Sul Secolo d’Italia un editoriale lamentava il fatto che “Otto e mezzo”, ora che è condotto da Pietrangelo Buttafuoco, fa metà degli ascolti della versione “invernale” condotta da Ferrara. Titolo dell’articolo: Ma la destra si è accorta di avere un talk show? Ne ha approfittato Roberto Cotroneo, che dall’Unità, sotto il titolo S’ode a destra un lamento, ha preso un po’ in giro il tono vittimistico del giornale di Alleanza nazionale, ed ha ribadito una tesi piuttosto nota: la destra, invece di recriminare, farebbe meglio a rendersi conto che l’egemonia culturale della sinistra non è un complotto, ma l’inevitabile risultato del fatto che gli intellettuali di sinistra sono molto più bravi, e su questo non c’è niente da fare, se non sperare che quelli di destra col tempo migliorino.
Da un punto di vista fotografico ha ragione Cotroneo, oggi, qui ed ora, quelli di sinistra sono di più, e sono più bravi. Ma è un modo incompleto di rispondere. È il classico caso in cui ci si deve chiedere se è nato prima l’uovo o la gallina. Sarebbero stati altrettanto bravi i loro registi se per decenni non avessero avuto a disposizione fondi pubblici praticamente illimitati per fare cinema e teatro? E, viceversa, se altrettanti soldi, e recensioni positive, e premi ai festival fossero stati distribuiti anche a gente di destra, oppure a giovani buddisti, oppure a dei Testimoni di Geova, siamo sicuri che a forza di provare e riprovare anche loro non avrebbero alla fine imparato il mestiere? E gli architetti, che sono tutti di estrema sinistra… sono bravi, certo, ma forse molti altri sarebbero diventati bravi se avessero avuto modo di farsi le ossa costruendo per decenni con i soldi pubblici. E gli scrittori, e gli attori, gli sceneggiatori, i conduttori, i giornalisti… quanti altri ne sarebbero potuti venire di bravi se le porte dell’apprendistato, e le recensioni positive, fossero state rese disponibili equamente a tutti? Loro sono bravi, certo, ma non abbiamo la prova provata che altri, messi nelle stesse condizioni positive, non avrebbero ottenuto gli stessi risultati. O, perché no, migliori.
giovedì 5 luglio 2007
mercoledì 4 luglio 2007
13 cantieri per una politica ad alta velocità. da decidere.net di Daniele Capezzone
Abbiamo deciso di impegnarci su una serie di questioni concrete, non solo elencando problemi, ma indicando soluzioni precise e praticabili. Chiediamo a tutti (singoli cittadini, gruppi, associazioni) di aderire da subito, di manifestare il proprio interesse e la propria disponibilità a "mettersi in rete" con noi, a entrare nel network in ogni forma possibile: sul piano territoriale e/o per via telematica, eventualmente anche selezionando il tema o i temi preferiti. Ricontatteremo tutti in tempi rapidi: per organizzarci sul territorio e online, per convocare i primi appuntamenti in giro per l'Italia, per iniziare a lavorare insieme su questi obiettivi. Crediamo nel bipolarismo, molti di noi auspicano un netto bipartitismo, e quindi sceglieremo. Ma lo faremo proprio sulla base di queste priorità. Certo, siamo delusi dal comportamento dei due maggiori schieramenti nelle loro rispettive occasioni di Governo: e perciò apriamo questi 13 cantieri, per una politica ad altà velocità, pronti a collaborare con chi sarà davvero (con i fatti, e non solo a parole!) determinato a farlo insieme a noi.
1. Fisco: tassa piatta al 20% . La rivoluzione fiscale è possibile Passaggio progressivo, in 5 anni, ad un'aliquota unica (flat tax) del 20%. Il costo è coperto da una riduzione della spesa pubblica (al netto della spesa per investimenti e per interessi sul debito) dell'1% annuo (5% in 5 anni), il che equivale a dire riduzione della spesa pubblica complessiva, calcolata in rapporto al Pil, dello 0,4% annuo (2% in 5 anni, dal 51 al 49%). Va osservato che:a. queste stime non tengono conto dell'assai verosimile effetto di recupero di gettito legato all'emersione di nuova base imponibile; b. all'aliquota unica si arriverebbe per gradi, per cui fino all'entrata a regime (fino al 5° anno), i costi annualizzati sarebbero anche inferiori; c. va prevista una rimodulazione del sistema delle detrazioni e delle deduzioni, nonché della no tax area, al fine di assicurare il rispetto del principio di progressività sancito dall' art.53 della Costituzione (riduzione delle detrazioni e delle deduzioni per le fasce di reddito più alte, e aumento per le fasce più basse)
2. Federalismo fiscale e competitivo Puntiamo a:-un significativo trasferimento della potestà impositiva dal livello centrale a quello periferico; -possibilità anche di pervenire a diversità di livelli di pressione fiscale locale nei diversi territori, per favorire la competizione
3. Presidenzialismo Presidenzialismo sul modello americano o francese. Una sola Camera con 500 deputati eletti con sistema maggioritario. Abolizione delle province.
4. La "società della scelta" per scuola, sanità e università Credito d'imposta per le spese sanitarie e di istruzione (scuola e università)
5. Privatizzazioni Privatizzazione vera di Rai, Ferrovie, Alitalia, Poste, servizi pubblici locali. Nel primo anno di Governo, José Maria Aznar privatizzò le 29 maggiori aziende pubbliche spagnole.
6. Responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore Responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore: chi sbaglia e arreca un danno, paghi.
7. Semplificazione burocratica e "impresa in un giorno" Apertura immediata delle nuove imprese ed ulteriori sburocratizzazioni
8. Riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali: modello welfare to work Pensioni: età pensionabile a 65 anni per uomini e donne (con salita graduale di un anno ogni due anni, fino ai 65 anni nel 2018: a quel punto, ogni anno ci sarebbe un risparmio di 7 miliardi di euro). Con queste risorse, realizzazione di una vera rete di ammortizzatori sociali: sostituzione dei miseri ammortizzatori esistenti (che tutelano 17 lavoratori licenziati su 100) con un ammortizzatore unico di un anno
9. Statuto dei lavori E' l'idea originaria di Marco Biagi e Tiziano Treu del 1997 che viene ora ripresa dal Libro Verde della Commissione Europea sul futuro del diritto del lavoro (novembre 2006). Regime universale delle tutele minime (compresi gli ammortizzatori).
10. Detassazione del lavoro straordinario e aumenti salariali legati all'andamento dell'azienda Detassazione del lavoro straordinario, rendendo l'operazione conveniente sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Aumenti salariali legati all'andamento dell'azienda: è possibile legare la parte variabile dei salari ai risultati raggiunti e alla produttività.
11. Abolizione del sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti Possibilità per il dipendente di optare per il versamento in proprio dell'imposta senza avvalersi del sostituto.
12. Superamento degli ordini professionali Superamento degli ordini professionali, per rendere più aperto l'accesso alle professioni.
13. Abolizione valore legale titolo di studio e valutazione dei docenti Abolizione del valore legale del titolo di studio, e valutazione dei docenti di ogni ordine e grado (con messa online dei relativi risultati, sul modello inglese).
[Salvatore Abbruzzese, Chiara Battistoni, Annamaria Bernardini De Pace, Stefano Caliciuri, Edoardo Camurri, Daniele Capezzone, Stefano Carluccio, Luigi Castaldi, Giuliano Cazzola, Luigi Crespi, Stefano De Luca, Alessandro De Nicola, Filippo Facci, Gian Maria Fara, Giuliano Gennaio, Guido Gentili, Ettore Gotti Tedeschi, Francesco Grillo, Giordano Bruno Guerri, Michael Ledeen, Vittorio Macioce, Maria Giovanna Maglie, Pio Marconi, Benedetto Marcucci, Carla Martino, Michel Martone, Primo Mastrantoni, Anna Mazzone, Guido Meak, Piero Melograni, Barbara Mennitti, Alberto Mingardi, Daniele Nahum, Francesco Nardi, Giovanni Orsina, Pietro Paganini, Giancarlo Pagliarini, Gaetano Pellicano, Giuseppe Pennisi, Riccardo Pugnalin, Federico Punzi, Giorgio Rebuffa, Andrea Romano, Florindo Rubbettino, Sergio Scalpelli, Alessandra Servidori, Paola Severini, Luca Solari, Carlo Stagnaro, Roberta Tatafiore, Michele Tiraboschi]
1. Fisco: tassa piatta al 20% . La rivoluzione fiscale è possibile Passaggio progressivo, in 5 anni, ad un'aliquota unica (flat tax) del 20%. Il costo è coperto da una riduzione della spesa pubblica (al netto della spesa per investimenti e per interessi sul debito) dell'1% annuo (5% in 5 anni), il che equivale a dire riduzione della spesa pubblica complessiva, calcolata in rapporto al Pil, dello 0,4% annuo (2% in 5 anni, dal 51 al 49%). Va osservato che:a. queste stime non tengono conto dell'assai verosimile effetto di recupero di gettito legato all'emersione di nuova base imponibile; b. all'aliquota unica si arriverebbe per gradi, per cui fino all'entrata a regime (fino al 5° anno), i costi annualizzati sarebbero anche inferiori; c. va prevista una rimodulazione del sistema delle detrazioni e delle deduzioni, nonché della no tax area, al fine di assicurare il rispetto del principio di progressività sancito dall' art.53 della Costituzione (riduzione delle detrazioni e delle deduzioni per le fasce di reddito più alte, e aumento per le fasce più basse)
2. Federalismo fiscale e competitivo Puntiamo a:-un significativo trasferimento della potestà impositiva dal livello centrale a quello periferico; -possibilità anche di pervenire a diversità di livelli di pressione fiscale locale nei diversi territori, per favorire la competizione
3. Presidenzialismo Presidenzialismo sul modello americano o francese. Una sola Camera con 500 deputati eletti con sistema maggioritario. Abolizione delle province.
4. La "società della scelta" per scuola, sanità e università Credito d'imposta per le spese sanitarie e di istruzione (scuola e università)
5. Privatizzazioni Privatizzazione vera di Rai, Ferrovie, Alitalia, Poste, servizi pubblici locali. Nel primo anno di Governo, José Maria Aznar privatizzò le 29 maggiori aziende pubbliche spagnole.
6. Responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore Responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore: chi sbaglia e arreca un danno, paghi.
7. Semplificazione burocratica e "impresa in un giorno" Apertura immediata delle nuove imprese ed ulteriori sburocratizzazioni
8. Riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali: modello welfare to work Pensioni: età pensionabile a 65 anni per uomini e donne (con salita graduale di un anno ogni due anni, fino ai 65 anni nel 2018: a quel punto, ogni anno ci sarebbe un risparmio di 7 miliardi di euro). Con queste risorse, realizzazione di una vera rete di ammortizzatori sociali: sostituzione dei miseri ammortizzatori esistenti (che tutelano 17 lavoratori licenziati su 100) con un ammortizzatore unico di un anno
9. Statuto dei lavori E' l'idea originaria di Marco Biagi e Tiziano Treu del 1997 che viene ora ripresa dal Libro Verde della Commissione Europea sul futuro del diritto del lavoro (novembre 2006). Regime universale delle tutele minime (compresi gli ammortizzatori).
10. Detassazione del lavoro straordinario e aumenti salariali legati all'andamento dell'azienda Detassazione del lavoro straordinario, rendendo l'operazione conveniente sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Aumenti salariali legati all'andamento dell'azienda: è possibile legare la parte variabile dei salari ai risultati raggiunti e alla produttività.
11. Abolizione del sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti Possibilità per il dipendente di optare per il versamento in proprio dell'imposta senza avvalersi del sostituto.
12. Superamento degli ordini professionali Superamento degli ordini professionali, per rendere più aperto l'accesso alle professioni.
13. Abolizione valore legale titolo di studio e valutazione dei docenti Abolizione del valore legale del titolo di studio, e valutazione dei docenti di ogni ordine e grado (con messa online dei relativi risultati, sul modello inglese).
[Salvatore Abbruzzese, Chiara Battistoni, Annamaria Bernardini De Pace, Stefano Caliciuri, Edoardo Camurri, Daniele Capezzone, Stefano Carluccio, Luigi Castaldi, Giuliano Cazzola, Luigi Crespi, Stefano De Luca, Alessandro De Nicola, Filippo Facci, Gian Maria Fara, Giuliano Gennaio, Guido Gentili, Ettore Gotti Tedeschi, Francesco Grillo, Giordano Bruno Guerri, Michael Ledeen, Vittorio Macioce, Maria Giovanna Maglie, Pio Marconi, Benedetto Marcucci, Carla Martino, Michel Martone, Primo Mastrantoni, Anna Mazzone, Guido Meak, Piero Melograni, Barbara Mennitti, Alberto Mingardi, Daniele Nahum, Francesco Nardi, Giovanni Orsina, Pietro Paganini, Giancarlo Pagliarini, Gaetano Pellicano, Giuseppe Pennisi, Riccardo Pugnalin, Federico Punzi, Giorgio Rebuffa, Andrea Romano, Florindo Rubbettino, Sergio Scalpelli, Alessandra Servidori, Paola Severini, Luca Solari, Carlo Stagnaro, Roberta Tatafiore, Michele Tiraboschi]
Dpef da fine legislatura. Davide Giacalone
Le critiche del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea al Dpef (documento di programmazione economica e finanziaria), approvato all'unanimità dal governo, conquistano le prime pagine, ed è comprensibile. Sono precise e pesanti, oltre che autorevoli. Più modestamente abbiamo sostenuto ed avvertito le stesse cose, naturalmente inascoltati. La domanda da porsi è questa: come si è potuti giungere a questo, come mai gente esperta, come Prodi e Padoa Schioppa, si è messa a pattinare su un terreno così scivoloso?La risposta è: perché si sono giocati la credibilità e si comportano come chi è giunto alla fine della legislatura.
La credibilità è stata infranta prima dal balletto delle comunicazioni, con i due che, arrivati al governo, hanno avvertito dell'esistenza di una voragine nei conti, mentre neanche sei mesi dopo annunciavano l'esistenza di un tesoretto da spendere. Era tutto falso.
La voragine non c'era, ma c'era un impressionante debito pubblico. Il sovragettito fiscale (il tesoretto) c'era, ed era l'opposto del buco, ma era poca cosa rispetto al debito. In virtù del primo annuncio vararono una finanziaria da urlo (di dolore), che aumentava la pressione fiscale ma anche la spesa, faceva male a chi le tasse le paga ma non faceva affatto bene alla cura del debito. In virtù del secondo hanno cominciato a trattare con i sindacati come se ci fosse un bue da spartirsi e non un fagiolo da far durare. Nel frattempo il resto dei ministri sembrava esercitarsi in una scena surreale, alla Fellini nella nebbia o alla De Sica di “Miracolo a Milano”: diamo più soldi ai giovani, agli anziani, alle famiglie, ai singoli, all'Alitalia, agli investimenti, e così via delirando, senza attenzione alcuna alle compatibilità.
Accortosi che la palla aveva preso velocità e scendeva divenendo valanga uno sprovveduto Padoa Schioppa mescolava appelli alla moderazione con frasi fatte da mestierante della politica (tipo: una cosa sono le diete, altra l'anoressia). Solo che gli altri, a quel punto, gli hanno fatto sapere che o se ne sta zitto o può pure andarsene.
Per tenere insieme i cocci scrivono un Dpef che sposta in avanti tutte le pratiche rigorose, tutti i tentativi di riforma e di riconduzione della spesa pubblica alla razionalità, anteponendo, invece, le spese. Questo è il tipico comportamento dei governi democratici allo scadere della legislatura. Si chiama “ciclo elettorale” e sta a significare che le cose dolorose si fanno dopo e non prima delle elezioni. Solo che noi abbiamo appena votato, e la condotta economica del governo è l'esatto opposto delle pretesa di durare cinque anni. Morale: la debolezza politica e la fiacchezza istituzionale, ancora una volta, porteranno danno ai conti, e questi alle tasche degli italiani. Il tutto talmente alla luce del sole che il Fmi e la Commissione non hanno potuto dire altro: fermatevi.
La credibilità è stata infranta prima dal balletto delle comunicazioni, con i due che, arrivati al governo, hanno avvertito dell'esistenza di una voragine nei conti, mentre neanche sei mesi dopo annunciavano l'esistenza di un tesoretto da spendere. Era tutto falso.
La voragine non c'era, ma c'era un impressionante debito pubblico. Il sovragettito fiscale (il tesoretto) c'era, ed era l'opposto del buco, ma era poca cosa rispetto al debito. In virtù del primo annuncio vararono una finanziaria da urlo (di dolore), che aumentava la pressione fiscale ma anche la spesa, faceva male a chi le tasse le paga ma non faceva affatto bene alla cura del debito. In virtù del secondo hanno cominciato a trattare con i sindacati come se ci fosse un bue da spartirsi e non un fagiolo da far durare. Nel frattempo il resto dei ministri sembrava esercitarsi in una scena surreale, alla Fellini nella nebbia o alla De Sica di “Miracolo a Milano”: diamo più soldi ai giovani, agli anziani, alle famiglie, ai singoli, all'Alitalia, agli investimenti, e così via delirando, senza attenzione alcuna alle compatibilità.
Accortosi che la palla aveva preso velocità e scendeva divenendo valanga uno sprovveduto Padoa Schioppa mescolava appelli alla moderazione con frasi fatte da mestierante della politica (tipo: una cosa sono le diete, altra l'anoressia). Solo che gli altri, a quel punto, gli hanno fatto sapere che o se ne sta zitto o può pure andarsene.
Per tenere insieme i cocci scrivono un Dpef che sposta in avanti tutte le pratiche rigorose, tutti i tentativi di riforma e di riconduzione della spesa pubblica alla razionalità, anteponendo, invece, le spese. Questo è il tipico comportamento dei governi democratici allo scadere della legislatura. Si chiama “ciclo elettorale” e sta a significare che le cose dolorose si fanno dopo e non prima delle elezioni. Solo che noi abbiamo appena votato, e la condotta economica del governo è l'esatto opposto delle pretesa di durare cinque anni. Morale: la debolezza politica e la fiacchezza istituzionale, ancora una volta, porteranno danno ai conti, e questi alle tasche degli italiani. Il tutto talmente alla luce del sole che il Fmi e la Commissione non hanno potuto dire altro: fermatevi.
martedì 3 luglio 2007
Le tre cose che servono all'Italia. Giancarlo Pagliarini
http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=140&id_art=4358&aa=2007
Una chiara e precisa analisi economica del nostro Paese da parte dell'ex ministro della Lega.
Una chiara e precisa analisi economica del nostro Paese da parte dell'ex ministro della Lega.
Adesso basta!
Il problema dei rifiuti a Napoli e dintorni deve essere risolto.
Lo Stato perde ogni giorno credibilità quando la popolazione si sente autorizzata alla protesta violenta e alla trasgressione delle normative. Sit-in e cassonetti che bruciano devono essere l'eccezione, non la normalità per un Paese civile.
Lo ribadisco con forza, avendolo già scritto: le istituzioni non possono permettersi di cedere di fronte alla piazza, ma soprattutto devono risolvere i problemi che affliggono la Campania.
Da anni lo smaltimento dei rifiuti è un problema che afflige l'Italia intera e in particolare la Campania: colpa dell'ignavia dei politici, dei ricatti di potere, di falsi ecologismi e mancanza di spirito di servizio.
Lo stesso si può affermare relativamente alla crisi energetica.
Ora è il momento di dire basta. Il centrodestra non può permettersi il lusso di non reagire di fronte a situazioni talmente pesanti da sembrare surreali. Per di più Guido Bertolaso, bravo capo della protezione civile a suo tempo scelto dalla Cdl, sembra impotente e con le mani legate: si dimetta immediatamente e irrevocabilmente, per non fare la fine del capro espiatorio.
La casa delle libertà, o quello che ne rimane, in tutte le sedi, con ogni mezzo, in qualsiasi occasione attacchi senza tregua questo Governo di incapaci e inetti che non riesce a risolvere problemi che vengono elusi da decenni per colpa dei loro amministratori.
Altro che Unipol-Bnl, Visco-Speciale, brogli elettorali, scalone-Padoa Schioppa, Prodi al capolinea e Veltroni ai blocchi di partenza: la vergogna dei rifiuti è la madre di tutte le porcherie della sinistra perché ne mette a nudo i limiti, le connivenze, le ruberie, l'incapacità amministrativa e lo spregio per gli elettori.
Se il centrodestra avesse anche una minima responsabilità in questa faccenda, la sinistra avrebbe suonato la grancassa fino allo sfinimento: allora cerchiamo di non fare i coglioni e cominciamo noi a suonare, forte, molto forte.
Lo Stato perde ogni giorno credibilità quando la popolazione si sente autorizzata alla protesta violenta e alla trasgressione delle normative. Sit-in e cassonetti che bruciano devono essere l'eccezione, non la normalità per un Paese civile.
Lo ribadisco con forza, avendolo già scritto: le istituzioni non possono permettersi di cedere di fronte alla piazza, ma soprattutto devono risolvere i problemi che affliggono la Campania.
Da anni lo smaltimento dei rifiuti è un problema che afflige l'Italia intera e in particolare la Campania: colpa dell'ignavia dei politici, dei ricatti di potere, di falsi ecologismi e mancanza di spirito di servizio.
Lo stesso si può affermare relativamente alla crisi energetica.
Ora è il momento di dire basta. Il centrodestra non può permettersi il lusso di non reagire di fronte a situazioni talmente pesanti da sembrare surreali. Per di più Guido Bertolaso, bravo capo della protezione civile a suo tempo scelto dalla Cdl, sembra impotente e con le mani legate: si dimetta immediatamente e irrevocabilmente, per non fare la fine del capro espiatorio.
La casa delle libertà, o quello che ne rimane, in tutte le sedi, con ogni mezzo, in qualsiasi occasione attacchi senza tregua questo Governo di incapaci e inetti che non riesce a risolvere problemi che vengono elusi da decenni per colpa dei loro amministratori.
Altro che Unipol-Bnl, Visco-Speciale, brogli elettorali, scalone-Padoa Schioppa, Prodi al capolinea e Veltroni ai blocchi di partenza: la vergogna dei rifiuti è la madre di tutte le porcherie della sinistra perché ne mette a nudo i limiti, le connivenze, le ruberie, l'incapacità amministrativa e lo spregio per gli elettori.
Se il centrodestra avesse anche una minima responsabilità in questa faccenda, la sinistra avrebbe suonato la grancassa fino allo sfinimento: allora cerchiamo di non fare i coglioni e cominciamo noi a suonare, forte, molto forte.
Prodi, D'Alema e Dini fanno i furbi con Siria e Iran. Carlo Panella
Il viaggio che Lamberto Dini ha terminato ieri a Damasco e Teheran si tinge sempre più di tinte opportuniste e inaccettabili. Le sue dichiarazioni rese a Damasco sono state scandalose: dopo avere legittimato le misere posizioni di Assad sul Libano e su Hariri ha infatti anche sostenuto che lo sheikh Nasrallah, terrorista e mandante di terroristi, leader di Hezbollah -che detiene ancora due soldati israeliani rapiti- è persona alla cui saggezza ''tutti si inchinano''.Una frase orribile, di totale rottura con Israele, di un opportunismo insultante, erede del peggiore spirito dell'8 settembre italiota.
Anche a Tehran Dini è andato a fare il furbo, non a nome proprio, naturalmente, ma del governo (a Damasco era stato preceduto da D'Alema e Diliberto, un via vai continuo) che vuole dare messaggi inequivocabili ai peggiori regimi canaglia del mondo circa la sua totale disponibilità a dissociarsi dagli Usa, dalla Francia e anche dall'Onu.
A Teheran, Dini ha di nuovo accusato Israele di essere la causa delle tensioni in Medio Oriente per il suo rifiuto a cedere il Golan, ha sposato di nuovo le tesi siriane e -nel momento in cui si discute di nuove sanzioni in sede Onu- ha marcato un sensibile ''distinguo'' dell'Italia rispetto alle posizioni dell'Europa e degli Usa.
Con questi servizi di bassa cucina, Dini pensa di conquistarsi più chances per il prossimo, eventuale governo istituzionale.
E' bene dunque che il centrodestra presti attenzione a questa sua missione di così infimo profilo e si renda conto che se darà il suo assenso ad una nuova premiership di Dini, dovrà assumersi anche il peso della condivisione di posizioni di politica estera di rottura non solo con gli Usa, ma anche con l'Europa.
Anche a Tehran Dini è andato a fare il furbo, non a nome proprio, naturalmente, ma del governo (a Damasco era stato preceduto da D'Alema e Diliberto, un via vai continuo) che vuole dare messaggi inequivocabili ai peggiori regimi canaglia del mondo circa la sua totale disponibilità a dissociarsi dagli Usa, dalla Francia e anche dall'Onu.
A Teheran, Dini ha di nuovo accusato Israele di essere la causa delle tensioni in Medio Oriente per il suo rifiuto a cedere il Golan, ha sposato di nuovo le tesi siriane e -nel momento in cui si discute di nuove sanzioni in sede Onu- ha marcato un sensibile ''distinguo'' dell'Italia rispetto alle posizioni dell'Europa e degli Usa.
Con questi servizi di bassa cucina, Dini pensa di conquistarsi più chances per il prossimo, eventuale governo istituzionale.
E' bene dunque che il centrodestra presti attenzione a questa sua missione di così infimo profilo e si renda conto che se darà il suo assenso ad una nuova premiership di Dini, dovrà assumersi anche il peso della condivisione di posizioni di politica estera di rottura non solo con gli Usa, ma anche con l'Europa.
I liberali incolti e la sinistra dei migliori. Michele Brambilla
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=189984
Quando si dice che l'informazione in Italia è tutta di sinistra...
Quando si dice che l'informazione in Italia è tutta di sinistra...
Si profila la capitolazione del governo. Benedetto Della Vedova
Se l’accordo sulle pensioni fosse quello che si va profilando (58 anni di età ed incentivi), ci troveremmo di fronte ad una vera e propria capitolazione del Governo, alla sostanziale abolizione del cosiddetto “scalone” e alla sua sostituzione con uno “scalone” di spesa pubblica a carico della fiscalità generale.Il meccanismo degli incentivi, poi, è il modo per nascondere l’ennesimo rinvio; infatti, qualora, come è molto probabile, questi non producessero un allungamento reale della vita lavorativa, non scatterebbe nessuna correzione automatica, ma tutto sarebbe ulteriormente affidato ad una nuova trattativa e ai nuovi veti del sindacato. In un paese in cui non si riescono ad attuare le leggi esistenti (si pensi alla questione dei coefficienti di trasformazione), di certo non si può sperare in eventuali leggi future.Ci troviamo dinanzi ad una grave anomalia, che qualche politico e sindacalista irresponsabile presenta come prova di equità: l’Italia è l’unico paese europeo che abbasserà l’età pensionabile, aggravando l’iniquità sociale e generazionale del sistema previdenziale.
lunedì 2 luglio 2007
Il fallimento del multiculturalismo. Stefano Magni
Il multiculturalismo italiano è morto a Brescia. A dire il vero è morto due volte: prima con l'assassinio di Hina Saleem da parte di suo padre e di suo zio (con la complicità dei due cognati), poi con l'apertura del processo agli assassini e le proteste che ne sono seguite. Il primo evento, che risale all'11 agosto del 2006, ha smentito l'utopia della coesistenza pacifica tra culture e ideologie diverse. Hina voleva semplicemente mettere in pratica il sogno dei multiculturalisti: restare musulmana, vivere da donna occidentale libera e sposarsi con un italiano non musulmano. Non è stata respinta o discriminata da altri italiani: è stata uccisa da suo padre, che, a detta dei parenti, era «diventato pazzo» per la relazione di sua figlia, per un comportamento che andava contro la sua visione integralista e intransigente dell'Islam. Dunque: doveva morire e basta. La sua convinzione di aver fatto la cosa giusta è stata confermata dal suo atteggiamento sereno all'udienza preliminare del processo. Gli altri parenti di Hina, anche quelli che non hanno partecipato al delitto, si sono letteralmente «lavati le mani»: la madre è partita al momento giusto e, al momento del processo, non si è costituita parte civile. La comunità pakistana di Brescia si è comportata in modo ambiguo, condannando l'omicidio, ma facendo presente, per bocca del suo portavoce di allora, che «si devono seguire certe regole» se ci si vuole rapportare con i suoi appartenenti.
Questa è già la morte del multiculturalismo, una filosofia che pretende di ottenere una maggior libertà degli individui attraverso la coesistenza di gruppi culturali omogenei al loro interno. Nel momento in cui viene data la massima libertà al gruppo e alle sue regole interne, sono proprio l'individuo e la sua libertà ad essere sacrificati. E' una scelta che non ammette compromessi: o si impone il dominio di una legge che prescrive la libertà dell'individuo (e in questo modo si distruggono i gruppi, con le loro regole interne), o si lascia libertà al gruppo di autoregolarsi (e dunque si nega la libertà ai singoli individui).
Ma il multiculturalismo è stato ucciso una seconda volta nel momento in cui, di fronte al tribunale di Brescia, sono accorse decine di donne e uomini musulmani, da tutte le parti d'Italia, per chiedere giustizia. C'erano le donne di Acmid (donne marocchine italiane), c'era l'imam di Torino, c'erano donne e uomini dall'Egitto, dalla Somalia, da tutti gli angoli del mondo musulmano. E tutti chiedevano una sola cosa: di far rispettare la legge italiana che protegge la vita e la libertà dell'individuo. Tutti hanno protestato, pianto e urlato il loro sdegno quando il tribunale di Brescia non ha accettato Acmid come parte civile e ha accolto la richiesta dei difensori degli imputati per un processo con rito abbreviato. Ora: finché sono gli italiani non musulmani a chiedere il rispetto del diritto italiano, è facile ribattere che si tratti di una «richiesta di parte» che non tiene conto delle altre culture. Ma il fatto che lo chiedano dei musulmani, sia coloro che sono nati in Italia, ma anche quelli che hanno vissuto anni o decenni in paesi islamici, con ancora maggior entusiasmo e determinazione rispetto agli stessi italiani, dimostra proprio che il diritto individuale è veramente universale. E che il multiculturalismo, con la sua enfasi dei «diritti dei gruppi» è veramente fuori dal mondo.
Il diritto è uno, non esistono più diritti. Credere che esistano più diritti, uno per ciascun gruppo, è solo un errore intellettuale che scambia completamente il diritto con l'arbitrio dei capi-gruppo. Se si concede piena libertà ad un gruppo di auto-regolarsi, non si fa altro che concedere piena libertà al suo capo, o ai suoi capi, di disporre a piacimento della vita e della morte dei suoi sottoposti, in violazione di qualsiasi legge. Questo scontro, in Italia, è solo agli inizi. Altrove è già maturato, come in Gran Bretagna, in Olanda e in Francia con esiti veramente drammatici. Ovunque la tolleranza nei confronti degli intolleranti ha provocato omicidi religiosi (Olanda e Francia), attentati (Londra) e insurrezioni (Parigi). In Libano ha causato la guerra civile già nel 1975. Quel che più sconcerta è che il multiculturalismo, come tutte le ideologie, ha la pelle dura. Nonostante tutte le smentite che provengono dalla realtà, questa ideologia continua a farsi strada tra intellettuali e opinion maker, mentre i pentiti sono pochissimi.
Questa è già la morte del multiculturalismo, una filosofia che pretende di ottenere una maggior libertà degli individui attraverso la coesistenza di gruppi culturali omogenei al loro interno. Nel momento in cui viene data la massima libertà al gruppo e alle sue regole interne, sono proprio l'individuo e la sua libertà ad essere sacrificati. E' una scelta che non ammette compromessi: o si impone il dominio di una legge che prescrive la libertà dell'individuo (e in questo modo si distruggono i gruppi, con le loro regole interne), o si lascia libertà al gruppo di autoregolarsi (e dunque si nega la libertà ai singoli individui).
Ma il multiculturalismo è stato ucciso una seconda volta nel momento in cui, di fronte al tribunale di Brescia, sono accorse decine di donne e uomini musulmani, da tutte le parti d'Italia, per chiedere giustizia. C'erano le donne di Acmid (donne marocchine italiane), c'era l'imam di Torino, c'erano donne e uomini dall'Egitto, dalla Somalia, da tutti gli angoli del mondo musulmano. E tutti chiedevano una sola cosa: di far rispettare la legge italiana che protegge la vita e la libertà dell'individuo. Tutti hanno protestato, pianto e urlato il loro sdegno quando il tribunale di Brescia non ha accettato Acmid come parte civile e ha accolto la richiesta dei difensori degli imputati per un processo con rito abbreviato. Ora: finché sono gli italiani non musulmani a chiedere il rispetto del diritto italiano, è facile ribattere che si tratti di una «richiesta di parte» che non tiene conto delle altre culture. Ma il fatto che lo chiedano dei musulmani, sia coloro che sono nati in Italia, ma anche quelli che hanno vissuto anni o decenni in paesi islamici, con ancora maggior entusiasmo e determinazione rispetto agli stessi italiani, dimostra proprio che il diritto individuale è veramente universale. E che il multiculturalismo, con la sua enfasi dei «diritti dei gruppi» è veramente fuori dal mondo.
Il diritto è uno, non esistono più diritti. Credere che esistano più diritti, uno per ciascun gruppo, è solo un errore intellettuale che scambia completamente il diritto con l'arbitrio dei capi-gruppo. Se si concede piena libertà ad un gruppo di auto-regolarsi, non si fa altro che concedere piena libertà al suo capo, o ai suoi capi, di disporre a piacimento della vita e della morte dei suoi sottoposti, in violazione di qualsiasi legge. Questo scontro, in Italia, è solo agli inizi. Altrove è già maturato, come in Gran Bretagna, in Olanda e in Francia con esiti veramente drammatici. Ovunque la tolleranza nei confronti degli intolleranti ha provocato omicidi religiosi (Olanda e Francia), attentati (Londra) e insurrezioni (Parigi). In Libano ha causato la guerra civile già nel 1975. Quel che più sconcerta è che il multiculturalismo, come tutte le ideologie, ha la pelle dura. Nonostante tutte le smentite che provengono dalla realtà, questa ideologia continua a farsi strada tra intellettuali e opinion maker, mentre i pentiti sono pochissimi.
Uso e abuso della carcerazione preventiva. Domenico Giugni e Giuseppe Giliberti
Le cronache delle ultime settimane hanno segnato il ritorno sulle prime pagine dei giornali dei casi giudiziari più discussi degli ultimi tempi. I verbali degli interrogatori di Stefano Ricucci hanno offerto spunto per rilanciare la caccia ai suoi eventuali sponsor politici, con reciproche accuse, da destra e da sinistra, di aver patrocinato le disinvolte scalate del finanziere romano. Quasi contemporaneamente veniva scarcerato, con molto meno clamore rispetto ai giorni dell'arresto, il consulente della commissione Mitrokhin Mario Scaramella, accusato di calunnia e violazione del segreto di Stato. Infine il fotografo Fabrizio Corona, che dopo mesi di carcere a Potenza e a Milano già da qualche tempo si era visto riconoscere il beneficio degli arresti domiciliari, è stato restituito alla piena libertà.
Fuori dal clamore delle varie vicende sottese a questi tre casi, che hanno suscitato la grande curiosità mediatica, merita oggi di essere approfondito un aspetto peculiare che li accomuna tra loro e li lega anche a tante storie meno note: l'enorme durata della carcerazione preveniva cui gli indagati sono stati sottoposti. Stefano Ricucci è stato a Regina Coeli per quasi tre mesi, eppure su di lui pendeva semplicemente l'accusa di aggiotaggio, che, in ogni caso, difficilmente lo porterà in carcere dopo il processo, perché i fatti di cui è accusato sono coperti da indulto. L'indagine per la presunta calunnia aggravata nei confronti di un ufficiale ucraino è addirittura costata a Mario Scaramella una detenzione preventiva di sei mesi, che è probabilmente la più lunga della storia per un reato di questo genere. Ha invece sfiorato i tre mesi la detenzione di Fabrizio Corona, che peraltro, dopo l'arresto, ha man mano visto cadere le più importanti ipotesi accusatorie nei suoi confronti.
A fronte di queste carcerazioni record, risuona l'eco sinistra di una frase pronunciata proprio da Stefano Ricucci nei giorni della sua detenzione: «Direi di tutto per uscire di cella!». E' chiaro, infatti, che i tre personaggi coinvolti nelle vicende richiamate non hanno commesso reati gravi e non esprimono una minaccia alla regolare convivenza sociale. Né può ritenersi, senza immaginare un'inspiegabile inerzia degli inquirenti, che il pericolo di inquinamento delle prove si sia protratto così a lungo, per tutto il periodo della detenzione. A dispetto di ogni regola di procedura penale, la durata della carcerazione preventiva non è, quindi, proporzionata alla gravità del reato, alla pericolosità sociale del presunto colpevole o all'effettiva sussistenza del pericolo di inquinamento delle prove. E' piuttosto legata al tentativo del magistrato di estorcere ad un indagato sfiancato da mesi di carcere una confessione o, meglio, delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di terze persone.
La vera colpa di Ricucci, Corona e Scaramella, quella che in definitiva ha tenuto tutti e tre in carcere così a lungo, è stata con ogni probabilità quella di non aver immediatamente riferito agli inquirenti le esatte parole che volevano ascoltare. Non è allora retorico domandarsi quanto tempo può essere necessario ad un comune indagato per venir fuori dall'incubo del carcere preventivo, senza il clamore mediatico che ha affiancato questi casi.
Fuori dal clamore delle varie vicende sottese a questi tre casi, che hanno suscitato la grande curiosità mediatica, merita oggi di essere approfondito un aspetto peculiare che li accomuna tra loro e li lega anche a tante storie meno note: l'enorme durata della carcerazione preveniva cui gli indagati sono stati sottoposti. Stefano Ricucci è stato a Regina Coeli per quasi tre mesi, eppure su di lui pendeva semplicemente l'accusa di aggiotaggio, che, in ogni caso, difficilmente lo porterà in carcere dopo il processo, perché i fatti di cui è accusato sono coperti da indulto. L'indagine per la presunta calunnia aggravata nei confronti di un ufficiale ucraino è addirittura costata a Mario Scaramella una detenzione preventiva di sei mesi, che è probabilmente la più lunga della storia per un reato di questo genere. Ha invece sfiorato i tre mesi la detenzione di Fabrizio Corona, che peraltro, dopo l'arresto, ha man mano visto cadere le più importanti ipotesi accusatorie nei suoi confronti.
A fronte di queste carcerazioni record, risuona l'eco sinistra di una frase pronunciata proprio da Stefano Ricucci nei giorni della sua detenzione: «Direi di tutto per uscire di cella!». E' chiaro, infatti, che i tre personaggi coinvolti nelle vicende richiamate non hanno commesso reati gravi e non esprimono una minaccia alla regolare convivenza sociale. Né può ritenersi, senza immaginare un'inspiegabile inerzia degli inquirenti, che il pericolo di inquinamento delle prove si sia protratto così a lungo, per tutto il periodo della detenzione. A dispetto di ogni regola di procedura penale, la durata della carcerazione preventiva non è, quindi, proporzionata alla gravità del reato, alla pericolosità sociale del presunto colpevole o all'effettiva sussistenza del pericolo di inquinamento delle prove. E' piuttosto legata al tentativo del magistrato di estorcere ad un indagato sfiancato da mesi di carcere una confessione o, meglio, delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di terze persone.
La vera colpa di Ricucci, Corona e Scaramella, quella che in definitiva ha tenuto tutti e tre in carcere così a lungo, è stata con ogni probabilità quella di non aver immediatamente riferito agli inquirenti le esatte parole che volevano ascoltare. Non è allora retorico domandarsi quanto tempo può essere necessario ad un comune indagato per venir fuori dall'incubo del carcere preventivo, senza il clamore mediatico che ha affiancato questi casi.
Uno sguardo al futuro. Francesco Blasilli
“Mi sembra che non abbia intenzione di far correre altri”, così Veltroni a proposito di Berlusconi e delle politiche del 2011. “Potrebbe far breccia l'immagine del nonno d'Italia, le cui ammaccature lo rendono più simpatico”, queste le parole del segretario dicci Gianfranco Rotondi, sempre in riferimento al Cavaliere. Tutti concordi che l'uomo di Arcore a farsi da parte non ci pensa nemmeno, ma uno sguardo al post Berlusconi bisogna pur darlo, visto che a sinistra è stato già deciso che il post Prodi avrà le sembianze di Veltroni. Per ora non se ne è mai parlato concretamente (nonostante il lancio in grande stile del fenomeno Brambilla che però sembra destinato a rimanere tale), ma se il Governo reggesse fino alla fine del mandato, Berlusconi sarebbe, probabilmente, troppo in là con l'età. Ed allora ecco una schiera di candidati pronti a guidare la Cdl, tutta gente che è già stata accostata a questo ruolo: non è un caso infatti che l'ascesa della Brambilla abbia fatto innervosire, e non poco, Tremonti. Non è un caso che Casini abbia scelto di mettersi in contrapposizione a Berlusconi e che Fini, invece, abbia preferito tenere un profilo basso, allontanandosi, anno dopo anno, dal suo passato.
Sette, secondo noi, i possibili eredi, giudicati con l'aiuto di chi osserva la politica per mestiere: Luigi Crespi, sondaggista di Ekma e Mario Rodriguez, docente di Comunicazione Politica. Abbiamo chiesto di parlarci dei “pro”, dei “contro” e del possibile impatto mediatico di ognuno di loro, perché con Veltroni la sfida sarà a colpi di flash, conferenze stampa e apparizioni tv. Alla fine, però, il risultato è stato pressoché univoco: Berlusconi non ha eredi. “Nessuno è capace di raccogliere i voti di Berlusconi – sottolinea Crespi – così come Alessandro Magno vide sgretolarsi il suo impero dopo la sua scomparsa: tutti i grandi uomini storici non sono interessati a costruire un proprio successore”. “Berlusconi – replica Rodriguez – è un uomo di una vitalità eccezionale, che non pensa assolutamente al dopo; anche in azienda, a parte i figli, non è che abbia mai pensato a mettere qualche manager che gestisca dopo di lui, come, per esempio, ha fatto il signor Ikea. Berlusconi deve sempre comandare, nel calcio come nella politica”.Noi, però, ci abbiamo provato comunque. Proponendo i nomi più classici come Fini, Casini, Formigoni e Tremonti, un outsider come il Governatore del Veneto Galan e due donne completamente agli antipodi come l'austera Moratti e l'esplosiva Brambilla. Ed alla fine, a dispetto di un'esposizione mediatica clamorosa, è proprio la “rossa” di Lecco ad essere ritenuta la meno credibile. Mentre Formigoni, seppure con qualche riserva, sembra quello avere gli attributi migliori per guidare una Cdl orfana di Berlusconi.
“Secondo me – spiega Rodriguez – Fini, Casini e Tremonti, in questo ordine, sono quelli che hanno le maggiori chance”. Secondo Crespi, invece, vince per distacco Formigoni “perché ha i pregi di Casini, senza averne i difetti”. Galan, invece, viene giudicato all'unisono poco conosciuto, mentre su Tremonti c'è concordanza nel sottolineare la sua arroganza, ma se per Rodriguez è credibile, per Crespi non ha alcuna chance. Giudizi contrastanti anche su Fini, mentre Casini, seppure per entrambi “po' troppo leggero”, si merita comunque una sufficienza piena. Inevitabile allora cercare alternative anche al di fuori delle sette proposte. “Deve essere sicuramente un giovane – conclude Crespi – perché Berlusconi alla sua età sarebbe ottimo per fare il presidente della Repubblica, quello è il ruolo per i nonnetti. Credo che in Forza Italia ci sia più di qualche giovane dinamico capace di raccogliere l'eredità di Berlusconi, che magari ancora non è conosciuto al grande pubblico”. “Credo – conclude Rodriguez – che la strada da ripercorrere sia quella di Berlusconi stesso, anche se non escluderei un Mario Monti o un Mario Draghi”. Inutile aggiungere che nella testa di Berlusconi c'è un solo pensiero: palazzo Chigi e la sfida con Veltroni. Altro che erede.
Gianfranco Fini
Data di nascita:3 gennaio 1952
Luogo di nascita:Bologna
Professione:Presidente Alleanza Nazionale
VOTO
Crespi: 4
Rodriguez: 7
PRO
Crespi:“è un uomo credibile”.
Rodriguez: “é indubbiamente un buon politico”.
CONTRO
Crespi: “Non riesce a comunicare umanità”.
Rodriguez: “Il suo passato”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “è un uomo incapace di unire, visto che tutta la sua attività politica è stata fatta a strappi. Non riesce a tenere unito il suo partito, figuriamoci una coalizione. Questo, da un punto di vista comunicativo, non è positivo”.
Rodriguez: “Non è male. E' sempre molto equilibrato”.
Michela Vittoria Brambilla
Data di nascita:26 ottobre 1967
Luogo di nascita:Lecco
Professione:Presidente Giovani Confcommercio
VOTO
Crespi: 2
Rodriguez: 2
PRO
Crespi: “Coraggiosa e incosciente”.
Rodriguez: “Fa audience, e questo genera altra audience”.
CONTRO
Crespi: “Totalmente inconsistente e impreparata, non è credibile”.
Rodriguez: “Esprime una totale fragilità politica”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Devastante, stile Vanna Marchi”.
Rodriguez: “Buono, ma nelle pagine dello spettacolo”.
Pierferdinando Casini
Data di nascita:3 dicembre 1955
Luogo di nascita:Bologna
Professione:Leader dell’Udc
VOTO
Crespi: 6
Rodriguez 6,5
PRO
Crespi: “Ha un'umanità densa, che la gente riesce a percepire”.
Rodriguez: “Il suo passato, è uno veramente di centro”.
CONTRO
Crespi: “E' leggero, poco consistente”.
Rodriguez: “La sua leggerezza, sembra un eterno attor giovane”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Buono, ma ci si può lavorare sopra, perché ha ottime possibilità di migliorare”.
Rodriguez: “Anche in questo settore, mi sembra un po' troppo leggero”.
Letizia Moratti
Data di nascita:26 novembre 1949
Luogo di nascita:Milano
Professione:Sindaco di Milano
VOTO
Crespi: 5
Rodriguez: 3
PRO
Crespi: “E' una persona affidabile e seria”.
Rodriguez: “La sua famiglia”.
CONTRO
Crespi: “E' fredda e finta”.
Rodriguez: “Non mi sembra credibile”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Buono, perché è una donna, anche se rappresenta un modello maschile”.
Rodriguez: “Buono, ma nelle pagine di costume, in quelle politiche non si è ancora accreditata. Nessuno ricorda un suo ragionamento politico”.
Roberto Formigoni
Data di nascita:30 marzo 1947
Luogo di nascita:Lecco
Professione:Presidente regione Lombardia
VOTO
Crespi: 7
Rodriguez: 5,5
PRO
Crespi: “Competente e credibile. E non è stato corroso dal conflitto con Berlusconi, come nel caso di Casini”.
Rodriguez: “Ha tutte le carte in regola: ex Dc, sufficientemente autonomo da Berlusconi e una grande esperienza amministrativa”.
CONTRO
Crespi: “Ha una immagine confusa: è carente di trasparenza”.
Rodriguez: “Non partecipa al dibattito nazionale e non riesce ad emergere: è un po' come Godot, non arriva mai”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Perfetto e ineccepibile”.
Rodriguez: “Non l'abbiamo ancor visto, dunque non si può giudicare. Non si è speso, può sembrare un uomo nuovo, ma non lo è”.
Giancarlo Galan
Data di nascita:10 settembre 1956
Luogo di nascita:Padova
Professione:Presidente Regione Veneto
VOTO
Crespi: 5,5
Rodriguez: 4
PRO
Crespi: “Appare umanamente consistente ed ha governato bene”.
Rodriguez: “Ha fatto una buona esperienza amministrativa”.
CONTRO
Crespi: “Ha una dimensione molto locale e amministrativa, ma poco politico-nazionale”.
Rodriguez “Non è che abbia fatto cose eccezionali e soprattutto rimane un uomo di Publitalia: finisce con Berlusconi”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “E' tutto da costruire, è un outsider. Ma sarebbe capace di riagganciare il nord”.
Rodriguez: “Nessuno lo ha mai visto in tv: giusto qualche foto in barca quando va a pesca”.
Giulio Tremonti
Data di nascita:18 agosto 1947
Luogo di nascita:Sondrio
Professione:Vicepresidente Forza Italia
VOTO
Crespi: 0
Rodriguez: 6
PRO
Crespi: “La sua competenza”.
Rodriguez: “E' lumbard e per questo è riconosciuto come interlocutore dalla Lega”.
CONTRO
Crespi: “E' antipatico e arrogante. Ma soprattutto non puoi fare il leader con quella voce”.
Rodriguez: “E' un po' acido e sprezzante: insomma non si fa amare”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “E' un'impresa impossibile renderlo presentabile. Lui è un tecnico e non si è mai liberato di quella dimensione: non ha il carisma necessario”.
Rodriguez: “E' troppo aggressivo, tutto il contrario di Veltroni”.
Sette, secondo noi, i possibili eredi, giudicati con l'aiuto di chi osserva la politica per mestiere: Luigi Crespi, sondaggista di Ekma e Mario Rodriguez, docente di Comunicazione Politica. Abbiamo chiesto di parlarci dei “pro”, dei “contro” e del possibile impatto mediatico di ognuno di loro, perché con Veltroni la sfida sarà a colpi di flash, conferenze stampa e apparizioni tv. Alla fine, però, il risultato è stato pressoché univoco: Berlusconi non ha eredi. “Nessuno è capace di raccogliere i voti di Berlusconi – sottolinea Crespi – così come Alessandro Magno vide sgretolarsi il suo impero dopo la sua scomparsa: tutti i grandi uomini storici non sono interessati a costruire un proprio successore”. “Berlusconi – replica Rodriguez – è un uomo di una vitalità eccezionale, che non pensa assolutamente al dopo; anche in azienda, a parte i figli, non è che abbia mai pensato a mettere qualche manager che gestisca dopo di lui, come, per esempio, ha fatto il signor Ikea. Berlusconi deve sempre comandare, nel calcio come nella politica”.Noi, però, ci abbiamo provato comunque. Proponendo i nomi più classici come Fini, Casini, Formigoni e Tremonti, un outsider come il Governatore del Veneto Galan e due donne completamente agli antipodi come l'austera Moratti e l'esplosiva Brambilla. Ed alla fine, a dispetto di un'esposizione mediatica clamorosa, è proprio la “rossa” di Lecco ad essere ritenuta la meno credibile. Mentre Formigoni, seppure con qualche riserva, sembra quello avere gli attributi migliori per guidare una Cdl orfana di Berlusconi.
“Secondo me – spiega Rodriguez – Fini, Casini e Tremonti, in questo ordine, sono quelli che hanno le maggiori chance”. Secondo Crespi, invece, vince per distacco Formigoni “perché ha i pregi di Casini, senza averne i difetti”. Galan, invece, viene giudicato all'unisono poco conosciuto, mentre su Tremonti c'è concordanza nel sottolineare la sua arroganza, ma se per Rodriguez è credibile, per Crespi non ha alcuna chance. Giudizi contrastanti anche su Fini, mentre Casini, seppure per entrambi “po' troppo leggero”, si merita comunque una sufficienza piena. Inevitabile allora cercare alternative anche al di fuori delle sette proposte. “Deve essere sicuramente un giovane – conclude Crespi – perché Berlusconi alla sua età sarebbe ottimo per fare il presidente della Repubblica, quello è il ruolo per i nonnetti. Credo che in Forza Italia ci sia più di qualche giovane dinamico capace di raccogliere l'eredità di Berlusconi, che magari ancora non è conosciuto al grande pubblico”. “Credo – conclude Rodriguez – che la strada da ripercorrere sia quella di Berlusconi stesso, anche se non escluderei un Mario Monti o un Mario Draghi”. Inutile aggiungere che nella testa di Berlusconi c'è un solo pensiero: palazzo Chigi e la sfida con Veltroni. Altro che erede.
Gianfranco Fini
Data di nascita:3 gennaio 1952
Luogo di nascita:Bologna
Professione:Presidente Alleanza Nazionale
VOTO
Crespi: 4
Rodriguez: 7
PRO
Crespi:“è un uomo credibile”.
Rodriguez: “é indubbiamente un buon politico”.
CONTRO
Crespi: “Non riesce a comunicare umanità”.
Rodriguez: “Il suo passato”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “è un uomo incapace di unire, visto che tutta la sua attività politica è stata fatta a strappi. Non riesce a tenere unito il suo partito, figuriamoci una coalizione. Questo, da un punto di vista comunicativo, non è positivo”.
Rodriguez: “Non è male. E' sempre molto equilibrato”.
Michela Vittoria Brambilla
Data di nascita:26 ottobre 1967
Luogo di nascita:Lecco
Professione:Presidente Giovani Confcommercio
VOTO
Crespi: 2
Rodriguez: 2
PRO
Crespi: “Coraggiosa e incosciente”.
Rodriguez: “Fa audience, e questo genera altra audience”.
CONTRO
Crespi: “Totalmente inconsistente e impreparata, non è credibile”.
Rodriguez: “Esprime una totale fragilità politica”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Devastante, stile Vanna Marchi”.
Rodriguez: “Buono, ma nelle pagine dello spettacolo”.
Pierferdinando Casini
Data di nascita:3 dicembre 1955
Luogo di nascita:Bologna
Professione:Leader dell’Udc
VOTO
Crespi: 6
Rodriguez 6,5
PRO
Crespi: “Ha un'umanità densa, che la gente riesce a percepire”.
Rodriguez: “Il suo passato, è uno veramente di centro”.
CONTRO
Crespi: “E' leggero, poco consistente”.
Rodriguez: “La sua leggerezza, sembra un eterno attor giovane”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Buono, ma ci si può lavorare sopra, perché ha ottime possibilità di migliorare”.
Rodriguez: “Anche in questo settore, mi sembra un po' troppo leggero”.
Letizia Moratti
Data di nascita:26 novembre 1949
Luogo di nascita:Milano
Professione:Sindaco di Milano
VOTO
Crespi: 5
Rodriguez: 3
PRO
Crespi: “E' una persona affidabile e seria”.
Rodriguez: “La sua famiglia”.
CONTRO
Crespi: “E' fredda e finta”.
Rodriguez: “Non mi sembra credibile”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Buono, perché è una donna, anche se rappresenta un modello maschile”.
Rodriguez: “Buono, ma nelle pagine di costume, in quelle politiche non si è ancora accreditata. Nessuno ricorda un suo ragionamento politico”.
Roberto Formigoni
Data di nascita:30 marzo 1947
Luogo di nascita:Lecco
Professione:Presidente regione Lombardia
VOTO
Crespi: 7
Rodriguez: 5,5
PRO
Crespi: “Competente e credibile. E non è stato corroso dal conflitto con Berlusconi, come nel caso di Casini”.
Rodriguez: “Ha tutte le carte in regola: ex Dc, sufficientemente autonomo da Berlusconi e una grande esperienza amministrativa”.
CONTRO
Crespi: “Ha una immagine confusa: è carente di trasparenza”.
Rodriguez: “Non partecipa al dibattito nazionale e non riesce ad emergere: è un po' come Godot, non arriva mai”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “Perfetto e ineccepibile”.
Rodriguez: “Non l'abbiamo ancor visto, dunque non si può giudicare. Non si è speso, può sembrare un uomo nuovo, ma non lo è”.
Giancarlo Galan
Data di nascita:10 settembre 1956
Luogo di nascita:Padova
Professione:Presidente Regione Veneto
VOTO
Crespi: 5,5
Rodriguez: 4
PRO
Crespi: “Appare umanamente consistente ed ha governato bene”.
Rodriguez: “Ha fatto una buona esperienza amministrativa”.
CONTRO
Crespi: “Ha una dimensione molto locale e amministrativa, ma poco politico-nazionale”.
Rodriguez “Non è che abbia fatto cose eccezionali e soprattutto rimane un uomo di Publitalia: finisce con Berlusconi”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “E' tutto da costruire, è un outsider. Ma sarebbe capace di riagganciare il nord”.
Rodriguez: “Nessuno lo ha mai visto in tv: giusto qualche foto in barca quando va a pesca”.
Giulio Tremonti
Data di nascita:18 agosto 1947
Luogo di nascita:Sondrio
Professione:Vicepresidente Forza Italia
VOTO
Crespi: 0
Rodriguez: 6
PRO
Crespi: “La sua competenza”.
Rodriguez: “E' lumbard e per questo è riconosciuto come interlocutore dalla Lega”.
CONTRO
Crespi: “E' antipatico e arrogante. Ma soprattutto non puoi fare il leader con quella voce”.
Rodriguez: “E' un po' acido e sprezzante: insomma non si fa amare”.
RAPPORTO CON I MEDIA
Crespi: “E' un'impresa impossibile renderlo presentabile. Lui è un tecnico e non si è mai liberato di quella dimensione: non ha il carisma necessario”.
Rodriguez: “E' troppo aggressivo, tutto il contrario di Veltroni”.
venerdì 29 giugno 2007
Lezione di giornalismo. Maurizio Belpietro
Il caso Visco-Speciale è davvero esemplare perché insegna a tutti – anche a noi del Giornale – qualcosa da non dimenticare: se il potere si fa arrogante e minaccioso, la stampa non deve mai farsi intimidire. I nostri lettori ricorderanno le accuse che dal centrosinistra furono lanciate al Giornale perché osò raccontare la storia delle pressioni di Visco sul comandante generale della Guardia di Finanza. Liquidarono la nostra inchiesta come «spazzatura» da catalogare alla voce «è una campagna orchestrata contro il governo». Autorevoli esponenti della procura di Milano (che per prima si era occupata del caso, archiviandolo per mancanza di «potenti» indizi) spiegarono che si trattava di un’inchiesta giornalistica dettata dalla «campagna elettorale in corso». Bene, poche settimane dopo, l’onorevole professore e viceministro dell’Economia Vincenzo Visco finisce sotto indagine a Roma per «abuso d’ufficio e minacce» nei confronti del Comandante delle Fiamme Gialle Roberto Speciale. L’inchiesta è in corso, Visco ha parlato per due ore e mezzo esponendo la sua verità e non sarà certo il Giornale a tradire il suo spirito garantista per un Visco qualsiasi. Fino a prova contraria, come Corona, come Ricucci, come Fiorani, deve essere ritenuto innocente. Ma una cosa vogliamo far notare a chi sputava sentenze sul nostro lavoro giornalistico: il caso Visco-Guardia di Finanza meritava di essere raccontato e soprattutto indagato dalla magistratura.
giovedì 28 giugno 2007
E lo show propaganda diventa un Carosello. Luca Telese
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=188857&START=0&2col=
La scenografia del Lingotto per il discorso di Valter Veltroni.
La scenografia del Lingotto per il discorso di Valter Veltroni.
Radiato Radicale. Christian Rocca
Domenica prossima la rassegna stampa di Radio radicale non sarà più condotta da Daniele Capezzone, al quale tra oggi e domani sarà comunicato ufficialmente che la sua ormai abituale trasmissione di lettura dei giornali domenicali non è più gradita. Questo capiterà a due giorni dal lancio della nuova avventura politica capezzoniana, un network di cui ancora non si conoscono né nome né simbolo né proposte, ma che ai radicali di stretta osservanza pannelliana pare con ogni evidenza un’eresia.
“Non se ne può più – dice al Foglio il direttore della radio Massimo Bordin, uno che dentro il partito ha fama di difensore di Capezzone – la rassegna stampa e Radio radicale non possono diventare la cartina di tornasole del rapporto tra Daniele e il partito, sono altre le sedi e gli strumenti del confronto e del dibattito, ma Capezzone non partecipa più alle riunioni degli organi di cui è ancora membro e usa la radio per dire che è necessario superare tutti i partiti, compresi i radicali”. Così Bordin ha deciso che chiederà “a qualcun altro di leggere i giornali” a partire da domenica prossima, perché “Daniele non può condurre una campagna politica contro i radicali, costruire un network politico senza i radicali e farlo addirittura dai microfoni della radio proprio nei giorni in cui c’è la riunione del Comitato nazionale”.
Capezzone ha appreso del licenziamento dal Foglio, pochi minuti prima di un dibattito milanese con Pietro Ichino: “Mi spiace e mi addolora questa prova di zelo di Massimo Bordin, soprattutto perché proviene da una persona che stimo che in questi mesi mi ha difeso, cosa di cui non mi stancherò di ringraziarlo. A me non è stato ancora detto niente, non sento Bordin da quattro settimane, quando mi ha comunicato la cancellazione dell’intervista settimanale che solitamente seguiva la lettura dei giornali”. Fatto il riassunto delle parole di Bordin, Capezzone replica: “Mi paiono argomenti fragili, una scusa bella e buona, diciamo che la prossima volta che alla radio parleranno di bavagli, ci sarà da ridere”. Non che Capezzone non se l’aspettasse, visto che da quattro settimane conclude con un “Arisentirci a domenica prossima, speriamo”. Sei mesi fa Bordin aveva pubblicamente difeso Capezzone dall’ira pannelliana che, in diretta radiofonica, aveva suggerito al direttore di togliere lo spazio settimanale al ribelle Capezzone. Bordin disse che non era il caso e che, semmai, avrebbe dovuto essere l’editore ad assumersi la responsabilità del licenziamento. Capezzone ringraziò, ma ora secondo Bordin lo scontro interno è diventato troppo spiacevole: “Non c’è nessuna censura, tanto che sono giorni che proviamo a intervistare Daniele, ma lui rifiuta”. Sei mesi fa, racconta Bordin, Pannella “non si è imposto” e Capezzone ha continuato tranquillamente a condurre la rassegna stampa: “Ma ora ad andarci di mezzo è Radio radicale, così ho fatto lo sforzo di impormi io all’editore e di prendere la decisione. Francamente non se ne poteva più”.
In sei mesi tra l’ex segretario e il suo partito non sono state affatto rose e fiori, con Capezzone a parlare di mobbing nei suoi confronti e con Pannella (ed Emma Bonino e Marco Cappato) a sparare a pallettoni sul frazionismo capezzoniano. Bordin provava a mediare, per quanto la cosa coinvolgesse la radio: “Sono dispiaciuto – dice Bordin – anche perché l’analisi e la lettura della situazione politica tra Daniele e i radicali non è così diversa, al di là delle reciproche sgradevolezze che certo non sono mancate”.
In realtà Capezzone è sempre più scettico, per usare un eufemismo, di Romano Prodi e del suo governo, fino a essersi astenuto all’ultimo voto di fiducia, mentre Pannella e Bonino sono gli autonominati “ultimi giapponesi di Prodi”, anche se l’altro ieri proprio ultimissimi non sono sembrati, quando – con toni capezzoniani – hanno criticato la decisione del governo di cancellare lo scalone pensionistico. Capezzone incassa e rilancia: “Continuano a sbagliare analisi, si sono appellati a Prodi, come se fosse la vittima e non il problema”. Come finirà è difficile dirlo, visto che Pannella fa di tutto perché Capezzone lasci la ditta e Capezzone non si muove nemmeno con le bombe (“va detto – riconosce Bordin – che in questo Daniele è bravissimo”). Ci saranno certamente altre puntate di Casa Pannella, come sempre live su Radio radicale, in attesa della nascita del misterioso network prevista per il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana dagli inglesi e, forse, di quella capezzoniana dai radicali.
“Non se ne può più – dice al Foglio il direttore della radio Massimo Bordin, uno che dentro il partito ha fama di difensore di Capezzone – la rassegna stampa e Radio radicale non possono diventare la cartina di tornasole del rapporto tra Daniele e il partito, sono altre le sedi e gli strumenti del confronto e del dibattito, ma Capezzone non partecipa più alle riunioni degli organi di cui è ancora membro e usa la radio per dire che è necessario superare tutti i partiti, compresi i radicali”. Così Bordin ha deciso che chiederà “a qualcun altro di leggere i giornali” a partire da domenica prossima, perché “Daniele non può condurre una campagna politica contro i radicali, costruire un network politico senza i radicali e farlo addirittura dai microfoni della radio proprio nei giorni in cui c’è la riunione del Comitato nazionale”.
Capezzone ha appreso del licenziamento dal Foglio, pochi minuti prima di un dibattito milanese con Pietro Ichino: “Mi spiace e mi addolora questa prova di zelo di Massimo Bordin, soprattutto perché proviene da una persona che stimo che in questi mesi mi ha difeso, cosa di cui non mi stancherò di ringraziarlo. A me non è stato ancora detto niente, non sento Bordin da quattro settimane, quando mi ha comunicato la cancellazione dell’intervista settimanale che solitamente seguiva la lettura dei giornali”. Fatto il riassunto delle parole di Bordin, Capezzone replica: “Mi paiono argomenti fragili, una scusa bella e buona, diciamo che la prossima volta che alla radio parleranno di bavagli, ci sarà da ridere”. Non che Capezzone non se l’aspettasse, visto che da quattro settimane conclude con un “Arisentirci a domenica prossima, speriamo”. Sei mesi fa Bordin aveva pubblicamente difeso Capezzone dall’ira pannelliana che, in diretta radiofonica, aveva suggerito al direttore di togliere lo spazio settimanale al ribelle Capezzone. Bordin disse che non era il caso e che, semmai, avrebbe dovuto essere l’editore ad assumersi la responsabilità del licenziamento. Capezzone ringraziò, ma ora secondo Bordin lo scontro interno è diventato troppo spiacevole: “Non c’è nessuna censura, tanto che sono giorni che proviamo a intervistare Daniele, ma lui rifiuta”. Sei mesi fa, racconta Bordin, Pannella “non si è imposto” e Capezzone ha continuato tranquillamente a condurre la rassegna stampa: “Ma ora ad andarci di mezzo è Radio radicale, così ho fatto lo sforzo di impormi io all’editore e di prendere la decisione. Francamente non se ne poteva più”.
In sei mesi tra l’ex segretario e il suo partito non sono state affatto rose e fiori, con Capezzone a parlare di mobbing nei suoi confronti e con Pannella (ed Emma Bonino e Marco Cappato) a sparare a pallettoni sul frazionismo capezzoniano. Bordin provava a mediare, per quanto la cosa coinvolgesse la radio: “Sono dispiaciuto – dice Bordin – anche perché l’analisi e la lettura della situazione politica tra Daniele e i radicali non è così diversa, al di là delle reciproche sgradevolezze che certo non sono mancate”.
In realtà Capezzone è sempre più scettico, per usare un eufemismo, di Romano Prodi e del suo governo, fino a essersi astenuto all’ultimo voto di fiducia, mentre Pannella e Bonino sono gli autonominati “ultimi giapponesi di Prodi”, anche se l’altro ieri proprio ultimissimi non sono sembrati, quando – con toni capezzoniani – hanno criticato la decisione del governo di cancellare lo scalone pensionistico. Capezzone incassa e rilancia: “Continuano a sbagliare analisi, si sono appellati a Prodi, come se fosse la vittima e non il problema”. Come finirà è difficile dirlo, visto che Pannella fa di tutto perché Capezzone lasci la ditta e Capezzone non si muove nemmeno con le bombe (“va detto – riconosce Bordin – che in questo Daniele è bravissimo”). Ci saranno certamente altre puntate di Casa Pannella, come sempre live su Radio radicale, in attesa della nascita del misterioso network prevista per il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana dagli inglesi e, forse, di quella capezzoniana dai radicali.
martedì 26 giugno 2007
Due consigli a Walter Veltroni. Christian Rocca
Veltroni potrà vincere la scommessa del Partito democratico solo se metterà nel conto l’ipotesi di perderla. Se si limiterà, invece, a presentarsi al paese come la versione contemporanea di Prodi, o come il profeta ecumenico del voler tenere tutto insieme, la scommessa sarà bella che persa prima ancora di cominciare. Certo, visto il dramma dell’altra parte, Veltroni potrebbe ugualmente vincere le elezioni, ma una volta a Palazzo Chigi non ci sarebbe alcuna differenza con il paradossale governo attuale, se non la figata di avere un premier capace di parlare di telefilm americani, di jazz e di basket Nba. Per vincere la scommessa, Veltroni dovrebbe fare una sola cosa, anzi due. E dovrebbe farle subito, domani stesso, al momento dell’accettazione oligarchica della sua candidatura. Dovrebbe dire, anzi giurare, che il nuovo Partito democratico non farà alleanze elettorali con la sinistra radicale, né con i due partiti comunisti, né con i verdi ex democrazia proletaria, né con gli ex compagni mussiani che hanno lasciato i Ds per non aderire al Partito democratico. Subito dopo, dovrebbe offrire a Berlusconi un patto tra gentiluomini: io non mi alleo con gli illiberali di sinistra, tu corri senza la Lega e le frattaglie fasciste. Una cosa da paese normale, per usare uno slogan dalemiano. Viceversa non si capirebbe la novità di un progetto politico che al momento del voto, cioè nell’unico momento che conta, tornasse ad abbracciare il passato. Questo alzare la posta per vincere davvero la scommessa, Nicolas Sarkozy l’ha definita “rupture”, “rottura”, proprio quest’anno. Tony Blair l’ha chiamata “New Labour” nel 1996. La sinistra tedesca “Godesberg Program” addirittura nel 1959, mentre era il 1947 quando i democratici americani Eleanor Roosevelt, Arthur Schlesinger e John Kenneth Galbraith lanciarono gli “Americans for Democratic Actions”.Dopo i fallimenti dalemiani, Veltroni è l’unico in grado di poter far partire una rottura italiana, malgrado finora sia stato l’emblema di una politica fondata sul democristianissimo principio del “molti amici, molto onore”. La tattica piccista del “nessun nemico a sinistra”, dovrebbe essere sostituita con il principio del “tantissimi nemici, soprattutto a sinistra”. Questo non vuol dire che Veltroni debba andare oltre la sinistra, anche perché come diceva Max D’Alema a proposito del saggio “Oltre la sinistra” di Nando Adornato, “oltre la sinistra c’è solo la destra”. Deve, però, evitare che il Partito democratico diventi la realizzazione, trent’anni dopo, del Compromesso storico, una delle stagioni più fallimentari della nostra Repubblica. Oggi il Partito democratico è il tentativo di fondere la tradizione italocomunista con quella democristiana, i due principali motivi per cui siamo nella situazione disperata in cui ci troviamo. Veltroni potrà vincere la scommessa se proverà a invertire questa direzione e se inviterà gli altri fondatori a stare con lui, oppure a presentare programma e leader alternativi. Chi ha paura che senza la sinistra illiberale non si potrà mai vincere, non si rende conto di quanti consensi si potranno conquistare altrove. E poi, come canta il filosofo di riferimento di Veltroni, non è mica da questi particolari che si giudica un leader, un leader lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
lunedì 25 giugno 2007
La beffa del metodo Epifani. Carlo Lottieri
La frase pronunciata l’altro giorno da Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, è destinata a restare negli annali. Impegnato in un’importante trattativa sulla riforma del sistema previdenziale, al cui sfascio i sindacati hanno dato un contributo di prima grandezza, il dirigente della principale organizzazione che raccoglie i pensionati e i lavoratori ha infatti dichiarato che “se si pensa di affrontare il tema della previdenza con la calcolatrice in mano non va bene”.La tesi è chiara: tutta la discussione sul rinvio dell’età pensionabili e sullo “scalone” andrebbe affrontata indipendentemente dagli oneri che questa o quella scelta possono far ricadere sull’economia, poiché – a giudizio di Epifani – vi sarebbero questioni sociali che travalicano la semplice logica di chi osserva l’andamento dei conti e le prospettive degli enti previdenziale. Ma tale modo di ragionare è disastroso.
Se avessero davvero a cuore le sorti dei pensionati attuali e di quelli futuri (oltre che della società nel suo insieme), i sindacati dovrebbero costantemente consultare le cifre e incessantemente picchiare i tasti della calcolatrice, come fa ogni “buon padre di famiglia” alle prese con scelte finanziarie importanti e che non voglia esporre i propri cari a difficoltà di ogni genere. Facendo qualche calcolo in più potrebbe tra l’altro scoprire che per offrire un futuro a quanti già sono anziani o lo saranno nei prossimi decenni è assolutamente necessario lavorare maggiormente (allungando l’età della pensione) e, soprattutto, introdurre meccanismi più orientati sulla responsabilità: passando dal sistema attuale ad uno a capitalizzazione.Certo i sindacalisti non usarono la calcolatrice quando pretesero (e ottennero) che un gran numero di lavoratori del pubblico impiego fossero pensionati dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Scelte come questa non furono isolate e ora non dobbiamo stupirci se – dovendo pagare da decenni la pensione a chi ha lavorato e contribuito così poco – ora non si è assolutamente in condizione di far vivere decentemente tanta povera gente.
In quella frase di Epifani è percepibile un disprezzo dei conti e della logica economica che attesta un’irresponsabilità condivisa da ampi settori del nostro ceto dirigente. Se è vero infatti che i sindacati hanno avuto un ruolo rilevante nella gestione fallimentare dell’Inps, è egualmente fuori discussione che essi condividono tali responsabilità con molti altri: dai partiti alla Confindustria. E in quel disprezzo per le crude cifre c’è il tratto italianissimo di una demagogia tanto fatua quanto gravida di penose conseguenze.Solo guardando le cifre per quello che sono e analizzando con serietà i dati reali, invece, sarà possibile far quadrare i conti di un Paese in cui (fortunatamente) la vita si allunga sempre più, ma in cui (sfortunatamente) il numero di quanti lavorano e tengono su la baracca resta bassissimo. Se l’Italia non cresce a sufficienza, d’altra parte, è anche perché tassazione e prelievo previdenziale rendono troppo cari i nostri prodotti e poco interessante investire da noi.
Contrariamente a quanto ritengono in molti, l’economia non si occupa in primo luogo della ricchezza (tanto è vero che non vi era economia nel Paradiso terreste), ma della povertà. Una riforma delle pensioni che liberalizzi il sistema e permetta ad ognuno di accantonare il capitale necessario ad avere una vecchiaia serena è una necessità soprattutto per i ceti deboli. Peccato che Epifani non se ne avveda.
Se avessero davvero a cuore le sorti dei pensionati attuali e di quelli futuri (oltre che della società nel suo insieme), i sindacati dovrebbero costantemente consultare le cifre e incessantemente picchiare i tasti della calcolatrice, come fa ogni “buon padre di famiglia” alle prese con scelte finanziarie importanti e che non voglia esporre i propri cari a difficoltà di ogni genere. Facendo qualche calcolo in più potrebbe tra l’altro scoprire che per offrire un futuro a quanti già sono anziani o lo saranno nei prossimi decenni è assolutamente necessario lavorare maggiormente (allungando l’età della pensione) e, soprattutto, introdurre meccanismi più orientati sulla responsabilità: passando dal sistema attuale ad uno a capitalizzazione.Certo i sindacalisti non usarono la calcolatrice quando pretesero (e ottennero) che un gran numero di lavoratori del pubblico impiego fossero pensionati dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Scelte come questa non furono isolate e ora non dobbiamo stupirci se – dovendo pagare da decenni la pensione a chi ha lavorato e contribuito così poco – ora non si è assolutamente in condizione di far vivere decentemente tanta povera gente.
In quella frase di Epifani è percepibile un disprezzo dei conti e della logica economica che attesta un’irresponsabilità condivisa da ampi settori del nostro ceto dirigente. Se è vero infatti che i sindacati hanno avuto un ruolo rilevante nella gestione fallimentare dell’Inps, è egualmente fuori discussione che essi condividono tali responsabilità con molti altri: dai partiti alla Confindustria. E in quel disprezzo per le crude cifre c’è il tratto italianissimo di una demagogia tanto fatua quanto gravida di penose conseguenze.Solo guardando le cifre per quello che sono e analizzando con serietà i dati reali, invece, sarà possibile far quadrare i conti di un Paese in cui (fortunatamente) la vita si allunga sempre più, ma in cui (sfortunatamente) il numero di quanti lavorano e tengono su la baracca resta bassissimo. Se l’Italia non cresce a sufficienza, d’altra parte, è anche perché tassazione e prelievo previdenziale rendono troppo cari i nostri prodotti e poco interessante investire da noi.
Contrariamente a quanto ritengono in molti, l’economia non si occupa in primo luogo della ricchezza (tanto è vero che non vi era economia nel Paradiso terreste), ma della povertà. Una riforma delle pensioni che liberalizzi il sistema e permetta ad ognuno di accantonare il capitale necessario ad avere una vecchiaia serena è una necessità soprattutto per i ceti deboli. Peccato che Epifani non se ne avveda.
Destra e sinistra, pari (non) sono. Paolo Guzzanti
Sono molto soddisfatto. La questione della destra e della sinistra ha generato un dibattito e un putiferio. Ho letto tutto e ho trovato sempre intelligenti anche le cose che non condividevo.
Adesso cerco di spiegare meglio quel che cerco mettendo zizzania. Cerco di far saltare la diga delle parole e far vincere la piena delle idee e della libertà.
Sì, fra liberalismo e socialismo c’è antitesi. Ma ormai sui libri vecchi e ammuffiti. Il socialismo è morto, mentre il corpo del comunismo mondiale è ancora lì che opprime a Cuba, in Venezuela (fase iniziale del bossolo), in Corea del nord, Cina, Vietnam, frazioni di Africa.
E poi c’è l’illiberalismo strutturale del mondo islamico che per definizione è nemico della libertà individuale e che vorrebbe la pelle sia di Magdi Allam che di Salman Rashdi.
Io ho sempre pensato che in Italia la sinistra è immangiabile e improponibile perché è ad egemonia comunista, post comunista e para comunista e io provo per il comunismo la stessa tenerezza che provo per il nazismo.
Ma la sinistra si trincea dietro idee e propositi “buoni” (a chiacchiere). E tradizionalmente, caro Ursus, la sinistra è per definizione progressista e la destra per definizione conservatrice.
Non è naturale che la destra sia progressista e la sinistra conservatrice.
MA è esattamente quel che accade in Italia dove la sinistra è reazionaria, tutela gli interessi dei super garantiti e opprime quelli dei non garantiti, vuole imporre tasse (mentre tradizionalmente dovrebbe essere la destra a volere più tasse e i cordoni della borsa stretti) e stritola chi lavora.
Allora, mi sono detto, visto che quel che accade in Italia è innaturale, rovesciamo il tavolo.
Diciamo che noi, oltre ad essere la destra dei principi liberali, siamo anche la vera sinistra che in Italia non c’è e che non nascerà mai per la tara comunista.
Ho pensato (da anni: una volta ne discussi a brutto muso con D’Alema): scippiamogliela.
Dicono che loro sono di sinistra perché sono buoni?Ma noi siamo più buoni.Noi vogliamo la felicità di tuttiperché vogliamo la felicità di ciascuno.
Ma qui saltano su a piripicchio le allergie parolaie: “Io di sinistra? Mai! piuttosto la morte”.E lì fiscHi e pernacchie.
Errore: noi vogliamo sottrarre alla sinistra i suoi gioielli, le sue parole che nella sua bocca sono bugiarde ma che nella nostra diventano vere.
Veltroni ha capito da un pezzo tutto ciò: ha capito che per fare una sinistra bisogna lavarla con l’acido muriatico dal comunismo. Ne è convinto. Chi pensa che bari, sbaglia e sbagliando farà prendere una cantonata anche agli altri.
Pensare che il nemico, l’avversario sia sempre un pezzo di merda in malafede, è stupido e non porta da nessuna parte.
Controprova: avete vsto il nostro idolo Sarkozy?Ha imbarcato nel governo i più bei fichi del bigoncio socialista e due o tre ministre arabe e africane, fra cui la mia passione sfrenata, che è Rashida Dati, già portavoce di Sarkò ed ora ministro della Giustizia.
In Italia la tradizione di destra è inquinata dalla questione fascista.
E dico inquinata perché il fascismo fu un fenomeno di SINISTRA (Lenin ADORAVA Mussolini e Mussolini ADORAVA Lenin e persino Stalin, cui voleva lasciare, negli ultimi giorni di Salò, tutto il patrimonio della RSI: lui che con la bandiera rossa aveva guidato la settimana rossa per non far partire le tradotte e le navi che portavano i soldati alla guerra di Libia) emigrato scomodamente a destra ma sempre portandosi dietro un rancore profondo per la borghesia, per i valori della borghesia, puntando sempre su un’Italia proletaria e in divisa che era la proto-copia della vagheggiata e successiva Italia comunista.
La maggior parte dei fascisti passarono nel Pci (Zangrandi e il lungo viaggio attraverso il fascismo),le Case del fascio diventarono Case del Popolo ela Romagna nerissima diventò la Romagna rossissima.
Che voglio dire?
Che il fascismo non è un buon esempio per la destra, anche senza scomodare la guerra demenziale con i nazisti (alleati con i comunisti fino all’Operazione Barbarossa), la pugnalata alla Francia già sconfitta e via discorrendo. No, nulla che venga dal fascismo è per me buono per il futuro, tranne una lezione: che quando la democrazia affoga nel suo stesso pantano, emergono uomini forti con idee ancora deboli, mentre noi amiamo le idee forti e nette fin dall’inizio: verità, libertà individuale, trionfo dell’individuo singolo, affermazione potente e vincente dei valori della Borghesia, vittorie dell’Occidente sulla barbarie, vittoria della democrazia parlamentare sulla tirannide comunque si chiami.
In Italia non ci sono veri conservatori perché c’è poco da conservare (salvo la famiglia allo sfascio) e tutto da riformare.
Dunque siamo riformatori rivoluzionari, e per questo siamo concorrenti diretti nei confronti della sinistra e dobbiamo strappare alla sinistra il pane che mangia,la terra su cui cammina,le parole dalla bocca,dobbiamo sfiancarli,disorientarli,zittirli,sostituirli,annientarli sul piano idealee della forza della morale.
Maria Venera, Fabrizio, amici, non arrampicatevi sugli alberi.Noi siamo la destra perché siamo talmente liberi da rubare anche la sinistra come la secchia rapita.Noi siamo così giocosi che possiamo far fare le capriole ai nostri avversari nel rigor mortis, noi ridiamo e loro bestemmiano e insultano.Se invece noi bestemmiamo e insultiamo, siamo perdenti.
Noi siamo meglio di loro.Noi siamo più buoni,più generosi e quasi semprepiù colti e intelligenti di loro,e abbiamo valori più fortie l’onestà sulla fronte e negli occhi.
Non abbiate paura delle parole,non abbiate paura mai.Noi siamo qui per fare la Rivoluzione Italianae io per aiutarvi a vincerla.
Adesso cerco di spiegare meglio quel che cerco mettendo zizzania. Cerco di far saltare la diga delle parole e far vincere la piena delle idee e della libertà.
Sì, fra liberalismo e socialismo c’è antitesi. Ma ormai sui libri vecchi e ammuffiti. Il socialismo è morto, mentre il corpo del comunismo mondiale è ancora lì che opprime a Cuba, in Venezuela (fase iniziale del bossolo), in Corea del nord, Cina, Vietnam, frazioni di Africa.
E poi c’è l’illiberalismo strutturale del mondo islamico che per definizione è nemico della libertà individuale e che vorrebbe la pelle sia di Magdi Allam che di Salman Rashdi.
Io ho sempre pensato che in Italia la sinistra è immangiabile e improponibile perché è ad egemonia comunista, post comunista e para comunista e io provo per il comunismo la stessa tenerezza che provo per il nazismo.
Ma la sinistra si trincea dietro idee e propositi “buoni” (a chiacchiere). E tradizionalmente, caro Ursus, la sinistra è per definizione progressista e la destra per definizione conservatrice.
Non è naturale che la destra sia progressista e la sinistra conservatrice.
MA è esattamente quel che accade in Italia dove la sinistra è reazionaria, tutela gli interessi dei super garantiti e opprime quelli dei non garantiti, vuole imporre tasse (mentre tradizionalmente dovrebbe essere la destra a volere più tasse e i cordoni della borsa stretti) e stritola chi lavora.
Allora, mi sono detto, visto che quel che accade in Italia è innaturale, rovesciamo il tavolo.
Diciamo che noi, oltre ad essere la destra dei principi liberali, siamo anche la vera sinistra che in Italia non c’è e che non nascerà mai per la tara comunista.
Ho pensato (da anni: una volta ne discussi a brutto muso con D’Alema): scippiamogliela.
Dicono che loro sono di sinistra perché sono buoni?Ma noi siamo più buoni.Noi vogliamo la felicità di tuttiperché vogliamo la felicità di ciascuno.
Ma qui saltano su a piripicchio le allergie parolaie: “Io di sinistra? Mai! piuttosto la morte”.E lì fiscHi e pernacchie.
Errore: noi vogliamo sottrarre alla sinistra i suoi gioielli, le sue parole che nella sua bocca sono bugiarde ma che nella nostra diventano vere.
Veltroni ha capito da un pezzo tutto ciò: ha capito che per fare una sinistra bisogna lavarla con l’acido muriatico dal comunismo. Ne è convinto. Chi pensa che bari, sbaglia e sbagliando farà prendere una cantonata anche agli altri.
Pensare che il nemico, l’avversario sia sempre un pezzo di merda in malafede, è stupido e non porta da nessuna parte.
Controprova: avete vsto il nostro idolo Sarkozy?Ha imbarcato nel governo i più bei fichi del bigoncio socialista e due o tre ministre arabe e africane, fra cui la mia passione sfrenata, che è Rashida Dati, già portavoce di Sarkò ed ora ministro della Giustizia.
In Italia la tradizione di destra è inquinata dalla questione fascista.
E dico inquinata perché il fascismo fu un fenomeno di SINISTRA (Lenin ADORAVA Mussolini e Mussolini ADORAVA Lenin e persino Stalin, cui voleva lasciare, negli ultimi giorni di Salò, tutto il patrimonio della RSI: lui che con la bandiera rossa aveva guidato la settimana rossa per non far partire le tradotte e le navi che portavano i soldati alla guerra di Libia) emigrato scomodamente a destra ma sempre portandosi dietro un rancore profondo per la borghesia, per i valori della borghesia, puntando sempre su un’Italia proletaria e in divisa che era la proto-copia della vagheggiata e successiva Italia comunista.
La maggior parte dei fascisti passarono nel Pci (Zangrandi e il lungo viaggio attraverso il fascismo),le Case del fascio diventarono Case del Popolo ela Romagna nerissima diventò la Romagna rossissima.
Che voglio dire?
Che il fascismo non è un buon esempio per la destra, anche senza scomodare la guerra demenziale con i nazisti (alleati con i comunisti fino all’Operazione Barbarossa), la pugnalata alla Francia già sconfitta e via discorrendo. No, nulla che venga dal fascismo è per me buono per il futuro, tranne una lezione: che quando la democrazia affoga nel suo stesso pantano, emergono uomini forti con idee ancora deboli, mentre noi amiamo le idee forti e nette fin dall’inizio: verità, libertà individuale, trionfo dell’individuo singolo, affermazione potente e vincente dei valori della Borghesia, vittorie dell’Occidente sulla barbarie, vittoria della democrazia parlamentare sulla tirannide comunque si chiami.
In Italia non ci sono veri conservatori perché c’è poco da conservare (salvo la famiglia allo sfascio) e tutto da riformare.
Dunque siamo riformatori rivoluzionari, e per questo siamo concorrenti diretti nei confronti della sinistra e dobbiamo strappare alla sinistra il pane che mangia,la terra su cui cammina,le parole dalla bocca,dobbiamo sfiancarli,disorientarli,zittirli,sostituirli,annientarli sul piano idealee della forza della morale.
Maria Venera, Fabrizio, amici, non arrampicatevi sugli alberi.Noi siamo la destra perché siamo talmente liberi da rubare anche la sinistra come la secchia rapita.Noi siamo così giocosi che possiamo far fare le capriole ai nostri avversari nel rigor mortis, noi ridiamo e loro bestemmiano e insultano.Se invece noi bestemmiamo e insultiamo, siamo perdenti.
Noi siamo meglio di loro.Noi siamo più buoni,più generosi e quasi semprepiù colti e intelligenti di loro,e abbiamo valori più fortie l’onestà sulla fronte e negli occhi.
Non abbiate paura delle parole,non abbiate paura mai.Noi siamo qui per fare la Rivoluzione Italianae io per aiutarvi a vincerla.
domenica 24 giugno 2007
Ai lettori di "ItalianiLiberi". Ida Magli
Avrei voluto, in questi giorni in cui i traditori che governano i popoli di Europa hanno preso come al solito delle decisioni che riguardano la nostra libertà, la nostra indipendenza, il nostro futuro (che è un non-futuro) senza minimamente preoccuparsi di chiedere il nostro parere, ed anzi trovando le “uscite“ più astute e più utili per non doverci dare conto di nulla, avrei voluto, dicevo, esporre a tutti coloro che mi leggono, con chiarezza e con tutte le precisazioni indispensabili, quello che sta succedendo. Vi chiedo scusa, invece, di non essere riuscita a farlo. Non ci sono riuscita, anche se l’ho desiderato con tutte le mie forze, perché, all’improvviso, ho avuto il senso di una solitudine insuperabile, invincibile; il senso dell’inutilità del messaggio che ripeto da tanti anni senza alcun risultato. Soprattutto ho capito – ed è la prima volta, ve lo assicuro - perché sceglievano il silenzio coloro che durante le battaglie del Risorgimento si lasciavano impiccare allo Spielberg gridando soltanto: “Viva l’Italia!”, senza aggiungere neanche una parola.
Sì, l’ho capito. Ma vi rendete conto che sono stati soprattutto i governanti italiani, da Napolitano a Prodi a D’Alema, a volere a tutti i costi che si raggiungesse qualche conclusione, un Trattato comunque che cancellasse quel po’ di libertà e di indipendenza di cui ancora godono gli Stati; che sono stati i governanti italiani a incoraggiare la Tedesca e il Francese (mi rifiuto di chiamarli capi di governo) a trovare un accordo con quegli irriducibili patrioti che sono i “piccoli gemelli polacchi”, poverini, con quell’eterno guastafeste che è il Britannico, amato sì quanto vi pare, ma pur sempre uno che guarda prima di tutto alla indipendenza della propria patria! Perdonatemi se questa sera non so andare avanti. Domani, dopodomani al massimo, parlerò di tutto, esporrò un qualche piano che ci dia ancora qualche speranza. Oggi non posso. Ripeterò, per fare coraggio a me stessa, prima ancora che a voi, le parole che Giuseppe Garibaldi ha inciso fin da quando ero bambina nel mio cuore:
“Non riconosco a nessun potere sulla Terra il diritto di alienare la nazionalità di un popolo”.
Sì, l’ho capito. Ma vi rendete conto che sono stati soprattutto i governanti italiani, da Napolitano a Prodi a D’Alema, a volere a tutti i costi che si raggiungesse qualche conclusione, un Trattato comunque che cancellasse quel po’ di libertà e di indipendenza di cui ancora godono gli Stati; che sono stati i governanti italiani a incoraggiare la Tedesca e il Francese (mi rifiuto di chiamarli capi di governo) a trovare un accordo con quegli irriducibili patrioti che sono i “piccoli gemelli polacchi”, poverini, con quell’eterno guastafeste che è il Britannico, amato sì quanto vi pare, ma pur sempre uno che guarda prima di tutto alla indipendenza della propria patria! Perdonatemi se questa sera non so andare avanti. Domani, dopodomani al massimo, parlerò di tutto, esporrò un qualche piano che ci dia ancora qualche speranza. Oggi non posso. Ripeterò, per fare coraggio a me stessa, prima ancora che a voi, le parole che Giuseppe Garibaldi ha inciso fin da quando ero bambina nel mio cuore:
“Non riconosco a nessun potere sulla Terra il diritto di alienare la nazionalità di un popolo”.
sabato 23 giugno 2007
Il siluramento che divide. Raffaella Viglione
Storace (An) e Nitto Palma (FI) a favore. Contro gli azzurri Stracquadanio e Jannuzzi.
“L’opera del capo della polizia è riconosciuta sia in ambito nazionale, sia internazionale. Quanto alla durata del suo mandato, devo riferire che lo stesso dottor De Gennaro lo aveva messo a disposizione contemporaneamente alla nascita del mio Governo”. Con queste parole pronunciate dal Presidente del Consiglio Prodi, durante il question time alla Camera, mercoledì era stato dato l’annuncio della destituzione del capo della Polizia indagato per i fatti del G8 di Genova del 2001. Il ministro Mastella sollecitava che la sostituzione si compiesse solo dopo un’intesa maggioranza-opposizione, affidando a De Gennaro “una responsabilità operativa”. L’ex presidente della Repubblica Cossiga e il l’ex premier Berlusconi si chiedevano “A quando le mani sull’Arma dei Carabinieri?”. Per Di Pietro la scelta è stata sbagliata per tempi e modi.
La vicenda ieri è approdata in Senato, dove la Cdl ha chiesto che il governo riferisse in aula, e durante la seduta le posizioni all’interno dell’opposizione si sono rivelate differenti. E’ stato il senatore di An Storace a intervenire per primo: “Chiedo che la Presidenza si attivi per ottenere un’informativa da parte del presidente del Consiglio o del ministro dell’Interno a proposito della destituzione del capo della Polizia. L’intenzione del Governo - ha proseguito Storace - non a caso resa nota contestualmente alla diffusione della notizia dell’iscrizione dello stesso De Gennaro nel registro degli indagati per l’inchiesta sul G8 di Genova, sarebbe giustificata dalla durata settennale del suo mandato, che però non è stabilita da alcuna norma di legge”. E poi la conclusione: “La decisione di destituire il capo della Polizia, che secondo i mezzi di informazione deriverebbe da un diktat delle forze politiche di estrema sinistra, ha creato sgomento tra i cittadini e tra gli appartenenti alle forze dell’ordine che, dopo la nota vicenda riguardante il generale Speciale, la nomina di un ex terrorista a collaboratore di un Sottosegretario di Stato per l’interno e l’intitolazione di una sala del Senato a Carlo Giuliani, hanno avuto un’ennesima e preoccupante conferma del modo di agire del Governo e dell’attuale maggioranza”.
Gli ha fatto eco l’azzurro Nitto Palma per il quale: “L’opposizione dubita che si tratti di un normale avvicendamento e che esso avvenga con il consenso dell’interessato. La realtà – ha dichiarato Palma - è molto semplice. Il preannuncio di licenziamento avviene - chissà perché - contestualmente alle notizie concernenti un avviso di garanzia emesso dall’autorità giudiziaria di Genova nei confronti del prefetto De Gennaro e - chissà perché - contestualmente alla fuoriuscita di verbali quali, ad esempio, l’esame testimoniale reso dal prefetto De Gennaro nella istruttoria a Genova, che non ci risulta essere allegato al fascicolo del processo. In questo modo si consente all’autorità giudiziaria di scandire i tempi della politica e, attraverso i propri atti, di decidere del destino degli uomini. Con questa azione si è mortificato un uomo delle istituzioni. Anche di questo voi risponderete al Paese”. Di diverso avviso il collega Giorgio Stracquadanio (Dca-Pri-Mpa) il quale non condivide le osservazioni dell’opposizione sulla sostituzione del capo della Polizia, anche perché: “Il mio giudizio su De Gennaro coincide con quello negativo espresso in diverse occasioni dal senatore Cossiga. E’ probabile, infatti, che le violenze di Genova siano state scatenate per mettere in difficoltà il Governo di centrodestra. Non condivido alcune delle considerazioni fatte dai miei colleghi dell’opposizione e, a differenza loro, ritengo che il Governo abbia fatto bene a rimuovere il Capo della polizia”.
Secondo il senatore Lino Jannuzzi: “Si è verificata una cosa incredibile perché avendo giustamente cacciato il capo della Polizia De Gennaro, alcuni esponenti di Forza Italia hanno espresso la loro solidarietà al malfattore cacciato, a cominciare dal senatore Pisanu, ex ministro degli Interni. Io ho scritto molti articoli contro De Gennaro e sono rimasto esterrefatto oggi mentre Nitto Palma protestava mettendo sullo stesso piano la questione del generale Speciale con quella di De Gennaro, ma forse Nitto Palma parlava a titolo personale e non a nome del partito. Quando ci sarà il dibattito in aula ho intenzione di intervenire su questo episodio. Anche se io non mi spiego perché Prodi avendo presa, una volta tanto, una decisione sacrosanta, sia andato a preannunciarla in aula. Avrebbe potuto mettersi d’accordo con Berlusconi sul successore, con il tramite di Gianni Letta, come peraltro si farà e si è sempre fatto. Dopo di ciò Prodi avrebbe dato la notizia con una nota da Palazzo Chigi. Proporrò di mettere una targa o in Senato o alla Camera per ricordare il giorno della destituzione come il giorno della liberazione, ci siamo liberati dal boia. De Gennaro è il gestore dei pentiti, il capo della polizia dei pentiti, cioè quello che ha messo in piedi tutti i falsi processi contro metà della classe politica italiana. Basti inoltre ricordare quanto ha detto su di lui Cossiga”.
“L’opera del capo della polizia è riconosciuta sia in ambito nazionale, sia internazionale. Quanto alla durata del suo mandato, devo riferire che lo stesso dottor De Gennaro lo aveva messo a disposizione contemporaneamente alla nascita del mio Governo”. Con queste parole pronunciate dal Presidente del Consiglio Prodi, durante il question time alla Camera, mercoledì era stato dato l’annuncio della destituzione del capo della Polizia indagato per i fatti del G8 di Genova del 2001. Il ministro Mastella sollecitava che la sostituzione si compiesse solo dopo un’intesa maggioranza-opposizione, affidando a De Gennaro “una responsabilità operativa”. L’ex presidente della Repubblica Cossiga e il l’ex premier Berlusconi si chiedevano “A quando le mani sull’Arma dei Carabinieri?”. Per Di Pietro la scelta è stata sbagliata per tempi e modi.
La vicenda ieri è approdata in Senato, dove la Cdl ha chiesto che il governo riferisse in aula, e durante la seduta le posizioni all’interno dell’opposizione si sono rivelate differenti. E’ stato il senatore di An Storace a intervenire per primo: “Chiedo che la Presidenza si attivi per ottenere un’informativa da parte del presidente del Consiglio o del ministro dell’Interno a proposito della destituzione del capo della Polizia. L’intenzione del Governo - ha proseguito Storace - non a caso resa nota contestualmente alla diffusione della notizia dell’iscrizione dello stesso De Gennaro nel registro degli indagati per l’inchiesta sul G8 di Genova, sarebbe giustificata dalla durata settennale del suo mandato, che però non è stabilita da alcuna norma di legge”. E poi la conclusione: “La decisione di destituire il capo della Polizia, che secondo i mezzi di informazione deriverebbe da un diktat delle forze politiche di estrema sinistra, ha creato sgomento tra i cittadini e tra gli appartenenti alle forze dell’ordine che, dopo la nota vicenda riguardante il generale Speciale, la nomina di un ex terrorista a collaboratore di un Sottosegretario di Stato per l’interno e l’intitolazione di una sala del Senato a Carlo Giuliani, hanno avuto un’ennesima e preoccupante conferma del modo di agire del Governo e dell’attuale maggioranza”.
Gli ha fatto eco l’azzurro Nitto Palma per il quale: “L’opposizione dubita che si tratti di un normale avvicendamento e che esso avvenga con il consenso dell’interessato. La realtà – ha dichiarato Palma - è molto semplice. Il preannuncio di licenziamento avviene - chissà perché - contestualmente alle notizie concernenti un avviso di garanzia emesso dall’autorità giudiziaria di Genova nei confronti del prefetto De Gennaro e - chissà perché - contestualmente alla fuoriuscita di verbali quali, ad esempio, l’esame testimoniale reso dal prefetto De Gennaro nella istruttoria a Genova, che non ci risulta essere allegato al fascicolo del processo. In questo modo si consente all’autorità giudiziaria di scandire i tempi della politica e, attraverso i propri atti, di decidere del destino degli uomini. Con questa azione si è mortificato un uomo delle istituzioni. Anche di questo voi risponderete al Paese”. Di diverso avviso il collega Giorgio Stracquadanio (Dca-Pri-Mpa) il quale non condivide le osservazioni dell’opposizione sulla sostituzione del capo della Polizia, anche perché: “Il mio giudizio su De Gennaro coincide con quello negativo espresso in diverse occasioni dal senatore Cossiga. E’ probabile, infatti, che le violenze di Genova siano state scatenate per mettere in difficoltà il Governo di centrodestra. Non condivido alcune delle considerazioni fatte dai miei colleghi dell’opposizione e, a differenza loro, ritengo che il Governo abbia fatto bene a rimuovere il Capo della polizia”.
Secondo il senatore Lino Jannuzzi: “Si è verificata una cosa incredibile perché avendo giustamente cacciato il capo della Polizia De Gennaro, alcuni esponenti di Forza Italia hanno espresso la loro solidarietà al malfattore cacciato, a cominciare dal senatore Pisanu, ex ministro degli Interni. Io ho scritto molti articoli contro De Gennaro e sono rimasto esterrefatto oggi mentre Nitto Palma protestava mettendo sullo stesso piano la questione del generale Speciale con quella di De Gennaro, ma forse Nitto Palma parlava a titolo personale e non a nome del partito. Quando ci sarà il dibattito in aula ho intenzione di intervenire su questo episodio. Anche se io non mi spiego perché Prodi avendo presa, una volta tanto, una decisione sacrosanta, sia andato a preannunciarla in aula. Avrebbe potuto mettersi d’accordo con Berlusconi sul successore, con il tramite di Gianni Letta, come peraltro si farà e si è sempre fatto. Dopo di ciò Prodi avrebbe dato la notizia con una nota da Palazzo Chigi. Proporrò di mettere una targa o in Senato o alla Camera per ricordare il giorno della destituzione come il giorno della liberazione, ci siamo liberati dal boia. De Gennaro è il gestore dei pentiti, il capo della polizia dei pentiti, cioè quello che ha messo in piedi tutti i falsi processi contro metà della classe politica italiana. Basti inoltre ricordare quanto ha detto su di lui Cossiga”.
Le querele del compagno C. il Foglio
Consorte non è Greganti.
Il ruolo di capro espiatorio non gli si addice.
Quella che oppone l’attuale presidente dell’Unipol, Pierluigi Stefanini, al suo predecessore Giovanni Consorte, sembrerebbe una bega aziendale, anche se dai toni inusitatamente aspri. Dopo il fallimento della scalata di Unipol alla Banca nazionale del lavoro, com’è noto, Consorte, che ne era stato l’anima, fu estromesso dalla presidenza della compagnia assicurativa rossa. Il nuovo presidente insistette perché si dimettesse anche da dipendente dell’Unipol e approfittò delle sue condizioni di salute per costringerlo ad accettare il diktat. Questo almeno sostiene Consorte, che ha denunciato Stefanini per violenza privata, reato derubricato dalla magistratura bolognese, che ha dovuto aprire un fascicolo sul caso, a estorsione. Il caso in sé sembra delimitato a una controversia aziendale, ma è abbastanza evidente che il comportamento non acquiesciente di Consorte, che non accetta di fare, assieme al suo ex vice Ivano Sacchetti, il capro espiatorio di una vicenda complessa e tutt’altro che esaurientemente chiarita, potrebbe avere conseguenze che vanno ben al di là della compagnia bolognese. La scelta di partecipare alla scalata bancaria, che naturalmente non è affatto un reato, fu assunta ripetutamente in vari organismi collegiali sia della compagnia sia dei suoi principali azionisti, che sono le grandi cooperative di consumo. Tutti sanno che senza un appoggio politico non si sarebbe arrivati ad assumere queste decisioni, com’è peraltro confermato dalla testimonianza di Antonio Fazio sui colloqui che aveva avuto con dirigenti dei Ds. L’idea di ridurre tutto, almeno nel discorso rivolto ai militanti, in una scorribanda spericolata dovuta all’imprevidenza, nel migliore dei casi, di Consorte, avrebbe potuto reggere, e a fatica, soltanto in presenza di un atteggiamento remissivo e di fatto omertoso del diretto interessato. Ma Consorte non ci sta a lasciar passare l’idea che l’Unipol, le cooperative di consumo, il loro partito di riferimento fossero vittime innocenti delle sue scelte solitarie. Si attendono le prossime puntate.
Il ruolo di capro espiatorio non gli si addice.
Quella che oppone l’attuale presidente dell’Unipol, Pierluigi Stefanini, al suo predecessore Giovanni Consorte, sembrerebbe una bega aziendale, anche se dai toni inusitatamente aspri. Dopo il fallimento della scalata di Unipol alla Banca nazionale del lavoro, com’è noto, Consorte, che ne era stato l’anima, fu estromesso dalla presidenza della compagnia assicurativa rossa. Il nuovo presidente insistette perché si dimettesse anche da dipendente dell’Unipol e approfittò delle sue condizioni di salute per costringerlo ad accettare il diktat. Questo almeno sostiene Consorte, che ha denunciato Stefanini per violenza privata, reato derubricato dalla magistratura bolognese, che ha dovuto aprire un fascicolo sul caso, a estorsione. Il caso in sé sembra delimitato a una controversia aziendale, ma è abbastanza evidente che il comportamento non acquiesciente di Consorte, che non accetta di fare, assieme al suo ex vice Ivano Sacchetti, il capro espiatorio di una vicenda complessa e tutt’altro che esaurientemente chiarita, potrebbe avere conseguenze che vanno ben al di là della compagnia bolognese. La scelta di partecipare alla scalata bancaria, che naturalmente non è affatto un reato, fu assunta ripetutamente in vari organismi collegiali sia della compagnia sia dei suoi principali azionisti, che sono le grandi cooperative di consumo. Tutti sanno che senza un appoggio politico non si sarebbe arrivati ad assumere queste decisioni, com’è peraltro confermato dalla testimonianza di Antonio Fazio sui colloqui che aveva avuto con dirigenti dei Ds. L’idea di ridurre tutto, almeno nel discorso rivolto ai militanti, in una scorribanda spericolata dovuta all’imprevidenza, nel migliore dei casi, di Consorte, avrebbe potuto reggere, e a fatica, soltanto in presenza di un atteggiamento remissivo e di fatto omertoso del diretto interessato. Ma Consorte non ci sta a lasciar passare l’idea che l’Unipol, le cooperative di consumo, il loro partito di riferimento fossero vittime innocenti delle sue scelte solitarie. Si attendono le prossime puntate.
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