venerdì 22 maggio 2015

Povera borghesia ridotta a chiedere l'elemosina di Stato. Piero Ostellino

La decisione del governo Renzi di indicizzare, d'ora in poi, solo le pensioni inferiori a tremila euro mensili, dette con definizione da Terzo Mondo «pensioni d'oro», è la condanna al progressivo impoverimento della borghesia, le cui pensioni sono, per lo più, superiori ai tremila euro mensili e che, non essendo rivalutate, si ridurranno per la fisiologica inflazione cui saranno soggette nel tempo.
È lo stesso progetto di proletarizzazione della borghesia tipico del socialismo, incentrato sull'idea di far pagare a chi ha di più i costi del miglioramento delle condizioni di chi ha di meno, invece di combattere l'indigenza e la povertà con la tassazione generale. La borghesia – il cui sostegno a Renzi è comprensibile, dati il suo masochismo e la sua peculiare incapacità di capire quali siano i propri interessi e di cercare di promuoverli - è già penalizzata da una pressione fiscale oltremodo pesante.
Ma, così, viene ulteriormente impoverita dal blocco delle pensioni, voluto a suo tempo dal governo Monti – un altro caso di colpevole illusione da parte del ceto medio – e recepito successivamente dal governo Letta e, ora, da quello di Matteo Renzi. Con la prospettiva del salario di cittadinanza, prende forma l'idea di trasformare gli italiani in dipendenti della carità pubblica, come era nei Paesi di socialismo reale, indebolendone le capacità di provvedere a se stessi e l'inventiva imprenditoriale. Passo dopo passo, l'Italia esce così dal novero dei Paesi dell'Occidente democratico-liberale e capitalista per entrare a far parte di quelli di socialismo reale, già condannati dalle «dure repliche della storia».
Non si può neppure dire, a questo punto, che il presidente del Consiglio – che ha fondato tutta la sua fortuna politica sulla promessa del cambiamento rispetto alla Prima e alla Seconda Repubblica e sulla conseguente convinzione, sapendo di non mantenere le promesse fatte, di essere più furbo di tutti – sia un cinico imbroglione, visto che chi lo dovrebbe giudicare è proprio quella parte degli italiani che ne fa le spese e che gli crede e lo sostiene persino dopo aver constatato che, col blocco delle pensioni, ci rimetterà un bel po' di quattrini. Un tasto al quale, oltre tutto, la parte politica cui fa capo Renzi, ritiene che la borghesia sia particolarmente sensibile e interessata! Il minimo che si possa dire, di fronte a questo paradosso, è che la nostra borghesia non si smentisce mai, e ha il governo che si merita.
Matteo Renzi, col suo disinvolto e irresponsabile ottimismo e la vocazione a vendere chiacchiere, è, in realtà, l'espressione di un Paese che ha sostituito ancora una volta alla capacità di fare quella di raccontar balle. Il governo è una sorta di parodia di quegli imbroglioni che, all'angolo delle strade, invitano i passanti a giocare al gioco delle tre carte e a scoprire dove è l'asso che essi hanno truffaldinamente fatto sparire. Personalmente, non sono di quelli che rimpiangono gli ultimi tempi della Prima e della Seconda Repubblica; se mai, solo quelli della Prima, i periodi di de Gasperi e Einaudi. Ho sperato che fosse possibile, dopo i disastri dei governi di coalizione, prima con Berlusconi, poi con Renzi, cambiare effettivamente, come promettevano, questo nostro povero e disastrato Paese. Non avendo conferito né all'uno né all'altro alcuna fiducia, non posso neppure dichiararmene deluso. Prendo realisticamente atto che la cultura dominante, frutto dell'applicazione dell'occupazione gramsciana delle casematte della borghesia da parte della cultura di sinistra, è anche la cultura di governo di Renzi. Da qui nasce il mio sostanziale pessimismo circa il futuro dell'Italia. Non so se e come ce la caveremo, anche se le risorse di cui dispone ancora il Paese, sempre che Renzi e compagnia non le mortifichino, lascerebbero pensare al meglio.

Lo Stato totalitario per consenso. Gianni Pardo

La famosa teoria della “mano invisibile” di Adam Smith, anche se non va esente da critiche, ha parecchio di ragionevole in sé. Tuttavia, non che riconoscere i guasti che si possono provocare intervenendo nell’economia, l’epoca contemporanea sembra credere che tutto possa andar meglio se guidato dall’alto. E, per conseguenza, pensa anche che debba esserlo. 
Lo Stato, essendo un’astrazione, è certamente disinteressato: dunque è il migliore operatore possibile quando si tratta di campi che interessano tutti e che non si possono affidare ai privati. Il conflitto d’interessi potrebbe infatti avere esiti fatali.
Se si affida a un professionista la direzione dell’esercito si corre il rischio che costui si impadronisca del potere con la forza. La cosa è avvenuta tante volte che ormai ha addirittura un nome: putsch militare. Né si possono affidare ai privati l’amministrazione della giustizia, la repressione della criminalità, la lotta all’evasione fiscale, e molte altre branche d’attività. 
Purtroppo, partendo da questo nucleo centrale di compiti naturalmente statali, nel corso del tempo l’intervento pubblico si è dilatato fino a coprire un ambito sempre più vasto, sempre più capillare, sempre più invadente. Non c’è molto che il cittadino possa fare senza sentirsi controllato e guidato dallo Stato. Le leggi si occupano di come i genitori devono educare i figli – è vietato persino dare loro uno scappellotto! – di come i cittadini devono costruire le case, di come devono curarsi, di come devono retribuire la donna di servizio. Se stipulano un contratto con un’impresa per la riparazione di un balcone, devono persino accertarsi che siano rispettati i regolamenti per la prevenzione degli infortuni. In caso di inosservanza di quei regolamenti, se si ha un incidente, lo Stato punisce anche loro. E dire che la stragrande maggioranza degli italiani questo non lo sa neppure.
Nessuno mette in dubbio che questa selva di prescrizioni sia a fin di bene, anche se esse si accavallano in maniera tanto caotica che ci si sperdono perfino i competenti. Il risultato è comunque una “devolution” dall’autonomia individuale al potere dello Stato.
Dalla Repubblica di Platone in poi, per secoli si è sperato potesse esistere un potere statale che ottenesse risultati migliori di quelli dell’iniziativa individuale. E tuttavia, malgrado i sogni dei filosofi, da Platone a Tommaso Campanella e a Thomas Moore, non ci si è mai provato seriamente. L’esperimento – tutt’altro che in corpore vili – si è infine tentato a partire dal colpo di Stato del 1917, a San Pietroburgo. Da quel momento, per circa settant’anni, si sono visti i risultati che ottiene uno Stato che ha tutti i poteri in tutti i campi e che proprio per questo si chiama “totalitario”. La reazione è stata presto del tutto negativa, ma il governo – sempre per il bene del popolo, ovviamente - si è mantenuto al potere con la dittatura, col regime poliziesco e con i campi di concentramento per i dissenzienti. Quando finalmente l’incubo è finito, l’esito finale è stato che tutti i Paesi che avevano assaggiato il “socialismo reale” si sono giurati di tenersene accuratamente lontani. 
A questo punto si sarebbe potuto lecitamente pensare che il collettivismo fosse definitivamente morto. Ma non è andata così. Anche perché, mentre le persone colte sapevano tutto dell’Unione Sovietica, i popoli dei Paesi più sviluppati e prosperi non avevano provato sulla propria pelle i guasti di quel mondo, e conservavano molte delle vecchie illusioni. E così, ciò che si è rifiutato in teoria, soprattutto perché collegato alla dittatura, in grande misura lo si è accettato in pratica. 
Gli intellettuali si illudono spesso che le loro evidenze siano quelle della massa. L’Illuminismo era appassionato di scienza e credeva, con le sue dimostrazioni razionali, di aver distrutto la religione. Si illudeva: il Cristianesimo dell’Ottocento fu certo melenso e sentimentale, ma anche generale e incontrastato. A questo punto si poteva pensare che la scienza avesse perso e che la religione fosse invincibile: ma ancora una volta ci si sarebbe sbagliati. Quando la scienza, sposandosi con la tecnologia, cominciò a trionfare in ogni aspetto della vita, indusse a poco a poco una miscredenza generalizzata. Dove non è riuscito Voltaire, sono riusciti il frigorifero, la lavatrice e il televisore. È rimasto soltanto un Cristianesimo di facciata, un buonismo condito con qualche rito folcloristico. La gente si sposa dinanzi al sacerdote perché l’ambientazione dell’evento è più bella in Chiesa che in Comune, ma se sta male non prega il suo santo protettore, chiama il medico. Quando si fa sul serio, la scienza trionfa.
Anche il collettivismo ha seguito vie diverse da quelle prevedibili. Se ne rifiuta la teoria, perché lo si è visto associato con la dittatura e la miseria, ma si pensa sia un bene che lo Stato regoli le dimensioni e perfino la curvatura delle banane. E così si rischia d’avere uno Stato “totalitario per consenso”. Ognuno si lamenta dei vincoli che si trova a sperimentare personalmente, ma in generale, soprattutto quando riguardano gli altri, li reputa giustificati. L’impressione complessiva, almeno in Italia, è che i cittadini siano una massa di bambini incoscienti che lo Stato deve accudire e guidare, in modo che non si facciano male e non facciano male agli altri. E poiché tutto questo avviene senza Ghestapo e senza NKVD, la gente non si accorge che, dopo avere rinunziato alla propria responsabilità, ha anche svenduto la propria libertà.
Gianni Pardo

giovedì 21 maggio 2015

La tassa aggiuntiva del "re" Matteo. Arturo Diaconale

 
 
Non è un “bonus”, cioè una graziosa concessione, il parziale rimborso che il Governo ha deciso di assegnare ad agosto a chi usufruisce di una pensione inferiore ai tremiladuecento euro al mese. È una tassa aggiuntiva a carico non solo di chi viene rimborsato in misura più che ridotta di somme provenienti da un diritto riconosciuto dalla Corte Costituzionale ma, soprattutto, di chi non riceve nulla in nome dell’applicazione elastica da parte del Governo del principio che le pensioni debbono assicurare ai lavoratori in quiescenza “mezzi adeguati alle esigenze di vita”.
Matteo Renzi ed i tecnici del ministro Pier Carlo Padoan hanno stabilito che chi prende più di tremiladuecento euro lordi mensili di pensione ha in abbondanza “mezzi adeguati alle esigenze di vita” e chi ne prende meno può tranquillamente assolvere le proprie esigenze con un’elargizione una tantum ad agosto ed oscillante tra i 278 ed i 754 euro. E, arrogandosi la facoltà ed il potere di stabilire quali e quante debbano essere le esigenze di vita, hanno deciso che fatte salve queste esigenze tutto il resto debba essere lasciato nelle casse dello Stato in nome di una solidarietà sociale che di fatto è solo un esproprio malamente camuffato.
La truffa mediatica compiuta da Renzi e dai suoi tecnici nel trasformare una nuova tassa in un’elargizione estiva è fondata sul furbesco silenzio con cui nascondono il valore reale della soglia dei tremiladuecento euro. Al netto delle trattenute, questa cifra equivale a poco più di millesettecento euro mensili. Basta per assicurare i famosi mezzi per le esigenze di vita o è la linea che segna il confine tra la povertà e l’indigenza ed una faticosa sopravvivenza?
Chi vive nei grandi agglomerati urbani conosce perfettamente la risposta. Ma anche chi non deve combattere ogni giorno con le difficoltà e con i costi sempre più esorbitanti delle città dalle dimensioni sempre più ampie sa bene che quella cifra, oltre la quale nessuno prende nulla e sotto la quale tre milioni e mezzo di italiani incassano una modestissima elargizione e dal 2016 una minuscola rivalutazione di cinque euro mensili, segna il confine tra i ceti colpiti da disperata povertà e quelli schiacciati da povertà appena meno drammatica. Rispetto alla sentenza della Consulta, quindi, l’operazione messa in piedi dal Governo non è altro che una nuova forma di prelievo forzoso ai danni delle fasce medio-basse della popolazione italiana. Renzi pensa di camuffarsi da Babbo Natale a Ferragosto, ma in realtà la sua immagine sta diventando sempre di più simile a quella del re Giovanni senza terra di Robin Hood, quello che con i suoi esattori e sgherri taglieggiava ed opprimeva i sudditi di re Riccardo impegnato nella crociata.
Chissà se i risultati elettorali di fine maggio non possano annunciare il ritorno di re Riccardo!

(l'Opinione)

 

Scuola, occasione persa. Davide Giacalone


Stiamo assistendo all’ennesimo spreco. La Camera dei deputati vota la riforma della scuola, consegnandola al Senato in un tripudio di politichese fine a sé stesso. Ma per l’istruzione è ancora un’occasione persa.

Per anni, ancora, parleremo di riforme scolastiche, con un percorso lineare che, a confronto, l’arabesco sembra un’autostrada nel deserto. Vediamoli, i punti qualificanti della riforma. Ma prima osserviamo il contesto: l’opposizione di destra non è riuscita a trovare una posizione o una tesi che ne rendesse distinguibile la politica; quella di sinistra, interna ed esterna alla maggioranza, insegue fantasmi e slogan che la relegano fra i ferri vecchi di un ideologismo estraneo alla realtà; il ministro dell’istruzione non ha avuto alcun ruolo significativo, se non quello di essere rimasta al suo posto, cosa che deve all’avere cambiato partito, tradito gli elettori e trasmigrato trasformisticamente nel partito del nuovo capo; il governo esulta per la vittoria, ma, come vedremo, su non pochi punti mente sapendo di mentire. Ora la carovana trasloca al Senato, ove la più risicata maggioranza rende più emozionanti i voti. Il tutto, però, ignorando la sostanza. Cui ora mi dedico, dividendola in 8 punti.

1. La sostanza più sostanziosa consiste in 160mila assunzioni. Roba da matti, ma è così. Quanti insegnanti servono e a cosa, quindi di cosa devono essere capaci, sarà stabilito dopo averli assunti. Che altro devo dire? Giusto che 100mila sono promessi per quest’anno, dalle graduatorie a esaurimento. Quelle in cui c’è tanta gente che non ha fatto nulla di male, ma non ha mai neanche fatto un concorso. Cittadini truffati, che a loro volta incarnano una truffa. Per assumerli con un pizzico di cervello occorrerebbe fare i piani entro giugno, quando la legge non sarà stata approvata. Quindi, delle due l’una: o non verranno assunti, o lo saranno a piffero. Propendo per la seconda. Intanto si vota, poi si vede. Achille Lauro sarebbe commosso. Assunta questa massa di persone i precari non saranno esauriti, quindi andranno a prender punti di vantaggio in un ipotetico futuro concorso. Mentre passano in coda quelli che il concorso lo hanno fatto e vinto, nel 2012. Pensare che la scuola sia un diplomifico non è bello, ma questa è un assumificio, che è pure peggio.

2. La legge sventola la bandiera dell’autonomia scolastica. Al punto che nasce il Ptof (Piano triennale di offerta formativa). Il fatto è che quella bandiera garrisce al vento già da tempo, senza che abbia prodotto nulla di men che ridicolo. La libertà culturale non può essere territoriale, semmai individuale. Ha un senso se le famiglie possono scegliere la scuola, portandosi dietro i soldi. L’autonomia è una gran presa per i fondelli, se poi tutto confluisce nell’esame di Stato che presiede al totem baluba del valore legale del titolo di studio. Il Ptof “esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia”. Vorrei sapere cosa ha studiato chi compita in tal modo. Ma vorrei anche sapere come può esistere un esame di Stato se ciascuno fa quel che gli pare. Esiste perché la premessa è falsa. Tutto qui.

3. Ci sarà alternanza fra scuola e lavoro. Bene, una buona cosa. Se fosse una cosa, però. Negli ultimi tre anni della secondaria ci sarà alternanza fra scuola e lavoro. Almeno 400 ore nei tecnici e professionali e 200 per gli altri. Occhio al punto rivelatore: si potranno fare anche durante le vacanze. Questi hanno confuso l’attività lavorativa a scopo formativo con i lavoretti per guadagnarsi le vacanze, che da noi non esistono perché il datore di lavoro rischia la galera. Quel sistema funziona dove le aziende mettono bocca nella formazione e le scuole mettono piede nelle aziende. Altrimenti si chiamano “gite”. Funzionano, inoltre, se non si limitano a occupare ore, ma se possono poi essere valutate. Chi e come dovrebbe farlo è un mistero che la riforma lascia tale.

4. Il super preside non esiste. Egli, infatti “nel rispetto delle competenze degli organi collegiali, garantisce un’efficace ed efficiente gestione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche e materiali”. Come ora, che non riesce a farlo. Possono scegliere chi assumere? No, possono piluccare negli albi territoriali. Possono formare una squadra di docenti che li coadiuvino. Funzionava così anche nella mia scuola, e parliamo dello sprofondo del secolo scorso. Possono valutare, confermando o allontanando, i neo assunti con contratto annuale. Ma a parte il fatto che quelli sono i 100mila cui è stata promessa la stabilizzazione a vita, come li giudica? Con che criteri? La verità è che tutto il capitolo dell’autonomia e dei poteri è un gran gargarismo, se a quelli non si legano i soldi, se al risultato formativo, misurato sugli studenti, non si associa la destinazione dei fondi.

5. A proposito di fondi, non è passata l’idea del 5 per 1000, che il contribuente potrebbe assegnare alla scuola frequentata dai figli. È stato stralciato non cancellato. Avrei due obiezioni: a. pago già, per la scuola, con le imposte sul reddito e le tasse d’iscrizione, quell’idea può venire solo a gente che non s’è mai guadagnata da vivere o ha sempre evaso le tasse, sicché non sa cosa significa pagare due volte la stessa cosa; b. in quel modo i soldi vanno non dove c’è la migliore qualità, ma genitori più ricchi.

6. Buona la possibilità di detrarre, fino a 400 euro l’anno, le spese sostenute per mandare i figli alla scuola privata. Ma trattasi di occasione persa. Intanto perché 400 euro sono pochi. Poi perché si sarebbe dovuto operare in modo da far diventare ricche le scuole pubbliche buone, introducendo il buono di cui la famiglia dispone liberamente. Quello avrebbe comportato libertà di scelta, ma anche di premio alla qualità. Invece no, solo lo sconticino. Buono per il principio, ma solo per quello.

7. Nuove materie e nuovi insegnamenti restano lettera morta, perché sommersa dai vecchi insegnanti. 30 milioni sono stanziati per favorire l’aggiornamento tecnologico e la cultura digitale. Errore: bastava usare i soldi che ogni hanno si fanno buttare alle famiglie nei libri di testo, in questo modo disponendo di cifre serie (30 milioni non lo è) e digitalizzazione reale. In quanto al bonus di 500 euro a insegnante, dico solo che con le scarpe di Lauro, almeno, si camminava.

8. In quanto alla nuova scuola, intesa come nuova formazione culturale, è relegata nelle deleghe al ministro. Mica è di quello che si occupa la riforma. Aggiungete che continua a non esserci una valutazione costante, oggettiva e indipendente degli studenti e della loro crescita, quindi dei loro insegnanti e delle loro scuole. Per premiare i migliori. Tutto questo, quindi, non può che andare nel capitolo degli sprechi e delle occasioni perse.

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mercoledì 20 maggio 2015

Proroga straziante. Davide Giacalone

 

Il 730 semplificato e scaricato si sta incarnando in un’avventura contorta e scaricante. All’orizzonte della precomplicata sorge l’ipotesi della proroga, confermando che così come tutti i salmi finiscono in gloria, tutte le chiacchiere si schiantano ingloriosamente contro la realtà. Che non è quella virtuale e cinguettante, proiettata sugli schermi degli smartphone governativi.
Si partì dicendo che sarebbe stato l’avvento della semplificazione, talché il contribuente non avrebbe dovuto far altro che, ammirato e commosso, constatare quanto il fisco fosse stato equo e preciso nel tracciarne il profilo reddituale. S’aggiunse che accettando quella silhouette non ci sarebbero stati controlli, dacché tutti i dati erano già stati controllati e verificati. Non è vero, scrivemmo. Disfattisti, ci dissero. Peccato che il profilo somiglia sempre di più a una caricatura e che l’Agenzia delle entrate non abbia controllato nulla, limitandosi a un copia e incolla lacunoso, nel senso che alcuni pezzi se li è persi per strada.
Così si sono accorti, ad esempio, che nelle precomplicate non sono indicati i giorni lavorativi, rendendo impossibile il calcolo delle detrazioni. Mancano i contributi per colf e badanti. Sono imprecise le rendite catastali. Spesso mancano i redditi aggiuntivi, sebbene i sostituti d’imposta li abbiano segnalati per tempo, inviandone copia sia al fisco che agli interessati (senza dimenticare che hanno avuto il modulo da utilizzare solo una settimana prima della scadenza, il che ha sovente comportato una doppia duplice spedizione).
Cinguetta Matteo Renzi: dall’anno prossimo ci saranno anche le detrazioni sanitarie. Questo lo sapevamo dall’inizio, sia che quest’anno non ci sono sia che dal prossimo ci dovrebbero essere. Speedy Gonzales, a questo giro, è in ampio ritardo. E aggiunge, sempre mediante l’agenzia ufficiale del governo, ovvero Twitter: “lo ripeto tutti i giorni: semplificare, semplificare, semplificare”. Ma chi intende raggirare, raggirare, raggirare? Hanno messo su un casotto che la metà basta. Si arriva alla scadenza della Tasi senza sapere quanto pagare e senza che i bollettini precompilati, questa volta previsti dalla legge, siano mai partiti. Che sta dicendo, anzi, cinguettando? Ecco cosa sta dicendo, anzi, cinguettando: “quasi 300mila italiani hanno già inviato la dichiarazione dei redditi precompilata (promessa già dalla #Leopolda). Critiche e suggerimenti?”. No, non lasciatevi tentare, c’è il rischio sia considerato reato.
Perché, gentile Leopoldo Speedy, quelli che hanno abboccato, accettando di non detrarre quel che era loro diritto detrarre, non solo potranno essere sottoposti a controlli (perché hanno rinunciato? sono solo creduloni o hanno qualche cosa da nascondere?), ma riceveranno una mail nella quale si spiegherà loro che hanno firmato un documento che può contenere errori. A quel punto saranno presi dal panico e correranno a chiedere l’aiuto degli esperti, ovvero esattamente quelli cui li si sarebbe dovuti sottrarre. I quali esperti, siano essi caf (centri di assistenza fiscale) o commercialisti, già dicono che, in queste condizioni, è impossibile assicurare una prestazione seria nei tempi stabiliti.
Ed ecco che si parla di proroghe. Tema che richiede una risposta immediata, perché vede, gentile Twitt Gonzales, lei avrà pure esaurito, come ci ha comunicato ieri, “il quarto d’ora di twitter sul fisco”, ma se si comincia a parlare di proroga tutto si sbrodola, quindi sarà bene dirlo immediatamente: c’è o non c’è? Smentisca immediatamente, altrimenti nessuno bloccherà lo sbracamento. E se smentisce sarà anche il caso di suggerire all’Agenzia delle entrate di smetterla di sostenere che ci sono solo problemi di rodaggio, perché le macchine non si collaudano arrotando i passanti. Noi queste cose le scriviamo dall’inizio. Esiste la possibilità di dire: scusate, fummo presciolosi e avventati. Se, invece, la straziante proroga sarà confermata, ditelo comunque subito, giusto per evitare che chi ancora crede alla parola dello Stato sia il solo a spaccarsi in quattro per tener fede a chi è infedele.
La distanza che c’è fra l’annuncio di cose giuste e la realizzazione di pratiche efficienti è lo spazio che divide le politiche propagandistiche dall’arte di governare seriamente. La parte minore è l’ideazione, quella maggiore la messa in pratica. Non viceversa. Il pubblico da assecondare non è quello che spara e gioisce per i titoli, ma quello che porta sulle spalle il peso di un fisco esagerato nelle pretese e satanico nelle modalità. Il mondo reale non è popolato da followers, ma da cittadini che non è il caso di far diventare folli. Anche perché, per difendersi dall’incipiente follia, adottano una soluzione largamente sperimentata: smettono di credere a quel che si dice. Sarebbe una beffarda nemesi, per chi pensò che la parola fosse sufficiente a cambiare il mondo.
Davide Giacalone
@DavideGiac
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mercoledì 13 maggio 2015

Le confessioni dell'ex procuratore Piero Tony:"Ecco cosa fanno le toghe rosse". Mario Valenza

L'ex procuratore: "Dire che la magistratura è politicizzata non è una provocazione ma è una dura realtà. I responsabili della gogna giudiziaria sono spesso nelle procure.














"Le toghe rosse esistono, e adesso vi racconto cosa fanno". A parlare è l’ex procuratore capo di Prato, Piero Tony, che in un libro, “Io non posso tacere.








Un magistrato contro la gogna giudiziaria. Confessioni di un giudice di sinistra”, scritto con il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, racconta la sua carriera da magistrato iscritto a Magistratura Democratica. La toiga alza il velo sulle dinamiche dei magistrati di sinistra e sul loro modo di gestire la giustizia.

"La situazione di oggi è questa, una magistratura corporativa e politicizzata, vistosamente legata ai centri di potere, che non urla per protestare contro un sistema che l’ha resa inutile, ma anzi continua a opporsi in modo sistematico a qualsiasi progetto di riforma dell’esistente. È probabilmente l’effetto del piccolo cabotaggio delle varie campagne elettorali, attente più agli indubbi privilegi di categoria, compresi quelli economici, che ai modi per sanare un sistema spesso inefficiente. Piccolo cabotaggio che però non impedisce – soprattutto per quell’assenza di complessi sottesa a una politicizzazione così anomala – di agire e pontificare non solo in casa propria, ma in relazione a buona parte dei grandi temi politici nazionali e internazionali senza tema di essere apostrofati con un “taci, cosa c’entri tu?”. È questo che ha portato la giustizia, e non solo Magistratura Democratica, a ritenere di avere una singolare missione socioequitativa realizzabile non con la difesa dei più deboli, ma con l’attacco ai più forti. È come se a un tratto, in mancanza di alternative di governo, una parte della magistratura avesse scelto di perseguire attraverso la via giudiziaria l’applicazione del socialismo reale. Ma così salta tutto. Saltano i confini tra la politica e la magistratura. Salta la distinzione dei ruoli. Oggi è solo tautologia dire che la magistratura è partitizzata, non si tratta di un’opinione, è un dato di fatto. Esistono le correnti. Esistono i magistrati che professano in tutti i modi il loro credo politico. Esistono grandi istituzioni, come il Csm, dove si fa carriera soprattutto per meriti politici. E francamente non riesco a criticare fino in fondo chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. È un dramma, negarlo sarebbe follia", scrive Tony.

E ancora: "ora è ovvio che qualcuno pensi, mettendo insieme i pezzi, che talvolta l’azione della magistratura possa nascondere un fine legato non solo al rispetto della legge, ma anche a un’idea della politica. Attenzione, non mi riferisco a complotti o ad altre ingenuità del genere. Qui si tratta proprio di un problema di metodo, individuale. Non esistono complotti, esistono atteggiamenti, che a volte possono essere più o meno diffusi, e questi atteggiamenti spesso presentano lo stesso problema: la legge non è uguale per tutti, ma è più severa con chi non la pensa come te. Si tratta di accanirsi su una persona, o di utilizzare con questa metodi che non useresti con altri, solo perché ciò ti fa sperare in un ritorno d’immagine. (…) A questo punto mi si chiederà inevitabilmente: il ragionamento vale anche per Berlusconi? Non entro nel merito dei processi, che non conosco, non ho titolo per farlo, ma mi sento di affermare senza paura di essere smentito che se Berlusconi non fosse entrato in politica non avrebbe ricevuto tutte le attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Anche nel caso Ruby, che in linea teorica avrebbe dovuto essere un ordinario processo di concussione e prostituzione minorile, è evidente che l’ex presidente del Consiglio ha avuto un trattamento speciale". Insomma per chi avesse bisogno di ulteriori conferme non resta che leggere la confessione integrale di Piero Tony sul suo libro, che di certo solleverà non poche polemiche.

mercoledì 29 aprile 2015

La spada e la bilancia. Davide Giacalone




La giustizia è raffigurata talora bendata e talora vigile, ma sempre con la bilancia più in alto della spada. L’equilibrio prima della forza. La garanzia prima della punizione. La nostra giustizia fa precedere la spada alla bilancia, la punizione al giudizio. Non le basta essere cieca, pratica anche l’insensibilità. In poche ore una collana di fatti, che è una catena al collo di tutti.
Stiamo ancora aspettando che il presidente della Repubblica intervenga, come è necessario. Stiamo ancora aspettando una risposta alle domande: come è possibile che la Cassazione pensi di dirimere un conflitto giurisprudenziale con un comunicato stampa, insultando i giudici autori delle sentenze? E come è possibile che in quello neghi l’esistenza di alcune massime, elaborate dalla Cassazione stessa? Nessuno creda che la faccenda si possa chiudere sol perché il silenzio di quasi tutti l’accompagna. Nessuno creda che il tacere, increscioso e imbarazzante, dell’informazione sia capace di silenziare le coscienze. Restiamo in attesa.

Nel frattempo apprendiamo che Gai Mattiolo, stilista, è innocente del reato ascrittogli. La procura aveva chiesto di condannarlo a 4 anni e 4 mesi di galera. Il tribunale ha sentenziato: “il fatto non sussiste”. Non ci fu bancarotta, non ci furono distrazioni, non ci furono falsi. Nessuno degli imputati è colpevole. Sussiste un fatto, però: Mattiolo ha subito quattro mesi di custodia cautelare, ha vissuto sette anni da imputato, ne vivrà ancora altri, perché l’accusa presenterà sicuramente ricorso, ha subìto un danno economico enorme e solo ora, dopo sette anni, gli restituiscono i beni allora sequestrati. La procura non avrebbe dovuto indagare e accusare? Certo che deve, se pensa di averne gli elementi, ma ora sappiamo, per certo, che il giudice che dispose gli arresti commise un gravissimo errore. E sappiamo che un processo con prove documentali non può arrivare sette anni dopo (infatti il giudizio vero è stato veloce). E ancora siamo solo al primo terzo. Se qualcuno non paga, per questi errori, tutto il resto perde dignità e credibilità.

Sento già la critica, figlia della più sudicia ipocrisia: vi occupate di queste cose solo quando riguardano gente ricca e potente. Ce ne occupiamo assai spesso, ma degli altri non frega niente a nessuno. E meno che mai a quelli che dicono la castroneria appena riportata.

Prima di apprendere l’assoluzione di Mattiolo abbiamo potuto vedere il filmato dell’arresto di un muratore. Un altro nessuno, divenuto qualcuno per l’accusa che pende su di lui. Colpevole? Innocente? Lo stabilisca il processo. Ma perché vengono diffuse, dopo un anno, le immagini dell’arresto? C’entra qualche cosa che si era alla vigilia dell’udienza preliminare? Perché era la vigilia. Ed è uno schifo. Una pressione che falsa la giustizia. Toccherebbe al Consiglio superiore della magistratura chiedere di sapere chi ha fornito quel filmato e perché ha scelto quella data. Il colpevole va condannato, ma lo spettacolo dell’uomo braccato e spaurito è l’opposto di quel che rende legittimo un verdetto.

Quel filmato ancora scorreva e scorre, nel mentre un padre decide di suicidarsi per la custodia cautelare cui è sottoposto il figlio. Scandagliare l’animo e la mente è impresa temeraria. Esprimere giudizi è privo di senso. Un suicidio di quel tipo è l’eco di uno sconvolgimento che, fortunatamente, non si trova nelle successive parole del figlio (scarcerato dopo il suicidio paterno, ma le ragioni della custodia cautelare c’erano o no?). Se, però, il morituro lascia scritto: “la magistratura miope talora uccide”, la magistratura seria tace. Invece un procuratore ha sostenuto: “oramai dicono tutti così”. E lui chi crede di essere, se gli altri sono “tutti”? Chi gli ha assegnato il diritto di ultima parola? Non pago, ha aggiunto: “Il copione è sempre lo stesso: atteggiarsi a vittime della malagiustizia e qualcuno ci crede sempre. Queste cose, purtroppo, succedono quando ci sono tanti soldi in ballo. Quiando arriviamo noi e blocchiamo il denaro proveniente da attività illecite chi non può più fare la vita di prima ci attacca”. Ma quel signore si è ammazzato. E quello che parla fa il procuratore, l’accusatore, non il giudice! La spada prima della bilancia. E gli sembra pure giusto. Se queste condotte non vengono punite poi è normale che ciascuno si scelga la propria, seguendo deontologia o esibizionismo, a seconda dei gusti.

Arturo Diaconale, dopo l’esperienza del tribunale Dreyfus, presenta in Campania una lista “Vittime della Giustizia e del Fisco”. Il fatto è che le “vittime” non sono quelli che incappano nel tritacarne, ma tutti. Una società senza giustizia funzionante è profondamente corrotta. E la politica che se ne occupa con un occhio reverenziale al corporativismo togato e l’altro incanaglito dall’uso della giustizia contro l’avversario, non è solo politica cattiva: è già sepolta.

www.davidegiacalone.it

@DavideGiac

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martedì 28 aprile 2015

Punire i ricchi, pessima politica. Gianni Pardo




La cartamoneta non è un valore in sé. Chi fabbrica e vende una sedia, guadagna denaro ma, finché non compra qualcosa, ha soltanto un titolo di credito: “Con questo documento ho diritto d'avere dalla comunità un bene o un servizio di valore corrispondente a quello della sedia da me prodotta”. Mentre nel momento in cui passa di mano, il denaro è uno strumento facilitatore degli scambi, nel momento in cui, avendolo ottenuto, lo si detiene senza spenderlo, si ha il risparmio. Questo corrisponde ad una ricchezza prodotta e ceduta, sul momento in cambio di niente. O più esattamente della possibilità di una spesa futura.

Se il risparmio fosse un fenomeno eccezionale, non si creerebbero problemi. Se invece diviene un fenomeno di grandi dimensioni, il valore della moneta ne risente. Dire che molti cittadini “risparmiano” corrisponde a dire che molti cittadini “producono più ricchezza di quanta ne consumino”. Essi ottengono in cambio una promessa ed è ragionevole chiedersi in quale misura quella promessa sarà mantenuta. In particolare se, nel momento in cui spenderanno quel denaro, otterranno una ricchezza di pari valore di quella da essi prima prodotta.
Il modo più semplice, per chiarire il problema, è immaginare che il denaro costituisca esso stesso un valore, come nel caso delle monete d'oro. Con l'oro infatti l'inflazione diviene impossibile. Essendo una merce, l'oro, anche se monetizzato, non potrà mai dare grandi sorprese, a parte quelle dipendenti dalla domanda e dall'offerta. Ma non più di quante ne diano case e terreni. Con la circolazione aurea, coloro che producono più ricchezza di quanta ne consumino finiranno col concentrare nelle loro mani più oro della media. Dal momento che questo oro lo “congeleranno”, nel senso che lo deterranno senza spenderlo, la conseguenza sarà una rarefazione del metallo sul mercato, e per conseguenza – secondo la legge della domanda e dell'offerta – un suo apprezzamento. In altri termini, i prezzi scenderanno, perché si dovranno offrire più beni di prima per ottenere la stessa quantità di oro. Nell'ipotesi della circolazione aurea è come se il denaro non esistesse e si fosse nella situazione del baratto.
Tutto ciò cessa d'essere vero se il denaro è costituito dalla cartamoneta. Se c'è molto risparmio, lo Stato può facilmente introdurre nel mercato una maggiore quantità di banconote aumentandone così l'offerta e abbassandone per conseguenza il valore, fino a mantenere invariato il potere d'acquisto della moneta Inoltre l'Erario trae dall'operazione il vantaggio di spendere questo “denaro fresco” per i propri scopi, con soddisfazione di tutti. Purtroppo lo Stato – per motivi politici, per motivi elettorali, per demagogia o per supposta necessità – ha tendenza a immettere in circolo molto più denaro di quello che corrisponderebbe all'(eventuale) aumento della ricchezza prodotta. Così arriva a creare un debito pubblico astronomico - in Italia oltre 2.130.000.000.000€ - su cui l'Erario riesce a stento a pagare gli interessi. Ché anzi, per pagarli, contrae ancora debiti.
Purtroppo, l'operazione non presenta nessuna difficoltà: si tratta soltanto di stampare fogli di carta. Così l'Erario aumenta la massa monetaria (a fronte di niente), e crea inflazione. O, più esattamente, la creerebbe, se quel denaro entrasse realmente in circolazione. Nella realtà invece i risparmiatori il denaro rappresentato dai titoli di Stato lo detengono e basta, contentandosi degli interessi (un tempo lauti) ed è come se dei giocatori, dopo aver scambiato del denaro al botteghino, si contentassero per sempre delle fiches di plastica. Di fatto i detentori di titoli pubblici congelano un'enorme massa di denaro, rendendo invisibile l'inflazione.
Se la situazione fosse stabile, potremmo dire che i “non risparmiatori” hanno fatto un affare. Quel denaro lo Stato l'ha speso per loro, sottraendolo ai risparmiatori, e quegli ingenui si sono contentati dell'illusione che un giorno potrebbero ricuperarlo. Purtroppo in quel momento nessuno avrà da gioire.
Col tempo, l'illusione che un giorno si possano spendere i soldi rappresentati dai titoli di Stato comincerà a svanire. Arriverà il momento in cui un grosso risparmiatore comincerà a temere una crisi di fiducia e penserà che, se incassa subito i suoi crediti, otterrà una quantità di denaro corrispondente al valore di ciò che ha risparmiato; mentre, se perde tempo, potrebbe subire grosse perdite. Altri capitalisti, assaliti dai suoi stessi dubbi, potrebbero cominciare a spendere e naturalmente quel denaro, riversandosi sul mercato, farebbe salire i prezzi. Sarebbe l'inflazione. Per evitarlo, il primo risparmiatore comincerà a liquidare i titoli, ma ciò allarmerà anche gli altri, e sarà una gara di velocità verso la catastrofe. Quando la crisi di fiducia si generalizza, tutti si precipitano ad incassare i titoli di Stato in scadenza e a vendere quelli non in scadenza, con la conseguenza di un autentico tsunami finanziario. I prezzi hanno una spaventosa impennata e ad essi potranno far fronte – se pure imprecando contro la propria dabbenaggine – i risparmiatori, che magari otterranno la metà di ciò che credevano di avere ma di cui dopo tutto potevano fare a meno. La sorte peggiore sarà invece quella di coloro che non hanno risparmi e vivono di reddito fisso. Essi infatti non avranno riserve e sarà come se di botto gli avessero tolto metà del loro reddito mensile.
La circolazione aurea non permetterebbe questi disastri, ma molti sostengono che essa non sia possibile in un'economia moderna. E sia. Ma lo Stato dovrebbe manovrare la cartamoneta più o meno come se fosse oro. Se si illude che sia soltanto carta e ne stampa enormi quantitativi con spensierata voluttà, pone le premesse di un disastro. E si sbaglia anche se pensa che il debito pubblico sia uno strumento per depredare gli ingenui risparmiatori (i “ricchi” della propaganda di sinistra) a favore dei poveri, perché le conseguenze potrebbero essere opposte. La massima quantità di lacrime e sangue sarà versata dai cittadini più deboli.
De te fabula narratur, dicevano i latini. Non stiamo parlando di cose teoriche, stiamo parlando del futuro dell'Italia.

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Sono stato condannato. Davide Giacalone

 
Sono stato condannato, in primo grado, per avere diffamato il magistrato Marcello Maddalena. Ritengo corretto quel che scrissi e lo riscriverei. Non lo considero solo un diritto, ma un dovere.

In breve: Cesare Romiti aveva scritto che Maddalena li aveva avvertiti che arrivavano in procura delle denunce anonime. Testualmente: “Fu il vicecapo della procura di Torino, Maddalena, che mi aprì gli occhi. Un giorno chiamò il nostro responsabile dell’ufficio legale, Ezio Gandini, e gli disse: <
Il dottor Maddalena querelò Romiti e me. Nel corso del processo è emerso che le cose erano andate come Romiti le aveva raccontate. Maddalena ha ritirato la querela nei confronti di Romiti e insistito contro di me. La requisitoria del pubblico ministero s’è soffermata su un punto: Maddalena è un magistrato. Osservazione pertinente.

Mi ha querelato anche perché ho citato il suo libro e l’idea che l’arresto sia un “momento magico”. Per quello mi querelò a suo tempo. Fui condannato in primo e secondo grado, nonché assolto in Cassazione. E’ bello rifare, ogni tanto, sempre lo stesso processo. Ci si mantiene giovani. Vero è che la legge esclude si possa celebrare due volte lo stesso processo sul medesimo fatto, ma, che volete, come opportunamente il pubblico ministero ha sottolineato: è un magistrato.

Non mi dolgo della condanna. Per quella la battaglia continua. A me basta che Maddalena abbia ritirato la querela a Romiti, confermando quel che vidi e scrissi allora.

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martedì 21 aprile 2015

Cassazione scassata. Davide Giacalone



Il condannato Silvio Berlusconi ha terminato di espiare la pena. E questo è noto a tutti. Quel che non è noto, però, è che nel frattempo la Corte di cassazione ha condannato la sentenza che lo condannava. La considera un’eccezione, da non prendere ad esempio, perché sbagliata.

Il nome del condannato agita le tifoserie. Gli capitava da imprenditore, ancor più da politico. La condotta di quelle trincee vocianti non è per nulla interessante. Talora neanche ragionevole. La linea cui ci si deve attenere, quando si affrontano questioni di giustizia, consiste nel non cedere alla contrapposizione fra innocentisti e colpevolisti, ma di attenersi alla difesa del diritto e dei diritti. Solo in questo modo non ci si limita a discutere casi personali, sollevando questioni che, sempre, riguardano tutti. Il che vale anche questa volta. Ma non faccio il falso ingenuo, so bene che il nome di Berlusconi è divisivo, capace, per i simpatizzanti e gli antipatizzanti, di distorcere la percezione della realtà. Chiedo uno sforzo, però: prima si capisca quel che è successo, poi si passi alle considerazioni, anche politiche e personali, che se ne possono far discendere.

Con sentenza della cassazione, emessa il primo agosto del 2013 (numero 35729), è stata confermata la condanna inflitta agli imputati in appello. Per Berlusconi la cassazione chiese anche il ricalcolo della pena accessoria. Il reato contestato era la frode fiscale, con violazione (scusate la pedanteria, ma fra poco ne sarà chiara la ragione) del decreto legislativo 10 marzo 2000, numero 74. Detto in soldoni: la dichiarazione dei redditi della società (Mediaset) era mendace, giacché contenente riferimenti e contabilizzazioni di documenti falsi (fatture). Il seguito lo conoscono tutti: decadenza da parlamentare e affidamento ai servizi sociali.

Il 20 maggio del 2014, quasi un anno dopo, quindi, la terza sezione della Corte di cassazione si è trovata ad esaminare un caso del tutto analogo, emettendo una sentenza, depositata in cancelleria il 19 dicembre successivo. L’imputato era stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Osserva la cassazione, a pagina 10 della sentenza: “In sostanza, la corte d’appello appare aver adottato una interpretazione (analoga a quella poi seguita dalla Sezione Feriale 1/8/2013, n. 35729) nel senso che per la sussistenza del reato sarebbe sufficiente la prova di un <> al sottoscrittore della dichiarazione” (corsivo e omissioni come da sentenza). Tenetevi forte, perché le parole che seguono vanno valutate una per una.

Scrive la Corte: “Si tratta però di una tesi che non può essere qui condivisa e confermata, perché contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte ed al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari introdotto dal legislatore con il decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74”. Detto in altro modo: le ragioni per cui Berlusconi, assieme ad altri, è stato condannato non solo sono difformi dalla “contraria” e “assolutamente costante e pacifica giurisprudenza” della cassazione, ma sono in contrasto con quanto stabilisce la legge. Tanto che, quel 20 maggio dell’anno scorso, la cassazione annullò la sentenza che le era stata sottoposta. Il primo agosto del 2013, invece, la confermò. Non è finita.

Alla sentenza si accompagnano delle “massime”, che sono delle brevi citazioni, utili a fissare i principi di diritto che la sentenza afferma. La cassazione, infatti, esiste quale giudice di legittimità ed ha una funzione nomofilattica, che significa: garantire l’uniformità dell’interpretazione e dell’applicazione del diritto. Le massime aiutano i futuri giudici di merito (e gli avvocati, naturalmente) ad attenersi a quell’uniforme interpretazione e applicazione. Ebbene, la sentenza di cui parliamo è accompagnata da alcune massime, in calce alle quali ci sono i riferimenti a varie sentenze, sempre della cassazione, “conformi”, vale a dire che sostengono la stessa cosa. E c’è la difforme: la numero 35729. Quella che condannò Berlusconi.

Nelle motivazioni e nella massime si legge la corretta interpretazione della legge: la frode fiscale nasce e si concretizza nel momento in cui è firmata la dichiarazione mendace, mentre nessuno degli atti preparatori può, in nessun caso, essere utilizzato per dimostrarla e indicarne il colpevole. Tale, del resto, è chi firma il falso, ovvero nessuno degli imputati allora condannati. Ma colpevole può anche essere chi induce l’amministratore di una società in errore, mediante l’inganno. Circostanza negata dalla sentenza d’appello, quindi, ove la si voglia contestare, sarebbe stato un motivo di annullamento (con rinvio), non di conferma. Colpevole può anche essere l’amministratore di fatto, ovvero la persona che non figura come amministratore, ma che ne esercita le funzioni. Nel qual caso, però, si deve dimostrarlo. Senza nulla di ciò non può esserci condanna, questo stabilisce la cassazione, con “assolutamente costante e pacifica giurisprudenza”.

Vengo all’ultimo aspetto, che a sua volta ha un peso dirompente. I contrasti di giurisprudenza esistono fin da quando esiste la giurisprudenza. Per quanto la cassazione s’affanni a perseguire l’uniformità, agguantarla in modo assoluto è impossibile. Quindi, se due giudici emettono sentenze diverse non è una cosa poi così terribile. Peccato, però, che la cassazione esiste proprio per correggere, non per produrre le difformità. E peccato che, in questo caso, non ci sono due giudici, ma uno solo. I due collegi, quello del 2013 e quello del 2014, si compongono complessivamente di dieci giudici, ma, come si vede dal frontespizio delle due sentenze, il “consigliere relatore” è uno solo. La stessa persona. Che ad agosto del 2013 scrive una cosa e a maggio del 2014 la demolisce. Anche in modo sprezzante, e ben più a lungo e dettagliatamente di quanto qui riportato. Nessuno pensi di cavarsela supponendo uno sdoppiamento della personalità. Meno ancora in un cambio di opinione, perché ha messo nero su bianco che l’orientamento era univoco sia prima che dopo. In quelle parole, dure e inequivocabili, io leggo il dolore. Un cultore del diritto cui si è storto fra le mani. E siccome la legge impedisce a un giudice di manifestare e rendere noto il proprio dissenso (in altri sistemi di diritto si verbalizza il diverso parere e, anzi, lo si utilizza pubblicamente per aiutare l’interpretazione della sentenza), quello ha preso la forma di una sentenza successiva.

Tutto questo dice una cosa terribile: s’è scassata la cassazione. La prova ce l’avete sotto gli occhi, contenuta nelle due sentenze. Questo è il punto che considero più rilevante e, ovviamente, di valore generale. Ma so benissimo che tutti guarderanno al nome del condannato, sicché aggiungo un dettaglio, che le tifoserie interpreteranno da par loro, mentre a me preme perché conferma quanto appena, tristemente, constatato: quel condannato, quando ancora era imputato, sarebbe dovuto finire davanti alla terza sezione, perché così stabilisce la Costituzione, affermando che il giudice non lo sceglie nessuno, ma è precostituito per legge, invece finì davanti alla sezione feriale. Perché accadde? Allora si disse, e ovunque si scrisse, perché i reati contestati sarebbero andati in prescrizione di lì a qualche settimana. In questi casi, giustamente, non si lascia che le ferie dei giudici mandino al macero le sentenze. Ma l’autorità giudiziaria di Milano, dove si era svolto il processo e dove risiedeva la procura che aveva sostenuto l’accusa, aveva inviato un fax con il quale dimostrava che la prescrizione, correttamente conteggiata, non era così imminente.

Le tifoserie pro Berlusconi grideranno d’orrore, vedendoci il complotto. Le tifoserie anti Berlusconi grideranno d’orrore, vedendoci la delegittimazione di giudici e sentenza. Lasciatemi accudire l’orrore silente, per una giustizia che si fatica a considerare tale.

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venerdì 10 aprile 2015

La previsione di Cantone e la corruzione di sistema. Arturo Diaconale




l'Opinione - Secondo il presidente dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, il prossimo futuro ci riserva l’esplosione di nuovi scandali provenienti dal mondo delle cooperative tradizionalmente legato a quello della sinistra. È da escludere che Cantone possa poggiare questa previsione sulla convinzione che una parte dei dirigenti delle cooperative siano stati colpiti da un qualche misterioso morbo che li spinge a compiere individualmente comportamenti corruttivi. Più probabile che il presidente dell’Anticorruzione si sia convinto che i fenomeni di corruzione non siano solo frutto delle debolezze degli uomini, ma anche delle carenze del sistema dei rapporti esistente da decenni tra amministrazioni pubbliche e cooperative “rosse”. E abbia formulato la propria previsione dando per scontato che questi rapporti malati non possano non continuare a produrre conseguenze penalmente rilevanti.

Quella di Cantone non è una tesi azzardata. È una convinzione fin troppo generalizzata. Nella Prima Repubblica tutti sapevano come funzionava il sistema degli appalti pubblici con quote fisse e rigide alle aziende vicine alla Democrazia cristiana, a quelle vicine al Psi ed ai minori partiti laici ed alle cooperative rosse legate a stretto filo all’allora Pci. La rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite ha scardinato la parte di quel sistema riguardante i partiti democratici, ma ha lasciato intatta la parte relativa alla sinistra ed alle sue cooperative. E da allora ad oggi questa condizione di favore, aiutata dal crescente predominio politico delle forze di sinistra sulle amministrazioni locali, ha allargato a dismisura la “quota” originaria delle cooperative. Il difetto di sistema è tutto qui. Non nel progressivo degrado morale dei singoli dirigenti, ma nell’intreccio sempre più ampio e più stretto tra apparati pubblici e mondo cooperativo legato a chi occupa gli apparati pubblici.

Naturalmente accanto a questo difetto ve ne sono anche altri. Perché, come ha dimostrato il Mose, l’Expo ed una serie infinita di altri scandali, gli eredi dei partiti democratici della Prima Repubblica e le aziende a loro collegate direttamente o indirettamente non sono rimasti con le mani in mano. Hanno occupato quanto più hanno potuto. Alla faccia di quanti, a dispetto del fallimento di Mani Pulite, hanno continuato a pensare (spesso in cattiva fede) che la corruzione sia un difetto antropologico degli italiani e non la conseguenza inevitabile di un sistema perverso di occupazione dello Stato.

Logica vorrebbe che per risolvere un così lampante problema si ricorresse ad una modifica del sistema e non alla sola repressione degli atti dei singoli. Invece avviene l’esatto contrario. Il sistema rimane invariato e, a beneficio della più banale demagogia giustizialista, il Parlamento produce una legislazione anticorruzione diretta solo alla repressione delle devianze personali. Perché? Già, perché se non per rimanere fedeli alla tradizione del Gattopardo?

Oooooh, Landini. Claudio Cerasa






il Foglio - Maurizio Landini è un simpatico sindacalista che conosce i segreti della comunicazione, che riesce senza difficoltà a risultare insopportabile agli interlocutori, e dunque spesso a farli uscire di senno, che sa quando è il momento giusto per mostrare a favore di telecamere la propria canotta sudata, spiegazzata e pregna di infaticabile lavoro, e mediaticamente parlando è riuscito a occupare una casella che fa la felicità di ogni autore di ogni talk-show: quello che prende, parte e dice du’ cose a caso contro Renzi. Nell’èra dell’egemonia della Leopolda, avere Landini in tv, con i suoi wuuuuuaaaa, oooohh, ehhhhh, è più eccitante che ospitare un monologo della signora (zzzzz) Camusso. Ma più passa il tempo in tv, più l’osservatore prende confidenza con la grammatica landiniana e più si rende conto di come questo simpatico sindacalista si stia trasformando nell’erede naturale di Antonio Ingroia. Stesso pubblico. Stessi fan. Stessa stampa.

E proprio come il nostro beniamino che ha allegramente usato le proprie inchieste per fare politica, Landini oggi sta usando il consenso che ha costruito in una vita passata nel sindacato per fare la sua rivoluzione civile. Si candiderà? Non si candiderà? Poco importa. Il progetto della coalizione sociale, vaste programme, è chiaro, è speculare a quello che provò a incarnare con il successo quotidiano che sappiamo Ingroia ed è un tentativo che punta a mettere insieme, più che una proposta precisa, tutti gli antagonismi. Da un certo punto di vista, Ingroia è stato più coerente di Landini e quando il suo primo lavoro (il magistrato) era diventato parente stretto del suo futuro lavoro (la politica) ha deciso di fare un passo in avanti per candidarsi alla guida del paese. Landini forse non arriverà a tanto (peccato, sarebbe uno spasso) ma attorno alla sua figura si gioca una partita importante che è quella che riguarda la Cgil.

In un primo momento, Landini poteva essere la persona giusta, per spirito, carattere, estetica e gusto per le canotte, per trasformare la Fiom nel giusto interlocutore del governo e rottamare il vecchio arnese Camusso. Landini ha avuto un anno di tempo ma tra una serata a Porta a Porta, un’intervistina a Ballarò, una chiacchiera da Floris, un cappuccino con Agorà, non è riuscito a incassare nessuno dei risultati che avrebbe potuto ottenere. Che fine ha fatto la battaglia sulla rappresentanza sindacale? Che cosa aspetta la Fiom a chiedere una seria riforma che semplifichi la contrattazione aziendale? E perché Landini non ha detto una sola parola quando è scaduta la delega legislativa della legge Fornero (comma 62, articolo 4, legge 28 giugno 2012 numero 92) che avrebbe rimosso il divieto di partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori dipendenti nei consigli di sorveglianza? Zero assoluto. Più che stupirsi dunque per il divario che esiste tra esposizione mediatica (a manetta) e successi ottenuti (lo scorso 14 febbraio, la Fiom ha indetto uno sciopero a Pomigliano a cui hanno aderito 5 operai su 1.478; il 15 gennaio stessa scena alla Sevel, in Val Di Sangro: 3 per cento della partecipazione; il 28 febbraio stessa scena a Melfi: allo sciopero partecipano 15 operai su 1.500) ciò che stupisce è l’incapacità del leader della Cgil, Camusso, di capire che ha l’occasione di fare una cosa che non ha mai fatto finora: contare qualcosa. Come? Non regalando il suo sindacato a Landini-Ingroia ma capendo che oggi chi cambia il sindacato può aiutare a cambiare il paese. La magistratura, dopo il caso Ingroia, non ha fatto molto per autoriformarsi. Il sindacato, invece, è ancora in tempo. Riuscirà Camusso a capire che quella che ha oggi è l’occasione della vita? Chissà.

La tortura dell'irresponsabilità. Davide Giacalone


Sentirsi condannare per tortura è già in sé mostruoso, ma è l’intera vicenda legata al G8 di Genova (luglio del 2001) a rappresentare il peggio di un Paese che scivola nell’orrore per mancanza di responsabilità e memoria. I fatti sono gravi, ma è quel che li accompagna a renderli inaccettabili. Disonorevoli. Si tratta di faccende così contorte che, lungi dal volerle o poterle esaurire, preferisco isolarne alcuni punti.

1. In piazza si vide una violenza organizzata e determinata. Reprimerla, anche duramente, non era solo legittimo, ma doveroso. Uno dei violenti perse la vita, ucciso dal rimbalzo di una pallottola esplosa da un carabiniere. Ma quel che stava facendo consisteva nell’attentare alla vita di alcuni carabinieri. Lui era dalla parte del torto, i carabinieri da quella della ragione. Il racconto successivo capovolse le parti, fino a voler far sembrare vittima ed eroe il criminale, mancato carnefice. Si giunse a intitolargli l’aula di un gruppo parlamentare, allora guidato da un signore (Fausto Bertinotti) che, in attesa di rifondare il comunismo, ha trovato di maggiore interesse le questioni di fede. E chissà che colà non ottenga perdono.

2. Un nutrito gruppo di manifestanti, fra i quali si trovavano persone, storie e atteggiamenti diversi (come sempre capita, in questi casi), pensò di passare la notte in una scuola, la Diaz. La Polizia ricevette l’ordine d’intervenire. Alcuni dirigenti, presenti in quel momento, proposero di usare i lacrimogeni, per far uscire gli occupanti. Ma la decisione fu diversa: fare irruzione. Era il termine di una giornata difficile, c’erano già stati scontri durissimi. Chi diede quell’ordine fece una scelta pericolosa. L’irruzione ci fu e si tradusse in un massacro.

3. Non bastasse questo, che già basterebbe, quanti furono fermati e portati nella caserma Bolzaneto ebbero un supplemento di ruvidità. Tanto più ripugnante quanto, a quel punto, del tutto inutile. Non mi piace l’ipocrisia, quindi la dico in modo piatto: se c’è bisogno di picchiare le forze dell’ordine devono farlo, se serve a fermare i violenti è bene farlo, se serve a ridurre il pericolo di violenze più efferate è saggio ordinarlo. Ma picchiare per picchiare è da selvaggi. E quella fu una notte selvaggia.

4. Ci sono stati dei processi, in Italia, e delle condanne. Così come ce ne sono stati con delle assoluzioni (fu processato, e assolto, il carabiniere che aveva sparato e ucciso). Ben prima dei processi, e, comunque, nel loro corso, mancò la sola cosa che era lecito attendersi: un grado superiore che si assumesse la responsabilità dell’accaduto. Non è neanche detto che la cosa dovesse necessariamente avere valore penale, ma ne avrebbe avuto, e molto, morale. Non è accaduto. E questo è molto grave. E’ decisivo e gravissimo.

5. Neanche dal governo e dal mondo politico giunsero assunzioni di responsabilità. Manifestazioni di solidarietà, agli uni o agli altri, ma da parte di soggetti inutilmente estranei alla catena del comando e del potere. Anche questo è molto significativo, perché non esiste potere senza responsabilità e chi rifiuta di assumersene è un impotente alla nascita, o un vile alla crescita. Tenete a mente questi ultimi due punti, perché ci servono a capire il pericolo che corriamo, per il futuro.

6. Si sostenne, in pratica, che se qualche cosa era andato storto (il che era documentato dalle immagini) la responsabilità era da attribuirsi a chi ne era fisico protagonista. Il che, in teoria, ci può anche stare: si arma la mano di un carabiniere o di un poliziotto, ma se poi quello la usa, singolarmente, in modo inappropriato o esagerato, ne risponde personalmente. Non è quello che accadde, però, perché se un’intera truppa si comporta in quel modo è segno che qualcuno aveva innescato il comando, o, se si preferisce, ne aveva perso il controllo. In ambo i casi ne è responsabile. Dico di più: onore e onere del ruolo impone che sia il capo, il primo della gerarchia, ad assumersi la responsabilità, salvo poi usare tutti gli strumenti interni per accertare e punire quelle diverse dalla sua. Il capo della Polizia (era Gianni De Gennaro) non lo fece. Lo stesso fu poi premiato con incarichi di altissimo livello, fino a divenire presidente di Finmeccanica, che con le sue funzioni di allora non hanno nulla a che vedere. Mettiamola così: a comportarsi in quel modo ci guadagnò. Che sia un guadagno anche per la collettività, ne dubito. Per le ragioni che seguono.

7. Il milite o l’agente delle forze dell’ordine, in casi come quelli, risponde agli ordini e rischia la propria incolumità, se non direttamente la pelle. Se, in casi d’incidente, viene anche abbandonato al suo destino, quasi si trovasse da quelle parti per personale trastullo, o per soddisfare il proprio sadismo, la sola cosa che se ne ottiene è il dilagare dell’ammutinamento. Se negli scontri e nelle violenze di piazza, come è poi accaduto anche in altri casi, sebbene meno gravi, è il singolo poliziotto e il singolo carabiniere che risponde di quel che gli succede, saltando la responsabilità dei comandi e quella dell’addestramento cui è stato sottoposto, più prima che poi si trasformeranno quei corpi in un fritto misto di stipendiati ignavi e di invasati fanatici. Che è l’esatto opposto dell’interesse collettivo.

8. Siamo stati condannati (noi tutti, noi italiani), dalla Corte di Strasburgo, per la semplice ragione che un cittadino ha fatto ricorso visto che i suoi aguzzini non sono stati processati per il reato di tortura. E non lo sono stati perché in Italia non esiste. Sebbene l’Italia abbia sottoscritto e ratificato una serie di trattati internazionali che lo prevedono e impongono.

9. Attenti, questo non significa che la tortura sia da noi consentita. Cerchiamo di non perdere la testa. La tortura è esclusa dalla nostra stessa Costituzione! Il fatto è che la definizione e tipizzazione (quindi specificazione di cos’è e quando ricorre) di quel reato è stata costantemente rinviata proprio perché s’è costruito un mondo irresponsabile: i comandi non vogliono gli oneri del comando, mentre risulta evidente che è insensato prendersela con i sottoposti. E con questo siamo arrivati al cuore del male italiano, al nocciolo duro del collettivo disfacimento: la fuga dalle responsabilità.

Quella notte del 21 luglio 2001 sarebbe stato meglio non fosse stata vissuta. Ma è successo. Le persone razionali e le collettività ragionevoli non possono evitare gli errori, ma possono e devono farci i conti, capirne l’origine e lavorare perché non si ripetano. E’ quello che non abbiamo fatto. Ciascuno pensando di rimpiattarsi, tutti supponendo che dimenticare sia meglio che ragionare. Così siamo riusciti a beccarci una condanna per tortura. Che grida vendetta al cospetto del cielo.

mercoledì 1 aprile 2015

Toh, ora i compagni scoprono il fetore delle intercettazioni. Vittorio Feltri



Fin dagli anni Cinquanta la sinistra si dà tante arie e suole dividere l'umanità in buoni e cattivi, mettendosi dalla parte dei primi che essa definisce non a caso progressisti.
Già. Talmente progressisti da arrivare ultimi in ogni circostanza. Lo abbiamo constatato anche stavolta a proposito delle intercettazioni, da decenni al centro di polemiche, oggetto di numerose proposte di legge dibattute all'infinito eppure rimaste lettera morta poiché prive del nullaosta indovinate di chi? Degli ex o postcomunisti, decida il lettore come chiamarli; tanto, comunisti erano e la loro mentalità settaria è ancora intatta dai tempi che furono.

Il problema è semplice. Ai politici col birignao e sedicenti colti in quanto militanti o simpatizzanti di sinistra, le parole rubate al telefono (contenenti millanterie e forzature di ogni genere sul cui significato occorrerebbe detrarre la tara) hanno fatto comodo finché i derubati erano avversari da esporre alla berlina, da emarginare e, infine, escludere dall'arena. Un gioco facile facile. Le Procure inserivano negli atti processuali le registrazioni di colloqui malandrini, compresi quelli penalmente irrilevanti ma giornalisticamente interessanti, piccanti, e a divulgarle provvedeva solerte la stampa, suscitando la curiosità morbosa dell'opinione pubblica.

Gli sventurati, vittime delle incursioni nella loro vita privata, venivano infilzati con soddisfazione da chi se ne avvantaggiava. Questo tipo di falli erano e sono impuniti: manca una legge apposita che li sanzioni. Clemente Mastella, quando era guardasigilli, predispose una normativa per arginare il traffico delle intercettazioni (poco giudiziarie e molto gossippare), però la maggioranza progressista che all'epoca reggeva il governo lo mandò al diavolo, creando i presupposti per eliminarlo dalla scena.

È chiaro a chiunque che le intercettazioni violano il segreto delle conversazioni private, ma poiché di solito riguardano la gente comune (della quale non importa nulla a nessuno nel Palazzo) oppure «nemici» di partito da sputtanare, ogni iniziativa tesa a disciplinare la materia è stata sistematicamente bocciata. Per lustri il personale politico di destra e centrodestra ne ha fatto le spese, mentre quello di sinistra ne ha tratto dei benefici sotto il profilo elettorale, essendo scontato che dai faldoni dei tribunali non uscisse nemmeno un sospiro delle loro telefonate innocenti o no. Una pacchia per i progressisti durata fin troppo. Infatti la musica sta cambiando.

Qualche spiffero velenoso comincia ad ammorbare le sacre stanze degli «intelligenti per antonomasia», i quali, sfiorati dal fetore delle intercettazioni, sono sul punto di cambiare idea; anzi, l'hanno cambiata, tanto è vero che si stanno attrezzando per impedire la fuga di notizie frutto di «furti» negli uffici dei magistrati. Come? Sbattendo in galera i giornalisti «ricettatori» del materiale scottante. Se la stampa aiuta la sinistra, i progressisti predicano in favore del diritto alla libertà della medesima; se, invece, essa si concede un attacco antigauche, allora meditano d'ingabbiare i ficcanaso delle redazioni. Sinché erano i berlusconiani a essere massacrati dai quotidiani con paginate e paginate di chiacchierate intime, non c'era anima bella che suggerisse di porre fine alle gratuite diffamazioni. Al contrario, adesso i progressisti, colpiti dalle indiscrezioni, invocano la Costituzione affinché agli scribi sia tolta la licenza di ferire con la penna riportando il contenuto di nastri registrati su ordine delle Procure.

Questa è la storia delle intercettazioni che attendono ancora - per poco, suppongo - una regolamentazione: non per vietarne l'impiego a scopo investigativo (ci mancherebbe), bensì perché si pubblichino soltanto quelle relative all'accertamento di reati. Ci si domanda come sia possibile procedere in questo senso. Visto che siamo tanto cretini da non recuperare in proprio una soluzione che salvi la capra (la dignità delle persone) e i cavoli (giudiziari), sarebbe opportuno dare un'occhiata alle legislazioni di altri Paesi e copiare la migliore. Non è un'operazione complicata, basta alzare i glutei dalla sedia ministeriale e recarsi, per esempio, negli Stati Uniti a verificare come agiscano le autorità americane. Chi avrà l'energia per affrontare la trasferta scoprirà che negli Usa non sfugge una parola dei discorsi intercettati. Motivo? I magistrati statunitensi non mollano ai giornalisti neppure uno spiffero. Sarà perché ignorano l'esistenza di Pulcinella, per loro il segreto è una cosa seria.

(il Giornale)
 

 

giovedì 26 marzo 2015

La storia e le storie. Davide Giacalone


Imbrogliare e mentire sulla storia nazionale è un antico vizio italiano. Piuttosto che fare i conti con la realtà dei fatti si è ripetutamente preferito travisarli. Prima che José Luis Rodriguez Zapatero, ex capo del governo spagnolo, venga in Italia a raccontarci quel che ci siamo già detti, quindi, vale la pena rimettere in funzione la bussola della storia. Possibilmente senza usare i magneti delle tifoserie per truccarla.

La sorte dei governi italiani, quindi la nostra stessa sovranità, è stata determinata da influenze o decisioni prese al di là dei nostri confini? Si può rispondere oscillando da un irragionevole “no”, a un ecumenico “sì, ma è normarle che sia così”, fino a un estremo “sì, fu un colpo di Stato”. Esercizio inutile. Il nostro dovere è prima di tutto sapere, poi capire. Anche per leggere meglio quel che accadde dopo.

Senza andare alla notte dei tempi, come pure sarebbe utile, l’Italia, e per essa il suo governo, nella seconda metà del primo decennio del secolo appena iniziato, è finita due volte nel mirino di interessi a noi contrapposti. La prima è la più istruttiva e dice molto della seconda: il gas russo. Un pezzo dei governi europei e quello statunitense non hanno mai digerito il rapporto con i russi, per la fornitura di gas. Più in generale il rapporto con il governo di Vladimir Putin. Troppo lungo approfondirne qui i passaggi, sta di fatto che i più esposti eravamo noi e i tedeschi. Con una enorme differenza: quando Gerhard Schroder, pochi mesi dopo avere perso la cancelleria, prende la guida di Nord Stream AG (il gasdotto che passa nel Baltico e salta paesi come Polonia e Ucraina), designato dai russi di Gazprom, si accendono polemiche in varie parti del mondo occidentale, talune ardendo per lo scandalo, ma l’argomento non viene utilizzato come arma di polemica politica interna tedesca. Anzi: Angela Merkel inaugurerà l’opera. Da noi accadde l’esatto contrario. Ci torno, prima, però, è bene ricordare un dettaglio: coincide con quel periodo la pubblicazione della prima foto di Silvio Berlusconi con sulle ginocchia una squinzia, ritratti nella casa di Sardegna. Va da sé che se un capo del governo può essere fotografato, può anche essere accoppato. O, meglio, può essere accoppato fotografandolo.

Nel 2011, passaggio cui si riferisce Zapatero (ma anche Tim Geithner, segretario Usa al tesoro, narrante di funzionari europei che proposero agli americani di eliminare il governo Berlusconi), molte cose precipitano. Veniamo trascinati (marzo) in una dissennata guerra di Libia, voluta da francesi e inglesi. Il governo italiano recalcitrava, anche perché eravamo gli unici a rimetterci, ma la pressione esterna si amplifica all’interno, a cominciare dal Quirinale, temendo (timore reale, del resto) l’isolamento dell’Italia. Poi si scatena la speculazione contro i debiti sovrani (estate). E qui, scusate, ma Zapatero non ci può rivelare altro che succosi particolari, perché la sostanza noi la scrivemmo durante, non dopo: la polemica degli spread, intesi come indici di inaffidabilità governativa, era da trogloditi, o da imbroglioni. Lo documentammo e i fatti confermarono. Ma mentre si usava quell’artiglieria per colpire il governo, è arrivata la bomba.

Tale fu la costituzione del fondo salva stati (luglio). Cosa giusta, salvo che francesi e tedeschi vollero e ottennero che ciascuno partecipasse in percentuale del proprio pil, mentre gli italiani chiesero e non ottennero che si partecipasse in ragione dell’esposizione delle proprie banche con il debito greco. Era chiaro che la prima formula ci avrebbe portato a pagare per salvare le banche francesi e tedesche. Cose che scrivevamo allora, non poi. E non basta, perché oltre a pagare per gli altri non dovevamo neanche supporre di usare per noi stessi quel fondo, come invece fecero gli spagnoli, perché eravamo e siamo troppo grossi. Era ragionevole, quindi, che altri volessero fiaccare la forza del governo italiano. Ma non sarebbe stato possibile se in Italia non vi fosse stato un berniniano schieramento di quinte colonne. Così nacque il governo Monti (novembre).

Ciò va ricordato per evitare di supporre che la partita fosse d’antipatia personale, o di supposta impresentabilità. Per questo va anche ricordato che il governo in carica (Berlusconi) era già gravemente crepato, sia da divisioni interne, sia da scissioni favorite dal Colle, che dal ministro dell’economia disponibile a sostituire il capo del governo. Va ricordato che il centro destra ha votato a favore di tutti i passaggi governativi successivi (salvo poi dissociarsi). Producendosi poi la situazione odierna, con una coalizione di governo che nessuno ha mai votato (spaccato il centro destra e destituito Bersani). E va anche ricordato che se le serate gaudenti non furono la causa di quella crisi, ben altrimenti ricca d’interessi, furono comunque lo strumento utilizzabile. Quindi una colpa.

Pubblicato da Libero