Galli dalla loggia. Dall'alto del balcone di Via Solferino il buon Ernesto getta il suo sguardo sulla politica italiana e cosa vede? Vede, in sequenza: della plastica, il nulla, un harem. Uno pensa: la plastica sarà quella del Partito Democratico, il partito che non c'è a cui il Corriere dedica, ormai da mesi, pagine e pagine di tenerezze e amorose effusioni; il nulla sarà il vuoto di idee che sembra attanagliare il centrosinistra italiano, incapace di darsi una linea politica degna di tal nome; l'harem sarà quello dei dieci partiti dell'Unione, a cui Prodi, a seconda delle sue voglie e delle sue convenienze personali, rivolge di volta in volta le sue attenzioni. Niente di tutto ciò. La plastica, il nulla e l'harem rappresentano una cosa sola: Forza Italia. Nell'ordine: «Forza Italia era un partito di plastica, e di plastica è rimasto»; «non ci sono iscritti, quadri, parlamentari, consiglieri comunali o regionali, non ci sono organi, non c'è discussione, non c'è nulla che conti qualcosa. C'è solo il capo»; «nessuno dei cosiddetti dirigenti di Forza Italia è autorizzato a protestare (sul "caso" Brambilla, ndr): chiamati a suo tempo a far parte dell'harem dovrebbero conoscere come funziona il meccanismo».
Se questo è livello dell'analisi politica della cosiddetta «grande stampa» nazionale, c'è da mettersi le mani nei capelli. Della Loggia non entra nel merito dell'identità politica di Forza Italia, non si degna di considerare come fatto politicamente rilevante le sue battaglie, la sua opposizione al pensiero dominante nelle istituzioni, nel mondo della cultura e dell'informazione, i valori che ne animano l'azione. Non si sforza di prendere in esame l'oggettivo carico di novità che quello che lui definisce «partito di plastica» ha portato nel panorama politico nazionale - cosa, questa, riconosciuta anche da un insospettabile come Fausto Bertinotti. Insomma, non si confronta analiticamente col fenomeno Forza Italia, ma si limita comodamente a ripetere luoghi comuni triti e ritriti, e lo fa, per di più, in un momento in cui - basterebbe informarsi un po' meglio - il motore del partito gira a buon ritmo, rafforzandosi sul territorio con nuove sedi e nuovi organi eletti dagli aderenti.
Ma, oltre che da pigrizia mentale, l'editorialista di Via Solferino sembra essere affetto anche da altre due sindromi intellettuali che già Antonio Rosmini denunciava come esiziali per il pensiero politico: l'astrattismo e il perfettismo. In sostanza: Galli Della Loggia ha in mente solo il suo partito ideale, perfetto, e non si rende conto che esso esiste soltanto nell'Iperuranio platonico o, al limite, soltanto nella sua testa. Tutto ciò emerge chiaramente quando egli parla dei cinque anni di governo Berlusconi condannando senza appello quell'esperienza, senza minimante sforzarsi di inserire l'opera dell'esecutivo della CdL all'interno della situazione nazionale ed internazionale di allora, senza - fatto grave, questo, per un intellettuale del calibro di Della Loggia - «contestualizzare». Così GDL, nell'ultima parte del suo articolo, finisce per dire cose che nemmeno Ferrero e Giordano di Rifondazione Comunista forse direbbero a proposito del governo Berlusconi. Ma tant'è...
Del resto, così facendo, Galli Della Loggia non fa altro che seguire l'ultima moda del giornalismo italiano sedicente «indipendente» (talmente «indipendente» da essersi schierato apertamente, alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, con l'armata Brancaleone dell'Unione): preso atto che l'esecutivo Prodi e la sua maggioranza versano in una crisi politica e di consenso che sembra ormai divenuta inarrestabile, e constatato che appare come sempre più probabile una reentree di Berlusconi a Palazzo Chigi, si spara a zero contro i partiti del centrodestra - Forza Italia in primis - e contro i cinque anni di governo Berlusconi non solo per rendere un tributo al politicamente corretto, ma anche e soprattutto per esorcizzare il funesto evento del ritorno in sella del Cavaliere. Basta leggere alcuni recenti editoriali di Luca Ricolfi su La Stampa, dello stesso Galli Della Loggia e di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera per averne conferma.
E' come se ci fosse l'obbligo morale di parlar male del centrodestra per poter avanzare qualche critica anche al centrosinistra. Con la conseguenza che sulle prime pagine dei grandi quotidiani nazionali trovano spazio editoriali francamente di bassa qualità come quello firmato da Galli Della Loggia. E', questo, non soltanto un pessimo servizio ai lettori, ma anche un oggettivo vulnus a quel ruolo istituzionale che certi giornali rivendicano per sé nel nome della «indipendenza» e della «libertà d'informazione».
martedì 28 agosto 2007
Due sassi, due misure. il Giornale
Due pesi e due misure. Il ministro delle Riforme diessino Vannino Chiti, commentando le dichiarazioni di Umberto Bossi sui «fucili» contro le tasse, dice che «le parole in politica possono essere sassi» e che la Lega deve darsi una calmata. Eppure il ministro non ha problemi a governare con alleati come Francesco Caruso, che ha definito Marco Biagi e Tiziano Treu degli «assassini». Non c’è dubbio, rimandato in mineralogia.
lunedì 27 agosto 2007
La gente ha paura. Stefano Doroni
A dispetto di tutte le sinistre, in specie di quella italiana, la gente ha paura dell'Islam, non si sente tranquilla, non percepisce l'idea di una convivenza con gli immigrati islamici ma avverte preoccupazione. Lo vediamo tutti i giorni e lo dimostra su base statistica un recente sondaggio del Financial Times. Le anime belle ci parlano di multiculturalità, di integrazione, di pace da raggiungere con la bacchetta magica del dialogo ad ogni costo, sempre a senso unico e sempre a danno nostro, oltre tutto. Ma il timore della gente ha un fondamento: e non va cercato soltanto nell'incubo degli attentati e nello spettro della guerra, ma anche e in particolare nell'ostilità quotidiana, nell'incomprensione e nel disprezzo generale che molti musulmani ci riservano perché ai loro occhi noi rappresentiamo una civiltà inferiore e pericolosa, da cancellare o sottomettere. E questo la gente lo sa, lo avverte chiaramente, e non sa che farsene dei predicozzi politicamente corretti dei buonisti ad oltranza.
E' proprio nella vita di tutti i giorni che la gente avverte il pericolo sociale dell'Islam che dilaga grazie ad un'immigrazione invasiva che la sinistra favorisce indiscriminatamente per ragioni di convenienza ideologica. Dunque le persone vedono bene l'arroganza con cui molti musulmani esercitano il loro disprezzo per la nostra civiltà, le nostre tradizioni, i nostri valori, il nostro modo di vivere; e con questa arroganza dimostrano quanto non gli importi niente di integrarsi, anzi quanto sia forte la pretesa che ad integrarci siamo noi, trasformati in una specie di ospiti sgraditi in casa nostra. Una piccola ma illuminante dimostrazione di questo atteggiamento ingiustificabile è la vicenda recentissima di Casatenovo, in quel di Lecco. Un islamico del posto ha murato un'edicola con la Santa Vergine perché non sopportava più di vedersela davanti a casa. E così tentava di farla sparire, brutalmente seppellendola: è lo stesso stile talebano di chi fece saltare i giganteschi Buddha nella valle afghana di Bamiyan. Ciò che non è islamico va distrutto o fatto sparire, dimenticato. E questo tipo che ha tentato di murare la Madonna non è un terrorista di Bin Laden, è un simpatico «migrante», di quelli che la sinistra ci insegna a guardare come fratelli di latte. Questa non è solo un'ennesima prova che la Croce e la Mezzaluna non rappresentano affatto lo stesso Dio; è un inquietante segnale, uno dei tanti, che giustifica la paura della gente che sente in pericolo la propria identità, la propria libertà, oltre alla propria vita.
Il messaggio di Maometto, considerando l'Islam come la religione perfetta, riconosce ai fedeli di Allah il diritto-dovere di diffondere la religione non a vantaggio di tutti, ma a scapito degli infedeli di tutto il mondo e delle loro civiltà: da qui il rifiuto islamico dell'integrazione e dell'arroganza con cui tanti musulmani pretendono privilegi e rispetto a senso unico. L'espansione dell'Islam, anche quella che si attua con l'arma subdola dell'immigrazione, non corrisponde ad intenti ecumenici, ma ad una diffusa e radicata volontà di annessione e di supremazia sul mondo infedele, considerato malvagio ed inferiore. Questo vale per i kamikaze, per i talebani, per gli imam integralisti, ma anche per qualsiasi immigrato apparentemente pacifico che decida di murare la Madonna perché la sua vista lo disturba. E' naturale che la gente abbia paura; è naturale che si diffonda il sospetto ed il timore della Mezzaluna. Non è ignoranza, non è rozzezza, come forse diranno i buonisti di ogni sinistra dall'alto dei loro pulpiti moralistici: è frutto di una logica reazione ad un'ostilità che non proviene dal nostro popolo, ma in esso è alimentata dalla prepotenza altrui.
E' proprio nella vita di tutti i giorni che la gente avverte il pericolo sociale dell'Islam che dilaga grazie ad un'immigrazione invasiva che la sinistra favorisce indiscriminatamente per ragioni di convenienza ideologica. Dunque le persone vedono bene l'arroganza con cui molti musulmani esercitano il loro disprezzo per la nostra civiltà, le nostre tradizioni, i nostri valori, il nostro modo di vivere; e con questa arroganza dimostrano quanto non gli importi niente di integrarsi, anzi quanto sia forte la pretesa che ad integrarci siamo noi, trasformati in una specie di ospiti sgraditi in casa nostra. Una piccola ma illuminante dimostrazione di questo atteggiamento ingiustificabile è la vicenda recentissima di Casatenovo, in quel di Lecco. Un islamico del posto ha murato un'edicola con la Santa Vergine perché non sopportava più di vedersela davanti a casa. E così tentava di farla sparire, brutalmente seppellendola: è lo stesso stile talebano di chi fece saltare i giganteschi Buddha nella valle afghana di Bamiyan. Ciò che non è islamico va distrutto o fatto sparire, dimenticato. E questo tipo che ha tentato di murare la Madonna non è un terrorista di Bin Laden, è un simpatico «migrante», di quelli che la sinistra ci insegna a guardare come fratelli di latte. Questa non è solo un'ennesima prova che la Croce e la Mezzaluna non rappresentano affatto lo stesso Dio; è un inquietante segnale, uno dei tanti, che giustifica la paura della gente che sente in pericolo la propria identità, la propria libertà, oltre alla propria vita.
Il messaggio di Maometto, considerando l'Islam come la religione perfetta, riconosce ai fedeli di Allah il diritto-dovere di diffondere la religione non a vantaggio di tutti, ma a scapito degli infedeli di tutto il mondo e delle loro civiltà: da qui il rifiuto islamico dell'integrazione e dell'arroganza con cui tanti musulmani pretendono privilegi e rispetto a senso unico. L'espansione dell'Islam, anche quella che si attua con l'arma subdola dell'immigrazione, non corrisponde ad intenti ecumenici, ma ad una diffusa e radicata volontà di annessione e di supremazia sul mondo infedele, considerato malvagio ed inferiore. Questo vale per i kamikaze, per i talebani, per gli imam integralisti, ma anche per qualsiasi immigrato apparentemente pacifico che decida di murare la Madonna perché la sua vista lo disturba. E' naturale che la gente abbia paura; è naturale che si diffonda il sospetto ed il timore della Mezzaluna. Non è ignoranza, non è rozzezza, come forse diranno i buonisti di ogni sinistra dall'alto dei loro pulpiti moralistici: è frutto di una logica reazione ad un'ostilità che non proviene dal nostro popolo, ma in esso è alimentata dalla prepotenza altrui.
Balzelli e tesoretti. Tito Boeri
La storia delle tasse è, da sempre, una storia di prelievi straordinari che diventano ordinari. C’era una guerra e allora il re o il signore feudale chiedevano un contributo straordinario ai loro sudditi. Poi la guerra finiva, ma le tasse rimanevano perché il sovrano di turno convinceva l’aristocrazia che si era in guerra permanente e che bisognava mantenere un costoso esercito di professione per meglio proteggersi dai nemici. Chi non riusciva a fornire queste giustificazioni, doveva fronteggiare rivolte fiscali come quelle del 1297 e 1378 in Inghilterra. L'arte di governare è sempre stata l'arte di trasformare un'imposizione straordinaria in qualcosa di ordinario, inevitabile come il tramonto, cambiando il meno possibile le regole su cosa e come tassare per non alimentare il sospetto che si volessero introdurre nuovi balzelli. Come notano due storici economici, Edward Amnes e Richard Rapp, in un saggio che molti nostri politici dovrebbero leggere, «il potere di cambiare le tasse è il potere di distruggere i governi».
Paradossalmente in questa legislatura si sta facendo esattamente il contrario. Il governo non perde occasione per trasformare il gettito ordinario in entrate straordinarie e molti personaggi tra le sue file cercano un ruolo di primo piano paventando nuovi aggiustamenti all'insù delle aliquote, non paghi dei danni causati alla popolarità dell’esecutivo dalle modifiche apportate nell’ultima Finanziaria. Mentre all’opposizione vi è chi fomenta forme, più o meno legali, di rivolta fiscale.
Da quando è in carica, il governo ha sempre sottostimato le entrate. Nel 2006 l'errore compiuto nelle stime del governo è stato mediamente di 22,5 miliardi (14 miliardi in autunno e 31 in primavera), vale a dire un punto e mezzo di Pil. L’esecutivo, nell’ultima Finanziaria, ha stranamente previsto che le entrate fiscali nel 2007 sarebbero cresciute meno del prodotto interno lordo, per poi riportarle in linea nella Relazione Unificata di marzo. Secondo aggiustamento nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef) varato a giugno. Terzo aggiustamento venerdì scorso quando, in base ai risultati dell'autotassazione, una nota del ministero dell'Economia ha corretto il gettito previsto di altri 4 miliardi, portando l'errore rispetto alle stime della Finanziaria a 17 miliardi.
Certo, gli errori previsivi sono inevitabili. Ma la dimensione di questi errori (più di un punto di Pil sia nel 2006 sia nel 2007, 15 volte l'errore medio compiuto nelle stime nei 10 anni precedenti) e il fatto che siano tutti per difetto desta qualche sospetto. Il dubbio è che si sia voluto sottostimare il gettito per non dare munizioni al partito della spesa. Se era questo l'intento, si può dire che è clamorosamente fallito: la spesa è cresciuta del 12 per cento nei primi sei mesi del 2007, il decreto di giugno ha preso impegni per ulteriori 6 miliardi e il Dpef ha una lista di spese eventuali da finanziare superiore a 20 miliardi. L’esecutivo è invece mirabilmente riuscito nel dare l'impressione ai cittadini di uno Stato vessatorio che procede a prelievi straordinari, che portano poi all'accumulazione di tesoretti, oggetto delle brame di ministri e potentati vari. Quando una parte consistente dell’incremento del gettito è del tutto fisiologica: ad esempio, il forte incremento del gettito Ires si spiega col fatto che le tasse sui profitti sono le prime a salire quando l'economia riparte.
È così in un clima da Stato vessatorio, con minacce di scioperi fiscali e toni bellicosi, che diversi esponenti della maggioranza hanno voluto rilanciare, con invidiabile tempismo, proprio quelle proposte di riforma fiscale che prevedono di ritoccare alcune aliquote all'insù. Ora è indubbio che un sistema che tassa il lavoro ad aliquote del 60 per cento, le imprese, dunque il capitale direttamente produttivo, al 42 per cento (le aliquote più alte in Europa) e le rendite finanziarie al 12 per cento sia squilibrato. Ma il governo ha preso da tempo l'impegno di destinare i proventi della lotta all'evasione alla riduzione della pressione fiscale e la nota del ministero dell'Economia di venerdì scorso certifica che almeno 7 miliardi di gettito aggiuntivo rispetto alle stime della Finanziaria sono ascrivibili «alle misure di contrasto all'evasione introdotte dal governo a partire dal luglio 2006».
Dunque, se vuole rispettare gli impegni presi, il riequilibrio del nostro sistema fiscale non potrà che avvenire in un disegno di riduzione della pressione fiscale complessiva. Questa volta però le tasse si devono ridurre davvero, non come nella passata legislatura quando erano al governo gli attuali alfieri della rivolta fiscale. Il fatto è che per ridurre le tasse bisogna contestualmente ridurre la spesa o varare misure a costo zero che favoriscano la crescita. Il governo sembra intenzionato a partire dalle imprese. Ecco il patto che allora potrebbe loro proporre: aliquote Ires riportate al di sotto dei massimi europei, taglio dei trasferimenti alle imprese e nuove misure di liberalizzazione nei settori che macinano profitti perché ancora largamente al riparo dalla concorrenza, come energia, banche e assicurazioni.(La Stampa)
Paradossalmente in questa legislatura si sta facendo esattamente il contrario. Il governo non perde occasione per trasformare il gettito ordinario in entrate straordinarie e molti personaggi tra le sue file cercano un ruolo di primo piano paventando nuovi aggiustamenti all'insù delle aliquote, non paghi dei danni causati alla popolarità dell’esecutivo dalle modifiche apportate nell’ultima Finanziaria. Mentre all’opposizione vi è chi fomenta forme, più o meno legali, di rivolta fiscale.
Da quando è in carica, il governo ha sempre sottostimato le entrate. Nel 2006 l'errore compiuto nelle stime del governo è stato mediamente di 22,5 miliardi (14 miliardi in autunno e 31 in primavera), vale a dire un punto e mezzo di Pil. L’esecutivo, nell’ultima Finanziaria, ha stranamente previsto che le entrate fiscali nel 2007 sarebbero cresciute meno del prodotto interno lordo, per poi riportarle in linea nella Relazione Unificata di marzo. Secondo aggiustamento nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (Dpef) varato a giugno. Terzo aggiustamento venerdì scorso quando, in base ai risultati dell'autotassazione, una nota del ministero dell'Economia ha corretto il gettito previsto di altri 4 miliardi, portando l'errore rispetto alle stime della Finanziaria a 17 miliardi.
Certo, gli errori previsivi sono inevitabili. Ma la dimensione di questi errori (più di un punto di Pil sia nel 2006 sia nel 2007, 15 volte l'errore medio compiuto nelle stime nei 10 anni precedenti) e il fatto che siano tutti per difetto desta qualche sospetto. Il dubbio è che si sia voluto sottostimare il gettito per non dare munizioni al partito della spesa. Se era questo l'intento, si può dire che è clamorosamente fallito: la spesa è cresciuta del 12 per cento nei primi sei mesi del 2007, il decreto di giugno ha preso impegni per ulteriori 6 miliardi e il Dpef ha una lista di spese eventuali da finanziare superiore a 20 miliardi. L’esecutivo è invece mirabilmente riuscito nel dare l'impressione ai cittadini di uno Stato vessatorio che procede a prelievi straordinari, che portano poi all'accumulazione di tesoretti, oggetto delle brame di ministri e potentati vari. Quando una parte consistente dell’incremento del gettito è del tutto fisiologica: ad esempio, il forte incremento del gettito Ires si spiega col fatto che le tasse sui profitti sono le prime a salire quando l'economia riparte.
È così in un clima da Stato vessatorio, con minacce di scioperi fiscali e toni bellicosi, che diversi esponenti della maggioranza hanno voluto rilanciare, con invidiabile tempismo, proprio quelle proposte di riforma fiscale che prevedono di ritoccare alcune aliquote all'insù. Ora è indubbio che un sistema che tassa il lavoro ad aliquote del 60 per cento, le imprese, dunque il capitale direttamente produttivo, al 42 per cento (le aliquote più alte in Europa) e le rendite finanziarie al 12 per cento sia squilibrato. Ma il governo ha preso da tempo l'impegno di destinare i proventi della lotta all'evasione alla riduzione della pressione fiscale e la nota del ministero dell'Economia di venerdì scorso certifica che almeno 7 miliardi di gettito aggiuntivo rispetto alle stime della Finanziaria sono ascrivibili «alle misure di contrasto all'evasione introdotte dal governo a partire dal luglio 2006».
Dunque, se vuole rispettare gli impegni presi, il riequilibrio del nostro sistema fiscale non potrà che avvenire in un disegno di riduzione della pressione fiscale complessiva. Questa volta però le tasse si devono ridurre davvero, non come nella passata legislatura quando erano al governo gli attuali alfieri della rivolta fiscale. Il fatto è che per ridurre le tasse bisogna contestualmente ridurre la spesa o varare misure a costo zero che favoriscano la crescita. Il governo sembra intenzionato a partire dalle imprese. Ecco il patto che allora potrebbe loro proporre: aliquote Ires riportate al di sotto dei massimi europei, taglio dei trasferimenti alle imprese e nuove misure di liberalizzazione nei settori che macinano profitti perché ancora largamente al riparo dalla concorrenza, come energia, banche e assicurazioni.(La Stampa)
domenica 26 agosto 2007
Meno fandonie per tutti. Claudio Borghi
Caspita che notizia! Nel 2007 sono state pagate più tasse! Attendiamo con ansia altre sorprendenti novità tipo che in inverno fa freddo o che la maggioranza al Senato è risicata. Lo sanno anche i sassi che la Finanziaria di quest'anno ha aumentato le tasse anche ai defunti, ma la propaganda non dorme mai, quindi fiato alle trombe e via con una serie di dichiarazioni lesive della dignità dei cittadini.
Come può Prodi dire che le aliquote non sono aumentate? Le sue tasse sono entrate in vigore il primo gennaio e il confronto del gettito si fa 2007 contro 2006. Macché, conviene far credere agli italiani che è merito della fantomatica lotta all'evasione, magari mentre sono impegnati a svuotare la cassetta della posta, gonfia delle bollette di bentornato, ci credono anche e si arrabbiano meno. Una delle differenze tra Prodi e Berlusconi sta probabilmente qui: in una delle sue famose frasi in campagna elettorale il leader di Forza Italia disse di rifiutarsi di credere che la maggioranza degli italiani fosse così, diciamo, «ingenua» da votare Prodi, perché li stimava; il premier, invece, evidentemente di questa cosa ne è convintissimo, perché solo uno che pensa che gli italiani siano una massa di, diciamo, «ingenui» può sperare che si bevano simili panzane.
Guardiamo un po' i numeri e scopriamo che l'Irpef è cresciuta del 17%, ebbene, dato che la stragrande maggioranza di questa imposta viene pagata dai lavoratori dipendenti (circa l'80% del gettito totale) appare palese come la lotta all'evasione c'entri come i cavoli a merenda: le tasse in più sono state come sempre pagate da chi già pagava prima, dipendenti, pensionati e autonomi ligi ai loro doveri, a cui si aggiungono per contorno le imprese che hanno beneficiato nel 2006 di un anno eccellente e probabilmente non ripetibile. L'Irpef è più alta per tutti, anche per i redditi più bassi, e il fatto che siano stati aumentati gli assegni familiari è una misura compensativa, ma che viene contata come spesa, non come riduzione di imposta, che di fatto cresce, con sommo gaudio di Visco & C. Gli effetti di questa spremitura sono evidenti: il prodotto interno lordo ha smesso di crescere, e quando in un Paese fermo e spaventato aumentano tasse e spese improduttive c'è da preoccuparsi: alla prima recessione potrebbe capitare il disastro.
Speriamo per il bene di tutti che ciò non accada ma mettiamoci il cuore in pace: questo nuovo «tesoretto» è stato pagato dai soliti noti, quelli con lo yacht e la holding in Lussemburgo vivono come prima, gli autonomi che se pagassero tutto chiuderebbero continuano a lavorare e i pensionati che arrotondano lavorando in nero sono sempre quelli. Solo Valentino Rossi, nonostante la velocità è stato preso: ma vogliamo scommettere che se sarà trovato colpevole le tasse le dovrà sì pagare, ma all'Inghilterra? Nel frattempo noi ci dobbiamo accontentare di Prodi che promette meno tasse per tutti: ci accontenteremmo di meno fandonie, sarebbe un ottimo inizio.
Come può Prodi dire che le aliquote non sono aumentate? Le sue tasse sono entrate in vigore il primo gennaio e il confronto del gettito si fa 2007 contro 2006. Macché, conviene far credere agli italiani che è merito della fantomatica lotta all'evasione, magari mentre sono impegnati a svuotare la cassetta della posta, gonfia delle bollette di bentornato, ci credono anche e si arrabbiano meno. Una delle differenze tra Prodi e Berlusconi sta probabilmente qui: in una delle sue famose frasi in campagna elettorale il leader di Forza Italia disse di rifiutarsi di credere che la maggioranza degli italiani fosse così, diciamo, «ingenua» da votare Prodi, perché li stimava; il premier, invece, evidentemente di questa cosa ne è convintissimo, perché solo uno che pensa che gli italiani siano una massa di, diciamo, «ingenui» può sperare che si bevano simili panzane.
Guardiamo un po' i numeri e scopriamo che l'Irpef è cresciuta del 17%, ebbene, dato che la stragrande maggioranza di questa imposta viene pagata dai lavoratori dipendenti (circa l'80% del gettito totale) appare palese come la lotta all'evasione c'entri come i cavoli a merenda: le tasse in più sono state come sempre pagate da chi già pagava prima, dipendenti, pensionati e autonomi ligi ai loro doveri, a cui si aggiungono per contorno le imprese che hanno beneficiato nel 2006 di un anno eccellente e probabilmente non ripetibile. L'Irpef è più alta per tutti, anche per i redditi più bassi, e il fatto che siano stati aumentati gli assegni familiari è una misura compensativa, ma che viene contata come spesa, non come riduzione di imposta, che di fatto cresce, con sommo gaudio di Visco & C. Gli effetti di questa spremitura sono evidenti: il prodotto interno lordo ha smesso di crescere, e quando in un Paese fermo e spaventato aumentano tasse e spese improduttive c'è da preoccuparsi: alla prima recessione potrebbe capitare il disastro.
Speriamo per il bene di tutti che ciò non accada ma mettiamoci il cuore in pace: questo nuovo «tesoretto» è stato pagato dai soliti noti, quelli con lo yacht e la holding in Lussemburgo vivono come prima, gli autonomi che se pagassero tutto chiuderebbero continuano a lavorare e i pensionati che arrotondano lavorando in nero sono sempre quelli. Solo Valentino Rossi, nonostante la velocità è stato preso: ma vogliamo scommettere che se sarà trovato colpevole le tasse le dovrà sì pagare, ma all'Inghilterra? Nel frattempo noi ci dobbiamo accontentare di Prodi che promette meno tasse per tutti: ci accontenteremmo di meno fandonie, sarebbe un ottimo inizio.
giovedì 23 agosto 2007
Vietnam 1972 e Monaco 1938. Christian Rocca
George W. Bush ha rispiegato per l’ennesima volta che cosa c’è davvero in ballo in medio oriente, forte dei progressi militari sul campo e di una leadership europea, Italia esclusa, non più disposti a girarsi dall’altra parte come ai tempi di Chirac e Schröder.
Il punto critico è il fronte interno, quello americano, lo stesso che crollò all’inizio del 1973. In quell’occasione, malgrado i recenti successi sul campo ottenuti grazie a un cambio radicale di strategia militare e a un nuovo generale, la politica, i giornali e l’opinione pubblica americana decisero che la guerra fosse invincibile, se non già persa. Si convinsero che l’idea kennediana di intervenire militarmente per bloccare l’avanzata comunista, il famigerato “effetto domino”, era folle, malgrado poi gli sviluppi successivi confermarono ampiamente i timori. Bush ha ricordato che c’è una importante somiglianza tra la guerra del Vietnam e quella di oggi in Iraq e in Afghanistan: “Sono battaglie ideologiche” in cui gli avversari vogliono uccidere gli americani perché si oppongono al tentativo di imporre la loro brutale ideologia agli altri: “Come i nostri nemici del passato, i terroristi che combattono in Iraq e Afghanistan e in altri luoghi cercano di diffondere la loro visione politica: un rigido modello di vita che annienta la libertà, la tolleranza e il dissenso”. Bush ha ribadito che siamo soltanto “all’inizio di questa attuale battaglia ideologica, ma sappiamo anche come sono finite le altre e questa conoscenza oggi ci aiuta e ci guida”. Aver impedito che la Corea del sud venisse inglobata dai vicini comunisti ha contribuito alla nascita di una tigre asiatica, un modello per il resto del mondo, così come aver aiutato il Giappone a costruirsi un futuro democratico (mentre tutti dicevano che la cultura e la tradizione locale non l’avrebbero permesso). La lezione del passato più importante, secondo Bush, però è quella in cui l’America non è in grado di raccontare un successo: il Vietnam. Anche allora si diceva che il problema fosse l’occupazione americana e che subito dopo il ritiro delle truppe dall’Indocina tutto sarebbe tornato calmo e tranquillo. Successe, come è noto, l’opposto. Non solo in Vietnam, ma anche in Laos e in Cambogia, dove gli khmer rossi massacrarono centinaia di migliaia di connazionali. Oggi l’Iraq è come il Vietnam nel 1972.
Quell’esperienza invita a non ripetere l’errore, anche perché con un nemico come l’islamismo apocalittico il rischio è che Baghdad 2008 diventi come Monaco 1938.
Il punto critico è il fronte interno, quello americano, lo stesso che crollò all’inizio del 1973. In quell’occasione, malgrado i recenti successi sul campo ottenuti grazie a un cambio radicale di strategia militare e a un nuovo generale, la politica, i giornali e l’opinione pubblica americana decisero che la guerra fosse invincibile, se non già persa. Si convinsero che l’idea kennediana di intervenire militarmente per bloccare l’avanzata comunista, il famigerato “effetto domino”, era folle, malgrado poi gli sviluppi successivi confermarono ampiamente i timori. Bush ha ricordato che c’è una importante somiglianza tra la guerra del Vietnam e quella di oggi in Iraq e in Afghanistan: “Sono battaglie ideologiche” in cui gli avversari vogliono uccidere gli americani perché si oppongono al tentativo di imporre la loro brutale ideologia agli altri: “Come i nostri nemici del passato, i terroristi che combattono in Iraq e Afghanistan e in altri luoghi cercano di diffondere la loro visione politica: un rigido modello di vita che annienta la libertà, la tolleranza e il dissenso”. Bush ha ribadito che siamo soltanto “all’inizio di questa attuale battaglia ideologica, ma sappiamo anche come sono finite le altre e questa conoscenza oggi ci aiuta e ci guida”. Aver impedito che la Corea del sud venisse inglobata dai vicini comunisti ha contribuito alla nascita di una tigre asiatica, un modello per il resto del mondo, così come aver aiutato il Giappone a costruirsi un futuro democratico (mentre tutti dicevano che la cultura e la tradizione locale non l’avrebbero permesso). La lezione del passato più importante, secondo Bush, però è quella in cui l’America non è in grado di raccontare un successo: il Vietnam. Anche allora si diceva che il problema fosse l’occupazione americana e che subito dopo il ritiro delle truppe dall’Indocina tutto sarebbe tornato calmo e tranquillo. Successe, come è noto, l’opposto. Non solo in Vietnam, ma anche in Laos e in Cambogia, dove gli khmer rossi massacrarono centinaia di migliaia di connazionali. Oggi l’Iraq è come il Vietnam nel 1972.
Quell’esperienza invita a non ripetere l’errore, anche perché con un nemico come l’islamismo apocalittico il rischio è che Baghdad 2008 diventi come Monaco 1938.
Nuovi partiti. Davide Giacalone
Non credo gli italiani stiano perdendo il sonno, interrogandosi sull’eventuale nascita di un nuovo partito. Capisco l’agitazione di marescialli e pretoriani, che essendo stati tutti nominati ora temono che qualcun altro lo sia al posto loro. Se avessero impiegato gli anni passati per far politica, produrre idee,
condurre battaglie, mostrarsi fermi e non disposti al cedimento, se ne potrebbe parlare, ma se tutto si riduce a scegliere scarpe e vestito degli esecutori, bé, la faccenda non è poi così interessante.
C’è, però, il lato divertente. Riguarda le tante vergini senz’anima che si credono pensanti solo perché scriventi o parlanti. Dicono: non si fa un partito dal notaio. Osservano: il leaderismo personalistico e padronale è pericoloso. Poveri fessi, si guardino attorno. Il partito personale lo fondano anche soggetti come Di Pietro o Dini, senza che se ne avverta la scandalosa pochezza. Forza Italia ha un fondatore ed una data di nascita, ma dopo hanno visto la luce anche prodotti con genitori meno certi. La Margherita non ha fatto il Risorgimento, ed è composta anche da figli dell’Asinello (prodiani) e dei Democratici. Mastella e Casini debuttarono assieme, dopo la fine della Dc, poi litigarono ed ora ci fanno sapere che “dialogano”. Immagino parole assai cogitate. Il passato ce l’hanno quasi solo quelli che se ne vergognano: comunisti e fascisti. I primi stanno per darsi un leader che nega anche di esserlo stato, i secondi hanno sempre lo stesso, ma che almeno ne ha cambiato la fisionomia. La politica è questa perché fondata sulla bugia e la falsificazione del passato, anche recentissimo. Poggia su un fondo limaccioso e scivola perché priva di dignità e forza ideale. Battuto il culo si rialza e cambia nome.
Berlusconi ha dimostrato di non essere affatto di plastica, semmai con una tenuta politica ed elettorale personale ed eccezionale. Ma è l’intera politica italiana ad essere preda della deriva sintetica, con un governo senza maggioranza né politica né elettorale che sopravvive perché guidato da un trasformista senza scrupoli e senza freni, e composto da gente che non sa che altro fare. Il passato è stato bandito da tutte le parti, la memoria è divenuta impraticabile e pericolosa, mentre le animelle s’arruffano per non essere escluse dalla riffa elettorale.
condurre battaglie, mostrarsi fermi e non disposti al cedimento, se ne potrebbe parlare, ma se tutto si riduce a scegliere scarpe e vestito degli esecutori, bé, la faccenda non è poi così interessante.
C’è, però, il lato divertente. Riguarda le tante vergini senz’anima che si credono pensanti solo perché scriventi o parlanti. Dicono: non si fa un partito dal notaio. Osservano: il leaderismo personalistico e padronale è pericoloso. Poveri fessi, si guardino attorno. Il partito personale lo fondano anche soggetti come Di Pietro o Dini, senza che se ne avverta la scandalosa pochezza. Forza Italia ha un fondatore ed una data di nascita, ma dopo hanno visto la luce anche prodotti con genitori meno certi. La Margherita non ha fatto il Risorgimento, ed è composta anche da figli dell’Asinello (prodiani) e dei Democratici. Mastella e Casini debuttarono assieme, dopo la fine della Dc, poi litigarono ed ora ci fanno sapere che “dialogano”. Immagino parole assai cogitate. Il passato ce l’hanno quasi solo quelli che se ne vergognano: comunisti e fascisti. I primi stanno per darsi un leader che nega anche di esserlo stato, i secondi hanno sempre lo stesso, ma che almeno ne ha cambiato la fisionomia. La politica è questa perché fondata sulla bugia e la falsificazione del passato, anche recentissimo. Poggia su un fondo limaccioso e scivola perché priva di dignità e forza ideale. Battuto il culo si rialza e cambia nome.
Berlusconi ha dimostrato di non essere affatto di plastica, semmai con una tenuta politica ed elettorale personale ed eccezionale. Ma è l’intera politica italiana ad essere preda della deriva sintetica, con un governo senza maggioranza né politica né elettorale che sopravvive perché guidato da un trasformista senza scrupoli e senza freni, e composto da gente che non sa che altro fare. Il passato è stato bandito da tutte le parti, la memoria è divenuta impraticabile e pericolosa, mentre le animelle s’arruffano per non essere escluse dalla riffa elettorale.
mercoledì 22 agosto 2007
Una marcia per la legge Biagi. Davide Giacalone
Una sinistra che avesse cultura di governo difenderebbe essa la legge Biagi, ne rivendicherebbe l’origine culturale, vi riconoscerebbe l’impegno per la difesa dei diritti dei lavoratori più giovani. Una sinistra approssimativa, orecchiante, ideologica ed incattivita dall’impotenza e dall’inutilità sta passando mesi a dire corbellerie ripugnanti sulla legge, attribuendole fenomeni, come il “precariato”, che quella combatte. Non è solo il caso di chi usa il linguaggio dei terroristi, senza neanche averne la totale e conseguente deficienza, perché a quello sport partecipano anche quanti si nascondono dietro l’ipocrisia di voler “superare” la Biagi. Ha, quindi, ragione totale Giuliano Cazzola, che convoca per il 20 ottobre una manifestazione a sostegno non solo di quella legge, ma di quel modo di ragionare sui temi del lavoro.Qualcuno ha osservato che non servono contrapposizioni e piazze di colori diversi. Avrebbe dovuto accorgersene nel mentre si diffondevano concetti e dati del tutto sballati, con i quali s’avvalorava l’idea che la fine del lavoro fisso ed a vita sia una specie di scelta politica e non un prodotto della realtà. Prodotto, oltre tutto, che non è affatto negativo in sé. E’ evidente che unire basso reddito ad instabilità dell’impiego rende difficile la costruzione del futuro, ma dato che l’alternativa è la disoccupazione, quindi l’impossibilità di quella costruzione, si deve mettere mano alla modifica di quel castello di garanzie tutto incentrato su un tipo di lavoro (quindi anche di cittadino) che c’è sempre meno. L’Italia ha una spesa pubblica enorme, in questa c’è una spesa sociale fra le più alte d’Europa, ma se poi si va a vedere quanto è destinato a giovani, disoccupati e svantaggiati scendiamo agli ultimi posti. Dove finiscono i soldi? In pensioni. Abbiamo scelto di privilegiare chi ha avuto un lavoro fisso piuttosto che aiutare chi non ce l’ha. Dobbiamo invertire la rotta, per ragioni d’equità e giustizia.Una politica che ozia attorno alle parole ovviamente banali del cardinal Bertone (pagare le tasse è un dovere, ma devono essere giuste), fatica a capire che il nostro fisco e la nostra spesa pubblica ci indeboliscono. Il realismo riformista della legge Biagi è un buon metodo per adattare gli ideali alla realtà. Va difeso con determinazione.
martedì 21 agosto 2007
Al direttore - I dati di un rapporto di Human Rights Firts sul continuo aumento dei crimini provocati in Europa dall’odio razziale, sessuale e religioso sono stati presentati ieri da Repubblica con questo intrepido titolo: “L’Europa è sempre più razzista. Cresce l’odio verso gay, ebrei e musulmani”. Quale equanime equidistanza equiparatrice! Una così concisa e toccante espressione del nostro profondo bisogno di scoprire la segreta equivalenza, l’intima equipollenza, insomma l’assoluta equiparabilità di tutti i razzismi oggi imperversanti in Europa non può non indurci a incoraggiare il grande quotidiano fondato da Eugenio Scalfari a rivelare al più presto i nomi di tutti quei gay e quei giudei europei che non fanno che sgozzare musulmani.
Ruggero Guarini
Ruggero Guarini
lunedì 20 agosto 2007
L'Invincibile Armata del sindacato. Antonio Mambrino
http://www.loccidentale.it/node/5561
A proposito di caste, quella del sindacato in Italia non è seconda a nessuno.
Un articolo da non perdere.
A proposito di caste, quella del sindacato in Italia non è seconda a nessuno.
Un articolo da non perdere.
Ci vuole lo Stato. il Foglio
Il professor Prodi elude il problema ’ndrangheta con la sociologia.
Pare che la specialità di Romano Prodi sia diventata quella di eludere i problemi con qualche frase evocativa che ha solo l’effetto di spostare l’attenzione dalla durezza della realtà a un mondo rarefatto di buoni sentimenti puramente retorici. L’ultimo esempio di questa attitudine è il suo commento all’inesauribile faida calabrese, segno di una preoccupante incapacità dello stato di far rispettare le sue leggi. Invece di dire che cosa intende fare, se pensa di mandare nuove forze dell’ordine, se vuole impiegare l’esercito, come si è fatto altrove con effetti significativi, se pensa a un intervento straordinario sulle amministrazioni locali a rischio di inquinamento o su quella regionale ancora lacerata dall’insoluto caso dell’assassinio Fortugno, il capo dell’esecutivo si è lanciato in una lirica esaltazione della funzione risanatrice dei giovani in quella terribile situazione. Basta pensare all’effetto che faranno queste frasi sull’opinione pubblica internazionale, e soprattutto tedesca nel caso specifico, per rendersi conto della distanza incolmabile che si dimostra tra la gravità e l’urgenza di una situazione insostenibile e i vaneggiamenti retorici e sociologici proposti in alternativa a interventi concreti. D’altra parte i giovani che vivono in Calabria risentono della condizione generale che pesa come una cappa su molti territori nei quali la presenza dello stato è aleatoria o, peggio ancora, rappresentata solo dallo sfoggio di auto blu di sfrontati esponenti politici. In queste condizioni, l’appello a giovani che non trovano lavoro a causa di un’economia che non decolla per la morsa insopportabile della criminalità che si somma ai costi del clientelismo, un’arretratezza dalla quale non ci si libera senza un forte ancoraggio a una legalità garantita da uno stato che si fa rispettare, appare addirittura beffardo. Le speranze che la protesta dei giovani calabresi dopo l’assassinio Fortugno avevano suscitato sono destinate a disperdersi e rifluire se non si potranno appoggiare su un’azione decisa e crescente dello stato. Quest’azione non c’è stata, e la faida d’esportazione dimostra questo, non la tesi consolatoria che si uccide in Germania per evitare il controllo del territorio esercitato dalle forze dell’ordine in Calabria. E’ vero il contrario: la logica della vendetta, che è l’opposto della giustizia, cresce a dismisura a causa dell’impotenza di uno stato ridotto al ruolo di sociologo.
Pare che la specialità di Romano Prodi sia diventata quella di eludere i problemi con qualche frase evocativa che ha solo l’effetto di spostare l’attenzione dalla durezza della realtà a un mondo rarefatto di buoni sentimenti puramente retorici. L’ultimo esempio di questa attitudine è il suo commento all’inesauribile faida calabrese, segno di una preoccupante incapacità dello stato di far rispettare le sue leggi. Invece di dire che cosa intende fare, se pensa di mandare nuove forze dell’ordine, se vuole impiegare l’esercito, come si è fatto altrove con effetti significativi, se pensa a un intervento straordinario sulle amministrazioni locali a rischio di inquinamento o su quella regionale ancora lacerata dall’insoluto caso dell’assassinio Fortugno, il capo dell’esecutivo si è lanciato in una lirica esaltazione della funzione risanatrice dei giovani in quella terribile situazione. Basta pensare all’effetto che faranno queste frasi sull’opinione pubblica internazionale, e soprattutto tedesca nel caso specifico, per rendersi conto della distanza incolmabile che si dimostra tra la gravità e l’urgenza di una situazione insostenibile e i vaneggiamenti retorici e sociologici proposti in alternativa a interventi concreti. D’altra parte i giovani che vivono in Calabria risentono della condizione generale che pesa come una cappa su molti territori nei quali la presenza dello stato è aleatoria o, peggio ancora, rappresentata solo dallo sfoggio di auto blu di sfrontati esponenti politici. In queste condizioni, l’appello a giovani che non trovano lavoro a causa di un’economia che non decolla per la morsa insopportabile della criminalità che si somma ai costi del clientelismo, un’arretratezza dalla quale non ci si libera senza un forte ancoraggio a una legalità garantita da uno stato che si fa rispettare, appare addirittura beffardo. Le speranze che la protesta dei giovani calabresi dopo l’assassinio Fortugno avevano suscitato sono destinate a disperdersi e rifluire se non si potranno appoggiare su un’azione decisa e crescente dello stato. Quest’azione non c’è stata, e la faida d’esportazione dimostra questo, non la tesi consolatoria che si uccide in Germania per evitare il controllo del territorio esercitato dalle forze dell’ordine in Calabria. E’ vero il contrario: la logica della vendetta, che è l’opposto della giustizia, cresce a dismisura a causa dell’impotenza di uno stato ridotto al ruolo di sociologo.
Ho querelato Bonini, D'Avanzo e Travaglio per diffamazione. Paolo Guzzanti
Quando ho promosso un’azione giudiziaria civile di danni per diffamazione da parte dei signori Travaglio, Bonini e D’Avanzo per alcuni loro articoli, qualcuno - specialmente sui blog nemici - ha avuto da ridire sostenendo che io avrei avuto paura a citare in giudizio i predetti signori affinché possano rispndere penalmente del loro operato.
Avendo trovato l’obiezione fondata ho dato mandato allo Studio Giordano di presentare querela per diffamazione contro i sunnominati giornalisti e ho appena ricevuto comunicazione che la querela è stata assegnata ad un pubblico ministero per le indagini preliminari.
Adesso posso dire soltanto che mi affido alla magistratura in cui dichiaro di avere piena fiducia.
Sono convinto che non tanto io, quanto il popolo italiano abbia bisogno di verità. Ricordo anche che quando io mi presentai il 1 dicembre 2005 alla televisione privata (dalemiana) “Nessuno Tv” diretta dal bravo Mario Adinolfi (www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it”) io narrai tutti i dubbi che avevo fino a quel momento documentato sul passato del professor Romano Prodi e i suoi presunti rapporti con organismi speciali della vecchia Unione Sovietica.
La mia intervista, come riferisce Adinolfi, fu ripresa dal britannico Indipendent. Il giorno stesso Romano Prodi rilasciò alle agenzie una dichiarazione in cui si diceva che “Questa volta a Guzzanti risponderanno i miei legali”. Ma i legali di Prodi non si sono mai fatti vivi, con mia grande frustrazione.
Fu così che nel mese di dicembre 2006, un anno dopo e dopo la morte di Litvinenko, dagli studi Rai di RaiNews 24 io rivolsi un pubblico appello al Presidente del Consiglio Prodi affinché mi querelasse, allo scopo di fare agli italiani, noi due insieme, io e lui, il più bel regalo di Natale e cioè una promessa di cercare e mostrare la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.
Purtroppo la mia accorata e sincera richiesta, espressa in modo rispettoso e persino amichevole, cadde nel vuoto e non fui querelato.
Nel maggio scorso raccolsi una feroce intervista a viso aperto del grande intellettuale in esilio Vladimir Bukovsky e la pubblicai sul Giornale. Il giorno successivo un comunicato alle agenzie di stampa annunciava che l’editoriale L’Espresso, editore di Repubblica, aveva dato mandato a due importanti studi legali, di agire nei confronti di intervistato e intervistatori.
Non se ne è più saputo nulla.
Di conseguenza, ho ritenuto un mio dovere, a prescindere da quanto riguarda l’eventuale risarcimento del danno subito, proporre alla Magistratura, in cui ho fiducia, di voler esaminare almeno alcuni aspetti della grave e complessa vicenda.
Vi sarò grato se vorrete esportare questo annuncio sui blog amici e meno amici, affinché la notizia almeno nella blgosfera sia pubblica.
Avverto inoltre tutti che ho difficoltà di collegamento e che quindi riesco a regolare il blog quando posso, ma spero da lunedì di tornare alla normalità comunicatva.
Un caro saluto a tutti
Paolo Guzzanti
Avendo trovato l’obiezione fondata ho dato mandato allo Studio Giordano di presentare querela per diffamazione contro i sunnominati giornalisti e ho appena ricevuto comunicazione che la querela è stata assegnata ad un pubblico ministero per le indagini preliminari.
Adesso posso dire soltanto che mi affido alla magistratura in cui dichiaro di avere piena fiducia.
Sono convinto che non tanto io, quanto il popolo italiano abbia bisogno di verità. Ricordo anche che quando io mi presentai il 1 dicembre 2005 alla televisione privata (dalemiana) “Nessuno Tv” diretta dal bravo Mario Adinolfi (www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it”) io narrai tutti i dubbi che avevo fino a quel momento documentato sul passato del professor Romano Prodi e i suoi presunti rapporti con organismi speciali della vecchia Unione Sovietica.
La mia intervista, come riferisce Adinolfi, fu ripresa dal britannico Indipendent. Il giorno stesso Romano Prodi rilasciò alle agenzie una dichiarazione in cui si diceva che “Questa volta a Guzzanti risponderanno i miei legali”. Ma i legali di Prodi non si sono mai fatti vivi, con mia grande frustrazione.
Fu così che nel mese di dicembre 2006, un anno dopo e dopo la morte di Litvinenko, dagli studi Rai di RaiNews 24 io rivolsi un pubblico appello al Presidente del Consiglio Prodi affinché mi querelasse, allo scopo di fare agli italiani, noi due insieme, io e lui, il più bel regalo di Natale e cioè una promessa di cercare e mostrare la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.
Purtroppo la mia accorata e sincera richiesta, espressa in modo rispettoso e persino amichevole, cadde nel vuoto e non fui querelato.
Nel maggio scorso raccolsi una feroce intervista a viso aperto del grande intellettuale in esilio Vladimir Bukovsky e la pubblicai sul Giornale. Il giorno successivo un comunicato alle agenzie di stampa annunciava che l’editoriale L’Espresso, editore di Repubblica, aveva dato mandato a due importanti studi legali, di agire nei confronti di intervistato e intervistatori.
Non se ne è più saputo nulla.
Di conseguenza, ho ritenuto un mio dovere, a prescindere da quanto riguarda l’eventuale risarcimento del danno subito, proporre alla Magistratura, in cui ho fiducia, di voler esaminare almeno alcuni aspetti della grave e complessa vicenda.
Vi sarò grato se vorrete esportare questo annuncio sui blog amici e meno amici, affinché la notizia almeno nella blgosfera sia pubblica.
Avverto inoltre tutti che ho difficoltà di collegamento e che quindi riesco a regolare il blog quando posso, ma spero da lunedì di tornare alla normalità comunicatva.
Un caro saluto a tutti
Paolo Guzzanti
Il ritorno del Cavaliere al movimentismo. Mario Sechi
Mancava all’appello e puntualmente è arrivato il tormentone di fine estate: il nuovo partito di Silvio Berlusconi. I rumors messi nero su bianco dai colleghi de La Stampa hanno avuto l’effetto di surriscaldare il clima nel partito e nel centrodestra. Berlusconi ha smentito che vi sia un progetto per costituire un nuovo partito, ma al di là del tourbillon di dichiarazioni e fibrillazioni varie (dentro e fuori Forza Italia), resta una domanda fondamentale sulla quale vale la pena riflettere: il centrodestra ha bisogno di un aggiornamento delle idee, dei programmi e - perché no? - del marketing politico? Noi crediamo di sì e questa «rifondazione» si può fare in vari modi. Silvio Berlusconi è un leader che ha sempre anticipato e interpretato l’umore del cittadino medio. È stata perfino inventata una categoria, il «berlusconismo», che in fondo ha fotografato un tratto importante della complessa società italiana. Il «tocco» di Berlusconi ha un nome, si chiama «carisma», merce ormai rara nel mondo della politica italiana. È per questo che Forza Italia secondo i politologi è un «partito carismatico». A sinistra - e vista la loro storia è un paradosso - si tende a dare una lettura negativa di questo fenomeno, ma in quasi tutte le democrazie occidentali si è assistito all’alleggerimento del peso dei partiti da una parte e alla crescita del potere e delle funzioni del leader dall’altra (pensate a Sarkozy in Francia e Zapatero in Spagna). Forza Italia in questo senso è certamente il partito più moderno sul mercato della politica e Berlusconi ne è consapevole. Forza Italia è un movimento che si è istituzionalizzato, ha governato e fatto opposizione a livello nazionale e locale, è un partito che ha radici più solide di quanto si creda: raccoglie il 33 per cento dei consensi, ha un gruppo di vertice che non è affatto al di sotto della media degli altri partiti, conta 500mila iscritti, 70mila eletti nelle istituzioni e alla fine dell'anno avrà celebrato 4mila congressi locali. Non ci pare un «partito di plastica».
È indubbio che Forza Italia dipenda dal suo leader, ma questo vale anche per gli altri partiti del centrodestra: cosa ne sarebbe di An senza Gianfranco Fini o dell’Udc senza Pier Ferdinando Casini? La «diversità» di Berlusconi è nel suo ruolo trainante sull’elettorato moderato, nella sua capacità di catturare voti (e questi in politica si contano, non si pesano) e nella sua immagine di «outsider», uomo «dentro» la politica e nello stesso tempo «fuori» dal Palazzo. Queste qualità sono appunto quel «carisma» con il quale si possono fare molte cose - basta leggere un po’ di storia - tranne che però è fondamentale: trasferirlo agli altri. Forza Italia e i suoi alleati non devono preoccuparsi della «successione», è un tema che non esiste, è l’isola che non c’è, nel momento in cui Berlusconi continua a fare Berlusconi, un mix di fantasia e improvvisazione che ha evitato a Forza Italia e al suo leader di diventare un prodotto «fuori moda» nel mercato della politica. Ci sarà da preoccuparsi, semmai, nel momento in cui Berlusconi dovesse usare - nella comunicazione e nel modo di fare - i metodi del classico uomo politico italiano.
Fin qui, abbiamo fotografato una situazione che non è statica, ma in rapido movimento e agganciata agli eventi in corso nel centrosinistra. Berlusconi ha in mente un possibile scenario di elezioni anticipate e - da grande organizzatore qual è - si muove di conseguenza. Ha perso le elezioni per 24mila voti e stavolta cerca di allargare il più possibile il consenso intorno al centrodestra. Non si ripetono gli stessi errori, ecco perché dialoga con le «nuove Dc» - senza pensare affatto che siano un’alternativa all’alleato Udc - e perché ha rimesso in moto uno schema già collaudato nel 1993 con la nascita di Forza Italia: i circoli. Nel momento in cui soffia il vento dell’antipolitica, il Cavaliere ritorna al movimentismo. E qui entra in gioco la figura di Michela Vittoria Brambilla. Fino ad oggi è stata un’invenzione di Berlusconi, ciò non toglie che possa diventare anche altro, ma per il momento dovrebbe pesare meglio la sua effettiva forza e crescere in autonomia. Il suo ruolo è quello di organizzare i circoli, portare un pezzo importante di società civile vicino alla politica, dalla quale si sente esclusa o addirittura respinta. È uno schema usato anche da altre formazioni, in vario modo: i Ds usano le associazioni e le feste dell’Unità, a destra esistono da anni circoli e fondazioni di varia ispirazione, i Verdi si rivolgono alle associazioni ambientaliste, i neocomunisti fanno riferimento ai centri sociali e al mondo noglobal, i post-democristiani dialogano con una rete di associazioni cattoliche. Forza Italia ha bisogno di una sua rete non-politica, non può dialogare in modo intermittente con la società.
Tutto questo significa - come qualcuno paventa - la fine di Forza Italia? Noi crediamo di no, per il semplice motivo che il partito azzurro «esiste» e cancellarlo sarebbe un’impresa titanica e politicamente dispendiosa. Detto questo, la struttura dirigente del partito dovrebbe essere abbastanza matura da sapersi rimettere in gioco e in discussione, accettando la competizione interna.
Ci si chiede: è possibile cambiare nome a Forza Italia? Certo che si può fare, ma è assai rischioso. Berlusconi è un uomo che conosce il marketing e sa valutare il valore del «brand», del marchio. Forza Italia, per intenderci, è conosciuta da tutti gli italiani di qualsiasi età ed estrazione sociale, persino all’estero ha avuto dei tentativi di imitazione. Il cambiamento del nome (e della ragione sociale), a nostro modesto avviso, potrebbe avvenire solo in alcune circostanze ben precise: una è endogena, cioè la fusione di più partiti del centrodestra (e presto si porrà sul tavolo dell’alleanza il tema della cooperazione e del programma); l’altra è esogena, perché se il Partito Democratico riuscisse miracolosamente a ridurre la polverizzazione a sinistra, arrivando a presentarsi come un partito da schema bipolare quasi-perfetto, allora a destra non potrebbero restare a guardare. Questo scenario, per ora, non è alle viste, ma poiché la politica è fatta soprattutto di fantasia e immaginazione, un leader di partito - Berlusconi più di tutti - non sbaglierebbe a rifletterci e valutare le mosse con largo anticipo.
È indubbio che Forza Italia dipenda dal suo leader, ma questo vale anche per gli altri partiti del centrodestra: cosa ne sarebbe di An senza Gianfranco Fini o dell’Udc senza Pier Ferdinando Casini? La «diversità» di Berlusconi è nel suo ruolo trainante sull’elettorato moderato, nella sua capacità di catturare voti (e questi in politica si contano, non si pesano) e nella sua immagine di «outsider», uomo «dentro» la politica e nello stesso tempo «fuori» dal Palazzo. Queste qualità sono appunto quel «carisma» con il quale si possono fare molte cose - basta leggere un po’ di storia - tranne che però è fondamentale: trasferirlo agli altri. Forza Italia e i suoi alleati non devono preoccuparsi della «successione», è un tema che non esiste, è l’isola che non c’è, nel momento in cui Berlusconi continua a fare Berlusconi, un mix di fantasia e improvvisazione che ha evitato a Forza Italia e al suo leader di diventare un prodotto «fuori moda» nel mercato della politica. Ci sarà da preoccuparsi, semmai, nel momento in cui Berlusconi dovesse usare - nella comunicazione e nel modo di fare - i metodi del classico uomo politico italiano.
Fin qui, abbiamo fotografato una situazione che non è statica, ma in rapido movimento e agganciata agli eventi in corso nel centrosinistra. Berlusconi ha in mente un possibile scenario di elezioni anticipate e - da grande organizzatore qual è - si muove di conseguenza. Ha perso le elezioni per 24mila voti e stavolta cerca di allargare il più possibile il consenso intorno al centrodestra. Non si ripetono gli stessi errori, ecco perché dialoga con le «nuove Dc» - senza pensare affatto che siano un’alternativa all’alleato Udc - e perché ha rimesso in moto uno schema già collaudato nel 1993 con la nascita di Forza Italia: i circoli. Nel momento in cui soffia il vento dell’antipolitica, il Cavaliere ritorna al movimentismo. E qui entra in gioco la figura di Michela Vittoria Brambilla. Fino ad oggi è stata un’invenzione di Berlusconi, ciò non toglie che possa diventare anche altro, ma per il momento dovrebbe pesare meglio la sua effettiva forza e crescere in autonomia. Il suo ruolo è quello di organizzare i circoli, portare un pezzo importante di società civile vicino alla politica, dalla quale si sente esclusa o addirittura respinta. È uno schema usato anche da altre formazioni, in vario modo: i Ds usano le associazioni e le feste dell’Unità, a destra esistono da anni circoli e fondazioni di varia ispirazione, i Verdi si rivolgono alle associazioni ambientaliste, i neocomunisti fanno riferimento ai centri sociali e al mondo noglobal, i post-democristiani dialogano con una rete di associazioni cattoliche. Forza Italia ha bisogno di una sua rete non-politica, non può dialogare in modo intermittente con la società.
Tutto questo significa - come qualcuno paventa - la fine di Forza Italia? Noi crediamo di no, per il semplice motivo che il partito azzurro «esiste» e cancellarlo sarebbe un’impresa titanica e politicamente dispendiosa. Detto questo, la struttura dirigente del partito dovrebbe essere abbastanza matura da sapersi rimettere in gioco e in discussione, accettando la competizione interna.
Ci si chiede: è possibile cambiare nome a Forza Italia? Certo che si può fare, ma è assai rischioso. Berlusconi è un uomo che conosce il marketing e sa valutare il valore del «brand», del marchio. Forza Italia, per intenderci, è conosciuta da tutti gli italiani di qualsiasi età ed estrazione sociale, persino all’estero ha avuto dei tentativi di imitazione. Il cambiamento del nome (e della ragione sociale), a nostro modesto avviso, potrebbe avvenire solo in alcune circostanze ben precise: una è endogena, cioè la fusione di più partiti del centrodestra (e presto si porrà sul tavolo dell’alleanza il tema della cooperazione e del programma); l’altra è esogena, perché se il Partito Democratico riuscisse miracolosamente a ridurre la polverizzazione a sinistra, arrivando a presentarsi come un partito da schema bipolare quasi-perfetto, allora a destra non potrebbero restare a guardare. Questo scenario, per ora, non è alle viste, ma poiché la politica è fatta soprattutto di fantasia e immaginazione, un leader di partito - Berlusconi più di tutti - non sbaglierebbe a rifletterci e valutare le mosse con largo anticipo.
L'ora dei nervi saldi. Tito Boeri
Non è bello scoprire di avere subito perdite in conto capitale. Sarà questo, tuttavia, il sentimento di molti piccoli risparmiatori italiani al rientro dalle ferie. Si sentiranno come traditi dai mercati, proprio mentre avevano staccato la spina. Il crollo dei listini scatenato dalla crisi dei mutui ipotecari statunitensi ha praticamente azzerato i guadagni di borsa degli ultimi 12 mesi, riportando gli indici di Piazza Affari sei punti al di sotto dei valori a inizio anno. Inevitabili, anche se in genere molto più contenute, le ripercussioni sul risparmio gestito. Anche chi non ha né direttamente né indirettamente sottoscritto obbligazioni strutturate o acquistato altri strumenti finanziari che contengono i debiti a rischio contratti sul mercato dei mutui ipotecari statunitensi si trova così a subire delle perdite. Il mercato tende in questo momento a drammatizzare ogni notizia negativa proveniente da ogni parte del mondo. Quindi non sono affatto da escludere nuove pesanti sedute di Borsa, non appena emergeranno sui mercati finanziari internazionali nuove istituzioni coinvolte nella crisi. E queste sorprese negative sono tuttora possibili perché le innovazioni finanziare degli ultimi 10 anni - a partire dalle cartolarizzazioni ben note al pubblico italiano per l'ampio ricorso fattovi dal governo italiano nella passata legislatura - fanno sì che sia molto difficile ricostruire chi esattamente detiene i debiti a rischio e in quale misura.
Eppure è bene tenere i nervi saldi, evitando di realizzare le perdite, soprattutto se si tratta di investimenti che hanno orizzonti lunghi. La crisi attuale è stata eccessivamente drammatizzata da molti giornali italiani (non dalla Stampa!).
Alcuni hanno addirittura voluto evocare la crisi del 1929! Niente di più diverso dalla crisi attuale. La Grande Depressione del secolo scorso era partita da un tracollo della produzione, da una crisi dell'economia reale, accentuata dalla reazione delle banche centrali, che avevano chiuso i rubinetti del credito alle imprese in difficoltà. Oggi veniamo da anni di forte crescita dell'economia mondiale e i banchieri centrali hanno bene imparato la lezione, come testimoniato dalle massicce iniezioni di liquidità di questi giorni. Non stupisce perché Ben Bernanke, oggi alla guida della Federal Reserve, è stato proprio uno dei maggiori studiosi della Grande Depressione del 1929. No, la crisi attuale ricorda semmai quella del 1998 di cui molti italiani hanno perso memoria, a riprova del fatto che queste crisi appaiono nell'immediato dirompenti, ma vengono anche rapidamente superate. A differenza del 1998 oggi molte attività, a partire dai titoli di Stato, sono rimaste fortemente liquide. L'uso dei titoli di Stato come bene rifugio contribuirà tra l'altro a ridurre, almeno transitoriamente, gli oneri sul nostro debito pubblico. Quindi non tutte le notizie sono negative, soprattutto per chi aveva titoli di Stato in portafoglio.
I nervi saldi li dovrà tenere anche il governo, spinto in queste ore in tutte le direzioni. Il sindacato, per bocca di Bonanni, chiede imprecisate «garanzie» che nessuno, neanche la Fed, può dare e si sentono da più parti richieste di accentuare ulteriormente il grado di regolamentazione del nostro sistema bancario. Non bisogna invece dimenticare che proprio la forte regolamentazione del nostro sistema bancario, la sua arretratezza di fronte alle innovazioni finanziarie, non ci hanno posti al riparo dalla crisi. E che una reazione alla crisi che dovesse oggi ulteriormente scoraggiare le banche italiane dal prendersi rischi avrebbe effetti pesanti e, questo sì, duraturi sull'economia reale. Se c'è una cosa che difetta al nostro Paese è proprio la presenza di banche disposte a rischiare capitali in progetti innovativi, business angels e venture capitalists che consentano a idee nuove di essere finanziate e sviluppate.
Sbagliato anche chiudere le porte alla diffusione di quegli strumenti finanziari oggi messi alla gogna, perché consentono una migliore e più ampia ripartizione del rischio di insolvenza. Il vero problema legato alla diffusione di questi prodotti è che possono indebolire ulteriormente la capacità dei nostri intermediari finanziari di selezionare il rischio, di fatto deresponsabilizzando molti gestori. Il modo giusto di uscire dalla crisi consiste allora nel rafforzare il rating non solo degli strumenti finanziari, ma anche delle banche e dei gestori, mettendo al contempo in luce i conflitti di interesse che caratterizzano i responsabili del collocamento di molti prodotti finanziari. Bene anche rafforzare la capacità di informare tutti i cittadini su prodotti finanziari oggi incomprensibili ai più come molte obbligazioni strutturate. È questo un compito che dovrebbe essere proprio delle stesse autorità di controllo dei mercati, come avviene in altri Paesi.
Eppure è bene tenere i nervi saldi, evitando di realizzare le perdite, soprattutto se si tratta di investimenti che hanno orizzonti lunghi. La crisi attuale è stata eccessivamente drammatizzata da molti giornali italiani (non dalla Stampa!).
Alcuni hanno addirittura voluto evocare la crisi del 1929! Niente di più diverso dalla crisi attuale. La Grande Depressione del secolo scorso era partita da un tracollo della produzione, da una crisi dell'economia reale, accentuata dalla reazione delle banche centrali, che avevano chiuso i rubinetti del credito alle imprese in difficoltà. Oggi veniamo da anni di forte crescita dell'economia mondiale e i banchieri centrali hanno bene imparato la lezione, come testimoniato dalle massicce iniezioni di liquidità di questi giorni. Non stupisce perché Ben Bernanke, oggi alla guida della Federal Reserve, è stato proprio uno dei maggiori studiosi della Grande Depressione del 1929. No, la crisi attuale ricorda semmai quella del 1998 di cui molti italiani hanno perso memoria, a riprova del fatto che queste crisi appaiono nell'immediato dirompenti, ma vengono anche rapidamente superate. A differenza del 1998 oggi molte attività, a partire dai titoli di Stato, sono rimaste fortemente liquide. L'uso dei titoli di Stato come bene rifugio contribuirà tra l'altro a ridurre, almeno transitoriamente, gli oneri sul nostro debito pubblico. Quindi non tutte le notizie sono negative, soprattutto per chi aveva titoli di Stato in portafoglio.
I nervi saldi li dovrà tenere anche il governo, spinto in queste ore in tutte le direzioni. Il sindacato, per bocca di Bonanni, chiede imprecisate «garanzie» che nessuno, neanche la Fed, può dare e si sentono da più parti richieste di accentuare ulteriormente il grado di regolamentazione del nostro sistema bancario. Non bisogna invece dimenticare che proprio la forte regolamentazione del nostro sistema bancario, la sua arretratezza di fronte alle innovazioni finanziarie, non ci hanno posti al riparo dalla crisi. E che una reazione alla crisi che dovesse oggi ulteriormente scoraggiare le banche italiane dal prendersi rischi avrebbe effetti pesanti e, questo sì, duraturi sull'economia reale. Se c'è una cosa che difetta al nostro Paese è proprio la presenza di banche disposte a rischiare capitali in progetti innovativi, business angels e venture capitalists che consentano a idee nuove di essere finanziate e sviluppate.
Sbagliato anche chiudere le porte alla diffusione di quegli strumenti finanziari oggi messi alla gogna, perché consentono una migliore e più ampia ripartizione del rischio di insolvenza. Il vero problema legato alla diffusione di questi prodotti è che possono indebolire ulteriormente la capacità dei nostri intermediari finanziari di selezionare il rischio, di fatto deresponsabilizzando molti gestori. Il modo giusto di uscire dalla crisi consiste allora nel rafforzare il rating non solo degli strumenti finanziari, ma anche delle banche e dei gestori, mettendo al contempo in luce i conflitti di interesse che caratterizzano i responsabili del collocamento di molti prodotti finanziari. Bene anche rafforzare la capacità di informare tutti i cittadini su prodotti finanziari oggi incomprensibili ai più come molte obbligazioni strutturate. È questo un compito che dovrebbe essere proprio delle stesse autorità di controllo dei mercati, come avviene in altri Paesi.
giovedì 16 agosto 2007
Hamas fa di Gaza un ghetto. il Foglio
Il gruppo islamico opprime la popolazione palestinese tenendola in ostaggio.
E’ in corso una campagna di opinione falsamente venata di spirito umanitario sulla condizione dei palestinesi di Gaza. La condizione di queste persone è tragica, e lo è da molti decenni, a cominciare dal periodo nel quale, sotto il governo egiziano, non si fece nulla per dare qualche soluzione ai problemi dei profughi che si erano riversati lì. Oggi, dopo il ritiro unilaterale delle truppe israeliane e la guerra intestina tra i palestinesi che ne è conseguita, Gaza è sotto il controllo della fazione terroristica di Hamas, che non accontentandosi di gestire il governo ha voluto prendere tutto il potere, com’è naturale che facciano i partiti armati. E’ di questa dittatura faziosa che soffre la popolazione, alla quale è vietato anche protestare per decisione del partito teocratico che la tiene in ostaggio. Eppure due giorni fa, al grido di “vogliamo la libertà”, ci sono stati manifestanti a Gaza pronti a sfidare i divieti di Hamas pur di farsi sentire anche dal presidente del Consiglio italiano Romano Prodi. Se a Gaza c’è un ghetto i suoi carcerieri sono i miliziani islamisti, non Israele, non l’Autorità palestinese che di lì è stata cacciata da un colpo di stato. L’idea che bisognerebbe finanziare gli aguzzini della popolazione di Gaza per ragioni umanitarie, concedendo ai terroristi dopo il golpe quello che fu negato loro quando rispettavano, almeno formalmente, le regole del gioco, è del tutto irragionevole, con buona pace di Massimo D’Alema e di Prodi, che hanno scelto la causa più sbagliata per segnare il loro distacco dall’Europa, dall’America e da Israele e, in sostanza, dal legittimo governo e dal popolo palestinese.
E’ in corso una campagna di opinione falsamente venata di spirito umanitario sulla condizione dei palestinesi di Gaza. La condizione di queste persone è tragica, e lo è da molti decenni, a cominciare dal periodo nel quale, sotto il governo egiziano, non si fece nulla per dare qualche soluzione ai problemi dei profughi che si erano riversati lì. Oggi, dopo il ritiro unilaterale delle truppe israeliane e la guerra intestina tra i palestinesi che ne è conseguita, Gaza è sotto il controllo della fazione terroristica di Hamas, che non accontentandosi di gestire il governo ha voluto prendere tutto il potere, com’è naturale che facciano i partiti armati. E’ di questa dittatura faziosa che soffre la popolazione, alla quale è vietato anche protestare per decisione del partito teocratico che la tiene in ostaggio. Eppure due giorni fa, al grido di “vogliamo la libertà”, ci sono stati manifestanti a Gaza pronti a sfidare i divieti di Hamas pur di farsi sentire anche dal presidente del Consiglio italiano Romano Prodi. Se a Gaza c’è un ghetto i suoi carcerieri sono i miliziani islamisti, non Israele, non l’Autorità palestinese che di lì è stata cacciata da un colpo di stato. L’idea che bisognerebbe finanziare gli aguzzini della popolazione di Gaza per ragioni umanitarie, concedendo ai terroristi dopo il golpe quello che fu negato loro quando rispettavano, almeno formalmente, le regole del gioco, è del tutto irragionevole, con buona pace di Massimo D’Alema e di Prodi, che hanno scelto la causa più sbagliata per segnare il loro distacco dall’Europa, dall’America e da Israele e, in sostanza, dal legittimo governo e dal popolo palestinese.
Una crisi annunciata. Emanuela Melchiorre
Come avevamo da tempo previsto, scrivendo per le pagine di questo periodico della crisi del mercato immobiliare statunitense prima e della crisi finanziaria asiatica poi, la crisi finanziaria odierna, che fa discutere i giornali specializzati e gli esperti di tutto il mondo, si è già diffusa a livello planetario ed è iniziata dal mercato dei titoli derivati dai mutui, in maggior misura da quelli relativi ai subprime, ossia i mutui «di seconda scelta». È notizia di questi giorni che la Banca centrale europea e la Federal riserve hanno immesso, a più riprese, liquidità nei rispettivi mercati creditizi, per tentare di arginare la crisi dell'insolvibilità dei mutui subprime.
La reazione a catena, che è stata innescata dal mercato finanziario connesso al mercato immobiliare statunitense, ha seguito un percorso tortuoso, ma in parte prevedibile. Sono stati concessi con facilità e in grande quantità mutui ad una clientela a forte rischio di insolvenza. Tali mutui sono divenuti titoli venduti sul mercato mobiliare e acquistati da fondi di investimento specializzati nelle transazioni ad alto rischio, ma anche da fondi comuni di investimento, e quindi sottoscritti da comuni risparmiatori, tramite il canale delle cartolarizzazioni. Allo stesso tempo, il mercato immobiliare statunitense, in particolare, e quelli di tutti gli altri paesi industrializzati, hanno visto un forte incremento del prezzo di mercato degli immobili, in seguito ad atteggiamenti fortemente speculativi degli operatori economici. Si è creata e sviluppata una grande bolla speculativa, che come tutte le bolle prima o poi doveva scoppiare. C'è stata una dissociazione mai vista prima tra il valore reale delle abitazioni e il loro prezzo di mercato, che in molti casi si è triplicato senza alcuna giustificazione.
La rivendita a prezzi speculativi degli immobili acquistati con mutui ha fatto sì che venissero liberate risorse e, quindi, che la liquidità generale aumentasse e con essa anche il consumo e la produzione, ma anche il rifinanziamento del mercato creditizio. Il circolo vizioso si è spezzato nel momento in cui i tassi sui mutui sono cresciuti e il prezzo delle case ha cominciato a scendere. Molti debitori subprime hanno cominciato a fallire in seguito alla perdita di valore delle case usate a garanzia dei propri debiti. L'insolvenza di tali debiti, data la loro diffusione, ha comportato una crisi di liquidità dell'intero sistema creditizio.
È presumibile pensare che gli effetti delle crisi di liquidità avranno ripercussioni anche nei «fondamentali», ossia nell'economia reale e della produzione. Infatti, il mercato immobiliare ha una natura di forte correlazione con gli altri mercati della produzione e dei servizi. Il cosiddetto «moltiplicatore> del settore delle costruzioni è molto elevato. Come si diceva una volta «quando la casa va, tutto va». L'indotto sia a monte che a valle è di grandi dimensioni. Il crollo della produzione di immobili potrebbe avere forti ripercussioni su tutta l'economia reale. La sensazione che si ha, inoltre, è che i mercati finanziari siano divenuti molto volatili e progressivamente più correlati tra loro, in seguito alla sempre più frequente pratica dell'investire in borsa, al «fare finanza» da parte degli imprenditori, ma anche da parte di piccoli risparmiatori, sicuramente disinformati e inesperti.
In una situazione di allarme, come quella attuale, due fatti salienti di cronaca monetaria ci fanno trasalire per la loro irresponsabilità e per gli effetti perversi che potrebbero generare. Il primo riguarda l'intenzione del nostro Governo di vendere le riserve auree della Banca d'Italia per fare fronte al debito pubblico. Inutile sottolineare quanto tale mossa abbia fatto perdere la faccia all'Italia di fronte all'intera Europa. Una simile pratica è, infatti, contraria al Trattato di Maastricht, che per quanto quest'ultimo sia d'ostacolo alla crescita dell'economia italiana, come più volte sottolineato, costituisce comunque un trattato sottoscritto e accettato dal nostro Paese e che, nel bene o nel male, va rispettato o altrimenti, come ci auguriamo presto, cambiato, ma comunque mai infranto. Dobbiamo, quindi, registrare un'altra bocciatura in sede comunitaria, che ironicamente è causata dalle illogiche scelte di politica monetaria ed economica proprio di colui il quale ricoprì la carica di presidente della Commissione europea. Sullo stesso piano deve essere posto il ministro dell'Economia, ex vicedirettore generale del nostro istituto di emissione ed ex membro del consiglio della Banca centrale europea. Non molto tempo fa fu definito il peggiore ministro dell'economia nell'ambito dell'eurozona.
Il debito pubblico italiano non può, inoltre, essere colmato dalla vendita delle riserve auree della Banca d'Italia poiché, oltre al vincolo di Maastricht (art. 105 del Trattato europeo), l'Italia è vincolata anche dal Central Bank Gold Agreement (Cbga), firmato nel settembre 2004 dalla Bce e da 14 delle Banche Centrali europee (Italia inclusa), che permette di cedere un massimo di 500 tonnellate di oro all'anno. La vendita di parte delle riserve auree effettuata dalle banche centrali aderenti alla Bce si inquadra nel contesto dell'euro, moneta più stabile delle singole ex monete nazionali, e che quindi non richiede le ingenti riserve accumulate nel passato dalle suddette banche centrali a difesa della propria moneta.
Dalle ultime statistiche risulta che nel 2007 siano state già vendute 294 tonnellate, altre 206 sono cedibili fino al prossimo settembre, quantità quest'ultima del tutto insufficiente per colmare il debito pubblico, come erroneamente sostenuto dal Governo. Inoltre, le vendite di oro seguono una prassi che ha confini ben precisi: i proventi delle vendite, che possono essere effettuate solo in piena autonomia dalla Banca centrale, entro i limiti del Gold Agreement del 2004, debbono essere reinvestiti in titoli di Stato, una voce che comporta un reddito in termini d'interesse. Questo reddito sarebbe l'unica parte iscritta al conto profitti e perdite della Banca centrale nazionale e, a fine esercizio, trasferita al Tesoro. In sostanza la vendita di riserve auree non farebbe altro che aumentare il debito pubblico e il carico degli interessi. Per ridurre il debito pubblico non c'è che una via, ridurre le spese correnti che al contrario, con l'attuale Governo, sono lievitate sensibilmente, sia a livello centrale che a livello locale.
Ma la chiave di volta per ridurre il peso relativo del debito pubblico rimane sempre la crescita del sistema economico italiano almeno del 3 per cento in media l'anno e il recupero della produttività del lavoro e della produttività totale. Per la cronaca, giova ricordare che la spirale del debito pubblico italiano fu innescata dal divorzio fra la Banca d'Italia e il Tesoro nel 1981 e successivamente con l'internazionalizzazione di detto debito con l'emissione di titoli della Repubblica italiana piazzati a Londra al tasso del 9 per cento per la durata di trent'anni. Gli autori di questi misfatti economici non sono stati mai puniti e nemmeno rimproverati, protetti dai cosiddetti «poteri forti».
Grazie all'agire tempestivo della Bce, che ha posto il veto alla vendita delle riserve auree, si è risolto questo angoscioso problema e la Banca d'Italia potrà ancora disporre dello strumento che garantisce l'immissione di liquidità nel mercato creditizio tramite il meccanismo del moltiplicatore monetario keynesiano. La stessa Banca centrale europea ha però minacciato, ancora una volta, di alzare i tassi di interesse a settembre, per tutelare l'economia europea dal rischio di inflazione. Vale la pena sottolineare che la situazione attuale di crisi finanziarie a catena, che stanno tormentando le borse di tutto il mondo, è stata innescata proprio dall'aumento del tasso di interesse sui mutui immobiliari, pertanto una scelta tanto intempestiva di aumentare ulteriormente i tassi di interesse equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco dell'esplosione della bolla speculativa. Ma va anche detto che le bolle speculative debbono scoppiare e bene sarebbe non farle sorgere o almeno farle abortire appena si manifestano.
Sono, invece, confortanti le scelte e le parole di Bernanke, il governatore della Federal Riserve, il quale ha scelto di non aumentare i tassi di interesse e sostiene che, nonostante le avversità finanziarie, i fondamentali dell'economia statunitense «tengono», nel senso che l'economia statunitense non mostra segni evidenti di cedimento e che continua a crescere anche se non più a tassi elevati. Siamo di fronte a un rallentamento dell'economia internazionale e l'Italia non riuscirà a conseguire l'incremento del Pil contrabbandato dal governo. Non ci resta che augurarci che le previsioni del governatore della Fed siano corrette e che le aspettative degli operatori economici non siano realmente invertite, ossia che quelli che Keynes chiamava gli animal spirits continuino a credere nella crescita mondiale.
La reazione a catena, che è stata innescata dal mercato finanziario connesso al mercato immobiliare statunitense, ha seguito un percorso tortuoso, ma in parte prevedibile. Sono stati concessi con facilità e in grande quantità mutui ad una clientela a forte rischio di insolvenza. Tali mutui sono divenuti titoli venduti sul mercato mobiliare e acquistati da fondi di investimento specializzati nelle transazioni ad alto rischio, ma anche da fondi comuni di investimento, e quindi sottoscritti da comuni risparmiatori, tramite il canale delle cartolarizzazioni. Allo stesso tempo, il mercato immobiliare statunitense, in particolare, e quelli di tutti gli altri paesi industrializzati, hanno visto un forte incremento del prezzo di mercato degli immobili, in seguito ad atteggiamenti fortemente speculativi degli operatori economici. Si è creata e sviluppata una grande bolla speculativa, che come tutte le bolle prima o poi doveva scoppiare. C'è stata una dissociazione mai vista prima tra il valore reale delle abitazioni e il loro prezzo di mercato, che in molti casi si è triplicato senza alcuna giustificazione.
La rivendita a prezzi speculativi degli immobili acquistati con mutui ha fatto sì che venissero liberate risorse e, quindi, che la liquidità generale aumentasse e con essa anche il consumo e la produzione, ma anche il rifinanziamento del mercato creditizio. Il circolo vizioso si è spezzato nel momento in cui i tassi sui mutui sono cresciuti e il prezzo delle case ha cominciato a scendere. Molti debitori subprime hanno cominciato a fallire in seguito alla perdita di valore delle case usate a garanzia dei propri debiti. L'insolvenza di tali debiti, data la loro diffusione, ha comportato una crisi di liquidità dell'intero sistema creditizio.
È presumibile pensare che gli effetti delle crisi di liquidità avranno ripercussioni anche nei «fondamentali», ossia nell'economia reale e della produzione. Infatti, il mercato immobiliare ha una natura di forte correlazione con gli altri mercati della produzione e dei servizi. Il cosiddetto «moltiplicatore> del settore delle costruzioni è molto elevato. Come si diceva una volta «quando la casa va, tutto va». L'indotto sia a monte che a valle è di grandi dimensioni. Il crollo della produzione di immobili potrebbe avere forti ripercussioni su tutta l'economia reale. La sensazione che si ha, inoltre, è che i mercati finanziari siano divenuti molto volatili e progressivamente più correlati tra loro, in seguito alla sempre più frequente pratica dell'investire in borsa, al «fare finanza» da parte degli imprenditori, ma anche da parte di piccoli risparmiatori, sicuramente disinformati e inesperti.
In una situazione di allarme, come quella attuale, due fatti salienti di cronaca monetaria ci fanno trasalire per la loro irresponsabilità e per gli effetti perversi che potrebbero generare. Il primo riguarda l'intenzione del nostro Governo di vendere le riserve auree della Banca d'Italia per fare fronte al debito pubblico. Inutile sottolineare quanto tale mossa abbia fatto perdere la faccia all'Italia di fronte all'intera Europa. Una simile pratica è, infatti, contraria al Trattato di Maastricht, che per quanto quest'ultimo sia d'ostacolo alla crescita dell'economia italiana, come più volte sottolineato, costituisce comunque un trattato sottoscritto e accettato dal nostro Paese e che, nel bene o nel male, va rispettato o altrimenti, come ci auguriamo presto, cambiato, ma comunque mai infranto. Dobbiamo, quindi, registrare un'altra bocciatura in sede comunitaria, che ironicamente è causata dalle illogiche scelte di politica monetaria ed economica proprio di colui il quale ricoprì la carica di presidente della Commissione europea. Sullo stesso piano deve essere posto il ministro dell'Economia, ex vicedirettore generale del nostro istituto di emissione ed ex membro del consiglio della Banca centrale europea. Non molto tempo fa fu definito il peggiore ministro dell'economia nell'ambito dell'eurozona.
Il debito pubblico italiano non può, inoltre, essere colmato dalla vendita delle riserve auree della Banca d'Italia poiché, oltre al vincolo di Maastricht (art. 105 del Trattato europeo), l'Italia è vincolata anche dal Central Bank Gold Agreement (Cbga), firmato nel settembre 2004 dalla Bce e da 14 delle Banche Centrali europee (Italia inclusa), che permette di cedere un massimo di 500 tonnellate di oro all'anno. La vendita di parte delle riserve auree effettuata dalle banche centrali aderenti alla Bce si inquadra nel contesto dell'euro, moneta più stabile delle singole ex monete nazionali, e che quindi non richiede le ingenti riserve accumulate nel passato dalle suddette banche centrali a difesa della propria moneta.
Dalle ultime statistiche risulta che nel 2007 siano state già vendute 294 tonnellate, altre 206 sono cedibili fino al prossimo settembre, quantità quest'ultima del tutto insufficiente per colmare il debito pubblico, come erroneamente sostenuto dal Governo. Inoltre, le vendite di oro seguono una prassi che ha confini ben precisi: i proventi delle vendite, che possono essere effettuate solo in piena autonomia dalla Banca centrale, entro i limiti del Gold Agreement del 2004, debbono essere reinvestiti in titoli di Stato, una voce che comporta un reddito in termini d'interesse. Questo reddito sarebbe l'unica parte iscritta al conto profitti e perdite della Banca centrale nazionale e, a fine esercizio, trasferita al Tesoro. In sostanza la vendita di riserve auree non farebbe altro che aumentare il debito pubblico e il carico degli interessi. Per ridurre il debito pubblico non c'è che una via, ridurre le spese correnti che al contrario, con l'attuale Governo, sono lievitate sensibilmente, sia a livello centrale che a livello locale.
Ma la chiave di volta per ridurre il peso relativo del debito pubblico rimane sempre la crescita del sistema economico italiano almeno del 3 per cento in media l'anno e il recupero della produttività del lavoro e della produttività totale. Per la cronaca, giova ricordare che la spirale del debito pubblico italiano fu innescata dal divorzio fra la Banca d'Italia e il Tesoro nel 1981 e successivamente con l'internazionalizzazione di detto debito con l'emissione di titoli della Repubblica italiana piazzati a Londra al tasso del 9 per cento per la durata di trent'anni. Gli autori di questi misfatti economici non sono stati mai puniti e nemmeno rimproverati, protetti dai cosiddetti «poteri forti».
Grazie all'agire tempestivo della Bce, che ha posto il veto alla vendita delle riserve auree, si è risolto questo angoscioso problema e la Banca d'Italia potrà ancora disporre dello strumento che garantisce l'immissione di liquidità nel mercato creditizio tramite il meccanismo del moltiplicatore monetario keynesiano. La stessa Banca centrale europea ha però minacciato, ancora una volta, di alzare i tassi di interesse a settembre, per tutelare l'economia europea dal rischio di inflazione. Vale la pena sottolineare che la situazione attuale di crisi finanziarie a catena, che stanno tormentando le borse di tutto il mondo, è stata innescata proprio dall'aumento del tasso di interesse sui mutui immobiliari, pertanto una scelta tanto intempestiva di aumentare ulteriormente i tassi di interesse equivarrebbe a gettare benzina sul fuoco dell'esplosione della bolla speculativa. Ma va anche detto che le bolle speculative debbono scoppiare e bene sarebbe non farle sorgere o almeno farle abortire appena si manifestano.
Sono, invece, confortanti le scelte e le parole di Bernanke, il governatore della Federal Riserve, il quale ha scelto di non aumentare i tassi di interesse e sostiene che, nonostante le avversità finanziarie, i fondamentali dell'economia statunitense «tengono», nel senso che l'economia statunitense non mostra segni evidenti di cedimento e che continua a crescere anche se non più a tassi elevati. Siamo di fronte a un rallentamento dell'economia internazionale e l'Italia non riuscirà a conseguire l'incremento del Pil contrabbandato dal governo. Non ci resta che augurarci che le previsioni del governatore della Fed siano corrette e che le aspettative degli operatori economici non siano realmente invertite, ossia che quelli che Keynes chiamava gli animal spirits continuino a credere nella crescita mondiale.
martedì 14 agosto 2007
Le code ai consolati ora ci fanno paura. il Giornale
Se qualcuno nutre ancora dei dubbi sugli effetti che l’azione del nostro governo sta provocando nelle comunità musulmane e nel Paese, ecco i dati di una nuova ricerca condotta dal giornale «Almaghrebiya». È stato chiesto a un campione di immigrati - uomini e donne, su tutto il territorio nazionale - se a loro avviso si stesse facendo abbastanza per contrastare l’estremismo islamico. Ha risposto di «no» il 65 % di loro e una percentuale ancora maggiore (oltre il 70 %) ha specificato che al contrario l’islam più radicale sta ampliando in Italia la sua presenza e la sua influenza. Una percentuale ridotta ma significativa (35%) ritiene anche che si stia diffondendo tra la popolazione musulmana un sentimento di «ostilità» superiore al sentimento di «fiducia» in una vera integrazione. Risposte impietose che trovano la loro prima motivazione, secondo l’80% degli intervistati, nel proliferare indisturbato di moschee e scuole islamiche che hanno ampliato l’area di intervento dell’islam più radicale e il suo peso nella vita delle comunità.
E, in secondo luogo, nell’avanzata dei «ghetti islamici» nelle periferie di molte città, terreno ideale per la propaganda e la cultura della «jihad». A proposito dei centri islamici, il 43% degli intervistati sottolinea come stia aumentando il numero di chi li frequenta e come questo incremento rappresenti un fattore di isolamento che aumenta il rischio di contrapposizione tra il mondo islamico e la società italiana. Alle donne del campione è stato poi chiesto se ritenevano che l’attuale governo si stesse adoperando efficacemente per la tutela dei loro diritti. Il fronte del «no» ha raccolto una percentuale che supera l’80%. In cima alle motivazioni la mancata tutela dalle violenze, l’assenza di un vero programma di istruzione e la sistematica mortificazione del ruolo delle immigrate nei luoghi dove si discute della loro situazione. L’ultima domanda riguarda le leggi sull’immigrazione. Di certo a sorpresa per chi si prepara a cancellare i provvedimenti della Bossi-Fini, una larga maggioranza degli intervistati (il 63%) si è pronunciata a favore di leggi rigorose che prevedano filtri, controlli e regolamentazione dei flussi. Uno dei promotori della ricerca di «Almaghrebiya» è appena tornato dal Marocco. Gli amici di laggiù gli hanno consigliato di fare una visita a Casablanca, in avenue Hassan Souktani: «Vedrai qualcosa che neanche riesci a immaginare».
Ha accolto l’invito e si è trovato davanti a una folla sterminata che prendeva d’assalto gli uffici del Consolato italiano. È così da tre settimane, da quando si è diffusa la notizia dell’ultima circolare emanata dal ministero dell’Interno, quella che di fatto spalanca le porte a un’immigrazione senza barriere. Al Consolato lavorano quattro impiegati che non sanno più come fare ad arginare quella marea umana, pronta a riversarsi nel nostro Paese. «Arrivano in massa», dicono: «Uomini barbuti che non spiccicano una parola in italiano e non hanno il minimo titolo di studio, donne avvolte nei loro veli, c’è anche chi si presenta con un paio di mogli al seguito». Fanno quello che possono ma ormai hanno le mani legate: «Con la nuova circolare non c’è più l’obbligo del permesso di soggiorno, basta la richiesta di un visto turistico e quello possiamo rifiutarlo solo nei casi più estremi. Ieri - raccontano - si è presentato un uomo con una moglie che avrà avuto sì e no quattordici anni, l’abbiamo pregato di ripassare quando sarà maggiorenne». A qualche centinaio di metri di distanza, in rue National, si affaccia il consolato olandese. Era quella, una volta, la porta girevole dei marocchini in cerca di un approdo in Europa: niente filtri e niente controlli. Ora la strada e quasi deserta: per immigrare in Olanda oggi devi dimostrare di conoscerne la lingua e di condividerne lo stile di vita.
L’Olanda sta ancora cercando di limitare i danni provocati dalla politica di un tempo. La nave del governo italiano ha imboccato la rotta opposta. E la conta dei danni, per noi, è appena all’inizio.
E, in secondo luogo, nell’avanzata dei «ghetti islamici» nelle periferie di molte città, terreno ideale per la propaganda e la cultura della «jihad». A proposito dei centri islamici, il 43% degli intervistati sottolinea come stia aumentando il numero di chi li frequenta e come questo incremento rappresenti un fattore di isolamento che aumenta il rischio di contrapposizione tra il mondo islamico e la società italiana. Alle donne del campione è stato poi chiesto se ritenevano che l’attuale governo si stesse adoperando efficacemente per la tutela dei loro diritti. Il fronte del «no» ha raccolto una percentuale che supera l’80%. In cima alle motivazioni la mancata tutela dalle violenze, l’assenza di un vero programma di istruzione e la sistematica mortificazione del ruolo delle immigrate nei luoghi dove si discute della loro situazione. L’ultima domanda riguarda le leggi sull’immigrazione. Di certo a sorpresa per chi si prepara a cancellare i provvedimenti della Bossi-Fini, una larga maggioranza degli intervistati (il 63%) si è pronunciata a favore di leggi rigorose che prevedano filtri, controlli e regolamentazione dei flussi. Uno dei promotori della ricerca di «Almaghrebiya» è appena tornato dal Marocco. Gli amici di laggiù gli hanno consigliato di fare una visita a Casablanca, in avenue Hassan Souktani: «Vedrai qualcosa che neanche riesci a immaginare».
Ha accolto l’invito e si è trovato davanti a una folla sterminata che prendeva d’assalto gli uffici del Consolato italiano. È così da tre settimane, da quando si è diffusa la notizia dell’ultima circolare emanata dal ministero dell’Interno, quella che di fatto spalanca le porte a un’immigrazione senza barriere. Al Consolato lavorano quattro impiegati che non sanno più come fare ad arginare quella marea umana, pronta a riversarsi nel nostro Paese. «Arrivano in massa», dicono: «Uomini barbuti che non spiccicano una parola in italiano e non hanno il minimo titolo di studio, donne avvolte nei loro veli, c’è anche chi si presenta con un paio di mogli al seguito». Fanno quello che possono ma ormai hanno le mani legate: «Con la nuova circolare non c’è più l’obbligo del permesso di soggiorno, basta la richiesta di un visto turistico e quello possiamo rifiutarlo solo nei casi più estremi. Ieri - raccontano - si è presentato un uomo con una moglie che avrà avuto sì e no quattordici anni, l’abbiamo pregato di ripassare quando sarà maggiorenne». A qualche centinaio di metri di distanza, in rue National, si affaccia il consolato olandese. Era quella, una volta, la porta girevole dei marocchini in cerca di un approdo in Europa: niente filtri e niente controlli. Ora la strada e quasi deserta: per immigrare in Olanda oggi devi dimostrare di conoscerne la lingua e di condividerne lo stile di vita.
L’Olanda sta ancora cercando di limitare i danni provocati dalla politica di un tempo. La nave del governo italiano ha imboccato la rotta opposta. E la conta dei danni, per noi, è appena all’inizio.
Quello squilibrio di pesi e misure. Paolo Guzzanti
Il magistrato è un garantista e voleva la pistola fumante. La videocassetta del primo omicidio non era conclusiva e le garanzie sono le garanzie: mica puoi sbattere in galera un cittadino senza avere una prova conclusiva. In fondo la custodia cautelare serve per arrestare qualcuno che potrebbe ripetere il crimine per cui è indagato (nel caso di Sanremo uccidere una donna) o inquinare le prove.
Il magistrato genovese, in tutta onestà, non se l’era sentita di ammanettare colui che poi si dimostrerà essere un serial killer psicotico e l’ha lasciato libero. Su un piatto della bilancia il rischio che si trattasse davvero dell’assassino del primo delitto e che ne potesse quindi commettere un secondo; sull’altro, il rischio di arrestare un innocente e farlo marcire in prigione per mesi. Il magistrato ha scelto il secondo piatto della bilancia: non ha arrestato e così l’assassino ha avuto modo di far morire un altro essere umano. Se il magistrato avesse messo in prigione l’uomo avrebbe evitato il secondo omicidio, ma avrebbe rischiato di rinchiudere in prigione un innocente. E adesso si trova di fronte ad uno spaventoso risultato e forse (non vorremmo essere nei suoi panni) a qualche problema di coscienza.
Sicuramente, ora egli è convinto d’aver agito bene, dal punto di vista dei principi giuridici generali (ci vuole l’habeas corpus per privare un cittadino del bene supremo della libertà), ma noi siamo invece convinti che abbia agito come se si trovasse nel Regno Unito, ovvero in Inghilterra, anziché in Italia.
In Italia, lo abbiamo visto l’anno scorso la sera di Natale, il consulente parlamentare Mario Scaramella fu arrestato a Napoli sotto la scaletta dell’aereo che lo riportava da Londra (dove aveva collaborato con Scotland Yard per l’omicidio Litvinenko magistralmente organizzato in modo da esporre proprio lui, Scaramella, al massacro mondiale come primo sospettato dell’avvelenamento del profugo russo) con l’accusa di aver calunniato qualcuno. Chi avrebbe calunniato Scaramella? Prodi, risponderanno molti lettori (stiamo parafrasando l’incipit del Pinocchio di Collodi) eh no, cari ragazzi, vi siete sbagliati: Scaramella fu arrestato e poi tenuto in galera per sei mesi con l’accusa di aver calunniato un signore che viveva a Napoli in clandestinità, un certo Oleksander Talik, il quale era un ex capitano ucraino del Nono Direttorato del Kgb, cioè della stessa sezione di cui faceva parte anche il signor Andrei Lugovoy, che secondo la Procura della Corona britannica sarebbe l’assassino materiale di Litvinenko. Una storia troppo intricata? Lo so, è estremamente complicata e ancora molto oscura.
Ma a noi oggi fa impressione lo squilibrio di pesi e di misure fra l’arresto di un uomo accusato di aver dato del terrorista ad un ex agente di una polizia segreta straniera, clandestino in Italia, e il mancato arresto di un altro uomo che molti elementi significativi indicavano come un assassino e che poi si è rivelato realmente un pazzo sanguinario che ha spento una vita che poteva essere salvata.
Il magistrato genovese, in tutta onestà, non se l’era sentita di ammanettare colui che poi si dimostrerà essere un serial killer psicotico e l’ha lasciato libero. Su un piatto della bilancia il rischio che si trattasse davvero dell’assassino del primo delitto e che ne potesse quindi commettere un secondo; sull’altro, il rischio di arrestare un innocente e farlo marcire in prigione per mesi. Il magistrato ha scelto il secondo piatto della bilancia: non ha arrestato e così l’assassino ha avuto modo di far morire un altro essere umano. Se il magistrato avesse messo in prigione l’uomo avrebbe evitato il secondo omicidio, ma avrebbe rischiato di rinchiudere in prigione un innocente. E adesso si trova di fronte ad uno spaventoso risultato e forse (non vorremmo essere nei suoi panni) a qualche problema di coscienza.
Sicuramente, ora egli è convinto d’aver agito bene, dal punto di vista dei principi giuridici generali (ci vuole l’habeas corpus per privare un cittadino del bene supremo della libertà), ma noi siamo invece convinti che abbia agito come se si trovasse nel Regno Unito, ovvero in Inghilterra, anziché in Italia.
In Italia, lo abbiamo visto l’anno scorso la sera di Natale, il consulente parlamentare Mario Scaramella fu arrestato a Napoli sotto la scaletta dell’aereo che lo riportava da Londra (dove aveva collaborato con Scotland Yard per l’omicidio Litvinenko magistralmente organizzato in modo da esporre proprio lui, Scaramella, al massacro mondiale come primo sospettato dell’avvelenamento del profugo russo) con l’accusa di aver calunniato qualcuno. Chi avrebbe calunniato Scaramella? Prodi, risponderanno molti lettori (stiamo parafrasando l’incipit del Pinocchio di Collodi) eh no, cari ragazzi, vi siete sbagliati: Scaramella fu arrestato e poi tenuto in galera per sei mesi con l’accusa di aver calunniato un signore che viveva a Napoli in clandestinità, un certo Oleksander Talik, il quale era un ex capitano ucraino del Nono Direttorato del Kgb, cioè della stessa sezione di cui faceva parte anche il signor Andrei Lugovoy, che secondo la Procura della Corona britannica sarebbe l’assassino materiale di Litvinenko. Una storia troppo intricata? Lo so, è estremamente complicata e ancora molto oscura.
Ma a noi oggi fa impressione lo squilibrio di pesi e di misure fra l’arresto di un uomo accusato di aver dato del terrorista ad un ex agente di una polizia segreta straniera, clandestino in Italia, e il mancato arresto di un altro uomo che molti elementi significativi indicavano come un assassino e che poi si è rivelato realmente un pazzo sanguinario che ha spento una vita che poteva essere salvata.
lunedì 13 agosto 2007
Il silenzio è d'oro quindi parlo. il Giornale
A Castiglione della Pescaia sabato pomeriggio Romano Prodi aveva paragonato il silenzio al digiuno. E ai giornalisti aveva promesso che la sua astinenza dalle parole sarebbe durata a lungo. Non sono passate 12 ore e domenica mattina il premier si è messo a parlare di tutto: dal Medioriente, alla Cina, ai rom. A proposito dei quali ha sentenziato: «Sono un problema».
E abbiamo capito perché gli avevano consigliato di stare zitto.
E abbiamo capito perché gli avevano consigliato di stare zitto.
Garanzie e forche. Davide Giacalone
Dove la giustizia non funziona si diffonde il giustizialismo, una malattia mortale per il diritto. Il Parlamento s’occupa solo di come i magistrati fanno carriera. La politica pretende di darci lezioni e considera alla stregua di provocazioni i fatti e le cifre che ho usato per documentare la Malagiustizia.
Poi capita che un Tizio sgozzi per strada l’attuale fidanzata e si scopre che è indagato per avere accoltellato e sbudellato la precedente. Si scopre che non basta essere trovati ad incendiare boschi per garantirsi un’immediata pena. E dopo averlo scoperto s’invocano severità e pugni di ferro. Se li dia sulla testa, il governo. Se li diano dove sanno gli schieramenti politici che attorno alla giustizia animano una gran canizza senza mai occuparsi di quel che conta: renderla efficiente.
Le nostre galere sono stracolme di presunti innocenti, mentre a spasso c’è un esercito di probabili colpevoli. Grazie all’indulto dal carcere sono usciti solo i pochi sicuri colpevoli e più del novanta per cento dei processi in corso avrà esito inutile. L’Italia resta il Paese più condannato per violazione dei diritti umani, i nostri processi sono i più lenti del mondo civile, ma spendiamo quanto e più degli altri e abbiamo più magistrati e avvocati che altrove. Sono tutti indizi che gridano l’evidenza: la nostra giustizia è allo stato terminale, sempre di più il paradiso dei colpevoli e l’inferno delle persone per bene. Ma che importa? Quel che conta e riformare la carriera dei magistrati senza litigare con loro, senza provocare scioperi.
Se la politica esistesse, se gli intellettuali facessero il loro mestiere di coscienze ed informatori, se la realtà fosse chiara a tutti, non sarebbe difficile trovare la forza per cambiare quest’andazzo incivile, per fare riforme vere, per conciliare severità e diritti. Ma qui siamo alla faziosità senza contenuti, all’uso politico delle inchieste giudiziarie, ai forcaioli che diventano garantisti quando finiscono sotto inchiesta ed ai grantisti che si scoprono forcaioli quando tocca agli avversari mettere la testa nel cappio. Capita, così, che si chieda giustizia senza far funzionare i tribunali, che il ministro si dica stupito (tanto di giustizia non sa nulla, come lui stesso dice), e che si reclamino pene più severe. Tutta roba inutile.
Poi capita che un Tizio sgozzi per strada l’attuale fidanzata e si scopre che è indagato per avere accoltellato e sbudellato la precedente. Si scopre che non basta essere trovati ad incendiare boschi per garantirsi un’immediata pena. E dopo averlo scoperto s’invocano severità e pugni di ferro. Se li dia sulla testa, il governo. Se li diano dove sanno gli schieramenti politici che attorno alla giustizia animano una gran canizza senza mai occuparsi di quel che conta: renderla efficiente.
Le nostre galere sono stracolme di presunti innocenti, mentre a spasso c’è un esercito di probabili colpevoli. Grazie all’indulto dal carcere sono usciti solo i pochi sicuri colpevoli e più del novanta per cento dei processi in corso avrà esito inutile. L’Italia resta il Paese più condannato per violazione dei diritti umani, i nostri processi sono i più lenti del mondo civile, ma spendiamo quanto e più degli altri e abbiamo più magistrati e avvocati che altrove. Sono tutti indizi che gridano l’evidenza: la nostra giustizia è allo stato terminale, sempre di più il paradiso dei colpevoli e l’inferno delle persone per bene. Ma che importa? Quel che conta e riformare la carriera dei magistrati senza litigare con loro, senza provocare scioperi.
Se la politica esistesse, se gli intellettuali facessero il loro mestiere di coscienze ed informatori, se la realtà fosse chiara a tutti, non sarebbe difficile trovare la forza per cambiare quest’andazzo incivile, per fare riforme vere, per conciliare severità e diritti. Ma qui siamo alla faziosità senza contenuti, all’uso politico delle inchieste giudiziarie, ai forcaioli che diventano garantisti quando finiscono sotto inchiesta ed ai grantisti che si scoprono forcaioli quando tocca agli avversari mettere la testa nel cappio. Capita, così, che si chieda giustizia senza far funzionare i tribunali, che il ministro si dica stupito (tanto di giustizia non sa nulla, come lui stesso dice), e che si reclamino pene più severe. Tutta roba inutile.
venerdì 10 agosto 2007
Il risparmiatore paga la paura del contagio. Nicola Porro
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=198423
Un articolo chiaro, comprensibile e scorrevole per capire cosa succede in questi giorni nei mercati internazionali.
Un articolo chiaro, comprensibile e scorrevole per capire cosa succede in questi giorni nei mercati internazionali.
giovedì 9 agosto 2007
Come liberarsi del lungo Sessantotto. Gaetano Quagliariello
http://www.loccidentale.it/node/5252
Del Sessantotto ci si libera solo se saranno gli studenti ad aprire la porta a tutto ciò che esso ha negato: autorità, merito, eguaglianza di opportunità e non di risultati.
Del Sessantotto ci si libera solo se saranno gli studenti ad aprire la porta a tutto ciò che esso ha negato: autorità, merito, eguaglianza di opportunità e non di risultati.
IBL: solidarietà a Valentino Rossi.
L’Istituto Bruno Leoni ritiene che gli accertamenti fiscali nei confronti di Valentino Rossi siano “paradigmatici del rapporto fra contribuente e Stato nell’Italia di oggi”.
Secondo Carlo Lottieri, direttore “Teoria politica” dell’IBL, “Rossi si è semplicemente avvalso delle possibilità che la concorrenza istituzionale offre oggi ai contribuenti abbienti, per dichiarare i propri redditi in nazioni che siano meno vessatorie nei loro confronti, rispetto al Paese di appartenenza.”. Dice Lottieri: “Quello che è grave è che la pressione tributaria in Italia è talmente alta, che è pressoché automatico il nostro Paese perda contribuenti ‘importanti’, per il carico fiscale che potrebbero sostenere, come Rossi. Se un topo scappa dalla trappola, la colpa è del topo o del formaggio?”.
In conclusione, Lottieri e l’IBL esprimono “solidarietà a Valentino Rossi. È assurdo che uno dei più grandi talenti sportivi del nostro Paese venga trattato dal fisco come una pecora da tosare”.
Secondo Carlo Lottieri, direttore “Teoria politica” dell’IBL, “Rossi si è semplicemente avvalso delle possibilità che la concorrenza istituzionale offre oggi ai contribuenti abbienti, per dichiarare i propri redditi in nazioni che siano meno vessatorie nei loro confronti, rispetto al Paese di appartenenza.”. Dice Lottieri: “Quello che è grave è che la pressione tributaria in Italia è talmente alta, che è pressoché automatico il nostro Paese perda contribuenti ‘importanti’, per il carico fiscale che potrebbero sostenere, come Rossi. Se un topo scappa dalla trappola, la colpa è del topo o del formaggio?”.
In conclusione, Lottieri e l’IBL esprimono “solidarietà a Valentino Rossi. È assurdo che uno dei più grandi talenti sportivi del nostro Paese venga trattato dal fisco come una pecora da tosare”.
La favola del risparmio energetico: uno spot dettato dal Governo. Franco Battaglia
A leggere le paginate pubblicitarie di alcune aziende coinvolte nella produzione e distribuzione dell’energia, ci si chiede spontaneamente che relazione ci sia tra queste e il governo. Come ben sappiamo, questo governo non ha alcuna politica energetica, il che è come dire che non ha quasi alcuna politica, se è vero, com’è vero, che è la disponibilità d'energia abbondante, a buon mercato, e rispettosa dell'ambiente ciò che accresce il nostro benessere. Ma, sia chiaro, tutti i settori sono paralizzati, non sono solo quello dell'economia: tanto per dirne uno, banale, lo è anche la sicurezza, visto che sono pressoché soppresse le ronde notturne delle forze dell'ordine, prive anche della benzina per le loro auto.
Dire che questo governo non ha alcuna politica energetica, però, è una litote che non rende giustizia alla realtà delle cose: in tema d'energia, siamo in piena antipolitica, visto che il governo esplicitamente promuove una disponibilità d'energia che sia il contrario di ciò che dovrebbe essere, promuovendola razionata, costosissima, e irrispettosa dell'ambiente. Le aziende coinvolte nel settore energetico si sono subito adeguate, e nei loro messaggi promozionali la compiacenza ai capricci del governo è tanto palese da far quasi tenerezza. Fino all'avvento di questo governo nessuna azienda sentiva il bisogno di esaltare il proprio impegno nella produzione d'energia elettrica, ad esempio, dalle orripilanti turbine eoliche, anche perché quella produzione è stata pressoché inesistente: continua ad essere inesistente anche oggi e così sarà nel futuro, ma da alcuni mesi sembra, a leggere i messaggi promozionali, che sia il vento a muovere il mondo. Leggiamo anche di messaggi di esortazione a risparmiare energia e, ancora una volta, l'ispirazione del governo ci sembra più che una semplice congettura. Ecco qua cosa ci tocca leggere: «Se ti abitui a spegnere gli elettrodomestici non lasciandoli in stand-by, puoi risparmiare oltre 50 euro l'anno». Messaggio con la pretesa della pubblicità-progresso, essendo arricchito dal monito: «Non lasciare gli elettrodomestici in stand-by è un bel segno di civiltà».
E invece è una cretinata, altro che storie. In casa godiamo di un bel mucchio di elettrodomestici, dal phon al frullatore, dalla lavatrice e lavastoviglie alla caldaia, dal rasoio elettrico alla sveglia elettronica. Se provate ad enumerare tutti quelli che avete in casa, ma proprio tutti, avrete una lista di alcune decine di oggetti che usano corrente elettrica, compresa la caldaia a gas. La maggior parte, però, quando non sono utilizzati sono completamente spenti. Altri (frigorifero, sveglia elettronica) devono rimanere sempre accesi. Pochissimi rimangono in stand-by, e, tra questi, molti non si possono spegnere senza fastidi. Pensate al telefono con segreteria telefonica incorporata o al lettore di dvd o di vhs: spegnerli significherebbe perdere ogni dato memorizzato nel loro orologio interno. Quanto al telefono cellulare, di notte possiamo anche spegnerlo, e di solito lo facciamo, ma anche lo allacciamo alla rete per caricarlo. Alla fine, gli unici elettrodomestici di cui possiamo sopportare il fastidio di accendere ogni volta che decidiamo di usarli sono il televisore e la caldaia a gas (che ci toccherebbe quindi accendere ogni volta che apriamo un rubinetto dell'acqua calda; ma dovremmo ogni volta anche chiudere e aprire il rubinetto del gas, sennò, in assenza di alimentazione elettrica non funzionano i dispositivi di sicurezza contro le fughe di gas).
Insomma, l'unico elettrodomestico che lasciamo in stand-by e che potremmo veramente spegnere è il televisore, il quale, quando in stand-by, assorbe sì e no 2 watt. Supponiamo ora che delle 8700 ore di un anno guardiate la Tv per 1700 ore e la lasciate spenta per 7000 ore: alla fine dell'anno avrete risparmiato 14 kWh d'energia elettrica che, a 18 centesimi al kWh fanno 2 euro e 50 centesimi e non gli «oltre 50 euro» vagheggiati dalle pubblicità di certe aziende troppo compiacenti alle cretinate di questo governo.
Dire che questo governo non ha alcuna politica energetica, però, è una litote che non rende giustizia alla realtà delle cose: in tema d'energia, siamo in piena antipolitica, visto che il governo esplicitamente promuove una disponibilità d'energia che sia il contrario di ciò che dovrebbe essere, promuovendola razionata, costosissima, e irrispettosa dell'ambiente. Le aziende coinvolte nel settore energetico si sono subito adeguate, e nei loro messaggi promozionali la compiacenza ai capricci del governo è tanto palese da far quasi tenerezza. Fino all'avvento di questo governo nessuna azienda sentiva il bisogno di esaltare il proprio impegno nella produzione d'energia elettrica, ad esempio, dalle orripilanti turbine eoliche, anche perché quella produzione è stata pressoché inesistente: continua ad essere inesistente anche oggi e così sarà nel futuro, ma da alcuni mesi sembra, a leggere i messaggi promozionali, che sia il vento a muovere il mondo. Leggiamo anche di messaggi di esortazione a risparmiare energia e, ancora una volta, l'ispirazione del governo ci sembra più che una semplice congettura. Ecco qua cosa ci tocca leggere: «Se ti abitui a spegnere gli elettrodomestici non lasciandoli in stand-by, puoi risparmiare oltre 50 euro l'anno». Messaggio con la pretesa della pubblicità-progresso, essendo arricchito dal monito: «Non lasciare gli elettrodomestici in stand-by è un bel segno di civiltà».
E invece è una cretinata, altro che storie. In casa godiamo di un bel mucchio di elettrodomestici, dal phon al frullatore, dalla lavatrice e lavastoviglie alla caldaia, dal rasoio elettrico alla sveglia elettronica. Se provate ad enumerare tutti quelli che avete in casa, ma proprio tutti, avrete una lista di alcune decine di oggetti che usano corrente elettrica, compresa la caldaia a gas. La maggior parte, però, quando non sono utilizzati sono completamente spenti. Altri (frigorifero, sveglia elettronica) devono rimanere sempre accesi. Pochissimi rimangono in stand-by, e, tra questi, molti non si possono spegnere senza fastidi. Pensate al telefono con segreteria telefonica incorporata o al lettore di dvd o di vhs: spegnerli significherebbe perdere ogni dato memorizzato nel loro orologio interno. Quanto al telefono cellulare, di notte possiamo anche spegnerlo, e di solito lo facciamo, ma anche lo allacciamo alla rete per caricarlo. Alla fine, gli unici elettrodomestici di cui possiamo sopportare il fastidio di accendere ogni volta che decidiamo di usarli sono il televisore e la caldaia a gas (che ci toccherebbe quindi accendere ogni volta che apriamo un rubinetto dell'acqua calda; ma dovremmo ogni volta anche chiudere e aprire il rubinetto del gas, sennò, in assenza di alimentazione elettrica non funzionano i dispositivi di sicurezza contro le fughe di gas).
Insomma, l'unico elettrodomestico che lasciamo in stand-by e che potremmo veramente spegnere è il televisore, il quale, quando in stand-by, assorbe sì e no 2 watt. Supponiamo ora che delle 8700 ore di un anno guardiate la Tv per 1700 ore e la lasciate spenta per 7000 ore: alla fine dell'anno avrete risparmiato 14 kWh d'energia elettrica che, a 18 centesimi al kWh fanno 2 euro e 50 centesimi e non gli «oltre 50 euro» vagheggiati dalle pubblicità di certe aziende troppo compiacenti alle cretinate di questo governo.
Avanti così verso la bancarotta. Claudio Borghi
Il governo sarà in vacanza, ma quando si tratta di escogitare idee dannose non riposa proprio mai. L'ultima trovata riguarda la possibilità di vendere le riserve d'oro della Banca d'Italia con il pretesto di ridurre il debito pubblico. Sotto l'ombrellone di Castiglion della Pescaia ieri Prodi ha detto che «è positivo che se ne parli» mettendo il suo sigillo sulla proposta buttata lì nelle ultime mozioni agostane di una svogliata Camera dei Deputati. Per una volta accogliamo la proposta e parliamone: è un'ipotesi giusta o sbagliata?
Semplice, è sbagliatissima: innanzitutto bisogna mettere in chiaro una cosa fondamentale, la ricchezza non si crea e non si distrugge, se si diminuisse il debito usando l'oro, l'Italia rimarrebbe tale e quale, avrebbe solo sostituito una ricchezza difficile da spendere con una facilissima. Da un punto di vista strettamente finanziario la scelta di mantenere buone riserve auree negli ultimi anni è stata ottima: nel 2001 l'oro quotava attorno ai 250 dollari per oncia contro i quasi 700 dollari attuali. Per intendersi, se il Governo Berlusconi, appena entrato in carica, avesse attuato questa idea malsana che sta ora solleticando Prodi, l'Italia avrebbe perso 25 miliardi di euro, un'enormità in confronto ai pochi interessi passivi che si sarebbero risparmiati sul debito.Il governatore Draghi pare sia in fase di allarme rosso, e anche nell'Ue le prime sirene di emergenza sembra abbiano cominciato a suonare. In teoria l'oro è al sicuro: il governo non può dare ordini alla Banca d'Italia, la cui indipendenza è tutelata da numerose leggi e trattati, fra cui il chiarissimo articolo 108 del Trattato Europeo, ma con Prodi, Visco e compagnia la fiducia è quella che è. Anche i più sprovveduti infatti capiscono che lo scambio oro/debito sarebbe solo un modo in più per consentire ad un esecutivo disperato quello di cui ha più bisogno per sopravvivere: vale a dire spendere.
E il Paese si sta avvitando in una spirale di spese certe a fronte di entrate quantomeno dubbie: se per un caso disgraziato l'economia mondiale dovesse rallentare (e la recente crisi dei mutui subprime americani, è stata un sufficiente campanello d'allarme) per le nostre finanze sarebbe un dramma di impossibile soluzione, avente come unico responsabile un governo che poteva mettere fieno in cascina, e che invece sta dilapidando tutto. Sarebbe (forse) ammissibile pensare di toccare le riserve in condizioni di assoluta emergenza: dilapidarle al massimo del ciclo economico, dietro la foglia di fico di ridurre minimamente un debito che, c'è da scommetterci, verrebbe immediatamente ricostituito per coprire i mille buchi che i provvedimenti senza vera copertura, come la controriforma delle pensioni, di sicuro apriranno, è criminale. Il solo fatto che un'idea del genere sia accolta da Prodi e persino da un ex banchiere centrale come Padoa-Schioppa dà la misura della mancanza assoluta di scrupoli e ritegno del premier e della sua maggioranza.
Semplice, è sbagliatissima: innanzitutto bisogna mettere in chiaro una cosa fondamentale, la ricchezza non si crea e non si distrugge, se si diminuisse il debito usando l'oro, l'Italia rimarrebbe tale e quale, avrebbe solo sostituito una ricchezza difficile da spendere con una facilissima. Da un punto di vista strettamente finanziario la scelta di mantenere buone riserve auree negli ultimi anni è stata ottima: nel 2001 l'oro quotava attorno ai 250 dollari per oncia contro i quasi 700 dollari attuali. Per intendersi, se il Governo Berlusconi, appena entrato in carica, avesse attuato questa idea malsana che sta ora solleticando Prodi, l'Italia avrebbe perso 25 miliardi di euro, un'enormità in confronto ai pochi interessi passivi che si sarebbero risparmiati sul debito.Il governatore Draghi pare sia in fase di allarme rosso, e anche nell'Ue le prime sirene di emergenza sembra abbiano cominciato a suonare. In teoria l'oro è al sicuro: il governo non può dare ordini alla Banca d'Italia, la cui indipendenza è tutelata da numerose leggi e trattati, fra cui il chiarissimo articolo 108 del Trattato Europeo, ma con Prodi, Visco e compagnia la fiducia è quella che è. Anche i più sprovveduti infatti capiscono che lo scambio oro/debito sarebbe solo un modo in più per consentire ad un esecutivo disperato quello di cui ha più bisogno per sopravvivere: vale a dire spendere.
E il Paese si sta avvitando in una spirale di spese certe a fronte di entrate quantomeno dubbie: se per un caso disgraziato l'economia mondiale dovesse rallentare (e la recente crisi dei mutui subprime americani, è stata un sufficiente campanello d'allarme) per le nostre finanze sarebbe un dramma di impossibile soluzione, avente come unico responsabile un governo che poteva mettere fieno in cascina, e che invece sta dilapidando tutto. Sarebbe (forse) ammissibile pensare di toccare le riserve in condizioni di assoluta emergenza: dilapidarle al massimo del ciclo economico, dietro la foglia di fico di ridurre minimamente un debito che, c'è da scommetterci, verrebbe immediatamente ricostituito per coprire i mille buchi che i provvedimenti senza vera copertura, come la controriforma delle pensioni, di sicuro apriranno, è criminale. Il solo fatto che un'idea del genere sia accolta da Prodi e persino da un ex banchiere centrale come Padoa-Schioppa dà la misura della mancanza assoluta di scrupoli e ritegno del premier e della sua maggioranza.
mercoledì 8 agosto 2007
Giù le mani da quella lista. Ma quella lista, dove sta? il Riformista
Ebbene sì, lo ammettiamo. A noi del Riformista la storia degli elenchi dei votanti alle primarie unioniste del 16 ottobre 2005 è sempre piaciuta. E non poco. Che bello - abbiamo detto e pensato più volte - sarebbe sapere la cifra esatta, precisa fino all’ultima unità, di coloro che due anni fa si misero in fila per quella competizione italiana studiata anche all’estero (pare addirittura che un giorno, tra gli appunti degli allievi di Science Po sia finito anche il nome di Vannino Chiti). Che la cifra desti una certa curiosità, in giro, è cosa normale. Le file ai gazebo c’erano, eccome se c’erano, e i tg dell’epoca le documentarono bene. Ma quella cifra, quei quattro milioni e passa, si è sempre portata dietro un codazzo di sospetti. Il sito Dagospia scrive di avere appreso da fonti ben informate che «quelle liste pro-Prodi, sulle quali Enrico Letta aveva chiesto lumi, non si possono scodellare perché furono gonfiate come soufflè». Le liste - ha aggiunto il sito - «le ha, chiuse nel cassetto, il ministro Vannini Chiti…» (ma non saranno troppi i nomi che le compongono per star chiusi in un cassetto solo?).
Fatta questa premessa, però, anche noi curiosi non possiamo che dare ragione a Ugo Sposetti. «Gli elenchi - ha detto ieri l’altro il tesoriere ds - sono dell’associazione dell’Unione e a disposizione del centrosinistra, non di questo o di quel candidato. Non sono dei candidati e non sono dei due partiti Ds e Margherita, ma sono di tutti i partiti dell’Unione». Il ragionamento di Sposetti, il primo a fare riferimento al misterioso armadio segreto, non fa una grinza. Non si misero in fila soltanto gli elettori dell’Ulivo, quel giorno di ottobre 2005. Ma anche quelli di Rifondazione che sostennero Bertinotti, i fan del Campanile che votarono Mastella, gli italiani di valore che si misero in fila per Di Pietro, i verdi di Percoraro, i no global della Panzino e i ggiovani con due g di Scalfarotto. Se vale questo ragionamento, allora nessuno del Pd dovrà mai più intestarsi quel sussulto del popolo di centrosinistra. L’Ulivo non deve più rivendicare come sua quella data. Altrimenti, anche noi - che per giunta siamo già curiosi - chiederemo il nome del custode (o dei custodi) e l’indirizzo in cui si trova l’armadio con le liste.
Fatta questa premessa, però, anche noi curiosi non possiamo che dare ragione a Ugo Sposetti. «Gli elenchi - ha detto ieri l’altro il tesoriere ds - sono dell’associazione dell’Unione e a disposizione del centrosinistra, non di questo o di quel candidato. Non sono dei candidati e non sono dei due partiti Ds e Margherita, ma sono di tutti i partiti dell’Unione». Il ragionamento di Sposetti, il primo a fare riferimento al misterioso armadio segreto, non fa una grinza. Non si misero in fila soltanto gli elettori dell’Ulivo, quel giorno di ottobre 2005. Ma anche quelli di Rifondazione che sostennero Bertinotti, i fan del Campanile che votarono Mastella, gli italiani di valore che si misero in fila per Di Pietro, i verdi di Percoraro, i no global della Panzino e i ggiovani con due g di Scalfarotto. Se vale questo ragionamento, allora nessuno del Pd dovrà mai più intestarsi quel sussulto del popolo di centrosinistra. L’Ulivo non deve più rivendicare come sua quella data. Altrimenti, anche noi - che per giunta siamo già curiosi - chiederemo il nome del custode (o dei custodi) e l’indirizzo in cui si trova l’armadio con le liste.
Non sparate sulla Cina. Enzo Bettiza
Da oggi inizia il conto alla rovescia dei 365 giorni. Porteranno la Cina non solo alle Olimpiadi dell’8 agosto 2008 ma addirittura, così scrivono pessimisti e supponenti tanti giornali, a una specie di sorda guerriglia civile con i ventimila giornalisti che per la grande occasione saranno presenti a Pechino. Più delle competizioni sportive, saranno in gioco, allora, i capisaldi della democrazia globalizzata: la libertà di informazione, la tutela dei diritti civili, l’abolizione della pena di morte, la scarcerazione di un’ottantina di dissidenti colpevoli di aver scritto di soprusi e perfino di calamità naturali.
Ritengo che qualunque persona di sane e buone opinioni liberali, magari gli stessi organizzatori indigeni dello storico evento, non possa sottrarsi all’idea che la bonifica democratica di un continente debba coinvolgere, assieme al mercato e al prodotto lordo, anche la vita quotidiana di molte centinaia di milioni di cittadini cinesi. Ma, per l’appunto, quando parliamo della Cina, non dovremmo mai dimenticare che non stiamo parlando dell’Olanda o della Svizzera; dovremmo sempre ricordarci che la Cina è un continente asiatico di oltre un miliardo di persone, presto un miliardo e mezzo.
Queste persone stanno emergendo a una nuova vita, spesso caotica e imperfetta, dagli abissi del peggiore inferno totalitario che il mondo novecentesco abbia mai conosciuto.
Quindi un minimo di relativismo non dico filosofico o culturale, ma almeno storico o semplicemente cronologico andrebbe preso in debita considerazione ogni volta che ci si abbandona a criticare l’esplosiva Cina di oggi dimenticando la Cina da incubo dell’altroieri. I quattro simpatici colleghi senza frontiere che in altri tempi, chissà, avrebbero magari inneggiato alla democrazia totale della rivoluzione maoista, hanno in fondo ottenuto quello che con la loro eccessiva provocazione volevano ottenere. Esibendosi in maglietta nera, con il disegno sul petto di cinque manette al posto dei cinque cerchi olimpici, hanno richiamato su di sé l’attenzione della platea mondiale, del Comitato internazionale dei Giochi e ovviamente, come desideravano, della polizia locale.
Sono andati così a rafforzare la frontiera dei khomeinisti dei diritti civili che, spesso, a cominciare da certi censori schematici di Amnesty International o di Greenpeace, danno l’impressione di badare più all’incasso pubblicitario che alla liberazione di dissidenti o alla pulizia dell’ambiente.
Da qualche tempo è di moda descrivere a tinte fosche la Cina che, sia pure disordinatamente, sta salendo al rango di grande potenza globale. La si racconta come una sentina di industrie sporche e fumiganti, spacciatrici di merci avariate e dentifrici tossici, irrispettosa della vita umana, produttrice di miseria e perfino di schiavitù nella tenebra delle campagne remote. Insomma: il capitalismo selvaggio degli impianti olimpici da una parte, le iniquità del vecchio comunismo dall’altra. Ho letto addirittura che la Cina resta tuttora «dov’era trenta, quaranta, cinquant’anni fa».
A questo punto sarà bene ricordare gli osanna che quarant’anni orsono, ai tempi del libretto rosso e del maoismo ruggente, si levavano dagli stessi ambienti progressisti che oggi denigrano la Cina solo perché non è più la Cina povera e terrorizzata delle «formiche blu» di allora. La Cina dei grandi balzi nella morte, quella che imitava in termini esponenziali asiatici le collettivizzazioni sovietiche, che falcidiava nelle carestie programmate decine di milioni di contadini espropriati, che incitava le guardie rosse imberbi a calpestare Confucio e trascinare nel fango i maestri anziani, non mi pare avesse mai suscitato in Europa lo stesso furor critico che invece attualmente suscitano Pechino e Shanghai inquinate dal capitalismo e dallo smog. I due pesi e le due misure appaiono, nel confronto, davvero stravolti.
La Cina che non offre più il modello di un’utopia alternativa, che va avanti e cresce per conto suo, che si democratizza a rilento senza badare troppo alle differenze tra capitalismo e comunismo, ha finito con l’attirare su di sé una sorta di astio ideologico vendicativo. Io ricordo lo squallore uniforme, da 1984 orwelliano, di Shanghai tutta vestita di blu, o la Macao Anni Settanta cui affluivano per i corsi d’acqua dal continente mucchi di cadaveri incatenati. Ritengo perciò che l’ondivaga emancipazione cinese, pur meritando qualche giusta e anche severa critica democratica, non meriti tuttavia l’affronto di provocazioni esibizionistiche che sembrano ignorare il rapporto tra l’inferno di ieri e il purgatorio di oggi.
Ritengo che qualunque persona di sane e buone opinioni liberali, magari gli stessi organizzatori indigeni dello storico evento, non possa sottrarsi all’idea che la bonifica democratica di un continente debba coinvolgere, assieme al mercato e al prodotto lordo, anche la vita quotidiana di molte centinaia di milioni di cittadini cinesi. Ma, per l’appunto, quando parliamo della Cina, non dovremmo mai dimenticare che non stiamo parlando dell’Olanda o della Svizzera; dovremmo sempre ricordarci che la Cina è un continente asiatico di oltre un miliardo di persone, presto un miliardo e mezzo.
Queste persone stanno emergendo a una nuova vita, spesso caotica e imperfetta, dagli abissi del peggiore inferno totalitario che il mondo novecentesco abbia mai conosciuto.
Quindi un minimo di relativismo non dico filosofico o culturale, ma almeno storico o semplicemente cronologico andrebbe preso in debita considerazione ogni volta che ci si abbandona a criticare l’esplosiva Cina di oggi dimenticando la Cina da incubo dell’altroieri. I quattro simpatici colleghi senza frontiere che in altri tempi, chissà, avrebbero magari inneggiato alla democrazia totale della rivoluzione maoista, hanno in fondo ottenuto quello che con la loro eccessiva provocazione volevano ottenere. Esibendosi in maglietta nera, con il disegno sul petto di cinque manette al posto dei cinque cerchi olimpici, hanno richiamato su di sé l’attenzione della platea mondiale, del Comitato internazionale dei Giochi e ovviamente, come desideravano, della polizia locale.
Sono andati così a rafforzare la frontiera dei khomeinisti dei diritti civili che, spesso, a cominciare da certi censori schematici di Amnesty International o di Greenpeace, danno l’impressione di badare più all’incasso pubblicitario che alla liberazione di dissidenti o alla pulizia dell’ambiente.
Da qualche tempo è di moda descrivere a tinte fosche la Cina che, sia pure disordinatamente, sta salendo al rango di grande potenza globale. La si racconta come una sentina di industrie sporche e fumiganti, spacciatrici di merci avariate e dentifrici tossici, irrispettosa della vita umana, produttrice di miseria e perfino di schiavitù nella tenebra delle campagne remote. Insomma: il capitalismo selvaggio degli impianti olimpici da una parte, le iniquità del vecchio comunismo dall’altra. Ho letto addirittura che la Cina resta tuttora «dov’era trenta, quaranta, cinquant’anni fa».
A questo punto sarà bene ricordare gli osanna che quarant’anni orsono, ai tempi del libretto rosso e del maoismo ruggente, si levavano dagli stessi ambienti progressisti che oggi denigrano la Cina solo perché non è più la Cina povera e terrorizzata delle «formiche blu» di allora. La Cina dei grandi balzi nella morte, quella che imitava in termini esponenziali asiatici le collettivizzazioni sovietiche, che falcidiava nelle carestie programmate decine di milioni di contadini espropriati, che incitava le guardie rosse imberbi a calpestare Confucio e trascinare nel fango i maestri anziani, non mi pare avesse mai suscitato in Europa lo stesso furor critico che invece attualmente suscitano Pechino e Shanghai inquinate dal capitalismo e dallo smog. I due pesi e le due misure appaiono, nel confronto, davvero stravolti.
La Cina che non offre più il modello di un’utopia alternativa, che va avanti e cresce per conto suo, che si democratizza a rilento senza badare troppo alle differenze tra capitalismo e comunismo, ha finito con l’attirare su di sé una sorta di astio ideologico vendicativo. Io ricordo lo squallore uniforme, da 1984 orwelliano, di Shanghai tutta vestita di blu, o la Macao Anni Settanta cui affluivano per i corsi d’acqua dal continente mucchi di cadaveri incatenati. Ritengo perciò che l’ondivaga emancipazione cinese, pur meritando qualche giusta e anche severa critica democratica, non meriti tuttavia l’affronto di provocazioni esibizionistiche che sembrano ignorare il rapporto tra l’inferno di ieri e il purgatorio di oggi.
martedì 7 agosto 2007
Dal welfare alle pensioni le bugie estive dell'Unione. Claudio Borghi
Durante la pausa agostana è normale tirare le somme dei mesi trascorsi e non si è sottratto a questo esercizio nemmeno il ministro Padoa-Schioppa, vantando mirabolanti risultati in un’intervista celebrativa sulla Stampa. Con la Borsa che langue ai minimi dell’anno forse vale davvero la pena di tirare qualche somma. Inizieremo con una hit parade delle frasi più scandalose dell’estate, presentate senza vergogna dalla propaganda governativa come colpi di genio. La prima è proprio del serissimo ministro dell’economia che se ne è uscito con: la riforma delle pensioni è a costo zero. Un miliardo all’anno per dieci anni. In bocca ad un comico sarebbe buona, ma detta da un ministro non fa ridere. Non è dato sapere quanto sia abituato a spendere Padoa-Schioppa ma, tanto per capirci, ai prezzi attuali, con un miliardo all’anno ci si compra un’Alitalia nuova ogni 365 giorni per poi poterla buttare allegramente ogni San Silvestro. Poco importa dove si siano trovati i denari, è la spesa a non essere sensata. A proposito di dove si siano trovati i dieci miliardi per la riforma, un’altra frase simbolo dell’estate è: l’aumento dei contributi dei parasubordinati consentirà di pagare loro pensioni più dignitose in futuro. Questa è talmente grossa che Nicola Porro su queste pagine l’ha giustamente commentata con un «Buuum!». La traduciamo fuori dal politichese economico: «prendo dei soldi a Tizio (parasubordinato) per pagare una pizza a Caio (pensionando cinquantasettenne), ma dico a Tizio che quei soldi che ha pagato gli serviranno per un banchetto in futuro». Evidentemente il governo pensa (o spera) che i giovani precari siano anche stupidi e non notino lo scippo, anzi, per rincarare la presa in giro si sono inventati la seguente frase-slogan: «con la riforma abbiamo garantito ai giovani una pensione di almeno il 60% dell’ultimo stipendio». Una sparata da codice penale. Ma come? Tutti i giovani stanno costruendosi la pensione con il sistema contributivo, vale a dire dove contano solo i contributi versati e non lo stipendio, e li si va a illudere con una percentuale di salario come se si fosse ancora nel vecchio sistema retributivo? Ci vuole una bella faccia tosta per poter dire una cosa simile, eppure l’elenco di chi si è compiaciuto di questa evidente falsità è lungo: basta scorrere la rassegna stampa di quei giorni per trovare i nomi di Prodi, Angeletti, Ferrero, Damiano. Chiudiamo con il solito Visco, che ha avuto il coraggio di invocare il quasi raddoppio delle tasse sui risparmi perché altrimenti i capitali scappano all’estero. Come no? Da tutto il mondo si fa la fila per l’onore di essere tassati da Visco: già che ci siamo le aliquote sui titoli si potrebbero anche triplicare, se l’idea è giusta i capitali accorreranno in massa. Padoa-Schioppa si vanta di essere amico dei più grandi economisti. Se ne trova uno, anche uno solo, che approvi senza riserve queste frasi, lo segnali senza indugio a Napolitano: potrebbe esser adatto per la nomina a senatore a vita.
E se in piazza. Maria Giovanna Maglie
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=197782
Non può essere ignorata la violenza che subiscono le donne che non accettano la cultura della sottomissione islamica.
Non può essere ignorata la violenza che subiscono le donne che non accettano la cultura della sottomissione islamica.
lunedì 6 agosto 2007
Carburanti: fatti, non pugnette. Carlo Stagnaro
UPDATE: Bersani promette che "non interverremo sui prezzi". (Vendere come un fioretto quel che non si può comunque fare è una tattica eccezionale). Il segretario confederale della Uil chiede alle compagnie di seguire l'esempio dell'Eni, che ha ridotto di 2 centesimi al litro il prezzo della benzina verde. Un momento, deve essermi sfuggito qualcosa: quando il prezzo scende, i cartelli diventano non solo leciti, ma addirittura da incoraggiare?
D'estate i carburanti costano di più. E' una regola matematica. Non serve essere un indovino per sapere che, qualunque sarà il livello dei prezzi nel 2008, ad agosto 2008 i prezzi cresceranno. E' con questa doverosa premessa che bisogna accogliere la pagliacciata del governo il quale, essendosi svegliato addì 5 agosto, ha convocato le compagnie petrolifere per il 10 di questo mese per farsi spiegare come mai (a) i prezzi di benzina e gasolio aumentano e (b) restano stabilmente più alti della media europea. Il povero Pasquale De Vita dovrà officiare lo stanco rituale del racconto di come funzionano le cose; e sarà abbastanza faticoso, per lui, ripetere per l'ennesima volta le stesse cose a orecchie che non vogliono sentire: repetita frustrant, in questi casi.
La cosa di per sé sarebbe abbastanza noiosa - più polemica balneare, tappabuchi per giornalisti assonnati, che questione reale - se non fosse il perfetto argomento populista che si presta a colpi di sole agostani e confina con ritorni di fiamma dei prezzi controllati o amministrati, obiettivo che può essere raggiunto apertamente (e non accadrà) oppure in maniera cammuffata da moral suasion (che, tradotto in italiano, significa "ricatto"). Della questione ci siamo già occupati (per esempio qui, qui e qui) e, per chi non si fidasse del sottoscritto, è disponibile un recente studio di Nomisma Energia. Il punto fondamentale, però, è che i due terzi del prezzo alla pompa sono costituiti dalla somma di accisa più Iva, cioè da tasse. Che per di più, almeno nel caso del diesel, il governo stesso ha ritoccato, naturalmente verso l'alto, poco tempo fa (alla vigilia degli aumenti estivi), come avevamo denunciato.
L'unica cosa che il governo può e deve fare, quindi, è convocare se stesso per fare una dignitosa marcia indietro, chiedere scusa alle compagnie e ai consumatori, e ridurre le tasse. L'abbiamo chiesto noi, lo ha rilanciato Stefano Saglia, speriamo che anche dalle parti del centrosinistra (se non sono troppo occupati ad indurre la morte in culla del partito democratico) qualcuno abbia un sussulto, se non di dignità, almeno di buonsenso.
D'estate i carburanti costano di più. E' una regola matematica. Non serve essere un indovino per sapere che, qualunque sarà il livello dei prezzi nel 2008, ad agosto 2008 i prezzi cresceranno. E' con questa doverosa premessa che bisogna accogliere la pagliacciata del governo il quale, essendosi svegliato addì 5 agosto, ha convocato le compagnie petrolifere per il 10 di questo mese per farsi spiegare come mai (a) i prezzi di benzina e gasolio aumentano e (b) restano stabilmente più alti della media europea. Il povero Pasquale De Vita dovrà officiare lo stanco rituale del racconto di come funzionano le cose; e sarà abbastanza faticoso, per lui, ripetere per l'ennesima volta le stesse cose a orecchie che non vogliono sentire: repetita frustrant, in questi casi.
La cosa di per sé sarebbe abbastanza noiosa - più polemica balneare, tappabuchi per giornalisti assonnati, che questione reale - se non fosse il perfetto argomento populista che si presta a colpi di sole agostani e confina con ritorni di fiamma dei prezzi controllati o amministrati, obiettivo che può essere raggiunto apertamente (e non accadrà) oppure in maniera cammuffata da moral suasion (che, tradotto in italiano, significa "ricatto"). Della questione ci siamo già occupati (per esempio qui, qui e qui) e, per chi non si fidasse del sottoscritto, è disponibile un recente studio di Nomisma Energia. Il punto fondamentale, però, è che i due terzi del prezzo alla pompa sono costituiti dalla somma di accisa più Iva, cioè da tasse. Che per di più, almeno nel caso del diesel, il governo stesso ha ritoccato, naturalmente verso l'alto, poco tempo fa (alla vigilia degli aumenti estivi), come avevamo denunciato.
L'unica cosa che il governo può e deve fare, quindi, è convocare se stesso per fare una dignitosa marcia indietro, chiedere scusa alle compagnie e ai consumatori, e ridurre le tasse. L'abbiamo chiesto noi, lo ha rilanciato Stefano Saglia, speriamo che anche dalle parti del centrosinistra (se non sono troppo occupati ad indurre la morte in culla del partito democratico) qualcuno abbia un sussulto, se non di dignità, almeno di buonsenso.
Prodi canta la "canzone popolare". Raffaele Iannuzzi
La lettera di Romano Prodi agli elettori del centrosinistra, che si può leggere sul suo sito personale (si tratta dunque di un'operazione comunicativa indirizzata a riscuotere un successo di immagine e di legittimazione politica), esprime il Prodi-pensiero e la retorica curial-leninista del presidente del Consiglio. Il Professore, infatti, prima blandisce il popolo della sinistra, quindi nega che esista una sinistra «radicale», e ciò al solo fine di legittimare prima se stesso e poi le sue scelte di governo. Cicero pro domo sua, sempre e comunque. La sinistra non è «radicale», ma «popolare», dunque è perfettamente la sinistra come la vuole il premier, tant'è vero che il suo governo ha fatto scelte appunto «popolari». Un giro di valzer retorico, con gli occhi socchiusi come quando Prodi spara progetti di ricerca della felicità attraverso la politica del suo esecutivo o come quando si trova davanti a Bush e nega l'antiamericanismo ideologico per poi avanzare la proposta di un multilateralismo ovviamente «radicale». Un mio vecchio maestro dell'Università di Pisa, Lorenzo Calabi, che si definiva «critico dell'economia politica», oggi diremmo marxista, ma lui si arrabbierebbe moltissimo, mi disse in un colloquio privato: «Quando le idee sono deboli, gli aggettivi diventano forti». Allora si dice che si sta cercando una svolta «radicale», che ci vogliono iniziative «forti» e via discorrendo. Aria fritta.
Prodi è il frutto di una crisi strutturale della Repubblica e della democrazia. Non è la soluzione, è l'epifenomeno del problema. Crisi storica e strutturale: aggettivi meno forti della realtà. La realtà è che il presidente del Consiglio spaccia per scelte «popolari» tutto ciò che sta mandando gambe all'aria gli assetti socio-economici di questo Paese. A questo vuoto politico e di governo subentra una duplice azione, ormai simultanea: le piazze e le banche. La lettera in questione non digerisce il mantra della «mobilitazione» e forse Padellaro ha ragione a sostenere, come ha fatto a Sky Tg24, che le manifestazioni ci saranno, sì, ma non saranno contro e non saranno per il governo: saranno un «segnale». Altro sostantivo mellifluo e privo di qualsiasi significato politico. Ma tanto basta per riaprire la porta alle trattative con la sinistra anti-popolare che si definisce «radicale».
Il Pd, avendo come presidente Prodi, sta giocando al ribasso. I teodem non ci sono più, i cattolici democratici sono la fronda che guarda all'Udc, Pezzotta è in rivolta, Rutelli è ostaggio della sua posizione governativa, Veltroni raccoglie consensi ma non ha forza politica, Fassino e D'Alema sono sputtanati fino al midollo: dov'è la novità di questo nascituro frutto di due sconfitte, della sinistra sedicente «riformista» e dei cattolici democratici? Il futuro viene da un'altra area politica, quella delle moltitudini e delle contaminazioni, come hanno fatto rilevare prima Bertinotti e poi Ferrero; e l'area della sinistra antagonista è oggi al 16%: non ha interesse a governare, vuole accelerare la crisi del sistema socio-economico perché attraverso essa guadagna consensi elettorali e potere di interdizione nell'area governativa. Del resto, Prodi nasce per produrre caos e crisi. Gli indicatori economici erano buoni prima che egli prendesse possesso di Palazzo Chigi; oggi siamo alla frutta, con l'aggiunta della dispersione del tesoretto secondo la criteriologia demagogica e alla fine anti-popolare di Rifondazione e dei Comunisti Italiani.
Lenin+Dossetti=Prodi. Se non esistesse la sinistra anti-popolare e non più marxista, Prodi dovrebbe inventarla. Ragion per cui il Pd, impiccandosi a questo governo, nasce già politicamente decurtato e strategicamente handicappato. Questa crisi giova a Prodi ed ai neocomunisti, con il filtro sempre aperto verso i movimenti. Il primo protesta ma dura; i secondi crescono e protestano. Creare la crisi per trarne vantaggio è Lenin allo stato puro. Il leninismo sopravvive a se stesso e fa maturare oggi una Repubblica non più parlamentare e legata a doppio filo, da un lato, ad un'élite non eletta dal popolo, i banchieri di riferimento del governo (che stanno snobbando il Pd), dall'altro alle piazze, che ricattano sia il governo che il Paese. I sindacati sono i convitati di pietra di questa Repubblica bancario-antagonistica. Il Parlamento è un'aula sorda e grigia; la crisi avanza e la politica si scioglie come neve al sole.
Gli assetti strategici possono cambiare solo se l'opposizione metterà sul piatto una forza economico-finanziaria rilevante e una federazione di partiti flessibile e bilanciata a seconda dei rapporti di forza sui territori. Con il primato dei contenuti, non della chiacchiera sul «must» di turno: Partito della Libertà o altro. Il «mantra della mobilitazione» appartiene alla sinistra antagonista, a noi oggi dovrebbe appartenere la cifra, tutta politica, della lotta sociale. Così si valorizza, a mio avviso, l'intuizione berlusconiana del soggetto politico unitario che cresce dal basso.
Prodi è il frutto di una crisi strutturale della Repubblica e della democrazia. Non è la soluzione, è l'epifenomeno del problema. Crisi storica e strutturale: aggettivi meno forti della realtà. La realtà è che il presidente del Consiglio spaccia per scelte «popolari» tutto ciò che sta mandando gambe all'aria gli assetti socio-economici di questo Paese. A questo vuoto politico e di governo subentra una duplice azione, ormai simultanea: le piazze e le banche. La lettera in questione non digerisce il mantra della «mobilitazione» e forse Padellaro ha ragione a sostenere, come ha fatto a Sky Tg24, che le manifestazioni ci saranno, sì, ma non saranno contro e non saranno per il governo: saranno un «segnale». Altro sostantivo mellifluo e privo di qualsiasi significato politico. Ma tanto basta per riaprire la porta alle trattative con la sinistra anti-popolare che si definisce «radicale».
Il Pd, avendo come presidente Prodi, sta giocando al ribasso. I teodem non ci sono più, i cattolici democratici sono la fronda che guarda all'Udc, Pezzotta è in rivolta, Rutelli è ostaggio della sua posizione governativa, Veltroni raccoglie consensi ma non ha forza politica, Fassino e D'Alema sono sputtanati fino al midollo: dov'è la novità di questo nascituro frutto di due sconfitte, della sinistra sedicente «riformista» e dei cattolici democratici? Il futuro viene da un'altra area politica, quella delle moltitudini e delle contaminazioni, come hanno fatto rilevare prima Bertinotti e poi Ferrero; e l'area della sinistra antagonista è oggi al 16%: non ha interesse a governare, vuole accelerare la crisi del sistema socio-economico perché attraverso essa guadagna consensi elettorali e potere di interdizione nell'area governativa. Del resto, Prodi nasce per produrre caos e crisi. Gli indicatori economici erano buoni prima che egli prendesse possesso di Palazzo Chigi; oggi siamo alla frutta, con l'aggiunta della dispersione del tesoretto secondo la criteriologia demagogica e alla fine anti-popolare di Rifondazione e dei Comunisti Italiani.
Lenin+Dossetti=Prodi. Se non esistesse la sinistra anti-popolare e non più marxista, Prodi dovrebbe inventarla. Ragion per cui il Pd, impiccandosi a questo governo, nasce già politicamente decurtato e strategicamente handicappato. Questa crisi giova a Prodi ed ai neocomunisti, con il filtro sempre aperto verso i movimenti. Il primo protesta ma dura; i secondi crescono e protestano. Creare la crisi per trarne vantaggio è Lenin allo stato puro. Il leninismo sopravvive a se stesso e fa maturare oggi una Repubblica non più parlamentare e legata a doppio filo, da un lato, ad un'élite non eletta dal popolo, i banchieri di riferimento del governo (che stanno snobbando il Pd), dall'altro alle piazze, che ricattano sia il governo che il Paese. I sindacati sono i convitati di pietra di questa Repubblica bancario-antagonistica. Il Parlamento è un'aula sorda e grigia; la crisi avanza e la politica si scioglie come neve al sole.
Gli assetti strategici possono cambiare solo se l'opposizione metterà sul piatto una forza economico-finanziaria rilevante e una federazione di partiti flessibile e bilanciata a seconda dei rapporti di forza sui territori. Con il primato dei contenuti, non della chiacchiera sul «must» di turno: Partito della Libertà o altro. Il «mantra della mobilitazione» appartiene alla sinistra antagonista, a noi oggi dovrebbe appartenere la cifra, tutta politica, della lotta sociale. Così si valorizza, a mio avviso, l'intuizione berlusconiana del soggetto politico unitario che cresce dal basso.
venerdì 3 agosto 2007
Chi uccide i civili a Bagdad? il Foglio
Perché Repubblica insegue Dick Cheney e si scorda di al Qaida.
Ieri Repubblica è riuscita a dare in prima pagina la notizia di settanta morti in Iraq senza mai accennare, nemmeno in una riga, al fatto che queste stragi di civili hanno anche un autore preciso. Niente. Le autobomba a Baghdad sono un fenomeno spontaneo, esplodono da sole in mezzo alla gente. Titolo di Rep.: “Orrore Iraq, record di civili uccisi”. Non c’è traccia del “who?”, il “chi?” caro alla vecchia regola giornalistica. In effetti a raccontare che un uomo alla guida di un camion cisterna carico di esplosivo si è avvicinato a un distributore di benzina, ha invitato la coda degli automobilisti a rifornirsi da lui e poi s’è fatto saltare in aria, a scrivere questi fatti per bene, viene fuori ancora una volta che c’è una campagna permanente di massacri contro gli iracheni, e tra loro e gli stragisti l’unico esile, coraggioso schermo è l’esercito americano (e se proprio c’è da scegliere un esercito al mondo per farsi proteggere, quello americano non è l’opzione peggiore). E salta anche fuori che è un controsenso chiederne il ritiro, come pure si fa da più parti. E invece Repubblica, appena dopo il titolo sull’Orrore Iraq, scrive: “Ma Cheney dice: le cose migliorano”. Capito quel “ma”? Il fremito della notizia a Repubblica non arriva dall’Orrore Iraq, dai mandanti, dagli esecutori, dal record di vittime civili ingoiate dalle fiamme sui marciapiedi di Baghdad. Il fremito arriva dall’accoppiata autobomba- vicepresidente americano. Valga per la cronaca: la strage è stata compiuta da al Qaida.
Ieri Repubblica è riuscita a dare in prima pagina la notizia di settanta morti in Iraq senza mai accennare, nemmeno in una riga, al fatto che queste stragi di civili hanno anche un autore preciso. Niente. Le autobomba a Baghdad sono un fenomeno spontaneo, esplodono da sole in mezzo alla gente. Titolo di Rep.: “Orrore Iraq, record di civili uccisi”. Non c’è traccia del “who?”, il “chi?” caro alla vecchia regola giornalistica. In effetti a raccontare che un uomo alla guida di un camion cisterna carico di esplosivo si è avvicinato a un distributore di benzina, ha invitato la coda degli automobilisti a rifornirsi da lui e poi s’è fatto saltare in aria, a scrivere questi fatti per bene, viene fuori ancora una volta che c’è una campagna permanente di massacri contro gli iracheni, e tra loro e gli stragisti l’unico esile, coraggioso schermo è l’esercito americano (e se proprio c’è da scegliere un esercito al mondo per farsi proteggere, quello americano non è l’opzione peggiore). E salta anche fuori che è un controsenso chiederne il ritiro, come pure si fa da più parti. E invece Repubblica, appena dopo il titolo sull’Orrore Iraq, scrive: “Ma Cheney dice: le cose migliorano”. Capito quel “ma”? Il fremito della notizia a Repubblica non arriva dall’Orrore Iraq, dai mandanti, dagli esecutori, dal record di vittime civili ingoiate dalle fiamme sui marciapiedi di Baghdad. Il fremito arriva dall’accoppiata autobomba- vicepresidente americano. Valga per la cronaca: la strage è stata compiuta da al Qaida.
Al direttore - A parte le deduzioni dell’estremista prodiano Curzio Maltese, per il quale essere comprensivi con i taliban sarebbe un diritto Onu e affamare i sacerdoti cattolici un dovere Ue, la predica del presidente del Consiglio ai preti che nelle loro omelie non fiancheggerebbero abbastanza il governo nella sua vasta azione di giustizia a base di vampirismo fiscale a me non ricorda per niente il fazzoletto cristiano del boy scout, quanto piuttosto quello con martello e compasso del pioniere di Honecker. Il quale, al tempo della Germania est, consigliava anche lui alle chiese di predicare la giustizia e, nel caso le chiese non collaborassero lealmente con l’autorità che egli incarnava dello “stato giusto” – come del resto, se non ricordo male, diceva san Paolo secondo l’interpretazione del partito unico –, venivano messe un tantino sotto pressione con quella particolare Gdf che di là dal muro chiamavano Stasi. Ora, questa sovrana indifferenza di Romano Prodi per un fisco serio (lo abbiamo mai sentito spendere mezza parola per la deducibilità delle tasse affinché le famiglie possano investire nell’istruzione dei propri figli o di un fisco che tenga conto del quoziente familiare?), alla quale fa da pendant l’ossessione per la serietà della vita degli altri, è un problema. Per l’Italia, che come si desume da recenti prove elettorali e da tutti i sondaggi d’opinione non sembra affatto convinta della serietà e giustizia del magistero prodiano. Ma anche per la chiesa, secondo la quale non è affatto vero che, come dice Prodi, “si deve obbedire alle regole dello stato anche se dettate da ‘lazzaroni’”. Non è vero perché, dice il Magistero del Pontefice nell’enciclica Deus est caritas, “uno stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri”. Il che, del resto, se non ricordo male tutti i provvedimenti che vanno dalla Finanziaria al caso Alitalia, dall’emergenza rifiuti in Campania al furto delle pensioni ai giovani, è proprio ciò a cui si sta riducendo lo stato sotto il governo Prodi.
Luigi Amicone
Luigi Amicone
Il partito "mostro" di Veltrelli. Carlo Cambi
Ufficializzate le candidature per la guida del Pd, si comincia a capirne la natura: sarà un partito di plastica. La dimostrazione più evidente è stata la porta in faccia sbattuta a Pannella e a Di Pietro. Erano un «cavallo di Troia» che rischiava di introdurre, l'uno da posizioni libertarie l'altro da istanze populiste, il granello di sabbia del «popolo» nell'ingranaggio della macchina che Veltroni e Rutelli, in perfetta sintonia d'interessi, stanno costruendo per metterla al servizio dei poteri forti. I «democratici» sono di fatto un'oligarchia che neppure l'insulso rito di primarie teleguidate riuscirà a nascondere. Questo apre al centrodestra praterie di consensi. A condizione che Berlusconi & C. sappiano cogliere il peccato originale del Pd che è quello di aver cancellato ogni rappresentanza dal basso. Tre fatterelli accaduti nelle ultime ore lo provano. Esaminiamoli.
Il primo è il sondaggio pubblicato da Il Giornale che mostra come il Pd non riuscirà a sommare i voti di Ds e Dl, ma libererà consensi soprattutto a sinistra. La ragione è molto semplice. Se la politica cessa di essere progetto e diventa mera rappresentazione d'interessi chi - come gli ex Ds - vede nella militanza una speranza di condizione migliore si sente frustrato. Non a caso l'antiberlusconismo ha funzionato come collante perché suscita invidia sociale. Ma oggi è difficile immaginare le sfogline delle ex feste dell'Unità che si spaccano la schiena per i reggitori di coda del milieu debenedettiano. L’assenza dalla corsa per la premiership di candidati autenticamente diessini sradica di fatto i «democratici» dal loro unico aggancio popolare.
Ne è una prova la velenosa intervista che D'Alema ha dato al Corriere. Il popolo dei Ds non dimentica che Walter Veltroni ha dichiarato: «Non sono mai stato comunista». Per paradosso l'unico candidato popolare (in tutti i sensi) è Rosy Bindi, destinata al naufragio, e non è un caso che a lei sia andato l'appoggio di Parisi segnalando peraltro uno strappo nella compagine prodiana. Si dice che Enrico Letta sia il rappresentante dei «dossettiani». Non è così: Enrico Letta è solo l'enfant gatée del blocco economico cattolico.
Il secondo fatto è il regalo che i margheriti hanno fatto a Carlo De Benedetti con il ddl Gentiloni, scippando una rete a Berlusconi e donandola al gruppo Espresso. È una sorta di nemesi: Rete 4 fu dei Formenton e stava per incontrare De Benedetti nella grande guerra per Repubblica. Ovvero stava per fallire. Andò nella spartizione della Mondadori a Berlusconi e si salvò. Vedremo ora che torna per Gentiloni concessione nelle mani dell'Ingegnere che fine farà. Questa è la prima cambiale che i futuri oligarchi del Pd pagano al loro più cospicuo sponsor il quale peraltro ha dichiarato di recente: «Ho sempre fatto gli interessi miei e dei miei azionisti, ma rivendico un ruolo sociale dell'impresa» elevando Bill Gates a suo modello. Ora basterebbe ricordare le vicende Olivetti per esclamare: da che pulpito. Ma questo riferimento illustra paradigmaticamente cosa sarà il Pd.
Il terzo fatterello è la totale scomparsa di due riferimenti fondamentali: l'area laica (e si spiega il niet a Pannella) e l'area diessina (e si spiega la freddezza D'Alema-Veltroni). Il modello di società che l'attuale sindaco di Roma e il suo predecessore hanno in mente non prevede infatti variabili né di libero pensiero, né di pensiero collettivo, prevede soltanto la narcotizzazione dei ceti più deboli e il governo degli ottimati. È una visione tutta romana, tutta curiale che ha fatto nascere un mostro: una sorta di Giano bifronte che con Veltroni guarda agli apparatnik, al generone e ai palazzinari e con Rutelli guarda ai grand commis, ai furbetti del borsino.Questo mostro si chiama Veltrelli e ha una concezione della società e dell’economia pre-marxista e marxiana: è l'economia di Ricardo dove la merce ha valore per il lavoro che immagazzina e lo Stato ha il ruolo non di regolatore, ma di interdittore. È una visione cupa dell'uomo incapace di autodeterminarsi che deve essere guidato appunto dagli oligarchi. Non a caso Veltrelli è il rappresentante più puro della Casta e la sua ideologia è il pensiero Lebole, la fabbrica che vestiva tutti i funzionari di partito. È infatti un partito prêt à porter quello che sta nascendo: pronto a soddisfare gli appetiti di chiunque pur di perpetuarsi. È effimero, patinato, come Veltrelli l'unico politico italiano che non dismette mai giacca e cravatta perché così vuole la buona società e il pensiero Lebole.
Per il centrodestra l'occasione è dunque unica. Se il Pd guarda a Ricardo e cioè all'economia dell'offerta (e perciò privilegia i produttori, meglio se collettivizzati) Berlusconi&C. devono guardare alla scuola economica austriaca. Devono rileggere Carl Menger e occuparsi della domanda (e cioè dei cittadini come uomini liberi): dell'economia come strumento della soddisfazione dei bisogni. Lo scontro che si apre è tra chi pone il valore-lavoro e chi esalta il valore dell'utilità.
Se il centrodestra saprà far esplodere questa contraddizione sarà in grado di rappresentare gli interessi dei cittadini senza aggettivi. Contrapponendo al partito di plastica che sta dalla parte di chi offre e si tiene i privilegi, il partito in carne e ossa dei liberi che sta dalla parte della domanda di utilità. E forse di felicità. Pronto a soddisfarla.
Il primo è il sondaggio pubblicato da Il Giornale che mostra come il Pd non riuscirà a sommare i voti di Ds e Dl, ma libererà consensi soprattutto a sinistra. La ragione è molto semplice. Se la politica cessa di essere progetto e diventa mera rappresentazione d'interessi chi - come gli ex Ds - vede nella militanza una speranza di condizione migliore si sente frustrato. Non a caso l'antiberlusconismo ha funzionato come collante perché suscita invidia sociale. Ma oggi è difficile immaginare le sfogline delle ex feste dell'Unità che si spaccano la schiena per i reggitori di coda del milieu debenedettiano. L’assenza dalla corsa per la premiership di candidati autenticamente diessini sradica di fatto i «democratici» dal loro unico aggancio popolare.
Ne è una prova la velenosa intervista che D'Alema ha dato al Corriere. Il popolo dei Ds non dimentica che Walter Veltroni ha dichiarato: «Non sono mai stato comunista». Per paradosso l'unico candidato popolare (in tutti i sensi) è Rosy Bindi, destinata al naufragio, e non è un caso che a lei sia andato l'appoggio di Parisi segnalando peraltro uno strappo nella compagine prodiana. Si dice che Enrico Letta sia il rappresentante dei «dossettiani». Non è così: Enrico Letta è solo l'enfant gatée del blocco economico cattolico.
Il secondo fatto è il regalo che i margheriti hanno fatto a Carlo De Benedetti con il ddl Gentiloni, scippando una rete a Berlusconi e donandola al gruppo Espresso. È una sorta di nemesi: Rete 4 fu dei Formenton e stava per incontrare De Benedetti nella grande guerra per Repubblica. Ovvero stava per fallire. Andò nella spartizione della Mondadori a Berlusconi e si salvò. Vedremo ora che torna per Gentiloni concessione nelle mani dell'Ingegnere che fine farà. Questa è la prima cambiale che i futuri oligarchi del Pd pagano al loro più cospicuo sponsor il quale peraltro ha dichiarato di recente: «Ho sempre fatto gli interessi miei e dei miei azionisti, ma rivendico un ruolo sociale dell'impresa» elevando Bill Gates a suo modello. Ora basterebbe ricordare le vicende Olivetti per esclamare: da che pulpito. Ma questo riferimento illustra paradigmaticamente cosa sarà il Pd.
Il terzo fatterello è la totale scomparsa di due riferimenti fondamentali: l'area laica (e si spiega il niet a Pannella) e l'area diessina (e si spiega la freddezza D'Alema-Veltroni). Il modello di società che l'attuale sindaco di Roma e il suo predecessore hanno in mente non prevede infatti variabili né di libero pensiero, né di pensiero collettivo, prevede soltanto la narcotizzazione dei ceti più deboli e il governo degli ottimati. È una visione tutta romana, tutta curiale che ha fatto nascere un mostro: una sorta di Giano bifronte che con Veltroni guarda agli apparatnik, al generone e ai palazzinari e con Rutelli guarda ai grand commis, ai furbetti del borsino.Questo mostro si chiama Veltrelli e ha una concezione della società e dell’economia pre-marxista e marxiana: è l'economia di Ricardo dove la merce ha valore per il lavoro che immagazzina e lo Stato ha il ruolo non di regolatore, ma di interdittore. È una visione cupa dell'uomo incapace di autodeterminarsi che deve essere guidato appunto dagli oligarchi. Non a caso Veltrelli è il rappresentante più puro della Casta e la sua ideologia è il pensiero Lebole, la fabbrica che vestiva tutti i funzionari di partito. È infatti un partito prêt à porter quello che sta nascendo: pronto a soddisfare gli appetiti di chiunque pur di perpetuarsi. È effimero, patinato, come Veltrelli l'unico politico italiano che non dismette mai giacca e cravatta perché così vuole la buona società e il pensiero Lebole.
Per il centrodestra l'occasione è dunque unica. Se il Pd guarda a Ricardo e cioè all'economia dell'offerta (e perciò privilegia i produttori, meglio se collettivizzati) Berlusconi&C. devono guardare alla scuola economica austriaca. Devono rileggere Carl Menger e occuparsi della domanda (e cioè dei cittadini come uomini liberi): dell'economia come strumento della soddisfazione dei bisogni. Lo scontro che si apre è tra chi pone il valore-lavoro e chi esalta il valore dell'utilità.
Se il centrodestra saprà far esplodere questa contraddizione sarà in grado di rappresentare gli interessi dei cittadini senza aggettivi. Contrapponendo al partito di plastica che sta dalla parte di chi offre e si tiene i privilegi, il partito in carne e ossa dei liberi che sta dalla parte della domanda di utilità. E forse di felicità. Pronto a soddisfarla.
mercoledì 1 agosto 2007
Solidarietà a Bruno Contrada
Bruno Contrada è innocente!
A 76 anni è in carcere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa: un modo elegante per dire che sei mafioso, ma non completamente. Una bestialità giuridica che nessuno osa contestare perché in questo nostro Paese di pusillanimi tutti si genuflettono davanti ai magistrati.
Contrada è innocente, ma non sono bastate le testimonianze di poliziotti e uomini di Stato a scagionarlo: i mafiosi "pentiti" sono stati ritenuti più attendibili e quindi è stato condannato.
Segnalo il sito di Bruno Contrada affinché le persone di buona volontà si documentino e possano esprimere la loro solidarietà a questo servitore dello Stato, vittima di giudici distratti e di giochi di potere.
Stiamo vicini a Bruno Contrada!
http://www.brunocontrada.info/index.php
A 76 anni è in carcere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa: un modo elegante per dire che sei mafioso, ma non completamente. Una bestialità giuridica che nessuno osa contestare perché in questo nostro Paese di pusillanimi tutti si genuflettono davanti ai magistrati.
Contrada è innocente, ma non sono bastate le testimonianze di poliziotti e uomini di Stato a scagionarlo: i mafiosi "pentiti" sono stati ritenuti più attendibili e quindi è stato condannato.
Segnalo il sito di Bruno Contrada affinché le persone di buona volontà si documentino e possano esprimere la loro solidarietà a questo servitore dello Stato, vittima di giudici distratti e di giochi di potere.
Stiamo vicini a Bruno Contrada!
http://www.brunocontrada.info/index.php
Pagliuzze e travi. il Giornale
Renato Farina, su Libero, ha ricordato il manifesto degli 800 intellettuali che firmarono contro il commissario Calabresi nel 1971. Farina ha scritto che tra i firmatari compariva anche una certa Letizia Gonzales che adesso è diventata presidente dei giornalisti della Lombardia, e che poco tempo fa aveva invocato con durezza la radiazione di Farina medesimo: da quale pulpito, si è chiesto Farina, si giudica la moralità altrui? Ne è seguito un dibattito invero penoso, con rigurgiti d’ufficio dell’Ordine nazionale dei giornalisti e orribili rivendicazioni da parte di attempate croniste di moda: «Farina è un essere spregevole, tutt’ora penso che sia giusto aver firmato». Certo, sono fatti di 37 anni fa, quelle 800 firme sono roba vecchia che da lustri ci si sbatte addosso da un giornale all’altro. Ma in una cosa Farina ha ragione: quel manifesto in realtà non esiste. Non c’è un libro di storia che ne parli, un’enciclopedia, una biografia dei vari firmatari che lo annoveri. Non farei mai una campagna pubblica contro Letizia Gonzales perché è diventata presidente dell’Ordine lombardo pur firmando quel manifesto: ma che questo possa intimamente far schifo, pur nel 2007, è quantomeno possibile.
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