lunedì 11 giugno 2007

Smog: il solito falso allarme. Francesco Ramella

"Otto milioni gli italiani in zone ad alto rischio""Smog, in Italia il 20% dei decessi è dovuto a cause ambientali""Lo smog uccide 8.000 persone l'anno""Inquinamento: Torino maglia nera in Europa"

E allora: "L'unico rimedio è chiudere le città alle automobili"Ma non è vero niente. Dopo averci avvertito della presenza di cocaina nell'aria, il CNR ripresenta per l'ennesima volta i dati di una vecchia ricerca. Ci ricorda che in Italia, ed in particolare nel nord, la qualità dell'aria è peggiore che nel resto d'Europa. Vero. Ma nessuno la mattina esce di casa sano e non vi fa ritorno la sera perché ucciso dallo smog (mentre ogni giorno vi sono venti morti in incidenti stradali). E nelle città più inquinate del nord si vive più a lungo che nella pulitissima Norvegia. A Torino più a lungo che in Italia o nelle altre Province piemontesi. E non vi è nessuna correlazione significativa fra inquinamento e speranza di vita. L'inquinamento si è drasticamente ridotto rispetto al passato e le auto di oggi sono pochissimo inquinanti rispetto a quelle di vent'anni fa.Ma questo evidentemente poco importa a chi propaganda la "decrescita sostenibile" e vorrebbe imporci di vivere come piace a lui.Vengono in mente le parole di Antonio Martino: "The threat of socialist environmentalism is subtle and deadly; its plausibility makes it acceptable even to reasonable believers in freedom; its appeal to the uninformed is enormous; the half-baked scientific assertions used to justify all kinds of government intervention for the sake of the environment require extensive information on the part of those who wish to criticize them. Potentially, environmentalism poses a risk for the future of liberty as serious as that posed by wholesale socialism in the past".
Pubblicato da Francesco Ramella a 16.12 1 commenti

sabato 9 giugno 2007

No global, sì parti

Non è più tollerabile che poche decine di scansafatiche, nullafacenti e fanatici si possano permettere di bloccare stazioni ferroviarie e pretendano di viaggire gratis sui treni.
Uno Stato serio non lo concede, perché applica le leggi e le fa rispettare.
La conseguenza di questo lassismo è la mancanza di rispetto per le regole e le istituzioni.
Che reazione può avere il cittadino onesto che si vede sequestrato da chi occupa i binari impunemente, viaggia gratis e manifesta violentemente senza subire, il più delle volte, conseguenze?
Come si pensa di ottenere l'osservanza delle norme quando la violazione palese e reiterata non è sanzionata?
Ma i noglobal sono i figli di quella sinistra che rivendica solo diritti, che ritiene lo Stato oppressore esigendo salario garantito per tutti e vivendo di espropri proletari.
Questi esseri vuoti di idee, ma pieni di slogan, sono figli di quelli che nel sessantotto pretendevano il 6 politico all'Università, si laureavano con tesi che erano manifesti politici e dicevano che era vietato vietare.
Adesso questi figli amorfi vegetano in centri sociali pagati dai contribuenti, non lavorano perché l'unica cosa che sanno fare sono le canne e i cortei anti-qualcuno ( meglio se Bush e Berlusconi ), vivono sovvenzionati dai genitori e forse aspettano di andare direttamente in pensione senza avere mai lavorato.
Siccome fanno casino e quindi fanno notizia, anche se alla fine sono poche decine di migliaia in tutto il mondo, c'è sempre qualche movimento politico che li strumentalizza fingendo di farsi interprete delle loro istanze: morale della favola gli Agnoletto, i Bertinotti, i Caruso, i Cento, i Diliberto & Co vanno in Parlamento, i Casarini diventano delle star e la carne da cannone che partecipa ai G8 o contesta Bush, si becca le ( ahimè troppo poche ) manganellate della polizia.
Il tempo del buonismo a tutti i costi è scaduto, qualcuno avverta la classe dirigente di questo nostro povero Paese che bisognerebbe far suonare la sveglia della tolleranza zero.
Sarà meglio per tutti.

Colpo di Stato strisciante è in corso... Paolo Guzzanti

Sempre più spesso torna in mente l’androide Roy Batty che in “Blade Runner” moriva sul cornicione di un grattacielo e ricordando di aver visto cose “che voi umani neanche immaginate”. Io non so quanti fra gli “umani politici” dell’area liberale vedano davvero quel che sta accadendo. Si sta svolgendo un colpo di Stato strisciante condotto dal gruppo di comando della sinistra che usa una combinazione di strumenti mediatici e politici che nessuno a destra è stato in grado finora di contrastare con efficacia. Il dibattito al Senato in cui il generale Roberto Speciale è stato linciato per aver fatto il suo dovere e servito lo Stato anziché un viceministro ha fornito prove lampanti di questo golpismo di sinistra che grida al complotto essendo il complotto. Il “la” viene sempre da uno stesso giornale che ora denuncia “una nuova P2” che agirebbe nell’ombra, come la Spectre di James Bond.

E’ il loro “pattern”: sempre lo stesso marchio di fabbricazioni spudorate, intimidazioni e bugie di fronte alle quali i liberali, timidi e sbalorditi, in genere tacciono o si deprimono. Ed è così che mentre attacca i gangli dello Stato facendo piazza pulita con il suo “spoil system” nei servizi segreti, comandi militari, corpi dello Stato, il nascente regime, tanto arrogante quanto debole, denuncia trame oscure secondo una perfetta linea stalinista fatta di condizionali intimidatori.

Conosco i miei polli: da Presidente della Commissione Mitrokhin sono stato per due volte l’obiettivo della medesima banda: la prima, quando appena eletto presidente subii una provocazione di un detenuto manovrato, e poi con la “trappola per due” – Litvinenko e Scaramella a Londra – che produsse la più impunita e devastante fabbrica di falsi, dimostratisi tutti falsi dal primo all’ultimo, ma usati come è stato usato il Polonio 210: ciò che loro contaminano, diventa intoccabile. Ora siamo alla riedizione dello spettro della P2 con una serie di menzogne riecheggiate in Parlamento, come abbiamo visto quando la parola d’ordine echeggiava mentre sul rogo si tentava di incenerire l’immagine di un servitore dello Stato come Roberto Speciale.

E dunque abbiamo udito il senatore Villone citare “devastanti scenari” e Paolo Brutti sventolare gli scalpi di Telekom Serbia e della Commissione Mitrokhin mentre Massimo Brutti, subito imitato da Russo Spena, demonizzava una trama che sorretta soltanto da invenzioni. Persino Cesare Salvi ha messo mano alla logora sacca di complotti che esistono soltanto nelle bocche di chi grida al lupo essendo il lupo. Così procede l’assalto che sta espugnando lo Stato, i suoi corpi, l’amministrazione, le forze armate e di polizia, le televisioni, l’economia, la finanza e che criminalizza chiunque osi non dico opporsi, ma che soltanto faccia capire di aver capito.

Dunque ha perfettamente ragione Berlusconi quando parla di emergenza democratica perché la trama procede a grandi falcate, menzogna dopo menzogna. Nel frattempo la centrale golpista ha lanciato il falso slogan della “crisi della politica” per mascherare il naufragio della propria politica e la nausea che produce nel Paese. La situazione è dunque di una gravità enorme. Riusciranno democrazia e libertà ad uscire vive senza farsi rompere le ossa dai nuovi veri piduisti?

Un fatto che in un Paese "normale" non dovrebbe accadere.

Padova, 9 giu. - (Adnkronos) - A Padova proseguono le trattative tra Trenitalia e No Global: i manifestanti sono riusciti ad ottenere un prezzo promozionale per la tratta Padova-Roma e poter manifestare. Con dieci euro i dimostranti potranno salire sui treni riportando, si presume, alla normalita' la stazione della citta' del Santo. Numerosi No Global infatti hanno occupato i binari della stazione, cosi come accade a Mestre, per riuscire a salire sui treni e giungere a manifestare nella capitale contro la presenza del presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

venerdì 8 giugno 2007

La fine storica della sinistra. Raffaele Iannuzzi

La sinistra è in caduta libera dappertutto. L'Europa si sta trasformando nell'arena della disfatta storica della sinistra. Il dibattito sulla cosiddetta «rifondazione» del socialismo francese, che occupa le prime pagine del quotidiano più prestigioso e à la page di Francia, Le Monde, è la riprova di questa tesi. Anzi, di questa constatazione. I fatti parlano. Le Figaro ha commissionato un sondaggio sui possibili risultati delle prossime elezioni politiche francesi e il partito socialista ne è uscito a pezzi, mentre vola l'Ump di Sarkozy, che tocca il 45%. Dove si tratta di fare politica e riforme, la sinistra è arretrata, non ha più un linguaggio e una visione del mondo. Quando poi, come in Germania, deve fare qualcosa di sostanziale sul piano del governo, allora taglia le tasse alle imprese. L'Ocse ha scritto nero su bianco che anche l'Italia dovrebbe fare così, seguendo la linea del governo Berlusconi. Meno tasse e meno spesa corrente. Un mercato che tira e uno Stato che spende meno, il meno possibile. Uno Stato «minimo».

Addio alla «sinistra eterna», come la ribattezzò Nolte in un suo saggio? Pare proprio di sì. La sinistra non riesce più ad eternizzare se stessa, come è riuscita variamente a fare a partire dalla Rivoluzione francese. Il welfare non c'è più. La globalizzazione è l'arma dei mercati più forti e non segue la lentezza della politica. Gli Stati devono soprattutto governare i territori e dunque garantire molta sicurezza ai cittadini, perciò la sinistra è costretta ad affrontare il tabù dell'uso legittimo e sistematico della forza, monopolio, secondo Weber, dello Stato. Ma essa, soprattutto in Italia, ha a che fare con i movimenti e con la subcultura degli stessi, foraggiata mediaticamente e retoricamente dalla sinistra che si fa antagonista per oggettiva necessità, abbandonando perfino la linea istituzionale del Pci.

La sinistra, dunque, dopo aver creato il linguaggio della politica, oggi non ha più parole politiche da pronunciare. Riesce soltanto a contrastare retoricamente oppure a copiare la destra liberale. Nient'altro che questo. Una fine epocale, storica. Dopo il crollo del Muro di Berlino, la sinistra ha creato le condizioni per la sua scomparsa, non certamente a causa di una difficoltà storica in sé, bensì a cagione di due limiti strutturali, che venivano prima governati e tradotti in uno spazio ideologico complesso, soprattutto marxista, caduto il quale non c'è stato più niente da fare. Il primo limite è di natura metafisica, cioè legato alla visione storica e super-storica della realtà. Poteva essere il «principio-speranza» del marxista eterodosso Bloch piuttosto che la critica della modernità della Scuola di Francoforte, in ogni caso c'era un fondamento di analisi e lettura della storia capace di incorporare un'idea di uomo e di vita, qualcosa che oggi non c'è più.
Fino agli anni Ottanta, a nessun intellettuale di sinistra sarebbe mai venuto in mente di scrivere un saggio di decine di pagine per sconfessare la concezione del cristianesimo di un Papa; oggi Flores d'Arcais, senza il minimo senso del ridicolo, compie sulla sua rivista, Micromega, quest'operazione a dir poco grottesca, che dovrebbe imbarazzare non poco le élites politiche della sinistra. Il che ovviamente non avviene, nel nullismo politico-culturale che accomuna la tribù militante della sinistra. Perfino un certo Marco Damilano, su L'Espresso, si cimenta in un'operazione simile, con minor dispendio di parole, ma con altrettanto sprezzo del ridicolo, giungendo addirittura a bollare come ignorante in teologia Benedetto XVI, vale a dire Ratzinger, uno dei massimi teologi viventi. L'ansia di riempire il vuoto di metafisica di cui soffre la sinistra spinge questi personaggi a compiere operazioni così ridicole. Che, non a caso, nessun vero marxista avrebbe mai tentato. Ma la sinistra è oggi un partito radicale di massa ed è per questa ragione che il Partito Democratico non nascerà mai come soggetto politico culturalmente dotato di orientamento unitario.

Di qui si comprende agevolmente la cifra del secondo limite, storico, della sinistra. E' la storia, sono le repliche della storia, a determinare la minorità irreversibile della sinistra. Il progressismo è finito con il marxismo teleologico, cioè finalistico, diretto a realizzare la Gerusalemme Celeste in terra. Le regole, le leggi e le riforme, senza un quadro interpretativo adeguato, non sono altro che richiami ad imperativi categorici. Non è casuale, infatti, la scelta moralistica e dominata dalla «pappa del cuore» dei valori e dei diritti dell'individuo, di questa sinistra. L'io borghese di un tempo è assurto a totem parareligioso e l'unico progresso possibile è quello degli egoismi privati elevati a necessità giuridiche. Esattamente quanto voleva evitare, profeticamente, Simone Weil, quando, nella sua opera L'enracinement, scritta nel 1949, attaccava a fondo i pregiudizi progressisti della sinistra che, per affermare i diritti, negava i doveri e dunque l'anima dell'uomo. Ebbene, i Ds hanno fatto di questa caricatura ideologica il volto più rappresentativo della sinistra cosiddetta «riformista», in realtà nichilista e radical-libertaria.

Infine, cosa resta ad una sinistra ridotta così? Nient'altro che il potere nell'accezione leninista del termine. Il caso Visco è l'emblema della fine della sinistra non più eterna e sconfitta dalla storia. Suicidatasi senza neppure l'onore della minorità politica - spesso la tappa che precede una rinascita. Niente da fare. Il vicolo cieco della sinistra è oggi la storia stessa. Si comprende perché questa sinistra allo stato terminale consideri il Papa un nemico e la Chiesa la coalizione del Male nella storia (Santoro è figlio di questa minorità ideologica irreversibile). La Chiesa, con Benedetto XVI, affronta di petto la storia e il dramma delle vicende storiche, considerando l'Occidente la soglia di sviluppo massimo della cristianità e la cristianità la figura originaria della tradizione occidentale. Uno scontro oggettivo, dunque, ma tra un nano e un gigante. Con l'unica e fondamentale differenza che, in questo caso, il nano non vuol salire sulle spalle del gigante. E finisce così, inevitabilmente, per contemplare le nuvole dal basso. I cieli dell'utopia hanno partorito la misera stagione di Lilliput. E «rete di Lilliput» si chiama appunto l'organizzazione dei movimenti no global, la risorsa della sinistra impolitica, nichilista e leninista (quando si trova ad occupare la stanza dei bottoni). Bene, compagni sconfitti: do you remember revolution?

giovedì 7 giugno 2007

Pensioni, Ocse: "Riforma troppo lenta". Adnkronos

Restiamo il Paese con i contributi pensionistici più alti.
Pubblicato oggi il rapporto dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico: ''La riforma Dini del 1995 comincerà ad avere effetti dal 2017. Il lento cambiamento si tradurrà in decenni di maggiori spese''. Ma l'Italia non firma il rapporto: ''Dati fuorvianti".

Roma, 7 giu. (Adnkronos/Ign) - La serie di riforme registrate sulla passata decade hanno migliorato il sistema previdenziale anche se la transizione al nuovo sistema è ancora troppo lenta. E' quanto afferma l'Ocse nel suo rapporto sulle pensioni pubblicato oggi. L'Italia resta il Paese Ocse con i contributi pensionistici più alti (il 32,7% della retribuzione fino al 2006 contro una media Ocse del 20%).
''La riforma Dini del 1995 comincerà ad avere effetti dal 2017. Il lento cambiamento del sistema pensionistico si tradurrà in decenni di maggiori spese'' si legge nel rapporto. Questa pressione fiscale necessiterà, commenta l'istituto internazionale con sede a Parigi, ''di aggiustamenti specifici a breve termine che potrebbero causare danni maggiori che se le riforme fossero state adottate più velocemente''.
L'Italia spende per le pensioni pubbliche dalle sue entrate più degli altri Paesi Ocse. La spesa, evidenzia l'organizzazione internazionale, è aumentata a un ritmo di crescita dal 1990 più alto rispetto alla gran parte del resto dei Paesi Ocse. Nel 2003 spendeva il 13,9% del Pil per le pensioni rispetto a una media registrata sui 30 Paesi dell'Ocse del 7,7%.L'Italia non ha firmato il rapporto, esprimendo ''seri dubbi circa l'adeguatezza dei dati usati nel rapporto, e di conseguenza sulla comparabilità dei dati. Nello specifico vengono contestati i dati di base riferiti all'età di entrata nel mercato del lavoro e sulla durata della vita lavorativa che sono diversi da quelli utilizzati a livello europeo e, inoltre, differiscono dalle norme del mercato del lavoro italiano''. E' quanto si legge in una nota del rapporto dell'istituto parigino. "L'Italia pensa - è scritto - che le interpretazioni basate su questi dati possano essere fuorvianti".

mercoledì 6 giugno 2007

Dissidenti di tutto il mondo unitevi, ché l'America sta con voi. Christian Rocca

New York. Chiamatemi pure “il presidente dissidente” ha detto George W. Bush pronunciando, a Praga, davanti a una platea di militanti democratici di tutto il mondo, il più potente discorso libertario della sua carriera politica, secondo soltanto al discorso inaugurale del gennaio 2005, quando ricordò a chi lo aveva appena rieletto che la missione storica dell’America è quella di cancellare la tirannia dalla faccia della terra.
L’occasione di questo “dissidenti di tutto il mondo unitevi” è stata la Conferenza internazionale su “Democracy & Security” organizzata dall’ex dissidente sovietico Natan Sharansky, autore del libro “The case for democracy” che ha influenzato la politica libertaria di Bush in medio oriente, dall’ex presidente ceco Václav Havel, protagonista della rivoluzione di velluto di Praga, e dall’ex premier spagnolo José Maria Aznar. Tenuta nascosta dai grandi giornali americani ed europei, come qualsiasi iniziativa non bellica della Casa Bianca, questa “Davos dei dissidenti” era attesa da mesi dai magazine e dai blog favorevoli alla dottrina Bush. L’idea dei promotori della Conferenza – ribadita nella dichiarazione finale che sarà approvata oggi – è il cuore stesso della dottrina Bush: esiste un legame diretto tra la promozione della democrazia e il rafforzamento della sicurezza internazionale, malgrado il caos iracheno lasci pensare altrimenti. Havel, Sharansky e Aznar hanno voluto ricordare che la connessione tra i diritti umani e la politica estera è stata fondamentale ai tempi del Processo di Helsinki, che ha posto le basi per la fine della Guerra fredda. E per ricordare quanto sia importante anche oggi – in medio oriente, come in Asia e nell’est europeo – alla Conferenza di Praga hanno invitato i principali dissidenti di questa stagione politica, provenienti da diciassette paesi, dall’Iran, dalla Siria, dalla Cina, dalla Corea del nord. C’era Mamoun Homsi, ex parlamentare siriano arrestato nel 2001 per aver chiesto al governo di rispettare i diritti umani. C’era la cinese Rebiyah Kadeer, i cui figli sono in prigione per la rappresaglia di Pechino nei confronti delle sue attività a favore dei diritti umani. C’erano l’egiziano Saad Eddin Ibrahim, il nordcoreano Cheol Hwan Kang, l’iracheno Kanan Makiya, tutta gente che Bush ha ricevuto in questi anni alla Casa Bianca, mentre le cancellerie europee chiudevano un occhio e, soprattutto, non muovevano un dito. “Ci sono molti altri dissidenti che non hanno potuto raggiungerci – ha detto Bush – perché sono stati ingiustamente incarcerati o tenuti agli arresti domiciliari. Ma io non vedo l’ora che a una conferenza di questo tipo possano partecipare il bielorusso Alexander Kozulin, la birmana Aung San Suu Kyi, il cubano Oscar Elias Biscet, il vietnamita Padre Nguyen Van Ly e l’egiziano Ayman Nour. Chiedo per loro l’immediata e incondizionata scarcerazione”. Bush ha detto, come fece Ronald Reagan negli anni Ottanta, che “agli occhi dell’America i dissidenti di oggi sono i leader democratici di domani” e ha ricordato tutte le iniziative di aiuto, naturalmente ignorate dai giornali, a loro sostegno (l’ultima è un fondo per i difensori dei diritti umani).

I passi indietro di Putin
Bush ha ricordato la battaglia di idee combattuta da Ronald Reagan, da Margaret Thatcher e da Giovanni Paolo II contro l’ideologia totalitaria comunista e quanto fu decisiva, come ricorda sempre Sharansky, per il morale e il coraggio di dissidenti come Sakharov, Walesa, Havel: “Da questa esperienza è emersa una lezione chiara: la libertà può essere ostacolata e ritardata, ma non può essere negata” e, quindi, “chi vive in una dittatura ha bisogno di sapere che non li abbiamo dimenticati. Il mio messaggio anzi è questo: non scuseremo mai i vostri oppressori e sosterremo sempre la vostra libertà”.
Bush ha ricordato i successi della transizione democratica in tutto il mondo, denunciando anche i passi indietro compiuti soprattutto dalla Russia e i molti ancora da compiere da parte della Cina, dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e del Pakistan (“fa parte dell’avere buone relazioni anche l’abilità di parlare apertamente delle cose su cui non si è d’accordo”).
L’attacco dell’11 settembre, ha detto Bush, è la sfida di chi “minaccia la gente libera di tutto il mondo” con l’ambizione di “costruire un impero totalitario in tutte le terre islamiche e in parte dell’Europa”. Contro costoro, “l’America e i suoi alleati devono stare all’attacco con l’esercito e l’intelligence”. Ma questo “è più di un conflitto militare, è una battaglia ideologica tra due differenti idee dell’umanità”. In questa battaglia, ha concluso Bush, “le armi più potenti non sono le pallottole o le bombe, è l’appeal universale della libertà”, ma “espandere la libertà è più di un imperativo morale, è l’unico modo realistico di proteggere i nostri popoli”.

La verità ferma alle 10 e 25. Gerardo Picardo

Per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 si potevano seguire altre piste oltre quella che portò ai Nar. Il libro di Andrea Colombo, ex Potere Operaio, riapre gli interrogativi sulla colpevolezza dei neri Fioravanti e Mambro.

«Ci sono svariate altre possibilità per capire la verità sulla strage di Bologna. Diverse possibili tracce non sono state seguite». Così il giornalista Andrea Colombo, oggi portavoce di Rifondazione al Senato, parla del suo libro Storia Nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (Cairo editore, pp.368, e17,00). Spiega Colombo, «quando al processo per piazza Fontana il pm Salvini ha portato Carlo Digilio (il primo pentito dello stragismo italiano ndr), la cosa normale sarebbe stata che i giudici di Bologna andassero a sentirlo. Ma non l’hanno fatto». Poi, aggiunge, «ci sono i lavori della Commissione Mitrokhin e il ruolo giocato dal terrorista tedesco Thomas Kram», dell’organizzazione Cellule Rivoluzionarie e membro attivo del gruppo Separat di Carlos, “lo Sciacallo”. «Ma i giudici hanno cercato solo da una parte e, in quella, solo nei Nar». Mambro e Fioravanti sono ex terroristi dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari). Colombo, invece, è un ex dirigente di Potere Operaio e per anni firma del Manifesto.

Ex di opposte barricate
Se le loro strade si fossero incrociate negli anni di piombo, probabilmente si sarebbero scontrati. Tra persone di opposte barricate, la “simpatia” è nata proprio durante il processo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, costata 85 morti e oltre 200 feriti, un processo che Colombo ha seguito da inviato per il suo giornale. Un anno fa, la decisione di firmare questa controinchiesta su una delle più cruente e irrisolte delle cosiddette stragi di Stato. Sono pagine che a ventisette anni di distanza da quella terribile mattanza scoppiata alle 10,25 nella sala d’aspetto di seconda classe a Bologna, raccontano di come Mambro e Fioravanti si siano decisi a raccontare la “loro verità”, ripercorrendo con dolore, ma anche con una sincerità che non diventa mai freddo distacco una vicenda processuale indiziaria e viziata da forti pregiudizi.
«Anche a sinistra – spiega Colombo – l’accoglienza di questo libro è stata buona. Ad esempio uno storico come Nicola Tranfaglia ha riconosciuto che in quella sentenza di colpevolezza per i due ex Nar ci sono molte zone d’ombra. Più in generale, i dubbi su Bologna sono ormai universali». E a chi gli chiede quante possibilità vi siano per una revisione del processo per Fioravanti e Mambro, Colombo replica: «Mi pare molto difficile che ciò avvenga, ma è giusto che i due ex Nar ci provino. Spero ci riescano».
«Andrea Colombo ha fatto un libro che alla fine è venuto molto meglio di quanto lui stesso avesse previsto, e di quanto io e Francesca pensassimo dopo aver accolto il progetto», dice Valerio Fioravanti, precisando che questo «non è un libro di polemica, di critica, di vittimismo, o che grida al complotto». «No – rimarca l’ex capo dei Nar – colombo parte da un dato di fatto: il processo, per stessa ammissione dei giudici, non ha saputo individuare né mandante né movente. E siccome nulla al mondo accade senza che abbia un motivo, non solo in campo criminale, ma anche nella vita di tutti i giorni, è partito da questo punto fermo. Ha raccolto tutto il materiale esistente e ha provato a ragionarci su». Quindi «ha fatto un grande lavoro di sintesi e poi ha dimostrato, da esperto politico e giudiziario italiano, che esistono altri scenari possibili. Scenari – scandisce Fioravanti – che non solo sono “possibili”, ma che anzi, a rigor di logica, sono molto più verosimili della pista che ha portato a condannare noi».
«E qui – aggiunge “Giusva” – Colombo ha innestato un altro ragionamento: perché al termine di un lungo iter processuale è risultata vincente l’ipotesi di accusa meno verosimile, e sono state trascurate le altre? In parte c’entra un certo tipo di antifascismo militante, che sicuramente ha condizionato gli esiti del processo. Ma questo spiega solo una parte della vicenda». Secondo Fioravanti, «dev’esserci dell’altro, se anche la vecchia Democrazia Cristiana ha accettato questo verdetto, se anche la Destra che negli anni recenti è stata al governo non ha aperto nessun archivio». Di qui l’interrogativo di questa inchiesta: «Perché sono stati tutti d’accordo nello sposare la pista neofascista? Parte da questo punto la parte più interessante del libro di Colombo. Una riflessione pacata ma acuta sugli equilibri nazionali e internazionali in gioco all’epoca ma anche oggi».

Né movente né mandanti
La strage di Bologna, come risaputo, è la più grave della storia repubblicana e l’unica per la quale siano stati individuati i colpevoli. Fioravanti e Mambro, all’epoca 22 e 21 anni, condannati all’ergastolo il 23 novembre 1995 dopo cinque processi con sentenza definitiva sono rei confessi di molti omicidi e condannati con ergastoli. Ma i due ex terroristi, che oggi lavorano all’associazione del Partito radicale contro la pena di morte, Nessuno tocchi Caino, hanno sempre negato ogni responsabilità nell’eccidio e da anni si battono per una revisione del processo. Di fatto, come si diceva, per il più feroce crimine della storia italiana non sono stati individuati né un movente né i mandanti, e la sentenza di condanna dei due ex terroristi neri ha suscitato non poche perplessità tra giornalisti e politici come Rossana Rossanda, Paolo Mieli, Francesco Cossiga e l’ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino. Scrive Colombo, invitando il lettore a scoprire passaggio dopo passaggio la vicenda umana e politica dei due ex terroristi neri che si sono sposati in carcere nell’85: «La condanna per Bologna non cambierà di molto la condizione materiale di Valerio e Francesca: ma per la loro figlia, nata vent’anni dopo quell’attentato, sapere se i genitori si sono macchiati “solo” di alcuni omicidi politici o anche del massacro di 85 poveracci potrebbe fare qualche differenza».
E c’è anche un altro elemento che il portavoce di Rifondazione al Senato, getta sul piatto di una “revisione” di giudizio sui quei fatti dell’agosto 1980: «Da qualsiasi punto di vista si guardi la vicenda, che la si affronti a partire dalle indagini, dal processo o dalla reazioni alla sentenza, si arriva sempre allo stesso nodo: la matrice “necessariamente” nera della strage, quel “sono stati i fascisti” che risuonò in tutto il Paese stravolto».
La sera del 5 agosto 1980, nel corso del primo vertice sulla strage a Palazzo Chigi – presenti otto ministri più i vertici della polizia e dei servizi – qualche voce allude a possibili piste alternative alla «chiara marca fascista». Su questo punto, Colombo fa notare: «Il ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, ha ricevuto dal suo omologo tedesco sibillini messaggi che suggeriscono di guardare verso la Libia. Quello dell’Industria, Franco Bisaglia, ipotizza un collegamento tra Bologna e la strage di Ustica». Ma le piste alternative «non si limitano a essere scartate, vengono drasticamente cancellate», per insistere invece sulla matrice neofascista. Così, rimarca il giornalista, attualmente collaboratore di Liberazione, «il verbale della riunione scompare misteriosamente: riapparirà solo quindici anni più tardi», quando il giudice Rosario Priore lo trasmetterà alla Commissione stragi nel quadro delle indagini parlamentari su Ustica, nel 1995.
Di più: «I presenti negano risolutamente che in quella riunione, destinata a orientare una volta per tutte le indagini, si sia parlato di ipotesi diverse da quella neofascista. Un caso di amnesia collettiva». E nelle indagini il “movente”, come per la vecchia generazione fascista, non è più di tipo golpista, ma «psicopatologia pura e semplice» dei capi dei Nar, «pazzi assassini le cui azioni non nessitano neppure di una spiegazione logica».
Insomma, quei “ragazzi neri” che avevano saltato il fosso dopo la strage di Acca Larentia (gennaio 1978, nella quale furono uccisi 3 militanti del Fronte della Gioventù) ed erano passati in clandestinità dopo aver visto uccidere i propri amici, non avrebbero avuto un chiaro progetto politico-eversivo ma si sarebbero limitati a vivere l’avventura di una banda di “anarchici di destra” che nella terribile conta delle vittime del terrorismo avrebbe poi lasciato sul terreno 33 omicidi firmati col piombo.
Il fatto è che nel processo contro “Giusva” e la moglie Francesca, «una specie di Wendy nell’Isola delle croci e del sangue», questi elementi psicologici di un gruppo che non voleva avere capi e lottava contro le gerarchie «hanno pesato ben più delle prove materiali». Nel mazzo delle “prove” a carico degli ex Nar vengono gettate anche lettere scritte dalla “coppia nera” a Mario Tuti, diversi anni dopo Bologna. Nelle mani dell’accusa quelle carte diventano «prova chiara dell’influenza che lo stesso Tuti doveva esercitare» sul terrorismo di destra ai tempi della strage. Per Colombo, dunque, «il processo di Bologna è stato un processo politico, se con questa definizione si intende che la connotazone politica degli imputati ha costituito di per sé un elemento a loro carico, anzi il principale elemento probatorio. Non lo è invece stato se per processo politico si intende invece un procedimento allestito con il fine specifico di colpire una data area politica». Ecco che «il processo contro i Nar è stato interpretato come un processo contro lo stragismo fascista sino a qual momento impunito. Magistrati e opinione pubblica venivano da un decennio di frustrazione ed esasperazione di fronte all’impossibilità di far luce sulle stragi dei primi anni Settanta». Di qui la tesi del libro: «Il processo e la sentenza per la strage del 2 agosto sono stati, se non una vendetta, un “risarcimento” per le troppi stragi rimaste senza colpevoli. È una reazione comprensibile ma non giustificabile».

lunedì 4 giugno 2007

Mr. Prodi e i soldi della Goldman Sachs. l'Occidentale

Un articolo duro, quello di Ambros Evans-Pritchard sul quotidiano “Daily Telegraph”. Un affondo al premier Romano Prodi, balzato alle cronache britanniche in seguito alla sua “collaborazione” con una delle più importanti banche d'affari del mondo: la Goldman Sachs. Nonostante la consueta attenzione che la stampa italiana riserva alle notizie sul nostro paese provenienti dai giornali anglofoni, non ci sembra che l'articolo Ambros Evans-Prichard riguardo al modo in cui Romano Prodi sarebbe legato agli ambienti della Goldman Sachs abbia avuto lo spazio che merita nei mezzi d'informazione italiani. Anzi, anche a cercare bene, non si riesce a scovare nulla che parli delle relazioni pericolose (pagamenti in nero) del nostro attuale Premier se non qualche commento da parte dei soliti attenti bloggers, basato su ciò che la stampa estera ha scritto in merito.

La Goldman Sachs, con sede nella “Downtown” di New York, è una delle più importanti banche d'investimento del mondo e possiede sedi nelle maggiori piazze d'affari, tra cui Milano. Negli uffici della città lombarda devono conoscere bene Romano Prodi che ha fornito in passato delle consulenze in materia economica proprio alla G&S. Secondo Ambrose Evans-Pritchard, autore di un articolo pubblicato sul “Daily Telegraph”, ci sarebbero degli indizi di un probabile coinvolgimento dello stesso Prodi negli utili della banca d'affari statunitense. Ma andiamo con ordine. Evans-Pritchard scrive che nel corso dell'ultimo mese, la gloriosa società d'investimento newyorkese - nata nel 1869 - “è stata risucchiata in una indagine sulla corruzione di vasta scala riguardo la fusione Siemens-Italtel”. Stiamo parlando degli anni '90. Ma che c'entra con quella fusione Romano Prodi? C'entra perché , secondo lo stesso Evans-Pritchard, l'inchiesta (definita imbarazzante) ha riguardato da vicino proprio il signor Romano Prodi “che era sul libro paga della Goldman Sachs dal 1990 al 1993 e ancora nel 1997, dopo la sua prima volta come Presidente del Consiglio.”

Lo scandalo riguarderebbe una cifra pari a 400 milioni di euro, che sarebbe stata usata dalla Siemens per “oliare gli ingranaggi giusti”. Cifra che però comprenderebbe un giro d'affari europeo e non solo nostrano. Sul fronte italiano invece i magistrati di Bolzano hanno dichiarato di avere scoperto un pagamento di circa 3,2 miliardi di lire in un conto intestato alla Goldman Sachs a Francoforte nel Luglio del 1997. Questi soldi, come ha riportato qualche mese fa anche “Il Sole 24 Ore” avrebbero poi fatto un po' il giro del mondo per finire di nuovo in terra tedesca sotto forma di Yen giapponesi. Prodi, quindi, nella questione c'entrerebbe eccome, con tutta la bicicletta e le piadine romagnole in tasca. Visto che un impiegato della G&S, rispondendo ai magistrati durante un interrogatorio lo scorso mese, avrebbe riferito che quei soldi erano serviti per pagare una società terza.

In relazione all'affaire-G&S, ci sono insomma dei dettagli scottanti. La Guardia di Finanza ha recentemente (febbraio scorso) condotto un blitz negli uffici milanesi della Goldman Sachs, venendo in possesso, tra le altre cose, di un file nominato “Mtononi/memo-Prodi 02.doc” (quel “MTononi” potrebbe stare per Massimo Tononi, ex-manager di G&S ed ora sottosegretario all'Economia?, si sono chiesti in molti). Ci sarebbe poi una lettera - risalente al 1993 - destinata alla Siemens e proveniente dagli uffici milanesi della G&S in cui si parla dell'affare Italtel, società che allora era in corso di privatizzazione da parte dell'IRI (di cui Prodi è stato presidente dal 1982 fino al '89). La lettera in questione dice che la “conoscenza da parte della Goldman Sachs degli ambienti dell'IRI e del suo management avrebbe potuto essere estremamente importante in una negoziazione. Dal 1990 il nostro principale consulente in Italia è stato il Professor Romano Prodi.”

Mentre da parte sua la Goldman Sachs risponde di non aver mai agito senza rispettare le regole - “rifiutiamo ogni affermazione secondo cui le nostre azioni sarebbero illegali e stiamo pienamente cooperando con le autorità coinvolte nell'investigazione”, lo staff del Premier, come si legge in un articolo de Il Giornale avrebbe fatto sapere quanto segue: “la valutazione e la decisione in merito (alla vendita della Italtel) rientravano nella esclusiva sfera di competenza della società interessata (Italtel Spa) e della controllante (Stet Spa), in considerazione anche della struttura organizzativa e del sistema dei rapporti esistenti nell’ambito del gruppo IRI”.

In ogni caso, dalle indagini risultata che Romano Prodi avrebbe ricevuto 1,4 miliardi di lire tra il 1990 e il 1993 per mezzo di quella famigerata società terza che si è poi rivelata essere la “Analisi e Studi Economici” di proprietà del Signore e la Signora Prodi. Questi soldi, (o almeno larga parte di tale somma) secondo la segretaria della suddetta società, provenivano in effetti dalla Goldman Sachs. Sempre secondo l'inchiesta di Pritchard, lo stesso Premier sarebbe stato raggiunto da accuse secondo le quali avrebbe usufruito della sua posizione per vendere sottoprezzo proprietà dello Stato Italiano ad amici e alleati politici: il gruppo “Cirio-Bertolli-Rica”, ad esempio, venduto prima alla Fi.Svi, sarebbe stato poi ceduto alla Unilever (Prodi era stato un consulente di questa ditta fino a qualche settimana prima della vendita) per la somma di 310 miliardi di lire. Peccato che il Credito Italiano avesse valutato lo stesso pacchetto azionario dai 600 ai 900 miliardi di lire.

C'è poi la vicenda di Giuseppa Geremia, giudice romano che aveva deciso di avere prove sufficienti a condannare Prodi (all'epoca Presidente del Consiglio) per conflitto d'interessi. L'ufficio della Geremia venne messo sottosopra dai “soliti ignoti” (secondo quanto riferito dalla stessa Geremia al Daily Telegraph) e, nel giro di pochi giorni, il magistrato in questione venne “mandato in vacanza” (confinato) in Sardegna. Quando si dice “Chi ha orecchie per intendere...” (A. H.)

giovedì 31 maggio 2007

Cancellare l'aumento di domani delle accise sul gasolio. IBL

Per l'Istituto Bruno Leoni il governo dovrebbe urgentemente cancellare l'aumento delle accise sul gasolio, imposto dal decreto legislativo n.68 del 22 febbraio 2007. L'aumento, che entrerà in vigore da domani, porterà l'accisa da 0,416 a 0,423 euro per litro; se si considera anche l'Iva al 20 per cento, la componente fiscale sarà di ben 0,508 euro per litro, un aumento pari all'1,68 per cento, in un momento in cui sembra essere unanime la convinzione che i prezzi dei carburanti per autotrazione siano troppo alti.

Commenta Carlo Stagnaro, direttore Ecologia di mercato dell'IBL: "se è vero che i prezzi sono troppo alti, allora bisogna intervenire subito sulla componente fiscale, che ne rappresenta la quota maggioritaria. Per di più, l'Antitrust ha recentemente accusato le compagnie di spostare illecitamente i loro margini dalla benzina al gasolio: perché l'Authority non contesta lo stesso comportamento al governo, che da anni aumenta la pressione fiscale sul diesel più velocemente di quanto non faccia sulla benzina? La verità è che, così come il teorema dell'Antitrust è infondato, l'esecutivo continua ad accanirsi contro il diritto della gente alla mobilità al solo scopo di generare gettito, senza alcun riguardo alle reali esigenze della popolazione".

Per sensibilizzare il pubblico sull'incidenza della componente fiscale sui carburanti, l'IBL ha avviato la campagna www.StopAccise.com. Sul tema della tassazione dei carburanti, si veda il Focus di Stagnaro Il dito e la luna. Perché in Italia i carburanti costano troppo, liberamente scaricabile qui (PDF). Sul teorema Antitrust contro le compagnie petrolifera, Stagnaro ha scritto assieme a Stefano Verde il Briefing Paper "Cartelli, cartelloni e carte bollate. Il caso dei carburanti", disponibile qui (PDF).
A me pare una ...ronzata, ma questa notizia è ripresa oggi da quasi tutte le agenzie.

Cnr: tracce di cocaina nell'aria di Roma
“Le concentrazioni più elevate di cocaina sono state riscontrate al centro di Roma e specialmente nell'area dell'Università La Sapienza”. Ad annunciare il risultato dell’indagine è Angelo Cecinato, un ricercatore dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico (Iia) del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
“Anche se – chiarisce - a causa del limitato numero di misure eseguite non si può dire con certezza che il quartiere universitario sia quello più inquinato da cocaina. Né possiamo affermare tout court che vi siano più diffusi il consumo e/o lo smercio di droghe: le cause di questa concentrazione sono tutte da indagare”.
La ricerca del Cnr si inquadra nel contesto più ampio della valutazione di composti tossici presenti nel materiale particolato ed è stata essenzialmente condotta in due aree urbane italiane (Roma e Taranto) e ad Algeri.
I risultati hanno evidenziato, oltre alla presenza di cocaina e di sostanze tossiche conosciute (come il benzopirene C20H12, un idrocarburo cancerogeno presente nel fumo di sigaretta, negli scarichi degli autoveicoli e nelle emissioni da combustione), quella di cannabinolo (il principale componente attivo di marijuana e hashish) e altre droghe, anche se meno dannose, come nicotina e caffeina.
Nicotina e caffeina risultano presenti in tutte le aree studiate, “dimostrando l’estrema diffusione del consumo di queste sostanze e la loro permanenza nell’aria ambiente”, spiega Cecinato.
L'analisi dell’evoluzione stagionale della cocaina in aria indica che le concentrazioni massime (a Roma, circa 0,1 nanogrammi per metro cubo) si raggiungono nei mesi invernali, “probabilmente per la più frequente e intensa stabilità atmosferica, ossia a causa dell’inversione termica al suolo che ‘blocca’ le emissioni d’inquinanti nei più bassi strati dell’atmosfera, impedendone la dispersione”.
Tali concentrazioni potrebbero apparire relativamente contenute, ma sono appena cinque volte inferiori ai limiti stabiliti per legge per una sostanza ampiamente riconosciuta come tossica quale è appunto il benzopirene.

mercoledì 30 maggio 2007

Autorità gasata. Davide Giacalone

La procura di Milano ipotizza una truffa nella misurazione del gas, raccoglie i dati di una lunga indagine compiuta dalla Guardia di Finanza ed invia degli avvisi di garanzia ai vertici delle aziende coinvolte. Non si dovrebbe drammatizzare e si faccia salva la presunzione d'innocenza. Ma ci sono conti che non tornano
L'Eni ha fatto sapere che chiarirà tutto, ma che le differenze nelle misurazioni non hanno comunque danneggiato i consumatori. E che significa? Essendo difficile che abbiano danneggiato i russi, gli algerini od i libici, che misurano per i fatti loro quel che ci vendono, ed essendo l'Eni un monopolista posseduto dallo Stato, delle due l'una: o non c'è alcun danno, o, se c'è, è a carico degli interessi nazionali, di tutti. Poi si tratta di stabilire se lo abbiamo pagato come consumatori di gas, o come cittadini, od in ambo le vesti. Lo stesso Eni sottolinea che le misurazioni avvengono secondo le indicazioni emanate dalla competente autorità. Leggo, però, che Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità vigilante su l'energia elettrica ed il gas, afferma che collaborerà con la magistratura (ci mancherebbe) nella quale ripone fiducia. Grazie, gran bella cosa. Ma allora che ci sta a fare l'Autorità da lui presieduta? Si scopre, difatti, che gli apparecchi per la misurazione non sono omologati, taluni anche senza sigilli e che la disomogeneità dei risultati prende a scusa la diversa consistenza del gas a seconda della provenienza. Ricordate la domanda trappola che ti facevano a scuola: pesa più un chilo di piombo o di piume? Ed i fessi rispondevano scegliendo la prima opzione. Non ci provino con il gas.Se e quando ci sarà un processo (fra anni) sapremo se si sono commessi reati. Ma già ora sappiamo che l'Autorità di garanzia ha una concezione gassosa delle proprie competenze. Sento già l'obiezione, sempre la stessa: non abbiamo poteri adeguati. E allora dimettetevi, protestate, andate via, dite che così non si può lavorare. Invece se ne stanno tutti lì, da quelli della privacy a quelli degli scioperi, scarrozzati da un convegno all'altro a dir cose che solitamente criticano l'andazzo che dovrebbero vigilare. Il tutto in attesa che sorga un problema vero, innanzi al quale invocare la più devastante delle attenuanti: e io che c'entro? io sono inutile.

La lettera di Daniele Capezzone in risposta alle critiche di Pannella.

Roma, 29 maggio 2007

Carissime compagne, carissimi compagni, care amiche e cari amici radicali,
da sette mesi, con zelo forse degno di miglior causa (dopo che, per cinque anni consecutivi, 26 mozioni da me presentate sono state sempre – e pressoché unanimemente - votate dal gruppo dirigente radicale, Marco Pannella in testa!), vengo sottoposto ad un fuoco di fila di attacchi, con punte di comicità ai limiti del surreale (ancora domenica mattina, Marco mi ha …sobriamente paragonato al Mussolini anni '20).
Entro breve, di questo passo, temo che possano essermi addebitati anche il programma nucleare iraniano, la violazione del trattato di Kyoto, il rischio-Vesuvio e i fatti di Rignano Flaminio. E apposito dossier (si capisce: con documenti inediti e prove schiaccianti!) vi sarà tempestivamente inviato via email.
Cerco di sdrammatizzare, come vedete, ma credo che non vi sfugga l'amarezza anche personale, intima, che questa situazione mi procura, a maggior ragione se penso agli sforzi di moderazione, di pazienza, di responsabilità che ho cercato di compiere in tutto questo periodo, imponendo a me stesso di "non vedere", di "non sentire", insomma di non alimentare una telenovela stucchevole e non di rado piccina.
L'ho fatto (e continuerò a farlo) anche per la stima e la riconoscenza che provo per Marco, a cui debbo moltissimo -e lo ringrazio per questo-, e la cui storia per tanti versi gigantesca meriterà di essere conosciuta ed apprezzata, e per decenni: ed è questo un impegno a cui mi sento vincolato per la mia futura vicenda politica e civile.
Quindi, non mi avventurerò (avrei pena di me stesso) a compilare improbabili "dossier", a fare sapienti "collazioni" di dichiarazioni (significherebbe maramaldeggiare, come ciascuno intuisce...), o a giudicare l'altrui attività parlamentare passata o presente.
Da questo punto di vista, trovo avvilente il tentativo di colpire la mia azione politico-parlamentare: siedo alla Camera da alcuni mesi e, avendo avuto l'onore di presiedere una Commissione, ho ritenuto essenziale dedicarmi pressoché integralmente ad essa (anche per …“imparare un mestiere delicato”, per sbagliare il meno possibile, e per studiare dossier di grande rilevanza), con un'attività intensissima, e sacrificando consapevolmente il momento dell'Aula.
Ciononostante, o forse proprio grazie alla buona semina in Commissione, sono titolare di una della pochissime proposte di iniziativa parlamentare approvate dalla Camera in questo avvio di legislatura, e oggi in iter già avanzato in Senato: si tratta, anche per i suoi contenuti, di una piccola rivoluzione antiburocratica e per la libertà di impresa, e speravo che almeno questo potesse essere motivo di soddisfazione comune; invece, vedo che diviene pretesto per un'ulteriore occasione di piccineria.
Pazienza, poco male. Prendo atto, come si dice. Certo, però, fa una certa impressione constatare che un nuovo frutto dell'albero radicale, anziché essere visto come una opportunità, sia vissuto come un'insidia.
Ma poiché non conosco risentimenti e rancori; poiché ho passione di costruire e non di distruggere, cestino immediatamente le pagine scure, le occasioni di negatività, e guardo avanti. Continuerò a farlo.
Il dramma, però, è che buona parte della leadership politica italiana (e temo, a questo punto, della stessa leadership radicale) sembra non comprendere quanto accade nel paese.
Abbiamo il terzo debito pubblico del mondo; un sistema pensionistico che fa acqua da tutte le parti; una pubblica amministrazione troppo spesso nemica dei cittadini e delle imprese; una pressione fiscale che opprime il paese e lo metterà sempre più fuori competizione; una macchina istituzionale complessivamente inservibile; trasporti aerei e ferroviari che trasformano i viaggiatori in altrettanti sequestrati, e mi fermo qui per carità di patria...
Bene (cioè: male!), dinanzi a tutto questo, con i radicali che rientrano in Parlamento dopo 10 anni e vanno al Governo per la prima volta in 30 anni, possibile che la priorità delle priorità sia occuparsi delle nefandezze del “perfido Capezzone”? Dove non soccorre il senso della misura, dovrebbe aiutare almeno il senso dell'umorismo...
Per conto mio, ho pochissime cose da aggiungere:
1. Nel prossimo novembre, in occasione del Congresso di "Radicali italiani", non ho intenzione di candidarmi alla segreteria. Sono sollecitato in quel senso da moltissimi compagni, ma, allo stato, credo proprio che non lo farò.
Se questo fosse stato il mio obiettivo, mi sarei comportato ben diversamente a Padova, come non pochi dovrebbero ricordare...
Io non voglio "contendere" nulla a nessuno, non ho smanie né ansie, e -visto il clima che da qualche parte si vuol creare- non intendo alimentare né un reality-show né un sudoku né uno psicodramma.
2. Certo, se mi si chiede un'opinione, considero ricco di errori il nostro cammino di questi mesi, e mentirei se dicessi di pensarla diversamente. E’ forse un reato di opinione?
Il "problema", secondo me, non è il nostro stare nella maggioranza (o nell'opposizione, se lì ci trovassimo: e il discorso sarebbe lo stesso), ma il nostro starci così, troppo spesso anchilosati, subalterni, silenziosi e rinunciatari (perfino dinanzi a operazioni di potere opache e discutibili).
Se applicassimo a noi stessi i severissimi parametri di giudizio che abbiamo tante volte usato per valutare i comportamenti delle altre forze politiche, ne uscirebbe un quadro molto duro, mi pare.
E credo che gli attuali responsabili dei soggetti dell'area radicale, ma in primo luogo Marco Pannella ed Emma Bonino, sappiano che (ben al di là delle mie valutazioni) questo è un punto politico centrale, e difficilmente eludibile. Anche perché il naufragio elettorale di ieri dell’Unione (ben al di là -lo sottolineo- della sorte dei vincitori e dei vinti di giornata) parla a chiunque abbia orecchie per intendere.
3. "Rinnovarsi o perire", diceva un grande socialista del secolo scorso. La mia convinzione è che, dinanzi ad una crisi strutturale del paese, occorrano parole, cose, "varchi", strumenti, progetti, leadership rinnovate.
L'Italia (come i radicali, e come ogni altro, del resto) ha bisogno di progettare il futuro, di "pensieri lunghi" e non di sterili e rancorose dispute sul passato. Lavorerò per questo, e credo proprio che non soffrirò di solitudine...Tante e tanti radicali (e non radicali) avranno senz'altro modo di farsi una opinione e una valutazione propria.
Le idee e le speranze liberali, liberiste, libertarie, radicali, hanno un grande terreno da conquistare, cioè da far fiorire.
E’ una sfida appassionante, e -come potrò, come mi riuscirà- cercherò di fare la mia piccola parte per animarla, e per consentire a tante e tanti altri di compiere, insieme, la stessa buona fatica.

Daniele Capezzone

martedì 29 maggio 2007

Comitato dei 45 membri promotori del Partito Democratico.

Per chi volesse conoscere i nomi di coloro che il 14 ottobre "fonderanno" il PD

Ecco i nomi dei componenti del comitato 14 ottobre: Giuliano Amato; Mario Barbi; Antonio Bassolino; Pierluigi Bersani; Rosi Bindi; Paola Caporossi; Sergio Cofferati; Massimo D'Alema; Marcello De Cecco; Letizia De Torre; Ottaviano Del Turco; Lamberto Dini; Leonardo Domenici; Vasco Errani; Piero Fassino; Anna Finocchiaro; Giuseppe Fioroni; Marco Follini; Dario Franceschini; Vittoria Franco; Paolo Gentiloni; Donata Gottardi; Rosa Iervolino; Linda Lanzillotta; Gad Lerner; Enrico Letta; Agazio Loiero; Marina Magistrelli; Lella Massari; Wilma Mazzocco; Maurizio Migliavacca; Enrico Morando; Arturo Parisi; Carlo Petrini; Barbara Pollastrini; Romano Prodi; Angelo Rovati; Francesco Rutelli; Luciana Sbarbati; Marina Sereni; Antonello Soro; Renato Soru; Patrizia Toia; Walter Veltroni; Tullia Zevi.

giovedì 24 maggio 2007

Centrodestra svegliati!

E' innegabile e sotto gli occhi di tutti, perché non c'è telegiornale che non ci mostri i cumuli di spazzatura nelle strade, il fallimento delle politiche di sinistra in Campania.
Bassolino imperversa da decenni, prima come sindaco e adesso come "governatore" della regione; la Jervolino e quasi tutte le amministrazioni locali, che sono di sinistra, hanno solo peggiorato di anno in anno il disastro; Pecoraro Scanio, salernitano, non ha trovato di meglio che dire "no" a tutto; commissari straordinari che di straordinario hanno solo le somme stratosferiche spese.
Per farla breve un fallimento su tutti i fronti di una sinistra che punta solo al consenso.
Ma il consenso di chi? Non posso credere al consenso della camorra che, nell'inerzia delle istituzioni, lucrerebbe con il traffico illecito dei rifiuti.
Allora parliamo del consenso di alcune decine di migliaia di residenti nelle zone individuate come discariche?
Se la sinistra che amministra in Campania, per garantirsi la sopravvivenza con il consenso di costoro, ignora lo sdegno, il disagio e la condanna del resto della popolazione e dell'Italia intera, è proprio una sinistra, come si dice, "alla canna del gas".
Uno Stato che cede alla folla rinunciando alla supremazia delle leggi e dell'autorità, è uno Stato che non può avere credibilità.
Vorrei che qualcuno mi trovasse delle scuse e adducesse motivazioni più nobili che, forse, noi cittadini ignoriamo: vorrei, insomma, che ci fosse una giustificazione di Stato per spiegare decenni di inerzia nell'affrontare l'emergenza rifiuti.

Un' altra cosa che non comprendo è il silenzio dell'opposizione.
Il centrodestra non ha responsabilità perché la sinistra detiene in quella regione il potere da decenni, non è un caso Visco/Unipol dove l'affondo può prestarsi ad una lettura politica, il centrodestra è favorevole ai termovalorizzatori, che potrebbero alleviare il disastro.
Eppure non cavalca lo sdegno della stragrande maggioranza silenziosa degli italiani i quali non possono tollerare che un manipolo di cittadini, per tutelare il loro personale tornaconto, blocchino la realizzazione di opere di pubblico interesse, deliberate da leggi. Ogni allusione anche alla TAV è puramente... voluta.

Centrodestra svegliati se vuoi che alle prossime elezioni vengano a votare tutti quelli che ti hanno votato il 13 maggio del 2001.

mercoledì 23 maggio 2007

Guerra inter-palestinese. Stefano Magni

La violenza dei palestinesi non è una reazione all'occupazione israeliana. Se questa affermazione era considerata come una bestemmia durante la prima e la seconda intifadah, adesso è una verità evidente a tutti. La prima intifadah scoppiò nel 1987 sotto forma di sollevazione popolare, guidata dall'Olp. I difensori della causa palestinese avevano buon gioco ad affermare che si trattava di una reazione all'occupazione dei Territori da parte di Israele, trascurando il fatto che l'Olp stessa era un'organizzazione eterodiretta, capitanata da un egiziano (Yassir Arafat), voluta e armata per volontà della Lega Araba nel 1964 con lo scopo di distruggere Israele. Prima di allora non esisteva alcuna Palestina, né alcuna coscienza nazionale palestinese: Gaza era un pezzo di Egitto, la Cisgiordania era sotto la monarchia di Amman.
La seconda intifadah scoppiò nel settembre del 2000, sempre guidata da una fazione dell'Olp, Al Fatah. Di popolare non aveva nulla: era un'operazione militare a cui parteciparono le nuove forze dell'ordine palestinesi e soprattutto le nuove formazioni di terroristi suicidi, come le Brigate Martiri Al Aqsa e le Brigate Ezzadin Al Qassam. I difensori della causa palestinese, tuttavia, insistettero con la loro tesi: ci dissero per milioni di volte che si trattava di una reazione popolare alla «passeggiata di Sharon» nella Spianata delle Moschee. Dimenticando il particolare che la «passeggiata» era stata concordata con le autorità religiose palestinesi e che i preparativi per la campagna terroristica, iniziata nel settembre del 2000, erano in corso da anni. Dal 1993 la Palestina araba era autonoma a tutti gli effetti e amministrata dall'Autorità Nazionale Palestinese. Nell'estate del 2000, nel corso delle trattative a Camp David, il governo di Gerusalemme (allora guidato dal laburista Ehud Barak) aveva accettato di cedere ai Palestinesi il 98% dei Territori. Ma, soprattutto, chi continuava a sostenere che la violenza palestinese fosse solo difensiva dimenticava un altro particolare macroscopico: che oltre alla guerra tra Palestina e Israele si combatteva una guerra parallela tra palestinesi, con centinaia di vittime. Gli scontri tra fazioni divennero particolarmente gravi (e arrivarono all'attenzione dei media internazionali) nel 2004 e poi alla vigilia della morte di Yassir Arafat.
L'ultimo scontro che si sta combattendo nei Territori è tutto interno alla Palestina: i primi morti della lotta fratricida fra Hamas e Al Fatah sono stati fatti ben dopo il ritiro dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza. Se si prestasse maggiore attenzione alla violenza interna a Gaza, si potrebbe scoprire anche la causa della guerra combattuta nel 1987-1993, di quella del 2000-2004 e di quella in corso: la determinazione a distruggere Israele. Al Fatah, guidata da Abu Mazen, ha «tradito» il suo fine: che è letteralmente quello di ributtare a mare gli ebrei, come sancito dalla prima Carta dell'Olp. In realtà lo ha «tradito» fino a un certo punto, perché anche Abu Mazen, sostenendo il diritto al rientro dei profughi palestinesi, intende distruggere lo Stato ebraico: demograficamente e non militarmente. Inoltre Al Fatah non ha mai rinnegato esplicitamente il suo «piano a fasi», secondo il quale prima si deve costituire uno Stato palestinese indipendente e sovrano e poi si deve procedere all'annientamento del vicino ebraico. Hamas attacca gli uomini di Al Fatah perché intende distruggere Israele subito, senza passare attraverso fasi intermedie, con una campagna militare e terroristica che dissangui il nemico.
Queste sono le ideologie, violentissime, nel nome delle quali si sta combattendo l'attuale guerra civile palestinese. Hamas, oltre a colpire i «traditori» di Al Fatah, non dimentica il suo obiettivo: è per questo che, tra un'imboscata e l'altra contro i nemici interni, non risparmia lanci di razzi Qassam contro il sud di Israele. Con queste azioni spera di attirare la reazione militare israeliana. Hamas spera che i carri armati con la stella di David attacchino in mezzo alle viuzze e alle case popolari di Gaza, per ripetere il successo degli Hezbollah in Libano e per unire il popolo palestinese sotto le insegne della jihad. Finora Israele ha risposto solo con raid aerei mirati. Se rispondesse con un'invasione di Gaza, schiere di giornalisti e intellettuali sono pronti a dichiarare che «la causa della violenza palestinese è l'occupazione israeliana». Perché già lo dicono.

martedì 22 maggio 2007

Serve la rivolta fiscale. Arturo Diaconale

Il governo ha deciso di chiudere il capitolo degli aumenti per gli statali trovando comunque un accordo con i sindacati prima della fine della settimana. Perché proprio entro i prossimi quattro giorni e non oltre? Semplice, perché domenica e lunedì prossimi dieci milioni di italiani votano per rinnovare le proprie amministrazioni locali. Ed, a dispetto delle affermazioni di Piero Fassino e dello stesso Romano Prodi sull'inesistente valore politico della consultazione, il governo si rende conto che sarebbe pericoloso subire una nuova sconfitta dopo quella siciliana. Così corre ai ripari andando incontro alle richieste di quegli statali che vengono considerati come la parte più consistente del proprio elettorato. Questa non è una illazione. E' una constatazione. A chiedere esplicitamente che il “tesoretto” venga impiegato per recuperare il consenso perso dal centro sinistra presso la propria base elettorale sono i massimi dirigenti del partiti della coalizione. Oliviero Diliberto e Franco Giordano, non più tardi di domenica scorsa, sono stati fin troppo espliciti nell'indicare Tommaso Padoa Schioppa come il responsabile della sconfitta siciliana a causa della sua linea di rigore e nel minacciare di non votare il Dpef se prima delle amministrative non verranno soddisfatte le richieste degli elettori del centro sinistra. “La scuola - ha detto ad esempio Diliberto - ha votato per il 90 per cento per la sinistra. Non la si può lasciare a bocca asciutta...”.

In altre epoche si sarebbe parlato di clientelismo elettoralistico , di “laurismo”, di voto di scambio. Ma i tempi sono cambiati. La sinistra al governo non si trincera dietro l'ipocrisia del “si fa ma non si dice”. Non solo lo fa. Ma lo proclama alto e forte affinché sia chiaro a tutti che il suo impegno è privilegiare i propri elettori a scapito di tutti gli altri. La conseguenza di simile comportamento è la disaffezione dalla politica. Ma non di tutta la politica (il voto siciliano lo dimostra). A dispetto di quanto può pensare Massimo D'Alema, solo di quella parte della politica che concepisce la gestione del potere come redistribuzione del reddito per gli amici e spremitura fiscale per gli avversari. Giuseppe De Rita sostiene che, di fronte a chi ha aumentato le tasse solo per favorire il proprio elettorale a scapito del resto del paese, esiste la concreta possibilità non di una nuova tangentopoli ma in un rifiuto generalizzato di pagare le imposte. E' una idea. Se le tasse servono per gli affari loro, perché pagarle tutti?

Ora tocca a Gonzales. Christian Rocca

New York. Ora tocca ad Alberto Gonzales, ministro della Giustizia di George W. Bush. Uno dopo l’altro, la potenza mediatica dei grandi giornali liberal sta abbattendo i pilastri dell’Amministrazione Bush, riuscendo nell’impresa di cambiare il regime di Washington ben prima della scadenza naturale del secondo mandato. In verità ci aveva tentato anche prima della rielezione del 2004, inventandosi lo scoop fasullo sul servizio militare di Bush a una settimana dal voto, ma in quell’occasione un paio di blogger e la palese falsificazione della prova costrinsero la Cbs ad anticipare il pensionamento del leggendario conduttore Dan Rather.
Gli obiettivi sono sempre due, Bush e Cheney, ma il colpo grosso è difficile da sferrare. Più semplice far crollare quelli che gli girano intorno. Karl Rove, intanto, sul quale ogni giorno – compreso ieri – il New York Times scrive di aver trovato le sue impronte digitali su questo o quello scandalo. Rove è stato azzoppato per un paio d’anni, a causa del Plamegate poi finito nel nulla. Sotto c’è rimasto Lewis Libby, l’ex capo dello staff di Cheney, condannato per un reato – falsa testimonianza e ostruzione alla giustizia – commesso nel corso dell’inchiesta, non prima. Un’inchiesta creata su impulso dei media per accertare l’ipotesi di un complotto ordito dalla Casa Bianca contro l’ex ambasciatore Joe Wilson e sua moglie Valerie Plame. Il complotto non c’era, ma Libby è stato costretto a lasciare per un passo falso in un’inchiesta che lo aveva scagionato. La settimana scorsa, sotto la ghigliottina è finito Paul Wolfowitz, dimessosi da presidente della Banca Mondiale non si capisce per quale motivo, visto che l’accusa di aver aumentato lo stipendio alla sua partner, portandolo a una cifra già raggiunta da oltre mille dipendenti di quel livello, è stata dismessa dallo stesso board della Banca, anche perché l’intervento di Wolfowitz era stato esplicitamente richiesto dal direttore del personale per sanare un’ingiustizia maschilista nei confronti di Shaha Riza.
Ora, appunto, è il turno di Alberto Gonzales, a sua volta diventato Attorney General dopo che era andata a segno la campagna mediatica contro il suo predecessore evangelico, John Ashcroft, a suo tempo accusato di voler cancellare le libertà civili americane e stracciare la Costituzione. Adesso la stampa liberal ha riabilitato Ashcroft e comincia a dipingerlo come un “American Hero”, come uno che, in realtà, si era battuto come un leone contro le pressanti richieste della Casa Bianca, e dell’allora consigliere legale Gonzalez, di voler spiare sui presunti terroristi e di non voler garantire ai nemici combattenti di Guantanamo gli stessi diritti dei cittadini americani. Il viva Ashcroft di oggi serve ad abbattere Gonzales. Cinque senatori repubblicani, quasi tutti sotto rielezione tra un anno, si sono aggiunti ai democratici nel chiedere le sue dimissioni e in settimana ci sarà un voto di sfiducia, anche se non avrà alcun effetto costituzionale. Gonzales è accusato di aver sostituito 8 dei 93 procuratori locali, tutti repubblicani. Gonzales ha agito confusamente e con modalità sospette, ma resta che i procuratori sono nominati e rimossi a discrezione del presidente. Non è una questione di separazione di poteri (sono i giudici a essere indipendenti), ma di responsabilità politica dell’azione penale. Clinton, per dire, in un solo giorno li sostituì tutti e 93, compreso uno che in Arkansas stava indagando su cose che lo riguardavano. A Clinton non dissero niente, Gonzales prima o poi sarà costretto a lasciare tra gli olè della più formidabile potenza mondiale, la stampa.

Due domande al signor Fisco. Maurizio Belpietro

«Un avvicendamento unicamente riconducibile a esigenze di servizio». «Cambi del tutto ordinari». «Trasferimenti concordati, pianificati dal comando generale della Guardia di finanza, senza contare che per alcuni degli ufficiali in partenza è una promozione». Non risparmiò le parole Vincenzo Visco quel 17 luglio di un anno fa. Sorpreso dalla bufera politica che stava montando dopo la decapitazione dell’intero vertice della Gdf in Lombardia, il viceministro dell’Economia si affrettò a gettare acqua sul fuoco, negando che quei trasferimenti fossero punitivi, smentendo d’esserne l’ispiratore, ma soprattutto respingendo qualsiasi relazione tra l’allontanamento di generali e colonnelli e l’inchiesta Unipol. In una parola: mentiva, se è vero ciò che ha riferito ai magistrati il comandante generale della Guardia di finanza Roberto Speciale. Il Giornale è in grado di riportare integralmente il verbale dell’interrogatorio. Se è vero ciò che racconta Speciale, l’azzeramento dell’intero vertice delle Fiamme gialle della Lombardia e di Milano non era frutto di promozioni, e non lo era nemmeno di ordinari avvicendamenti. Visco - come spiega il nostro Gianluigi Nuzzi - ordinò al comandante in capo di rimuovere senza indugi il generale Forchetti e i suoi collaboratori e indicò personalmente i nomi degli ufficiali che dovevano fare le valigie. Secondo Speciale, al viceministro non importava assolutamente nulla di ciò che avrebbero fatto in futuro i militari rimossi, bastava che fossero spediti il più in fretta possibile lontano da Milano. La colpa di cui si erano macchiati agli occhi di Visco non è conosciuta, ma certo si sa che gli alti ufficiali avevano svolto le indagini sui furbetti del quartierino e sugli ancor più furbetti uomini delle Coop rosse. Anzi, su questi ultimi stavano ancora indagando e, proprio prima dell’estate, in Procura a Milano c’era un certo attivismo. Visco ordinò un trasferimento in tutta fretta, intervenendo di persona, telefonando con insistenza. E, siccome il comandante generale tergiversava perché non trovava ragione alcuna per quella improvvisa rimozione, il viceministro diessino giunse a minacciarlo, facendogli intendere che se non avesse dato il via immediato ai trasferimenti ne avrebbe sopportato le conseguenze. In pratica, la sua carriera sarebbe stata irrimediabilmente compromessa.
Se dobbiamo dar retta alla testimonianza del numero uno della Guardia di finanza, lo scontro al vertice fu molto duro e inconsueto. Speciale, alla fine, fu costretto ad adeguarsi. Soltanto l’esplodere delle polemiche dopo la diffusione dei provvedimenti fermò la decapitazione delle Fiamme gialle. La presa di posizione della Procura di Milano e le interrogazioni parlamentari indussero Visco a indietreggiare, ma soprattutto a negare un suo intervento per bloccare l’inchiesta Unipol. Ma delle vaghe giustificazioni del viceministro non resta in piedi nulla dopo aver letto la testimonianza del generale Speciale, che meticolosamente ha annotato ogni passaggio dell’oscura vicenda e lo ha riferito ai giudici. Restano due domande. La prima: perché Visco aveva così fretta di cacciare i vertici della Gdf della Lombardia? Cosa temeva? Perché quegli ufficiali non potevano restare ai loro posti un giorno di più? A questa domanda risponderà la Procura. La seconda domanda è più politica: può un viceministro restare al suo posto dopo aver tentato, con pressioni e minacce, di far trasferire ufficiali che indagavano sugli affari rossi? A questa so rispondere anch’io: no, non può.