lunedì 10 settembre 2007

Diffamazione legalizzata. Vittorio Sgarbi

Con sadico compiacimento i giornali (in particolare il Corriere, con Marisa Fumagalli, imprecisa anche nell’indicare le presenze degli esponenti del centrodestra ai funerali di Pavarotti, anche se forse non riesce a riconoscermi in questa categoria, bontà sua), riferiscono della brutta avventura occorsa a Lele Mora, fischiato e insultato dalla folla. Non si può negare che sia andato a cercarsela, con quella storia dell’invito concesso per sussiegosa benevolenza («ha fatto un po' di numeri e, alla fine, gli abbiamo dato il cartoncino per entrare - spiegano allo sportello dell'ufficio stampa del Comune di Modena -. In certi casi è meglio non infierire»). Ma la brutta avventura dimostra che a nulla è servita la lezione della improvvisa morte di un altro personaggio, travolto prima da un’inchiesta giudiziaria, e poi dal fragoroso riscontro della morte di Pavarotti: il povero Gigi Sabani, mortificato, umiliato, e anche fisicamente indebolito da un’inchiesta per vicende insignificanti e alle quali era assolutamente estraneo. Ricordo che, esattamente 11 anni fa, fui il solo a difenderlo, ravvisando il vero reato nella inchiesta. Come in numerosi altri casi, nonostante la rabbia inumana dei vari Grillo, Travaglio e, in un certo periodo, Di Pietro, l'azione della magistratura, imprudente, aggressiva, priva di riscontri si è trasformata in una vera e propria diffamazione legalizzata. E mentre io ho ricevuto infinite querele per aver parlato, spesso dicendo la verità, i magistrati hanno rovinato vite, come quella di Sabani, senza mai rispondere dei loro errori. E quando le vittime, riconosciute innocenti, hanno preteso il dovuto risarcimento per una ingiusta detenzione (ricordo che andai a visitare Valerio Merola nella stessa cella di Regina Coeli dove era stato fino a qualche giorno prima Erich Priebke), non hanno pagato i magistrati colpevoli, ma lo Stato, cioè i cittadini, cioè noi. E i diffamatori, spesso sono stati promossi. Questo amore del popolo per la giustizia sommaria, e, ovviamente, contro i privilegi, le immunità, e i politici, ha trovato in questi giorni una ulteriore conferma nel Vaffa-day di Beppe Grillo, grande sostenitore delle cause facili.
Ma, tornando a Lele Mora, il linciaggio verbale della folla, non è forse frutto di una delle inchieste più inutili e sprecone degli ultimi anni? Oltre al danno personale per Lele Mora, i cui comportamenti possono essere anche antipatici e non condivisibili, la Procura di Potenza, per farci conoscere le vicende sentimentali di Elisabetta Gregoraci e Flavia Vento, le marchette di Vittorio Emanuele ed i gossip fotografici di Fabrizio Corona «sventati», talvolta per puro buonsenso, dallo stesso Lele Mora, ha speso 7 milioni di euro dei contribuenti che potevano essere utilmente indirizzati al restauro di edifici storici di proprietà del ministero degli Interni (il FEC, fondo edifici di culto).
Questo mi pare il vero scandalo, che non interessa Grillo, ma che è aggravato dagli effetti misurati ieri su Lele Mora. Diffamazione legalizzata, e una conseguente commiserazione per Lele Mora, che potrà adesso cominciare a preparare una causa per danni contro Woodcock, nella certezza che a risarcirlo sarà anche Marisa Fumagalli, che pure ha contribuito ad amplificare la diffamazione. Mi conforta che queste riflessioni siano condivise da una gentile signora di Borgali, Tina Pira, proprietaria del ristorante Il Querceto, che cerca di spiegare ad un ospite tedesco che legge sul Corriere il resoconto dei funerali di Pavarotti, chi è Lele Mora. L'ospite non capisce bene perché abbia tanto spazio sul giornale e perché sia stato fischiato. Tina Pira non è convinta. Pensa, me lo dice, a Gigi Sabani e pensa anche a un grande giudice in Sardegna, Luigi Lombardini che dopo essere stato diffamato da una inchiesta dei suoi colleghi magistrati palermitani, che gli rimproveravano di avere contribuito alla liberazione di Silvia Melis, si è ucciso. Sabani, Lombardini. C'è da augurarsi che, perché non faccia la stessa fine, Lele Mora sia colpevole. (il Giornale)

giovedì 6 settembre 2007

Il volto minaccioso dell'Islam "moderato". Massimo Introvigne

Le notizie che arrivano dall’Algeria confermano che, quando si parla del rapporto fra libertà religiosa e islam, una cosa è la teoria e l’altra è la pratica. La legge dell’islam, la sharia, permette ai «popoli del Libro», i cristiani e gli ebrei, la pratica privata del culto, ma non il proselitismo. Le genti «del Libro» sono nella condizione precaria di «dhimmi», «protetti». Quanto ai seguaci di religioni non «del Libro», non godono neppure della libertà di culto. Proprio perché si ritiene che il marito influisca sulla fede della moglie, la sharia autorizza un musulmano a prendere una moglie «del Libro», mentre un uomo cristiano o ebreo non può sposare una donna musulmana. Secondo la scuola giuridica più rigida - che è al potere in Arabia Saudita - c’è poi un’eccezione per la penisola arabica, terra considerata tutta sacra dove i cristiani (pure oggi numerosi fra gli immigrati) non possono neppure praticare il loro culto (e anche una semplice preghiera, se colta da un musulmano, rischia di avere conseguenze molto gravi).
Prescindendo da quei teologi progressisti che ritengono superati questi divieti - e che trovano spazio in Occidente sui giornali e nei congressi, ma ne hanno assai meno nei Paesi islamici - un normale manuale di diritto islamico ci dirà che - a seconda delle scuole giuridiche, delle leggi e della prassi consolidata - ci sono quattro tipi di situazione. Nella peggiore - quella dell’Arabia Saudita o dell’Afghanistan dei talebani (le cui norme continuano a essere applicate nelle zone tribali afghane e pakistane che controllano) - i popoli «del Libro», dunque i cristiani, non possono neppure celebrare la Messa o pregare. Nei regimi religiosi che detengono il potere nella grande maggioranza dei Paesi musulmani i cristiani possono celebrare Messa nelle loro chiese e pregare in casa propria, ma le leggi vietano il proselitismo e puniscono con la morte la «apostasia» del musulmano che si converte ad altra fede. Anche dove - su pressioni occidentali - le leggi più aspre sono state attenuate - e in teoria l’apostata non rischia più la pena di morte - altre norme rischiano di avere le stesse conseguenze. Per esempio, l’omicidio dell’apostata da parte della famiglia musulmana di origine è considerato un «delitto d’onore» e punito con pene molto lievi. C’è poi un terzo gruppo di Paesi dove si sono affermati governi laici (non tutti democratici) - la Turchia, la Tunisia, l’Algeria - e in tesi le leggi garantiscono la libertà religiosa.
Questa, però, è la teoria. In pratica anche i regimi laici non garantiscono affatto la sicurezza alle minoranze cristiane e tanto meno ai musulmani che si convertono. Anzitutto, tanto più fuori delle grandi città, polizia e tribunali spesso ignorano le leggi e continuano a vessare i cristiani e a punire i convertiti. Un qualche pretesto si trova sempre. Anzi, una lunga esperienza di viaggi in Paesi islamici mi conferma che quello che è accaduto in Algeria è comune. Spesso sono agenti provocatori della polizia a mostrarsi interessati al cristianesimo per poi arrestare i cristiani accusandoli di proselitismo. In secondo luogo, le minoranze cristiane sono piccole e poco influenti. Quando i regimi laici si sentono minacciati dalla marea montante del fondamentalismo, una delle prime concessioni che fanno agli estremisti per cercare di evitare il peggio è proprio prendersela con le minoranze. Con poche eccezioni, anche la libertà religiosa proclamata dai regimi laici in terra islamica è sempre una libertà vigilata.

Quel che non sanno di Rudy Giuliani. Maria Giovanna Maglie

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=203994

Non solo "tolleranza zero" nel programma attuato dell' ex-sindaco di New York.

mercoledì 5 settembre 2007

Disperati dietrofront. Giordano Bruno Guerri

Ieri sono stati arrestati gli assassini dei due anziani coniugi di Treviso, torturati sadicamente prima di venire uccisi. Uno dei tre era fuori grazie all’indulto concesso per svuotare le carceri e che ha avuto l’effetto di riempire le strade di criminali per niente pentiti, per niente redenti. Tutti i dati indicano che da allora i delitti, dai più gravi ai meno gravi, sono aumentati. E che presto le carceri saranno ancora piene. Ma niente sarà come prima, perché nel frattempo i delinquenti liberati avranno percorso il Paese come una peste lasciando nelle vittime ferite insanabili. Cosa potranno dire a quelle vittime i parlamentari che votarono l’indulto, con l’eccezione della Lega e di Alleanza nazionale? Niente. E niente farà l’attuale governo, le cui forze erano a suo tempo schierate all’unisono per l’indulto e che nel frattempo non ha risolto i problemi delle carceri né quello della sicurezza.
Forse perché troppo occupato a discutere l’atteggiamento da tenersi verso i lavavetri, il governo non ascolta neanche se stesso. I tre sadici assassini di Treviso sono due albanesi e un romeno, e forse solo adesso si comincerà a prendere in considerazione un rapporto presentato in giugno dal ministro dell’Interno Giuliano Amato sulla criminalità nel 2006. Ne risulta che in Italia gli stranieri costituiscono il 51 per cento dei denunciati per rapina o furto in abitazione, il 45 per cento per rapina, il 39 per cento per violenze sessuali, il 36 per cento per gli omicidi consumati e il 31 per cento per quelli tentati, il 27 per cento per lesioni colpose. Se a queste percentuali si sottrae quella relativa agli immigrati regolari, si sale al 74 per cento per omicidio, al 72 per cento per il tentato omicidio, al 62 per cento per violenza carnale e al 63 per cento per sfruttamento della prostituzione. E gli immigrati sono una percentuale molto al di sotto del 10 per cento della popolazione italiana.
Poiché la statistica è una scienza matematica e priva di passioni, qui non c’entrano davvero i pregiudizi, si tratta di dati oggettivi. Se si vogliono fare delle analisi sociali, tutto è comprensibile e spiegabile. Si può dire che non bisogna fare d’ogni erba un fascio, che ci sono i buoni e i cattivi. Si può considerare che molti vivono in condizioni di disperazione e di mancanza di lavoro. Si può pure ricordare, come viene sempre fatto, che anche fra gli italiani emigrati in America c’era una gran quantità di criminali. Ma, una volta spiegato e capito tutto, resta la realtà di un Paese gravemente danneggiato, nella carne e nello spirito, da un’immigrazione che non si riesce a controllare né per quantità né per qualità.
Uno dei primi provvedimenti presi dal governo Prodi fu lo smantellamento della legge Bossi-Fini sull’immigrazione, che era migliorabile ma poneva freni forti all’immigrazione selvaggia. Il cambiamento di quella legge, sostituita con una molto più lassa, venne festeggiato come una conquista di civiltà. Però non è civiltà portare fra noi una barbarie incontrollata. La civiltà non è fare entrare un disperato, non essendo in grado di dargli un lavoro, e poi discutere se può o meno guadagnare lavando i vetri ai semafori, nella speranza assurda che – preso dalla disperazione – non diventi un delinquente.

martedì 4 settembre 2007

I veri privilegiati sono intoccabili. Oscar Giannino

http://www.radicali.it/view.php?id=102829

Finalmente un'autorevole chiarificazione riguardo all'Ici.
Sono esenti le organizzazioni che costituiscono il "privato sociale" con otto finalità ben precise: assistenza, previdenza, sanità, formazione, accoglienza, cultura, ricreazione e sport.
Allora perché gli immobili dei sindacati non pagano l'Ici?

Mike Bloomberg per Letizia Moratti (Modelli Americani). Christian Rocca

C’è chi dice che la prossima candidata premier del centrodestra, quando verrà il tempo, potrebbe essere il sindaco di Milano Letizia Moratti. C’è chi aggiunge che, magari, la signora Moratti potrebbe affrontare un altro sindaco, il re di Roma Walter Veltroni. Se fosse così, Lady Moratti dovrebbe dare un’occhiata a cosa succede a New York e al suo sindaco, il multimiliardario Mike Bloomberg. “Hizzoner” – così i tabloid chiamano i sindaci delle grandi città americane, storpiando l’espressione “His Honor” – è sempre stato un Democratico. Nel 2001, intravedendo l’apertura di un pertugio politico, è passato con i Repubblicani. E, con loro, è stato eletto due volte sindaco di New York. Ora sta cercando di capire se in America ci sia posto per un terzo partito e, eventualmente, per un terzo candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovvero per lui stesso. Nell’attesa, ha lasciato i repubblicani e s’è registrato nelle liste degli indipendenti. Essendo miliardario, Bloomberg potrà decidere all’ultimo minuto e poi creare un partito all’istante, senza Pantheon né comitati di saggi. L’ipotesi di una sua discesa in campo non scandalizza nessuno e non si vedono in giro Furi Colombi locali che si strappano le Brooks Brothers per imporre la vendita forzata delle sue televisioni, delle sue agenzie di stampa e dei suoi influenti servizi di informazione finanziaria. Il modello Bloomberg non indica alla signora Moratti la strada della scissione da Forza Italia, semmai quello dell’autofinanziamento della sua campagna elettorale, essendo la moglie del più facoltoso petroliere d’Italia. Ma Bloomberg non è un modello interessante soltanto per il suo patrimonio. C’è altro: è l’esponente post-ideologico e iper-pratico di una nuova tendenza della politica americana, quella degli amministratori locali che si mostrano indipendenti rispetto ai propri partiti, che pensano in grande e guardano al futuro con passione e competenza. Oltre a governare bene la città, Bloomberg infatti ha presentato un ambizioso progetto di riconversione ecologica di New York entro il 2030, non una di quelle dichiarazioni d’intenti vaghe e senza impegno alla Pecoraro Scanio, ma un piano serio e dettagliato di interventi concreti per migliorare la qualità della vita di una metropoli complessa come New York. Per sottolineare la credibilità del piano, ha fatto sapere che è anche disposto a metterci milioni di dollari di tasca sua. Il messaggio per un eventuale sindaco con aspirazioni nazionali, dunque, è essere indipendenti, darsi da fare, trovare i soldi e, soprattutto, elaborare idee ambiziose.

Il Governo apra gli occhi. Letizia Moratti

Caro Direttore, troppo spesso i temi legati alla «microcriminalità», cioè alla situazione di degrado e illegalità diffusa nelle nostre Città, tornano alla ribalta per situazioni che possono apparire paradossali.
Come quella creatasi con l’ordinanza del Comune di Firenze sui lavavetri. Non serve stroncare o applaudire un provvedimento come quello adottato a Firenze a seconda di convenienze politiche o, peggio, di reazioni emotive. Occorre, invece, capire cosa realmente chiedono i nostri concittadini e quali risposte dare per evitare di agire costantemente inseguendo l’emergenza.
È ormai evidente la necessità di un’azione che riguarda tutti i livelli dello Stato, al di là degli schieramenti politici, per mettere a punto strumenti normativi certi ed efficaci. Strumenti che da un lato ci mettano in condizione di far rispettare le regole e, dall’altro, di combattere strutturalmente e non episodicamente il degrado e il disagio favorendo al tempo stesso il rispetto della legalità, l’integrazione e la coesione sociale.
Perché questo sia possibile bisogna innanzitutto superare l’incoerenza tra normative nazionali e provvedimenti delle amministrazioni locali, anche per non lasciare i Sindaci soli ad affrontare, ciascuno secondo le proprie possibilità e inclinazioni, problemi di illegalità che tutti i cittadini italiani ci chiedono di risolvere.
Il caso di Firenze è, da questo punto di vista, emblematico: il Comune di quella città interviene sul problema dei lavavetri mentre a livello nazionale non ci si è posti il tema di come regolare l’afflusso dei romeni, oggi cittadini europei, ricorrendo – come hanno fatto tanti altri Paesi – a una moratoria del loro ingresso.
Ecco la prima incoerenza: il ddl Amato-Ferrero sull’immigrazione esprime una visione «buonista» e «aperturista» verso l’immigrazione che rischia di accrescere e aggravare situazioni come quelle denunciate dall’iniziativa dell’Amministrazione di Firenze. La precedente legge Bossi-Fini stabiliva, invece, un collegamento chiaro tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e avrebbe evitato che si producesse un esercito di immigrati senza occupazione e quindi in balia di un mercato che li spinge verso il lavoro nero, quando non addirittura direttamente nella trappola delle organizzazioni criminali. Sono queste le contraddizioni che dividono oggi la maggioranza di centro-sinistra e che fanno apparire iniziative come quelle di Firenze come eccessivamente repressive o, al contrario, tardive.
Il secondo tema che intendo sollevare è quello che ho posto fin dal 26 marzo scorso, quando, accogliendo l’invito di 50 mila cittadini milanesi a scendere in piazza con loro contro il crescente degrado urbano, chiesi al Governo strumenti e norme adeguate a consentire a tutte le città di affrontare i problemi posti dai lavavetri come dai writers, dai racket della prostituzione come da chi sfrutta i minori o truffa gli anziani.
Da quando chiesi, insieme ai miei colleghi delle altre grandi città italiane, la revisione delle normative necessarie a intervenire coerentemente e strutturalmente su questi problemi, sono passati diversi mesi e il senso d’insicurezza e di crescente diffusione della microcriminalità sembra aumentare. È necessario che a questo punto il Governo superi le contraddizioni e i continui ripensamenti che impediscono di arrivare a una decisione. Considero fino a oggi la risposta del Governo molto debole e inadeguata ad affrontare il futuro delle nostre città, il nostro benessere, la nostra convivenza civile.
Milano, da sola, sta lavorando con impegno – e con risultati positivi – su questo fronte: penso al Patto di Legalità con i rom, un accordo rigoroso ma non razzista, che subordina il rispetto delle regole da parte dei rom alla possibilità di vivere nei campi nomadi regolari della città. I rom accettano così le nostre leggi, mandando i figli a scuola, facendo i controlli igienico-sanitari previsti, non sfruttando i minori, in cambio di una accoglienza che è anch’essa un dovere, un valore morale e civile. Abbiamo fatto tutto questo puntando sulla collaborazione con il privato sociale, che a Milano è costituito da organizzazioni come quella di don Colmegna, la cui esperienza e competenza nella solidarietà devono essere considerati un modello per tutti.
Spero che le polemiche di questi giorni e l’atto estremo a cui il Sindaco di Firenze è stato costretto contribuiscano ad aprire gli occhi al Governo e a produrre leggi adeguate.
Sindaco di Milano (La Stampa)

Andrea's version. il Foglio

Bisogna eliminare dalle strade i lavavetri, come dice il sindaco Domenici, e questo mi sembra giusto. Un filino leghista, ma giusto. Bisogna contemporaneamente eliminare dalle strade le prostitute e i loro clienti, come dice il ministro Damiano, e anche questo mi sembra giusto. Poi bisogna eliminare quelli che fanno le scritte sui muri, per non parlare delle scritte sui monumenti, come dice il presidente Prodi, e vorrei vedere che non si trovasse giusta anche questa. Quindi i posteggiatori abusivi, perché non si può dare torto al sindaco di Torino, Chiamparino, quando chiede di eliminare dalle strade e dalle piazze i posteggiatori abusivi. Di seguito, questo lo dice Amato, e lo ripete Domenici, ma siamo d’accordo tutti, i commercianti abusivi, gli ambulanti abusivi, i falsificatori di griffe, abusivissimi per definizione, e ogni forma comunque di abusiva convivenza. Tutte eliminazioni ben più che giuste, giustissime. Il problema, a questo punto, rimane uno soltanto: chi di noi va a Napoli per avvisarli che ci vorremmo civilmente costruire un campo di sterminio.

lunedì 3 settembre 2007

La menzogna italiana. Maria Giovanna Maglie

La verità è che ancora non mi capacito, non solo che al ministro Livia Turco sia caduta così completamente e malamente la maschera, ma anche che nessuno abbia ritenuto di far diventare il suo comportamento e le sue dichiarazioni uno scandalo. Pesco dai resoconti di agenzie e giornali. «Consiglio di vedere “Sicko” per tre ragioni. Primo: parla della salute, della malattia e della morte, che la nostra società spesso dimentica. Secondo: in modo preciso e rigoroso, racconta cos'è un sistema sanitario governato dalle assicurazioni. Terzo: fa vedere agli italiani che tesoro è, malgrado i tanti problemi che anch'io affronto ogni giorno, il nostro sistema sanitario». Così il ministro della Salute Livia Turco commenta l'ultima fatica del regista di «Bowling for Columbine» e «Fahrenheit 9/11», che giudica «un film importante». Il ministro, che ha visto «Sicko» in anteprima, ha voluto essere presente, a Roma, alla conferenza stampa del regista statunitense. Per la Turco, il film, che «le è piaciuto tanto e che consiglia agli italiani», ha tre grandi meriti: «Innanzitutto affronta un tema come quello della salute e del sistema sanitario che ci fa ricordare come anche in una società futile o ricca ci siano malattie e fragilità che possono colpire tutti, anche ricchi, potenti o belli. E in questi casi tutti, poveri o ricchi, hanno bisogno di qualcuno che li curi». Secondo merito del film, sottolinea la Turco, è di evidenziare «come le assicurazioni abbiano come unico obiettivo il profitto, che esclude chi non può pagare, ma anche seleziona la presa in carico di alcune patologie solo se non sono troppo costose. Molti cittadini non conoscono neanche come funziona un sistema basato sulle assicurazioni sanitarie. In questo film viene spiattellato brutalmente il fatto che senza soldi si può morire». Il terzo punto importante, per il ministro, è la riflessione che gli italiani potranno fare dopo aver visto «Sicko». «Spero - afferma - che si rendano conto del tesoro che hanno, il nostro Ssn».
E per questo al ministro Turco piacerebbe che fosse fatto un film sulla sanità italiana che invita «un regista, possibilmente italiano, che abbia curiosità, passione civile e senso civico, a girare una pellicola per parlare della nostra sanità e del nostro Sistema». Con un film forse si riuscirebbe, secondo la Turco, a mostrare agli italiani la dedizione e la capacità di tanti professionisti, oltre alle tante eccellenze che il nostro Paese può vantare. «Basta con la retorica sulla malasanità - ammonisce il ministro - che ha provocato gravi danni, difficili da recuperare». L'articolo a questo punto potrebbe terminare. Livia Turco potrebbe andare a fare il ministro di Fidel Castro, oppure arringare le plebi contro il profitto e l'imperialismo yankee. Decidete voi che giudizio si possa esprimere su un pubblico rappresentante di una nazione della Nato che si accoppia con uno dei più sgradevoli e insignificanti nemici degli Stati Uniti. Da spettatrice può dire quel che le pare, da ministro andrebbe rimossa. Resta che in Italia «blame America first», prenditela sempre e comunque con l'America, funziona tanto bene che la seguono, consapevoli o no, praticamente tutti, magari nascondendosi dietro la qualità del cineasta. Peccato che Moore faccia documentari, e se ricordo bene dovrebbe contare anche il rigore e l'aderenza ai fatti! Perciò, nella convinzione che non servirà a niente, vorrei spendere due parole su come veramente funzioni l'assistenza sanitaria negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti, gli ospedali pubblici forniscono gratuitamente le cure necessarie a chi non è assicurato o non ha i mezzi per pagarsele, e dal 1986, presidente Ronald Reagan, con l'Emergency medical treatment and active labor act, anche le cliniche private devono fornire gratuitamente tutte le cure di emergenza di cui dispongono a chiunque si presenti, fino al momento in cui può essere trasferito in sicurezza alle strutture pubbliche.
Questo vale anche per gli immigrati clandestini, che non pagano tasse e costano cifre folli, tanto che la Hospital association calcola che la spesa per mancati pagamenti e assistenza gratuita sia di alcuni miliardi di dollari. Solo nei quattro Stati che confinano con il Messico, le cure mediche gratuite sono oltre i 200 milioni di dollari l'anno. Molte donne arrivano da oltre confine, pronte a partorire, al costo medio di 5mila dollari a bambino. Chiunque nasca negli Stati Uniti, a differenza che da noi, è cittadino americano.
La differenza dunque sta solo nel fatto che lo Stato assiste chi non ha i mezzi per curarsi, o non può pagarsi una copertura assicurativa. Basta un impiego qualunque fisso per farsi pagare l'assicurazione dal datore di lavoro, i più abbienti se la scelgono da soli, delle migliori, e la detraggono dalle tasse. I poveri, infine, hanno un programma gratuito che si chiama «Medicaid».
Alla fine della storia rimangono 44 milioni di cittadini, il quindici per cento più o meno, che non hanno copertura assicurativa. Sono i clandestini, 15 milioni almeno, sono una frangia di irregolari che avrebbero diritto al Medicaid, ma non si iscrivono. Infine, c'è una categoria di giovani professionisti, che guadagna tra i 50mila e i 75mila dollari l'anno, ma che non ne vuole sapere di preoccuparsi del futuro, e non stipula assicurazioni anche se potrebbe. Almeno per ora.
Potrei parlarvi delle code, spaventose in Europa, e inesistenti negli States; dei feti scambiati, delle gambe sane operate, dei tanti episodi di incuria, fretta, scarsa igiene, che qua sono molto frequenti, laggiù pressoché inesistenti; potrei parlare della ricerca scientifica, iniziata quando John Kennedy disse: «La lotta al cancro deve essere al primo posto, come l'avventura nello spazio»; potrei raccontare dei bambini italiani salvati in posti benedetti come lo Sloan Kettering Center di Manhattan, le loro madri ospitate per mesi nelle residenze, senza nemmeno un dollaro di garanzia, solo la stretta di mano e la promessa che a casa si stavano raccogliendo soldi. Ma non vorrei scuotere le certezze così dolorosamente acquisite degli italiani. Meglio andare a vedere «Sicko», meglio credere a quell'imbroglione di Michael Moore.

Intellettuali di lotta e dimissioni. Paolo Granzotto

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=203324

Un'analisi graffiante degli intellettuali di sinistra.

Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti. Mario Secomandi

Nel bel libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti", viene realisticamente e lucidamente descritta la parabola politica-culturale del Pci-Pds-Ds-Pd e della sua classe dirigente, evidenziandone il percorso che ha coinciso col pieno fallimento e crisi identitaria e strutturale della stessa sinistra italiana. Una sinistra incapace di rinnovarsi in quanto guidata da un'oligarchia aristocratica e ristrettissima che, sulla scia della conservazione gelosa e maniacale del proprio blasone familiare comunista, mira ormai soltanto alla gestione del potere fine a se stesso e alla perpetuazione in modo sempre più asfittico ed inerziale dell'egemonia nei propri feudi e casematte.

Gli attuali (ed ultimi) eredi di Berlinguer si formarono negli anni della contestazione studentesca di stampo radical-marxista del Sessantotto, in cui l'Italia venne invasa da quella marea irrazionalista di libertinismo, nichilismo e massificazione laicista. Il Partito comunista italiano era l'interlocutore privilegiato del movimentismo estremista e del minoritarismo intellettualoide, di cui parte attiva erano anche i trotzkisti, stalinisti e maoisti, ciò che creava terreno fertile per la proliferazione di asocialità, amoralità, criminalità, violenza, teppismo e terrorismo. Il d'Alema di quegli anni, assurto alla leadership della Fgci, non esitava ad andare a relazionare ai congressi in Unione Sovietica e nella Cina del sanguinario dittatore Mao.

La crisi della sinistra negli anni Settanta ed Ottanta si traduceva nel fallimento del compromesso storico tra Pci e Dc. Il declino del consociativismo faceva da contraltare all'emergere dei tentativi di rinnovamento liberale e social-riformista ad opera del leader del Psi Craxi. Ma la sinistra berlingueriana continuava ad esser affetta da autismo e seguitava a non saper per nulla cogliere i segni dei tempi credendo di avere essa una propria superiorità antropologica e morale rispetto agli odiati avversari/nemici politici, superiorità invero inesistente, come si vedrà in seguito soprattutto in merito alle collusioni affaristiche della sinistra comunista con i poteri forti, fra cui banche e cooperative, ed ai finanziamenti occulti avuti dall'Urss. Nel frattempo crollava il Muro di Berlino, ciò che per il Pci costituiva una plateale e definitiva sconfitta, avendo esso sempre puntato sull'anticapitalismo ed antiamericanismo, con una speculare alleanza col totalitario ed antidemocratico mondo sovietico.

Il Partito della falce e martello, rimasto esente dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli a motivo dell'esistenza di non poche affinità ideologiche tra esso ed una parte consistente della magistratura, si tramutò nel Pds occhettiano , che fu poi sconfitto dalla provvidenziale discesa in campo di Berlusconi. Divenuti poco dopo Ds, i post-comunisti sono stati incapaci di incarnare l'espressione italiana della socialdemocrazia europea. Di autentico riformismo non c'è stata alcuna traccia, accanto al perpetuarsi di un immarcescibile antioccidentalismo ed alla mancata comprensione dei mutamenti epocali seguiti all'11 settembre, non contrastando ma ammiccando essi all'islamismo radicale. Anche con Fassino segretario il partito versa infine in piena crisi di consensi e contenuti.

L'attuale processo di costruzione del Partito democratico con la leadership di Veltroni rappresenta un grottesco ed anacronistico tentativo di esorcizzare il tonfo totale del governo Prodi con la riedizione di un compromesso storico «bonsai» con le altre culture politiche stantie ma egemoni della Prima Repubblica, procedendo ad una mera fusione a freddo delle nomenklature oligarchiche post-comuniste e post-democristiane, col beneplacito dell'integralismo sindacale e dei poteri forti. Ora la sinistra giocherà tutte le sue ultime carte sulla figura di Veltroni, vero e proprio «politico new-age», espressione del sincretismo e relativismo culturale odierno. Egli si esercita da tempo nell'uso delle casematte culturali e vari gangli per i propri fini ideologici e politici, e non esita a praticare l'arte dell'affabulatore buonista manipolando con giochi di prestigio parole ed immagini a proprio uso e consumo. Veltroni, totalmente incurante della coerenza, chiarezza e lealtà, è uno che dice tutto ed il contrario di tutto e mischia il diavolo con l'acqua santa, laddove le sollecitazioni emotive, i sogni e gli stati d'animo vorrebbe avessero la meglio sulla realtà concreta.

domenica 2 settembre 2007

La sinistra tutta casa e terraza. il Giornale

Era chiaro fin dal gennaio del 2001 che si sarebbe arrivati a Svendopoli. Le case di pregio sono state scambiate per alloggi normali e così si sono applicati gli sconti. Già nel dibattito alla Camera del 24 gennaio 2001 si parlava di «enorme disparità tra valutazione di mercato e prezzo di acquisto». Ma il governo Amato garantì: niente sconti sugli immobili di lusso. E la casta dei privilegiati si difende: «Nessun privilegio».

Cronache di un paese ridicolo. Christian Rocca

L'Italia discute da alcuni giorni, in prima pagina, sui lavavetri. Sì, sui lavavetri. C'è un gran dibattito, specie a sinistra, tra gli intellettuali antropologicamente superiori sui lavavetri: farli togliere dalla strada oppure no. Ma non è finita. Per questo, Alberto Asor Rosa scrive sulla prima pagina del Corriere di essersi dimesso da "intellettuale di sinistra", perché non può sopportare che la sinistra cacci i lavavetri. C'è di peggio, anzi di più ridicolo. Un sottosegretario di Rifondazione spiega che la soluzione ideale sarebbe istituire un albo dei lavavetri, come quello dei medici o degli avvocati.
PS
Giuliano Amato, uno dei teorici italiani della stupidità delle idee neoconservatrici, ha spiegato con la solita intervista pensosa che si dovrebbe applicare la ricetta di Rudy Giuliani: colpire i piccoli casi di microcriminalità, per dare l'esempio eccetera. Bene. Quella è un'idea neoconservatrice. Elaborata da James Q. Wilson, lanciata con un saggio "Broken Windows" e poi applicata da Giuliani a New York.

venerdì 31 agosto 2007

Giuliani d'Italia, il modello non basta. Maurizio Molinari

L’evocazione da parte di Giuliano Amato dell’esempio di Rudolph Giuliani nella lotta alla criminalità e il paragone tracciato da Walter Veltroni tra la nascita del partito democratico e l’inizio dei cicli politici di Ronald Reagan e Bill Clinton descrivono una crescente attenzione da parte dei leader del centrosinistra per i modelli americani, non più solo di matrice liberal ma anche di stampo conservatore.

Giuliani, sindaco di New York dal 1994 al 2001, sconfisse la criminalità applicando la dottrina «Fixing Broken Windows», formulata da James Wilson e George Kelling in un articolo del 1982 pubblicato da Atlantic Monthly, in base alla quale riparando le finestre rotte di un edificio se ne impedisce la trasformazione in un rifugio di sbandati così come mettendo in cella i responsabili di piccoli reati - dai graffiti sulla metro agli scippi di pochi dollari - si scongiura la possibilità che si macchino in futuro di crimini ben più gravi, come stupri e omicidi.

Richiamarsi alla dottrina Wilson-Kelling da parte di Amato, ministro dell’Interno, significa sottolineare un successo testimoniato dall’odierna rinascita di Harlem come dal fatto che passeggiare di notte a Manhattan espone a rischi minori rispetto a quanto avviene in altre metropoli, americane o europee. Anche l’evocazione dei cicli di Reagan e Clinton da parte di Veltroni, candidato alla guida del Partito Democratico, evoca i successi di due presidenti i cui ideali di libertà e risultati economici continuano a ispirare generazioni di americani di opposte fedi politiche.

I modelli di Giuliani, Reagan e Clinton non sono tuttavia eventi singoli o fenomeni isolati bensì il frutto di una società americana accomunata da pochi, fondamentali, valori: la tutela, il rafforzamento e lo sviluppo dei diritti di libertà, politica ed economica, di tutti i cittadini. Immaginare di ripetere in Italia, o altrove nell’Europa continentale, gli esempi di Giuliani, Reagan e Clinton rischierebbe di provocare dirompenti boomerang senza prima aver radicato un profondo rispetto per tali principi di libertà. Gli arresti a valanga della polizia di Giuliani vennero sostenuti da una cittadinanza secondo la quale è il principio «parità di diritti in cambio di assoluto rispetto della legge» a dover regolare i rapporti sociali, fra chi è nato in America come anche con gli immigrati.

Il braccio di ferro di Ronald Reagan con i controllori di volo fu vinto perché nel Paese era forte il sostegno ad una drastica riduzione del freno sindacale allo sviluppo economico. Bill Clinton fu in grado di bombardare Belgrado senza il consenso dell’Onu perché la minaccia del genocidio che pesava sugli albanesi del Kosovo fece scattare negli americani l’obbligo morale di difendere le libertà dell’uomo anche fuori dai propri confini, come avvenuto in Europa nella Seconda Guerra Mondiale contro i nazisti e durante la Guerra Fredda contro i sovietici, e come avviene oggi nello scacchiere del Grande Medio Oriente contro Al Qaeda e i suoi numerosi alleati jihadisti. Sono questi principi liberali a costituire l’humus politico che ha consentito ai repubblicani di avere Giuliani e Reagan così come ai democratici di avere Clinton. Principi sulla cui esistenza, o assenza, sarebbe opportuno interrogarsi in Italia da parte di quei leader del centrosinistra che volessero davvero accelerare la resa dei conti con gli ostacoli che rallentano l’entrata dell’Italia nel XXI Secolo: l’incertezza del diritto, la resistenza a considerare il profitto privato positivo per la collettività, il rifiuto pregiudiziale del ricorso alla forza anche se teso a difendere le libertà nostre e altrui.

Trovando risposte proprie e rocksolid, solide come la roccia, su questi tre fronti il centrosinistra potrebbe porre le basi per la genesi di un modello di governo non mutuato da altrui esperienze ma tutto italiano, capace di avere da noi lo stesso successo avuto da Giuliani, Reagan e Clinton negli Stati Uniti d’America.

giovedì 30 agosto 2007

Modifiche genetiche: ecco i Nazicomunisti. Francesco Blasilli

Sono l’ultima generazione della sinistra italiana, quelli che, per un pugno di voti, fanno cose di destra.

I maggiori rappresentanti sono Leonardo Domenici, Sergio Cofferati e Flavio Zanonato.

Sono buoni, (radical) chic e politicamente corretti. Di giorno amano parlare di integrazione, di Africa e di razzismo, mentre la notte la passano in bianco a pensare il modo migliore per prendere a calci nel sedere quelli che, a parole, vorrebbero integrare. Sono i “nazicomunisti”, oppure “fasci-chic”, chiamateli come volete: si tratta semplicemente di comunisti dell'ultima generazione, di figli di Lenin geneticamente modificati. Gli elementi di spicco, di questa nuova categoria, sono Flavio Zanonato, Sergio Cofferati, Leonardo Domenici. Rispettivamente sindaci di Padova, Firenze e Bologna. Il primo ha costruito un muro per dividere i cittadini italiani dagli spacciatori (africani), il secondo ha deciso di ripulire il suo Comune sgomberando abusivi e centri sociali, il terzo – proprio in questi giorni – ha dichiarato i lavavetri fuorilegge. Chiaramente sono tutti e tre di centrosinistra. E come loro, ce ne sono tanti. Sono il punto di riferimento di quella generazione che al mattino va a lavorare in banca e alla sera va farsi le canne al centro sociale. Di quelli che giocano in borsa, ma votano Bertinotti.

Sono, come detto, nazicomunisti. Ovvero dei comunisti “paraculi” che hanno capito l'antifona e si adeguano. In Italia il tema della sicurezza è molto sentito dalla gente, quasi come quello delle tasse, ed allora i nazicomunisti ci provano. Con spot pubblicitari come quello di Firenze, ma intanto ci provano (anche se la possibilità giuridica di prendere un provvediemnto del genere è tutta da verificare). Ci provano loro che possono farlo, perché se provvedimenti di questo tipo fossero stati presi da un esponente di centrodestra, i paragoni con Hitler si sarebbero sprecati. E le pubbliche gogne pure. Invece ci sono loro, i nazicomunisti, quelli che si fanno fotografare sorridenti con gli extracomunitari e poi, in privato, fanno i conti e imprecano perché sono troppi. Perchè se vai in un qualsiasi paese di una qualsiasi provincia ti accorgi che nei giardinetti la lingua ufficiale è il rumeno e nelle edicole ci sono le locandine di almeno cinque quotidiani di Bucarest.

Tutto questo, inevitabilmente, crea un problema di sicurezza: presunta o reale che sia, quello che conta è che gli elettori sono sensibili alla tematica. Ed allora ecco che i rossi si travestono da neri e fanno partire la caccia all'extracomunitario. Certo, nel caso di Firenze, si trascende nel ridicolo: lo sanno tutti che il problema non sono i lavavetri. Quelli poverini, al massimo ti rompono le scatole, ma se stanno lì con il secchio in mano, molto probabilmente non li trovi la sera a scavalcare il cancello di casa tua o a vendere la droga a tuo figlio. Il problema sicurezza va molto oltre il lavavetri. Ci sono i rom e i loro campi che nessuno vuole: come dare torto alla gente, quando loro rubano a più non posso e nei campi nomadi danno ospitalità pure a delinquenti di tutti i tipi proveniente dall'est. Per non parlare degli zingari minorenni, quelli ai quali la Polizia non può fare nulla, nemmeno picchiarli, tanto poi i genitori gliene danno di più e li rimandano a rubare.

Ci sono le bande di slavi che organizzano tour nelle ville (soprattutto in quelle del nord est) e dato che ci sono seviziano anche i padroni di casa, tanto per libidine personale. Poi ci sono quelli che non sanno tenere a freno i loro organi sessuali e quelli che lavorano dalla mattina alla sera, ma quando smettono iniziano a bere, dalla sera alla mattina. E diventanto pericolosi. Poi ci sono quelli integrati, che purtroppo sono una esigua minoranza. Ed infine ci sono quelli che vorrebbero integrarli tutti, almeno a parole, i nostri amici nazicomunisti, come già detto. Leader di una parte della popolazione fatta a loro immagine e somiglianza, che la domenica va al mercatino tradizionale etnico e al lunedì minaccia di scendere dalla macchina se il lavavetri non sparisce immediatamente dalla sua vista. Sì, è vero, ci sono ancora i comunisti duri e puri, ma quelli ormai sono in via d'estinzione e mangiano ancora i bambini. L'esponente di centrosinistra che va di moda adesso è di tutt'altra pasta, è quasi democristiano nelle sue decisioni. Zanonato, Cofferati, Dominici, ma anche Chiamparino e Cacciari, con un occhio all'integrazione e l'altro all'urna elettorale. No, Walter Veltroni no, nonostante qualche campo nomadi l'abbia fatto chiudere. Il nazicomunismo è una categoria che riguarda gli esseri umani, mentre lui siede già alla destra del Padre.

mercoledì 29 agosto 2007

Privilegi e segreti dei magistrati. Dimitri Buffa

Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.
Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?
E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro: magistrati. Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.

Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta un avvocato,Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate.

E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta.

E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar.

L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".

C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.

Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.

La Corte dei Conti ha a ruolo quasi 550 consiglieri.

L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti incusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.

L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.

C'è poi il capitolo Corte Costituzionale, una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano.

Per di più lor signori hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui.

Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mesili.

Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato. Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di 1 miliardo di euro .

Circa il 30% superiore a quello che la francia spende per i loro omologhi di Oltralpe.

Di quella cifra, i magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito.

E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che l'attuale Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta.

In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno.

Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre.

Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina consideare formidabili.

E a proposito di privilegi, benchè non sia mai stata applicata, la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni.

Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra dalla BNL Broker Assicurazioni : con soli 138 euro e 60 all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari.

Eeventualità invero remota visto che la legge voluta da Vassalli e Craxi ( cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine) mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai.

Come se non bastasse la casta del partito dei giudici,
ora ci sono nuovi privilegi e nuovi privilegiati che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.

E nel 2005 la spesa pubblica per i giudici di pace ha assorbito risorse per 135 milioni di euro all’anno.

Se poi venissero accolte le richieste di “stabilizzazione” della categoria per almeno 4.500 unità (sulle circa novemila in servizio), si registrerebbe un ulteriore aggravio per la collettività pari a 142 milioni di euro.


Naturalmente a simili trattamenti non corrispondono, come è sotto gli occhi di tutti, risultati di eccellenza.

Un rapporto del Consiglio d’Europa , a inizio 2005, ha assegnato le “pagelle” alle toghe dei diversi stati membri.

I dati che sono fermi al 2002, ma dopo è andata anche peggio, parlano di uno stipendio dei giudici italiani superiore del 30 per cento a quello dei colleghi francesi. La nostra spesa pubblica per il pianeta giustizia risulta fra le più elevate, benché altri Paesi europei abbiano tempi molto meno biblici per la definizione di cause e processi: Svezia, Germania e Olanda svolgono ad esempio le cause civili in meno di metà tempo di quanto necessario in Italia per procedimenti di analogo impegno.

Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. Nel 2004 il loro numero era di ben 728, mentre altri 1.182 risultavano assegnati ad incarichi extragiudiziari.

E qui il privilegio si incrocia con il potere poltico che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis.

Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi. Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la corte dei conti potè chiedere i danni in quanto la Corte costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può farte quello che crede. Sempre a spese del contribuente.

Last but not least, i concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.

Il più famoso fu quello del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento mentre altri non erano neanche stati corretti benchè scartati.

Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne segretario generale del Csm.

L'intellettuale di destra non si vede ma c'è. Paolo Granzotto

Per come la penso io i dibattiti sul ruolo degli intellettuali andrebbero proibiti per legge. E quelli sul ruolo politico degli intellettuali puniti per legge (e dunque Giordano Bruno Guerri, Piero Ostellino e Piero Melograni, tutti dentro). L'intellettuale non ha infatti una peculiare funzione all'interno di un gruppo sociale, meno che mai quella di farlo migliore. L'intellettuale ha spesso dannato l'uomo, in nessun caso però lo ha redento. Dedito alla razionale pratica del dubbio, l'intellettuale è di per sé un pessimista e i pessimisti sono poco propensi a rimirare il sol dell'avvenir. Inoltre l'intellettuale detesta il luogo comune, diffida degli ideali e nutre non pochi sospetti nei riguardi dei princìpi e dei valori (massime quelli «condivisi»). Prestarlo o addirittura regalarlo alla politica, come l'amico Giordano vorrebbe, è una mala azione. Ciò che massimamente contraddistingue un intellettuale è infatti la sua assoluta, proterva volontà di non imbrancarsi o farsi imbrancare. E la politica è branco: si fa, si dice e si vota come vuole il partito, punto e basta. Inoltre, difficilmente un intellettuale scende a compromessi con la propria coscienza e la politica è l'arte del compromesso. Per cui il vero intellettuale ne sta alla larga.

Chiedersi perché ci siano più intellettuali di sinistra che di destra è una questione mal posta. Cominciamo col dire che se esiste una cultura di sinistra è irragionevole affermare che ne esista anche una di destra. La cultura di sinistra è di sinistra perché ben delimitata, ben circoscritta. La cultura di sinistra ha dogmi, canoni, regolamenti, liste di proscrizione, tabù, tutta roba che la cultura senz'altre specificazioni rifiuta. Un intellettuale che non sia di sinistra appaga comunque la sua curiosità, pascolando, se è il caso, anche nei prati di una ideologia (in questo caso di una cultura) che non è la sua. Cosa che difficilmente accade ad un intellettuale così detto impegnato. O meglio, che sceglie la via dell'impegno, della militanza. Per antica tradizione l'intellettuale italiano cerca un Principe che lo prenda a corte. E non lo fa tanto per sbarcare il lunario (è noto che i Principi sono di manica corta), ma per avere il «riconoscimento». Su suggerimento di un noto intellettuale, Antonio Gramsci, il Pci si fece Principe - e Principe di bocca buona - attirando a sé schiere di postulanti ai quali seguita a conferire la patente di intellettuale e con quella l'ambìto «riconoscimento».

L'aver pubblicato un librino da Einaudi, la recensione positiva sull'Unità (ed oggi sulla Repubblica), una citazione su Micromega, l'intervento al convegno del circolo ulivista di Passerano Marmorito sul progressismo democratico di Lula, appagano l'intellettuale impegnato assai più di una sinecura in qualche municipalizzata. E siccome la sinistra è generosa nel concedere simili regalie (costano niente), parrebbe che pulluli di intellettuali ed anzi, che tutti gli intellettuali siano accasati lì.

Ovviamente non è così. Tanti ce ne sono di là, tanti ce ne sono di qua e probabilmente ce ne sono più di qua che di là. Ma oltre a non essere disposti a tutto pur di avere una citazione sul Domenicale o il microfono ad uno dei convegni dei Circoli della Libertà, oltre a rivendicare il diritto di critica (che l'intellettuale impegnato tende a far arrugginire) non hanno il vezzo di vestirsi e atteggiarsi da intellettuali ragion per cui passano, in tempi in cui l'immagine è tutto, inosservati.

E allora, per riprendere una preoccupazione di Giordano Bruno Guerri, cosa deve fare la destra per trar vantaggio da questo imponente patrimonio intellettuale? Escludendo, per le ragioni dette, la partecipazione alla politica attiva, Berlusconi, tanto per fare un nome, promuova ogni anno il weekend della mente. Ospitando in un grande albergo (paga lui) fornito di buon ristorante e buona cantina un tot di intellettuali. Che lascerà parlare senza imporre un tema. Così che qualcuno dal palco interverrà sulla condizione atletica dell'Inter e l'altro sulla crisi della democrazia di massa. A tavola uno si intratterrà sulla foto che ritrae Montezemolo col pipino di fuori e l'altro sulla opportunità o no di incamerare la Turchia islamica nell'Europa cristiana. All'ora del tè uno parlerà di televisione e l'altro di sistemi elettorali. Nel corso della passeggiata uno discorrerà di Leopardi e l'altro di Ammanniti, uno di bioetica e l'altro di biogenetica, uno di Giovanni Giolitti e l'altro di Rino Piscitello e via così. Alla fine del weekend Berlusconi, che avrà sempre taciuto, separato il grano dal loglio potrà contare su una dozzina di considerazioni, di opinioni, di concetti, di pensieri intelligenti sui quali riflettere e magari trasformare in azione politica. E questo, che non è poco, è tutto.

Ma contro i nemici resta il vizietto. Lodovico Festa

Dell'intervista di ieri di Walter Veltroni sul Corriere della Sera, si potrebbero sottolineare i passi in avanti fatti dal sindaco-candidato segretario rispetto a D'Alema e Prodi su questioni non secondarie: così quando afferma che non farà mai il premier senza essere prima eletto o che per governare bene serve un programma chiaro. E accontentarsi di questi risultati. Ma le parole del sindaco di Roma non contengono solo queste considerazioni o l'inevitabile propaganda (tipo gli spostamenti dei campi rom) o la solita ipocrisia veltroniana, sono anche profondamente segnate dal peggiore dei vizi della nostra sinistra: la totale delegittimazione dell'avversario. Ancora più deteriore perché presentata come apertura: si «apre» a Giulio Tremonti sull'alzabandiera a scuola ma si chiede anche di studiare le lettere dei condannati a morte della Resistenza perché «la denigrazione» dell'antifascismo fatta dalla «destra» durante l'estate ha fatto «accapponare la pelle» al sindaco-candidato.

Non c'è solo il tradizionale veltroniano «voglio questo e il suo contrario», la bandiera e le lettere: che se lo si fa continuare proporrà di leggere il libro di Pansa per rimediare alle esagerazioni post 25 aprile e poi di cantare Bella ciao per emendarsi della lettura di Pansa. No, in quel «accapponare la pelle» c'è tutto il vizio oscuro della delegittimazione. Così, quando apre al dialogo sulle riforme istituzionali con il centrodestra, non può mancare di paragonare le sparate verbali antifisco di Bossi all'odio «operativo» e dunque sommamente pericoloso che il movimento rappresentato in Parlamento da Francesco Caruso promuove contro riformisti come Tiziano Treu e Marco Biagi. O quando predica una ragionevole lotta alla delinquenza giovanile, non può non rintracciare le radici degli omicidi interadolescenziali di Londra o del delitto di Garlasco nell'individualismo thatcheriano o nelle tv berlusconiane. L'incapacità di superare il lato oscuro della sinistra italiana (la totale delegittimazione dell'avversario), proprio quando si afferma «non odierò più nessuno», non è frutto solo dell'abituale baloccarsi veltroniano con tutti i luoghi comuni più comuni del politically correct, nasce innanzi tutto dal non fare i conti con la propria storia.

Lo si coglie anche nell'intervista di ieri. Veltroni dice: «Sono dieci anni che sono per il Partito democratico». Ma quattro anni fa al congresso Ds insieme a Fabio Mussi e Sergio Cofferati contestava Piero Fassino e Massimo D'Alema perché troppo moderati. Perché non spiega come si sono evolute le sue posizioni? E a proposito, a quei tempi, per non esporsi troppo con Fassino, sosteneva che un sindaco non dovesse schierarsi nelle contese di partito: che cosa è cambiato da allora?

C'è chi dice che la realtà delle cose spingerà Veltroni a superare quell'approccio delegittimante che io trovo particolarmente pericoloso. Può darsi, per il momento l'unica frase che trovo integralmente onesta nell'intervista di Veltroni, è questa: «So che talora si possono dire cose che non si pensano». La frase è emblematica di uno che negli anni Settanta si è iscritto alla Federazione giovanile «comunista» e poi ha detto di non essere mai stato comunista...

martedì 28 agosto 2007

E poi la chiamano "grande stampa"! Gianteo Bordero

Galli dalla loggia. Dall'alto del balcone di Via Solferino il buon Ernesto getta il suo sguardo sulla politica italiana e cosa vede? Vede, in sequenza: della plastica, il nulla, un harem. Uno pensa: la plastica sarà quella del Partito Democratico, il partito che non c'è a cui il Corriere dedica, ormai da mesi, pagine e pagine di tenerezze e amorose effusioni; il nulla sarà il vuoto di idee che sembra attanagliare il centrosinistra italiano, incapace di darsi una linea politica degna di tal nome; l'harem sarà quello dei dieci partiti dell'Unione, a cui Prodi, a seconda delle sue voglie e delle sue convenienze personali, rivolge di volta in volta le sue attenzioni. Niente di tutto ciò. La plastica, il nulla e l'harem rappresentano una cosa sola: Forza Italia. Nell'ordine: «Forza Italia era un partito di plastica, e di plastica è rimasto»; «non ci sono iscritti, quadri, parlamentari, consiglieri comunali o regionali, non ci sono organi, non c'è discussione, non c'è nulla che conti qualcosa. C'è solo il capo»; «nessuno dei cosiddetti dirigenti di Forza Italia è autorizzato a protestare (sul "caso" Brambilla, ndr): chiamati a suo tempo a far parte dell'harem dovrebbero conoscere come funziona il meccanismo».

Se questo è livello dell'analisi politica della cosiddetta «grande stampa» nazionale, c'è da mettersi le mani nei capelli. Della Loggia non entra nel merito dell'identità politica di Forza Italia, non si degna di considerare come fatto politicamente rilevante le sue battaglie, la sua opposizione al pensiero dominante nelle istituzioni, nel mondo della cultura e dell'informazione, i valori che ne animano l'azione. Non si sforza di prendere in esame l'oggettivo carico di novità che quello che lui definisce «partito di plastica» ha portato nel panorama politico nazionale - cosa, questa, riconosciuta anche da un insospettabile come Fausto Bertinotti. Insomma, non si confronta analiticamente col fenomeno Forza Italia, ma si limita comodamente a ripetere luoghi comuni triti e ritriti, e lo fa, per di più, in un momento in cui - basterebbe informarsi un po' meglio - il motore del partito gira a buon ritmo, rafforzandosi sul territorio con nuove sedi e nuovi organi eletti dagli aderenti.

Ma, oltre che da pigrizia mentale, l'editorialista di Via Solferino sembra essere affetto anche da altre due sindromi intellettuali che già Antonio Rosmini denunciava come esiziali per il pensiero politico: l'astrattismo e il perfettismo. In sostanza: Galli Della Loggia ha in mente solo il suo partito ideale, perfetto, e non si rende conto che esso esiste soltanto nell'Iperuranio platonico o, al limite, soltanto nella sua testa. Tutto ciò emerge chiaramente quando egli parla dei cinque anni di governo Berlusconi condannando senza appello quell'esperienza, senza minimante sforzarsi di inserire l'opera dell'esecutivo della CdL all'interno della situazione nazionale ed internazionale di allora, senza - fatto grave, questo, per un intellettuale del calibro di Della Loggia - «contestualizzare». Così GDL, nell'ultima parte del suo articolo, finisce per dire cose che nemmeno Ferrero e Giordano di Rifondazione Comunista forse direbbero a proposito del governo Berlusconi. Ma tant'è...

Del resto, così facendo, Galli Della Loggia non fa altro che seguire l'ultima moda del giornalismo italiano sedicente «indipendente» (talmente «indipendente» da essersi schierato apertamente, alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, con l'armata Brancaleone dell'Unione): preso atto che l'esecutivo Prodi e la sua maggioranza versano in una crisi politica e di consenso che sembra ormai divenuta inarrestabile, e constatato che appare come sempre più probabile una reentree di Berlusconi a Palazzo Chigi, si spara a zero contro i partiti del centrodestra - Forza Italia in primis - e contro i cinque anni di governo Berlusconi non solo per rendere un tributo al politicamente corretto, ma anche e soprattutto per esorcizzare il funesto evento del ritorno in sella del Cavaliere. Basta leggere alcuni recenti editoriali di Luca Ricolfi su La Stampa, dello stesso Galli Della Loggia e di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera per averne conferma.

E' come se ci fosse l'obbligo morale di parlar male del centrodestra per poter avanzare qualche critica anche al centrosinistra. Con la conseguenza che sulle prime pagine dei grandi quotidiani nazionali trovano spazio editoriali francamente di bassa qualità come quello firmato da Galli Della Loggia. E', questo, non soltanto un pessimo servizio ai lettori, ma anche un oggettivo vulnus a quel ruolo istituzionale che certi giornali rivendicano per sé nel nome della «indipendenza» e della «libertà d'informazione».

Due sassi, due misure. il Giornale

Due pesi e due misure. Il ministro delle Riforme diessino Vannino Chiti, commentando le dichiarazioni di Umberto Bossi sui «fucili» contro le tasse, dice che «le parole in politica possono essere sassi» e che la Lega deve darsi una calmata. Eppure il ministro non ha problemi a governare con alleati come Francesco Caruso, che ha definito Marco Biagi e Tiziano Treu degli «assassini». Non c’è dubbio, rimandato in mineralogia.