venerdì 18 gennaio 2013

La vergogna italiana di una giustizia lumaca. Valter Vecellio

 

Una piccola notizia di cronaca, fa pensare a uno di quei bozzetti in cui era maestro Ferenc Kormendi. Invece che a Budapest, siamo però a Genova. I protagonisti di questa storia a cavallo tra il ridicolo e il patetico sono un pizzaiolo e il suo fornitore. Per qualche ragione che qui poco importa conoscere, il pizzaiolo non paga il fornitore. Il fornitore le tenta tutte, per vedersi saldato il debito, compreso il ricorso a metodi non proprio ortodossi. Scatta così una denuncia, per estorsione. I fatti accadono nel 2003, dieci anni fa. Il magistrato che si occupa della vicenda dopo un po’ si trasferisce in un’altra sede. Il successore che eredita il caso è oberato da decine, centinaia di altri procedimenti tutti più urgenti. Il tempo passa. Debitore e creditore giocoforza si convincono che la storia è finita lì; anche gli avvocati dopo un po’, presi probabilmente da altre cause, finiscono con il perdere i contatti con i loro assistiti. Una storia, finora, come tante, di giustizia denegata, dove tutti perdono, e nessuno ha soddisfazione. Trascorrono gli anni.

Dieci, per l’appunto. Ed ecco che, inaspettatamente, il Tribunale fissa l’udienza preliminare; per l’8 gennaio, una settimana fa. Dieci anni per l’udienza preliminare sono già di per sé una beffa; ma la cosa va molto al di là della beffa, perché viene fuori che nessuno si era accorto che sia il debitore che il creditore nel frattempo erano morti. Caso limite, si dirà; e chissà se anche questa vicenda rientra tra “i temi molto tecnici”, formula usata dalla signora ministro della Giustizia, Paola Severino, nell’auspicare che i partiti considerino il tema della giustizia centrale. È davvero una perla, quel “temi molto tecnici”, per definire la giustizia e la sua situazione di collasso e paralisi, espressione rivelatrice, illuminante. Si parla molto della situazione delle carceri, ed è giusto che si faccia. Le carceri però sono solo la punta dell’iceberg del più generale sfascio della giustizia italiana. Ogni giorno nei tribunali si verificano casi come quello di Genova; e di pari passo si consuma quella che si può ben definire amnistia strisciante, clandestina e di classe: l’amnistia delle prescrizioni, di cui beneficia solo chi si può permettere un buon avvocato e ha “buone amicizie”; sono circa 150mila i processi che ogni anno vengono chiusi per scadenza dei termini. Ogni giorno almeno 410 processi vanno in fumo, ogni mese 12.500 casi finiscono in nulla.

I tempi del processo sono surreali: in Cassazione si è passati dai 239 giorni del 2006 ai 266 del 2008; in tribunale da 261 giorni a 288; in procura da 458 a 475 giorni. Spesso ci vogliono nove mesi perché un fascicolo passi dal tribunale alla corte d’appello. Una situazione, a parte gli irrisarcibili costi umani, che grava pesantemente sui conti dello stato. L’esasperante lentezza dei processi penali e civili italiani costano all’Italia qualcosa come 96 milioni di euro l’anno di mancata ricchezza. Confindustria stima che smaltire l’enorme mole di arretrato comporterebbe automaticamente per la nostra economia un balzo del 4,9 per cento del PIL, e anche solo l’abbattere del 10 per cento i tempi degli attuali processi, procurerebbe un aumento dello 0,8 per cento del PIL. Grazie al cattivo funzionamento della giustizia le imprese ci rimettono oltre 2 miliardi di euro l’anno, e il costo medio sopportato dalle imprese italiane rappresenta circa il 30 per cento del valore della controversia stessa, a fronte del 19 per cento nella media degli altri paesi europei. Ecco perché ha ragione chi, come Marco Pannella, chiede e si batte per l’amnistia. Per mettere in moto quel meccanismo virtuoso che altrimenti resterà, come è rimasto finora, inceppato.

C’è bisogno, come si dice ora, di un’agenda “politica” sulla Giustizia, altro che “temi tecnici”, come dice il ministro della Giustizia Severino. I Pierluigi Bersani e i Nichi Vendola, gli Antonio Ingroia, gli Antonio Di Pietro e i Beppe Grillo, quanti si preparano alla scalata di Palazzo Chigi e del Quirinale, i compilatori di programmi elettorali e di governo, su questo non dicono e non propongono nulla; e c’è da capirli: non ci sono poltrone o postazioni di potere da occupare e spartire.

lunedì 14 gennaio 2013

Euro, mercati e riforme: le 12 bugie di Prof e Pd. Renato Brunetta

Quasi quasi Monti batte la sinistra nel raccontar balle nella connivenza dei media, di casa e internazionali. Una vera e propria bolla mediatica di consenso «a prescindere», come direbbe Totò. Ma noi non ci stanchiamo e continuiamo a fare i fact-checker, i verificatori, delle tante spudoratezze dette su questa crisi, nella speranza che la verità venga a galla.

Prima balla. Monti sostiene che a dicembre 2011 c'era il pericolo che non si potessero pagare gli stipendi per i pubblici dipendenti. Falso. Il totale della spesa pubblica nel 2011 è stato di 798,5 miliardi di euro. Il costo degli stipendi dei dipendenti pubblici è stato di 170 miliardi e il costo delle pensioni di 244 miliardi. La tempesta degli spread nel 2011 è costata 5 miliardi in più rispetto al 2010. Come fa Monti ad affermare che per 5 miliardi non si riuscivano a pagare stipendi pubblici e pensioni?

Seconda balla. Monti sostiene di aver domato lo spread nei suoi 13 mesi di governo. Vedi la frase alquanto retorica e spocchiosa a Napolitano «missione compiuta». L'andamento dello spread non influisce sui conti pubblici. Al contrario, il costo per le finanze pubbliche derivante dal servizio del debito dipende dai rendimenti che si formano nelle aste mensili dei titoli di Stato (mercato primario). Confrontando i 5 mesi più «caldi» del governo Berlusconi con l'anno di governo Monti emerge che il rendimento medio ponderato dei titoli di Stato decennali è più alto dello 0,20% con il governo Monti (5,73%), rispetto al governo Berlusconi (5,53%). E che il servizio del debito del 2012 è di 86 miliardi, superiore di 8 miliardi rispetto al servizio del debito dell'ultimo anno di governo Berlusconi. Ma di che cosa stiamo parlando?

Terza balla. Monti sostiene di aver salvato, con il suo governo, il Paese, che era sull'orlo del baratro. Il governo Monti, ai fini del conseguimento dell'obiettivo, ha contribuito solo per il 20%, il governo Berlusconi per ben l'80% con quattro manovre di finanza pubblica, aventi effetto cumulato, fino al 2014, di 265 miliardi di euro. Il decreto «Salva-Italia» del governo Monti, invece, avrà un impatto complessivo sulle finanze pubbliche, nel triennio 2012-2014, di 63 miliardi. Probabilmente si renderà necessaria una manovra correttiva nella prossima primavera, a causa del persistere della cattiva congiuntura. Manovra che Bersani ha evocato temendo «la polvere sotto il tappeto».

Quarta balla. Monti e la sinistra sostengono che l'abolizione dell'Ici nel 2008 ha «sconquassato» le casse dei Comuni e dello Stato. Falso. L'abolizione dell'Ici nel 2008 valeva meno di 2 miliardi di euro all'anno, cifra totalmente compensata ai Comuni; l'Imu del governo Berlusconi riguardava solo la seconda casa dal 2014, poi anticipata al 2013, con gettito ai Comuni. L'Imu di Monti, al contrario, colpisce anche la prima casa e si configura come una vera e propria patrimoniale. Pare che Monti abbia cambiato idea sull'Imu, così come la sinistra. Meglio tardi che mai. Balla palesemente scoperta.
Quinta balla. La sinistra sostiene che dal 1994 al 2011, Berlusconi non ha fatto niente. Falso: nelle legislature 2001-2006 e 2008-2011 ha fatto 53 riforme, tra cui patente a punti, legge antifumo, riforma del diritto societario, riforma dell'immigrazione (Legge Bossi-Fini), bonus bebè, riforma del lavoro (Legge Biagi), riforma della Pa, riforma della scuola e dell'università.

Sesta balla. La sinistra sostiene che il governo Berlusconi non ha fatto la riforma delle pensioni. L'insieme delle riforme Berlusconi in tema aveva reso il sistema italiano tra i più virtuosi, senza un'ora di sciopero, senza alcuna tensione sociale. Al contrario, nel 2008 il governo Prodi ha smontato la riforma Maroni (il famoso «scalone») con un aggravio di costo di circa 8 miliardi di euro. Per non parlare della riforma Fornero del 2012 e dei suoi 300.000 esodati.

Settima balla. La sinistra sostiene che i governi Berlusconi non hanno fatto le liberalizzazioni necessarie per il Paese. Falso. Berlusconi, già nei primi mesi del suo insediamento nel 2008, voleva adeguare la normativa nazionale ai dettami europei sulle public utilities, dove si annidano le più gravi malversazioni monopolistiche e di rendita. Il tutto è diventato legge, che le sinistre unite hanno voluto cassare con il referendum del 12 e 13 giugno 2011.

Ottava balla. La sinistra sostiene che il centrodestra non ha voluto ridurre il numero dei parlamentari. Probabilmente dimentica la riforma costituzionale recante «Modifiche alla Parte II della Costituzione» pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 269 del 18 novembre 2005. Che prevedeva, tra l'altro, la riduzione del numero dei deputati da 630 a 518; la riduzione dei senatori da 315 a 252. Con il referendum confermativo del 25 e 26 giugno 2006 la riforma Berlusconi fu cancellata grazie alla sinistra che fece campagna referendaria contro.

Nona balla. La sinistra e Monti sostengono che la destra berlusconiana in Italia sia antieuropea. Falso. A parte il fatto che è stato Berlusconi a volere Mario Monti commissario europeo per ben 2 volte ed è stato Berlusconi a proporre Mario Draghi come presidente Bce, il Pdl è a totale favore dell'unione bancaria, è favorevole all'unione economica, guarda con favore l'unione di bilancio. La Francia non vuole l'unione politica, sull'unione di bilancio Parigi e Berlino si accusano a vicenda. Chi è più europeista? Il Pdl o Angela Merkel, che subordina le grandi scelte europee alla propria visione egemonica e alla scadenza elettorale del prossimo settembre? O François Hollande, che durante la sua campagna elettorale ha sparato a zero contro l'Europa? Vergogna.

Decima balla. La sinistra sostiene che il governo Berlusconi ha portato il Paese sull'orlo del baratro. Nell'autunno-inverno del 2011 l'Italia è stata al centro di un attacco speculativo, che l'opposizione ha usato come clava per far fuori il governo legittimo. Con Monti salvatore della patria e la sua politica economica, i risultati si son presto visti: il Pil è in picchiata a -2,5%; la pressione fiscale è aumentata di 3 punti percentuali; i disoccupati sono aumentati di 1 milione di unità; il potere d'acquisto delle famiglie è crollato (-4,1%); la produzione industriale si è contratta (-6,2%); le compravendite immobiliari si sono ridotte (-23,6%); il mercato dell'auto è in picchiata (-18%); il debito pubblico è aumentato, sia in valore assoluto (+82,7 miliardi), sia in rapporto al Pil (+4,4%). Eravamo sull'orlo del baratro a fine 2011 o il baratro è oggi, dopo un anno di governo del senatore a vita?

Undicesima balla. La sinistra sostiene che nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi ha peggiorato i dati di finanza pubblica. Ma è il governo Prodi 2006-2008 che ha fatto risalire il rapporto deficit/Pil: infatti, la sinistra avrebbe potuto spalmare l'incremento di deficit derivante dalla sentenza sull'Iva (un punto percentuale rispetto al Pil) su 10 anni, ma non lo fece, preferendo far gravare sul 2006 l'intero peso della decisione della Corte Ue.

Dodicesima balla. Nei mesi scorsi si è parlato di «Berlusconi trick», accusandolo di promettere riforme all'Europa e alla Bce in cambio di aiuti senza realizzarle non appena l'Europa e la Bce procedono all'acquisto dei titoli di Stato per ridurre la speculazione. Falso che più falso non si può. Dopo la lettera della Bce del 5 agosto 2011, il governo Berlusconi realizzò una manovra da 60 miliardi finalizzata all'anticipo del pareggio di bilancio nel 2013, come richiesto proprio dalla Bce. Successivamente, con il maxi-emendamento alla Legge di Stabilità per il 2012, sono stati realizzati oltre l'80% degli impegni contenuti nella lettera inviata dal governo italiano il 26 ottobre 2011 ai presidenti di Commissione e Consiglio Europeo e approvata dalle relative istituzioni con tempestività, lo stesso giorno. Dov'è il trucco? Dov'è l'inganno? Questi i fatti, cari e ottimi Federico Fubini e Antonio Polito, che dalle pagine del Corriere della Sera avete evocato, appunto, il «Berlusconi trick», citando non ben identificati ambienti di Francoforte. Attendo serenamente smentite.

La verità sta venendo finalmente a galla. E con la verità il riconoscimento di chi ha difeso l'Italia e di chi invece, giorno dopo giorno, l'ha tradita, per opportunismo politico o per ambizione personale. (il Giornale)

domenica 13 gennaio 2013

Mafiando e occultando. Davide Giacalone

Ci sono cose che più le nascondi e più si vedono. L’11 gennaio, leggendo i giornali, lampeggiava l’occultamento di quanto era avvenuto a Palermo. Qui un mafioso, un disonorato, un assassino, uno la cui parola vale quel che vale, ovvero meno del niente che è lui, ha detto: la trattativa fra Stato e mafia c’è stata e la sinistra comunista lo sapeva. Il punto è questo: se avesse detto che la trattativa ci fu e che Mangano, lo stalliere di Arcore, ne era al corrente, ci avrebbero aperto le prime pagine. Invece ha detto che lo sapevano i comunisti. E la notizia è sparita. Dissolta nel nulla. Con tanti mafiologhi a parlare d’altro, comprese lettere anonime che sembrano scritte apposta per distrarre, tanto sono vuote e insignificanti.

Lo so: tante teste vuote non saranno neanche capaci di leggere questo articolo, perché avranno già concluso che l’ennesimo servo di Berlusconi sta difendendo il suo padrone da quel che la storia ha già dimostrato. Imbecilli, meriterebbero tutti la condanna per concorso esterno.

Questa volta la faccio breve, anche se si tratta di storia lunghissima. L’unica scuola che riconosco è quella di Giovanni Falcone: i pentiti non sono credibili, se non portano o si trovano riscontri e prove. Vale sempre e per tutti, non a seconda di chi accusano. Quando un noto pm di Palermo, ora leader politico con simbolo familiare, pendeva dalle labbra del giovin Ciancimino noi lo prendevamo in giro e dimostravamo che raccontava balle. Avevamo ragione noi.

Come è noto Falcone non fece carriera, non gli furono affidate responsabilità nazionali nella lotta alla mafia e fu isolato e sconfitto. Da chi? Da Luciano Violante ed Elena Paciotti. Di sinistra, non so se comunisti (oramai son tutti pentiti), ma entrambe magistrati ed entrambe eletti nelle liste del fu partito comunista. Alla procura di Palermo si trovava Piero Giammanco, amico dei democristiani e che la sinistra aveva appoggiato per quella nomina, preferendolo a Falcone. Giammanco si preoccupò di complicare il lavoro anche di Paolo Borsellino, fin quando una bomba lo cancellò.

Sulle bombe del 1993 ho scritto e riscritto. Abbiamo dimostrato, dapprima irrisi e solitari, che la catena che porta alla sospensione del 41 bis, quindi ad un piacere fatto ai mafiosi, parte da monsignor Curioni, capo dei cappellani carcerari e molto influente emissario del Vaticano, passa per Oscar Luigi Scalfaro, presidente della Repubblica, che fa fuori Niccolò Amato, capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, e fa mettere al suo posto Alberto Capriotti, segnalato da Curioni, imponendolo ad un tremulo e inutile professor Conso, tanto bravo e buono quanto illuso d’avere deciso lui di sospendere il carcere duro ai mafiosi. Ebbene, se quella è la contropartita della trattativa, fu pagata dal governo di Carlo Azelio Ciampi, sostenuto dalla sinistra. Mi dispiace per Beppe Pisanu, ma la sua tesi non regge: o fra questi fatti c’è un nesso, e allora la trattativa coinvolse quei vertici politici, oppure non c’è, nel qual caso non c’è neanche la “tacita intesa”. Che la pratica mafiosa potesse essere liquidata con il silenzio assenso è idea troppo ridicola per essere presa in considerazione.

Siccome il pubblico ministero che rappresenta l’accusa, a Palermo, argomentava che per “sinistra”, così come da dichiarazioni rese da Brusca, deve intendersi quella democristiana, incarnata dagli imputati Nicola Mancino e Calogero Mannino, il Brusca medesimo, quello che svelò il “papello”, chiede la parola, per dichiarazioni spontanee, e afferma: 1. non sono stato io a dirlo per primo, ma Totò Riina; 2. non parliamo di sinistra democristiana, ma dei comunisti. Cioè quelli che, in quegli anni, avversavano Falcone e Borsellino, nonché appoggiavano il governo che concesse la fine del carcere duro. Quindi, gli imputati di Palermo o sono troppi o sono troppo pochi.

Cosa ne deduco? Io nulla, perché senza riscontri le parole di Brusca sono escrementi. Ma quando i giornaloni con la coscienza sensibile, quelli che hanno opinionisti davvero seri e preparati, cogitabondi cultori dell’interesse collettivo, si danno tanta cura per ammucciare le cose che accadono, ecco, ne deduco che qualcuno dovrebbe vergognarsi.
Pubblicato da Libero

venerdì 11 gennaio 2013

Fiction sull'eroe che catturò Riina e fu processato dal pm Ingroia. Filippo Facci

Eccoti «L’occhio del falco» su Canale 5 (lunedì e martedì sera) e cioè una neo fiction in cui Raoul Bova torna a interpretare il capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio: si riparte dal processo del 2006 che lo vide indagato per favoreggiamento e quando cioè gli imputarono la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, il «capo dei capi» che pure fu proprio lui a catturare nel 1993. Ultimo fu assolto con formula piena assieme al generale Mario Mori, tanto che Raoul Bova sul «Corriere» di ieri l’ha messa così: «Lo sport di questo Paese è infangare i suoi simboli, con Ultimo non ci sono riusciti e questo merita di essere raccontato». Perfetto, ma perché tacere che il processo fu condotto da Antonio Ingroia? Non c’è scritto in nessun articolo, chissà nella fiction. E chissà se la fiction ricorderà che anche Massimo Ciancimino, ex cocco di Ingroia, nel 2010 insinuò che l’arresto di Riina non fu merito del capitano Ultimo bensì di una soffiata di Provenzano. E chissà se il capitano Ultimo ha letto il libretto scritto contro di lui da Benny Calasanzio Borsellino, nipote e milionesimo parente di Paolo, figlio di Rita, già coautore di un altro libro con Salvatore, e naturalmente - serve dirlo? - collaboratore del Fatto Quotidiano, giornale che in compenso non cita la fiction né Ingroia. Perdonate se provvediamo noi. (Libero)

giovedì 10 gennaio 2013

Forza Cedu. Davide Giacalone

Le carceri italiane fanno schifo, ma non esiste soluzione al problema se non riformando la giustizia. Il nostro principale problema è la malagiustizia, come si legge anche nella più recente condanna inflittaci dalla Corte Europea Diritti dell’Uomo. Quella condanna non è solo umiliante, è il preludio a un diluvio di condanne. Né nessuno, dal Quirinale al governo, dalla cassazione all’ultima procura ha diritto di meravigliarsi e scandalizzarsi, perché l’Italia è già, da anni, il Paese più condannato per violazione dei diritti umani. E ricordo che la Cedu agisce non nell’ambito dell’Unione europea, ma del Consiglio d’Europa, assai più vasto.

Con l’eccezione di Marco Pannella e dei radicali (cui si unisce un ristrettissimo drappello di garantisti non basculanti), mettere l’accento sul problema delle carceri è ipocrita e non risolutivo. Vale anche per la Corte di Strasburgo, visto che siamo stracondannati per denegata giustizia, mentre solo di recente fioriscono le sentenze per l’inumanità della detenzione. E avverto: come prima avvenne per i tempi della giustizia, ora questo genere di sentenze assume il ruolo di modello. Se non rimediamo diventiamo condannati seriali. Oltre che Paese di disonorati.

Vediamo problemi e soluzioni. L’Italia dispone (arrotondo) di 47.000 posti in carcere, dove si trovano all’incirca 40.000 condannati. Posto che la vivibilità di quelle strutture deve essere assai migliorata, i numeri dicono che non c’è alcun sovraffollamento. Se non fosse che ai condannati si devono sommare altri 26.000 cittadini che dobbiamo considerare innocenti, che attendono un giudizio, di cui molti non hanno mai incontrato un giudice (che non sia la macchietta di quello che accompagna il collega procuratore nelle indagini preliminari). Il totale, come si vede, violenta ogni civiltà. Affrontare la questione con provvedimenti tampone, destinati a sfollare le celle, come si fece con l’indulto, è obbrobrioso e inutile. Come svuotare una cloaca otturata succhiando con la cannuccia.

Servono tre ordini di soluzioni. 1. Far funzionare la giustizia, imponendole tempi certi e ragionevoli, facendo rispettare la legge e pagare ogni abuso (e sono tantissimi) nella custodia cautelare. 2. Non pensare che il carcere sia l’unica pena, giacché in molti casi, privi di violenza o senza reti organizzative, possono essere più efficaci altre limitazioni della libertà. 3. Poco meno di 24.000 detenuti sono stranieri, molti dei quali converrebbe buttarli fuori piuttosto che punirli (l’esempio statunitense è illuminante).

Solo dopo che si è fatta la prima cosa, vale a dire una profonda riforma della giustizia, sarà non solo opportuno, ma assolutamente necessario adottare l’amnistia (non l’indulto, che è perdita di onore, tempo e soldi). Lo si farà per salvare la riforma, mettendo nel conto di star facendo un piacere ai disonesti e un’offesa agli onesti.

La Cedu ci ha dato un anno, dopo di che saremo frustati a dovere. Avendo a che fare con persone serie, discutendo fra forze politiche ragionevoli e studiando i problemi per quel che sono, un anno è sufficiente. Si riforma e si sfolla, intanto avviando programmi di riqualificazione edilizia. Ma il nostro è il Paese in cui una classe politica di smidollati sa solo dire “più carcere e aumento delle pene” non appena uno stupro o un rapimento colpisce l’opinione pubblica, salvo dimenticarsi che ci dovrebbero essere le sentenze, non solo lo spettacolo dell’accusa. Il Paese in cui i manettari che vorrebbero arrestare tutti e hanno le loro versioni personali della storia d’Italia possono passare, senza un solo giorno di discontinuità, dalla magistratura alla politica. In cui gli accordi parlamentari si fanno, sottobanco, per leccare le toghe delle corporazioni, a cominciare da quella degli avvocati, le cui rappresentanze sindacali (?!) hanno ottenuto una riforma vergognosa dell’ordinamento forense. In cui non s’osa dire l’ovvio, non s’osa osservare che in tutto il mondo civile, senza eccezione alcuna, le carriere di accusatori e giudici sono separate, perché altrimenti s’alza un procuratore e t’arresta. Quindi, immorale della favola, concludo al grido di: Forza Cedu! Detenuti d’Italia fate tutti ricorso. Processati d’Italia, che aspettate da anni uno straccio di sentenza, fate tutti ricorso. Sarà l’unico modo per radere al suolo questa fetenzia che non merita d’essere chiamata: giustizia.
Pubblicato da Libero

Tassa sull'onestà. Davide Giacalone

I feriti che sanguinano sono esclusi, almeno momentaneamente, dal novero di coloro che possono donare il sangue. Non avrebbe senso toglierglielo per poi trasfonderne in misura maggiore. L’Italia in recessione, invece, vede crescere il gettito fiscale. Il che non sarebbe rassicurante nemmeno se il maggior provento derivasse dal recupero dell’evasione, giacché comunque si tratterebbe di denari tolti al mercato e buttati nella spesa pubblica corrente, nel nostro caso, però, neanche si pone il problema, perché i 13,770 miliardi in più che il fisco può contabilizzare derivano per 10 miliardi dall’Imu, ovvero da una patrimoniale immobiliare. Detta in modo diverso: gli italiani che s’impoveriscono sono stati costretti a mettere mano ai risparmi o a rinunciare a consumi per consegnare il dovuto alle casse statali. Tale cura porta dritto al dissanguamento.

Può darsi che i ricchi meritino l’inferno, ma la cosa che più mi rammarica e che ci troverò anche Niki Vendola. Con la differenza che i soldi c’è chi li ha guadagnati lavorando e chi non ha mai lavorato un solo giorno in vita propria, pur riscuotendo da ricco. E con una seconda differenza: chi non ha mai lavorato e ha redditi da ricco avrà anche una pensione, denominata “vitalizio”, con cui vivere alla grande, mentre chi ha lavorato non avrà nulla di ciò. Che gente di questo tipo stia ancora a far la morale segnala solo il collettivo rincretinimento. Il guaio è che mentre i ricchi (ovvero gli eletti mantenuti dalla spesa pubblica corrente, che camperanno a vita sulle spalle altrui) fanno la morale, ai poveri tocca fare la parte dei ricchi, e pagare. Gli italiani che hanno versato quei dieci milioni in più, sono ricchi? Sono le famiglie normali, neanche necessariamente del ceto medio potendo pure trovarsi a un livello di reddito inferiore. E sono stati pelati perché proprietari, possidenti, detentori di ricchezza accumulata, autori di furto ai danni della ricchezza collettiva (quella con cui si pagano i ricchi veri, che portano l’orecchino). Hanno pagato anche se non posseggono una cippa, perché sono solo intestatari di un debito con la banca, di un mutuo che ancora devono tutto pagare, ma che, grazie a quel debito cui consacreranno anni e anni di lavoro futuro, sono divenuti “proprietari”, vil razza da tassare.

Mentre loro pagano 10 miliardi in più, sapete a quanto ammonta il gettito, calcolato da gennaio a novembre, dovuto al contributo di solidarietà del 3%, sui redditi superiori a 300 mila euro? 259 milioni. Riccastri infami, si sono sottratti? No, è più banale: non esistono, sono pochissimi. E, naturalmente, l’imbecillità moralistica se la prende e fa cassa rompendo le scatole a un’eroica e infima minoranza di onesti. E funziona così anche con il redditometro, che di suo è solo uno strumento, tendenzialmente neutro (come il martello: se pianti chiodi va bene, se te lo dai sulle ginocchia fa male), ma da noi lo si combina con la previsione inquisitoriale che chi si discosta deve dimostrare, discolparsi, documentare, strisciare, piatire, e vedere se trova un qualche funzionario disposto a credergli. E chi si discosta? Non certo i delinquenti, che spendono in contanti e intestano ad altri. No, finirà con il discostarsi la giovane coppia di sposi con reddito basso, cui i genitori hanno dato i soldi per comprare le lenzuola. I due stupidoni li metteranno in banca, poi pagheranno con un assegno, e il fisco arriverà a contestar loro il versamento come reddito e il pagamento come evasione.

Non è un paradosso, caro lettore, perché il satanismo fiscale ha imparato bene due lezioni: a. il diluvio di moralismo serve a far sì che la vittima si vergogni, anziché ribellarsi (come nella violenza carnale fra le genti incivili); b. i soldi si prendono agli onesti, perché i disonesti li nascondono dove non li trovi, e se li trovi non li pigli.

La cosa raccapricciante è che, da destra a sinistra, è tutto un fiorire di trovate propagandistiche un tanto al chilo, con esclusione dell’unica cosa utile e necessaria: la contrazione drastica della spesa pubblica. La cucitura della ferita da dove il sangue esce. Preferiscono fantasticare su quale sia il buco migliore da cui prenderlo e quale sia la vena più propizia in cui pomparlo. Alcuni sono imbroglioni, i più si sono imbrogliati.
Pubblicato da Libero

domenica 6 gennaio 2013

Problemi concreti, domande scomode. Ernesto Galli della Loggia

Nella prossima settimana inizia per la radio e la televisione la par condicio. Inizia cioè quel periodo di stretta regolamentazione circa i tempi e i modi della presenza dei politici previsto dalla legge per le campagne elettorali. I candidati saranno ospiti delle tribune politiche della radio e della tv per dibattere tra di loro, ma soprattutto per rispondere alle domande dei giornalisti. Così come del resto stanno facendo con particolare intensità già da qualche settimana con decine di interviste sui giornali (e, ahimè, anche via twitter. Perfino il presidente Monti, il quale a mio modesto avviso avrebbe tutto da guadagnare invece se ne facesse a meno).

L’occasione è buona, allora, per osservare che nel degrado così evidente che ha colpito la politica italiana negli ultimi vent’anni qualche colpa, forse, ce l’hanno pure l’informazione e chi ci lavora. Una soprattutto: quella di aver troppo tollerato la vacuità della chiacchiera politica. Cioè di aver troppe volte permesso ai politici di «parlare d’altro», di non dire nulla, di sottrarsi a ogni confronto con i fatti ricorrendo alle parole. Di aver troppe volte concesso ai propri interlocutori di indulgere al vizio, molto italiano, di intendere la politica non come cose da fare ma come discorso di puro posizionamento: «Se lei, egregio onorevole A, si sposta troppo a destra non teme che allora B occupi più spazio al centro?»; «Ma se il PP vuole perseguire una linea di destra come fa a tenere agganciato il DD che invece vuole da destra spostarsi al centro?», e così via interrogando e interrogandosi su tutti gli arabeschi geometrico-politici immaginabili.

Ora, non intendo dare consigli o fare lezioni a nessuno ma esprimere solo un augurio, che forse è condiviso da qualche lettore. Mi piacerebbe che nei prossimi quarantacinque giorni si prendesse l’abitudine di sottoporre ai candidati al Parlamento questioni e problemi veri. Non solo, ma—cosa alla fin fine non così inaudita —anche pretendere da loro risposte altrettanto vere.
Mi prendo la briga di fare degli esempi.

a) Che cosa non ha funzionato nell’adozione dell’euro? E che cosa dovrà ottenere l’Italia dagli altri partner della moneta unica?

b) La priorità è la crescita. Per aiutare la ripresa economica può indicare una misura a favore delle imprese e una a favore del lavoro?

c) Il welfare in Italia ha bisogno di modifiche: le politiche di austerity e la riforma delle pensioni hanno dato i primi frutti, ma che cosa andrebbe fatto ora per le fasce più deboli? Come intervenire per sostenere l’occupazione dei giovani e delle donne?

d) La pressione fiscale raggiunge ormai il 45%. C’è qualche tassa-imposta che abolirebbe o ridurrebbe? E con quali proventi sostituirebbe il mancato introito? Ritiene possibile la riduzione delle imposte sui redditi da lavoro?

e) Quali misure concrete propone per ridurre la spesa pubblica? Può indicarne almeno una?

f) Dei moltissimi contributi a fondo perduto che lo Stato eroga alle più varie attività produttive pensa che ne andrebbe abolito qualcuno?

g) La semplificazione della macchina burocratica non è andata mai al di là degli annunci. Quale sarà il primo provvedimento in questa direzione?

h) Una delle fragilità del sistema Italia è il calo dei consumi. L’aumento dell’Iva potrà essere cancellato? Come incentivare gli acquisti?

i) Quale riforma per il sistema giudiziario: è favorevole alla separazione delle carriere tra giudice e pm e all’abolizione dell’appello in caso di assoluzione?

l) Che cosa propone per risolvere il problema delle carceri: è favorevole all’amnistia e alle depenalizzazioni o servono nuovi istituti penitenziari?

m) Che cosa pensa: della concessione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori non italiani; di matrimoni e adozioni per le persone omosessuali?

n) Vanno sostenute la diffusione di termovalorizzatori per lo smaltimento dei rifiuti e grandi opere come la Tav? Sono troppe domande, forse. Forse sì, diciamo comunque che a un italiano medio basterebbe ascoltare la risposta a solo tre o quattro di esse per farsi un’idea di chi ha davanti. E per scegliere mi pare che basti e avanzi. (Corriere della Sera)

giovedì 3 gennaio 2013

Buon ascolto. Davide Giacalone

Un imprenditore rapito (Andrea Calevo) è stato liberato dalle forze dell’ordine, dopo indagini durate due settimane. Decisive, a quel che si legge, sarebbero state le intercettazioni telefoniche. Dopo avere manifestato agli inquirenti l’apprezzamento per il lavoro che hanno svolto, poniamoci questa domanda: le intercettazioni telefoniche sono state e saranno al centro di mille polemiche, coinvolgendo anche la presidenza della Repubblica, ma c’è una sola persona sensata, o anche insensata, che pensi si sarebbero dovute limitare, anche in questo caso? Ovviamente no. Chi se ne frega delle garanzie, della privacy e di altre cose simili: un cittadino è in pericolo, a opera di criminali, e intercettare è giusto per cerare di liberarlo. Vale la stessa cosa per i traffici illeciti, per la sicurezza collettiva e per ogni faccenda nella quale si possa prevenire o stroncare un crimine. La liberazione dell’ostaggio, però, conferma quanto fosse giusta la nostra tesi, che esponemmo, del tutto inascoltati, nel mentre infuriavano (e infurieranno) baruffe inconcludenti.

Scrissi allora che mi sembrava ben funzionante il sistema inglese: la polizia intercetta a (sostanziale) piacimento, ma né le registrazioni, né le trascrizioni, salvo rare e precise eccezioni, entrano mai fra le carte processuali, non vanno agli atti e, quindi, non vengono pubblicate, perché se un crimine è stato scoperto, come in questo caso, si processano i responsabili per quello, non per quel che dicono. Tale sistema accende un faro proprio su una stortura del nostro ordinamento: le indagini le fa la polizia, non la magistratura. Da noi, con la mania che tutto debba essere messo nelle mani della procura, si è combinato un bel guaio. Fu un’idea nata per garantire i cittadini, giacché si ritenne che la polizia giudiziaria agisse senza offrirne, mentre il magistrato ne era il depositario, ma ci ritroviamo con il risultato opposto: anche l’innocente, anche il non indagato può essere liberamente svillaneggiato e sputtanato, a cura del signor magistrato.

Allora, seguiamo i buoni esempi. Le intercettazioni telefoniche e ambientali, come anche le telecamere di sorveglianza, sono ottimi strumenti d’indagine, da usarsi. La garanzia, per i cittadini onesti, sta nel fatto che quelle risultanze non finiscono in alcun fascicolo processuale e se non si scopre un reato finiscono nel nulla e nel silenzio tombale. Se, invece, il reato si scopre, comunque le intercettazioni non sono prove, ma solo lo strumento con cui si è giunti all’accertamento. Quindi spariscono. Funziona.

Prendete il caso di questo rapimento. Gli arrestati possono essere comodamente processati e condannati, perché scoperti con l’ostaggio fra le mani. Buona galera, nella misura che il codice prevede e che un regolare processo comminerà. Sapere che uno di questi criminali volesse picchiare l’ostaggio, o tagliargli un dito, invece, è irrilevante, perché quello specifico reato non è stato commesso. E noi tutti neanche dovremmo saperlo, i giornali non dovrebbero pubblicarlo e quelle intercettazioni non si dovrebbero conoscere. Perché non serve e perché pubblicando si persevera nel guardonismo giudiziario, perversione in cui il sistema informativo italiano s’è specializzato. Non si tratta, all’evidenza, di tutelare la privacy dei criminali, ma di tutelare il processo dalle cose inutili. Questi sono rapitori, punto e basta, si passi alla condanna. Leggere le intercettazione per dileggiarli, disprezzarli o sollecitare la pubblica riprovazione non è giustizia, è barbarie.

Una simile riforma si fa in due settimane, se si discute fra persone normali e non fra manettari assatanati e giustizialisti compulsivi. Più complicato, ma fattibile, rivedere profondamente il ruolo della procura, il che comporta il più generale discorso della separazione delle carriere. Eppure sono certo che gli italiani appoggerebbero in massa una simile scontata evidenza, una così elementare misura di civiltà, se solo li si liberasse dall’incubo che la giustizia sia un modo per risolvere i contrasti politici. O un modo per fare carriera politica. In tal senso si devono ringraziare i magistrati fin qui eletti in Parlamento, come quelli che si accingono a candidarsi, perché testimonianza vivente di come un Paese possa degradare e la giustizia essere violentata a fini di godimento personale.
(Libero)

mercoledì 2 gennaio 2013

Renato Brunetta denuncia le dieci falsità del documento di Monti. Lucio Di Marzo

Il documento presentato da Mario Monti sul sito di Palazzo Chigi, a consuntivo di un anno di governo dell'esecutivo tecnico guidato dal Professore, è una collezione di falsità e imprecisioni.
La denuncia arriva da Renato Brunetta, coordinatore dei dipartimenti del Pdl, che lo ha studiato con attenzione.
Il primo punto dolente dell'operazione, come scritto ieri, è la sovrapposizione tra due personaggi incarnati nella stessa persona.
Il Monti candidato e il Monti premier collidono in un documento che non si limita a tracciare un consuntivo del 2012, elencando le vittorie - o presunte tali - dei tecnici, ma fa anche campagna elettorale, propagandando le misure che andrebbero prese in futuro.
Il documento, intitolato "Analisi di un anno di governo" è sottoposto da Brunetta a un vero e proprio factchecking. E mette in luce soltanto "le 10 falsità (più gravi)".

I dieci punti denunciati da Brunetta

1. 13 mesi fa non c’era la liquidità necessaria per pagare cassa integrazione, pensioni, spesa sanitaria e servizi pubblici essenziali. Falso.
2. 13 mesi fa i piccoli risparmiatori che avevano investito in titoli dello Stato avrebbero rischiato di perdere gran parte del loro patrimonio. Falso: l’Italia ha sempre onorato il suo debito. Affermazioni tendenziose come queste minano la nostra credibilità.
3. Grazie al clima diverso che si respira intorno all’Italia la BCE è potuta intervenire per stabilizzare i mercati finanziari. Falso: il raffreddamento sui mercati è avvenuto grazie all’intervento della BCE (non viceversa) e comunque la banca centrale è indipendente dai singoli Stati e opera in prospettiva europea (non nazionale).
4. L’idea dello scudo antispread proposta dal presidente del Consiglio italiano il 28-29 giugno a Bruxelles si è rivelata una polpetta avvelenata e, se si pensa che abbia trovato attuazione nel Meccanismo Europeo di Stabilità, ricordiamoci che questo è bloccato per i veti posti dalla Germania.
5. "Il Governo si è sforzato di ancorare saldamente l’agenda delle riforme interne agli obiettivi europei, e al tempo stesso di essere un protagonista autorevole". Vera la prima: totale aderenza dell’operato del governo italiano ai diktat degli altri paesi. Falsa la seconda: altro che protagonismo autorevole: siamo piaciuti ai tedeschi solo perché li abbiamo assecondati in tutto.
6. "Il miglioramento dello scenario economico italiano ha numerosi effetti concreti sulla vita delle famiglie e delle imprese italiane". Sì: la recessione!
7. "L’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale". Peccato che in un anno sia aumentata di 3 punti.
8. I dati relativi alle entrate tributarie e alla lotta all’evasione sono perfettamente in linea con gli anni di governo Berlusconi. Niente di nuovo sotto il sole.
9. "L’azione di governo non è stata impostata solo sul rigore ma anche sulla crescita economica". Ah si? Non se n’è accorto nessuno...
10. Un beau geste: il governo riconosce che i maggiori fondi destinati alla produttività del lavoro (2,1 miliardi contro l’iniziale 1,6) sono il risultato di emendamenti del Parlamento". (il Giornale)

2013: bentornati nella Prima Repubblica. Federico Punzi

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«Sconforto e solitudine». Questi i sentimenti espressi da Luca Ricolfi in un commento apparso oggi su La Stampa (on line sul sito della Camera, non del quotidiano). Il suo giudizio sull'offerta politica messa in piedi da Mario Monti lo troverete straordinariamente in sintonia con quello che avete letto nei giorni scorsi su questo blog e su Notapolitica, ed è tutto condensato nel titolo: «Verso la prima Repubblica». Termini ricorrenti in entrambi i testi: «piccola Dc», «compromesso storico». «Cadute tutte le ipotesi più coraggiose e innovative», osserva Ricolfi, la lista Monti «di liberaldemocratico ha quasi nulla e di vecchia politica ha molto, se non quasi tutto». Per chi avesse coltivato illusioni, «è stato un piccolo shock, una doccia fredda». Ci prepariamo ad assistere, dunque, «all'edizione aggiornata del compromesso storico fra comunisti e democristiani». Probabilmente le elezioni del 24 febbraio ci diranno chi tra Bersani e Monti sarà presidente del Consiglio, ma anche Ricolfi è convinto che (come abbiamo ripetuto più volte nelle ultime settimane su questo blog) non sfuggiremo ad un governo di centro-sinistra, frutto di un'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani (più Vendola, almeno inizialmente). E d'altra parte, a leggere le loro agende, «contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe farci credere, le distanze fra Bersani e Monti sono minime».

Condividiamo quindi l'amara conclusione di Ricolfi:
«Oggi, chi avrebbe voluto cambiare decisamente rotta, lasciandosi alle spalle la vecchia classe politica, imboccando risolutamente la strada delle riforme liberali - meno spesa, meno tasse, meno Stato - è disperatamente solo. E, quel che più dispiace, è solo non perché siamo in pochi, ma perché siamo in tanti ma senza rappresentanza».
Come nella prima Repubblica, gli elettori torneranno a contare poco o nulla, «perché i giochi si faranno dopo, in Parlamento, come ai tempi di Craxi, Forlani e Andreotti». In breve, per chi non crede più in Berlusconi e non intende consegnarsi all'improbabile agenda Grillo, «la scelta è fra Pci e Dc. Anzi non c'è vera scelta, perché Bersani e Monti governeranno insieme».

Come ho già scritto nel post di venerdì scorso, Monti «ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc».

Critiche all'agenda del professore, in particolare sul riferimento ad una nuova tassa patrimoniale, continuano ad arrivare anche dal duo Alesina/Giavazzi:
«La campagna elettorale sembra concentrarsi su quale sia il modo migliore per tassare gli italiani. Invece si dovrebbe discutere di come riformare lo Stato, in modo che esso non pesi per la metà del Pil. (...) l'agenda che Mario Monti propone agli italiani avrebbe dovuto indicare un obiettivo per la riduzione del rapporto fra spesa pubblica e Pil da attuarsi nell'arco della prossima legislatura». (Il legno storto)

martedì 1 gennaio 2013

Buon 2013

Speriamo che il ...13 ci porti fortuna, comunque ci basterebbero salute, felicità e soldi...
A parte le battute, ne abbiamo proprio bisogno.

Sono ottimista e per natura cerco sempre di vedere il lato positivo di una situazione e, se anche il momento che stiamo vivendo è serio, i segnali che vengono dalla politica a me paiono incoraggianti.
La competizione vede più forze in campo e più variegate, certi equilibri sono saltati e nuove alleanze rimescolano le carte della politica, l'astensionismo non starà a guardare e probabilmente uscirà allo scoperto a fronte di un'offerta plausibile e allettante: insomma gli ingredienti per una campagna elettorale non monotona ci sono tutti.

Magistrati e giornalisti si candidano, guarda caso, con le forze di sinistra ed ogni giorno assistiamo a "professioni di fede" (di sinistra) da parte di intellettuali, artisti, professionisti, imprenditori e scrittori.
Evidentemente l'adesione alla sinistra è motivo di orgoglio, vanto e sciccheria.
Per il buon Berlusconi nessuno si espone! Anzi, persino alcuni suoi parlamentari stanno prendendo le distanze dal Cav.
A me piacerebbe che anche per noi ci fosse qualche magistrato, giornalista, scrittore, intellettuale, attore, imprenditore... che si dichiarasse di centrodestra e che potesse fare da "testimonial" alla nostra parte. Purtroppo Sivio non è mai stato di moda, se non quando nel pieno del suo potere, era circondato da servili adulatori in cerca di soldi e prestigio.

C'è qualche "pezzo grosso" disposto a fare "endorsement" per il centrodestra? Dato che, come oramai acclarato, più della metà degli italiani è contraria alla sinistra, non dovrebbe essere impossibile trovarne uno che abbia il coraggio di esporsi.

Coraggio fatevi avanti! Nei commenti anche sconosciuti di centrodestra possono "firmare" la loro adesione: facciamo vedere che il centrodestra è vivo e vegeto.

Buon 2013 a tutti, anche ai compagni (ne hanno bisogno).


lunedì 31 dicembre 2012

ArchivioAndrea's Version

31 dicembre 2012

C’è lo spread che sale e scende. C’è la Borsa sulle montagne russe. C’è il titolo di stato che oscilla, oggi costa troppo domani chi lo sa. C’è l’aumento delle tasse che non vede la fine. C’è l’aumento delle tariffe che non vede la fine. C’è il costo eccessivo dell’energia. C’è la flessione forte del mercato della casa. C’è il crollo dei mutui. C’è la relativa debolezza delle banche, con conseguente difficoltà di accesso al credito. C’è la diminuzione dei consumi, o meglio, la forte diminuzione dei consumi. C’è recessione, quasi depressione. C’è il welfare inadeguato. C’è la crescita che non cresce. C’è incertezza diffusa. Non mi dispiacerebbe essere Veronica Lario.

venerdì 28 dicembre 2012

Inaccettabile, insopportabile, indecente? Gianni Pardo

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L'Italia è stata per vent'anni divisa in due fazioni, i berlusconiani e gli antiberlusconiani. Chi siano questi ultimi è facile dirlo: sono coloro che riguardo a Silvio Berlusconi vanno dalla semplice ostilità politica al disprezzo ed anche ai picchi dell'odio. Più difficile è stabilire chi sia un berlusconiano: infatti qui si va da chi ha una grandissima stima del Cavaliere, e lo sosterrebbe contro venti e maree, a coloro che si rassegnano a votarlo in mancanza di meglio. Non ignorano i suoi limiti e se votano per il suo partito, comunque si chiami in quel momento, lo fanno solo per arginare la sinistra. Ma con questo può dirsi che siano berlusconiani? Se vi offrono una zuppa di ceci o un soufflé al formaggio, e siete allergici al formaggio, sceglierete i ceci, e questo non significherà né che vi piacciano molto i ceci né che non preferireste una langouste à l'armoricaine.

Il fenomeno è comunque eccezionale per la sua analogia con qualcosa che ha impazzato in Italia per oltre mezzo secolo: l'antifascismo maniacale. Nessuno ha dimenticato che per gli adepti della sinistra chi non fosse di sinistra era fascista. Ho sentito chiamare fascisti i liberali, incluso il sottoscritto. Ciò dimostra che non si trattava di una dialettica politica ma di un discrimine religioso integralista. Per il salafita, per il talebano, non c'è spazio per la tolleranza: è ugualmente un nemico da abbattere l'ateo, il cristiano, o anche il musulmano moderato, la donna che studia, il bambino che ha strapazzato una pagina del Corano. Osama Bin Laden è arrivato a staccarsi dalla casa regnante saudita perché l'ha trovata insufficientemente fedele all'Islàm.

Con questo schema, in Italia riguardo al fascismo si è passati da una affermazione all'altra, poco importa quanto fondate: l'Italia (non gli Alleati) ha vinto la guerra contro il fascismo; questa guerra l'hanno vinta i partigiani; i partigiani erano soprattutto comunisti; chi non si è unito a loro era fascista. Per conseguenza finale tutti quelli che non sono comunisti sono fascisti.

Nel caso di Berlusconi l'atteggiamento della sinistra, e anche di alcuni che non sono di sinistra, è stato analogo: quest'uomo è talmente spregevole, dannoso, stupido, ignorante, vizioso, volgare, ridicolo, corrotto e criminale, che chiunque non sia risolutamente disposto a condannarlo senza attenuanti, e ad accettare come incontestabili le calunnie più fantasiose sul suo conto, è un berlusconiano. Così si spiega che mezza Italia sia stata definita colpevole della più imperdonabile delle colpe. Tanto è vero che Fini, non appena ha manifestato il suo odio per il Caimano, si è visto abbuonare perfino l'ignominia di essere (stato) un fascista d.o.c.

In realtà la qualifica di berlusconiano la maggior parte delle volte è sbiadita più o meno quanto lo era la qualifica di votante per la Democrazia Cristiana. Viceversa coloratissimo e in altorilievo è colui per il quale chiunque non sputi, secondo il rito, quando si nomina il Cavaliere, è sul suo libro paga. Certo, gli si potrebbe dire: «Tu sei antiberlusconiano, ma se io non sono antiberlusconiano ciò non significa che per ciò stesso sia berlusconiano». E tuttavia è improbabile che l'altro capirebbe un'affermazione così contorta. La sua visione del mondo è chiusa ad ogni sfumatura, ha il soffitto basso. Per lui è anatema qualunque affermazione che possa essere vista come un apprezzamento dell'Inaccettabile. Se qualcuno dice che è riuscito a creare un impero dal nulla, gli risponde che l'ha fatto con l'aiuto di Craxi, chissà con quali imbrogli criminali, e dunque non è un imprenditore di successo, è un disonesto colossale. Mentre gli altri imprenditori, si sa, sono gigli di campo. Se uno dice che pochi uomini politici sono passati dal nulla al potere come Berlusconi, perfino più velocemente di Napoleone, ne ricava l'accusa di essere talmente berlusconiano da avere osato paragonarlo a Napoleone. Se uno trova divertente una barzelletta che l'Insopportabile ha raccontato, ci si indigna perché la storiella non solo non è divertente, ma è irrispettosa delle donne, delle suocere, della Guardia di Finanza.

Il fanatismo è profondamente fastidioso. Il miscredente si è allenato per secoli a sopportare i bigotti della Chiesa Cattolica, ha fatto il callo all'accusa di essere fascista e sperava ora di avere un po' di pace. Invece negli ultimi lustri si è ricominciato. Pareva che l'Indecente non avrebbe più partecipato alla campagna elettorale, soprattutto visto che, a quanto pare, perderà, e abbiamo sperato che alla nazione sarebbero state risparmiate le solite raffiche di fervore antiberlusconiano. Invece l'Inammissibile, fra gli altri difetti, ha quello di essere spietato. Anche se dirlo non ci salverà dall'accusa di essere berlusconiani. (Legno storto)

Agenda vuota. Davide Giacalone

In attesa di sapere se in politica si scenda o si salga, essendo questo l’avvincente dilemma dietro cui si nascondono riflessioni e suggestioni alte o profonde (ecco un altro opposto coincidente), e neanche potendo escludere che in politica si entri o ci si butti, restando inteso che è il candidarsi l’azione più esposta a interpretazioni diverse, essendo possibile farlo senza effettivamente farlo, ecco, nel mentre si resta in tale trepidante attesa, si potrebbe anche dedicarsi a qualche cosa di serio. Come le 25 pagine firmate da Mario Monti, dedicate al programma minimalista di “cambiare l’Italia e riformare l’Europa”.

Lasciamo perdere le discordanze di genere e numero, segnalanti un copia incolla cui è adusa la letteratura accademica. E rassegniamoci a non potere proporre una disamina puntuale, il che comporterebbe riprodurre il testo e commentarlo. Mi limito a 13 punti. Con una sola premessa: a occhio, potrebbero firmarlo chiunque e potrebbero farselo scrivere tutti. Basta non essere allergici al banale. Veniamo al merito.

1. Si apre proponendo che il Parlamento europeo abbia un mandato costituente. Ottimo: sia il Parlamento a fondare gli Stati Uniti d’Europa. La questione è che taluni sono contrari, e il Parlamento medesimo ha una claudicante e vernacolare base democratica. Sicché la mera enunciazione dell’obiettivo lascia il tempo che trova. Fa tanto “europeista”, ma spiega anche perché tale europeismo è inutile.

2. All’Europa si devono chiedere politiche di “maggiore crescita”. Tale programma fa capo alle forze politiche che, in Francia si opposero a Sarkozy e in Germania si oppongono alla Merkel, farlo proprio dopo avere rivendicato il merito di avere ristipulato l’accordo con l’asse Merkel-Sarkozy è fantasioso.

3. I tedeschi, del resto, non hanno neanche tutti i torti. Osservano che la riforma del mercato del lavoro fatta dal governo tecnico italiano, quello che si supponeva (erroruccio) non dovesse cercare voti, è meno incisiva di quella fatta dal governo tedesco, che non solo i voti li cercava, come si conviene in ogni buona democrazia, ma era anche di sinistra. Segno che l’Italia rilutta assai a mettersi sulla via della competitività.

4. Chiudendo la pagina internazionale si legge che Monti annette a sé il merito di avere portato l’Italia ad avere una politica più filoeuropea e più amica degli americani. La fantasia non ha limiti, ma io ricordo un voto all’Onu che testimonia il contrario. E vedo che in India siamo rimasti da soli, ricevendo due militari prigionieri come fossero eroi. Ora che si fa?

5. Spread, è vero: 100 punti base in meno equivalgono a 20 miliardi d’interessi risparmiati. Ma il problema è: perché, in condizioni sostanzialmente immutate, prima sale, poi scende, poi risale, quindi ridiscende? Se il tasso d’interesse deriva da scelte che non sono nazionali la nostra politica è irrilevante. Ciò è capitato anche a Monti, che se mette le penne del pavone per lo spread odierno fa torto all’intelligenza sua e nostra.

6. E’ vero: la crescita è possibile solo con la finanza pubblica in ordine. Ma se tale ordine è cercato non con riforme, non con tagli, ma con aumenti fiscali, non solo non c’è crescita, ma c’è sicuro suicidio.

7. Ridurre il debito pubblico al 60% del pil, in 20 anni, è cosa giusta. Ma come? Se, ancora, la via fosse fiscale ci dissanguiamo prima. Mentre sul fronte delle dismissioni le 25 pagine sono vuote. Di un vuoto inquietante.

8. Il vuoto c’è anche in campo fiscale, perché promettere meno tasse è da comizietto domenicale, se non si spiega come (e vale per tutti), mentre supporre che la differenza possa raccogliersi presso i “grandi patrimoni” è comizietto ideologico, recessivo, aggressivo e deprimente.

9. Proclamare la “piena digitalizzazione della pubblica amministrazione” è meritorio, ma il governo Monti ha appena fatto il contrario, posponendo al 2017 la digitalizzazione dei libri di testo, nelle scuole, che si sarebbe potuta fare subito, avrebbe comportato risparmi e maggiore qualità. Tutto il capitolo istruzione parla solo di maggiori spese, niente qualità, concorrenza, mercato. Si dice, per scuola e non solo: avanti la meritocrazia, si premino i migliori. Giusto, ma non significa un accidente se non si aggiunge: i peggiori e gli inadeguati fuori. Dalle cattedre e dai banchi. La meritocrazia a senso unico è il nulla.

10. Sui rifiuti c’è scritto che vanno smaltiti in modo virtuoso, ma non come. Serve un piano nazionale, servono poteri per imporre, serve l’uso sensato dei soldi. La Tares, imposta dal governo, va in direzione opposta.

11. Su patrimonio culturale e turismo si dicono le solite menate, ma nulla di concreto. Serve apertura al mercato, chiamata dei privati, piano dei trasporti, estensione delle operatività stagionali (in Sicilia si fa il bagno a Natale!), il che comporta coerenza fiscale e diversa legge sul lavoro.

12. Capisco che anche il professore debba versare il suo obolo alla retorica anti-casta, ma quando si legge che l’indennità parlamentare non deve essere cumulabile con nessuna altra attività, prima ci si chiede cosa dovranno fare gli scrittori, ma mentre si prova a dare una risposta sorge prepotente un’altra domanda: e le pensioni (plurale) del professor Monti, già cumulate con l’indennità? E’ un terreno che non mi piace, ma lui ci si rotola.

13. Infine, prima di scrivere che “nei mesi scorsi l’Italia s’è data per la prima volta una disciplina legislativa per la lotta alla corruzione”, oltre a chiamare un addetto alle virgole, sarà il caso di dotarsi di senso del ridicolo. Perché una simile castroneria comporta l’esclusione da qualsiasi esame di diritto, di storia e di logica.

Con il che non sono affatto prevenuto nei confronti di chi sale e di chi scende, solo m’induce un certo fastidio chi pensa che tutti gli altri siano scemi.

venerdì 21 dicembre 2012

E se politica e banche avessero esagerato nella rincorsa a Lady Spread? Stefano Cingolani

                                   

Ora il differenziale Btp-Bund ondeggia senza curarsi di governo e voto. L’Abi infatti ringrazia più Draghi che Monti

Che lo spread sia un imbroglio è un grido di battaglia politico. Che sia un enigma è un dato di fatto. La differenza tra i titoli decennali italiani e tedeschi è sotto i 300 punti base, e nei giorni scorsi ha sfiorato i 287, la quota obiettivo indicata da Mario Monti per passare il testimone e dichiarare vittoria. Come mai? Certo non può essere la legge di stabilità che mostra tutti i difetti delle solite finanziarie; tanto meno questa coda sfilacciata di legislatura o le grandi riforme nel cassetto. E allora? Tenere la barra dritta, garantire continuità e rigore nei conti, assicurare il pareggio del bilancio nei termini prestabiliti sono premesse indispensabili. Tuttavia, i fondamentali dell’economia italiana restano gli stessi e alcuni indicatori chiave sono persino peggiorati: la recessione è più forte del previsto, il debito pubblico ha varcato i duemila miliardi e continua a salire rispetto al prodotto lordo.
Un bell’aiuto arriva dalla Grecia che forse vede un barlume nella notte. Gli imprenditori tedeschi sono più ottimisti. L’accordo sul bilancio americano sembra imminente in barba a tutti gli articoli dei menagrami sul baratro fiscale. Insomma, il clima esterno s’è rasserenato e in una economia nella quale le percezioni contano quanto le azioni, tutto fa brodo. Ma incide anche un altro, importantissimo fattore, che ieri l’Assobancaria (Abi) ha messo in evidenza: “L’allentamento delle tensioni sui mercati finanziari è il risultato della decisa azione da parte della Bce”, e non tanto “dell’apprezzamento generale delle politiche” nazionali e comunitarie, scrive il rapporto di previsione per il prossimo anno. L’Abi ha in mente l’intervento di Mario Draghi in agosto e quel bazooka (l’Omt) pronto anche se resta in armeria. Ma non solo. Facciamo un passo indietro di un anno, quando venne varato il programma straordinario di sostegno alle banche, con prestiti illimitati all’un per cento. In due tranche, sono stati erogati mille miliardi di euro. Le banche italiane hanno prelevato dal bancomat Bce circa 250 miliardi, di questi ben 147 sono serviti ad acquistare titoli di stato. Oggi nella pancia del sistema bancario nazionale ci sono circa 340 miliardi in Btp (176 miliardi), Bot, Cct, Ctz. Ciò ha consentito il successo delle aste sui nuovi titoli e ha spento la speculazione su quelli già emessi. Un effetto sistemico, dunque, stimolato anche dalla moral suasion della Banca d’Italia. Ma nulla è gratis. In uno scenario di tensioni, paura, sfiducia tra le stesse istituzioni finanziarie, l’utilizzo dei prestiti per comperare titoli ha spiazzato il credito alle famiglie e alle imprese.
I bilanci si sono riempiti di zavorra. Banca Intesa, secondo le stime di Mediobanca R&S, ha da sola 80 miliardi in titoli della Repubblica italiana, pari a una volta e mezza il suo capitale netto; Unicredit ne conserva per 41 miliardi, due terzi del capitale disponibile. Venderli è suicida, bisogna aspettare che cambi il vento, tenerli vuol dire immobilizzare grandi risorse. L’Abi calcola che, rispetto a un anno fa, i prestiti alle famiglie e i mutui per l’acquisto di case sono a crescita zero, il credito al consumo è sceso di sei punti. Dunque, le banche hanno salvato l’Italia, ma non gli italiani. I quali debbono far fronte alle proprie esigenze finanziarie intaccando i risparmi o la ricchezza accumulata in passato. L’enigma dello spread non è risolto, ma appare più chiaro. Analizzando l’ottovolante dello spread che i giornaloni continuano a pubblicare su mezza pagina, si vede chiaramente che la correlazione tra picchi degli interessi e decisioni politiche è vera solo in un periodo di tempo relativamente breve, tra ottobre e novembre dello scorso anno, quando si consuma il governo Berlusconi. C’è una nuova impennata tra l’inverno e la primavera, nonostante il taglio alle pensioni e le misure fiscali del decreto salva Italia varato da Mario Monti. Poi i tassi italiani salgono e scedono con quelli spagnoli. Da settembre in qua lo spread tra Madrid e Roma si allarga di circa cento punti base, ma le due curve continuano a muoversi in sintonia. Di qui ad aprile non esisterà nessun governo in grado di andare oltre il day-by-day, quindi che cosa può impedire una nuova tempesta? Certo un miglioramento della situazione spagnola, ma soprattutto la forte voglia di tornare a muoversi, comprare, vendere, investire, fare profitti. Insomma, gli animal spirits. La moneta è stata nascosta sotto un materasso globale, al caldo rifugio dei Bund tedeschi, dei T-bond americani e dei titoli francesi che danno un rendimento inferiore a due punti percentuali. Ma così, non si fanno utili e non si mette in moto l’economia.

giovedì 20 dicembre 2012

Lo sapevi che Silvio...



Chi ha la memoria corta vada a leggere il sito:


http://www.losapevichesilvio.it/


mercoledì 12 dicembre 2012

La siesta. Davide Giacalone

L’idea che, nel 2013, affronteremo la campagna elettorale del 1996 è disperante. E’ passato un secolo, e non solo per lo scorrere del calendario. C’era, per dirne una, ancora la lira. Eppure sembra che le forze politiche siano rimaste allo scontro di allora: mucchio contro mucchio, con più voglia di menare che di pensare.

La cosa paradossale è che il centro destra sembra impostare una campagna elettorale nella quale finirà con il far scomparire i propri meriti, che pure ci sono: dal 2008 a oggi l’Italia ha dato prova di rigore nell’amministrazione dei conti pubblici e abbiamo il migliore avanzo primario d’Europa. Lo avevamo già con il governo Berlusconi. Ma sembra che questo merito sia divenuto una vergogna, talché ci si butta sulla propaganda un tanto al chilo. E la sinistra aiuta, sia favoleggiando di risanamenti che avrebbero appoggiato solo loro, sia abbandonandosi al solito delirio dei numeri: sale lo spread, colpa di Berlusconi (poi scende, e che si dice?); crolla la Borsa, colpa di Berlusconi (poi risale, e che si fa?).

Il problema serio del centro destra, e di Silvio Berlusconi, non è questa roba, sì malamente agitata, ma il fatto che l’Italia si trascina da più di tre lustri senza riuscire a crescere (almeno) quanto gli altri europei. Che si è promessa una discesa della pressione fiscale, che invece sale. E la contraddizione fra promesse e risultati è così stridente che il centro destra neanche rivendica un altro successo: quello della lotta all’evasione. Solo che, per ottenerlo, hanno messo loro in campo quegli strumenti odiosi che oggi affermano di volere cancellare, come fossero opera altrui. La sinistra, e anche il governo Monti, sbagliando, hanno sommato a quelli anche il moralismo fiscale, ma la sostanza è made in Berlusconiland.

Il problema gigantesco, del centro destra, è che per due volte hanno portato a casa un successo elettorale (lasciamo perdere la prima volta) e per due volte hanno fallito la prova di governo. Dice Berlusconi: abbiamo fatto molte cose buone. E’ vero, ma le avrebbe fatte chiunque fosse stato al governo per così lungo tempo. Il guaio è che non hanno fatto quelle per cui sono andati al governo: il già ricordato fisco, le liberalizzazioni, la dismissione di patrimonio per abbattere il debito, il martoriato capitolo della giustizia. Dicono: ce lo hanno impedito. No, non funziona così: se vi siete accorti (e non ci voleva molto) che le vittorie non bastavano e che la debolezza istituzionale del governo impediva tutto, avreste dovuto portare la cosa all’attenzione degli italiani, anche proponendo riforme costituzionali, non tirare a campare per tenere unita la coalizione, che comunque s’è sfasciata, per tre volte.

Qual è la cosa più importante, fatta dal governo Monti? La riforma previdenziale. Pur contenendo non pochi errori (vedi alla voce: esodati) era necessaria e urgente. Perché non l’ha fatta il governo Berlusconi? Perché la Lega era contraria. Con chi si presentano oggi alleati? Con la Lega. E’ questo il problema. Poi, certo, si può e si deve ricordare che quando la sinistra mise le mani sulla materia previdenziale lo fece per tornare indietro, cancellando lo “scalone”. Verissimo, ma le colpe della sinistra non sono meriti della destra. L’Italia ha bisogno d’essere governata bene, non il meno peggio possibile.

Questo film sta per essere trasmesso la sesta volta: 1994 – Berlusconi, la sorpresa (il più bello, come spesso capita); 1996 – Berlusconi, la sfortuna; 2001 – Berlusconi, il ritorno; 2006 – Berlusconi, la sconfitta; 2008 – Berlusconi, la vendetta. E ora? 2013 – Berlusconi, il rieccolo. E sarebbe ancora un film accettabile, se non fosse che c’è il rischio di vedere: Berlusconi, il gesto disperato. E se vincesse? Non potrebbe governare, ancora privo di una classe dirigente lontanamente degna di questo nome. E se perdesse? Proverà a essere il miglior perdente, in modo da avere un peso laddove vincesse una sinistra a sua volta priva di maggioranza e a sua volta destinata a sfasciarsi.

L’Italia non merita di dovere scegliere fra questo e l’asse Vendola-Cgil. E l’uomo che diede rappresentanza all’Italia produttiva e ragionevole, non interamente a ridosso della spesa pubblica, non è giusto finisca con il prendere in ostaggio quegli elettori, condannandoli a votare quel che non servirà e a farsi bollare come ipnotizzati dal declino. Il centro? Suvvia, non scherziamo. Qui va a finire che prevale lo schema siculo. Che la sciasciana “linea della palma” prenda il sopravvento. Ci si fermi a ragionare. Tutti.

venerdì 7 dicembre 2012

Ok Silvio! Però facce nuove

Avrei preferito Berlusconi al comando di truppe fresche e con un nuovo simbolo, ma tant'è.
Rassegnamoci a vedere ancora il volto di chi ha veramente lavorato nell'interesse degli italiani e che non si sia fatto lusingare dal profumo del potere.

Quelli bravi che credono nella "missione" lavorino dietro le quinte, facciano i consiglieri e lascino che le loro idee camminino con le gambe di altri.
Certi personaggi che scaldano i banchi del Parlamento da troppi anni, si dovranno rassegnare alla rottamazione ed uscire di scena.

Purtroppo in Italia basta una mezza legislatura che si rimane parlamentari a vita e non ci si rassegna all'idea di tornare cittadino comune: senza contare che nella sinistra fare il politico è diventato un mestiere. Si entra nella sezione di partito con i calzoni corti e si percorre tutto il cursus honorum fino alla morte, perché il pensionamento non esiste in poltica.

Allora, Sivio, priorità assoluta: facce nuove. Poi sistemiamo la giustizia con relativo problema carceri, tagliamo sprechi e privilegi, abbassiamo le tasse, vendiamo un po' di immobili del demanio che non servono più, mettiamo in riga la burocrazia e facciamo funzionare la macchina statale che è piena di sabbia negli ingranaggi.

Questo, ovviamente, se vinceremo. E vinceremo!

lunedì 3 dicembre 2012

Forza Silvio!

Silvio ridiscendi in campo, abbiamo bisogno di te.

Non possiamo ascoltare i discorsi di Bersani che parla da premier come se avesse già la vittoria in tasca.

Diciotto anni fa hai creato un movimento dal nulla in tre mesi, adesso ne hai cinque: riparti da zero e metti insieme una squadra tutta nuova, un nuovo simbolo e un nuovo nome.

Lascia che il Pdl vada alle elezioni con Alfano e la vecchia classe dirigente e giochi le sue carte: tanto sarete sempre dalla stessa parte a difendere il centrodestra dalle sinistre.

Sono certo che ci sono ancora moltissimi italiani che credono in te, ma solo in te e non nell'apparato, e ti voteranno con convinzione.

Aspetto tue notizie.

domenica 2 dicembre 2012

ArchivioAndrea's Version

2 dicembre 2012

E dice che adesso fa il segretario sul serio, e allora che decide lui, e poi che farà le primarie, e poi che dipende se l’Amor nostro si candida o no per le primarie, e poi aspetta, e dopo che ha aspettato aspetta ancora, e osserva, e ripete che lui fa il segretario sul serio, e conferma che aspetta, e intanto osserva, che cosa osserva? Osserva quel che fa Berlusconi. E Berlusconi rinvia, e lui non fa una piega, e Berlusconi scende in campo, e lui: allora, se Berlusconi scende in campo… e Berlusconi non scende più in campo, e lui: allora se Berlusconi non scende più in campo… E quello ririscende in campo, e allora niente primarie. Ci si chiede che cosa aspetti, l’Assemblea generale dell’Onu, a riconoscere Angelino Alfano come osservatore non membro del Pdl.