venerdì 31 marzo 2006

giovedì 30 marzo 2006

Il conflitto di interessi in America. Christian Rocca

http://www.ilfoglio.it/uploads/camillo/conflittoUsa.html

Sorpresa per Fassino: la legge sul conflitto di interessi in America non esiste

Appello ragionato agli elettori di sinistra. Francesco Natale

Prologo
«Far pagare più tasse ai ricchi e meno tasse a chi lavora». Questo è quanto ha affermato in un breve intervento al TG di Rai Uno l'Onorevole Rizzo dei Comunisti Italiani. Curiosa contrapposizione di termini, «ricco» e «lavoratore», che delinea con estrema chiarezza quale sia la chiave di lettura della realtà propria di una mente ancora oggi fortemente ideologizzata e quali siano i presupposti politici per la realizzazione del programma dell'Unione: chi è «ricco» non lavora, ma vive come un parassita alle spalle di chi «lavora», il quale, per logica deduzione, non può essere «ricco». A prescindere dall'aderenza al reale di una tale affermazione, possiamo dire senza tema di smentite che è ritornato in auge il principio vetero-comunista in base al quale la «ricchezza» è una colpa e la «povertà» una virtù, anziché una disgrazia. Due sono gli interrogativi suscitati dalla preoccupante professione di etica francescana dell'Onorevole Rizzo: il primo riguarda la concreta individuazione della soglia di «ricchezza», il secondo riguarda l'elettorato di centrosinistra. Quanto si identifica quest'ultimo con l'approccio fiscale dell'Onorevole Rizzo, importante esponente dell'Unione?
Contraddizione in termini
Nonostante l'elusività che caratterizza tutti i leaders dell'Unione quando si affronta l'argomento tassazione, è ormai acclarato che la nuova soglia di «ricchezza» si colloca dai 250.000 Euro di patrimonio in su, ove per patrimonio non si intende esclusivamente la disponibilità di liquido sul conto corrente, bensì il complesso dei beni effettivamente disponibili (case, titoli, attività commerciali etc. etc.). Lo hanno detto di malavoglia Prodi, Fassino, Rutelli, Boselli. Lo hanno sostenuto con maggior soddisfazione, coerenza e chiarezza Diliberto e Bertinotti. Per questi «ricchi» sarà reintrodotta l'odiosa tassa di successione (o, più correttamente, tassa sulla morte) e non ci sarà nessuna agevolazione fiscale. Anzi, le cesoie del fisco sfronderanno brutalmente reddito, patrimonio, risparmio.
Ora, preso atto che tutte le famiglie Italiane proprietarie dell'immobile ove hanno residenza (oltre l'85%), che hanno uno stipendio medio complessivo superiore ai 2000 Euro o, peggio, una piccola attività commerciale in proprio superano abbondantemente detta soglia di «ricchezza», e che in questa categoria rientra la grande maggioranza delle famiglie italiane, dobbiamo dedurne che, per i leaders dell'Unione, la stragrande maggioranza degli Italiani è composta da ricchi e benestanti. Ma allora, a rigor di logica, l'impoverimento generale del Paese ad opera del Governo Berlusconi è una leggenda metropolitana, un'argomentazione bassamente propagandistica e meramente ideologica. Ne prendiamo atto e ci chiediamo: è possibile considerare come politica propria di una sinistra che si dice social-democratica (con le significative e preoccupanti eccezioni del caso...), la fiscalizzazione selvaggia del ceto medio?
Un nuovo nemico di classe
La fiscalizzazione selvaggia ai danni del ceto medio si coniuga con allarmante coerenza al feticcio della lotta all'evasione fiscale. I vertici dell'Unione sono tutti concordi riguardo alla possibilità di ricavare immani risorse dalla lotta all'evasione fiscale. Anziché adottare un approccio realmente riformista (e quindi realmente di sinistra), in base al quale la riduzione delle imposte risulta strumento propedeutico alla diminuzione dell'evasione fiscale (pagare meno, pagare tutti), la sedicente sinistra è infatuata del pugno di ferro contro chiunque faccia parte di quello che viene spregiativamente definito «popolo delle partite IVA» o «popolo dei registratori di cassa».
Questi sono il nuovo nemico di classe, responsabili del presunto sfacelo dei conti pubblici non meno del Cavaliere, parassiti che vivono alle spalle dei lavoratori dipendenti: ladri per definizione. Ergo: quel poco che resterà ai nuovi «ricchi» (sempre in base alla succitata definizione unionista) dopo l'assalto delle cesoie dei futuri gabellieri, dovrà essere sottoposto ad una impietosa raffica di accertamenti fiscali. E voi, commercianti, piccoli imprenditori e liberi professionisti che vi accingete a sostenere l'Unione, siete così afflitti dalla Sindrome di Stoccolma tanto da ringraziare anticipatamente col vostro voto i vostri futuri carnefici?
Preoccupanti omologazioni linguistiche
Oggi non esiste più un trasparente rapporto dialettico tra il sindacato e il vertice di confindustria: parlano entrambi la stessa lingua. Uno scenario assolutamente impensabile fino a qualche anno fa. Viene spontaneo chiedersi: chi è rimasto a tutelare i diritti del lavoratore dipendente? Montezemolo? Della Valle? Epifani? La realtà, che ha la testa dura e poco spazio lascia ai sofismi sul «rilancio dell'economia», ci dice che la suddetta omologazione linguistica risponde a esigenze contigue di carattere prettamente politico. E' interesse del vertice di Confindustria (sconfessato dalla base, a onor del vero) che si riaprano i rubinetti dei cosiddetti «finanziamenti a pioggia», ovvero la possibilità per le grandi imprese di privatizzare i profitti e socializzare le perdite: i buchi neri dei bilanci degli ex colossi industriali li torneremo a pagare noi contribuenti. Ecco a cosa servirà l'aumento della pressione fiscale annunciato a mezza voce dal Professor Prodi: non a ridistribuire equamente le risorse, bensì a favorire chi già favorito è.
Allo stesso modo, il sindacato mira alla conservazione dei propri privilegi connessi al suo status di anomalia giuridica: non essendo stata applicata la Costituzione per quanto riguardava la registrazione delle associazioni sindacali maggiormente rappresentative queste non sono soggette alle restrizioni imposte dalla legge sul finanziamento pubblico ai partiti, pur risultando infinitamente più ricche di qualsiasi partito politico. E voi, lavoratori dipendenti che vi accingete a supportare Romano Prodi, ci tenete così tanto a vedere le vostre tasse (un terzo del vostro stipendio) rifluire nelle tasche già ben farcite dei signori Montezemolo, Della Valle, Profumo, Bazoli, Abete, o in quelle di qualche dirigente sindacale che, a parte ricordarsi di voi quando si trattava di usarvi come carne da cannone per riempire le piazze, non vi ha mai rappresentato in vita sua?
Robin Hood al contrario
Ricordiamo qualche dato inerente alla politica fiscale che subimmo ai tempi del governo Prodi: aliquota IRPEF ridotta per i grandi patrimoni dal 53% al 46%, aumentata punitivamente per i ceti deboli dal 10% al 19% (il doppio). A fronte delle legittime proteste suscitate da tale accanimento fiscale verso i meno abbienti il Ministro Visco rispose, con la piccata supponenza che sempre lo ha contraddistinto, che «non era colpa sua se la maggioranza dei contribuenti apparteneva alla fasce di reddito più basse». Con quale sfacciato coraggio Prodi accusa oggi Berlusconi di avere favorito i ceti abbienti a scapito delle fasce deboli, acclarato che il governo di centrodestra ha agito in direzione radicalmente contraria rispetto al governo del Professore per quanto riguarda la politica fiscale? Dopo aver già provato sulla nostra pelle i «benefici effetti» del primo cuneo fiscale del Professore, vogliamo davvero subire il secondo? E ancora: quanto può dirsi di sinistra una riforma fiscale che ha premiato chi già aveva tanto a scapito di chi aveva molto meno?
Conclusione... e paradosso
L'espressione del voto è un qualcosa che non risponde esclusivamente a freddi meccanismi razionali e analitici. In essa riveste parte fondamentale la componente istintiva. E'ovvio ed è giusto così. Quindi questo appello non si rivolge a quanti, giustamente e legittimamente, fanno propri i valori della sinistra massimalista o a quanti sono preda di frenesia iconoclastica nei confronti di Silvio Berlusconi: è un loro diritto, e le dotte disquisizioni volte a dequalificarne la «virtù politica» e ad individuare cesure morali tra «virtuosi informati» e «beceri ignoranti» le lasciamo fare a Umberto Eco, sempre generoso nell'individuare ad ogni costo due Italie, la sua e quella degli altri tapini che non capiscono. A noi il pluralismo piace e ne riconosciamo l'imprescindibile valore nell'ambito di una democrazia compiuta.
Questo appello si rivolge piuttosto ai moderati, agli indecisi, a quanti si riconoscono in una tradizione di sinistra «storica», liberale e riformista, grandemente sconfessata dall'attuale sinistra unionista. A questi rivolgo un invito: staccate per un istante la spina dal torrido clima proprio degli ultimi giorni di campagna elettorale. Meditate su quanto avete letto poco sopra. Verificatene la mendacia o la veridicità. Quindi chiedetevi questo: nell'ultimo decennio qual è stato in Italia il leader politico che meglio ha rappresentato e concretizzato le istanze politiche proprie di una sinistra vera, ovvero dalla parte della gente e non a esclusiva tutela dei poteri forti? La risposta potrebbe sorprendervi.

Li mangiano ancora. Filippo Facci

Succede che gli storici sappiano di Storia ma non del presente, qualche volta. Marcello Flores, già autore di «Tutta la violenza di un secolo» per Feltrinelli, ieri l'ha messa così: «Non c'è nessun episodio della storia recente in cui si sia manifestata una volontà di cannibalismo». E perdonate l'insistenza, ma sono alcune agenzie delle Nazioni Unite ad aver confermato che in Corea del Nord ultimamente si sono perpetuati cannibalismi e assassini a scopo alimentare. Il Fondo coreano di assistenza ha descritto mercati in cui la carne umana era stesa su stuoie di paglia:
la carestia, le inondazioni e la disperazione possono questo e altro. Ne ha parlato Mark Nicol su News Telegraph e con lui altri giornalisti che hanno raccolto testimonianze circa bambini venduti per fame. Si è letto di corpi trafugati la notte successiva alla sepoltura, mentre un genitore ha sostenuto che la sua famiglia è sparita per rispuntare sul bancone di un mercato. «Quando uno è molto affamato», ha raccontato un'altra testimone al Washington Post, «può diventare pazzo. Una donna della mia città ha ucciso il suo figlio di sette mesi e lo ha mangiato assieme ad un'altra donna».
Badateci: i cannibalismi della Russia di Lenin e della Cina di Mao sono ben documentati, epperò oggi qualcuno seguita a dissimularli. Tra una cinquantina d'anni forse si parlerà di quanto avviene in Corea del Nord. Oggi.

Appello ai delusi. R.Brunetta e P.Guzzanti

A Il 9 e 10 aprile a decidere delle sorti dell'Italia sarà paradossalmente chi non voterà, piuttosto che chi si recherà alle urne. L'Italia è infatti divisa tra la minoranza guidata dall'ex partito comunista, e la maggioranza che ad esso si è sempre opposto e si oppone. E mentre gli elettori della sinistra sono tutti determinati al voto, tra gli elettori di centrodestra è forte la tentazione di disertare.
B In tanti, infatti, serpeggia un sentimento di delusione. Si aspettavano una rivoluzione liberale che non si è ancora realizzata, si aspettavano che l'Italia cambiasse più e meglio di quanto non sia cambiata.
C Noi li comprendiamo, condividiamo con loro questo sentimento e vogliamo essere interpreti e garanti della loro volontà di un più deciso impegno a realizzare la rivoluzione liberale.
DNoi crediamo che in tante, troppe, occasioni la Casa delle libertà abbia peccato di ingenuità, di sudditanza nei confronti dei poteri forti, di incapacità di gestire il potere con la determinazione e la dignità che vengono dal consenso, di eccessiva ricerca del compromesso anche quando non era necessario, di estenuante litigiosità interna, di disattenzione e scarsa disponibilità ad ascoltare e a stare tra la gente, di incapacità a comunicare tutto il buono realizzato e di contrastare tutto il falso sparso sul Paese dai nostri avversari e dai media con loro compiacenti. E, cosa più grave di tutte, di aver sottovalutato i tanti segnali di allarme che venivano dalle infelici prove elettorali degli ultimi anni.
E Noi siamo convinti che, nonostante tutto questo, il governo Berlusconi sia stato il migliore dal secondo dopoguerra. Che le tante riforme fatte siano state tutte importanti, coraggiose, intelligenti, necessarie e che abbiano dato inizio alla irreversibile modernizzazione dell'Italia e alla sua trasformazione in un Paese fondato sulla libertà.
F Noi, però, sappiamo che le riforme hanno bisogno di tempo per manifestare i loro effetti, mentre gli italiani hanno dovuto scontare il prezzo di una crisi economica le cui responsabilità vengono da lontano, insieme al continuo attacco di una politica intrisa di odio nei nostri confronti, ai limiti della guerra civile, scatenata con cinismo e spesso con violenza fisica da una sinistra che non ha nulla a che fare con il laburismo e la socialdemocrazia delle democrazie occidentali.
GNoi diciamo ai delusi che quella rivoluzione è ancora a portata di mano, della stessa mano che segnerà sulla scheda la sorte dell'Italia e degli italiani.
H Noi ricordiamo ai delusi che quel popolo che ha sempre resistito attivamente all'equivoca egemonia comunista è ancora maggioritario nella società italiana, nel lavoro, nelle imprese, nelle professioni e nei cuori della gente. Ma rischia di diventare per la prima volta minoritario nelle urne, per nostra responsabilità e per loro delusione.
I Noi avvertiamo i delusi che la sconfitta della Casa delle libertà provocherebbe il crollo della speranza della gente libera che vedrebbe tramontare, chissà per quanto, l'unica occasione possibile di una rivoluzione liberale. Guai se ciò accadesse.
J Per questo rivolgiamo ai delusi un appello. E offriamo loro un impegno sull'onore per il quale chiediamo ancora cinque anni di fiducia. Lo chiediamo con l'orgoglio degli obiettivi realizzati, e con la volontà di fare di più e meglio. Noi siamo consapevoli che le grandi rivoluzioni liberali del nostro tempo, come quelle della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti, si sono sempre realizzate con il secondo mandato, non con il primo. Il lavoro iniziato cinque anni fa deve essere compiuto.
K Noi ci impegniamo a batterci per un governo di persone competenti, che abbia e dimostri sempre una forte e visibile passione politica, capace di fare, ma anche di ascoltare, comprendere, rispondere e decidere.
L Noi ci impegniamo a lavorare ancor di più per Forza Italia, per farne un partito diverso dagli altri, dove si discutano ancor più apertamente idee, uomini e programmi, capace di rappresentare sempre meglio quel blocco sociale e politico che a Forza Italia ha dato in questi anni la sua fiducia, ma anche affidato una missione in parte incompiuta.
M Noi siamo con Berlusconi e a Berlusconi intendiamo garantire tutta la forza politica necessaria per resistere all'assedio soffocante della vecchia politica che spinge sempre, come è nella sua natura, a compromessi al ribasso.
N Tanto leali, quanto liberi: questa è la nostra identità e la nostra credibilità, insieme al nostro impegno a saper dire di no, a dire sempre la verità e a mostrare la verità ai cittadini, nonostante l'assordante rumore delle mistificazioni che oggi provengono da quasi ogni parte.
O Chiediamo ai delusi di non disertare le urne, consegnando l'Italia a coloro che la riporterebbero indietro. Lo chiediamo con orgoglio, con passione, con animo libero e sincero, e col sentimento di chi è con gli italiani che lavorano, che producono, che rischiano tutti i giorni, che si affacciano al futuro e lo vogliono limpido e rassicurante, ricco di libertà e di opportunità. Gli italiani liberi possono vincere ancora.

mercoledì 29 marzo 2006

Bisogna saper perdere...

Nessuno sa chi vincerà la gara del 9 e 10 aprile ed anche il mago Otelma non ha fatto dichiarazioni ufficiali. Ai mezzi di informazione è vietato, in questo periodo, pubblicare sondaggi e quelli che li fanno sono ben contenti di non doversi sbilanciare.
Quindi: vinca il migliore? No, vincerà la caolizione scelta democraticamente dagli elettori perché non è una gara di abilità o di bravura.
L'undici aprile, sarà molto difficile prima, sapremo chi ha perso. Sì, perché sarà una perdita e non un: "abbiamo tenuto al sud, ma è venuto meno il voto dei giovani", oppure "il nostro partito è il primo nelle grandi città, ma il ceto medio non ci ha seguiti".
La posta in gioco è il governo del Paese per cinque anni e rimanere in panchina brucia a chiunque.

Se dovesse perdere la Casa delle libertà, sono certo che il Cav. non si strapperà i capelli ( ne ha pochi e ci tiene in modo particolare ) ma comincerà un'operazione di analisi dei motivi della sconfitta e una salutare autocritica quasi certamente con qualche scambio di responsabilità. Probabilmente il progetto del partito unico verrà rivisto alla luce dei risultati e non è detto che possa subire modifiche o sospensioni. Si studieranno tempi e modi della campagna elettorale e si passerà al setaccio la legislatura trascorsa per capire ed eventualmente trovare errori e valutazioni errate. Non so quanto potrebbe durare un Governo Prodi, ma in ogni caso il centrodestra sono certo che farà la sua brava opposizione e si preparerà per il 2011.

Se dovesse perdere l'Unione la colpa sarà di Berlusconi e degli elettori rimbecilliti dalle televisioni in mano al Presidente del Consiglio. Sarà una dura requisitoria contro avversari che non si sono lasciati sconfiggere ed elettori che non hanno capito niente: la superiorità della sinistra è così evidente che le elezioni sarebbero superflue. Poi comincerebbero le purghe e Prodi sarebbe il
primo ad essere emarginato. L'opposizione sarà durissima senza guardare gli interessi della nazione ed il centrosinistra farà di tutto per far saltare il governo Berlusconi. L'offensiva giudiziaria diventerà vera guerra ed i giudici getteranno la maschera.

Abbiamo avuto governi di centrosinistra e governi di centrodestra: i primi aspirano al potere in quanto tale, i secondi usano il potere per governare. I primi chiedono uno Stato più forte per comandare meglio, i secondi uno Stato più leggero per dare potere ai cittadini. I primi, in cambio, offrono tasse e sacrifici, i secondi sviluppo e più soldi in tasca.
Io so per chi votare perché ho la mia concezione dello Stato ma rispetterò il responso delle urne e la scelta democratica della maggioranza perché vincerà chi avrà più voti e chi ha più voti deve governare.

Gli economisti di sinistra ammettono: aliquote più alte su tutti i titoli di Stato. Gian Battista Bozzo

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=77797&START=0

Le dichiarazioni di due professoresse di economia dell'Università di Bologna molto vicine a Prodi

Gli strani silenzi dei banchieri. Nicola Porro

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=77788&START=1620&XPREC=0

Perché la lobby dei banchieri non si pronuncia sulla tassazione delle rendite finanziarie?

La formula della crescita. Carlo Pelanda

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=77786&START=0

Dati, analisi e considerazioni per il rilancio del nostro Paese

martedì 28 marzo 2006

Il 2006 è l'anno della ripresa. Giuliano Ferrara

Gli ultimi dati dicono che l’Italia riparte. Il prossimo governo se ne vanterà

Gli indicatori dell’economia italiana stanno volgendo al bello. Da vari segnali ciò che si desume non è un semplice recupero dopo un anno di stagnazione. O un mero traino dal resto dell’economia europea, di cui Bruxelles segnala la ripresa. Infatti, nei primi mesi del 2006 le nostre imprese registrano una crescita del fatturato dell’8,4 per cento, spinte soprattutto dal mercato estero. Per l’export interno ed esterno all’Europa l’incremento è addirittura il 14,5 per cento, rispetto agli stessi mesi dell’anno scorso. Per l’industria dei mezzi di trasporto il balzo in avanti dell’export è il 19 per cento, mentre per pelli e calzature, che si temeva fossero duramente colpite dalla concorrenza cinese sui mercati europei, è del 17 per cento. Queste percentuali non esprimono certo un mero effetto traino rispetto alla ripresa europea, che è pur sempre inferiore al 3 per cento in termini reali ed è forse valutabile in un 5 per cento in termini di fatturato, al lordo dell’aumento del tasso di inflazione. D’altra parte le analisi di Mediobanca sui bilanci delle grandi e medie imprese del 2005 hanno messo in luce una buona crescita dei profitti, che trova conferma nell’aumento del gettito dell’Ires, l’imposta sulle società. L’incremento sostanzioso di gettito dell’Irap, che riguarda anche piccole imprese e autonomi, fa presumere che anche i loro bilanci siano stati buoni. Se a ciò si aggiungono i dati sull’aumento dell’occupazione e del consumo di energia nelle attività industriali e terziarie, segnale di incremento tecnologico, si ricava la sensazione che la nostra economia produttiva si stia riorganizzando e stia rispondendo positivamente alla pressione competitiva esercitata dall’euro alto e dalla concorrenza dei paesi emergenti nelle fasce inferiori dei mercati in cui la nostra industria è specializzata. Tutto ciò avviene nell’ultimo anno d’una legislatura caratterizzata da una politica di tasse basse (la pressione fiscale è scesa al 39,9 per cento), da grandi opere pubbliche, da riduzione delle incombenze burocratiche e da nuovi rapporti con Stati Uniti e Russia, che cominciano a dar frutti. Di ciò si glorierà il governo futuro, che potrebbe essere quello dell’opposizione che ha disprezzato queste politiche.

Perché il diffondere un clima di pessimismo dovrebbe far salire l'inflazione? Anonimo

Riporto integralmente le considerazioni fatte da un commentatore anonimo di un mio post alla domanda di cui sopra

Ci provo: partiamo dalla considerazione del fatto che tutti i cittadini dei paesi dell'area Euro hanno percepito un aumento del livello dei prezzi nettamente superiore a quello registrato dalle statistiche ufficiali. Ciò ha determinato un considerevole divario fra i valori della cosiddetta inflazione "percepita" e quelli dell'inflazione misurata. Il permanere di tale situazione è stato molto diversificato nei vari paesi.In Italia il fenomeno si è attenuato solo verso la fine del 2004, anche se ancora oggi molti esponenti politici assegnano all'introduzione dell euro molte delle colpe dell'accentuata dinamica dei prezzi registrati negli ultimi anni, anche se valutazioni più che attendibili indichino che l'effetto change over sui prezzi al consumo sia stato nel complesso modesto. Una discreta responsabilità per il permanere in Italia di una sostanziale differenza fra l'inflazione "percepita" e l'inflazione "misurata" è da attribuire alla mancanza di un informazione chiara e trasparente sulla reale natura del processo inflazionistico. Più che ad un'assenza di informazioni si è andati incontro a ad un problema di distorsione delle informazioni. Le situazioni di allarmismo sull'inflazione determinatesi fra l'opinione pubblica sono da imputare a campagne di disinformazione che, come è stato provato da più parti, hanno contribuito ad alimentare l'inflazione stessa. Infatti se si lascia intendere che la "vera" inflazione ha raggiunto livelli del 30% diventa difficile pensare che anche coloro che fino a prima hanno evitato di farlo, si sentano autorizzati di rivedere i prezzi "solo" del 10-15%.E non basta.Gli stessi si sentiranno comunque legittimati in futuro a rivedere ancora in rialzo i propri listini. RIsultato: il solo effetto annuncio (anche se basato su informazioni parziali o errate), ha comunque finito per legittimare incrementi speculativi dei prezzi. Se la risposta non dovesse aver chiarito ti invitop a leggere Del Giovane e Sabatini(2004) e Boeri(2004)che hanno analizzato a fondo il problema. Per ricollegarmi a ciò che dicevo nel primo articolo riguardo alcuni esponenti della sinistra che avrebbero alimentato questo clima pessimista cito alcune frasi:Prodi: "il potere d'acquisto continua a diminuire" (29/10/2005)Rutelli: "il potere d'acquisto delle famiglie è in pesante arretramento, le imprese sono sfiduciate..." (29/04/05)Pecoraro Scanio: "Berlusconi ha danneggiato il paese, tanto che oggi gli italiani stanno peggio. Il potere d'acquisto è drammaticamente calato, i prezzi sono andati alle stelle"(5/02/05)Rosy Bindi: "prova del disastro sociale a cui hanno portato le dissennate politiche del governo, è proprio il fatto che la destra non ha tutelato il potere d'acquisto delle famiglie" (6/10/05)Questo è un esempio di campagna di disinformazione. PEr il benessere dei cittadini ciò che conta è l'aumento o la diminuzione della loro capacità di spesa, e quindi la relazione tra dinamica dei prezzi e dinamica dei valori nominali dei redditi e della ricchezza.Per rispondere a questa domanda basta consultare i dati istat. Questi affermano che nel quadriennio 2001/2004 a fronte di un aumento del pil reale( calcolato a prezzi costanti) del 1.9% il reddito disponibile è aumentato del 2.5%, mentre l'aumentare complessivo delle retribuzioni lorde è aumentato del 4.6%.Un incremento continuo che riflette la bassa crescita del perido, ma non la diminuzione.I dati relativi all'incremento del costo della vita,(indice NIC), indicano che nel corso del quadriennio 2001/2004 non vi è stata alcuna diminuzione delle retribuzioni medie in termini reali, cioè non è diminuito il potere d'acquisto. Includendo nel calcolo i dati provvisori sul 2005 si può dire che neanche qui abbiamo una diminuzione.Bisogna poi considerare che il gorverno di centrodestra ha lavorato in un periodo di congiuntura economica sfavorevole.

lunedì 27 marzo 2006

venerdì 24 marzo 2006

Trappolone per il ceto medio. Nicola Porro

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=76291

A proposito di tassazione delle rendite e imposte di successione

L'apocalisse elettorale. Pierluigi Battista

Sembrava che, nelle coscienze di tutti, si fosse dissolto lo spettro di una competizione elettorale vissuta come una guerra civile simulata. Sembrava. Ma l’atmosfera intossicata che si respira a quindici giorni dal voto dimostra quanto sia ancora tenace in Italia la distorsione apocalittica della lotta politica. Si poteva sperare che l’alternanza democratica tra schieramenti contrapposti fosse finalmente stata interiorizzata come evento normale, fisiologico, non traumatico. Purtroppo non è così. Prevale l’allarme, l’isteria, il clima da scontro finale e catastrofico che terrorizza chi è destinato a perdere (guai ai vinti): mentre chi perde, in una democrazia matura, dovrebbe solo creare le condizioni per potersi riscattare alle elezioni successive, come avviene in tutto l’Occidente democratico.
Invece gli Usa diramano una nota (di paternità non proprio certa) in cui si dà l’allerta per eventuali violenze che potrebbero devastare e insanguinare l’Italia alla vigilia del voto. Così si alimenta obliquamente un «clima d’angoscia» collettiva, ha osservato Romano Prodi. Ma l’angoscia è già una presenza palpabile e incombente in questa sgangherata campagna elettorale. Il presidente del Consiglio rovescia un topos solitamente diretto contro la sua persona, e proclama lo stato di «emergenza democratica ». Si disegna lo scenario disastroso e dal sapore sudamericano di capitali in fuga preventiva dall’Italia nelle mani del centrosinistra (forse) trionfante. Si alimenta un clima da ultima spiaggia della democrazia. Si deformano fino alla caricatura le tesi degli avversari in materia sociale ed economica. Si evoca il fantasma del grande complotto, l’incubo di una catena di poteri che agisce nell’ombra per vessare in modo definitivo la metà dell’Italia soccombente alle elezioni.
Prodi sostiene che c’è una «strategia» e che lo scopo di questa strategia è di incendiare nel parossismo allarmistico la transizione a un nuova maggioranza politica. Tuttavia, se si tratta di una «strategia», stupisce che nel centrosinistra alberghi la tentazione tanto potente (ed evidentemente non condivisa dal candidato premier) di cadere nelle reti strategiche dell’avversario. Non sembra ad esempio cosa avveduta minimizzare sugli assalti della piazza estremista alle manifestazioni di Forza Italia. O sorvolare sulle parole estreme di un leader come Diliberto, che accusa gli avversari di avere le mani «grondanti di sangue». O non arginare la mistica della «mobilitazione antifascista» con cui i gruppi a sinistra della sinistra giustificano una prassi della violenza come non si vedeva da anni. O minacciare rappresaglie severe ai danni dello sconfitto, da colpire con vendicativi provvedimenti ad personam.O addirittura rischiare la delegittimazione di un atto solenne del capo dello Stato, sprofondando nella polemica postuma contro il «mercenario» Quattrocchi. O dipingere il «caimano» come il responsabile di un trama golpista, diretta a impedire con la violenza aperta la prevalenza dei «veri» democratici.
Adesso bisogna dimostrare che la guerra civile (sia pure a bassa intensità) non è la maledizione che imprigiona l’Italia in un destino che sembrava esorcizzato per sempre. Dimostrare, soprattutto, che l’esperienza dell’alternanza democratica di questi dieci anni e oltre non è stata vana ma ha inciso nella mentalità collettiva con una forza maggiore dei richiami della foresta. E che la normalità democratica non sia più, finalmente, una chimera irraggiungibile.

giovedì 23 marzo 2006

mercoledì 22 marzo 2006

Due strategie a confronto. Gianni Baget Bozzo

Due strategie sono a confronto nelle elezioni politiche italiane. Una strategia è quella che punta sul movimento autonomo della società e sul suo adattarsi alle regole della globalizzazione, che comporta una grande flessibilità rispetto all'organizzazione dello stato sociale; comporta una politica fiscale e una politica del lavoro in grado di sollecitare l'iniziativa degli imprenditori per produrre ricchezza. Questa strategia è stata impersonata da Berlusconi: certamente la sua esperienza di imprenditore ha avuto peso nella formazione di questa concezione. La legge Biagi e la politica fiscale che ha teso a non gravare la mano sulle imposte, anche nel caso dei redditi più elevati, erano infine i provvedimenti più rispondenti alla dinamica spontanea della società. E' stato, quello di Berlusconi, un modello di politica liberale, anche se è mancato spesso il linguaggio per spiegare pienamente i suoi fondamenti dottrinali. Questa politica ha privilegiato il risparmiatore, il cittadino e il contribuente, nella convinzione che essi fossero le categorie maggiormente capaci di produrre lo sviluppo economico del Paese.
La politica che Prodi propone è invece ancora il patto dei produttori, l'intesa tra sindacati e grande industria che fu il cuore della politica del Pci e fece le fortune della Fiat, riserva naturale di una grande massa operaia. Oggi Prodi propone la forte riduzione delle imposte sul lavoro, di origine previdenziale, per gravare la mano sul cittadino, sul risparmiatore e sul contribuente. Ciò aumenta sicuramente il profitto degli industriali e il potere dei sindacati. Ma, contestualmente alla modifica radicale della legge Biagi, confonde la flessibilità con il precariato, perché vuole ridurre all'accordo tra sindacati e industriali il governo del mercato del lavoro. Da una società liberale si passerebbe a una società corporativa, che era il modello di società italiana prima della globalizzazione. Sarebbe una restaurazione selvaggia, tesa a trasformare attraverso il gravame fiscale i cittadini in sudditi - il modello classico della cultura comunista.
Due strategie a confronto: una fondata sulla libertà, l'altra fondata sulla sudditanza. Se a ciò si aggiunge il fatto dell'alleanza della sinistra con la magistratura, si comprende come il potere fiscale e il potere giudiziario, divenuti dominanti, minerebbero le condizioni sociali della libertà in tutte le sfere della vita.

Luisa Todini forever

Ieri sera a Ballarò è andata in scena la solita propaganda di sinistra con la "partecipazione straordinaria" di Diego Della Valle.
L'ultima arma letale della sinistra contro Berlusconi ha dimostrato tutti i suoi limiti e ben presto, ne sono certo, verrà lasciato solo. Figuratevi che persino Floris, che lo ha fatto parlare in continuazione, lo ha interrotto in un paio di occasioni. Lo "scarparo"- come viene difinito il proprietario della Tod's da Anna Falchi - ha espresso tutte le sue capacità che si riducono a poche idee, ben confuse ed esposte peggio.
Pecoraro Scanio, sempre presente in televisione nonostante rappresenti due elettori su cento, è talmente prevedibile che potrebbe parlare in playback , Fassino, teso come una corda di violino e pallido da far paura, non riusciva ad essere credibile, Sacconi sempre preciso e documentato insieme a Landolfi ha difeso i colori del centrodestra, perché a Ballarò si gioca fuori casa e quasi senza tifosi al seguito.
La rivelazione della serata, però, è stata Luisa Todini.
La bella e giovane signora è amministratore delegato dell'omonima impresa che opera nell'ambito delle costruzioni a livello internazionale. Floris non le ha concesso molto, proprio perché brava ed efficace, ma la signora è riuscita con pochissimi e brevi interventi a spiazzare, senza possibilità di replica interessata, i signori della sinistra. Ha detto che la sua impresa ha fatto molte assunzioni prevalentemete a tempo indeterminato, che il Governo ha cantierato le opere che dice, che Berlusconi non è andato a Vicenza per dividere, ma ha portato passione e dato una spinta agli industriali e che l'Italia non è allo sfascio e l'economia è in ripresa.
Se le liste elettorali non fossero già fatte la signora Luisa Todini meriterebbe di essere inserita a pieno titolo: Silvio vogliamo sempre lei d'ora in poi a Ballarò.

martedì 21 marzo 2006