La distanza tra Roma e il Nordest è sempre più grande ma si può misurare in due rettangolini di carta di pochi centimetri: due lanci d’agenzia di ieri. Nel primo, il segretario provinciale della Cgil di Treviso, Paolino Barbiero, spiega di aver presentato una proposta per fermare nuovi ingressi di immigrati «fino a che non saranno riassorbiti i disoccupati, stranieri e italiani». Nel secondo, il «capo» di Barbiero, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, che pochi giorni fa aveva chiesto di sospendere la legge Bossi-Fini per due anni, critica il governo perché ha limitato a 170mila gli accessi programmati di lavoratori dall’estero: «Un numero non sufficiente, ci voleva più coraggio». Poche righe, due mondi: il pragmatismo di chi deve fare i conti con quello che succede sul territorio contro la supponenza di chi filosofeggia da lontano, la preoccupazione di chi deve dare risposte ai concittadini che lo fermano per strada o al bar contro l’indifferenza di chi detta comunicati e parla per slogan che odorano di naftalina.È una dicotomia che sempre più spesso lacera la sinistra. Non da altro, nei mesi scorsi, sono nate le critiche e le polemiche prese di distanza di molti amministratori ex diessini. Cacciari e Chiamparino, la Bresso e Penati a modo loro hanno lanciato un solo grido a Veltroni e al suo loft: voi chiacchierate e i nostri avversari fanno, voi vi perdete dietro a Di Pietro e alla Commissione di vigilanza Rai e intanto ci perdiamo il Nord, voi vi pavoneggiate «yes we can» ma qui rischiamo di poter solo stare a guardare per i prossimi 50 anni. La novità è che ora questo dubbio è penetrato persino nella più tenace roccaforte della conservazione e delle corporazioni: la Cgil. Non nella segreteria generale, naturalmente. Ma negli avamposti del sindacato sì: là dove la realtà si scontra con l’ideologia, la realtà vince.
Nelle ultime elezioni è stato il centrodestra a convincere gli elettori di essere dalla parte della realtà ed è stato largamente premiato, soprattutto nelle aree più produttive del Paese. Poi, però, si è creato un paradosso. Come ha già scritto su queste colonne Mario Cervi, il governo più nordista della storia repubblicana ha finora dedicato la maggior parte delle sue energie a risolvere emergenze createsi ben al di sotto del corso del Po: dai rifiuti all’Alitalia. Azioni, in tutto o in parte, doverose. Ora tuttavia è giunto il tempo di guardare anche a Settentrione perché è da qui che può arrivare la spinta per uscire dalla crisi. A patto di rimediare alle croniche carenze di servizi e infrastrutture.Ieri al Giornale il ministro Matteoli ha parlato di accelerare sulla BreBeMi, sulla Milano-Mantova, sulla Tav Torino-Lione, sul Mose. Sigle che non si sentivano più pronunciare da tempo. Musica per le orecchie nordiste, che però si sono un po’ stancate di un ritornello che rimane sulla carta: vorrebbero sentirlo finalmente risuonare nei cantieri. (il Giornale)
martedì 18 novembre 2008
domenica 16 novembre 2008
La sentenza che la sinistra non rispetta. Mario Cervi
La stampa schiuma di rabbia contro la sentenza di Genova che ha assolto i capi della polizia dalle accuse mosse loro per le violenze nella scuola Diaz. Precisiamo subito, per chiarezza, che la stampa cui abbiamo fatto riferimento è quella di sinistra. Da quella barricata sono venuti e vengono gli attacchi furibondi alla magistratura qualificata come serva del potere, vile, reazionaria. Di sicuro sarete stupiti: perché in innumerevoli circostanze l’abbiamo vista, la sinistra, schierata indomitamente a difesa delle toghe, e rumoreggiante per le critiche che il centrodestra muoveva ad alcune sentenze. Con altezzosità sprezzante le teste d’uovo progressiste ricordavano che le sentenze devono essere rispettate: e addebitavano alla gagliofferia dei reazionari la loro pretesa di dissentirne.Ma poi è successo che un Tribunale non accontentasse pienamente, in una sua decisione, le aspettative della sinistra amica. Che d’un colpo è diventata nemica. Abbasso i giudici. Non c’era bisogno di conferme. Ma s’è ben capito, un’ennesima volta, di che qualità sia l’ossequio alla legge che alcuni fogli e alcuni personaggi vanno continuamente sbandierando. L’ossequio funziona solo se la legge fa comodo. In caso contrario arriva, nei confronti della legge e dei suoi sacerdoti, il turpiloquio.
L’Unità si è affidata, per inveire, alla cronaca, al “vergogna, li hanno assolti, vergogna!” lanciato da un ragazzo in bicicletta. Il Manifesto ha mobilitato Luca Casarini, noto per la sobrietà civile del linguaggio, dal quale la sentenza è stata caratterizzata come “ignobile”. Solo “pessima” invece per Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. In questo zelo antisentenza s’è inserita, non capisco bene a quale titolo, la Federazione nazionale della stampa italiana. Anch’essa invoca chiarezza, dando per scontato che i giudici di Genova abbiano rimestato nel torbido per compiacere poteri occulti.La ciliegina su questa torta d’amenità settarie è rappresentata dall’invocazione - poteva mancare? - d’una commissione d’inchiesta parlamentare. Della triste istoria d’Antonio Di Pietro - che a suo tempo la commissione parlamentare la fece bocciare, e che per questo è vituperato adesso dai talebani dell’antiberlusconismo come Vittorio Agnoletto e Francesco Caruso - s’è già occupato ieri Paolo Granzotto. Non tornerò sul patetico tema del Tonino sfiduciato. Voglio invece spendere due parole per la mania delle commissioni d’inchiesta.
Deputati e senatori privi di serie occupazioni chiedono le commissioni a ogni stormir di foglia, leggiadramente incuranti dei costi che - tra indennità, sopralluoghi e consulenze a peso d’oro - questi organismi hanno. Ma in questa occasione - e sempre all’insegna del “dagli ai giudici” - la commissione è voluta a un solo scopo: quello di smentire la sentenza della magistratura. Su avvenimenti tuttora soggetti alla valutazione dei giudici, proprio la sinistra che dei giudici si dichiara tifosa vuole una valutazione dissenziente. Il fine ultimo di quanti alla commissione s’appellano sembra consistere nell’ottenere, sullo stesso fatto, pronunce opposte. Ripetendo cioè il miracolo realizzato con l’inchiesta parlamentare sulla P2. Nella P2 la commissione individuò la matrice di tutti i mali e di tutti i crimini d’Italia. La magistratura vi ravvisò un losco ma non molto pericoloso comitato d’affari. Chi aveva ragione? Non lo sapremo mai. Per la scuola Diaz abbiamo avuto dal Tribunale una prima certezza. Troppo comodo, ragazzi. Ci vogliono il conflitto e il dubbio continuo. E sia. Ma dubbio continuo anche sull’onestà d’alcune prese di posizione della sinistra. (il Giornale)
L’Unità si è affidata, per inveire, alla cronaca, al “vergogna, li hanno assolti, vergogna!” lanciato da un ragazzo in bicicletta. Il Manifesto ha mobilitato Luca Casarini, noto per la sobrietà civile del linguaggio, dal quale la sentenza è stata caratterizzata come “ignobile”. Solo “pessima” invece per Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. In questo zelo antisentenza s’è inserita, non capisco bene a quale titolo, la Federazione nazionale della stampa italiana. Anch’essa invoca chiarezza, dando per scontato che i giudici di Genova abbiano rimestato nel torbido per compiacere poteri occulti.La ciliegina su questa torta d’amenità settarie è rappresentata dall’invocazione - poteva mancare? - d’una commissione d’inchiesta parlamentare. Della triste istoria d’Antonio Di Pietro - che a suo tempo la commissione parlamentare la fece bocciare, e che per questo è vituperato adesso dai talebani dell’antiberlusconismo come Vittorio Agnoletto e Francesco Caruso - s’è già occupato ieri Paolo Granzotto. Non tornerò sul patetico tema del Tonino sfiduciato. Voglio invece spendere due parole per la mania delle commissioni d’inchiesta.
Deputati e senatori privi di serie occupazioni chiedono le commissioni a ogni stormir di foglia, leggiadramente incuranti dei costi che - tra indennità, sopralluoghi e consulenze a peso d’oro - questi organismi hanno. Ma in questa occasione - e sempre all’insegna del “dagli ai giudici” - la commissione è voluta a un solo scopo: quello di smentire la sentenza della magistratura. Su avvenimenti tuttora soggetti alla valutazione dei giudici, proprio la sinistra che dei giudici si dichiara tifosa vuole una valutazione dissenziente. Il fine ultimo di quanti alla commissione s’appellano sembra consistere nell’ottenere, sullo stesso fatto, pronunce opposte. Ripetendo cioè il miracolo realizzato con l’inchiesta parlamentare sulla P2. Nella P2 la commissione individuò la matrice di tutti i mali e di tutti i crimini d’Italia. La magistratura vi ravvisò un losco ma non molto pericoloso comitato d’affari. Chi aveva ragione? Non lo sapremo mai. Per la scuola Diaz abbiamo avuto dal Tribunale una prima certezza. Troppo comodo, ragazzi. Ci vogliono il conflitto e il dubbio continuo. E sia. Ma dubbio continuo anche sull’onestà d’alcune prese di posizione della sinistra. (il Giornale)
martedì 11 novembre 2008
Atenei: prima dov'era la sinistra? Paolo Ercolani*
Caro direttore,
non posso. Io, ricercatore (precario) di filosofia politica, che da anni frequenta l’Università italiana e che si riconosce nei valori di una sinistra moderna, non riesco proprio ad aderire acriticamente alle manifestazioni contro l’ancora inesistente decreto Gelmini. Non riesco a difendere, di fatto, lo statu quo di un’università che da anni fa entrare gente fra il patetico e il grottesco, gente che non studia più (ammesso che abbia mai cominciato) e che nulla ha da dare a studenti che, sempre più impreparati, comunque ottengono il loro bel voto se ascoltano annuendo la lezioncina del prof., quasi sempre messa anche per iscritto in un libricino pubblicato da qualche minuscola casa editrice a pagamento. La Gelmini sbaglia se prevederà tagli indiscriminati, perché finirà con l’avvantaggiare i più ricchi e privilegiati, ma la sinistra dov’era in tutti questi anni in cui nelle università entravano rigorosamente i figli di e i raccomandati, da dove il vincitore del concorso veniva stabilito prima ancora di bandire il concorso e sulla base di accordi fra i vari ordinari, non su quella di un valore scientifico dello studioso e della sua produzione?
Dalla destra ci si possono e forse devono aspettare misure pensate con il criterio della gerarchia sociale, ma dove sta scritto che dalla sinistra ci si debba aspettare il nulla e il silenzio? Perché tutti si sono svegliati solo ora che il governo sembra voler affrontare una situazione che non può più andare avanti in questo modo, fornendo inevitabilmente l’immagine di una sinistra sempre al rimorchio d’idee d’altri, prontissima ed efficace a contestarle ma tristemente incapace di proporne di proprie a tempo debito? Facendo prosperare questo sistema di «baronaggio onnipotente», abbiamo lasciato che l’università, luogo cardine della cultura di un Paese, si impoverisse e degradasse fra docenti improbabili e sconosciuti alla comunità internazionale (ma ben conosciuti ai piccoli potentati locali e territoriali), e studenti che «seduti dall’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzicano frasi per lo più sconnesse, ciancicano frattaglie di nozioni irrancidite, rimasticano rigurgiti di conoscenze mal digerite» (Antonio Scurati, La Stampa del 1° novembre).
Contro tutto questo la sinistra italiana non ha fatto pressoché nulla, creando di fatto il peggiore dei sistemi fondati sulla «gerarchia» e sul «privilegio», perché se il sapere degrada presso la generalità degli studenti, a ottenere successo comunque nella società saranno quelli provenienti dalle famiglie agiate, così come a potersi permettere la carriera universitaria saranno soltanto quelli sempre con famiglia ricca alle spalle. Un paese in cui la «famiglia» diventa il fattore più importante di avanzamento dei saperi e delle carriere è inevitabilmente condannato al degrado e all’emarginazione internazionale. Ecco perché non ce la faccio a scendere in piazza con questi studenti (alcuni dei quali anche i miei), in maniera acritica e senza che un tormento interiore s’impossessi del mio animo, senza potergli dire le cose che sto scrivendo qui. Così come non ce la faccio a manifestare a fianco di quei tanti «incardinati» che hanno trovato posto nell’università grazie alle logiche grette e degradanti di cui abbiamo parlato, e che oggi vorrebbero solo che si potesse continuare a vivere come se le vacche fossero sempre grasse e le botti piene.
Io accuso la sinistra italiana di prolungata latitanza, accuso chi ha gestito le università finora d’irresponsabilità e spirito di casta, accuso un Paese in cui la cultura sta diventando roba noiosa, per reietti da ogni reality show che si rispetti, e accuso anche me stesso di aver avuto più di un timore a firmare questa lettera. Accuse ben più gravi di quelle comunque sacrosante che mi verrebbero da rivolgere a un giovane e improvvisato ministro che agisce evidentemente sotto l’«egìda» di qualcun altro...(la Stampa)
*ricercatore all’Università di Urbino
non posso. Io, ricercatore (precario) di filosofia politica, che da anni frequenta l’Università italiana e che si riconosce nei valori di una sinistra moderna, non riesco proprio ad aderire acriticamente alle manifestazioni contro l’ancora inesistente decreto Gelmini. Non riesco a difendere, di fatto, lo statu quo di un’università che da anni fa entrare gente fra il patetico e il grottesco, gente che non studia più (ammesso che abbia mai cominciato) e che nulla ha da dare a studenti che, sempre più impreparati, comunque ottengono il loro bel voto se ascoltano annuendo la lezioncina del prof., quasi sempre messa anche per iscritto in un libricino pubblicato da qualche minuscola casa editrice a pagamento. La Gelmini sbaglia se prevederà tagli indiscriminati, perché finirà con l’avvantaggiare i più ricchi e privilegiati, ma la sinistra dov’era in tutti questi anni in cui nelle università entravano rigorosamente i figli di e i raccomandati, da dove il vincitore del concorso veniva stabilito prima ancora di bandire il concorso e sulla base di accordi fra i vari ordinari, non su quella di un valore scientifico dello studioso e della sua produzione?
Dalla destra ci si possono e forse devono aspettare misure pensate con il criterio della gerarchia sociale, ma dove sta scritto che dalla sinistra ci si debba aspettare il nulla e il silenzio? Perché tutti si sono svegliati solo ora che il governo sembra voler affrontare una situazione che non può più andare avanti in questo modo, fornendo inevitabilmente l’immagine di una sinistra sempre al rimorchio d’idee d’altri, prontissima ed efficace a contestarle ma tristemente incapace di proporne di proprie a tempo debito? Facendo prosperare questo sistema di «baronaggio onnipotente», abbiamo lasciato che l’università, luogo cardine della cultura di un Paese, si impoverisse e degradasse fra docenti improbabili e sconosciuti alla comunità internazionale (ma ben conosciuti ai piccoli potentati locali e territoriali), e studenti che «seduti dall’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzicano frasi per lo più sconnesse, ciancicano frattaglie di nozioni irrancidite, rimasticano rigurgiti di conoscenze mal digerite» (Antonio Scurati, La Stampa del 1° novembre).
Contro tutto questo la sinistra italiana non ha fatto pressoché nulla, creando di fatto il peggiore dei sistemi fondati sulla «gerarchia» e sul «privilegio», perché se il sapere degrada presso la generalità degli studenti, a ottenere successo comunque nella società saranno quelli provenienti dalle famiglie agiate, così come a potersi permettere la carriera universitaria saranno soltanto quelli sempre con famiglia ricca alle spalle. Un paese in cui la «famiglia» diventa il fattore più importante di avanzamento dei saperi e delle carriere è inevitabilmente condannato al degrado e all’emarginazione internazionale. Ecco perché non ce la faccio a scendere in piazza con questi studenti (alcuni dei quali anche i miei), in maniera acritica e senza che un tormento interiore s’impossessi del mio animo, senza potergli dire le cose che sto scrivendo qui. Così come non ce la faccio a manifestare a fianco di quei tanti «incardinati» che hanno trovato posto nell’università grazie alle logiche grette e degradanti di cui abbiamo parlato, e che oggi vorrebbero solo che si potesse continuare a vivere come se le vacche fossero sempre grasse e le botti piene.
Io accuso la sinistra italiana di prolungata latitanza, accuso chi ha gestito le università finora d’irresponsabilità e spirito di casta, accuso un Paese in cui la cultura sta diventando roba noiosa, per reietti da ogni reality show che si rispetti, e accuso anche me stesso di aver avuto più di un timore a firmare questa lettera. Accuse ben più gravi di quelle comunque sacrosante che mi verrebbero da rivolgere a un giovane e improvvisato ministro che agisce evidentemente sotto l’«egìda» di qualcun altro...(la Stampa)
*ricercatore all’Università di Urbino
sabato 8 novembre 2008
La cura statalista non salverà Wall Street dalla prossima crisi. Elio Bonazzi
Sono ormai anni che lavoro a Wall Street, nel settore delle tecnologie informatiche ad alto valore aggiunto. Disegno sistemi e basi di dati per quelle che fino a due mesi fa erano le grandi merchant banks americane, le varie Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, etc. Dopo il terremoto finanziario delle scorse settimane non esistono più merchant banks. La Merrill Lynch si sta amalgamando con Bank of America, Goldman e Morgan Stanley sono diventate banche normali, retail banks, quindi soggette a regole molto più stringenti in termini di operazioni finanziarie consentite e controlli, con auditing molto più estesi da parte della Federal Reserve e dai diversi enti regolatori del mercato finanziario.
Gli avvenimenti degli ultimi tempi sono ormai l’unico, monotono argomento di conversazione nei miei vari luoghi di lavoro, tra Manhattan ed il New Jersey, dove ormai si estende l’industria finanziaria in seguito all’attacco dell’11 settembre 2001. Tra addetti ai lavori non possiamo che essere scettici sulle reazioni dei politici, che in preda al panico stanno approfondendo la crisi, piuttosto che alleviarla. Ma procediamo con ordine: le crisi finanziarie non sono certo nuove, la storia pullula di esempi simili, antichi e più recenti. Il classico libro di Charles Mackay, pubblicato per la prima volta nel 1841, tradotto in italiano col titolo "La pazzia delle folle. Ovvero le grandi illusioni collettive", riporta esempi di bolle finanziarie come la "mania dei tulipani", che nell'Olanda del 17esimo secolo mise sul lastrico migliaia di persone coinvolte in uno dei primi esempi di crisi finanziaria del capitalismo moderno. Ornamento fra i più ambiti dai ricchi puritani che non eccedevano in consumi vistosi, il tulipano divenne una moda irresistibile all'inizio del decennio del 1630. Dalla moda alla mania speculativa il passo fu quello di una febbrile accelerazione. Più i prezzi aumentavano, più la gente acquistava col miraggio di una scalata senza fine. Fino a un massimo e al crollo del 1636 - 37. Al culmine della mania speculativa il prezzo più alto per un singolo bulbo fu di ventimila sterline. Quando il reddito annuo di una famiglia olandese era di circa 300 fiorini, al crescere della tulipomania, il "Semper Augustus", uno dei bulbi più rari, passava da 5.500 a 10.000 fiorini. Il crollo dei prezzi, alla fine, fu inevitabile e devastante. Così come fu devastante, tra euforia e panico, l'effetto delle altre crisi finanziarie del capitalismo moderno, diligentemente riportate e spiegate da Mackay nel suo libro, come le contemporanee bolle finanziarie della South Sea a Londra e del Mississippi a Parigi nel 1719 e nel 1720.
Guardando alla storia più recente, negli anni ottanta abbiamo avuto la bolla cosiddetta dei "junk bonds", negli anni novanta quella di Internet. Alla fine degli anni novanta lavoravo in Australia, facendo consulenza per Quest Software, una delle maggiori aziende di software mondiali, tra le prime 50 aziende del settore. La Quest aveva 1200 dipendenti in tutto, tra USA, Australia ed Europa, un personal computer per ogni dipendente, e qualche server, ben più costoso di un PC, ma decisamente non paragonabile al costo di un Jumbo jet. La Quest nel 1999 era più capitalizzata della Qantas, la linea area australiana, che possedeva decine di Jumbo jets, oltre ad aerei di minori dimensioni, ed aveva più di 10.000 dipendenti. Quando facevo osservare il paradosso di un mercato che sopravvalutava a dismisura una Quest e penalizzava pesantemente un pezzo dell' "economia reale" dell'Australia come la Qantas, i miei amici col Master in Business Administration mi guardavano con aria di sufficenza, considerandomi un dinosauro che non capiva come nella nuova economia la proprietà intellettuale era tutto, era un valore che, seppure impalpabile, superava di gran lunga il valore intrinseco dei beni dell'economia tradizionale.
L'aprile del 2000 ha reso giustizia ai dinosauri del mio stampo, spazzando via l'80% del "valore" del Nasdaq durante il dotcom crash. Quando la distanza tra valore percepito e valore reale cresce al di là dei paradigmi del senso comune, la bolla esplode. Non dimentichiamoci di Enron e Worldcom, l’ultima bolla prima dei mutui subprime, esplosa nel 2002. Il caso Enron e Worldcom fu essenzialmente uno scandalo contabile, di bilanci gonfiati e fasulli che aderivano sì alle linee-guida burocratiche della SEC, l’analoga della Consob in Italia, ma che nei fatti fuorviavano gli investitori. Un brillante riassunto di come il Caso Enron e Worldcom abbia potuto assumere dimensioni tali da far tremare i mercati finanziari mondiali è disponibile in italiano, grazie a Massimiliano Neri.
Già nel 2002, in seguito a quello scandalo, si levarono alti gli scudi dei regolatori e degli statalisti, che forti dell’indignazione popolare verso, ancora una volta, quegli sciagurati di amministratori delegati che guadagnano milioni riducendo alla rovina i pesci piccoli (i risparmiatori), chiedevano a gran voce una regolazione più stringente ed un maggiore intervento dello Stato, chiamato a sopperire “alle debolezze intrinsiche del mercato”.
E la risposta dello stato arrivò implacabile alla fine di luglio del 2002, con una legge denominata Public Company Accounting Reform and Investor Protection Act of 2002, ma nota come la “Sarbanes-Oxley”, il senatore democratico del Maryland Paul Sarbanes ed il deputato repubblicano dell’Ohaio Michael G. Oxley, che presiedettero la commissione d’inchiesta divenendo gli sponsor della nuova legge. La “Sarbanes-Oxley” ha formato un nuovo ente, un “controllore dei controllori” – il Public Company Accounting Oversight Board o PCAOB – che supervisiona l’operato dei certificatori di bilanci, ed ha imposto un complicato ed astruso insieme di norme e procedure per l’auditing della finanza aziendale.
La risposta dello stato è, come sempre, una risposta “burocratica” – la formazione di un nuovo dipartimento a spese di Pantalone, e la produzione in triplice copia di documenti che se hanno un senso all’inizio, subito dopo la promulgazione della legge, con l’andar del tempo diviene un rito svuotato di ogni contenuto fattuale. Ma per noi informatici la Sarbanes-Oxley fu tanta manna inviata dal cielo. L’attuazione pratica in azienda delle norme Sarbox ha significato un’espansione considerevole dei budget per la spesa informatica necessaria per essere ritenuti conformi alle direttive della legge. Le basi di dati finanziarie sono state soggette ad uno scrutinio mai visto, la Oracle Corporation ha prodotto un nuovo add-on, chiamato Database Vault, che impedisce la visione delle informazioni contenute nella base di dati anche agli stessi gestori del database, che fino ad allora, avendo accesso privilegiato al database, potevano selezionarne i records e visualizzarli. L’azienda di cui sono Chief Technology Officer ha aumentato il fatturato negli anni che vanno dal 2003 al 2006 di circa il 30-35%, grazie alla maggiore richiesta di servizi informatici generata dalla Sarbanes-Oxley. Io stesso ho curato l’implementazione di Oracle Database Vault in alcune delle grandi merchant banks, lavorando con remunerazioni record. La retorica dei politici in quegli anni era dominata dal messaggio “sappiamo di chiedere un grosso sacrificio alle aziende, ma la contropartita è una tale trasparenza da evitare crack finanziari in futuro”. Le ultime parole famose.
Arriviamo alla crisi attuale. Come era ovvio per gli addetti ai lavori, non c’è Sarbanes-Oxley che tenga, quando una bolla si forma deve scoppiare. Ancora una volta, sono i meccanismi di allucinazione collettiva che dovrebbero essere sotto accusa, non il capitalismo. È dal 2004 che ricevo spam email che annunciano il futuro crash del mercato edilizio e propongono forme di investimento alternativo. La realtà era sotto gli occhi di tutti, non che gli spammer promotori di dubbie operazioni finanziarie alternative fossero particolarmente intelligenti o arguti premonitori dell’andamento del mercato. Ancora una volta, come nel 2002 per il caso Enron, la politica ha le maggiori colpe. È curioso come l’attuale crisi dei mutui subprime non sia stata un argomento da usare dai democratici in campagna elettorale contro il candidato repubblicano. Un attacco di Obama contro i repubblicani che li avesse accusati di essere responsabili per la crisi dei mutui subprime si sarebbe ritorto contro di lui. Fin dall’inizio sia democratici che repubblicani hanno ammesso di avere colpe comuni – molto comprensibile, visto che da parte repubblicana lasciare crescere la bolla finanziaria significava dare il miraggio di un “sogno americano” facile per quella parte di popolazione esclusa dai grandi sgravi fiscali dell’era Bush, e da parte democratica il gonfiare a dismisura enti parastatali come Fanny May and Freddy Mac rientrava nella logica di welfare statalista di cui i democratici sono campioni e promotori. Dal 2004 era chiaro che la bolla era in atto, ma nessuno ha mosso un dito per evitarne le catastrofiche conseguenze. Il prezzo politico da pagare era troppo alto per tutti.
Il pensare che un intervento governativo a Wall Street possa migliorare la situazione è risibile. La risposta statale alla crisi sarà ancora una volta burocratica. Un’ennesima commissione d’inchiesta, che comporterà la creazione di un altro ente – prevedo un nuovo controllore dei controllori, una super-SEC – che emanerà direttive che implicheranno la creazione di documenti e rapporti, che con l’andar del tempo nessuno leggerà, ma che entreranno a far parte dei ritualismi aziendali… fino alla prossima bolla. Che arriverà puntualmente, nonostante i nuovi regolamenti.
Ho già avuto un assaggio della nuova ventata regolativa. Per una delle maggiori banche sopravvissute al terremoto finanziario ho disegnato un sistema informativo che calcola l’esposizione al rischio di ogni posizione di trading. Usando una modellistica finanziaria ultrasofisticata, siamo in grado di calcolare il rischio dovuto a shock di mercato, come il prezzo del greggio a 200 dollari al barile o il crollo del rublo. Simulando scenari “normali”, invece che imporre shocks, siamo in grado di consigliare di disfarsi di posizioni più a rischio e di avere un portafoglio più bilanciato. Questo su un volume di circa 4 milioni di posizioni al giorno. I creatori dei modelli di simulazione hanno almeno un dottorato di ricerca in matematica, e guadagnano cifre che solo il settore privato può permettersi. La SEC, che sta già imponendo la produzione di documenti e rapporti obbligatori in seguito alla recente crisi, si è mostrata molto interessata al sistema, il cui by-product è la creazione di rapporti finanziari che ogni giorno dovranno essere obbligatoriamente forniti all’ente regolatore. C’è tuttavia un problema. Siccome alla SEC nessuno è in grado di capire l’output del nostro sistema, perchè troppo complesso, i diligenti funzionari governativi hanno chiesto, in modo candidamente naïve: “Non potreste darci solo una pagina riassuntiva?”. La domanda stessa tradisce la colossale incompetenza dell’ente governativo. No, non è possible riassumere in una pagina il risultato di una simulazione così sofisticata da richiedere menti matematiche e risorse informatiche non comuni, è come chiedere di riassumere in una pagina il contenuto dell’Enciclopedia Treccani. Sappiamo già come andrà finire. I rapporti giornalieri prodotti dal nostro sistema, che presto diventeranno obbligatori per tutto il settore, andranno a formare una pila su una scrivania di un burocrate che non saprà neppure leggerli, ma che li catalogherà con diligente deferenza burocratica in caso una nuova commissione d’inchiesta ne abbia bisogno.
Se da una parte l’immissione di nuove regole urta la mia sensibilità libertaria, dall’altra me la rido pensando alle nuove opportunità per me e per la mia azienda. In controtendenza con il resto del mercato a New York, siamo già in espansione; il nuovo grosso business, per il momento, è l’integrazione dei sistemi informativi in seguito alle fusioni delle grandi banche, per esempio Merrill Lynch e Bank of America. Ma è solo l’inizio – anticipiamo una espansione ancora maggiore quando le banche sopravvissute alla crisi finanziaria dovranno ricorrere ai nostri servizi di supporto informatico per ottemperare alle nuove regole burocratiche che indubbiamente seguiranno il bailout.
Così come i monatti, che immuni alla peste durante le grandi epidemie dal medio evo al seicento, lucravano sulle sfortune altrui, facendosi pagare lautamente per portare i malati al lazzaretto ed i morti al cimitero, noi, monatti del 21esimo secolo, prosperiamo, nostro malgrado, sulle miserie indotte dallo statalismo e dalla frenesia regolamentativa, pur sapendo in anticipo che il frutto del nostro lavoro non servirà ad impedire la prossima bolla; servirà soltanto a dare un fallace senso di sicurezza al cittadino medio, rassicurato dai politici sull’impossibilità di un nuovo crollo, “adesso che il governo ha finalmente sotto controllo Wall Street”. Sembra un déjà vu che si ripete e si perpetua senza mai destare il dubbio che la ricetta statalista provoca solo sprechi e burocrazia aggiuntiva senza mai risolvere il problema. (l'Occidentale)
Gli avvenimenti degli ultimi tempi sono ormai l’unico, monotono argomento di conversazione nei miei vari luoghi di lavoro, tra Manhattan ed il New Jersey, dove ormai si estende l’industria finanziaria in seguito all’attacco dell’11 settembre 2001. Tra addetti ai lavori non possiamo che essere scettici sulle reazioni dei politici, che in preda al panico stanno approfondendo la crisi, piuttosto che alleviarla. Ma procediamo con ordine: le crisi finanziarie non sono certo nuove, la storia pullula di esempi simili, antichi e più recenti. Il classico libro di Charles Mackay, pubblicato per la prima volta nel 1841, tradotto in italiano col titolo "La pazzia delle folle. Ovvero le grandi illusioni collettive", riporta esempi di bolle finanziarie come la "mania dei tulipani", che nell'Olanda del 17esimo secolo mise sul lastrico migliaia di persone coinvolte in uno dei primi esempi di crisi finanziaria del capitalismo moderno. Ornamento fra i più ambiti dai ricchi puritani che non eccedevano in consumi vistosi, il tulipano divenne una moda irresistibile all'inizio del decennio del 1630. Dalla moda alla mania speculativa il passo fu quello di una febbrile accelerazione. Più i prezzi aumentavano, più la gente acquistava col miraggio di una scalata senza fine. Fino a un massimo e al crollo del 1636 - 37. Al culmine della mania speculativa il prezzo più alto per un singolo bulbo fu di ventimila sterline. Quando il reddito annuo di una famiglia olandese era di circa 300 fiorini, al crescere della tulipomania, il "Semper Augustus", uno dei bulbi più rari, passava da 5.500 a 10.000 fiorini. Il crollo dei prezzi, alla fine, fu inevitabile e devastante. Così come fu devastante, tra euforia e panico, l'effetto delle altre crisi finanziarie del capitalismo moderno, diligentemente riportate e spiegate da Mackay nel suo libro, come le contemporanee bolle finanziarie della South Sea a Londra e del Mississippi a Parigi nel 1719 e nel 1720.
Guardando alla storia più recente, negli anni ottanta abbiamo avuto la bolla cosiddetta dei "junk bonds", negli anni novanta quella di Internet. Alla fine degli anni novanta lavoravo in Australia, facendo consulenza per Quest Software, una delle maggiori aziende di software mondiali, tra le prime 50 aziende del settore. La Quest aveva 1200 dipendenti in tutto, tra USA, Australia ed Europa, un personal computer per ogni dipendente, e qualche server, ben più costoso di un PC, ma decisamente non paragonabile al costo di un Jumbo jet. La Quest nel 1999 era più capitalizzata della Qantas, la linea area australiana, che possedeva decine di Jumbo jets, oltre ad aerei di minori dimensioni, ed aveva più di 10.000 dipendenti. Quando facevo osservare il paradosso di un mercato che sopravvalutava a dismisura una Quest e penalizzava pesantemente un pezzo dell' "economia reale" dell'Australia come la Qantas, i miei amici col Master in Business Administration mi guardavano con aria di sufficenza, considerandomi un dinosauro che non capiva come nella nuova economia la proprietà intellettuale era tutto, era un valore che, seppure impalpabile, superava di gran lunga il valore intrinseco dei beni dell'economia tradizionale.
L'aprile del 2000 ha reso giustizia ai dinosauri del mio stampo, spazzando via l'80% del "valore" del Nasdaq durante il dotcom crash. Quando la distanza tra valore percepito e valore reale cresce al di là dei paradigmi del senso comune, la bolla esplode. Non dimentichiamoci di Enron e Worldcom, l’ultima bolla prima dei mutui subprime, esplosa nel 2002. Il caso Enron e Worldcom fu essenzialmente uno scandalo contabile, di bilanci gonfiati e fasulli che aderivano sì alle linee-guida burocratiche della SEC, l’analoga della Consob in Italia, ma che nei fatti fuorviavano gli investitori. Un brillante riassunto di come il Caso Enron e Worldcom abbia potuto assumere dimensioni tali da far tremare i mercati finanziari mondiali è disponibile in italiano, grazie a Massimiliano Neri.
Già nel 2002, in seguito a quello scandalo, si levarono alti gli scudi dei regolatori e degli statalisti, che forti dell’indignazione popolare verso, ancora una volta, quegli sciagurati di amministratori delegati che guadagnano milioni riducendo alla rovina i pesci piccoli (i risparmiatori), chiedevano a gran voce una regolazione più stringente ed un maggiore intervento dello Stato, chiamato a sopperire “alle debolezze intrinsiche del mercato”.
E la risposta dello stato arrivò implacabile alla fine di luglio del 2002, con una legge denominata Public Company Accounting Reform and Investor Protection Act of 2002, ma nota come la “Sarbanes-Oxley”, il senatore democratico del Maryland Paul Sarbanes ed il deputato repubblicano dell’Ohaio Michael G. Oxley, che presiedettero la commissione d’inchiesta divenendo gli sponsor della nuova legge. La “Sarbanes-Oxley” ha formato un nuovo ente, un “controllore dei controllori” – il Public Company Accounting Oversight Board o PCAOB – che supervisiona l’operato dei certificatori di bilanci, ed ha imposto un complicato ed astruso insieme di norme e procedure per l’auditing della finanza aziendale.
La risposta dello stato è, come sempre, una risposta “burocratica” – la formazione di un nuovo dipartimento a spese di Pantalone, e la produzione in triplice copia di documenti che se hanno un senso all’inizio, subito dopo la promulgazione della legge, con l’andar del tempo diviene un rito svuotato di ogni contenuto fattuale. Ma per noi informatici la Sarbanes-Oxley fu tanta manna inviata dal cielo. L’attuazione pratica in azienda delle norme Sarbox ha significato un’espansione considerevole dei budget per la spesa informatica necessaria per essere ritenuti conformi alle direttive della legge. Le basi di dati finanziarie sono state soggette ad uno scrutinio mai visto, la Oracle Corporation ha prodotto un nuovo add-on, chiamato Database Vault, che impedisce la visione delle informazioni contenute nella base di dati anche agli stessi gestori del database, che fino ad allora, avendo accesso privilegiato al database, potevano selezionarne i records e visualizzarli. L’azienda di cui sono Chief Technology Officer ha aumentato il fatturato negli anni che vanno dal 2003 al 2006 di circa il 30-35%, grazie alla maggiore richiesta di servizi informatici generata dalla Sarbanes-Oxley. Io stesso ho curato l’implementazione di Oracle Database Vault in alcune delle grandi merchant banks, lavorando con remunerazioni record. La retorica dei politici in quegli anni era dominata dal messaggio “sappiamo di chiedere un grosso sacrificio alle aziende, ma la contropartita è una tale trasparenza da evitare crack finanziari in futuro”. Le ultime parole famose.
Arriviamo alla crisi attuale. Come era ovvio per gli addetti ai lavori, non c’è Sarbanes-Oxley che tenga, quando una bolla si forma deve scoppiare. Ancora una volta, sono i meccanismi di allucinazione collettiva che dovrebbero essere sotto accusa, non il capitalismo. È dal 2004 che ricevo spam email che annunciano il futuro crash del mercato edilizio e propongono forme di investimento alternativo. La realtà era sotto gli occhi di tutti, non che gli spammer promotori di dubbie operazioni finanziarie alternative fossero particolarmente intelligenti o arguti premonitori dell’andamento del mercato. Ancora una volta, come nel 2002 per il caso Enron, la politica ha le maggiori colpe. È curioso come l’attuale crisi dei mutui subprime non sia stata un argomento da usare dai democratici in campagna elettorale contro il candidato repubblicano. Un attacco di Obama contro i repubblicani che li avesse accusati di essere responsabili per la crisi dei mutui subprime si sarebbe ritorto contro di lui. Fin dall’inizio sia democratici che repubblicani hanno ammesso di avere colpe comuni – molto comprensibile, visto che da parte repubblicana lasciare crescere la bolla finanziaria significava dare il miraggio di un “sogno americano” facile per quella parte di popolazione esclusa dai grandi sgravi fiscali dell’era Bush, e da parte democratica il gonfiare a dismisura enti parastatali come Fanny May and Freddy Mac rientrava nella logica di welfare statalista di cui i democratici sono campioni e promotori. Dal 2004 era chiaro che la bolla era in atto, ma nessuno ha mosso un dito per evitarne le catastrofiche conseguenze. Il prezzo politico da pagare era troppo alto per tutti.
Il pensare che un intervento governativo a Wall Street possa migliorare la situazione è risibile. La risposta statale alla crisi sarà ancora una volta burocratica. Un’ennesima commissione d’inchiesta, che comporterà la creazione di un altro ente – prevedo un nuovo controllore dei controllori, una super-SEC – che emanerà direttive che implicheranno la creazione di documenti e rapporti, che con l’andar del tempo nessuno leggerà, ma che entreranno a far parte dei ritualismi aziendali… fino alla prossima bolla. Che arriverà puntualmente, nonostante i nuovi regolamenti.
Ho già avuto un assaggio della nuova ventata regolativa. Per una delle maggiori banche sopravvissute al terremoto finanziario ho disegnato un sistema informativo che calcola l’esposizione al rischio di ogni posizione di trading. Usando una modellistica finanziaria ultrasofisticata, siamo in grado di calcolare il rischio dovuto a shock di mercato, come il prezzo del greggio a 200 dollari al barile o il crollo del rublo. Simulando scenari “normali”, invece che imporre shocks, siamo in grado di consigliare di disfarsi di posizioni più a rischio e di avere un portafoglio più bilanciato. Questo su un volume di circa 4 milioni di posizioni al giorno. I creatori dei modelli di simulazione hanno almeno un dottorato di ricerca in matematica, e guadagnano cifre che solo il settore privato può permettersi. La SEC, che sta già imponendo la produzione di documenti e rapporti obbligatori in seguito alla recente crisi, si è mostrata molto interessata al sistema, il cui by-product è la creazione di rapporti finanziari che ogni giorno dovranno essere obbligatoriamente forniti all’ente regolatore. C’è tuttavia un problema. Siccome alla SEC nessuno è in grado di capire l’output del nostro sistema, perchè troppo complesso, i diligenti funzionari governativi hanno chiesto, in modo candidamente naïve: “Non potreste darci solo una pagina riassuntiva?”. La domanda stessa tradisce la colossale incompetenza dell’ente governativo. No, non è possible riassumere in una pagina il risultato di una simulazione così sofisticata da richiedere menti matematiche e risorse informatiche non comuni, è come chiedere di riassumere in una pagina il contenuto dell’Enciclopedia Treccani. Sappiamo già come andrà finire. I rapporti giornalieri prodotti dal nostro sistema, che presto diventeranno obbligatori per tutto il settore, andranno a formare una pila su una scrivania di un burocrate che non saprà neppure leggerli, ma che li catalogherà con diligente deferenza burocratica in caso una nuova commissione d’inchiesta ne abbia bisogno.
Se da una parte l’immissione di nuove regole urta la mia sensibilità libertaria, dall’altra me la rido pensando alle nuove opportunità per me e per la mia azienda. In controtendenza con il resto del mercato a New York, siamo già in espansione; il nuovo grosso business, per il momento, è l’integrazione dei sistemi informativi in seguito alle fusioni delle grandi banche, per esempio Merrill Lynch e Bank of America. Ma è solo l’inizio – anticipiamo una espansione ancora maggiore quando le banche sopravvissute alla crisi finanziaria dovranno ricorrere ai nostri servizi di supporto informatico per ottemperare alle nuove regole burocratiche che indubbiamente seguiranno il bailout.
Così come i monatti, che immuni alla peste durante le grandi epidemie dal medio evo al seicento, lucravano sulle sfortune altrui, facendosi pagare lautamente per portare i malati al lazzaretto ed i morti al cimitero, noi, monatti del 21esimo secolo, prosperiamo, nostro malgrado, sulle miserie indotte dallo statalismo e dalla frenesia regolamentativa, pur sapendo in anticipo che il frutto del nostro lavoro non servirà ad impedire la prossima bolla; servirà soltanto a dare un fallace senso di sicurezza al cittadino medio, rassicurato dai politici sull’impossibilità di un nuovo crollo, “adesso che il governo ha finalmente sotto controllo Wall Street”. Sembra un déjà vu che si ripete e si perpetua senza mai destare il dubbio che la ricetta statalista provoca solo sprechi e burocrazia aggiuntiva senza mai risolvere il problema. (l'Occidentale)
venerdì 7 novembre 2008
Ma il linguaggio diretto di Silvio ha creato la sua fortuna politica.
Berlusconi è così, prendere o lasciare: il protocollo e il gergo della diplomazia non sono nel suo dna, ma stipulare tredici accordi con la Russia e ripulire Napoli dai rifiuti sono cose che gli riescono bene. Prendete l’esempio della battuta su Barack Obama: che cosa avrebbe detto di sconveniente Berlusconi, se si va all’osso? Il fatto che alluda al colore della pelle del nuovo Presidente degli Stati Uniti? Ma che scoperta! Tutto il mondo ne parla, da mesi, compresi tutti i sepolcri imbiancati che oggi simulavano indignazione e raccapriccio. Anzi, a voler essere filologici, il modo in cui Obama deve essere definito, in America, non è ovviamente la parola nigger (che corrisponde anche in italiano al dispregiativo «negro»), non è di sicuro «afroamerican» (perché Obama non appartiene al ceppo etnico degli ex schiavi dell’Ottocento), ma è proprio «coloured» (di cui «abbronzato», se vogliamo, è la più vezzeggiativa delle traduzioni). Quindi, andando al sodo, nella frase pronunciata da Berlusconi in Russia non c’è nulla, ma proprio nulla che abbia un sottofondo vagamente o concretamente razzistico. Ed è la sostanza delle cose che decide se una battuta è offensiva oppure no. Mentre la vera gaffe è quella di chi continua a non capire che da quattordici anni, l’anomalia vincente di Berlusconi consiste proprio nella sua continua capacità di violare i confini del politicamente corretto. Dovrebbero capire, i Veltroni, i Franceschini, i vari Di Pietro che da almeno quattordici anni non è che Berlusconi vinca malgrado un eloquio che loro considerano sconveniente, ma semmai il contrario. Berlusconi vince proprio perché la sua cifra comunicativa è questa: diversa, non imbrigliata dalle convenienze, non congelata dal freddo sigillo della più algida burocraticità. Ma tutti i grandi leader violano e hanno violato questi confini, nella storia: non era politicamente corretto Winston Churchill, quando durante la guerra pronosticava «lacrime e sangue» (non parlava di «sacrifici doverosi», come gli eurocrati di oggi), non lo era sicuramente Charles De Gaulle quando spiegava che nella sua Francia c’erano più partiti politici che formaggi (ed era Presidente della Repubblica!). E così, da quattordici lunghi anni, Silvio Berlusconi continua a fare questo: si diverte a infilare le corna in una foto ufficiale, per esempio. Sono forse più spontanee quelle foto in cui le grisaglie grigie dei burocrati si mettono in posa una al fianco all’altra? Ovviamente no. C’è forse qualcosa di offensivo per il ministro spagnolo che fu vittima di questa burla? Ovviamente no. E dunque Berlusconi rompe quella ritualità impolverata, e comunica la sua diversità. Oppure il premier dice: vincerò io perché «gli elettori non sono mica dei coglioni». Tutti noi, nella nostra vita quotidiana facciamo ricorso a questo lessico informale, e sicuramente ironico: ma gli opinionisti della sinistra vogliono vedere in quella battuta una notitia criminis e allora ne rovesciano il senso: «Berlusconi dà dei coglioni agli elettori del centrosinistra». Qui, se c’è qualcosa di osceno è il modo in cui il senso di quella battuta è stato deliberatamente stravolto per creare un caso, per trasformarla in un insulto. E il Berlusconi che dava del kapò a Schultz che aveva mancato di rispetto al governo italiano? Certo, per un tedesco era sicuramente un’offesa sanguinosa, ma non era anche questa una risposta a chi per anni ci ha dipinto come dei mangiaspaghetti mafiosi? Ancora una volta, il politicamente scorretto berlusconiano andava al senso delle cose, senza giri di parole, e significava scrollarsi di dosso gli atavici complessi di inferiorità che per noi risalgono alla seconda Guerra mondiale.Lo stesso vale per le barzellette sulle sabbiature, per le bandane più o meno esibite, per le revisioni storiografiche un po’allegre e per le battute sulle località di «villeggiatura» dei confinati del fascismo. Il premier è diverso dai molti ipocriti che si fanno scudo del politicamente corretto per difendere politiche scorrettissime, lobbies di affari, rendite di posizione e poteri forti. Nella sua base elettorale il politicamente scorretto berlusconiano raccoglie ascolto e consensi. Una «connessione sentimentale», come direbbe forse Antonio Gramsci, che al rapporto fra il sentimento nazionalpopolare e le leadership ha dedicato alcune delle pagine più belle dei suoi quaderni. Parlava anche di Berlusconi. Anche se non poteva saperlo. (il Giornale)
mercoledì 5 novembre 2008
La vera sciagura saranno gli obamiani italici. Lanfranco Pace
Un po’ per tigna, un po’ per una certa consuetudine con il tavolo verde, so che finché hai una fiche e una sedia, non hai ancora perso. La vittoria gli altri se la devono comunque sudare. Obama ha sudato, mese dopo mese, andando a mille, adrenalina al massimo, mettendo in riga tutti. Per diritto democratico e forza della leadership il presente e l’avvenire sono innegabilmente suoi. Non hanno sudato affatto invece gli adoranti di questa contrada, le giovani marmotte che sognano l’altra faccia dell’America e che hanno già ordinato balle di tubini neri e camicie bianche immacolate da portare con il colletto aperto. Nei mesi a venire dunque la sciagura non sarà Obama, ma gli obamiani italici, i residuali del riciclo, gli specialisti fantasiosi della protesi e della plastica facciale.
Noi, pochi in verità, che per otto anni abbiamo approvato una politica “barbara” perché pensavamo fosse la sola in grado di difendere la democrazia e l’occidente, fregandocene dell’evidente mancanza di carisma e d’appeal del comandante in capo, perdonandolo anche quando si comportava come un “ganascia” di periferia, ecco noi possiamo sopportare tutto ma non un crepuscolo malinconico. Perché, delle due l’una. O abbiamo preso una crudele cantonata e allora dovremmo ammetterlo. Oppure se siamo ancora convinti che il bushismo continuerà oltre Bush, al più con qualche correzione di forma, dobbiamo saper aspettare con spavalderia.
Siccome mi sono fatto due palle così a sentire chiacchiere stravaghe di gente che diceva che Bin Laden l’avevano inventato gli americani e quindi spettava a loro chiedere scusa all’islam e al mondo, ho visto pure uomini con occhialetti d’acciaio e donne tacco zero precipitarsi alle peggiori cagate di Michael Moore, proprio io che amo follemente l’America da quando vidi “Via col vento” e “Ombre rosse” e che l’amo tutta intera perché è un paese e uno solo e Humphrey Bogart e John Wayne sono due facce dello stesso mito, ecco io a questi qua non gliela darò mai vinta. Poi si vede già che Obama ha un che di sceriffo, sarà Morgan Freeman e non il Duke, va bene lo stesso: quando se ne accorgeranno qui, ci sarà da ridere. (il Foglio)
Noi, pochi in verità, che per otto anni abbiamo approvato una politica “barbara” perché pensavamo fosse la sola in grado di difendere la democrazia e l’occidente, fregandocene dell’evidente mancanza di carisma e d’appeal del comandante in capo, perdonandolo anche quando si comportava come un “ganascia” di periferia, ecco noi possiamo sopportare tutto ma non un crepuscolo malinconico. Perché, delle due l’una. O abbiamo preso una crudele cantonata e allora dovremmo ammetterlo. Oppure se siamo ancora convinti che il bushismo continuerà oltre Bush, al più con qualche correzione di forma, dobbiamo saper aspettare con spavalderia.
Siccome mi sono fatto due palle così a sentire chiacchiere stravaghe di gente che diceva che Bin Laden l’avevano inventato gli americani e quindi spettava a loro chiedere scusa all’islam e al mondo, ho visto pure uomini con occhialetti d’acciaio e donne tacco zero precipitarsi alle peggiori cagate di Michael Moore, proprio io che amo follemente l’America da quando vidi “Via col vento” e “Ombre rosse” e che l’amo tutta intera perché è un paese e uno solo e Humphrey Bogart e John Wayne sono due facce dello stesso mito, ecco io a questi qua non gliela darò mai vinta. Poi si vede già che Obama ha un che di sceriffo, sarà Morgan Freeman e non il Duke, va bene lo stesso: quando se ne accorgeranno qui, ci sarà da ridere. (il Foglio)
martedì 4 novembre 2008
L'eroe americano degli antiamericani. Arturo Diaconale
“Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi”. Quante volte abbiamo ascoltato la famosa frase di Bertold Brecht? Una infinità. Al punto da convincerci che esprime un valore assoluto, da considerare come se facesse parte dei “Dieci Comandamenti”. Invece, si tratta di una colossale sciocchezza. Perché i popoli hanno bisogno di eroi positivi. Al punto che se non riescono ad esprimerne di propri si aggrappano agli eroi altrui. Il caso delle elezioni americane è la riprova che Brecht sbagliava e che quelli che lo avevano trasformato in un Mosè redivivo ci hanno per decenni imbrogliato. Non avendo più eroi condivisi a cui fare riferimento ed, anzi, avendo per decenni smitizzato e cancellato tutti quelli provvisti dei requisiti per esserlo, l’opinione pubblica italiana ha puntato su un eroe straniero ed ha scelto come espressione dei propri sogni, aspettative e speranze il candidato democratico alla Casa Bianca Barak Obama. A dispetto dei sondaggi che ci hanno martoriato nella lunghissima campagna elettorale Usa, nessuno è in grado di prevedere con certezza se Obama riuscirà a battere McCain. Ma questo sembra un dettaglio marginale. Per quella parte degli italiani (si calcola più dell’ottanta per cento) che lo ha scelto come proprio eroe, il candidato democratico è già presidente da più di un anno. Certo, oggi gli americani votano. E questa sera ci saranno le interminabili dirette sull’andamento delle operazioni elettorali nei singoli stati.
Ma per gli obamisti italici si tratta di un rituale dall’esito scontato. Ai loro occhi l’eroe siede già da mesi al tavolo presidenziale. E se ancora non ha avuto l’investitura ufficiale e non svolge le funzioni che un tempo furono di Kennedy lo si deve solo al testardo attaccamento alla poltrona del nefasto Bush. Il fenomeno non è soltanto italiano ma riguarda tutti i paesi europei. Anzi, pare che in Francia, Spagna, Germania e Regno Unito le percentuali di chi ha scelto Obama come proprio eroe siano addirittura più alte di quelle che registrate nelle nostre città. Come se l’intero Vecchio Continente avesse rinunciato ad avere come modello un personaggio espressione della propria storia e della propria tradizione politica e culturale ed avesse deciso di puntare su un modello di eroe definitivamente globalizzato. Perché Obama? Ognuno si può sbizzarrire nel formulare una risposta. Perché è politicamente corretto in quanto nero ma al tempo stesso a stelle ed a strisce. Perché promette più tasse e più intervento pubblico che è musica per le orecchie degli orfani del socialismo di stampo sovietico (ed anche del corporativismo di stampo italiano). Perché lascia intendere che rinnegherà l’unilateralismo imperiale di Bush e tornerà all’imperialismo multilaterale di Clinton.
Perché è giovane, aitante e sembra il figlio di Sidney Poitier ed il fratello più piccolo di Denzel Washington. I perché possono essere infiniti. Ma è un fatto che le folle italiche e quelle europee hanno scelto un eroe e se la loro granitica certezza di avere finalmente l’uomo giusto a cui guardare come speranza per il futuro venisse infranta, si sentirebbero terribilmente frustrate e deluse. Si dirà che tutto questo è frutto del condizionamento dei media, che negli Usa così come in Europa, sono per la maggior parte schierati ed adagiati sulle posizioni liberal e di sinistra. Si dirà anche che nel puntare su Obama gli antiamericani dell’Europa non si rendono conto di dimostrare di non avere altro modello che quello americano. Si dirà quello che si vuole. Ma soprattutto che, alla faccia del comunista ipocrita Brecht, gli eroi servono. (l'Opinione)
Ma per gli obamisti italici si tratta di un rituale dall’esito scontato. Ai loro occhi l’eroe siede già da mesi al tavolo presidenziale. E se ancora non ha avuto l’investitura ufficiale e non svolge le funzioni che un tempo furono di Kennedy lo si deve solo al testardo attaccamento alla poltrona del nefasto Bush. Il fenomeno non è soltanto italiano ma riguarda tutti i paesi europei. Anzi, pare che in Francia, Spagna, Germania e Regno Unito le percentuali di chi ha scelto Obama come proprio eroe siano addirittura più alte di quelle che registrate nelle nostre città. Come se l’intero Vecchio Continente avesse rinunciato ad avere come modello un personaggio espressione della propria storia e della propria tradizione politica e culturale ed avesse deciso di puntare su un modello di eroe definitivamente globalizzato. Perché Obama? Ognuno si può sbizzarrire nel formulare una risposta. Perché è politicamente corretto in quanto nero ma al tempo stesso a stelle ed a strisce. Perché promette più tasse e più intervento pubblico che è musica per le orecchie degli orfani del socialismo di stampo sovietico (ed anche del corporativismo di stampo italiano). Perché lascia intendere che rinnegherà l’unilateralismo imperiale di Bush e tornerà all’imperialismo multilaterale di Clinton.
Perché è giovane, aitante e sembra il figlio di Sidney Poitier ed il fratello più piccolo di Denzel Washington. I perché possono essere infiniti. Ma è un fatto che le folle italiche e quelle europee hanno scelto un eroe e se la loro granitica certezza di avere finalmente l’uomo giusto a cui guardare come speranza per il futuro venisse infranta, si sentirebbero terribilmente frustrate e deluse. Si dirà che tutto questo è frutto del condizionamento dei media, che negli Usa così come in Europa, sono per la maggior parte schierati ed adagiati sulle posizioni liberal e di sinistra. Si dirà anche che nel puntare su Obama gli antiamericani dell’Europa non si rendono conto di dimostrare di non avere altro modello che quello americano. Si dirà quello che si vuole. Ma soprattutto che, alla faccia del comunista ipocrita Brecht, gli eroi servono. (l'Opinione)
lunedì 3 novembre 2008
Silvio pensaci tu...
Vorrei che Berlusconi intervenisse, vorrei che indicesse una conferenza stampa per chiarire una volta per tutte e definitivamente la condotta del Governo riguardo alla scuola.
Troppe parole al vento si sono spese da parte di tutti: sono rimasti pressapochismo ed improvvisazione.
La sinistra mistifica, falsifica, omette e inventa: nessun aggancio alla verità, se non per sbaglio.
La destra annaspa, si difende, balbetta e soccombe.
Non possiamo permetterci politici impreparati perché, di fronte a spudorate falsità, si deve poter controbattere con precisione chirurgica e argomentazioni solide.
La maggioranza non sa comunicare e si ostina ad usare il linguaggio del confronto, concedendo all'opposizione lo slogan urlato e il clamore della piazza.
Siccome è falso che il Governo "controlla" le televisioni e la carta stampata, dobbiamo dimostrare una volta per tutte che l'autorità e l'autorevolezza di una coalizione di governo si misurano con i fatti e non con le panzane di chi sa solo contestare.
Potrebbe essere ragionevole non partecipare ai dibattiti televisivi, ma trovo più efficace ricorrere alla prova provata, alla carta scritta e al giudizio terzo quando si contestano numeri o fatti facilmente verificabili: non è possibile che non si trovi un accordo su numeri pubblicati o su fatti, leggi ed episodi pubblici.
Troppe parole al vento si sono spese da parte di tutti: sono rimasti pressapochismo ed improvvisazione.
La sinistra mistifica, falsifica, omette e inventa: nessun aggancio alla verità, se non per sbaglio.
La destra annaspa, si difende, balbetta e soccombe.
Non possiamo permetterci politici impreparati perché, di fronte a spudorate falsità, si deve poter controbattere con precisione chirurgica e argomentazioni solide.
La maggioranza non sa comunicare e si ostina ad usare il linguaggio del confronto, concedendo all'opposizione lo slogan urlato e il clamore della piazza.
Siccome è falso che il Governo "controlla" le televisioni e la carta stampata, dobbiamo dimostrare una volta per tutte che l'autorità e l'autorevolezza di una coalizione di governo si misurano con i fatti e non con le panzane di chi sa solo contestare.
Potrebbe essere ragionevole non partecipare ai dibattiti televisivi, ma trovo più efficace ricorrere alla prova provata, alla carta scritta e al giudizio terzo quando si contestano numeri o fatti facilmente verificabili: non è possibile che non si trovi un accordo su numeri pubblicati o su fatti, leggi ed episodi pubblici.
domenica 2 novembre 2008
La scuola che non cambia. Davide Giacalone
La scuola d’oggi non è diversa da quella di ieri, quella di domani non sarà diversa da quella d’oggi. La conversione in legge di un decreto ha agitato le piazze, ha fatto il miracolo di restituire la parola ad una politica altrimenti muta. Senza saper leggere, però. Se il testo fosse conosciuto per quel che c’è scritto, sarebbero ingiustificati tanto i festeggiamenti quanto i lutti. La riforma non c’è, e quella che si vedrà è il frutto di due legislature fa, quando passava nel silenzio dei movimenti e con la sinistra che, nella scorsa legislatura, si limitò a posticipare, senza nulla cambiare. Se così stanno le cose (e sfido a dimostrare il contrario), cosa sta succedendo?
Dire che i giovani in piazza sono solo una minoranza serve a poco, anzi, confonde le idee. Sono anni che non esiste alcun movimento studentesco, e le varie “pantere”, di cui i giornalisti riempivano articoli e teleschermi, erano micioni, gattini ciechi fuori dal contesto. Ragazzi che si accontentavano dell’ignoranza che veniva impartita loro, che scorrevano in scuole ed università senza selezione e meritocrazia, convinti che il tempo, condito anche con qualche sensuale piazzata, avrebbe dato loro i “diritti” dei loro genitori: consumare senza produrre, vincere senza competere.
I tagli riguardano (troppo poco) baronie e rendite di posizione, ma sono i giovani a fornire la carne da manifestazione. Ho visto che alcuni studenti si sono spogliati, per attirare i fotografi. Claudiani e veline hanno applicato alla protesta il codice comunicativo nel quale sono cresciuti. Un padre s’è arrabbiato. Ha ragione, ma è terribilmente in ritardo, perché s’è allevata una generazione destinata ad applicare la profezia di Andy Warhol, senza neanche conoscerla: tutti saranno famosi, per quindici minuti. Ho ascoltato un’assemblea all’università di Siena, dove parlavano i professori: cattivo italiano, lessico datato e logica mancante.
Il brodo di coltura, però, è pericoloso. Solo pochi sembrano avvertire quel che sta arrivando. Non avremo “studenti ed operai uniti nella lotta”, ma spappolamento sociale, incattivito da minore possibilità di consumare. Urge politica, capacità di offrire disegni coerenti e riforme profonde. Ne vedo tanti che parlano al passato, altri che galleggiano sul presente. Il futuro è sguarnito.
Dire che i giovani in piazza sono solo una minoranza serve a poco, anzi, confonde le idee. Sono anni che non esiste alcun movimento studentesco, e le varie “pantere”, di cui i giornalisti riempivano articoli e teleschermi, erano micioni, gattini ciechi fuori dal contesto. Ragazzi che si accontentavano dell’ignoranza che veniva impartita loro, che scorrevano in scuole ed università senza selezione e meritocrazia, convinti che il tempo, condito anche con qualche sensuale piazzata, avrebbe dato loro i “diritti” dei loro genitori: consumare senza produrre, vincere senza competere.
I tagli riguardano (troppo poco) baronie e rendite di posizione, ma sono i giovani a fornire la carne da manifestazione. Ho visto che alcuni studenti si sono spogliati, per attirare i fotografi. Claudiani e veline hanno applicato alla protesta il codice comunicativo nel quale sono cresciuti. Un padre s’è arrabbiato. Ha ragione, ma è terribilmente in ritardo, perché s’è allevata una generazione destinata ad applicare la profezia di Andy Warhol, senza neanche conoscerla: tutti saranno famosi, per quindici minuti. Ho ascoltato un’assemblea all’università di Siena, dove parlavano i professori: cattivo italiano, lessico datato e logica mancante.
Il brodo di coltura, però, è pericoloso. Solo pochi sembrano avvertire quel che sta arrivando. Non avremo “studenti ed operai uniti nella lotta”, ma spappolamento sociale, incattivito da minore possibilità di consumare. Urge politica, capacità di offrire disegni coerenti e riforme profonde. Ne vedo tanti che parlano al passato, altri che galleggiano sul presente. Il futuro è sguarnito.
mercoledì 29 ottobre 2008
Un discorso severo ai ragazzi. Valerio Fioravanti
Le proteste contro la povera ministra Gelmini sembrano sgonfiarsi rapidamente, e i tempi rapidi dei passaggi parlamentari stanno certamente aiutando in questo senso. Vedremo se l’ennesima riforma parziale funzionerà, o se tutto si impantanerà come al solito. Lo scossone sembra di rilievo, ma l’Italia ha una lunga tradizione di leggi varate e inganni subito dopo varati, e non è detto che il taglio di fondi porti automaticamente i migliori ad emergere. Vedremo. Intanto nella discussione un elemento è mancato: nessuno sembra aver avuto il coraggio di fare agli studenti un discorso severo ma ineluttabile. Ai ragazzi qualcuno avrebbe dovuto dire: “Nessuno vi vuole male, nessuno ce l’ha con voi, ma ci sono delle cose importanti che vanno aggiustate. Ad esempio non abbiamo bisogno di diverse decine di migliaia di laureati l’anno in Lettere, Scienze della Comunicazione, Sociologia o Scienze Politiche. Non perché questo governo sia cattivo o disinteressato. Ma perché è l’Europa a non aver bisogno di titoli del genere, è perché nel mondo intero queste qualifiche servono a molto poco. Nessuno vuole togliervi il diritto di laurearvi in Lettere e cose simili, ma se lo fate, poi non abbiate subito dopo la pretesa che lo Stato vi assegni un impiego a tempo indeterminato. Laureatevi in quello che volete, ma se poi sarete precari, sappiate che non abbiamo risorse per trovarvi il famoso posto fisso. Il paese, che deve competere con il resto del mondo, ha più bisogno di altre specializzazioni. Su quelle sposteremo le risorse, e nessuno consideri questo necessario aggiornamento una cattiveria o un complotto”. A dire il vero molti studenti questo discorso sembrano averlo capito da soli, ma un ripasso per i più ideologicamente illusi non farebbe male. (l'Opinione)
martedì 28 ottobre 2008
Per usare i pentiti fecero fuori Falcone. Davide Giacalone
La vittima non è Calogero Mannino, è l’Italia. Qui non finisce una storia giudiziaria, qui inizia il dovere della memoria. Dopo quattordici anni, di cui due passati in galera, un ex ministro è non colpevole d’avere favorito la mafia. Mannino vince la sua partita giudiziaria e umana. Noi abbiamo perso tutto, e tacendo ci giocheremmo anche l’onore.
Questo non è l’unico processo avventuroso ed infondato con cui s’è cambiato il corso della storia italiana. Sono tanti, e non solo palermitani. Questo non è l’unico sfregio che, con l’uso incontrollato e criminale dei pentiti, s’è fatto al volto della giustizia. Per accedere a quest’arma la sinistra giudiziaria dei Violante e delle Paciotti dovette far fuori Giovanni Falcone. Da allora, mai, nessun pentito ha pagato per le bugie dette. Sapete perché? Perché temono che questi infami assassini rivelino chi gliele ha suggerite. Ricordatevi di Balduccio Di Maggio, presunto pentito cui lo Stato diede i soldi per comperare le armi e continuare ad ammazzare, il quale di fesserie ne ha raccontate tante. Il padre gli telefonò, preoccupato, chiedendogli se non fosse impazzito. Lui rispose: padre mio, tengo i cani attaccati. In aula, durante il processo ad Andreotti, gli chiesero: chi sono i cani? Lui indicò i pubblici ministeri, a descriverne la dipendenza. E’ chiaro?
La classe dirigente siciliana meritava la sconfitta politica, invece la giustizia politicizzata ci ha sequestrato la democrazia. Gli oppositori di Mannino credettero di vincere, non s’accorsero d’essersi suicidati. Gli italiani hanno subito un danno irreparabile ed i palermitani anche la beffa di dover pagare le spese giudiziarie, essendosi il loro comune improvvidamente costituito parte civile. Cercarono di rendere mafiosa la storia d’Italia, l’altra faccia della medaglia è la santificazione di chi pure ha responsabilità politiche. Invece si devono far emergere le responsabilità personali di chi ha allestito la fetida stagione giustizialista. E’ vitale non inquinare la memoria.
Non è facile, credetemi, e parole come queste si pagano per anni, nelle aule di giustizia. Dove ti trovi da solo e con il rischio di schiantare senza che nessuno dica una parola, perché non c’è solidarietà per i liberi ed i disallineati. Mai, però, rassegnarsi alla corruzione della storia.
Questo non è l’unico processo avventuroso ed infondato con cui s’è cambiato il corso della storia italiana. Sono tanti, e non solo palermitani. Questo non è l’unico sfregio che, con l’uso incontrollato e criminale dei pentiti, s’è fatto al volto della giustizia. Per accedere a quest’arma la sinistra giudiziaria dei Violante e delle Paciotti dovette far fuori Giovanni Falcone. Da allora, mai, nessun pentito ha pagato per le bugie dette. Sapete perché? Perché temono che questi infami assassini rivelino chi gliele ha suggerite. Ricordatevi di Balduccio Di Maggio, presunto pentito cui lo Stato diede i soldi per comperare le armi e continuare ad ammazzare, il quale di fesserie ne ha raccontate tante. Il padre gli telefonò, preoccupato, chiedendogli se non fosse impazzito. Lui rispose: padre mio, tengo i cani attaccati. In aula, durante il processo ad Andreotti, gli chiesero: chi sono i cani? Lui indicò i pubblici ministeri, a descriverne la dipendenza. E’ chiaro?
La classe dirigente siciliana meritava la sconfitta politica, invece la giustizia politicizzata ci ha sequestrato la democrazia. Gli oppositori di Mannino credettero di vincere, non s’accorsero d’essersi suicidati. Gli italiani hanno subito un danno irreparabile ed i palermitani anche la beffa di dover pagare le spese giudiziarie, essendosi il loro comune improvvidamente costituito parte civile. Cercarono di rendere mafiosa la storia d’Italia, l’altra faccia della medaglia è la santificazione di chi pure ha responsabilità politiche. Invece si devono far emergere le responsabilità personali di chi ha allestito la fetida stagione giustizialista. E’ vitale non inquinare la memoria.
Non è facile, credetemi, e parole come queste si pagano per anni, nelle aule di giustizia. Dove ti trovi da solo e con il rischio di schiantare senza che nessuno dica una parola, perché non c’è solidarietà per i liberi ed i disallineati. Mai, però, rassegnarsi alla corruzione della storia.
La fabbrica dei docenti. Francesco Giavazzi
La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.
I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.
Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.
La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.
Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio. (Corriere della Sera)
I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.
Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.
La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.
Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio. (Corriere della Sera)
lunedì 27 ottobre 2008
L'Italia immobile. Ernesto Galli della Loggia
Un Paese fermo, consegnato all'immobilità: ecco come appare oggi l'Italia. Non già nella cronaca convulsa del giorno per giorno, nell'agitazione della lotta politica, nei movimenti sempre imprevedibili di una società composita, frammentata e priva di inquadramenti istituzionali forti. Ma un Paese fermo perché anche nelle sue élites prigioniero dei luoghi comuni, incapace di pensare e di fare cose nuove in modo nuovo, di sciogliere i nodi che da tanto tempo ostacolano il suo cammino.
Da trent'anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos'altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine.
Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori. Da noi il passato non diviene mai inutile o inutilizzabile. Non si butta via mai niente. Ogni cosa è potenzialmente per sempre: ogni ruolo, ogni carica è a vita, e pure se siamo reduci da qualcosa lo siamo comunque in servizio permanente effettivo. In un'atmosfera di soffocante ripetitività siamo sempre spinti a conservare o a replicare tutto: idee, appuntamenti stagionali, parole d'ordine, comizi, titoli di giornali.
Ci domina una sorta di freudiana ritenzione anale infantile: paurosi di abbandonarci alla libertà creativa e innovativa dell'età adulta, a staccarci dalla comodità del già noto, solo noi, nella nostra vita pubblica, abbiamo inventato la figura oracolare e un po' ridicola del «padre della patria» con obbligo di universale reverenza. È, il nostro, l'immobilismo di un Paese abbarbicato a ciò che ha vissuto perché non riesce a credere più nel proprio futuro, di un Paese che sotto la vernice di un'eterna propensione alla rissa in realtà fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri, e desidera solo continuità. Che come un vecchio Narciso incartapecorito anela solo a rispecchiarsi nel già visto.
Un Paese, come c'informa La Stampa di qualche giorno fa, dove Guido Viale, antico giovane di un remoto «anno dei portenti », si compiace — invece di averne orrore — che oggi «le occupazioni delle scuole si fanno assieme ai genitori», e che «questi ragazzi lottano accanto ai professori e ai presidi». Già, «accanto ai professori e ai presidi»: che lotte devono essere! E comunque è con queste, buono a sapersi, che l'Italia si allena ai duri cimenti dell'avvenire. (Corriere della Sera)
Da trent'anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos'altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine.
Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori. Da noi il passato non diviene mai inutile o inutilizzabile. Non si butta via mai niente. Ogni cosa è potenzialmente per sempre: ogni ruolo, ogni carica è a vita, e pure se siamo reduci da qualcosa lo siamo comunque in servizio permanente effettivo. In un'atmosfera di soffocante ripetitività siamo sempre spinti a conservare o a replicare tutto: idee, appuntamenti stagionali, parole d'ordine, comizi, titoli di giornali.
Ci domina una sorta di freudiana ritenzione anale infantile: paurosi di abbandonarci alla libertà creativa e innovativa dell'età adulta, a staccarci dalla comodità del già noto, solo noi, nella nostra vita pubblica, abbiamo inventato la figura oracolare e un po' ridicola del «padre della patria» con obbligo di universale reverenza. È, il nostro, l'immobilismo di un Paese abbarbicato a ciò che ha vissuto perché non riesce a credere più nel proprio futuro, di un Paese che sotto la vernice di un'eterna propensione alla rissa in realtà fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri, e desidera solo continuità. Che come un vecchio Narciso incartapecorito anela solo a rispecchiarsi nel già visto.
Un Paese, come c'informa La Stampa di qualche giorno fa, dove Guido Viale, antico giovane di un remoto «anno dei portenti », si compiace — invece di averne orrore — che oggi «le occupazioni delle scuole si fanno assieme ai genitori», e che «questi ragazzi lottano accanto ai professori e ai presidi». Già, «accanto ai professori e ai presidi»: che lotte devono essere! E comunque è con queste, buono a sapersi, che l'Italia si allena ai duri cimenti dell'avvenire. (Corriere della Sera)
venerdì 24 ottobre 2008
Come siamo ridotti! Nel '68 c'erano i cattivi maestri, oggi le brave maestre. Marco Taradash
Che dire di un movimento che nel ’68 era guidato dai cattivi maestri e nello ’08 è trascinato nelle piazze dalle brave maestre elementari? Quanto meno che non farà danni epocali, certo, ma anche che si iscrive nel riflusso conservatore (nel senso italiano di anti-liberale) che pervade la cultura politica nazionale.
Ha fatto bene Berlusconi a precisare il suo pensiero e a smentire ciò che non aveva “né detto né pensato". Ossia “manderò la polizia nelle scuole e nelle università”, frase mai pronunciata come ciascuno può verificare sul sito di Repubblica che pretenderebbe di convincerci del contrario. La forzatura è tipica di un sistema dell’informazione che non riesce ancora a comprendere la strategia mediatica del premier. Il quale non procede per “stop and go” come scrive il pur acuto Minzolini, ma per “spot and go”: messaggi brevi e semplici che rassicurano la maggioranza silenziosa del suo elettorato e al tempo stesso lasciano ampio margine al pragmatismo.
La polizia nelle scuole sarebbe un anacronismo perché i bravi ragazzi dello Zerootto non vogliono né la rivoluzione né il potere e nemmeno la fantasia al potere. Gli basterebbe uno sconto sui tagli decisi dal ministro Tremonti. Certamente non è nel loro registro contestare il meccanismo ingiusto di tagli che pongono tutti gli atenei sul letto di Procuste e ne mozzano le risorse senza discriminare fra i pochi che investono sul futuro e i più che campano d’assistenzialismo. Tanto meno s’interrogano sull’opportunità che venga abolito il valore legale del titolo di studio, figuriamoci.
Con gran soddisfazione di rettori e famiglie a carico. “Lottano” invece contro una riforma Gelmini che non c’è, se non nel buon senso di introdurre un minimo di disciplina fra gli studenti e un po’ di sana amministrazione da buon padre di famiglia nella mangiatoia sindacale. A proposito: perché non imporre d’autorità la visione del film “La Classe” nelle scuole italiane? Ha vinto a Cannes e quindi ha un marchio doc di classe (v. Sotis, non Luxemburg) e di sinistra -i docenti non faranno obiezione- ma ci racconta dell’angoscia che ogni serio professore non può non provare di fronte al danno esistenziale che il permissivismo incide nella vita degli studenti nati nel quartiere sbagliato della società benestante.
Gli studenti oggi non vogliono neppure il diciotto per tutti, che d’altronde non fu un mito culturale esclusivo della sinistra sessantottina: Ennio Flaiano ricordava che durante gli anni del fascismo gli studenti manifestarono una sola volta, appunto per chiedere il diciotto agli esami..
No, il movimento di oggi sa solo cosa non vuole, come di fronte a ogni fremito riformista dei ministri dell’istruzione del passato, e non sa far altro che ripetere gli slogan stanchi dell’opposizione parlamentare, anche se poi ne fischia i rappresentanti ufficiali.
I paragoni col passato sono dunque impossibili. Il Sessantotto fu un fenomeno cataclismatico planetario, la fine della grande glaciazione seguita alla ripresa postbellica, nessuno poté sottrarsi alla ventata antiautoriatria e di autoaffermazione dei figli e delle figlie contro i padri, nelle famiglie come nelle istituzioni. In Italia rifluì presto in schermaglia ideologica fra bande marxiste degenerando via via nell’intolleranza politica e nel carrierismo individuale. Il Settantasette fu un fenomeno tutto italiano, la scintilla che scocca dalla collisione fra la paranoia anticapitalista alimentata dalla cultura egemone e la politica compromissoria di un Partito comunista che già allora sapeva tutto ma non aveva capito nulla. Fu la ginnastica maoista del primo mattino che preparava il viaggio nella clandestinità e preludeva alla notte del terrorismo.
Lo Zerootto è soltanto un bancone di prodotti surgelati a saldo nella Coop dei docenti nullafacenti. C’è la fila, e scomposta, sì, ma non vale la testa rotta di uno studente o di un carabiniere. (l'Occidentale)
Ha fatto bene Berlusconi a precisare il suo pensiero e a smentire ciò che non aveva “né detto né pensato". Ossia “manderò la polizia nelle scuole e nelle università”, frase mai pronunciata come ciascuno può verificare sul sito di Repubblica che pretenderebbe di convincerci del contrario. La forzatura è tipica di un sistema dell’informazione che non riesce ancora a comprendere la strategia mediatica del premier. Il quale non procede per “stop and go” come scrive il pur acuto Minzolini, ma per “spot and go”: messaggi brevi e semplici che rassicurano la maggioranza silenziosa del suo elettorato e al tempo stesso lasciano ampio margine al pragmatismo.
La polizia nelle scuole sarebbe un anacronismo perché i bravi ragazzi dello Zerootto non vogliono né la rivoluzione né il potere e nemmeno la fantasia al potere. Gli basterebbe uno sconto sui tagli decisi dal ministro Tremonti. Certamente non è nel loro registro contestare il meccanismo ingiusto di tagli che pongono tutti gli atenei sul letto di Procuste e ne mozzano le risorse senza discriminare fra i pochi che investono sul futuro e i più che campano d’assistenzialismo. Tanto meno s’interrogano sull’opportunità che venga abolito il valore legale del titolo di studio, figuriamoci.
Con gran soddisfazione di rettori e famiglie a carico. “Lottano” invece contro una riforma Gelmini che non c’è, se non nel buon senso di introdurre un minimo di disciplina fra gli studenti e un po’ di sana amministrazione da buon padre di famiglia nella mangiatoia sindacale. A proposito: perché non imporre d’autorità la visione del film “La Classe” nelle scuole italiane? Ha vinto a Cannes e quindi ha un marchio doc di classe (v. Sotis, non Luxemburg) e di sinistra -i docenti non faranno obiezione- ma ci racconta dell’angoscia che ogni serio professore non può non provare di fronte al danno esistenziale che il permissivismo incide nella vita degli studenti nati nel quartiere sbagliato della società benestante.
Gli studenti oggi non vogliono neppure il diciotto per tutti, che d’altronde non fu un mito culturale esclusivo della sinistra sessantottina: Ennio Flaiano ricordava che durante gli anni del fascismo gli studenti manifestarono una sola volta, appunto per chiedere il diciotto agli esami..
No, il movimento di oggi sa solo cosa non vuole, come di fronte a ogni fremito riformista dei ministri dell’istruzione del passato, e non sa far altro che ripetere gli slogan stanchi dell’opposizione parlamentare, anche se poi ne fischia i rappresentanti ufficiali.
I paragoni col passato sono dunque impossibili. Il Sessantotto fu un fenomeno cataclismatico planetario, la fine della grande glaciazione seguita alla ripresa postbellica, nessuno poté sottrarsi alla ventata antiautoriatria e di autoaffermazione dei figli e delle figlie contro i padri, nelle famiglie come nelle istituzioni. In Italia rifluì presto in schermaglia ideologica fra bande marxiste degenerando via via nell’intolleranza politica e nel carrierismo individuale. Il Settantasette fu un fenomeno tutto italiano, la scintilla che scocca dalla collisione fra la paranoia anticapitalista alimentata dalla cultura egemone e la politica compromissoria di un Partito comunista che già allora sapeva tutto ma non aveva capito nulla. Fu la ginnastica maoista del primo mattino che preparava il viaggio nella clandestinità e preludeva alla notte del terrorismo.
Lo Zerootto è soltanto un bancone di prodotti surgelati a saldo nella Coop dei docenti nullafacenti. C’è la fila, e scomposta, sì, ma non vale la testa rotta di uno studente o di un carabiniere. (l'Occidentale)
Decreto Gelmini*: articoli 16 e 66 della legge 133. Quelli che gli studenti universitari vorrebbero abrogare
Art. 16.Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università
1. In attuazione dell'articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell'autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e' adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e' approvata con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell'anno successivo a quello di adozione della delibera.
2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell'Università. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e' trasferita, con decreto dell'Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate.
3. Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse.
4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. Non e' ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.
5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.
6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l'ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.
7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l'amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell'ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario.
8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.
9. La gestione economico-finanziaria delle fondazioni universitarie assicura l'equilibrio di bilancio. Il bilancio viene redatto con periodicità annuale. Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l'entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.
10. La vigilanza sulle fondazioni universitarie e' esercitata dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Nei collegi dei sindaci delle fondazioni universitarie e' assicurata la presenza dei rappresentanti delle Amministrazioni vigilanti.
11. La Corte dei conti esercita il controllo sulle fondazioni universitarie secondo le modalità previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259 e riferisce annualmente al Parlamento.
12. In caso di gravi violazioni di legge afferenti alla corretta gestione della fondazione universitaria da parte degli organi di amministrazione o di rappresentanza, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca nomina un Commissario straordinario, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell'ente ed entro sei mesi da tale nomina procede alla nomina dei nuovi amministratori dell'ente medesimo, secondo quanto previsto dallo statuto.
13. Fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime.
Art.66 Turn over
1. Le amministrazioni di cui al presente articolo provvedono, entro il 31 dicembre 2008 a rideterminare la programmazione triennale del fabbisogno di personale in relazione alle misure di razionalizzazione, di riduzione delle dotazioni organiche e di contenimento delle assunzioni previste dal presente decreto.
2. All'articolo 1, comma 523, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 le parole «per gli anni 2008 e 2009» sono sostituite dalle parole «per l'anno 2008» e le parole «per ciascun anno» sono sostituite dalle parole «per il medesimo anno».
3. Per l'anno 2009 le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 523, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 10 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascuna amministrazione, il 10 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
4. All'articolo 1, comma 526, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 le parole «per gli anni 2008 e 2009» sono sostituite dalle seguenti: «per l'anno 2008».
5. Per l'anno 2009 le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 526, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 possono procedere alla stabilizzazione di personale in possesso dei requisiti ivi richiamati nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 10 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da stabilizzare non può eccedere, per ciascuna amministrazione, il 10 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
6. L'articolo 1, comma 527, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e' sostituito dal seguente: «Per l'anno 2008 le amministrazioni di cui al comma 523 possono procedere ad ulteriori assunzioni di personale a tempo indeterminato, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, nel limite di un contingente complessivo di personale corrispondente ad una spesa annua lorda pari a 75 milioni di euro a regime. A tal fine e' istituito un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze pari a 25 milioni di euro per l'anno 2008 ed a 75 milioni di euro a decorrere dall'anno 2009. Le autorizzazioni ad assumere sono concesse secondo le modalità di cui all'articolo 39, comma 3-ter della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni.».
7. Il comma 102 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e' sostituito dal seguente: «Per gli anni 2010 e 2011, le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, per ciascun anno, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 20 per cento di quella relativa al personale cessato nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascun anno, il 20 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
8. Sono abrogati i commi 103 e 104 dell'articolo 3, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.
9. Per l'anno 2012, le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 50 per cento di quella relativa al personale cessato nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere il 50 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
10. Le assunzioni di cui ai commi 3, 5, 7 e 9 sono autorizzate secondo le modalità di cui all'articolo 35, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, previa richiesta delle amministrazioni interessate, corredata da analitica dimostrazione delle cessazioni avvenute nell'anno precedente e delle conseguenti economie e dall'individuazione delle unità da assumere e dei correlati oneri, asseverate dai relativi organi di controllo.
11. I limiti di cui ai commi 3, 7 e 9 si applicano anche alle assunzioni del personale di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni. Le limitazioni di cui ai commi 3, 7 e 9 non si applicano alle assunzioni di personale appartenente alle categorie protette e a quelle connesse con la professionalizzazione delle forze armate cui si applica la specifica disciplina di settore.
12. All'articolo 1, comma 103 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, come modificato da ultimo dall'articolo 3, comma 105 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 le parole «A decorrere dall'anno 2011» sono sostituite dalle parole «A decorrere dall'anno 2013».
13. Le disposizioni di cui al comma 7 trovano applicazione, per il triennio 2009-2011 fermi restando i limiti di cui all'articolo 1, comma 105 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, nei confronti del personale delle università. Nei limiti previsti dal presente comma e' compreso, per l'anno 2009, anche il personale oggetto di procedure di stabilizzazione in possesso degli specifici requisiti previsti dalla normativa vigente. Nei confronti delle università per l'anno 2012 si applica quanto disposto dal comma 9. Le limitazioni di cui al presente comma non si applicano alle assunzioni di personale appartenente alle categorie protette. In relazione a quanto previsto dal presente comma, l'autorizzazione legislativa di cui all'articolo 5, comma 1, lettera a) della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e' ridotta di 63,5 milioni di euro per l'anno 2009, di 190 milioni di euro per l'anno 2010, di 316 milioni di euro per l'anno 2011, di 417 milioni di euro per l'anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013.
14. Per il triennio 2010-2012 gli enti di ricerca possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nei limiti di cui all'articolo 1, comma 643, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere in ciascuno dei predetti anni non può eccedere le unità cessate nell'anno precedente.
*Presunto decreto Gelmini: in realtà la 133 è legge Tremonti. Vedi i commenti.
1. In attuazione dell'articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell'autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e' adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e' approvata con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell'anno successivo a quello di adozione della delibera.
2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell'Università. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e' trasferita, con decreto dell'Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate.
3. Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse.
4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. Non e' ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.
5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.
6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l'ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.
7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l'amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell'ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario.
8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.
9. La gestione economico-finanziaria delle fondazioni universitarie assicura l'equilibrio di bilancio. Il bilancio viene redatto con periodicità annuale. Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l'entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.
10. La vigilanza sulle fondazioni universitarie e' esercitata dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Nei collegi dei sindaci delle fondazioni universitarie e' assicurata la presenza dei rappresentanti delle Amministrazioni vigilanti.
11. La Corte dei conti esercita il controllo sulle fondazioni universitarie secondo le modalità previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259 e riferisce annualmente al Parlamento.
12. In caso di gravi violazioni di legge afferenti alla corretta gestione della fondazione universitaria da parte degli organi di amministrazione o di rappresentanza, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca nomina un Commissario straordinario, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell'ente ed entro sei mesi da tale nomina procede alla nomina dei nuovi amministratori dell'ente medesimo, secondo quanto previsto dallo statuto.
13. Fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime.
Art.66 Turn over
1. Le amministrazioni di cui al presente articolo provvedono, entro il 31 dicembre 2008 a rideterminare la programmazione triennale del fabbisogno di personale in relazione alle misure di razionalizzazione, di riduzione delle dotazioni organiche e di contenimento delle assunzioni previste dal presente decreto.
2. All'articolo 1, comma 523, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 le parole «per gli anni 2008 e 2009» sono sostituite dalle parole «per l'anno 2008» e le parole «per ciascun anno» sono sostituite dalle parole «per il medesimo anno».
3. Per l'anno 2009 le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 523, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 10 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascuna amministrazione, il 10 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
4. All'articolo 1, comma 526, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 le parole «per gli anni 2008 e 2009» sono sostituite dalle seguenti: «per l'anno 2008».
5. Per l'anno 2009 le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 526, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 possono procedere alla stabilizzazione di personale in possesso dei requisiti ivi richiamati nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 10 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da stabilizzare non può eccedere, per ciascuna amministrazione, il 10 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
6. L'articolo 1, comma 527, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e' sostituito dal seguente: «Per l'anno 2008 le amministrazioni di cui al comma 523 possono procedere ad ulteriori assunzioni di personale a tempo indeterminato, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, nel limite di un contingente complessivo di personale corrispondente ad una spesa annua lorda pari a 75 milioni di euro a regime. A tal fine e' istituito un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze pari a 25 milioni di euro per l'anno 2008 ed a 75 milioni di euro a decorrere dall'anno 2009. Le autorizzazioni ad assumere sono concesse secondo le modalità di cui all'articolo 39, comma 3-ter della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni.».
7. Il comma 102 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e' sostituito dal seguente: «Per gli anni 2010 e 2011, le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, per ciascun anno, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 20 per cento di quella relativa al personale cessato nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascun anno, il 20 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
8. Sono abrogati i commi 103 e 104 dell'articolo 3, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.
9. Per l'anno 2012, le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 50 per cento di quella relativa al personale cessato nell'anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere il 50 per cento delle unità cessate nell'anno precedente.
10. Le assunzioni di cui ai commi 3, 5, 7 e 9 sono autorizzate secondo le modalità di cui all'articolo 35, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, previa richiesta delle amministrazioni interessate, corredata da analitica dimostrazione delle cessazioni avvenute nell'anno precedente e delle conseguenti economie e dall'individuazione delle unità da assumere e dei correlati oneri, asseverate dai relativi organi di controllo.
11. I limiti di cui ai commi 3, 7 e 9 si applicano anche alle assunzioni del personale di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni. Le limitazioni di cui ai commi 3, 7 e 9 non si applicano alle assunzioni di personale appartenente alle categorie protette e a quelle connesse con la professionalizzazione delle forze armate cui si applica la specifica disciplina di settore.
12. All'articolo 1, comma 103 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, come modificato da ultimo dall'articolo 3, comma 105 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 le parole «A decorrere dall'anno 2011» sono sostituite dalle parole «A decorrere dall'anno 2013».
13. Le disposizioni di cui al comma 7 trovano applicazione, per il triennio 2009-2011 fermi restando i limiti di cui all'articolo 1, comma 105 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, nei confronti del personale delle università. Nei limiti previsti dal presente comma e' compreso, per l'anno 2009, anche il personale oggetto di procedure di stabilizzazione in possesso degli specifici requisiti previsti dalla normativa vigente. Nei confronti delle università per l'anno 2012 si applica quanto disposto dal comma 9. Le limitazioni di cui al presente comma non si applicano alle assunzioni di personale appartenente alle categorie protette. In relazione a quanto previsto dal presente comma, l'autorizzazione legislativa di cui all'articolo 5, comma 1, lettera a) della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e' ridotta di 63,5 milioni di euro per l'anno 2009, di 190 milioni di euro per l'anno 2010, di 316 milioni di euro per l'anno 2011, di 417 milioni di euro per l'anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013.
14. Per il triennio 2010-2012 gli enti di ricerca possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nei limiti di cui all'articolo 1, comma 643, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere in ciascuno dei predetti anni non può eccedere le unità cessate nell'anno precedente.
*Presunto decreto Gelmini: in realtà la 133 è legge Tremonti. Vedi i commenti.
giovedì 23 ottobre 2008
Mannino assolto dopo 14 anni alla gogna. Dimitri Buffa
A 14 anni dalla sua iscrizione nel registro indagati, dopo avere subito l’umiliazione dell’arresto, della gogna mediatica, dei verbali dei pentiti sui giornali, delle analisi sociologiche sulla propria presunta contiguità alla mafia, e dopo una condanna in secondo grado a ott'anni di reclusione poi annullata dalla Cassazione, mercoledì 22 ottobre 2008 per l’ex ministro Calogero Mannino è forse finito un incubo giudiziario che ha coinciso con un pezzo di storia d’Italia.
Mannino fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1976 nelle file della Dc. In diversi governi ha ricoperto incarichi ministeriali, da ultimo nel 1991 nel settimo governo Andreotti dove ricoprì la carica di ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno.
Dopo la bufera giudiziaria che lo aveva ingiustamente coinvolto, Mannino era tornato sulla scena politica nel 2006 nelle fila dell'Udc. Alle ultime elezioni politiche era stato eletto senatore per il partito guidato da Pierferdinando Casini.
Al di là di una giustizia che arriva dopo quasi quindici anni però, con l’assoluzione di Mannino cade l’ultimo dei teoremi giudiziari della procura di Palermo dell’era di Giancarlo Caselli. Il terzo livello della mafia, quello poltico, non esiste più. Rimane in piedi solo l’assurda condanna detentiva per complicità con Cosa Nostra contro l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada ( e contro il funzionario di polizia Ignazio D’Antone) a puntellare il nulla in cui sono cadute tutte le altre accuse di mafiosità nei confronti del senatore a vita Giulio Andreotti, del giudice Corrado Carnevale e da ultimo dell’ex ministro dell’Agricoltura Calogero Mannino.
Nel 1995 l'ex ministro democristiano venne arrestato: rimase in carcere per 23 mesi. Nel 1997 viene rimesso in libertà per scadenza dei termini di custodia cautelare. Dall'apertura dell'inchiesta, avvenuta il 28 novembre 1995, si sono susseguite numerose sentenze. Nel 2001, dopo oltre 300 udienze e 400 testimoni citati, in primo grado l'ex ministro democristiano è stato assolto. La condanna arriva invece in appello nel 2004: cinque anni e quattro mesi di reclusione. La sentenza di condanna venne però annullata dalla Cassazione nel 2005 per “difetto di motivazione” e rinviata ad altra sezione della Corte di Appello.
Poi ci fu la sospensione dell’ulteriore dibattimento di secondo grado in seguito a una eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dai magistrati di Palermo a proposito della norma sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento in primo grado.
I giudici inviarono tutta la documentazione sul dibattimento alla Corte Costituzionale disponendo la sospensione del processo fino alla decisione della Consulta che poi, abrogando una legge che in mezzo mondo è pacificamente accettata (Stati Uniti compresi), ha dato il disco verde alla ripresa del processo. Alla fine del quale mercoledì 22 ottobre Mannino è stato nuovamente assolto. Teoricamente è ancora possibile un ulteriore ricorso della procura in Cassazione, ma a questo punto si tratterebbe di un caso di accanimento terapeutico per tenere in piedi un’inchiesta che, in quanto basata solo sulla parola dei soliti mafiosi criminali divenuti veri e propri professionisti del pentitismo, rischia comunque di naufragare nel nulla. Per la cronaca il Comune di Palermo che aveva insistito per tutti questi anni nel confermare la propria costituzione di parte civile, che risaliva all’epoca in cui era sindaco Leoluca Orlando, adesso dovrà pagare tutte le spese processuali dei sinora quattro gradi di giudizio effettuati.
L’assoluzione di Mannino è stata salutata da una sorta di commosso entusiasmo bipartisan.
Per il presidente dell’Udc Pier Ferdinando Casini, “l’assoluzione dell'onorevole Mannino ripaga il nostro collega, la sua famiglia e tutta l'Unione di centro di tanti anni di ingiuste umiliazioni e amarezze. Lo stato di diritto ha prevalso ma è il caso di dire: con troppo ritardo. Questa sentenza spazza via ombre e volgari attacchi che abbiamo subito nell'ultima campagna elettorale”. Per il senatore del Pd Marco Follini invece era scontato “che Mannino non avesse niente a che vedere con la mafia è sempre stata per me una certezza umana e politica. Ora è anche una certezza giudiziaria”. Contento per l’assoluzione anche il segretario della Dca Gianfranco Rotondi: “Persona per bene, uomo giusto, politico trasparente, che ha avuto sempre un comportamento lineare e corretto, Mannino ha potuto finalmente dimostrare la sua estraneità ai fatti. Finalmente giustizia è fatta”. Infine, le telefonate di felicitazioni sono arrivate anche dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal presidente del Senato Renato Schifani.
Quindici anni di soldi del contribuente italiano per cercare di dimostrare un teorema impossibile sono finiti in questa maniera. (l'Occidentale)
Mannino fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1976 nelle file della Dc. In diversi governi ha ricoperto incarichi ministeriali, da ultimo nel 1991 nel settimo governo Andreotti dove ricoprì la carica di ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno.
Dopo la bufera giudiziaria che lo aveva ingiustamente coinvolto, Mannino era tornato sulla scena politica nel 2006 nelle fila dell'Udc. Alle ultime elezioni politiche era stato eletto senatore per il partito guidato da Pierferdinando Casini.
Al di là di una giustizia che arriva dopo quasi quindici anni però, con l’assoluzione di Mannino cade l’ultimo dei teoremi giudiziari della procura di Palermo dell’era di Giancarlo Caselli. Il terzo livello della mafia, quello poltico, non esiste più. Rimane in piedi solo l’assurda condanna detentiva per complicità con Cosa Nostra contro l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada ( e contro il funzionario di polizia Ignazio D’Antone) a puntellare il nulla in cui sono cadute tutte le altre accuse di mafiosità nei confronti del senatore a vita Giulio Andreotti, del giudice Corrado Carnevale e da ultimo dell’ex ministro dell’Agricoltura Calogero Mannino.
Nel 1995 l'ex ministro democristiano venne arrestato: rimase in carcere per 23 mesi. Nel 1997 viene rimesso in libertà per scadenza dei termini di custodia cautelare. Dall'apertura dell'inchiesta, avvenuta il 28 novembre 1995, si sono susseguite numerose sentenze. Nel 2001, dopo oltre 300 udienze e 400 testimoni citati, in primo grado l'ex ministro democristiano è stato assolto. La condanna arriva invece in appello nel 2004: cinque anni e quattro mesi di reclusione. La sentenza di condanna venne però annullata dalla Cassazione nel 2005 per “difetto di motivazione” e rinviata ad altra sezione della Corte di Appello.
Poi ci fu la sospensione dell’ulteriore dibattimento di secondo grado in seguito a una eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dai magistrati di Palermo a proposito della norma sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento in primo grado.
I giudici inviarono tutta la documentazione sul dibattimento alla Corte Costituzionale disponendo la sospensione del processo fino alla decisione della Consulta che poi, abrogando una legge che in mezzo mondo è pacificamente accettata (Stati Uniti compresi), ha dato il disco verde alla ripresa del processo. Alla fine del quale mercoledì 22 ottobre Mannino è stato nuovamente assolto. Teoricamente è ancora possibile un ulteriore ricorso della procura in Cassazione, ma a questo punto si tratterebbe di un caso di accanimento terapeutico per tenere in piedi un’inchiesta che, in quanto basata solo sulla parola dei soliti mafiosi criminali divenuti veri e propri professionisti del pentitismo, rischia comunque di naufragare nel nulla. Per la cronaca il Comune di Palermo che aveva insistito per tutti questi anni nel confermare la propria costituzione di parte civile, che risaliva all’epoca in cui era sindaco Leoluca Orlando, adesso dovrà pagare tutte le spese processuali dei sinora quattro gradi di giudizio effettuati.
L’assoluzione di Mannino è stata salutata da una sorta di commosso entusiasmo bipartisan.
Per il presidente dell’Udc Pier Ferdinando Casini, “l’assoluzione dell'onorevole Mannino ripaga il nostro collega, la sua famiglia e tutta l'Unione di centro di tanti anni di ingiuste umiliazioni e amarezze. Lo stato di diritto ha prevalso ma è il caso di dire: con troppo ritardo. Questa sentenza spazza via ombre e volgari attacchi che abbiamo subito nell'ultima campagna elettorale”. Per il senatore del Pd Marco Follini invece era scontato “che Mannino non avesse niente a che vedere con la mafia è sempre stata per me una certezza umana e politica. Ora è anche una certezza giudiziaria”. Contento per l’assoluzione anche il segretario della Dca Gianfranco Rotondi: “Persona per bene, uomo giusto, politico trasparente, che ha avuto sempre un comportamento lineare e corretto, Mannino ha potuto finalmente dimostrare la sua estraneità ai fatti. Finalmente giustizia è fatta”. Infine, le telefonate di felicitazioni sono arrivate anche dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal presidente del Senato Renato Schifani.
Quindici anni di soldi del contribuente italiano per cercare di dimostrare un teorema impossibile sono finiti in questa maniera. (l'Occidentale)
mercoledì 22 ottobre 2008
Avviso ai naviganti...
"Voglio dare un avviso ai naviganti: non permetteremo che vengano occupate scuole e università perché l'occupazione dei posti pubblici non è un fatto di democrazia ma di violenza nei confronti di altri studenti, delle famiglie e dello Stato", ha detto Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, a fianco del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini.
Imperdibile il discorso del Presidente del Consiglio di oggi.
Necessario ascoltarlo tutto perché segna una svolta epocale nella storia d'Italia.
Berlusconi ha elencato le bugie che la sinistra si è inventata nel contrastare il decreto Gelmini ed è stato categorico nel ribadire che non cederà di un millimetro sulle scelte fatte per la scuola.
Un Berlusconi sicuro, determinato, inflessibile: mai visto così.
Un Berlusconi che aspettavamo di sentire da anni, che fa e dice le cose che vorremmo facesse e dicesse, che parla senza remore la nostra lingua, che bacchetta i direttori dei media se non riporteranno correttamente il resoconto della conferenza stampa e che si lamenta per la massiccia presenza di esponenti della sinistra "che sgambettano" su tutte le televisioni.
Il discorso di oggi passerà alla storia come è stato per il famoso "editto bulgaro" e la sinistra lo adotterà come bandiera contro Berlusconi nei prossimi mesi: sarà l'ennesimo motivo per votare sempre meno la sinistra.
Mi raccomando non perdetevelo.
Imperdibile il discorso del Presidente del Consiglio di oggi.
Necessario ascoltarlo tutto perché segna una svolta epocale nella storia d'Italia.
Berlusconi ha elencato le bugie che la sinistra si è inventata nel contrastare il decreto Gelmini ed è stato categorico nel ribadire che non cederà di un millimetro sulle scelte fatte per la scuola.
Un Berlusconi sicuro, determinato, inflessibile: mai visto così.
Un Berlusconi che aspettavamo di sentire da anni, che fa e dice le cose che vorremmo facesse e dicesse, che parla senza remore la nostra lingua, che bacchetta i direttori dei media se non riporteranno correttamente il resoconto della conferenza stampa e che si lamenta per la massiccia presenza di esponenti della sinistra "che sgambettano" su tutte le televisioni.
Il discorso di oggi passerà alla storia come è stato per il famoso "editto bulgaro" e la sinistra lo adotterà come bandiera contro Berlusconi nei prossimi mesi: sarà l'ennesimo motivo per votare sempre meno la sinistra.
Mi raccomando non perdetevelo.
Scuola: Berlusconi, tutte le bugie della sinistra. Agi
Silvio Berlusconi difende a spada tratta il "sacrosanto" decreto legge sulla scuola e "l'ottimo" ministro Gelmini. Sulla scuola c'e' solo "l'opportunismo politico" della sinistra che dice "falsita'" e vuole creare "una opposizione di piazza al Governo su un terreno circoscritto, perche' gli altri provvedimenti del Governo sono inattaccabili". Berlusconi rifiuta anche l'accusa di voler favorire la scuola privata: "Noi vogliamo solo una scuola pubblica migliore". Ecco l'elenco delle "bugie della sinistra": "1) non e' vero - dice Berlusconi - che si ridurra' il tempo pieno. Con l'introduzione del maestro unico e l'eliminazione delle compresenze si libereranno piu' maestri ed in 5 anni ci saranno 3950 classi in piu' con il tempo pieno; 2) non e' vero che ci saranno 30 alunni per classe. Al massimo ci saranno 26 alunni per classe; 3) non e' vero che scomparira' l'inglese alle elementari. Non ci sara' il maestro unico, ma il maestro prevalente. Rimarranno gli insegnanti di inglese, religione, edicazione fisica ed informatica. Non ci saranno variazioni per le ore di inglese alle elementari; 4) non e' vero che verranno licenziati 87mila insegnanti. Ci sara' il blocco del turn over perche' in Italia c'e' un docente ogni 9 alunni, in Europa 1 ogni 13. Ci saranno meno insegnanti, ma meglio pagati. Il 40% degli insegnanti piu' meritevole avra' 7mila euro all'anno in piu'; 5) non e' vero che diminuiranno i 93mila insegnanti per i diversamente abili; 6) non e' vero che chiuderanno le scuole di montagna. Nessuna scuola sara' chiusa, sara' invece unificato il personale amministrativo con un unico preside ed un unico segretario per due scuole vicine; 7) non e' vero che si boccera' con il 7 in condotta. Verra' bocciato chi ha il 5 in condotta ma solo con il consenso del consiglio di istituto e di quello di classe".(AGI News)
martedì 21 ottobre 2008
Ha ragione il Wwf. Carlo Stagnaro
Sono d'accordo col Wwf. Cioè, fino a un certo punto. Sono d'accordo quando l'organizzazione ecologista sostiene che il pacchetto clima dell'Unione europea non dovrebbe essere "uno scontro tra schieramenti". Infatti, mi stupisco dell'assurda posizione assunta da Walter Veltroni e dal Partito democratico, mitigata solo dalle caute aperture di Pierluigi Bersani e pochi altri. Nel senso che due fatti, che sono ovvi, paiono restare sistematicamente in ombra. Primo: per ragioni che non sto a ricostruire, l'Italia è svantaggiata rispetto alla maggior parte degli altri Stati membri, nel senso che lo sforzo che le viene richiesto è proporzionalmente molto più sfidante. Secondo: se anche l'Europa raggiunge gli obiettivi, l'atmosfera se la ride perché nel frattempo le nostre riduzioni di emissioni sono state più che controbilanciate dalla crescita di quelle in altre aree del mondo. Ne segue, quindi, che a livello ambientale la politica europea è inutile, mentre dal punto di vista economico essa otterebbe la duplice conseguenza di attribuire uno svantaggio competitivo all'Europa verso il resto del mondo, e all'Italia verso l'Europa. Quindi, ha ragione il Wwf: non dovrebbe esserci uno scontro tra schieramenti. La battaglia per ripensare la politica europea dovrebbe essere una battaglia condivisa. (Realismo Energetico)
Una Voce poco fa. Filippo Facci
In omaggio alla trasparenza da lei spesso decantata, onorevole Di Pietro, le chiediamo ufficialmente di smentire o di confermare che suo figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso, sia indagato in un’inchiesta sulla ricostruzione post terremoto del Molise. La magistratura sarebbe in possesso di intercettazioni telefoniche dove Cristiano, appunto, chiederebbe l’assunzione di amici suoi (imprenditori e tecnici dell’Italia dei Valori) al molisano Mario Mautone, provveditore alle opere pubbliche di Molise e Campania e sua vecchia conoscenza. Fu lei, da ministro delle Infrastrutture, a nominarlo Direttore centrale del settore edilizia e poi presidente di una commissione tecnica sugli appalti autostradali.
Tutte queste cose, il 23 settembre scorso, le ha raccontate il suo ex senatore Sergio De Gregorio all’agenzia Il Velino, ma soprattutto le ha scritte il 10 ottobre La Voce della Campania, storico settimanale marcatamente di sinistra (nato nel1975,e diretto a suo tempo anche da Michele Santoro) il quale è stato chiaro e circostanziato: «La notizia è stata confermata da parlamentari dell’Italia dei Valori, la sola conferma di De Gregorio non ci sarebbe bastata ». Che c’è di vero, onorevole Di Pietro? Nel caso, può smentire le fonti citate e di conseguenza anche noi: riporteremo con la giusta evidenza. Sinora, però, non ha smentito. Gliene offriamo l’occasione. (il Giornale)
Tutte queste cose, il 23 settembre scorso, le ha raccontate il suo ex senatore Sergio De Gregorio all’agenzia Il Velino, ma soprattutto le ha scritte il 10 ottobre La Voce della Campania, storico settimanale marcatamente di sinistra (nato nel1975,e diretto a suo tempo anche da Michele Santoro) il quale è stato chiaro e circostanziato: «La notizia è stata confermata da parlamentari dell’Italia dei Valori, la sola conferma di De Gregorio non ci sarebbe bastata ». Che c’è di vero, onorevole Di Pietro? Nel caso, può smentire le fonti citate e di conseguenza anche noi: riporteremo con la giusta evidenza. Sinora, però, non ha smentito. Gliene offriamo l’occasione. (il Giornale)
giovedì 16 ottobre 2008
Le classi ponte e il blitz della Lega. L'uovo di giornata
La questione delle cosiddette "classi di inserimento" sollevata con un emendamento della Lega dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che in politica i modi e i tempi di una proposta sono altrettanto se non più importanti della sostanza. Qui non abbiamo dubbi sul fatto che quella misura sia sensata e anche necessaria, ci lascia però perplessi il modo con cui è stata introdotta.
Neppure per un momento ci siamo fatti incantare dalle grida di Fassino e Veltroni che anche in questo caso hanno cercato il piccolo e cinico lucro del richiamo al razzismo e al clima autoritario instaurato dal governo. Non si tratta di questo e lo sanno bene anche i leader del centro sinistra e giornalisti che gli fanno da trombettieri. Chiunque abbia figli in età scolare sa benissimo che l'andamento di una classe e la qualità dell'insegnamento che vi viene impartito sono dettati dalle capacità degli ultimi e non dei primi. Se ci sono alunni che non parlano neppure la lingua, tutta la classe sarà costretta ad adeguarsi all'esigenza di non lasciarli indietro.Non potrebbe essere altrimenti, ma con grande svantaggio per gli alunni che già parlano l'italiano e grande confusione e umiliazione per chi non lo parla.
L'integrazione degli immigrati è uno dei grandi temi della nostra epoca, molte nazioni occidentali hanno tentato vari modelli di comportamento, molti di questi hanno fallito, altri ancora sono stati messi duramente in discussione. In Italia abbiamo sempre navigato a vista, senza un indirizzo preciso, un'idea di fondo. Sappiamo però per certo che la scuola è uno dei punti cardine di qualsiasi tentativo di integrazione delle nuove generazioni di immigrati. Se vogliamo sperare in un futuro di convivenza e non di scontro, è alla scuola che dobbiamo guardare sin da subito.
La questione della convivenza in una stessa classe di bambini italiani e immigrati è dunque il primo vero laboratorio di questa possibilità di integrazione. Allora avremmo voluto che la misura sulle "classi di inserimento" non fosse stata approvata alla Camera grazie ad un "colpo di mano" della Lega, mal preparato e mal scritto. Ma fosse invece il frutto di un ripensamento generale, di un tentativo ben equilibrato di riforma, di una iniziativa presa consapevolmente da tutto il centro destra, maggioranza e governo assieme, senza mugugni e senza tentennamenti.
Lo abbiamo scritto tante volte su l'Occidentale: non si può lasciare alla sola iniziativa della Lega tutto il tema dell'immigrazione e dell'integrazione. Non può essere una sequela di misure episodiche e scoordinate, infilate qui e là con emendamenti a sorpresa, a rimettere in sesto la nostra legislazione in materia. Bisogna che i ministri competenti - Gelmini, Maroni, e tutti quelli che volete - in accordo con la maggioranza, si mettano al lavoro e trovino una soluzione complessiva e sostenibile alla convivenza tra italiani e immigrati regolari. Dai banchi di scuola in poi.
E' da pazzi invece aver ragione nel merito e farsi dare dei razzisti da un'opposizione per altri versi senza voce e senza idee, mettendosi per di più contro l'inevitabile sensibilità della Chiesa che su questi temi non può che essere in allarme. (l'Occidentale)
Neppure per un momento ci siamo fatti incantare dalle grida di Fassino e Veltroni che anche in questo caso hanno cercato il piccolo e cinico lucro del richiamo al razzismo e al clima autoritario instaurato dal governo. Non si tratta di questo e lo sanno bene anche i leader del centro sinistra e giornalisti che gli fanno da trombettieri. Chiunque abbia figli in età scolare sa benissimo che l'andamento di una classe e la qualità dell'insegnamento che vi viene impartito sono dettati dalle capacità degli ultimi e non dei primi. Se ci sono alunni che non parlano neppure la lingua, tutta la classe sarà costretta ad adeguarsi all'esigenza di non lasciarli indietro.Non potrebbe essere altrimenti, ma con grande svantaggio per gli alunni che già parlano l'italiano e grande confusione e umiliazione per chi non lo parla.
L'integrazione degli immigrati è uno dei grandi temi della nostra epoca, molte nazioni occidentali hanno tentato vari modelli di comportamento, molti di questi hanno fallito, altri ancora sono stati messi duramente in discussione. In Italia abbiamo sempre navigato a vista, senza un indirizzo preciso, un'idea di fondo. Sappiamo però per certo che la scuola è uno dei punti cardine di qualsiasi tentativo di integrazione delle nuove generazioni di immigrati. Se vogliamo sperare in un futuro di convivenza e non di scontro, è alla scuola che dobbiamo guardare sin da subito.
La questione della convivenza in una stessa classe di bambini italiani e immigrati è dunque il primo vero laboratorio di questa possibilità di integrazione. Allora avremmo voluto che la misura sulle "classi di inserimento" non fosse stata approvata alla Camera grazie ad un "colpo di mano" della Lega, mal preparato e mal scritto. Ma fosse invece il frutto di un ripensamento generale, di un tentativo ben equilibrato di riforma, di una iniziativa presa consapevolmente da tutto il centro destra, maggioranza e governo assieme, senza mugugni e senza tentennamenti.
Lo abbiamo scritto tante volte su l'Occidentale: non si può lasciare alla sola iniziativa della Lega tutto il tema dell'immigrazione e dell'integrazione. Non può essere una sequela di misure episodiche e scoordinate, infilate qui e là con emendamenti a sorpresa, a rimettere in sesto la nostra legislazione in materia. Bisogna che i ministri competenti - Gelmini, Maroni, e tutti quelli che volete - in accordo con la maggioranza, si mettano al lavoro e trovino una soluzione complessiva e sostenibile alla convivenza tra italiani e immigrati regolari. Dai banchi di scuola in poi.
E' da pazzi invece aver ragione nel merito e farsi dare dei razzisti da un'opposizione per altri versi senza voce e senza idee, mettendosi per di più contro l'inevitabile sensibilità della Chiesa che su questi temi non può che essere in allarme. (l'Occidentale)
mercoledì 15 ottobre 2008
Cacio senza maccheroni. Davide Giacalone
Il governo prende un filotto d’errori con una decisione sola, quella di acquistare duecentomila forme di Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Il fatto che ci sia il plauso delle autorità regionali emiliano-romagnole (rosse), ed il silenzio dell’opposizione, non fa che aumentare il forte odore che dall’iniziativa promana.
Tanto bel formaggio di lusso è acquistato per darlo in pasto ai poveri, talché sembra sia passata invano la buona Maria Antonietta, che ci rimise la testa. Il fatto è, purtroppo, che questo non è un aiuto ai poveri, bensì ai ricchi, vale a dire ai produttori di questi formaggi. E siccome tali aiuti sarebbero proibiti dalle normative europee, il governo, per aggirare il divieto, acquista a prezzi di mercato, vale a dire pagando uno sproposito. Siccome, però, i produttori sono comunque indotti a fare uno sconto, questo si concretizzerà in altre centinaia di forme, questa volta “regalate”, sempre agli stessi poveri.
L’effetto di tale operazioni sarà un sostegno al prezzo del parmigiano e della grana, ed una diminuzione delle scorte invendute, il che comporterà una non diminuzione del prezzo per i consumatori che quel formaggio mangiano o grattano, senza rientrare nella categoria degli indigenti. In altre parole: i produttori intascano i soldi, e con quelli tengono alti i prezzi per i consumatori normali. Un capolavoro.
Tutto questo nel mentre l’Istat segnala sì un calo dell’inflazione (dal 4,1 al 3,8%), ma confermando che il prezzo del pane è salito dell’8,6% in un anno, e quello della pasta del 24,9. I poveri, pertanto, avranno il cacio, ma non i maccheroni, il formaggio, ma non il pane. O, più concretamente, si suggerirà alla borghesia d’affrettarsi a divenire mendicante, in modo da potere riportare in tavola le fettuccine al pomodoro e la grattugia per insaporirle.
Il filotto d’errori non è un inedito, perché si tratta dell’antica pratica dell’economia assistita, con annesso corollario di favoritismo alle imprese amiche. E’ bene chiamare le cose con il loro nome, anche perché i caseifici della padania non si sentano distanti dai forestali calabresi.
Tanto bel formaggio di lusso è acquistato per darlo in pasto ai poveri, talché sembra sia passata invano la buona Maria Antonietta, che ci rimise la testa. Il fatto è, purtroppo, che questo non è un aiuto ai poveri, bensì ai ricchi, vale a dire ai produttori di questi formaggi. E siccome tali aiuti sarebbero proibiti dalle normative europee, il governo, per aggirare il divieto, acquista a prezzi di mercato, vale a dire pagando uno sproposito. Siccome, però, i produttori sono comunque indotti a fare uno sconto, questo si concretizzerà in altre centinaia di forme, questa volta “regalate”, sempre agli stessi poveri.
L’effetto di tale operazioni sarà un sostegno al prezzo del parmigiano e della grana, ed una diminuzione delle scorte invendute, il che comporterà una non diminuzione del prezzo per i consumatori che quel formaggio mangiano o grattano, senza rientrare nella categoria degli indigenti. In altre parole: i produttori intascano i soldi, e con quelli tengono alti i prezzi per i consumatori normali. Un capolavoro.
Tutto questo nel mentre l’Istat segnala sì un calo dell’inflazione (dal 4,1 al 3,8%), ma confermando che il prezzo del pane è salito dell’8,6% in un anno, e quello della pasta del 24,9. I poveri, pertanto, avranno il cacio, ma non i maccheroni, il formaggio, ma non il pane. O, più concretamente, si suggerirà alla borghesia d’affrettarsi a divenire mendicante, in modo da potere riportare in tavola le fettuccine al pomodoro e la grattugia per insaporirle.
Il filotto d’errori non è un inedito, perché si tratta dell’antica pratica dell’economia assistita, con annesso corollario di favoritismo alle imprese amiche. E’ bene chiamare le cose con il loro nome, anche perché i caseifici della padania non si sentano distanti dai forestali calabresi.
Travaglio condannato a otto mesi. Corriere della Sera
Il tribunale di Roma ha condannato il giornalista Marco Travaglio (collaboratore tra l'altro della trasmissione di Rai2 «Anno Zero» condotta da Michele Santoro) a 8 mesi di reclusione e 100 euro di multa per diffamazione ai danni dell'ex ministro della Difesa e parlamentare di Forza Italia Cesare Previti in relazione ad un articolo pubblicato dal settimanale «L’Espresso» il 3 ottobre del 2002 dal titolo: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia».
Il giudice ha deciso anche un risarcimento di 20 mila euro per Previti. E’ stata condannata anche Daniela Hamaui, come direttore responsabile del settimanale, a 5 mesi e 75 euro di multa. Per entrambi gli imputati la pena è sospesa.
Il giudice ha deciso anche un risarcimento di 20 mila euro per Previti. E’ stata condannata anche Daniela Hamaui, come direttore responsabile del settimanale, a 5 mesi e 75 euro di multa. Per entrambi gli imputati la pena è sospesa.
martedì 14 ottobre 2008
Petrella e Mambro. Davide Giacalone
Il governo italiano non ha scelta, dovrà rivolgere la più dura protesta formale contro quello francese. La decisione di non estradare una terrorista, Marina Petrella, è inaccettabile sotto il profilo della sostanza ed offensivo per quel che riguarda il metodo. Noi italiani, del resto, abbiamo di che riflettere sui pregiudizi ideologici, da noi stessi coltivati, e sulle cadute di civiltà, di cui il nostro vergognoso sistema giudiziario è la monumentale incarnazione.
La Petrella è una cittadina italiana condannata all’ergastolo. La sua ferocia è costata la vita ad altri, ed è giusto, è bene, è sano che paghi con la galera. Pare stia male. In questo caso la legge italiana prevede sospensioni della pena od altri benefici, amministrati con generosità piuttosto che con troppa severità. Non abbiamo nulla da imparare dai francesi. Sarkozy, del resto, spieghi lui alla moglie che ella non è una carica dello Stato, e meno ancora sua sorella. Cerchi di farle capire che portare personalmente la lieta novella del veto maritale, recando visita non ad una combattente per la libertà, ma ad un’assassina che fu ed è dalla parte del torto, descrive un quadretto da basso impero e decadenza morale. Il presidente francese è bravo e coraggioso, ma in questa faccenda s’è dimostrato deprimente.
Dopo avere protestato, con fermezza, guardiamo in casa nostra. Petrella fu arrestata nel 1978, per banda armata e detenzione d’armi. Per quest’ultimo reato poteva essere processata e condannata nel giro di qualche settimana, ma nel 1980 fu scarcerata per decorrenza dei termini. Doppia inciviltà, in un colpo solo: due anni di carcere da presunta innocente ed una colpevole che fa marameo. Inviata al soggiorno obbligato evade, e la riprendono nel 1982, costringendo i carabinieri ad uno scontro. Ancora una volta decorrono i tempi, e quando arriva la condanna, nel 1988, la signora fa la francese. E qui la colpa è tutta nostra.
Francesca Mambro, terrorista fascista, ha scontato più di venti anni di meritatissima detenzione (non per Bologna, dove lei ed il marito sono stati ingiustamente condannati). Ha raccontato e capito i propri errori. Dal 1998 è in semilibertà ed ora si mena scandalo perché ha ottenuto la libertà condizionale. Paragonate i due casi e misurate l’eredità della guerra civile ideologica.
La Petrella è una cittadina italiana condannata all’ergastolo. La sua ferocia è costata la vita ad altri, ed è giusto, è bene, è sano che paghi con la galera. Pare stia male. In questo caso la legge italiana prevede sospensioni della pena od altri benefici, amministrati con generosità piuttosto che con troppa severità. Non abbiamo nulla da imparare dai francesi. Sarkozy, del resto, spieghi lui alla moglie che ella non è una carica dello Stato, e meno ancora sua sorella. Cerchi di farle capire che portare personalmente la lieta novella del veto maritale, recando visita non ad una combattente per la libertà, ma ad un’assassina che fu ed è dalla parte del torto, descrive un quadretto da basso impero e decadenza morale. Il presidente francese è bravo e coraggioso, ma in questa faccenda s’è dimostrato deprimente.
Dopo avere protestato, con fermezza, guardiamo in casa nostra. Petrella fu arrestata nel 1978, per banda armata e detenzione d’armi. Per quest’ultimo reato poteva essere processata e condannata nel giro di qualche settimana, ma nel 1980 fu scarcerata per decorrenza dei termini. Doppia inciviltà, in un colpo solo: due anni di carcere da presunta innocente ed una colpevole che fa marameo. Inviata al soggiorno obbligato evade, e la riprendono nel 1982, costringendo i carabinieri ad uno scontro. Ancora una volta decorrono i tempi, e quando arriva la condanna, nel 1988, la signora fa la francese. E qui la colpa è tutta nostra.
Francesca Mambro, terrorista fascista, ha scontato più di venti anni di meritatissima detenzione (non per Bologna, dove lei ed il marito sono stati ingiustamente condannati). Ha raccontato e capito i propri errori. Dal 1998 è in semilibertà ed ora si mena scandalo perché ha ottenuto la libertà condizionale. Paragonate i due casi e misurate l’eredità della guerra civile ideologica.
lunedì 13 ottobre 2008
Ma non si portano i bambini in piazza. Paolo Granzotto
Ma il Telefono Azzurro, cosa ci sta a fare? Quando la finiranno di trattare i bambini come fenomeni da circo (mediatico), come braccio innocente ma attivo della demagogia? Ci sono le fotografie e i filmati televisivi: la folla che sabato manifestava contro il decreto sulla scuola pullulava di bambini. Qualcuno, come testimoniano le immagini da noi pubblicate, ancora col ciuccio in bocca, ancora in età prescolare. I più grandicelli, buoni al massimo per l'asilo, avevano appeso al collo o inalberavano cartelli che denunciavano «Gelmini ministro della di-struzione» o ironizzavano «Il futuro di Gelmini non fa rima coi bambini». Uno, brandito da una bambina che avrà avuto sì e no sei anni, recitava: «È una proposta classista ».
E il Telefono Azzurro, zitto. E nessuna «coscienza critica della nazione », nessun esponente della società civile, nessuna Alta Autorità Morale, nessuna Unicef, nessuna delle migliaia di Ong o Onlus che affermano d'aver in cima ai propri pensieri l'infanzia e i suoi diritti, apre bocca per denunciare la scandalosa, la ributtante strumentalizzazione di bambini ai quali non solo hanno scippato il girotondo, ma sono trascinati in piazza, a marciare e contestare concetti - la scuola classista! - dei quali giustamente ignorano il significato. Che razza di genitori hanno quelle disgraziate creature? Ma che cos'è questa insana fregola di mobilitare i fanciulli, incolonnarli e farli sfilare una volta per dire no alla mafia, l'altra per dire no alla guerra, l'altra ancora per dire no agli Ogm o alla «scuola classista»? Cos'è questa sconsiderata pulsione a imporre a intere scolaresche di tradurre in disegni - rigorosamente di taglio buonistico, bamboccescamente caramelloso e destinati alla pubblicazione sulla stampa progressista - la loro visione dello tsunami, della carestia nel Bangladesh, del disastro aereo o degli sbarchi dei clandestini?
Non possiamo escludere che qualche genitore col cervello anchilosato per overdose ideologica ritenga che ciò serva a far partecipi i bambini - ovviamente «a livello di presa di coscienza» - di problemi smisuratamente più grandi di loro. O che i loro scarabocchi e la presenza in piazza stia a significare la giustezza d'una causa sottoscritta fin dall' età dell'innocenza. Ma anche in presenza di quella che solo un cervello anchilosato può ritenere una giusta causa, la mobilitazione, la strumentalizzazione, in poche parole lo sfruttamento dell'infanzia resta un comportamento moralmente condannabile. Senza mettere in conto, poi, il ridicolo. «Stiamo dimostrando che la sinistra è viva» gongolava il rifondaiolo Paolo Ferrero riferendosi al corteo contro la Gelmini, «che sta nascendo una nuova soggettività politica». Quella coi Pampers? (il Giornale)
E il Telefono Azzurro, zitto. E nessuna «coscienza critica della nazione », nessun esponente della società civile, nessuna Alta Autorità Morale, nessuna Unicef, nessuna delle migliaia di Ong o Onlus che affermano d'aver in cima ai propri pensieri l'infanzia e i suoi diritti, apre bocca per denunciare la scandalosa, la ributtante strumentalizzazione di bambini ai quali non solo hanno scippato il girotondo, ma sono trascinati in piazza, a marciare e contestare concetti - la scuola classista! - dei quali giustamente ignorano il significato. Che razza di genitori hanno quelle disgraziate creature? Ma che cos'è questa insana fregola di mobilitare i fanciulli, incolonnarli e farli sfilare una volta per dire no alla mafia, l'altra per dire no alla guerra, l'altra ancora per dire no agli Ogm o alla «scuola classista»? Cos'è questa sconsiderata pulsione a imporre a intere scolaresche di tradurre in disegni - rigorosamente di taglio buonistico, bamboccescamente caramelloso e destinati alla pubblicazione sulla stampa progressista - la loro visione dello tsunami, della carestia nel Bangladesh, del disastro aereo o degli sbarchi dei clandestini?
Non possiamo escludere che qualche genitore col cervello anchilosato per overdose ideologica ritenga che ciò serva a far partecipi i bambini - ovviamente «a livello di presa di coscienza» - di problemi smisuratamente più grandi di loro. O che i loro scarabocchi e la presenza in piazza stia a significare la giustezza d'una causa sottoscritta fin dall' età dell'innocenza. Ma anche in presenza di quella che solo un cervello anchilosato può ritenere una giusta causa, la mobilitazione, la strumentalizzazione, in poche parole lo sfruttamento dell'infanzia resta un comportamento moralmente condannabile. Senza mettere in conto, poi, il ridicolo. «Stiamo dimostrando che la sinistra è viva» gongolava il rifondaiolo Paolo Ferrero riferendosi al corteo contro la Gelmini, «che sta nascendo una nuova soggettività politica». Quella coi Pampers? (il Giornale)
domenica 12 ottobre 2008
Boom di stranieri nel 2007. L'Opinione
In testa la comunità romena.
Cresce l’Italia, ma grazie agli stranieri. Nel 2007, gli immigrati residenti in Italia sono cresciuti rispetto all’anno precedente del 16,8% (493.729 unità in più), raggiungendo la quota, al primo gennaio 2008, di 3.432.651. Lo rileva l’Istat, secondo cui l’incremento è il “più elevato mai registrato nel corso della storia dell’immigrazione nel nostro Paese”. Un “forte aumento” che ha risentito in particolare del massiccio arrivo degli immigrati romeni che sono cresciuti in un anno di ben 283.078 unità (+82,7%) e la cui comunità diventa così, per numero, la più nutrita nel nostro paese. Gli stranieri rappresentano il 5,8% (un anno prima era il 5%) della popolazione totale. Un andamento del tutto in linea con i grandi paesi europei come Francia e Regno Unito. L’incremento registrato in Italia è analogo a quello spagnolo anche se in questo paese gli stranieri rappresentano l’11,3% della popolazione. Quasi la metà degli stranieri (47,1%) proviene dai paesi dell’Est europeo. Il 5,6% delle famiglie in Italia (1.366.835) ha per capo famiglia uno straniero. Si tratta di un cambiamento che inizia ad avere un peso specifico sempre maggiore: l’aumento della popolazione italiana che arriva a sfiorare i 60 milioni (da 59.131.287 a 59.619.290) è dovuto infatti proprio alla presenza di stranieri. Il saldo naturale della popolazione straniera (+60.379) compensa quasi per intero il saldo naturale negativo di quella italiana (-67.247). I nati da genitori stranieri sono stati 64.049 nel 2007 (+10,9%), pari all’11,4% del totale dei nati.
Cresce l’Italia, ma grazie agli stranieri. Nel 2007, gli immigrati residenti in Italia sono cresciuti rispetto all’anno precedente del 16,8% (493.729 unità in più), raggiungendo la quota, al primo gennaio 2008, di 3.432.651. Lo rileva l’Istat, secondo cui l’incremento è il “più elevato mai registrato nel corso della storia dell’immigrazione nel nostro Paese”. Un “forte aumento” che ha risentito in particolare del massiccio arrivo degli immigrati romeni che sono cresciuti in un anno di ben 283.078 unità (+82,7%) e la cui comunità diventa così, per numero, la più nutrita nel nostro paese. Gli stranieri rappresentano il 5,8% (un anno prima era il 5%) della popolazione totale. Un andamento del tutto in linea con i grandi paesi europei come Francia e Regno Unito. L’incremento registrato in Italia è analogo a quello spagnolo anche se in questo paese gli stranieri rappresentano l’11,3% della popolazione. Quasi la metà degli stranieri (47,1%) proviene dai paesi dell’Est europeo. Il 5,6% delle famiglie in Italia (1.366.835) ha per capo famiglia uno straniero. Si tratta di un cambiamento che inizia ad avere un peso specifico sempre maggiore: l’aumento della popolazione italiana che arriva a sfiorare i 60 milioni (da 59.131.287 a 59.619.290) è dovuto infatti proprio alla presenza di stranieri. Il saldo naturale della popolazione straniera (+60.379) compensa quasi per intero il saldo naturale negativo di quella italiana (-67.247). I nati da genitori stranieri sono stati 64.049 nel 2007 (+10,9%), pari all’11,4% del totale dei nati.
Ragazzi, che trappola quelle manifestazioni. Ezio Savino
Guardatevi dai pifferai magici.
Scimmiottano tutti il primo, l'originale, quello che ad Hamelin, Bassa Sassonia, nel 1284 avrebbe imbesuito un centinaio di bambini facendo loro danzare il ballo di San Vito al suono del suo strumento. Nessuno sa che fine abbiano fatto. Più tardi, è stato aggiunto al dramma un happy end. Il borgomastro pagò al pifferaio la somma dovuta, e i piccoli rincasarono. Già, perché il musicista girovago aveva lavorato per il comune, prima. L'aveva liberato dai topi, pestilenziali invasori. E il capoccia aveva fatto il furbo, rinnegando il patto.
La morale è questa. Quando un pifferaio vi chiede di accodarvi a lui per strade e piazze, domandategli prima, a muso duro: «Tu, da che ratti hai liberato il paese?». In soldoni, che cosa hai fatto di positivo, di costruttivo, insomma di buono e di pratico, per chiederci di seguirti alla ventura? Mi sto rivolgendo a chi sta nelle aule, agli studenti, non solo a quelli che - per loro diritto, intendiamoci - hanno accantonato ieri banchi e libri per protestare contro i cambiamenti decretati dal governo alla scuola, ma a tutti coloro che operano nel mondo dell’istruzione, per obbligo, per scelta o per vocazione lavorativa. Sembra un riflesso pavloviano. Ogni tentativo di far sterzare di un millimetro il carrozzone pachidermico, genera cori e manifestazioni di dissenso. A leggere alcuni striscioni che impavesavano i cortei, il malumore rifluisce all'indietro, fino a Moratti, via Fioroni, senza troppo riguardo alle tinte delle casacche politiche e ideologiche. Forse è il mutamento in sé che allarma e disturba? Non ricordo, però, sussulti quando il responsabile di turno cambiò le carte in tavola, introducendo i tarocchi dei debiti, che per strano paradosso burocratico, furono definiti «formativi».
Anche Napoleone predicava che ogni fantaccino aveva nello zaino il bastone (virtuale) di maresciallo. Ma bisognava guadagnarselo sul campo. Una scuola che, per legge, tentenna gravemente sulla responsabilità di bocciare, è un sistema educativo che abiura al suo compito nobile di promuovere, nel senso etimologico di spronare al miglioramento, alla maturazione di sé, in capacità e competenze. C'era Luigi Berlinguer al timone, quando si ipotizzò un «concorsone», un test qualitativo per premiare (con parsimonia) economicamente e con scatti di carriera i prof più preparati e impegnati a fornire un servizio migliore. Non se ne fece nulla. Per la scuola nel suo complesso fu un autogol clamoroso, un danno oggettivo. Ma anche allora non scattarono reclami. Purché niente si agitasse nella gora vischiosa del tran tran ripetitivo. Meglio salvare la facciata di mediocrità egualitaria, che arrischiarsi a premiare un merito. Il merito: un valore che in qualsiasi altra sfera è sempre di segno positivo, ma nella scuola pubblica, chissà perché, fa scattare, inesorabile, il cartellino rosso. Dobbiamo interrogarci su chi abbia interesse a mantenere marmorea la superficie della palude. Cambiare per il puro gusto di farlo è un salto nel vuoto irrazionale. Ma altrettanto immaturo appare stracciarsi le vesti (o bruciare grembiulini, quali emblemi di oscurantismo) al primo rintocco di riforma. Cari studenti, ve lo proponiamo, questo problema, come tema di riflessione in classe. Come compito. In più, un aiutino di traccia. Valutate che nello slogan degli scaltri pifferai «stiamo lavorando per voi» non ci sia una nota falsa, il voi della chiusa che è un occulto noi. Per essere chiari: occhio ai pacchi. (il Giornale)
Scimmiottano tutti il primo, l'originale, quello che ad Hamelin, Bassa Sassonia, nel 1284 avrebbe imbesuito un centinaio di bambini facendo loro danzare il ballo di San Vito al suono del suo strumento. Nessuno sa che fine abbiano fatto. Più tardi, è stato aggiunto al dramma un happy end. Il borgomastro pagò al pifferaio la somma dovuta, e i piccoli rincasarono. Già, perché il musicista girovago aveva lavorato per il comune, prima. L'aveva liberato dai topi, pestilenziali invasori. E il capoccia aveva fatto il furbo, rinnegando il patto.
La morale è questa. Quando un pifferaio vi chiede di accodarvi a lui per strade e piazze, domandategli prima, a muso duro: «Tu, da che ratti hai liberato il paese?». In soldoni, che cosa hai fatto di positivo, di costruttivo, insomma di buono e di pratico, per chiederci di seguirti alla ventura? Mi sto rivolgendo a chi sta nelle aule, agli studenti, non solo a quelli che - per loro diritto, intendiamoci - hanno accantonato ieri banchi e libri per protestare contro i cambiamenti decretati dal governo alla scuola, ma a tutti coloro che operano nel mondo dell’istruzione, per obbligo, per scelta o per vocazione lavorativa. Sembra un riflesso pavloviano. Ogni tentativo di far sterzare di un millimetro il carrozzone pachidermico, genera cori e manifestazioni di dissenso. A leggere alcuni striscioni che impavesavano i cortei, il malumore rifluisce all'indietro, fino a Moratti, via Fioroni, senza troppo riguardo alle tinte delle casacche politiche e ideologiche. Forse è il mutamento in sé che allarma e disturba? Non ricordo, però, sussulti quando il responsabile di turno cambiò le carte in tavola, introducendo i tarocchi dei debiti, che per strano paradosso burocratico, furono definiti «formativi».
Anche Napoleone predicava che ogni fantaccino aveva nello zaino il bastone (virtuale) di maresciallo. Ma bisognava guadagnarselo sul campo. Una scuola che, per legge, tentenna gravemente sulla responsabilità di bocciare, è un sistema educativo che abiura al suo compito nobile di promuovere, nel senso etimologico di spronare al miglioramento, alla maturazione di sé, in capacità e competenze. C'era Luigi Berlinguer al timone, quando si ipotizzò un «concorsone», un test qualitativo per premiare (con parsimonia) economicamente e con scatti di carriera i prof più preparati e impegnati a fornire un servizio migliore. Non se ne fece nulla. Per la scuola nel suo complesso fu un autogol clamoroso, un danno oggettivo. Ma anche allora non scattarono reclami. Purché niente si agitasse nella gora vischiosa del tran tran ripetitivo. Meglio salvare la facciata di mediocrità egualitaria, che arrischiarsi a premiare un merito. Il merito: un valore che in qualsiasi altra sfera è sempre di segno positivo, ma nella scuola pubblica, chissà perché, fa scattare, inesorabile, il cartellino rosso. Dobbiamo interrogarci su chi abbia interesse a mantenere marmorea la superficie della palude. Cambiare per il puro gusto di farlo è un salto nel vuoto irrazionale. Ma altrettanto immaturo appare stracciarsi le vesti (o bruciare grembiulini, quali emblemi di oscurantismo) al primo rintocco di riforma. Cari studenti, ve lo proponiamo, questo problema, come tema di riflessione in classe. Come compito. In più, un aiutino di traccia. Valutate che nello slogan degli scaltri pifferai «stiamo lavorando per voi» non ci sia una nota falsa, il voi della chiusa che è un occulto noi. Per essere chiari: occhio ai pacchi. (il Giornale)
giovedì 9 ottobre 2008
La Bonino: la vergogna è la sentenza sulla strage.
«Sento molti pronti a spargere a profusione parole come "legalità" e "valori costituzionali", pochi disposti a considerare in concreto lo spirito e la lettera della Costituzione che finalizza la pena al reinserimento nella società del condannato, a partire dal caso esemplare dì Francesca Mambro». Lo ha affermato Emma Bonino, vicepresidente del Senato, a proposito delle dichiarazioni di condanna da parte di esponenti politici alla concessione della libertà condizionale a Francesca Mambro. «La sentenza del Tribunale di Roma lo ha fatto, nel rispetto delle leggi in vigore nel nostro Paese oltre che della Costituzione. Ma i giustizialisti, quelli che "le sentenze vanno sempre rispettate", in realtà rispettano solo quelle che condannano, arrestano e detengono - ha aggiunto la Bonino - come quella per la strage di Bologna per la quale la vergogna, lo dico anche al sindaco Cofferati, non sta nella "liberazione" di una "colpevole", ma in una sentenza di condanna che è stata la pietra tombale sulla verità dei fatti per i quali i veri colpevoli sono ancora in circolazione. Segnalo infine - ha concluso la vicepresidente di Palazzo Madama - che, secondo le norme penali e penitenziarie vigenti, Francesca Mambro ha scontato quasi trent’anni in condizione di privazione della libertà, tra carcere speciale, lavoro esterno al carcere e detenzione domiciliare. Sono rari, se non inesistenti, i casi di condannati per terrorismo che abbiano espiato tanti anni di detenzione quanti ne ha espiati la Mambro, anche per fatti di cui si è assunta la responsabilità morale pur non avendoli materialmente commessi». (Secolo d'Italia)
Toghe militanti sotto esame. Gianluca Perricone
Il Csm ha aperto un nuovo fascicolo: Sansa e De Pasquale rischiano il trasferimento per le loro dichiarazioni politiche.
In base a quanto si è potuto apprendere dalla stampa (naturalmente non tutta…), il Csm ha accolto la richiesta dei due componenti laici Gianfranco Anedda e Michele Saponara (Pdl) ed ha aperto un fascicolo sul Pm milanese Fabio De Pasquale e sul presidente del Tribunale per i minorenni di Genova Adriano Sansa, che potrebbe portare al loro trasferimento. Sempre leggendo la carta stampata – e non nascondo una certa incredulità, ma questa è un’altra cosa – si viene a sapere che De Pasquale “nell’udienza del 27 settembre del processo sui presunti fondi neri Mediaset in cui è imputato Silvio Berlusconi, definì criminogeno il lodo Alfano, sollevando l’eccezione di costituzionalità”. Per non essere da meno, Sansa, in un’assemblea regionale dell’Anm, ha definito Berlusconi “primo ministro piduista circondato da persone che servono lui e non lo Stato”, il Governo “indegno di affrontare il tema della giustizia”, sostenendo anche che “l’unico titolo di merito” del ministro Alfano è “di essere un fedelissimo del premier”. Fin qui quanto riportato dalla stampa.
Qualche riflessione, a mio modestissimo parere, è quanto meno doverosa. Soprattutto per chi – come il sottoscritto e questa testata giornalista - crede in una Giustizia con la “G” non casualmente maiuscola, scevra da ogni altra tentazione che non risponda alla enunciata eguaglianza della stessa nei confronti di tutti. Quindi mi si consenta di puntare il dito contro chi, quasi mimetizzandosi dietro una toga, non riesce in alcun modo ad occultare la propria voglia di far politica: dovrebbero ritenerlo inamissibile il Presidente Napolitano ed il vice-presidente del Csm Mancino, dovrebbero ritenerlo lesivo della loro dignità i preposti organismi di categoria. In questa sede, i pareri dei vari Di Pietro, Travaglio e compagnia manettante non interessano, soprattutto perché (è quasi una certezza), sulle sopra citate gravissime affermazioni, il “clan giustizialista” non avrà mai il coraggio di esprimersi. Un dubbio però resta ed è, a mio parere, centrale: quanto potranno essere “super partes” nel loro giudizio soggetti che si abbandonano a siffatte tipologie di dichiarazioni? Non solo. Viene quasi da domandarsi se questa tipologia di magistrati è stata messa al corrente che in questo Paese il potere legislativo spetta al Parlamento della Repubblica e non al prima comitiva/casta che passa. Quesito finale. Non è che, per caso, sono già partite le ricerche (con le relative richieste di “prova fedeltà”) per candidati sinistri-centro per il collegio sicuro del Mugello? (l'Opinione)
In base a quanto si è potuto apprendere dalla stampa (naturalmente non tutta…), il Csm ha accolto la richiesta dei due componenti laici Gianfranco Anedda e Michele Saponara (Pdl) ed ha aperto un fascicolo sul Pm milanese Fabio De Pasquale e sul presidente del Tribunale per i minorenni di Genova Adriano Sansa, che potrebbe portare al loro trasferimento. Sempre leggendo la carta stampata – e non nascondo una certa incredulità, ma questa è un’altra cosa – si viene a sapere che De Pasquale “nell’udienza del 27 settembre del processo sui presunti fondi neri Mediaset in cui è imputato Silvio Berlusconi, definì criminogeno il lodo Alfano, sollevando l’eccezione di costituzionalità”. Per non essere da meno, Sansa, in un’assemblea regionale dell’Anm, ha definito Berlusconi “primo ministro piduista circondato da persone che servono lui e non lo Stato”, il Governo “indegno di affrontare il tema della giustizia”, sostenendo anche che “l’unico titolo di merito” del ministro Alfano è “di essere un fedelissimo del premier”. Fin qui quanto riportato dalla stampa.
Qualche riflessione, a mio modestissimo parere, è quanto meno doverosa. Soprattutto per chi – come il sottoscritto e questa testata giornalista - crede in una Giustizia con la “G” non casualmente maiuscola, scevra da ogni altra tentazione che non risponda alla enunciata eguaglianza della stessa nei confronti di tutti. Quindi mi si consenta di puntare il dito contro chi, quasi mimetizzandosi dietro una toga, non riesce in alcun modo ad occultare la propria voglia di far politica: dovrebbero ritenerlo inamissibile il Presidente Napolitano ed il vice-presidente del Csm Mancino, dovrebbero ritenerlo lesivo della loro dignità i preposti organismi di categoria. In questa sede, i pareri dei vari Di Pietro, Travaglio e compagnia manettante non interessano, soprattutto perché (è quasi una certezza), sulle sopra citate gravissime affermazioni, il “clan giustizialista” non avrà mai il coraggio di esprimersi. Un dubbio però resta ed è, a mio parere, centrale: quanto potranno essere “super partes” nel loro giudizio soggetti che si abbandonano a siffatte tipologie di dichiarazioni? Non solo. Viene quasi da domandarsi se questa tipologia di magistrati è stata messa al corrente che in questo Paese il potere legislativo spetta al Parlamento della Repubblica e non al prima comitiva/casta che passa. Quesito finale. Non è che, per caso, sono già partite le ricerche (con le relative richieste di “prova fedeltà”) per candidati sinistri-centro per il collegio sicuro del Mugello? (l'Opinione)
Agli ambientalisti piace moscio (lo sviluppo economico). Carlo Stagnaro
Dice Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica: "E' una cosa crudele da dire... ma se guardiamo al rallentamento dell'economia, si consumeranno meno combustibili fossili, quindi per il clima sarà un bene".(Realismo Energetico)
mercoledì 8 ottobre 2008
Game over
La crisi dei mercati è la fine di un azzardo che ha coinvolto Banche e Società finanziarie in un gioco sempre più rischioso.
Entrano in crisi miti e certezze.
Scompaiono "monumenti finanziari" fondati quando ancora si andava a cavallo e non esisteva il telefono, crolla la fiducia nel mercato e nella finanza "cartacea", si teme la catastrofe e la discesa agli inferi sembra non fermarsi mai: non c'è panico tra i risparmiatori, ma incertezza, dubbio e incredulità.
Saltano tutte le previsioni, i calcoli, i consigli e le analisi che economisti, banchieri, politici ed "esperti" hanno fatto; nessuno aveva previsto, nessuno se lo aspettava, nessuno è riuscito a giocare d'anticipo.
Da domani ci sarà in giro più scetticismo da una parte e, si spera, meno spocchia dall'altra.
Da domani ci saranno più opportunità per coloro che sapranno tenere i nervi saldi e coglieranno le occasioni di acquisto.
Da domani dovremo essere più parsimoniosi e più attenti nell'allocazione dei nostri risparmi e chiederci fino a che punto siamo disposti a rischiare, visto che siamo tutti favorevoli al rischio finché non subiamo delle perdite.
Il mercato non si è fermato nemmeno di fronte alle crisi più devastanti: anche questa volta farà la sua parte e saprà dare le giuste soddisfazioni.
Chi oggi è in perdita perché ha in portafoglio azioni, deve tenere duro e non farsi prendere dal panico: vendendo si rischia veramente di gettare via il bambino con l'acqua sporca del bagno.
Una partita che durava da decenni è finita: si stanno ridando le carte dopo aver mescolato il mazzo.
Assisteremo ad una nuova partita, forse un nuovo gioco e speriamo nuovi giocatori: se impariamo in fretta le regole potremmo giocare anche noi.
Entrano in crisi miti e certezze.
Scompaiono "monumenti finanziari" fondati quando ancora si andava a cavallo e non esisteva il telefono, crolla la fiducia nel mercato e nella finanza "cartacea", si teme la catastrofe e la discesa agli inferi sembra non fermarsi mai: non c'è panico tra i risparmiatori, ma incertezza, dubbio e incredulità.
Saltano tutte le previsioni, i calcoli, i consigli e le analisi che economisti, banchieri, politici ed "esperti" hanno fatto; nessuno aveva previsto, nessuno se lo aspettava, nessuno è riuscito a giocare d'anticipo.
Da domani ci sarà in giro più scetticismo da una parte e, si spera, meno spocchia dall'altra.
Da domani ci saranno più opportunità per coloro che sapranno tenere i nervi saldi e coglieranno le occasioni di acquisto.
Da domani dovremo essere più parsimoniosi e più attenti nell'allocazione dei nostri risparmi e chiederci fino a che punto siamo disposti a rischiare, visto che siamo tutti favorevoli al rischio finché non subiamo delle perdite.
Il mercato non si è fermato nemmeno di fronte alle crisi più devastanti: anche questa volta farà la sua parte e saprà dare le giuste soddisfazioni.
Chi oggi è in perdita perché ha in portafoglio azioni, deve tenere duro e non farsi prendere dal panico: vendendo si rischia veramente di gettare via il bambino con l'acqua sporca del bagno.
Una partita che durava da decenni è finita: si stanno ridando le carte dopo aver mescolato il mazzo.
Assisteremo ad una nuova partita, forse un nuovo gioco e speriamo nuovi giocatori: se impariamo in fretta le regole potremmo giocare anche noi.
L'effetto mucca pazza. Nicola Porro
Adesso fermiamoci un attimo. E cerchiamo di ragionare, mentre là fuori c’è un gran trambusto. La fenomenologia di una crisi spesso assume dimensioni che travalicano la realtà, complici anche i nostri tam tam mediatici. Qualcuno si ricorda forse della mucca pazza? Del conseguente bando all’amata fiorentina sul presupposto, poi rivelatosi falso, di un contagio collettivo dalla bestia all’uomo? E l’aviaria? L’Organizzazione mondiale della sanità (in pratica il Fondo monetario della salute) annunciava 150mila morti solo in Italia. La pandemia. Neanche un caso. Le crisi, sanitarie come quelle finanziarie, hanno una caratteristica comune. Quando sorgono appaiono apocalittiche: la fine dei carnivori e dei capitalisti. Inoltre generano comportamenti isterici, irrazionali: al bando i polletti italiani, quattrini sotto al materasso.
Detto questo, la débâcle delle Borse fa male davvero ai risparmiatori. Non è una balla. Ma a differenza di un virus, il mercato è il prodotto dell’uomo: è l’interazione straordinaria e libera dei comportamenti e degli interessi istantanei di miliardi di individui. Friedrich von Hayek lo chiamava la «catallassi»: dal greco «scambiare», ma anche «ammettere nella comunità». A differenza delle altre crisi, sono dunque i nostri comportamenti, quelli della nostra comunità, che «fanno il mercato». Ecco perché il panico finanziario rischia di autoavverarsi, nonostante sia nato da un’esagerazione. Un esempio drammatico nella sua semplicità è quello dei depositi bancari. Se gli italiani dovessero in massa ritirare i propri quattrini dalle banche e metterli sotto il materasso, eccessivamente spaventati dalla situazione, metterebbero davvero in difficoltà le banche. Il comportamento dei risparmiatori sarebbe autolesionista e creerebbe per questa via una crisi vera su basi fragili.
C’è da ultimo un rischio più sottile. Drammatizzare una crisi finanziaria rischia di generare risposte altrettanto eccessive da parte della politica. Così come, solo sulla carta, era razionale bandire la fiorentina se essa fosse stata veicolo della mucca pazza, altrettanto ragionevole sarebbe, sulla carta, sospendere l’iniziativa privata nel settore bancario se questo dovesse procurare la morte del capitalismo. In entrambi i casi si commetterebbe un’enorme sciocchezza. (il Giornale)
Detto questo, la débâcle delle Borse fa male davvero ai risparmiatori. Non è una balla. Ma a differenza di un virus, il mercato è il prodotto dell’uomo: è l’interazione straordinaria e libera dei comportamenti e degli interessi istantanei di miliardi di individui. Friedrich von Hayek lo chiamava la «catallassi»: dal greco «scambiare», ma anche «ammettere nella comunità». A differenza delle altre crisi, sono dunque i nostri comportamenti, quelli della nostra comunità, che «fanno il mercato». Ecco perché il panico finanziario rischia di autoavverarsi, nonostante sia nato da un’esagerazione. Un esempio drammatico nella sua semplicità è quello dei depositi bancari. Se gli italiani dovessero in massa ritirare i propri quattrini dalle banche e metterli sotto il materasso, eccessivamente spaventati dalla situazione, metterebbero davvero in difficoltà le banche. Il comportamento dei risparmiatori sarebbe autolesionista e creerebbe per questa via una crisi vera su basi fragili.
C’è da ultimo un rischio più sottile. Drammatizzare una crisi finanziaria rischia di generare risposte altrettanto eccessive da parte della politica. Così come, solo sulla carta, era razionale bandire la fiorentina se essa fosse stata veicolo della mucca pazza, altrettanto ragionevole sarebbe, sulla carta, sospendere l’iniziativa privata nel settore bancario se questo dovesse procurare la morte del capitalismo. In entrambi i casi si commetterebbe un’enorme sciocchezza. (il Giornale)
martedì 7 ottobre 2008
Se Profumo gioca la schedina. L'uovo di giornata
Proviamo a condensare in poche frasi l’intervista che l’a.d. di Unicredito, Alessandro Profumo ha dato oggi a Repubblica. “Nell’ultimo mese il mercato si è deteriorato al di là delle nostre peggiori aspettative”; “Nessuno poteva immaginare che Lehman finisse in chapter 11”; “Abbiamo comprato banche in Ucraina e in Kazakistan, e minoranze in Germania, in Russia e in Austria e insieme abbiamo lanciato l’operazione su Capitalia. Col senno di poi abbiamo esagerato”; “nessuno di noi aveva la percezione che fossimo arrivati al picco del ciclo positivo e che di lì a poco avremmo imboccato con sorprendente rapidità la china discendente: questo è stato il nostro primo errore”; “il secondo errore è stato non prevedere che la crisi globale sarebbe stata così profonda e prolungata, altrimenti avremmo fatto allora quello che abbiamo fatto domenica (il piano da 6,5 mld di euro, ndr.) e sarebbe stato molto meglio”; “quello che non avevamo previsto, che nessuno di noi aveva previsto era che stese per arrivare una vera e propria recessione”; “c’è stato anche l’errore di una eccessiva finanziarizzazione della banca”; “è sempre facile giocare la schedina del totocalcio il lunedì mattina invece del sabato”.
Credete che il titolo dell’intervista sia: “Profumo: ecco perché mi dimetto”?
Nemmeno per idea. (l'Occidentale)
Credete che il titolo dell’intervista sia: “Profumo: ecco perché mi dimetto”?
Nemmeno per idea. (l'Occidentale)
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