mercoledì 16 settembre 2015

Triciclo migrante. Davide Giacalone

           

L’accordo europeo su come gestire il tema delle migrazioni, distinguendo e adottando politiche necessariamente diverse per profughi e migranti economici, non s’è raggiunto. Ma così come è disegnato non potrebbe comunque funzionare. L’architettura cui si tende, illustrata dal ministro degli interni, Angelino Alfano, in una intervista a Rtl 102.5, si regge su tre pilastri: 1. hot spot per l’identificazione; 2. quote obbligatorie di ripartizione (per quelli cui viene concesso asilo); 3. respingimenti a cura e spese dell’Unione europea. Non può funzionare perché il primo pilastro è troppo fragile, mentre gli altri due non ci sono ancora.

Lasciamo da un canto la sfasatura temporale e ammettiamo che il triciclo parta con tutte e tre le ruote. In caso contrario non parte e stiamo parlando del nulla. La denominazione “hot spot” (punto caldo), mutuata dalla telematica, presuppone l’esistenza di una rete, a sua volta capace di connessioni che portino a destinazione messaggi e persone. Non solo non c’è, ma se quei punti restano nel dominio e nella responsabilità di autorità nazionali è evidente che possono funzionare solo per quanti vengono ammessi, mentre i respinti presenteranno ricorso. Come è loro diritto. Impedirlo, con una legislazione speciale, comporta enormi complicazioni legali e va incontro a pressoché certa bocciatura costituzionale. Una volta che presentano ricorso partono i tempi dei diversi gradi di giudizio, restando gli interessati nel limbo del riconoscimento, o meno, della loro natura di rifugiati. Nessun centro di raccolta è in grado di amministrarli e contenerli così a lungo. Intanto questo scarica sul Paese di frontiera tensioni ingovernabili, tenuto presente che non ci sono solo i costi economici, ma anche quelli umani. Per esemplificazioni vedi alla voce Cie, centri di identificazione ed espulsione, creati nel 1998. Non aggiungo altro.

Tale architettura rispecchia l’errore commesso dai tedeschi: supporre che si possano fare scelte d’accoglienza senza essere direttamente coinvolti nell’amministrazione delle frontiere esterne. Attenzione: i tedeschi non si sono rimangiati la loro decisione, ma si sono accorti d’avere sollevato uno tsunami umano, destinato ad infrangersi sui loro centri d’accoglienza, a loro volta destinati a esplodere. Ben venuti in questo inferno. Allora provano a scaricarne la responsabilità su altri, conservando a sé la parte dell’apertura. Non è buono o cattivo, umano o disumano, lungimirante o miope, è solo e soltanto un errore enorme.

Per rimediare deve essere europeo il primo pilastro, il che aiuterebbe a rendere non effimeri gli altri due. Il lavoro negli hot spot deve essere fatto da autorità dell’Unione, sulla base di un diritto che non è quello nazionale del Paese in cui ci si trova. Lo ripetiamo da tempo: serve extraterritorialità. Troppo facile (e inutile) dire: lo faremo quando creeremo campi di raccolta fuori dall’Ue, in prossimità delle zone da cui i migranti provengono. Vasto e futuribile programma, realizzabile solo se si usa la forza e, comunque, fra troppo tempo. Intanto non si può stare con frontiere interne permeabili e frontiere esterne la cui impermeabilità alternata sia affare solo di chi se le trova in casa.

Il triciclo immaginato, al vertice di lunedì, ha la ruota davanti quadrata. Anche ammesso che arrivino le due posteriori, non va da nessuna parte. Escluso (spero) che siano così sciocchi da non avvedersene, ne deriva che non avevano altro da raccontare che una favola futuribile. Peccato che questo, come l’azzardo tedesco, contribuisce a muovere moltitudini, che spostandosi seminano morti. E che l’affogato sia un bimbo profugo o un bimbo migrante non sposta di un capello la responsabilità morale e politica di chi non sia all’altezza del dramma.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

mercoledì 2 settembre 2015

Un aforisma, un commento. Massimo Negrotti









“Se un intellettuale non ha tempo per cercare la verità vuol dire che è impegnato.”
La pretesa supremazia dell’intelletto sulle altre attitudini umane, come la sensibilità e l’esperienza, è antica quanto la filosofia e ha fatto più danni di quanti ne abbia fatti l’aggressività fisica. Senza l’intervento dell’intelletto o, più propriamente, della ragione, ogni esperienza è sicuramente povera e senza respiro, ma è anche vero che, senza sensibilità ed esperienza, l’intelletto vaga nel vuoto, riempito unicamente di visioni metafisiche che non hanno mai prodotto alcunché di rilevante per il genere umano. La perfetta coniugazione delle due attitudini non è cosa semplice ma, in fondo, la scienza, con la sua integrazione di teoria e sperimentazione, è una buona soluzione a questo proposito.
Tuttavia, ancora oggi, alcuni cosiddetti “intellettuali”, non sono disposti a riconoscere che medici e ingegneri, astronomi e geologi, ma persino musicisti o pittori, siano definibili correttamente alla loro stessa stregua. Questa posizione decisamente sciocca è particolarmente radicata nella cultura italiana per l’influenza dell’idealismo, ma è stata notevolmente modificata dalla strategia comunista. Quest’ultima è da ricondursi alla dottrina di Gramsci, con la sua immagine dell’“intellettuale organico” e il suo progetto per la conquista della cultura come viatico per la successiva conquista del potere da parte delle così chiamate masse diseredate. È su questa base che nasce la dottrina dell’“intellettuale impegnato” che mira a ricondurre l’intellettualità alla la realtà, ma solo, purtroppo, in una chiave sociale ideologicamente chiusa e dogmatica.
L’intellettuale, ridefinito, è così un uomo di lettere, di storia o di filosofia ma anche tecnico o scienziato, che, a parole o con la firma ben visibile nei tanti “manifesti” che si sono susseguiti negli ultimi decenni, si mette al servizio degli sfruttati e, ovviamente, si mostra ostile nei confronti del ceto borghese cui peraltro appartiene disinvoltamente. Il Partito comunista italiano, dopo la Seconda guerra mondiale, ha abilmente organizzato tutto questo per almeno trent’anni potendo contare sulla collaborazione di quotidiani, editori e buona parte dei mai sufficientemente deplorati “assessorati alla Cultura”.
Ciò che, però, gli strateghi marxisti non avevano saputo prevedere è che il principale risultato di questa strategia sarebbe consistito nella formazione di una consorteria fra gli intellettuali e l’industria culturale, totalmente fondata sulle due ambizioni prevalenti nello stesso e odiato mondo borghese: il successo e il profitto. Attori, registi, docenti, autori letterari, persino compositori, cantautori e comici hanno raggiunto i propri scopi, di successo e di reddito, proprio grazie all’organizzazione messa a loro disposizione e che, nelle ingenue speranze dei comunisti, avrebbe dovuto contribuire alla realizzazione di una società socialista. Essi si sono ben guardati, come si guardano bene tutt’oggi, dal riconoscere il proprio “conflitto di interesse” persino nel momento in cui denunciavano quello altrui e dall’auspicare davvero una società di eguali, tutti dipendenti pubblici, senza personalismi e senza profitto. Tuttavia, la politica che essi hanno contribuito a consolidare è fortunatamente naufragata attraverso la riscossa delle più semplici verità della natura umana, ampiamente raccolte dalle società aperte, che includono il successo e il profitto come legittime manifestazioni della libertà, ragionevolmente regolate dallo Stato ma non certo perseguite come esibizioni del demonio.
La doppiezza di larga parte degli intellettuali è perciò stata e in parte è ancora la peggiore manifestazione di ciò che il sociologo Max Weber additava, un secolo fa, come l’attitudine di molti a fare dell’attività politica la propria fonte permanente di reddito più che una beruf, nel senso di vocazione, tesa davvero al bene comune.

(l'Opinione)


venerdì 7 agosto 2015

C'è un ministro a Berlino. Davide Giacalone

Il governo rimuove un procuratore generale della Repubblica perché non ha più fiducia in lui. Attentato alla giustizia? No, è così che funziona la giustizia, dove la giustizia funziona. Siccome il procuratore in questione (Harald Range) aveva criticato la prudenza del governo nel vedere perseguire due giornalisti e aveva avvertito che: “influenzare le indagini perché il possibile esito non appare opportuno è un attentato intollerabile all’indipendenza della giustizia”, è intervenuto il ministro della giustizia (Heiko Mass) e lo ha mandato via. In Germania, come in Francia, come in qualsiasi altro Stato di diritto, l’indipendenza assoluta è una prerogativa dei giudici, non delle procure. Provate a tradurlo in italiano, se ci riuscite.
Nel prendere tale decisione, naturalmente, il ministro tedesco si assume una responsabilità politica. Anche se, in questo caso, somiglia di più a un merito, visto che l’idea di perseguire dei giornalisti, accusandoli di alto tradimento, per avere rilevato piani riservati destinati al monitoraggio del web, non per avere scritto il falso (nel qual caso è giusto ne rispondano), aveva suscitato vivaci reazioni e proteste. Il governo, inoltre, non archivia l’inchiesta, come può fare quello francese, ma nomina un altro procuratore, in cui ripone fiducia. Nulla di tutto questo, ovviamente, sarebbe stato possibile nel caso di un giudice, ovvero di chi è incaricato non di accusare, ma di stabilire se l’accusa è fondata o meno, se il cittadino è colpevole o innocente. Il giudice è protetto, nella sua indipendenza, ovunque lo Stato di diritto non sia una battuta di spirito. Figurarsi poi a Berlino, dove un giudice onesto e indipendente lo trovò anche il celebre mugnaio. Il guaio, in Italia, è che si fa una gran confusione fra giudici e magistrati, posto che i procuratori non sono giudici, mentre i giudici sono magistrati. Sano e lineare è il sistema in cui non sono neanche colleghi, ma, pur permanendo questa mefitica anomalia, comunque non sono la stessa cosa.
Fuori dall’intoccabile indipendenza dei giudici (che, comunque, non sono irresponsabili e la cui qualità del lavoro viene controllata, almeno dove lo Stato non è un agglomerato di corporazioni e prepotenze), le procure rappresentano la pretesa punitiva dello Stato, pertanto è considerato normale che rispondano del loro operato a chi governa, in ragione del consenso popolare raccolto. Certo che una condizione di questo tipo può prestarsi ad abusi, o indurre a proteggere amici e sodali, solo che poi se ne risponde davanti agli elettori. Ammesso e non concesso che si riesca a restare al governo. Perché dove la giustizia funziona è ovvio che i procuratori non sono giudici, ma è anche ovvio che proteggere politici amici, o direttamente sé stessi, dalle inchieste equivale a mettersi fuori dal consesso civile. Se non ti dimetti al volo vieni dimesso a furor di popolo. E mentre il citato furore è una bestemmia in un’aula di giustizia, è poesia in quelle parlamentari.
L’avere deragliato, uscendo dai binari dritti del diritto, comporta distorsioni pazzesche, destinate a rendere ancor più anomale le cose. Penso, ad esempio, ai cinque decreti legge che si sono fatti per cercare di rimediare agli effetti delle inchieste giudiziarie sullo stabilimento Ilva di Taranto. Cinque pezze colorate e inefficaci. Penso a un capo del governo che dice di non volere fare il passacarte delle procure, laddove la carta gli arrivava da un giudice. Penso a un ministro di giustizia che sbraca fuggendo la responsabilità politica, sperando di scaricarla sulla Corte costituzionale. A Berlino c’è un giudice, ma c’è anche un ministro. E non crediate che tale vantaggiosa presenza non si rifletta anche sui numeri dell’economia.
Pubblicato da Libero

lunedì 3 agosto 2015

I giudici dettano legge. Vladimiro Iuliano

















Dove c’è discrezionalità, c’è arbitrarietà, non c’è né ci può essere certezza delle regole, del diritto. I giudici stravolgono la volontà del Parlamento interpretando di fatto la legge. Nessuno li ha eletti, non rappresentano la volontà popolare ma fanno, di fatto, con la loro interpretazione discrezionale e spesso arbitraria, le norme valevoli nei confronti di tutti.
I giudici da molto tempo dettano legge in Italia. La politica è allo sbando e la magistratura, o meglio le interpretazioni della magistratura, detta legge. In pratica da molto tempo i giudici italiani approfittano del ruolo che hanno per sconfinare dalle loro funzioni e competenze e riempire i buchi e spesso financo sovvertire la volontà del legislatore. Con l’aiutino spesso della Direttiva o del Regolamento europeo, i giudici agiscono piegando la norma come a loro più piace e conviene. Dalle corti e dai tribunali arrivano letture disperate delle leggi e anche di ciò che legge non è; princìpi generali eletti e “promossi” a leggi dello Stato, e in quanto tali valevoli per tutti. Il giudice orienta il Paese come più gli piace e conviene decidendo sulla Legge Severino, sul caso De Luca, sull’Ilva di Taranto, sul cambiamento di sesso, sulle pensioni, sulle tasse per le scuole cattoliche, sull’immigrazione, sulla fecondazione artificiale e sui contratti dei calciatori. Indicano, o meglio dettano la strada della legge alla Corte dei Conti, al Consiglio di Stato, ai Tar, alla Corte Costituzionale come alla Cassazione. I giudici sanno bene che, stante la loro inamovibilità e lo stipendio statale sicuro oltre che nessun controllo sul proprio operato, potranno conquistare le prime pagine dei giornali con dichiarazioni o sentenze creative, innovatrici, o interpretazioni cosiddette “evolutive”, cioè in progress, vale a dire come vuole e intende lui/lei. Ogni giudice legifera di fatto in Italia, e niente e nessuno è in grado di circoscrivere, limitare ed eliminare il problema fuori liceità.
Le leggi sono numerosissime; grovigli spesso inestricabili, fatti apposta, nella loro ambiguità, per l’interpretazione personalissima del giudice che ne dà le coordinate e la ratiodell’applicazione alla vita concreta. Non solo dove non è chiara la volontà del legislatore è facilissimo per il giudice sottrargli il privilegio (il legislatore, Napolitano permettendo, è espressione della volontà di tutti noi) e riscrivere soggettivamente ed il più delle volte ideologicamente la legge stessa che verrà manipolata, sovvertita e strumentalizzata, ma anche dove non v’è la legge, i giudici “scrivono” e dettano, fanno valere a ripetizione il principio di diritto che si sono dati tra loro, e lo fanno valere come legge disciplinandone i casi. Vere e proprie invenzioni del diritto, abusi del diritto cui è difficilissimo per il comune mortale fare fronte, resistere, difendersi, contrapporsi, reagire, e anche solo sopravvivere.
Finché la giustizia e i giudici italiani non saranno realmente sottoposti a responsabilità effettiva per ciò che fanno, dicono e scrivono sentenziando, sarà sempre così. L’unica soluzione possibile è privatizzare le funzioni e circoscrivere ad un raggio limitato l’azione “espansiva” del giudice stesso. Si guardi anche solo ai cosiddetti nuovi diritti elaborati dai giudici novelli, che rappresentano il loro vero “capolavoro”. Manipolazioni genetiche, eutanasia, Internet, coppie gay, fecondazione artificiale, transgender, regole del web, sono il Bengodi dei giudici d’assalto (posto pubblico fisso, stipendiato da noi, retribuito meglio di ogni altro). Lo sconfinamento ad esempio dei giudici dotati di pruderie maliziosa è totale in camera da letto ove si verta in questioni di corna, o di obblighi genitoriali e da ultimo pure i nonni. Ricordiamo la sentenza della Cassazione che entrava nell’uso dei jeans in caso di stupro. Consulta (è la Corte costituzionale), Cassazione, Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), ogni singolo magistrato discetta e detta legge sulla qualsiasi, Legge 40 sull’inseminazione eterologa o immigrazione clandestina che sia.
I giudici scrivono la legge formulando sentenze non solo sui processi in corso, ma anche su quelli già conclusi. Solo l’altro giorno la Corte di Cassazione ha detto che la perdita del lavoro non costituisce “grave danno alla persona” e il web si è scatenato dicendo che i giudici di legittimità fanno “i froci con il culo degli altri”, cioè del popolo, dato che loro ed il loro lucroso stipendio pubblico (quindicimila euro al mese circa dei nostri soldi) sono sicuri. Le norme europee sono utilizzate e forniscono la materia prima necessaria a scardinare le leggi interne italiane, in nome del principio della prevalenza di quelle sovranazionali. La magistratura italiana si avvale ed utilizza princìpi costituzionali ed europei per fare da sé e creare nuove leggi non attraverso il processo democratico stabilito, ma direttamente attraverso la propria penna, il proprio pensiero, la propria discrezionalità.
La certezza del diritto e della norma non esiste più in Italia. Esiste ciò che pensa, vuole, scrive e detta il giudice di turno, più o meno instabile. Ormai i giudici da noi sono i creatori ancora prima degli interpreti della norma. E a chi tocca tocca, nella arbitrarietà più iniqua e totale.

(l'Opinione)


venerdì 31 luglio 2015

Vergogne dell'Italia renziana. Cesare Alfieri


 
Tempo fa un Paese del Nord Europa è rimasto sfornito di governo. È proseguito tutto al meglio, a dimostrazione di quanto sia ultroneo ogni governo, soprattutto quando gestito malamente o per il solo proprio profitto o addirittura, come oggi da noi in Italia, rubato con l’imbroglio quindi illegittimo.

Con il partitino personale fatto da soli dieci senatori raccattati qua e là per costituire un gruppetto di supporto alla vergogna del governo illegittimo Renzi, Denis Verdini è l’ennesima, indegna dimostrazione di come ci se ne infischi dei voti espressi dagli italiani, che quella stessa decina ha a suo tempo scelto e fatto eleggere solo perché stava con Silvio Berlusconi, a destra e nel centrodestra. Oggi la decina traditrice di destra va a dare manforte al governo mai eletto di sinistra di Renzi, per la poltrona e i ricchi contributi di Stato, cioè i nostri soldi che ignominiosamente è previsto ricevano da subito i gruppi parlamentari (590mila euro di nostri soldi dati con tassazione esosa sul nostro groppone). Un’ignominia, uno sberleffo, un sopruso, una presa in giro. Questo è Matteo Renzi, questi sono stati Monti, Letta e Napolitano; questo è Mattarella, Alfano, così come il Pd e il Pdl, la Lega e il Movimento Cinque Stelle. Non si creda infatti che cambiando di chiappe il posto parlamentare, da noi retribuito, cambi l’andazzo. Anche i nuovi culi, allo stesso modo degli occupanti la poltrona di oggi come di ieri, si comporteranno nella stessa maniera, ovvero a sbafo e a schifìo per il Paese. Non basterà non essere andati in massa a non votare; non sarà bastato aver votato i partiti della protesta novelli occupanti allo stesso modo dei precedenti della poltronciona retribuita da noi; non sarà bastato vedere i tradimenti, le porcherie, le indecenze tutte del popolo degli “eletti”, nessuno scandalo o ribellione sarà mai sufficiente a cambiare alcunché.

È necessario costringere l’intero sistema politico a rispondere di ciò che fa. Chi oggi si mette in tasca 509mila euro “a gratis” deve non solo risponderne ma risarcire gli italiani in caso di mala gestione. Risarcimenti effettivi e non a parole. Devono essere stretti i gangli del potere politico. Così come viene richiesto a un qualsiasi cittadino italiano con attività privata di rispondere in ogni momento di ciò che fa, allo stesso modo il parlamentare ed il politico devono rispondere personalmente ed economicamente di quanto fanno. Tagliare a meno della metà i parlamentari tra Camera e Senato con stipendi drasticamente diminuiti sino ad un terzo di quelli attuali; regolamentare i partiti politici istituendo la categoria della responsabilità politica al loro interno e nello svolgimento dell’attività politica. Ridurre i contributi o meglio disciplinare partiti e gruppi, parlamentari e non, in modo che siano autonomi economicamente e trasparenti nelle entrare e nelle uscite. Traghettare il più possibile ciò che è pubblico nel privato. Ridurre lo Stato e la sua presenza.

Cosa si aspetta ad esempio oggi a mettere sotto accusa Giorgio Napolitano per tradimento alla Costituzione, per avere cioè defraudato gli italiani della loro espressione del voto, delle loro scelte? Cosa si aspetta ad avviare procedimenti di responsabilità e risarcimento per i governatori ladri dei governi a cominciare da Monti, Letta e Renzi? Quali regole o meglio non regole si stanno applicando? Oggi “grazie” a questi siamo fuori dalla democrazia; si rientri e torni dentro la democrazia. Ma come si fa a sperare che degli imbroglioni la smettano di imbrogliare? Quando mai un imbroglione al governo abbasserà la pressione fiscale? È nel suo stesso “interesse” che rimanga tale quale è, a garanzia del proprio posto, stipendio e poltrona, e quelli dei suoi amici. La burocrazia? La Rai? Una qualsivoglia spending review? Macché! Qui si tiene volutamente tutto com’è nella speranza che non salti tutto tra le proprie mani, nella speranza becera di lucrare e “salvarsi” da soli. Invece deflagrerà, e questi imbroglioni avranno incassato a più non posso. Si torni alle urne, al voto e alla democrazia. Chi verrà scelto, già oggi, ci penserà due volte prima di fare danni. La misura è colma. Bisogna cambiare.

(l'Opinione)


martedì 21 luglio 2015

Renzi annuncia l'età dell'oro. Gianni Pardo





Nell’assemblea del Partito Democratico è comparso l’arcangelo Gabriele. Era da qualche tempo che non si vedeva, ma stavolta valeva la pena di ritornare sulla Terra. Bisognava infatti annunciare all’Italia che ciò che non era riuscito per molti decenni sarebbe finalmente riuscito, che ciò che si era lungamente desiderato, senza ottenerlo, era finalmente a portata di mano; “Nuntio vobis gaudium magnum!”.
L’arcangelo Gabriele – che stavolta ha il faccino del nostro Matteo Renzi, in rara versione con cravatta - prevede, già per il 2016, «l’eliminazione della tassa sulla prima casa, l’Imu agricola e sugli imbullonati». In seguito, nel 2017, il bambino prodigio si occuperà di Ires e Irap, sicché, nel 2018, se abbiamo capito bene, nei fiumi scorreranno latte e miele. Entro l’agosto di quest’anno (e sarà un altro miracolo) avremo la riforma della Pubblica Amministrazione di solito considerata una tale impresa che ha scoraggiato tutti. Tanto che ci chiediamo se ora il provvedimento più importante non sia l’avere unificato, sotto il numero “112”, il 113, il 115 e il 118.
Gli “imbullonati” di cui Renzi ha parlato sono i macchinari ancorati al suolo con bulloni, su cui lo Stato ha pensato bene di mettere una tassa. E al riguardo ci si può legittimamente chiedere se un Primo Ministro possa permettersi di usare termini incomprensibili ad un italiano largamente alfabetizzato, perfino a suo agio con qualche lingua straniera. Ma forse le massaie e i sagrestani usano questo termine tutti i giorni.
Torniamo al libro dei sogni. Il discorso di Renzi suscita un sarcastico scetticismo perché in questi casi non è il programma, che interessa: chi non amerebbe promettere l’abolizione della tassa sulla prima casa, chi non amerebbe potersi vantare di averla eliminata? La notizia dunque non è che il Segretario del Pd la metta nel suo programma, la notizia sarebbe che il suo programma sia realistico. E a questo scopo non basterebbe certo che egli si dichiari capace di compiere il miracolo: vorremmo sapere come conta di farlo e vorremmo anche vederglielo fare.
Sempre che sia lecito fare i conti con le dita, il problema si può porre in questi termini: per funzionare, lo Stato ha bisogno di soldi. Oggi questi soldi li ricava dalla casa, dall’Imu agricola e perfino dagli “imbullonati”, oltre che da Ires, Irap e Iradiddio di tasse e imposte. Nel momento in cui si parla di abolirle, le possibilità sono soltanto due: o Renzi conta di eliminare la maggior parte dei servizi dello Stato - chiudendo scuole, caserme, ministeri, comuni, ferrovie, tribunali - sicché lo Stato potrebbe sostenersi con la tassa sugli alcoolici o poco più. Oppure il taumaturgo conta di mantenere tutti quei servizi, attingendo il denaro necessario dal pozzo di San Patrizio, ad Orvieto. Sempre che, come le banche greche, non sia a secco di contanti.
E pensare che davano dello sbruffone a Berlusconi. Il Cavaliere indubbiamente ha mantenuto molto meno di quanto ha promesso, ma Renzi batte tutti: ha l’aria di promettere la Luna, dandone un quarto a ciascuno dei sessanta milioni di italiani.
L’esagerazione è uno degli strumenti classici della comicità, ma qui nella sostanza non c’è assolutamente nulla da ridere. Non è normale che un Primo Ministro prenda per i fondelli l’intera popolazione del suo Paese. Per mesi si è parlato di “spending review” e l’unico effetto concreto che s’è visto è stata la fuga all’estero dello scoraggiato esperto incaricato di progettarla, Carlo Cottarelli.
Ma non bisogna essere avari di aperture di credito. Naturalmente Renzi può fare ciò che ha promesso. Naturalmente forse sarà capace di realizzare il miracolo sopra descritto. E naturalmente in molti saremmo pronti a fargli parecchi monumenti a cavallo, nelle maggiori piazze cittadine, perfino mediante colletta pubblica. Ma in realtà saremmo piuttosto disposti a scommettere mille dei pochi euro che abbiamo che non ci riuscirà. A meno che, per abolizione, non intenda che l’Imu si chiamerà Umi, l’Ires Sier e via dicendo.
Chiunque usa un computer sa che deve guardarsi dalle truffe, atte ad abbindolare coloro che sono contemporaneamente avidi ed ingenui. Esemplare quella che annuncia la vincita ad una lotteria cui non si è partecipato. In questi casi chi ha buon senso butta via la mail e passa ad altro. Ora forse bisognerà imparare a fare la stessa mossa quando parla il Primo Ministro.
pardonuovo@myblog.it

(LSBlog)


venerdì 3 luglio 2015

Diritto sequestrato. Davide Giacalone

 



Sul buco di Monfalcone non può essere messa la toppa di un decreto legge. Anche perché, sommato al buco di Taranto, è troppo grosso. Il problema che si pone non è isolato e momentaneo, ma generale e ripetuto. Anzi, si tratta di tre ordini di problemi: a. le misure cautelari al posto delle pene, l’indagine al posto del giudizio, quindi l’assenza di proporzione fra il reato presupposto e la punizione eventuale; b. l’insensatezza di consentire all’accusa di ricorrere sempre e comunque; c. l’assenza di responsabilità. E non se ne esce con un decreto legge.
Lasciamo perdere che Fincantieri è un pezzo prezioso e irrinunciabile del nostro essere la seconda potenza manifatturiera d’Europa, nonché uno dei settori, la cantieristica, che più traina quel poco che c’è di ripresa economica. Facciamo finta che non sia decisivo (e lo è), perché non è di questo che si occupa la magistratura. Osserviamo quel che è accaduto a Monfalcone: un’indagine iniziata nel 2013, con la misura cautelare presa due anni dopo. L’urgenza, come dire, mi pare contraddetta dal calendario. La questione riguarda il trattamento di rifiuti. Non si tratta di roba che avvelena, non siamo alla terra dei fuochi, qui la faccenda è di carta: Fincantieri accatasta rifiuti anche per conto delle ditte che lavorano in appalto, ma, dicono alla procura, ci vuole l’autorizzazione. E’ così? non lo è? Non lo so, ma penso che per accertarlo, posto che stiamo parlando di roba che non inquina, si possa e si debba farlo in giudizio. Applicare il sequestro, quindi provocare la chiusura dello stabilimento, significa affibbiare una misura cautelare che supera in durezza anche la più micidiale delle condanne possibili. Ammesso e non concesso che gli imputati siano colpevoli, per mancata autorizzazione bollata a far quello che, comunque, tutti possono vedere.
Tanto la cosa è fuori dalla logica che sia il gip quanto l’appello rifiutarono alla procura il sequestro. Ma l’accusa ricorre sempre. Spesso si sente dire che la giustizia non funziona anche perché gli avvocati fanno ostruzionismo, ricorrono per principio, facendo perdere tempo. Ma, almeno, lo fanno a spese del cliente. La procura lo fa a spese nostre. Che senso ha ricorrere per due anni? Se credi che le accuse siano fondate, già dopo il primo rifiuto molli la presa sulla misura cautelare e punti al giudizio, per avere le condanne. Invece ci si comporta come se il solo processo credibile sia il non processo della fase preliminare. Quello, oltre tutto, in cui l’accusato ha meno strumenti per difendersi. Questa stortura non la si corregge intervenendo sulle conseguenza, ma sulle cause.
La prima (esagerazione della non pena) e la seconda (ricorrere a oltranza) cosa sono possibili perché nessuno risponde di quel che fa. Se la carriera del magistrato fosse legata alla sua capacità (nel caso della procura) di accusare chi sarà condannato, probabilmente si eviterebbe di sostenere accuse in modo temerario. Se si dovesse rispondere del fatto che una misura cautelare chiesta si rivelerà sproporzionata rispetto alla pena poi stabilità, o, addirittura, all’assoluzione, probabilmente si sarebbe più cauti. Ma nulla di tutto questo: la procura chiede sempre tutto e lo chiede ricorrendo in ogni sede. Se va bene, bene, e se va male che problema c’è? Anzi, dimostra che la giustizia funziona. Eccome.
Seguiamo la logica del sequestro: siccome credo che tu abbia violato la legge, prima ancora di dimostrarlo fermo la tua attività. Con un sistema di questo tipo fare industria è impossibile. Ma c’è di più: è impossibile fare qualsiasi cosa. Anche giustizia. In modo analogo, infatti, si potrebbe dire: siccome quel tribunale ha sbagliato, difatti la sentenza è stata riformata, siccome quella procura ha sbagliato, difatti la richiesta è stata rigettata, per impedire danni più grossi li sequestriamo e chiudiamo. Manca l’autorizzazione? Chiudo lo stabilimento. L’accusa si rileva infondata? Chiudo la procura. Vi pare folle? Lo è.
Pubblicato da Libero
 
 

giovedì 2 luglio 2015

Trappola greca. Davide Giacalone

Il referendum greco è una trappola. Per i greci. La bancarotta greca sarebbe una tragedia per loro, ma anche una trappola per gli altri europei e per l’occidente. Non è la prima volta, nella storia, che problemi la cui soluzione conviene a tutti, e che non è neanche così difficile, si allontana a causa di condotte irrazionali e di interessi di gran lunga meno rilevanti del danno che provocano.

Nel 2011 la Grecia si approssimava alla bancarotta, dopo anni in cui il tenore di vita e la ricchezza disponibile erano colà cresciute. Lasciamo da parte i conti taroccati, notoriamente tali e come tali tollerati dalla Commissione Ue. Erano i bassi tassi e la convenienza a far debiti a spingere i disavanzi continui, dando l’impressione di un Bengodi infinito. La crisi dei debiti sovrani infranse il sogno, trasformandolo in incubo. In quel momento sostenemmo che, se l’Unione aveva un senso, non si dovevano abbandonare i greci e non si doveva ipotecare il futuro dei più giovani. Il primo passo fu indecoroso, usando i soldi degli aiuti per salvare le banche, prevalentemente tedesche e francesi, che si erano esposte (a fini di lucro, mica di beneficienza) con la Grecia. Poi, però, i debiti furono due volte tagliati e gli aiuti sono affluiti più copiosi degli interessi (bassi) che i greci pagavano. Chi parla di “strozzinaggio” europeo ha dei seri problemi con l’aritmetica.

Oggi la situazione è ribaltata. Un nuovo governo è al potere, eletto grazie a promesse suggestive, irrealistiche. Pretende che i creditori continuino a prestare denaro, sapendo che non sarà restituito, senza porre condizioni. Che, del resto, non sono tali da impoverire i greci, visto che a tutti conviene che riprendano a crescere, ma servono a chiudere la mangiatoia della spesa pubblica. Veleno per la vita dei giovani ellenici. Per giunta il governo greco se la prende con la Banca centrale europea, che in questi mesi s’è spesa per alimentarli di liquidità, attirando su di sé critiche pesanti e non del tutto infondate. Vogliono non solo la liquidità d’emergenza (che la Bce ancora assicura), ma che sia aumentata. Non si sa dove finisca l’improvvisazione e dove cominci l’impudenza. Hanno chiuso le banche, togliendo ai cittadini il diritto di disporre del proprio denaro, perché sanno che la loro condotta incita alla fuga. Sperare di attribuirne la colpa alla Bce è infantile, oltre che irresponsabile.

Il referendum è truffaldino, perché su un documento tecnico e articolato, che, semmai, dovrebbe essere oggetto di negoziato, non di voto in blocco. Non è pro o contro l’euro, anche perché sanno che la grande maggioranza voterebbe a favore della permanenza (mica sono scemi). Lo hanno inventato perché sanno che la Grecia ha un posto rilevante, nello scacchiere militare europeo, con confini delicati, quindi oggetto di sollecitazioni statunitensi affinché non sia persa (il passato avrebbe dovuto vaccinarli, sui governi militari). Hanno pensato: mettiamo il negoziato davanti a quel bivio e il resto d’Europa sbraca. Il genio della teoria dei giochi, Yanis Varoufakis, lo ha anche detto: cambiate le condizioni e noi diremo di votare sì. Li ha presi per scimmie ammaestrate, i cittadini. Invece quel referendum diventa un alibi per i falchi, per i devoti della contabilità, per chi crede che i conti vengano sempre prima della storia e della politica: lasciateli votare, evviva la (falsa) democrazia: se voteranno a favore del piano, andrà a fondo il governo greco (il bello è che Varoufakis lo nega, candidandosi a sostenere l’opposto di quel che dice); se voteranno contro nessuno avrà buttato fuori i greci, ma saranno loro ad avere deciso. Come trovarsi nell’Oceano e sventrare la chiglia per far dispetto all’equipaggio.

Ci sono sempre le condizioni e le possibilità per sottrarre la Grecia al naufragio, come fin qui s’è fatto, ma per riuscirci è necessario che i greci siano consapevoli che il loro governo è il loro problema. Si sono messi nelle mani dell’ex gioventù comunista e affidati alla sapienza di chi li porta verso una svalutazione ciclopica avendo un lavoro pagato in dollari, negli Stati Uniti. Il popolo è sovrano, ma il 64% dei votanti non li votò. Ora sovranamente deve provvedere. Errori ne sono stati commessi molti, dagli altri europei, compreso l’avere instaurato tavoli non istituzionali, con i soli tedeschi e francesi. Ciò ha indebolito la capacità di risposta istituzionale, rafforzando l’impressione che l’esito del negoziato fosse la sottomissione ad alcuni. Ma Tsipras e Varoufakis non hanno sollevato questo problema, stanno solo provando a trattare in modo inaccettabile. Chiedendo di farlo ancora a lungo. Tocca agli elettori greci fare quello che il loro Parlamento si dimostra incapace di fare. Pagina pessima, foriera di mille complicazioni. Va girata in fretta.

Pubblicato da Libero


venerdì 26 giugno 2015

Lo scollamento tra popolo e ufficialità. Gianni Pardo

 
 
Come si risolve il problema dell’immigrazione clandestina?”
“Basta affondare i barconi a cannonate con tutti gli immigranti dentro e l’immigrazione finirà”.
Questo ideale dialogo è quanto di più “politically incorrect” si possa immaginare. È contro il codice penale, contro la legge del mare, contro la morale e contro il buon senso. Non si vede contro che cos’altro debba essere, per dire che non è plausibile: ma ciò non è sufficiente per dire che non bisogna tenerne conto.
I principi che i singoli dicono di seguire dipendono spesso dallo strato della società cui appartengono. Più la società è ricca, più è cortese e, non raramente, generosa. Un cane affamato troverà molto più facilmente chi gli dia da mangiare se il benefattore a sua volta ha già mangiato; se viceversa il possibile donatore ha fame ed ha soltanto un pezzo di pane, il cane non avrà speranze. Ciò si estende all’intera mentalità. Il ricco predicherà la piccola generosità (non la grande) perché può permettersela senza sforzo, mentre il povero ascolterà con fastidio le nobili esortazioni, perché per lui significano o privarsi di qualcosa di cui ha bisogno o essere giudicato egoista.
Un esempio analogo si ha in materia di razzismo. Negli anni in cui i “cafoni” meridionali andavano a lavorare alla Fiat di Torino, era ovvio che cercassero alloggi a basso prezzo. E poiché si comportavano male (a quei tempi c’era un maggiore divario di civiltà, fra Nord e Sud) finivano col rendersi odiosi ai torinesi, i quali dunque reagivano da “razzisti”. Ma quali torinesi? Naturalmente i loro vicini di casa, anche loro poveri. Ecco perché ancora oggi, quando qualcuno predica il massimo di apertura agli immigranti, vien fatto da chiedergli: “Scusi, lei dove vive? Ai Parioli? Quanti vicini immigrati ha?”
In quello specchio del mondo che è Internet, si scopre che la Francia ufficiale è egalitaria e antirazzista, la Francia profonda è esasperata. Si lamenta da un lato delle tasse che è costretta a pagare, dall’altro dei vantaggi che sono concessi a volte agli immigrati a preferenza degli stessi francesi poveri.
In materia di sociologia, come di politica, il moralismo non serve a capire. Per sapere in che misura un Paese sia antisemita, non bisogna guardare le sue istituzioni o le dichiarazioni ufficiali dei suoi rappresentanti, bisogna guardare a quelle oceaniche sedute psicoanalitiche che sono i commenti nei blog. Si scopre così che anche in un Paese come l’Italia, che pure non ha le peggiori tradizioni in materia, l’antisemitismo è ben più diffuso di quanto non risulti ufficialmente.
Per capire qual è la realtà, bisogna innanzi tutto essere disposti a vederla com’è, e non come si vorrebbe che fosse; ed è proprio in questo campo che mentre l’Italia ufficiale parla del dovere di concedere asilo politico, del dovere di accoglienza, del dovere di solidarietà umana, e di altri bei doveri ancora, la base ha tutt’altri sentimenti. Questi doveri non li sente molto. 
Ha ragione? Ha torto? Non è questo il punto. Il punto è che i governanti e i politici devono tenere conto del popolo. Sia perché esso è il nuovo sovrano, come stabilisce anche la Costituzione, sia perché il popolo vota: e se si insiste in una politica nobile e alta che non tiene conto dei sentimenti della gente, il risultato è che qualche demagogo si appropria dei peggiori argomenti per farsene una piattaforma programmatica ed elettorale. In Italia il successo della Lega di Matteo Salvini non ha altra spiegazione. 
La Francia, dopo molti decenni di porte aperte al Maghreb, ha chiuso la frontiera di Mentone; l’Ungheria progetta un muro alla frontiera con la Serbia; la Gran Bretagna è disposta a salvare qualche emigrante ma non ad accoglierlo in Inghilterra. Tutti gli altri fatti di questo genere dimostrano che l’Occidente - innanzi tutto al livello popolare e poi al livello politico - sta prendendo coscienza di un pericolo. Dunque è inutile, come fanno alcuni, parlare dell’ineluttabilità dello spostamento delle grandi masse umane, delle migrazioni che da sempre fanno parte della storia, e soprattutto del dovere dell’Occidente di porre rimedio ai mali dei Paesi più sfortunati. La base su cui si regge tutto l’edificio, il popolo, ha il sentimento d’avere già dato, e chiede maggiore protezione. Ché se poi ci sono risorse per i più deboli, che si cominci dai deboli nostrani.
Non bisogna lasciare spazio a chi predica di affondare i barconi con tutti gli emigranti, ma è necessaria una politica di asilo politico serio, per gli aventi diritto, e di respingimento di tutti gli altri.
pardonuovo@myblog.it
(LSBlog)
 
 

La triste ferocia omo-illiberale contro i cattolici. Piero Ostellino

 
 
il Giornale - In un Paese civile – e l'Italia, controriformista e intollerante, indipendentemente dallo schieramento al quale ciascuno appartiene, purtroppo, non lo è – tutti dovrebbero poter manifestare liberamente le proprie convinzioni a favore delle proprie libertà, comprese quelle sessuali, senza essere criminalizzati.
Non capisco, perciò, perché i gay che (giustamente) manifestano per i propri diritti civili siano un fenomeno progressista e il Family day – per dirla con il sottosegretario Scalfarotto troppo ruffiano verso la vulgata gender – una «manifestazione inaccettabile». I diritti civili dei gay sono i diritti dell'uomo teorizzati dall'Illuminismo e sanciti dallo Stato moderno e la famiglia è il primo nucleo della socializzazione nella nostra società. Difendiamo entrambi senza farne un caso politico o elettorale.
Personalmente, non sono omofobo e mi vergognerei a discriminare gli omosessuali. Ma non sono neppure orgoglioso della mia eterosessualità, come alcuni di loro – peraltro per una comprensibile reazione polemica – affermano spesso di essere della loro omosessualità. Prendo il mondo come è senza indulgere a concessioni politicamente corrette o a dannazioni moralistiche. Dico quello che penso, sperando di pensare sempre quello che dico. Per me, ciascuno gestisce la propria sessualità – che è una scelta di libertà individuale – come meglio crede. Sono liberale proprio per tale mio atteggiamento nei confronti di chiunque professi un'opinione – salvo essere intollerante verso gli intolleranti, come predicava Locke - o verso comportamenti diversi dal mio. È un dato caratteriale, prima che culturale. Punto.
Non avrei partecipato alla manifestazione del Family day perché non partecipo a manifestazioni di alcun genere, ma neppure, aristotelicamente, condivido certa propaganda gender che tende a confondere ciò che la natura ha creato con le propensioni personali o, addirittura, mondane. Un maschio è un maschio e una femmina una femmina, anche se in tema di diritti civili sono ovviamente sullo stesso piano e non lo sono secondo ciò che intendiamo per «naturale».
Detto, dunque, che, in un Paese civile, ciascuno ha diritto di manifestare liberamente la propria opinione, voglio, però, aggiungere, che una cosa è, per me, la piena libertà dei gay di manifestare per i propri diritti civili in quanto diritti umani universali, un'altra sono certe loro pretese di affermare la propria condizione come postulato politico, come ormai sta avvenendo in nome di una malintesa idea di politicamente corretto. Non credo di essere, come eterosessuale, meno apprezzabile di un omosessuale, alla cui condizione conservo tutta la mia comprensione e tolleranza. Ma dico che se e è condannabile l'omofobia non vedo perché non lo debba essere l'ostilità, almeno in certi ambienti, verso l'eterosessualità, che è anch'essa una scelta, oltre che, diciamo, naturale, individuale. Punto.
Tira, invece, una certa aria, da noi - frutto della conformistica esasperazione del principio di correttezza politica voluta da una sinistra priva di identità culturale che individua volentieri nell'adesione «a orecchio» alle parole d'ordine del conformismo una manifestazione di identità culturale. Aria che francamente trovo, in una democrazia liberale, del tutto superflua e parecchio stupida. Ho detto che non avrei partecipato al Family day, ma aggiungo subito di trovare non meno stupidi i Gay pride e la loro richiesta di legittimazione del matrimonio fra persone dello stesse sesso. Non sono un fanatico del matrimonio fra maschio e femmina, che considero solo un fatto attinente al costume e alla tradizione. Mi sono sposato, persino in chiesa! - perché così aveva voluto la mia futura moglie, cattolica e moderatamente praticante - ma penso che passerò il resto dei miei giorni con lei non perché l'ho detto a un prete, ma perché mi ci trovo bene... Punto.
(LSBlog)
 
 

lunedì 15 giugno 2015

Ingannevole e intollerabile. Davide Giacalone

 
 
 
 
Ingannevole e intollerabile. Un Paese ricco abitato da poveri. Queste le caratteristiche del ritratto fiscale, come ogni anno desumibile dalle dichiarazioni dei redditi. Un profilo deformato dal satanismo fiscale, in una gara di disonestà fra l’esattore e l’esatto, il cui esito è l’impoverimento collettivo.
L’Italia è in cima alla classifica europea per il prelievo fiscale sui redditi da lavoro (implicit tax rate). Al secondo per quello sui redditi d’impresa. Al quarto, ma stiamo risalendo, per la tassazione ricorrente sul patrimonio immobiliare. Ha un senso che chi tassa molto il patrimonio tassi meno i redditi, e viceversa, ma noi primeggiamo nel tassare tutto, portando il prelievo fiscale al 43.4% del prodotto interno lordo, nel mentre la spesa per investimenti è crollata, in tre anni, del 27%. In sei anni, dal 2009 al 2014, le entrate fiscali sono cresciute di 55 miliardi.
La media europea del peso fiscale sui ricavi d’impresa (total tax rate) è del 41.8%. Lasciamo nel mondo dei sogni (nostri), il Regno Unito, dove è del 33.7, ma in Germania arriva al 48.8, mentre da noi ha toccato la vetta del 65.4%.
Intollerabile quel che emerge dalle dichiarazioni dei redditi, perché nel mentre si continua a sentir dire che dovrebbe aumentare la pressione fiscale sui ricchi, lasciando perdere le fasce meno abbienti, questa è la realtà (messa bene in luce da Alberto Brambilla e Paolo Novati): lo 0.19% dei contribuenti versa il 6.9% dell’intero gettito Irpef; l’1.2 il 16.3; il 4.01 il 32.6. A questi signori si dovrebbe fare un monumento, invece li si continua a tartassare con la scusa che sono “ricchi”. In realtà non lo sono affatto. Sono solo onesti. Intanto poco più di 10 milioni di italiani, il 25.23% dei contribuenti che presentano la dichiarazione dei redditi (circa 41 milioni), non versa praticamente nulla: 55 euro. Già solo per pagare le loro spese sanitarie si deve ricorrere ai soldi altrui. Mettete questi numeri in relazione con la retorica del dagli-al-ricco e arrivate alla conclusione: intollerabile.
Ma anche ingannevole. Perché l’Irpef è solo l’imposta sui redditi, mica il complesso delle pretese fiscali dello Stato. Martedì 16 si pagano le tasse sulla casa, che sono patrimoniali variamente mascherate. Quest’anno si batterà il record: per la prima volta si sfonda il tetto dei 50 miliardi. Il calcolo fatto dal centro studi ImpresaLavoro è impressionante: nel 2011 gravavano, sulla casa, tasse per 38 miliardi, quattro anni dopo siamo sopra 50. Non so quanti sono in grado di ricordare il balletto delle sigle: Ici, Imu, Tarsu, Tares, Tari e Tasi. Ogni volta si prometteva che non ci sarebbero stati aggravi, se non addirittura sgravi, il risultato è quello appena descritto.
Già, però abbiamo avuto le semplificazioni. Quali? Le dichiarazioni precompilate si sono rivelate, come qui anticipato, precomplicate. Siamo giunti al punto che quelle già firmate e inviate potevano essere modificate e rispedite, dato che la fonte degli errori era l’amministrazione pubblica. L’introduzione della certificazione unica ha creato un caos pericoloso, anche perché il programma per poterla fare correttamente è stato distribuito pochi giorni prima della scadenza, risultato: ritardi, errori, certificazioni non regolari. Per ciascuna difformità il contribuente dovrebbe pagare 100 euro di multa, salvo l’aggravio d’imposta e relativa maggiorazione. Stanno provando a eliminare almeno la multa, visto che è proprio l’Agenzia a perdonare sé stessa. Per le tasse locali dovevano arrivare i bollettini precompilati, che non solo mancano, nella grande maggioranza dei casi, ma neanche è stata fissata l’aliquota da pagarsi, per cui martedì siamo tenuti a pagare quanto pagammo l’anno scorso, salvo attendere che ci facciano sapere a quanto ammonta la differenza da versare poi. Alla faccia delle semplificazioni.
Il satanismo fiscale, inoltre, ha affondato l’ipotesi di far aumentare la liquidità nelle tasche delle famiglie, quindi la propensione alla spesa, mediante anticipazione in busta paga del Trattamento fine rapporto. Ha aderito all’idea solo lo 0,056% dei lavoratori, mentre il 60% dichiarava di non volerlo fare perché avrebbe comportato un consistente svantaggio fiscale. Ed è così.
Nessuno, che sia serio e abbia sale in zucca, crede che questa sia una materia semplice o che si possa cambiarla con un tocco di bacchetta magica. Ma nessuno, che non sia un propagandista da tre palle un soldo, può sostenere che si siano fatti passi in avanti. Il cappio è invariato: la pressione fiscale quale variabile dipendente dalla spesa pubblica, che nonostante i tagli, il drastico abbattimento degli investimenti e i bassi tassi d’interesse che dobbiamo alla Banca centrale europea, continua a camminare per i fatti suoi. Questo è il quadro in cui si deve inserire l’idea del governo Renzi di tornare al capitalismo di Stato, che nell’illusione di far crescere il pil mantiene altissima una pressione fiscale che lo asfissia.
(LSBlog)
 
 
 
 

giovedì 4 giugno 2015

Chi ha paura di Salvini (e di Berlusconi). Salvatore Tramontano

 

Tutte le volte che la razza degli eletti non capisce, ha paura. E quando ha paura demonizza i nemici

Ci risiamo. Tutte le volte che la razza degli eletti non capisce, ha paura. E quando ha paura demonizza i nemici.
 D'altra parte non poteva certo essere Renzi, che si considera il migliore dei migliori, a rottamare il complesso di superiorità in cui si rifugiano il Pd e i suoi narratori, quando perdono. È successo con Berlusconi, accade oggi con Salvini. I migliori, per autocertificazione, considerano barbari tutti quelli che non accettino passivamente la loro superiorità. Così alla luce dell'indiscutibile successo della Lega, Repubblica non ha perso tempo nel bollare il messaggio di Salvini come estremista e brutale. Per i custodi della verità la campana di Cacciari: «La Lega rappresenta qualcosa di reale, il Pd nulla» suona a vuoto. Peccato che sempre più italiani comincino a pensarla come Cacciari. Meglio un messaggio brutale, ma reale, che continuare ad ascoltare Renzi e i suoi cantori che ci massacrano le scatole con il surreale dibattito se l'Italia debba essere guidata dal Pd o dal Partito della nazione.
Detto questo, bisogna ammettere che - al netto dei pregiudizi - c'è del vero nelle analisi dei «superiori». Non ci riferiamo alla strumentale equazione Lega=M5s, che definisce entrambe forze antisistema, dimenticando volutamente che la Lega non solo governa, ma dove ha governato viene confermata con percentuali bulgare, nonostante l'astensione, come è accaduto in Veneto con Zaia. No, il problema di Salvini non è Grillo, ma Berlusconi. Senza il Cavaliere, le sue possibilità di essere realmente l'anti-Renzi diminuiscono drasticamente. Non è questione di rapporti di forza. Per quanto straordinario, il risultato della Lega rischia di essere ingoiato da due buchi neri: il Sud e l'astensione. Se anche la brutalità del messaggio ha fallito, è perché Salvini non viene ancora percepito come un leader capace di rappresentare tutti. Al di là dei luoghi comuni, «sa parlare solo alla pancia», come se la pancia e la testa non fossero tutt'uno, Salvini per vincere e governare deve allargare il consenso all'intero centrodestra e per farlo non può imporsi sugli alleati, ma unire. E per riuscirci ha bisogno di Berlusconi, l'unico capace di unire i moderati. Ma, come insegnano i casi Tosi e Fitto, unire non significa imbarcare tutti gli Alfano. Meglio fare a meno dell'opportunismo di chi cerca solo una poltrona. Si perde qualche voto, ma si guadagna in chiarezza. Quello che chiedono gli astenuti. La Liguria ha rottamato il mito dell'imbattibilità di Renzi, ora tocca a Salvini asfaltare la leggenda che non sarà mai un leader di governo.
(il Giornale)
 
 

Rispettare i rom non vuol dire tollerare tutto. Piero Ostellino

 

Dalla bella trasmissione televisiva di Paolo Del Debbio apprendo che il ministero delle Pari Opportunità ha bandito dal nostro vocabolario la parola «zingari».

 Non la si può usare, tanto meno in una trasmissione pubblica. È un tipico caso di stupidità burocratica. Quando si incomincia col proibire l'uso di certe parole, la strada che conduce alla morte della libertà si sa bene dove arrivi: a un danno non solo per chi si ritiene di proteggere in nome di una falsa idea di politicamente corretto, ma per chiunque altro viva in un Paese siffatto. La parola è bandita perché è ritenuta una brutta parola o, meglio, perché sarebbe l'espressione che definisce un modo di vivere profondamente diverso da quello comune. Ma il ministero delle Pari Opportunità, tanto sensibile alla parola, è del tutto insensibile e non fa nulla per facilitare l'integrazione degli zingari, o rom che siano, incominciando, ad esempio, col costringerli a mandare i figli a scuola invece di consentire loro di addestrarli a borseggiare i viaggiatori della metropolitana.
Non credo sia una forma di rispetto per i rom lasciare che essi si comportino da noi come non conoscessero, o come non ci fossero, altre leggi e altri modi di vivere se non i loro. L'integrazione dei rom, o zingari che dir si voglia, è diventato un problema perché la «Repubblica fondata sul lavoro» tollera o, addirittura facilita, che ci siano immigrati che non lavorano, che vivono a spese della collettività che li ha accolti, che continuano a comportarsi secondo regole e costumi loro propri. Un Paese normale, che si rispetti, che voglia essere rispettato, e non sia prigioniero dei propri pregiudizi, per quanto nobili essi gli sembrino, dovrebbe dire chiaramente a chi vuol venire da noi quali sono le nostre leggi e quali i nostri costumi e che se vuole vivere in Italia si deve adeguare agli uni (i costumi) e rispettare le altre (le leggi). Chi non si adegua, lo si rispedisce al proprio Paese di origine o dal quale proviene.
Fa parte della cultura nomade degli zingari avere e coltivare propri modi di vita che non sempre, o quasi mai, coincidono con quelli dei Paesi dove si insediano. Un conto è rispettare quei modi di vita e non imporre forme di integrazione che li contraddicano apertamente; un altro è illudersi che chiunque arrivi da noi, da qualunque parte arrivi, si adegui ai primi e rispetti le seconde senza manco conoscerle. Da noi, rubare è un crimine e, in quanto tale, è perseguito, indipendentemente dall'etnia cui appartiene chi ruba. Chi lo fa è fuori dalla nostra legge e, in quanto tale, è fuori dalla convivenza comune a tutti i cittadini italiani. Punto. Il resto sono chiacchiere buoniste o, peggio, è l'alibi col quale si legittima la speculazione di interessi economici e finanziari sui quali campa troppa gente, a partire da quegli scafisti che imbarcano gli immigrati e poi li abbandonano in mare in modo che la nostra Marina militare li salvi e il nostro ordinamento giuridico sia costretto a ospitarli come rifugiati. È inaccettabile consentire a chiunque arrivi di comportarsi come crede in spregio ai costumi diffusi e in violazione delle leggi. Così com'è inaccettabile che lo Stato sia complice dei malfattori o degli speculatori che sull'immigrazione si arricchiscono. È vergognoso, uno dei tanti danni che la sinistra ha fatto al Paese e a chi ci lavora e ci vive onestamente come tanti fra gli stessi immigrati.
piero.ostellino@ilgiornale.it

 

venerdì 22 maggio 2015

Povera borghesia ridotta a chiedere l'elemosina di Stato. Piero Ostellino

La decisione del governo Renzi di indicizzare, d'ora in poi, solo le pensioni inferiori a tremila euro mensili, dette con definizione da Terzo Mondo «pensioni d'oro», è la condanna al progressivo impoverimento della borghesia, le cui pensioni sono, per lo più, superiori ai tremila euro mensili e che, non essendo rivalutate, si ridurranno per la fisiologica inflazione cui saranno soggette nel tempo.
È lo stesso progetto di proletarizzazione della borghesia tipico del socialismo, incentrato sull'idea di far pagare a chi ha di più i costi del miglioramento delle condizioni di chi ha di meno, invece di combattere l'indigenza e la povertà con la tassazione generale. La borghesia – il cui sostegno a Renzi è comprensibile, dati il suo masochismo e la sua peculiare incapacità di capire quali siano i propri interessi e di cercare di promuoverli - è già penalizzata da una pressione fiscale oltremodo pesante.
Ma, così, viene ulteriormente impoverita dal blocco delle pensioni, voluto a suo tempo dal governo Monti – un altro caso di colpevole illusione da parte del ceto medio – e recepito successivamente dal governo Letta e, ora, da quello di Matteo Renzi. Con la prospettiva del salario di cittadinanza, prende forma l'idea di trasformare gli italiani in dipendenti della carità pubblica, come era nei Paesi di socialismo reale, indebolendone le capacità di provvedere a se stessi e l'inventiva imprenditoriale. Passo dopo passo, l'Italia esce così dal novero dei Paesi dell'Occidente democratico-liberale e capitalista per entrare a far parte di quelli di socialismo reale, già condannati dalle «dure repliche della storia».
Non si può neppure dire, a questo punto, che il presidente del Consiglio – che ha fondato tutta la sua fortuna politica sulla promessa del cambiamento rispetto alla Prima e alla Seconda Repubblica e sulla conseguente convinzione, sapendo di non mantenere le promesse fatte, di essere più furbo di tutti – sia un cinico imbroglione, visto che chi lo dovrebbe giudicare è proprio quella parte degli italiani che ne fa le spese e che gli crede e lo sostiene persino dopo aver constatato che, col blocco delle pensioni, ci rimetterà un bel po' di quattrini. Un tasto al quale, oltre tutto, la parte politica cui fa capo Renzi, ritiene che la borghesia sia particolarmente sensibile e interessata! Il minimo che si possa dire, di fronte a questo paradosso, è che la nostra borghesia non si smentisce mai, e ha il governo che si merita.
Matteo Renzi, col suo disinvolto e irresponsabile ottimismo e la vocazione a vendere chiacchiere, è, in realtà, l'espressione di un Paese che ha sostituito ancora una volta alla capacità di fare quella di raccontar balle. Il governo è una sorta di parodia di quegli imbroglioni che, all'angolo delle strade, invitano i passanti a giocare al gioco delle tre carte e a scoprire dove è l'asso che essi hanno truffaldinamente fatto sparire. Personalmente, non sono di quelli che rimpiangono gli ultimi tempi della Prima e della Seconda Repubblica; se mai, solo quelli della Prima, i periodi di de Gasperi e Einaudi. Ho sperato che fosse possibile, dopo i disastri dei governi di coalizione, prima con Berlusconi, poi con Renzi, cambiare effettivamente, come promettevano, questo nostro povero e disastrato Paese. Non avendo conferito né all'uno né all'altro alcuna fiducia, non posso neppure dichiararmene deluso. Prendo realisticamente atto che la cultura dominante, frutto dell'applicazione dell'occupazione gramsciana delle casematte della borghesia da parte della cultura di sinistra, è anche la cultura di governo di Renzi. Da qui nasce il mio sostanziale pessimismo circa il futuro dell'Italia. Non so se e come ce la caveremo, anche se le risorse di cui dispone ancora il Paese, sempre che Renzi e compagnia non le mortifichino, lascerebbero pensare al meglio.

Lo Stato totalitario per consenso. Gianni Pardo

La famosa teoria della “mano invisibile” di Adam Smith, anche se non va esente da critiche, ha parecchio di ragionevole in sé. Tuttavia, non che riconoscere i guasti che si possono provocare intervenendo nell’economia, l’epoca contemporanea sembra credere che tutto possa andar meglio se guidato dall’alto. E, per conseguenza, pensa anche che debba esserlo. 
Lo Stato, essendo un’astrazione, è certamente disinteressato: dunque è il migliore operatore possibile quando si tratta di campi che interessano tutti e che non si possono affidare ai privati. Il conflitto d’interessi potrebbe infatti avere esiti fatali.
Se si affida a un professionista la direzione dell’esercito si corre il rischio che costui si impadronisca del potere con la forza. La cosa è avvenuta tante volte che ormai ha addirittura un nome: putsch militare. Né si possono affidare ai privati l’amministrazione della giustizia, la repressione della criminalità, la lotta all’evasione fiscale, e molte altre branche d’attività. 
Purtroppo, partendo da questo nucleo centrale di compiti naturalmente statali, nel corso del tempo l’intervento pubblico si è dilatato fino a coprire un ambito sempre più vasto, sempre più capillare, sempre più invadente. Non c’è molto che il cittadino possa fare senza sentirsi controllato e guidato dallo Stato. Le leggi si occupano di come i genitori devono educare i figli – è vietato persino dare loro uno scappellotto! – di come i cittadini devono costruire le case, di come devono curarsi, di come devono retribuire la donna di servizio. Se stipulano un contratto con un’impresa per la riparazione di un balcone, devono persino accertarsi che siano rispettati i regolamenti per la prevenzione degli infortuni. In caso di inosservanza di quei regolamenti, se si ha un incidente, lo Stato punisce anche loro. E dire che la stragrande maggioranza degli italiani questo non lo sa neppure.
Nessuno mette in dubbio che questa selva di prescrizioni sia a fin di bene, anche se esse si accavallano in maniera tanto caotica che ci si sperdono perfino i competenti. Il risultato è comunque una “devolution” dall’autonomia individuale al potere dello Stato.
Dalla Repubblica di Platone in poi, per secoli si è sperato potesse esistere un potere statale che ottenesse risultati migliori di quelli dell’iniziativa individuale. E tuttavia, malgrado i sogni dei filosofi, da Platone a Tommaso Campanella e a Thomas Moore, non ci si è mai provato seriamente. L’esperimento – tutt’altro che in corpore vili – si è infine tentato a partire dal colpo di Stato del 1917, a San Pietroburgo. Da quel momento, per circa settant’anni, si sono visti i risultati che ottiene uno Stato che ha tutti i poteri in tutti i campi e che proprio per questo si chiama “totalitario”. La reazione è stata presto del tutto negativa, ma il governo – sempre per il bene del popolo, ovviamente - si è mantenuto al potere con la dittatura, col regime poliziesco e con i campi di concentramento per i dissenzienti. Quando finalmente l’incubo è finito, l’esito finale è stato che tutti i Paesi che avevano assaggiato il “socialismo reale” si sono giurati di tenersene accuratamente lontani. 
A questo punto si sarebbe potuto lecitamente pensare che il collettivismo fosse definitivamente morto. Ma non è andata così. Anche perché, mentre le persone colte sapevano tutto dell’Unione Sovietica, i popoli dei Paesi più sviluppati e prosperi non avevano provato sulla propria pelle i guasti di quel mondo, e conservavano molte delle vecchie illusioni. E così, ciò che si è rifiutato in teoria, soprattutto perché collegato alla dittatura, in grande misura lo si è accettato in pratica. 
Gli intellettuali si illudono spesso che le loro evidenze siano quelle della massa. L’Illuminismo era appassionato di scienza e credeva, con le sue dimostrazioni razionali, di aver distrutto la religione. Si illudeva: il Cristianesimo dell’Ottocento fu certo melenso e sentimentale, ma anche generale e incontrastato. A questo punto si poteva pensare che la scienza avesse perso e che la religione fosse invincibile: ma ancora una volta ci si sarebbe sbagliati. Quando la scienza, sposandosi con la tecnologia, cominciò a trionfare in ogni aspetto della vita, indusse a poco a poco una miscredenza generalizzata. Dove non è riuscito Voltaire, sono riusciti il frigorifero, la lavatrice e il televisore. È rimasto soltanto un Cristianesimo di facciata, un buonismo condito con qualche rito folcloristico. La gente si sposa dinanzi al sacerdote perché l’ambientazione dell’evento è più bella in Chiesa che in Comune, ma se sta male non prega il suo santo protettore, chiama il medico. Quando si fa sul serio, la scienza trionfa.
Anche il collettivismo ha seguito vie diverse da quelle prevedibili. Se ne rifiuta la teoria, perché lo si è visto associato con la dittatura e la miseria, ma si pensa sia un bene che lo Stato regoli le dimensioni e perfino la curvatura delle banane. E così si rischia d’avere uno Stato “totalitario per consenso”. Ognuno si lamenta dei vincoli che si trova a sperimentare personalmente, ma in generale, soprattutto quando riguardano gli altri, li reputa giustificati. L’impressione complessiva, almeno in Italia, è che i cittadini siano una massa di bambini incoscienti che lo Stato deve accudire e guidare, in modo che non si facciano male e non facciano male agli altri. E poiché tutto questo avviene senza Ghestapo e senza NKVD, la gente non si accorge che, dopo avere rinunziato alla propria responsabilità, ha anche svenduto la propria libertà.
Gianni Pardo