove domina.
Lui, che recuperò il camauro, è stato definito, nell’esplosione di dichiarazioni post abdicazione, un innovatore. Forse è bene riflettere senza fretta, prima di dire scemenze su chi guida un’istituzione che vive nel tempo, ma punta a quel che è fuori dal tempo.
Pubblicato da Il Tempo
E se le aziende inquisite avessero ragione? Nicola Porro
E se avessero ragione le imprese? Per anni abbiamo subito una cultura anti industriale (leggetevi piuttosto la lirica di Angelo Mellone «Acciaio Mare» sull'Ilva) per la quale impresa e profitto erano due bestie da combattere.
Oggi il pregiudizio si è fatto più sofisticato. C'è un generale compiacimento per le indagini giudiziarie che bloccano le nostre aziende. Una brutta eco risuona più o meno così: «Ben gli sta». Il presidente di Finmeccanica è stato arrestato per una tangente (tutta da dimostrare) su un appalto riguardante degli elicotteri. «Stecca» che, anche per l'accusa, non sarebbe però finita nelle tasche del boss di Finmeccanica. Pochi mesi fa, sempre in Finmeccanica, si dimise lo storico amministratore, Pierfrancesco Guarguaglini, per le dichiarazioni di un pentito. Quasi nessuno ha riportato la richiesta (avvenuta mesi dopo) di archiviazione proposta dagli stessi pm che indagavano e poi accolta dai giudici. E Saipem? La stessa Eni, che la controlla, aveva iniziato a far pulizia.
Eppure è arrivata l'indagine sul numero uno del cane a sei zampe, Scaroni, per una gravissima ipotesi di reato: corruzione. E l'Ilva? Stiamo distruggendo un comparto fondamentale della nostra industria pesante sulla base di un'inchiesta che deve ancora passare al vaglio del primo grado. In cui i magistrati si oppongono financo allo sblocco delle merci sequestrate del valore di un miliardo. La Fiat ha 62 procedimenti in corso per la vicenda delle rappresentanze sindacali in fabbrica, aperti su denuncia della Fiom. Ha avuto 45 sentenze favorevoli, sette hanno invece accolto il ricorso del sindacato di Landini e altrettanti giudici hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale. Come i più grandi, migliaia di invisibili subiscono ogni giorno controlli, indagini, fermi, sequestri da parte di diversi organi dello Stato, che arrestano, multano e chiudono. Tutti innocenti? Certo che no. E nessuno chiede l'immunità per imprenditori o manager marci che abbiano violato la legge.
Ma dobbiamo stare attenti. La cultura anti industriale oggi ha fatto un salto generazionale e di ruolo. Si è istituzionalizzata. Non sono più le piazze a gridare contro i padroni. Sono le istituzioni che hanno fatto proprio quel clima di trent'anni fa. Sono i poteri burocratici che strozzano il fare impresa in Italia. Forti dello scudo di irresponsabilità di cui godono (chi paga per gli errori commessi, per il carcere mal dato, per le multe che fanno fallire?) e delle bizantine leggi che ci siamo dati (per le quali ad esempio un barbiere deve trattare i propri rifiuti con le stesse procedure che si applicano al petrolchimico).
La politica e le Istituzioni dettagliano con minuzia possibili comportamenti fuori linea delle imprese. Creando un doppio danno: rendono l'onere burocratico di fare impresa gravoso e lasciano a pubblici ufficiali e magistrati campi di intervento vastissimi. E se il prezzo da pagare è chiudere l'industria italiana, beh, quello è un effetto collaterale. Negli anni '70 manifestavano nelle piazze e picchettavano le industrie, oggi agiscono con le ordinanze e i decreti. Ma la musica non cambia.(il Giornale)
Eppure è arrivata l'indagine sul numero uno del cane a sei zampe, Scaroni, per una gravissima ipotesi di reato: corruzione. E l'Ilva? Stiamo distruggendo un comparto fondamentale della nostra industria pesante sulla base di un'inchiesta che deve ancora passare al vaglio del primo grado. In cui i magistrati si oppongono financo allo sblocco delle merci sequestrate del valore di un miliardo. La Fiat ha 62 procedimenti in corso per la vicenda delle rappresentanze sindacali in fabbrica, aperti su denuncia della Fiom. Ha avuto 45 sentenze favorevoli, sette hanno invece accolto il ricorso del sindacato di Landini e altrettanti giudici hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale. Come i più grandi, migliaia di invisibili subiscono ogni giorno controlli, indagini, fermi, sequestri da parte di diversi organi dello Stato, che arrestano, multano e chiudono. Tutti innocenti? Certo che no. E nessuno chiede l'immunità per imprenditori o manager marci che abbiano violato la legge.
Ma dobbiamo stare attenti. La cultura anti industriale oggi ha fatto un salto generazionale e di ruolo. Si è istituzionalizzata. Non sono più le piazze a gridare contro i padroni. Sono le istituzioni che hanno fatto proprio quel clima di trent'anni fa. Sono i poteri burocratici che strozzano il fare impresa in Italia. Forti dello scudo di irresponsabilità di cui godono (chi paga per gli errori commessi, per il carcere mal dato, per le multe che fanno fallire?) e delle bizantine leggi che ci siamo dati (per le quali ad esempio un barbiere deve trattare i propri rifiuti con le stesse procedure che si applicano al petrolchimico).
La politica e le Istituzioni dettagliano con minuzia possibili comportamenti fuori linea delle imprese. Creando un doppio danno: rendono l'onere burocratico di fare impresa gravoso e lasciano a pubblici ufficiali e magistrati campi di intervento vastissimi. E se il prezzo da pagare è chiudere l'industria italiana, beh, quello è un effetto collaterale. Negli anni '70 manifestavano nelle piazze e picchettavano le industrie, oggi agiscono con le ordinanze e i decreti. Ma la musica non cambia.(il Giornale)
venerdì 8 febbraio 2013
Il silenzio degli arroganti. Claudio Velardi
Caro, eternamente dubbioso elettore di sinistra, se fino a ieri ti chiedevamo di scegliere il Pd contro il rischio dell’ingovernabilità (argomento esposto a mille obiezioni e discussioni fastidiose: ci si può fidare più di Monti o di Vendola? Mi raccomando, se proprio non ce la fai, dacci una mano al Senato, in Lombardia o in Sicilia poi non puoi mancare), da questo momento l’asso è calato, e tu non hai scuse. Mobilitazione totale contro il nemico. Poche chiacchiere.
Quanto l’ha cercato questo momento, lo stato maggiore. Al punto che nei giorni scorsi, in vista dell’uscita di Berlusconi, il notorio silenzio del principale partito italiano si era fatto – come si dice – assordante. Non una proposta, un’idea, una novità. Non dico il tentativo di fare agenda, ma neppure di consentire alle redazioni di di spuntare un giorno del calendario per scriverci: “Bersani!”. (Sì, con un bel punto esclamativo, come dire: ecco, lì bisogna esserci). Niente. Giusto il pallido comizietto di Firenze con l’ex-giovanotto: tutti e due in maniche di camicia, il remake dei Blues Brothers con tanto di occhialetti, una pena. Per tacere della battuta da oratorio su Messi al Bettola.
Vi sento già dire: cosa vuoi farci, è un vecchio problema, la sinistra non sa comunicare. Tante buone idee, serie, articolate, certo un po’ complesse, perché-nelle-società-complesse-non-ci-sono-soluzioni-semplici (l’altra volta 281 pagine, quest’anno non si sa), esposte male. Quell’altro invece, si sa, è un maestro della comunicazione, signora mia.
No. No. No. La comunicazione non c’entra niente. E’ una scusa del cazzo. Non dico una formazione politica – con lo stuolo di dirigenti, sondaggisti, comunicatori di cui dispone – ma un qualunque fruttivendolo, di fronte all’annunciato arrivo sulla piazza di un aggressivo competitor, si sarebbe attrezzato per tempo. Domenica alle 12 esporrai il tuo nuovo banchetto? Perfetto. Alle 11.30 salgo sul Colosseo e espongo la mia, di merce. Annuncio al popolo che le tasse saranno abbassate. Non subito, tra due anni (perché siamo seri). Che i costi della politica saranno tagliati. Del 50% (perché non siamo populisti). Che… (non so più che cosa, perché ho cercato in rete “programma Bersani 2013” e ho trovato solo chiacchiere non immagazzinabili in un post).
No, non è incapacità comunicativa. E’ che bisogna averla a disposizione, la merce. Fresca. Buona. Presentabile. Quando e se ce l’hai, hai voglia a venderla. Non c’è bisogno di nessun guru.
Invece l’intero stato maggiore aspettava con ansia l’arrivo della proposta shock, più di quanto la sognasse un militante del Pdl. Perché dispone solo di merce vecchia, in qualche caso avariata. E può rifilarla solo se sul suo avversario cala la mannaia morale. Non andare da quell’altro: imbroglia sul prezzo, la frutta luccica ma è piena di estrogeni. Tutto più semplice, tranquillizzante.
Così da oggi torna lo schema di sempre. Basta interrogarsi su Monti e Vendola, non si discute più di Lombardia, Sicilia e Senato. Bisogna solo impedire all’imbroglione di tornare su piazza. Capisci bene, caro elettore, che evitarlo è necessario.
Dice: ma allora questo è un ricatto. Certo che lo è. Con l’aggravante di un’arroganza consapevole, esibita, beffarda. Mio caro, ora devi votarci per forza, non c’è neppure bisogno che te lo ripetiamo. Possiamo continuare a tacere, che è la cosa che ci riesce meglio. Le tue obiezioni, i tuoi dubbi? Sorrisetto: ne parliamo un’altra volta, non vorrai mica diventare complice del ritorno di quello là? Va be’, allora sei un fesso. O un provocatore. Insomma dillo: sei un berlusconiano.
Forse. Se lo dite voi.
(Front Page)
Deprecabili amnesie. Davide Giacalone
Interessante la riflessione di Giorgio Napolitano, circa il rapporto politico fra il Partito comunista e il nostro mondo, occidentale ed europeo. Peccato che persista una deplorevole confusione: di idee, fatti e date. Nel discorso pronunciato all’Istituto per gli studi di politica internazionale, il presidente della Repubblica ha, fra le altre cose, sostenuto che: a. avere rifiutato il rapporto con gli Stati Uniti fu, nel 1948, un errore dei comunisti, poi divenuto una palla al piede della forza “divenuta egemone nella sinistra”; b. un “sostanziale ripensamento”, rispetto alla guida sovietica, “si fece strada” a partire dall’invasione di Praga, nel 1968; c. già a partire dagli anni 60 il Pci ripensò l’impegno europeista “innanzitutto nella partecipazione al Parlamento europeo”, culminando ciò nel riconoscimento della Nato, nel 1977. Troppo poco, troppo tardi e troppo reticente. Per le ragioni che seguono.
1. Nel 1948 il Partito comunista era parte stessa del blocco sovietico. Palmiro Togliatti era cittadino sovietico. Non compì alcuna scelta, la fece la storia. Però Napolitano confonde le carte: il Pci non fu lontano dall’occidente nonostante divenisse forza egemone della sinistra, bensì divenne forza egemone proprio perché finanziata e sostenuta dai nemici dell’occidente. La Germania, del resto, uscì dalla guerra divisa, noi con il ribaltamento dei rapporti a sinistra. Due effetti della stessa realtà.
Non poteva essere diversamente? Questo assolve da ogni responsabilità personale? No. Pietro Nenni era l’altro titolare del Fronte popolare, eppure seppe rifiutare il premio Stalin. Si poteva, se solo non si fosse stati interni al sistema staliniano. Come furono i comunisti italiani.
2. Cosa realmente era il sistema sovietico lo sapevano tutti quelli che lo volevano sapere, e lo ignoravano solo quelli che lo volevano ignorare. Non c’era alcun bisogno di attendere il 1968, se non altro perché l’invasione di Budapest risale al 1956, quando significativi esponenti del Partito comunista la considerarono incompatibile con i propri ideali e se ne andarono. Fra loro Antonio Giolitti, che Napolitano celebra da morto tanto quanto lo avversò da vivo (fu candidato, da Bettino Craxi, alla presidenza della Repubblica, senza raccogliere il consenso dei compagni).
Il Pci non poteva abbandonare il blocco sovietico, né mai, dicasi mai, lo abbandonò. Non poteva perché ne era parte. Una cosa fu esprimere delle critiche, altra rompere. Le critiche furono formulate come se l’Urss fosse colpevole di non essere del tutto coerente con i comuni ideali comunisti. E’ imbarazzante, lo so, ma è così.
3. Che il Pci abbia ripensato l’Europa a partire dagli anni 60 è curioso, che la prova sia la partecipazione al Parlamento europeo è comico: non era eletto, ma composto da rappresentanze parlamentari nazionali. I comunisti ne facevano parte di diritto. E c’è di più: l’europeismo di allora era chiamato “eurocomunismo”, il cui compagno di strada era il francese George Marchais, filosovietico con il botto (poi scaricato dal socialista Mitterrand), l’altro compagno era lo spagnolo Santiago Carrillo, cui i sovietici tolsero la parola, in ragione della sua indisciplina ideologica. Il Pci non ruppe neanche in quell’occasione.
Nel 1977 i comunisti firmarono e votarono una mozione parlamentare che considerava l’Europa il riferimento della politica estera italiana, ma l’anno successivo votarono contro l’ingresso dell’Italia nel Sistema monetario europeo, facendo cadere il governo. Comincia lì la storia dell’euro, e i comunisti erano contrari. Chi fece il discorso di rifiuto? Napolitano.
Sulla Nato è vero: dopo averla avversata e chiesto che l’Italia ne uscisse unilateralmente i comunisti, e precisamente Enrico Berlinguer, dissero che si sentivano più sicuri sotto quell’ombrello. Tre anni dopo, però, contro le scelte della migliore sinistra europea, tedesca e italiana, i comunisti si batterono contro gli euromissili, il cui schieramento era stato deciso per rispondere a quello degli SS20 sovietici, che erano puntati contro di noi. Sfilarono e mostrarono con orgoglio il telegramma ricevuto da Leonid Breznef. Il capo del Patto di Varsavia, alleanza militare ostile all’occidente e all’Europa.
La storia, come si vede, è un po’ più complessa. Se per ammettere gli errori commessi si sente il bisogno di manipolarla è brutto segno. Il punto nodale, alla fine, è uno solo: i socialdemocratici tedeschi non furono mai filosovietici e ripudiarono il marxismo nel 1959; i comunisti italiani furono filosovietici, non ripudiarono mai il comunismo e si chiamarono “comunisti” fin quando quella turpe ideologia non uscì dalla storia, con il crollo sovietico. Serve a nulla, oggi, provare a imbrogliare le carte. La partita fu troppo grossa e milioni di esseri umani la pagarono con il sangue e la perdita della libertà. Una tragedia non si cancella con le amnesie.
Pubblicato da Libero
1. Nel 1948 il Partito comunista era parte stessa del blocco sovietico. Palmiro Togliatti era cittadino sovietico. Non compì alcuna scelta, la fece la storia. Però Napolitano confonde le carte: il Pci non fu lontano dall’occidente nonostante divenisse forza egemone della sinistra, bensì divenne forza egemone proprio perché finanziata e sostenuta dai nemici dell’occidente. La Germania, del resto, uscì dalla guerra divisa, noi con il ribaltamento dei rapporti a sinistra. Due effetti della stessa realtà.
Non poteva essere diversamente? Questo assolve da ogni responsabilità personale? No. Pietro Nenni era l’altro titolare del Fronte popolare, eppure seppe rifiutare il premio Stalin. Si poteva, se solo non si fosse stati interni al sistema staliniano. Come furono i comunisti italiani.
2. Cosa realmente era il sistema sovietico lo sapevano tutti quelli che lo volevano sapere, e lo ignoravano solo quelli che lo volevano ignorare. Non c’era alcun bisogno di attendere il 1968, se non altro perché l’invasione di Budapest risale al 1956, quando significativi esponenti del Partito comunista la considerarono incompatibile con i propri ideali e se ne andarono. Fra loro Antonio Giolitti, che Napolitano celebra da morto tanto quanto lo avversò da vivo (fu candidato, da Bettino Craxi, alla presidenza della Repubblica, senza raccogliere il consenso dei compagni).
Il Pci non poteva abbandonare il blocco sovietico, né mai, dicasi mai, lo abbandonò. Non poteva perché ne era parte. Una cosa fu esprimere delle critiche, altra rompere. Le critiche furono formulate come se l’Urss fosse colpevole di non essere del tutto coerente con i comuni ideali comunisti. E’ imbarazzante, lo so, ma è così.
3. Che il Pci abbia ripensato l’Europa a partire dagli anni 60 è curioso, che la prova sia la partecipazione al Parlamento europeo è comico: non era eletto, ma composto da rappresentanze parlamentari nazionali. I comunisti ne facevano parte di diritto. E c’è di più: l’europeismo di allora era chiamato “eurocomunismo”, il cui compagno di strada era il francese George Marchais, filosovietico con il botto (poi scaricato dal socialista Mitterrand), l’altro compagno era lo spagnolo Santiago Carrillo, cui i sovietici tolsero la parola, in ragione della sua indisciplina ideologica. Il Pci non ruppe neanche in quell’occasione.
Nel 1977 i comunisti firmarono e votarono una mozione parlamentare che considerava l’Europa il riferimento della politica estera italiana, ma l’anno successivo votarono contro l’ingresso dell’Italia nel Sistema monetario europeo, facendo cadere il governo. Comincia lì la storia dell’euro, e i comunisti erano contrari. Chi fece il discorso di rifiuto? Napolitano.
Sulla Nato è vero: dopo averla avversata e chiesto che l’Italia ne uscisse unilateralmente i comunisti, e precisamente Enrico Berlinguer, dissero che si sentivano più sicuri sotto quell’ombrello. Tre anni dopo, però, contro le scelte della migliore sinistra europea, tedesca e italiana, i comunisti si batterono contro gli euromissili, il cui schieramento era stato deciso per rispondere a quello degli SS20 sovietici, che erano puntati contro di noi. Sfilarono e mostrarono con orgoglio il telegramma ricevuto da Leonid Breznef. Il capo del Patto di Varsavia, alleanza militare ostile all’occidente e all’Europa.
La storia, come si vede, è un po’ più complessa. Se per ammettere gli errori commessi si sente il bisogno di manipolarla è brutto segno. Il punto nodale, alla fine, è uno solo: i socialdemocratici tedeschi non furono mai filosovietici e ripudiarono il marxismo nel 1959; i comunisti italiani furono filosovietici, non ripudiarono mai il comunismo e si chiamarono “comunisti” fin quando quella turpe ideologia non uscì dalla storia, con il crollo sovietico. Serve a nulla, oggi, provare a imbrogliare le carte. La partita fu troppo grossa e milioni di esseri umani la pagarono con il sangue e la perdita della libertà. Una tragedia non si cancella con le amnesie.
Pubblicato da Libero
domenica 3 febbraio 2013
Lettera del Presidente Berlusconi
Caro Mauro,
E’ doloroso dirlo, ma oggi il rapporto di fiducia del cittadino verso lo Stato è in grave crisi.
E’ un rapporto che è stato turbato dagli scandali provocati da qualche vecchio mestierante della vecchia politica, dal discredito prodotto dalla cattiva politica, dal clima di intimidazione che si è affermato nei confronti del cittadino contribuente, e dal sovvertimento della volontà degli elettori con l’insediamento di un governo definito tecnico che si è segnalato per la distanza dai cittadini e dai loro bisogni.
Ma c’è qualcosa di più grave e profondo, c’è qualcosa che ha a che fare con la concezione stessa della relazione che lega ognuno di noi e lo Stato.
Per noi liberali, è lo Stato che deve porsi al servizio dei cittadini; per troppi altri, a sinistra e non solo, vale l’opposto. Costoro pensano che siano i cittadini a doversi porre al servizio dello Stato.
Uno Stato che offre servizi troppo spesso inadeguati, che crea difficoltà burocratiche al libero dispiegarsi delle iniziative imprenditoriali, che si pone sovente come ostile alle famiglie e alle imprese, e che soprattutto appare – attraverso una tassazione insopportabilmente alta - come un padrone che ci sfrutta e per il quale dobbiamo lavorare per più di metà dell’anno. Solo dopo, possiamo iniziare a lavorare per il benessere nostro e delle nostre famiglie.
Questa situazione non è accettabile. In più ora, è sotto gli occhi di tutti il bilancio fallimentare di un anno di Governo Monti: siamo dentro una spirale recessiva fatta di caduta di consumi, di caduta degli investimenti, di troppe tasse, di aumento della disoccupazione.
Guardando ciò che è accaduto nel 2012 abbiamo individuato nell’imposizione dell’IMU sulla prima casa l’atto pià dissennato e odioso del Governo Monti, che ha dato il via alla crisi.
La prima casa non si doveva e non si deve toccare: è il pilastro su cui ogni famiglia ha il diritto di costruire la sicurezza del proprio futuro.
Questa imposta ha indotto nelle famiglie italiane preoccupazione, ansia, timore nel futuro; e il fattore psicologico è stato il primo fattore di crisi. L’IMU ha assorbito in molti casi le tredicesime degli italiani, ha abbattuto i consumi, ha fatto precipitare il valore degli immobili; ha dimezzato i mutui erogati alle famiglie nell’ultimo anno; ha abbattuto gli investimenti in nuove abitazioni; ha ridotto in un solo anno quasi di un quarto, le compravendite di abitazioni; ha fatto crollare l’industria delle costruzioni residenziali trascinando in giù altri importanti settori come quelli dei mobili, degli arredi, delle ceramiche, delle stoffe, ha lasciato senza lavoro muratori, artigiani, fabbri, elettricisti e falegnami. Basti pensare che il settore delle costruzioni, dall’inizio della crisi, ha perso oltre 360.000 occupati.
A questo punto, come abbiamo già anticipato nel nostro programma, confermiamo l’impegno che assumiamo davanti a tutti i cittadini italiani: quello di cancellare l’IMU sulla prima casa nel primo Consiglio dei Ministri dopo la vittoria, esattamente come facemmo nel 2008 abolendo l’Ici, secondo quanto avevamo promesso.
Sentiamo però che con tutto quello che è successo e sta succedendo, serve qualcosa di più, serve una atto di sutura, di riavvicinamento, un atto di ricucitura civile, un atto di pace dello Stato e del fisco verso le nostre famiglie, un atto simbolico ma concretissimo che apra una pagina nuova, che ricrei fiducia nello Stato, che consenta un nuovo inizio. E allora?
Nel nostro primo Consiglio dei Ministri delibereremo, come risarcimento per una imposizione sbagliata e ingiusta dello Stato, la restituzione dell’Imu sulla prima casa, pagata dagli italiani nel 2012.
Le famiglie italiane saranno rimborsate per quanto hanno versato. Una famiglia ha versato 1200 euro? Riceverà indietro i 1200 euro. Un pensionato ha versato 900 euro? Avrà diritto a un rimborso di 900 euro, e così via.
La restituzione potrà avvenire:
-attraverso un rimborso vero e proprio sul conto corrente,
-oppure, in particolare per i pensionati o per chi preferirà questa modalità, in contanti, attraverso gli sportelli delle Poste.
A tal fine, l’Amministrazione finanziaria invierà una lettera a ciascun contribuente, firmata dal nuovo Ministro dell’Economia e dello Sviluppo, cioè dal sottoscritto: e per la prima volta, ricevendo una lettera dell’Amministrazione finanziaria, gli italiani non avranno nulla da temere, ma potranno finalmente sorridere. La lettera comunicherà infatti il titolo a ricevere il rimborso e l’ammontare spettante. Una volta ricevuta la lettera, i contribuenti potranno recarsi presso gli sportelli delle Poste Italiane a riscuotere il rimborso.
Oppure, se preferiscono, comunicheranno all’Amministrazione finanziaria gli estremi bancari per l’accredito sul loro conto corrente.
Abbiamo un ragionevole motivo di pensare che, una volta completata la fase di invio delle lettere ai soggetti interessati, il processo di rimborso possa concludersi nell’arco di un mese.
Per la copertura finanziaria di questa operazione, che vale intorno ai 4miliardi (cioè, è bene ricordarlo, la duecentesima parte degli 800miliardi che lo Stato costa e spende complessivamente ogni anno), abbiamo individuato una soluzione che non solo garantirà molte più risorse, ma che ha anch’essa una forza simbolica eloquente: l’accordo con la Svizzera, come hanno fatto anche altri Stati (tra gli altri, Gran Bretagna, Germania, Austria), per la tassazione delle attività finanziarie detenute in quel Paese da cittadini italiani.
Il gettito previsto è di 25-30 miliardi una tantum, più 5 miliardi all’anno di flusso a regime.
In attesa della sottoscrizione dell’accordo, la liquidità necessaria potrà essere anticipata dalla Cassa Depositi e Prestiti previo accordo stilato sul modello di quello peraltro già sperimentato in occasione del recente terremoto in Emilia.
Per quanto riguarda la copertura strutturale per l’eliminazione definitiva dell’IMU (altri 4 miliardi circa), si provvederà mediante una revisione delle accise su giochi, lotto, scommesse e tabacchi, su cui abbiamo un disegno di legge già predisposto, come abbiamo annunciato nelle scorse settimane.
Quindi, come ognuno può constatare, si tratta di una misura senza aggravi per lo Stato, utilissima per ogni famiglia, che si vedrà restituita la tassa ingiustamente pagata (o, se preferite, che riceverà una "nuova tredicesima"), ma soprattutto un grande atto di ricostruzione di quel clima di positività, di fiducia e di ottimismo che è indispensabile al nostro Paese, indispensabile come pietra angolare per passare dalla spirale recessiva in cui ci troviamo alla ripresa della crescita e dello sviluppo.
Io sono molto orgoglioso dell’impegno che oggi assumiamo davanti agli italiani.
Sono in una specialissima condizione personale di libertà per età, esperienza, traguardi e obiettivi raggiunti nella mia vita. Non ho nulla da chiedere per me stesso.
Voglio combattere un’ultima grande battaglia elettorale e politica, ora e nella legislatura che si aprirà, per allargare gli spazi di libertà nel mio Paese, e per aiutare l’Italia a uscire dalla prospettiva cupa in cui l’hanno costretta i tassatori tecnici, e in cui la confinerebbero i tassatori di sinistra.
Quella di oggi è una novità, è una notizia che spero possa portare un po’ di serenità e di ottimismo nelle case di molti italiani. L’impegno di oggi è l’esempio di quello che noi vogliamo fare.
Sentiamo di essere vicini ad un risultato storico. Se gli italiani lo vorranno siamo pronti ad assumerci la responsabilità di governo.
Ti abbraccio.

E’ doloroso dirlo, ma oggi il rapporto di fiducia del cittadino verso lo Stato è in grave crisi.
E’ un rapporto che è stato turbato dagli scandali provocati da qualche vecchio mestierante della vecchia politica, dal discredito prodotto dalla cattiva politica, dal clima di intimidazione che si è affermato nei confronti del cittadino contribuente, e dal sovvertimento della volontà degli elettori con l’insediamento di un governo definito tecnico che si è segnalato per la distanza dai cittadini e dai loro bisogni.
Ma c’è qualcosa di più grave e profondo, c’è qualcosa che ha a che fare con la concezione stessa della relazione che lega ognuno di noi e lo Stato.
Per noi liberali, è lo Stato che deve porsi al servizio dei cittadini; per troppi altri, a sinistra e non solo, vale l’opposto. Costoro pensano che siano i cittadini a doversi porre al servizio dello Stato.
Uno Stato che offre servizi troppo spesso inadeguati, che crea difficoltà burocratiche al libero dispiegarsi delle iniziative imprenditoriali, che si pone sovente come ostile alle famiglie e alle imprese, e che soprattutto appare – attraverso una tassazione insopportabilmente alta - come un padrone che ci sfrutta e per il quale dobbiamo lavorare per più di metà dell’anno. Solo dopo, possiamo iniziare a lavorare per il benessere nostro e delle nostre famiglie.
Questa situazione non è accettabile. In più ora, è sotto gli occhi di tutti il bilancio fallimentare di un anno di Governo Monti: siamo dentro una spirale recessiva fatta di caduta di consumi, di caduta degli investimenti, di troppe tasse, di aumento della disoccupazione.
Guardando ciò che è accaduto nel 2012 abbiamo individuato nell’imposizione dell’IMU sulla prima casa l’atto pià dissennato e odioso del Governo Monti, che ha dato il via alla crisi.
La prima casa non si doveva e non si deve toccare: è il pilastro su cui ogni famiglia ha il diritto di costruire la sicurezza del proprio futuro.
Questa imposta ha indotto nelle famiglie italiane preoccupazione, ansia, timore nel futuro; e il fattore psicologico è stato il primo fattore di crisi. L’IMU ha assorbito in molti casi le tredicesime degli italiani, ha abbattuto i consumi, ha fatto precipitare il valore degli immobili; ha dimezzato i mutui erogati alle famiglie nell’ultimo anno; ha abbattuto gli investimenti in nuove abitazioni; ha ridotto in un solo anno quasi di un quarto, le compravendite di abitazioni; ha fatto crollare l’industria delle costruzioni residenziali trascinando in giù altri importanti settori come quelli dei mobili, degli arredi, delle ceramiche, delle stoffe, ha lasciato senza lavoro muratori, artigiani, fabbri, elettricisti e falegnami. Basti pensare che il settore delle costruzioni, dall’inizio della crisi, ha perso oltre 360.000 occupati.
A questo punto, come abbiamo già anticipato nel nostro programma, confermiamo l’impegno che assumiamo davanti a tutti i cittadini italiani: quello di cancellare l’IMU sulla prima casa nel primo Consiglio dei Ministri dopo la vittoria, esattamente come facemmo nel 2008 abolendo l’Ici, secondo quanto avevamo promesso.
Sentiamo però che con tutto quello che è successo e sta succedendo, serve qualcosa di più, serve una atto di sutura, di riavvicinamento, un atto di ricucitura civile, un atto di pace dello Stato e del fisco verso le nostre famiglie, un atto simbolico ma concretissimo che apra una pagina nuova, che ricrei fiducia nello Stato, che consenta un nuovo inizio. E allora?
Nel nostro primo Consiglio dei Ministri delibereremo, come risarcimento per una imposizione sbagliata e ingiusta dello Stato, la restituzione dell’Imu sulla prima casa, pagata dagli italiani nel 2012.
Le famiglie italiane saranno rimborsate per quanto hanno versato. Una famiglia ha versato 1200 euro? Riceverà indietro i 1200 euro. Un pensionato ha versato 900 euro? Avrà diritto a un rimborso di 900 euro, e così via.
La restituzione potrà avvenire:
-attraverso un rimborso vero e proprio sul conto corrente,
-oppure, in particolare per i pensionati o per chi preferirà questa modalità, in contanti, attraverso gli sportelli delle Poste.
A tal fine, l’Amministrazione finanziaria invierà una lettera a ciascun contribuente, firmata dal nuovo Ministro dell’Economia e dello Sviluppo, cioè dal sottoscritto: e per la prima volta, ricevendo una lettera dell’Amministrazione finanziaria, gli italiani non avranno nulla da temere, ma potranno finalmente sorridere. La lettera comunicherà infatti il titolo a ricevere il rimborso e l’ammontare spettante. Una volta ricevuta la lettera, i contribuenti potranno recarsi presso gli sportelli delle Poste Italiane a riscuotere il rimborso.
Oppure, se preferiscono, comunicheranno all’Amministrazione finanziaria gli estremi bancari per l’accredito sul loro conto corrente.
Abbiamo un ragionevole motivo di pensare che, una volta completata la fase di invio delle lettere ai soggetti interessati, il processo di rimborso possa concludersi nell’arco di un mese.
Per la copertura finanziaria di questa operazione, che vale intorno ai 4miliardi (cioè, è bene ricordarlo, la duecentesima parte degli 800miliardi che lo Stato costa e spende complessivamente ogni anno), abbiamo individuato una soluzione che non solo garantirà molte più risorse, ma che ha anch’essa una forza simbolica eloquente: l’accordo con la Svizzera, come hanno fatto anche altri Stati (tra gli altri, Gran Bretagna, Germania, Austria), per la tassazione delle attività finanziarie detenute in quel Paese da cittadini italiani.
Il gettito previsto è di 25-30 miliardi una tantum, più 5 miliardi all’anno di flusso a regime.
In attesa della sottoscrizione dell’accordo, la liquidità necessaria potrà essere anticipata dalla Cassa Depositi e Prestiti previo accordo stilato sul modello di quello peraltro già sperimentato in occasione del recente terremoto in Emilia.
Per quanto riguarda la copertura strutturale per l’eliminazione definitiva dell’IMU (altri 4 miliardi circa), si provvederà mediante una revisione delle accise su giochi, lotto, scommesse e tabacchi, su cui abbiamo un disegno di legge già predisposto, come abbiamo annunciato nelle scorse settimane.
Quindi, come ognuno può constatare, si tratta di una misura senza aggravi per lo Stato, utilissima per ogni famiglia, che si vedrà restituita la tassa ingiustamente pagata (o, se preferite, che riceverà una "nuova tredicesima"), ma soprattutto un grande atto di ricostruzione di quel clima di positività, di fiducia e di ottimismo che è indispensabile al nostro Paese, indispensabile come pietra angolare per passare dalla spirale recessiva in cui ci troviamo alla ripresa della crescita e dello sviluppo.
Io sono molto orgoglioso dell’impegno che oggi assumiamo davanti agli italiani.
Sono in una specialissima condizione personale di libertà per età, esperienza, traguardi e obiettivi raggiunti nella mia vita. Non ho nulla da chiedere per me stesso.
Voglio combattere un’ultima grande battaglia elettorale e politica, ora e nella legislatura che si aprirà, per allargare gli spazi di libertà nel mio Paese, e per aiutare l’Italia a uscire dalla prospettiva cupa in cui l’hanno costretta i tassatori tecnici, e in cui la confinerebbero i tassatori di sinistra.
Quella di oggi è una novità, è una notizia che spero possa portare un po’ di serenità e di ottimismo nelle case di molti italiani. L’impegno di oggi è l’esempio di quello che noi vogliamo fare.
Sentiamo di essere vicini ad un risultato storico. Se gli italiani lo vorranno siamo pronti ad assumerci la responsabilità di governo.
Ti abbraccio.

venerdì 1 febbraio 2013
Fuga dall'università. Davide Giacalone
L’università italiana viaggia in retromarcia, registrando un continuo calo delle immatricolazioni (-17% in dieci anni, 58.000 studenti in meno). Colpa del calo demografico? Niente affatto: colpa della dequalificazione degli studi e della loro percepita inutilità. Da qui un apparente paradosso: abbiamo l’università meno selettiva, diamo la promozione anche a chi considera il congiuntivo una malattia oculare, ma abbiamo un numero bassissimo di laureati (19% fra i 30 e i 34 anni, contro il 30% della media europea, siamo al posto 34 su 36 paesi Ocse). Capita perché se la laurea non consente l’accesso al mondo del lavoro e non promette di guadagnare assai più degli altri, finisce con l’essere un pezzo di carta, ed è ragionevole che i feticisti del titolo non siano numerosi.
Le cattedre sono feudi i cui signorotti non producono cultura (ne abbiamo di bravissimi, ma sono osteggiata minoranza). La spesa è quasi tutta corrente. L’opacità totale. Molte università, nel mondo, pubblicano i risultati ottenuti da ciascun professore e i redditi poi raggiunti dai loro studenti. Noi: zero. Non solo il calo demografico non c’entra nulla, ma dovrebbe essere largamente compensato dall’afflusso di studenti dall’estero, se solo trovassero qualità. Invece ciò accade solo in pochi atenei. Semmai il flusso è opposto: i nostri giovani più premettenti prendono la valigia, cosi riproducendo una selezione per censo. Dato che l’istruzione costa, nel mondo. Da noi no, le tasse sono basse e per il resto si prendono i soldi dalla fiscalità generale, sicché i poveri finanziano i ricchi. Così perdiamo terreno non solo sulla frontiera tecnologica, ma anche in arti dove dovremmo dominare.
Per spezzare il maleficio ci vogliono iniezioni massicce di meritocrazia. Perché funzionino fra i banchi è necessario che partano dalle cattedre. Molti di quelli che le occupano dicono: abbiamo vinto un concorso. Risposte: a. non sempre è vero; b. chi se ne frega. Brutale? Può darsi, ma l’interesse da tutelare è quello degli studenti, non quello di chi pretende la sicurezza del posto in un mondo che può funzionare solo a condizione di non dare sicurezza a nessuno. Se sei bravo produci scientificamente e sai formare chi frequenta i tuoi corsi. Non devi dimostrarlo una volta nella vita, ma ogni giorno. Troppo faticoso? Avanti un altro.
Stesso discorso per i finanziamenti: i soldi vadano dove rendono. Una cattedra, un ateneo, una sede distaccata che non producono cultura sono un doppio spreco, che non va finanziato. Basta dire queste cose e trovi una pletora di dipendenti universitari che salgono sul tetto e occupano le sedi. Ricordo ancora il ghigno soddisfatto di un Bersani che li raggiungeva, arrampicandosi su una scaletta e morsicando il sigaro. Sono scesi, hanno ottenuto quello che volevano, non è cambiato nulla ed ecco il risultato: gli studenti se ne vanno.
La prima università italiana compare dopo il centesimo posto del ranking mondiale. Abbiamo reagito con orgoglio, chiamando i professori che le animano a governare l’Italia. Loro hanno aumentato le tasse per comprimere il debito pubblico, che è cresciuto. Gli studenti che possono si sono iscritti altrove.
Pubblicato da Libero
Le cattedre sono feudi i cui signorotti non producono cultura (ne abbiamo di bravissimi, ma sono osteggiata minoranza). La spesa è quasi tutta corrente. L’opacità totale. Molte università, nel mondo, pubblicano i risultati ottenuti da ciascun professore e i redditi poi raggiunti dai loro studenti. Noi: zero. Non solo il calo demografico non c’entra nulla, ma dovrebbe essere largamente compensato dall’afflusso di studenti dall’estero, se solo trovassero qualità. Invece ciò accade solo in pochi atenei. Semmai il flusso è opposto: i nostri giovani più premettenti prendono la valigia, cosi riproducendo una selezione per censo. Dato che l’istruzione costa, nel mondo. Da noi no, le tasse sono basse e per il resto si prendono i soldi dalla fiscalità generale, sicché i poveri finanziano i ricchi. Così perdiamo terreno non solo sulla frontiera tecnologica, ma anche in arti dove dovremmo dominare.
Per spezzare il maleficio ci vogliono iniezioni massicce di meritocrazia. Perché funzionino fra i banchi è necessario che partano dalle cattedre. Molti di quelli che le occupano dicono: abbiamo vinto un concorso. Risposte: a. non sempre è vero; b. chi se ne frega. Brutale? Può darsi, ma l’interesse da tutelare è quello degli studenti, non quello di chi pretende la sicurezza del posto in un mondo che può funzionare solo a condizione di non dare sicurezza a nessuno. Se sei bravo produci scientificamente e sai formare chi frequenta i tuoi corsi. Non devi dimostrarlo una volta nella vita, ma ogni giorno. Troppo faticoso? Avanti un altro.
Stesso discorso per i finanziamenti: i soldi vadano dove rendono. Una cattedra, un ateneo, una sede distaccata che non producono cultura sono un doppio spreco, che non va finanziato. Basta dire queste cose e trovi una pletora di dipendenti universitari che salgono sul tetto e occupano le sedi. Ricordo ancora il ghigno soddisfatto di un Bersani che li raggiungeva, arrampicandosi su una scaletta e morsicando il sigaro. Sono scesi, hanno ottenuto quello che volevano, non è cambiato nulla ed ecco il risultato: gli studenti se ne vanno.
La prima università italiana compare dopo il centesimo posto del ranking mondiale. Abbiamo reagito con orgoglio, chiamando i professori che le animano a governare l’Italia. Loro hanno aumentato le tasse per comprimere il debito pubblico, che è cresciuto. Gli studenti che possono si sono iscritti altrove.
Pubblicato da Libero
giovedì 31 gennaio 2013
Corte incostituzionale. Davide Giacalone
La Corte costituzionale continua a schiaffeggiare la Costituzione. Quel che più colpisce non è la sfrontatezza di tale malcostume, ma il silenzio che lo circonda. Coscienze e cattedre tacciono, pur essendo evidente e perdurante lo sfregio. Adesso, però, c’è una coincidenza e s’approssima una novità, talché nel nostro piccolo club, dove la Costituzione la si legge, più che idolatrarla a vanvera, corre qualche sorriso e s’avvia qualche ammiccamento.
Franco Gallo, appena nominato presidente della Corte, non è il primo Gallo che si trova in quel posto. Il suo predecessore omonimo (Ettore Gallo), però, aveva un record che, successivamente, è stato polverizzato: fu il primo a scadere lo stesso anno della nomina, il 1991. Ora, non solo il professor Franco scadrà anch’egli nell’anno della nomina, ma ci sono state annate generose, nel frattempo, nel corso delle quali si ebbero anche quattro presidenti. Il che, sia detto con il dovuto rispetto, è totalmente incostituzionale.
Leggiamo l’articolo 135 della Costituzione, quinto comma: “La Corte elegge tra i suoi componenti (…) il presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile (…)”. Non c’è scritto che rimane in carica “un massimo di” o “fino a” tre anni, ma che presiede per un triennio, rinnovabile. Quindi si deve eleggere chi ha quel tempo a disposizione. E così è stato, fino alla seconda metà degli anni ottanta. Poi s’avviò il disfacimento. In chiusura di secolo è partito il malcostume di mandare in pensione il più alto numero possibile di giudici costituzionali con il titolo di presidente emerito (30.000 euro al mese, macchina e autisti a vita, diritto d’insegnare dove vogliono, cui si aggiunge la macabra soddisfazione di una via intitolata alla memoria, nella capitale). Grazie al positivo prolungarsi della vita, c’è una gara di numerosità fra presidenti emeriti e giudici costituzionali in carica.
Il criterio dell’anzianità di servizio è incostituzionale (oltre tutto non si “eleggono”, ma nominano, violando spirito, lettera e tutto), ma è anche rivelatore di una misera decadenza. Da anni, ogni volta che tale scempio si ripete, mi son preso il solitario compito di denunciarlo. L’unico che ebbe l’ardire di rispondere fu Giovanni Maria Flick: è vero, scrisse, la Carta prevede tre anni, ma la prassi è diversa. La prassi? Ma allora smettiamola di pagare il costo del sinedrio, se anche quello si regola affidandosi alla prassi! Il che, poi, non è neanche vero. Questi signori credono che si sia tutti ignoranti, invece c’è anche qualche matto che studia. Si deve sapere che nel testo originario della Costituzione, entrato in vigore il primo gennaio 1948, c’era scritto solo: “La Corte elegge il presidente fra i suoi membri”. Quell’articolo fu modificato con una legge costituzionale del 22 novembre 1967, introducendo la durata di tre anni e la possibile rieleggibilità, salva la scadenza del mandato. Tradotto: il presidente dura tre anni, può essere rieletto, ma, in questo caso, non prolunga la durata del suo mandato di giudice (originariamente di dodici anni, poi portati a nove). Sfido chiunque a sostenere il contrario. Con o senza cattedra.
Di Gallo in Gallo, dunque, della Carta si fecero coriandoli. E proprio a cura di chi dovrebbe presidiarla. Ma ora si presenta un ostacolo. Francesco, già ministro del governo Ciampi e da questi nominato giudice costituzionale, scadrà fra sette mesi. Poi dovrebbe (orridamente) andare il più vicino alla pensione, solo che sono in due: Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri, che giurarono entrambe il 28 giugno 2005. Come si fa? Si nominano due presidenti, in modo da avere due emeriti al posto di uno? Non ridete e non scherzate, perché li hanno appena nominati vicepresidenti, equiparando la funzione e senza che la Costituzione faccia cenno alcuno a tali cariche e alla loro inesistente funzione. Esattamente come i detersivi: due al posto di uno. A settembre tireranno a sorte, se non avrà già provveduto la sorte. Comunque saranno degli emeriti. Siamo estasiati. Anche un filino schifati.
Pubblicato da Il Tempo
Franco Gallo, appena nominato presidente della Corte, non è il primo Gallo che si trova in quel posto. Il suo predecessore omonimo (Ettore Gallo), però, aveva un record che, successivamente, è stato polverizzato: fu il primo a scadere lo stesso anno della nomina, il 1991. Ora, non solo il professor Franco scadrà anch’egli nell’anno della nomina, ma ci sono state annate generose, nel frattempo, nel corso delle quali si ebbero anche quattro presidenti. Il che, sia detto con il dovuto rispetto, è totalmente incostituzionale.
Leggiamo l’articolo 135 della Costituzione, quinto comma: “La Corte elegge tra i suoi componenti (…) il presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile (…)”. Non c’è scritto che rimane in carica “un massimo di” o “fino a” tre anni, ma che presiede per un triennio, rinnovabile. Quindi si deve eleggere chi ha quel tempo a disposizione. E così è stato, fino alla seconda metà degli anni ottanta. Poi s’avviò il disfacimento. In chiusura di secolo è partito il malcostume di mandare in pensione il più alto numero possibile di giudici costituzionali con il titolo di presidente emerito (30.000 euro al mese, macchina e autisti a vita, diritto d’insegnare dove vogliono, cui si aggiunge la macabra soddisfazione di una via intitolata alla memoria, nella capitale). Grazie al positivo prolungarsi della vita, c’è una gara di numerosità fra presidenti emeriti e giudici costituzionali in carica.
Il criterio dell’anzianità di servizio è incostituzionale (oltre tutto non si “eleggono”, ma nominano, violando spirito, lettera e tutto), ma è anche rivelatore di una misera decadenza. Da anni, ogni volta che tale scempio si ripete, mi son preso il solitario compito di denunciarlo. L’unico che ebbe l’ardire di rispondere fu Giovanni Maria Flick: è vero, scrisse, la Carta prevede tre anni, ma la prassi è diversa. La prassi? Ma allora smettiamola di pagare il costo del sinedrio, se anche quello si regola affidandosi alla prassi! Il che, poi, non è neanche vero. Questi signori credono che si sia tutti ignoranti, invece c’è anche qualche matto che studia. Si deve sapere che nel testo originario della Costituzione, entrato in vigore il primo gennaio 1948, c’era scritto solo: “La Corte elegge il presidente fra i suoi membri”. Quell’articolo fu modificato con una legge costituzionale del 22 novembre 1967, introducendo la durata di tre anni e la possibile rieleggibilità, salva la scadenza del mandato. Tradotto: il presidente dura tre anni, può essere rieletto, ma, in questo caso, non prolunga la durata del suo mandato di giudice (originariamente di dodici anni, poi portati a nove). Sfido chiunque a sostenere il contrario. Con o senza cattedra.
Di Gallo in Gallo, dunque, della Carta si fecero coriandoli. E proprio a cura di chi dovrebbe presidiarla. Ma ora si presenta un ostacolo. Francesco, già ministro del governo Ciampi e da questi nominato giudice costituzionale, scadrà fra sette mesi. Poi dovrebbe (orridamente) andare il più vicino alla pensione, solo che sono in due: Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri, che giurarono entrambe il 28 giugno 2005. Come si fa? Si nominano due presidenti, in modo da avere due emeriti al posto di uno? Non ridete e non scherzate, perché li hanno appena nominati vicepresidenti, equiparando la funzione e senza che la Costituzione faccia cenno alcuno a tali cariche e alla loro inesistente funzione. Esattamente come i detersivi: due al posto di uno. A settembre tireranno a sorte, se non avrà già provveduto la sorte. Comunque saranno degli emeriti. Siamo estasiati. Anche un filino schifati.
Pubblicato da Il Tempo
mercoledì 30 gennaio 2013
Sud scimunito. Davide Giacalone
Ecco un nuovo concorso: “dateci idee per salvare il Sud”. Mi candido subito, e presento la mia idea: fermate il concorso. L’iniziativa parte dal ministero per la coesione territoriale (altra idea che fornisco gratis: chiudete il ministero e smettetela di usare il termine “territorio”, che tanto non si spappola) e da Invitalia, agenzia pubblica che agisce su mandato del governo per accrescere la competitività nazionale (da quando esiste è diminuita, con il che ho già detto cosa farne). Se avete stomaco e siete dotati di un vocabolario capace di tradurre dal burocratese e dal falso managerialese, senza per questo chiedere che usino l’italiano, andate a vedere quel che scrivono nell’apposito sito www.99ideas.it. Scorgerete il baratro nel quale il Sud è stato condannato a vivere, oltre che la voragine dove sono stati buttati i soldi pubblici.
Le idee per salvare il Sud devono essere esaminate da apposite commissioni, ove siedono i rappresentanti delle amministrazioni promotrici, coadiuvati da presunti esperti in non si sa cosa. Una volta selezionati i progetti finiscono in un “piano generale”, in attesa di essere finanziati con i quattrini del contribuente. Per avere sentore di quale sia il livello culturale dell’operazione mi limito a trascrivere le indicazioni relative all’area di Pompei: “per la valorizzazione degli attrattori presenti sul territorio, il potenziamento del sistema produttivo locale e della filiera turistico-culturale, con l’obiettivo di rendere il sistema cittadino più attrattivo, accogliente e vivibile”. Anche qui avrei un’idea attrattiva, destinata a rendere più vivibile l’attrattività locale, e consistente nell’attrarre verso una scuola il massacratore di tasti che è riuscito a compitare un simile obbrobrio. In quanto a Pompei, ecco idee originalissime: 1. mettere un cartello stradale che indichi il sito; 2. tenere aperta l’area archeologica anche la sera; 3. immaginare la presenza di un bar e, cosa che non guasta, anche di qualche cesso. Io privatizzerei. Ma mi rendo conto di essere fuori concorso.
Posto che gli “abstract” vanno pubblicati “online” per favorire la “contaminazione” (non c’è problema, questa è tutta roba altamente contaminata), ecco il chiaro indirizzo formulato dall’amministratore di Invitalia, Domenico Arcuri: “lavoreremo per trasformare le idee in progetti strategici trasformando (le?) in reali traiettorie per lo sviluppo”. Traiettorie per lo sviluppo. Trattorie per l’avviluppo. Trastullatorie per lo slurpo. Raymond Queneau sarebbe restato in estasi. Più terreno il ministro, Fabrizio Barca: “Non c’è un problema di fondi (…) queste idee potrebbero entrare a fare parte dei progetti finanziati con il nuovo programma comunitario 2014-2020”. E’ appena il caso di osservare che quando si scoprirà che il fumo non prelude all’arrosto i signori che parlano saranno proiettati altrove.
Adesso, da uomo del Sud, vi dico qualche cosuccia banale: a. lo Stato spenda i soldi non in patetici concorsi, ma in infrastrutture, a cominciare dai trasporti; b. si preoccupi che esistano le linee di comunicazione; c. usi la propria forza per far rispettare la legge, mediante la repressione del crimine e la liberazione da una giustizia che agisce con tempi intollerabilmente lunghi; d. se non ci sono problemi di fondi, paghi i propri debiti, così, almeno, le parole potrebbe anche sembrare che abbiano un senso; e. se vuole attrarre idee dal mondo non ha che da creare aree di favore fiscale, come in ogni altra parte del mondo si è fatto; f. le idee migliori non sono quelle come tali riconosciute da componenti prezzolati di una commissione ministeriale, ma da quella cosa diabolica che si chiama “mercato”; g. una volta scoperto che ci sono idee buone si tratta di far crescere le aziende, che è l’opposto di quel che si sta facendo con la pressione fiscale, con quella burocratica e con le trovate propagandistiche modello start-up; h. il Sud ha bisogno di essere salvato, è vero, ma proprio da questo modo dirigista e burocratico-clientelare d’interpretare l’innovazione e la crescita.
Di idee, al Sud, ce ne sono tante. Solo che vanno a prendere corpo in altre parti del mondo. In ultimo: è lecito sapere quali sono i tempi massimi, trascorsi i quali i soldi dei cittadini non verranno sprecati? Perché attualmente, nel campo della ricerca, la cosa funziona così: presento l’idea, che verrà finanziata quando la ricerca sarà divenuta inutile o sorpassata. Il Sud ha bisogno di meno iniziative scimunite. Come questa.
Pubblicato da Libero
Le idee per salvare il Sud devono essere esaminate da apposite commissioni, ove siedono i rappresentanti delle amministrazioni promotrici, coadiuvati da presunti esperti in non si sa cosa. Una volta selezionati i progetti finiscono in un “piano generale”, in attesa di essere finanziati con i quattrini del contribuente. Per avere sentore di quale sia il livello culturale dell’operazione mi limito a trascrivere le indicazioni relative all’area di Pompei: “per la valorizzazione degli attrattori presenti sul territorio, il potenziamento del sistema produttivo locale e della filiera turistico-culturale, con l’obiettivo di rendere il sistema cittadino più attrattivo, accogliente e vivibile”. Anche qui avrei un’idea attrattiva, destinata a rendere più vivibile l’attrattività locale, e consistente nell’attrarre verso una scuola il massacratore di tasti che è riuscito a compitare un simile obbrobrio. In quanto a Pompei, ecco idee originalissime: 1. mettere un cartello stradale che indichi il sito; 2. tenere aperta l’area archeologica anche la sera; 3. immaginare la presenza di un bar e, cosa che non guasta, anche di qualche cesso. Io privatizzerei. Ma mi rendo conto di essere fuori concorso.
Posto che gli “abstract” vanno pubblicati “online” per favorire la “contaminazione” (non c’è problema, questa è tutta roba altamente contaminata), ecco il chiaro indirizzo formulato dall’amministratore di Invitalia, Domenico Arcuri: “lavoreremo per trasformare le idee in progetti strategici trasformando (le?) in reali traiettorie per lo sviluppo”. Traiettorie per lo sviluppo. Trattorie per l’avviluppo. Trastullatorie per lo slurpo. Raymond Queneau sarebbe restato in estasi. Più terreno il ministro, Fabrizio Barca: “Non c’è un problema di fondi (…) queste idee potrebbero entrare a fare parte dei progetti finanziati con il nuovo programma comunitario 2014-2020”. E’ appena il caso di osservare che quando si scoprirà che il fumo non prelude all’arrosto i signori che parlano saranno proiettati altrove.
Adesso, da uomo del Sud, vi dico qualche cosuccia banale: a. lo Stato spenda i soldi non in patetici concorsi, ma in infrastrutture, a cominciare dai trasporti; b. si preoccupi che esistano le linee di comunicazione; c. usi la propria forza per far rispettare la legge, mediante la repressione del crimine e la liberazione da una giustizia che agisce con tempi intollerabilmente lunghi; d. se non ci sono problemi di fondi, paghi i propri debiti, così, almeno, le parole potrebbe anche sembrare che abbiano un senso; e. se vuole attrarre idee dal mondo non ha che da creare aree di favore fiscale, come in ogni altra parte del mondo si è fatto; f. le idee migliori non sono quelle come tali riconosciute da componenti prezzolati di una commissione ministeriale, ma da quella cosa diabolica che si chiama “mercato”; g. una volta scoperto che ci sono idee buone si tratta di far crescere le aziende, che è l’opposto di quel che si sta facendo con la pressione fiscale, con quella burocratica e con le trovate propagandistiche modello start-up; h. il Sud ha bisogno di essere salvato, è vero, ma proprio da questo modo dirigista e burocratico-clientelare d’interpretare l’innovazione e la crescita.
Di idee, al Sud, ce ne sono tante. Solo che vanno a prendere corpo in altre parti del mondo. In ultimo: è lecito sapere quali sono i tempi massimi, trascorsi i quali i soldi dei cittadini non verranno sprecati? Perché attualmente, nel campo della ricerca, la cosa funziona così: presento l’idea, che verrà finanziata quando la ricerca sarà divenuta inutile o sorpassata. Il Sud ha bisogno di meno iniziative scimunite. Come questa.
Pubblicato da Libero
domenica 27 gennaio 2013
Bersani e Montepaschi. Lorenzo Matteoli
Bersani dice il PD fa il PD e il Monte dei Paschi fa il Monte dei Paschi. Difficile credere a questa battuta offensiva del buon gusto e della intelligenza degli italiani, quando la sovrapposizione fra PD e Monte dei Paschi è pressoché totale. E che al PD piaccia giocare con le banche proprie e altrui è cosa nota. Ma la domanda da porre a Monti e a Bersani e molti giornalisti in servizio permanente e continuo è un’altra.
Se invece del Monte dei Paschi a essere nei guai per investimenti da turisti della finanza internazionale e da avidi e incompetenti arraffatori, fosse stata una banca di Berlusconi, il governo di Monti avrebbe fatto il prestito da 3,9 miliardi di Euro? E se l’avesse fatto, cosa che non darei per scontata, cosa avrebbero scritto i giornali di servizio, e strillato i compagni al tempo? E cosa scriverebbero e strillerebbero oggi?
Bersani non è autorizzato a ritenere tutti gli Italiani babbei e creduloni come i suoi sodali. Si giustifichi in modo serio e si assuma le precise responsabilità che gli competono come segretario di un partito di trafficanti della finanza a spese delle centinaia di migliaia di poveracci che mettono i risparmi di una vita nelle mani dei suoi compagni dorati e incapaci amministratori di banche di servizio.
Quo usque tandem… (il Legno storto)
venerdì 25 gennaio 2013
Fermare il delirio. Davide Giacalone
Gli elettori che voteranno per “Fare – Fermare il declino” non appartengono alla categoria di quanti si svegliano la mattina con la voglia di vincere, a qualsiasi costo. Ma ci andrei piano nel considerare la loro scelta un voto inutile.
Gli elettori che credono la sinistra sia il luogo della giustizia e dell’equità sono stati presi in ostaggio prima dalla tradizione comunista, che è stata miseramente ingloriosa (il professor Monti non sa quel che dice, ma lo dice con sicumera pari solo all’abisso d’ignoranza che mette in luce) e foriera d’ogni negazione della libertà, poi dal gruppo dirigente che ne è residuato, sopravvissuto in un intreccio di affari e blocco sociale di cui le coop emiliane e il Monte dei Paschi di Siena sono solo due esempi. Gli elettori che credono la destra sia il luogo ove si coltiva l’attenzione al mercato e il contenimento dello Stato sono stati presi in ostaggio da maggioranze scombiccherate, con una capacità riformista pressoché inesistente e capaci di far crescere sia la spesa pubblica che la pressione fiscale. I due gruppi d’ostaggi sono ben consapevoli dell’inferno nel quale si trovano, ma ritengono che finire ostaggi della banda rivale sia peggio. Ecco, quegli elettori che usciranno di casa e voteranno per “Fare – Fermare il declino”, negano che si possa e si debba restare ostaggi.
L’Italia è un sistema produttivo assai forte. Un’economia che ha capacità di ripresa straordinarie. Ma il sistema Italia è fiaccato dall’immobilismo, svenato dal pagamento di montagne di spese inutili, incatenato alla conservazione dell’esistente, inchiodato da corporativismi che sono aggregazioni di debolezze estreme, ma anche di velenose arroganze. Una rottura ci vuole. Ma non basta.
Fra un mese ci saremo tolti dai piedi questa insulsa campagna elettorale. La sinistra dirà di avere vinto, sperando di portare a casa la maggioranza degli eletti alla Camera dei Deputati, ma avrà perso. Non tanto perché potrebbe non prendere la maggioranza al Senato, ma, anzi, all’opposto, perderà più seccamente se vincerà anche nella seconda Aula, perché misurerà la propria incapacità di governare un passaggio doloroso, finendo sotto tutela internazionale e interna. La destra dirà di avere vinto se riuscirà a restare la seconda forza, punendo la presunzione di chi fu sleale con le forze che lo sostennero e arginando la crescita del voto di protesta. Poi, però, resterà una formazione vuota di classe dirigente, che anche nel far “pulizia” cede ai pregiudizi altrui e perde tragicamente la battaglia per una giustizia giusta e una politica che non si faccia dominare dalle procure. La somma dei loro voti, il primo più il secondo, con ogni probabilità, non farà la metà dei voti degli italiani (considerando tali anche quelli di chi vorrà astenersi). Non credo sia necessario aggiungere altro.
Questi sono i detriti che il voto di febbraio lascerà. Da quel punto in poi c’è bisogno che qualcuno si prenda l’incarico di cambiare la sinistra, spazzando via non solo un personale inamovibile, ma anche idee impresentabili. E c’è bisogno che qualcuno si prenda la briga di cambiare la destra, creando una classe dirigente e dando concretezza a idee altrimenti destinate a diventar barzellette. Senza deliri personalistici e senza partitini ridotti a sette, ove decide quello che si autoproclama santone. Da una parte e dall’altra sarà possibile fare un buon lavoro solo se si partirà con il piede della condivisione circa le riforme costituzionali. Irrinunciabili. La parte che non avrà innovatori sparirà. Se non ve ne fossero del tutto l’Italia degraderà. Non ci credo e non ci voglio credere. Intanto facciamo la conta di quanti sono i nostri connazionali non più disposti a far la parte degli ostaggi.
Pubblicato da Libero
Gli elettori che credono la sinistra sia il luogo della giustizia e dell’equità sono stati presi in ostaggio prima dalla tradizione comunista, che è stata miseramente ingloriosa (il professor Monti non sa quel che dice, ma lo dice con sicumera pari solo all’abisso d’ignoranza che mette in luce) e foriera d’ogni negazione della libertà, poi dal gruppo dirigente che ne è residuato, sopravvissuto in un intreccio di affari e blocco sociale di cui le coop emiliane e il Monte dei Paschi di Siena sono solo due esempi. Gli elettori che credono la destra sia il luogo ove si coltiva l’attenzione al mercato e il contenimento dello Stato sono stati presi in ostaggio da maggioranze scombiccherate, con una capacità riformista pressoché inesistente e capaci di far crescere sia la spesa pubblica che la pressione fiscale. I due gruppi d’ostaggi sono ben consapevoli dell’inferno nel quale si trovano, ma ritengono che finire ostaggi della banda rivale sia peggio. Ecco, quegli elettori che usciranno di casa e voteranno per “Fare – Fermare il declino”, negano che si possa e si debba restare ostaggi.
L’Italia è un sistema produttivo assai forte. Un’economia che ha capacità di ripresa straordinarie. Ma il sistema Italia è fiaccato dall’immobilismo, svenato dal pagamento di montagne di spese inutili, incatenato alla conservazione dell’esistente, inchiodato da corporativismi che sono aggregazioni di debolezze estreme, ma anche di velenose arroganze. Una rottura ci vuole. Ma non basta.
Fra un mese ci saremo tolti dai piedi questa insulsa campagna elettorale. La sinistra dirà di avere vinto, sperando di portare a casa la maggioranza degli eletti alla Camera dei Deputati, ma avrà perso. Non tanto perché potrebbe non prendere la maggioranza al Senato, ma, anzi, all’opposto, perderà più seccamente se vincerà anche nella seconda Aula, perché misurerà la propria incapacità di governare un passaggio doloroso, finendo sotto tutela internazionale e interna. La destra dirà di avere vinto se riuscirà a restare la seconda forza, punendo la presunzione di chi fu sleale con le forze che lo sostennero e arginando la crescita del voto di protesta. Poi, però, resterà una formazione vuota di classe dirigente, che anche nel far “pulizia” cede ai pregiudizi altrui e perde tragicamente la battaglia per una giustizia giusta e una politica che non si faccia dominare dalle procure. La somma dei loro voti, il primo più il secondo, con ogni probabilità, non farà la metà dei voti degli italiani (considerando tali anche quelli di chi vorrà astenersi). Non credo sia necessario aggiungere altro.
Questi sono i detriti che il voto di febbraio lascerà. Da quel punto in poi c’è bisogno che qualcuno si prenda l’incarico di cambiare la sinistra, spazzando via non solo un personale inamovibile, ma anche idee impresentabili. E c’è bisogno che qualcuno si prenda la briga di cambiare la destra, creando una classe dirigente e dando concretezza a idee altrimenti destinate a diventar barzellette. Senza deliri personalistici e senza partitini ridotti a sette, ove decide quello che si autoproclama santone. Da una parte e dall’altra sarà possibile fare un buon lavoro solo se si partirà con il piede della condivisione circa le riforme costituzionali. Irrinunciabili. La parte che non avrà innovatori sparirà. Se non ve ne fossero del tutto l’Italia degraderà. Non ci credo e non ci voglio credere. Intanto facciamo la conta di quanti sono i nostri connazionali non più disposti a far la parte degli ostaggi.
Pubblicato da Libero
martedì 22 gennaio 2013
Orologi e Fiat, il falso mito dell'Avvocato. Vittorio Feltri
Sono passati dieci anni dalla sua morte, ma di lui si parla ancora. Gianni Agnelli è stato un grande: un grandissimo bluff, ed è giusto non venga dimenticato
Sono passati dieci anni dalla sua morte, ma di lui si parla ancora, naturalmente bene, checché ne dica Ferruccio de Bortoli, che sul Corriere della Sera lo ha commemorato con una prosa stranamente accorata per uno che di cuore ne ha poco e, di solito, nasconde anche quello.
Gianni Agnelli comunque è stato un grande: un grandissimo bluff, ed è giusto non venga dimenticato. Difatti è passato alla storia come re d'Italia non tanto per ciò che ha dato al Paese, quanto per ciò che ha avuto.
Noi italiani siamo fatti così: cerchiamo di fottere il sovrano per tirare a campare, ma se è lui a fregarci gli riconosciamo volentieri una certa superiorità. Onore al merito, anzi ai meriti, dell'Avvocato che fu promosso tale coram populo senza mai esserlo stato; che cominciò a lavorare a 45 anni, età alla quale i suoi dipendenti andavano in prepensionamento; che presiedette Confindustria inciuciando con Luciano Lama, segretario generale della Cgil, e concordando con lui il punto esiziale di contingenza; che fu nominato senatore a vita grazie all'incosciente generosità di Francesco Cossiga; che prima fondò a Venezia il museo di Palazzo Grassi, poi lo affondò; che ricevette in eredità dal nonno (e da Vittorio Valletta) una stupenda fabbrica di automobili riducendola a rottame, successivamente rimessa in piedi dal fratello Umberto e da Sergio Marchionne.
Un uomo con un simile curriculum sarà ricordato per sempre e sempre sarà lodato. La gente come lui piace assai dalle nostre parti. Piaceva ieri e piace oggi, anche se non c'è più. Amava l'arte, compresa quella contemporanea, per cui era considerato colto; aveva un debole per i giornali e sopportava i giornalisti, per cui godeva (e gode) di buona stampa; non era anticomunista dichiarato, per cui era rispettato dai conformisti di sinistra.
Agnelli più che un imprenditore era un prenditore: lo Stato lo ha sempre aiutato, gli ha dato soldi senza mai pretenderne la restituzione; il popolo lo ha gratificato con la propria ammirazione; i politici davanti a lui erano in soggezione e facevano a botte per farsi fotografare al suo fianco; chi di loro riuscì a farsi invitare a cena a Villar Perosa o altrove lo ha raccontato a cani e porci per gloriarsi.
Già, l'Avvocato, nonostante abbia fallito in ogni campo, perfino in quello di padre (un figlio suicida dopo un'esistenza amara, una figlia che ha intentato causa alla famiglia per questioni di soldi), nonostante avesse fama di tombeur de femmes, e affermasse che l'amore è cosa da cameriere (servitù, insomma), fu elevato agli altari: l'unico santo laico che abbia ancora devoti dalle Alpi alla Sicilia e in ogni strato sociale, fra credenti e miscredenti, indifferentemente.
Quando morì, l'azienda era sul punto di consegnare i libri in tribunale. Il patrimonio personale del maggiore azionista fu cercato all'estero: si sospettava addirittura che una quota di capitali fosse stata sottratta al fisco; si ignora come si sia conclusa l'indagine. Probabilmente bene, cioè con un nulla di fatto, meno male.
La Fiat ha resistito alla burrasca. I nipoti se la sono cavata egregiamente. Gianluigi Gabetti, l'uomo della finanza, ha lavorato benissimo e ha salvato il salvabile, speriamo anche se stesso. Marchionne ha compiuto un miracolo. E Agnelli seguita a essere adorato da tutti. È quello che si dice un mito. Le sue opere memorabili però rimangono queste: l'orologio sopra, e non sotto, il polsino della camicia; la cravatta sopra, e non sotto, il pullover. (il Giornale)
Noi italiani siamo fatti così: cerchiamo di fottere il sovrano per tirare a campare, ma se è lui a fregarci gli riconosciamo volentieri una certa superiorità. Onore al merito, anzi ai meriti, dell'Avvocato che fu promosso tale coram populo senza mai esserlo stato; che cominciò a lavorare a 45 anni, età alla quale i suoi dipendenti andavano in prepensionamento; che presiedette Confindustria inciuciando con Luciano Lama, segretario generale della Cgil, e concordando con lui il punto esiziale di contingenza; che fu nominato senatore a vita grazie all'incosciente generosità di Francesco Cossiga; che prima fondò a Venezia il museo di Palazzo Grassi, poi lo affondò; che ricevette in eredità dal nonno (e da Vittorio Valletta) una stupenda fabbrica di automobili riducendola a rottame, successivamente rimessa in piedi dal fratello Umberto e da Sergio Marchionne.
Un uomo con un simile curriculum sarà ricordato per sempre e sempre sarà lodato. La gente come lui piace assai dalle nostre parti. Piaceva ieri e piace oggi, anche se non c'è più. Amava l'arte, compresa quella contemporanea, per cui era considerato colto; aveva un debole per i giornali e sopportava i giornalisti, per cui godeva (e gode) di buona stampa; non era anticomunista dichiarato, per cui era rispettato dai conformisti di sinistra.
Agnelli più che un imprenditore era un prenditore: lo Stato lo ha sempre aiutato, gli ha dato soldi senza mai pretenderne la restituzione; il popolo lo ha gratificato con la propria ammirazione; i politici davanti a lui erano in soggezione e facevano a botte per farsi fotografare al suo fianco; chi di loro riuscì a farsi invitare a cena a Villar Perosa o altrove lo ha raccontato a cani e porci per gloriarsi.
Già, l'Avvocato, nonostante abbia fallito in ogni campo, perfino in quello di padre (un figlio suicida dopo un'esistenza amara, una figlia che ha intentato causa alla famiglia per questioni di soldi), nonostante avesse fama di tombeur de femmes, e affermasse che l'amore è cosa da cameriere (servitù, insomma), fu elevato agli altari: l'unico santo laico che abbia ancora devoti dalle Alpi alla Sicilia e in ogni strato sociale, fra credenti e miscredenti, indifferentemente.
Quando morì, l'azienda era sul punto di consegnare i libri in tribunale. Il patrimonio personale del maggiore azionista fu cercato all'estero: si sospettava addirittura che una quota di capitali fosse stata sottratta al fisco; si ignora come si sia conclusa l'indagine. Probabilmente bene, cioè con un nulla di fatto, meno male.
La Fiat ha resistito alla burrasca. I nipoti se la sono cavata egregiamente. Gianluigi Gabetti, l'uomo della finanza, ha lavorato benissimo e ha salvato il salvabile, speriamo anche se stesso. Marchionne ha compiuto un miracolo. E Agnelli seguita a essere adorato da tutti. È quello che si dice un mito. Le sue opere memorabili però rimangono queste: l'orologio sopra, e non sotto, il polsino della camicia; la cravatta sopra, e non sotto, il pullover. (il Giornale)
venerdì 18 gennaio 2013
Mario Monti: la mediocrità dei falsi santi. Maria Giovanna Lanotte
Un anno fa gran parte degli italiani conveniva che un governo di tecnici fosse sicuramente migliore di un governo di politici. La casta, la credibilità all'estero, gli scandali dei finanziamenti pubblici ai partiti, il livello di corruzione pari solo all'Africa nera, tutto portava ad una sola conclusione: i partiti avevano fallito. Fu così che gli stessi italiani credettero di concepire da se' l'idea che affidarsi a degli esterni fosse meglio. L'imposizione di un governo di tecnici, convocato solo grazie a Giorgio Napolitano che ha nominato Monti senatore a vita, è sembrata come il miele che rende più dolce la medicina al fanciullo. Le regole della democrazia, la mancanza di accountability di questi personaggi, ovvero la responsabilità del rendere conto ai cittadini con un mandato revocabile, tutto è passato in secondo piano: “Francia o Spagna purchè se magna”.
Il governo Monti è formato da 17 ministri riconducibili a grandi banche, aziende, soci di concessionari pubblici, e la sua governance è improntata tutta sull'aumento dell'imposizione fiscale. Vediamo un sunto dei provvedimenti più importanti, comprensivi dell'inserimento del pareggio in bilancio in costituzione e della legge di stabilità, dovuti al Fiscal Compact dell'Unione Europea.
In tema immobiliare viene introdotta l'IMU, che sintetizza ICI ed IRPEF fondiaria. L'aliquota applicata è del 4 per mille sulle abitazioni principali, e del 7.6 per mille sugli altri immobili. I comuni sono responsabili dell'eventuale aumento dell'IMU per garantirsi gettito fiscale. Gli immobili all'estero verranno tassati con Ilvie, un'aliquota dello 0.76 al valore d'acquisto. La tassa sui rifiuti diventa Tares, con una quota di 0.30 euro a metro quadro.
Il bollo auto aumenta sia per le cilindrate basic sia per le super cilindrate. In base al riordino delle province, potranno aumentare anche le polizze RC auto.
In ambito bancario, l'orientamento è l'incremento dell'uso del danaro virtuale. Esso assicura anche la tracciabilità dei dati. Nasce Serpico: un computerone delle Agenzie delle Entrate che controlla tutti i movimenti bancari on line. Vengono scoraggiati i prelievi contanti tramite un limite ai 1000 euro. I bolli sui conti deposito subiscono un aumento dello 0.10% annuo. Sono introdotte commissioni sui prestiti in caso di sconfinamento.
Con la Legge di stabilità dell'ottobre 2012 l'Iva cresce di un punto percentuale. Sono così colpiti i beni di prima necessità. L'Irpef, dopo l'iniziale aumento dallo 0.9% all'1.23%, viene ridotta solo per gli ultimi due scaglioni più bassi. Aumenta l'accise sulla benzina. Il fabbisogno sanitario nazionale è tagliato di 1.5 miliardi. E'preventivata la chiusura di 250 ospedali. La Scuola pubblica è tagliata di 47.5 milioni di euro, l'Università di 300.
Per la pubblica amministrazione, le province sono ridotte da 86 a 51 e mutuate in enti di secondo livello. I contratti statali sono bloccati fino al 2014, ed è cancellata l'indennità di vacanza contrattuale. Scatta l'operazione cieli blu: illuminazione di notte è tagliata.
L'età pensionabile passa da 65 a 66 anni per gli uomini, da 60 a 62 anni per le donne. Gli anni di contributi passano da 40 a 42 per gli uomini, a 41 per le donne. Il ministro Elsa Fornero non assicura la copertura di 130mila esodati. Le pensioni di guerra e di invalidità saranno soggette a Irpef. La retribuizione dei giorni di permesso per l'assistenza ai disabili è tagliata del 50%.
Con la riforma del lavoro è ridotta la flessibilità in entrata e aumentata quella in uscita. I contratti a tempo determinato vengono scoraggiati con un'aliquota maggiorata. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è modificato, e il licenziamento per motivi economici e disciplinari è facilitato. Il reintegro diviene infatti una remota possibilità. L'indennizzo di licenziamento passa a 12-24 mesi dai 15-27. L'apprendistato diviene il mezzo principale per inserirsi nel mondo del lavoro e per ottenere il contratto a tempo indeterminato.
Alla guida della RAI, società di televisione pubblica, Monti promuove presidente Anna Maria Tarantola, vice direttore della Banca d'Italia, e direttore generale Luigi Gubitosi, ex amministratore delegato di Wind. Una politica mediatica a dir poco unilaterale. Tali politiche sono state fatte passare come super partes poiché fiscaliste, ma ora che si è aperta la compagna elettorale gli orientamenti sono tracciabili dagli appoggi sostenuti. Chi supporta Mario Monti? Possiamo divederli in piccoli interessi italiani e grandi interessi stranieri. In Italia ritroviamo nella lista Monti l'Udc di Casini, gli ex ministri Corrado Passera e Andrea Riccardi (fondatore della comunità di Sant'Egidio), Gianfranco Fini e Futuro e Libertà, Luca Cordero di Montezemolo, il Vaticano, la CEI, l'Opus Dei (rappresentata già da un anno nel governo da Passera, suo azionario). E' quello che storicamente è chiamato il centro o eredità della Democrazia Cristiana. E'una benedizione che ha avuto un costo concreto, che si porta dietro l'associazionismo cattolico delle scuole paritarie, finanziate dal governo Monti a scapito delle pubbliche con 200 milioni di euro. Un retroterra che ha consentito l'esenzione dall'IMU per le proprietà del Vaticano, che priva lo Stato di 700 milioni di euro di entrate. La stessa rete di relazioni che ha permesso che, nel bel mezzo dei tagli alla sanità, ospedali in orbita Vaticano quali Il Bambin Gesu' e la Fondazione Gaslini di Genova, ricevessero finanziamenti statali rispettivamente per 12.5 e 5 milioni di euro. I grandi interessi stranieri che spingono per il professore fanno capo alla Commissione Trilaterale, di cui Monti è un ex presidente. E' un parlamento globale di personalità invitate, e non elette, fra banchieri, politici, industriali, accademici, editori. E'stato costituito negli anni settanta dal banchiere americano David Rockefeller. Le tre parti sono costituite da Europa, Stati Uniti e Giappone e si riuniscono in seduta plenaria almeno una volta l'anno attorno alle direttive di tecnocrazia e interdipendenza, ovvero togliere il potere ai politici e ai parlamenti per delegarlo ad un governo mondiale, modello G8. Essa si muove in simbiosi con il Bilderberg Group, piattaforma gemella che vanta anch'essa Monti fra le sue anime. L'Italia inaugurata un anno fa' è dunque indirizzata verso la cancellazione della sovranità nazionale, la formazione di governi non scelti che mettono al centro delle politiche il rigore dei bilanci al posto della dignità dell'individuo. Se l'accademia della linea Bocconi- Trilateral fosse producente, per lo meno nessuno eccepirebbe. Ma la disponibilità economica della popolazione è ridotta dalle tasse, la domanda diminuisce e il deficit pubblico non riesce a rientrare. Cifre di Bankitalia alla mano, nel 2012 il debito pubblico ha raggiunto il massimo storico di 2mila miliardi con il massimo aumento del 2.6% di pressione fiscale. Il tasso di inflazione ha toccato il suo picco degli ultimi 4 anni: il 3%, a dispetto del 2.8% del 2011. Il tasso di crescita dei prezzi dei prodotti ad alto consumo è salito dal 3.5% del 2011 al 4.3% del 2012. Le ore di cassa integrazione sono aumentate da un anno all'altro del + 12.1%. Il tasso di disoccupazione si aggira attorno all'11%. Il New York Times, il Daily Telegraph, tutti i massimi organi di economia internazionale hanno sconfessato il sobrio professorone.
Il Financial Times spara a zero con Wolfgang Munchau: «L’anno di Monti è stato una bolla, buona per gli investitori finché è durata. E probabilmente gli italiani e gli investitori stranieri non ci metteranno molto a capire che ben poco è cambiato nel corso dell’ultimo anno, ad eccezione che l’economia è caduta in una profonda depressione. Due cose devono essere sistemate in Italia: la prima è invertire immediatamente l’austerità, in sostanza smantellare il lavoro di Monti, e la seconda è scendere in campo contro Angela Merkel».
L'ultimo è Paul Krugman, nobel per l'economia: «Tecnocrati “responsabili” costringono le nazioni ad accettare la medicina amara dell’austerità; l’ultimo caso è l’Italia, dove Monti lascia in anticipo, fondamentalmente per aver portato l’Italia in depressione economica».
Dove Monti passa giace una nazione depressa, dove “il posto fisso è monotono”, “i giovani sono choosy e viziatelli”, “il posto fisso per tutti è una illusione”, “L'Europa ha bisogno di gravi crisi per fare passi avanti”. Tenendo questa frase montiana a mente, un altro paese con un ex presidente Trilateral al governo è la Grecia con il banchiere Lucas Papademous. E si noti in che condizioni versa.
Lo scenario elettorale sarà dunque presenziato dall'entrata di un ligneo cavallo di Troia: l'aspetto è quello di accademici in giacca e cravatta rispettati in sede internazionale, dai curricula spettacolari, dalle amicizie più rette, pubblicizzate dalla Chiesa Cattolica e dai vescovi, dirigenti delle università più prestigiose. Chi oserebbe dubitare di tali referenze? Forse solo i cittadini che hanno a cuore la sovranità e le regole democratiche della propria nazione. Una schiera di persone che dovrebbe essere la norma, poiché accomunate dalla giustizia sociale e dalla cura del più debole, naturali predisposizioni dell'uomo. Una composizione che al momento latita, in attesa di un porta bandiera contro la mediocrità dei falsi santi.
Il governo Monti è formato da 17 ministri riconducibili a grandi banche, aziende, soci di concessionari pubblici, e la sua governance è improntata tutta sull'aumento dell'imposizione fiscale. Vediamo un sunto dei provvedimenti più importanti, comprensivi dell'inserimento del pareggio in bilancio in costituzione e della legge di stabilità, dovuti al Fiscal Compact dell'Unione Europea.
In tema immobiliare viene introdotta l'IMU, che sintetizza ICI ed IRPEF fondiaria. L'aliquota applicata è del 4 per mille sulle abitazioni principali, e del 7.6 per mille sugli altri immobili. I comuni sono responsabili dell'eventuale aumento dell'IMU per garantirsi gettito fiscale. Gli immobili all'estero verranno tassati con Ilvie, un'aliquota dello 0.76 al valore d'acquisto. La tassa sui rifiuti diventa Tares, con una quota di 0.30 euro a metro quadro.
Il bollo auto aumenta sia per le cilindrate basic sia per le super cilindrate. In base al riordino delle province, potranno aumentare anche le polizze RC auto.
In ambito bancario, l'orientamento è l'incremento dell'uso del danaro virtuale. Esso assicura anche la tracciabilità dei dati. Nasce Serpico: un computerone delle Agenzie delle Entrate che controlla tutti i movimenti bancari on line. Vengono scoraggiati i prelievi contanti tramite un limite ai 1000 euro. I bolli sui conti deposito subiscono un aumento dello 0.10% annuo. Sono introdotte commissioni sui prestiti in caso di sconfinamento.
Con la Legge di stabilità dell'ottobre 2012 l'Iva cresce di un punto percentuale. Sono così colpiti i beni di prima necessità. L'Irpef, dopo l'iniziale aumento dallo 0.9% all'1.23%, viene ridotta solo per gli ultimi due scaglioni più bassi. Aumenta l'accise sulla benzina. Il fabbisogno sanitario nazionale è tagliato di 1.5 miliardi. E'preventivata la chiusura di 250 ospedali. La Scuola pubblica è tagliata di 47.5 milioni di euro, l'Università di 300.
Per la pubblica amministrazione, le province sono ridotte da 86 a 51 e mutuate in enti di secondo livello. I contratti statali sono bloccati fino al 2014, ed è cancellata l'indennità di vacanza contrattuale. Scatta l'operazione cieli blu: illuminazione di notte è tagliata.
L'età pensionabile passa da 65 a 66 anni per gli uomini, da 60 a 62 anni per le donne. Gli anni di contributi passano da 40 a 42 per gli uomini, a 41 per le donne. Il ministro Elsa Fornero non assicura la copertura di 130mila esodati. Le pensioni di guerra e di invalidità saranno soggette a Irpef. La retribuizione dei giorni di permesso per l'assistenza ai disabili è tagliata del 50%.
Con la riforma del lavoro è ridotta la flessibilità in entrata e aumentata quella in uscita. I contratti a tempo determinato vengono scoraggiati con un'aliquota maggiorata. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è modificato, e il licenziamento per motivi economici e disciplinari è facilitato. Il reintegro diviene infatti una remota possibilità. L'indennizzo di licenziamento passa a 12-24 mesi dai 15-27. L'apprendistato diviene il mezzo principale per inserirsi nel mondo del lavoro e per ottenere il contratto a tempo indeterminato.
Alla guida della RAI, società di televisione pubblica, Monti promuove presidente Anna Maria Tarantola, vice direttore della Banca d'Italia, e direttore generale Luigi Gubitosi, ex amministratore delegato di Wind. Una politica mediatica a dir poco unilaterale. Tali politiche sono state fatte passare come super partes poiché fiscaliste, ma ora che si è aperta la compagna elettorale gli orientamenti sono tracciabili dagli appoggi sostenuti. Chi supporta Mario Monti? Possiamo divederli in piccoli interessi italiani e grandi interessi stranieri. In Italia ritroviamo nella lista Monti l'Udc di Casini, gli ex ministri Corrado Passera e Andrea Riccardi (fondatore della comunità di Sant'Egidio), Gianfranco Fini e Futuro e Libertà, Luca Cordero di Montezemolo, il Vaticano, la CEI, l'Opus Dei (rappresentata già da un anno nel governo da Passera, suo azionario). E' quello che storicamente è chiamato il centro o eredità della Democrazia Cristiana. E'una benedizione che ha avuto un costo concreto, che si porta dietro l'associazionismo cattolico delle scuole paritarie, finanziate dal governo Monti a scapito delle pubbliche con 200 milioni di euro. Un retroterra che ha consentito l'esenzione dall'IMU per le proprietà del Vaticano, che priva lo Stato di 700 milioni di euro di entrate. La stessa rete di relazioni che ha permesso che, nel bel mezzo dei tagli alla sanità, ospedali in orbita Vaticano quali Il Bambin Gesu' e la Fondazione Gaslini di Genova, ricevessero finanziamenti statali rispettivamente per 12.5 e 5 milioni di euro. I grandi interessi stranieri che spingono per il professore fanno capo alla Commissione Trilaterale, di cui Monti è un ex presidente. E' un parlamento globale di personalità invitate, e non elette, fra banchieri, politici, industriali, accademici, editori. E'stato costituito negli anni settanta dal banchiere americano David Rockefeller. Le tre parti sono costituite da Europa, Stati Uniti e Giappone e si riuniscono in seduta plenaria almeno una volta l'anno attorno alle direttive di tecnocrazia e interdipendenza, ovvero togliere il potere ai politici e ai parlamenti per delegarlo ad un governo mondiale, modello G8. Essa si muove in simbiosi con il Bilderberg Group, piattaforma gemella che vanta anch'essa Monti fra le sue anime. L'Italia inaugurata un anno fa' è dunque indirizzata verso la cancellazione della sovranità nazionale, la formazione di governi non scelti che mettono al centro delle politiche il rigore dei bilanci al posto della dignità dell'individuo. Se l'accademia della linea Bocconi- Trilateral fosse producente, per lo meno nessuno eccepirebbe. Ma la disponibilità economica della popolazione è ridotta dalle tasse, la domanda diminuisce e il deficit pubblico non riesce a rientrare. Cifre di Bankitalia alla mano, nel 2012 il debito pubblico ha raggiunto il massimo storico di 2mila miliardi con il massimo aumento del 2.6% di pressione fiscale. Il tasso di inflazione ha toccato il suo picco degli ultimi 4 anni: il 3%, a dispetto del 2.8% del 2011. Il tasso di crescita dei prezzi dei prodotti ad alto consumo è salito dal 3.5% del 2011 al 4.3% del 2012. Le ore di cassa integrazione sono aumentate da un anno all'altro del + 12.1%. Il tasso di disoccupazione si aggira attorno all'11%. Il New York Times, il Daily Telegraph, tutti i massimi organi di economia internazionale hanno sconfessato il sobrio professorone.
Il Financial Times spara a zero con Wolfgang Munchau: «L’anno di Monti è stato una bolla, buona per gli investitori finché è durata. E probabilmente gli italiani e gli investitori stranieri non ci metteranno molto a capire che ben poco è cambiato nel corso dell’ultimo anno, ad eccezione che l’economia è caduta in una profonda depressione. Due cose devono essere sistemate in Italia: la prima è invertire immediatamente l’austerità, in sostanza smantellare il lavoro di Monti, e la seconda è scendere in campo contro Angela Merkel».
L'ultimo è Paul Krugman, nobel per l'economia: «Tecnocrati “responsabili” costringono le nazioni ad accettare la medicina amara dell’austerità; l’ultimo caso è l’Italia, dove Monti lascia in anticipo, fondamentalmente per aver portato l’Italia in depressione economica».
Dove Monti passa giace una nazione depressa, dove “il posto fisso è monotono”, “i giovani sono choosy e viziatelli”, “il posto fisso per tutti è una illusione”, “L'Europa ha bisogno di gravi crisi per fare passi avanti”. Tenendo questa frase montiana a mente, un altro paese con un ex presidente Trilateral al governo è la Grecia con il banchiere Lucas Papademous. E si noti in che condizioni versa.
Lo scenario elettorale sarà dunque presenziato dall'entrata di un ligneo cavallo di Troia: l'aspetto è quello di accademici in giacca e cravatta rispettati in sede internazionale, dai curricula spettacolari, dalle amicizie più rette, pubblicizzate dalla Chiesa Cattolica e dai vescovi, dirigenti delle università più prestigiose. Chi oserebbe dubitare di tali referenze? Forse solo i cittadini che hanno a cuore la sovranità e le regole democratiche della propria nazione. Una schiera di persone che dovrebbe essere la norma, poiché accomunate dalla giustizia sociale e dalla cura del più debole, naturali predisposizioni dell'uomo. Una composizione che al momento latita, in attesa di un porta bandiera contro la mediocrità dei falsi santi.
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