mercoledì 26 novembre 2014

La sinistra politica? Segui i soldi e vedrai! Giorgio Alfieri


Fondazione comunista Longo, fondazione comunista Berlinguer, fondazione comunista Natta, fondazione comunista Chiaromomte, fondazione comunista Quercioli, fondazione comunista Vittorio Foa, fondazione comunista il Tricolore, fondazione comunista Bella ciao, fondazione comunista La Quercia, fondazione comunista Rinascita, fondazione Duemila, sono solo alcuni tra i numerosi enti cosiddetti no profit o morali formalmente senza scopo di lucro ma lucrosissimi proliferati grazie alla leggina Prodi del 2006 e dentro cui, affidati a fedelissimi comunisti, c’è il patrimonio immenso della sinistra politica italiana, cioè soldi, immobili, terreni, fondi, società, opere d’arte eccetera per una somma complessiva di ben mezzo miliardo di euro.

Il vecchio criterio stantio di dove stanno i soldi ha sempre una sua indubbia efficacia. Segui i soldi (e saprai decifrare la situazione). Le domande da porsi, sempre, e chi paga? Chi tiene i cordoni della borsa? Lì c’è il potere e chi lo comanda e gestisce. Qui si tratta di beni che dal partito comunista italiano sono transitati ai Ds e al partito democratico attuale. Sono un’enormità. Li “amministra”, nel senso che è detto loro da qualcuno di tirarli fuori alla bisogna il compagno Ugo Sposetti, l’attuale moglie di Massimo D’Alema Linda Giuva e Massimo D’Alema stesso che produce infatti un ottimo vino da ultimo dopo avere veleggiato per i mari pugliesi e non.

Trasparenza? Zero. Arbitrio e discrezionalità? Totale. La gran parte di queste fondazioni fanno capo ad un’associazione nazionale intitolata a Enrico Berlinguer e presieduta da Sposetti stesso, si tratta di una specie di holding che coordina ma a cui non risale nessun obbligo di rendicontazione o tenuta di bilancio alcuno, niente, non si sa niente circa la consistenza patrimoniale complessiva. Ogni ente fa quello che gli pare, cioè fa quello che vuole chi lo gestisce, sempre di sinistra però. Non c’è sito internet o bilancio pubblicato, nessun censimento, elenco o lista degli edifici o dei loro indirizzi, o dei canoni di affitto, niente, non si sa niente.

Le regioni che dovrebbero vigilare su tali enti “non profit” non pubblicano alcun bilancio delle fondazioni. Non si sa alcunchè delle loro attività non profittevoli formalmente ma nella sostanza profittevoli per molti altri versi (politici), nessun cenno o traccia sulle iniziative con cui esse “valorizzano il patrimonio culturale” del partito comunista italiano, poi pds poi ds, oggi partito democratico. C’è solo un’iniziativa, quella della “note rossa” durante cui è stato proiettato il filmetto di Walter Veltroni dal titolo Quando c’era Berlinguer e qualche serata di presentazione delle fondamentali produzioni letterarie di Massimo D’Alema, tra una regata e l’altra e prima degli ottimi vini, ca va sans dire. Il vero business di queste fondazioni è la gestione degli immobili atta a tenere alto il tesorone della sinistra politica italiana.

Fanno capo al tesorone sinistrorso edifici all over Italy, cioè in ogni dove in Italia, masserie e case in campagna, le famose case del popolo (requisite al popolo di sinistra che, come si è visto da ultimo, alle elezioni regionali in Emilia romagna, non va più a votare), centinaia di opere d’arte, quadri di artisti targati sinistra quali Guttuso poi divenuto parlamentare pci e noto perchè scopò con la modella alla fame Marta elevatasi poi a contessa della sinistra nobiliare Marzotto, Mario Schifano, Renato Birolli, Ernesto Treccani, Piero Dorazio, Giò Pomodoro eccetera. Negli anni 90 il patrimonio artistico valeva cinque milioni di attuali euro, oggi raddoppiato. L’attore Gianmaria Volontè comprò uno Schifano e lo regalò alla sezione dell’allora partito comunista italiano di Roma, a Trastevere.

Il patrimonio rosso si è arricchito di tessere dei poveri lavoratori asserviti e oggi a ragione arrabbiati furiosi, si è arricchito ancor più con le feste dell’Unità che sono lo strazio sonoro di ogni abitante di città, i lasciti e i sacrifici della gente onesta che oggi viene presa doppiamente in giro da Renzi tanto quanto da Landini, Prodi, D’Alema e compagni tutti (ma cosa piange la Turco? E’ lei che fa piangere da cinquant’anni a questa parte). Gli immobili oggi pd risalgono in parte ad impossessamenti operati durante la resistenza, altri acquistati con l’oro di Mosca, con i finanziamenti dall’Unione sovietica e con le tangenti sugli scambi commerciali con i Paesi dell’est durante la guerra fredda.

Il partito comunista italiano, con tale ingente patrimonio, si è così strutturato ben bene pagandosi e pagando il partito e i compagni; nel 2007 Piero Fassino, Massimo D’Alema e Ugo Sposetti si rifiutarono di “passarlo” all’attuale partito democratico, ma bisogna anche dire che nel frattempo, ben depredato, il patrimonio è diminuito (i debiti del pci poi ds ammontavano a 200 milioni di euro), si è quindi in parte venduto per fare cassa, si pensi ai casi di botteghe oscure (appunto, oscure) o del palazzo delle frattocchie. In realtà le fondazioni sono state istituite e fondate appunto, per fare margine alla crescente progressiva dilapidazione del patrimonio medesimo, per diffidenza verso la Margherita di Francesco Rutelli e dell’ amico sconfessato Luigi Lusi, e per “proteggerlo” dalle banche della sinistra stessa, Unicredit ed Efibanca in testa, che hanno cominciato, nonostante fossero “amiche” (ma le amicizie saltano con i soldi di mezzo), a contestare le donazioni degli immobili dai ds alle fondazioni, volendone un pezzo, o più pezzi per sé.

La fondazione Duemila (20 milioni di euro di disponibilità) è stata istituita nel 2006 prima della fusione ds/Margherita, a giro il parlamento a maggioranza ds/Rifondazione ha consentito ai partiti di costituire fondazioni politico-culturali (sic) per gestire anche patrimoni immobiliari che godono di un vantaggio fiscale perché in caso di vendita non pagano la tassa di registro. Capito? Gli italiani vengono mazzolati a forza di tasse anche astruse come quella della Rai ma la sinistra politica non è gravata da tassa alcuna! Costruendo quel sistema, le fondazioni inoltre non hanno scopo di lucro ma le immobiliari da loro controllate sì, eccome se ce l’hanno! E in tutt’Italia le fondazioni politiche di sinistra agiscono così.

I responsabili ovviamente designati senza alcuna selezione popolare ma unicamente a piacimento sono compagni/amici blindati nominati a vita (un affarone!) e qindi il partito del tutto in comune, della collettivizzazione, al dunque, cioè sui soldi, sulle cose serie, non è collettivo e comunista per niente, ma, alla maniera di Giorgio Napolitano, decidono in pochi , sempre gli stessi perché ha privatizzato i propri beni affidandoli a beni amministrati da persone che non devono rendere conto a nessuno, tantomeno al popolo che ha costruito e alimentato quello stesso patrimonio. Devono rispondere solo a chi li ha nominati e prepararsi, nel caso vengano scoperti o colti in flagrante come è successo a Luigi Lusi, a inghiottire la qualunque perché non c’è regola che tenga, i soldi innanzitutto. Anche perché in caso contrario, il castello viene tutto giù, e buonanotte ai suonatori. Di chi sono tutti questi soldi e questo immane patrimonio? Degli italiani, del popolo.

Il problema che, dai che ti ridai, la cassaforte sta scoppiando in mano a chi la detiene perché, se da una parte i partiti della sinistra si pagano con il finanziamento pubblico (che deve finire) e in pratica il partito paga e fa vivere con i suoi soldi tutto il tessuto della sinistra politica ormai tuttavia a fatica, dall’altra parte, subentrato Renzuccio bello che nessuno vuole mettere a parte del patrimonio, si assiste alla crescita esponenziale dei crediti insoluti, degli sfratti e dei dissesti dei bilanci eccetera. In sostanza il partito della sinistra non fa mangiare, o anche solo partecipare all’abbuffata lo stesso partito della sinistra: Ds contro Margherita, Pd contro Renzuccio bello e compagni, e così via. Si tenga presente che gli immobili rossi sono affittati ad associazioni, coop, circoli arci, sindacati e centri sociali, ma anche a privati e che si raggiungono così canoni d’affitto lucrosi.

C’è poi il 5 per mille che, in una smania di esosa fame, è stato fatto inserire in quanto le fondazioni sarebbero enti di volontariato, in realtà il sistema indiretto di finanziamento al partito. Pare però i militanti di sinistra non si stiano rivelando molto generosi in tal senso. Cosa fare di tutto questo sistema politico di sinistra viziato? L’unica è ricondurre tutto al mercato, quello vero. Ha il vantaggio non secondario di fare ricostruire le amicizie sui binari più veri e sinceri della onestà e della sincerità, e quello di riportare i rapporti tutti, economici, politici, sociali, ad un ordine trasparente, e di autenticità oggi necessaria. Se non lo si farà, se la sinistra politica non lo farà, non tarderà a farlo e a pensarci ugualmente il mercato, spazzando via, partito e soggetti, con vergogna e ignominia, con tutta probabilità anche con qualcosa di più.

(LSBlog)

lunedì 24 novembre 2014

Peccato


Avremmo potuto battere la sinistra e non ci abbiamo creduto.

Si era capito sin da subito che in Emilia Romagna serpeggiava il malumore tra i nipoti di Stalin: le primarie per Bonaccini non erano state una passeggiata ed uno sconoscito sindaco di Imola gli aveva dato dal filo da torcere, dopo che Richetti si era "spintaneamente" ritirato.
I nipoti dell'uomo d'acciaio non hanno digerito il fatto che il segretario del loro glorioso partito sia un democristiano, che il sindacato sia stato messo alle corde e che Renzi sia pappa e ciccia con l'odiato Caimano.

A parte il fatto che il pasticcio dei rimborsi ai consiglieri regionali e la condanna di Errani non sono quisquiglie, i trinariciuti si sono sempre mossi a comando e gli intrecci di potere ed interessi economici nella regione ex(?)rossa sono talmente radicati, che non si sarebbe potuto pensare ad una valanga di astensioni quale è stata quella di ieri.

Però i segnali c'erano e valeva la pena di provarci.

Ma gli elettori di centrodestra non ci hanno creduto: e si sarebbe potuto vincere!
Cribbio, direbbe Silvio.

Quel che mi rammarica è che non ci hanno creduto le teste pensanti del centrodestra a cominciare da Forza Italia.

Era sufficiente convincere gli elettori a non disertare le urne scegliendo di mettere la croce su Lega, Forza Italia o Fratelli d'Italia a seconda della loro esposizione a destra, al solo scopo di cambiare aria in una regione dove da cinquant'anni comandano sempre gli stessi: non serviva un programma, perché di programmi non se ne sono visti o sentiti in campagna elettorale.
Sarebbe bastata la parola d'ordine: andiamo tutti a votare, perché questa volta ci sono le condizioni per battere la sinistra.

Peccato!

venerdì 21 novembre 2014

Fantasma elettorale. Davide Giacalone


Per sapere che è in corso una campagna elettorale, in Emilia Romagna, devi comprare i giornali. Leggendoli scopri che si parla di tutto, a partire dai riflessi nazionali del voto, ma non di Emilia Romagna. Se giri per le strade non trovi traccia di politica. E sì che questa è la sanguigna terra di Brescello, di Peppone e Don Camillo. Che fine hanno fatto? Non credete a quelli che vi dicono esserci disinteresse e qualunquismo, è che sia la politica che i cittadini sono stati espulsi dalla competizione, ridotta ad affarismo e parolismo.

Se stessimo parlando di cose serie, proponendo agli elettori qualche cosa che abbia a che vedere con il futuro, i vibratori troverebbero posto solo nelle battute marginali. Invece sono lì (giacché fra le spese rimborsate ai consiglieri regionali, in questo caso Pd, a dimostrazione che oltre a fessi sono anche miserabili), ad eccitare solitari i dibattiti. Che manco si fanno. Già, perché non solo sono vuote le piazze, non solo mancano i manifesti, risultando in gran parte vuoti anche i tradizionali tabelloni, ma neanche le televisioni locali si mostrano interessate. Robetta. Normale amministrazione. Occhio: non succede a caso. Questo effetto-sonno è voluto.

Se stessimo parlando di cose serie, infatti, parleremmo delle 500 società partecipate dalla Regione, assieme a un nugolo di enti locali. Matteo Renzi disse che le 8000 municipalizzate sarebbero dovute diventare 1000. Sarebbero ancora troppe, ma, comunque, perché il Pd, in Emilia Romagna, non propone di ridurle a 62 (500 diviso 8)? Perché quelle sono rimaste l’unica ragione per votare Pd. Il tessuto del consenso s’è stracciato, come dimostra il deserto elettorale, rimane solo quello della cointeressenza. Finché regge, vincono. Un esempio? Davanti alla stazione di Fidenza si sarebbero dovute realizzare due torri, per appartamenti. Una l’hanno abbandonata, l’altra è finita, ma semi deserta. Operazione a cura del sistema cooperative, in questo caso Unieco. Operazione fallimentare e fallita. Qual è l’unico appiglio di salvataggio? Il fatto che nella torre prendano uffici il comune, le altre cooperative, il sindacato. Soldi buttati per salvare compagni falliti. Ci hanno fatto anche un parcheggio per le biciclette, costato un milione di euro (cosa denunciata da Francesca Gambarini). Una rivisitazione neorealista, affinché i ladri non si concentrino sulle biciclette.

Questo mostro da socialismo insaccato produce appalti, posti, prebende, cointeressenze. Fa da collante a ciò che s’è sfasciato. Ma impoverisce tutti. Prendete le Terme di Salsomaggiore: già solo il palazzo merita il viaggio ed è attrazione turistica, ma, gestite dagli enti locali, falliscono anche quelle. Hanno fatto vasche per ospitare meno di dieci persone. Lo hanno scambiato per il bagno di casa loro. Dice Matteo Richetti, esponente del Pd e sfidante affondato prima delle primarie: la gente non sa perché andare a votare. Correggo: lo sanno solo quelli che ci andranno, i meno, i cointeressati.

A destra ci si interessa del possibile sorpasso di Forza Italia, a opera della Lega. Ma, scusate, è già avvenuto. Guarderemo dentro le urne, ma se in una regione così combinata chi dovrebbe rappresentare l’alternativa non ha da proporre un modello diverso, se non martella notte e dì per lo smantellamento di quelle 500 pepite di clientelismo e inciucismo, ha già perso. Anzi: s’è perso. La Lega agita problemi veri usando parole non sempre risolutive. Farà la strada che merita. Sono gli altri ad essere andati fuori strada. Il che, però, lascia orfano l’elettorato ragionevolmente convinto che il presente si debba cambiarlo senza perdere il senso del tempo e dei tempi. Restano orfani i risparmiatori che hanno messo da parte quel che serve a vivere con sicurezza e non intendono esporlo alle avventure monetarie dei propagandisti. Di vecchio e nuovo conio.

Andranno a votare in pochi perché gli altri non sono desiderati, prima ancora che interessati. Perché se andassero a votare in tanti si dovrebbero per forza fare i conti con la realtà. Mentre i militi del voto assicurano a forze spompate e idee approssimate di potere vivere ancora un poco nella realtà surreale di una politica che discuterà di percentuali, quando l’unico numero che conterà sarà quello assoluto. Dei votanti e dei voti. E perderanno tutti.

Pubblicato da Libero

venerdì 14 novembre 2014

De Benedetti: "Sono fortunato". Marina Berlusconi lo stana: "Salvato grazie ai nostri soldi". Franco Grilli

 

"Matteo Renzi mi ricorda il Fanfani degli anni '50. Non ho mai visto tanta energia in un politico".
Carlo De Benedetti adesso benedice il premier. Dopo averlo criticato in passato, definendolo "furbo" ed etichettando gli 80 euro del bonus Irpef come "spot elettorale", adesso l'Ingegnere lo reputa un "fuoriclasse".
Intervistato dal Corriere della sera in occasione dei suoi 80 anni, il presidente del Gruppo L'Espresso spiega: "Renzi è un fuoriclasse, è molto intelligente. Poi c'è l'empatia. Dicono che Renzi ricordi Craxi, per decisionismo e abilità politica; Craxi però era antipatico. E poi Renzi è una spugna. Di economia non sa molto; ma in un attimo assorbe tutto. È veloce e spregiudicato".
Sul patto del Nazareno, poi dice: "Il premier ha fatto benissimo a stringerlo. E Berlusconi per sopravvivere non poteva fare altro. È innamorato di Renzi e disgustato dal suo partito". Sull'elezione del presidente della Repubblica: "Renzi non lascerà che sia eletto qualcuno che distragga l'attenzione da lui. Ma il Presidente dovrà essere un politico dal grande profilo istituzionale, che conosca a fondo il funzionamento delle Camere".
Ripercorrendo poi la sua vita, De Benedetti afferma: "Compio ottant'anni, sono un uomo fortunato e sono vissuto in un'epoca straordinaria: dalla fabbrica - nel 1958 mio padre fermò il lavoro alla Gilardini per festeggiare Tunìn, il primo operaio arrivato con l'auto anziché in bici - all'economia digitale. Mi sono ammazzato di lavoro, poi a sessant'anni mi è successa una cosa che non credevo possibile: mi sono innamorato, e mi sono risposato. Grazie a mia moglie Silvia ho scoperto un'altra vita. Abbiamo girato il mondo in barca, ho coltivato interessi in campi che già prediligevo: arte, collezioni, musei...".
Le dichiarazioni dell'editore di Repubblica non sono piaciute a Marina Berlusconi. "Tra le tante cose che Carlo De Benedetti dice, con una presunzione e sfrontatezza che non finiscono mai di stupire, nell'odierno tentativo di autocelebrazione sul Corriere della Sera, ce n’è una su cui non si può non essere d’accordo: sì, lui è davvero "un uomo fortunato". Senza quei 500 milioni di euro che una sentenza assurda ci ha costretto a versargli per il Lodo Mondadori, senza quella fortuna piovuta dal cielo su un gruppo con una situazione debitoria decisamente complessa, oggi per De Benedetti ci sarebbe davvero ben poco da festeggiare. Nel leggere l’intervista, fa impressione l’elenco di fallimenti e clamorosi errori che De Benedetti cerca con evidente imbarazzo di giustificare. Nonostante tutto ciò, si permette di pontificare perfino su un business nel quale ha sempre cercato di entrare accumulando un insuccesso dietro l’altro, quello della televisione generalista. Le sue fosche profezie però ci confortano. Sul futuro della tv generalista, un settore nel quale siamo da leader e nel quale resteremo, non abbiamo mai avuto il minimo dubbio. Le sentenze funeree di De Benedetti, famoso per non averne mai azzeccata una, suonano come l’ennesima conferma di quanto fondate siano le nostre certezze", ha dichiarato il presidente di Fininvest.

(il Giornale)
 

martedì 11 novembre 2014

La sapienza giuridica del M5S. Gianni Pardo


Andrea Colletti, deputato del M5S, ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia per "accertare esistenza e contenuto del Patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi". "Ho chiesto - ha dichiarato Colletti - di verificare se il Patto sia stato effettivamente preordinato a pilotare illegittimamente le riforme in atto nel Paese e a decidere chi nominare come futuro inquilino del Colle".
Antiche nozioni di diritto penale fanno raccogliere una messe di perplessità. Come è noto, l'azione penale non può avere inizio senza la notitia criminis: "È stato ucciso un tale"; "mi hanno rubato la bicicletta"; "quel testamento olografo è falso". Ma, appunto, l'uccisione, il furto, il falso devono esserci. Non si può chiedere al magistrato di accertare se per caso il proprio vicino " abbia ucciso qualcuno", "abbia rubato qualcosa", o " abbia falsificato qualche documento".

L'ordinamento giuridico ha già troppo da fare con i reati denunciati, per andare a cercare se per caso ne siano stati commessi altri. Salvo che nel caso di Berlusconi, questa è la regola. E comunque nella denuncia si usa il verbo "verificare", il quale contiene l'aggettivo "vero". Verificare corrisponde a dire: "A me risulta, sulla base di questi elementi. Accertatevi anche voi di questa verità". E quali sono questi elementi? Gli interessati potrebbero sempre dire che le loro sono state lecite e private discussioni di politica, oggetto poi di ricostruzioni giornalistiche largamente devianti.

Ma ammettiamo che la Procura di Roma, per vincere la noia che deriva da un prolungato ozio, si attivi per vedere se i due gaglioffi intendessero pilotare illegittimamente le riforme e la nomina del futuro inquilino del Colle. Qui il punto giuridico riguarda l'avverbio "illegittimamente". Infatti è lecito cercare di convincere i parlamentari a votare in un certo modo, sia in Parlamento (dove si parla, appunto) sia fuori. È invece illecito minacciarli di morte se non votano in un certo modo. E poiché l'onorevole Colletti precisa che il pilotaggio era da attuare "illegittimamente", se ne deduce che Renzi e Berlusconi intendevano coartare con la violenza la volontà dei parlamentari. Questo è un reato previsto dall'art. 289 del Codice Penale: "È punito con la reclusione da uno a cinque anni [omissis] chiunque commette atti violenti diretti ad impedire [omissis] alle assemblee legislative [omissis] l'esercizio delle loro funzioni".

Colletti non sembra rendersi conto della responsabilità che s'è assunto. Se si denuncia qualcuno senza avere nessun elemento concreto, per la legge ciò corrisponde a denunciare un innocente e a commettere il reato di calunnia. Andando sul concreto, da che cosa gli risulta l'intenzione dei due malfattori di usare violenza o minaccia contro i parlamentari della Repubblica? Che prove ne ha? Per caso pensa che quei due imbecilli abbiano scritto nero su bianco: "Assolderemo dei mafiosi perché vadano a sparare alle gambe dei parlamentari, se non votano secondo la linea da noi stabilita"? E se non ha queste prove, come farà ad evitare la condanna per calunnia?

Per sua sfortuna, questo reato (art. 368 del Codice Penale, reclusione da due a sei anni) non è di evento ma di pericolo. Esso si sostanzia non in un accadimento ma nella possibilità che dalla denuncia nasca un procedimento penale a carico di un innocente. E poco importa che poi questo procedimento penale effettivamente abbia inizio: basta il pericolo. Al posto di Colletti, qualcun altro comincerebbe ad avere problemi di insonnia.

C'è per giunta un particolare saporito. Il denunciante rischia la condanna anche se, putacaso, i due mentecatti ammettessero pubblicamente che intendevano mettere in atto quei propositi criminosi. Infatti il reato tentato non si ha quando si pianifica il delitto ma quando si comincia ad attuarlo. Se qualcuno versa il veleno nel caffè della moglie, e questa non lo beve, si ha tentato omicidio. Ma se il marito comincia a frequentare biblioteche per informarsi sull'efficacia dei vari veleni non si ha tentato omicidio: infatti i suoi sono soltanto "atti preparatori", non punibili. Renzi e Berlusconi dunque non sarebbero punibili neanche se effettivamente risultasse che hanno sognato di intimidire i mille parlamentari della Repubblica. Bisogna dimostrare che hanno cominciato a mettere in atto questo insano proposito. E qui Colletti potrebbe avere qualche difficoltà.

Se in materia di diritto il livello tecnico del M5S è questo, è una vera fortuna che sia all'opposizione e non al governo. Di questo passo potrebbe decidere di mettere in galera tutti quelli il cui cognome comincia per B o per R.

pardonuovo@myblog.it


venerdì 31 ottobre 2014

la Malalingua 178. Dino Cofrancesco





Non c’è nefandezza di cui Matteo Renzi non venga accusato dalla minoranza PD, da molti giornali d’opinione – ad es., il quotidiano della buona borghesia genovese, in questo allineato sul ‘Fatto’, ‘Il Secolo XIX’ – dagli ex notabili DC, dai bravi del Cavaliere. E’ un nuovo Craxi, anzi è un nuovo Berlusconi o, peggio, è un nuovo Mussolini! C’è qualche ex opinion maker che si augura di non dover morire in un’Italia governata da un altro duce. Dico subito che non sono pochi gli errori fatti da Renzi e che condivido in toto le critiche che gli vengono rivolte da Angelo Panebianco, da Luca Ricolfi, da Antonio Polito etc. E, tuttavia, almeno un merito gli va riconosciuto: quando ha detto brutalmente alla Camusso che «le leggi non si fanno convocando le ‘parti sociali’ ma in Parlamento» ha richiamato un principio liberale che nessun altro politico della I della II Repubblica aveva osato ricordare alla Trimurti sindacale. Fine del consociativismo? Sarebbe la vera rivoluzione italiana!

(LSBlog)

 

lunedì 27 ottobre 2014

Il diluvio. Marco Cavallotti

 
 
Sugli eredi del Pci sembra essersi riversato il diluvio universale. Ormai da molti lustri essi erano stati affiancati da pattuglie sempre più vivaci di reduci della Dc e della sinistra cattolica, con i quali avevano dovuto condividere, un po' artatamente, la visione del mondo. Ma ora l'onda di piena costituita da una nuova generazione che è profondamente estranea ai rituali, ai vezzi ed ai luoghi comuni della vecchia “ditta” – per usare un'espressione infelice del buon Bersani – li supera tutti, ignorandone le differenze, scorrendo loro intorno rovinosa e inarrestabile, lasciandone i resti abbarbicati alla tradizione come i vecchi alberi che spuntano, sulla loro isoletta sempre più piccola, in mezzo al fiume in piena.
 
Postcomunisti e cattocomunisti frastornati e balbettanti faticano a comprendere l'improvvisa inattualità delle loro reazioni, la nonchalance dei loro interlocutori di fronte a considerazioni pensose e aggrottate – che solo qualche mese fa avrebbero provocato un arresto dell'attività del governo, la caduta di un ministro, la pubblicazione di preoccupati editoriali –; e si coprono quasi di ridicolo avvolgendosi in un dignitoso bozzolo di incomprensibilità e di incomunicabilità per il grosso pubblico. Le loro parole d'ordine, le reazioni a comando, le manipolazioni retoriche un tempo infallibili hanno perso tutta o quasi la loro efficacia.
 
Sic transit gloria mundi, e così politici che potevano, solo qualche mese fa, apparire alla platea delle pasionarie come desiderabili e quasi mitici modelli di “uomo di sinistra”, un po' intellettualmente estenuati, un po' intelligenti, un po' civili ma inflessibili nelle loro convinzioni sociali, si riducono a balbettare risposte abborracciate, a risfoderare un inventario di luoghi comuni obsoleti – spesso causa storica di tanti guai per il nostro paese –, a capitolare miseramente di fronte alla folla dei giornalisti fattisi audaci e certi di poter dire e chiedere tutto, finalmente. Magari anche aspirando alla medaglia della originalità.
 
Si potrebbe dire che una cultura che per decenni, costruita a pezzo a pezzo e giorno per giorno da mille intellettuali organici, che ha formato l'ossatura del pensare comune nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle mille realtà costruite per incuneare “elementi di socialismo” in una società già di per sé storicamente propensa ad una visione del mondo non liberale, in poco tempo abbia mostrato con imbarazzante evidenza la sua fumosa inconsistenza, la sua inattualità rispetto ai problemi del mondo d'oggi, i guasti provocati, e soprattutto la sua incapacità di mantenere quelle promesse palingenetiche che tanto a lungo avevano riscaldato i cuori dei militanti.
 
Merito di Berlusconi, che – pagando anche di persona – ha aperto la via, e di Renzi, che sta tentando spericolatamente di trasformarla in una autostrada a quattro corsie. Le stesse grandi strutture economiche “parallele” – banche e imprese cooperative, un tempo salvadanaio e bancomat di tutte le amministrazioni “democratiche” – mostrano impudiche i loro piedi d'argilla, con paurosi crolli in borsa. E sono coinvolti perfino santuari un tempo intoccabili, che solo pochi mesi or sono nessuno immaginava che sarebbero stati abbandonati al loro destino dal partito. Nel quale – questa in fondo è la prova più “vera” e più certa – gli equilibri, le prospettive e i gruppi di riferimento con Renzi sembrano davvero cambiati.
 
Non è evidentemente insensato immaginare che sia l'intero sistema politico nazionale a dover fare i conti con se stesso e con il proprio passato, per immaginarsi un futuro più rispondente alla realtà ed ai tempi d'oggi, rivoluzionato dalla globalizzazione.
 
Destra e sinistra, come specchiandosi, sono entrate in una fase nuova, in cui si ripensano, o meglio, dovrebbero ripensarsi. E senza dubbio, in questa prospettive, si pongono i problemi delle “radici”, di ciò che è vitale del proprio passato e di ciò che costituisce solo una zavorra, o addirittura un elemento incompatibile di contrasto. Immaginare che le “radici” sane della sinistra italiana – anzi, le uniche veramente legittime – possano essere ancora una volta costituite dalla mitologia resistenziale, con le sue mezze verità, con i suoi silenzi, con le sue iperboli, con la sua divisività procrastinata nei decenni, ovvero – per dirla sinteticamente con Galli Della Loggia – pensare che a innervare il futuro possa essere «la memoria di papà Cervi», con tutto il rispetto dovuto a quella tragedia familiare, significa aver capito poco del passato, e nulla del futuro. Significa illudersi, con non poca spocchia, che passata la nottata si possano riprendere i modi usati, i soliti rapporti, gli schemi consolidati in decenni di egemonia consociativa. Tutto da capo, ignorando che i personaggi in scena da decenni, nel frattempo, sono diventati mummie. Serve certo “avere una storia”. Ma una “scelta” delle radici che prescinda da un serio esame critico sugli errori e sui guasti del passato – di una vicenda che ha finito per assegnare all'Italia un destino tristemente eccentrico ed eccezionale rispetto a gran parte del resto d'Europa – sarebbe un errore fatale, che finirebbe anche per determinare una analoga confusione fra passato e presente sul fronte opposto. Allora è molto meglio non averne – di storia –, o averne, come Berlusconi, una meno tragica – se non sul piano personale.
 
(LSBlog)
 
 

venerdì 24 ottobre 2014

Bondage tributario. Davide Giacalone


Dal governo dicono: aboliamo il canone Rai. Bravi. Bravissimi. Applausi. Poi leggi con attenzione: hanno in animo di abolire la tassa per il possesso del televisore, ma introducono un obbligo di finanziamento della Rai, proporzionale al reddito e ai consumi, che grava su tutti i contribuenti, anche quelli che non possiedono il televisore. Meno bravi. Molto meno. Vabbe’, non lo aboliscono, ma lo riducono, facendolo passare dagli attuali 113.50 euro a una somma variabile fra 35 e 80 euro. Bravini. Però poi ci ragioni e ti accorgi che no, alla fine il prelievo fiscale aumenterà. E non solo perché sarà più facile colpire l’evasione, ma anche perché sarà lecito colpire le persone oneste. Che non è una bella cosa.

Come al solito, ci tocca ragionare sugli annunci. Costantemente divisi dai testi di legge da un congruo lasso di tempo. Questa volta l’attesa dovrebbe essere breve, dato che siamo alla fine di ottobre e sono prossimi alla stampa i bollettini da inviare agli italiani, in partenza a gennaio. Quei bollettini dovrebbero sparire e il corrispettivo dovrebbe essere pagato con il modello F24. Qui comincia la nebbia, perché dal governo dicono che ciascuna “famiglia” pagherà in ragione del reddito e dei consumi. Ma le famiglie non compilano dichiarazioni dei redditi e non pagano modelli F24, quelli sono i singoli contribuenti. Chi e come calcola il reddito e i consumi familiari? Ancora prima: cos’è una famiglia? Domanda pertinente, perché oggi la Rai non considera “famiglia” neanche marito e moglie, ove risiedano in case diverse, arrogandosi, una televisione di Stato, il diritto di stabilire che non basta un canone, ma ne devono pagare due. Una famiglia, due canoni. Del resto, pensate a tutte le unioni di fatto, etero od omosessuali: in attesa che si concluda l’ozioso dibattito su matrimoni, equiparazioni e diversità, fin qui era chiaro che se sto a casa mia (proprietà o affitto, non cambia) e pago il canone, ove ospiti, a scopo di lussuria o conversazione, un altro individuo, del mio sesso o di sesso diverso, quell’altro non è tenuto al pagamento del canone. Con la novità, invece, paghiamo tutti: quattro conviventi, quattro canoni.

Con la novità, del resto, paga il canone anche la badante del nonno. E’ stata assunta per assisterlo e conviverci, già oggi la Rai le manda il bollettino, trattandola da evasore senza che minimamente lo sia, ma domani non riceverà la missiva, non avrà casa propria, non possiederà un televisore, ma dovrà pagare. Diciamo che le stiamo fornendo una ragione in più per sposare il nonno. Sperando che il vegliardo sia ancora nelle condizioni di accorgersene e usufruirne, ma mettendo in conto che, in quel modo, ella s’appropria di una parte dell’eredità.

Tirate le somme, si raggiunge una vetta d’illogicità ideologica: dopo avere sostenuto la bischerata che se pagassimo tutti pagheremmo meno, si realizza un sistema nel quale paghiamo tutti, paghiamo meno, ma ci costa di più. Segnalo la cosa perché, se riescono a farla, è degna dei manuali sulle perversioni fiscali. Una specie di bondage tributario.

Chiudo segnalando il reiterato imbroglio, dato che la Rai, nel succedersi di vertici politici, tecnici, professorali, al di sopra e al di sotto delle parti, continua a ripetere sempre la stessa solfa: il canone italiano è fra i più bassi d’Europa. E’ falso. Quel gettito copre il 50% del finanziamento Rai, ed essendo l’altra metà procurata da introiti pubblicitari, facilissimi da raggiungere perché con spazi illimitati, venduti anche a prezzi stracciati, in reti rette da soldi pubblici, ne deriva che ciò che lo Stato, con le sue leggi, garantisce alla Rai è il doppio del canone. Che, a quel punto, non è proprio per niente fra i più bassi d’Europa, ma il più alto.

Si obietta: molti lo evadono. Sono dei cattivoni, perché non si evade. Ma hanno ragione, perché è un prelievo iniquo e insensato. Apposta sostengo che va abolito, cancellato, incenerito. Non camuffato e illegittimamente travestito da imposta progressiva sui redditi, quale con questa riforma diviene. E la Rai, come fa a campare? Vende, si ridimensiona. Magari prova anche a fare il servizio pubblico, sempre che si trovi qualcuno in grado di stabilire cosa sia.

Pubblicato da Libero

martedì 14 ottobre 2014

Il vero problema di Matteo Renzi. Lorenzo Matteoli




Si comincia oggi a capire il vero problema di Matteo Renzi e del suo Governo. Non basta “rottamare” una ventina di dinosauri del veterocomunismo reazionario e di casta per far ripartire l’Italia, far rinascere il PD e riscoprire la vocazione di una vera “sinistra” di progresso e movimento. Il problema è molto più serio e la malattia molto più grave, forse letale e irreversibile. Non sono solo i pochi vertici PD sopravvissuti alla dissoluzione del PCI che vanno rottamati: è la cultura di una intera classe dirigente infarcita di sedicente sinistrismo reazionario e conservatore e solidamente insediata al potere che deve essere mandata al macero. Sono gli errori commessi in quaranta anni di ideologismo conforme che hanno spostato la vera sinistra su posizioni di gretta conservazione, che devono essere denunciati, superati e corretti.

Molti di questi errori, per essere corretti, richiederanno investimenti per migliaia di miliardi di Euro su strategie generazionali. La sinistra che per venti anni ha creduto di essere tale solo perché “contro Berlusconi” si è lasciata soffocare in una involuzione ideologica mortale, drogata al punto da non saper più riconoscere gli scopi, gli obbiettivi, le strategie, l’azione macroeconomica, l’azione sociale, il quadro culturale fondamentale che avrebbe dovuto informare una politica socialmente aperta e avanzata, moderna, attuale, laica e libera da viscosità ideologiche nuove e antiche. Questa pseudo sinistra così accecata, anzi proprio utilizzando il sonno della ragione, ha occupato gli spazi di potere consentiti dalla consociazione con la Democrazia Cristiana e anche quelli non consentiti, ma da quella abbandonati per insipienza e incapacità concettuale.

Il padre di tutti gli errori è stato l’appiattimento sulla magistratura politicizzata: il PCI fin dalla fondazione di Magistratura Democratica ha cessato di elaborare concettualmente la sua politica facendosi sostituire dalla interpretazione politica della Costituzione e della Legge imposta da MD. Nel giro di pochi anni MD è diventata di fatto un super-partito con poteri che andavano ben oltre il mandato istituzionale di applicazione delle leggi e amministrazione della Giustizia. La Magistratura, nei fatti subalterna all’attivismo prepotente di MD, è diventata un organo di controllo dell’azione dei partiti e del Governo acquisendo un potere così forte e consolidato al quale oggi non intende rinunciare che continua a provocare danni costosissimi e che costituisce una aggressione insopportabile alla libertà della nostra democrazia malata. Una aggressione che la politica debole e subalterna non riesce a controllare. Il secondo errore strategico è stata l’isterica concentrazione sulla demonizzazione di Berlusconi come se questa fosse l’unica responsabilità di una opposizione politica di sinistra: venti anni di accanimento antiberlusconiano e di assoluta colpevole inerzia politica.

Terzo errore l’appiattimento sull’ambientalismo cialtrone e fanatico. Per catturare il voto viscerale di protesta ambientale si sono commessi errori mostruosi: il referendum sull’acqua, la condanna assurda ingiustificata e costosissima dei termovalorizzatori (migliaia di tonnellate di rifiuti mandati settimanalmente in Olanda via nave a costi insostenibili), la condanna assurda, ingiustificata e basata su sistematiche falsificazioni degli OGM, la posizione ambigua e ondivaga sulla TAV e sulle altre grandi opere di infrastruttura aggredite dal verdismo fanatico che è diventato la “marca” della pseudo-sinistra ambientale. Esempio tragico: la incentivazione forzosa puramente ideologica del fotovoltaico e dell’eolico elettrico voluta da Bersani per ignoranza energetica e subalternità al verdismo grezzo e strumentale: il costo di questo errore è di circa 40 miliardi di Euro all’anno a carico dei piccoli consumatori e della piccola media industria.

Correggere questo errore richiederà strategie generazionali (20 anni?) e investimenti per migliaia di miliardi. Forse l’unica possibile soluzione l’auto privata elettrica (qualche milione di veicoli, 25 anni, il 50% del debito pubblico attuale) capace di assorbire in via prioritaria la produzione fotovoltaica che oggi sta massacrando la redditività delle centrali turbogas. Un progetto complesso e tutto da inventare, non certo da Bersani & C. Dietro a tutti questi errori o alla loro base sta una “finta cultura di sinistra”, stucchevole, mediatica, superficiale, modaiola, da talk show, ma prepotente, arrogante, demagogica e imbattibile. Un pesante mainstream conforme e autoreferenziale. Altro esempio emblematico: le reazioni a qualunque proposta di revisione della Costituzione. È un fatto noto, consolidato e riconosciuto che la nostra Costituzione, nata in circostanze storiche particolari, oggi prive di attuale sostanza, necessita di aggiornamenti e revisioni. Devono essere riscritti i poteri del Presidente della Repubblica e quelli del Governo e del Capo del Governo, devono essere ridefiniti gli equilibri tra i diversi poteri dello Stato, deve essere ridefinito il processo legislativo e gli organi preposti, vanno riveduti i poteri e le autonomie delle Regioni: non sono cose di poco conto e sono proprio quelle responsabili di inefficienza amministrativa e di governo oltre che degli enormi costi della macchina legislativa e di conduzione del paese.

La cultura della sedicente sinistra purtroppo dominante per l’assenza di una opposizione “liberal”, e per la pochezza della opposizione di centro destra, è riuscita a fare in modo che chiunque sostenga queste, che sono banali e urgenti necessità, venga marcato come nemico della democrazia e pericoloso liberticida. Il successo mediatico di battute sciocche come quella della “Costituzione più bella del mondo” (Benigni), le arroganti affermazioni e diktat come “La Costituzione non si tocca” (Bersani, Rodotà, Zagrebelski) degli immancabili firmatori di manifesti da salotto, sono state assunte e sono diventate il mantra di una “finta sinistra” che non si rende nemmeno conto di essere oramai dalla parte della conservazione più gretta e della tutela ad oltranza di uno status quo immobile e mortale. Ho ricordato solo pochi punti per descrivere il vero, immane, problema di Renzi: rifondare la cultura del Paese non solo quella politica. Denunciare i pregiudizi le posizioni di casta e di potere che hanno soffocato la cultura laica, “liberal”, progressista per fare spazio a un mostro culturale reazionario e conservatore che si qualifica abusivamente di “sinistra” e che ha occupato enormi spazi di potere nella Magistratura, nella Scuola, nella Università, e nell’informazione. Da solo è difficile che ce la faccia, è urgente e indispensabile una mobilitazione della piccola borghesia italiana: l’unica classe che ha fatto con tenacia, sacrificio e pazienza tutte le grandi rivoluzioni della storia. Quelle vere. Questa è la priorità più importante di quella economica: infatti si può con certezza escludere qualunque possibilità di rinascita e rilancio dell’economia Italiana se non viene sciolto il pesante bubbone culturale della finta sinistra di reazione e potere che ancora domina la nostra Società, i nostri giornali e gli insopportabili talk show della più vergognosa demagogia.

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venerdì 10 ottobre 2014

Le Camere messe da parte. Antonio Polito




Corriere della Sera - Da molti punti di vista, quello di Renzi è un governo extra-parlamentare; forse il primo di una nuova era. Non solo perché il premier non siede in nessuna delle due Camere: c’era già il precedente di Ciampi, anche se gestito con altro stile. Ma per motivi più di merito.
Si moltiplicano infatti i luoghi di decisione politica esterna che il Parlamento non può rimettere in discussione: il Patto del Nazareno, un discorso nella Direzione del Pd, un incontro estivo con Draghi. La stessa ratifica parlamentare si fa al contempo obbligata (con la fiducia) e vaga (con la delega), trasferendo sempre più il potere legislativo all’esecutivo: come è avvenuto sulla riforma dell’articolo 18, di cui nei testi votati non c’è niente, e tutto resta affidato alla tradizione orale e agli impegni verbali.
 
Il parlamentare è ormai un’anima morta, legata al leader da un ferreo vincolo di mandato; il che, come in ogni servitù, lo induce alla rancorosa vendetta ogni volta che può agire in segreto, ad esempio col triste spettacolo della mancata elezione dei giudici della Consulta. In alternativa, se non è d’accordo, può solo disertare dal suo mandato (assentandosi o dimettendosi).
 
La stessa definizione di presidente del Consiglio non si addice più a Renzi, il quale pur essendo primus non è certamente più inter pares tra i suoi ministri, come testimoniato dalla performance di Giuliano Poletti sulla riforma del mercato del lavoro. Pur senza nostalgie per il regime parlamentare uscente, davvero impossibili, bisogna riconoscere che qui siamo oltre. È come se avessimo sostituito a vent’anni di mancate riforme istituzionali la biografia e la personalità di un leader di quarant’anni: una riforma costituzionale incarnata, in personam invece che ad personam.
 
Prima o poi doveva succedere: la democrazia parlamentare non può sopravvivere a periodi troppo lunghi di paralisi. A Bersani e D’Alema che protestano per l’andazzo odierno andrebbe risposto che ne sono in buona parte responsabili. Però non è detto che la nuova costituzione materiale che si sta delineando sia l’unica forma di post-democrazia possibile.
 
Non è vero che funziona così ovunque. Perfino in un regime presidenziale come quello statunitense i parlamentari hanno un incomparabile potere di condizionare le scelte dell’esecutivo. Perfino a Westminster le ribellioni in Aula sono all’ordine del giorno. Perfino in Germania la Merkel ha dovuto spesso ricorrere ai voti dell’opposizione per resistere alle defezioni interne della sua maggioranza. Istituti come la sfiducia costruttiva, sistemi elettorali basati sul collegio uninominale, o anche un presidenzialismo dotato di check and balances, consentono di avere insieme governi autorevoli e Parlamenti liberi.
 
Sarebbe il caso di pensarci per tempo. Perché democrazia è certamente decisione, ma è anche e soprattutto potere di controllare il potere. Ogni giorno, e non solo una volta ogni cinque anni.
 
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giovedì 25 settembre 2014

Il 25 per cento del Pd spiegato a Bersani (se serve anche con i disegnini). Claudio Cerasa



Il Foglio - Prima o poi qualcuno dovrà spiegare a Pier Luigi Bersani che non ci fa una grande figura a dire a Matteo Renzi ehi bimbo, devi portare rispetto alla vecchia ditta perché se tu fai tanto il ganzo in America con Bill Clinton e gli amici suoi il merito è del mio 25 per cento che ho conquistato lo scorso anno e senza il quale oggi non saresti a Palazzo Chigi con i tuoi amici toscani.
Senza volerci dilungare troppo qualcuno che vuole bene a Bersani dovrebbe spiegare all’ex segretario che rivendicare con orgoglio di aver preso il 25 per cento alle ultime politiche, 8,6 milioni di voti ottenuti, 4 milioni di voti persi rispetto al 2008, circa lo stesso numero di elettori raccolti dal Pds nel 1996 (7 milioni e 800 mila), 3 milioni di elettori in meno rispetto a quelli conquistati un anno dopo dal suo successore alla guida del Pd alle europee, fare tutto questo significa non aver capito quasi nulla su ciò che è successo, a sinistra, il 25 febbraio del 2013.

Proviamo a riepilogarlo: il capo di una coalizione che avrebbe dovuto stravincere le elezioni smacchiando senza difficoltà il giaguaro è riuscito nella non facile impresa di far arrivare il principale partito della sinistra al livello più basso della sua storia recente (peggior risultato dal 1963), regalando un’autostrada a un partito guidato da un buffone travestito da giustiziere e costringendo il suo partito, che avrebbe dovuto vincere agevolmente le elezioni, ad allearsi con lo stesso giaguaro che avrebbe dovuto essere smacchiato. Verrebbe da sorridere se la questione non fosse invece terribilmente seria. Non c’è nulla di peggio, per un leader come Renzi che tende ad accentrare il potere decisionale delle sue politiche di governo, che avere a fianco dei leader di minoranza interna che non capiscono che il modo migliore per ripetere il capolavoro del 25 febbraio è quello di non prendere coscienza di un fatto elementare che potremmo sintetizzare utilizzando poche parole: alle ultime elezioni abbiamo ottenuto più voti rispetto ai nostri avversari ma ne abbiamo ottenuti così tanti in meno rispetto a quelli che avremo dovuto ottenere (per via della nostra clamorosa mancanza di identità e per via della nostra propensione a delegare a qualcuno esterno al partito il compito di rappresentare i vari strati della società) che l’unico modo corretto per ricordare quell’esperienza elettorale è inquadrarla sotto un’unica voce: un fallimento.

Nel dibattito finora molto ideologico sulla riforma del lavoro bisogna dire che la parte più sindacalizzata del vecchio Pd a vocazione bersaniana sta mostrando di non aver capito la lezione del 25 febbraio: accusare il segretario del Pd di essere un inguaribile liberista, “di destra”, che non ha altro interesse se non quello di umiliare i sindacati è un discorso che si tiene solo ragionando con vecchie e arrugginite categorie del passato – quelle di chi per molto tempo ha pensato che per la sinistra la parola “lavoro” dovesse coincidere necessariamente con la parola “sindacato” (in questo senso chiedete per credere a Pier Luigi Bersani quanti sono i sindacalisti ex Cgil che ha scelto di piazzare in commissione lavoro nel momento in cui è nata la legislatura – vi diamo un aiuto: 11 su 24). Ed è un discorso, poi, che mostra tutti i limiti di una sinistra incatenata che prova – disperatamente – a cercare un nuovo collante culturale senza però trovare niente di meglio da fare che utilizzare una formula che non ha mai portato bene ai progressisti: dipingere il proprio avversario come se fosse un nemico giurato o, peggio, un inguaribile corpo estraneo, ovviamente da eliminare al più presto. Difficilmente la minoranza del Pd riuscirà a ottenere qualcosa da Renzi sul dossier della riforma del lavoro (il 29 settembre la direzione del Pd voterà a favore della proposta del governo, poi il testo andrà in Aula e non saranno molti i parlamentari democratici disposti ad andare contro il voto della direzione del partito) ma la partita sul Jobs act, più che sui contenuti relativi ai provvedimenti parlamentari, per la minoranza del Pd sarà utile da seguire per capire come si andrà a strutturare l’alternativa al renzismo nel Pd.

Le strade sono due: costruire una sinistra a vocazione non vendoliana e alternativa al grillismo capace di considerare il 25 per cento come il punto più basso della propria storia politica, o andare all’inseguimento di Renzi scopiazzando le idee di Grillo e Rodotà. Dire che la sinistra che ha perso le primarie non deve in nessun modo pensare di influenzare l’agenda a chi le ha vinte è un po’ da arroganti. Dire invece che la sinistra che ha perso le elezioni non deve avere la spocchia di fischiettare di fronte ai 4 milioni di voti persi un anno e mezzo fa è invece il modo migliore per permettere alla stessa sinistra di avere un proprio futuro: anche a prescindere poi da quale sarà il destino di Renzi e dei suoi amici toscani.

(LSBlog)

Il pil degli agnelli. Davide Giacalone



Dicono sia difficile che gli agnelli s’entusiasmino per la pasqua. Beati loro, perché da noi ci sono quelli che si rallegrano per la rivalutazione del prodotto interno lordo, indotto dai nuovi criteri (Sec 2010) e comprendente varie attività criminali. Osservate la soddisfazione con cui si dice che migliora il deficit e riflettete su quanto si debbano invidiare i giovani ovini diffidenti.

Avevamo già avvertito (fine agosto) sui rischi di quel riconteggio. Che non riguardano i numeri, ma il modo in cui li si legge. Fummo facili profeti: quelli che parlano di diminuzione della pressione fiscale sul pil, che negli ultimi tre anni sarebbe di 0.9, 0.8 e 0.5%, meriterebbero un ricovero urgente. Il maggiore pil non porta un solo centesimo aggiuntivo di gettito fiscale, perché o si tratta di cose già diversamente contate (come la ricerca o gli investimenti militari), oppure di cose che fanno marameo al fisco.

Siccome, però, l’aumento del pil porta un aumento dei contributi all’Unione europea, a essere precisi la pressione fiscale, per quanti pagano, aumenta. Già, ma diminuisce il deficit, quindi, evviva, siamo sotto il 3%! Manco per idea, perché ha un senso calcolare la percentuale di deficit (o di debito) rispetto al pil solo per misurare la sostenibilità fiscale del relativo costo. Se metti nel conto quel che non paga ti prendi in giro per i fatti tuoi. E ti prendi in giro anche sul crimine: 300 milioni di contrabbando di sigarette si fanno al confine est dell’Italia, mentre le stime fissano a quel livello il totale nazionale. Dite che da Napoli è sparito?

Fin qui, lo avevamo detto. Ma la cosa che non avevo immaginato, e che trovo drammaticamente spassosa, è che i nostri fratelli tedeschi si dimostrano assai più furbi, non pubblicando i criteri con cui stimano l’economia nera e la sottovalutano alla grande. Così ottengono di far crescere il loro pil più di quello altrui, in termini assoluti, ma meno in termini relativi, con il risultato di diminuire il distacco (con tutte le polemiche che quello comporta) e diminuire il peso percentuale dei loro contributi all’Ue. Noi dovremmo credere che il Paese in cui si può fare tutto in contante è anche quello che ha meno nero? Signori, siamo al capolavoro: farsi battere da un teutonico in organizzazione e disciplina, ci sta, ma farsi battere in estro e gioco delle tre carte, è un oltraggio.

I fratelli francesi, invece, adesso hanno due pil: uno per tenere i conti veri e l’altro per darlo alle autorità europee. Perché va bene fare finta di avere più ricchezza utilizzabile di quella fiscalizzabile, ma non è saggio raggirarsi da sé soli. Sicché tengono due conti.

Nell’ovile italico si festeggia: sfangati i conti di fine anno, senza manovre aggiuntive. Primo, aspettate a dirlo. Secondo, l’impegno era a star sotto il 2.6 non il 3%. Terzo, a parte le percentuali immaginarie, sarà bene ricordare che il debito pubblico ha continuato a crescere e, con il fiscal compact, l’impegno di rientro riguarda un ventesimo annuo del tutto. Quello è il muro verso cui si corre. Credo (spero proprio di no) di aver capito la ricetta governativa: prima dello schianto ci diamo malati. Diciamo che c’è la recessione, quindi non si può fare la cura e ci serve l’elasticità, già prevista dal trattato. Peccato che si sia rimasti i soli in recessione, quindi con colpe nostre e non solo congiunturali. E peccato che il nostro pil ricalcolato guadagni (insignificanti) posizioni rispetto a quello dei tedeschi. Con gli agnelli che si danno il cinque: e vai, che ora è pasqua.

www.davidegiacalone.it

@DavideGiac

Pubblicato da Libero

La lezione del Corrierone. Michele Marsonet


C’è qualcosa di vagamente inquietante nell’editoriale che Ferruccio de Bortoli ha pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” il 24 settembre. Il direttore – peraltro in scadenza – del quotidiano milanese ha attaccato con violenza Renzi e il suo governo, ma il pezzo è diviso in due parti.
La prima contiene critiche e considerazioni che sono in buona parte condivisibili. Anche se la popolarità dell’ex sindaco di Firenze sembra ancora alta, siamo tutti un po’ stufi del suo stile e del modo in cui gestisce il potere. Un modo solitario e sin troppo irruente, punteggiato da continui annunci e tweet ai quali, poi, non s’accompagnano fatti concreti.

La cerchia dei fedelissimi fa fatica a contenere la fronda sempre più aperta della minoranza PD. Se finora c’è riuscita è perché i capi della suddetta minoranza non sono certo dei giganti della politica. E desta una certa impressione vedere un perdente come Bersani rivendicare dei meriti che non ha. Tralascio il conflitto con i sindacati, e con la CGIL di Susanna Camusso in primis, poiché in quel caso era evidente sin dall’inizio che sarebbe andata così.

Si può concordare con de Bortoli anche quando scrive che “la muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan”, e che “il marketing della politica se è sostanza è utile, se è solo cosmesi è dannoso”.

Molti vanno dicendo da tempo le stesse cose, magari con stile diverso e, a volte, ben più crudo. Pure il giovanilismo del premier si sta dimostrando assai meno efficace di quanto promesso. Non è che Mogherini e Madia – per citare solo due esempi – abbiano fornito prove brillanti, a riprova del fatto che la giovane età, di per sé, non è affatto garanzia di bravura ed efficienza. E fin qui nulla di strano.

Nella seconda parte dell’editoriale, tuttavia, il direttore del “Corriere” calca la mano con alcune frasi oscure, riferite soprattutto al patto del Nazareno. Secondo l’autore tale patto finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, e ne consegue l’opportunità di conoscerne i dettagli per sciogliere ogni sospetto ed eliminare “uno stantio odore di massoneria”.

A sorpresa, però, de Bortoli conclude il pezzo augurando a Renzi di farcela e di “correggere in corsa i propri errori”. Ma va ben oltre, sostenendo che il politico toscano “non può fallire perché falliremmo anche noi”. E i nessi di conseguenza logica che fine hanno fatto? Come si giustifica una simile conclusione partendo dalle premesse di cui sopra?

A mio avviso è molto centrata e ben argomentata la risposta di Alessandro Sallusti sul “Giornale” di oggi. Nel notare che la stroncatura dev’essere attribuita, più che alla singola persona, al mondo che il “Corriere” rappresenta e che de Bortoli frequenta, Sallusti afferma che si è messo in moto il solito trenino dei salotti buoni e dei circoli ristretti, i quali includono anche “la sinistra al caviale”. Un mondo che non tollera di essere escluso dalle decisioni importanti e che, d’altro canto, non si perita di appoggiare operazioni che portano al governo persone senza alcun mandato popolare.

Ha quindi ragione, il direttore del “Giornale”, a terminare il suo editoriale scrivendo “da che loggia viene la predica…”. In sostanza, se Renzi deve cadere (ipotesi tutt’altro che fantasiosa), si spera che non avvenga ancora una volta su input di “Corriere” e “Repubblica”, e neppure grazie a un’inchiesta a orologeria di qualche procura.

Vi sono buone ragioni per essere stanchi del suo governo, ma ve ne sono altrettante che inducono a essere stufi di decisioni prese da circoli che non amano mostrarsi in pubblico, anche se non è poi così difficile ricostruirne la composizione.

(LSBlog)

martedì 23 settembre 2014

Matteo e il 21 settembre. Gianni Pardo



Matteo Renzi è simpatico. È un bell'uomo, ha una faccia che ispira tenerezza, tra il fanciullesco e il birichino, si esprime come se fosse circondato soltanto da vecchi amici, e se non è fisicamente in maniche di camicia, lo è sempre intellettualmente. Manca totalmente d'affettazione e per questo ciò che dice suona vero. Se qualcuno gorgheggia: "Che delizioso profumino, ho già l'acquolina in bocca", forse vuol fare un complimento alla padrona di casa. Ma chi esclama: "Accidenti, sembra buono, quello che cucinate: quando si mangia?", è difficile che stia mentendo. O, quanto meno, è un po' più difficile pensarlo.

Tutti abbiamo trovato simpatico l'ex sindaco di Firenze. Dapprima. Ma poi è venuto a galla il sempiterno problema delle dosi.
 
Prendiamo la recitazione. Un viso immobile, praticamente sempre con la stessa espressione come quello di Harrison Ford, non è la caratteristica di un grande attore. Sergio Leone addirittura disse del primo Clint Eastwood che aveva soltanto due espressioni: col cappello o senza. Ma ciò non significa che si dovesse poi apprezzare Franco Franchi, che di smorfie ai limiti del fisiologico ne faceva dieci al minuto e divertiva un pubblico di bocca buona, più sensibile alla farsa di Plauto che alla commedia di Molière.
 
Renzi sembra non avere mai saputo ciò che nel campo del buon gusto si chiama "misura". Se persino ad un genio straordinario come Cajkovskij si è potuto rimproverare un eccesso di enfasi, figurarsi quanto debba stare attento chi un genio non è. Invece l'ex sindaco, pensando di dover incoraggiare un popolo sconsolato, lo ha riempito di promesse ossessivamente ripetute, anche quando erano del tutto inverosimili, anche quando erano già smentite dalla realtà, anche quando erano grandiose e contraddittorie. Volendo essere "alla mano", come uno che non si è montata la testa perché lo chiamano "Primo Ministro", si comporta come un presentatore di provincia, come un animatore di feste di bambini che dà il cinque a tutti e sollecita continuamente l'applauso.
 
Renzi si è trasformato nell'eterna replica dello stesso spettacolo, secondo un modulo stanco e ripetitivo. Le sue promesse sono divenute il ritornello di una commedia alla cinquantesima replica. Il suo ottimismo una posa che non tiene conto della realtà, il suo sforzo di piacere il trasparente artificio di un ambizioso.
 
Così ha cessato di essere simpatico. Al vederlo apparire si può togliere l'audio, sicuri di non perdere niente. Non che il suo sforzo di migliorare l'Italia non sia lodevole, ma la distanza fra i libri dei sogni e la realtà si è fatta troppo grande. Prima ha promesso quattro riforme epocali in quattro mesi, poi, per le stesse riforme, ha chiesto mille giorni, come se prima avesse scherzato. Non si è reso conto che, con una simile disinvoltura, autorizza il prossimo a chiedersi: "Se ha potuto perdonarsi così facilmente di non aver mantenuto la parola per i quattro mesi, che difficoltà avrà a perdonarsi di non aver concluso nulla in mille giorni?"
 
Un altro piccolo esempio. La primavera scorsa, da Bruno Vespa, aveva promesso, entro il 21 settembre, festa di San Matteo, che avrebbe saldato i debiti della Pubblica Amministrazione. Totale, oltre 66 miliardi. Siamo al 21 settembre, di quei miliardi ne sono stati pagati 31-32 e ne rimangono ben trentacinque. E dire che il giovane fiorentino aveva detto: "Se perdo la scommessa, potete immaginare dove mi manderanno gli italiani". Da nessuna parte, caro Renzi. Per arrabbiarsi sul serio sarebbe prima stato necessario prenderla sul serio.
 
Tutti gli utili che poteva produrre la simpatia, quest'uomo li ha già ottenuti e consumati. Ora il novello Münchhausen può fare a pezzi qualche drago immaginario o vincere da solo contro gli ologrammi di cento nemici: coloro che non sono sedotti né da Harrison Ford né da Franco Franchi lo guardano con indifferenza. Molta gente aspetta ormai soltanto di vedere i fatti. È pronta ad essergli grata di qualcosa e a perdonargli di non essere riuscito a realizzare tutto quanto ha promesso. Ma per far questo, per l'appunto, non bisogna ascoltarlo: perché la sua tracotanza potrebbe indurre alla spietatezza.
 
L'overdose delle sua apparizioni, dei suoi proclami, della sua invadenza ha provocato in alcuni una crisi di rigetto. In altri non ancora - non tutti hanno la stessa finezza d'udito - ma è comunque questione di tempo. C'è soltanto da sperare che, quando il fastidio sarà generale, si abbia ancora la lucidità di non occuparsi della persona di Renzi, ma di quello che riuscirà a fare. Del resto, la pizzeria si giudica dalla pizza, non dal cameriere che ce la porta.
 
 

venerdì 19 settembre 2014

Monumento a Masipa. Davide Giacalone


Al giudice Thokozile Masipa farei un monumento. Perché nel modo in cui si è giunti alla sentenza riguardante Oscar Pistorius (non ancora completa), nel modo in cui il giudice ha costruito il suo giudizio, c’è la grandiosa superiorità culturale del sistema di common law. Un sistema nel quale non è lo Stato che giudica, perché lo Stato accusa. Il giudice è l’arbitro di uno scontro, fra due parti in cui nessuna ha maggiore legittimità o forza dell’altra. Arbitro fra la pretesa punitiva, a tutela della collettività, e la difesa dell’individuo, a tutela della libertà. Non c’è dominio, se non della legge. Certo: Pistorius ha ammazzato, così come aveva ammazzato O. J. Simpson. Ma il giudice, al contrario che nel nostro sistema, non deve dare corpo a un proprio “libero convincimento”, non deve inseguire una inagguantabile verità, deve dirigere lo scontro e accertare che le prove corrispondano alle accuse. Nella lunga disamina finale (da riascoltare, con ammirazione) il giudice Masipa ha messo in luce che “l’accusa non è riuscita a dimostrare” la premeditazione e la volontarietà. Attenzione, perché è decisivo: non che esistano o meno premeditazione e volontarietà, ma che sono state dimostrate e provate. Sicché il resto delle deduzioni logiche sono inutili. Buone per il bar, non per un tribunale.

Capisco lo sgomento di alcuni. Capisco l’amara ironia di Selvaggia Lucarelli. Ma le loro argomentazioni possono valere nel mondo del “non poteva non sapere”. Che è un mondo in cui lo Stato incarna il bene e il cittadino può essere sede del male. Pessimo mondo. Da Pretoria ci è giunta una lezione di civiltà: conta solo quel che chi accusa riesce a provare, mentre il giudice non è lo Stato, ma il solo che può impedire che il cittadino sia un suddito. Il resto è fuffa. Questo elimina gli errori? Neanche per idea, nessun sistema li azzera. Ma anche quando sbaglia, il sistema di common law lo fa in un trionfo di giustizia e diritto. Mentre da noi si tifa per il risultato, si vuole che la sentenza prenda atto della verità evidente, sebbene non provata. Capita, così, che anche quando indovina può umiliare il diritto e la giustizia.

Quel che è solare può abbagliare. E’ vero che alcuni messaggi telefonici mettevano in evidenza che l’assassino (perché tale è stato giudicato) era un geloso forsennato. Ma questo, paradossalmente, toglie credibilità alla premeditazione. Avesse agito pensandoci e volendo ammazzare, probabilmente avrebbe spedito messaggi di tono opposto. Masipa, quindi, dice che quei messaggi non provano nulla, se non “variazioni d’umore presenti in una qualsiasi normale relazione”. Considero la gelosia una forma di alterazione mentale, un sentimento d’inferiorità che può trasformarsi in aggressività maligna. Ma in tribunale si deve dimostrare il nesso fra quell’umore e l’assassinio, contando zero la deduzione psicologica. I testimoni sono tali se dicono quel che sanno e portano elementi cogenti, altrimenti sono chiacchiere. L’avere usato la pistola in un ristorante è un reato (tanto che per questo è stato condannato), ma non è la prova di una cosa del tutto diversa: avere avuto intenzione di uccidere. Dimostra che sei uno stronzo, non un premeditatore. Tutto questo era chiaro anche all’accusa che, difatti, concludendo, aveva puntato su una tesi diversa: chi spara in un bagno, ad altezza d’uomo, sa di ammazzare. Masipa argomenta: infatti lo condanno, ma non avete dimostrato quello di cui lo avete accusato.

Scrive Lucarelli: “peccato che il giudice non abbia chiarito cosa volesse fare Pistorius, se non uccidere”. Esatto, non lo ha chiarito. Perché non deve. Non è il suo mestiere. Solo i pazzi credono di possedere la verità e di poterla chiarie agli altri. Un giudice serio, in un sistema funzionante, accerta se ci sono le prove. E “l’accusa non è riuscita a dimostrare”. Tutto qui. Ed è veramente tutto.

Osservazione a latere: esiste l’omicidio, con relative aggravanti e attenuanti, non il femminicidio. Quest’ultimo è un segno d’alticcia legislazione. Se è la femmina che ammazza il maschio è meno grave? E’ grave uguale. Pistorius è maschio, bianco, ricco e privilegiato. Masipa è femmina, nera, fu povera e perseguitata. Ragione in più per farle un monumento. Mentre chi crede che, sol per questo, avrebbe dovuto sorvolare sulle debolezze dell’accusa (sostenuta da un procuratore che ha sbagliato, non dalla “giustizia”, come si dice da noi, non dal bene o da un sacerdote della verità), a quel monumento dovrebbe far frequente visita.

Dietro questa sentenza c’è la cultura di un mondo che non idolatra lo Stato e non confonde le sentenze con il buon senso comune. Quanta lontananza dai magistrati italiani che dicevano: anche se il processo non è ancora manco cominciato, la condanna pubblica è già stata emessa. Invidio i sistemi in cui i giudici si chiamano Masipa.

Pubblicato da Libero

venerdì 12 settembre 2014

Opacità mentale e sonno della ragione. Leonardo Cammarano



Se si eccettua il nostro beneamato Cavaliere, a proposito dell’Islam i due o tre lustri trascorsi hanno visto risplendere, in un mare di idiozia, solo due o tre nomi: la Fallaci, Magdi Allam ed ora la Maglie. Esile elenco. Tolti i casi citati, la situazione generale è stata, e resta, di disperante opacità mentale. Si tenta di accreditare l’opinione che sia la questione bielorussa il problema prevalente. E che Putin sia il nuovo Satana. Basterebbe invece ammettere che le faccende di confine riguardano i confinanti; che i Russi vogliono stare coi Russi (spec. in Crimea), e che la proposta di Putin, uno Stato-cuscinetto, merita attenzione. Obama dovrebbe, deve, concentrare i suoi sforzi contro “il Califfato” e convincere gli Europei ad armare i confini del continente contro l’avanzata dell’Isis. I salvataggi dei barconi, dopo. Insomma: basta chiacchiere buoniste.

Basta barconi, e basta chiacchiere. Eccovi una profezia facile: se va avanti così, tra 10 anni, se saremo ancora vivi, saremo di nuovo tutti fascisti. Bisognerebbe convincere i crani vuoti che ci comandano, Napolitano & Co. e non solo, di smetterla di esternare scemenze sinistreggianti e “pappa” buonista. Queste “perdite di tempo” facilitano l’enantiodromia, fenomeno psicologico che significa (vedi Jung): se spingi troppo di qui, dopo penzoli troppo di là, e così via… fino alla tragedia. Per restare nel mezzo, dove risiedono l’intelligenza, lo spirito di giustizia e il liberalismo occorrono idee chiare e fermezza di carattere.

“Violenza”. Schopenhauer ricorda la “formica gigante australiana”: se la tagli in due, i due monconi immediatamente si avventano l’un contro l’altro finché si uccidono a colpi di mandibole e di pungiglione. Bisognerebbe aver presenti fatti del genere… ed anche il fatto che l’Isis comincia a minacciare Putin. Insomma “intelligenti pauca”, e Berlusconi era ben sveglio quando scelse l’ atteggiamento da adottare con Gheddafi. Ma qui emerse anche il suo errore: lasciò poi che il duo Obama-Sarkozy gli rompesse le uova nel paniere. Intanto Sarkozy e Obama si mostrarono quali erano: un furbo miope e un incapace ancor oggi nocivo.

Breve: sarebbe ora di smetterla, l’eccesso di errori politici ha generato in Europa il “sonno della ragione”. Le ideologie ci hanno appunto assuefatti a dormire: stare zitti o parlare da sonnambuli. E poi, “quos perdere vult amentat Deus”. Non se ne può più. Occorrere appunto carattere, e ripensando alla Fallaci ed ora alla Maglie mi sono domandato se le donne, che di carattere ne hanno ben più di noi, non capiscano le cose meglio di noi. Donne: io a Napoli avevo una portiera di qualità, donna Rosa Valore (“nomen omen”!) che mandava “affanculo” i fessi in quattro e quattr’otto, non aveva paura di nessuno… Viva la ginecrazia, se combatte così il conformismo! Ancora nella conferenza con la Malmström per il “Mare nostrum” (tra parentesi: non si poteva trovare titolo più autoironico e cretino), Alfano ha balbettato solo la propria pochezza. Vero è che oggi la Mogherini, che già si mostra sensibile più alla platea che alla sostanza delle cose (quel pacchiano citare le persone importanti per nome…!), e ieri l’Annunziata, una sorta di guardiana, stilista o “cerimoniera” della moda politica, fanno opportunamente ricredere: l’intelligenza non è questione “di genere”.

Dobbiamo smetterla di obbedire a chi ci vuole cretini. Ad es. il Corano afferma che anche per l’infedele c’è un’eternità: starsene col volto premuto su di una parete di pece ardente. Sic. E noi, invece, il meglio che sappiamo fare è dichiarare, con la sig.na Strada, “che è anche colpa nostra” (!?). Bene così!

Ma il Napolitano, ha mai sentito parlare della virtù della fierezza? Non vede che stanno prendendo in giro anche lui? Un secolo fa, la filastrocca che gabella come solidarietà e fratellanza il disarmo dell’Occidente sarebbe stata giudicata puro imbecillismo. Oggi, intimiditi dalla “presentabilità”, tutti pensano ma nessuno dice che bisognerebbe demolire le moschee, bloccare quelle in costruzione, rimandare a casa i predicatori d’odio, e vergognarsi per aver lasciato giungere le cose a questo punto. Ulteriore astrattismo: il toccasana della “conoscenza tra i popoli”. Un’altra balla: esso intorbida, non accresce tra i medesimi la comprensione. Chi vuol saperlo sa che la conoscenza ha due piani: quello alto per capire le cose importanti, quello basso per annusare alla meglio il risaputo. Per capire bisogna prima sognare, osservava Camus. Erano simpatici, gli Europei, e noi li “capivamo”, prima che imparassimo “a conoscerli”. I Tedeschi: intelligenti, musicisti, filosofi…! Caspita! Poi vai alla festa di Ottobre e trovi il “nachttopf mit kartoffeln”… I Francesi: cominci sognando Stendhal, finisci con i budelli riempiti di sangue e cipolla arrostita… Di noi Italiani taccio, per pudore. Certo, fu detto “perdona 70 volte 7, porgi l’altra guancia”. Ma il messaggio era rivolto al genere umano, non a bestie. Il “rapper” che si lascia fotografare compiaciuto con la testa sanguinante d’un decapitato tra le grinfie è una bestia, una mala bestia, e chi la pensa altrimenti ha a disposizione, per ricredersi, “l’experimentum crucis”di Cristo e di Foley: il coraggio della bontà, il sacrificio.

Tratto da zonadifrontiera

Non trattateci come sudditi. Angelo Panebianco

 
 
Corriere della Sera - È solo un paradosso apparente che i sondaggi mostrino il sostegno degli italiani per Matteo Renzi (raggiunge il 64 per cento dei consensi nel sondaggio di cui ha dato conto il Corriere domenica, e in nessun altra rilevazione scende sotto il 50), unito però a un diffuso scetticismo sulle misure del governo. Non c’è nulla di irrazionale. Anzi, il pubblico si mostra giudizioso. Si affida a Renzi perché lo riconosce come l’uomo forte del momento, colui che domina la politica e dice di sapere che cosa occorra fare per portarci fuori dai guai. In situazioni tribolate non è insensato affidarsi (provvisoriamente) all’uomo forte disponibile. Ma, al tempo stesso, gli italiani non si mostrano stupidi, non si fanno prendere in giro. Fino ad oggi il governo non è risultato molto convincente nella sua azione e i sondaggi lo registrano.
 
Proviamo a domandarci che cosa ci sia di poco convincente. Detto in modo enfatico e (non troppo) esagerato, di poco convincente c’è il fatto che non si è visto fin qui nessun provvedimento volto a restituire agli italiani i diritti di cittadinanza, nessun provvedimento che dia l’impressione di volerli trasformare da sudditi, quali per molti versi sono, in cittadini. Alcuni anni fa l’economista Nicola Rossi scrisse un bel libro (Sudditi , Istituto Bruno Leoni) che documentava il modo in cui politica e amministrazione avevano ridotto alla stato di sudditanza gli italiani, che pure, stando alla Costituzione, dovrebbero essere cittadini. Nel periodo intercorso non è cambiato nulla. E nemmeno Renzi finora ha fatto granché. Il caso della Tasi è esemplare. Come documentavano, sul Corriere di ieri, Fracaro e Saldutti, a meno di un mese dalla scadenza, più di 3.000 Comuni su 8.000 non hanno ancora fissato l’aliquota che dovrà essere versata. Una grande quantità di italiani continua ad ignorare quanto dovrà pagare. Il governo Renzi, sulla scia di Letta, ha ripetuto l’errore fatto a suo tempo dal governo Monti con l’Imu.
 
Ma perché mai dovrebbero ripartire i consumi se si impongono tasse e poi si lasciano passare mesi e mesi prima che i cittadini (pardon : i sudditi) possano conoscerne l’entità? Eppure sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato stabilire che le inefficienze dell’amministrazione sono a carico solo dell’amministrazione. Sarebbe bastato decidere che i Comuni avevano tempo, poniamo, fino al maggio 2014 per stabilire l’ammontare dell’aliquota. Dopo di che, avrebbero perso il diritto di esigere il pagamento della tassa.
 
Sbaglia chi crede che perché ci sia crescita economica occorra che la politica sia «amichevole verso il mercato». Occorre invece che sia amichevole verso i diritti di cittadinanza. L’orientamento pro-mercato ne è soltanto una conseguenza. Chi, ad esempio, oggi vuol fare impresa è sottoposto alla tagliola e al ricatto delle autorizzazioni che l’amministrazione rilascerà a suo comodo, quando vorrà. Anche qui basterebbe poco per ristabilire il diritto di cittadinanza: il silenzio-assenso. Se l’autorizzazione esplicita non arriva entro un termine preciso, si dà per acquisita. E i funzionari che non se ne sono occupati nel tempo previsto saranno civilmente e penalmente corresponsabili di eventuali abusi.
 
Se il governo cominciasse ad «elargire» agli italiani diritti di cittadinanza avrebbe forse più successo di quello fin qui ottenuto con gli ottanta euro, riuscirebbe a fare ripartire l’economia. E forse i consensi di cui Renzi gode oggi nel Paese non risulterebbero effimeri, passeggeri.
 
(LSBlog)
 
 

giovedì 11 settembre 2014

Er governo Rutelli. Claudio Cerasa




Che poi uno passa intere giornate a studiare. A sfogliare i libri di storia. Ad azzardare paragoni. A ricordare i successi del New Labour, gli anni della Terza Via, i trionfi dell’Spd, il faccione di Gerhard Schröder, il sassofono di Bill Clinton, il ciuffone di Tony Blair. E poi, invece, sfogliando la margherita del governo e ovviamente del Pd, è tutto più semplice ed elementare. E te ne accorgi quando passeggi per Palazzo Chigi, e osservi le facce, ricordi i nomi, le storie, i percorsi, gli intrecci, le origini, e quindi unisci i puntini. Matteo Renzi. Luca Lotti. Graziano Delrio. Lorenzo Guerini. Dario Franceschini. Lapo Pistelli. Roberta Pinotti. Persino Filippo Sensi. Persino Giuliano Da Empoli.

Unisci i puntini, dunque, e ti allontani dalla Germania, dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti, e ritorni in Italia, ti avvicini a Roma e allora pensi che in fondo, ok, ci possono stare i parallelismi con Blair, gli accostamenti con Schröder, le brillanti narrazioni sulla nuova Terza Via (salvo, per pietà, non citare quanto valgono nelle rispettive nazioni i partiti neo socialisti che sognano di scrivere con Renzi una nuova stagione del blairisimo). Ci sta tutto, d’accordo. Ma a guardar bene per capire con un sorriso l’origine più lineare del governo Renzi forse non bisogna prenderla così alla lontana. Forse basta rimanere in Italia, a Roma. Perché Matteo Renzi, in fondo, lo ha scoperto lui, quando il premier era presidente della provincia e quando lui era il capo del partito oggi – comunisti chi? – più rappresentato al governo. Perché Luca Lotti in qualche modo lo ha cresciuto il suo partito, e lui ricorda ancora quando, giovanissimo, l’attuale braccio destro di Renzi – “Il Luca” – lo andava a prendere in macchina alla stazione per fargli girare Firenze. Perché Filippo Sensi, portavoce di Renzi, fu anche il suo portavoce, quando lui fu sindaco di Roma e anche ai tempi della margherita. Perché Dario Franceschini, oggi ministro dei Beni culturali, azionista forte del governo, ai tempi, prima di prendere un’altra strada, era, negli anni della Margherita, il coordinatore della sua segreteria.

(LSBlog)

lunedì 8 settembre 2014

Rivalutare Berlusconi. Michele Marsonet










Più passa il tempo e più appare evidente che all’Italia fa male il ridotto peso politico di Silvio Berlusconi. L’uomo ha, come tutti sanno, grossi difetti, e su questi hanno insistito da tempo immemorabile gran parte dei mass media, la maggioranza della magistratura e avversari di ogni tipo. Si è tuttavia dimenticato – troppo spesso – che possiede anche grandi pregi.

Comincio col dire che il primo è indubbiamente il carisma, elemento indispensabile per ogni leader che aspiri a giocare un ruolo di primo piano nella scena politica. E non solo in quella italiana. Si veda per esempio il caso di Barack Obama. Pur essendo a capo della maggiore potenza mondiale, l’attuale Presidente americano è costantemente in affanno poiché non riesce ad aggregare consenso attorno alla sua figura. Il rispetto, peraltro assai scarso, che gli viene tributato dipende soltanto dal ruolo che ricopre e molti, sia in America sia altrove, contano con ansia i giorni mancanti alla scadenza del suo mandato (che restano, purtroppo, ancora troppi).

Il carisma di Berlusconi è stato sbertucciato in ogni modo. In fondo nessuno osa dire che non esista, ma lo si è da più parti ridotto all’abilità nella comunicazione mediatica lasciando intendere che, tolta quella, c’è il vuoto.

Penso che adesso parecchi detrattori si stiano ricredendo. Non parlo ovviamente di quelli che opportunamente sono stati definiti “antiberlusconiani teologici”. Con loro non c’è niente da fare perché adottano un punto di vista tipico dei fondamentalisti islamici e dei pasdaran iraniani. Essere contro di lui è un atto di fede che non ammette deroghe, troncando ab initio qualsiasi possibilità di discussione.
I
l fatto è che l’uomo di Arcore trasuda carisma in tutto ciò che fa, e finora non s’intravede nel centro-destra alcuna figura in grado di prenderne il posto. Alcuni hanno tentato salvo poi scomparire o andare a sbattere contro risultati elettorali modestissimi. Se si pensa che Berlusconi ha rivoluzionato completamente il panorama politico italiano imponendo di fatto un bipolarismo prima inesistente, e che è riuscito a realizzare un progetto – lo sdoganamento dell’ex Msi – da quasi tutto ritenuto impossibile, asserire che il suo carisma è da operetta significa negare la realtà dei fatti.

Lo stesso discorso vale per la politica estera. L’opinione di gran parte dei commentatori (quelli che a sinistra vengono giudicati autorevoli) e dei suoi nemici era che si basasse sui rapporti personali di amicizia – e anche di stima – che il nostro era riuscito a intessere sia nelle vesti di capo del governo sia come leader dell’opposizione. Ed è così, in effetti. Quella di Berlusconi era una vera e propria ragnatela che gli consentiva di parlare in modo diretto con quasi tutti i leader mondiali (alcuni dei quali nel frattempo scomparsi), traendone spesso benefici per il Paese.

Il fatto è che è proprio questo il modo migliore di condurre la politica estera di una nazione. Alzare il telefono e parlare direttamente con l’interlocutore, oppure organizzare viaggi improvvisi per discutere faccia a faccia dei problemi sul tappeto, è mille volte più efficace delle visite ufficiali e dei canali diplomatici tradizionali. E la ragnatela di cui sopra, nonostante tutto, esiste ancora come si è visto in questo periodo drammatico con crisi assai pericolose che si susseguono l’un l’altra. Naturalmente, per poterlo fare, occorrono statura e notorietà globali, qualità che, ahinoi, mancano a chi gestisce ora le nostre relazioni internazionali.

E’ ormai assodato che Berlusconi fu costretto a dimettersi a causa di una sorta di complotto estero, e in questo caso a Obama va riconosciuto il merito di non aver voluto prendervi parte. Lo hanno narrato con dovizia di particolari Giulio Tremonti e altri in vari libri e articoli. Pur “disarcionato” in quel modo, tuttavia, il Cavaliere non ha smarrito il senso di responsabilità dando una mano agli avversari quando era il caso di farlo per il bene del Paese (mentre gli altri, con lui, si erano comportati nel modo esattamente opposto).

Ho detto in precedenza che non si vedono figure che possano prenderne il posto alla guida dello schieramento moderato, ed è questo il vero guaio. Ha 78 anni, ma resta comunque più lucido tanto di coloro che lo circondano, quanto di quelli che se ne sono andati sperando di rimpiazzarlo dando vita a partiti e partitini diversi. Vista la situazione, non resta che augurargli di restare ancora a lungo sulla scena. L’alternativa non c’è.

(LS Blog)



 

mercoledì 3 settembre 2014

Riina live. Davide Giacalone


Solo nel mondo dei matti può sembrare normale che un capomafia, sottoposto al regime di carcere duro e isolamento, talché non può avvicinarsi ai familiari e non può telefonare alla moglie, parli poi dalle prime pagine dei giornali, come se anziché in carcere fosse nella casa del Grande Fratello. E per chi amasse il video, oltre che l’audio e la trascrizione, c’è anche quello, facilmente rintracciabile in rete. Solo nel mondo degli falsi può capitare che le sue parole vengano rilanciate avvertendo: dice queste cose per confermare d’essere il capo della mafia, sono messaggi ai suoi compari e complici. Bravi, e perché lo stiamo aiutando? Solo nel mondo degli ipocriti si prende in parola un criminale, quando fa l’elenco di quelli che vorrebbe eliminare, ma si dubita delle sue parole quando potrebbero scagionare gente sotto processo. Dice Totò Riina: con Nicola Mancino non ho mai avuto contatti. Partono le interpretazioni: ha voluto dire che li ebbero altri mafiosi. Non solo lo si aiuta, ma gli si suggeriscono anche le battute.

Scrivere queste cose può essere rischioso. Avverto i lettori che devo già fare i conti con una querela (per un intervento radiofonico, Rtl 102.5), presentata da un magistrato che non ho nominato e altri che non sapevo esistessero. Mi chiedono 600mila euro, affermando che le mie parole sono sconcertanti al pari di quelle di Riina (boom!), che aveva promesso la morte a taluni inquirenti, perché avvertii il pericolo che quelle del mafioso potessero essere diffuse da magistrati. Magari per mettersi in luce o far carriera. Già, peccato che quando uscirono le prime intercettazioni il ministro della giustizia, allora Anna Maria Cancellieri, corse a chiarire che non erano certo esondate dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), dipendente da quel ministero. E peccato che qualche tempo dopo il giudice dell’udienza preliminare di Catania abbia rinviato a giudizio un magistrato, proprio per la diffusione di quel materiale. Immagino non per altruismo informativo. Oh, intendiamoci: per me resta valida la presunzione d’innocenza. Spero che possa essere assolto. Come spero che, se colpevole, non sia solo condannato, ma anche buttato fuori dalla magistratura.

Fatto è che dalle prime immagini e parole (diffuse con i sottotitoli, per i non ablanti l’idioma di Trinacria) si è passati al diluvio. Il costume siculo, consustanziale alla disciplina mafiosa, prevede che “una parola è picca e due sunnu assai”. Qui c’è un pezzo da novanta affetto da logorrea, pronto a indicare chi sparò a chi e a rivendicare per sé il ruolo di catticatticattivissimo. E il mondo dei matti pubblica e diffonde.

Non sono in grado di stabilire quale sia la rilevanza processuale di quelle intercettazioni ambientali, posto che vengono depositate a chili nel fascicolo del processo sulla presunta (spero non mi querelino, per questo “presunta”) trattativa Stato-mafia. A occhio esterno, al momento, l’unica cosa pertinente è a favore di uno degli imputati. Ma i processi si deve conoscerli dall’interno, sicché mi taccio. Ciò che si può dire, però, è che la dottrina secondo cui ogni documento depositato è automaticamente a disposizione delle redazioni, con l’aggravante che essendo pacchi di roba c’è sempre una guida che aiuta a trovare i passi salienti, ha portato alla perdizione. Così il processo penale diventa un piacere al mafioso, contribuendo al suo delirio d’onnipotenza.

Muto, è il mafioso della tradizione. Diarroico, questo macellaio analfabeta. Analfabeta e minchione, se non suppone di avere a che fare con un provocatore, criminale come lui, ma al servizio della sbirraglia. O analfabeta e furbacchione, se intuendolo lo usa. Nel qual caso son minchioni gli altri, che diffondono. Sta di fatto che blaterando indica avversari sostanzialmente mediatici, come se la mafia puntasse ad avere un alto indice di gradimento televisivo. E indicandoli finisce con il maledire un prete molto attivo, benedicendo il papa. Ed ecco subito gli esegeti: disse quelle cose prima che Bergoglio condannasse i mafiosi. Perché, c’era qualche dubbio che lo facesse? Che, magari, invitasse a processioni con inchini sempre più espliciti? Roba dell’altro mondo. Un mondo nel quale l’isolamento cementificato, il terribile 41 bis, si traduce in comizio amplificato. Quel mondo è il nostro. Purtroppo.

Pubblicato da Libero