Barack Obama ha violato uno dei principi centrali del politicamente corretto, introducendo negli aeroporti di tutto il mondo, come misura antiterrorismo, il “racial profiling”, una delle misure di prevenzione del crimine più contestate del secolo scorso perché fondata su pregiudizi razziali e alla base di discriminazioni pesanti nei confronti degli afroamericani. Eppure, in risposta al fallito attentato islamista della notte di Natale, il presidente americano non ha avuto dubbi a prendere una decisione che nemmeno George W. Bush è stato capace di adottare.
Da oggi tutti i cittadini di tredici stati arabi e musulmani, più Cuba – ma anche chiunque provenga o abbia fatto scalo in uno di questi paesi legati al terrorismo internazionale – saranno sottoposti a una perquisizione personale completa e a controlli extra sui bagagli a mano, se vorranno atterrare negli Stati Uniti. Tutti gli altri no. La Casa Bianca non ha motivato la scelta, ma le ragioni sono autoevidenti: non tutti gli arabi e i musulmani sono terroristi, ma tutti i kamikaze sono arabi o musulmani oppure hanno rapporti e frequentazioni con uno dei quattordici paesi della lista stilata dal dipartimento di stato: Arabia Saudita, Iran, Siria, Afghanistan, Somalia, Yemen, Iraq, Pakistan, Nigeria, Algeria, Libano, Libia, Cuba, Sudan. Le organizzazioni dei diritti civili e le associazioni antidiscriminazione razziale giudicano la scelta dell’Amministrazione “estrema e molto pericolosa”, mentre il gruppo di estrema destra John Birch Society, noto per il suo passato razzista, ne è entusiasta. Le compagnie aeree di tutto il mondo, per non perdere le tratte per l’America, si sono adeguate alle nuove disposizioni della Transportation Security Administration di Washington.
Il paradosso è che a rispolverare il pregiudizio razziale sia stato il presidente nero, certamente il più sensibile a una discriminazione basata sulla razza che ancora oggi costituisce una ferita aperta nella storia americana. Nel giugno del 2003, con un ordine a tutte le agenzie investigative del paese, Bush aveva proibito il profiling razziale, religioso ed etnico, anche se aveva lasciato aperto qualche spazio in casi eccezionali legati alla sicurezza nazionale. La tentata strage sul volo Amsterdam-Detroit ha fatto cambiare idea a Obama, per proteggere meglio l’America e dimostrare di non essere debole contro il terrorismo.
Il racial profiling è diventato un tabù inviolabile nel secolo scorso, dopo una serie di casi in cui la polizia ne ha abusato. Per anni le forze dell’ordine hanno individuato nel colore della pelle un fattore primario nella decisione di fermare o interrogare qualcuno sospettato di aver commesso un reato. Un nero o un ispanico, ancora oggi, hanno molte più probabilità di essere fermati rispetto a un bianco, perché agli occhi degli agenti pesano certe caratteristiche o comportamenti legati alla loro etnia. L’estate scorsa ha fatto scalpore l’arresto davanti alla sua abitazione di Cambridge, vicino Boston, dello stimato professore nero di Harvard Harry Louis Gates, scambiato per un ladro perché aveva perso le chiavi di casa e stava tentando di aprire altrimenti la porta. Obama, in un primo momento, ha accusato la polizia di “stupidità”, proprio perché l’arresto sembrava legato al colore della pelle del prof, poi ha chiesto scusa e invitato Gates e il poliziotto a bere una birra alla Casa Bianca. (Camillo blog)
mercoledì 6 gennaio 2010
Telecom agli spagnoli. Davide Giacalone
S’avvicina il capolinea, per Telecom Italia. La malaprivatizzazione ha dato il suo esito annunciato, e l’Italia potrebbe uscire dal mercato delle telecomunicazioni. Ci vorrà ancora qualche tempo, per perfezionare i passaggi, ma gli spagnoli di Telefonica s’apprestano ad essere i nuovi proprietari. Le smentite, giunte ieri da Mediobanca, Intesa e Generali, che sono i venditori, suonano stonate. Le voci, secondo loro, sarebbero “prive di ogni fondamento”. Suvvia, non esageriamo, il fondamento c’è, eccome. Magari non c’è ancora il fatto. C’è la beffa, però, perché grazie ai pastrocchi inventati, per favorire amici ed amici degli amici, la società è negoziabile fuori dalla Borsa, facendo marameo al mercato, alle sue regole e ai risparmiatori.
Nulla, però, che i nostri lettori già non conoscano. Quando, nell’ottobre del 2007, il controllo di Telecom fu assunto dalla società Telco, scrissi che si trattava di una vendita differita. Intendevo che il 24,5% delle azioni finivano ad una società nel cui seno un solo socio aveva idea di cosa fossero le telecomunicazioni: Telefonica. Quelli erano i veri compratori. Il patto di sindacato è stato rinnovato, è vero, due banche ed una compagnia d’assicurazioni continuano a detenere il controllo, ma continua anche l’impotenza operativa, lo stallo amministrativo, l’assenza d’idee. E’ il capolinea.
Telecom Italia era un centro d’eccellenza, nel sistema italiano, è divenuto un peso. La nostra rete di telecomunicazione era cresciuta, nel mondo, anche grazie agli emigranti (si pensi alla storia eccezionale di Italcable), ora è un pascolo spelacchiato, devastato da profittatori ed incompetenti. Si poteva (e si può) riprendere, ma a patto che la società trovi mani competenti ed interessate ad altro che al proprio tornaconto. Avevamo tecnologia all’avanguardia, eravamo fra i primi al mondo, nel settore mobile, siamo divenuti arretrati.
La storia della decadenza è iniziata nel 1997, quando il governo Prodi decise di vendere Telecom Italia. Fu la peggiore privatizzazione possibile: una svendita, accompagnata da totale assenza di visione strategica. Il pacchetto fu venduto chiuso, con dentro la rete. Un errore tragico, che ci costa moltissimo. Nel 1999, complice il governo D’Alema, le pur blande regole della privatizzazione furono violate, assieme al resto delle leggi che regolano il mercato, sicché Telecom passò nelle mani d’assaltatori, guidati da Roberto Colaninno. La società fu impiombata con i debiti che gli acquirenti avevano fatto, per comprarla. Nel 2001 Colaninno viene scaricato dai suoi soci, che vendono a Tronchetti Provera. Quest’ultimo prende (pagandola troppo) una società indebitata, indebolita, che ha perso il vantaggio tecnologico, ma ancora abbastanza ricca da potere essere spremuta. Le viene sottratto altro sangue, sia con gli affari all’estero che con lo scorporo degli immobili. Mentre la società s’impoverisce, insomma, chi la controlla s’arricchisce. Le autorità di controllo, dormono.
All’epoca di Colaninno si era gridato al miracolo, per la prima grande Opa (offerta pubblica d’acquisto) del mercato italiano. Ma erano entusiasmi da incompetenti in malafede. Perline ad indiani beotamente entusiasti, perché l’Opa era guidata da società lussemburghesi (alcune radicate a Cayman Island), sicché il controllo di Telecom s’è potuto negoziarlo non solo fuori dalla Borsa, ma anche fuori dall’Italia, con gran gioia e guadagno dei profittatori, fra i quali gli gnomi della finanza rossa. Poi hanno fatto entrare gli spagnoli, che, pur indebitatissimi, hanno una strategia internazionale. Come volevate che andasse a finire?
In tutti questi anni la rete s’è impoverita, e, ora, mostra la corda. Mentre gli altri cittadini europei dispongono della larga banda, da noi ancora si riparano i guasti al doppino in rame. Siamo i quartultimi in Europa, corriamo con le scarpe slacciate. E non può che essere così, perché la rete dovrebbe essere l’elemento comune a tutti gli operatori, talché sia, al tempo stesso, lo strumento ed il terreno della loro sfida. Sulla rete devono viaggiare i servizi di tutti, e la rete deve portare a tutti le singole offerte commerciali. Ma se uno dei concorrenti è anche proprietario e gestore della rete, va a finire che quest’ultimo non investe nell’aggiornamento tecnologico, dovendo subire un costo dei cui vantaggi si giovano anche gli altri.
In Inghilterra hanno risolto il problema creando Openreach, che è posseduta dal British Telecom Group, ma è nettamente separata, sia contabilmente che operativamente. Così si garantisce eguale diritto d’accesso ed uso a tutti gli operatori e tutti, compresa Bt, contribuiscono al bilancio di Openreach. Se il governo inglese vuole, come ha fatto, contribuire allo sviluppo tecnologico, può farlo mettendo facilitazioni a disposizione di una società che serve tutti. Noi siamo rimasti alcune caselle indietro, ed anche a volerci mettere i soldi non sapremmo bene dove (o, meglio, ciascuno crede di saperlo, ma seguendo istinti non necessariamente al servizio dell’interesse collettivo).
Ogni tanto esce fuori qualcuno e sostiene che una società pubblica deve comprare, da Telecom, la rete. Bella roba! L’abbiamo pagata noi, l’abbiamo venduta male e, ora che è vecchia e bisognosa d’investimenti, ce la ricompriamo. Geniale. Telecom, del resto, non ha voluto venderla, perché una volta scorporata la rete si sarebbe visto, ad occhio nudo, che il resto non regge. Le banche, infine, siedono nella società che controlla Telecom per salvaguardarne l’“italianità”. Nel caso delle telecomunicazioni l’interesse strategico nazionale è più percepibile di quanto non lo fosse con Alitalia, ma stanno mollando la presa, per riprendersi quattrini non avvedutamente prestati. Un’operazione del genere non si chiude senza il benestare, o, almeno, la non ostilità del governo. Ritengo sia ragionevole non opporsi, perché non ha senso allungare l’agonia di una società senza proprietari e senza strategie. Ma la sconfitta, perché di sconfitta si tratta, deve anche essere l’occasione per riprendere il governo del settore, imponendo ai gestori di portare ricchezza al Paese, non solo di trarne.
Quella di Telecom Italia resta la storia emblematica della seconda Repubblica, con la politica ridotta a sensale e i corsari dediti al saccheggio di quello che, un tempo, era cosa pubblica.
Nulla, però, che i nostri lettori già non conoscano. Quando, nell’ottobre del 2007, il controllo di Telecom fu assunto dalla società Telco, scrissi che si trattava di una vendita differita. Intendevo che il 24,5% delle azioni finivano ad una società nel cui seno un solo socio aveva idea di cosa fossero le telecomunicazioni: Telefonica. Quelli erano i veri compratori. Il patto di sindacato è stato rinnovato, è vero, due banche ed una compagnia d’assicurazioni continuano a detenere il controllo, ma continua anche l’impotenza operativa, lo stallo amministrativo, l’assenza d’idee. E’ il capolinea.
Telecom Italia era un centro d’eccellenza, nel sistema italiano, è divenuto un peso. La nostra rete di telecomunicazione era cresciuta, nel mondo, anche grazie agli emigranti (si pensi alla storia eccezionale di Italcable), ora è un pascolo spelacchiato, devastato da profittatori ed incompetenti. Si poteva (e si può) riprendere, ma a patto che la società trovi mani competenti ed interessate ad altro che al proprio tornaconto. Avevamo tecnologia all’avanguardia, eravamo fra i primi al mondo, nel settore mobile, siamo divenuti arretrati.
La storia della decadenza è iniziata nel 1997, quando il governo Prodi decise di vendere Telecom Italia. Fu la peggiore privatizzazione possibile: una svendita, accompagnata da totale assenza di visione strategica. Il pacchetto fu venduto chiuso, con dentro la rete. Un errore tragico, che ci costa moltissimo. Nel 1999, complice il governo D’Alema, le pur blande regole della privatizzazione furono violate, assieme al resto delle leggi che regolano il mercato, sicché Telecom passò nelle mani d’assaltatori, guidati da Roberto Colaninno. La società fu impiombata con i debiti che gli acquirenti avevano fatto, per comprarla. Nel 2001 Colaninno viene scaricato dai suoi soci, che vendono a Tronchetti Provera. Quest’ultimo prende (pagandola troppo) una società indebitata, indebolita, che ha perso il vantaggio tecnologico, ma ancora abbastanza ricca da potere essere spremuta. Le viene sottratto altro sangue, sia con gli affari all’estero che con lo scorporo degli immobili. Mentre la società s’impoverisce, insomma, chi la controlla s’arricchisce. Le autorità di controllo, dormono.
All’epoca di Colaninno si era gridato al miracolo, per la prima grande Opa (offerta pubblica d’acquisto) del mercato italiano. Ma erano entusiasmi da incompetenti in malafede. Perline ad indiani beotamente entusiasti, perché l’Opa era guidata da società lussemburghesi (alcune radicate a Cayman Island), sicché il controllo di Telecom s’è potuto negoziarlo non solo fuori dalla Borsa, ma anche fuori dall’Italia, con gran gioia e guadagno dei profittatori, fra i quali gli gnomi della finanza rossa. Poi hanno fatto entrare gli spagnoli, che, pur indebitatissimi, hanno una strategia internazionale. Come volevate che andasse a finire?
In tutti questi anni la rete s’è impoverita, e, ora, mostra la corda. Mentre gli altri cittadini europei dispongono della larga banda, da noi ancora si riparano i guasti al doppino in rame. Siamo i quartultimi in Europa, corriamo con le scarpe slacciate. E non può che essere così, perché la rete dovrebbe essere l’elemento comune a tutti gli operatori, talché sia, al tempo stesso, lo strumento ed il terreno della loro sfida. Sulla rete devono viaggiare i servizi di tutti, e la rete deve portare a tutti le singole offerte commerciali. Ma se uno dei concorrenti è anche proprietario e gestore della rete, va a finire che quest’ultimo non investe nell’aggiornamento tecnologico, dovendo subire un costo dei cui vantaggi si giovano anche gli altri.
In Inghilterra hanno risolto il problema creando Openreach, che è posseduta dal British Telecom Group, ma è nettamente separata, sia contabilmente che operativamente. Così si garantisce eguale diritto d’accesso ed uso a tutti gli operatori e tutti, compresa Bt, contribuiscono al bilancio di Openreach. Se il governo inglese vuole, come ha fatto, contribuire allo sviluppo tecnologico, può farlo mettendo facilitazioni a disposizione di una società che serve tutti. Noi siamo rimasti alcune caselle indietro, ed anche a volerci mettere i soldi non sapremmo bene dove (o, meglio, ciascuno crede di saperlo, ma seguendo istinti non necessariamente al servizio dell’interesse collettivo).
Ogni tanto esce fuori qualcuno e sostiene che una società pubblica deve comprare, da Telecom, la rete. Bella roba! L’abbiamo pagata noi, l’abbiamo venduta male e, ora che è vecchia e bisognosa d’investimenti, ce la ricompriamo. Geniale. Telecom, del resto, non ha voluto venderla, perché una volta scorporata la rete si sarebbe visto, ad occhio nudo, che il resto non regge. Le banche, infine, siedono nella società che controlla Telecom per salvaguardarne l’“italianità”. Nel caso delle telecomunicazioni l’interesse strategico nazionale è più percepibile di quanto non lo fosse con Alitalia, ma stanno mollando la presa, per riprendersi quattrini non avvedutamente prestati. Un’operazione del genere non si chiude senza il benestare, o, almeno, la non ostilità del governo. Ritengo sia ragionevole non opporsi, perché non ha senso allungare l’agonia di una società senza proprietari e senza strategie. Ma la sconfitta, perché di sconfitta si tratta, deve anche essere l’occasione per riprendere il governo del settore, imponendo ai gestori di portare ricchezza al Paese, non solo di trarne.
Quella di Telecom Italia resta la storia emblematica della seconda Repubblica, con la politica ridotta a sensale e i corsari dediti al saccheggio di quello che, un tempo, era cosa pubblica.
martedì 5 gennaio 2010
Elogio ragionato della ricchezza e dello spreco (di michette). Carlo Stagnaro
L’ultima è quella del pane. Se raccogliessimo ogni briciola e ogni avanzo, farebbero 244 mila tonnellate di cibo all’anno, pari a un miliardo di euro, abbastanza per 636.600 persone, col corollario immancabile e politicamente corretto di 291.393 tonnellate di anidride carbonica in meno. Com’è possibile? Semplice: possiamo permettercelo. Lo spreco non è uno scandalo, è la condizione dell’esistenza. Lo spreco è un giudizio soggettivo: esiste perché, nella nostra percezione, i beni scartati valgono meno dello sforzo che dovremmo fare per salvarli. Lo spreco esiste in qualunque economia non di sussistenza, e probabilmente anche lì. Ora, sarà vero che è possibile – a costo zero, o addirittura guadagnandoci – ridurre gli avanzi. In fondo, trovare un equilibrio è lo sforzo quotidiano di milioni di aziende, e di famiglie, che cercano di centellinare i quattrini. Il problema è pretendere di misurare lo spessore etico della gente con le baguette ammuffite, e trasformare uno sforzo individuale in un obbligo collettivo.
E poi non solo pane spreca l’uomo. Anche l’energia, che se solo spegnessimo il fottutissimo led rosso della tivù, bye bye Arabia Saudita. Per non dire dell’acqua, che se tenessimo le mutande del giorno prima ci disseteremmo eserciti di poveracci. E via via. Gran parte dell’isteria antispreco poggia su un pregiudizio: poiché con gli scarti di uno si potrebbe nutrire l’altro, tra le due cose si istituisce un nesso causale. Se Tizio non sprecasse, Caio starebbe benone. Se gli italiani abolissero il bidet, l’acqua zampillerebbe nel deserto. In verità, se mangiassimo tutto saremmo solo un po’ più obesi. Non c’è alcuna relazione, in generale, tra l’opulenza di questo e la miseria di quello. Anzi: è più spesso vero il contrario. Il povero sarebbe ancora più povero, se il ricco fosse meno ricco, perché questi consumerebbe meno. Lo ha detto incredibilmente bene nei giorni scorsi Victoria Beckham che, accusata di aver ecceduto nei regali, ha risposto: “La sobrietà non aiuta l’economia, la uccide”.
C’è semmai un legame, strettissimo, tra spreco e ricchezza (sociale così come individuale): non è che siamo ricchi perché sprechiamo (e per lo stesso motivo altri sono poveri), è che sprechiamo perché siamo ricchi. E se anche astrattamente fosse vero che l’uomo frugale sarebbe migliore di quello dalle mani bucate, il mondo vero è popolato dalla seconda categoria di individui. I primi vivevano nelle caverne. Pensarla altrimenti significa credere che esista uno stock finito di beni e servizi e dunque una fetta più grande va sempre assieme a un’altra fetta più piccola. Per dare l’acqua agli assetati c’è una sola scelta: farli diventare capitalisti e dotarli delle tecnologie necessarie a fare pozzi più profondi o desalinizzare l’acqua del mare, e stendere le condutture da dove l’acqua c’è a dove serve.
L’economia di mercato, occorre ricordarlo, è una prodigiosa macchina per creare e distribuire benessere e ricchezza: e in questo senso causa sprechi. Cioè: ci mette nella condizione di vivere di più e meglio, consumando più cose e migliori. Oltre tutto, le politiche antispreco costano più di quel che rendono (tant’è che sono agghindate da richieste di sussidi). Il confine tra le buone intenzioni e gli interessi più prosaici è davvero labile. Del resto, solitamente chi non spreca non ha nulla da sprecare. Beato il mondo che non ha bisogno di risparmiare. (il Foglio)
lunedì 4 gennaio 2010
Così Gianfranco spinge la Lega verso il sorpasso. Marcello Veneziani
Il sorpasso. Non sarà probabile ma è possibile che la Lega a Nord scavalchi alle prossime elezioni il Popolo della libertà. Sarebbe una novità clamorosa e travolgente non solo per il Pdl, perché sarebbe il segnale di crisi del bipolarismo; sarebbe la conclusione fatale, dopo aver buttato a mare sinistra e destra, grazie ai rispettivi suicidi di Veltroni e Fini. E sarebbe un oblò, anzi una sfera di vetro, con vista sul dopo Berlusconi. Una sinistra carente dà spago a Di Pietro e una destra inesistente dà spago a Bossi.
Nessuno ci avrebbe mai scommesso, ai tempi del coccolone a Bossi, su uno scenario del genere. Fini veleggiava verso il ruolo di successore di Berlusconi, doveva solo vedersela con Casini. E la Lega, con un Bossi sinistrato, sembrava destinata alla marginalità. Per un partito a forte guida carismatica vedere il leader celodurista in quelle condizioni, lasciava il presagio di un irreversibile tramonto. E invece, altro che. Bossi ha acquistato con la malattia e il parlare più stentato un tono quasi oracolare; sembra un Grande Vecchio, un Padrino, un Mandante della Politica. E i suoi ragazzi, da Maroni a Calderoli, da Cota a Zaia, da Borghezio ai sindaci sparsi nel nord, sembrano più gagliardi e tosti, per dirla alla romana, di tanti politici gusto classico che affollano la politica corrente. Perfino le boutade più grevi dell’Umberto, pronunciate con quel tono e con quella bocca, acquistano un peso e un’aura profetica fino a ieri sconosciuti.
Ma da che cosa deriva il rischio di un sorpasso della Lega? Il centrodestra aveva un suo equilibrio, rappresentato da un centravanti, Berlusconi e due ali, Fini e Bossi. Se la Lega tirava troppo verso il federalismo, An bilanciava sul presidenzialismo; se la Lega inclinava sul locale, An recuperava sull’identità nazionale; se Bossi faceva troppo il ribelle selvatico, a Fini toccava il compito di rilanciare il senso dello Stato. E se Bossi strizzava l’occhio ai partigiani, la destra di Fini ricordava anche l’altra faccia della storia. Insomma ad un partito identitario si opponeva un partito identitario, e così l’equilibrio era garantito. Da quando An non c’è più e Fini non esprime più quei valori, la Lega non ha più contrappesi e il centrodestra non è più bilanciato. Da tempo An è scomparsa, e forse non è un male, ma è scomparsa insieme la destra nazionale e tradizionale. Ma soprattutto è scomparso Fini. Che ha deciso di aprirsi uno studio da libero professionista a Montecitorio e di liquidare i pazienti ottenuti grazie alla mutua del centrodestra. Ha cambiato utenti e ramo di specializzazione, consiglia terapie opposte rispetto a quelle che consigliava quando era nel servizio sanitario nazionale, è passato ad altri farmaci. Prendete la questione degli immigrati. Io non sono scandalizzato dalle cose che oggi sostiene Fini in tema di immigrazione, arrivo a capire anche la loro plausibilità in molti casi; mi sembra tuttavia da pagliacci, e sottolineo da pagliacci, definire razzista una posizione in tema di immigrazione condivisa e sostenuta fino a tre anni fa. Non si può firmare con Bossi una legge e poi definire razzista quella stessa legge e il suo coinquilino di firma. E mi sembra un mondo di buffoni quello della stampa italiana che definisce statista uno che dice oggi l’opposto di tre anni fa. Lasciate che io non creda a Fini né per quel che diceva tre anni fa né per quel che dice adesso. Lo considero puro opportunismo, puro tatticismo, altro che conversione o chissà quale travaglio interiore. Mi rendo conto che tutto questo produce uno spostamento di consensi in favore della Lega, che è coerente con il suo territorio, il suo popolo, i suoi elettori, le cose che diceva ieri. E che fa sentire tutto il suo peso sul governo. Complimenti a loro, anche per le cose che non condivido affatto. Non solo: la Lega sfonda a sinistra, ovvero raccoglie consensi operai e perfino comunisti. Fini invece si consegna alla sinistra, ovvero si fa usare in funzione antiberlusconiana dalla sinistra. Alla fine credo che gli elettori del centrodestra continueranno a votare per il Pdl perché Berlusconi ormai raccoglie anche i consensi del versante destro, inclusi gli elettori finiani provenienti dal vecchio Msi. Ma se esiste oggi un’egemonia della Lega sulla linea del governo e se esiste oggi la possibilità che al nord la Lega scavalchi il Pdl, lo dobbiamo soprattutto alla destra di Fini che ha abdicato al suo ruolo, ha disertato il suo impegno con gli elettori e non ha permesso di riequilibrare il centro-destra. Per questo, rilancio l’annuncio delle settimane scorse: cercasi leadership di destra credibile per bilanciare il centrodestra. Gentili colonnelli e cari peones della destra, affrancatevi da Fini, augurategli buona fortuna ma mandatelo a quel paese; non fingete che nulla stia accadendo. È partito per un lungo viaggio, il Gianfranco, verso il paese che non c’è. E voi non potete seguirlo, ma nemmeno fingere che sia rimasto a casa. Prendetene atto e traetene le conseguenze. Non per arruolarvi nei ranghi del berlusconismo, ma per offrire al centrodestra una sponda identitaria, nazionale e culturale adeguata. In caso contrario rischiate, voi che venite dal partito degli italiani, di essere i maggiori sponsor della Padania. (il Giornale)
Nessuno ci avrebbe mai scommesso, ai tempi del coccolone a Bossi, su uno scenario del genere. Fini veleggiava verso il ruolo di successore di Berlusconi, doveva solo vedersela con Casini. E la Lega, con un Bossi sinistrato, sembrava destinata alla marginalità. Per un partito a forte guida carismatica vedere il leader celodurista in quelle condizioni, lasciava il presagio di un irreversibile tramonto. E invece, altro che. Bossi ha acquistato con la malattia e il parlare più stentato un tono quasi oracolare; sembra un Grande Vecchio, un Padrino, un Mandante della Politica. E i suoi ragazzi, da Maroni a Calderoli, da Cota a Zaia, da Borghezio ai sindaci sparsi nel nord, sembrano più gagliardi e tosti, per dirla alla romana, di tanti politici gusto classico che affollano la politica corrente. Perfino le boutade più grevi dell’Umberto, pronunciate con quel tono e con quella bocca, acquistano un peso e un’aura profetica fino a ieri sconosciuti.
Ma da che cosa deriva il rischio di un sorpasso della Lega? Il centrodestra aveva un suo equilibrio, rappresentato da un centravanti, Berlusconi e due ali, Fini e Bossi. Se la Lega tirava troppo verso il federalismo, An bilanciava sul presidenzialismo; se la Lega inclinava sul locale, An recuperava sull’identità nazionale; se Bossi faceva troppo il ribelle selvatico, a Fini toccava il compito di rilanciare il senso dello Stato. E se Bossi strizzava l’occhio ai partigiani, la destra di Fini ricordava anche l’altra faccia della storia. Insomma ad un partito identitario si opponeva un partito identitario, e così l’equilibrio era garantito. Da quando An non c’è più e Fini non esprime più quei valori, la Lega non ha più contrappesi e il centrodestra non è più bilanciato. Da tempo An è scomparsa, e forse non è un male, ma è scomparsa insieme la destra nazionale e tradizionale. Ma soprattutto è scomparso Fini. Che ha deciso di aprirsi uno studio da libero professionista a Montecitorio e di liquidare i pazienti ottenuti grazie alla mutua del centrodestra. Ha cambiato utenti e ramo di specializzazione, consiglia terapie opposte rispetto a quelle che consigliava quando era nel servizio sanitario nazionale, è passato ad altri farmaci. Prendete la questione degli immigrati. Io non sono scandalizzato dalle cose che oggi sostiene Fini in tema di immigrazione, arrivo a capire anche la loro plausibilità in molti casi; mi sembra tuttavia da pagliacci, e sottolineo da pagliacci, definire razzista una posizione in tema di immigrazione condivisa e sostenuta fino a tre anni fa. Non si può firmare con Bossi una legge e poi definire razzista quella stessa legge e il suo coinquilino di firma. E mi sembra un mondo di buffoni quello della stampa italiana che definisce statista uno che dice oggi l’opposto di tre anni fa. Lasciate che io non creda a Fini né per quel che diceva tre anni fa né per quel che dice adesso. Lo considero puro opportunismo, puro tatticismo, altro che conversione o chissà quale travaglio interiore. Mi rendo conto che tutto questo produce uno spostamento di consensi in favore della Lega, che è coerente con il suo territorio, il suo popolo, i suoi elettori, le cose che diceva ieri. E che fa sentire tutto il suo peso sul governo. Complimenti a loro, anche per le cose che non condivido affatto. Non solo: la Lega sfonda a sinistra, ovvero raccoglie consensi operai e perfino comunisti. Fini invece si consegna alla sinistra, ovvero si fa usare in funzione antiberlusconiana dalla sinistra. Alla fine credo che gli elettori del centrodestra continueranno a votare per il Pdl perché Berlusconi ormai raccoglie anche i consensi del versante destro, inclusi gli elettori finiani provenienti dal vecchio Msi. Ma se esiste oggi un’egemonia della Lega sulla linea del governo e se esiste oggi la possibilità che al nord la Lega scavalchi il Pdl, lo dobbiamo soprattutto alla destra di Fini che ha abdicato al suo ruolo, ha disertato il suo impegno con gli elettori e non ha permesso di riequilibrare il centro-destra. Per questo, rilancio l’annuncio delle settimane scorse: cercasi leadership di destra credibile per bilanciare il centrodestra. Gentili colonnelli e cari peones della destra, affrancatevi da Fini, augurategli buona fortuna ma mandatelo a quel paese; non fingete che nulla stia accadendo. È partito per un lungo viaggio, il Gianfranco, verso il paese che non c’è. E voi non potete seguirlo, ma nemmeno fingere che sia rimasto a casa. Prendetene atto e traetene le conseguenze. Non per arruolarvi nei ranghi del berlusconismo, ma per offrire al centrodestra una sponda identitaria, nazionale e culturale adeguata. In caso contrario rischiate, voi che venite dal partito degli italiani, di essere i maggiori sponsor della Padania. (il Giornale)
De Magistris, il fallito di successo. Vittorio Sgarbi
Su cosa si misura il successo di un uomo? Su quello che ha fatto. Successo è una parola eufonica, che trasmette un’emozione positiva, che indica il buon risultato dell’azione di una persona determinata. Che ha successo, dunque. Ma è una parola strana, trattandosi di un participio passato sostantivato. Successo discende da succedere. Avere successo non vuol dire altro che è successo qualcosa. Successo, appunto, è quello che è successo. Avendo letto ieri mattina le dichiarazioni di Luigi De Magistris su Berlusconi, inique e preconcette, con l’irritazione mi è venuto immediatamente da pensare, come ogni volta che sento un moralista: da che pulpito parla questo? Cosa ha fatto De Magistris?
L’unica cosa che gli è riuscita è quella che contesta a Berlusconi: fare politica. Avendo ottenuto consenso non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto, o che ha fatto male. Berlusconi ha raccolto consenso attraverso l’immagine. E De Magistris ha fatto lo stesso attraverso un procedimento più inquietante e pericoloso. Per spiegarlo devo risalire a un reato che non esiste, ma che mi fu configurato, negli anni in cui polemizzavo con Di Pietro e con i magistrati di Mani pulite, da un loro amico e collega, contiguo e indipendente: Italo Ghitti, celebre gip che, in numerose occasioni (credo non sempre), ratificava le richieste di arresto dei pubblici ministeri di Milano. Al culmine dell’azione del più facinoroso di loro, Di Pietro appunto, che si configurò nell’epico scontro con Craxi indicando le due polarità del buono e del cattivo sul modello di Davide e Golia o (nella mentalità più infantile del Di Pietro) di Ginko e Diabolik, Ghitti mi confidò: «Lei, pur nella sua esuberanza, talvolta dice cose condivisibili, ma rimprovera a Di Pietro e ai suoi comportamenti in astratto non emendabili, sulla base delle inchieste o delle dichiarazioni di collaboranti (magari indotti a parlare con la tattica degli arresti). Per essere più efficace dovrebbe rimproverare a Di Pietro il reato più evidente, anche se non formalmente contemplato dal codice: quello di “corruzione di immagine”.
Chiesi chiarimenti. Mi disse (erano i giorni in cui Di Pietro annunciava il suo abbandono della magistratura, misterioso per molti, ma chiarissimo in questa luce), che gran parte delle azioni spettacolari di Di Pietro erano finalizzate a ottenere, per contrasto con la presunta o acclarata disonestà dei potenti, consenso affermando la propria purezza, la propria differenza. Io mostro che Craxi è un ladro, e prendo il suo posto. Così è andata. E così sempre di più appare affermata la posizione politica di Di Pietro rispetto al Partito democratico, nelle stesse forme del Psi di Craxi rispetto alla Dc e anche (nella logica dei due forni, fortemente limitata oggi dal bipolarismo) al Pci. La diagnosi, e ancor più, la previsione di Ghitti, appaiono oggi impeccabili. Ma se l’accusa di ipotetico reato di «corruzione di immagine», e cioè di inchiesta fatta per mettere in cattiva luce l’antagonista e occuparne lo spazio politico, vale per Di Pietro, massimamente vale per le inchieste e la carriera di magistrato di Luigi De Magistris.
Non solo i gravi rilievi contestati dal Csm (e puntualmente confutati da De Magistris), ma l’analisi di tutte le indagini e di tutta l’attività inquirente (con grandi teorie di complotti, P2, massoneria et ultra) porta alla conclusione che nessuno dei perseguiti (per non dire perseguitati) da De Magistris è stato condannato. Archiviazioni, assoluzioni, non luogo a procedere: un’impressionante quantità di fallimenti dopo un grande rumore e spettacolari coinvolgimenti sostenuti dalla grancassa di una televisione asservita al mito dell’eroe solitario e ostacolato da poteri occulti. In realtà presunzioni, insensatezze, sparate accompagnate da un vittimismo televisivo e dal fuoco amico dei Travaglio e dei Santoro. Gli spari hanno procurato feriti, fortunatamente non morti (come è capitato con le inchieste di qualche altro magistrato), ma sono stati i clienti di De Magistris, Prodi, Mastella, Loiero, Cossiga, Sanza, Luongo, Bubbico, De Filippo sul versante prevalente della politica; mentre il collega Vanesio di De Magistris, Henry John Woodcock, si occupava del mondo dello spettacolo, indagando e arrestando illustri personaggi come Vittorio Emanuele di Savoia, Fabrizio Corona, Lele Mora, Flavia Vento, Francesco Totti, Elisabetta Gregoraci, Cristiano Malgioglio.
Insomma, star della politica e dello spettacolo, trasformando Catanzaro e Potenza in capitali dell’azione giudiziaria. Altro che Palermo e Milano. Potenza della noia. Desiderio di successo. Fallimento assoluto delle indagini. Il compito di un magistrato dovrebbe essere, nel desiderio dei cittadini onesti, l’individuazione dei colpevoli. L’obiettivo di De Magistris sembra essere stato quello di creare dei casi, di inventare dei colpevoli importanti e di fare la vittima. Ottenendo l’applauso dei cittadini che odiano i potenti, e godono nel vedere abbattuti i palazzi.
Sarebbe interessante di fronte alla mancanza di responsabilità diretta del magistrato per le sue indagini sbagliate, sentire l’opinione dei parenti delle vittime, per esempio della moglie del senatore Bubbico, che vorrebbe ottenere risarcimento dopo l’infondato sputtanamento. Ma De Magistris non paga. Quello che non può più fare con le inchieste fa con le parole. È un fallito. Ma un fallito di successo. (il Giornale)
L’unica cosa che gli è riuscita è quella che contesta a Berlusconi: fare politica. Avendo ottenuto consenso non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto, o che ha fatto male. Berlusconi ha raccolto consenso attraverso l’immagine. E De Magistris ha fatto lo stesso attraverso un procedimento più inquietante e pericoloso. Per spiegarlo devo risalire a un reato che non esiste, ma che mi fu configurato, negli anni in cui polemizzavo con Di Pietro e con i magistrati di Mani pulite, da un loro amico e collega, contiguo e indipendente: Italo Ghitti, celebre gip che, in numerose occasioni (credo non sempre), ratificava le richieste di arresto dei pubblici ministeri di Milano. Al culmine dell’azione del più facinoroso di loro, Di Pietro appunto, che si configurò nell’epico scontro con Craxi indicando le due polarità del buono e del cattivo sul modello di Davide e Golia o (nella mentalità più infantile del Di Pietro) di Ginko e Diabolik, Ghitti mi confidò: «Lei, pur nella sua esuberanza, talvolta dice cose condivisibili, ma rimprovera a Di Pietro e ai suoi comportamenti in astratto non emendabili, sulla base delle inchieste o delle dichiarazioni di collaboranti (magari indotti a parlare con la tattica degli arresti). Per essere più efficace dovrebbe rimproverare a Di Pietro il reato più evidente, anche se non formalmente contemplato dal codice: quello di “corruzione di immagine”.
Chiesi chiarimenti. Mi disse (erano i giorni in cui Di Pietro annunciava il suo abbandono della magistratura, misterioso per molti, ma chiarissimo in questa luce), che gran parte delle azioni spettacolari di Di Pietro erano finalizzate a ottenere, per contrasto con la presunta o acclarata disonestà dei potenti, consenso affermando la propria purezza, la propria differenza. Io mostro che Craxi è un ladro, e prendo il suo posto. Così è andata. E così sempre di più appare affermata la posizione politica di Di Pietro rispetto al Partito democratico, nelle stesse forme del Psi di Craxi rispetto alla Dc e anche (nella logica dei due forni, fortemente limitata oggi dal bipolarismo) al Pci. La diagnosi, e ancor più, la previsione di Ghitti, appaiono oggi impeccabili. Ma se l’accusa di ipotetico reato di «corruzione di immagine», e cioè di inchiesta fatta per mettere in cattiva luce l’antagonista e occuparne lo spazio politico, vale per Di Pietro, massimamente vale per le inchieste e la carriera di magistrato di Luigi De Magistris.
Non solo i gravi rilievi contestati dal Csm (e puntualmente confutati da De Magistris), ma l’analisi di tutte le indagini e di tutta l’attività inquirente (con grandi teorie di complotti, P2, massoneria et ultra) porta alla conclusione che nessuno dei perseguiti (per non dire perseguitati) da De Magistris è stato condannato. Archiviazioni, assoluzioni, non luogo a procedere: un’impressionante quantità di fallimenti dopo un grande rumore e spettacolari coinvolgimenti sostenuti dalla grancassa di una televisione asservita al mito dell’eroe solitario e ostacolato da poteri occulti. In realtà presunzioni, insensatezze, sparate accompagnate da un vittimismo televisivo e dal fuoco amico dei Travaglio e dei Santoro. Gli spari hanno procurato feriti, fortunatamente non morti (come è capitato con le inchieste di qualche altro magistrato), ma sono stati i clienti di De Magistris, Prodi, Mastella, Loiero, Cossiga, Sanza, Luongo, Bubbico, De Filippo sul versante prevalente della politica; mentre il collega Vanesio di De Magistris, Henry John Woodcock, si occupava del mondo dello spettacolo, indagando e arrestando illustri personaggi come Vittorio Emanuele di Savoia, Fabrizio Corona, Lele Mora, Flavia Vento, Francesco Totti, Elisabetta Gregoraci, Cristiano Malgioglio.
Insomma, star della politica e dello spettacolo, trasformando Catanzaro e Potenza in capitali dell’azione giudiziaria. Altro che Palermo e Milano. Potenza della noia. Desiderio di successo. Fallimento assoluto delle indagini. Il compito di un magistrato dovrebbe essere, nel desiderio dei cittadini onesti, l’individuazione dei colpevoli. L’obiettivo di De Magistris sembra essere stato quello di creare dei casi, di inventare dei colpevoli importanti e di fare la vittima. Ottenendo l’applauso dei cittadini che odiano i potenti, e godono nel vedere abbattuti i palazzi.
Sarebbe interessante di fronte alla mancanza di responsabilità diretta del magistrato per le sue indagini sbagliate, sentire l’opinione dei parenti delle vittime, per esempio della moglie del senatore Bubbico, che vorrebbe ottenere risarcimento dopo l’infondato sputtanamento. Ma De Magistris non paga. Quello che non può più fare con le inchieste fa con le parole. È un fallito. Ma un fallito di successo. (il Giornale)
domenica 3 gennaio 2010
Auguriamoci che cambi. Davide Giacalone
Abbiamo passato metà del 2009 a parlare di prostitute e travestiti, trasmettendo l’idea che, in Italia, quel che guida il Paese si copra più con le mutande che con il cappello. Adesso, finita la straziante parentesi degli auguri, apriremo il 2010 discutendo se sia lecito, o meno, ricordare positivamente un ex capo del governo che morì all’estero, visto che sul suolo patrio avrebbero voluto ingabbiarlo, e ne discuteremo nel mentre la giustizia tenterà d’ingabbiare l’attuale presidente del Consiglio, trasmettendo, così, l’immagine di un Paese ripetutamente nelle mani dei criminali, o, se si preferisce, periodicamente flagellato da giustizieri forsennati. Eppure, questo è lo stesso Paese che figura in cima alle classifiche di ricchezza, uno dei più potenti, impegnato, con le proprie truppe, in delicate e pericolose missioni di pace, i cui cittadini, ad ogni festa comandata, invadono le vie del mondo, consumando e comperando, senza mai smettere di lamentarsi. Siamo matti, o mattacchioni?
In realtà, è la storia di sempre. Ce la portiamo dietro nel dna collettivo: la nostra natura è anarcoautoritaria. Parliamo di roba pericolosa, come il governo dei giusti e dei buoni, capaci d’imporre a tutti l’obbligo d’essere migliori, che sono concetti capaci di far sgorgare sangue e affogare nell’orrore, ma che, da noi, salvo brevi eccezioni, non fanno paura, sono petardi bagnati, perché il vero stemma che garrisce sulla bandiera nazionale è: mi faccio gli affari miei. Vogliamo lo Stato forte e l’autorità burbera, con gli altri, ma per ciascuno di noi rivendichiamo il diritto a posteggiare nel luogo più vicino al negozio che c’interessa, quello a saltare le file, quello ad usare le conoscenze per gabbare tutti gli altri. Anarcoautoritari, appunto. Non facciamo che piagnucolare sull’“immagine internazionale dell’Italia”, attribuendo sempre a qualcun altro la colpa della sua pretesa negatività. Poi, però, la alimentiamo con trasporto, e se ci capita di dover parlare dell’Italia, ne diciamo il peggio possibile, cercando d’assecondare il pregiudizio che immaginiamo il nostro interlocutore nutra. Così, per colmo del ridicolo, capita che sia un inglese o un americano a ribattere: si, va bene, ma siete un Paese meraviglioso e il mondo è pieno d’italiani in vacanza, segno che proprio alla miseria non siete.
No, non ci siamo. Il guaio è che non riusciamo a girare la frittata. Fin dai primi anni di scuola, da noi la musica è sempre la stessa: chi studia di più ed è più bravo viene preso in giro, mentre gli altri rimorchiano. Poi non ci sottraiamo alla lussuria di far crescere questa distorsione della convenienza, vantando, tronfi, gli arricchimenti senza gran impegno di lavoro e nascondendo, anche per ragioni fiscali, quelli meritati e sudati. Il nostro è un Paese con un’immensa ricchezza privata, che mostra al mondo uno Stato con le pezze al sedere. E mi riferisco esclusivamente al bilancio, che ne è solo l’aspetto contabile.
Avrei da dire delle cose, sulla faccenda della via da intitolarsi a Craxi, e le scriverò. Ma ce n’è una che deve precederle, più generale ed importante: dobbiamo piantarla di falsificare la storia per giustificare le miserie contemporanee. Raccontiamo l’Italia come una bugia, sperando di salvarci. Invece ci danniamo e degradiamo. Ho scritto, spesso, dell’intreccio fra politica e giustizia, ma una cosa deve anticipare il resto: un Paese in cui la giustizia è affidata ai militanti politici e la politica ai magistrati è un Paese che ha deciso di massacrarsi. E, per quanto facciano pena gli auguri, ne avrei uno da rivolgere, a noi tutti: che in Italia riescano a contare i tantissimi che studiano, che lavorano, che sono orgogliosi d’essere italiani, che ci rendono la settima potenza economica del mondo, che ci rappresentano nei mercati e nelle scienze, che sanno appassionarsi alle cose che fanno, che credono nel futuro e che provano dolore, che soffrono nel vedere come tanta ricchezza si traduca in miseria morale e istituzionale, come tanta abbondanza dia luogo a penuria d’interesse generale. L’augurio è quello di seppellire l’anarchia egoistica, sì come l’autoritarismo moralistico. Tenendo quel che basta e quel che serve per rispettare la nostra natura profonda, ma mettendoci nelle condizioni di far correre la parte migliore di noi stessi. E’ accaduto, in passato, accadrà ancora. Dipende solo da noi.
In realtà, è la storia di sempre. Ce la portiamo dietro nel dna collettivo: la nostra natura è anarcoautoritaria. Parliamo di roba pericolosa, come il governo dei giusti e dei buoni, capaci d’imporre a tutti l’obbligo d’essere migliori, che sono concetti capaci di far sgorgare sangue e affogare nell’orrore, ma che, da noi, salvo brevi eccezioni, non fanno paura, sono petardi bagnati, perché il vero stemma che garrisce sulla bandiera nazionale è: mi faccio gli affari miei. Vogliamo lo Stato forte e l’autorità burbera, con gli altri, ma per ciascuno di noi rivendichiamo il diritto a posteggiare nel luogo più vicino al negozio che c’interessa, quello a saltare le file, quello ad usare le conoscenze per gabbare tutti gli altri. Anarcoautoritari, appunto. Non facciamo che piagnucolare sull’“immagine internazionale dell’Italia”, attribuendo sempre a qualcun altro la colpa della sua pretesa negatività. Poi, però, la alimentiamo con trasporto, e se ci capita di dover parlare dell’Italia, ne diciamo il peggio possibile, cercando d’assecondare il pregiudizio che immaginiamo il nostro interlocutore nutra. Così, per colmo del ridicolo, capita che sia un inglese o un americano a ribattere: si, va bene, ma siete un Paese meraviglioso e il mondo è pieno d’italiani in vacanza, segno che proprio alla miseria non siete.
No, non ci siamo. Il guaio è che non riusciamo a girare la frittata. Fin dai primi anni di scuola, da noi la musica è sempre la stessa: chi studia di più ed è più bravo viene preso in giro, mentre gli altri rimorchiano. Poi non ci sottraiamo alla lussuria di far crescere questa distorsione della convenienza, vantando, tronfi, gli arricchimenti senza gran impegno di lavoro e nascondendo, anche per ragioni fiscali, quelli meritati e sudati. Il nostro è un Paese con un’immensa ricchezza privata, che mostra al mondo uno Stato con le pezze al sedere. E mi riferisco esclusivamente al bilancio, che ne è solo l’aspetto contabile.
Avrei da dire delle cose, sulla faccenda della via da intitolarsi a Craxi, e le scriverò. Ma ce n’è una che deve precederle, più generale ed importante: dobbiamo piantarla di falsificare la storia per giustificare le miserie contemporanee. Raccontiamo l’Italia come una bugia, sperando di salvarci. Invece ci danniamo e degradiamo. Ho scritto, spesso, dell’intreccio fra politica e giustizia, ma una cosa deve anticipare il resto: un Paese in cui la giustizia è affidata ai militanti politici e la politica ai magistrati è un Paese che ha deciso di massacrarsi. E, per quanto facciano pena gli auguri, ne avrei uno da rivolgere, a noi tutti: che in Italia riescano a contare i tantissimi che studiano, che lavorano, che sono orgogliosi d’essere italiani, che ci rendono la settima potenza economica del mondo, che ci rappresentano nei mercati e nelle scienze, che sanno appassionarsi alle cose che fanno, che credono nel futuro e che provano dolore, che soffrono nel vedere come tanta ricchezza si traduca in miseria morale e istituzionale, come tanta abbondanza dia luogo a penuria d’interesse generale. L’augurio è quello di seppellire l’anarchia egoistica, sì come l’autoritarismo moralistico. Tenendo quel che basta e quel che serve per rispettare la nostra natura profonda, ma mettendoci nelle condizioni di far correre la parte migliore di noi stessi. E’ accaduto, in passato, accadrà ancora. Dipende solo da noi.
giovedì 31 dicembre 2009
L'irripetibile congiunzione astrale delle riforme. Luca Ricolfi
Con la fine del 2009 si chiude il peggior anno dalla fine della Seconda Guerra mondiale, non solo in Italia ma in tutte le economie sviluppate. Difficile dire se, quando e come ne usciremo sul piano economico, perché dipenderà poco da noi e molto dal resto del mondo. Sul piano politico, invece, qualcosa si riesce a intuire fin da ora.
A prima vista si direbbe che, dopo l'aggressione a Berlusconi, qualcosa stia cambiando nel clima politico generale, che gli inviti alla ragionevolezza e al rispetto reciproco qualche risultato lo stiano ottenendo. Si riparla di «riforme condivise» e qualcuno, forse immemore degli innumerevoli fallimenti passati, si spinge persino a parlare di «legislatura costituente», auspicando che - finalmente - destra e sinistra riescano a mettersi d'accordo sulle regole del gioco: poteri del premier, assetto istituzionale, rapporti fra politica e giustizia, legge elettorale.
E tuttavia l'aggressione al premier non è, a mio parere, la ragione principale per cui la politica, in questi ultimi scampoli del 2009, sta mostrando un volto più civile. La ragione di fondo è che l'Italia, per la prima volta da oltre 30 anni, sta per entrare in una congiuntura astrale specialissima e difficilmente ripetibile: un triennio senza elezioni di portata nazionale, e dunque senza micidiali occasioni di contrapposizione e di scontro. Gli appuntamenti elettorali con valenza politica nazionale sono infatti solo di tre tipi: le elezioni politiche, le elezioni regionali, le elezioni europee. Ebbene, noi ci siamo appena lasciati alle spalle sia le elezioni europee (nel 2009) sia le elezioni politiche (nel 2008) e fra meno di tre mesi, ossia alla fine del prossimo mese di marzo, ci saremo lasciati alle spalle anche le elezioni regionali. Dopo il 21 marzo 2010, quando rinnoveremo la maggior parte dei consigli regionali, per oltre tre anni la politica italiana sarà del tutto priva di test elettorali nazionali: un’occasione unica per iniziare un confronto politico non inquinato dall’obbligo di litigare in vista delle prossime elezioni.
Che cosa succederà dunque a partire dal 2010?
Fino al 21 marzo 2010, data dello scontro per le Regionali, possiamo star certi che non succederà nulla di significativo. I partiti torneranno a combattersi più o meno aspramente, il governo non rivelerà in quali regioni intende costruire le centrali nucleari, il federalismo resterà ibernato come lo è rimasto in tutta questa prima parte della legislatura. Poi, però, a partire dalla primavera del nuovo anno, cominceremo a vedere le carte dei giocatori in campo. La maggioranza, che finora ha navigato a vista e non ha certo grandi risultati da esibire, dovrà usare i tre anni che le rimangono per convincere gli italiani a confermarle la fiducia che le hanno finora concesso. La Lega, in particolare, non può permettersi di arrivare al 2013 senza qualche prova tangibile che il federalismo dà i suoi frutti: meno tasse, servizi migliori, più crescita. Quanto all'opposizione, finora anch’essa ha navigato a vista, ed è impensabile che si presenti all'appuntamento del 2013 senza un profilo assai più chiaro di quello di oggi. Se Bersani non dovesse riuscire in un simile compito, le uniche chance della sinistra di tornare al governo risiederebbero nel fallimento del centro-destra e nella stanchezza degli elettori, una ben triste prospettiva per tutti noi.
L’immobilismo, dunque, non serve né agli uni né agli altri. Questo però non basta a garantire che qualcosa si muoverà. Lo scenario più verosimile, a mio parere, è che le divisioni interne ad entrambi i campi paralizzino sia il governo sia l'opposizione. A sinistra l'ossessione di «farla pagare» a Berlusconi renderà difficile il confronto anche sulle cose su cui un accordo sarebbe possibile, ossia su alcune regole del gioco e su tutte le più importanti riforme economico-sociali. E’ strano che se ne parli così poco, ma già oggi maggioranza e opposizione dialogano (o hanno dialogato) sulla riforma della Pubblica amministrazione, sul federalismo, sull’Università, sui nuovi ammortizzatori sociali, sulle pensioni (è di questi giorni una proposta comune Pd-Pdl, a firma Cazzola e Treu). E sulle regole del gioco l'unico ostacolo veramente insormontabile sono le leggi ad personam (legittimo impedimento e «lodo Alfano costituzionale»), che la destra non sembra disposta ad abbandonare e la sinistra non sembra disposta a stralciare da tutto il resto.
A destra la tentazione di far da soli è sempre molto forte, anche se si presenta talora in vesti curiose. Marcello Pera, ad esempio, qualche giorno fa ha duramente criticato la dottrina delle «riforme condivise», e ha contrapposto ad essa il progetto di fare finalmente - a colpi di maggioranza - la «rivoluzione liberale» promessa da Berlusconi fin dal 1994 e mai attuata né allora, né nel 2001-2006, né oggi. L'ex presidente del Senato, tuttavia, non ci spiega come mai tale rivoluzione non sia mai stata attuata, né perché proprio ora il centro-destra dovrebbe trovare la determinazione che gli è sempre mancata finora.
Una possibile risposta a questa domanda è che i fautori di una rivoluzione liberale sono minoranza sia nel centro-destra sia nel centro-sinistra. In entrambi gli schieramenti la tentazione egemone, quella che finora ha prevalso, è stata sempre quella di aumentare l'interposizione pubblica - tasse, spesa, deficit pubblico - in modo da rafforzare il potere discrezionale della politica. Si può ritenere che, anche alleandosi fra loro, i liberali dei due schieramenti peserebbero comunque troppo poco, così come si può paventare che siano gli elettori stessi a preferire le promesse di protezione ai rischi di una autentica rivoluzione liberale, che valorizzasse il merito e la responsabilità individuale. Ma è lecito dubitare che una simile rivoluzione il centro-destra sarebbe in grado di attuarla senza una sponda sul versante del Partito democratico, che dopotutto come segretario ha appena eletto Bersani, il più liberale fra i suoi uomini che contano.
Come cittadino, mi auguro naturalmente che i due schieramenti si mettano d'accordo sulle regole del gioco. Ma ancora di più mi auguro che, anziché continuare a delegittimarsi a vicenda, approfittino della miracolosa congiunzione astrale che ci attende - tre anni senza elezioni - per competere fra loro nel compito che entrambi assegnano a se stessi, quello di rendere l'Italia di domani un po’ più moderna e più libera dell'Italia di oggi. (la Stampa)
A prima vista si direbbe che, dopo l'aggressione a Berlusconi, qualcosa stia cambiando nel clima politico generale, che gli inviti alla ragionevolezza e al rispetto reciproco qualche risultato lo stiano ottenendo. Si riparla di «riforme condivise» e qualcuno, forse immemore degli innumerevoli fallimenti passati, si spinge persino a parlare di «legislatura costituente», auspicando che - finalmente - destra e sinistra riescano a mettersi d'accordo sulle regole del gioco: poteri del premier, assetto istituzionale, rapporti fra politica e giustizia, legge elettorale.
E tuttavia l'aggressione al premier non è, a mio parere, la ragione principale per cui la politica, in questi ultimi scampoli del 2009, sta mostrando un volto più civile. La ragione di fondo è che l'Italia, per la prima volta da oltre 30 anni, sta per entrare in una congiuntura astrale specialissima e difficilmente ripetibile: un triennio senza elezioni di portata nazionale, e dunque senza micidiali occasioni di contrapposizione e di scontro. Gli appuntamenti elettorali con valenza politica nazionale sono infatti solo di tre tipi: le elezioni politiche, le elezioni regionali, le elezioni europee. Ebbene, noi ci siamo appena lasciati alle spalle sia le elezioni europee (nel 2009) sia le elezioni politiche (nel 2008) e fra meno di tre mesi, ossia alla fine del prossimo mese di marzo, ci saremo lasciati alle spalle anche le elezioni regionali. Dopo il 21 marzo 2010, quando rinnoveremo la maggior parte dei consigli regionali, per oltre tre anni la politica italiana sarà del tutto priva di test elettorali nazionali: un’occasione unica per iniziare un confronto politico non inquinato dall’obbligo di litigare in vista delle prossime elezioni.
Che cosa succederà dunque a partire dal 2010?
Fino al 21 marzo 2010, data dello scontro per le Regionali, possiamo star certi che non succederà nulla di significativo. I partiti torneranno a combattersi più o meno aspramente, il governo non rivelerà in quali regioni intende costruire le centrali nucleari, il federalismo resterà ibernato come lo è rimasto in tutta questa prima parte della legislatura. Poi, però, a partire dalla primavera del nuovo anno, cominceremo a vedere le carte dei giocatori in campo. La maggioranza, che finora ha navigato a vista e non ha certo grandi risultati da esibire, dovrà usare i tre anni che le rimangono per convincere gli italiani a confermarle la fiducia che le hanno finora concesso. La Lega, in particolare, non può permettersi di arrivare al 2013 senza qualche prova tangibile che il federalismo dà i suoi frutti: meno tasse, servizi migliori, più crescita. Quanto all'opposizione, finora anch’essa ha navigato a vista, ed è impensabile che si presenti all'appuntamento del 2013 senza un profilo assai più chiaro di quello di oggi. Se Bersani non dovesse riuscire in un simile compito, le uniche chance della sinistra di tornare al governo risiederebbero nel fallimento del centro-destra e nella stanchezza degli elettori, una ben triste prospettiva per tutti noi.
L’immobilismo, dunque, non serve né agli uni né agli altri. Questo però non basta a garantire che qualcosa si muoverà. Lo scenario più verosimile, a mio parere, è che le divisioni interne ad entrambi i campi paralizzino sia il governo sia l'opposizione. A sinistra l'ossessione di «farla pagare» a Berlusconi renderà difficile il confronto anche sulle cose su cui un accordo sarebbe possibile, ossia su alcune regole del gioco e su tutte le più importanti riforme economico-sociali. E’ strano che se ne parli così poco, ma già oggi maggioranza e opposizione dialogano (o hanno dialogato) sulla riforma della Pubblica amministrazione, sul federalismo, sull’Università, sui nuovi ammortizzatori sociali, sulle pensioni (è di questi giorni una proposta comune Pd-Pdl, a firma Cazzola e Treu). E sulle regole del gioco l'unico ostacolo veramente insormontabile sono le leggi ad personam (legittimo impedimento e «lodo Alfano costituzionale»), che la destra non sembra disposta ad abbandonare e la sinistra non sembra disposta a stralciare da tutto il resto.
A destra la tentazione di far da soli è sempre molto forte, anche se si presenta talora in vesti curiose. Marcello Pera, ad esempio, qualche giorno fa ha duramente criticato la dottrina delle «riforme condivise», e ha contrapposto ad essa il progetto di fare finalmente - a colpi di maggioranza - la «rivoluzione liberale» promessa da Berlusconi fin dal 1994 e mai attuata né allora, né nel 2001-2006, né oggi. L'ex presidente del Senato, tuttavia, non ci spiega come mai tale rivoluzione non sia mai stata attuata, né perché proprio ora il centro-destra dovrebbe trovare la determinazione che gli è sempre mancata finora.
Una possibile risposta a questa domanda è che i fautori di una rivoluzione liberale sono minoranza sia nel centro-destra sia nel centro-sinistra. In entrambi gli schieramenti la tentazione egemone, quella che finora ha prevalso, è stata sempre quella di aumentare l'interposizione pubblica - tasse, spesa, deficit pubblico - in modo da rafforzare il potere discrezionale della politica. Si può ritenere che, anche alleandosi fra loro, i liberali dei due schieramenti peserebbero comunque troppo poco, così come si può paventare che siano gli elettori stessi a preferire le promesse di protezione ai rischi di una autentica rivoluzione liberale, che valorizzasse il merito e la responsabilità individuale. Ma è lecito dubitare che una simile rivoluzione il centro-destra sarebbe in grado di attuarla senza una sponda sul versante del Partito democratico, che dopotutto come segretario ha appena eletto Bersani, il più liberale fra i suoi uomini che contano.
Come cittadino, mi auguro naturalmente che i due schieramenti si mettano d'accordo sulle regole del gioco. Ma ancora di più mi auguro che, anziché continuare a delegittimarsi a vicenda, approfittino della miracolosa congiunzione astrale che ci attende - tre anni senza elezioni - per competere fra loro nel compito che entrambi assegnano a se stessi, quello di rendere l'Italia di domani un po’ più moderna e più libera dell'Italia di oggi. (la Stampa)
martedì 29 dicembre 2009
Odio da fantozziani. Giuliano Ferrara
I faticoni dell’odio ci si mettono d’impegno. Si riuniscono e decidono di costruire un grattacielo di cartapesta, in cima al quale fissano una gigantografia di Silvio Berlusconi con la faccia insanguinata. Poi sfilano nel freddo e cantano le nenie solite, sicuri del fatto loro, uniti intorno al totem.
Altri introducono avventurosamente nello stadio striscioni con scritte cubitali inneggianti all’eroismo e alle virtù di Massimo Tartaglia, il deficiente (sarà permesso dire pane al pane…) che ha sfasciato il grugno del presidente del Consiglio con un Duomo d’alabastro, poi ha detto di averlo fatto perché lo odia, poi di essersi pentito, poi di ammirare Antonio Di Pietro e infine di «voler vivere senza televisione» (e così la sua ossessione è rivelata appieno).
Bisogna specificare bene un’evidenza, a scanso di equivoci. La psicologia dell’odio può avere una sua maestà, una sua dignità fosca e terribile, e d’altra parte le guerre civili sono state forze motrici nella storia, per quanto sangue e per quanta crudeltà abbiano generato, ma non è questo il caso. Qui siamo a un livello decisamente più basso. L’odio verso Berlusconi nell’Italia contemporanea ha il timbro del riflesso condizionato, della stupidità a comando, di un ribollente crogiolo di emozioni farlocche macerate nel succo dell’ideologia e dello spirito di branco.
Di più. Il pubblico in quanto tale, che si tratti di un talk show, di un reality, di un festival di letteratura, della rubrica delle lettere ai giornali, del blogger collettivo online, il pubblico in quanto tale tende a qualificarsi come soggetto largamente inferiore all’individuo demassificato, solidale ma solitario, intellettualmente ed emotivamente autonomo. Il pubblico, diciamocelo senza indulgenza, è per sua natura un po’ scemo.
Si può essere molto stupidi anche quando si ama collettivamente, quando si venera o si adora l’Indispensabilità di un carisma. Ma nel caso in questione bisogna fare due conti. Odio e amore sono in qualche misura prodotti dello scambio, in ogni caso non possono essere giudicati solo con il metro della gratuità, qualcosa deve passare tra chi odia e chi è odiato, tra chi ama e chi è amato.
Chi ama Berlusconi, per esempio, delle ragioni le ha: l’uomo ha fornito tre canali generalisti gratuiti all’intrattenimento familiare, giovanile, alla satira, alla chiacchiera, all’immaginazione emotiva dei consumatori di fiction, rompendo il monopolio Rai di un’Italia un po’ plumbea, in bianco e nero; eppoi ha procurato all’orgoglio pallonaro un inverosimile numero di coppe e trofei nel mondo appassionato del calcio italiano e internazionale; eppoi in politica ha provocato nientedimeno che l’alternanza di forze diverse alla guida dello Stato, costituzionalizzando leghismo ribelle e secessionista, integrando i fratelli separati della storia civile del Novecento, i neofascisti che con lui diventano postfascisti, antifascisti e ora con il nuovo Gianfranco Fini campioni di repubblicanesimo perfetto.
Non è poco, per tralasciare tante altre cose e cosette, compresi i suoi modi, la sua sincerità di riccone e di generoso, il suo talento liberale naturale, il suo sorriso, la bonomia, ma anche le scenatacce, le incursioni ardite in ogni campo, e perfino le celebri, portentose gaffe senza le quali ci annoieremmo tutti mortalmente.
A odiare Berlusconi che cosa ci si guadagna, a parte il fremito e il parossismo che ogni odio gratuito comporta? Niente. Le ragioni sono fiacche.
Sono legate a una versione favolistica della sua personalità, una versione nera, intrattabile, che non ha radici nella realtà percepibile. Bisogna credere ciecamente nei sottofondi della storia, nella doppiezza di tutto quel che si vede, e bisogna pensare che tutto il mondo di Berlusconi sia inquinato dalla cattiveria. Bisogna, in una parola, essere «fantozziani», invidiosi di un Paese che non si conosce e che non ti conosce; bisogna essere larve sentimentali, fascine che prendono fuoco in modo grossolanamente sproporzionato. Bisogna essere esageratamente fantozziani, per odiare Berlusconi. Mediocri. (Panorama)
Altri introducono avventurosamente nello stadio striscioni con scritte cubitali inneggianti all’eroismo e alle virtù di Massimo Tartaglia, il deficiente (sarà permesso dire pane al pane…) che ha sfasciato il grugno del presidente del Consiglio con un Duomo d’alabastro, poi ha detto di averlo fatto perché lo odia, poi di essersi pentito, poi di ammirare Antonio Di Pietro e infine di «voler vivere senza televisione» (e così la sua ossessione è rivelata appieno).
Bisogna specificare bene un’evidenza, a scanso di equivoci. La psicologia dell’odio può avere una sua maestà, una sua dignità fosca e terribile, e d’altra parte le guerre civili sono state forze motrici nella storia, per quanto sangue e per quanta crudeltà abbiano generato, ma non è questo il caso. Qui siamo a un livello decisamente più basso. L’odio verso Berlusconi nell’Italia contemporanea ha il timbro del riflesso condizionato, della stupidità a comando, di un ribollente crogiolo di emozioni farlocche macerate nel succo dell’ideologia e dello spirito di branco.
Di più. Il pubblico in quanto tale, che si tratti di un talk show, di un reality, di un festival di letteratura, della rubrica delle lettere ai giornali, del blogger collettivo online, il pubblico in quanto tale tende a qualificarsi come soggetto largamente inferiore all’individuo demassificato, solidale ma solitario, intellettualmente ed emotivamente autonomo. Il pubblico, diciamocelo senza indulgenza, è per sua natura un po’ scemo.
Si può essere molto stupidi anche quando si ama collettivamente, quando si venera o si adora l’Indispensabilità di un carisma. Ma nel caso in questione bisogna fare due conti. Odio e amore sono in qualche misura prodotti dello scambio, in ogni caso non possono essere giudicati solo con il metro della gratuità, qualcosa deve passare tra chi odia e chi è odiato, tra chi ama e chi è amato.
Chi ama Berlusconi, per esempio, delle ragioni le ha: l’uomo ha fornito tre canali generalisti gratuiti all’intrattenimento familiare, giovanile, alla satira, alla chiacchiera, all’immaginazione emotiva dei consumatori di fiction, rompendo il monopolio Rai di un’Italia un po’ plumbea, in bianco e nero; eppoi ha procurato all’orgoglio pallonaro un inverosimile numero di coppe e trofei nel mondo appassionato del calcio italiano e internazionale; eppoi in politica ha provocato nientedimeno che l’alternanza di forze diverse alla guida dello Stato, costituzionalizzando leghismo ribelle e secessionista, integrando i fratelli separati della storia civile del Novecento, i neofascisti che con lui diventano postfascisti, antifascisti e ora con il nuovo Gianfranco Fini campioni di repubblicanesimo perfetto.
Non è poco, per tralasciare tante altre cose e cosette, compresi i suoi modi, la sua sincerità di riccone e di generoso, il suo talento liberale naturale, il suo sorriso, la bonomia, ma anche le scenatacce, le incursioni ardite in ogni campo, e perfino le celebri, portentose gaffe senza le quali ci annoieremmo tutti mortalmente.
A odiare Berlusconi che cosa ci si guadagna, a parte il fremito e il parossismo che ogni odio gratuito comporta? Niente. Le ragioni sono fiacche.
Sono legate a una versione favolistica della sua personalità, una versione nera, intrattabile, che non ha radici nella realtà percepibile. Bisogna credere ciecamente nei sottofondi della storia, nella doppiezza di tutto quel che si vede, e bisogna pensare che tutto il mondo di Berlusconi sia inquinato dalla cattiveria. Bisogna, in una parola, essere «fantozziani», invidiosi di un Paese che non si conosce e che non ti conosce; bisogna essere larve sentimentali, fascine che prendono fuoco in modo grossolanamente sproporzionato. Bisogna essere esageratamente fantozziani, per odiare Berlusconi. Mediocri. (Panorama)
lunedì 28 dicembre 2009
Vietnanistan. Davide Giacalone
L’Afghanistan, fanno dire i talebani a Bowe Bergdahl, giovane militare statunitense da loro rapito, si sta trasformando nel Viet Nam. Intendono dire: non vincerete mai, resterete infognati nella guerra, vi dissanguerete fin quando sarà il vostro popolo a chiedervi di smettere, perché incapace di comprendere la ragione del conflitto. A parte ogni altra considerazione, noi italiani non c’eravamo, in Vietnam, qui sì. Non solo ci siamo, ma siamo i terzi, in ordine di consistenza militare, e dopo la decisione di rafforzare le truppe, presa dagli alleati, ma fortemente voluta dal presidente americano, siamo i secondi, dato che i rinforzi italiani sono di gran lunga superiori a quelli inglesi. Ci riguardava anche il Vietnam, ma l’Afghanistan ci riguarda di più.
Una prima considerazione: sui giornali italiani, e spesso nelle dichiarazioni di politici che parlano senza preoccuparsi di pensare, si legge e rilegge che il rapporto fra italiani ed americani si stia logorando, a causa delle nostre relazioni con i russi ed i libici. Il dato che ho appena citato depone in senso opposto. Ma, a volere ragionare, anche sul resto c’è da ridire: senza un buon rapporto con i russi l’Afghanistan sarebbe una trappola peggiore, come lo fu per loro, quando vi combattevano, sfidando anche l’occidente. C’è una lotta aperta, dietro le mura del Cremlino, e c’è l’uso politico del gas, con cui i russi stanno comprando una parte della politica europea, ma guai a dimenticare che a noi quel gas serve, ed all’occidente serve la collaborazione russa. In quanto alla Libia, era assai più imbarazzante il rapporto di sudditanza con i fanatici ed aggressivi teocrati iraniani, che non l’accondiscendenza nei confronti di “er monnezza”. E sempre di petrolio si parla. Sono terreni difficilissimi, che meritano meno fretta e più ponderazione. Le stelle polari restano due: le relazioni con gli Usa e con Israele. Fin qui, va bene così.
Il Vietnam fu una guerra giusta, voluta da Kennedy e dai democratici (come Obama), per avvertire il comunismo che l’occidente non si sarebbe fatto sfilare fette di mondo. La sfida non fu esclusiva, ma in quella ex colonia francese fu mortale. Gli americani combattevano con una mano legata dietro la schiena, rinunciando alle armi più potenti. In compenso usavano il napalm, con l’orrore conseguente. Non erano padroni del territorio, dovendo procedere anche contro i villaggi. I khmer rossi non erano combattenti per la libertà, ma soldati di una dittatura genocida. Nuotavano nelle loro acque, purtroppo, che non si potevano né avvelenare né prosciugare. Alla lunga, la durezza e la crudeltà della guerra (non ne esistono, di umanitarie), consigliarono un presidente repubblicano, Nixon, di porre fine alla faccenda, abbandonando quella gente al proprio massacro nazionale. La sinistra, in particolar modo quella europea, festeggiò. Ancora oggi mi domando se abbiano capito qualche cosa, di quel che successe.
L’Afghanistan si trova in un contesto differente, ma vi sono anche somiglianze. Non c’è la guerra fredda, ma c’è il confronto geostrategico con la Russia e quello economico e commerciale con Cina ed India. Quest’ultimo Paese è avversario del Pakistan (entrambe potenze nucleari), la cui collaborazione è per noi indispensabile in Afghanistan.
In più ci sono gli iraniani, che detestano i talebani, per ragioni religiose, ma li vedrebbero volentieri vincitori, per ragioni strategiche. Si combatte su fronti diversi, non omogenei.In più, non utilizziamo tutte le armi, perché quando si parte per una guerra “buona” si cerca di non essere troppo cattivi, sicché ai talebani è permesso quel che fu ieri permesso ai khmer: utilizzare la popolazione civile come strumento mimetico e come scudo.
La guerra nacque, opportunamente, quando si volle chiarire, in via definitiva, che non era possibile utilizzare stati canaglia, fanatizzati dall’islam ed arricchiti dalla droga, per sferrare attacchi contro le democrazie. Fu cosa giusta. Una guerra di questo tipo non si può perdere, perché, in quel terribile caso, sarebbero indeboliti tutti i governi islamici dialoganti con l’occidente, a tutto vantaggio dei fondamentalisti. Ma, per vincerla, occorre accettarne le peggiori regole.
Obama, in campagna elettorale, solleticò le voglie di chi vuol vedere i ragazzi tornare a casa e vuol smettere di spendere soldi per portare la democrazia in un Paese che non la conosce e non sa usarla. Che se la vedano loro, pensano in molti. Ma, divenuto presidente, Obama fa l’esatto contrario. E non ha scelta, perché quella guerra non è affar loro, ma nostro. Ci fanno sapere che sta diventando il Vietnam? Bé, cerchiamo di comprendere il messaggio e di evitare gli errori di allora, ricordando che, per le democrazie in guerra, c’è un fattore fondamentale: il tempo. La guerra deve chiudersi prima che i popoli dimentichino perché è iniziata. Solo così, possiamo vincere.
Una prima considerazione: sui giornali italiani, e spesso nelle dichiarazioni di politici che parlano senza preoccuparsi di pensare, si legge e rilegge che il rapporto fra italiani ed americani si stia logorando, a causa delle nostre relazioni con i russi ed i libici. Il dato che ho appena citato depone in senso opposto. Ma, a volere ragionare, anche sul resto c’è da ridire: senza un buon rapporto con i russi l’Afghanistan sarebbe una trappola peggiore, come lo fu per loro, quando vi combattevano, sfidando anche l’occidente. C’è una lotta aperta, dietro le mura del Cremlino, e c’è l’uso politico del gas, con cui i russi stanno comprando una parte della politica europea, ma guai a dimenticare che a noi quel gas serve, ed all’occidente serve la collaborazione russa. In quanto alla Libia, era assai più imbarazzante il rapporto di sudditanza con i fanatici ed aggressivi teocrati iraniani, che non l’accondiscendenza nei confronti di “er monnezza”. E sempre di petrolio si parla. Sono terreni difficilissimi, che meritano meno fretta e più ponderazione. Le stelle polari restano due: le relazioni con gli Usa e con Israele. Fin qui, va bene così.
Il Vietnam fu una guerra giusta, voluta da Kennedy e dai democratici (come Obama), per avvertire il comunismo che l’occidente non si sarebbe fatto sfilare fette di mondo. La sfida non fu esclusiva, ma in quella ex colonia francese fu mortale. Gli americani combattevano con una mano legata dietro la schiena, rinunciando alle armi più potenti. In compenso usavano il napalm, con l’orrore conseguente. Non erano padroni del territorio, dovendo procedere anche contro i villaggi. I khmer rossi non erano combattenti per la libertà, ma soldati di una dittatura genocida. Nuotavano nelle loro acque, purtroppo, che non si potevano né avvelenare né prosciugare. Alla lunga, la durezza e la crudeltà della guerra (non ne esistono, di umanitarie), consigliarono un presidente repubblicano, Nixon, di porre fine alla faccenda, abbandonando quella gente al proprio massacro nazionale. La sinistra, in particolar modo quella europea, festeggiò. Ancora oggi mi domando se abbiano capito qualche cosa, di quel che successe.
L’Afghanistan si trova in un contesto differente, ma vi sono anche somiglianze. Non c’è la guerra fredda, ma c’è il confronto geostrategico con la Russia e quello economico e commerciale con Cina ed India. Quest’ultimo Paese è avversario del Pakistan (entrambe potenze nucleari), la cui collaborazione è per noi indispensabile in Afghanistan.
In più ci sono gli iraniani, che detestano i talebani, per ragioni religiose, ma li vedrebbero volentieri vincitori, per ragioni strategiche. Si combatte su fronti diversi, non omogenei.In più, non utilizziamo tutte le armi, perché quando si parte per una guerra “buona” si cerca di non essere troppo cattivi, sicché ai talebani è permesso quel che fu ieri permesso ai khmer: utilizzare la popolazione civile come strumento mimetico e come scudo.
La guerra nacque, opportunamente, quando si volle chiarire, in via definitiva, che non era possibile utilizzare stati canaglia, fanatizzati dall’islam ed arricchiti dalla droga, per sferrare attacchi contro le democrazie. Fu cosa giusta. Una guerra di questo tipo non si può perdere, perché, in quel terribile caso, sarebbero indeboliti tutti i governi islamici dialoganti con l’occidente, a tutto vantaggio dei fondamentalisti. Ma, per vincerla, occorre accettarne le peggiori regole.
Obama, in campagna elettorale, solleticò le voglie di chi vuol vedere i ragazzi tornare a casa e vuol smettere di spendere soldi per portare la democrazia in un Paese che non la conosce e non sa usarla. Che se la vedano loro, pensano in molti. Ma, divenuto presidente, Obama fa l’esatto contrario. E non ha scelta, perché quella guerra non è affar loro, ma nostro. Ci fanno sapere che sta diventando il Vietnam? Bé, cerchiamo di comprendere il messaggio e di evitare gli errori di allora, ricordando che, per le democrazie in guerra, c’è un fattore fondamentale: il tempo. La guerra deve chiudersi prima che i popoli dimentichino perché è iniziata. Solo così, possiamo vincere.
domenica 27 dicembre 2009
Moretti è bravo. L'arroganza è figlia del monopolio. Alberto Mingardi
È passato qualche giorno, è piovuto, siamo tornati alla normalità, e possiamo finalmente parlare di lui con la dovuta calma. Per lui s’intende Mauro Moretti. Il più mussoliniano dei manager di Stato, e non solo perché la sua missione della vita è fare arrivare i treni in orario. Mussoliniano perché quest’uomo, al culmine della tragedia delle ferrovie, s’è alzato, è uscito sul balcone, s’è piantato le mani sui fianchi, e ha urlato alla folla vociante: ringraziate se arrivate a destinazione. Portatevi un panino e una copertina. Se nevica, non è colpa mia. In sintesi: non rompete i coglioni.
Personalmente, sono convinto che lo sfogo di Moretti rientri in una categoria ben precisa. Quella di chi da giorni si sente di fare il possibile e oltre, e quando a un certo punto viene messo al muro dalle critiche, perde la brocca e si concede un vaffa. Moretti è un manager capace, che conosce il settore in cui opera e nello stesso tempo è bravissimo a imboccare i media e l’establishment, come ha fatto giocando sui tempi del Freccia Rossa. Giulio Andreotti, con la solita fulminante battuta, disse una volta a Pietro Nenni che i matti nei manicomi erano di due razze: quelli che si credevano Napoleone, e quelli che ambivano a ripianare i bilanci delle Ferrovie. Moretti, nella lunga storia dei gestori che si sono avvicendati al timone dei uno dei più perniciosi ed inefficienti monopolisti italiani, è l’Homo Sapiens che segue una genia di neanderthaliani. Fra l’altro, è anche simpatico. Efficiente come un very powerful CEO, introdotto come un sindacalista, accattivante come un lobbista, non c’è da stupirsi se i giornali in questi giorni non abbiano giocato a freccette con la sua testa. Come sarebbe stato il caso.
Ve l’immaginate, un manager di un’industria dolciaria - poniamo: della Ferrero - che davanti ad un coro di proteste dei consumatori per una partita di Ferrero Rocher difettosi e finiti comunque in negozio, risponde con la cravatta ben annodata e il capello in ordine: ma andatevene a quel Paese?No che non ve l’immaginate. Ludwig von Mises, forse il più grande economista del Ventesimo secolo, amava parlare di “sovranità del consumatore”. Milton Friedman descriveva l’economia come di un contesto nel quale si vota ogni giorno, in ogni momento: e gli elettori sono i consumatori. Ma perché i consumatori possano votare, non deve esserci un partito unico.
Il problema dei treni è precisamente questo. A tutti i pendolari italiani è ora limpidamente chiaro che viaggiamo (se ci va bene) sulla strada ferrata per gentile concessione del signor Moretti. Noi non acquistiamo un biglietto: siamo ospiti paganti. Il manager della Ferrero avrebbe chiesto scusa in cinese, e regalato all’universo mondo dei consumatori che, a torto o a ragione, si sentivano ingiuriati, Nutella a iosa. I viaggiatori italiani si sono presi cartellate in faccia dai compagni di sventura, hanno macinato chilometri battendo i denti, quelli che potevano si sono ingegnati diversamente, altrimenti hanno inghiottito i ritardi senza colpo ferire. Solo il Ministro Matteoli ha avuto per loro parole di conforto (grazie).
Moretti è un bravo manager - e non è responsabile della sua arroganza. La sua è l’educazione del monopolista. Quello che mangi questa minestra, o buttati pure dalla finestra. Il manager della Ferrero con una rispostaccia farebbe un danno al suo azionista, e rischierebbe il posto. Guai a mettere a repentaglio la reputazione dell’impresa per cui lavora. La reputazione dell’azienda di Moretti è ai minimi termini per definizione. Ci sono tre cose certe nella vita: la morte, le tasse, e il fatto che le ferrovie facciano schifo. È vero in quasi tutti i Paesi, ed è per questo che quando sull’Eurostar da Milano a Roma una vocina ci annuncia che "su questo treno è al lavoro un addetto per la pulizia delle toilettes" non ci viene da ridere. Perché sui treni, diversamente che al ristorante o in casa di amici, che i cessi non siano sporchi non è cosa che si possa dare per scontata.
Alle Ferrovie non serve un nuovo manager. Serve più concorrenza, serve una rete autenticamente indipendente, che faccia tariffe eque anche ai nuovi, eventuali competitori. E serve che si spuntino all’incumbent le unghie in modo che, quando una Regione (per esempio, il Piemonte) decide di ricorrere ad altri, aprendo trasparentemente le gare per il servizio locale, non si insinui che “ha messo all’indice” le FS (intervista di Moretti a Paolo Baroni, sulla Stampa del 19 dicembre) perché traguarda le elezioni.
In un’analisi per l’IBL, un giovane studioso di trasporti, Claudio Brenna, ha fatto una stima interessante. Oggi Trenitalia considera redditizio un servizio con una domanda media di 215 passeggeri a treno. “In uno scenario concorrenziale”, per Brenna, “a parità di prezzi attuali, ovunque ci sia una domanda media di almeno 126 passeggeri ci sarà almeno un'impresa che voglia effettuare servizio senza chiedere un euro allo Stato”. Per carità, l’onere della prova sta ai futuri new comers. Però, sostiene Brenna, l’inefficienza che si è accumulata in tanti anni di cattiva gestione crea interstizi in cui altri possono fare efficienza e provare a fare profitti, stando in piedi sul mercato. La performance delle Ferrovie sotto la neve è la prova provata che il monopolio nuoce anche al monopolista. A Moretti per essere ancora più bravo (e più gentile) serve un po' di ansia da prestazione, del genere che solo un concorrente privato puo' garantire. (il Riformista)
Personalmente, sono convinto che lo sfogo di Moretti rientri in una categoria ben precisa. Quella di chi da giorni si sente di fare il possibile e oltre, e quando a un certo punto viene messo al muro dalle critiche, perde la brocca e si concede un vaffa. Moretti è un manager capace, che conosce il settore in cui opera e nello stesso tempo è bravissimo a imboccare i media e l’establishment, come ha fatto giocando sui tempi del Freccia Rossa. Giulio Andreotti, con la solita fulminante battuta, disse una volta a Pietro Nenni che i matti nei manicomi erano di due razze: quelli che si credevano Napoleone, e quelli che ambivano a ripianare i bilanci delle Ferrovie. Moretti, nella lunga storia dei gestori che si sono avvicendati al timone dei uno dei più perniciosi ed inefficienti monopolisti italiani, è l’Homo Sapiens che segue una genia di neanderthaliani. Fra l’altro, è anche simpatico. Efficiente come un very powerful CEO, introdotto come un sindacalista, accattivante come un lobbista, non c’è da stupirsi se i giornali in questi giorni non abbiano giocato a freccette con la sua testa. Come sarebbe stato il caso.
Ve l’immaginate, un manager di un’industria dolciaria - poniamo: della Ferrero - che davanti ad un coro di proteste dei consumatori per una partita di Ferrero Rocher difettosi e finiti comunque in negozio, risponde con la cravatta ben annodata e il capello in ordine: ma andatevene a quel Paese?No che non ve l’immaginate. Ludwig von Mises, forse il più grande economista del Ventesimo secolo, amava parlare di “sovranità del consumatore”. Milton Friedman descriveva l’economia come di un contesto nel quale si vota ogni giorno, in ogni momento: e gli elettori sono i consumatori. Ma perché i consumatori possano votare, non deve esserci un partito unico.
Il problema dei treni è precisamente questo. A tutti i pendolari italiani è ora limpidamente chiaro che viaggiamo (se ci va bene) sulla strada ferrata per gentile concessione del signor Moretti. Noi non acquistiamo un biglietto: siamo ospiti paganti. Il manager della Ferrero avrebbe chiesto scusa in cinese, e regalato all’universo mondo dei consumatori che, a torto o a ragione, si sentivano ingiuriati, Nutella a iosa. I viaggiatori italiani si sono presi cartellate in faccia dai compagni di sventura, hanno macinato chilometri battendo i denti, quelli che potevano si sono ingegnati diversamente, altrimenti hanno inghiottito i ritardi senza colpo ferire. Solo il Ministro Matteoli ha avuto per loro parole di conforto (grazie).
Moretti è un bravo manager - e non è responsabile della sua arroganza. La sua è l’educazione del monopolista. Quello che mangi questa minestra, o buttati pure dalla finestra. Il manager della Ferrero con una rispostaccia farebbe un danno al suo azionista, e rischierebbe il posto. Guai a mettere a repentaglio la reputazione dell’impresa per cui lavora. La reputazione dell’azienda di Moretti è ai minimi termini per definizione. Ci sono tre cose certe nella vita: la morte, le tasse, e il fatto che le ferrovie facciano schifo. È vero in quasi tutti i Paesi, ed è per questo che quando sull’Eurostar da Milano a Roma una vocina ci annuncia che "su questo treno è al lavoro un addetto per la pulizia delle toilettes" non ci viene da ridere. Perché sui treni, diversamente che al ristorante o in casa di amici, che i cessi non siano sporchi non è cosa che si possa dare per scontata.
Alle Ferrovie non serve un nuovo manager. Serve più concorrenza, serve una rete autenticamente indipendente, che faccia tariffe eque anche ai nuovi, eventuali competitori. E serve che si spuntino all’incumbent le unghie in modo che, quando una Regione (per esempio, il Piemonte) decide di ricorrere ad altri, aprendo trasparentemente le gare per il servizio locale, non si insinui che “ha messo all’indice” le FS (intervista di Moretti a Paolo Baroni, sulla Stampa del 19 dicembre) perché traguarda le elezioni.
In un’analisi per l’IBL, un giovane studioso di trasporti, Claudio Brenna, ha fatto una stima interessante. Oggi Trenitalia considera redditizio un servizio con una domanda media di 215 passeggeri a treno. “In uno scenario concorrenziale”, per Brenna, “a parità di prezzi attuali, ovunque ci sia una domanda media di almeno 126 passeggeri ci sarà almeno un'impresa che voglia effettuare servizio senza chiedere un euro allo Stato”. Per carità, l’onere della prova sta ai futuri new comers. Però, sostiene Brenna, l’inefficienza che si è accumulata in tanti anni di cattiva gestione crea interstizi in cui altri possono fare efficienza e provare a fare profitti, stando in piedi sul mercato. La performance delle Ferrovie sotto la neve è la prova provata che il monopolio nuoce anche al monopolista. A Moretti per essere ancora più bravo (e più gentile) serve un po' di ansia da prestazione, del genere che solo un concorrente privato puo' garantire. (il Riformista)
mercoledì 23 dicembre 2009
Le cosiddette leggi "ad personam" di Berlusconi
Dal blog del "no Berlusconi day", riporto il post con l'elenco delle leggi ad personam del "dittatore" Berlusconi.
Come è facile capire il modo di presentarle è interessato, incompleto, malizioso e fuorviante: lascio alla sensibilità del lettore il giudizio e spero che i responsabili del Pdl si decidano a spiegare- ed eventualmente difendere- queste leggi che hanno voluto e votato.
Qui di seguito tutte le leggi approvate dal 2001 ad oggi dai governi di centrodestra che hanno prodotto benefici effetti per Berlusconi e le sue società.
1 Legge n. 367/2001. Rogatorie internazionali. Limita l'utilizzabilità delle prove acquisite attraverso una rogatoria. La nuova disciplina ha lo scopo di coprire i movimenti illeciti sui conti svizzeri effettuati da Cesare Previti e Renato Squillante, al centro del processo "Sme-Ariosto 1" (corruzione in atti giudiziari).
2 Legge n. 383/2001 (cosiddetta "Tremonti bis"). Abolizione dell'imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni. (Il governo dell'Ulivo l'aveva abolita per patrimoni fino a 350 milioni di lire).
3 Legge n.61/2001 (Riforma del diritto societario). Depenalizzazione del falso in bilancio. La nuova disciplina del falso in bilancio consente a Berlusconi di essere assolto perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato" nei processi "All Iberian 2" e "Sme-Ariosto2".
4 Legge 248/2002 (cosiddetta "legge Cirami sul legittimo sospetto"). Introduce il "legittimo sospetto" sull'imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo ("In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice"). La norma è sistematicamente invocata dagli avvocati di Berlusconi e Previti nei processi che li vedono imputati.
5 Decreto legge n. 282/2002 (cosiddetto "decreto salva-calcio"). Introduce una norma che consente alle società sportive (tra cui il Milan) di diluire le svalutazioni dei giocatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali.
6 Legge n. 289/2002 (Legge finanziaria 2003). Condono fiscale. A beneficiare del condono "tombale" anche le imprese del gruppo Mediaset.
7 Legge n.140/2003 (cosiddetto "Lodo Schifani"). E' il primo tentativo per rendere immune Silvio Berlusconi. Introduce ildivieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato (presidenti della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Senato, della Camera, del Consiglio). La legge è dichiarata incostituzionale dalla sentenza della Consulta n. 13 del 2004.
8 Decreto-legge n.352/2003 (cosiddetto "Decreto-salva Rete 4"). Introduce una norma ad hoc per consentire a rete 4 di continuare a trasmettere in analogico.
9 Legge n.350/2003 (Finanziaria 2004). Legge 311/2004 (Finanziaria 2005). Nelle norme sul digitale terrestre, è introdotto un incentivo statale all'acquisto di decoder. A beneficiare in forma prevalente dell'incentivo è la società Solari. com, il principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo "Mhp". La società controllata al 51 per cento da Paolo e Alessia Berlusconi.
10 Legge 112/2004 (cosiddetta "Legge Gasparri"). Riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni. Introduce il Sistema integrato delle comunicazioni. Scriverà il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi: "Il sistema integrato delle comunicazioni (Sic) - assunto dalla legge in esame come base di riferimento per il calcolo dei ricavi dei singoli operatori di comunicazione - potrebbe consentire, a causa della sua dimensione, a chi ne detenga il 20% di disporre di strumenti di comunicazione in misura tale da dar luogo alla formazione di posizioni dominanti".
11 Legge n.308/2004. Estensione del condono edilizio alle aree protette. Nella scia del condono edilizio introdotto dal decreto legge n. 269/2003, la nuova disciplina ammette le zone protette tra le aree condonabili. E quindi anche alle aree di Villa Certosa di proprietà della famiglia Berlusconi.
12 Legge n. 251/2005 (cosiddetta "ex Cirielli"). Introduce una riduzione dei termini di prescrizione. La norma consente l'estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi "Lodo Mondadori", "Lentini", "Diritti tv Mediaset".
13 Decreto legislativo n. 252 del 2005 (Testo unico della previdenza complementare). Nella scia della riforma della previdenza complementare, si inseriscono norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale, a beneficio anche della società assicurative di proprietà della famiglia Berlusconi.
14 Legge 46/2006 (cosiddetta "legge Pecorella"). Introduce l'inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento. La Corte Costituzionale la dichiara parzialmente incostituzionale con la sentenza n. 26 del 2007.
15 Legge n.124/2008 (cosiddetto "lodo Alfano"). Ripropone i contenuti del 2lodo Schifani". Sospende il processo penale per le alte cariche dello Stato. La nuova disciplina è emenata poco prima delle ultime udienze del processo per corruzione dell'avvocato inglese Davis Mills (testimone corrotto), in cui Berlusconi (corruttore) è coimputato. Mills sarà condannato in primo grado e in appello a quattro anni e sei mesi di carcere. La Consulta, sentenza n. 262 del 2009, dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.
16 Decreto legge n. 185/2008. Aumentata dal 10 al 20 per cento l'IVA sulla pay tv "Sky Italia", il principale competitore privato del gruppo Mediaset.
17 Aumento dal 10 al 20 per cento della quota di azione proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La disposizione è stata immediatamente utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
18 Disegno di legge sul "processo breve". Per l'imputato incensurato, il processo non può durare più di sei anni (due anni per grado e due anni per il giudizio di legittimità). Una norma transitoria applica le nuove norme anche i processi di primo grado in corso. Berlusconi ne beneficerebbe nei processi per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.
Come è facile capire il modo di presentarle è interessato, incompleto, malizioso e fuorviante: lascio alla sensibilità del lettore il giudizio e spero che i responsabili del Pdl si decidano a spiegare- ed eventualmente difendere- queste leggi che hanno voluto e votato.
Qui di seguito tutte le leggi approvate dal 2001 ad oggi dai governi di centrodestra che hanno prodotto benefici effetti per Berlusconi e le sue società.
1 Legge n. 367/2001. Rogatorie internazionali. Limita l'utilizzabilità delle prove acquisite attraverso una rogatoria. La nuova disciplina ha lo scopo di coprire i movimenti illeciti sui conti svizzeri effettuati da Cesare Previti e Renato Squillante, al centro del processo "Sme-Ariosto 1" (corruzione in atti giudiziari).
2 Legge n. 383/2001 (cosiddetta "Tremonti bis"). Abolizione dell'imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni. (Il governo dell'Ulivo l'aveva abolita per patrimoni fino a 350 milioni di lire).
3 Legge n.61/2001 (Riforma del diritto societario). Depenalizzazione del falso in bilancio. La nuova disciplina del falso in bilancio consente a Berlusconi di essere assolto perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato" nei processi "All Iberian 2" e "Sme-Ariosto2".
4 Legge 248/2002 (cosiddetta "legge Cirami sul legittimo sospetto"). Introduce il "legittimo sospetto" sull'imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo ("In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice"). La norma è sistematicamente invocata dagli avvocati di Berlusconi e Previti nei processi che li vedono imputati.
5 Decreto legge n. 282/2002 (cosiddetto "decreto salva-calcio"). Introduce una norma che consente alle società sportive (tra cui il Milan) di diluire le svalutazioni dei giocatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali.
6 Legge n. 289/2002 (Legge finanziaria 2003). Condono fiscale. A beneficiare del condono "tombale" anche le imprese del gruppo Mediaset.
7 Legge n.140/2003 (cosiddetto "Lodo Schifani"). E' il primo tentativo per rendere immune Silvio Berlusconi. Introduce ildivieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato (presidenti della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Senato, della Camera, del Consiglio). La legge è dichiarata incostituzionale dalla sentenza della Consulta n. 13 del 2004.
8 Decreto-legge n.352/2003 (cosiddetto "Decreto-salva Rete 4"). Introduce una norma ad hoc per consentire a rete 4 di continuare a trasmettere in analogico.
9 Legge n.350/2003 (Finanziaria 2004). Legge 311/2004 (Finanziaria 2005). Nelle norme sul digitale terrestre, è introdotto un incentivo statale all'acquisto di decoder. A beneficiare in forma prevalente dell'incentivo è la società Solari. com, il principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo "Mhp". La società controllata al 51 per cento da Paolo e Alessia Berlusconi.
10 Legge 112/2004 (cosiddetta "Legge Gasparri"). Riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni. Introduce il Sistema integrato delle comunicazioni. Scriverà il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi: "Il sistema integrato delle comunicazioni (Sic) - assunto dalla legge in esame come base di riferimento per il calcolo dei ricavi dei singoli operatori di comunicazione - potrebbe consentire, a causa della sua dimensione, a chi ne detenga il 20% di disporre di strumenti di comunicazione in misura tale da dar luogo alla formazione di posizioni dominanti".
11 Legge n.308/2004. Estensione del condono edilizio alle aree protette. Nella scia del condono edilizio introdotto dal decreto legge n. 269/2003, la nuova disciplina ammette le zone protette tra le aree condonabili. E quindi anche alle aree di Villa Certosa di proprietà della famiglia Berlusconi.
12 Legge n. 251/2005 (cosiddetta "ex Cirielli"). Introduce una riduzione dei termini di prescrizione. La norma consente l'estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi "Lodo Mondadori", "Lentini", "Diritti tv Mediaset".
13 Decreto legislativo n. 252 del 2005 (Testo unico della previdenza complementare). Nella scia della riforma della previdenza complementare, si inseriscono norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale, a beneficio anche della società assicurative di proprietà della famiglia Berlusconi.
14 Legge 46/2006 (cosiddetta "legge Pecorella"). Introduce l'inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento. La Corte Costituzionale la dichiara parzialmente incostituzionale con la sentenza n. 26 del 2007.
15 Legge n.124/2008 (cosiddetto "lodo Alfano"). Ripropone i contenuti del 2lodo Schifani". Sospende il processo penale per le alte cariche dello Stato. La nuova disciplina è emenata poco prima delle ultime udienze del processo per corruzione dell'avvocato inglese Davis Mills (testimone corrotto), in cui Berlusconi (corruttore) è coimputato. Mills sarà condannato in primo grado e in appello a quattro anni e sei mesi di carcere. La Consulta, sentenza n. 262 del 2009, dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.
16 Decreto legge n. 185/2008. Aumentata dal 10 al 20 per cento l'IVA sulla pay tv "Sky Italia", il principale competitore privato del gruppo Mediaset.
17 Aumento dal 10 al 20 per cento della quota di azione proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La disposizione è stata immediatamente utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
18 Disegno di legge sul "processo breve". Per l'imputato incensurato, il processo non può durare più di sei anni (due anni per grado e due anni per il giudizio di legittimità). Una norma transitoria applica le nuove norme anche i processi di primo grado in corso. Berlusconi ne beneficerebbe nei processi per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.
Abominio canonico. Davide Giacalone
L’esistenza del canone Rai è abominevole in sé, contenendo anche una truffa semantica. Ogni volta che ci si mette mano, senza volerlo cancellare, non si fa che peggiorare lo sgorbio. L’aumento, deciso dal governo, è un errore motivato con degli orrori. Temo si sopravvaluti la distrazione natalizia degli italiani e il loro oblio circa le promesse elettorali.
Non è un “canone” e non è un “abbonamento”. E’ scandaloso che porti il nome della Rai, è inaccettabile che una società per azioni ne richieda la riscossione, insolentendo i cittadini. Si tratta di una tassa. Adesso aumenta, dicono al governo, seguendo l’andazzo dell’inflazione programmata. Fatemi capire: si è combattuta una battaglia, lunga e dolosa, per togliere la scala mobile ai salari, e, adesso, il governo la offre alle tasse? Hanno scambiato la Rai per una famiglia, e siccome è cresciuto il costo della vita s’è ritenuto utile far crescere gli incassi. Bella pensata, utile solo ad impoverire le famiglie, quelle vere. Che saranno mai, 1,5 euro a testa? Sono 24 milioni sottratti ai consumi privati, alla libertà dei cittadini, e consegnati, con la forza dell’imposizione fiscale, a chi non ha saputo amministrare un business ricco, come quello televisivo. Ecco, cosa sono.
Ma non basta, perché stiamo vivendo gli ultimi giorni di un anno contrassegnato dalla recessione, quindi con un tasso d’inflazione reale inferiore a quello programmato. In altre parole: alla Rai daremo più di quel che serve per coprire l’aumento dei prezzi. Quell’azienda s’arricchisce, a spese dei cittadini.
La gnagnera è sempre la stessa, progressivamente sempre più insopportabile: i talleri servono a garantire il servizio pubblico. Quale? Quello che diffonde la cultura promuovendo l’arricchimento a botte di culo? “Scelgo il pacco sedici, la Campania” e parte la musichetta. Sarà dotata di chiappe, la signora? Mamma mia che suspense. Una volta c’era il Rischiatutto, almeno quattro cose dovevi saperle. Ora si va di pacchi. Che mi sta anche bene, perché ciascuno ha diritto di rincitrullirsi come meglio crede. Ma non a spese mie, please.
Cos’è il servizio pubblico, le trasmissioni d’informazione? L’Italia del nord è sotto la neve, c’è fame di sapere cosa succede. Non perché si temano drammi, non perché qualche giornalista sciarpato di cachemire si faccia bello raccontando dei morti di fame e di freddo, secondo il copione pulp che fa audience, ma perché, quando le comunicazioni sono difficili, le informazioni sono essenziali. E che ti fanno i telegiornali? Trasmettono una collana di dichiarazioni politiche, con ritrattini di questo e di quella, cercati con il bilancino politico e tutti atteggiati a quel che non sono: leaders. Per giunta, tutti pensosamente intenti a valutare la frase di Napolitano, circa il clima politico. Mentre il clima, fuori, gela le città. Chi è il regista, Woody Allen?
O sono servizio pubblico le trasmissioni in cui, nel nome del pluralismo, parlano solo in due, dando libero sfogo al proprio esibizionismo qualunquistico? Che se dici che ne hai le tasche piene sembri un despota che vuol farli tacere, ma, nella realtà, sono loro che ti mettono a tacere, dato che sono sempre lì, mentre tu ti sfoghi al videocitofono. Possono continuare? Certamente. Non a spese mie, please.
Invece, il governo ha deciso: siccome le loro spese non sono comprimibili, poverelli, siccome la famiglia da mantenere è assai allargata, talché non pochi sono i figli di madre legittima, né meno numerosi quelli d’ignoti, allora è la mia spesa che deve crescere, per aiutarli in questo difficile momento. Che durerà per sempre, fino a quando non si prenderà l’unica decisione accettabilmente seria: si vende la Rai e si cancella il canone.
Non è un “canone” e non è un “abbonamento”. E’ scandaloso che porti il nome della Rai, è inaccettabile che una società per azioni ne richieda la riscossione, insolentendo i cittadini. Si tratta di una tassa. Adesso aumenta, dicono al governo, seguendo l’andazzo dell’inflazione programmata. Fatemi capire: si è combattuta una battaglia, lunga e dolosa, per togliere la scala mobile ai salari, e, adesso, il governo la offre alle tasse? Hanno scambiato la Rai per una famiglia, e siccome è cresciuto il costo della vita s’è ritenuto utile far crescere gli incassi. Bella pensata, utile solo ad impoverire le famiglie, quelle vere. Che saranno mai, 1,5 euro a testa? Sono 24 milioni sottratti ai consumi privati, alla libertà dei cittadini, e consegnati, con la forza dell’imposizione fiscale, a chi non ha saputo amministrare un business ricco, come quello televisivo. Ecco, cosa sono.
Ma non basta, perché stiamo vivendo gli ultimi giorni di un anno contrassegnato dalla recessione, quindi con un tasso d’inflazione reale inferiore a quello programmato. In altre parole: alla Rai daremo più di quel che serve per coprire l’aumento dei prezzi. Quell’azienda s’arricchisce, a spese dei cittadini.
La gnagnera è sempre la stessa, progressivamente sempre più insopportabile: i talleri servono a garantire il servizio pubblico. Quale? Quello che diffonde la cultura promuovendo l’arricchimento a botte di culo? “Scelgo il pacco sedici, la Campania” e parte la musichetta. Sarà dotata di chiappe, la signora? Mamma mia che suspense. Una volta c’era il Rischiatutto, almeno quattro cose dovevi saperle. Ora si va di pacchi. Che mi sta anche bene, perché ciascuno ha diritto di rincitrullirsi come meglio crede. Ma non a spese mie, please.
Cos’è il servizio pubblico, le trasmissioni d’informazione? L’Italia del nord è sotto la neve, c’è fame di sapere cosa succede. Non perché si temano drammi, non perché qualche giornalista sciarpato di cachemire si faccia bello raccontando dei morti di fame e di freddo, secondo il copione pulp che fa audience, ma perché, quando le comunicazioni sono difficili, le informazioni sono essenziali. E che ti fanno i telegiornali? Trasmettono una collana di dichiarazioni politiche, con ritrattini di questo e di quella, cercati con il bilancino politico e tutti atteggiati a quel che non sono: leaders. Per giunta, tutti pensosamente intenti a valutare la frase di Napolitano, circa il clima politico. Mentre il clima, fuori, gela le città. Chi è il regista, Woody Allen?
O sono servizio pubblico le trasmissioni in cui, nel nome del pluralismo, parlano solo in due, dando libero sfogo al proprio esibizionismo qualunquistico? Che se dici che ne hai le tasche piene sembri un despota che vuol farli tacere, ma, nella realtà, sono loro che ti mettono a tacere, dato che sono sempre lì, mentre tu ti sfoghi al videocitofono. Possono continuare? Certamente. Non a spese mie, please.
Invece, il governo ha deciso: siccome le loro spese non sono comprimibili, poverelli, siccome la famiglia da mantenere è assai allargata, talché non pochi sono i figli di madre legittima, né meno numerosi quelli d’ignoti, allora è la mia spesa che deve crescere, per aiutarli in questo difficile momento. Che durerà per sempre, fino a quando non si prenderà l’unica decisione accettabilmente seria: si vende la Rai e si cancella il canone.
martedì 22 dicembre 2009
L'Italia del "piove governo ladro" che non accetta le emergenze. Paolo Granzotto
Anche i più devoti adoratori di Terra Madre, anche i più zelanti ambientalisti per i quali la natura è buona, generosa e benigna chiamano questa la brutta o la cattiva stagione. Perché d’inverno fa freddo, piove e nevica: fenomeni che creano disagi e a un’umanità che ha preso gusto a vivere nell’agio le situazioni incomode poco garbano. È la nostalgia del Paradiso terrestre, dove il termometro non andava sottozero: Adamo ed Eva erano nudi come vermi e quando per via del serpente e della mela dovettero poi coprirsi, lo fecero con una foglia, mica con una palandra di lana di cammello.
Per millenni, all’arrivo dei primi freddi ci si copriva preparandosi a sopportare gli imprevisti che l’inverno comporta. Ora se cade un po’ di neve esattamente quando deve cadere, intendo dire non fuori stagione, invece protestiamo. Protestiamo e ci indigniamo. Non potendo rivolgere i nostri lai e riversare la nostra indignazione sulla Natura (che è buona, generosa e via dicendo), ce la prendiamo con lo Stato. Che non fa, che non è capace di fronteggiare l’emergenza neve o l’emergenza gelo. Due emergenze che in realtà non emergono, presentandosi inaspettate.
Da che mondo è mondo è sempre andata così: d’inverno le temperature calano, e di molto. Eppure, niente da fare: il treno che ritarda perché ci sono gli scambi bloccati dal gelo è colpa delle ferrovie, non del gelo. L’aeroporto chiuso per neve è colpa dell’autorità aeroportuale, non della neve. La scuola chiusa perché vi fa freddo non ostante la caldaia pompi al massimo, è colpa della Gelmini, non del freddo. Gente che poi s’imbarca nelle vacanze «estreme», che rimane inchiodata in una grotta per dieci giorni causa monsone o che in una sgangherata stazione eritrea aspetta venti ore la coincidenza per Massaua o che con un caldo boia si trascina nella sabbia e il bagaglio per imbarcarlo sul volo per Faya-Laregeau, non sopporta, si stizzisce se a casa propria neve o gelo ritardino un treno, determino la chiusura d’un aeroporto o mettano a repentaglio il diritto (umano) alla libera circolazione in autostrada o sulla Porrettana.
Con la cattiva stagione diventiamo tutti intolleranti, impazienti e rabbiosi. Sempre prosciogliendo da ogni addebito il clima (che pure dovrebbe virare al caldo, che pure dovrebbe desertificarci e non surgelarci, come assicura Al Gore. Ma questo è un altro discorso) ce la prendiamo e di brutto con «lorsignori». Portando sempre a riscontro della nostra inefficienza la zelante operatività, ma diciamo pure la serietà d’una Germania, d’una Francia o d’una America dove anche con la neve alta così i treni arrivano puntuali e puntuali decollano gli aerei. Dove fischiasse il vento e soffiasse pure la bufera, strade e autostrade le trovi sempre agibili e anzi, invitanti. Mentre invece anche in Finlandia, dove pure il gelo è di casa, d’inverno son dolori. Mentre perfino quello schicchissimo gioiello tecnologico del treno ad alta velocità che collega Londra con Parigi, causa «brutto» tempo s’è inchiodato nel tunnel sotto la Manica.
Lasciando al freddo e al buio una folta rappresentanza di vippissimi pendolari fra le due capitali indecisi se prendersela con la Regina o con il marito di Carlà per il deplorevole incidente. E a New York, la città più attrezzata e eccitante del mondo, basta che nevichi più di tanto e la Grande Mela va in tilt. «È l’inverno, bellezza!», sdrammatizzano laggiù. Mentre noi dell’inverno non ce ne facciamo una ragione pretendendo che i mitici «lorsignori» non solo forniscano, ma anche infilino le mutande di lana al Paese. (il Giornale)
Per millenni, all’arrivo dei primi freddi ci si copriva preparandosi a sopportare gli imprevisti che l’inverno comporta. Ora se cade un po’ di neve esattamente quando deve cadere, intendo dire non fuori stagione, invece protestiamo. Protestiamo e ci indigniamo. Non potendo rivolgere i nostri lai e riversare la nostra indignazione sulla Natura (che è buona, generosa e via dicendo), ce la prendiamo con lo Stato. Che non fa, che non è capace di fronteggiare l’emergenza neve o l’emergenza gelo. Due emergenze che in realtà non emergono, presentandosi inaspettate.
Da che mondo è mondo è sempre andata così: d’inverno le temperature calano, e di molto. Eppure, niente da fare: il treno che ritarda perché ci sono gli scambi bloccati dal gelo è colpa delle ferrovie, non del gelo. L’aeroporto chiuso per neve è colpa dell’autorità aeroportuale, non della neve. La scuola chiusa perché vi fa freddo non ostante la caldaia pompi al massimo, è colpa della Gelmini, non del freddo. Gente che poi s’imbarca nelle vacanze «estreme», che rimane inchiodata in una grotta per dieci giorni causa monsone o che in una sgangherata stazione eritrea aspetta venti ore la coincidenza per Massaua o che con un caldo boia si trascina nella sabbia e il bagaglio per imbarcarlo sul volo per Faya-Laregeau, non sopporta, si stizzisce se a casa propria neve o gelo ritardino un treno, determino la chiusura d’un aeroporto o mettano a repentaglio il diritto (umano) alla libera circolazione in autostrada o sulla Porrettana.
Con la cattiva stagione diventiamo tutti intolleranti, impazienti e rabbiosi. Sempre prosciogliendo da ogni addebito il clima (che pure dovrebbe virare al caldo, che pure dovrebbe desertificarci e non surgelarci, come assicura Al Gore. Ma questo è un altro discorso) ce la prendiamo e di brutto con «lorsignori». Portando sempre a riscontro della nostra inefficienza la zelante operatività, ma diciamo pure la serietà d’una Germania, d’una Francia o d’una America dove anche con la neve alta così i treni arrivano puntuali e puntuali decollano gli aerei. Dove fischiasse il vento e soffiasse pure la bufera, strade e autostrade le trovi sempre agibili e anzi, invitanti. Mentre invece anche in Finlandia, dove pure il gelo è di casa, d’inverno son dolori. Mentre perfino quello schicchissimo gioiello tecnologico del treno ad alta velocità che collega Londra con Parigi, causa «brutto» tempo s’è inchiodato nel tunnel sotto la Manica.
Lasciando al freddo e al buio una folta rappresentanza di vippissimi pendolari fra le due capitali indecisi se prendersela con la Regina o con il marito di Carlà per il deplorevole incidente. E a New York, la città più attrezzata e eccitante del mondo, basta che nevichi più di tanto e la Grande Mela va in tilt. «È l’inverno, bellezza!», sdrammatizzano laggiù. Mentre noi dell’inverno non ce ne facciamo una ragione pretendendo che i mitici «lorsignori» non solo forniscano, ma anche infilino le mutande di lana al Paese. (il Giornale)
domenica 20 dicembre 2009
L'integrazione degli islamici. Giovanni Sartori
In tempi brevi la Camera dovrà pronunciarsi sulla cittadinanza e quindi, anche, sull’«italianizzazione » di chi, bene o male, si è accasato in casa nostra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chiave di «razzismo». Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno «xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofilo ». E che non c’è intrinsecamente niente di male in nessuna delle due reazioni.
Chi più avversa l’immigrazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini firmò, con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, invece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapida. Chissà perché. Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciutto per chi vorrebbe capire. Ma a parte questa giravolta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi appoggia Bossi (per esserne appoggiato in contraccambio nelle cose che lo interessano). Invece il fronte «accogliente» è costituito dalla Chiesa e dalla sinistra. La Chiesa deve essere, si sa, misericordiosa, mentre la xenofilia della sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.
Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integrabilità » dell’islamico. Secondo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall'esperienza. La domanda è allora se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorporazione etico-politica (nei valori del sistema politico), in società non islamiche. La risposta è sconfortante: no.
Il caso esemplare è l’India, dove le armate di Allah si affacciarono agli inizi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominarono l’intero Paese. Si avverta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi paciosi, pacifici; e la maggioranza è indù, e cioè politeista capace di accogliere nel suo pantheon di divinità persino un Maometto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventare il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesistenza in cagnesco finissero in un mare di sangue. Conosco, s’intende, anche altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Turchia. Tutti casi che rivelano un ritorno a una maggiore islamizzazione, e non (come si sperava almeno per la Turchia) l’avvento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.
Veniamo all’Europa. Inghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritrovano con una terza generazione di giovani islamici più infervorati e incattiviti che mai. Il fatto sorprende perché cinesi, giapponesi, indiani, si accasano senza problemi nell’Occidente pur mantenendo le loro rispettive identità culturali e religiose. Ma — ecco la differenza — l’Islam non è una religione domestica; è invece un invasivo monoteismo teocratico che dopo un lungo ristagno si è risvegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzandolo » è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare. (Corriere della Sera)
Chi più avversa l’immigrazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini firmò, con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, invece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapida. Chissà perché. Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciutto per chi vorrebbe capire. Ma a parte questa giravolta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi appoggia Bossi (per esserne appoggiato in contraccambio nelle cose che lo interessano). Invece il fronte «accogliente» è costituito dalla Chiesa e dalla sinistra. La Chiesa deve essere, si sa, misericordiosa, mentre la xenofilia della sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.
Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integrabilità » dell’islamico. Secondo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall'esperienza. La domanda è allora se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorporazione etico-politica (nei valori del sistema politico), in società non islamiche. La risposta è sconfortante: no.
Il caso esemplare è l’India, dove le armate di Allah si affacciarono agli inizi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominarono l’intero Paese. Si avverta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi paciosi, pacifici; e la maggioranza è indù, e cioè politeista capace di accogliere nel suo pantheon di divinità persino un Maometto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventare il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesistenza in cagnesco finissero in un mare di sangue. Conosco, s’intende, anche altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Turchia. Tutti casi che rivelano un ritorno a una maggiore islamizzazione, e non (come si sperava almeno per la Turchia) l’avvento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.
Veniamo all’Europa. Inghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritrovano con una terza generazione di giovani islamici più infervorati e incattiviti che mai. Il fatto sorprende perché cinesi, giapponesi, indiani, si accasano senza problemi nell’Occidente pur mantenendo le loro rispettive identità culturali e religiose. Ma — ecco la differenza — l’Islam non è una religione domestica; è invece un invasivo monoteismo teocratico che dopo un lungo ristagno si è risvegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzandolo » è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare. (Corriere della Sera)
sabato 19 dicembre 2009
A Copenaghen anche i leader occidentali invocano la catastrofe. Anna Bono
Se il vertice di Copenhagen sul cambiamento climatico si conclude senza un accordo globale e definitivo, sarà la seconda volta in poche settimane che un summit internazionale delle Nazioni Unite non riesce ad andare oltre a una dichiarazione politica di intenti. Così è stato infatti del vertice FAO sulla sicurezza alimentare svoltosi a Roma dal 16 al 18 novembre che non ha prodotto nulla di propositivo per combattere la fame, ma in compenso è servito da palcoscenico ai leader di alcuni paesi che, come al solito, si sono avvicendati accusando l’Occidente di affamare il resto del mondo.
Però a Copenhagen, al contrario che a Roma, si discute e si cercano soluzioni a un problema che a quanto pare neanche esiste perché è stato inventato spacciando per previsioni delle proiezioni e delle simulazioni e falsificando e omettendo dati, come risulta dalla corrispondenza via e mail del Centro di ricerca sul clima dell’università britannica dell’East Anglia. Magari la Terra non si sta riscaldando; se e come cambierà il clima nei prossimi anni è imprevedibile, dipende essenzialmente da fattori naturali come l’attività solare; un aumento della temperatura porta benefici oltre che danni e comunque l’umanità ha migliorato costantemente la propria capacità di far fronte ai capricci della natura; oggi, come in passato, i fattori antropici hanno una rilevanza infima sul clima: queste sono affermazioni di scienziati che sempre più numerosi contestano i dati, le teorie e le previsioni degli esperti dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Changeil creato nel 1988 dalle Nazioni Unite.
“Signor Presidente, sul clima ha torto”: così iniziava, ad esempio, una lettera aperta indirizzata al presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmata da 114 scienziati, alcuni dei quali premi Nobel, e pubblicata lo scorso aprile a pagamento sul New York Times. “Noi sottoscritti scienziati – si legge nella lettera – confermiamo che l’allarme sui cambiamenti climatici è grossolanamente esagerato. Con tutto il rispetto, Signor Presidente, non è vero; la sua descrizione dei fatti scientifici riguardo ai cambiamenti climatici e il livello di informazione del dibattito scientifico è semplicemente non corretta”.
Eppure nei giorni scorsi, come se niente fosse, a Copenhagen si è detto che l’aumento della temperatura deve essere contenuto con opportuni provvedimenti entro i due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali o sarà la catastrofe, che bisogna perciò ridurre le emissioni di CO2 (rimandando ai prossimi mesi la stesura di un protocollo più dettagliato) e che i paesi più industrializzati e da più tempo sono i principali colpevoli del global warming e quindi devono risarcire quelli poveri, ingiustamente vittime di un problema che non hanno contribuito a creare.
Nella bozza della risoluzione finale si annuncia un primo stanziamento di 10 miliardi all’anno tra il 2010 e il 2012. L’importo salirà a 50 miliardi l’anno dal 2013 al 2015 e a 100 nel quinquennio successivo, con un contributo di 100 miliardi dagli Stati Uniti. Ma si tratta di cifre nettamente inferiori a quelle richieste: l’Africa da sola reclama circa 60 miliardi di dollari all’anno a partire da ora, denunciando danni da riscaldamento globale già ingenti.
Il presupposto dal quale sono partiti i rappresentanti dei 193 stati presenti al summit, quindi, è che il global warming sia senza dubbio un fenomeno reale e causato dall’uomo: checchè ne dicano scienziati e premi Nobel. I leader africani ricavano dal global warming nuovi finanziamenti e un nuovo argomento per dirottare sull’Occidente la collera dei loro connazionali in realtà ridotti in miseria dalla corruzione e dal malgoverno.
Personaggi come il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello boliviano Evo Morales trovano nel global warming un pretesto per una nuova campagna d’avversione all’Occidente. A Copenhagen Chavez ha accusato i paesi industrializzati di distruggere il pianeta: “Viviamo sotto una dittatura imperiale – ha detto – ci sono paesi che si credono superiori a noi del Sud, del Terzo Mondo”. Morales ha esortato a cambiare il sistema capitalista, responsabile del cambiamento climatico, e ha proposto la creazione di un tribunale internazionale di giustizia climatica sotto l’egida dell’ONU. Resta incomprensibile che il presidente americano Barack Obama, il premier britannico Gordon Brown o il presidente francese Nicolas Sarkozy si comportino anche loro come se davvero restassero – per usare le parole del delegato dell’organizzazione ambientalista Greenpeace – “ormai solo poche ore per decidere o per essere ricordati come coloro che consegnarono il mondo al caos”. (l'Occidentale)
Però a Copenhagen, al contrario che a Roma, si discute e si cercano soluzioni a un problema che a quanto pare neanche esiste perché è stato inventato spacciando per previsioni delle proiezioni e delle simulazioni e falsificando e omettendo dati, come risulta dalla corrispondenza via e mail del Centro di ricerca sul clima dell’università britannica dell’East Anglia. Magari la Terra non si sta riscaldando; se e come cambierà il clima nei prossimi anni è imprevedibile, dipende essenzialmente da fattori naturali come l’attività solare; un aumento della temperatura porta benefici oltre che danni e comunque l’umanità ha migliorato costantemente la propria capacità di far fronte ai capricci della natura; oggi, come in passato, i fattori antropici hanno una rilevanza infima sul clima: queste sono affermazioni di scienziati che sempre più numerosi contestano i dati, le teorie e le previsioni degli esperti dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Changeil creato nel 1988 dalle Nazioni Unite.
“Signor Presidente, sul clima ha torto”: così iniziava, ad esempio, una lettera aperta indirizzata al presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmata da 114 scienziati, alcuni dei quali premi Nobel, e pubblicata lo scorso aprile a pagamento sul New York Times. “Noi sottoscritti scienziati – si legge nella lettera – confermiamo che l’allarme sui cambiamenti climatici è grossolanamente esagerato. Con tutto il rispetto, Signor Presidente, non è vero; la sua descrizione dei fatti scientifici riguardo ai cambiamenti climatici e il livello di informazione del dibattito scientifico è semplicemente non corretta”.
Eppure nei giorni scorsi, come se niente fosse, a Copenhagen si è detto che l’aumento della temperatura deve essere contenuto con opportuni provvedimenti entro i due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali o sarà la catastrofe, che bisogna perciò ridurre le emissioni di CO2 (rimandando ai prossimi mesi la stesura di un protocollo più dettagliato) e che i paesi più industrializzati e da più tempo sono i principali colpevoli del global warming e quindi devono risarcire quelli poveri, ingiustamente vittime di un problema che non hanno contribuito a creare.
Nella bozza della risoluzione finale si annuncia un primo stanziamento di 10 miliardi all’anno tra il 2010 e il 2012. L’importo salirà a 50 miliardi l’anno dal 2013 al 2015 e a 100 nel quinquennio successivo, con un contributo di 100 miliardi dagli Stati Uniti. Ma si tratta di cifre nettamente inferiori a quelle richieste: l’Africa da sola reclama circa 60 miliardi di dollari all’anno a partire da ora, denunciando danni da riscaldamento globale già ingenti.
Il presupposto dal quale sono partiti i rappresentanti dei 193 stati presenti al summit, quindi, è che il global warming sia senza dubbio un fenomeno reale e causato dall’uomo: checchè ne dicano scienziati e premi Nobel. I leader africani ricavano dal global warming nuovi finanziamenti e un nuovo argomento per dirottare sull’Occidente la collera dei loro connazionali in realtà ridotti in miseria dalla corruzione e dal malgoverno.
Personaggi come il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello boliviano Evo Morales trovano nel global warming un pretesto per una nuova campagna d’avversione all’Occidente. A Copenhagen Chavez ha accusato i paesi industrializzati di distruggere il pianeta: “Viviamo sotto una dittatura imperiale – ha detto – ci sono paesi che si credono superiori a noi del Sud, del Terzo Mondo”. Morales ha esortato a cambiare il sistema capitalista, responsabile del cambiamento climatico, e ha proposto la creazione di un tribunale internazionale di giustizia climatica sotto l’egida dell’ONU. Resta incomprensibile che il presidente americano Barack Obama, il premier britannico Gordon Brown o il presidente francese Nicolas Sarkozy si comportino anche loro come se davvero restassero – per usare le parole del delegato dell’organizzazione ambientalista Greenpeace – “ormai solo poche ore per decidere o per essere ricordati come coloro che consegnarono il mondo al caos”. (l'Occidentale)
Più Valium per tutti. Peppino Caldarola
La sorpresa dell’anno è stata Gianfranco Fini. L’acidulo segretario di An non solo si è buttato un po’ a sinistra, ma si è messo a fare lo spiritoso. Secondo la mitica Velina Rossa di Pasquale Laurito, esemplare unico di giornalismo corrosivo, il presidente della Camera avrebbe mandato un flacone di Valium come regalo di Natale a Vittorio Feltri. Se Massimo Tartaglia avesse preso esempio da lui non saremmo precipitati in questo casino. Probabilmente il direttore del Giornale non prenderà le gocce di tranquillante. Forse gli sono venuti in mente i versi di una canzone di Vasco Rossi: «10 gocce di valium / per dormire meglio / 10 gocce di valium / per dormire sul serio / 100 gocce di valium / per non sentire più niente / cancellare la mente / e domani mattina / non svegliarsi neanche». È per questo che il direttore del Giornale appare più affezionato a calmanti tradizionali da usare con parsimonia, infatti ha suggerito a Fini «di non esagerare con il lambrusco».
Il gesto del presidente della Camera, tuttavia, rischia di diventare una moda. Mandare psicofarmaci come dono di Natale può risolvere l’annoso problema dei regali.
Dieci gocce a quello, una compressa appena sveglio a quell’altro, uno sciroppo al terzo e ci si toglie dall’imbarazzo di girare per negozi. L’unico problema è trovare un medico e un farmacista compiacenti oppure, in qualche caso, essere costretti ad ordinare direttamente al produttore una confezione magnum.
Ne avrebbe bisogno ad esempio il mio amico Fabrizio Cicchitto. Sono anni che gli rompono i maroni su questa storia dell’affiliazione giovanile alla P2. Lo vedete che sta sempre in guardia perché sa che il cretino di turno gli rimprovererà prima o poi l’iscrizione alla Loggia. Persino Luca Telese, un tempo prima firma del Giornale, oggi fa lo spiritoso sul Fatto con la biografia del capogruppo Pdl. Cicchitto, come faceva da ragazzo quando si buttava all’assalto dei fascisti e si faceva regolarmente menare, non sopporta più di essere definito un uomo di destra. Lui, che non è mai stato craxiano ma che da Craxi è stato tirato fuori dall’ombra, vede complotti ad ogni angolo di strada. Gli fa più paura il comunismo da quando non c’è più che negli anni d’oro del Pci. Mistero glorioso. Anche a lui un sedativo non farebbe male.
Valium o uno sciroppo per la gola, con divieto assoluto di ingurgitare contemporaneamente bevande alcoliche, lo darei anche a Daniele Capezzone. Il portavoce dei falchi del Pdl, volando alto sui cieli freddi della politica, strepita contro il mondo che non ha scoperto, come lui ha fatto tardivamente, le virtù del Cavaliere. Si sa che i convertiti sono visionari, ci mettono in guardia dal Diavolo e ci illustrano i miracoli dei Santi. Capezzone, che è persona intelligente con un buon uso della sintassi, spesso esagera e si lancia in battaglie improbabili, tutte ad uso e consumo delle agenzie di stampa, che non trovano proseliti neppure fra i più accesi fautori del premier. Da quando in tv appare più spesso Giorgio Straquadanio, altro acceso sostenitore del premier, il suo malumore è accresciuto. Serve una dose da cavallo.
Una tisana di finocchio, con poche gocce di valeriana, la darei invece a Marco Travaglio. Il suo cattivo umore e la risatina isterica sono sicuramente frutto di cattiva digestione. Se capite il suo problema proverete molta comprensione per lui. Sono vent'anni che è costretto a fare le fusa per la categoria più noiosa e spocchiosa che esista sulla faccia della terra, i magistrati. Deve per di più mandare a memoria migliaia di pagine al giorno di sentenze sgrammaticate e deve fingere di essere amico di Michele Santoro e di Furio Colombo, le etoile della danza giustizialista. Sono anni che solo lui tira su le copie e l’audience e figura invece sempre come l’invitato di lusso invece che come il benefattore. È chiaro che gli viene il mal di stomaco.
Andrebbe sedato anche Alfonso Signorini, detto da Dagospia “Alfonsina la pazza”. Il direttore di Chi impazza su tutte le reti tv e da quando ha gestito lo scandalo Marrazzo crede di avere in mano non solo il destino di Belen e Fabrizio Corona, un altro da calmare con dosi gigantesche, ma anche quello della repubblica. Il gossip è diventata materia di notismo politico e chi meglio di lui può introdursi nelle camere da letto? Il troppo sesso non fa male alla vista, come ci dicevano da piccoli, tuttavia suscita un’ipertrofia dell’ego, anche senza Viagra, in questo caso del tutto inutile.
Il Pd pugliese, e Massimo D’Alema, una confezione magnum di Valium la manderebbero volentieri a Nichi Vendola. Il governatore pugliese è uno sfascia-famiglie. Come don Rodrigo cerca di impedire il matrimonio fra Renzo-Pd e Lucia-Udc. I suoi “bravi” sono un migliaio di supporter che lo seguono dappertutto e che intasano internet di messaggi che lo santificano. Se fosse più grasso sembrerebbe Chavez. È la prima volta nella storia della sinistra che un leader rischia di mandare all’aria una campagna elettorale e l’intero schieramento amico perché è sicuro di avere gli dei dalla sua parte. Calmarlo sarà un’impresa impossibile.
Regalerei un unguento per il lato B a Piero Sansonetti. Il mio caro amico gira sempre in bicicletta ed è diventato l’ospite prediletto di tante trasmissioni televisive. Lo vedono correre con la sua bicicletta scassata in lungo e in largo fra via Teulada, Saxa Rubra e la sede di Mediaset, con il sole e con la pioggia. Temo che se continua così soffrirà prima o poi di quella fastidiosa foruncolosi che patiscono tutti i campioni delle due ruote.
Una buona confezione di psicofarmaci la darei anche a Giorgio Merlo, deputato Pd, e a Pancho Pardi, senatore Idv. Li sento molto vicini. Sono stato un parlamentare facondo. Non c’era giorno che non avessi un parere da regalare a una agenzia di stampa o a un quotidiano. In verità non ho mai chiamato un collega, mi chiamavano loro. Tuttavia di rado stavo zitto. Merlo e Pardi mi hanno superato. Anche la domenica mattina, alla prim’ora, troverete una loro frase, un insulto, una polemica sulla “qualunque”. Qualche goccia di un farmaco esilarante e passa subito. Una buona risata calma anche il protagonismo eccessivo.
A Di Pietro non darei nulla. È incurabile. In verità gli psichiatri affrontano anche le ossessioni più tenaci, ma credo che questo caso umano sia al di sopra anche della scienza. Si può provare con Milingo. Sennò pazienza, tenetevelo.
A Walter e Massimo manderei una tisana dell’amore. Questi due vecchi ragazzi ci hanno rovinato la vita. Prima d’amore e d’accordo, addirittura si erano fatti fotografare insieme in piazza San Pietro con prole in attesa di un discorso del papa, poi hanno preso a menarsi come due maniscalchi. Chi si è messo in mezzo le ha prese da tutti e due, chi ha provato a tifare ora per l’uno ora per l’altro è stato triturato dai portaborse, chi ha sperato che si togliessero dalle balle li ha visti miracolosamente riuniti il tempo di far fuori l’importuno. Suggerisco l’erba degli Angeli, detta “angelica” ovvero Angelica archangelica ombrellifera che dovrebbe riaccendere il desiderio. Se non si riappacificano adesso che hanno raggiunto la mezza età rischiano di apparire patetici.
Una dose massiccia di sedativi la darei ad Antonio Cassano che più si avvicinano i mondiali, da cui sarà escluso, e più rischia di dare i numeri. È in buona compagnia. Prima di lui hanno patito Rivera, Baggio e Zola. La “lippite” è una brutta malattia da cui possono guarire tutti, tranne la Nazionale e la Juventus. José Mourinho, invece, può ritirare piante officinali gratis direttamente da Harrods a Londra dove potremmo rispedirlo con un biglietto di sola andata e vaffanculo compreso.
Al Cavaliere un lecca-lecca con la statuina del Duomo di pan di zucchero e camomilla. Quest’anno gliene sono capitate talmente tante che pover’uomo ha bisogno di addolcirsi la bocca. Se penso che lunedì mattina scorsa appena sveglio e dolorante si è trovato di fronte Ignazio La Russa non posso non provare un intimo sentimento di compassione.
A Gianni Pennacchi un pensiero affettuoso. In mezzo a tanta gente livorosa a cui consigliamo psicofarmaci e tisane, si sentirà la sua mancanza, siamo stati privati delle sue battute sferzanti e del suo sorriso. Lui forse il Valium l’avrebbe mandato a tutti noi. (il Riformista)
Il gesto del presidente della Camera, tuttavia, rischia di diventare una moda. Mandare psicofarmaci come dono di Natale può risolvere l’annoso problema dei regali.
Dieci gocce a quello, una compressa appena sveglio a quell’altro, uno sciroppo al terzo e ci si toglie dall’imbarazzo di girare per negozi. L’unico problema è trovare un medico e un farmacista compiacenti oppure, in qualche caso, essere costretti ad ordinare direttamente al produttore una confezione magnum.
Ne avrebbe bisogno ad esempio il mio amico Fabrizio Cicchitto. Sono anni che gli rompono i maroni su questa storia dell’affiliazione giovanile alla P2. Lo vedete che sta sempre in guardia perché sa che il cretino di turno gli rimprovererà prima o poi l’iscrizione alla Loggia. Persino Luca Telese, un tempo prima firma del Giornale, oggi fa lo spiritoso sul Fatto con la biografia del capogruppo Pdl. Cicchitto, come faceva da ragazzo quando si buttava all’assalto dei fascisti e si faceva regolarmente menare, non sopporta più di essere definito un uomo di destra. Lui, che non è mai stato craxiano ma che da Craxi è stato tirato fuori dall’ombra, vede complotti ad ogni angolo di strada. Gli fa più paura il comunismo da quando non c’è più che negli anni d’oro del Pci. Mistero glorioso. Anche a lui un sedativo non farebbe male.
Valium o uno sciroppo per la gola, con divieto assoluto di ingurgitare contemporaneamente bevande alcoliche, lo darei anche a Daniele Capezzone. Il portavoce dei falchi del Pdl, volando alto sui cieli freddi della politica, strepita contro il mondo che non ha scoperto, come lui ha fatto tardivamente, le virtù del Cavaliere. Si sa che i convertiti sono visionari, ci mettono in guardia dal Diavolo e ci illustrano i miracoli dei Santi. Capezzone, che è persona intelligente con un buon uso della sintassi, spesso esagera e si lancia in battaglie improbabili, tutte ad uso e consumo delle agenzie di stampa, che non trovano proseliti neppure fra i più accesi fautori del premier. Da quando in tv appare più spesso Giorgio Straquadanio, altro acceso sostenitore del premier, il suo malumore è accresciuto. Serve una dose da cavallo.
Una tisana di finocchio, con poche gocce di valeriana, la darei invece a Marco Travaglio. Il suo cattivo umore e la risatina isterica sono sicuramente frutto di cattiva digestione. Se capite il suo problema proverete molta comprensione per lui. Sono vent'anni che è costretto a fare le fusa per la categoria più noiosa e spocchiosa che esista sulla faccia della terra, i magistrati. Deve per di più mandare a memoria migliaia di pagine al giorno di sentenze sgrammaticate e deve fingere di essere amico di Michele Santoro e di Furio Colombo, le etoile della danza giustizialista. Sono anni che solo lui tira su le copie e l’audience e figura invece sempre come l’invitato di lusso invece che come il benefattore. È chiaro che gli viene il mal di stomaco.
Andrebbe sedato anche Alfonso Signorini, detto da Dagospia “Alfonsina la pazza”. Il direttore di Chi impazza su tutte le reti tv e da quando ha gestito lo scandalo Marrazzo crede di avere in mano non solo il destino di Belen e Fabrizio Corona, un altro da calmare con dosi gigantesche, ma anche quello della repubblica. Il gossip è diventata materia di notismo politico e chi meglio di lui può introdursi nelle camere da letto? Il troppo sesso non fa male alla vista, come ci dicevano da piccoli, tuttavia suscita un’ipertrofia dell’ego, anche senza Viagra, in questo caso del tutto inutile.
Il Pd pugliese, e Massimo D’Alema, una confezione magnum di Valium la manderebbero volentieri a Nichi Vendola. Il governatore pugliese è uno sfascia-famiglie. Come don Rodrigo cerca di impedire il matrimonio fra Renzo-Pd e Lucia-Udc. I suoi “bravi” sono un migliaio di supporter che lo seguono dappertutto e che intasano internet di messaggi che lo santificano. Se fosse più grasso sembrerebbe Chavez. È la prima volta nella storia della sinistra che un leader rischia di mandare all’aria una campagna elettorale e l’intero schieramento amico perché è sicuro di avere gli dei dalla sua parte. Calmarlo sarà un’impresa impossibile.
Regalerei un unguento per il lato B a Piero Sansonetti. Il mio caro amico gira sempre in bicicletta ed è diventato l’ospite prediletto di tante trasmissioni televisive. Lo vedono correre con la sua bicicletta scassata in lungo e in largo fra via Teulada, Saxa Rubra e la sede di Mediaset, con il sole e con la pioggia. Temo che se continua così soffrirà prima o poi di quella fastidiosa foruncolosi che patiscono tutti i campioni delle due ruote.
Una buona confezione di psicofarmaci la darei anche a Giorgio Merlo, deputato Pd, e a Pancho Pardi, senatore Idv. Li sento molto vicini. Sono stato un parlamentare facondo. Non c’era giorno che non avessi un parere da regalare a una agenzia di stampa o a un quotidiano. In verità non ho mai chiamato un collega, mi chiamavano loro. Tuttavia di rado stavo zitto. Merlo e Pardi mi hanno superato. Anche la domenica mattina, alla prim’ora, troverete una loro frase, un insulto, una polemica sulla “qualunque”. Qualche goccia di un farmaco esilarante e passa subito. Una buona risata calma anche il protagonismo eccessivo.
A Di Pietro non darei nulla. È incurabile. In verità gli psichiatri affrontano anche le ossessioni più tenaci, ma credo che questo caso umano sia al di sopra anche della scienza. Si può provare con Milingo. Sennò pazienza, tenetevelo.
A Walter e Massimo manderei una tisana dell’amore. Questi due vecchi ragazzi ci hanno rovinato la vita. Prima d’amore e d’accordo, addirittura si erano fatti fotografare insieme in piazza San Pietro con prole in attesa di un discorso del papa, poi hanno preso a menarsi come due maniscalchi. Chi si è messo in mezzo le ha prese da tutti e due, chi ha provato a tifare ora per l’uno ora per l’altro è stato triturato dai portaborse, chi ha sperato che si togliessero dalle balle li ha visti miracolosamente riuniti il tempo di far fuori l’importuno. Suggerisco l’erba degli Angeli, detta “angelica” ovvero Angelica archangelica ombrellifera che dovrebbe riaccendere il desiderio. Se non si riappacificano adesso che hanno raggiunto la mezza età rischiano di apparire patetici.
Una dose massiccia di sedativi la darei ad Antonio Cassano che più si avvicinano i mondiali, da cui sarà escluso, e più rischia di dare i numeri. È in buona compagnia. Prima di lui hanno patito Rivera, Baggio e Zola. La “lippite” è una brutta malattia da cui possono guarire tutti, tranne la Nazionale e la Juventus. José Mourinho, invece, può ritirare piante officinali gratis direttamente da Harrods a Londra dove potremmo rispedirlo con un biglietto di sola andata e vaffanculo compreso.
Al Cavaliere un lecca-lecca con la statuina del Duomo di pan di zucchero e camomilla. Quest’anno gliene sono capitate talmente tante che pover’uomo ha bisogno di addolcirsi la bocca. Se penso che lunedì mattina scorsa appena sveglio e dolorante si è trovato di fronte Ignazio La Russa non posso non provare un intimo sentimento di compassione.
A Gianni Pennacchi un pensiero affettuoso. In mezzo a tanta gente livorosa a cui consigliamo psicofarmaci e tisane, si sentirà la sua mancanza, siamo stati privati delle sue battute sferzanti e del suo sorriso. Lui forse il Valium l’avrebbe mandato a tutti noi. (il Riformista)
venerdì 18 dicembre 2009
Il Cavaliere nemico perfetto. Luca Ricolfi
Sono passati quasi vent’anni dalla fine della prima Repubblica, ne sono passati più di quindici dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. La legislatura finirà nel 2013, giusto nel ventennale della discesa in campo.
Come racconteranno questo lungo periodo gli storici di domani?
Fino a qualche tempo fa pensavo che questi anni sarebbero stati ricordati come l’era del berlusconismo. Un periodo in cui il costume ha subito mutazioni profonde, la politica si è personalizzata, i media sono stati militarizzati, la Tv è diventata sempre più volgare, il privato ha invaso la sfera pubblica, i rapporti fra le istituzioni si sono ingarbugliati. Un periodo in cui la figura del leader politico è cambiata profondamente: non più espressione di un partito e di un’ideologia, ma personaggio carismatico che trae il suo consenso dal rapporto con la «gente».
Ma molti dei caratteri che si è soliti associare al berlusconismo si sono manifestati ben prima del suo avvento e non solo in Italia. La deriva delle Tv (il Grande Fratello è un format internazionale), la messa in scena del privato (Bill Clinton e Monica Lewinsky), il declino dei partiti tradizionali, la personalizzazione della politica, il modo di porsi dei leader, la ricerca del contatto con la gente, l’insofferenza per i protocolli, l’informalità, gli atteggiamenti irrituali: tutte cose che esistono da tempo anche all’estero, e che in Italia sono cominciate con i presidenti della Repubblica Pertini e Cossiga (non per nulla chiamato il «picconatore»), e sono culminate nel pontificato di papa Wojtyla.
Ecco perché, oggi, penso invece che lo specifico del ventennio 1992-2013 gli storici del futuro lo troveranno semmai nell'antiberlusconismo, inteso come imperativo etico e come stato d’animo collettivo. E’ questo, almeno sulla scena politico-culturale, il tratto dominante dell’epoca che ora va tramontando in Italia. E lo è per le ragioni che in questi giorni cominciamo lentamente a mettere a fuoco: quale che sia la responsabilità degli attori in campo, non esiste, nella storia repubblicana, alcun leader presente o passato che abbia attirato sulla propria persona tanto astio, disprezzo e odio. Né Togliatti né Moro, né Andreotti né Cossiga, né Craxi né Prodi sono mai stati investiti da un simile sentimento di ostilità. Un sentimento certo coltivato soltanto da una minoranza (a mio parere valutabile fra l'1% e il 5% del corpo elettorale), ma pur sempre una minoranza cospicua. L'ostilità reciproca fra i due schieramenti corre sia lungo la direttrice che va da destra a sinistra, sia nella direttrice opposta. Da questo punto di vista anti-comunismo e anti-berlusconismo sono speculari e gemelli. Ma solo in quest’ultimo caso, quello del sentimento antiberlusconiano, la corrente dell’ostilità si coagula contro un solo individuo, percepito come la personificazione e la sintesi di ogni male. Non era mai successo in passato, non succede in nessun altro Paese democratico.
Perché l’odio va a bersaglio solo a destra?
Ci sono ragioni ovvie. La prima è che Berlusconi non è solo un leader politico, ma è innanzitutto il padrone di un impero economico-mediatico. La seconda è che Berlusconi è sospettato di gravi reati e si sottrae ai processi. Ma esiste anche un’altra ragione, su cui è venuto il tempo di farsi domande vere, non retoriche. Dietro l’odio per Berlusconi, che quotidianamente si manifesta su Internet ed episodicamente si incarna nel gesto di qualche sconosciuto (ieri il lancio del treppiede, oggi quello della statuetta del Duomo di Milano), c'è un’analisi precisa della società italiana. Io ho cominciato ad ascoltarla con le mie orecchie nel lontano 1994, quando il mio preside, un illustre storico della Resistenza, cominciò ad arringare il Consiglio di Facoltà perché in Italia stava rinascendo il fascismo: la colpa di Berlusconi, allora, era quella di aver sdoganato Fini, quello stesso Fini che oggi con autoironia la sinistra chiama «compagno Fini». Poi vennero gli allarmi sul razzismo, perché Berlusconi era tornato con la Lega, quella stessa Lega che poco prima, dopo la rottura fra Bossi e Berlusconi, D'Alema aveva definito «una costola della sinistra». Poi, prima delle elezioni del 2001, vennero l’appello di Bobbio per salvare la democrazia e l’appello-profezia di Umberto Eco: secondo lui, se il centro-destra avesse vinto (come in effetti avvenne), Berlusconi sarebbe divenuto proprietario di tutti i principali quotidiani e periodici, Corriere della Sera, La Stampa, Repubblica, Unità, Espresso. Ora si parla di regime, dittatura dolce, grave pericolo per le istituzioni democratiche. Ma anche di indulgenza verso gli evasori, rapporti con la mafia, responsabilità nelle stragi del 1992-1993. Persino gli effetti della crisi, i licenziamenti, le difficoltà economiche, l’inquinamento atmosferico sono messi in conto a Berlusconi: il governo «sta rovinando l’Italia», e sarebbe questo che spiegherebbe il clima di ostilità nei suoi confronti. E il bello è che questa incessante attività di costruzione di una certa rappresentazione della società italiana non è condotta da un’équipe di studiosi, fatta di storici, sociologi, economisti, scienziati politici, statistici, criminologi, bensì da una compagnia di giro formata in massima parte da giornalisti, conduttori televisivi, politici, cantanti, attori, registi, comici, vignettisti, scrittori, letterati, filosofi.
Ebbene, di fronte a questa opera dell’ingegno collettiva è difficile sfuggire al dilemma. O l’analisi è sostanzialmente esatta, e allora è venuto il momento di imbracciare le armi e iniziare la resistenza. Come ha ricordato Antonio Polito ieri sul Riformista, «persino la dottrina liberale prevede il tirannicidio»: se credessimo anche solo alla metà di quello che più o meno obliquamente ci suggeriscono i detrattori di Berlusconi, sarebbe naturale emigrare o darsi alla macchia. Sottoscrivere quell’analisi e invocare il confronto civile è semplicemente illogico, e infatti il confronto civile non decolla mai.
Oppure quell'analisi è gravemente distorta, e allora è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad «abbassare i toni», a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità. (la Stampa)
Come racconteranno questo lungo periodo gli storici di domani?
Fino a qualche tempo fa pensavo che questi anni sarebbero stati ricordati come l’era del berlusconismo. Un periodo in cui il costume ha subito mutazioni profonde, la politica si è personalizzata, i media sono stati militarizzati, la Tv è diventata sempre più volgare, il privato ha invaso la sfera pubblica, i rapporti fra le istituzioni si sono ingarbugliati. Un periodo in cui la figura del leader politico è cambiata profondamente: non più espressione di un partito e di un’ideologia, ma personaggio carismatico che trae il suo consenso dal rapporto con la «gente».
Ma molti dei caratteri che si è soliti associare al berlusconismo si sono manifestati ben prima del suo avvento e non solo in Italia. La deriva delle Tv (il Grande Fratello è un format internazionale), la messa in scena del privato (Bill Clinton e Monica Lewinsky), il declino dei partiti tradizionali, la personalizzazione della politica, il modo di porsi dei leader, la ricerca del contatto con la gente, l’insofferenza per i protocolli, l’informalità, gli atteggiamenti irrituali: tutte cose che esistono da tempo anche all’estero, e che in Italia sono cominciate con i presidenti della Repubblica Pertini e Cossiga (non per nulla chiamato il «picconatore»), e sono culminate nel pontificato di papa Wojtyla.
Ecco perché, oggi, penso invece che lo specifico del ventennio 1992-2013 gli storici del futuro lo troveranno semmai nell'antiberlusconismo, inteso come imperativo etico e come stato d’animo collettivo. E’ questo, almeno sulla scena politico-culturale, il tratto dominante dell’epoca che ora va tramontando in Italia. E lo è per le ragioni che in questi giorni cominciamo lentamente a mettere a fuoco: quale che sia la responsabilità degli attori in campo, non esiste, nella storia repubblicana, alcun leader presente o passato che abbia attirato sulla propria persona tanto astio, disprezzo e odio. Né Togliatti né Moro, né Andreotti né Cossiga, né Craxi né Prodi sono mai stati investiti da un simile sentimento di ostilità. Un sentimento certo coltivato soltanto da una minoranza (a mio parere valutabile fra l'1% e il 5% del corpo elettorale), ma pur sempre una minoranza cospicua. L'ostilità reciproca fra i due schieramenti corre sia lungo la direttrice che va da destra a sinistra, sia nella direttrice opposta. Da questo punto di vista anti-comunismo e anti-berlusconismo sono speculari e gemelli. Ma solo in quest’ultimo caso, quello del sentimento antiberlusconiano, la corrente dell’ostilità si coagula contro un solo individuo, percepito come la personificazione e la sintesi di ogni male. Non era mai successo in passato, non succede in nessun altro Paese democratico.
Perché l’odio va a bersaglio solo a destra?
Ci sono ragioni ovvie. La prima è che Berlusconi non è solo un leader politico, ma è innanzitutto il padrone di un impero economico-mediatico. La seconda è che Berlusconi è sospettato di gravi reati e si sottrae ai processi. Ma esiste anche un’altra ragione, su cui è venuto il tempo di farsi domande vere, non retoriche. Dietro l’odio per Berlusconi, che quotidianamente si manifesta su Internet ed episodicamente si incarna nel gesto di qualche sconosciuto (ieri il lancio del treppiede, oggi quello della statuetta del Duomo di Milano), c'è un’analisi precisa della società italiana. Io ho cominciato ad ascoltarla con le mie orecchie nel lontano 1994, quando il mio preside, un illustre storico della Resistenza, cominciò ad arringare il Consiglio di Facoltà perché in Italia stava rinascendo il fascismo: la colpa di Berlusconi, allora, era quella di aver sdoganato Fini, quello stesso Fini che oggi con autoironia la sinistra chiama «compagno Fini». Poi vennero gli allarmi sul razzismo, perché Berlusconi era tornato con la Lega, quella stessa Lega che poco prima, dopo la rottura fra Bossi e Berlusconi, D'Alema aveva definito «una costola della sinistra». Poi, prima delle elezioni del 2001, vennero l’appello di Bobbio per salvare la democrazia e l’appello-profezia di Umberto Eco: secondo lui, se il centro-destra avesse vinto (come in effetti avvenne), Berlusconi sarebbe divenuto proprietario di tutti i principali quotidiani e periodici, Corriere della Sera, La Stampa, Repubblica, Unità, Espresso. Ora si parla di regime, dittatura dolce, grave pericolo per le istituzioni democratiche. Ma anche di indulgenza verso gli evasori, rapporti con la mafia, responsabilità nelle stragi del 1992-1993. Persino gli effetti della crisi, i licenziamenti, le difficoltà economiche, l’inquinamento atmosferico sono messi in conto a Berlusconi: il governo «sta rovinando l’Italia», e sarebbe questo che spiegherebbe il clima di ostilità nei suoi confronti. E il bello è che questa incessante attività di costruzione di una certa rappresentazione della società italiana non è condotta da un’équipe di studiosi, fatta di storici, sociologi, economisti, scienziati politici, statistici, criminologi, bensì da una compagnia di giro formata in massima parte da giornalisti, conduttori televisivi, politici, cantanti, attori, registi, comici, vignettisti, scrittori, letterati, filosofi.
Ebbene, di fronte a questa opera dell’ingegno collettiva è difficile sfuggire al dilemma. O l’analisi è sostanzialmente esatta, e allora è venuto il momento di imbracciare le armi e iniziare la resistenza. Come ha ricordato Antonio Polito ieri sul Riformista, «persino la dottrina liberale prevede il tirannicidio»: se credessimo anche solo alla metà di quello che più o meno obliquamente ci suggeriscono i detrattori di Berlusconi, sarebbe naturale emigrare o darsi alla macchia. Sottoscrivere quell’analisi e invocare il confronto civile è semplicemente illogico, e infatti il confronto civile non decolla mai.
Oppure quell'analisi è gravemente distorta, e allora è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad «abbassare i toni», a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità. (la Stampa)
mercoledì 16 dicembre 2009
Se la politica passa dalle teste fini alle teste Fini. Lodovico Festa
“Sento dire che il Pd avrebbe addirittura complottato con le Procure e Spatuzza, ma che scherziamo?”. Dice Marco Travaglio sulla Stampa (16 dicembre). Figurarsi se le Procure per complottare hanno bisogno del Pd: quando serve gli danno un ordine di servizio.
“Si scambia la vittima con l’aggressore”. Dice Antonio Di Pietro all’Unità (16 dicembre). E’ stato Berlusconi a scagliare una statuetta contro Tartaglia?
“Chi legge il Fatto ha due ‘strade’: o è stupido o è terrorista”. Dice un titolo del Fatto (16 dicembre). Ma perché mai i terroristi devono essere tutti intelligenti?
“Questi non hanno la testa per fare politica”. Dice Gianfranco Fini al Riformista (16 dicembre). Povera politica dalle teste fini alle teste Fini. (l'Occidentale)
“Si scambia la vittima con l’aggressore”. Dice Antonio Di Pietro all’Unità (16 dicembre). E’ stato Berlusconi a scagliare una statuetta contro Tartaglia?
“Chi legge il Fatto ha due ‘strade’: o è stupido o è terrorista”. Dice un titolo del Fatto (16 dicembre). Ma perché mai i terroristi devono essere tutti intelligenti?
“Questi non hanno la testa per fare politica”. Dice Gianfranco Fini al Riformista (16 dicembre). Povera politica dalle teste fini alle teste Fini. (l'Occidentale)
Malagiustizia assassina. Davide Giacalone
Che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanni l’Italia non fa notizia, avviene spesso. Ma la condanna per la scarcerazione di Angelo Izzo, il massacratore del Circeo, costata la vita a due donne, è di quelle che strappano un grido di rabbia e vergogna. Se il dibattito sulla giustizia, sulla necessità di riforme profonde, volesse avere un andamento serio, se volesse occuparsi di quel che riguarda tutti, senza sconti per nessuno, dovrebbe ripartire proprio da qui, da questa condanna. Che ora, a noi cittadini, costa anche 45 mila euro di danni morali, che paghiamo, prelevandoli dalle casse statali, alla famiglia delle vittime. Troppi, se si calcola che la responsablità non è delle leggi, ma di chi le ha male amministrate. Troppo pochi, se si riferiscono a due vite, violentemente recise.
Siamo stati condannati, noi italiani, noi Italia, per avere violato il “diritto alla vita”, sancito dall’articolo due della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Come abbiamo fatto? Leggete appresso, ed indignatevi, per favore. Abbiamo violato il diritto alla vita di quelle due donne perché avevamo in custodia, presso le patrie galere, un condannato all’ergastolo, già dimostratosi uomo violento. Un torturatore. Le nostre leggi stabiliscono che anche il peggiore dei delinquenti può redimersi. E’ giusto. Lo riconosce anche la Corte, che non contesta affatto quella legge, non contesta l’ipotesi che un detenuto possa avere la semilibertà, anche se condannato per omicidio. Contesta il modo in cui è avvenuto: è stata non applicata, ma violata la legge.
Il detenuto Izzo godeva della semilibertà, anche se ne aveva già tradito le regole e, pertanto, doveva essergli revocata. Ma i giudici di Palermo lo misero in libertà nonostante le violazioni. Ed i giudici di Campobasso non informarono il tribunale di sorveglianza di ulteriori, gravi infrazioni. Quindi, un po’ perché i giudici agirono con leggerezza, un po’ perché omisero di fare il loro dovere, trasmettendo a chi di dovere informazioni vitali (in senso letterale), è andata a finire che il detenuto Izzo era in libertà pur non avendone diritto. In questo modo lo Stato ha violato l’articolo due, che non solo prevede l’obbligo di non procurare la morte, ma anche quello di prendere le misure necessarie per preservare la vita.
La malagiustizia è costata la vita a due donne, e, ora, costa la condanna a noi tutti. Poniamoci ancora una domanda, per darci una risposta raccapricciante: perché i familiari sono ricorsi a Strasburgo? Risposta: perché, come ha ricordato la Corte di Strasburgo, nei confronti dei magistrati di Palermo fu avviata un’azione disciplinare, ma non ci fu nessuna sanzione, neanche amministrativa, e nei confronti di quelli di Campobasso fu la famiglia delle vittime ad avviare un’azione penale, ma fu archiviata.
Chi uccise è tornato ad uccidere, ma secondo la nostra giustizia nessuno ne è responsabile. Fra irresponsabilità e caos burocratico, fra approssimazione e arroganza autoprotettiva, la giustizia muore. Ma di queste cose non si parla, quando si discute di riforme, forse perché riguardano tutti e non solo qualcuno. Di questo non si tiene conto, quando ci si lamenta per l’immagine dell’Italia nel mondo, forse perché si presta poco alle inutili polemiche.
Da qui, allora, si dovrebbe ripartire, azzerando speculazioni e corporativismi, cercando di restituire un senso alla giustizia.
Siamo stati condannati, noi italiani, noi Italia, per avere violato il “diritto alla vita”, sancito dall’articolo due della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Come abbiamo fatto? Leggete appresso, ed indignatevi, per favore. Abbiamo violato il diritto alla vita di quelle due donne perché avevamo in custodia, presso le patrie galere, un condannato all’ergastolo, già dimostratosi uomo violento. Un torturatore. Le nostre leggi stabiliscono che anche il peggiore dei delinquenti può redimersi. E’ giusto. Lo riconosce anche la Corte, che non contesta affatto quella legge, non contesta l’ipotesi che un detenuto possa avere la semilibertà, anche se condannato per omicidio. Contesta il modo in cui è avvenuto: è stata non applicata, ma violata la legge.
Il detenuto Izzo godeva della semilibertà, anche se ne aveva già tradito le regole e, pertanto, doveva essergli revocata. Ma i giudici di Palermo lo misero in libertà nonostante le violazioni. Ed i giudici di Campobasso non informarono il tribunale di sorveglianza di ulteriori, gravi infrazioni. Quindi, un po’ perché i giudici agirono con leggerezza, un po’ perché omisero di fare il loro dovere, trasmettendo a chi di dovere informazioni vitali (in senso letterale), è andata a finire che il detenuto Izzo era in libertà pur non avendone diritto. In questo modo lo Stato ha violato l’articolo due, che non solo prevede l’obbligo di non procurare la morte, ma anche quello di prendere le misure necessarie per preservare la vita.
La malagiustizia è costata la vita a due donne, e, ora, costa la condanna a noi tutti. Poniamoci ancora una domanda, per darci una risposta raccapricciante: perché i familiari sono ricorsi a Strasburgo? Risposta: perché, come ha ricordato la Corte di Strasburgo, nei confronti dei magistrati di Palermo fu avviata un’azione disciplinare, ma non ci fu nessuna sanzione, neanche amministrativa, e nei confronti di quelli di Campobasso fu la famiglia delle vittime ad avviare un’azione penale, ma fu archiviata.
Chi uccise è tornato ad uccidere, ma secondo la nostra giustizia nessuno ne è responsabile. Fra irresponsabilità e caos burocratico, fra approssimazione e arroganza autoprotettiva, la giustizia muore. Ma di queste cose non si parla, quando si discute di riforme, forse perché riguardano tutti e non solo qualcuno. Di questo non si tiene conto, quando ci si lamenta per l’immagine dell’Italia nel mondo, forse perché si presta poco alle inutili polemiche.
Da qui, allora, si dovrebbe ripartire, azzerando speculazioni e corporativismi, cercando di restituire un senso alla giustizia.
martedì 15 dicembre 2009
Scalfari era un mito per me...
La domenica assaporare l'editoriale di Barbapapà era come assistere ad una bella predica per i credenti.
La Repubblica era il mio giornale ed era, per me, obiettiva ed imparziale perché ero di centrosinistra e ritenevo che la normalità fosse essere di sinistra o di centrosinistra: gli altri non capivano o non volevano adattarsi all'ideologia dominante.
Poi, una domenica, leggendo il solito editoriale mi scatta qualcosa dentro.
Scalfari attaccava, come sempre del resto, Berlusconi con un'invettiva becera e gratuita denigrandolo sul piano fisico e personale: quelle frasi mi fecero indignare.
Che importanza può avere l'altezza, cosa c'entra la capigliatura e quanto incide la taglia per un candidato al Parlamento?
Evidentemente per me i tempi erano maturi e quell'editoriale fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L'attacco personale non paga, signori miei!
L'aggressione di domenica scorsa al premier avrà fatto stappare bottiglie di spumante a molti, ma quanti di più, prima tiepidi o indifferenti, sono passati dalla parte della vittima?
E' ora di smascherare i cattivi maestri che per tornaconto personale, per invidia, per ignoranza o ingenuità aizzano la folle.
La cocente delusione che ho provato nel comprendere l'opportunismo di Scalfari, mi induce a pensare che, quando altri apriranno finalmente gli occhi, la reazione sarà esiziale.
Azzardo una previsione che spero non si avveri: se un giorno verrà attaccato violentemente qualche cattivo maestro, non sarà uno dei nostri a colpire, ma uno di loro che avrà cominciato a ragionare con la propria testa.
La Repubblica era il mio giornale ed era, per me, obiettiva ed imparziale perché ero di centrosinistra e ritenevo che la normalità fosse essere di sinistra o di centrosinistra: gli altri non capivano o non volevano adattarsi all'ideologia dominante.
Poi, una domenica, leggendo il solito editoriale mi scatta qualcosa dentro.
Scalfari attaccava, come sempre del resto, Berlusconi con un'invettiva becera e gratuita denigrandolo sul piano fisico e personale: quelle frasi mi fecero indignare.
Che importanza può avere l'altezza, cosa c'entra la capigliatura e quanto incide la taglia per un candidato al Parlamento?
Evidentemente per me i tempi erano maturi e quell'editoriale fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L'attacco personale non paga, signori miei!
L'aggressione di domenica scorsa al premier avrà fatto stappare bottiglie di spumante a molti, ma quanti di più, prima tiepidi o indifferenti, sono passati dalla parte della vittima?
E' ora di smascherare i cattivi maestri che per tornaconto personale, per invidia, per ignoranza o ingenuità aizzano la folle.
La cocente delusione che ho provato nel comprendere l'opportunismo di Scalfari, mi induce a pensare che, quando altri apriranno finalmente gli occhi, la reazione sarà esiziale.
Azzardo una previsione che spero non si avveri: se un giorno verrà attaccato violentemente qualche cattivo maestro, non sarà uno dei nostri a colpire, ma uno di loro che avrà cominciato a ragionare con la propria testa.
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