giovedì 26 marzo 2015

La storia e le storie. Davide Giacalone


Imbrogliare e mentire sulla storia nazionale è un antico vizio italiano. Piuttosto che fare i conti con la realtà dei fatti si è ripetutamente preferito travisarli. Prima che José Luis Rodriguez Zapatero, ex capo del governo spagnolo, venga in Italia a raccontarci quel che ci siamo già detti, quindi, vale la pena rimettere in funzione la bussola della storia. Possibilmente senza usare i magneti delle tifoserie per truccarla.

La sorte dei governi italiani, quindi la nostra stessa sovranità, è stata determinata da influenze o decisioni prese al di là dei nostri confini? Si può rispondere oscillando da un irragionevole “no”, a un ecumenico “sì, ma è normarle che sia così”, fino a un estremo “sì, fu un colpo di Stato”. Esercizio inutile. Il nostro dovere è prima di tutto sapere, poi capire. Anche per leggere meglio quel che accadde dopo.

Senza andare alla notte dei tempi, come pure sarebbe utile, l’Italia, e per essa il suo governo, nella seconda metà del primo decennio del secolo appena iniziato, è finita due volte nel mirino di interessi a noi contrapposti. La prima è la più istruttiva e dice molto della seconda: il gas russo. Un pezzo dei governi europei e quello statunitense non hanno mai digerito il rapporto con i russi, per la fornitura di gas. Più in generale il rapporto con il governo di Vladimir Putin. Troppo lungo approfondirne qui i passaggi, sta di fatto che i più esposti eravamo noi e i tedeschi. Con una enorme differenza: quando Gerhard Schroder, pochi mesi dopo avere perso la cancelleria, prende la guida di Nord Stream AG (il gasdotto che passa nel Baltico e salta paesi come Polonia e Ucraina), designato dai russi di Gazprom, si accendono polemiche in varie parti del mondo occidentale, talune ardendo per lo scandalo, ma l’argomento non viene utilizzato come arma di polemica politica interna tedesca. Anzi: Angela Merkel inaugurerà l’opera. Da noi accadde l’esatto contrario. Ci torno, prima, però, è bene ricordare un dettaglio: coincide con quel periodo la pubblicazione della prima foto di Silvio Berlusconi con sulle ginocchia una squinzia, ritratti nella casa di Sardegna. Va da sé che se un capo del governo può essere fotografato, può anche essere accoppato. O, meglio, può essere accoppato fotografandolo.

Nel 2011, passaggio cui si riferisce Zapatero (ma anche Tim Geithner, segretario Usa al tesoro, narrante di funzionari europei che proposero agli americani di eliminare il governo Berlusconi), molte cose precipitano. Veniamo trascinati (marzo) in una dissennata guerra di Libia, voluta da francesi e inglesi. Il governo italiano recalcitrava, anche perché eravamo gli unici a rimetterci, ma la pressione esterna si amplifica all’interno, a cominciare dal Quirinale, temendo (timore reale, del resto) l’isolamento dell’Italia. Poi si scatena la speculazione contro i debiti sovrani (estate). E qui, scusate, ma Zapatero non ci può rivelare altro che succosi particolari, perché la sostanza noi la scrivemmo durante, non dopo: la polemica degli spread, intesi come indici di inaffidabilità governativa, era da trogloditi, o da imbroglioni. Lo documentammo e i fatti confermarono. Ma mentre si usava quell’artiglieria per colpire il governo, è arrivata la bomba.

Tale fu la costituzione del fondo salva stati (luglio). Cosa giusta, salvo che francesi e tedeschi vollero e ottennero che ciascuno partecipasse in percentuale del proprio pil, mentre gli italiani chiesero e non ottennero che si partecipasse in ragione dell’esposizione delle proprie banche con il debito greco. Era chiaro che la prima formula ci avrebbe portato a pagare per salvare le banche francesi e tedesche. Cose che scrivevamo allora, non poi. E non basta, perché oltre a pagare per gli altri non dovevamo neanche supporre di usare per noi stessi quel fondo, come invece fecero gli spagnoli, perché eravamo e siamo troppo grossi. Era ragionevole, quindi, che altri volessero fiaccare la forza del governo italiano. Ma non sarebbe stato possibile se in Italia non vi fosse stato un berniniano schieramento di quinte colonne. Così nacque il governo Monti (novembre).

Ciò va ricordato per evitare di supporre che la partita fosse d’antipatia personale, o di supposta impresentabilità. Per questo va anche ricordato che il governo in carica (Berlusconi) era già gravemente crepato, sia da divisioni interne, sia da scissioni favorite dal Colle, che dal ministro dell’economia disponibile a sostituire il capo del governo. Va ricordato che il centro destra ha votato a favore di tutti i passaggi governativi successivi (salvo poi dissociarsi). Producendosi poi la situazione odierna, con una coalizione di governo che nessuno ha mai votato (spaccato il centro destra e destituito Bersani). E va anche ricordato che se le serate gaudenti non furono la causa di quella crisi, ben altrimenti ricca d’interessi, furono comunque lo strumento utilizzabile. Quindi una colpa.

Pubblicato da Libero

mercoledì 11 marzo 2015

Ruby, Berlusconi, l'assoluzione. Claudio Cerasa




il Foglio - L'imbarazzo del pornogiornalismo chiodato è tutto in un verbo usato al posto di un altro. Titolo a cinque colonne di Repubblica, severo, accigliato, rattristato, disperato: "La Cassazione salva Berlusconi". Salva, non assolve. Salva perché è dura riconoscere, non solo per Repubblica ma per tutto il codazzo cieco e manettaro che da cinque anni segue in modo pruriginoso l'inchiesta sul bunga bunga berlusconiano, che la conferma in Cassazione sul caso Ruby equivale a una condanna definitiva per tutti quelli che dal 2010 provano a spacciare un'inchiesta sulla morale berlusconiana per un reato, e per tutti quelli che, come ha scritto magistralmente sul nostro giornale due giorni fa Luciano Violante, confondono il codice morale con il codice penale.

La notizia è che il reato di cena elegante non è ancora stato inserito nel codice penale, che la furbizia orientale non è ancora un capo di imputazione sufficiente per mandare qualcuno in galera, che giocare con i reati, aggravarli, renderli più severi solo per poter giocare meglio e più a lungo con le intercettazioni alla fine aiuta solo a produrre molte indignate inchieste dei giornali assetati di carte giudiziarie e che persino alla procura di Milano può accadere che inchieste costruite sul nulla si concludano con un nulla di fatto. Sui dettagli dell'assoluzione torneremo più avanti, ma per noi che anni fa andammo in piazza giocando con il nostro "siamo tutti puttane" e manifestando contro una campagna giornalistico-giudiziaria costruita sulla fuffa, sul pregiudizio, sul codice etico e a volte anche sul codice estetico, ciò che impressiona è quello che resterà di questa inchiesta, quello che non si potrà cancellare e quello che coincide con la conseguenza del processo mediatico. Fango su fango senza che sia prevista dalla legge un'impresa di pulizia etica pronta a condannare chi ha giocato con il ventilatore, con le dieci mille domande e chi ha utilizzato tonnellate di intercettazioni per fare quello che ai tempi, nel 2010, la politica non riusciva a fare: sconfiggere Berlusconi.

E dunque, sì, si capisce l'imbarazzo delle corazzate del moralismo chiodato, e si capisce, e ha persino ragione, che nelle cronache di oggi si leggano cose così. "L'Italia - scrive a ragione Piero Colaprico su Rep - continuerà a essere divisa tra innocentisti e colpevolisti". Ed è vero,è naturale: nell'Italia del processo mediatico le sentenze che contano sono quelle raccontate più dai giornalisti che dai giudici. Lo sappiamo. Ma rispetto al passato, dopo anni di ventilatore, forse c'è una novità. A forza di spacciare il fango per cioccolata alla fine anche i lettori più testardi si stanno convincendo, forse, che il fango è fango, e che la cioccolata, con il processo mediatico, semplicemente non c'entra nulla. Berlusconi forse si sarà "salvato". Ma se c'è qualcuno che non si salva è proprio chi negli ultimi cinque anni ha confuso il fango con il cacao.

(il Foglio)

 

lunedì 9 marzo 2015

Leggere il Corano per capire che l'islam non si fermerà. Magdi Cristiano Allam

Quanto mi fanno ribollire il sangue i buonisti, relativisti e islamofili nostrani che di fronte alle atrocità perpetrate dai terroristi islamici che sgozzano, decapitano, ardono vivi, massacrano i «nemici dell'islam», puntualmente si affrettano a scagionare l'islam, Allah, il Corano e Maometto e contemporaneamente ci auto-colpevolizzano sostenendo che i cristiani sarebbero responsabili di crimini non meno efferati compiuti a partire dalle Crociate, così come gli ebrei (anche se non sono israeliani) avrebbero già quasi del tutto completato il genocidio dei palestinesi.
Questo vero e proprio odio nei nostri stessi confronti si sta rivelando il colpo di grazia del tracollo della civiltà profondamente in crisi di quest'Europa sempre più scristianizzata e materialistica, con la prospettiva concreta della sua sottomissione alla dittatura islamica, in un contesto dove sussistono condizioni similari a quelle che portarono all'islamizzazione delle popolazioni delle sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo dopo essere state al 99% cristiane per sette secoli.

Dopo la morte di Maometto nel 632, gli eserciti islamici sbaragliarono rapidamente prima l'impero persiano nel 637, poi logorarono l'impero bizantino con la conquista di Siria e Palestina (633-640), Egitto (639-646), Gerusalemme (638). La conquista dell'Africa del Nord avvenne dal 647 al 763. Nel 711 iniziò l'occupazione della Spagna protrattasi per ben otto secoli fino al 1492. Nel 718 gli islamici si spinsero in Francia occupando Narbona, Tolosa (721), Nimes e Carcassonne (725), prima di essere fermati a Poitiers (732). In Italia i primi attacchi islamici alla Sicilia iniziarono nel 652 e il controllo stabile sulla Sicilia è durato fino al 1061, mentre solo nel 1190 finisce la presenza islamica nell'isola. Le incursioni islamiche raggiunsero la Sardegna, Amalfi, Gaeta, Napoli e Salerno, il Monferrato, la Riviera Ligure. Nell'813 gli islamici distrussero l'odierna Civitavecchia, avanzarono verso Roma e saccheggiarono la Basilica di San Pietro e la Basilica di San Paolo per due volte (la seconda nell'864). A Bari fondarono un Emirato islamico durato 25 anni a partire dall'847. La Storia ci dice che dalla morte di Maometto nel 632 fino a quando i cristiani cominciarono a reagire organizzando le Crociate a partire dal 1.096, ovvero 464 anni, gli islamici avevano già occupato con le guerre e una lunga scia di sangue le sponde orientale e meridionale del Mediterraneo, la Spagna, la Sicilia e avevano per due volte saccheggiato la Basilica di San Pietro a Roma.

Ebbene oggi stiamo assistendo all'espansionismo del terrorismo islamico che occupa militarmente dei territori in Siria, Irak, Libia, Nigeria, Mali, Somalia, Yemen, Afghanistan, Pakistan, Indonesia e Filippine; alla crescente islamizzazione delle istituzioni civili in Turchia, Tunisia, Algeria e Marocco; alla presenza di terroristi islamici europei che sferrano attentati all'interno dell'Europa; alla diffusione di una rete sempre più capillare di moschee, scuole coraniche, tribunali sharaitici, enti assistenziali islamici, siti di propaganda jihadisti, centri studi e di formazione che condizionano le leggi secolari e ci impongono di non criticare l'islam, banche islamiche che supportano questa islamizzazione della nostra società. Eppure quest'Europa è sempre più tentennante su come reagire. Se dovessimo attendere non 464 anni ma anche soltanto 40 anni per deciderci ad intervenire per salvare quel che resterà di cristianità sulle altre sponde del Mediterraneo ma soprattutto per salvarci dal terrorismo e dall'invasione islamica all'interno stesso dell'Europa, sarà decisamente troppo tardi. Non esisteremo più né come società europea né come civiltà laica e liberale dalle radici cristiane. La nostra debolezza l'ha descritta in modo impeccabile monsignor Giuseppe Bernardini, vescovo di Smirne, quando il 13 ottobre 1999, ha raccontato che «durante un incontro ufficiale sul dialogo islamo-cristiano, un autorevole personaggio musulmano, rivolgendosi ai partecipanti cristiani, disse a un certo punto con calma e sicurezza: «Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo». C'è da crederci, perché il «dominio» è già cominciato con i petrodollari, usati non per creare lavoro nei Paesi poveri del Nord Africa e del Medio Oriente, ma per costruire moschee e centri culturali nei Paesi dell'immigrazione islamica, compresa Roma, centro della cristianità. Come non vedere in tutto questo un chiaro programma di espansione e di riconquista? È un fatto che termini come «dialogo», «giustizia», «reciprocità», o concetti come «diritti dell'uomo», «democrazia», hanno per i musulmani un significato completamente diverso dal nostro. Sappiamo tutti che bisogna distinguere la minoranza fanatica e violenta dalla maggioranza tranquilla e onesta, ma questa, a un ordine dato in nome di Allah o del Corano, marcerà sempre compatta e senza esitazioni. Ecco perché oggi più che mai è necessario conoscere il Corano. «O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, essi sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti» (5, 51). «Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigrano per la causa di Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li troviate» (4, 89). Sono decenni che la Chiesa promuove, legittima e difende il dialogo con i musulmani. Il risultato concreto è che i cristiani che rappresentavano il 30% della popolazione del Medio Oriente fino al 1945, oggi si sono assottigliati al 3% e continuano a subire un vero e proprio genocidio. Dico che è arrivato il momento di svegliarci dal sonno della ragione con cui ci siamo imposti di non conoscere la verità presente nel Corano, che per i musulmani è Allah stesso. Solo riscattando il nostro dovere di conoscere la verità del Corano potremo salvaguardare la nostra civiltà.

(il Giornale)

 

L'ipocrisia della non punibilità. Davide Giacalone


Ci si complica la vita, aumentando i costi e le lungaggini della giustizia, non avendo il coraggio delle soluzioni semplici e lineari. Già sperimentate in paesi di comprovata civiltà giuridica. Arriva al Consiglio dei ministri il decreto legislativo sulle “cause di non punibilità”. Se il fatto è lieve, il danno è piccolo e l’autore non è recidivo, il giudice può decidere di non punire e archiviare. Non funzionerà. Per ottenere il risultato desiderato, più che giusto, ovvero quello di non discutere inutilmente cause irrilevanti, esiste una via meno ipocrita e tortuosa: far cadere l’obbligatorietà dell’azione penale.

La logica che presiede alla soluzione seria è inespugnabile: lo Stato paga un apposito ufficio, quello della procura, con il compito di accusare i cittadini che si ritiene siano colpevoli di qualche reato; poi paga un meccanismo più complesso e regolato, che presiede al processo, condotto da giudici equidistanti dall’accusa e dalla difesa, in modo da stabilire se quel cittadino è colpevole o innocente dei reati che gli vengono imputati; ne deriva che se l’ufficio dell’accusa non ritiene di doverla sostenere, considerando irrilevante la cosa o infondato il sospetto, la cosa finisce lì, senza ulteriori perdite di denaro e tempo (sia dello Stato che del cittadino accusato). Se l’accusa decide di non accusare è evidente che il processo non ha senso. Possono esistere solo due casi, in cui questo dà luogo a problemi: quando il procuratore è un incapace o quando è un corrotto. In tutti e due i casi si cambia il procuratore, non la legge.

Questo nel mondo della razionalità e della concretezza, non in Italia. Da noi si pretende che sia giusto obbligare la procura a sostenere l’accusa in ogni caso in cui ci sia notizia di reato. L’idea è quella che, così procedendo, si evita che i procuratori sfuggano al dovere di accusare i potenti. Peccato che questo tradisca scarsa fiducia nell’onestà e capacità delle procure. E peccato che l’obbligatorietà consenta al procuratore non solo di scegliere quali procedimenti portare avanti e quali lasciare languire, ma anche di prediligere quelli che assicurano adeguata visibilità mediatica. Si pretende, inoltre, che a disporre l’archiviazione, anche quando lo chiede la procura, sia un giudice, in modo da vigilare anche sugli eventuali intrallazzi dell’accusa. Il che potrebbe anche sembrare giusto, in linea di principio (ma non lo è), salvo che l’asino casca sulla cosa più grossolana: l’accusatore e il giudice sono colleghi. E lo sono in modo sconosciuto in tutto il resto del mondo civilizzato.

La non punibilità, di cui al decreto legislativo, non risolve la questione. Nasce male proprio perché ipocrita. Facciamo esempi concreti. Ricordate il decreto legislativo di Natale, morto a Santo Stefano, con il quale si prevedevano soglie al di sotto delle quali non si perseguiva penalmente l’evasione fiscale? Seppellito sotto un tripudio d’indignazione fuor di luogo e conformismo manettaro. Ma qui si ripristina la stessa cosa, solo che si toglie l’automatismo e si lascia la decisione al giudice. Risultato: più soldi e più tempo per arrivare allo stesso risultato. Prendete i casi di violenza in famiglia (preferisco parlare di violenza in famiglia, non di violenza sulle donne, perché il reato è abietto chiunque lo commetta e chiunque lo subisca), ebbene: è grave o no, uno schiaffone? Dipende, perché se è l’innesco di un crescendo, lo è, se è la modalità espressiva reciproca di due maneschi, meno. Dipende. E chi lo stabilisce? La procura, secondo me, che magari dispone anche la sorveglianza. Il giudice, secondo la legge e secondo questo decreto. Ma per arrivarci avremo perso altro tempo e denaro. Prendete le frodi negli appalti pubblici: può esistere una frodina? Dipende: se si tratta di un errore, di una scemata, ci può stare, ma se il trucco sul prezzo è piccolo ciò non toglie che la gara è falsata. Decida chi accusa, anche perché non ha senso accusare chi sarà assolto. Invece decide chi giudica, e siamo daccapo.

Procedendo in maniera vile ci si consegna alle mode. Ci sarà la stagione in cui lo spaccio di droga è reato di grande allarme, poi verrà quella della violenza, poi quella degli appalti, poi si mischieranno fra di loro. E non cambierà niente, perché ciascuno agirà burocraticamente e irresponsabilmente, scaricando su altri l’onere della non punizione, da giustificare non davanti al diritto, ma all’opinione pubblica. Ed è esattamente la giustizia che abbiamo. Non funzionante.



domenica 8 marzo 2015

Trani, Berlusconi ed i botoli di compagnia. Arturo Diaconale

 

A nome del Tribunale Dreyfus ed insieme all’avvocato Valter Biscotti ho presentato alla Procura di Roma un esposto in cui si chiede che la magistratura solleciti il Tribunale dei Ministri ad indagare sulle singolari circostanze, emerse dal processo in corso a Trani, che spinsero il governo Monti nel 2011 a pagare alla banca d’affari americana Morgan Stanley due miliardi e seicentomila euro di penale a seguito dal declassamento della nostra economia stabilito dalla agenzia di rating Standard & Poor’s, agenzia partecipata dalla stessa Morgan Stanley.

La notizia è stata tranquillamente ignorata dalla stragrande maggioranza della stampa italiana. Che ha preferito dedicare il massimo dell’attenzione alle intercettazioni delle telefonate tra Berlusconi e Tarantini depositate al Tribunale di Bari. La circostanza meriterebbe di essere trattata in uno dei tanti corsi che l’Ordine ed il sindacato dei giornalisti organizza per l’aggiornamento professionale e deontologico della categoria. Per informare i più giovani e confermare nei più vecchi addetti all’informazione italiana come nel nostro Paese il “cane da guardia” della democrazia sia abituato ad abbaiare non sulla base dei principi di correttezza e completezza dell’informazione, ma su quelli delle proprie convinzioni politiche e della regola ferrea dei due pesi e delle due misure. La pubblicazione delle telefonate intercettate dalla magistratura tra Berlusconi e Tarantini sono prive di qualsiasi rilevanza penale. Servono semplicemente ad alimentare la campagna di discredito moralistico nei confronti del Cavaliere alla vigilia della scadenza della sua pena ai servizi sociali e, soprattutto, della pronuncia della Cassazione sull’appello dei Pm alla sua assoluzione nel processo Ruby. La pubblicazione delle telefonate, prive di valore penale ma anche prive di rivelazioni pruriginose, non risponde ad un’esigenza informativa ma solo ad una necessità politica: creare un clima moralisticamente ostile al Cavaliere per condizionare il giudizio della suprema Corte.

Nessuno, neppure il più intransigente nemico di Berlusconi, nutre dubbi a questo proposito. Ancora una volta il circolo mediatico si è messo al servizio della giustizia ad orologeria per colpire con gli strumenti giudiziari il proprio avversario politico.

Allo stesso modo, nessuno nutre dubbi sulla ragione per cui lo stesso circolo mediatico abbia azzittito i propri latrati per nascondere che mentre il governo Monti faceva “i compiti a casa” imponendo sacrifici pesanti agli italiani, lo stesso governo pagava sull’unghia e senza alcuna istruttoria due miliardi e seicentomila euro ad una banca d’affari americana come penale per un declassamento stabilito da un’agenzia di rating di proprietà della banca stessa. Quelle somme avrebbero potuto impedire la tragedia degli esodati! Ma mentre la Fornero piangeva, Monti pagava senza battere ciglio. Sulla base di impegni assunti nel lontano 1994 dall’allora governo Ciampi e senza che quegli impegni fossero stati mai fatti applicare in precedenza. Bastano queste circostanze per suscitare qualche interrogativo e qualche preoccupazione non solo per il passato del nostro Paese, ma soprattutto per il suo futuro? La nostra è una nazione sovrana o è al servizio, attraverso i terminali italiani di oscuri banchieri stranieri, di un certo tipo di finanza internazionale?

A regola non solo una stampa “cane da guardia” della democrazia ma anche una stampa “botolo di compagnia” dei poteri forti avrebbe dovuto porsi interrogativi del genere. Invece, nulla di tutto questo. Tanto polverone su Berlusconi e solo silenzio assoluto sulla sovranità calpestata e sulle tasche depredate dei cittadini. Vergogna!

(l'Opinione)

 

venerdì 20 febbraio 2015

Il peccato non è reato. La vittoria di Strauss-Kahn e la giustizia sulle cene eleganti. Nicoletta Tiliarcos


Il Foglio - Il 2 febbraio scorso, all’apertura del processo a Lille contro Dominique Strauss-Kahn, accusato con altre tredici persone di “sfruttamento aggravato della prostituzione”, il presidente della corte aveva premesso che compito del tribunale “non è quello di essere il guardiano della morale ma del diritto e della sua buona applicazione”. E ieri il rappresentante della pubblica accusa ha chiesto per l’ex direttore del Fondo monetario internazionale il “rilascio puro e semplice”, perché nelle “serate libertine” all’Hotel Carlton di Lille (e a Vienna, Madrid, Parigi e Washington) non si sarebbe consumato altro che sesso di gruppo liberamente scelto da tutti i partecipanti. Tutti, comprese le giovani prostitute delle quali DSK ha ribadito di non aver mai nemmeno sospettato la professione, perché erano semplicemente “portate da amici” e lui non si sognava di pagare nessuna.

Il procuratore, che in fase istruttoria aveva già chiesto senza successo l’archiviazione, ha sostenuto che “non siamo di fronte a una rete mafiosa, ma a un gruppo di amici che cercava soddisfazione per degli ego, delle ambizioni e semplicemente dei piaceri sessuali… hanno perso tutto – ha detto riferendosi alla pubblica messa alla gogna sui media – e chiedo al tribunale di tenerne conto nella decisione”. A questo punto, dopo che già lunedì due delle tre parti civili avevano rinunciato all’azione giudiziaria, e dopo che nessuna delle (ormai ex) prostitute che pure avevano accusato DSK di “rapporti brutali” e di “comportamenti animaleschi” ha potuto accusarlo di violenza, per DSK si profila l’ennesima assoluzione: “Non ho visto né nelle informazioni giudiziarie né durante le udienze le prove della colpevolezza di Dominique Strauss-Kahn”, ha concluso il procuratore. DSK può aver avuto comportamenti odiosi e perfino riprovevoli – il peggiore lo ha ricordato sul Foglio del 12 febbraio Alessandro Giuli: aver detto che le prostitute “gli fanno orrore” (povera anima santa, all’improvviso contagiata dal bacchettonismo dei suoi stessi accusatori).

Eppure peccati e reati continuano a non essere sinonimi, dalle parti di Lille, e il rappresentante della pubblica accusa al processo ha dimostrato di esserne consapevole. Di tutt’altra tempra certi suoi colleghi italiani. La procura milanese ha ordinato la perquisizione delle abitazioni di una ventina delle ragazze passate alla storia come “Olgettine”. Le ospiti delle “cene eleganti” nella dimora dell’ex premier Berlusconi sono tuttora accusate di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza: si ostinano a non confessare di aver ricevuto denaro dal Cav. in cambio del silenzio. Ma non sfugge, ai procuratori, il tenore di vita “elevato” di alcune di loro. E vuoi che non ci sia lo zampino di chi cerca di coprire mercimoni e “festini a luci rosse” spacciati per decenti convivi? Assolto dall’accusa di prostituzione minorile e di concussione nel “caso Ruby”, il Cav. è comunque colpevole del reato di “cena elegante”.

(LSBlog)

 

venerdì 13 febbraio 2015

Berlusconi: dal 9 marzo sarò in campo anch'io.

Forzasilvio.it

Caro Mauro,
oggi ho proposto ai gruppi parlamentari questa riflessione. La convidivido con te e con tutti gli amici di forzsilvio,it
Ci troviamo qui oggi per sancire insieme un cambio di linea. Diciamo subito che non siamo stati noi a voler abbandonare un percorso, quello delle riforme condivise.
E' stato il Partito Democratico a cambiare le carte in tavola e noi non possiamo far altro che prenderne atto, con rammarico.
Avevamo creduto in un profondo cambiamento dei rapporti politici in questo Paese, di cui le riforme erano solo un aspetto, importante, ma non unico.

La proposta del nuovo Segretario del Pd, Renzi, di un dialogo ampio sulle istituzioni poteva essere la strada per uscire da quella guerra civile strisciante che ha avvelenato l'Italia negli ultimi venti anni. Avevamo condiviso le parole di Renzi, quel ragionamento teso a costruire un bipolarismo, anzi, un bipartitismo maturo.
Quel ragionamento suonava così: il Governo, in una democrazia bipolare, è affare di chi vince le elezioni, che deve essere messo in grado di decidere e di rispondere delle proprie scelte davanti agli elettori, senza scarichi di responsabilità.
Le istituzioni sono invece patrimonio di tutti i cittadini, sono patrimonio di tutte le forze politiche che li rappresentano. Nessuno può considerarle cosa propria, da cambiare o utilizzare per pure finalità o vantaggi di parte.

All'interno di questo ragionamento avevamo avviato un percorso di collaborazione per cambiare lo Stato, garantire al Paese una legge elettorale efficace, scegliere insieme gli elementi di garanzia del sistema, come il Presidente della Repubblica.
Non tutto in questo percorso ci convinceva, ma il progetto complessivo che poteva portare alla nascita della nostra Terza Repubblica su basi diverse dalla Seconda, era tale e di tale importanza, da farci accettare anche alcune forzature dei nostri compagni di viaggio e alcuni sacrifici, anche dolorosi.
Purtroppo il Partito Democratico ha voluto interrompere questo percorso, e lo ha fatto mostrando il suo vero volto, dimostrando la propria incapacità di cambiare confermando di considerare lo Stato e le istituzioni come cosa propria e non patrimonio di tutti, un patrimonio da usare a proprio esclusivo vantaggio.

La scelta non condivisa di una persona degna, come il Presidente Mattarella, fa emergere una serie di fatti che non possiamo oggi non considerare:
1. Il Partito Democratico, quando gli conviene, non esita a rimangiarsi la parola data. Questo dimostra che non ha ancora conquistato quella maturità politica, quel rispetto per l'interlocutore necessari a gestire una riforma costituzionale importante che aumenta i poteri del Premier e del Governo, riducendo le garanzie legate al Parlamento, che viene dimezzato, e legate alle autonomie locali, che vengono gravemente ridimensionate. Molte democrazie anglosassoni funzionano così, ma lì il rispetto reciproco, tra partiti di maggioranza e opposizione è antico e consolidato e la moralità del rispetto dei patti è sacra quanto le regole scritte. Basti pensare che la Gran Bretagna non ha neppure una costituzione codificata, ma funziona secondo regole non scritte ma inviolabili.

2. Il metodo scelto dal Pd per eleggere il nuovo Presidente, abbandonando ogni ricerca di condivisione per l'interesse di parte di riunire le anime frastagliate di quel partito ci da' una lampante dimostrazione di come utilizzerebbe il nuovo quadro istituzionale.

3. La scelta di un arbitro condiviso era parte importante dell'applicazione della più profonda riforma costituzionale dal 1948 ad oggi.

4. Dunque non siamo noi oggi a sancire la rottura di un percorso, ma prendiamo atto con profondo rammarico del cambiamento voluto da altri. Continuare sulla stessa strada sarebbe ottuso e politicamente nefasto, non per noi, ma per gli elettori moderati che rappresentiamo e per il Paese tutto.

Voglio dire con chiarezza che avevamo creduto, avevo creduto fino in fondo al percorso di dialogo fin qui intrapreso insieme. Troppi danni erano stati procurati al Paese da quella guerra civile strisciante, da quella visione politica che vede l'avversario come un nemico, per non provare fino in fondo a cambiare le cose.

Oggi non è il momento delle recriminazioni e dei processi sommari. La linea politica seguita fin qui era la mia linea politica. Meditata, ponderata, valutata, in tutti i suoi aspetti. So bene quanto ci sia costata, quanto, a volte, sia costata personalmente a ciascuno di voi.Vi ringrazio per quanto insieme abbiamo fatto fino ad oggi. E il fatto che il Partito Democratico non sia stato capace di portare fino in fondo questo cammino nulla toglie alla nobiltà del nostro sforzo.
Chi ci ha creduto fino in fondo come me, merita stima e rispetto.
Chi ha criticato questo cammino, sottolineandone le debolezze, se lo ha fatto in buona fede, come credo, oggi ha la possibilità di contribuire costruttivamente alla elaborazione di una nuova linea, senza recriminazioni, senza inutili e ingiusti regolamenti di conti, che troppo hanno indebolito Forza Italia.
Oggi si apre una fase nuova a cui tutti devono partecipare: chi si sottrae abdica alle proprie responsabilità e alimenta i sospetti di strumentalità della proprie critiche. Mi auguro che ciò davvero non avvenga.

Da ieri i nostri gruppi parlamentari hanno intrapreso una nuova linea. Noi non abbiamo mai fatto un'opposizione distruttiva.
Dal 1994 siamo convinti della necessità di riformare il nostro Paese.
Quindi, al di là delle spacconate talvolta indigeribili del Pd in queste ore, non abbiamo interrotto il nostro lavoro costruttivo. Lo abbiamo già detto, lo ripeto oggi: venuto a cadere quel patto profondo per cambiare insieme l'Italia, continueremo comunque ad appoggiare ciò che delle riforme ci piace e che riteniamo utile per il Paese.

Ma non accetteremo più di votare per tutte quelle parti che avevamo accettato solo per amore di un disegno più ampio e più importante. Valuteremo cosa approvare e cosa cercare di cambiare e alla fine del percorso, valutato come il nostro contributo sarà stato recepito dalla maggioranza, decideremo come comportarci al voto finale. E così faremo anche sulla legge elettorale.Credo sia opportuno anche ricordare a questo Governo tutti i provvedimenti lasciati indietro per approvare queste riforme: è stata una corsa forsennata che ha paralizzato il Parlamento e lasciato indietro molti dei provvedimenti che certamente sono più urgenti per le famiglie e per le imprese: oggi il 25% degli italiani vive con meno di 10 mila euro all’anno, le imprese continuano a chiudere e a delocalizzarsi mentre il decreto sul lavoro e le deleghe fiscali languono nel limbo. I pensionati e gli artigiani non hanno avuto alcun segnale.

Non voglio approfondire i temi economici oggi, lo faremo presto, ma certamente dobbiamo sforzarci per riportare l'attività parlamentare su quelle decisioni che questo Governo sembra incapace di prendere, mentre l'Italia resta in stagnazione e all'orizzonte non c'è alcuna ripresa.
Oggi dunque torniamo ad esercitare a pieno titolo il nostro ruolo di opposizione a 360 gradi.
Lo faremo senza sconti e senza quella benevolenza che questo Governo ha dimostrato di non meritare. Lo faremo col senso di responsabilità che ci è proprio.
Per far questo dobbiamo lavorare in Parlamento, dove chiedo che tutti si impegnino al massimo e con costante presenza ed invito Paolo e Renato a convocare all’inizio di ogni settimana i gruppi parlamentari per decidere insieme la linea da tenere sui singoli provvedimenti e coordinare i relativi interventi. Dobbiamo però anche lavorare sul territorio dove il nostro partito ha bisogno di un nuovo slancio, di una rinascita in vista delle ormai prossime elezioni regionali.

A tal proposito vorrei chiarire, dopo aver letto tante inesattezze, la mia posizione sulle prossime alleanze alle regionali. Chi scrive, dice di temere che si possano consegnare la chiavi del centro destra alla Lega di Salvini non conosce la nostra storia, la mia storia, e neppure i principi basilari della politica.

La Lega è un nostro importante alleato. Lo è da venti anni, spero possa esserlo anche oggi. Dobbiamo lavorare con generosità per ricostruire un centro destra alternativo alla sinistra perché uniti si vince, divisi si perde. Per farlo dobbiamo trovare una strada comune con i molti amici che compongono il centro destra e che oggi, talvolta, sono su posizioni diverse. Nessuno può imporre diktat, ma tutti debbono dare il proprio contributo. E una coalizione di centro destra non può ruotare che intorno ad un partito centrale come Forza Italia. Alcune cose oggi ci dividono, ma sono molte di più quelle che ci uniscono.
Anzi credo che tra le forze di centro destra vi siano meno divisioni che tra le sole correnti del Pd. Noi stiamo lavorando con generosità per ottenere quel che gli elettori di centro destra chiedono e meritano: la vittoria dei moderati e il governo del Paese.

Abbiamo talvolta rinunciato a ciò che pure ci aspettavamo pur di agevolare questo percorso: abbiamo per esempio consentito alla Lega di correre con un proprio candidato in Emila. Ma nessuno può interpretare la nostra generosità costruttiva come una arrendevolezza.
Abbiamo le nostre convinzioni e le difenderemo fino in fondo come difenderemo fino in fondo le nostre radici che si fondano nel popolarismo europeo.

Vogliamo aiutare la Lega a vincere in Veneto, ma non lo faremo mai a discapito della Campania, tanto per fare un esempio.
Non accetteremo diktat sugli alleati, ma come sempre siamo pronti ad ascoltare tutti. Siamo pronti ad appoggiare i candidati migliori, ma non ci faremo imporre i nomi dei candidati da nessuno.

E soprattutto pretendiamo che i patti vengano rispettati e che tutti ritirino i propri candidati non condivisi, soprattutto da Regioni dove già c'era un accordo.
Sono convinto che su queste basi di pari dignità e di obiettivi condivisi, potremo presto tornare a guidare questo Paese per il bene di tutti.

Dal 9 Marzo sarò in campo anch’io, sono sicuro che sarete tutti in campo con me.

Silvio Berlusconi


martedì 10 febbraio 2015

I bigotti delle unioni civili. Davide Giacalone


Sono contrario alle leggi sulle unioni civili. Idea bigotta, destinata a limitare i diritti individuali e a far entrare il giudice anche nelle camere da letto non matrimonializzate. A sinistra domina il solito conformismo falso-progressista. A destra c’è la gara al mostrarsi aperti e moderni, privi di condizionamenti ecclesiastici. Peccato che l’idea delle coppie istituzionalizzate sia il trionfo dell’opposto, per entrambe le ipocrisie.
Chi si vuole sposare si sposi, chi non vuole farlo lo eviti. Auguri. Se nascono figli la legge li tutela al pari di tutti gli altri, ed è giusto che sia così. Il matrimonio come sacramento è questione che riguarda i fedeli, non la legge. Il matrimonio come destino ineluttabile, invece, è una cretinata. Ci sono solo due gruppi di persone che, anche volendolo, non si possono sposare: i già sposati e gli omosessuali. Hanno problemi diversi, ma la soluzione ragionevole vale per tutti.

Chi è già sposato può essere separato, in attesa di divorzio, o, magari, neanche separato. Affari suoi (e del coniuge). Non esiste più il reato di adulterio e neanche quello di abbandono del tetto coniugale. Faccia quel che crede. Ma perché dovrei scrivere in un registro questo evento? Se ce lo scrivo, se prendo burocraticamente atto della nuova coppia (che già è un linguaggio zuccheroso e irritante), mi si pone un problema: sono tenuti alla monogamia? Perché già hanno in piedi un matrimonio e non sarebbe sensato supporre di obbligarli ad essere fedeli nell’unione civile. Sono affari loro. Ma se li registro ho istituzionalizzato la poligamia. E la poligamia è, per storia e realtà, maschile (ovvio che anche le signore fanno quel che pare loro, ma la poligamia è maschile). Il progresso, pertanto, sarebbe un regresso.

Chi è omosessuale non può sposarsi perché la legge regola il matrimonio in vista della filiazione, che poi avvenga o meno. Siccome non c’è un solo motivo al mondo per impedire che due persone dello stesso sesso vivano come in un matrimonio, sebbene la filiazione non sia fra le prospettive cui da soli possano accedere, devo risolvere il problema. La soluzione, però, non è nel regolare la coppia, ma nel liberare l’individuo. Convivo, lascio l’eredità, mi faccio assistere, delego per cose verso terzi chi mi pare. La legge non lo consente sempre, quindi va cambiata (nell’eredità, ad esempio, cancellando l’indisponibile e lasciando tutto alla volontà di ciascuno). Ma perché mai devo infilarci il sesso?

Se convivo con un amico, o un’amica (perché non due, tre, dieci), decido di nominarlo erede, gli chiedo di assistermi in ospedale, e così via, devo anche accoppiarmici per forza? E se registro l’unione civile, perché nel Pese dei bigotti anziché ampliare i miei diritti individuali hanno regolato quelli delle coppie non matrimonializzate, poi tocca al giudice (magari chiamato da altri congiunti adirati) stabilire se la copula sigillò la coppia? Sarebbe il tribunale della Sacra Rota! Tenete le toghe e tonache lontano dalle braghette, per carità.

Il matrimonio è certo l’esercizio di un diritto, ma anche la contrazione di un dovere. Posto che ciascuno ha già il diritto di vivere con chi gli pare, penso che i doveri reciproci se li possano regolare da soli, come se fossero adulti e liberi, mentre la legge deve solo rimuovere gli ostacoli alla piena disponibilità di sé e dei propri beni.

Ultimo tema: con la coppia, però, c’è anche la pensione di reversibilità. Sono contrario. Tale istituto nasce a tutela del coniuge che regge la casa e la prole mentre l’altro lavora, è già anacronistico e non ha senso estenderlo fra adulti autosufficienti. Non solo è un costo enorme, ma innesca subito il proliferare delle false unioni civili, autentiche truffe pensionistiche. Ne abbiamo già abbastanza.

Tutta questa materia è dominata da un tale luogocomunismo privo di riflessione da supporre che siano bigotti i contrari, mentre lo sono i favorevoli. La cosa che fa fatica a entrare in tante teste è che la libertà riguarda gli individui. Può essere limitata solo laddove si coglie un danno per altri, o collettivo. In caso contrario, e le coppie di fatto non rappresentano un pericolo per nessuno, come neanche le comuni più assortite, il regolare equivale a limitare. No, grazie, preferisco la libertà coniugata con la responsabilità, piuttosto che quella che frigna per vedersi bollata la già esistente legalità.

(LSBlog)

lunedì 2 febbraio 2015

Arcore anno zero. Fabio Raja

 
 

Sergio Mattarella è stato eletto dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana. Con questa designazione la mia vita come per altri sessanta milioni d' Italiani non cambierà di un'acca. Così sarebbe successo chiunque fosse stato eletto al suo posto.
Per lui, invece, muterà, eccome se cambierà. E tutto l'ambaradan che ruota attorno alla sua carica istituzionale, come del resto è accaduto per tutti i suoi predecessori, costerà agli stremati contribuenti qualche centinaio di milioni ogni anno.
 
Mattarella è un reperto archeologico di un'altra era geologica ma d'altro canto il candidato del Cavaliere, Giuliano Amato ne era coevo.
 
Avremo tempo e modo di giudicare nei fatti il nuovo inquilino del Quirinale. Temo che dovremo aspettarci delle sorprese e Matteo Renzi più di tutti. Accade spesso che persone riservate, taciturne, schive sino alla timidezza si rivelino una volta raggiunta una carica di potere, inflessibili, granitiche e determinate al limite del dispotismo. Tanto più che per età, storia e formazione culturale il nuovo Presidente è mille anni luce lontano da Matteo Renzi e mal sopporterà il fatto d'essergli in qualche modo debitore. Così invece di nutrire sentimenti di gratitudine verso il Premier potrebbe sviluppare una certa ostilità nei suoi confronti.
 
Cosa significhi questa elezione per la vecchia nomenclatura del PD è ancora tutto da verificare. Una cosa è certa, che l'esultanza e i sorrisi di Pierluigi Bersani non depongono a favore della sua perspicacia. Cosa di cui già dubitavamo fortemente. Al contrario certificano la sua incapacità politica se, con un Parlamento formato esattamente come lo era nel 2013, allora le cose andarono in modo disastroso e oggi sono andate lisce come l'olio.
 
Suppongo che la cosa che interessi più all'uomo di Bettola, come alla congrega dei suoi compagni comunisti, fosse quella di far saltare il patto con Berlusconi e riacquistare potere negoziale nei confronti del Premier e centralità all'interno del PD.
Non sarà così. Renzi ha mostrato di essere cinico sino al sadismo, sleale e opportunista pronto a tradire l'alleato un secondo dopo stretto un'intesa. Ma questi sono fatti loro.
 
Una cosa ci interessa più di tutte: chi e come potrà ricostruire il centrodestra, la casa dei liberali, di milioni di italiani che per vent'anni si sono attaccati alla speranza che Berlusconi pretendeva rappresentare?
 
In quello spazio politico oggi ci sono solo macerie, un Leader finito, logorato da vent'anni di battaglie politiche e giudiziarie, umiliato e sconfortato. Senza eredi. Un partito, anzi due col Ncd, spappolati, privi di personalità di peso, anch'essi infarciti di resti del periodo giurassico e giovani tanto ambiziosi quanto presuntuosi e scialbi.
 
Lo schiaffo patito ad opera di Renzi forse è un bene che potrebbe far precipitare le cose verso un esito da anni prevedibile, e ormai inevitabile. Il collasso totale del centrodestra Berlusconiano. Perché la cosa migliore non è ricostruire il partito, ma ripartire da zero.
 
(LSBlog)
 
 

lunedì 26 gennaio 2015

Proibizione & Superstizione. Davide Giacalone


Lesti son lesti, quando si tratta di proibire. Garantendo all’Italia un ulteriore elemento d’arretratezza e violazione del diritto dei cittadini. Quando il ministro dell’ambiente, Gian Luca Galletti, tornò trionfante annunciando di avere indotto i colleghi europei a stabilire che, circa le coltivazioni Ogm, ciascun Paese avrebbe deciso per i fatti propri, scrivemmo subito che trattavasi dell’apoteosi dell’antieuropeismo, nonché la premessa, dalle nostre parti, per la proibizione oscurantista. E’ puntualmente, nonché malauguratamente, accaduto.

Si deve ragionare su basi razionali, senza accecarsi e farsi accecare da paure e stregonerie mediatiche. La prima domanda è: la coltivazione degli Organismi geneticamente modificati può arrecare danni collaterali o, addirittura, comportare pericoli per la collettività? La risposta è: no. Non è “forse”, è “no”. Non c’è nessuna evidenza scientifica di danni o pericoli. Questo non è un buon motivo per metterci tutti a coltivare Ogm, perché non basta una cosa non sia pericolosa perché sia anche conveniente e utile. Ma è un buon motivo per non proibirla. Oggi, e per la precisione dal luglio del 2013, un agricoltore italiano è meno libero di un agricoltore spagnolo. Ciò vuole dire che un cittadino italiano è meno libero di un cittadino spagnolo. Tanto è evidente la violazione dei diritti, collettivi e individuali, che non hanno il coraggio né la base giuridica per proibire definitivamente quel che altrove non è solo consentito, ma praticato, e allora ricorrono a un trucco: la proroga della proibizione temporanea. Un trucco che serve a evitare che un cittadino italiano si rivolga alla Corte di giustizia e ottenga la sicura condanna dello Stato.

Perché proibiscono? Perché, dopo avere in tutti i possibili modi tassato il settore dell’agricoltura, cedono alla pressione corporativa di organizzazioni che pensano, in questo modo, di tutelare le coltivazioni tradizionali. Tanto è vero che parlano di rispetto dei sapori e dei profumi della nostra tradizione. Il che è comico assai, visto che gli Ogm che taluni pensavano di coltivare erano mais, con cui far mangiare gli animali. Negli allevamenti italiani, del resto, il mais dei mangimi è per la quasi totalità importato e Ogm. E dato che si è quel che si mangia: loro mangiano Ogm e noi mangiamo loro, o beviamo il loro latte. A qualcuno sono spuntate le branchie?

Oltre al danno per il diritto e i diritti, oltre a quello che subiscono gli agricoltori che avrebbero voluto coltivare (e alcuni, in Friuli, già annunciano che lo faranno ugualmente), c’è anche il danno per la ricerca scientifica. Se c’è un problema, sicuramente legato agli Ogm, è che importando le sementi si dipende da chi le ha prodotte (Monsanto, il più delle volte). Poi c’è la fastidiosa cantilena delle lamentazioni per i nostri cervelli che fuggono all’estero. Ebbene, ma come si può pensare di non dipendere dalle multinazionali dell’Ogm, e come si può credere che i ricercatori restino in Italia, se qui è proibito fare quel che altrove sono premiati e pagati per realizzare? Dentro il valore di quelle multinazionali c’è anche il peso dei nostri cervelli che hanno portato le loro capacità e scoperte dove non fosse proibito utilizzarle. Quindi, anche in questo caso, il problema non sono i cervelli che vanno via, ma quelli che rimangono e non funzionano.

Uno speciale ringraziamento, allora, ai ministri dell’ambiente, dell’agricoltura e della sanità, che ci hanno conquistato, per altri diciotto mesi, uno spazio d’illibertà, povertà e superstizione.

Pubblicato da Libero

martedì 13 gennaio 2015

Bonino, la lotta come missione «Combatterò anche il tumore». Cristiano Gatti



Sarebbe il presidente ideale: non perché donna, attributo che non aggiunge e non toglie nulla a un politico, ma lo sarebbe semplicemente perché è un'ottima persona.
Nel mucchio del generone romano, certo una delle migliori. Lo sarebbe, ma il condizionale non dipende (più) dagli equilibrismi cervellotici, dalle manovre sottobanco, dagli intrighi e dai veti incrociati, bensì da un impedimento molto più insormontabile e carogna: mentre parte la battaglia per Quirinale, Emma Bonino comincia la sua personalissima battaglia contro il cancro.

In questi casi bisogna parlare di annuncio choc. Lo è. Secondo uno stile che si è fatto apprezzare negli anni, però, nessun mistero coltivato dietro lo schermo della privacy e nessun comunicato ufficiale al retrogusto burocratichese: la Bonino racconta la nuova storia della sua vita, senza scivolare in dettagli pietosi e strappalacrime, direttamente da Radio Radicale , la sua seconda casa. Solo una gran voglia di piangere, trattenendosi a fatica. Ma con enorme forza, la solita. «Da controlli di routine è emerso che ho il cancro ai polmoni - dice in diretta - Dovrò ridurre la mia attività, ma non ho intenzione di interromperla, perché da una passione politica non ci si dimette».

È una notizia dannatamente brutta, per tutta la nazione. Non bisogna essere radicali da un'eternità per avere comunque una buona opinione della Bonino. In questi decenni di paludi varie, non è mai finita nello squallore. Non è santa e non è perfetta, altro che. Ha condotto anche lei le sue battaglie un po' così, opinabili e discutibili. Ma è una delle poche ad avere sempre messo davanti la coerenza ideale ai bassi istinti di bottega, il che è tutto dire nell'ambientino frequentato. Una pasionaria dell'intelligenza, potremmo tranquillamente dire. Una donna come si deve, lontana dai pregiudizi, dai conformismi, una donna che magari non è il massimo ritrovarsi tutte le sere al rientro, pronta con la lista delle mancanze e delle negligenze, pronta a farti una testa così finché non ti decidi a capire, ma una donna che non ha mai assunto l'aria della suffragetta acida, della Giovanna D'Arco saccente, soprattutto una donna che non ha mai provato a fare l'uomo.

Adesso che si ritrova questa nuova belva in corpo, ha tutta l'aria di volerle rendere la vita difficile. Va bene, sempre a fumare come una turca e questo è il risultato, si sentiranno di dire i pasdaran del salutismo spinto, come se non sapessimo che comunque la belva si ritaglia spesso la libidine di aggredire anche chi non fuma, non beve, non fa nulla di nulla. Ma ha solo portato il primo colpo, questa fetentissima belva. Emma, come ci abitueremo tutti a chiamarla, è comunque pronta a rispondere senza paura. Ricorda già la Fallaci, nei toni e nei modi. L'aspetta la cayenna della chemio, le fatiche, le nausee e le spossatezze del ben noto protocollo anticancro, ma in diretta passa solo dignità. Dignità e coraggio. Basta sentirle, quanto sono belle le sue parole: «A tutti coloro che in Italia e altrove affrontano questa o altre prove, voglio dire così: dobbiamo solamente pensare che siamo persone chiamate ad affrontare una sfida. Insomma, io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia». Non è una sfida qualunque, è la madre di tutte le sfide: comunque una sfida da raccogliere e da combattere senza tremori e titubanze. È proprio ciò che pensano istintivamente gli indomiti lottatori della vita, quelli capaci di sopportare il peso dell'attacco e di non lasciarsi piegare subito, al primo ghigno malvagio del nemico. Ci vuole molta forza, non tutti sono tenuti ad averla. Si può morire di paura, prima ancora che di cancro. È umanissimo. Ma Emma conferma d'essere di roccia: se il cancro cercava rogne, ha trovato pane per i suoi denti. Toccante, quel suo modo di guardarlo dritto negli occhi, senza genuflettersi, incoraggiando i compagni di battaglia: «Noi non siamo la malattia. Noi dobbiamo sforzarci di essere persone e di voler vivere liberi fino alla fine». Già era un bel presidente di suo. Adesso lo sarebbe ancora di più. Senza fretta, cara Emma, amica degli italiani: prenditi tutto il tempo, ci sarà una prossima volta.

(il Giornale)

 

lunedì 12 gennaio 2015

Guerre islamiche. Davide Giacalone


Siamo noi ad avere vinto, senza che vi sia alcuna possibilità di dominazione islamica in Europa, con conseguente sottomissione della nostra civiltà. Che non è solo vincente, ma superiore perché fondata sulla laicità dello Stato. E se è bene rifuggire dalle guerre di religione, che nel nostro continente richiamano carneficine prodotte all’interno del mondo cristiano, è meglio rendersi conto che agli scontri di civiltà religiosa non ci si può sottrarre, riguardando tutti: credenti in fedi diverse e non credenti. Senza commettere l’errore di identificare l’islam con il fondamentalismo. Due concetti contro corrente, lo capisco. Ma anche due pilastri irrinunciabili, per non perdere e perdersi.

Qualcuno parla di guerra, che sarebbe già in corso. Ma a chi la facciamo? Ad Ahmed Merabet? Francese di origine algerina, musulmano. Ucciso a terra, vigliaccamente. Se guerra è, Merabet ha combattuto con noi. Quindi si deve distinguere. Quella roba che hanno chiamato “islamofobia” altro non è che una caduta di fiducia in noi stessi. Se la recuperassimo in pieno ci accorgeremmo che allo scontro di civiltà religiosa abbiamo interesse a partecipare. Senza per questo doverci convertire ad alcunché. E’ giusto chiedere ai mussulmani che non vivono la fede come dominanza su altri, singoli e istituzioni, all’interno o fuori dal loro Paese, di condannare il terrorismo fondamentalista. Ma è poi un errore non offrire il megafono a quanti lo fanno. Ed è errore ancora più grave considerare i peggiori fra loro come i più coerenti fra i fedeli. Lo si commise anche nella cristianità, pagandolo a caro prezzo. Invece abbiamo interesse a sostenere quanti indicano negli aviatori delle torri gemelle, nei suicidi che si fanno esplodere in Israele, negli assassini di Parigi, dei bestemmiatori di Allah e di Maometto.

Sono mussulmani i sunniti, come lo sono gli sciiti. Come lo sono i wahabiti (sunniti). Io, laico europeo, non sono chiamato a discernere, fra loro, il vero dal falso, perché questa è faccenda religiosa, che già li divide da secoli. Io sono chiamato a conversare con chi abita, ammette e condivide lo Stato laico e ad avversare chi pretende di piegarlo ai propri pregiudizi, considerando inaccettabile e blasfema la sua superiorità. Per far questo, cui non posso e non devo rinunciare, devo saper distinguere. I jihadisti di Boko Haram sono miei nemici, come le sono dei musulmani che rimasero e rimangono tali senza nulla concedere al fondamentalismo. Accadde e accade in Egitto, in Turchia, altrove. Le armi sono strumenti di potere, non di conversione, e si combattono con le armi.

Con questi fuochi abbiamo scherzato troppo a lungo, negandoli o sentendoci furbi nell’alimentarli. I francesi, come tutti noi europei, riflettano sulle castronerie dette durante le “primavere arabe”, sull’errore commesso in Libia, prima ancora sull’avere accudito Khomeini manco fosse un martire della libertà. Distinguere serve anche a colpire. Prima.

Sarebbe lungo, interessante ma diverso, il discorso sulla natura dell’islam. Ma quel che interessa è che la fede deve restare libera nel mondo libero, mentre la fede che comporta coercizione o soppressione dell’infedele è contro l’ordinamento civile, quindi qui degna di repressione, non di comprensione.

Il nostro non è solo il mondo in cui si possono pubblicare libri, articoli e vignette che altri ritengono blasfeme (il che capita per ogni sensibilità religiosa). Questo è solo un aspetto, sebbene importante, della realtà. Il nostro è il mondo in cui si ha il diritto di criticare quelle pubblicazioni, come tutte. E se le si ritiene oltraggiose oltre il tollerabile ci si può rivolgere a un giudice, chiedendo che ne siano puniti gli autori. Le due cose assieme ci rendono superiori. Lo Stato laico e la separazione della morale civile da quella religiosa rendono possibile la convivenza. Tali conquiste non solo non escludono i conflitti (e gli errori), ma esplicitamente li prevedono. Mancanti di verità assolute, quindi di ottusità dottrinarie, procediamo per approssimazioni. E’ bellissimo e fortissimo. Può costarci dolore, può dar luogo a scontri accesi, ma preserva il bene più grande: la libertà individuale.

Può la nostra civiltà resistere e persistere ove abitata anche da mussulmani? Non solo può, ma deve. Ove non lo volesse, ove lo rifiutasse, ne uscirebbe annientata. Può la civiltà della tolleranza tollerare gli intolleranti? No, non può, perché accetterebbe di negare sé stessa. Ma non toglie loro la parola, toglie loro le armi. E non in ragione di quel che credono, ma in ragione delle leggi. Che sono morale approssimativa e in continua trasformazione, ma per quel che sono se ne esige il rispetto. Chi non le osserva va fuori dal nostro mondo o dentro le nostre galere. Idem per chi non rispetta la libertà altrui, siano pure figli o figlie. Se ci combatte armato, armati lo eliminiamo.

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mercoledì 24 dicembre 2014

Autonomi traditi. Davide Giacalone


Al celebrato “popolo delle partite Iva” arriva la polpetta avvelenata. Gli obiettivi annunciati erano: a. diminuzione della pressione fiscale; b. semplificazione; c. elasticità. La legge di stabilità impone gli opposti. Prima 30.000 euro era il limite massimo entro cui forfettizzare un prelievo del 5%, ora si scende alla metà (15.000), ma con aliquota al 15%. Il reddito, però, è tassabile al 78%, supponendo costi al 22. Supposizione frutto di esoterismo burocratico, basata sul nulla, il cui unico effetto sarà quello di mettere fuori mercato le iniziative coraggiose di chi si spende oggi per guadagni futuri. Dovendo mettere fra i costi un fisco che non tassa solo il profitto, ma anche quel che si spende per raggiungerlo, chiuderanno bottega. Impoverendoci tutti. Con il vecchio sistema forfettario un reddito autonomo di 30.000 euro ne pagava 1.500 di Irpef, con il nuovo ne pagherà 7.000. Queste stesse partite Iva, inoltre scopriranno che non conviene più il regime forfettario, talché sarà saggio tornare a quello ordinario. Il tutto mettendo nel conto anche la crescita della pressione previdenziale, generata dalla gestione separata Inps: 2 punti in più nel 2015, poi uno in più all’anno, fino a toccare il 33,72%. Morale: la promessa diminuzione della pressione fiscale ha generato il suo incremento e l’annunciata semplificazione ha partorito le complicazioni. Veniamo all’elasticità.

Che, per quanto sembri strano, è la guancia su cui è stato assestato il più bruciante ceffone. Il governo aveva annunciato di volere puntare sull’elasticizzazione del mercato del lavoro, venendo incontro a chi ha meno protezioni, premiandolo con meno oneri e meno vincoli. Ricordate la storia di Marta? La giovane precaria sui si voleva assicurare una maternità serena, evitando che sia un privilegio delle sole lavoratrici dipendenti a tempo pieno e indeterminato? Ebbene, la Marta che ha una partita Iva non solo non ha alcuna protezione, non solo avrà una maternità interamente a proprio carico, e non solo contabilizzerà come minor reddito il tempo in cui non lavorerà, ma ora dovrà anche pagare più tasse e non potrà più scalare dal reddito tutte le spese sostenute per mantenere in piedi l’attività, ma solo il 22%. Volevano festeggiare Marta, ma l’hanno conciata per le feste.

I lavoratori autonomi sono la parte più elastica del mercato produttivo e di quello del lavoro. Con il job act si vuol portare maggiore flessibilità e adattabilità nel mercato del lavoro, ma intanto si bastona chi ne è l’incarnazione. Il lavoratore autonomo porta sulle proprie spalle l’intero carico del rischio e modula il proprio lavoro in rapporto alle esigenze del cliente. Per questo non esiste un suo orario di lavoro, dato che (se è bravo e fortunato) potrebbe semplicemente non avere mai sosta. In questo modo si scaricano le spalle dei clienti, a cominciare dalle aziende, dagli oneri fissi, pagando a consumo. Questo esercito di lavoratori (circa 6 milioni e mezzo) rende ancora fluido il sangue che circola nel corpo produttivo. L’ultima delle cose di cui abbiamo bisogno è quella che si è fatta: punirlo.

Conosco a memoria (se non altro per esperienza diretta) il copione della polemica inutile: tutti i lavoratori dipendenti pagano le tasse, mentre tutti gli autonomi le evadono. Nessuna delle due cose è vera. I lavoratori dipendenti possono ben evadere le tasse, ad esempio i docenti facendo ripetizioni private in nero. Mentre i controlli sugli autonomi sono severi. Certo che c’è l’evasione fiscale, ma il conto reso intollerabilmente salato dalla legge di stabilità non lo pagheranno mica gli evasori, bensì le persone per bene. Fino a rompere l’elastico.

La ciliegina sulla torta, la beffa dopo il danno, è il sentire i governanti continuare a pavoneggiarsi: abbiamo diminuito la pressione fiscale. E’ falso per tutti. Per i lavoratori autonomi è vero il contrario: è cresciuta e crescerà. Tutto per finanziare la spesa pubblica corrente, che continua intonsa la sua corsa verso l’abisso.

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mercoledì 17 dicembre 2014

Maria Cannata: prossima Presidente della Repubblica?




• Torino 2 gennaio 1954. Matematica. Manager pubblico. Direttore del dipartimento del debito pubblico del Tesoro (dal dicembre 2000). Si deve a lei, tra le altre cose, la creazione nel 2012 del Btp Italia, il titolo del Tesoro legato all’inflazione che ha spopolato tra i piccoli risparmiatori.

• Venuta a Roma nel 1966 con tutta la famiglia, si laurea in Matematica alla Sapienza di Roma nel 1977 (tesi sui processi statistici), dopo due anni di insegnamento al liceo e un breve passaggio in Ferrovie, vince il concorso del ministero del Tesoro ed è assunta come statistico presso l’Osservatorio della Direzione generale. «Da qui – ed era il 1983 – sono iniziati i suoi approfondimenti sul debito pubblico che l’hanno portata in contatto con i maggiori esperti della materia italiani e internazionali. E l’hanno spinta a insistere affinché nel 1985 il ministero acquistasse il suo primo personal computer» (Stefania Tamburello) [Cds 16/4/2013]. • «Lega la sua svolta professionale al ’92, quando l’economista Francesco Giavazzi, chiamato al Tesoro dall’allora direttore generale Mario Draghi, decise di valorizzarne la squadra. Dal ’96 al ’98 cura per il ministero la transizione all’euro, nel 2000 è nominata dirigente generale e capo della direzione del debito pubblico, dal 2005 è nel gruppo di governance del network Ocse-Tesoro sulla gestione del debito pubblico» (Alessandra Puato) [Cds 28/11/2011].

• «Sulla sua scrivania transitano ogni anno le centinaia di miliardi di titoli in asta e la gestione complessiva dei circa 2.000 miliardi del debito pubblico italiano. A inizio 2013 ha annunciato che il Tesoro è pronto a lanciare un nuovo Btp a 30 anni, alla luce del rinnovato interesse del mercato» (Andrea Gagliardi) [S24 8/3/2013].

• «Piglio sicuro e tranquillo, modi spicci, diretti e semplici; persino dimessi. Con l’approccio chiaro e sintetico della professoressa. Quando si è trattato di prendere posizioni dure, l’ha fatto, anche pubblicamente, con grande determinazione. Per esempio con (contro) le agenzie di rating, accusate apertamente di aver avuto una parte nella crisi. “Ha la capacità di capire cosa vuole la gente comune, quali sono i bisogni e sa tradurre queste esigenze in azioni”, dice chi la conosce bene. Del suo lavoro lei dice che le piace perché le dà la possibilità di avere una visione globale, perché è vario e interessante. Del resto e questa è una competenza che alla Cannata viene riconosciuta praticamente in tutti gli ambiti, non solo quelli degli economisti e non solo in Italia, anzi in modo particolare all’estero la gestione del debito pubblico italiano dal punto di vista tecnico è tra le più brillanti al mondo» (Vittoria Puledda) [Affari & Finanza 19/3/2012].

• Sposata Bonfrate, un ingegnare conosciuto all’università. Una figlia, Silvia. Ha fama di essere tirchia: «In verità sono solo accorta nelle spese» (Stefano Righi) [Cds 9/7/2007].


Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2015 (in preparazione)
scheda aggiornata al 22 marzo 2014

martedì 16 dicembre 2014

Sconfitti i taglialingue Magdi Allam è prosciolto: "Non è islamofobo". Magdi Cristiano Allam


«Prosciolto». Vittoria! Per il Consiglio di disciplina dell'Ordine nazionale dei giornalisti non sono colpevole di «islamofobia». È una vittoria della libertà d'espressione promossa coraggiosamente dal Giornale .

È una vittoria di tutti gli italiani a cui i taglialingue nostrani ed islamici avrebbero voluto vietare la critica all'islam come religione.

Per ora ho ricevuto ieri, per il tramite del mio avvocato Gabriele Gatti, solo due righe in stile telegramma: «Comunicasi che il Consiglio disciplina nazionale nella seduta del 10 dicembre 2014 lo ha prosciolto. Segue notifica del provvedimento».

È innanzitutto una cocente sconfitta dell'Ordine dei giornalisti e del suo presidente Enzo Iacopino che sono stati costretti ad auto-sconfessarsi, dopo aver fatto propria l'accusa di «islamofobia», aggiungendoci altre accuse ridicole come l'aver «violato l'obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro», «non aver rispettato la propria reputazione», «aver compromesso la dignità dell'Ordine professionale», «non aver rafforzato il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori».

In questa vicenda, che rappresenta un gravissimo attentato alla libertà d'espressione, Iacopino farebbe bene a dimettersi. E la smetta di pararsi dietro ai formalismi cercando di far apparire il «Consiglio di disciplina» come un organo autonomo rispetto all'Ordine dei giornalisti. Com'è possibile che sul profilo Facebook dell'avvocato che ha presentato l'esposto e poi il ricorso all'Ordine nazionale presieduto da Iacopino, tra gli ultimi 16 post ben 5 sono di Iacopino evidenziati da commenti elogiativi: «Il bellissimo post del presidente dell'Ordine dei giornalisti», «Ancora una lezione dal presidente dell'Ordine dei giornalisti», «Leggete questo bello e coraggioso post del presidente dell'Ordine dei giornalisti»? È solo una coincidenza che nel 2010 Iacopino scrisse la prefazione al libro di Angela Lano, «Verso Gaza, in diretta dalla Flottilla», e sempre lo stesso avvocato dei militanti islamici difese l'autrice in tribunale da chi l'aveva duramente criticata?

Il mio proscioglimento è ovviamente una sconfitta per la strategia dei militanti che vorrebbero imporci il divieto assoluto di criticare l'islam, Allah, il Corano, Maometto, la sharia, il jihad, la poligamia, le bambine ridotte a schiave sessuali, la lapidazione degli adulteri, l'impiccagione degli omosessuali, la decapitazione degli infedeli e l'uccisione degli apostati, così come vorrebbero che accettassimo acriticamente le moschee, le scuole coraniche, i tribunali sharaitici, le banche e gli enti assistenziali islamici.

Lo straordinario risultato dell'Ordine dei giornalisti che si auto-sconfessa si è avuto innanzitutto grazie alla condivisione e solidarietà del direttore Alessandro Sallusti e delle prestigiose firme del Giornale che hanno anche concorso alla scrittura del libro Non perdiamo la testa. Il dovere di difenderci dalla violenza dell'islam . Importante è stata la solidarietà espressa da giornalisti di diverse testate tra cui Libero , Corriere della Sera e Repubblica . Fondamentale è stata la disapprovazione nei confronti di Iacopino espressa da Bruno Tucci, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti del Lazio, da Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, e dal magistrato Guido Salvini. Determinante è stata la memoria difensiva stesa magistralmente dall'avvocato Gabriele Gatti che ha confutato il fondamento legale del reato di islamofobia, ha sostenuto la legittimità della critica alla religione sottolineando che il vilipendio non è assoluto ma in riferimento alle persone, che l'articolo 19 della Costituzione non tutela la religione ma la libertà dei singoli di professarla, infine ha sottolineato il fatto che l'Ordine dei giornalisti confonde tra il diritto di critica, che è assolutamente lecito, e il diritto di cronaca che io non ho mai violato. In parallelo Gatti, facendo riferimento ai comportamenti dell'avvocato degli islamici che mi ha denunciato, ha evidenziato che «sorge il dubbio che la sua battaglia non sia per la legalità ma per eliminare - in senso figurativo - Magdi Cristiano Allam considerato non un avversario bensì un nemico, un nemico che non deve parlare».

Dal canto mio, che si dimetta o meno Iacopino, proseguirò la mia battaglia di civiltà per l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti, un residuato del fascismo. Così come proseguirò, costi quel che costi, la mia missione contro i nostri aspiranti carnefici, i taglialingua islamici che vorrebbero ridurre a schiavi di Allah l'intera umanità. Almeno per ora possiamo gridarlo forte: l'islamofobia non passerà!

www.magdicristianoallam.it

martedì 9 dicembre 2014

Parla Berlusconi


Caro Mauro,
ecco per te il testo della mia intervista all'Huffington Post. Buona lettura.

Silvio Berlusconi scherza, appena ci salutiamo: “Oh, ecco il compagno... Voi dell’Huffington siete critici su Renzi... ”. Palazzo Grazioli, mi riceve nel suo studio. Un bicchiere di “falso amaro” sulla scrivania e un blocco su cui annota appunti, è assai poco appassionato al conflitto interno al centrodestra: “Teatrino”. E ancor meno alla questione delle primarie, su cui si dice contrario. È sul Great Game del Quirinale che però sfoggia il sorriso del Grande Seduttore. Sul punto cruciale della conversazione, la zampata: “Da Renzi mi aspetto un percorso di condivisione che consenta al paese di avere un capo dello Stato che non sia espressione solo della sinistra, come è stato con gli ultimi presidenti, ma sia una figura di garanzia per tutti gli italiani”. Non espressione della sinistra significa che dall’elenco va depennato non solo Prodi, ma tutti i segretari del Pd: Veltroni, Franceschini, Bersani.
In cambio, sulla legge elettorale il Cavaliere non alza le barricate. Anzi, taglia corto sulla proposta di Renzi sui tempi e sulla cosiddetta clausola di salvaguardia, ovvero che la nuova legge elettorale entri in vigore nel 2016: “Non mi sembra francamente una questione rilevante. Prima o dopo l’importante è che si realizzi una buona legge che non penalizzi nessuna delle parti in causa”.
Suona come un richiamo al Patto del Nazareno che Renzi deve rispettare tutto il ragionamento di Berlusconi. Il premier, nel corso della trasmissione di Enrico Mentana, ha detto: “Il Quirinale non è nel Nazareno”. E non ha escluso, per il Quirinale, nessun nome neanche quelli già bocciati la volta scorsa. Per Berlusconi la successione al Colle “condivisa” è invece l’esito di un percorso che il Cavaliere definisce “naturale” nel Patto del Nazareno. E della disponibilità a fare le riforme: “È evidente – dice - che i due temi (Colle e riforme, ndr), poiché fanno entrambi parte delle regole e delle garanzie, non possono che andare di pari passo”. Già, "evidente".
Nel corso dell’oretta passata nel suo studio, lo trovo assai poco innamorato di Renzi. Anzi, lo punzecchia proprio sul rapporto col popolo, con la gente: “L’astensionismo non è secondario. È un segnale per il governo”. Si percepisce che ha voglia di sfidarlo. Un’ultima battaglia, per dimostrare che è, ancora, Silvio Berlusconi. Pesa l’anno di restrizioni, di limitazione nella libertà di movimento. Proprio solleticato su questo esce il vecchio leone. Smette di prendere appunti: “Quando sarà, sarò in campo contro Renzi”. Il ruolo, da candidato o da leader, dipende dalla questione dell’agibilità politica: “Sono certo – dice - che riavrò l’onore perduto”. Ma, parlando del suo “popolo”, quasi commosso lascia capire che non ha alcuna intenzione di dismettere i panni da leader del centrodestra.
Presidente Berlusconi, partiamo dal futuro del centrodestra, da quella che appare una “frantumazione” dello schieramento per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni.
(Berlusconi è alla sua scrivania, a Palazzo Grazioli. Mentre risponde, ha una penna in mano, e davanti un blocco di fogli. Ogni tanto, mentre parla, annota qualcosa, come se raccogliesse in uno schema i suoi stessi ragionamenti).
Dobbiamo fare ancora un passo indietro: il centrodestra in Italia, come realtà politica, non è mai esistito, almeno dall’epoca pre-fascista. Solo con la mia discesa in campo nel 1994 è diventato un soggetto maggioritario nel paese. Questo non perché prima non esistesse un “sentire comune” moderato, ma perché i partiti chiamati a interpretarlo avevano progetti diversi o erano ininfluenti. I moderati, da maggioranza nel paese, sono diventati per la prima volta con noi anche una maggioranza politica. Molti si attendevano che questo consentisse una trasformazione radicale dell’Italia. Anch’io lo avrei voluto, ma non è stato possibile per diverse ragioni: perché negli ultimi vent’anni noi abbiamo governato per meno della metà, e perché quando abbiamo governato le regole istituzionali, gli egoismi di alcuni alleati minori, le forti resistenze della burocrazia e del sindacato lo hanno reso impossibile. Di conseguenza noi abbiamo fatto grandi riforme liberali, ma “la grande rivoluzione liberale” a cui io puntavo è rimasta incompiuta.
E questo è il passato. Ora però il centrodestra pare frantumato...
Di fronte a quello che le ho illustrato, è successo che una parte dei nostri elettori, delusa, si è rifugiata nell’astensione, mentre alcuni protagonisti politici, da Alfano a Salvini, hanno pensato che potesse essere venuto il loro turno. Ne sarei lieto, come ne sarei stato contento nel 1994 se Segni e Bossi, Martinazzoli e Fini si fossero messi d’accordo senza bisogno del mio intervento. Io non ho mai sofferto di ambizioni politiche né allora né oggi. Ma ancora oggi come allora non vedo nessun altro che possa esercitare una leadership in grado di unificare il mondo del centro-destra.

Lei dice che riunire il centrodestra da Alfano a Salvini, ma ormai è chiaro, a leggere le dichiarazioni, che i due sono incompatibili. Uno è al governo, uno all’opposizione, uno mette il veto sull’altro. Lei che nel ’94 chiamò a raccolta tutti gli italiani alternativi alla sinistra in nome del suo carisma inventandosi una coalizione, che schema ha in mente e con chi?
(Sorride e scuote il capo). Purtroppo i politici italiani non riescono a fare a meno dei tatticismi. Pensano, sollevando barricate, di alzare il prezzo in una trattativa che, prima o poi, è inevitabile, se non vogliono condannare se stessi e tutta l’Italia di centro-destra ad essere minoritaria per sempre. È il teatrino della politica, proprio quello di cui gli italiani, i moderati in particolare, sono sempre più disgustati e indotti a rifugiarsi nell’astensione.
E quindi?
E quindi occorre la pazienza e la volontà di non perdere mai di vista l’obiettivo che si ha davanti. Nonostante i veti reciproci, Lega ed Ncd governano insieme regioni importanti come la Lombardia e il Veneto, che tra l’altro è prossimo alle elezioni, e tante amministrazioni locali. Vuol dire che questa presunta incompatibilità non è poi così definitiva. D’altronde fra pochi mesi in Veneto si vota: non mi risulta che Lega e Ncd abbiano deciso di perdere.
Ma davvero pensa che il calo di consensi sia solo dovuto alla litigiosità o si è rotto qualcosa col paese?
I moderati, tutti i sondaggi e le ricerche lo confermano, sono e restano la maggioranza degli italiani. A tenerli lontani dalle urne sono diversi motivi. Sono delusi da questa politica e da questi politici che profittano dei soldi pubblici, che non trovano soluzioni concrete ai loro problemi, che si perdono in litigi e liturgie incomprensibili. Poi c’è una forte preoccupazione per il proprio futuro, c’è la paura di dover perdere il proprio benessere, il proprio lavoro, la paura di non trovare un lavoro per i propri figli. E poi…
E poi?
(Ora Berlusconi pare rabbuiarsi, fin qui è stato sorridente e cordiale. Diventa cupo. E cambia il tono di voce). Poi c’è la questione che tutti voi dei media avete messo da parte come se non esistesse, come se in Italia fosse tutto normale. Noi siamo in una condizione pericolosa e inaccettabile di democrazia sospesa. Una condizione nella quale il leader di uno dei due schieramenti in campo non può fare campagna elettorale, non può muoversi sul territorio nazionale, non può stare in mezzo alla gente, non può neppure dire quello che pensa, è privato del suo diritto di voto, del diritto ad essere votato, è privato della sua libertà. Una situazione che non ha precedenti nella storia della nostra democrazia.

Ci arriviamo. Prima però un’ultima domanda sul tema. Dentro e fuori il suo partito, da Salvini a Fitto, le dicono: per rifondare il centrodestra “agonizzante” servono le primarie, una sorta di rianimazione, di ossigeno democratico. In fondo a sinistra hanno funzionato, Renzi da quel meccanismo è uscito...
Non è il meccanismo elettorale a far nascere i leaders. I leaders o ci sono o non ci sono. Renzi sarebbe emerso anche senza primarie. È stato abile nell’utilizzarle, certamente, ma non è un prodotto delle primarie. Dalle primarie sono usciti i peggiori esempi di amministratori della sinistra, come Pisapia, Marino, Doria, De Magistris… Una serie di pessimi sindaci che stanno portando allo sfascio le maggiori città italiane. Io sono convinto che le primarie siano un pessimo strumento per la scelta dei candidati leaders. Penso che ogni movimento politico debba proporsi ai cittadini presentando i suoi programmi e i suoi candidati. Se vi convincono, votateli. Questo è il linguaggio dell’onestà e della chiarezza in virtù del quale i moderati italiani da vent’anni hanno scelto e ancora scelgono, senza bisogno delle primarie, un leader del centro-destra che si chiama Berlusconi.
E lei a Fitto che dice: “falla finita, o dentro o fuori”...
Siete speciali: uno vi riferisce un pettegolezzo, oltretutto sbagliato, e tutti lo riprendete, lo commentate e lo rilanciate fino a farlo diventare una apparente verità. Lei mi conosce da tempo: crede davvero possibile che io tratti così qualcuno? La verità è che in trent’anni di imprese e in vent’anni di politica io non ho mai cacciato nessuno. Forse è stato un errore, in qualche caso avrei dovuto farlo, ma, francamente, non ne sono capace.
Diciamoci la verità, questo controcanto le ricorda un po’ Fini o Alfano.
(Ride). Visto l’esito, credo che nessuno abbia la tentazione di imitarli.
Non so lei, ma io sono rimasto molto colpito dall’astensionismo alle regionali. È un fenomeno secondario come dice Renzi?
No, quello uscito dalle urne dell’Emilia Romagna è un segnale molto grave.
È anche un segnale per Renzi e per il governo?
È un segnale per il governo, certamente, che dimostra che una parte importante del Pd, non solo fra i dirigenti, ma anche fra gli elettori, non è d’accordo con quel che è ora il partito che hanno sempre votato.
Sbaglio o è un po’ deluso dal premier?
Renzi ha molte qualità. È giovane, è dinamico, è un formidabile comunicatore. Ha anche il vantaggio di avere una discreta dose di cattiveria che a me, per esempio, manca del tutto. Vedremo cosa sarà capace di realizzare.
Presidente, la seguo da anni e se ho una certezza è che lei è un combattente. Sa cosa penso? Penso che nella sua testa frulla un ragionamento così: vabbè, Renzi è bravo, bravissimo, il migliore dei suoi, però ha pure incrociato il momento di mia massima difficoltà, politica, giudiziaria, pure di libertà dei movimenti. Se avessi la possibilità di fare il Berlusconi vero, di andare in giro per l’Italia, di abbracciare le persone, di andare in televisione, glielo farei vedere io a questo baldo giovane che prima mi stringe la mano e poi cambia idea 8 volte sulle riforme chi è Silvio Berlusconi. Dica la verità, l’idea di una campagna elettorale contro Renzi, quando sarà, le piace assai.
Si è già dato la risposta da solo. Aggiungo solo una cosa.
Prego.
Io sono certo, certissimo (scandisce, guardandomi fisso negli occhi, ndr), che presto sarà l’Europa a restituirmi quell’onore e quei diritti politici che mi sono stati incredibilmente e inaccettabilmente sottratti. E allora sarò in campo, a tempo pieno, per vincere. Ma già da oggi il silenzio è finito. Ho taciuto fin troppo per senso di responsabilità verso il paese in un momento difficile. Ma oggi, se tacessi ancora, sarebbe, al contrario, un gesto di irresponsabilità, verso di me, verso la mia storia, verso chi mi ha sempre dato fiducia, verso tutti gli italiani. (Berlusconi ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo contro la sentenza della Cassazione che lo ha condannato per frode fiscale. Si riferisce alla sentenza della corte europea quando parla di Europa, ndr).
Esclude, quando sarà, di essere lei colui che guida la sfida a Renzi come leader del centrodestra?
Non lo escludo. L’unica cosa che invece escludo è di non essere in campo. Se poi ci sarò come attaccante o come regista, dipenderà da molti fattori oggi difficili da prevedere.
Se fosse premier, che farebbe nei primi cento giorni? L’Italia è il paese che amo. E quindi all’Italia dico...
…dico che senza una svolta radicale dalla crisi non si esce. Svolta radicale significa soprattutto una cosa: lasciare più soldi nelle tasche degli italiani, riducendo una volta per tutte i costi dello Stato e le tasse sulle famiglie e sulle imprese. Meno tasse significa più consumi e più investimenti, quindi più lavoro e più utili per le aziende, quindi più occupazione, a favore proprio delle categorie più deboli, come i giovani e le donne, ma anche delle persone di mezza età espulse dal mercato del lavoro e che oggi non riescono a ritrovare un’occupazione e sono ancora lontane dalla pensione. È uno dei nuovi drammi sociali, perché spesso sono padri e madri con figli a carico.
Dunque i provvedimenti che varerebbe?
Introdurremo la “flat tax”, quella che ormai funziona benissimo in trentotto Paesi e che mi convince dal 1994. Quella che i miei alleati non hanno mai condiviso, una rivoluzione totale del nostro sistema impositivo, basato sull’aliquota unica per tutti, un’aliquota del 20 per cento e dunque molto inferiore alle attuali, e una “no tax area” al di sotto di un certo reddito. I paesi dell’Europa dell’est, tra i tanti che hanno introdotto questo sistema di tassazione negli ultimi anni, hanno conosciuto spettacolari passi in avanti. L’altra cosa essenziale da fare subito è occuparsi degli anziani. Nessuno oggi può vivere dignitosamente con meno di 1000 euro al mese. Per questo aumenteremo immediatamente le pensioni minime, fino a quella cifra. E anche questo avrà un effetto positivo sui consumi, sul lavoro, sulle imprese.
Presidente, sta usando i verbi al futuro. Non sta raccontando quello che farebbe se tornasse al governo, ci racconta quella che farà.
(Sorride) Esatto.
E ciò che non rifarebbe? Qualche errore ci sarà nella passata esperienza...
Senza dubbio. Aver accettato una continua mediazione con chi remava contro all’azione del governo. Per carattere tendo a fidarmi delle persone, a credere che siano sempre in buona fede. Farò forza sul mio carattere, non ripeterò questi errori.
Ora però c’è la questione del successore di Napolitano. Non sono così ingenuo da chiederle un nome ora. Però vorrei provare a capire qualcosa. Quale metodo si aspetta da Renzi? Una “rosa” con nomi non ostili?
Mi aspetto un percorso di condivisione il quale, al di là delle procedure che si seguiranno, consenta a questo Paese di avere un Presidente della Repubblica che non sia solo espressione della sinistra, come è stato con gli ultimi presidenti, ma sia una figura di massima garanzia e di rappresentanza di tutti gli italiani.
Un nome condiviso, dunque.
Sono convinto che ci arriveremo, nel quadro di quella collaborazione istituzionale, che è diversa dalla convergenza politica, che si è avviata con il Pd sulle riforme. È evidente che i due temi, poiché fanno entrambi parte delle regole e delle garanzie, non possono che andare di pari passo.
È “evidente”, dice lei. E dal nuovo capo dello Stato si aspetta maggiore sensibilità di quella mostrata da Napolitano sulla sua “agibilità politica” così può tornare candidabile?
Non pongo condizioni, non tratto su quello che considero un mio, un nostro ineludibile diritto. Sono tuttavia convinto che l’Europa risolverà il problema prima del nuovo capo dello Stato.
A proposito di legge elettorale. Le chiederei una parola chiara. Lei aveva detto: prima il Quirinale, poi si vota la legge elettorale. Renzi le ha risposto: “Non dà le carte Berlusconi”. Vuole votarla prima del prossimo capo dello Stato, però offre come clausola di salvaguardia che entrerà in vigore nel 2016.
Non mi sembra francamente una questione rilevante. Prima o dopo l’importante è che si realizzi una buona legge che non penalizzi nessuna delle parti in causa.
Sempre sul Nazareno. Ma perché è così importante per le sue aziende? A leggere le interviste di Ennio Doris viene il sospetto che ci sia un nesso tra tutela delle aziende e Nazareno.
(Sbuffa, evidentemente infastidito) Rovesciamo per un attimo le parti e mi spieghi lei una cosa. Che vantaggio potrebbero mai avere quelle che lei chiama le mie aziende, da Renzi? Mediaset è una grande azienda culturale e di informazione, è quotata in borsa con decine di migliaia di azionisti che ne detengono il 60 per cento, dà lavoro a migliaia di persone e ha operato sotto i governi più diversi. Si rende conto che questa domanda presupporrebbe l’esistenza di una sorta di possibile ricatto da parte del presidente del Consiglio ai danni di una delle principali aziende italiane? Le pare accettabile una cosa del genere? Comunque, non arrivo davvero ad individuare cosa potrebbe fare il governo per le aziende che ho fondato. Forse dovrebbe fare una sola cosa: far ripartire l’economia e quindi anche il mercato pubblicitario, del quale tutti i media vivono. Questo sarebbe il bene del paese, non solo di Mediaset.
Presidente, concludiamo con una nota personale. Rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, un anno fa, è stato un anno difficile. Posso chiederle quale è stato il giorno più brutto, da politico, che ha vissuto, la cosa che le ha fatto più male?
Il giorno nel quale il Senato italiano, per la prima volta nella sua storia, ha votato l’espulsione di un leader politico capo dell’opposizione e del centro-destra dal Parlamento della Repubblica e l’ha fatto, violando la Costituzione italiana, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la prassi e le sue stesse procedure. L’ha fatto a seguito non solo di una sentenza inverosimile, ma anche di un’applicazione incostituzionale dei suoi effetti. Una pagina vergognosa della politica italiana, decisa dalla sinistra, avallata dalle più alte istituzioni e subita senza reazione da chi, eletto con i miei voti, ha deciso, nonostante tutto questo, di continuare a collaborare con i responsabili di questa infamia.
Lei più volte ha usato in questo anno la parola “delusione” e “tradimento”. Ora “infamia”. Si sente cambiato, umanamente?
Questa volta sono stati delusi e traditi milioni di italiani che oggi non credono più nella politica e che si rifugiano nell’astensionismo, perché chi avevano votato in nome di un programma e di un’alleanza, col chiaro mandato di contrastare la sinistra, si è comportato esattamente al contrario. Sono loro che devono perdonare. Loro, ogni volta che compaio in pubblico, in strada, si affollano intorno a me, mi abbracciano, mi dicono di non mollare, quasi mi soffocano con il loro affetto e il loro entusiasmo.
Dunque, il leader è sempre lei.
(Adesso appare quasi commosso, mentre parla della sua gente) A volte faccio fatica a sottrarmi a questo abbraccio così affettuoso e intenso. Negli occhi di tutta questa gente, gente di tutte le età e di tutte le condizioni sociali, vedo la speranza di un’Italia diversa, quel sogno in nome del quale vent’anni fa sono sceso in campo per difendere la nostra democrazia e la nostra libertà. Posso deluderli?
Insomma, diceva Nietzsche: “Ciò che non mi uccide, mi rafforza”.
Nietzsche aveva ragione.

Silvio Berlusconi

martedì 2 dicembre 2014

Epidemia di panico. Davide Giacalone


E’ in corso un’epidemia. E scarseggiano i vaccini. L’epidemia è di panico e il vaccino dovrebbe consistere nella credibilità delle autorità sanitarie. Meglio: delle autorità in generale. Invece si mette in dubbio tutto e l’epidemia dilaga, passando dall’allarme per i vaccini antinfluenzali a quelli che si praticano ai bambini, che hanno salvato centinaia di milioni di vite e infinite sofferenze. Ma non fai a tempo a finire la frase che già ti danno del servo delle multinazionali farmaceutiche. O, nel migliore dei casi, dell’ignorante. Un plotone di googolanti, oramai, crede di sapere tutto, intontito da uno scientismo che è sciamanesimo. Sicché è utile non lasciar correre, soffermandoci su tre aspetti della faccenda: 1. la credibilità di chi parla; 2. la nocività dei farmaci; 3. la logica del profitto.

1. Se il ministero della sanità e le regioni hanno deciso di demolire quel che resta della loro credibilità, continuino pure a rimpallarsi le colpe. Prima si scucuzzano per stabilire chi è responsabile del mancato allarme, poi aggiungono che non c’è ragione d’allarme. Ma chi volete che creda, a quel punto, alla seconda cosa?

A parte loro, che meritano ogni biasimo, c’è da considerare l’allarmismo stridulo che oramai il mercato dell’informazione usa per ogni cosa. E se oggi vale per il vaccino, ieri valeva per l’influenza, che ogni anno s’annuncia monotonamente devastante e con preludi di morte. Nel 2009 non ne potemmo più e ci mettemmo qui a fare i conti (carta canta), scoprendo che in Messico, da dove si dipartiva una mortale influenza suina, era trapassato le stesso numero di persone di ogni anno. Non c’erano picchi. Sopraggiunse la notizia era agghiacciante: un morto in Spagna. L’epidemia correva, eravamo spacciati. E si moriva in fretta. Però, cribbio, quanta gente nuore, in Spagna, ogni giorno? Presi coraggio è azzardai: questa è una bufala. Meglio: una maialata. Morale: fortunatamente l’allarme era infondato e ci salvammo, ma ci costò assai caro, perché il governo comprò vagonate di vaccini, che restarono nei magazzini, giacché i medici di famiglia (brava gente) li sconsigliavano. Quindi, scusate, ma l’accusa di servaggio farmaceutico la si rivolga altrove.

2. Ma è possibile che quei vaccini siano nocivi? Certo che lo è. Tutti i farmaci sono nocivi. Anche gli esami clinici lo sono, e taluni assai pericolosi. Tutto sta a capire se il rischio che corro me ne evita uno peggiore e potenzialmente mortale. E’ per questo che la gente ragionevole si rivolge ai medici e non ai cartomanti.

Inoltre non si deve fare confusione fra i vaccini volontari, che si dovrebbero fare se il medico lo consiglia, rientrando in una categoria a rischio, e i vaccini obbligatori, che tutelano la persona vaccinata, ma anche la collettività che la circonda. Basta abbassare la guardia e malattie un tempo mortali, oggi addomesticate, riprendono a falciare vite. Sono e devono restare obbligatori proprio perché si tutela la salute collettiva, non solo quella individuale. Del resto: avete provato a chiedere di studiare o lavorare laddove la civiltà sanitaria esiste? Vi domandano subito se avete fatto i vaccini.

Quello che non è tollerabile è il rischio aggiuntivo, dato da cattive pratiche o uso di sostanze improprie. Per questo esistono organismi di controllo, nazionali e internazionali. Se c’è dolo ci sia anche condanna.

3. Le case farmaceutiche lavorano per il profitto. Evviva. Lavorando per il profitto sono spinte a non uccidere i clienti. Essendo in concorrenza finanziano la ricerca per trovare prodotti più efficaci. Mi piace. Non mi piacciono, invece, quanti chiamano i disperati a credere nel nulla, travestendosi da giustizieri, ma restando ciarlatani.

La logica del profitto genera mostri in tre casi: a. quando ostacola la ricerca di farmaci contro le malattie rare, che proprio in quanto tali non sono remunerative; b. quando sperimenta i prodotti su cavie umane, in zone lontano dalla sensibilità dell’informazione; c. quando spinge sui pubblici amministratori affinché comprino roba inutile. Nel primo caso deve sopperire la ricerca universitaria (conosciamo Ebola da tempo, e oggi se ne parla in un convegno romano della Fondazione Balsano, ma solo ora si grida al pericolo). Negli altri due deve dischiudersi la galera.

Se politici e giornalisti si mettono a far concorrenza ai miti della rete, inseguendo le paure collettive e soffiando su un fuoco millenarista fuori tempo massimo, otterranno un solo risultato: verranno portati al rogo dal mostro che oggi sperano d’accarezzare. E se lo saranno anche meritato.

Pubblicato da Libero