giovedì 29 maggio 2014

Quanti lecchini di Renzi. Stenio Solinas


È solo l'inizio, ma prepariamoci alla melassa. Ha vinto Calandrino, al secolo Matteo Renzi, e il conformismo italiano va già di corsa. È così boyscout (come no), così simpatico (come no), così statista (come no).
Come indossa il chiodo lui, non lo indossa nessuno, come ha fatto fuori Enrico Letta lui, non l'ha fatto nessuno. È un genio, ha asfaltato Beppe Grillo, è un supergenio, ha rottamato l'ex Cavaliere nero. È moderno, usa Twitter, è ganzo (siamo tutti toscani), usa le slide, va in bicicletta (è trendy), va sempre di fretta (era ora), ha persino la pancetta (simpatica, mica è il grasso sfatto della destra)... È già nel Pantheon, con Quintino Sella e il conte di Cavour, ha riconciliato la sinistra con la sinistra (giù le mani da Berlinguer), è il figlio, intelligente, di Veltroni, il nipote, preferito di D'Alema, il fidanzato ideale del ministro Boschi... Così giovani, così carini, così occupati.
Nel Decamerone, Calandrino si era convinto di aver trovato, «giù per lo Mugnone», la pietra che rendendo invisibili lo avrebbe fatto ricco. Così, riempì di botte la moglie Tessa che si ostinava invece a vederlo... Noi italiani rischiamo di fare la fine della sua consorte, ma ci piace credere alle favole: adesso andremo a Bruxelles, batteremo i pugni sul tavolo, torneremo a prosperare. L'elitropia di Renzi-Caladrino è l'alchimia perfetta: 80 euro in busta paga, che la festa cominci...
La Confindustria lo ha già abbracciato. Gli industriali, si sa, corrono sempre in aiuto del vincitore, se poi sta a sinistra corrono ancora più in fretta. E un riflesso pavloviano: sono familisti, ma ci tengono ad apparire progressisti, si fingono liberisti, ma vogliono che lo Stato gli ripiani i debiti. Dalla Fiat a De Benedetti, è una lunga tradizione.
Poi ci sono gli intellettuali, scrittori e registi, giornalisti tutti. Essere andati alla Leopolda è un po' come aver fatto la Marcia su Roma. Uno, dieci, cento, mille Baricco... Nei prossimi mesi vedremo la crescita esponenziale degli «antemarcia», non ci sarà un straccio di poeta, artista, polemista, che non dichiarerà di aver puntato su di lui sin da subito, che sin da subito non ne aveva colto le qualità salvifiche: un leader, una guida, un capo spirituale e in più «uno di noi». Non per nulla ha messo un romanziere (Dario Franceschini un romanziere? Certo, ha scritto dei romanzi...) alla Cultura.
È il nuovo che avanza, e nessuno vuole restare indietro. Lo abbiamo già visto, è già successo, eppure dà sempre un leggero senso di vertigine. Si dirà, guarda il fascismo: tutti col duce sino al 25 luglio, tutti fieramente contro il giorno dopo. Ma lì almeno c'era stato un ventennio vero, un partito unico, una dittatura, una guerra, una sconfitta. È dopo che l'aiuto al vincitore ha assunto toni surreali: tutti democristiani, poi tutti comunisti: in sonno i primi, perché non era elegante, sbandierati i secondi, perché era à la page... Non c'erano la prigionia o il confino per i dissidenti, c'era soltanto la voglia matta di stare comunque con chi garantiva una rendita di potere.
Ha vinto il riformismo, dice estasiato tutto un mondo che sino a ieri lo aveva relegato fra i ferri vecchi dell'odiata socialdemocrazia. Come si vede, il materialismo dialettico continua ad avere una sua forza e a produrre sintesi mirabili. Un riformista rivoluzionario, ecco pronto il nuovo kit di Renzi, re taumaturgo. Tra un po' gli basterà l'imposizione delle mani per guarire un popolo di scrofolosi.
Siamo un Paese strano, ma ancora più strani sono i nostri opinion leader, cortigiani per indole e non per necessità. Gli piace stare con lo Zeitgeist, lo Spirito del Tempo, soffrono se non sono nel vento, si avviliscono... Prepariamoci a nuove biografie immaginifiche, trionfali passerelle televisive, rilucidature di vecchie speranze: il Blair italiano del terzo millennio, l'Obama che gli Stati Uniti non hanno saputo avere, il Mitterrand in salsa toscana (del resto quello d'oltralpe non era soprannominato Le florentin, «il fiorentino», per la sua abilità politica?).
Dategli tempo, tanto non ne occorrerà molto: è già pronta la fanfara, si stanno già accordando i tromboni, i maestri del coro sono già sul podio. Più che un Vincerò, è un Abbiamo vinto. Siamo noi che abbiamo creduto in lui, da sempre, naturalmente. Criticato prima? Un corpo estraneo alla sinistra? Un infiltrato della destra? Ma no, ma non siamo stati capiti, ma era tutto un equivoco. Matteo über alles, in tedesco, va da sé.

(il Giornale)

 

Europee, analisi dei flussi elettorali.


 


L’analisi dei flussi elettorali fotografa l’esodo di elettori da un partito all’altro. Dunque, è indispensabile per capire appieno l’esito di una consultazione elettorale; e per tentare di decifrare il perché ed il percome un movimento politico abbia vinto ed un altro perso.

Il Pd, come noto, alle Europee è arrivato alla stratosferica cifra del 40%. A chi ha sottratto consensi? Una risposta la fornisce l’istituto di rilevazione demoscopica SWG.

Su 11milioni e 170 mila voti complessivamente raccolti, 4 milioni e passa provengono da altri soggetti politici: 1 milione e 270 mila da Scelta Civica, 1 milione e 90 mila dal Movimento 5 Stelle, 430 mila dal Pdl, 110 mila dall’Udc e da Fli, 420 mila da altri partiti di centrosinistra. Mentre dall’astensione giungono 1 milione e 140 mila consensi. Val la pensa sottolineare, poi, che, secondo la sondaggista di fiducia di Berlusconi, Alessandra Ghisleri, da Forza Italia al Pd sarebbero transitati anche più voti: 500-600.000.

Veniamo a Forza Italia. La formazione berlusconiana, che ha perso 2 milioni e 730 mila voti rispetto alle Politiche del 2013 (quando ne aveva già visti evaporare 6.297.330), ne ha regalati un po’ a tutti: 470.000 al Nuovo Centro Destra, 430.000 al Pd, 410.00 al Movimento 5 Stelle (cui, però, ne ha sottratti 130.000), 340.000 alla Lega Nord, 220.000 a Fratelli d’Italia. Rilevante è constatare, poi, quanti elettori l’abbiano abbandonata rifugiandosi nell’astensione: ben 1 milione e 750 mila.

Il movimento fasciocomunista 5 Stelle, invece, ha perso 2.900.000 suffragi (rispetto alle Politiche del 2013): 1 milione e 90 mila a favore del Pd (si chiama: nemesi), 240.000 a beneficio della Lega, 130.000 a favore di Forza Italia, altrettanti a favore di Fratelli d’Italia, 120.000 a beneficio dei comunisti della lista Tsipras, 100.000 a favore del cosiddetto N(nuovo)C(centro)D(democristiano).

La Lega, che pure ha perso 1 milione e 439 mila e passa voti rispetto alle precedenti Europee del 2009 (e, infatti, ha confermato solo 5 dei 9 seggi che aveva precedentemente conquistato), ne ha ottenuti 300.000 in più rispetto alle Politiche.

Terminiamo con Scelta Civica. Il movimento fondato da Monti, che pure aveva sottratto alle Politiche suffragi a Berlusconi, presentatosi a queste Europee con altre formazioni (che definire minori è essere fin troppi generosi) sotto le insegne di Scelta Europea, ne ha persi 2 milioni e 650 mila.

A tal proposito, e concludo, è interessante notare come dei 196.157 voti racimolati da Scelta Europea, ben 170.000 siano giunti da Scelta Civica; e, se la matematica non è un’opinione, solo 26.157 da tutte le altre formazioni lillipuziane: Centro Democratico (di Paolo Cirino Pomicino e Bruno Tabacci), Movimento Federalista Europeo e Fermare il Cretino.

(Camelotdestraideale.it)

Nazareno europeo. Davide Giacalone


Nei risultati delle europee c’è di più, e c’è di meglio, di quel che sembra. Il Partito democratico ha vinto, ma in modo tale da chiudere per sempre la storia del fu Pci (evviva) e da dovere ridefinire la propria identità. Forza Italia ha perso, ma in modo tale da escludere che il problema sia organizzativo o comunicativo, bensì di sostanza e rappresentazione. L’Italia centra una quaterna fatale: a. il governo più votato in Ue; b. il Paese che manda al Parlamento europeo il più alto numero di anti-euro; c. il Pd primo gruppo nazionale nel Pse (come il Pdl lo era nel Ppe); d. FI con un gruppo europeo molto indebolito, ma pur sempre rilevante per la maggioranza Ppe. Da qui si riparte, con l’occhio rivolto all’Europa e alla pancia del Paese (non alla propria).

Dal punto di vista continentale il dato decisivo è quello francese, con il Fronte National, primo partito. Nella catena europea, e specialmente in quella dell’euro, la Francia è l’anello debole. L’idea di mettersi al riparo del governo tedesco, e a disposizione del loro cancelliere, già adottata da Nicolas Sarkozy e seguita da François Hollande, non ha protetto la Francia, ma l’ha sfasciata. L’ha infranta sulle paure e ha creato una reazione d’insensato nazionalismo (nelle condizioni in cui sono se si sganciassero, come chiede Le Pen, andrebbero alla rovina). Di questo non si potrà non tenere conto, per il futuro dell’Ue.

Se l’anello francese s’è dimostrato debole, quello italiano ne è uscito inaspettatamente rafforzato. Escluso che il risultato si debba ai successi (semmai alle promesse) del governo, come è potuto succedere? Ha giocato un ruolo decisivo la paura. Renzi ringrazi Grillo. Tutti hanno scritto che gli ortotteri hanno perso clamorosamente, in realtà hanno preso un quinto dei voti, che non è poco, ma hanno fallito l’assalto alla maggioranza. Anzi l’hanno fortificata: spaventando molti elettori li hanno spinti verso un voto di difesa e di conservazione, di continuità e avversità contro ogni avventura, e quel voto è stato raccolto non tanto dal Pd, quanto da Matteo Renzi. Attenti a non cadere nelle illusioni ottiche: non è il Pd che ha sfondato al centro, è il centro elettorale che ha sfondato il Pd, è l’elettorato ragionevole e posato che lo ha adottato come scudo.

Il centro destra, inoltre, ha favorito Renzi regalandogli la rappresentanza in esclusiva dell’europeismo ragionevole. Regalo assai generoso, considerato che l’Italia è il Paese più europeista d’Europa. Sta di fatto che alcuni pezzi del centro destra si erano esplicitamente schierati contro la moneta unica, mentre il partito più consistente, Forza Italia, aveva cincischiato sul tema, supponendo fosse impopolare difenderla. Ma gli elettori non sono poi così sprovveduti: un pensionato o un impiegato avvertono come un pericolo l’instabilità monetaria e l’inflazione, capace di spolpargli il reddito; rotture e uscite non sono vissute come liberazioni, ma come avventure; i vincoli europei possono essere fastidiosi, ma la dilapidazione nazionale è allegra solo per chi la incassa. Temi rilevanti, come l’immigrazione, sono stati agitati come spauracchi, ma del tutto privi di proposte risolutive (qui illustrate). Insomma, hanno concorso in molti a far paura ai moderati, che hanno visto in Renzi non il capo della sinistra, ma un giovane moderato dietro il quale ripararsi.

All’indomani delle elezioni si riparte dal Nazareno, inteso più come metodo che come contenuto (scarso). La quaterna, inoltre, propizia un Nazareno europeo: uniti si rende l’Italia decisiva, ponendola alla testa di forze che raccolgono anche la scassata Francia. Non si tratta di imporre lo sfondamento del 3% (deficit/pil), ma di ricominciare da dove i tedeschi, nel 2011, misero i bastoni fra le ruote europee: federalizzazione di una parte del debito; Banca centrale con pienezza di funzioni; fondi per investimenti produttivi. Più di questo l’Ue di oggi non è in grado di pensare. Meno di questo e va tutto in pezzi. Per l’Italia è l’occasione di chiudere un capitolo e di far valere i propri punti di forza, sui quali ossessivamente abbiamo insistito (avanzo primario, rapporto debito/patrimonio, crescita del debito dal 2009, aiuti a chi era in difficoltà, esportazioni, etc.). Sarebbe sciocco sprecarla solo per continuare a fare il gradasso, o solo per invidia della prestazione. Conviene a tutti i soggetti seri. Ed è anche l’unico modo per parlare a quegli elettori che hanno dimostrato (con saggezza) di saper fare la differenza.

Pubblicato da Libero

venerdì 23 maggio 2014

Al voto!


Caro Mauro,
come ha scritto ieri in un commento Vincenzo: "È la campagna elettorale più surreale della nostra vita repubblicana. Da una parte il pensiero logico, razionale, consequenziale del nostro Presidente. Troppo capace per essere compreso dai disperati grillini e da chi segue la povera demagogia renziana. Questa è la volta in cui votare è penoso, ma davvero indispensabile.".

Questa è la campagna elettorale più difficile della nostra storia. Berlusconi, anche se pesantemente limitato dagli effetti della sentenza politica che sta scontando, ce la sta mettendo tutta, come al solito. La pressione di Renzi e Grillo è molto forte, anche su quanti in passato hanno votato per noi. Renzi copre gli aumenti certi delle tasse sulla casa e sui risparmi con una sequenza di annunci mirabolanti. Grillo, specula sulla disperazione di molti italiani.

Per questo votare Forza Italia è più che mai indispensabile, così come indispensabile è il tuo apporto in questi ultimi, decisivi giorni, nei quali molte persone decideranno se votare e per chi. Per questo abbiamo predisposto per te una serie di strumenti per fare il "porta a porta digitale". Li puoi trovare in questo minisito dedicato.

Noi di Forzasilvio siamo più di 269.000. Se ciascuno di noi riporta al voto per Forza Italia tre amici, otterremo quel risultato utile per l'Italia in Europa e importante per dare ancora più forza al rinnovamento che Berlusconi ha intrapreso in Forza Italia.

Grazie per quello che farai. Forza!

on. Antonio Palmieri
responsabile internet Forza Italia


giovedì 22 maggio 2014

In difesa dei diritti politici dei cittadini. Arturo Diaconale



Il Tribunale Dreyfus inizia la propria attività presentando alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia-querela volta a chiedere alla magistratura italiana di accertare se nelle vicende che portarono alle dimissioni del Governo guidato da Silvio Berlusconi nell’autunno del 2011 vennero commessi reati previsti dal nostro codice penale. L’iniziativa non nasce da una qualche ossessione per le teorie complottiste o da un qualche cedimento alla tendenza giustizialista tesa a trasportare la dialettica politica sul terreno della giustizia penale.

Il Tribunale Dreyfus ha come motivazione di fondo proprio l’esigenza opposta: difendere i cittadini dalle ossessioni e dalle distorsioni della cultura giustizialista. L’iniziativa nasce, al contrario, dalla considerazione che da settimane e mesi si susseguono ricostruzioni e rivelazioni sugli avvenimenti che produssero la fine del governo Berlusconi e la nascita del governo Monti senza che questo incalzante flusso di informazioni abbia fatto chiarezza su un interrogativo di fondo per il futuro del Paese. In quei mesi drammatici del 2011 la sovranità italiana venne rispettata o violata da istituzioni, organismi o soggetti stranieri?

La domanda non riguarda una questione di semplice orgoglio nazionale. La sovranità di uno Stato democratico riguarda i diritti politici dei cittadini. Quelli che si esercitano attraverso libere elezioni che danno vita ad organi costituzionali, i quali svolgono le loro funzioni sulla base del mandato ricevuto dal corpo elettorale. Nel tormentato periodo che va dalla primavera all’autunno del 2011 i diritti politici dei cittadini italiani sono stati rispettati e gli organi costituzionali dell’epoca hanno svolto le loro funzioni senza interferenze di sorta? Il Governo dell’epoca guidato da Silvio Berlusconi venne coartato o meno da insostenibili pressioni esterne? Le ricostruzioni degli avvenimenti fornite da personaggi autorevoli lasciano intendere che la sovranità venne violata, i diritti politici dei cittadini conculcati, le funzioni degli organi costituzionali pesantemente condizionate. Un libro dell’ex Premier spagnolo, il socialista Luis Zapatero racconta che al vertice G20 di Cannes dei primi di novembre, quello dei risolini di scherno tra il presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Merkel, ci furono pressioni fortissime sui rappresentanti del Governo italiano (il Presidente del Consiglio Berlusconi ed il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti) per far loro accettare un prestito del Fondo Monetario Internazionale che avrebbe dovuto salvare l’euro al prezzo di condizioni capestro per il nostro Paese.

Nel libro Zapatero ricorda che “nei corridoi si parlava di Mario Monti come di prossimo successore di Berlusconi a Palazzo Chigi. A sua volta Alan Friedman, nel suo libro “Ammazziamo il gattopardo”, rileva che già nel giugno precedente, cioè prima della crisi dello spread, negli ambienti di Bruxelles circolava il nome di Monti come futuro Primo Ministro italiano. E infine, la testimonianza più inquietante contenuta nel libro dell’ex ministro del Tesoro Usa, Timothy Geithner, riporta che in autunno “alcuni funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il Premier italiano Berlusconi a cedere il potere” e aggiunge che la richiesta venne respinta dal presidente Barack Obama con la frase “non possiamo avere il suo sangue nelle nostro mani”. Chi sono questi funzionari europei? Ed in nome e per conto di quali governi agivano?

Chiedere alla magistratura di fare chiarezza non vuole essere un modo strumentale di alimentare una polemica politica inevitabile. È la sola strada per sperare di raggiungere una verità che serve a fare chiarezza nel passato, ma che è assolutamente indispensabile per evitare che il futuro riservi nuove e drammatiche violazioni di sovranità nazionale, di diritti politici dei cittadini, di funzionamento degli organi costituzionali.

(l'Opinione)

 

mercoledì 14 maggio 2014

"Ha visto che non dico bugie?"


Silvio Berlusconi ha una specie di umiltà incorporata, va a Cesano Boscone col sorriso sulle labbra, poi si occupa di pensioni (da elevare a mille euro), di dentiere (gratuità per tutti i vecchi in difficoltà) e di pet o animali da compagnia domestica ("tutelarli per ragioni animaliste e sociali"), sa che la società è fatta di popolo, il popolo di individui e nuclei famigliari in difficoltà, ha sempre avuto un rapporto speciale con l' immenso elettorato femminile e anziano, oltre che con i ragazzi stregati dai tempi di Drive In, e non vuole mollare. Ma non si è fatto sorprendere né dal libro di Tim Geithner, l'ex segretario americano al Tesoro, il pupillo di Wall Street e della Casa Bianca di Obama primo mandato, e neppure dall'inchiesta monstre del Financial Times di Peter Spiegel sulla crisi dell'euro e i rapporti tra i grandi d'Europa e d'America.

Berlusconi aveva parlato prima. "Avevo detto che nelle mie dimissioni del novembre del 2011 c' era un elemento di coazione, che le cose si erano sviluppate e non per caso a ridosso del G20 di Cannes subito precedente la nomina di Monti senatore a vita eccetera, che un conto è il mio senso di responsabilità nazionale e un conto furono le manovre, esterne e interne, per eliminare un uomo di stato che in Europa contraddiceva il pensiero unico delle burocrazie e dell' establishment tedesco, capeggiato da Angela Merkel. Ecco qui le più rilevanti conferme da Washington e da Londra.
Puntuali. I magistrati che mi hanno perseguitato una vita senza prove li chiamerebbero 'riscontri' del colpo di stato".

Gongola, il Cav., perché Tim Geithner ha messo nero su bianco nel suo libro autobiografico appena uscito, papale papale, che gli eurocrati di Bruxelles, "i quali - osserva Berlusconi - agiscono sempre su mandato di alcuni governi", a un certo punto chiesero agli americani di aiutarli a cacciare da Palazzo Chigi il presidente eletto, ricevendo un rifiuto dall' Amministrazione americana, ma intestardendosi nel progetto di interferenza abusiva e di violazione delle regole democratiche.

E per sovrammercato c'è quella "stupenda" dichiarazione di Barack Obama, riportata dal Financial Times, davanti a una Merkel incapace di trattenere calde lacrime: "I think Silvio is right", penso che Berlusconi abbia ragione quando rifiuta di sottoporre l'Italia, "che non ne aveva alcun bisogno" aggiunge il Cav., al drammatico stress di un salvataggio mediante il Fondo monetario e l'Ue: "Dicono di aver evitato all'Italia di finire come la Grecia, i nostri sapientoni, in realtà avevano tentato di cacciare il nostro paese, con la strategia dello spread, in una condizione alla greca. Io l'ho impedito, ma quando ho visto che si apriva un fronte interno di desolidarizzazione, al quale non era estraneo perfino il capo dello stato, quando ho capito che l'interferenza era arrivata al suo culmine, ho preferito mettere l'interesse del paese alla stabilità nell'emergenza davanti allo scandalo di una cacciata dalla guida dell'esecutivo dell'ultimo presidente italiano scelto dal popolo. Cioè chi le parla. Ma lo scandalo resta, e se l'informazione fosse una cosa più seria e più libera di quella che effettivamente è, se ne parlerebbe e si indagherebbe anche in Italia, non solo a Washington e a Londra".

Berlusconi ride delle pretese di un Grillo, e anche dei pugni sul tavolo un po' infantili di un Renzi: "Non ne sanno nulla" - dice al Foglio - "conoscono solo le chiacchiere, ma non la realtà politica del confronto in Europa, e della battaglia, poi parzialmente vinta, per una Bce e per istituzioni sovranazionali capaci di una politica espansiva, non solo finanziaria, in difesa delle economie reali d' Europa".

"E quella battaglia continua adesso, anche con queste elezioni: da un lato i chiacchieroni, che chiedono il voto in premio alla demagogia o all'attivismo senza una direzione chiara, dall'altro il sottoscritto, cioè chi ha cercato con successo di fermare il treno crisaiolo della Bundesbank e delle eurocrazie, e per questo ha pagato il prezzo che ormai sappiamo alle sue scelte lineari".
Se aveva ragione nel braccio di ferro con la Merkel, come gli riconosce Obama (e nessuna smentita è arrivata al Financial Times), non avrebbe dovuto resistere? "Era forse nel mio interesse personale, oltre che nelle regole della democrazia italiana e di quella europea, ma la serie di manovre convergenti del fronte esterno e di quello interno avevano reso l'aria irrespirabile, e ora che le cose vengono in chiaro si capisce il perché, anche il perché della mia scelta ispirata al senso dello stato.
Una scelta che è arrivata solo dopo che l'Italia aveva ottenuto, anche a Cannes, la garanzia di essere lasciata in pace alle sulle riforme, da me tutte avviate o realizzate nei miei anni di governo".

Comunque, dice Berlusconi, "ora il problema è il futuro, visto che Mario Draghi ha fatto parte di quanto era dovuto e la situazione è ritornata parzialmente sotto controllo, su una linea che era la nostra linea: espansione monetaria, credito capace di trasmettersi a tutto il sistema e liquidità in difesa non del sistema bancario ma della salvezza finanziaria del risparmio e degli investimenti di imprese e famiglie".
"Ora - aggiunge - bisogna compiere l'opera.
Grillo in Europa è affetto da impotentia coeundi, non può muovere uno stecchino nella fitta trama dei populismi di serie B in cui si è cacciato per sua colpa: il suo voto serve a niente, è puro sberleffo, è nichilismo.
Renzi deve ancora imparare molte cose, per certi versi è un buon emulo del meglio dei nostri governi, ma per altri versi è prigioniero delle forze di sistema che assorbono e spengono lo slancio di qualunque riformismo a sinistra.

E allora per combattere in Europa, per una moneta che non sacrifichi con la sua forza apparente la ripresa e la crescita delle nazioni, per un vero rilancio è voto utile solo il voto a chi, parola di Obama e parola di Berlusconi, in quella circostanza decisiva was right, aveva ragione".
"Sono esterrefatto - conclude Berlusconi - dall'inchiesta del New York Times sull'impossibilità per le piccole imprese anche solo di discutere con le banche le linee di credito necessarie all'economia della produzione, dell'innovazione e del rilancio. E' pazzesco. Le banche sono state inondate di liquidità ma la sua trasmissione alla rete dell'industria, dell'artigianato e del commercio è ancora sostanzialmente bloccata.
Ora faccio una Lega per il credito giusto, e vediamo alla fine chi la vince, questa battaglia in nome dei veri interessi dei popoli europei, contro i formalismi della burocrazia più incapace del mondo".

Il Foglio, 14 maggio 2014






mercoledì 7 maggio 2014

Il piano cultura di Forza Italia. "Finito lo strapotere di sinistra". Pier Francesco Borgia


«Date un luogo comune a un fanatico e ne farà un dogma». Così, sommessamente, Roberto Gervaso salmodiava per esorcizzare la malattia culturale del nostro tempo.
Un virus che si è annidato per decenni in anfratti ben protetti, da dove ciclicamente esce per «evangelizzare» le nuove leve. Una malattia culturale che ha nella monopolizzazione della sinistra il suo sintomo più evidente. Quasi un gigantesco drago contro il quale faticano non poco gli sparuti san Giorgio indipendenti che tentano di difendere i principi della cultura liberale. Tra questi paladini spicca Edoardo Sylos Labini, attore e regista teatrale. Da tempo porta avanti una sua «politica culturale» che con Gramsci c'entra ben poco e che ha come punti cardinali il pensiero di Benedetto Croce, il genio di Gabriele D'Annunzio e la lucidità di Leo Longanesi.
«È sempre più difficile - spiega l'attore, reduce da una lunga tournée lungo tutta la penisola dove ha portato il fortunato spettacolo Gabriele d'Annunzio, tra amori e battaglie - difendere l'originalità e l'indipendenza di giudizio. Quasi che il paradosso fosse più raro e costoso di un diamante. Aveva ragione Longanesi a dire che il paradosso è il lusso delle persone di spirito, mentre la verità è il luogo comune dei mediocri». Le invettive, i paradossi, la libertà e l'indipendenza di un artista di razza non possono che scontrarsi con il muro di gomma tirato su da chi ha fatto della verità culturale prima un monopolio e poi un dogma. «Si può parlare di tutto, beninteso. Però la chiave di lettura dominante su ogni argomento la dettano i giornali di sinistra - aggiunge Sylos Labini -, forti di una tradizione che ha origini lontane. E contro questo monopolio è giusto sempre scendere in guerra e combattere. Ancor di più oggi che la sinistra appare divisa, annacquata e disorientata».
Al suo impegno di attore, regista e promotore culturale (a Sylos Labini si deve, tra l'altro, la nascita del foglio Il Giornale Off, che dà conto come poche altre testate del fervore di una culturale e di un'arte d'avanguardia e non allineata) l'attore ha affiancato recentemente l'impegno più propriamente politico. Dallo scorso marzo fa parte del comitato di presidenza di Forza Italia e onora il suo ruolo con battaglie sempre più cogenti sul futuro culturale e sulla valorizzazione artistica del nostro Paese. «Tra i luoghi comuni più odiosi - ricorda l'attore, che oggi sarà al fianco di Silvio Berlusconi nella presentazione del nuovo dipartimento Cultura del partito - c'è quello che da decenni identifica l'artista di valore come naturalmente schierato a sinistra. Una sciocchezza che è sempre stata venduta come oro colato. Mai come oggi, però, questa falsità mostra la sua pietosa debolezza dal momento che sono in molti a uscire allo scoperto. Insomma siamo all'outing collettivo di tanti artisti che finalmente possono mostrare tutto l'orgoglio del loro non essere allineati. Oggi è possibile rivendicare questa autonomia. Ed è proprio da qui che, secondo me, bisogna ripartire. Non solo per sdoganare i grandi maestri e i valori immortali della cultura liberale, ma anche per dare vita a una politica del fare che punti sul nostro patrimonio artistico e culturale come volano per la crescita». Di idee Sylos Labini ne ha molte e azzarda: «A me, come a tanti altri, non basta più smascherare il vizietto del doppiopesismo e del miope allineamento ai dogmi. Vogliamo un rilancio che sia incubatrice di nuove idee. Bisogna tornare, insomma, a essere originali, inventivi, lucidi e liberi come ai tempi di Marinetti (altro nume tutelare e cavallo di battaglia della carriera teatrale dell'attore, ndr)».

(il Giornale)

 

martedì 15 aprile 2014

La spietata verità

                                                                 
Pubblichiamo il discorso che Ayaan Hirsi Ali avrebbe dovuto tenere alla Brandeis University in occasione del conferimento di una laurea honoris causa. Una rivolta dei docenti e degli studenti contro “l’islamofobia” di Hirsi Ali ha costretto l’università a ritirare il titolo.

Un anno fa la città di Boston era ancora in lutto. Alle famiglie che una settimana prima avevano figli e fratelli da abbracciare erano rimaste solo le fotografie e i ricordi. Altri erano ancora davanti ai letti degli ospedali a guardare giovani uomini, ragazze, bambini affrontare operazioni chirurgiche dolorose e menomazioni permanenti. Tutto questo perché due fratelli, influenzati da siti internet jihadisti, hanno deciso di lasciare vicino alla linea d’arrivo di uno degli eventi più importanti dello sport americano, la maratona di Boston, due bombe fatte a mano nascoste dentro a degli zaini. Tutti voi della classe del 2014 non dimenticherete mai quel giorno e i giorni successivi. Non dimenticherete mai il momento in cui avete appreso la notizia, dove eravate o cosa stavate facendo. E quando ritornerete qui, tra 10, 15 o 25 anni, vi tornerà tutto in mente. La bomba è esplosa appena a 10 miglia dal campus. Tempo fa ho letto un articolo che diceva che gli adulti non hanno molti ricordi della loro vita prima degli otto anni. Questo significa che uno dei vostri primi ricordi potrebbe essere la mattina dell’11 settembre.

Voi meritate ricordi migliori dell’undici settembre e dell’attentato alla maratona di Boston. E non siete i soli. In Siria almeno 120 mila persone sono state uccise, non in battaglia, ma in massacri di massa, a causa di una guerra civile che si combatte sempre più sul filo della divisione settaria. La violenza sta aumentando in Iraq, Libano, Libia, Egitto. Molto più di quanto non fosse quando voi siete nati, oggi la violenza è concentrata soprattutto nel mondo musulmano. Un’altra caratteristica dei paesi che ho appena nominato, e del medio oriente in generale, è che la violenza contro le donne sta aumentando. In Arabia Saudita c’è stato un aumento notevole nella pratica della mutilazione genitale femminile. In Egitto ci sono fino a 80 casi di violenza sessuale al giorno e il 99 per cento delle donne dice di aver subìto molestie.

E’ preoccupante soprattutto il modo in cui la legislazione conferma lo status delle donne come cittadine di second’ordine. In Iraq è stata proposta una legge che abbassa a 9 anni l’età minima per il matrimonio delle bambine. Questa legge dà al marito il diritto di negare a sua moglie il permesso di uscire di casa. Questo elenco di diritti è tristemente lungo. Spero di parlare a nome di molti quando dico che questo non è il mondo che la mia generazione sperava di lasciarvi in eredità. Quando siete nati l’occidente era in trionfo, il comunismo sovietico era appena stato sconfitto. Una coalizione internazionale aveva cacciato Saddam Hussein dal Kuwait. La missione successiva delle Forze armate americane sarebbe stata contro la carestia nella mia terra natale, la Somalia. Non esisteva un dipartimento della Sicurezza interna e pochi americani parlavano di terrorismo.

Vent’anni fa nemmeno il più cinico dei pessimisti avrebbe anticipato tutto quello che è andato storto nella parte del mondo in cui sono nata. Dopo così tante vittorie per il femminismo in occidente, nessuno avrebbe previsto che i diritti basilari delle donne sarebbero stati ridotti in moltissimi paesi mentre il Ventesimo secolo lasciava spazio al Ventunesimo.

Oggi tuttavia parlerò di un futuro migliore, perché penso che il pendolo abbia già oscillato troppo dalla parte sbagliata. Quando vedo milioni di donne in Afghanistan sfidare le minacce dei talebani e mettersi in fila per votare; quando vedo le donne in Arabia Saudita sfidare l’assurdo divieto di guidare; e quando vedo le donne tunisine celebrare l’arresto di un gruppo di poliziotti per un atroce stupro di gruppo, mi sento più ottimista di quanto non fossi qualche anno fa.

La mal definita primavera araba è stata una rivoluzione piena di delusioni. Penso tuttavia che abbia creato l’opportunità di sfidare le forme di autorità tradizionale – compresa l’autorità patriarcale –, e perfino di mettere in discussione le giustificazioni religiose per l’oppressione delle donne. Ma per soddisfare questa opportunità, noi occidentali dobbiamo offrire la giusta dose di aiuto. Esattamente come la città di Boston un tempo è stata la culla di un nuovo ideale di libertà, dobbiamo ritornare alle nostre radici diventando ancora una volta il faro del libero pensiero e della libertà del Ventunesimo secolo. Davanti a un’ingiustizia dobbiamo reagire, non soltanto con la condanna, ma con azioni concrete.

Uno dei posti migliori per farlo è nei nostri istituti di istruzione superiore. Dobbiamo rendere le nostre università dei templi non dell’ortodossia dogmatica, ma del vero pensiero critico, dove tutte le idee sono le benvenute e dove il dibattito civile è incoraggiato. Sono abituata a essere fischiata nelle università, per cui sono grata dell’opportunità di potervi parlare oggi. Non mi aspetto che tutti voi siate d’accordo con me, ma apprezzo tantissimo la vostra apertura all’ascolto.

Sono qui davanti a voi come qualcuno che sta combattendo per i diritti delle donne e delle ragazze in tutto il mondo. E sono davanti a voi come qualcuno che non è spaventato di fare domande scomode sul ruolo della religione in questa battaglia. La connessione tra la violenza, soprattutto la violenza contro le donne, e l’islam è troppo chiara per essere ignorata. Non aiutiamo gli studenti, le università, gli atei e i credenti quando chiudiamo gli occhi davanti a questa connessione, quando cerchiamo scuse anziché riflettere.

Per questo chiedo: il concetto di guerra santa è compatibile con il nostro ideale di tolleranza religiosa? E’ blasfemia – punibile con la morte – mettere in discussione l’applicazione alla nostra èra di certe dottrine risalenti al Settimo secolo? Sia il cristianesimo sia l’ebraismo hanno avuto le loro riforme. E’ arrivato il tempo anche per una riforma dell’islam.

Queste argomentazioni sono inammissibili? Di certo non dovrebbero esserlo in un’università che è stata fondata dopo lo scandalo dell’Olocausto in un tempo in cui molte università americane ancora imponevano restrizioni agli studenti ebrei. Il motto della Brandeis University è “La verità, anche quella più inaccessibile”. E’ anche il mio motto. Perché è solo mediante la verità, la verità spietata, che la vostra generazione può sperare di fare meglio della mia nella lotta per la pace, la libertà e l’uguaglianza dei sessi.
di Ayaan Hirsi Ali Copyright Wall Street Journal
Per gentile concessione
di MF/Milano Finanza


Ayaan Hirsi Ali è un’intellettuale somala naturalizzata olandese, è nota per la difesa dei diritti delle donne e la polemica contro l’islamismo. E’ stata sceneggiatrice del film “Submission”, costato la vita al regista Theo van Gogh. A maggio Hirsi Ali avrebbe dovuto ricevere una laurea honoris causa alla Brandeis University, nella periferia di Boston, ma gli studenti, parte del corpo docente e altri gruppi hanno accusato Hirsi Ali di islamofobia e dopo settimane di proteste hanno costretto l’università a ritirarle il titolo e l’invito a parlare alla cerimonia di laurea. Questa è una versione abbreviata del discorso che Hirsi Ali avrebbe voluto pronunciare davanti agli studenti.

lunedì 14 aprile 2014

Condanna già scritta senza l'ombra di prove. Vittorio Sgarbi


Una grande tristezza. E la precisa coscienza di una sconfitta. Una sconfitta del diritto, ucciso da una casta che ha sostituito l'esame e il giudizio dei fatti con la battaglia politica e morale contro il male. Marcello Dell'Utri è stato spavaldo. In nome della sua innocenza (rispetto ai fatti) ha sfidato i giudici. E si è condannato quando ha dichiarato: «Vittorio Mangano è il mio eroe». Con quella frase un presunto innocente si è trasformato in presunto colpevole. Sono molto dispiaciuto per quello che tocca e toccherà, in una vecchiaia senza conforti e senza rimorsi, a Dell'Utri. Da vent'anni egli attende una sentenza che gli è data prima che il tribunale si pronunci, arrestandolo, appunto, non da presunto innocente, ma da presunto colpevole. E io sono vent'anni che mi chiedo, ostinatamente: dov'è il reato? Qual è il reato? Qual è il fatto? Penso, con Giovanni Battista Vico, certamente frequentato da Dell'Utri: «Verum ipsum factum». E a tutti quelli che, proprio nella «incertezza», sono certi della colpevolezza di Dell'Utri, chiedo: che cosa ha fatto? Quale trama, quale affare, quale favore ha fatto alla e con la mafia? E con chi? Eppure già una volta la Cassazione, supremo organo del diritto, non ha accolto le inconsistenti prove e ha rinviato alla Corte d'appello, con inoppugnabili argomenti, la sentenza di secondo grado insufficientemente motivata. Fu un luminare del diritto, procuratore generale della Cassazione, fino ad allora impeccabile, e poi deprecato e vilipeso, Francesco Iacoviello, che osò confutare il reato di concorso esterno. Un illuminista? Un giurista? No. Secondo molti, un pericoloso negazionista. Come negare l'evidenza? Ma quale evidenza? Sette anni di carcere per che cosa? Pochi per un mafioso di rango, come non poteva non essere Dell'Utri, esponente di una cupola imprenditoriale e politica; troppi per l'assoluta inesistenza dell'habeas corpus. Chiedo, continuo a chiedere: che cosa ha fatto con la mafia Dell'Utri? Qualcuno mi risponde: ha assunto nel 1974 Vittorio Mangano come «stalliere» di Arcore. Appunto, nel 1974 Mangano era incensurato e non risultano reati compiuti da lui in concorso con Dell'Utri. Con quali altri allora?

I giudici inseguono da vent'anni Dell'Utri. Ma senza prove, senza fatti. La risposta ci viene da Francesco Merlo, amico del giudice e ministro Filippo Mancuso (che certamente avrebbe assolto Dell'Utri). E le sue parole sono la miglior difesa e insieme la sicura condanna per Dell'Utri. Egli ci spiega «il codice della mezza mafia». Per questo discorso, in concorso con Michele Serra, Merlo demonizza, come solo in Italia può avvenire, un ristorante. Nella prima Repubblica, furono I Due ladroni e l'Agustea, tempio gastronomico dei socialisti (inevitabile: avevano la sede del partito sopra il ristorante); nella seconda Repubblica sono Fortunato e Assunta Madre («dove tutti sembrano comparse del film “Terapia e pallottole”»), luoghi evitati dai «buoni», come Serra, che scrive: «il puzzo del potere sovrasta, in quelle sale quello delle fritture più grevi». Ma la sentenza che sarà scritta è anticipata da Merlo: «La mezza mafia, nel codice penale, si chiama concorso esterno. Prima che un reato è un'antropologia fatta di mafiosità (che è diversa dalla mafia) e di narcisismo». Qui conta poco la certezza della colpa, la definizione del reato, perché nell'assunto del pubblico ministero Merlo «l'antropologia da mezza mafia è la stessa di Cuffaro. Ed è quella di Mannino... che è stato assolto perché l'antropologia non esclude l'innocenza penale». E qui è il nodo. Perché Dell'Utri è più vittima che carnefice, e ciò che si è detto di lui è più grande e più grave di quello che (non) ha fatto. È «antropologicamente» mafioso. Parola di Serra. Parola di Merlo. Parola di Travaglio. Parole, non fatti.

In questa tragedia umana e condanna politica e morale, il «concorso esterno» di Dell'Utri coinvolge, naturalmente, Berlusconi e Forza Italia. In una sola, condivisa responsabilità. È evidente che ha manovrato più potere siciliano Raffaele Lombardo di Dell'Utri. E anche Lombardo è stato condannato a 6 anni. Anche in questo caso antropologia? Resta il fatto (e lo ha rimarcato il governatore Crocetta, amico dei giudici e simbolo dell'antimafia) che, in concorso con Lombardo, hanno governato due valorosi magistrati, Massimo Russo e Caterina Chinnici. Perché nessuno chiede loro conto di essere stati a fianco di un «mafioso»? Quando loro erano con lui Lombardo era già indagato, mentre non lo era Mangano quando Dell'Utri lo assunse. I due magistrati hanno garantito per Lombardo. E come mai ora, il Pd, che ha escluso indica come capolista alle Europee la Chinnici? È certamente una questione antropologica. Ma il Libano è vicino, e forse scopriremo che, dal punto di vista antropologico e giuridico di quel Paese, non sarà possibile estradare un uomo per un reato che non esiste. Ci daranno una lezione di diritto, quella che Iacoviello aveva anticipato. E, non essendo prescrivibili i reati di mafia, e neanche di «mezza mafia», Dell'Utri morirà innocente, in Libano. Colpevole in Italia. Antropologicamente.

(il Giornale)

giovedì 3 aprile 2014

Il Castello degli annunci. Antonio Polito

 
La politica dell’annuncio è politica. Produce fatti e conseguenze politiche. Non è solo marketing. Se un annuncio convince dieci milioni di italiani che dal giorno dopo le Europee staranno un po’ meglio, non solo vanno meglio le Europee, ma cresce anche l’indice di fiducia delle famiglie, e si può sperare in più consumi e investimenti.
Tony Blair visse per l’intera prima legislatura sull’onda degli annunci: si chiamavano white paper , riforme annunciate, date in pasto alla stampa, digerite dal pubblico come cambiamenti epocali, e poi dimenticate. Ma tirarono su il morale di una nazione depressa dal post-thatcherismo. Mentre fu solo quando dagli annunci passò ai provvedimenti che Gerhard Schröder perse le elezioni, per aver davvero rifatto il welfare tedesco e salvato la Germania dal declino economico. Ma il problema di Renzi, come ha notato ieri il Financial Times , è che i suoi giorni non ricordano neanche pallidamente gli anni ruggenti di Blair e Schröder. I quali danzarono su un’era di espansione e di crescita. Mentre Renzi si deve calare nella peggiore recessione del dopoguerra.
 
La politica dell’annuncio di Renzi è l’opposto di quella praticata dal suo predecessore. Quando Letta voleva fare una cosa, prima cercava il consenso dei tecnici e della sua maggioranza, e poi procedeva col minimo comun denominatore. Quando Renzi vuole fare una cosa, prima l’annuncia e poi chiede ai tecnici e alla sua maggioranza di realizzarla. In questo modo Letta produsse uno sconto fiscale di 18 euro al mese per i redditi bassi e Renzi ne produrrà uno da 80 euro al mese. Si direbbe dunque che funziona.
Non c’è però bisogno di essere un gufo, un rosicone, un disfattista (o come altro si chiama oggi chi si permetta di coltivare l’arte liberale del dubbio) per capire che tutto ciò comporta dei rischi. Questa tattica, che nel ciclismo si chiama «dell’elastico» (uno in testa scatta a ripetizione, e il gruppo deve accelerare per stargli dietro) ha i suoi limiti: se l’elastico si allunga troppo, si spezza. Fuor di metafora: Renzi ottiene ciò che vuole minacciando ogni volta di andarsene. Siccome oggi a nessuno conviene che se ne vada, la spunta. Ma prima o poi a qualcuno converrà, e i termini dell’equazione cambieranno. Per questo l’esperimento Renzi dipende così tanto dal risultato delle Europee.
 
In secondo luogo bisogna considerare l’effetto boomerang che potrebbe derivare da una inflazione degli annunci. In Europa, dove è essenziale essere creduti quando offriamo riforme in cambio di flessibilità. Ma anche in Italia, dove si vive in uno stato di sospesa incertezza, come in un castello delle fiabe, e tutti attendono di capire, prima di agire, se Renzi riuscirà a fare tutto ciò che dice, o solo una parte, e come.
Facciamo l’esempio del lavoro. Se un imprenditore può assumere, oggi sta sicuramente aspettando l’esito del braccio di ferro tra governo e sinistra parlamentare sull’unico decreto fin qui varato, che rende più facili i contratti a tempo determinato. E poi aspetterà di vedere se il disegno di legge seguente, il Jobs Act propriamente detto, lo contraddirà, restaurando un contratto unico a tempo indeterminato. Del resto è già successo che aspettative generate da Renzi siano cadute: quella di ricavare maggiori risorse dalle pensioni, per esempio, o dalla lotta all’evasione.
Il governo è quindi giunto a un momento cruciale. A metà mese ci saranno le tabelle del Def, numeri vincolanti. Gli annunci sono stati tutti fatti, e da qui alle Europee bastano e avanzano. Ora serve che diventino leggi e provvedimenti. Come in ogni storia d’amore, alla seduzione deve seguire l’atto.

(Corriere della Sera)


 

venerdì 28 marzo 2014

Renzi è come Matrix: parla tanto ma non esiste. Giampaolo Rossi

Matteo Renzi non esiste. Tutto ciò che noi vediamo di lui in tv o leggiamo sui giornali italiani, è solo una proiezione del nostro inconscio collettivo.

Renzi è come Matrix, una neuro simulazione interattiva; una finzione digitale che percepiamo come reale.

Ha invaso i media, i social network, è costruita a tavolino da fabbricatori di immagini e dispensatori di sogni ma in realtà, nel mondo reale, di lui non c’è traccia: è come un cartoon della Disney.
 
Basta vedere cosa è successo in occasione della visita di Obama: i media italiani ci hanno invaso di immagini e parole per descrivere lo storico incontro tra il capo della più grande democrazia del mondo e il premier italiano; lo hanno descritto attimo per attimo, svelandoci i retroscena più umani e divertenti, il feeling di sorrisi e ammiccamenti che li ha legati; hanno contato quante pacche sulle spalle i due si sono dati, hanno analizzato la precisa gradazione di colore del vestito che li accomunava, chiaro segno di un destino condiviso; hanno descritto le grandi strategie concordate.
 
Poi, una volta usciti da questa proiezione, leggiamo i giornali americani e di Matteo Renzi non c’è traccia, il suo incontro con Obama non è pervenuto ed il premier italiano è al massimo una citazione tra la visita al Colosseo del Presidente americano e i commenti su come i romani sopportino il traffico caotico. Per la stampa Usa, Obama è venuto in Italia ad incontrare Papa Francesco; addirittura l’inviato del New York Times al seguito non scrive da Roma ma da “Vatican City”, perché per gli americani non esiste una capitale della Repubblica Italiana ma solo la Città Eterna, sede temporale della Chiesa Cattolica e l’unico leader sul suolo italico veste di bianco, parla argentino e viene chiamato Holy Father (Santo Padre). Persino nel resoconto video della Casa Bianca il premier italiano non compare neanche come comparsa.
 
Ecco perché sorge il sospetto che Renzi non esista; o se esiste davvero, che i due non si siano mai visti e che quelle foto Renzi le abbia fatte con la sagoma di cartone di Obama che l’ambasciata Usa ha utilizzato nei giorni scorsi per promuovere l’arrivo del Presidente americano.
 
Il problema in realtà è politico. L’Italia di Renzi sbruffona e megalomane che si celebra su twitter, si sbrodola da Fazio e dalla Bignardi e si ride addosso di battute toscane, all’estero è percepita meno che nulla; per ora, è scomparsa dai radar della politica internazionale. Sarà che in America la democrazia è una cosa seria, e un leader salito al potere senza consenso popolare e con manovre spudorate, in genere non gode di grande credibilità, a meno che non sia un esecutore di tecnocrati e di banchieri (come lo era Monti).
 
Sono lontani i tempi in cui un premier italiano si recava negli Usa e veniva accolto dall’intero Congresso americano con una standing ovation di 5 minuti, mai riservata ad un leader straniero (per la cronaca quel premier si chiamava Silvio Berlusconi).
 
Oggi Matteo il rottamatore non è ancora pervenuto nella percezione dell’opinione pubblica internazionale. L’egocentrismo non è una qualità in politica estera.
 
Renzi l’americano si è convinto di essere l’Obama italiano. In realtà sembra più la versione toscana del mitico Nando Mericoni, il personaggio che consacrò Alberto Sordi: altro che “yes we can”; piuttosto “Americà facce Tarzan!”.
 
(il Giornale)
 
 

Il Cav. e i rompicoglioni. Giuliano Ferrara


C’è da domandarsi, e me lo domando, e ce lo domandiamo: perché rompono tanto i coglioni a Berlusconi? Maramaldeggiano secondo il vecchio costume codardo del giornalismo italiano, e spettegolano ogni giorno, con poca fantasia ma spietatamente: è out, finisce agli arresti domiciliari, non potrà più comunicare, non è più cavaliere, il partito è distrutto, la dinasty di famiglia lo imbriglia, Barbara è eager, vuole tutto, Marina non ci sta, Pier Silvio rilutta e mugugna, la fidanzata Pascale s’impiccia, Scajola minaccia, Cosentino minaccia, Verdini se ne va, sono pronti nuovi gruppi parlamentari, non decide abbagliato dalle sue grane giudiziarie, non ci sta con la testa, è fuori dal Senato, il cerchio magico si chiude a riccio e lo isola sotto l’inflessibile governo della badante Maria Rosaria Rossi, è senza passaporto e non può fare il popolare europeo, non si può candidare, i sondaggi lo danno intorno al 20 per cento, più sotto che sopra, è stretto nella tenaglia tra Grillo e Renzi, siamo ormai alle testimonianze di Bossi, provocato, che strologa sul futuro di un supersconfitto, lui sì che se ne intende, e poi carinamente dice “ora lasciatemi in pace, voglio fumare”.
Il Cav. (ora l’ex Cav. per i vecchi ruffiani della stampa dattilografa) è sempre stato impresentabile e inaccettabile. Per motivi diversi. Ha un vita privata incompatibile. Ha una vita pubblica disseminata di gaffe. Fa le corna, fa cucù, parla in modo spigliato di Mussolini, oltraggia la memoria (che secondo il bel romanzo su don Ciotti di Luca Rastello è, dico la memoria specie se condivisa ed esornativa, uno degli ultimi rifugi delle canaglie degli idolatri del Bene Sommo). Inoltre non ha scrupoli, è pregiudicato, è Caimano, è amico di Putin l’Orrendo Tirannico, è sempre in agguato, come forza reazionaria, per sbaragliare la Repubblica, smontare il Quirinale che odia eccetera.

I fatti dicono che Berlusconi è l’ultimo campione dell’autogoverno democratico, l’ultimo capo di un esecutivo voluto a mani basse dall’elettorato. In seguito a trame varie, costellate da suoi errori, in un contesto di perdita della sovranità nazionale, fu dissellato nel novembre del 2011, ma la caduta del cavaliere avvenne nelle forme blande di sue dimissioni, nel quadro di un accordo con l’allora capo dell’opposizione, il Bersani dalla pompa di benzina, benedetto e ispirato da Giorgio Napolitano. Tra poco saranno tre anni: in questi tre anni Berlusconi ha appoggiato un governo di emergenza tecnocratica che ha fatto la riforma delle pensioni e poi si è perso nei meandri della vanità e di una infelice discesa in politica del suo capo, il professor Mario Monti; ha sbloccato lo stallo postelettorale, dopo una clamorosa rimonta che ha impedito il formarsi in questa legislatura di una maggioranza di sinistra fondata su un premio di maggioranza incostituzionale secondo la tardiva ma chiara decisione della Corte, e lo ha sbloccato proponendo e ottenendo la rielezione del capo dello stato, una prima assoluta, e la formazione di un governo di larga coalizione presieduto dal nipote del suo Cardinal nepote Gianni Letta; ha fronteggiato con stile una condanna definitiva ratificata dalla famiglia giudiziaria del dottor Esposito, che famiglia!, per un reato di quelli che adesso, considerando il processo a Dolce & Gabbana per maneggi fiscali all’estero, passa per essere la capacità di pensare in grande di un imprenditore (il procuratore generale dixit); ha subìto con un rapido e indolore passaggio all’opposizione, costruttiva, una piccola secessione ministeriale senza conseguenze, che rientrerà e non ha basi politiche serie; ha ricostruito il suo ruolo di player e pater patriae avviando Renzi a Palazzo Chigi, un cambio generazionale della Madonna, attraverso la stipula di un accordo sulla riforma elettorale e sulle riforme istituzionali che ha spiazzato tutti, dal Nipotissimo floscio e furbo ai poveri profeti dell’Antipolitica comica all’establishment pigro e sornione, consentendo al paese di riprendersi un poco in sintonia con un attenuarsi della crisi. E per il futuro vedremo.

Risultato provvisorio: non è il Caimano, non si sono visti i fuochi, non tira aria di tempesta masaniellesca, c’è un uomo di stato responsabile che non molla e tiene insieme l’altro polo della democrazia compiuta, il centrodestra, consolidando il profilo istituzionale di un paese tanto scombiccherato. Ecco. Questo è lo scandalo che impone ai bru bru della stampa e della televisione più faziose e penose del mondo di maramaldeggiare e spettegolare ad libitum.


(il Foglio)

giovedì 27 marzo 2014

L'Orlando bocciato. Davide Giacalone


Un ministro italiano è andato a fare richieste precise in una sede europea. Auspico siano rigettate. Il ministro è quello della giustizia, Andrea Orlando. Il tema è quello delle carceri sovraffollate. La sede non è l’Unione europea, ma il Consiglio d’Europa, per la precisione la Corte Europea Diritti dell’Uomo. Ci hanno già condannati. Spero confermino la condanna. Smettiamola di prenderci in giro, evitiamo di provare a prendere in giro gli altri, finiamola di fare gli incivili e affrontiamo il problema vero, che è quello della malagiustizia. Le carceri sono “solo” una conseguenza.

Nel gennaio del 2013, giustamente, la Cedu condannò l’Italia a risarcire sette detenuti, che si erano trovati ad avere a disposizione meno di tre metri quadrati a testa. Condizioni considerate illegali negli allevamenti di bestiame, figuriamoci nel trattamento di umani. Siamo arrivati al punto che un giudice inglese rifiuta un’estradizione in Italia perché il detenuto andrebbe incontro a trattamenti disumani. La stessa Cedu, sapendo che non si trattava di casi isolati, ci diede tempo fino al prossimo 28 maggio, per rimediare. I rimedi fin qui approntati, ripetutamente denominati “svuota carceri”, adottati dai governi Monti e Letta, sono inaccettabili e tutti incentrati sugli sconti di pena. Il piano di Orlando è in coerenza con questa vergogna, sicché propone: a. le cause oggi pendenti a Strasburgo siano riassorbite in Italia; b. per chi è stato detenuto e non lo è più ci sia un risarcimento che va dai 10 ai 20 euro per ogni giorno scontato in quelle condizioni; c. per chi è ancora detenuto si faccia un ulteriore sconto, pari al 20% della pena residua. Tre proposte, tre errori.

Il trucco di riportare le cause di Strasburgo in Italia lo abbiamo già sperimentato nel 2001, quando fu approvata la legge Pinto. Con quella erano le Corti d’appello che avrebbero dovuto decidere per la giustizia negata, dovuta all’eccessiva durata dei procedimenti. Anche allora scrissi contro, prevedendo che il trucco avrebbe provocato un ulteriore allungamento dei tempi, oltre che una beffa per i danneggiati. E’ andata così. Ero (e sono) favorevole ai ricorsi a Strasburgo, che provai a incentivare e facilitare pubblicando un manuale su come potevano e dovevano essere fatti, così come personalmente usai la legge Pinto, vincendo la causa e ottenendo risarcimento per le ingiustizie subite. Ma lo scopo dei ricorsi europei doveva essere quello di spingere a riformare la moribonda giustizia italiana, mentre la legge Pinto voleva solo riportare il coma nei confini nazionali. Orlando, ora, propone la stessa cosa. Stesso trucco, stesso errore.

Secondo: le cause pendenti a Strasburgo (per questa specifica ragione) sono 3000, il che comporta una spesa che va da 30 a 60.000 euro al giorno, quasi 22 milioni in un anno. Senza contare che portando la giurisdizione in Italia quelle cause aumentano (come è già successo con la Pinto). Soldi che non pagano i responsabili, ma i cittadini. Un chirurgo che ti macella, per colpa o dolo, paga il risarcimento. In diversi casi sono stati allontanati dalle sale operatorie. Per i detenuti, invece, pagano i cittadini e i responsabili restano al loro posto.

Terzo: se si accede allo sconto di pena, già recentemente diminuita con decreto legge, non solo si fa marameo alla certezza del diritto e un gran regalo ai delinquenti, ma si commette la più incredibile delle ingiustizie, perché, come capitò con l’indulto (altra legge contro cui scrissi, prevedendo che non avrebbe risolto nulla, come è stato) ne beneficiano i condannati, quindi i colpevoli, e ne restano esclusi gli innocenti in custodia cautelare o in attesa di giudizio. Una fragorosa pernacchia al più elementare senso del diritto.

Il problema delle carceri esiste (sempre meritoria la lunga battaglia radicale), ma non si risolve in questo modo. Prima di tutto si affronta il tema del 40% dei detenuti, che non sono condannati e non scontano la pena. E già con quelli sparisce il sovraffollamento. Poi si rivede l’applicazione della custodia cautelare, che nella metà dei casi colpisce cittadini che non saranno condannati. Quindi si introduce la (vera) responsabilità dei magistrati. E, a seguire, si riforma la giustizia in modo che i suoi tempi non siano il trionfo dell’ingiustizia. A quel punto, se si deve spurgare il bubbone, si faccia anche l’amnistia, che è provvedimento ingiusto, ma utile. Il legame fra riforma e clemenza deve essere strettissimo, altrimenti si generano mostri che non risolvono il problema, ma si limitano a rinviarlo per poi ritrovarselo sempre più grosso e sempre meno risolvibile. Per queste ragioni, spero che le richieste del governo italiano siano respinte. Con sdegno.

Pubblicato da Libero

giovedì 20 marzo 2014

L'ipocrisia del Cavaliere Augias. Giampaolo Rossi


Corrado Augias è stato netto e perentorio: dal salottino tv di Daria Bignardi ha dichiarato, con il suo solito stile british con il quale dissimula le prediche, che “Berlusconi è un interdetto e un condannato quindi non può tenersi il titolo di Cavaliere”. Augias è uomo di grande morale, anzi di grande moralismo; è da sempre un fustigatore del berlusconismo, che osserva con la solita superiorità antropologica degli intellettuali radical-chic. Da moralista dell’Italia migliore, a Corrado Augias non basta che Berlusconi si sia autosospeso: vuole che gli venga tolto con ignominia quel titolo di Cavaliere del Lavoro che si è guadagnato grazie alla sua straordinaria attività di imprenditore di successo.

D’altro canto anche Corrado Augias è un Cavaliere; per la precisione è Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, onorificenza e titolo che condivide con un altro illustre Cavaliere al Merito: tale Josip Broz, meglio conosciuto come Maresciallo Tito. Eh sì, perché Augias, che si scandalizza perché Berlusconi è Cavaliere, non si scandalizza del fatto che l’onorificenza di cui lui si fregia sia la stessa conferita, nel 1969, ad uno dei più feroci dittatori comunisti della storia, responsabile delle foibe e della pulizia etnica di decine di migliaia di italiani in Istria e Dalmazia.

Ora, la prima questione è capire come sia possibile che la Repubblica Italiana abbia conferito la sua più importante onorificenza ad un massacratore di italiani. La seconda questione è che, come tutti i moralisti, Augias tende a moralizzare la vita degli altri per non affrontare la moralità della propria. Nell’intervista alla Bignardi lui stesso ha cercato di banalizzare, ridendoci sopra, una storia emersa quattro anni fa da un interessantissimo libro del giornalista d’inchiesta Antonio Selvatici e costruito studiando scrupolosamente gli archivi della StB (la polizia segreta cecoslovacca); la storia riguarda un intero dossier, ritrovato negli archivi, dedicato all’informatore italiano Corrado Augias, nome in codice “Donat”.
In 135 pagine si elencavano gli incontri, i rapporti, i resoconti che tra il 1963 ed il 1967 interessavano il giovane Augias, allora funzionario Rai.

Ovviamente all’inizio Augias ha negato, annunciando querele mai presentate e dovendo poi ammettere che quei contatti c’erano stati sotto forma di “blande frequentazioni”. Rimane sorprendente la capacità camaleontica di molti intellettuali e corposi pensatori della sinistra italiana di nascondere la propria storia e le proprie responsabilità rispetto ad un passato ingombrante. Coloro che hanno giustificato gulag, Pol Pot, foibe, dittature caraibiche, rivoluzioni proletarie, che sono stati “frequentatori” di apparati stranieri non certo alleati dell’Italia, sono riusciti a cambiarsi d’abito alla velocità della luce, inserendosi tranquillamente nei gangli del potere. È la stessa capacità camaleontica che consentì a Berlinguer di denunciare la “questione morale” in politica, dimenticando la “doppia morale” del PCI. Il caso del cavalierato di Berlusconi va oltre la miseria della polemica politica e riguarda l’ipocrisia di un paese che non fa mai i conti con la propria storia.

Ora ci aspettiamo due cose: primo, che la Presidenza della Repubblica revochi la vergognosa onorificenza di Cavaliere al Maresciallo Tito. Secondo, che Corrado Augias, il grande moralizzatore, si autosospenda da Cavaliere al Merito in attesa di spiegarci per filo e per segno chi era l’agente Donat. Se, come lui ha detto, “uno che è condannato per frode fiscale non può essere Cavaliere”, allora non lo può essere neppure uno che “frequentava” i servizi segreti nemici.

(il Giornale)

martedì 18 marzo 2014

Votare non serve, l'Ue è solo una farsa. Ida Magli

 
Renzi “sfida l’Europa”, come afferma il Corriere della Sera, gridando ai quattro venti che l’Italia terrà fede ai parametri di Maastricht. Se non fosse che tali affermazioni riguardano sessanta milioni di cittadini italiani troveremmo paradossale o addirittura grottesca la situazione in cui si muove il capo del governo e le leggi che promette di mettere in atto entro i prossimi mesi. Sembra, infatti, che Renzi e tutti i politici insieme a lui, si siano dimenticati che la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge con la quale l’attuale Parlamento è stato eletto. Di che cosa parla, dunque, Renzi? Riformare la Costituzione mentre si è fuori dalla Costituzione? È così sproporzionato alla realtà il suo vagheggiare: ad aprile questo, a maggio quest’altro, che si finisce col lasciarsi trasportare nel mondo surreale dei suoi sogni.

È atrocemente squallido invece, e tuttavia altrettanto paradossale, l’affannarsi di tutti i politici per convincere gli italiani a votarli alle prossime elezioni europee, assicurandoli che combatteranno così contro l’euro, contro i tanto odiati burocrati di Bruxelles. Poveri italiani! Non si rendono conto che a coloro che perseguono la mondializzazione distruggendo i singoli Stati, ai veri unici Capi di cui non conosciamo il nome, l’unica cosa che serve è che i cittadini votino, riconoscendo così la validità dell’Unione europea. Non ha nessuna importanza a quale scopo votino: il “parlamento europeo” è una finzione visto che l’Unione europea non è uno Stato. Serve a fornire ricchissime poltrone ai politici, ma il trattato di Lisbona ha certificato l’impossibilità dell’Ue di diventare uno Stato. Soltanto uno Stato, ovviamente, può godere di un “parlamento”, tanto che perfino i costruttori dell’Unione europea non hanno riconosciuto al parlamento un’autonoma capacità di fare leggi. Siamo dunque, anche in Europa, nel mondo surreale di cui parlavamo a proposito di Renzi il quale infatti assicura, navigando a vele spiegate nel suo Superuranio, che si vedrà di che cosa l’Italia è capace quando assumerà con il prossimo semestre la guida dell’Europa.

In Italia, però, i politici somigliano tutti a dei piccoli e forse meno simpatici “renzi”. Mantenere la finzione rappresenta la parte più cospicua della loro attività. L’impero europeo deve continuare a esistere, o meglio a fingere di esistere agli occhi dei poveri cittadini che del trattato di Lisbona così come dei parametri di Maastricht non sanno nulla. La bandiera europea, che il trattato obbliga ad esporre soltanto nel giorno della festa dell’Europa, in Italia affianca sempre i governanti e sventola perfino sulla caserma del Comando generale dei Carabinieri, non si sa in base a quale precetto. Roma sembra la succursale di Bruxelles o di Strasburgo: è tutto uno sventolio di bandiere celesti piene di stelle che fingono l’esistenza di un Impero immaginario. Dato che non è uno Stato ma semplicemente un’organizzazione internazionale, l’Ue non può concedere nessuna cittadinanza, concessione che pertanto è illegittima; è illegittima la costituzione di una Banca estranea agli Stati come la Bce (che infatti appartiene per la sua massima parte ad azionisti privati) ed è illegittima, e dunque invalida, la cessione della sovranità monetaria ad una banca privata che i governanti italiani hanno fatto in nome dell’articolo 11 della Costituzione.

E i famosi parametri di Maastricht, quelli per i quali ci siamo svenati fin dall’inizio quando i cari Prodi, Ciampi, Amato ci esortavano a soffrire pur di poter entrare nell’eldorado dell’euro? Ebbene di quei parametri è stato detto di tutto. Ci si sono messi i maggiori economisti, banchieri, Premi Nobel d’Europa e d’America, a definirli: arbitrari, cervellotici, bislacchi, perfino “stupidi” (parola di Prodi, il quale non si vergogna mai di se stesso), ma Renzi insiste: “Dimostreremo che siamo capaci di tenervi fede”. Surreale, grottesca, folle? Non si trovano parole per descrivere la situazione di degrado logico, di straripamento da qualsiasi regola di ordine politico e sociale, di abbandono di ogni principio di realtà nel quale nuotano ormai senza sapere dove vanno politici, giornalisti, intellettuali. Esaltano l’Europa gridando: “Credo perché è assurdo”.

È indispensabile che almeno quei gruppi di cittadini che criticano le istituzioni europee, che vogliono la riappropriazione della sovranità sulla moneta e su tutto l’ambito che riguarda la Nazione e il suo territorio, non vadano a votare alle elezioni europee e convincano il maggior numero possibile di cittadini a non andarvi a causa della loro illegittimità. Bisogna che piuttosto si uniscano in un solo partito per ottenere al più presto il ritorno alla legalità con nuove elezioni e imporre nel parlamento italiano l’uscita dall’euro e dalle normative europee.

(il Giornale)

 

venerdì 14 marzo 2014

Liquidazioni. Davide Giacalone


Non lasciatevi distrarre dalla coreografia, per sdilinquirvi in piaggeria o allenarvi nella supponenza, e guardate la sostanza: Matteo Renzi ha posto in liquidazione sindacati e Confindustria; messo la mordacchia al suo partito; mentre guida un governo privo di opposizione politica. Il che gli consente di affrontare anche il tema della copertura finanziaria delle cose annunciate.

La più impressionante inversione a U è quella della Cgil, con Susanna Camusso che, per tenere il volante, è costretta a far finta di gioire. Ma non è che la Uil di Luigi Angeletti e la Cisl di Raffaele Bonanni siano messe meglio. Tutti stringono i denti e dicono: ha fatto quel che chiedevamo. Non ci credono minimamente, ma non hanno scelta: da molti anni il sindacato rappresenta gli interessi di una ridottissima minoranza di lavoratori dipendenti, ovvero dei soli beneficiati dall’operazione fiscale impostata dal governo. Che volete che dicano? Solo che non è una loro vittoria, bensì la dimostrazione della loro inutilità. La maggioranza degli iscritti al sindacato sono pensionati, inoltre, esclusi dall’operazione, ma singolarmente ricompresi per un taglio ipotizzato dal commissario Cottarelli che, però, è basato sul livello della pensione e non sulla differenza fra quel che è generato dai contributi versati e quel che è stato regalato nel tempo. Il sindacato chiede che la soglia sia più alta, ma togliere a chi incassa in ragione di quanto ha versato si chiama solo in un modo: furto.

La Confindustria tace, ma con quali sponde potrebbe porsi all’opposizione di un governo che promette la possibilità di contratti di lavoro triennali senza motivazioni e vincoli? E se è vero che sull’Irap c’è un’elemosina è anche vero che una parte degli industriali era favorevole all’operazione Irpef. Diciamo che si sono presi il lusso di potere star zitti. Il loro quotidiano, Il Sole 24 Ore, è dovuto andare di cerchio e di botte, al più dubitando.

Forza Italia ha un accordo di ferro, sul terreno di riforme elettorali e istituzionali che si danno per già fatte laddove sono sì e no avviate. Solo il tempo e le delusioni potrebbero portare ruggine, al momento pare oro. La destra di governo è riuscita a definirsi “sentinella delle tasse” e assistere alla presentazione di un programma che da una parte esclude gli autonomi da ogni beneficio, dall’altro porta la tassazione delle rendite finanziarie al top europeo. Che volete che facciano? Se rompono il problema non è perdere i posti, che già intristisce, ma le elezioni, che getta nella disperazione. Abbozzano, sorridendo per la foto. L’unica opposizione che nasce dal cuore è quella della gran parte del Partito democratico, maggioritaria nei gruppi parlamentari. Ma dove possono andare? A dire che vogliono il sistema elettorale proporzionale, che rifiutano gli sgravi fiscali per i dipendenti e inorridiscono per la tassazione delle rendite? (A me resta il dubbio che l’esclusione del titoli di Stato sia illegittima, però).

Ma i conti non tornano, si osserva da diverse parti. E perché? I soldi dell’edilizia e dei debiti ci sono, come qui descritto (da tempo). Gli sgravi porteranno a far salire il deficit, questo è sicuro, ma il governo potrà scaricare sul Parlamento l’onere di tenere fede agli impegni europei, barattando elasticità con riforme (è questa la logica dei contratti bilaterali). Che fanno, i signori parlamentari, non votano? Così non solo vanno a casa, ma con la colpa di avere affondato il Paese. Non vota il Pd? Per vedere il proprio segretario sostenuto dall’odiato nemico? Va loro ancora bene se Renzi non avverte l’impellente e berlusconiano bisogno di cambiare nome al partito, affinché sia chiaro che il passato è stato tumulato.

Tutto bene e alla grande, allora? La cosa più scombiccherata è la partita elettorale e costituzionale. Quella più pericolosa è l’eventuale scarto delle autorità europee (ieri la Bce ha fornito un assaggio). Ma attenti a non sottovalutare la liquidazione di forze un tempo considerate imprescindibili. Altro che concertazione di stampo ciampista, qui siamo a un passo da quel che non osò sognare neanche un illuso liberista. Posto che il confine con l’incubo è ancora labile.

Pubblicato da Libero



venerdì 7 marzo 2014

La grande bellezza sarebbe riconoscere l'Oscar di Berlusconi. Alessandro Sallusti


Per Renzi, l'Oscar alla Grande Bellezza è la prova che «non dobbiamo aver paura ad allargare le nostre ambizioni». Per Franceschini, ministro della Cultura, che «se l'Italia crede in se stessa, ha fiducia e investe nei propri mezzi può vincere».
Vendola ringrazia «tutti coloro che hanno reso possibile questa magnifica opera», la Boldrini afferma che «il cinema è risorsa fondamentale per la cultura».

Napolitano parla di «una grande vittoria per l'Italia», e la ministra europea alla Cultura Vassiliou esclama: «Fantastica Italia».
L'Italia della sinistra postcomunista e quella renziana (al momento teniamo una separazione in attesa di giudizio) si intestano il merito dell'Oscar di Sorrentino. Loro sì che sanno come si fa a far trionfare il made in Italy. Ma tacciono colpevolmente due cose. La prima. Il film è la presa per i fondelli del loro mondo, vuoto e ipocrita. La seconda è ancora più ridicola. Perché chi ha permesso a Sorrentino di salire sul palco, quello che - per citare i signori di cui sopra - non ha avuto paura di allargare le sue ambizioni, di investire propri soldi, quello che va ringraziato, quello che ha capito che il cinema è una risorsa e che ha contribuito a fare vincere l'Italia ha un nome e un cognome volutamente assenti dai loro commenti.

Si chiama Silvio Berlusconi, fondatore e azionista di maggioranza del gruppo Mediaset, la cui controllata Medusa ha creduto nel progetto di Sorrentino, prodotto (insieme a piccoli partner) e distribuito la pellicola.
Scusate Renzi, Franceschini, Vendola, Boldrini, Napolitano e soci: dire un grazie alla più importante e prestigiosa azienda culturale privata del Paese, Mediaset, è chiedere troppo? La risposta è scontata: troppo. Perché ammettere che Berlusconi, la sua famiglia e i suoi manager (Carlo Rossella e Giampaolo Letta a Medusa) sono il volano del migliore sapere italiano vuole dire sconfessare vent'anni di linciaggio mediatico. Significa rinnegare i fischi di giornalisti e cinefili di sinistra che alla mostra di Venezia accompagnano la vista del logo Medusa in testa di pellicola (anche per questo alla scorsa edizione del festival Medusa non presentò alcun film in concorso).
Ci sono voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è quell'associazione a delinquere immaginata dai magistrati italiani.

Oggi siamo orgogliosi di Sorrentino, ma anche di Mediaset e di quel folle di Berlusconi che continua a investire in un Paese così. E adesso, cari compagni, continuate pure a fischiare Medusa e a spiegarci che cosa è cultura e come si fa: siete come le patetiche caricature della Grande bellezza. Poca cosa.

(il Giornale)


giovedì 6 marzo 2014

Bocciatura da bocciare. Davide Giacalone


La Commissione europea gioca sporco. Che il debito pubblico italiano vada ridotto non è poco, ma è sicuro. Che le riforme vadano fatte, anche. Che qui se ne parla e non si quaglia, purtroppo è vero. Ma gli squilibri non sono solo nostri. I dati a nostro favore sono molti, ma omessi e nascosti. Elencare quali cose deve fare il governo italiano, ove non voglia incorrere in sanzioni e restrizioni che peggiorerebbero la nostra condizione, non è da leale collaborazione, ma da commissariamento. Mentre il surplus commerciale della Germania non è un’infrazione da buffetto sulla guancia, amorevolmente dato dai commissari, bensì una delle cause che genera squilibri gravi. La dimostrazione che c’è chi guadagna, dall’inerzia europea.

Surreali le parole del commissario Olli Rehn, pronunciate illustrando il rapporto della Commissione: “L’Italia dovrà mantenere il surplus primario per molti anni”. Peccato che non abbia avuto modo di citare i dati della stessa Commissione, dai quali risulta una solare verità: l’Italia è in avanzo primario da 21 anni (nel 2009 andammo in disavanzo per appena lo 0,8%). Nessuno è stato capace di fare altrettanto. Solo nel 2013 il nostro avanzo primario ha raggiunto i 36 miliardi, mentre la Francia, in tutta la sua storia, ha toccato il massimo avanzo primario nel 2001, per un ammontare di 21 miliardi. Non solo, ma posto che arrivammo alla crisi dei debiti sovrani con un debito pubblico troppo alto (colpa nostra), dal 2008 a oggi il nostro è cresciuto assai meno di quelli altrui, solo poco più di quello svedese, meno del tedesco, la metà del francese. Eravamo patologici, ricoverati nel reparto malattie infettive, in isolamento, ora siamo in corsia, con gli altri. Però la Commissione ci mette fra i soli tre con “squilibri eccessivi”: noi, la Slovenia e la Croazia. Spiacente, ma questa non è una constatazione contabile, bensì un’offesa politica e istituzionale. L’Italia non è solo uno dei paesi fondatori, la seconda potenza industriale e la terza economica, è anche il Paese che ha sganciato più di 50 miliardi, in quattro anni, per aiutare gli europei in crisi. Anche quelli vanno messi nel conto.

Perdiamo competitività, dice la Commissione. Ce ne lamentiamo con noi stessi da anni, invocando le riforme che anche la Commissione chiede. E’ colpevole non averle ancora fatte. Sottoscrivo. Ma il resto no: in questi anni siamo cresciuti nelle esportazioni in area extra Ue, e lo abbiamo fatto grazie a imprese, lavoratori e innovazioni capaci di navigare la globalizzazione e la competitività. Non crescono le esportazioni interne all’Ue, ma questo anche perché la Germania tiene chiuso il proprio mercato interno. E qui è necessario chiarire: un Paese può ben scegliere di esportare, arricchirsi e non far crescere la propria domanda interna, rientra nella sua autonomia politica e sovranità economica; ma non può farlo se ha in tasca la stessa moneta degli altri, se in questo modo importa risparmio altrui, tiene alto il cambio facendo scendere la competitività degli altri e paga tassi d’interesse minori per finanziare i propri debiti, grazie ai difetti strutturali dell’euro. Questo non è uno squilibrio è il massimo di ostilità e aggressività economica possibile. Un secolo addietro si sarebbe chiamata in modo più crudo: guerra.

Ne volete un bilancio provvisorio? Dal 2008 al 2012 gli investimenti nel debito pubblico, provenienti dall’estero, sono cresciuti di (soli) 24 miliardi per l’Italia (il 35% del debito lo abbiamo dentro i confini nazionali), di 297 per la Francia e di 345 per la Germania. Non c’è nulla d’innocente, negli attacchi che abbiamo subito. Le odierne parole della Commissione sono in quel filone.

La nostra colpa, qui continuamente denunciata, consiste nel procedere senza cambiare. Mica solo il mercato del lavoro, perché si deve aggredire la malagiustizia tanto quanto il satanismo fiscale. Chiedere deroghe senza riformare è da scemi. Ma pensare di riformare nel mentre si pagano più di 80 miliardi di interessi e ci si appresta a dovere tagliare ogni anno di un ventesimo il debito pubblico è da pazzi. Tedeschi e francesi sforarono ripetutamente quei parametri, senza che nessuno dicesse nulla, ora la Commissione annuncia che a noi potrebbe dire cosa, come e quando fare. In pratica commissariandoci. Non è accettabile. E non è da europeisti, perché in quel modo salta l’euro.

Alla nascita del governo Renzi scrivemmo che a parte i giovani e le donne, le chiacchiere e i calembour, la sostanza era una sola: avere la forza di trattare con la Commissione, facendo valere i nostri (notevoli) punti di forza e mettendo in moto il processo riformatore. Avevo supposto che, in quel senso, si potesse disporre di un certo appoggio americano, posto che la politica à la tedesca nuoce anche a loro. Qui, ancora, non s’è fatto nulla. Si va in giro per scuole, lasciando che i bimbi leggano discorsetti, in uno stile un po’ troppo alla Ceausescu. La prima mossa l’ha fatta la Commissione. Ed è oltraggiosa. Non si tratta di offendersi, ma di reagire. O sparire, perché inutili.

Pubblicato da Libero

martedì 4 marzo 2014

La lettera di Brunetta agli organi di stampa

 


“Stimati direttori, con il dovuto rispetto, avendo apprezzato la vostra poderosa e collettiva protesta contro il torto subito dall’“Ora della Calabria”, vorrei segnalare un caso di chiusura forzata di un sito, di libera espressione di critica e di pensiero, causata dal combinato disposto di Rai e di magistratura”.

È quanto scrive Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia e membro della Commissione di Vigilanza Rai, in una lettera aperta a tutti i direttori di giornali e telegiornali.

“Lo faccio oggi (ieri, ndr) – sottolinea Brunetta – in una occasione felice. Non ci siamo arresi infatti, e con altro nome quel pezzettino di libertà uccisa riprende vita: www.raiwatch.it dopo circa due mesi di oscuramento torna alla luce con il nome di www.tvwatch.it. Nel frattempo – prosegue Brunetta – ci spiace constatare che non si è udita alcuna sia pur sommessa voce di solidarietà o tantomeno di protesta per la ferita all’Articolo 21 della Costituzione, allorché il 5 gennaio scorso, il Tribunale di Bologna, su ricorso urgente della Rai, ha soppresso questo strumento di conoscenza e di democrazia, poiché figurava nel suo titolo quel nome che credevamo appartenesse a tutti gli italiani, per l’ovvia ragione che è dello Stato ed è finanziato con il canone. Quel sito – continua Brunetta – ospitava i testi delle interpellanze parlamentari e le risposte della dirigenza della Rai, le sentenze dell’AgCom, i liberi commenti di clienti paganti delle trasmissioni della televisione del servizio pubblico, convinti che il servizio pubblico debba essere giudicato, come dice la parola stessa, dal pubblico. Riprendiamo da dove avevamo iniziato. Mi sono assunto personalmente la responsabilità giuridica del nuovo sito. Confidando in un cenno di benevolenza – conclude – ancorché non ci sia da esigere le dimissioni da sottosegretario di un modesto senatore calabrese, ma assai più modestamente da eccepire sulla condotta del potentissimo direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, saluto cordialmente augurando buon lavoro e buona libertà di stampa per tutti, ma proprio tutti, persino per chi non è di sinistra”.

(l'Opinione)


 

domenica 2 marzo 2014

Beppe for God. Gianni Pardo


 
L’obbedienza come vantaggio e come abiezione

Una crudele ma immortale definizione dei boyscout così suona: quindici bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino. E tuttavia quella benemerita organizzazione un suo senso l’ha.

L’uomo è un animale sociale che, isolato, ha difficoltà a sopravvivere. È solo in associazione con altri che riesce a cacciare, a produrre, a difendersi. Le donne in tanto possono avere figli ed occuparsene in quanto l’uomo pensi al loro sostentamento nel tempo in cui esse stesse non possono farlo. Da tutto ciò deriva che l’individuo, ogni volta che si sente isolato, ha giustamente paura. Naturalmente tutto ciò è molto meno vero nella società progredita. Un’avvocata di successo, anche senza avere un compagno, può benissimo procacciarsi ciò che le serve per vivere, incluso chi badi ai figli mentre lei è al lavoro. E tuttavia il sentimento di pericolo, quando si è isolati, rimane. È questa la causa del conformismo. Chi caccia con gli altri e come vogliono gli altri, non solo avrà maggiori possibilità di catturare una preda, ma anche maggiori possibilità di averne una parte.

Per tutti gli animali sociali la salvezza è nel gruppo. È questa la ragione per la quale i ragazzi amano tanto essere boyscout. Innanzi tutto, mentre in casa sono “figli”, e dunque dipendenti e sottoposti agli ordini degli adulti in quanto adulti, fra i boyscout hanno finalmente una promozione e sono fra eguali. L’uniforme, come dice la stessa parola, è identica a quella degli altri e dunque è una prova dell’appartenenza al gruppo e contemporaneamente dell’indipendenza dalla famiglia. La stessa struttura paramilitare, anche se implica ordini e l’esecuzione di compiti, è fra pari. Chi comanda non è qualcuno che ha il solo merito di essere più vecchio, ma qualcuno che “ha fatto carriera”. Come potranno farla loro. Inoltre l’ordine non è dato “per il bene di chi lo riceve”, con ciò stesso proclamandolo inferiore, ma per il bene della comunità e di un ideale condiviso. Le regole sono prefissate e sovrastano tutti i singoli in quanto tali. Nel gruppo il ragazzo sente di avere raggiunto la massima sicurezza e la massima valorizzazione.

L’organizzazione dei boyscout è utilissima alla società. Questa tende infatti a fare dei ragazzi membri obbedienti della comunità e all’occasione buoni soldati. I boyscout sono stati molto ben visti dalla Chiesa e dagli Stati che più tengono alla coesione e all’inquadramento dei propri cittadini. Persino nell’Unione Sovietica, dove non osarono chiamarli col nome inglese di boyscout, per i ragazzi fu creato il corpo dei “Pionieri”. Ma la sostanza era la stessa.

La società tende ad insegnare ciò che è utile a sé stessa, non ciò che è utile al singolo. E proprio perché è utilissimo alla società, lo scoutismo è pernicioso per la personalità dell’individuo. Nel gruppo impara ad avere paura della solitudine e a cercare la protezione nel gregge. E se vorrà ragionare con la propria testa, se vorrà soppesare le varie opinioni, se si riserverà il diritto di decidere per sé, sarà tendenzialmente un reietto. Mefistofele prometteva la gioventù in cambio dell’anima, la società promette la sicurezza in cambio dell’indipendenza.

Una simile dicotomia tra potenza del gruppo e dignità intellettuale del singolo si ritrova anche nel mondo politico. Un partito veramente democratico - che lasci ai propri adepti la libertà di critica e, all’occasione, di voto - è meno forte di un partito tendenzialmente autoritario che pretenda dai propri membri, mentalmente in uniforme, la più totale obbedienza. Naturalmente per seguire una simile formazione bisogna avere ben poca stima della propria libertà di pensiero. Bisogna essere disposti a giurare sulla superiore saggezza dei capi, reputati infallibili. Ed è ciò che è avvenuto per lunghi decenni nei partiti comunisti.

Nel Pci il dissenso era concepibile soltanto ai più alti livelli e purché nulla ne trapelasse all’esterno. Per tutti valeva invece il verbo del Partito. Ciò che esso aveva stabilito era giusto, indiscutibile e obbligatorio: non rimaneva che obbedire. Se il Comitato Centrale arrivava a dire che quella ungherese non era una rivoluzione di popolo contro l’oppressione di uno Stato straniero ma una sommossa organizzata e pagata dagli imperialisti, timidi galantuomini come Giorgio Napolitano erano disposti a gridarlo nelle piazze.

È questo uno dei lati più patetici del M5S. Il comunismo, fenomeno grandioso sia nei progetti sia nei crimini, si nutriva almeno di una grande illusione palingenetica e si fondava sulle teorie di un supposto genio come Karl Marx. Qui invece è indiscutibile il pensiero di un tecnico capelluto come Roberto Casaleggio, o di un comico intollerante come Beppe Grillo. Francamente, la storia ha offerto pifferai migliori.

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