Le religioni non sono monete. Fare l’unificazione europea a tavolino, cominciando astutamente dall’economia e dalla moneta, ha permesso finora di tenere basso lo scontro con ciò che veramente crea i popoli ed è creato dai popoli: i loro sentimenti, le loro fedi, il loro spirito, il loro passato, la loro storia, le loro tradizioni, i loro valori, i significati che i popoli assegnano al loro «essere se stessi». Le religioni praticamente sono il contenitore di tutto questo, lo rispecchiano nel momento stesso in cui lo plasmano. Noi possiamo cercare di spiegare in termini teologici le differenze fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, oppure fra quella ortodossa e le varie chiese riformate, ma che non sia stata la teologia a crearle si vede a occhio nudo: il rituale ortodosso con la solennità dei suoi gesti, con il calore dei suoi canti, con l’intensa calma passione delle sue icone, è frutto dell’anima russa, di nient’altro che del popolo russo. Nessun inglese, nessuno svedese avrebbe mai potuto produrlo.
I politici che hanno progettato l’Unione europea hanno affermato che ci univamo perché eravamo uguali; ma nelle religioni non si è, non si può essere uguali, perché appunto, come le lingue, esse si differenziano in funzione della diversità dei popoli. Adesso, dunque, è giunto per l’Ue il momento più difficile: vivere l’unione senza isterilirci, senza morire. Questo significa per prima cosa salvaguardare i segni visibili dell’appartenenza religiosa. In Italia l’architettura, le rappresentazioni pittoriche, i crocifissi, le innumerevoli Madonne, fanno parte della storia, dell’arte, delle tradizioni di un paese che si è talmente alimentato, lungo lo scorrere dei secoli, della bellezza del Vangelo che sarebbe impossibile immaginare un S. Francesco senza il dolce paesaggio dell’Umbria, un S. Benedetto senza l’ordinata gravità del lavoro romano, un Raffaello senza l’innamorata contemplazione della Vergine Maria. Oggi si vogliono togliere i crocifissi dalle aule nelle scuole pubbliche; per proteggere, come si afferma, la libertà degli studenti. Ma anche le migliaia di edicole della Madonna, che proteggono i viandanti agli incroci delle strade, sono «pubbliche»; presto qualcuno, giustamente, vorrà che vengano eliminate. Guardiamo bene in faccia il prossimo futuro: se nell’Ue per essere liberi bisogna che in pubblico vengano cancellati tutti i segni che indicano un’appartenenza, questo significa che nessun popolo sarà più un popolo, salvo che si ritenga che possa farci sentire «Popolo» l’esposizione nelle scuole e agli angoli delle strade della faccia di Barroso. Il «privato» non crea un popolo, ed è questo che succederà: tutte le differenze saranno costrette a vivere, o a sopravvivere, nell’ambito del privato e l’Europa sarà debolissima perché saranno a poco a poco cancellati, anche nella memoria, i tratti distintivi che legano fra loro i popoli che la compongono.
Toccare le abitudini religiose significa toccare l’anima dei popoli. Cosa pericolosissima, anche là dove sembra, come in Europa, che le fedi siano ormai sbiadite, la partecipazione ai precetti in declino. Questo è un punto di cui i governanti, anche quelli ecclesiastici che hanno aderito alla realizzazione dell’Unione europea, non hanno tenuto conto: la scarsa aderenza visibile ai dettami delle Chiese, soprattutto nell’area occidentale, non significa l’abbandono, ma piuttosto, insieme allo sviluppo sempre maggiore del pensiero critico, un bisogno religioso anch’esso critico, profondo, difficile da esprimere, ma esigentissimo, «vero», che finora la chiesa cattolica non ha saputo esaudire. Ma, proprio perché i cristiani oggi conoscono meglio il significato di una religione, la loro ribellione scatterà di fronte alla pretesa dei governanti di togliere i crocifissi dalle scuole più che a un’imposizione di uguaglianza di carattere dottrinale. Perché questo, in Europa, tutti lo sappiamo bene; sono stati i nostri più grandi pensatori a insegnarcelo, da Platone a Cartesio a Leopardi: «Essere, è essere diverso».
I governanti italiani, dunque, si muovano subito; nell’interesse dell’Italia, ma anche dell’Europa. Bisogna istituire a Bruxelles l’abitudine a innumerevoli «eccezioni»... (il Giornale)
mercoledì 4 novembre 2009
martedì 3 novembre 2009
Avanti Alfano Riprovaci Sandro! Paolo Pillitteri
Quando il Premier lancia il j’accuse: comunisti! ai Pm italiani, e subito dopo questi ultumi annunciano, sdegnati, giornate di mobilitazione, dice una “verità” per dir così storica, anche se va ridimesionata dal totale al parziale. Difatti, è acclarato “storicamente”che il Pci si è occupato - e solo il Pci e i suoi eredi sono davvero maestri nel settore - della coltura (come il terreno di) dei teneri virgulti nella magistratura, accompagnando ed erudendo il pupo con quelle amorevoli cure che soltanto l’immortale scuola gramscian-togliattiana sapeva infondere. La destra, cioè la Dc di allora, lasciava fare, a lei toccava il governo e il sottogoverno, gli enti, le banche di stato, il grande latifondo con conseguente lottizzazione del potere. Al Pci il resto, cioè la cultura e la magistratura, o parte di questa. La giustizia. Adesso, diciamocelo, è troppo tardi per intervenire partendo dall’infanzia, il pupo da erudire già lo è stato e, soprattutto si è emancipato ab origine, cioè da quando indossa la toga, da qualsiasi condizionamento del potere politico, sia con la totale autonomia del “suo” Csm che sovrasta il Parlamento deprivato dell’immunità, sia per l’errore fatale nell’aver stravolto il referendum radicale sulla responsabilità civile dei magistrati, referendum, come si sa, scaturito dalla tragedia di Tortora, metafora, come ricordavano i vari Pannella sgolandosi e spendendosi nel Paese, della più ampia catastrofe della giustizia. Se si vuole rendere la giustizia italiana davvero giusta ed efficiente, basterebbero due scelte: la separazione delle carriere e il ritorno allo spirito del referendum (chi sbaglia paga, non lo stato) restaurando nel Parlamento l’identica autonomia del Csm, come stabilito dai Padri Costituenti. Forza, avanti, provaci ancora Alfano!
La cultura. La delega al Pci di questo settore onnicomprensivo di arte, storia, università, letteratura, editoria, giornalismo ipersindacalizzato, televisione, cinema, Biennale di Venezia ecc, è cosa diversa. Può essere temperata se non revocata. Comunque va rivista e corretta. Basta volerlo. Certo, se si “premia” un leader del Pd come Giuliano Amato (persona degnissima, peraltro, ma ai vertici , da sempre, del centro sinistra) con la importantissima Treccani, se ne deduce, quanto meno, che il centro destra non aveva candidati degni dell’Enciclopedia più importante e identitaria d’Europa. Il caso della Biennale di Venezia è sotto gli occhi di tutti. Il ministro Bondi, da cui il fondamentale Ente dipende - non si dimentichi mai che ci voleva il coraggio e la lungimiranza di Craxi e del suo gruppo dirigente a realizzare la prima e dirompente Biennale del dissenso oltrecortina, nel pieno del compromesso storico, nel 1977, con Ripa di Meana - si trova orfano di rappresentanti in quell’ente produttore di cultura a livello internazionale, un prezioso biglietto da visita. Qui non si vuole discutere la qualità degli attuali vertici. Qui si vorrebbe, anzi, si dovrebbe, ristabilire un principio e un primato, quello della politica. Ovvero quello del ministro competente che non solo ha il diritto ma anche il dovere di circondarsi e quindi di nominare persone che conosce da vicino, di esperienza culturale e manageriale alta, di personaggi in grado di costituire una rete, un network di presenze e di riferimenti all’interno di un mondo da sempre, colpevolmente trascurato dal centro destra. Non è un problema di lottizzazion. E’ un problema politico. Perciò: forza, avanti, provaci ancora Sandro! (l'Opinione)
La cultura. La delega al Pci di questo settore onnicomprensivo di arte, storia, università, letteratura, editoria, giornalismo ipersindacalizzato, televisione, cinema, Biennale di Venezia ecc, è cosa diversa. Può essere temperata se non revocata. Comunque va rivista e corretta. Basta volerlo. Certo, se si “premia” un leader del Pd come Giuliano Amato (persona degnissima, peraltro, ma ai vertici , da sempre, del centro sinistra) con la importantissima Treccani, se ne deduce, quanto meno, che il centro destra non aveva candidati degni dell’Enciclopedia più importante e identitaria d’Europa. Il caso della Biennale di Venezia è sotto gli occhi di tutti. Il ministro Bondi, da cui il fondamentale Ente dipende - non si dimentichi mai che ci voleva il coraggio e la lungimiranza di Craxi e del suo gruppo dirigente a realizzare la prima e dirompente Biennale del dissenso oltrecortina, nel pieno del compromesso storico, nel 1977, con Ripa di Meana - si trova orfano di rappresentanti in quell’ente produttore di cultura a livello internazionale, un prezioso biglietto da visita. Qui non si vuole discutere la qualità degli attuali vertici. Qui si vorrebbe, anzi, si dovrebbe, ristabilire un principio e un primato, quello della politica. Ovvero quello del ministro competente che non solo ha il diritto ma anche il dovere di circondarsi e quindi di nominare persone che conosce da vicino, di esperienza culturale e manageriale alta, di personaggi in grado di costituire una rete, un network di presenze e di riferimenti all’interno di un mondo da sempre, colpevolmente trascurato dal centro destra. Non è un problema di lottizzazion. E’ un problema politico. Perciò: forza, avanti, provaci ancora Sandro! (l'Opinione)
Berlusconi condannato in piazza prima che i procedimenti a suo carico inizino. Francesco Forte
Un articolo da leggere per capire come la prescrizione possa essere un'arma a doppio taglio e come i processi, anche non celebrati, siano strumenti di lotta politica
Oramai si processa Silvio Berlusconi sui giornali, anticipando i fumosi processi che lo riguardano. Ciò avviene mentre si sostiene che Berlusconi vince le elezioni perché è il dominus dei media in Italia. Il tutto mentre il fatto del giorno dal punto dal punto di vista giornalistico politico riguarda tutt'altra persona: l’ex governatore del Lazio.
Piero Marrazzo appare coinvolto in un intreccio oscuro in cui sono entrati la droga e la morte del trafficante che ne riforniva le inquiline di Via Gradoli da cui l’allora governatore si recava con una rilevante quantità di denaro, che in parte serviva per pagarla. La tesi de “La Repubblica” e dei politici come Rosy Bindi è stata sin qui che Berlusconi - il quale, cessato il lodo Anfano, è sotto processo - si dovrebbe dimettere poiché Marazzo - che non è sotto processo - si è dimesso da governatore del Lazio.
Il paragone è improprio per la semplice ragione che, comunque, in Lazio per scadenza naturale fra qualche mese ci sono le elezioni (e le dimissioni di Marrazzo sono “a fine mandato” ). Né, dal punto di vista delle conseguenze politiche economiche e finanziarie, si può paragonare il governatorato del Lazio alla presidenza del consiglio dei Ministri. Per giunta il caso Marrazzo riguarda comunque una persona che ha ammesso di avere assunto cocaina in incontri con un transessuale da lui pagato per le sue prestazioni. Queste si svolgevano in un locale a ciò dedicato, nel quale il governatore è stato sorpreso in mutande da carabinieri del nucleo antidroga, presunti “ricattatori”, con 5 mila euro sul tavolino accanto a della cocaina. Il “ricatto” consisteva puramente nel rendere noto il fatto in questione, che ha rilevanza penale diretta o indiretta non tanto in relazione alle attività sessuali di Via Gradoli quanto al traffico di droga.
Può darsi che il fatto che l’ex governatore abbia pagato i carabinieri con due assegni, di cui egli avrebbe poi denunciato lo smarrimento, sia, per un giudice di manica larga, una estorsione anziché una corruzione di pubblici ufficiali, col fine di occultare il traffico di cocaina su cui stanno indagando. Ma in ogni caso questo è un fatto realmente accaduto che disonora chi lo ha commesso. Dunque la questione Marrazzo non è pertinente. E "La Repubblica" e gli altri giornali che conducono la campagna antiberlusconiana, con articoli di un livore incredibile, dopo averci provato, non puntano più sulla tesi che poiché Berlusconi è sotto processo” ciò comporti le sue dimissioni, ma sulla tesi che “ se” sarà condannato in primo grado dal tribunale ciò comporterà per lui l’obbligo di dimettersi. Il “se” è diventato sempre più piccolo sino a lasciare posto alla affermazione che Berlusconi sarà condannato. O, comunque che è come se fosse condannato, dato che già l’avvocato Mills è stato condannato. Il processo in Corte d’Appello al Mills è stato svolto con straordinaria rapidità perché la prescrizione, per lui, avviene alla fine del marzo 2010.
Per la verità, secondo un’altra tesi che appare più corretta, la prescrizione doveva essere già avvenuta. Infatti i magistrati hanno stabilito che la sua data di decorrenza non è quella del 1998 quando la testimonianza che sarebbe stata fatta in modo falso per fine di lucro fu effettuata, ma nel 2000 quando Mills ricevette la somma che, sulla base di un teorema e non di prove, costituiva il compenso per tale presunta corruzione. Il pagamento della somma concluderebbe il reato. In altre parole, se un killer uccide una persona nell’anno 1 ma viene pagato per questo fatto due anni dopo, nell’anno 3 , il reato di omicidio ha avuto luogo nell’anno 3! Ci si potrebbe, comunque, domandare quale nesso vi sia fra una presunta falsa testimonianza in un processo fatta nell’anno 1 e una somma ricevuta dal presunto testimone corrotto due anni dopo. Non è strano che il pagamento sia così dilazionato nel tempo? E in effetti, osserva l’avvocato di Mills, la motivazione della lunga sentenza stesa dal giudice Gandus "non dice e non può dire che vi sia stata una somma di denaro percepita dall’avvocato Mills proveniente da Fininvest o da soggetti a essa riconducibili. Non lo dice e non lo può dire e ogni altro ragionamento è un puro atto di fede".
In queste condizioni, il processo che si dovrà celebrare contro Silvio Berlusconi è un puro atto politico. Lo è perché si baserà su un teorema, ossia che quel Mills che nega abbia ricevuto dalla Fininvest la somma in questione e che questa somma sia il compenso per aver egli, Mills, reso una falsa deposizione due anni prima. Ma il processo a Berlusconi è un puro atto politico per una seconda ragione: non ci sono i tempi per celebrare un regolare processo al presidente del Consiglio prima della scadenza della prescrizione (che ha luogo, al più tardi, nel giugno del 2011). Infatti il lodo Alfano è diventato legge nel luglio del 2008 e ha sospeso i processi per le alte cariche dello stato da quando esso è entrato in vigore sino a quando la sentenza della Corte Costituzionale che lo ha abrogato viene pubblicata. Si può calcolare, dunque, che la sospensione della perseguibilità e quindi della prescrizione per Berlusconi duri 14 mesi. Ne consegue che questo processo, per non essere prescritto, dovrà terminare nell’estate del 2011. Ma esso deve essere rifatto dall’inizio con un nuovo tribunale non ancora costituito. Ecco, di conseguenza, che mancano i tempi tecnici per un processo svolto in modo accurato.
Dunque, i casi sono due. Se il processo si svolgerà in modo accurato, esso non potrà arrivare alla fine prima della prescrizione e il tribunale non potrà pronunciare una sentenza di condanna. Oppure, per evitare la prescrizione, il processo sarà svolto in modo estremamente sommario. E quindi se si giungerà alla condanna questa sarà viziata sia dalla sommarietà della procedura adottata sia dal fatto che tale procedura sarà resa possibile dalla scelta esplicita del tribunale di non adottare la procedura garantista. Dunque la condanna sarà frutto di una corte prevenuta. E’ molto probabile che il tribunale non voglia seguire questa discutibile linea. Dato ciò, “La Repubblica” ha messo le mani avanti e ha ammesso che la prescrizione potrebbe avvenire prima. Tuttavia, “La Repubblica”, gli altri giornali e i politici che ne seguono le argomentazioni, sostengono che, se non ci fosse la prescrizione, si giungerebbe alla condanna. E da ciò desumono che comunque Berlusconi dovrebbe dimettersi. Questo clima viene arroventato anche per far dimenticare l’episodio Marrazzo, che mette a nudo l’ipocrisia del giustizialismo puritano.
Silvio Berlusconi però ha dichiarato che, anche se sarà condannato, rimarrà al suo posto. Una dichiarazione giusta, che serve a bloccare le manovre riguardanti un futuro ipotetico governo tecnico e la girandola di voci che questa prospettiva alimenterebbe. Chi aveva fatto dei sogni, riguardo a questo governo, li può rimettere nel cassetto. Berlusconi ha perfettamente ragione dal punto di vista politico e dal punto del puro diritto.
Dal punto di vista politico è chiaro che la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il lodo Alfano è una sentenza partigiana, scritta da giudici di una ben definita parte politica che in larga maggioranza hanno avuto quel posto in seguito a una nomina di organi politici, come il parlamento e il capo dello stato. La Corte Costituzionale ha argomentato che il Lodo Alfano lede il principio per cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, in quanto il presidente del consiglio è un primus inter pares rispetto ai ministri, non ha un compito superiore. La precedente sentenza della Corte costituzionale sul Lodo Schifani aveva ammesso che il presidente del consiglio ha una posizione diversa che può giustificare un suo diverso trattamento ma aveva ritenuto che la sospensione della sottoposizione a processi penali che la legge Schifani stabiliva per le alte cariche dello stato fosse sproporzionata alle esigenze connesse a tali cariche. Chi legge la Costituzione senza prevenzioni si rende conto che, per essa, il presidente dl Consiglio non è pari ai ministri, ma è ad essi superiore. L’articolo 92 della Costituzione dice che “il governo della Repubblica composto da presidente del consiglio e dai ministri, che, insieme, formano il consiglio dei ministri”. Il presidente del Consiglio, dunque, “non è un ministro”. E questo articolo aggiunge che “il presidente della Repubblica sceglie il presidente del Consiglio e nomina i ministri su proposta di questi”. Dunque il presidente del consiglio sceglie i ministri. Inoltre l’articolo 95 dice che “il presidente del consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo , promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Non so se questo testo comporti che il presidente del consiglio è un primus inter pares o un primuis super pares. Questo latinorum non fa che confondere la chiarezza del testo che attribuisce al presidente del consiglio la guida del paese con la collaborazione di ministri che lui stesso ha scelto. Dunque non è contraria al principio di eguaglianza una legge che sospende i processi per il presidente del consiglio, per il presidente della repubblica e per il presidente della corte costituzionale e non per altri cittadini dotati di cariche pubbliche che non svolgono compiti altrettanto importanti e impegnativi.
Berlusconi non si deve dimettere nel caso di condanna da parte del tribunale perché l’Italia ha bisogno di un governo stabile e non di un premier pencolante. E ha anche solide ragioni giuridiche a sostegno di questa linea. Infatti come si è appena visto, l’unico modo che avrebbe un tribunale per arrivare alla sua condanna sarebbe quello di un giudizio sommario con un procedimento svolto di corsa, basato sugli assunti ipotetici del precedente processo Mills. Inoltre anche se la sentenza di primo grado fosse emessa prima della prescrizione, questa si verificherebbe subito dopo. Quindi non ci saranno il giudizio di appello né quello di cassazione. Pertanto, in ogni caso non ci sarà una condanna definitiva. La eventuale condanna di primo grado, con processo sommario, sarà priva di quella verifica che si richiede nel sistema processuale ordinario basato sui tre gradi di giurisdizione. Ma ciò non conta per i giornali progressisti. Loro lo processano e condannano sulle loro pagine prima che i procedimenti a suo carico inizino. (l'Occidentale)
Oramai si processa Silvio Berlusconi sui giornali, anticipando i fumosi processi che lo riguardano. Ciò avviene mentre si sostiene che Berlusconi vince le elezioni perché è il dominus dei media in Italia. Il tutto mentre il fatto del giorno dal punto dal punto di vista giornalistico politico riguarda tutt'altra persona: l’ex governatore del Lazio.
Piero Marrazzo appare coinvolto in un intreccio oscuro in cui sono entrati la droga e la morte del trafficante che ne riforniva le inquiline di Via Gradoli da cui l’allora governatore si recava con una rilevante quantità di denaro, che in parte serviva per pagarla. La tesi de “La Repubblica” e dei politici come Rosy Bindi è stata sin qui che Berlusconi - il quale, cessato il lodo Anfano, è sotto processo - si dovrebbe dimettere poiché Marazzo - che non è sotto processo - si è dimesso da governatore del Lazio.
Il paragone è improprio per la semplice ragione che, comunque, in Lazio per scadenza naturale fra qualche mese ci sono le elezioni (e le dimissioni di Marrazzo sono “a fine mandato” ). Né, dal punto di vista delle conseguenze politiche economiche e finanziarie, si può paragonare il governatorato del Lazio alla presidenza del consiglio dei Ministri. Per giunta il caso Marrazzo riguarda comunque una persona che ha ammesso di avere assunto cocaina in incontri con un transessuale da lui pagato per le sue prestazioni. Queste si svolgevano in un locale a ciò dedicato, nel quale il governatore è stato sorpreso in mutande da carabinieri del nucleo antidroga, presunti “ricattatori”, con 5 mila euro sul tavolino accanto a della cocaina. Il “ricatto” consisteva puramente nel rendere noto il fatto in questione, che ha rilevanza penale diretta o indiretta non tanto in relazione alle attività sessuali di Via Gradoli quanto al traffico di droga.
Può darsi che il fatto che l’ex governatore abbia pagato i carabinieri con due assegni, di cui egli avrebbe poi denunciato lo smarrimento, sia, per un giudice di manica larga, una estorsione anziché una corruzione di pubblici ufficiali, col fine di occultare il traffico di cocaina su cui stanno indagando. Ma in ogni caso questo è un fatto realmente accaduto che disonora chi lo ha commesso. Dunque la questione Marrazzo non è pertinente. E "La Repubblica" e gli altri giornali che conducono la campagna antiberlusconiana, con articoli di un livore incredibile, dopo averci provato, non puntano più sulla tesi che poiché Berlusconi è sotto processo” ciò comporti le sue dimissioni, ma sulla tesi che “ se” sarà condannato in primo grado dal tribunale ciò comporterà per lui l’obbligo di dimettersi. Il “se” è diventato sempre più piccolo sino a lasciare posto alla affermazione che Berlusconi sarà condannato. O, comunque che è come se fosse condannato, dato che già l’avvocato Mills è stato condannato. Il processo in Corte d’Appello al Mills è stato svolto con straordinaria rapidità perché la prescrizione, per lui, avviene alla fine del marzo 2010.
Per la verità, secondo un’altra tesi che appare più corretta, la prescrizione doveva essere già avvenuta. Infatti i magistrati hanno stabilito che la sua data di decorrenza non è quella del 1998 quando la testimonianza che sarebbe stata fatta in modo falso per fine di lucro fu effettuata, ma nel 2000 quando Mills ricevette la somma che, sulla base di un teorema e non di prove, costituiva il compenso per tale presunta corruzione. Il pagamento della somma concluderebbe il reato. In altre parole, se un killer uccide una persona nell’anno 1 ma viene pagato per questo fatto due anni dopo, nell’anno 3 , il reato di omicidio ha avuto luogo nell’anno 3! Ci si potrebbe, comunque, domandare quale nesso vi sia fra una presunta falsa testimonianza in un processo fatta nell’anno 1 e una somma ricevuta dal presunto testimone corrotto due anni dopo. Non è strano che il pagamento sia così dilazionato nel tempo? E in effetti, osserva l’avvocato di Mills, la motivazione della lunga sentenza stesa dal giudice Gandus "non dice e non può dire che vi sia stata una somma di denaro percepita dall’avvocato Mills proveniente da Fininvest o da soggetti a essa riconducibili. Non lo dice e non lo può dire e ogni altro ragionamento è un puro atto di fede".
In queste condizioni, il processo che si dovrà celebrare contro Silvio Berlusconi è un puro atto politico. Lo è perché si baserà su un teorema, ossia che quel Mills che nega abbia ricevuto dalla Fininvest la somma in questione e che questa somma sia il compenso per aver egli, Mills, reso una falsa deposizione due anni prima. Ma il processo a Berlusconi è un puro atto politico per una seconda ragione: non ci sono i tempi per celebrare un regolare processo al presidente del Consiglio prima della scadenza della prescrizione (che ha luogo, al più tardi, nel giugno del 2011). Infatti il lodo Alfano è diventato legge nel luglio del 2008 e ha sospeso i processi per le alte cariche dello stato da quando esso è entrato in vigore sino a quando la sentenza della Corte Costituzionale che lo ha abrogato viene pubblicata. Si può calcolare, dunque, che la sospensione della perseguibilità e quindi della prescrizione per Berlusconi duri 14 mesi. Ne consegue che questo processo, per non essere prescritto, dovrà terminare nell’estate del 2011. Ma esso deve essere rifatto dall’inizio con un nuovo tribunale non ancora costituito. Ecco, di conseguenza, che mancano i tempi tecnici per un processo svolto in modo accurato.
Dunque, i casi sono due. Se il processo si svolgerà in modo accurato, esso non potrà arrivare alla fine prima della prescrizione e il tribunale non potrà pronunciare una sentenza di condanna. Oppure, per evitare la prescrizione, il processo sarà svolto in modo estremamente sommario. E quindi se si giungerà alla condanna questa sarà viziata sia dalla sommarietà della procedura adottata sia dal fatto che tale procedura sarà resa possibile dalla scelta esplicita del tribunale di non adottare la procedura garantista. Dunque la condanna sarà frutto di una corte prevenuta. E’ molto probabile che il tribunale non voglia seguire questa discutibile linea. Dato ciò, “La Repubblica” ha messo le mani avanti e ha ammesso che la prescrizione potrebbe avvenire prima. Tuttavia, “La Repubblica”, gli altri giornali e i politici che ne seguono le argomentazioni, sostengono che, se non ci fosse la prescrizione, si giungerebbe alla condanna. E da ciò desumono che comunque Berlusconi dovrebbe dimettersi. Questo clima viene arroventato anche per far dimenticare l’episodio Marrazzo, che mette a nudo l’ipocrisia del giustizialismo puritano.
Silvio Berlusconi però ha dichiarato che, anche se sarà condannato, rimarrà al suo posto. Una dichiarazione giusta, che serve a bloccare le manovre riguardanti un futuro ipotetico governo tecnico e la girandola di voci che questa prospettiva alimenterebbe. Chi aveva fatto dei sogni, riguardo a questo governo, li può rimettere nel cassetto. Berlusconi ha perfettamente ragione dal punto di vista politico e dal punto del puro diritto.
Dal punto di vista politico è chiaro che la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il lodo Alfano è una sentenza partigiana, scritta da giudici di una ben definita parte politica che in larga maggioranza hanno avuto quel posto in seguito a una nomina di organi politici, come il parlamento e il capo dello stato. La Corte Costituzionale ha argomentato che il Lodo Alfano lede il principio per cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, in quanto il presidente del consiglio è un primus inter pares rispetto ai ministri, non ha un compito superiore. La precedente sentenza della Corte costituzionale sul Lodo Schifani aveva ammesso che il presidente del consiglio ha una posizione diversa che può giustificare un suo diverso trattamento ma aveva ritenuto che la sospensione della sottoposizione a processi penali che la legge Schifani stabiliva per le alte cariche dello stato fosse sproporzionata alle esigenze connesse a tali cariche. Chi legge la Costituzione senza prevenzioni si rende conto che, per essa, il presidente dl Consiglio non è pari ai ministri, ma è ad essi superiore. L’articolo 92 della Costituzione dice che “il governo della Repubblica composto da presidente del consiglio e dai ministri, che, insieme, formano il consiglio dei ministri”. Il presidente del Consiglio, dunque, “non è un ministro”. E questo articolo aggiunge che “il presidente della Repubblica sceglie il presidente del Consiglio e nomina i ministri su proposta di questi”. Dunque il presidente del consiglio sceglie i ministri. Inoltre l’articolo 95 dice che “il presidente del consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo , promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Non so se questo testo comporti che il presidente del consiglio è un primus inter pares o un primuis super pares. Questo latinorum non fa che confondere la chiarezza del testo che attribuisce al presidente del consiglio la guida del paese con la collaborazione di ministri che lui stesso ha scelto. Dunque non è contraria al principio di eguaglianza una legge che sospende i processi per il presidente del consiglio, per il presidente della repubblica e per il presidente della corte costituzionale e non per altri cittadini dotati di cariche pubbliche che non svolgono compiti altrettanto importanti e impegnativi.
Berlusconi non si deve dimettere nel caso di condanna da parte del tribunale perché l’Italia ha bisogno di un governo stabile e non di un premier pencolante. E ha anche solide ragioni giuridiche a sostegno di questa linea. Infatti come si è appena visto, l’unico modo che avrebbe un tribunale per arrivare alla sua condanna sarebbe quello di un giudizio sommario con un procedimento svolto di corsa, basato sugli assunti ipotetici del precedente processo Mills. Inoltre anche se la sentenza di primo grado fosse emessa prima della prescrizione, questa si verificherebbe subito dopo. Quindi non ci saranno il giudizio di appello né quello di cassazione. Pertanto, in ogni caso non ci sarà una condanna definitiva. La eventuale condanna di primo grado, con processo sommario, sarà priva di quella verifica che si richiede nel sistema processuale ordinario basato sui tre gradi di giurisdizione. Ma ciò non conta per i giornali progressisti. Loro lo processano e condannano sulle loro pagine prima che i procedimenti a suo carico inizino. (l'Occidentale)
Liberiamo i giudici ostaggio dei giudici. Vincenzo Vitale
Negli ultimi giorni, il presidente del Consiglio Berlusconi ha ripetutamente precisato come egli tema soltanto i giudici politicizzati, mentre nutre piena fiducia in quelli seri. Cosa ci vuol dire in questo modo Berlusconi? Forse che ci sono due categorie di giudici, alcuni affidabili ed altri meno?
Non è proprio così, ma comunque una distinzione va necessariamente operata per comprendere coma vadano le cose dentro la magistratura italiana. In modo approssimativo, può infatti affermarsi che dei circa 6500 magistrati italiani in servizio, soltanto una piccola parte, forse non più di tre o quattrocento, sia politicamente attiva sul fronte dell’organizzazione delle correnti, dell’Associazione nazionale e del Consiglio superiore della magistratura.
Come operano solitamente costoro sui diversi fronti? Innanzitutto, un aspetto è quello legato alla necessità di convincere i giovani uditori giudiziari appena entrati in carriera ed ancora tirocinanti a far parte di una corrente anziché di un’altra. Si apre insomma la caccia il nuovo magistrato, nella speranza di poter portare a casa il miglior risultato possibile. Subito dopo, si pone il problema della gestione della rappresentanza e del potere all’interno della singola corrente: si tratta di mantenere equilibri già consolidati o di promuoverne di nuovi, soprattutto con riferimento alla elezione dei componenti della Associazione nazionale, dei Consigli giudiziari (che si trovano delocalizzati presso le Corti d’Appello) e del Consiglio superiore.
Questa attività si pone in una cornice dichiaratamente politica, in quanto la contesa che si svolge agli scopi sopra citati ricalca in modo pieno e conforme la contesa che normalmente si svolge fra i partiti allorché su tratti di nominare una commissione o un organo comunque rappresentativo, dotato di precise competenze.
Si studiano così i possibili candidati, si cerca di smussare gli inevitabili veti incrociati, si rassicura l’elettorato (cioè gli altri seimila magistrati), si immaginano alleanze, si patteggiano soluzioni con altri colleghi esponenti di diverse correnti, si mette cioè in opera l’intero armamentario del politico di professione. Non solo. Si stabiliscono anche le equivalenze dei posti a disposizione e che vanno quale appannaggio di una corrente piuttosto che di un’altra.
Così, in questa prospettiva, un posto direttivo di un importante ufficio nazionale (per esempio, Procuratore a Milano o Napoli) assegnato ad un esponente di una determinata corrente, equivale di solito a due semidirettivi di un ufficio di media importanza (due procuratori aggiunti, per esempio, a Cagliari o Messina), che venga assegnato ad altra corrente. Il bilancino ed il manuale Cencelli la fanno in tal modo da padroni, così come accade nei veri giochi politici.
Nel frattempo cosa fanno gli altri seimila magistrati italiani? Destinatari - loro malgrado - dell’attivismo politico dei loro tre o quattrocento colleghi, per un verso lo subiscono (perché non se ne possono facilmente liberare), per altro verso lo temono (perché non amano certo mettersi contro un «potente»), per altro verso ancora se ne infastidiscono (perché vorrebbero tanto esserne liberati per poter lavorare in santa pace).
Sicché, paradossalmente, i primi ad essere ben contenti se i loro colleghi la smettessero una buona volta di scimmiottare i politici di professione, sarebbero proprio loro: i magistrati italiani che, in assoluta maggioranza, desiderano soltanto fare il loro lavoro in serenità e senza intromissioni politiche di alcun tipo. E tuttavia, chiedere questo, soltanto questo, per alcuni oggi suona quasi come una bestemmia, avvezzi come sono ai giochini politici e correntizi, che per costoro rappresentano ciò che l’acqua è per un pesce.
Bisogna allora prenderne atto. Oggi, la battaglia per una seria riforma della amministrazione giudiziaria che tenti di estirpare il cancro della politicizzazione della organizzazione giudiziaria va condotta, oltre che nell’interesse di tutti noi, anche nell'interesse degli stessi magistrati. Da quelli che vorrebbero essere liberati dal giogo della politica (e sono la maggioranza), ma che da soli non ce la fanno. (il Giornale)
Non è proprio così, ma comunque una distinzione va necessariamente operata per comprendere coma vadano le cose dentro la magistratura italiana. In modo approssimativo, può infatti affermarsi che dei circa 6500 magistrati italiani in servizio, soltanto una piccola parte, forse non più di tre o quattrocento, sia politicamente attiva sul fronte dell’organizzazione delle correnti, dell’Associazione nazionale e del Consiglio superiore della magistratura.
Come operano solitamente costoro sui diversi fronti? Innanzitutto, un aspetto è quello legato alla necessità di convincere i giovani uditori giudiziari appena entrati in carriera ed ancora tirocinanti a far parte di una corrente anziché di un’altra. Si apre insomma la caccia il nuovo magistrato, nella speranza di poter portare a casa il miglior risultato possibile. Subito dopo, si pone il problema della gestione della rappresentanza e del potere all’interno della singola corrente: si tratta di mantenere equilibri già consolidati o di promuoverne di nuovi, soprattutto con riferimento alla elezione dei componenti della Associazione nazionale, dei Consigli giudiziari (che si trovano delocalizzati presso le Corti d’Appello) e del Consiglio superiore.
Questa attività si pone in una cornice dichiaratamente politica, in quanto la contesa che si svolge agli scopi sopra citati ricalca in modo pieno e conforme la contesa che normalmente si svolge fra i partiti allorché su tratti di nominare una commissione o un organo comunque rappresentativo, dotato di precise competenze.
Si studiano così i possibili candidati, si cerca di smussare gli inevitabili veti incrociati, si rassicura l’elettorato (cioè gli altri seimila magistrati), si immaginano alleanze, si patteggiano soluzioni con altri colleghi esponenti di diverse correnti, si mette cioè in opera l’intero armamentario del politico di professione. Non solo. Si stabiliscono anche le equivalenze dei posti a disposizione e che vanno quale appannaggio di una corrente piuttosto che di un’altra.
Così, in questa prospettiva, un posto direttivo di un importante ufficio nazionale (per esempio, Procuratore a Milano o Napoli) assegnato ad un esponente di una determinata corrente, equivale di solito a due semidirettivi di un ufficio di media importanza (due procuratori aggiunti, per esempio, a Cagliari o Messina), che venga assegnato ad altra corrente. Il bilancino ed il manuale Cencelli la fanno in tal modo da padroni, così come accade nei veri giochi politici.
Nel frattempo cosa fanno gli altri seimila magistrati italiani? Destinatari - loro malgrado - dell’attivismo politico dei loro tre o quattrocento colleghi, per un verso lo subiscono (perché non se ne possono facilmente liberare), per altro verso lo temono (perché non amano certo mettersi contro un «potente»), per altro verso ancora se ne infastidiscono (perché vorrebbero tanto esserne liberati per poter lavorare in santa pace).
Sicché, paradossalmente, i primi ad essere ben contenti se i loro colleghi la smettessero una buona volta di scimmiottare i politici di professione, sarebbero proprio loro: i magistrati italiani che, in assoluta maggioranza, desiderano soltanto fare il loro lavoro in serenità e senza intromissioni politiche di alcun tipo. E tuttavia, chiedere questo, soltanto questo, per alcuni oggi suona quasi come una bestemmia, avvezzi come sono ai giochini politici e correntizi, che per costoro rappresentano ciò che l’acqua è per un pesce.
Bisogna allora prenderne atto. Oggi, la battaglia per una seria riforma della amministrazione giudiziaria che tenti di estirpare il cancro della politicizzazione della organizzazione giudiziaria va condotta, oltre che nell’interesse di tutti noi, anche nell'interesse degli stessi magistrati. Da quelli che vorrebbero essere liberati dal giogo della politica (e sono la maggioranza), ma che da soli non ce la fanno. (il Giornale)
Libertà di suicidio
Diana Blefari, brigatista rossa, si è impiccata in carcere.
Si sono scatenate tutte le intelligenze di sinistra: era malata psichica, la detenzione era incompatibile con il suo stato, non è stata sorvegliata abbastanza ...
A parte il fatto che non è facile trovare chi è compatibile con la detenzione, la signora Blefari Melazzi aveva deciso di farla finita.
Vogliamo ipotizzare anche il rimorso, ma solo una puntina, per carità.
In ogni caso è un suo diritto suicidarsi, o no?
Non è stato un gesto dimostrativo andato oltre: ha cercato la morte.
Quindi pace all'anima sua e fine delle polemiche.
Si sono scatenate tutte le intelligenze di sinistra: era malata psichica, la detenzione era incompatibile con il suo stato, non è stata sorvegliata abbastanza ...
A parte il fatto che non è facile trovare chi è compatibile con la detenzione, la signora Blefari Melazzi aveva deciso di farla finita.
Vogliamo ipotizzare anche il rimorso, ma solo una puntina, per carità.
In ogni caso è un suo diritto suicidarsi, o no?
Non è stato un gesto dimostrativo andato oltre: ha cercato la morte.
Quindi pace all'anima sua e fine delle polemiche.
venerdì 30 ottobre 2009
Quando il gioco si fa duro il popolo di centrodestra deve alzare la voce. Giorgio Demetrio
Il sonno è di quelli profondi. E nonostante le bastonate alla collottola e i ganci sotto la cintura, non c’è verso di svegliare il dormiente centrodestro.
Su altri fronti il Nostro, all’opposto, pare non volersi prendere un attimo di riposo. E’ ipercinetico. Ha fatto e - c’è da scommetterci – continuerà a fare per non sbattere i denti contro il muro delle attese tradite. Tra le più meritevoli, fra le tante, ha varato un pacchetto di norme per la sicurezza di cui taluni ricordano solo i pezzi utili a fare polemica da suburra. E perfino esportabile. Imboccano i corrispondenti dei fogli esteri chiedendo loro di scrivere in vermiglio che l’Italia è preda di invasati governativi che girano per strada, machete tra gli incisivi, a caccia di stranieri da affettare. Che quegli stessi stranieri vengono respinti, e quindi fatti crepare in mare, per “xenofobia” teorizzata e praticata.
Forse che ha qualche fondamento, allora, il travaso di bile del premier che addita le gazzette straniere di sputtanamento sistematico di sé e dell’Italia intera. E ha qualche ragione a inalberarsi non perché sia l’Unto che mai toppa, ma perché i numeri che non temono smentite hanno una faccia troppo diversa dalle ricostruzioni impastate con la demagogia.
Così è se si considera che i respingimenti sono iniziati per normalizzare un apparato di accoglienza in affanno. Così è se si introduce il reato di immigrazione clandestina non per autocompiacimento razzista ma per dare senso ed efficacia al sistema delle espulsioni, prima affidato al cortese invito di lasciare i confini patri.
Così è se le leggi antimafia contenute nel pacchetto sicurezza (l’unico precedente di pari incisività è nel decreto “Scotti-Martelli” del ‘92, ma stavolta si è agito indipendentemente dalle bombe. Non si chiama “volontà politica” di azzoppare i clan?) stringono il cappio attorno al collo della mala.
Le norme che agevolano il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi, che inaspriscono il “carcere duro”, che tengono lontani dagli appalti pubblici gli imprenditori strozzati che hanno “dimenticato” di denunciare gli estorsori, che colpiscono anche l’apparato burocratico (e non solo gli eletti) in caso di scioglimento di un’amministrazione per infiltrazione mafiosa, non sono leggi che a un colluso (come è il Cavaliere per D’Avanzo e compagnia) converrebbe non proporre? O si dirà che sono “coperture costose ma doverose”?
Così è perché dall’insediamento di Berlusconi a oggi sono stati arrestati 270 latitanti, con una media di otto arresti al giorno durante l’anno scorso; sono stati sequestrati alla criminalità organizzata beni per un valore complessivo superiore a cinque miliardi di euro, diecimila miliardi del vecchio conio. Si sta operando nella direzione sperata dai magistrati che fanno e hanno fatto, dilaniati dal tritolo, l’antimafia concreta, non quella dei teoremi. Si sta prosciugando il brodo di denari in cui prosperano i boss, che considerano l’arresto poco più di un “incidente di percorso” ma si spezzano senza i capitali che, in molti casi, li rendono capitani di impresa esemplari, finissimi.
Maroni e Mantovano sembrano due dischi rotti; li ripetono fino allo sfinimento i numeri plastici del successo, ma anche i più grandi primati, se ridotti a trionfo aritmetico, paiono roba da ragionieri. Dovrebbero essere sostenuti da pezzi e servizi “caldi”, che uniscano la matematica ai principi umanamente bollenti (fatti di determinazione, di messianismo civile) che innervano la lotta contro la barbarie mafiosa.
Si è bussato in patria, per allargare il giro dei soliti Feltri, Belpietro e Ferrara, alle porte di Repubblica e di Padellaro, ma non hanno aperto impegnati com’erano a fare pornodomande e a consolidare la fama di picciotto, “a prescindere”, del premier. Si è citofonato all’estero, ma dei 270 latitanti finiti al gabbio non interessa al club dei fogli progressisti, disponibili a ciarlare di feste e baldracche, ma a corto di inchiostro se bisogna illustrare l’Italia, un Paese che – a dispetto del “tanto peggio tanto meglio” dei travagli e dei dipietri nostrani – la schiena dritta ce l’ha.
Il Nostro, il governo tutto, macina chilometri e su parecchi versanti: dalla sicurezza alle emergenze ambientali, dall’economia alla biopolitica (non volendo ascriversi il titolo di governo omicida, che fa morire di fame e di sete i disabili gravi e fa abortire le donne col pesticida domestico). Su un fronte però dorme. Come un sasso.
Se per raccontare i successi reazionari ci si deve affidare sempre e solo ai tre di cui sopra, forse è ora di finirla con l’autocensura preventiva. Il timore è noto: se già ora a Berlusconi danno del duce caraibico, figurarsi cosa accadrebbe se tirasse fuori il suo Floris, la sua Dandini, il suo allegro deejay azzurro. Risposta facile: cosa c’è da perdere? Una palata di letame in più rispetto alla discarica che gli riversano quotidianamente addosso fa la differenza? Non scherziamo. E non si dica che in passato si è tentato di farlo, perché qui si parla di tirare fuori decine di gladiatori con gli attributi, che dettino il dibattito e suscitino - per l’annozero cavalleresco - le stesse aspettative del circo di Santoro.
Basta col complesso di inferiorità perenne, con le gambe che tremano davanti alle scempiaggini sulla libertà di stampa schiacciata. Fanno sanguinare le orecchie con il premier che controllerebbe – coi soldi e col potere - tutto il sistema dei media che contano. Che lo dicano a ragione, allora, visto che finora si è pagato dazio per portare a casa solo briciole e contumelie.
Cacci dalla naftalina i suoi Santoro, Berlusconi; moltiplichi i giornali, gli avamposti della Rete per dare voce e scrivania ai tantissimi ragazzi di talento allergici al sinistrismo; apra le scuole dei cabarettisti, degli attori non allineati; lanci le radio (che siano megafono di tutta la cultura non conformista) sul modello delle antenne che danno linfa al movimento conservatore americano e fanno impazzire i liberal obamiani. E non si dica che non ci sono, sarebbe imperdonabile.
Li tiri fuori, dia loro visibilità. A meno che non ci si voglia suicidare continuando a vincere alle urne e a lasciare nel silenzio quella maggioranza che, stanca di essere additata come antropologicamente inferiore (tra i tanti, il pezzo di Pirani su Repubblica del 28 ottobre docet), ora vuole urlare. (l'Occidentale)
Su altri fronti il Nostro, all’opposto, pare non volersi prendere un attimo di riposo. E’ ipercinetico. Ha fatto e - c’è da scommetterci – continuerà a fare per non sbattere i denti contro il muro delle attese tradite. Tra le più meritevoli, fra le tante, ha varato un pacchetto di norme per la sicurezza di cui taluni ricordano solo i pezzi utili a fare polemica da suburra. E perfino esportabile. Imboccano i corrispondenti dei fogli esteri chiedendo loro di scrivere in vermiglio che l’Italia è preda di invasati governativi che girano per strada, machete tra gli incisivi, a caccia di stranieri da affettare. Che quegli stessi stranieri vengono respinti, e quindi fatti crepare in mare, per “xenofobia” teorizzata e praticata.
Forse che ha qualche fondamento, allora, il travaso di bile del premier che addita le gazzette straniere di sputtanamento sistematico di sé e dell’Italia intera. E ha qualche ragione a inalberarsi non perché sia l’Unto che mai toppa, ma perché i numeri che non temono smentite hanno una faccia troppo diversa dalle ricostruzioni impastate con la demagogia.
Così è se si considera che i respingimenti sono iniziati per normalizzare un apparato di accoglienza in affanno. Così è se si introduce il reato di immigrazione clandestina non per autocompiacimento razzista ma per dare senso ed efficacia al sistema delle espulsioni, prima affidato al cortese invito di lasciare i confini patri.
Così è se le leggi antimafia contenute nel pacchetto sicurezza (l’unico precedente di pari incisività è nel decreto “Scotti-Martelli” del ‘92, ma stavolta si è agito indipendentemente dalle bombe. Non si chiama “volontà politica” di azzoppare i clan?) stringono il cappio attorno al collo della mala.
Le norme che agevolano il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi, che inaspriscono il “carcere duro”, che tengono lontani dagli appalti pubblici gli imprenditori strozzati che hanno “dimenticato” di denunciare gli estorsori, che colpiscono anche l’apparato burocratico (e non solo gli eletti) in caso di scioglimento di un’amministrazione per infiltrazione mafiosa, non sono leggi che a un colluso (come è il Cavaliere per D’Avanzo e compagnia) converrebbe non proporre? O si dirà che sono “coperture costose ma doverose”?
Così è perché dall’insediamento di Berlusconi a oggi sono stati arrestati 270 latitanti, con una media di otto arresti al giorno durante l’anno scorso; sono stati sequestrati alla criminalità organizzata beni per un valore complessivo superiore a cinque miliardi di euro, diecimila miliardi del vecchio conio. Si sta operando nella direzione sperata dai magistrati che fanno e hanno fatto, dilaniati dal tritolo, l’antimafia concreta, non quella dei teoremi. Si sta prosciugando il brodo di denari in cui prosperano i boss, che considerano l’arresto poco più di un “incidente di percorso” ma si spezzano senza i capitali che, in molti casi, li rendono capitani di impresa esemplari, finissimi.
Maroni e Mantovano sembrano due dischi rotti; li ripetono fino allo sfinimento i numeri plastici del successo, ma anche i più grandi primati, se ridotti a trionfo aritmetico, paiono roba da ragionieri. Dovrebbero essere sostenuti da pezzi e servizi “caldi”, che uniscano la matematica ai principi umanamente bollenti (fatti di determinazione, di messianismo civile) che innervano la lotta contro la barbarie mafiosa.
Si è bussato in patria, per allargare il giro dei soliti Feltri, Belpietro e Ferrara, alle porte di Repubblica e di Padellaro, ma non hanno aperto impegnati com’erano a fare pornodomande e a consolidare la fama di picciotto, “a prescindere”, del premier. Si è citofonato all’estero, ma dei 270 latitanti finiti al gabbio non interessa al club dei fogli progressisti, disponibili a ciarlare di feste e baldracche, ma a corto di inchiostro se bisogna illustrare l’Italia, un Paese che – a dispetto del “tanto peggio tanto meglio” dei travagli e dei dipietri nostrani – la schiena dritta ce l’ha.
Il Nostro, il governo tutto, macina chilometri e su parecchi versanti: dalla sicurezza alle emergenze ambientali, dall’economia alla biopolitica (non volendo ascriversi il titolo di governo omicida, che fa morire di fame e di sete i disabili gravi e fa abortire le donne col pesticida domestico). Su un fronte però dorme. Come un sasso.
Se per raccontare i successi reazionari ci si deve affidare sempre e solo ai tre di cui sopra, forse è ora di finirla con l’autocensura preventiva. Il timore è noto: se già ora a Berlusconi danno del duce caraibico, figurarsi cosa accadrebbe se tirasse fuori il suo Floris, la sua Dandini, il suo allegro deejay azzurro. Risposta facile: cosa c’è da perdere? Una palata di letame in più rispetto alla discarica che gli riversano quotidianamente addosso fa la differenza? Non scherziamo. E non si dica che in passato si è tentato di farlo, perché qui si parla di tirare fuori decine di gladiatori con gli attributi, che dettino il dibattito e suscitino - per l’annozero cavalleresco - le stesse aspettative del circo di Santoro.
Basta col complesso di inferiorità perenne, con le gambe che tremano davanti alle scempiaggini sulla libertà di stampa schiacciata. Fanno sanguinare le orecchie con il premier che controllerebbe – coi soldi e col potere - tutto il sistema dei media che contano. Che lo dicano a ragione, allora, visto che finora si è pagato dazio per portare a casa solo briciole e contumelie.
Cacci dalla naftalina i suoi Santoro, Berlusconi; moltiplichi i giornali, gli avamposti della Rete per dare voce e scrivania ai tantissimi ragazzi di talento allergici al sinistrismo; apra le scuole dei cabarettisti, degli attori non allineati; lanci le radio (che siano megafono di tutta la cultura non conformista) sul modello delle antenne che danno linfa al movimento conservatore americano e fanno impazzire i liberal obamiani. E non si dica che non ci sono, sarebbe imperdonabile.
Li tiri fuori, dia loro visibilità. A meno che non ci si voglia suicidare continuando a vincere alle urne e a lasciare nel silenzio quella maggioranza che, stanca di essere additata come antropologicamente inferiore (tra i tanti, il pezzo di Pirani su Repubblica del 28 ottobre docet), ora vuole urlare. (l'Occidentale)
Perché i giudici perseguitano il Cavaliere. Alessandro Sallusti
I giudici sono sul piede di guerra. Non è una novità. Lo sono da tempo, più precisamente dal 1994 quando Berlusconi scese in politica e impedì ai comunisti (allora lo erano davvero), usciti indenni da Tangentopoli, di prendere il controllo del Paese. Ieri però si sono agitati parecchio, affermando che il Cavaliere si vuole sottrarre alla giustizia attraverso nuove leggi che lo salvino dai processi presenti e futuri. Ci vuole davvero coraggio a sostenere questa tesi considerato che il premier è forse l’uomo più indagato al mondo. In questi ultimi quindici anni contro Berlusconi sono stati aperti 109 processi, fissate 2.500 udienze, effettuate 530 perquisizioni. E praticamente tutti atti giudiziari per fatti precedenti alla sua entrata in politica. Ogni atto, affare e transazione del gruppo Mediaset-Fininvest è stato passato al microscopio, ricostruito ad anni di distanza. Nessun malfattore, criminale, serial killer, ma anche nessun imprenditore grande o piccolo è mai stato sottoposto a tale trattamento che all’interessato, cosa non secondaria, al momento è costato oltre trecento milioni, seicento miliardi di vecchie lire, in avvocati e consulenze. Il più delle volte Silvio Berlusconi è stato chiamato in causa non direttamente ma in quanto capo di un impero con oltre cinquantamila dipendenti dei quali, secondo l’accusa, non «poteva non sapere» eventuali malefatte. Teoria mai applicata nei confronti di altri industriali, Agnelli e De Benedetti (tanto per non fare nomi), che sono così usciti indenni dalle disgrazie dei loro rispettivi gruppi.
E questo sarebbe un uomo che vuole «sottrarsi alla giustizia»? Sarebbe meglio dire che questo uomo è braccato dalla giustizia con un accanimento senza precedenti. Tentare di divincolarsi, oltre che umano dovrebbe avere almeno l’attenuante della legittima difesa. E invece no. Pur di inchiodarlo l’accoppiata diabolica giudici-politici è riuscita anche nel capolavoro di togliere alle persone che guidano il Paese qualsiasi filtro, cioè immunità temporanea, nei confronti della magistratura. Che ora può decidere chi e come deve governare senza nessun controllo o mediazione. Ma la casta delle toghe non si accontenta ancora. Vuole di più, cioè sostituirsi anche al Parlamento e decidere quali leggi debbano essere approvate e quali no. Non dico all’università, ma alle scuole elementari ci insegnano che ci sono tre poteri distinti: governo, Parlamento e magistratura. Il primo propone, il secondo legifera, il terzo controlla. Oggi scopriamo che non è più così: i controllori vogliono arrogarsi il diritto di decidere le leggi, a partire da quella che li riguarda più da vicino, cioè la riforma della giustizia. Eppure non ci vuole un esperto per decretare che i nostri tribunali non possano più andare avanti così, che oggi chi incappa nelle reti della legge affronta un calvario infinito, che anni di politica invasiva, impicciona e debole hanno permesso alla casta dei magistrati di diventare il primo partito della sinistra italiana.
Ieri, contro la possibilità che il Parlamento affronti la questione di petto, nei Palazzi di giustizia è riecheggiata la parola «sciopero». Come accadde nelle fabbriche della Fiat quando Cesare Romiti tentò di rimettere mano a qualità e bilanci dell'azienda, come urlano gli studenti quando la Gelmini prova a far passare il concetto che chi non studia deve essere bocciato, come fanno i ferrovieri che vogliono l’aumento nella busta paga. L’obiettivo è chiaro: gettare il Paese nel caos e addossare anche questa colpa a Berlusconi. Ma di che cosa hanno paura questi giudici? Di non poter più condannare il cattivo di turno? Non credo. Con Berlusconi ci hanno provato 109 volte e non ci sono riusciti con le leggi, i poteri e i privilegi attuali. In realtà temono di dover tornare a fare semplicemente il loro lavoro, per il quale sono lautamente pagati. Un governo, direi un’intera classe politica che si rispetti dovrebbe andare avanti diritta sulla sua strada senza farsi spaventare o peggio ricattare come un Marrazzo qualsiasi. Costi quel che costi. (il Giornale)
E questo sarebbe un uomo che vuole «sottrarsi alla giustizia»? Sarebbe meglio dire che questo uomo è braccato dalla giustizia con un accanimento senza precedenti. Tentare di divincolarsi, oltre che umano dovrebbe avere almeno l’attenuante della legittima difesa. E invece no. Pur di inchiodarlo l’accoppiata diabolica giudici-politici è riuscita anche nel capolavoro di togliere alle persone che guidano il Paese qualsiasi filtro, cioè immunità temporanea, nei confronti della magistratura. Che ora può decidere chi e come deve governare senza nessun controllo o mediazione. Ma la casta delle toghe non si accontenta ancora. Vuole di più, cioè sostituirsi anche al Parlamento e decidere quali leggi debbano essere approvate e quali no. Non dico all’università, ma alle scuole elementari ci insegnano che ci sono tre poteri distinti: governo, Parlamento e magistratura. Il primo propone, il secondo legifera, il terzo controlla. Oggi scopriamo che non è più così: i controllori vogliono arrogarsi il diritto di decidere le leggi, a partire da quella che li riguarda più da vicino, cioè la riforma della giustizia. Eppure non ci vuole un esperto per decretare che i nostri tribunali non possano più andare avanti così, che oggi chi incappa nelle reti della legge affronta un calvario infinito, che anni di politica invasiva, impicciona e debole hanno permesso alla casta dei magistrati di diventare il primo partito della sinistra italiana.
Ieri, contro la possibilità che il Parlamento affronti la questione di petto, nei Palazzi di giustizia è riecheggiata la parola «sciopero». Come accadde nelle fabbriche della Fiat quando Cesare Romiti tentò di rimettere mano a qualità e bilanci dell'azienda, come urlano gli studenti quando la Gelmini prova a far passare il concetto che chi non studia deve essere bocciato, come fanno i ferrovieri che vogliono l’aumento nella busta paga. L’obiettivo è chiaro: gettare il Paese nel caos e addossare anche questa colpa a Berlusconi. Ma di che cosa hanno paura questi giudici? Di non poter più condannare il cattivo di turno? Non credo. Con Berlusconi ci hanno provato 109 volte e non ci sono riusciti con le leggi, i poteri e i privilegi attuali. In realtà temono di dover tornare a fare semplicemente il loro lavoro, per il quale sono lautamente pagati. Un governo, direi un’intera classe politica che si rispetti dovrebbe andare avanti diritta sulla sua strada senza farsi spaventare o peggio ricattare come un Marrazzo qualsiasi. Costi quel che costi. (il Giornale)
giovedì 29 ottobre 2009
Nella direzione giusta. Luca Ricolfi
Ieri, con il via libera del Consiglio dei ministri, è iniziato il cammino della Riforma universitaria, che dovrà approdare in Parlamento.
Poi dovrà essere discussa, eventualmente emendata, e infine approvata dalle due Camere. È presto dunque per formarsi un’opinione definitiva. Come professore universitario posso però testimoniare su un punto: il clima è già profondamente cambiato. Ho partecipato giusto qualche giorno fa a un incontro di Facoltà sui criteri di valutazione della didattica e della ricerca, e ho constatato che un po’ tutti - anche gli oppositori della riforma - sono consapevoli che, comunque le cose vadano a finire nei dettagli (importantissimi, in questo caso), un’epoca è finita e tutto sommato è un bene.
Quale epoca?
L’epoca in cui le università avevano mano libera nella promozione dei candidati locali, spesso pessimi. Un’epoca in cui i clan accademici la facevano da padroni, e nessuno era veramente tenuto a rendere conto del proprio operato. Un’epoca in cui si sapeva che i bilanci in rosso sarebbero stati ripianati, sempre e comunque. Un’epoca in cui, in nome di una malintesa autonomia, si potevano moltiplicare impunemente corsi di laurea e insegnamenti. Un’epoca in cui la valutazione si cominciava, faticosamente, a fare, ma i suoi risultati non venivano utilizzati per premiare i migliori. Un’epoca in cui i fondi seguivano la spesa storica (e i suoi sfondamenti) anziché premiare le università migliori. Un’epoca in cui, a dispetto del dettato costituzionale (art. 34), quasi nulla veniva fatto a favore dei «capaci e meritevoli».
Quell’epoca è al tramonto non per merito di una riforma che non c’è ancora, ma perché i disastri delle riforme precedenti (e innanzitutto del 3+2) sono sotto gli occhi di tutti. Perché più l’Università si apre all’estero, più diventa difficile evitare il confronto, o continuare a lodarsi da soli. E infine perché i soldi sono sempre di meno, e lentamente si sta capendo che non possiamo più permetterci di gettarli al vento.
Però va detto che la riforma del ministro Gelmini, nonostante i limiti che ognuno di noi può trovarvi (io ad esempio avrei qualche domanda sul valore legale della laurea e sulle tasse universitarie), va nella direzione giusta, almeno nell’impianto generale e nei principi ispiratori. La stella polare della riforma è la piena responsabilizzazione delle istituzioni e degli individui. Se i dettagli saranno ben congegnati, cosa non scontata, le università non potranno dissipare risorse come in passato, le prepotenze nei concorsi incontreranno qualche ostacolo, il merito individuale sarà premiato un po’ più di prima (del resto non ci vuole molto). Ci vorranno anni, ma la direzione è questa.
Naturalmente è anche possibile che non se ne faccia niente. La riforma potrebbe non passare in Parlamento. Gli emendamenti di maggioranza e opposizione, anziché migliorarla, potrebbero stravolgerla. I professori potrebbero trovare il modo di continuare a pilotare i concorsi, come prima e più di prima. Gattopardescamente, potrebbe anche accadere che tutto venga cambiato perché tutto resti come prima. E’ questo, a mio parere, il rischio più grande.
Ma se questo rischio si vuole evitare, occorre che tutti facciamo la nostra parte. Il ministro dovrebbe sempre tenere presente che la macchina che ha deciso di toccare è delicatissima, e che il rischio di non rendersi conto delle conseguenze pratiche delle norme che si introducono è sempre molto alto. L’opposizione, anziché demonizzare la Gelmini, farebbe bene a prenderla in parola, vigilando sul fatto che le intenzioni si traducano in norme davvero efficaci: l’ha già fatto quando con Pietro Ichino (senatore del Partito democratico) ha contribuito a migliorare la riforma della Pubblica amministrazione del ministro Brunetta, può benissimo rifarlo oggi nel caso dell’Università. E infine noi, docenti, studenti e personale dell’Università, dovremmo smetterla di pensare che tutto dipende dalle leggi, dalle norme e dai regolamenti: la qualità della riforma dipenderà certo dal fatto che non contenga sciocchezze e aberrazioni, ma molto dipenderà anche da noi, dal modo in cui sapremo parlarne, farla nostra, usarla per costruire un’Università più degna di un Paese civile. (la Stampa)
Poi dovrà essere discussa, eventualmente emendata, e infine approvata dalle due Camere. È presto dunque per formarsi un’opinione definitiva. Come professore universitario posso però testimoniare su un punto: il clima è già profondamente cambiato. Ho partecipato giusto qualche giorno fa a un incontro di Facoltà sui criteri di valutazione della didattica e della ricerca, e ho constatato che un po’ tutti - anche gli oppositori della riforma - sono consapevoli che, comunque le cose vadano a finire nei dettagli (importantissimi, in questo caso), un’epoca è finita e tutto sommato è un bene.
Quale epoca?
L’epoca in cui le università avevano mano libera nella promozione dei candidati locali, spesso pessimi. Un’epoca in cui i clan accademici la facevano da padroni, e nessuno era veramente tenuto a rendere conto del proprio operato. Un’epoca in cui si sapeva che i bilanci in rosso sarebbero stati ripianati, sempre e comunque. Un’epoca in cui, in nome di una malintesa autonomia, si potevano moltiplicare impunemente corsi di laurea e insegnamenti. Un’epoca in cui la valutazione si cominciava, faticosamente, a fare, ma i suoi risultati non venivano utilizzati per premiare i migliori. Un’epoca in cui i fondi seguivano la spesa storica (e i suoi sfondamenti) anziché premiare le università migliori. Un’epoca in cui, a dispetto del dettato costituzionale (art. 34), quasi nulla veniva fatto a favore dei «capaci e meritevoli».
Quell’epoca è al tramonto non per merito di una riforma che non c’è ancora, ma perché i disastri delle riforme precedenti (e innanzitutto del 3+2) sono sotto gli occhi di tutti. Perché più l’Università si apre all’estero, più diventa difficile evitare il confronto, o continuare a lodarsi da soli. E infine perché i soldi sono sempre di meno, e lentamente si sta capendo che non possiamo più permetterci di gettarli al vento.
Però va detto che la riforma del ministro Gelmini, nonostante i limiti che ognuno di noi può trovarvi (io ad esempio avrei qualche domanda sul valore legale della laurea e sulle tasse universitarie), va nella direzione giusta, almeno nell’impianto generale e nei principi ispiratori. La stella polare della riforma è la piena responsabilizzazione delle istituzioni e degli individui. Se i dettagli saranno ben congegnati, cosa non scontata, le università non potranno dissipare risorse come in passato, le prepotenze nei concorsi incontreranno qualche ostacolo, il merito individuale sarà premiato un po’ più di prima (del resto non ci vuole molto). Ci vorranno anni, ma la direzione è questa.
Naturalmente è anche possibile che non se ne faccia niente. La riforma potrebbe non passare in Parlamento. Gli emendamenti di maggioranza e opposizione, anziché migliorarla, potrebbero stravolgerla. I professori potrebbero trovare il modo di continuare a pilotare i concorsi, come prima e più di prima. Gattopardescamente, potrebbe anche accadere che tutto venga cambiato perché tutto resti come prima. E’ questo, a mio parere, il rischio più grande.
Ma se questo rischio si vuole evitare, occorre che tutti facciamo la nostra parte. Il ministro dovrebbe sempre tenere presente che la macchina che ha deciso di toccare è delicatissima, e che il rischio di non rendersi conto delle conseguenze pratiche delle norme che si introducono è sempre molto alto. L’opposizione, anziché demonizzare la Gelmini, farebbe bene a prenderla in parola, vigilando sul fatto che le intenzioni si traducano in norme davvero efficaci: l’ha già fatto quando con Pietro Ichino (senatore del Partito democratico) ha contribuito a migliorare la riforma della Pubblica amministrazione del ministro Brunetta, può benissimo rifarlo oggi nel caso dell’Università. E infine noi, docenti, studenti e personale dell’Università, dovremmo smetterla di pensare che tutto dipende dalle leggi, dalle norme e dai regolamenti: la qualità della riforma dipenderà certo dal fatto che non contenga sciocchezze e aberrazioni, ma molto dipenderà anche da noi, dal modo in cui sapremo parlarne, farla nostra, usarla per costruire un’Università più degna di un Paese civile. (la Stampa)
mercoledì 28 ottobre 2009
Ora che ha deciso di lasciare il Pd Rutelli parla come Occhetto. Lodovico Festa
“Marrazzo non l’ha fatto” Dice Giovanni Maria Bellu sull’Unità (28 ottobre) Far intendere la superiorità morale di Marrazzo rispetto a Berlusconi perché non ha comprato il filmino che lo ritraeva con un trans è un gravissimo oltraggio al comune senso del ridicolo.
“Serviranno candidati forti come Casini, Rutelli nel Lazio, magari io stesso in Lombardia” Dice Bruno Tabacci all’Unità (28 ottobre) Bé, se Tabacci si porta dietro tutti i 1800 voti che si era preso alle comunali di Milano, Formigoni tremerà.
“Il mio tragitto si separa” Dice Francesco Rutelli al Riformista (28 ottobre) Va bé essere nel marasma, ma fino al punto di mettersi a parlare come Occhetto: tutto un tragitto, una carovana, un nuovo inizio, un percorso che si percorre e una fregnaccia che si fregna?
“Il Pd è stato in questi anni un partito a tendenze leaderistiche (anche, il che è più ridicolo, a livello locale) e cioè goffamente impegnato a ricalcare il modello berlusconiano” Dice Alberto Asor Rosa sul Manifesto (28 ottobre) E’ carina questa idea asor- rosiana che i vecchi del Pci confluiti nel Partito democratico per imparare il leaderismo abbiano dovuto rivolgersi a Berlusconi, noto inventore del culto della personalità, della definizione “piccolo padre”, dei milioni e milioni di persone più o meno spontaneamente radunate per sfilare sotto i suoi ritratti. (l'Occidentale)
“Serviranno candidati forti come Casini, Rutelli nel Lazio, magari io stesso in Lombardia” Dice Bruno Tabacci all’Unità (28 ottobre) Bé, se Tabacci si porta dietro tutti i 1800 voti che si era preso alle comunali di Milano, Formigoni tremerà.
“Il mio tragitto si separa” Dice Francesco Rutelli al Riformista (28 ottobre) Va bé essere nel marasma, ma fino al punto di mettersi a parlare come Occhetto: tutto un tragitto, una carovana, un nuovo inizio, un percorso che si percorre e una fregnaccia che si fregna?
“Il Pd è stato in questi anni un partito a tendenze leaderistiche (anche, il che è più ridicolo, a livello locale) e cioè goffamente impegnato a ricalcare il modello berlusconiano” Dice Alberto Asor Rosa sul Manifesto (28 ottobre) E’ carina questa idea asor- rosiana che i vecchi del Pci confluiti nel Partito democratico per imparare il leaderismo abbiano dovuto rivolgersi a Berlusconi, noto inventore del culto della personalità, della definizione “piccolo padre”, dei milioni e milioni di persone più o meno spontaneamente radunate per sfilare sotto i suoi ritratti. (l'Occidentale)
lunedì 26 ottobre 2009
In linea di Massimo (D'Alema) Bersani guiderà il Pd a modo suo. Lodovico Festa
"Guiderò a modo mio". Dice Pierluigi Bersani alla Stampa (26 ottobre).
Bersani guiderà a modo suo. Quasi sempre. Come si dice.
In linea di Massimo. (l'Occidentale)
Bersani guiderà a modo suo. Quasi sempre. Come si dice.
In linea di Massimo. (l'Occidentale)
sabato 24 ottobre 2009
Marrazzo e lo scandalo politico. Davide Giacalone
La vicenda che coinvolge Piero Marrazzo ha spetti politici che non devono essere oscurati da quelli scandalistici. Dopo avere letto la notizia, avere saputo del presunto video, dei quattro carabinieri e dell’eventuale ricatto, stavo buttandomi a scrivere, di getto e senza imbarazzo, un pezzo che poteva intitolarsi: “Dalla parte di Marrazzo”.
Perché c’è un limite all’uso politico delle inchieste giudiziarie, che in questo caso non riguardano il politico ma altri soggetti, c’è un limite all’uso politico delle servate da postribolo, c’è un limite al diritto di pubblicare tutto. E si tratta di limiti già abbondantemente superati. Solo che ho dovuto raffreddare lo slancio e ragionare sul seguente fatto: anche per altri si è trattato d’inchieste giudiziarie che non li riguardavano direttamente, anche per altri erano echi del materasso, e per questi altri s’è pubblicato tutto, compreso il sesso sventolante di un governante estero. In quei casi, dov’era il politico Piero Marrazzo, per giunta giornalista di lungo corso e vasta esperienza?
E c’è di più. Avrei voluto assistere alla caccia al filmato, tanto più che se taroccato avrebbe tolto il dubbio a tutti, avrei voluto constatarne la presenza sui siti che hanno diffuso gli altri. Non lo avrei visto, come non ho visto gli altri, perché non è il caso di abbassarsi. Ma avrei criticato quelle pubblicazioni, come ho criticato le altre. Oggi, invece, mi tocca constatare un male ancora più profondo del fanatismo da tifoseria, ovvero la doppiezza morale, il doppiopesismo scandalistico.
Non solo. Nel caso di Marrazzo, anche se fosse vero quel che lui assicura essere falso, non c’è alcun reato da lui commesso. Anche per altri, non c’era alcun reato commesso. Ma se fosse vero che è stato tentato, anche solo tentato, un ricatto, se fosse poi vero che l’estorsione è andata a segno, in quel caso il reato ci sarebbe eccome, e Marrazzo ne sarebbe la vittima. Solo che una persona con funzioni istituzionali, un pubblico ufficiale, ha il dovere civico e l’obbligo giuridico di denunciarli i reati, non potendoli tenere per sé. E, se questo fosse lo scenario, leggerò mai dieci domande di Repubblica, destinate a conoscere il perché di questa grave omissione?
Marrazzo ha detto una cosa evidente: si colpisce la persona per indebolire il candidato politico. E’ vero, quella è la conseguenza, anche se non necessariamente la causa. Perché, però, una simile affermazione è irricevibile e additata al pubblico ludibrio se si trova sulla bocca di altri. Ancora oltre: se il filmato non c’è, il ricatto non c’è, l’estorsione non c’è, il festino meno che mai, se non c’è nulla di tutto questo, chi è che colpisce la persona per indebolire il candidato? Se Marrazzo si riferisce all’inchiesta farebbe bene a dirlo chiaramente, altrimenti siamo alle mezze parole ed alle allusioni.
Tutto questo non sarebbe in questi termini se il politico Marrazzo, come con costanza e senza distinzioni di schieramento facciamo noi, da molti anni, avesse trovato il tempo ed il modo di dire che l’andazzo della diffamazione collettiva porta solo alla perdizione politica. Invece se n’è guardato bene, sicché la sua reazione di oggi è tutta incentrata su quel che è capitato a lui. E’ umano, lo capisco, ma è il contrario di quel che dovrebbe fare chi crede che la politica sia un servizio alla collettività, e non solo la soddisfazione delle proprie, pur legittime, ambizioni.
L’articolo in difesa di Marrazzo lo scrivo lo stesso, dunque e, dal punto di vista personale, non ho difficoltà ad esprimergli la mia solidarietà. Ma ho il dovere di accompagnarlo con una critica severa al modo in cui ha interpretato la sua funzione politica, al lungo tempo passato senza accorgersi che la macchina infernale delle inchieste giudiziarie usate a fini politici può massacrare chiunque. Lui compreso.
Questo nel caso siano vere le sue smentite, come ho il dovere di credere che siano vere. Nel caso opposto, però, scrivemmo, per altri, che la condotta privata ha rilievo pubblico, quando si è chiesto il voto dei cittadini e li si rappresenta. Scrivemmo che chi rappresenta tutti non può e non deve pensarsi come la media dei vizi collettivi. Gli eletti, non solo in termini divini, hanno il dovere d’essere migliori. E una cosa cui sono tenuti è la coerenza. Ricordate la saggia canzone di Fabrizio De Andrè (La città vecchia)? che descriveva un vecchio professore nel salire le scale verso la camera con prostituta: “quella che di giorno chiami con disprezzo: pubblica moglie/ quella che di notte stabilisce il prezzo, alle tue voglie”. Questa ipocrisia non è mai giustificabile, ma per chi ha un ruolo politico non è ammissibile. Se ritiene accettabile quel comportamento, il politico ha il dovere di sostenerlo per tutti, non solo per sé. Né cambia alcunché, ove al posto di Bocca di Rosa si trovi Bocca di Rosario.
Non ci penso neppure ad erigermi guardiano della morale, che mi fanno orrore quanti praticano questo sport. Solidarizzo con Marrazzo, personalmente, anche se la storia fosse vera, al netto di tutte le altre considerazioni. Ma la coerenza è parte della morale politica, e non è derogabile.
Perché c’è un limite all’uso politico delle inchieste giudiziarie, che in questo caso non riguardano il politico ma altri soggetti, c’è un limite all’uso politico delle servate da postribolo, c’è un limite al diritto di pubblicare tutto. E si tratta di limiti già abbondantemente superati. Solo che ho dovuto raffreddare lo slancio e ragionare sul seguente fatto: anche per altri si è trattato d’inchieste giudiziarie che non li riguardavano direttamente, anche per altri erano echi del materasso, e per questi altri s’è pubblicato tutto, compreso il sesso sventolante di un governante estero. In quei casi, dov’era il politico Piero Marrazzo, per giunta giornalista di lungo corso e vasta esperienza?
E c’è di più. Avrei voluto assistere alla caccia al filmato, tanto più che se taroccato avrebbe tolto il dubbio a tutti, avrei voluto constatarne la presenza sui siti che hanno diffuso gli altri. Non lo avrei visto, come non ho visto gli altri, perché non è il caso di abbassarsi. Ma avrei criticato quelle pubblicazioni, come ho criticato le altre. Oggi, invece, mi tocca constatare un male ancora più profondo del fanatismo da tifoseria, ovvero la doppiezza morale, il doppiopesismo scandalistico.
Non solo. Nel caso di Marrazzo, anche se fosse vero quel che lui assicura essere falso, non c’è alcun reato da lui commesso. Anche per altri, non c’era alcun reato commesso. Ma se fosse vero che è stato tentato, anche solo tentato, un ricatto, se fosse poi vero che l’estorsione è andata a segno, in quel caso il reato ci sarebbe eccome, e Marrazzo ne sarebbe la vittima. Solo che una persona con funzioni istituzionali, un pubblico ufficiale, ha il dovere civico e l’obbligo giuridico di denunciarli i reati, non potendoli tenere per sé. E, se questo fosse lo scenario, leggerò mai dieci domande di Repubblica, destinate a conoscere il perché di questa grave omissione?
Marrazzo ha detto una cosa evidente: si colpisce la persona per indebolire il candidato politico. E’ vero, quella è la conseguenza, anche se non necessariamente la causa. Perché, però, una simile affermazione è irricevibile e additata al pubblico ludibrio se si trova sulla bocca di altri. Ancora oltre: se il filmato non c’è, il ricatto non c’è, l’estorsione non c’è, il festino meno che mai, se non c’è nulla di tutto questo, chi è che colpisce la persona per indebolire il candidato? Se Marrazzo si riferisce all’inchiesta farebbe bene a dirlo chiaramente, altrimenti siamo alle mezze parole ed alle allusioni.
Tutto questo non sarebbe in questi termini se il politico Marrazzo, come con costanza e senza distinzioni di schieramento facciamo noi, da molti anni, avesse trovato il tempo ed il modo di dire che l’andazzo della diffamazione collettiva porta solo alla perdizione politica. Invece se n’è guardato bene, sicché la sua reazione di oggi è tutta incentrata su quel che è capitato a lui. E’ umano, lo capisco, ma è il contrario di quel che dovrebbe fare chi crede che la politica sia un servizio alla collettività, e non solo la soddisfazione delle proprie, pur legittime, ambizioni.
L’articolo in difesa di Marrazzo lo scrivo lo stesso, dunque e, dal punto di vista personale, non ho difficoltà ad esprimergli la mia solidarietà. Ma ho il dovere di accompagnarlo con una critica severa al modo in cui ha interpretato la sua funzione politica, al lungo tempo passato senza accorgersi che la macchina infernale delle inchieste giudiziarie usate a fini politici può massacrare chiunque. Lui compreso.
Questo nel caso siano vere le sue smentite, come ho il dovere di credere che siano vere. Nel caso opposto, però, scrivemmo, per altri, che la condotta privata ha rilievo pubblico, quando si è chiesto il voto dei cittadini e li si rappresenta. Scrivemmo che chi rappresenta tutti non può e non deve pensarsi come la media dei vizi collettivi. Gli eletti, non solo in termini divini, hanno il dovere d’essere migliori. E una cosa cui sono tenuti è la coerenza. Ricordate la saggia canzone di Fabrizio De Andrè (La città vecchia)? che descriveva un vecchio professore nel salire le scale verso la camera con prostituta: “quella che di giorno chiami con disprezzo: pubblica moglie/ quella che di notte stabilisce il prezzo, alle tue voglie”. Questa ipocrisia non è mai giustificabile, ma per chi ha un ruolo politico non è ammissibile. Se ritiene accettabile quel comportamento, il politico ha il dovere di sostenerlo per tutti, non solo per sé. Né cambia alcunché, ove al posto di Bocca di Rosa si trovi Bocca di Rosario.
Non ci penso neppure ad erigermi guardiano della morale, che mi fanno orrore quanti praticano questo sport. Solidarizzo con Marrazzo, personalmente, anche se la storia fosse vera, al netto di tutte le altre considerazioni. Ma la coerenza è parte della morale politica, e non è derogabile.
venerdì 23 ottobre 2009
Franceschini sconfina nel razzismo e neanche se ne accorge. Carlo Panella
Sconcertano le parole usate da Dario Franceschini per motivare la sua scelta di nominare Leonard Touadi suo vice nella corsa alla segreteria del Pd: ''l'ho scelto perchè è bravo e perchè è nero''. Non ha detto come doveva ''quel che conta è che sia bravo ed è un immigrato che si è perfettamente inserito e il colore della pelle non conta''. No, ha proprio detto ''perché é nero''. Altroche ''Obama ben abbronzato'' di Berlusconi, qui siamo di fornte alla confessione di una scelta opportunista di una persona sulla base del colore della sua pelle, non della sua biografia. Peggio ancora suonano i tempi di questa scelta, perché Franceschini -se era una cosa saeria- doveva indicarlo all'inizio della campagna congressuale, permettergli di esprimersi, di farsi conoscere. Invece no, il ''nero'' è stato tirato fuori dal cilindro all'ultimo momento, buono solo per un paio di photo opportunity opportuniste. Al peggio non c'è mai fine.
Bersani ringrazia
Bersani ringrazia
giovedì 22 ottobre 2009
Libertà di stampa. Davide Giacalone
La libertà di stampa ha, in Italia, seri problemi, nessuno dei quali è stato colto da Reporters sans frontières e dal loro annuale rapporto. Naturalmente il nostro è il Paese, a loro dire, dove chi scrive le cose come stanno, senza guardare in faccia nessuno, rischia frequentemente d’essere frustato in sala mensa.
Nella graduatoria ci collochiamo al posto 49, su 175. Perdendo cinque punti rispetto all’anno scorso e ben quattordici rispetto al 2007. Ora, vorrei sapere, che cosa è successo, dal 2007 ad oggi? Niente.
Allora, passiamo alla seconda domanda: come fanno, i curatori del rapporto, a fare le misurazioni? Semplice, distribuiscono questionari ai giornalisti stessi. Ed è qui, che mi sono preoccupato, perché se siamo al quarantanovesimo dopo avere ascoltato l’opinione di quelli che sfilano e si sentono minacciati solo perché non tutti si spellano le mani ad applaudire, allora vuol dire che da noi c’è una libertà di stampa incontenibile e senza confini. Ma c’è un ultimo dato che lascia capire di che stiamo parlando: secondo Rsf gli Stati Uniti passano dal posto 40 al 20 per il solo fatto che è stato eletto Obama, il quale, oltre tutto, nel corso della campagna elettorale buttò fuori dei giornalisti dal suo seguito, e da Presidente si rifiuta di avere contatti con una rete televisiva che considera al pari di un partito avversario. E’ nei suoi diritti, ci mancherebbe altro, ma quando questo capita dalle nostre parti subito partono i funerali della libertà e della democrazia.
Posto, dunque, che con questa roba senza frontiere ci si possono fare solo discorsi privi di senso, il problema vero del nostro mercato editoriale è che la quasi totalità degli editori ha interessi industriali che superano, di gran lunga, quelli editoriali. Il che li porta, inevitabilmente, ad utilizzare i primi come strumentali ai secondi. Ad un certo punto era venuto fuori un editore che, in effetti, pur avendo mosso i primi passi nell’edilizia, ed avere poi tentato l’ingresso nella grande distribuzione, comunque aveva creato una società il cui interesse prevalente era quello editoriale. Trattasi di Silvio Berlusconi. Lo stesso cui si fa riferimento ogni volta che la stampa in perdita di copie spera di annetterne la responsabilità alla diminuita libertà.
Il conflitto d’interessi, pertanto, nel nostro mercato è endemico: riguarda gli editori che usano l’editoria, e riguarda chi, da editore, è divenuto soggetto politico. Se una buona legge sul conflitto d’interessi non s’è mai veramente fatta è perché non potrebbe riguardare solo Berlusconi.
Il secondo motivo per cui non siamo messi bene consiste nel fatto che giornali e giornalisti sono querelabili da parte di magistrati, quindi trascinabili in tribunali dove a decidere sono i colleghi del querelante. Ne ho personalmente viste, in materia, di ridicole e di disgustose, ma non ho mai sentito una seria protesta a difesa della libertà di chi scrive. Sono stato, come altri, querelato da magistrati che ritenevano offeso l’onore dei magistrati stessi e chiedevano ad un magistrato di stabilire quale fosse la punizione adeguata per quanti attaccano i magistrati. Avrebbero meritato, tutti, un gran pernacchio, invece, da cittadino modello e senza scampo, mi sono fatto processare.
A fronte di questi, che sono i problemi veri, quella di Reporters sans Frontières è robetta all’acqua di rose, poco più dell’aggregazione di pettegolezzi e lamentele generiche. Perché, ad esempio, non si sono chiesti in quale modo la stampa è finanziata, chi, nelle diverse parti del mondo, ci mette i soldi perché non chiuda. Lo avessero fatto avrebbero scoperto che qui in Italia i soldi li mettono i lettori, ma prima di loro ce li mette lo Stato, con il finanziamento pubblico e la copertura delle spese. Poi ci sono gli introiti pubblicitari, che se restassero da soli tutti avrebbero già chiuso.
Non c’è libertà di stampa, quindi, in un Paese che finanzia la stampa con la spesa pubblica? Purtroppo, i giornali che oggi pubblicheranno quei dati non avranno il coraggio di mettere in pagina la verità più sgradevole: non mancano le strutture e non mancano i soldi per reggere ed alimentare la libertà, scarseggiano, invece, gli uomini liberi, che non siano luogocomunisti in servizio permanente effettivo, che sappiano difendere le proprie idee senza pensare che siano quelle di tutti.
Nella graduatoria ci collochiamo al posto 49, su 175. Perdendo cinque punti rispetto all’anno scorso e ben quattordici rispetto al 2007. Ora, vorrei sapere, che cosa è successo, dal 2007 ad oggi? Niente.
Allora, passiamo alla seconda domanda: come fanno, i curatori del rapporto, a fare le misurazioni? Semplice, distribuiscono questionari ai giornalisti stessi. Ed è qui, che mi sono preoccupato, perché se siamo al quarantanovesimo dopo avere ascoltato l’opinione di quelli che sfilano e si sentono minacciati solo perché non tutti si spellano le mani ad applaudire, allora vuol dire che da noi c’è una libertà di stampa incontenibile e senza confini. Ma c’è un ultimo dato che lascia capire di che stiamo parlando: secondo Rsf gli Stati Uniti passano dal posto 40 al 20 per il solo fatto che è stato eletto Obama, il quale, oltre tutto, nel corso della campagna elettorale buttò fuori dei giornalisti dal suo seguito, e da Presidente si rifiuta di avere contatti con una rete televisiva che considera al pari di un partito avversario. E’ nei suoi diritti, ci mancherebbe altro, ma quando questo capita dalle nostre parti subito partono i funerali della libertà e della democrazia.
Posto, dunque, che con questa roba senza frontiere ci si possono fare solo discorsi privi di senso, il problema vero del nostro mercato editoriale è che la quasi totalità degli editori ha interessi industriali che superano, di gran lunga, quelli editoriali. Il che li porta, inevitabilmente, ad utilizzare i primi come strumentali ai secondi. Ad un certo punto era venuto fuori un editore che, in effetti, pur avendo mosso i primi passi nell’edilizia, ed avere poi tentato l’ingresso nella grande distribuzione, comunque aveva creato una società il cui interesse prevalente era quello editoriale. Trattasi di Silvio Berlusconi. Lo stesso cui si fa riferimento ogni volta che la stampa in perdita di copie spera di annetterne la responsabilità alla diminuita libertà.
Il conflitto d’interessi, pertanto, nel nostro mercato è endemico: riguarda gli editori che usano l’editoria, e riguarda chi, da editore, è divenuto soggetto politico. Se una buona legge sul conflitto d’interessi non s’è mai veramente fatta è perché non potrebbe riguardare solo Berlusconi.
Il secondo motivo per cui non siamo messi bene consiste nel fatto che giornali e giornalisti sono querelabili da parte di magistrati, quindi trascinabili in tribunali dove a decidere sono i colleghi del querelante. Ne ho personalmente viste, in materia, di ridicole e di disgustose, ma non ho mai sentito una seria protesta a difesa della libertà di chi scrive. Sono stato, come altri, querelato da magistrati che ritenevano offeso l’onore dei magistrati stessi e chiedevano ad un magistrato di stabilire quale fosse la punizione adeguata per quanti attaccano i magistrati. Avrebbero meritato, tutti, un gran pernacchio, invece, da cittadino modello e senza scampo, mi sono fatto processare.
A fronte di questi, che sono i problemi veri, quella di Reporters sans Frontières è robetta all’acqua di rose, poco più dell’aggregazione di pettegolezzi e lamentele generiche. Perché, ad esempio, non si sono chiesti in quale modo la stampa è finanziata, chi, nelle diverse parti del mondo, ci mette i soldi perché non chiuda. Lo avessero fatto avrebbero scoperto che qui in Italia i soldi li mettono i lettori, ma prima di loro ce li mette lo Stato, con il finanziamento pubblico e la copertura delle spese. Poi ci sono gli introiti pubblicitari, che se restassero da soli tutti avrebbero già chiuso.
Non c’è libertà di stampa, quindi, in un Paese che finanzia la stampa con la spesa pubblica? Purtroppo, i giornali che oggi pubblicheranno quei dati non avranno il coraggio di mettere in pagina la verità più sgradevole: non mancano le strutture e non mancano i soldi per reggere ed alimentare la libertà, scarseggiano, invece, gli uomini liberi, che non siano luogocomunisti in servizio permanente effettivo, che sappiano difendere le proprie idee senza pensare che siano quelle di tutti.
martedì 20 ottobre 2009
L'estremista, il fazioso e il pluralista. Angelo Panebianco
Viviamo in una fase, simile ad altre della nostra storia, di incanaglimento della lotta politica, siamo immersi in un clima di guerra civile virtuale. Siamo, pur con i nostri difetti, una democrazia ma rispettabili pensatori di altri Paesi, aizzati da demagoghi nostrani, vengono a spiegarci che viviamo sotto una dittatura. Abbiamo un dibattito pubblico apertissimo ma c’è chi racconta che la libertà di stampa è minacciata. Alcuni parlano dell’Italia come se si trattasse dell’Iran o della Birmania. Abbiamo libere e regolari elezioni ma una parte non esigua degli elettori dello schieramento sconfitto non riconosce la legittimità del governo in carica (ma la stessa cosa facevano certi elettori dell’attuale maggioranza quando governavano i loro avversari).
E’ in questi momenti che conviene tornare ai «fondamentali»: che cosa permette a una democrazia di sopravvivere? Di quali virtù o qualità deve essere dotata la cittadinanza democratica? La democrazia è un regime moderato. Ha bisogno che a guidare i governi siano sempre forze moderate, di destra o di sinistra, e che le componenti estremiste siano tenute a bada. Ma perché ciò accada occorre che, fra i cittadini, prevalgano certi atteggiamenti anziché altri. Nelle democrazie, in tutte, la maggioranza dei cittadini ha interesse nullo, scarso o sporadico per la politica. E’ sempre una minoranza, magari consistente ma pur sempre minoranza, a seguire con continuità le vicende politiche. Sono gli atteggiamenti prevalenti in questa minoranza a dettare tono e qualità della democrazia.
Sono tre i tipi umani che più frequentemente si incontrano in tale minoranza: l’estremista, il fazioso, il pluralista. Li indico nell’ordine che va dal meno al più compatibile con la democrazia. Gli estremisti veri e propri, così come qui li intendo, sono (fortunatamente) sempre pochi, anche se rumorosi e, spesso, pericolosi. La loro presenza dipende da certe caratteristiche della politica, dal fatto che la politica, più di qualunque altra attività umana, si presta ad essere il luogo in cui si possono scaricare le frustrazioni personali. Per l’estremista la politica è una grande discarica nella quale egli getta la parte peggiore di sé. L’estremista è uno che odia. Odia se stesso in realtà ma trasforma l’odio per se stesso in odio per il «nemico politico». La politica, data la sua natura competitiva e conflittuale, si presta bene per questa operazione. Lo sventurato giovane che su Facebook si è chiesto perché nessuno abbia ancora ficcato una pallottola in testa a Berlusconi è una vittima del clima che gli estremisti alimentano (per inciso, quel brutto incidente potrebbe essere la sua fortuna: se non è uno stupido rifletterà, capirà che un uomo è tale solo se pensa con la sua testa, se non si fa comandare o suggestionare dal clima dominante negli ambienti che frequenta).
Poi c’è il fazioso. A differenza dell’estremista il fazioso, come qui lo intendo, non è un caso psichiatrico. Però è spaventato dalle opinioni in contrasto con la sua. Nei mezzi di comunicazione cerca più conferme ai suoi pregiudizi che informazioni o dibattiti di idee. È rassicurato dall’idea che esista, in materia di politica, la «verità», unica, chiara, indiscutibile, e che egli, essendo onesto e intelligente, la conosca. Per lui, quelli che non vogliono accettare la verità in cui egli crede sono disonesti o stupidi.
Il fazioso teme lo stress che gli procurerebbe il riconoscimento che il mondo è davvero complesso e ambiguo. Ha bisogno di contare su un quadro di certezze: di qua il bene, di là il male. Un grande economista, Joseph Schumpeter, diceva che spesso eccellenti persone, brave nel loro mestiere, sono in grado di parlare con competenza e maturità dei problemi della loro professione ma regrediscono all’infanzia appena cominciano a parlare di politica: il Bene, il Male, le fate e gli orchi, gli sceriffi col cappello bianco e i banditi col cappello nero. Il fazioso, essendo spesso tutt’altro che stupido, vive con patimento la sua contraddizione: la coesistenza, in lui, dell’orrore per le opinioni diverse dalla sua e del riconoscimento della necessità del pluralismo delle opinioni in una democrazia.
C’è infine il pluralista. Accetta il fatto che il mondo sia complesso e, dunque, che non ci sia, sui fatti contingenti della politica, una Verità acquisita per sempre. Accetta che il problema sia, ogni giorno, quello (faticoso) di impadronirsi, confrontando le opinioni e riflettendo sui fatti, di quel poco di precarissima «verità» che si riesce ad afferrare. Senza abdicare alle proprie convinzioni più profonde non teme di ascoltare pareri diversi. Pensa che, se sono ben argomentati e presentati con garbo, possano anche arricchirlo.
Quanto più nella minoranza che si interessa con continuità di politica prevale il tipo pluralista, tanto più la democrazia è salda e sicura. Non è questione di destra o sinistra o, attualmente, di berlusconiani e antiberlusconiani. Ci sono faziosi e pluralisti di ogni tendenza. Ad esempio, la differenza fra un fazioso antiberlusconiano e un pluralista antiberlusconiano è che per il primo Berlusconi è il nemico mentre per il secondo è solo un avversario.
C’è poi la questione dell’uovo e della gallina. Ci sono fasi in cui, entro la minoranza che segue la politica, i pluralisti si trovano in difficoltà e sembrano quasi soccombere di fronte alla prepotenza dei faziosi (sempre seguiti da un imbarazzante codazzo di estremisti). È difficile stabilire se in quei momenti i faziosi prevalgono perché aizzati dalle urla di furbi demagoghi o se, invece, i furbi demagoghi hanno successo a causa dell’esistenza di una folta pattuglia di faziosi. (Corriere della Sera)
E’ in questi momenti che conviene tornare ai «fondamentali»: che cosa permette a una democrazia di sopravvivere? Di quali virtù o qualità deve essere dotata la cittadinanza democratica? La democrazia è un regime moderato. Ha bisogno che a guidare i governi siano sempre forze moderate, di destra o di sinistra, e che le componenti estremiste siano tenute a bada. Ma perché ciò accada occorre che, fra i cittadini, prevalgano certi atteggiamenti anziché altri. Nelle democrazie, in tutte, la maggioranza dei cittadini ha interesse nullo, scarso o sporadico per la politica. E’ sempre una minoranza, magari consistente ma pur sempre minoranza, a seguire con continuità le vicende politiche. Sono gli atteggiamenti prevalenti in questa minoranza a dettare tono e qualità della democrazia.
Sono tre i tipi umani che più frequentemente si incontrano in tale minoranza: l’estremista, il fazioso, il pluralista. Li indico nell’ordine che va dal meno al più compatibile con la democrazia. Gli estremisti veri e propri, così come qui li intendo, sono (fortunatamente) sempre pochi, anche se rumorosi e, spesso, pericolosi. La loro presenza dipende da certe caratteristiche della politica, dal fatto che la politica, più di qualunque altra attività umana, si presta ad essere il luogo in cui si possono scaricare le frustrazioni personali. Per l’estremista la politica è una grande discarica nella quale egli getta la parte peggiore di sé. L’estremista è uno che odia. Odia se stesso in realtà ma trasforma l’odio per se stesso in odio per il «nemico politico». La politica, data la sua natura competitiva e conflittuale, si presta bene per questa operazione. Lo sventurato giovane che su Facebook si è chiesto perché nessuno abbia ancora ficcato una pallottola in testa a Berlusconi è una vittima del clima che gli estremisti alimentano (per inciso, quel brutto incidente potrebbe essere la sua fortuna: se non è uno stupido rifletterà, capirà che un uomo è tale solo se pensa con la sua testa, se non si fa comandare o suggestionare dal clima dominante negli ambienti che frequenta).
Poi c’è il fazioso. A differenza dell’estremista il fazioso, come qui lo intendo, non è un caso psichiatrico. Però è spaventato dalle opinioni in contrasto con la sua. Nei mezzi di comunicazione cerca più conferme ai suoi pregiudizi che informazioni o dibattiti di idee. È rassicurato dall’idea che esista, in materia di politica, la «verità», unica, chiara, indiscutibile, e che egli, essendo onesto e intelligente, la conosca. Per lui, quelli che non vogliono accettare la verità in cui egli crede sono disonesti o stupidi.
Il fazioso teme lo stress che gli procurerebbe il riconoscimento che il mondo è davvero complesso e ambiguo. Ha bisogno di contare su un quadro di certezze: di qua il bene, di là il male. Un grande economista, Joseph Schumpeter, diceva che spesso eccellenti persone, brave nel loro mestiere, sono in grado di parlare con competenza e maturità dei problemi della loro professione ma regrediscono all’infanzia appena cominciano a parlare di politica: il Bene, il Male, le fate e gli orchi, gli sceriffi col cappello bianco e i banditi col cappello nero. Il fazioso, essendo spesso tutt’altro che stupido, vive con patimento la sua contraddizione: la coesistenza, in lui, dell’orrore per le opinioni diverse dalla sua e del riconoscimento della necessità del pluralismo delle opinioni in una democrazia.
C’è infine il pluralista. Accetta il fatto che il mondo sia complesso e, dunque, che non ci sia, sui fatti contingenti della politica, una Verità acquisita per sempre. Accetta che il problema sia, ogni giorno, quello (faticoso) di impadronirsi, confrontando le opinioni e riflettendo sui fatti, di quel poco di precarissima «verità» che si riesce ad afferrare. Senza abdicare alle proprie convinzioni più profonde non teme di ascoltare pareri diversi. Pensa che, se sono ben argomentati e presentati con garbo, possano anche arricchirlo.
Quanto più nella minoranza che si interessa con continuità di politica prevale il tipo pluralista, tanto più la democrazia è salda e sicura. Non è questione di destra o sinistra o, attualmente, di berlusconiani e antiberlusconiani. Ci sono faziosi e pluralisti di ogni tendenza. Ad esempio, la differenza fra un fazioso antiberlusconiano e un pluralista antiberlusconiano è che per il primo Berlusconi è il nemico mentre per il secondo è solo un avversario.
C’è poi la questione dell’uovo e della gallina. Ci sono fasi in cui, entro la minoranza che segue la politica, i pluralisti si trovano in difficoltà e sembrano quasi soccombere di fronte alla prepotenza dei faziosi (sempre seguiti da un imbarazzante codazzo di estremisti). È difficile stabilire se in quei momenti i faziosi prevalgono perché aizzati dalle urla di furbi demagoghi o se, invece, i furbi demagoghi hanno successo a causa dell’esistenza di una folta pattuglia di faziosi. (Corriere della Sera)
domenica 18 ottobre 2009
Il nemico in casa a sindrome che dilania il Pd. Francesco Verderami
Ha ragione Pier Luigi Bersani quando dice che «il più anti berlusconiano sarà chi manderà a casa Silvio Berlusconi»
Ma se nel Pd non cessa la logica del nemico in casa, l’idea cioè che l’avversario da battere è il compagno di partito, il rischio è «diventare un’involontaria quinta colonna del Cavaliere». Un timore che non appartiene solo a Follini. Perché finora la sfida per la segreteria, invece di esaltare la competizione politica e culturale «ha fatto emergere — sono parole del filosofo De Giovanni — uno scontro per bande, una sorta di guerra civile interna. Specie al Sud si avverte una perdita di etica politica: l’avversario è dentro, e viene combattuto con tutti, ma proprio tutti i mezzi. Non vedo luce, solo una lotta intestina del vecchio ceto politico». Così, mentre il premier si appresta a presentare la squadra dei candidati alle Regionali, il Pd resta bloccato fino al 25 ottobre dalla sfida per la segreteria, senza aver definito ancora le alleanze.
E le primarie, invece di offrire l’immagine di un partito capace di presentare tesi innovative, hanno mostrato — secondo il sociologo Ricolfi — «timidezza e assenza di progettualità dei candidati». L’opinione è frutto di uno studio che sarà pubblicato a breve: «Dal confronto si nota che non hanno la minima idea di cosa farebbero se fossero al governo. Nei mesi scorsi, giustamente, i Democratici avevano lanciato il tema della riforma degli ammortizzatori sociali, ma hanno pensato bene di dividersi». Per il resto il Pd si mostra contraddittorio, «perché — continua Ricolfi — se è giusto criticare lo scudo fiscale, poi non si può tifare per la sanatoria delle badanti. Non esistono sanatorie buone e cattive». Ecco il motivo per cui definisce «patologica» la condizione di un partito che — come ha scritto Battista sul Corriere — non riesce a essere «polifonico », e si scaglia contro la Binetti per le sue posizioni sui temi etici. Sarà perché i dirigenti sono disabituati al confronto o perché non ci sono abituati? «Può darsi — commenta De Giovanni — che qualcosa del vecchio centralismo democratico sia rimasto nel Pd. Quella però era una cosa seria, sebbene fui tra i primi a criticarlo nel Pci».
Insieme alla voglia di epurazione, sono i segni di disaffezione al progetto l’altro fatto grave. Chiamparino dice di vivere da «estraneo», Rutelli scrive un libro sul «partito mai nato», e Bettini in un saggio sull’«Anno zero» del Pd descrive il passato per azzannare il presente: «Una volta, dopo una sconfitta elettorale, si salvavano i partiti e si cambiava il gruppo dirigente. Oggi per salvare la classe dirigente si cambiano i partiti». L’assenza di tensione ai vertici si riflette anche nella base. Pagnoncelli lo racconta attraverso i suoi sondaggi: «La nascita del Pd — spiega il capo di Ipsos — aveva alimentato una forte aspettativa. Ma dopo la sconfitta elettorale sono riapparsi i vecchi mali. Non so se i dirigenti siano consci della distanza che li separa dal loro elettorato, che tuttavia si mostra per ora comprensivo. Attende l’esito delle primarie, ma per il dopo chiede scelte coraggiose: non solo una forte opposizione al governo ma anche un freno alle minoranze interne. Temi etici a parte, vuole che il partito abbia una sola voce sulla politica economica e sociale, sulla legge elettorale, sull’immigrazione».
Sarà così, o la logica del «nemico in casa» continuerà a dilaniare il Pd, chiunque sarà il nuovo segretario? Perché le Regionali sono dietro l’angolo, e una sconfitta va messa nel conto. «In quel caso — sospira Macaluso — penso e spero che non si riapra la questione della leadership. Sarebbe la fine». Polito concorda con Macaluso, ma il direttore del Riformista teme il «cupio dissolvi», perché «la conflittualità interna e il sistema correntizio sopravvivranno al 25 ottobre. E se il Pd perderà le elezioni si riaccenderà lo scontro». Serve un patto tra i Democratici, per non venire ricordati come «quinta colonna» del Cavaliere. (Corriere della sera)
Ma se nel Pd non cessa la logica del nemico in casa, l’idea cioè che l’avversario da battere è il compagno di partito, il rischio è «diventare un’involontaria quinta colonna del Cavaliere». Un timore che non appartiene solo a Follini. Perché finora la sfida per la segreteria, invece di esaltare la competizione politica e culturale «ha fatto emergere — sono parole del filosofo De Giovanni — uno scontro per bande, una sorta di guerra civile interna. Specie al Sud si avverte una perdita di etica politica: l’avversario è dentro, e viene combattuto con tutti, ma proprio tutti i mezzi. Non vedo luce, solo una lotta intestina del vecchio ceto politico». Così, mentre il premier si appresta a presentare la squadra dei candidati alle Regionali, il Pd resta bloccato fino al 25 ottobre dalla sfida per la segreteria, senza aver definito ancora le alleanze.
E le primarie, invece di offrire l’immagine di un partito capace di presentare tesi innovative, hanno mostrato — secondo il sociologo Ricolfi — «timidezza e assenza di progettualità dei candidati». L’opinione è frutto di uno studio che sarà pubblicato a breve: «Dal confronto si nota che non hanno la minima idea di cosa farebbero se fossero al governo. Nei mesi scorsi, giustamente, i Democratici avevano lanciato il tema della riforma degli ammortizzatori sociali, ma hanno pensato bene di dividersi». Per il resto il Pd si mostra contraddittorio, «perché — continua Ricolfi — se è giusto criticare lo scudo fiscale, poi non si può tifare per la sanatoria delle badanti. Non esistono sanatorie buone e cattive». Ecco il motivo per cui definisce «patologica» la condizione di un partito che — come ha scritto Battista sul Corriere — non riesce a essere «polifonico », e si scaglia contro la Binetti per le sue posizioni sui temi etici. Sarà perché i dirigenti sono disabituati al confronto o perché non ci sono abituati? «Può darsi — commenta De Giovanni — che qualcosa del vecchio centralismo democratico sia rimasto nel Pd. Quella però era una cosa seria, sebbene fui tra i primi a criticarlo nel Pci».
Insieme alla voglia di epurazione, sono i segni di disaffezione al progetto l’altro fatto grave. Chiamparino dice di vivere da «estraneo», Rutelli scrive un libro sul «partito mai nato», e Bettini in un saggio sull’«Anno zero» del Pd descrive il passato per azzannare il presente: «Una volta, dopo una sconfitta elettorale, si salvavano i partiti e si cambiava il gruppo dirigente. Oggi per salvare la classe dirigente si cambiano i partiti». L’assenza di tensione ai vertici si riflette anche nella base. Pagnoncelli lo racconta attraverso i suoi sondaggi: «La nascita del Pd — spiega il capo di Ipsos — aveva alimentato una forte aspettativa. Ma dopo la sconfitta elettorale sono riapparsi i vecchi mali. Non so se i dirigenti siano consci della distanza che li separa dal loro elettorato, che tuttavia si mostra per ora comprensivo. Attende l’esito delle primarie, ma per il dopo chiede scelte coraggiose: non solo una forte opposizione al governo ma anche un freno alle minoranze interne. Temi etici a parte, vuole che il partito abbia una sola voce sulla politica economica e sociale, sulla legge elettorale, sull’immigrazione».
Sarà così, o la logica del «nemico in casa» continuerà a dilaniare il Pd, chiunque sarà il nuovo segretario? Perché le Regionali sono dietro l’angolo, e una sconfitta va messa nel conto. «In quel caso — sospira Macaluso — penso e spero che non si riapra la questione della leadership. Sarebbe la fine». Polito concorda con Macaluso, ma il direttore del Riformista teme il «cupio dissolvi», perché «la conflittualità interna e il sistema correntizio sopravvivranno al 25 ottobre. E se il Pd perderà le elezioni si riaccenderà lo scontro». Serve un patto tra i Democratici, per non venire ricordati come «quinta colonna» del Cavaliere. (Corriere della sera)
venerdì 16 ottobre 2009
Il feticcio del diverso. Gabriele Cazzulini
Il naufragio della legge sulla cosiddetta «omofobia» è soltanto l'ultima manifestazione di uno spirito avvelenato che sta contagiando la vita italiana. Ad ogni elemento, oggettivo e soggettivo, che in qualche modo contrasti con l'identità e le tradizioni viene automaticamente assegnato il massimo valore. E' un paradosso, ma di fronte all'affacciarsi, spesso prepotente, di rivendicazioni di diritti da parte di elementi estranei all'identità italiana, la reazione dominante delle forze laiche e di sinistra è sempre la solita: carta bianca. Può essere lo straniero, chiunque esso sia. Può essere anche colui, o colei, che ripudia la propria identità sessuale biologica, per ogni motivo possibile. Si vede nel caso dell'immigrazione clandestina, con l'opposizione, e non solo quella politica, che è finita con l'adorare, l'idolatrare, il difendere sempre e comunque lo straniero, trasfigurato in una vittima dei mali moderni. Idem per l'omosessualità, che viene considerata come il bersaglio di discriminazioni costanti e che perciò va ricompensata in modo acritico.
Se il parlamento non approva la legge sull'omofobia, allora è un parlamento omofobo che odia i «diversi» - così come il governo che cerca la sicurezza dei cittadini è subito marchiato come razzista e xenofobo. La paura, la fobia, diventano le determinanti che fanno scattare reazioni politiche esagitate, rabbiose, sconclusionate. E' il mito del «diverso», chiunque esso sia. E la paura del diverso è così incontrollata che, invece di reagire per trovare un compromesso equilibrato, si finisce per cedere a priori. Porte aperte all'immigrazione, tolleranza sbracata verso qualunque culto religioso, sovra-rispetto per l'omosessualità. Facile: è una mentalità di comodo per scaricare il barile della responsabilità per scelte davvero difficili. C'è una diversità. La reazione? Assimilarla, accoglierla a braccia aperte e magari collocarla sul piedistallo. Non importa come, chi, e soprattutto a spese di chi.
Chiunque osi muoversi contro è nemico dei diritti e portatore di una visione culturale retrograda e antimoderna. L'importante è che quella diversità, quel diverso, non creino problemi. La vera paura di fondo è scoprire la propria vacuità di fronte alla diversità - ecco lo scacco matto che i paladini della diversità vogliono inutilmente eludere. Ovviamente c'è anche una traduzione politica quando una minoranza, per quanto ristretta, pretende di sostituirsi alla maggioranza. La politica non è solo numeri e voti; è anche l'identità, cioè corpo e spirito, di un popolo, con le sue contraddizioni e le sue zone d'ombra, così come coi suoi punti di forza. Il compromesso è l'inizio e non la fine, ma l'armistizio è una catastrofe. Cioè: nessuno intende escludere o discriminare le minoranze. Ma neppure lasciare che le minoranze, di qualunque tipo, surclassino la maggioranza.
Alla fine della storia la stessa idea del «diverso» è un feticcio. E' un'idea priva di realtà, quindi è un'ideologia. E' una costruzione del pensiero. Un'invenzione. Orfani del comunismo, i comunisti devono trovarsi un surrogato: ecco il feticcio della diversità, che chiama in causa i «nuovi diritti», un'altra foglia di fico con cui coprire la nudità culturale dei nipotini della falce e il martello, ridotti ad impugnare la felce e il mirtillo. Nessuno è diverso. Siamo tutti uguali. Razza umana. Basta coi ghetti e basta con la mentalità del ghetto e della segregazione volontaria - la diversità non è una rendita politica e identitaria, altrimenti diventa una maschera. Facile dirsi diversi per pretendere diritti che non sono altro che protezioni speciali. Perciò l'accanimento contro l'omofobia vale tanto quanto la discriminazione: sono entrambe estremizzazioni di una diversità che, ai fini della legge e della biologia, non esiste. Sì, così crolla il castello di carte che ospita l'ideologia del diverso e spinge a retrocedere di fronte ad esso, invece che a guardarsi negli occhi. Il vero coraggio è uscire dalla propria diversità immaginata e confrontarsi su un piano paritario. Questa falsa diversità non è da usarsi come scudo o come lama per colpire. Sennò si passa dal subire antiche discriminazioni all'infliggerne di nuove per spirito di vendetta e rivalsa. Non è così che si lavora per l'integrazione delle novità. Chi cerca la guerra ha già perso. (Ragionpolitica)
Se il parlamento non approva la legge sull'omofobia, allora è un parlamento omofobo che odia i «diversi» - così come il governo che cerca la sicurezza dei cittadini è subito marchiato come razzista e xenofobo. La paura, la fobia, diventano le determinanti che fanno scattare reazioni politiche esagitate, rabbiose, sconclusionate. E' il mito del «diverso», chiunque esso sia. E la paura del diverso è così incontrollata che, invece di reagire per trovare un compromesso equilibrato, si finisce per cedere a priori. Porte aperte all'immigrazione, tolleranza sbracata verso qualunque culto religioso, sovra-rispetto per l'omosessualità. Facile: è una mentalità di comodo per scaricare il barile della responsabilità per scelte davvero difficili. C'è una diversità. La reazione? Assimilarla, accoglierla a braccia aperte e magari collocarla sul piedistallo. Non importa come, chi, e soprattutto a spese di chi.
Chiunque osi muoversi contro è nemico dei diritti e portatore di una visione culturale retrograda e antimoderna. L'importante è che quella diversità, quel diverso, non creino problemi. La vera paura di fondo è scoprire la propria vacuità di fronte alla diversità - ecco lo scacco matto che i paladini della diversità vogliono inutilmente eludere. Ovviamente c'è anche una traduzione politica quando una minoranza, per quanto ristretta, pretende di sostituirsi alla maggioranza. La politica non è solo numeri e voti; è anche l'identità, cioè corpo e spirito, di un popolo, con le sue contraddizioni e le sue zone d'ombra, così come coi suoi punti di forza. Il compromesso è l'inizio e non la fine, ma l'armistizio è una catastrofe. Cioè: nessuno intende escludere o discriminare le minoranze. Ma neppure lasciare che le minoranze, di qualunque tipo, surclassino la maggioranza.
Alla fine della storia la stessa idea del «diverso» è un feticcio. E' un'idea priva di realtà, quindi è un'ideologia. E' una costruzione del pensiero. Un'invenzione. Orfani del comunismo, i comunisti devono trovarsi un surrogato: ecco il feticcio della diversità, che chiama in causa i «nuovi diritti», un'altra foglia di fico con cui coprire la nudità culturale dei nipotini della falce e il martello, ridotti ad impugnare la felce e il mirtillo. Nessuno è diverso. Siamo tutti uguali. Razza umana. Basta coi ghetti e basta con la mentalità del ghetto e della segregazione volontaria - la diversità non è una rendita politica e identitaria, altrimenti diventa una maschera. Facile dirsi diversi per pretendere diritti che non sono altro che protezioni speciali. Perciò l'accanimento contro l'omofobia vale tanto quanto la discriminazione: sono entrambe estremizzazioni di una diversità che, ai fini della legge e della biologia, non esiste. Sì, così crolla il castello di carte che ospita l'ideologia del diverso e spinge a retrocedere di fronte ad esso, invece che a guardarsi negli occhi. Il vero coraggio è uscire dalla propria diversità immaginata e confrontarsi su un piano paritario. Questa falsa diversità non è da usarsi come scudo o come lama per colpire. Sennò si passa dal subire antiche discriminazioni all'infliggerne di nuove per spirito di vendetta e rivalsa. Non è così che si lavora per l'integrazione delle novità. Chi cerca la guerra ha già perso. (Ragionpolitica)
Partito delle toghe e toghe di partito. Davide Giacalone
Ho letto di un Luciano Violante che riflette sui guasti della giustizia e sul corporativismo dei magistrati, prendendo le distanze dall’Associazione Nazionale Magistrati. La notizia è presentata come una specie di conversione, o, almeno, inversione di marcia. Si tratta, in realtà, di recensioni preconfezionate, di una lettura assai superficiale di un suo libro, “Magistrati”. Violante è uomo di grandi responsabilità e solida intelligenza. Quel che oggi scrive non è diverso da quel che ieri fece, sicché non gli è contestabile l’incoerenza, né riconoscibile l’evoluzione. Più semplicemente, ha preso le misure del mostro cui una politica dissennata ha dato vita. Ha davanti le proprie stesse colpe, che gli incutono timore, al punto da cercare di cambiare le carte in tavola.
Violante fu giovane magistrato, a Torino, da dove emerse quale uomo di riferimento del Partito Comunista nel mondo della giustizia, fino a divenire il non occulto regista della politicizzazione dei magistrati. Certo, lo fece con grandezza. Non ambiva alla carriera, puntava allo Stato. Non disdegnando, nel frattempo, il far carriera. E’ giunto ad avere un potere enorme. Ha prima fatto fuori Giovanni Falcone e poi messo al suo posto un proprio sodale, Giancarlo Caselli. Oggi fa finta di scandalizzarsi per quanti avversarono Falcone, e fa finta di raccontare che prevalse il criterio dell’anzianità, nella scelta del capo della procura di Palermo. Bubbole, furono lui ed Elena Paciotti, prima presidente dell’Anm, poi membro del Consiglio Superiore della Magistratura, infine parlamentare europea eletta dai comunisti, a silurare quello che oggi ricordano bugiardamente. Il suo potere lo portò ad indicare la via per processare Giulio Andreotti, lasciando il lavoro perdente a Caselli, dopo che l’operazione politica era conclusa. Alla fine del percorso, però, anche Violante ha perso, il mostro gli si è rivoltato contro, e la sconfitta cominciò alla procura di Milano, durante l’inchiesta Mani Pulite. Datemi qualche minuto, perché questa è una storia interessante.
Lui lo dice con parole diverse, ma nel libro si allinea ad un’interpretazione che noi sosteniamo da anni: la deviazione cominciò con la lotta al terrorismo. Fu in quell’occasione che la politica firmò una delega in bianco alla magistratura. Offrì uno strumento importante, il reato di “banda armata”, che consentiva un enorme potere discrezionale nel mettere e tenere in galera. I magistrati di sinistra furono i più attivi, meritoriamente. Al terrorismo seguì la mafia, anche in questo caso mediante l’approntamento di un’arma impropria: il reato di “associazione di stampo mafioso”, che, accompagnata dal “concorso esterno”, consentì ai magistrati di inquisire e rovinare, quando non ingabbiare, chiunque. Nel biennio 1992-1994 la magistratura s’era già trasformata da ordine in potere, aveva già affermato la propria indipendenza dalla legge scritta, e ritorse le due deleghe passate contro il delegante, cancellando parte del mondo politico. Violante, che aveva costruito ed accudito le prime due violazioni, rizzò subito le orecchie. La vecchia scuola leninista s’avvide di un pericolo che sfuggiva all’Italia stracciona e vociante: l’usurpazione della politica.
Non è un caso che Violante ricordi il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (1987), per sottolineare che il Pci si espresse a favore, contrastando l’interesse corporativo delle toghe. Lo fece a ragion veduta, perché Violante non è mai stato favorevole al partito dei magistrati, semmai ai magistrati funzionali all’interesse del partito. Il suo. Cade, però, in contraddizione, quando afferma che cinque anni dopo gli italiani erano tutti dalla parte della magistratura, e lo erano da tempo. Al citato referendum avevano votato in massa (80,20%) contro l’irresponsabilità giudiziaria!
Veniamo al punto fondamentale. Violante non fa una piega, nel ripetere che i partiti democratici della prima Repubblica caddero a causa del loro finanziamento illecito. E, ancora una volta, dimentica di dire qualcosa su quello del Pci. Ma ricorda che già allora, nel 1993, aveva avvertito l’intollerabilità di un “governo dei giudici”. Solo che si mantiene sul teorico, omette l’analisi politica: al contrario di quel che era avvenuto con terrorismo e mafia, quella volta i magistrati non erano i suoi. Francesco Saverio Borrelli era stato appoggiato dai socialisti. Antonio Di Pietro è considerato di sinistra solo da chi non sa cosa la sinistra dovrebbe essere. Gerardo D’Ambrosio salvò il Pci (che poi lo portò in Parlamento), ma non aveva in mano le indagini. Violante capì subito il pericolo, cominciando a denunciare l’“alterazione dei rapporti”.
Fino a quel momento l’opera di Magistratura Democratica e di Violante era stata diretta ad assumere la Costituzione come unica guida, profittando della indeterminatezza declamatoria (e cattocomunista) di non pochi articoli e, quindi, piegando l’interpretazione giuridica agli interessi di parte. Una deviazione profonda e pericolosissima, che, però, fu assecondata, trovando solo in Cassazione qualche residua resistenza (sicché provvidero a far fuori, sempre per via giudiziaria, chi in quella sede s’opponeva). Ma il rito milanese si discostava da quell’andazzo, e sebbene portasse benefici ai ribattezzati comunisti, conducendo lo stesso Violante a presiedere la Camera dei Deputati, non di meno non erano più loro a tenerne la guida, ma le non rosse toghe di quella procura.
Preso atto della sconfitta politica, pertanto, Violante passa ad avvertire dei pericoli connessi, compresa la degenerazione dell’Anm e del Csm. Ha perfettamente ragione, ma limitarsi a descrivere questa, omettendo il resto, può farlo solo chi ha una vocazione alla falsificazione, o una naturale propensione all’ignoranza ed al luogocomunismo. Noi conosciamo i nostri polli, e ricordiamo la loro marcia contro il diritto.
Violante fu giovane magistrato, a Torino, da dove emerse quale uomo di riferimento del Partito Comunista nel mondo della giustizia, fino a divenire il non occulto regista della politicizzazione dei magistrati. Certo, lo fece con grandezza. Non ambiva alla carriera, puntava allo Stato. Non disdegnando, nel frattempo, il far carriera. E’ giunto ad avere un potere enorme. Ha prima fatto fuori Giovanni Falcone e poi messo al suo posto un proprio sodale, Giancarlo Caselli. Oggi fa finta di scandalizzarsi per quanti avversarono Falcone, e fa finta di raccontare che prevalse il criterio dell’anzianità, nella scelta del capo della procura di Palermo. Bubbole, furono lui ed Elena Paciotti, prima presidente dell’Anm, poi membro del Consiglio Superiore della Magistratura, infine parlamentare europea eletta dai comunisti, a silurare quello che oggi ricordano bugiardamente. Il suo potere lo portò ad indicare la via per processare Giulio Andreotti, lasciando il lavoro perdente a Caselli, dopo che l’operazione politica era conclusa. Alla fine del percorso, però, anche Violante ha perso, il mostro gli si è rivoltato contro, e la sconfitta cominciò alla procura di Milano, durante l’inchiesta Mani Pulite. Datemi qualche minuto, perché questa è una storia interessante.
Lui lo dice con parole diverse, ma nel libro si allinea ad un’interpretazione che noi sosteniamo da anni: la deviazione cominciò con la lotta al terrorismo. Fu in quell’occasione che la politica firmò una delega in bianco alla magistratura. Offrì uno strumento importante, il reato di “banda armata”, che consentiva un enorme potere discrezionale nel mettere e tenere in galera. I magistrati di sinistra furono i più attivi, meritoriamente. Al terrorismo seguì la mafia, anche in questo caso mediante l’approntamento di un’arma impropria: il reato di “associazione di stampo mafioso”, che, accompagnata dal “concorso esterno”, consentì ai magistrati di inquisire e rovinare, quando non ingabbiare, chiunque. Nel biennio 1992-1994 la magistratura s’era già trasformata da ordine in potere, aveva già affermato la propria indipendenza dalla legge scritta, e ritorse le due deleghe passate contro il delegante, cancellando parte del mondo politico. Violante, che aveva costruito ed accudito le prime due violazioni, rizzò subito le orecchie. La vecchia scuola leninista s’avvide di un pericolo che sfuggiva all’Italia stracciona e vociante: l’usurpazione della politica.
Non è un caso che Violante ricordi il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (1987), per sottolineare che il Pci si espresse a favore, contrastando l’interesse corporativo delle toghe. Lo fece a ragion veduta, perché Violante non è mai stato favorevole al partito dei magistrati, semmai ai magistrati funzionali all’interesse del partito. Il suo. Cade, però, in contraddizione, quando afferma che cinque anni dopo gli italiani erano tutti dalla parte della magistratura, e lo erano da tempo. Al citato referendum avevano votato in massa (80,20%) contro l’irresponsabilità giudiziaria!
Veniamo al punto fondamentale. Violante non fa una piega, nel ripetere che i partiti democratici della prima Repubblica caddero a causa del loro finanziamento illecito. E, ancora una volta, dimentica di dire qualcosa su quello del Pci. Ma ricorda che già allora, nel 1993, aveva avvertito l’intollerabilità di un “governo dei giudici”. Solo che si mantiene sul teorico, omette l’analisi politica: al contrario di quel che era avvenuto con terrorismo e mafia, quella volta i magistrati non erano i suoi. Francesco Saverio Borrelli era stato appoggiato dai socialisti. Antonio Di Pietro è considerato di sinistra solo da chi non sa cosa la sinistra dovrebbe essere. Gerardo D’Ambrosio salvò il Pci (che poi lo portò in Parlamento), ma non aveva in mano le indagini. Violante capì subito il pericolo, cominciando a denunciare l’“alterazione dei rapporti”.
Fino a quel momento l’opera di Magistratura Democratica e di Violante era stata diretta ad assumere la Costituzione come unica guida, profittando della indeterminatezza declamatoria (e cattocomunista) di non pochi articoli e, quindi, piegando l’interpretazione giuridica agli interessi di parte. Una deviazione profonda e pericolosissima, che, però, fu assecondata, trovando solo in Cassazione qualche residua resistenza (sicché provvidero a far fuori, sempre per via giudiziaria, chi in quella sede s’opponeva). Ma il rito milanese si discostava da quell’andazzo, e sebbene portasse benefici ai ribattezzati comunisti, conducendo lo stesso Violante a presiedere la Camera dei Deputati, non di meno non erano più loro a tenerne la guida, ma le non rosse toghe di quella procura.
Preso atto della sconfitta politica, pertanto, Violante passa ad avvertire dei pericoli connessi, compresa la degenerazione dell’Anm e del Csm. Ha perfettamente ragione, ma limitarsi a descrivere questa, omettendo il resto, può farlo solo chi ha una vocazione alla falsificazione, o una naturale propensione all’ignoranza ed al luogocomunismo. Noi conosciamo i nostri polli, e ricordiamo la loro marcia contro il diritto.
mercoledì 14 ottobre 2009
Rai, Minzolini: "Un mio diritto fare gli editoriali". il Giornale
"Fare editoriali da direttore del Tg1 è un diritto". Durante la sua audizione davanti alla commissione di Vigilanza, il direttore del telegiornale della rete ammiraglia, Augusto Minzolini, difende i propri diritti dalle accuse che gli sono piovute addosso nelle ultime settimane. Da quando è alla guida del Tg1, Minzolini assicura di aver "interrotto ogni collaborazione" e, a differenza di altri, non aver mai rilasciato interviste.
Il diritto agli editoriali "Ho diritto di fare l’editoriale, secondo quell’articolo 21 della Costituzione per cui altri hanno manifestato dieci giorni fa". Il riferimento è all’editoriale sulla manifestazione per la libertà di stampa, definito "irrituale" dal presidente della Rai, Paolo Garimberti. "Sono stato accusato di censura e il mio editoriale è stato giudicato così, sono un censore censurato", dice il direttore del Tg1, convinto di aver solo "espresso un’opinione in modo chiaro", secondo un suo diritto. E, come ha fatto il direttore precedente, "l’amico Gianni Riotta, che ha fatto quindici editoriali durante la direzione più altri perché veniva chiesta la sua opinione su varie questioni intervistato in studio, penso anche all’editoriale su Curzi. Perché non posso farne io? Non si può tirare in ballo il giudizio pubblico in termini contraddittori, perché secondo alcuni vale solo per i Tg e non per altri programmi. E' una posizione incomprensibile".
Il doppiopesismo nel giudizio "Dovrei esimermi - insiste ancora il direttore del Tg1 - dall’esprimere giudizi quando c’è chi in altre trasmissioni li esprime su mio operato. Per cui, almeno sull’argomento, eviterei delle ipocrisie". Minzolini ha sottolineato che "c’è chi si è lamentato perchè non è stato dato spazio alla tematica, diciamo così, escort, chi invece ha polemizzato perché è stata data la notizia sulle tangenti per la sanità, unica tematica per la quale sono stati emessi avvisi di reato per politici. È la croce di ogni tg. C’è una differenza tra le vicende di Tangentopoli e quelle di questa estate, almeno per quanto riguarda il coinvolgimento di personaggi pubblici". "Se allora si partiva da un avviso di garanzia - ha rilevato Minzolini - ora abbiamo assistito al susseguirsi di personaggio coinvolti in processi squisitamente mediatici senza essere accusati di alcun reato, senza aver ricevuto nessun avviso di garanzia. Non solo Berlusconi, ma anche la famiglia Agnelli, De Benedetti, il direttore di Repubblica Ezio Mauro, e l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo". Per Minzolini "qui si può teorizzare, non fosse altro per il pluralismo, che quello che è scritto su qualche giornale debba essere ripreso come se fosse la verità in terra, e quello che è scritto su altri no. Una differenza che ha indotto il Tg1, che parla a milioni di persone, ad affrontare i casi con prudenza e sobrietà. Cosa sarebbe successo se avessi proposto al Tg1 lo scenario di guerra mediatica che ha caratterizzato l’estate scorsa?".
Il diritto agli editoriali "Ho diritto di fare l’editoriale, secondo quell’articolo 21 della Costituzione per cui altri hanno manifestato dieci giorni fa". Il riferimento è all’editoriale sulla manifestazione per la libertà di stampa, definito "irrituale" dal presidente della Rai, Paolo Garimberti. "Sono stato accusato di censura e il mio editoriale è stato giudicato così, sono un censore censurato", dice il direttore del Tg1, convinto di aver solo "espresso un’opinione in modo chiaro", secondo un suo diritto. E, come ha fatto il direttore precedente, "l’amico Gianni Riotta, che ha fatto quindici editoriali durante la direzione più altri perché veniva chiesta la sua opinione su varie questioni intervistato in studio, penso anche all’editoriale su Curzi. Perché non posso farne io? Non si può tirare in ballo il giudizio pubblico in termini contraddittori, perché secondo alcuni vale solo per i Tg e non per altri programmi. E' una posizione incomprensibile".
Il doppiopesismo nel giudizio "Dovrei esimermi - insiste ancora il direttore del Tg1 - dall’esprimere giudizi quando c’è chi in altre trasmissioni li esprime su mio operato. Per cui, almeno sull’argomento, eviterei delle ipocrisie". Minzolini ha sottolineato che "c’è chi si è lamentato perchè non è stato dato spazio alla tematica, diciamo così, escort, chi invece ha polemizzato perché è stata data la notizia sulle tangenti per la sanità, unica tematica per la quale sono stati emessi avvisi di reato per politici. È la croce di ogni tg. C’è una differenza tra le vicende di Tangentopoli e quelle di questa estate, almeno per quanto riguarda il coinvolgimento di personaggi pubblici". "Se allora si partiva da un avviso di garanzia - ha rilevato Minzolini - ora abbiamo assistito al susseguirsi di personaggio coinvolti in processi squisitamente mediatici senza essere accusati di alcun reato, senza aver ricevuto nessun avviso di garanzia. Non solo Berlusconi, ma anche la famiglia Agnelli, De Benedetti, il direttore di Repubblica Ezio Mauro, e l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo". Per Minzolini "qui si può teorizzare, non fosse altro per il pluralismo, che quello che è scritto su qualche giornale debba essere ripreso come se fosse la verità in terra, e quello che è scritto su altri no. Una differenza che ha indotto il Tg1, che parla a milioni di persone, ad affrontare i casi con prudenza e sobrietà. Cosa sarebbe successo se avessi proposto al Tg1 lo scenario di guerra mediatica che ha caratterizzato l’estate scorsa?".
Galassia. Marcello Buttazzo
I Verdi si spaccano: forse Bonelli e Boato vanno con i Radicali di Pannella e Bonino, strizzando l’Occhio al Pd, e non disdegnando i voti di destra; De Petris, Francescato, Cento vorrebbero rinsaldare Sinistra e Libertà. Alfonso Pecoraro Scanio, che notoriamente è trasversale anche a sé stesso, sta pensando seriamente di andare con tutti. (il Riformista)
Se questa non è libertà. Dimitri Buffa
“Questa della D’Addario è la storia vera che si trovò a Palazzo quella sera...e il premier che la vide così bella, sul letto di Putin la mise a pecorella”. Questa canzoncina, divertente, parafrasata dalla nota Marinella di Fabrizio De Andrè è andata in onda su Canale 5 in prima serata per bocca del comico Checco Zalone. Dite ancora che Berlusconi non tutela la libertà di satira e di stampa? Il problema vero di una sinistra che manifesta perché Berlusconi comprimerebbe la libertà di espressione con un paio di citazioni civili e una querela penale, che oltretutto difficilmente saranno vinte in giudizio contro il potentissimo gruppo editoriale che fa capo all’ingegner Carlo De Benedetti (che è il “coccolo” di tutte le procure anti Cav d’Italia) sta tutto qui: come fare digerire queste balle, queste mistificazioni, che poi vengono contraddette ogni giorno che Dio manda in terra? Magari da un comico di casa Mediaset che con uno sketch prende per i fondelli il Cav molto più pesantemente che le dieci fatidiche domande di D’Avanzo. Che sembrano fra l’altro il parto di uno psicanalista di provincia istruito alle stesse scuole montessoriane dove la ex first lady Veronica ha fatto erudire i suoi pargoli. Che sembrano temere per la propria quota ereditaria più di quanto lo stesso Scalfari tema un giorno di venire mandato in pensione dalla attuale proprietà del giornale che lui ha fondato. D’altronde per quelli del gruppo Caracciolo-De Benedetti è difficile criticare Berlusconi nel merito perché sarebbe un autogol: questo presunto Frankenstein, se veramente esiste, come ricorda spesso Pannella nelle soavi conversazioni domenicali con il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin (e da qualche settimana allargate a intellettuali di sinistra in studio per ravvivare l’ambiente), è sfuggito dal loro laboratorio. Un giornale partito come “Repubblica”, che ha fatto dell’endorsement di De Mita il cardine della propria visione del mondo dal 1981 al 1989, e questo solo per dispetto a Craxi, è veramente titolato per parlare di libertà di stampa?
Cronisti noti per la loro onestà intellettuale come Daniele Mastrogiacomo, se ci parli in privato, ti dicono che loro, cioè quelli che ci lavorano quasi dalla nascita, considerano “Repubblica” come “un giornale leggendario degli intrighi di palazzo”. E danno per scontato che gli altri lo percepiscano come tale.
D’altronde un quotidiano che ebbe il proprio vero “start up”, anzi il successo, dalla infame campagna per la “fermezza” durante il caso Moro, una fermezza omicida a uso di chi voleva che quel signore non tornasse in Parlamento per dire “di che lacrime grondava e di che sangue” lo stato catto-comunista che Scalfari e soci ci stavano preparando, non è davvero quello più adatto per farci la predica. Un giornale che tentò la stessa operazione con il giudice D’Urso tre anni dopo e che poi, nello scandalo della ricostruzione camorristica e della Dc di sinistra dell’epoca (De Mita e Mastella i padrini riconosciuti insieme ai Gava e ai Cirillo del Grande Centro) dopo il terremoto dell’Irpinia, fu assai timido a denunciare le ruberie della Dc, che credibilità può avere oggi nel guidare questa ridicola crociata? Non parliamo poi del giustizialismo che investì Enzo Tortora, delle campagne contro Scascia quando parlò del professionismo dell’Antimafia alla Leoluca Orlando, della campagna contro il giudice Corrado Carnevale, dell’endorsement alla parte più politicizzata dell’inchiesta “mani pulite”. Trentatrè anni di “Repubblica”,dalla fondazione a oggi, hanno messo in croce tutta la nostra vita pubblica e privata per perseguire i miraggi politici di Scalfari e di De Benedetti. Da De Mita a Franceschini passando per Occhetto. Magari si potrà dire che il loro fallimento ha aperto la strada, come reazione uguale e contraria, all’Italia delle tanto deprecate veline di Berlusconi. E’ il risultato del “riflusso”, e dura ormai dagli anni ’80. Proprio da quando gli italiani hanno scoperto che “l’uomo serio e austero” proposto come modello da “Repubblica” era un bluff. Ora l’ultima carta, paradossale, si gioca nel parlare di mancanza di libertà di stampa nelle tv di un uomo che è quasi stato ucciso dalla propria stessa auto ironia e dalle proprie battute. A cui sembra non potere rinunciare neanche se stesse aggrappato con un solo braccio a una tenue fune che lo tenesse in equilibrio fuori dalla finestra di un grattacielo di 180 metri. Alla fine gli italiani, tra la seriosità in malafede di Scalfari e la “gnocca” berlusconiana hanno scelto quest’ultima. Come dar loro torto? (l'Opinione)
Cronisti noti per la loro onestà intellettuale come Daniele Mastrogiacomo, se ci parli in privato, ti dicono che loro, cioè quelli che ci lavorano quasi dalla nascita, considerano “Repubblica” come “un giornale leggendario degli intrighi di palazzo”. E danno per scontato che gli altri lo percepiscano come tale.
D’altronde un quotidiano che ebbe il proprio vero “start up”, anzi il successo, dalla infame campagna per la “fermezza” durante il caso Moro, una fermezza omicida a uso di chi voleva che quel signore non tornasse in Parlamento per dire “di che lacrime grondava e di che sangue” lo stato catto-comunista che Scalfari e soci ci stavano preparando, non è davvero quello più adatto per farci la predica. Un giornale che tentò la stessa operazione con il giudice D’Urso tre anni dopo e che poi, nello scandalo della ricostruzione camorristica e della Dc di sinistra dell’epoca (De Mita e Mastella i padrini riconosciuti insieme ai Gava e ai Cirillo del Grande Centro) dopo il terremoto dell’Irpinia, fu assai timido a denunciare le ruberie della Dc, che credibilità può avere oggi nel guidare questa ridicola crociata? Non parliamo poi del giustizialismo che investì Enzo Tortora, delle campagne contro Scascia quando parlò del professionismo dell’Antimafia alla Leoluca Orlando, della campagna contro il giudice Corrado Carnevale, dell’endorsement alla parte più politicizzata dell’inchiesta “mani pulite”. Trentatrè anni di “Repubblica”,dalla fondazione a oggi, hanno messo in croce tutta la nostra vita pubblica e privata per perseguire i miraggi politici di Scalfari e di De Benedetti. Da De Mita a Franceschini passando per Occhetto. Magari si potrà dire che il loro fallimento ha aperto la strada, come reazione uguale e contraria, all’Italia delle tanto deprecate veline di Berlusconi. E’ il risultato del “riflusso”, e dura ormai dagli anni ’80. Proprio da quando gli italiani hanno scoperto che “l’uomo serio e austero” proposto come modello da “Repubblica” era un bluff. Ora l’ultima carta, paradossale, si gioca nel parlare di mancanza di libertà di stampa nelle tv di un uomo che è quasi stato ucciso dalla propria stessa auto ironia e dalle proprie battute. A cui sembra non potere rinunciare neanche se stesse aggrappato con un solo braccio a una tenue fune che lo tenesse in equilibrio fuori dalla finestra di un grattacielo di 180 metri. Alla fine gli italiani, tra la seriosità in malafede di Scalfari e la “gnocca” berlusconiana hanno scelto quest’ultima. Come dar loro torto? (l'Opinione)
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