giovedì 17 maggio 2012

Al prossimo G8 l'Italia levi la sua voce a difesa dei cristiani. Firma anche tu

Non passa giorno senza che non ci pervengano notizie sulle persecuzioni contro i cristiani nel mondo. Barbari attentati durante celebrazioni rituali cristiane; legislazioni punitive nei confronti delle minoranze cristiane; persecuzioni indiscriminate e disumane. Non più tardi di due domeniche fa, tra il Kenya e la Nigeria, ventuno persone hanno pagato con la vita l’appartenenza alla fede in Cristo.

Crediamo sia urgente raccogliere l’invito che arriva ormai da molte parti a che l’Italia assuma un ruolo di primo piano nella denuncia, presso i maggiori organismi internazionali e intergovernativi - dalle Nazioni Unite, passando per il Consiglio Europeo, fino al G20 e al G8 -, dell’odio anticristiano.

Spesso il mondo musulmano, nella sua declinazione di ummah, di comunità islamica transfrontaliera, ha dato prova di sapere reagire, non sempre a ragione, a quelli che erano percepiti come attacchi verbali e fisici al proprio credo e ai propri fratelli, raccogliendo il sostegno dell’Onu. Ci pare urgente che l’Occidente ritrovi un forte senso della comune identità cristiana, anche attraverso un’azione di governo corale a livello internazionale già a partire del prossimo G8 di Camp David.

Siamo convinti che, in continuità con l’attenzione dimostrata su questo fronte dal precedente governo, tocchi all’attuale esecutivo italiano - anche alla luce dell’esistenza entro i confini naturali dell’Italia di Santa Romana Chiesa e del forte senso di adesione degli italiani ai valori cristiani - farsi portatore di un’iniziativa di politica estera che declini una strategia d’ampio respiro diplomatico, presso tutti i governi del mondo, soprattutto quelli dei paesi a maggioranza musulmana, laddove più frequentemente si manifesta l’arbitraria violenza anti-cristiana.

Crediamo infine che il valore della reciprocità in materia di trattamento delle minoranze religiose sia cemento indispensabile nelle relazioni tra le genti e i governi, soprattutto in un mondo destinato a essere sempre più interdipendente.

L’Occidente cristiano dà prova ogni giorno d’accettare la sfida politica del rispetto interreligioso nelle proprie società e nelle proprie terre. Lo fa talvolta anche pagando il costo di mutare in profondità e in poco tempo identità nazionali e religiose nate da esperienze storiche plurimillenarie. E’ giunto il tempo che il resto del mondo faccia la sua parte.

Chiunque voglia aderire a questo appello può lasciare un commento d'adesione a questo articolo o mandarci un'email a redazione@loccidentale.it indicando Nome, Cognome e Città.

Non esitate a far circolare questo appello su blog, social network, mailing list varie per ottenere il sostegno dei vostri parenti, amici e conoscenti. Ogni adesione in più può significare molto.

Grazie per il vostro sostegno.

La Redazione de l'Occidentale

Primi firmatari:

Anna Bono
Margherita Boniver
Lamberto Dini
Franco Frattini
Giancarlo Loquenzi
Alfredo Mantovano
Fiamma Nirenstein
Gaetano Quagliariello
Eugenia Roccella
Maurizio Sacconi

Hanno aderito inoltre:

Mariarosa Abbiati, Milano
Gian Paolo Babini, Lugo (Ra)
Maurizio Brunetti, Roma
Bruno Dore, Torino
Alfredo Errico
Celestina Lui
Marco Marcelli
Bartolomeo Pellegrino, Cuneo
Fernando Sannazzaro
Ritvan Shehi, Roma
Giovanni Stefanelli, Reggio Emilia

Non lamentatevi, lavorate di più. Marianna Rizzini

Metti un giorno un ministro che dice, con gran sprezzo d’ogni tetraggine autoconsolatoria: “Basta lamentele, lavorate sodo, lavorate di più, l’unica ricetta per la crescita è lavorare duro”. Metti un uomo politico che, col sorriso, in maniche di camicia, in un paese che pure ha varato misure da tempo d’austerità, una mattina, da un giornale autorevole, invita i giovani a fare “di più con meno risorse, ché questo è il ventunesimo secolo”, e a “saltare sull’aereo, fare impresa all’estero, studiare all’estero”, prendere “il jet” per fare un giro oltremare, e magari abbandonare l’idea di “vivere sul debito in eterna espansione piuttosto che dover guadagnare quello che spendiamo”. Succede a Londra, dove il ministro degli Esteri William Hague, ex capo dei Tory, rivisitando il “prendi la bicicletta e vai a cercare lavoro” di thatcheriana memoria, dice in un’intervista al Sunday Telegraph due o tre cose che non si sentono e forse non si pensano nell’Italia che parla volentieri di “quello che (non) ha”, per dirla con i cahiers de doléances televisivi di Roberto Saviano e Fabio Fazio, e meno volentieri di quello che (non) fa per uscire da una mentalità che spesso cozza contro i tempi, il “ventunesimo secolo” di cui parla Hague, quello dove si deve “fare di più” con risorse più scarse, concetto introiettato a suo tempo dal ministro, ex allievo dello Yorkshire con famiglia impegnanta nel business delle bevande analcoliche.

Difficile, difficilissimo immaginare un Hague a Roma. Nel ’49 Alcide De Gasperi aveva detto qualcosa di simile all’Italia malconcia del Dopoguerra, quella del Neorealismo, piena di energia ma non ancora giunta sulla via del boom: se non c’è lavoro “imparate una lingua e andate all’estero”, ma il concetto, che si scontrava con il solidarismo tipico dell’impostazione ideologica di area Pci, finì al tappeto, tra le idee furiosamente impopolari che periodicamente si affacciano. Lavorare sodo, coltivare lo spirito avventuriero del “più rischio più guadagno”: la linea immaginaria De Gasperi-Hague non è conciliabile con la lamentela declinata con tono da mortorio ineluttabile, col bestiario cupo dei nostri giorni, e rischia la scomunica riservata alle battute di Mario Monti, caduto improvvisamente negli inferi della generale riprovazione, di sinistra come di destra, per aver detto “che noia il posto fisso”, per giunta in tempi di crisi.

E però qualcuno accoglie le parole del ministro degli Esteri inglese con un “finalmente”. Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, “sottoscrive” tutto quello che ha detto Hague, ancora memore della volta in cui, a una trasmissione televisiva, si trovò a dibattere “con un ospite scandalizzato anche soltanto al pensiero di un giovane che si sposta da sud a nord, figurarsi dall’Italia all’estero”. “L’idea prevalente è che tutti debbano restare nel bozzolo, protetti non si sa da che cosa”, dice Panebianco. “E non importa far notare che magari a spostarsi sono i più svegli, gente che prima o poi tornerà e porterà idee nuove e ricchezza nuova. Niente: un ragazzo che va dove ci sono maggiori opportunità è quasi inconcepibile. Si rimane bloccati in una rete di protezione familiare che è contemporaneamente rete di servizi non visibili resi alla famiglia stessa. C’è una sorta di ideologia nazionale contraria alla mobilità geografica in un paese dove la situazione di bassa crescita, protraendosi per lungo tempo, ha fatto sì che si consolidassero fortissimi interessi al mantenimento dello status quo. E non importa se questo significa resistere alla crescita”.

Dall’area “Noise from Amerika”, collettivo di economisti italiani giunti oltreoceano come “cervelli in fuga”, dove pure il professor Sandro Brusco dice “non mi piacciono le prediche morali, prima le riforme”, giunge un “sì senza dubbio” allo “stop ai lamenti e lavorate” pronunciato da Hague: “Ha ragione da vendere”, dice Michele Boldrin, docente alla Washington University in Saint Louis, “si cresce solo producendo di più e produrre di più richiede che si lavori di più e meglio, la domanda viene da lì”.

Poi c’è chi l’aereo l’ha già preso, come il ventinovenne calabrese Emiliano Ferragina, ricercatore ad Oxford, convinto che in Italia “la generazione dei venti-trentenni non sia ancora entrata nell’ottica giusta: molti sono ancora convinti che vivranno e lavoreranno nelle condizioni usate – e sfruttate – dai propri genitori. Noi abbiamo avuto un’ottima adolescenza pagata da genitori che hanno avuto un’ottima età lavorativa, ma dobbiamo capire che ora è diverso, e che un’età lavorativa più tribolata, meno sicura, non significa necessariamente un dramma. Scontiamo una cultura poco dinamica, ma è vero anche che cerchiamo lavoro in un quadro vecchio, con un sistema educativo inadeguato ai tempi. Risultato: molti giovani si sono incartati, ma non serve, ora, piangersi addosso”. “Rimboccarsi le maniche”, dice il giovane direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi, “e rendersi conto che impegnadosi a raggiungere qualcosa magari lo si raggiunge è concetto che fa fatica ad affermarsi in una società che da vent’anni è stata assillata dall’idea del ‘prendersi la vita più comoda’, del non dare troppa importanza ai soldi. Ora però ci si accorge che la decrescita non è un fenomeno felice”. La visuale è un’altra, dice Mingardi, si comincia ad avvicinarsi alla constatazione che “gli uomini fanno quel che fanno perché gli manca qualcosa. Tuttavia in Italia, per un uomo politico che viene vissuto come persona ‘sottratta alla tempesta del mercato’, è difficile parlare come Hague senza incontrare resistenza”. Per esempio le parole del ministro degli Esteri inglese non piacciono a Lucia Annunziata: “Prima si trovino i soldi per far ripartire l’Europa, il problema non è lo stile di vita”, dice respingendo le esortazioni di Hague con un “no, grazie, è solo retorica speculare a quella sui bamboccioni e sui fannulloni, e lo dico non per difesa dei giovani. Mi verrebbe da dire: ora sono i politici che devono andare e fare, invece di scaricare il barile sul lifestyle”. Dal think tank Italia Futura, invece, lo storico Andrea Romano, convinto che “il jet vada preso, sì, ma tra i 18 ei 24 anni, sapendo di avere la possibilità di tornare indietro”, invita a riflettere sul fatto che “in questo decennio depressivo, permeato di pessimismo rinunciatario così diverso dall’ottimismo un po’ ideologico degli anni Ottanta e Novanta” si siano diffuse “ricette difensivistiche da clima declinista, come se fossimo condannati a crescere poco, come se il declino fosse una condizione strutturale, come se la crescita fosse negativa di per sé, come se si fossero irrimediabilmente ridimensionate le nostre aspettative”.
William Hague può suonare cinico, di sicuro non è iperprotettivo (ma anche l’iperprotezione può uccidere).
© - FOGLIO QUOTIDIANO

mercoledì 16 maggio 2012

Vorrei

Vorrei leggere un libro non sponsorizzato da "Repubblica", vorrei vedere un film che non piace agli intellettuali di sinistra, vorrei andare in vacanza dave non vanno i radical chic, vorrei mangiare cibi non biologici, vorrei non avere il fotovoltaico, vorrei non versare il 5 per mille ai soliti noti, vorrei andare a piedi o in bicicletta quando lo decido io, vorrei dare ai miei figli l'educazione che ritengo più consona, vorrei parlare bene di Berlusconi e male di Monti, vorrei dire che sono di centrodestra ... senza che ci sia qualcuno che alza il ditino e mi rimprovera di non essere politicamente corretto.

venerdì 11 maggio 2012

Gambizzato e isolato. Davide Giacalone

Più passano le ore, e oramai i giorni, più fa impressione il vuoto istituzionale, politico e culturale creatosi attorno a Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, gambizzato lunedì mattina. Sembra che il delinquente sia la vittima, o, quanto meno, che una volta prese adeguate informazioni queste suggeriscano l’opportunità di non esporsi. Eppure, nel gennaio scorso, quando due cittadini cinesi, Zhou Zenge e la figlia Joy, furono ammazzati, a Roma, il presidente della Repubblica si precipitò in ospedale per visitare la moglie e madre delle vittime, portare la solidarietà degli italiani e assicurare che le autorità competenti avrebbero fatto di tutto per assicurare alla giustizia i colpevoli. Lo fece sebbene il commerciante cinese fosse stato rapinato di una notevole somma di denaro, frutto della raccolta che faceva quotidianamente, presso i colleghi, i quali non versavano i guadagni in banca, ma a lui. Quindi non è che fosse poi tutto così limpido, ma ciò non toglie che era stato ammazzato e che il presidente volle testimoniare l’assenza, in Italia, di odiosa xenofobia. Giustissimo, bravo. Ora, però, non vorrei si fosse razzisti contro gli italiani.

Al Quirinale s’è celebrata anche la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, ma a nessuno è venuto in mente che ce n’è una ancora con la gamba fracassata da una pallottola, sicché, forse, si poteva celebrarla a Genova, quella giornata o, comunque, dire da Roma che ci si sentiva tutti gambizzati. Una parola, un gesto, un pensiero. Nulla.

Napolitano sta alla larga, ma in quell’ospedale non si sono visti membri del governo o capi partito. Nessuno. E siccome tutto questo è pazzesco, abbiamo il dovere di chiedercene il perché. Dato che le risposte possono essere diverse, ma nessuna bella, desidero prima di tutto manifestare la mia personale solidarietà a chi è stato vilmente colpito, esprimendo anche la speranza che sia arrestato non solo il gruppo di fuoco, ma tutta intera l’organizzazione di cui fa parte, che siano condannati e che nessuno li scarceri perché magari si diranno pentiti, come spero che esista, da qualche parte, un’intercettazione telefonica dedicata alla prevenzione del terrorismo, oltre alle quintalate impiegate per scandagliare il pericolosissimo meretricio.

E veniamo agli errori di Adinolfi. Primo: si è fatto sparare da gente che suscita gli entusiasmi sbagliati. Avesse avuto cura di farsi gambizzare da quelli che prendono gli applausi fra le svastiche e le croci celtiche, oggi potrebbe contare su una corale solidarietà, invece l’ambientino che festeggia è quello del terrorismo comunista che, come si sa, non può e non deve esistere, e se si firma in quel modo vuol dire che è “sedicente”, o frutto delle macchinazione dei “servizi deviati”. Non so chi abbia sparato, ma so che la rete frizza di comunisti assassini e compagni d’assassini, che parteggiano per gli sparatori. Indagando seriamente si potrebbe individuarli e arrestarli tutti. Secondo errore: lavorare per Finmeccanica. Non sta bene, il nome di quell’azienda deve essere accoppiato a due concetti: armi e tangenti. E che vuole, la solidarietà? Terzo errore, aggravante del secondo: per giunta dirige un’azienda impegnata nel nucleare. Che sarebbe la dimostrazione della nostra eccellenza tecnologica, nonostante il masochismo che ci tiene fuori dal nucleare civile, ma, invece, lascia lo spazio a sospetti: lavora quasi solo all’estero, si muove nei paesi dell’est, ha commesse milionarie, chissà che ha combinato. Insomma, non si arriva a dire che hanno fatto bene a sparargli, ma ci manca un pelo.

Gli uomini dello Stato italiano, conoscendo bene sé stessi, si vergognano dello Stato italiano, e delle sue aziende. Quindi corrono a solidarizzare con le vittime cinesi, ma risparmiano sul telegramma ad un italiano, sospettando che, un giorno, potrebbe essere loro rimproverato. Come quando non si seppe vedere il sorgere del terrorismo, negli anni settanta del secolo scorso. Sono fatti di pasta tremula, che s’irrigidisce solo nell’arroganza di voler conservare il posto. Sul Colle più alto si regolino come credono, ma avrei un consiglio per il trio schiaffeggiato nelle urne, Alfano, Bersani e Casini: partano da Roma in ginocchio e si rechino a Genova, chiedendo scusa per il ritardo. Lo facciano per rispetto di sé stessi. Se poi si dimostrerà che il colpevole è lo sparato, anziché lo sparatore, si ricordino che in quelle aziende le nomine le fa la politica, cioè loro.

giovedì 10 maggio 2012

Per la sinistra c'è Première dame e Première dame...

Guai (seri) a chi tocca Valérie. Non ha ancora messo ufficialmente piede all’Eliseo ma la nuova Première dame di Francia già punisce chi osa “offende” il suo ruolo. La prima vittima della signora Trierweiler in Hollande è stato il giornalista sportivo della stazione radiofonica RTL, Pierre Salviac, che all'indomani della vittoria elettorale del suo compagno François ha ‘cinguettato’ qualcosa che ha dato tremendamente fastidio alle orecchie di Valérie: “A tutte le mie colleghe dico: ‘fate sesso utile, avrete una chance di ritrovarvi première dame di Francia’”.

Un tweet che per essere stato considerato sessista e volgare è costato addirittura la carriera al cronista. Il post condannato senza riserve dalla rete ha scatenato le ire della direzione dell'emittente radiofonica che prima ha emesso un comunicato in cui si condannano “senza alcuna riserva” le parole “intollerabili e totalmente inaccettabili” del giornalista e poi ha annunciato l'interruzione del rapporto di collaborazione. E non sono bastate le scuse di Salviac per quel cinguettio un po’ infelice. La blogosfera lo ha messo al rogo senza ripensamenti.

Quella stessa blogosfera che fino a due giorni fa non si è fatta problemi a sbeffeggiare anche con toni non troppo sobri chi ha preceduto Valérie, Carla Bruni, coprendola di sfottò e battutine d’ogni genere. Come volevasi dimostrare, l’opinione pubblica in soli due giorni di distanza ha dimostrato riguardo alle due signore di usare due pesi e due misure. E per un solo tweet! Della serie, perché una Première dame di sinistra non è uguale a una Première dame di destra…(l'Occidentale)

Campane. Jena

Fossi un leader politico rifletterei su queste parole citate da Hemingway: «Non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te». (la Stampa)

mercoledì 9 maggio 2012

Movimento 5 stelle


Significato delle 5 stelle:

1)Energia pulita

2)Acqua pubblica

3)Internet libero

4)Rifiuti zero e riciclaggio spinto

5)Piste ciclabili

http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf

Da Hollande all'Ue. Davide Giacalone

Chi pensa la Francia sia andata a sinistra ha perso l’orientamento. Chi pensa sia ora aperta la via per il ritorno alla spesa pubblica allegra ha perso anche tutto il resto. La costante elettorale europea, in questa stagione, è una sola: chi governa perde le elezioni. E le perde non solo a causa della crisi, ma perché dimostra di non sapere come uscirne. Vale per ogni dove, Germania compresa (la signora Merkel perde le elezioni amministrative una appresso all’altra, mentre i suoi alleati, liberali, sono evaporati). Gli elettori europei hanno voglia di punire chi li governa, e se potessero votare sull’Europa e sull’euro farebbero sentire la loro rabbia. I francesi, poi, non hanno affatto smesso di votare: al primo turno presidenziale la maggioranza era di destra; al secondo hanno mandato a casa Sarkozy; a giugno voteranno per il Parlamento, facendoci entrare trionfalmente la pattuglia della Le Pen. Alla faccia della svolta a sinistra. Il risultato finale potrebbe essere la coabitazione, fra un presidente socialista e una maggioranza parlamentare diversa. Verso la stessa sorte viaggiano i tedeschi. In Gran Bretagna già c’è un governo di coalizione (cosa rarissima, da quelle parti). Quella è la formula prevalente, resta da stabilirsi la cosa più interessante: per fare cosa?

La vittoria di François Hollande è un bene, ma solo perché è la sconfitta del predecessore e del suo avere incarnato l’arroganza cieca dell’Europa parametrale, asservendosi al governo tedesco. Il programma di Hollande è un’illusione, consistente nel credere che si possa viaggiare a ritroso nel tempo, riconquistando il passato. E’ l’eterno equivoco che ottenebra la sinistra, non appena s’abbandona ai propri incubi: credere che la ricchezza si possa prenderla ad altri, anziché produrla. Resto dell’opinione qui argomentata: facendo vincere Hollande i francesi hanno fatto un piacere a noi e all’Europa, meno a sé stessi.

Il problema vero, adesso, non è stabilire come reagiscono i mercati, perché lì siamo, oramai, nel campo della superstizione. La relazione fra le cose che accadono realmente e i drizzoni di borse e valute è in gran parte immaginifica, sicché fanno ridere tanti titoli di giornali. Fin qui l’unica cosa che ha somministrato bromuro agli speculatori è stata la decisione della Bce di dare liquidità alle banche, affinché la riversassero nei debiti pubblici. Il sintomatico ha funzionato, ma scemano gli effetti. Occorre dedicarsi alla sostanza.

Così vedo le cose: a. per far funzionare l’Europa parametrale c’è solo la ricetta tedesca, difatti ci siamo dotati di un governo presieduto da chi si definisce “il più tedesco degli economisti italiani” e ci siamo dedicati ai “compiti a casa”, tale ricetta ha un difettuccio, dato che porta gli elettori europei a desiderare la fine dell’Unione e dell’euro, né si può sostenere abbiano torto, perché gli effetti recessivi di tale ricetta sono evidenti; b. pensare di mollarla per adottare eurobond e altri strumenti destinati a stare nel solco delle scelte Bce significa non avere capito un accidente di come la crisi è nata e ci ha sventrati; c. la vera strada alternativa consiste nel rimediare all’errore originario, vale a dire aver fatto nascere l’euro prima dell’Europa, il che vuol dire maggiore integrazione istituzionale, maggiore omogeneità politica (elettori europei che votano per l’Europa), maggiore devoluzione dagli stati nazionali alle istituzioni federali. La classe dirigente europea dimostrerà d’esistere quando si cimenterà con questo problema, altrimenti ci sarà un portentoso rinculo.

Francesi, tedeschi, spagnoli, greci, italiani e tutti noi europei votiamo in dialetto. Usando il vernacolo vediamo crescere contradaioli assatanati, che schiumano rabbia in lotte di quartiere. Intanto il mondo viaggia su rotte globali, assistendo esterrefatto e divertito (fregandosi le mani) a quei quattro pirla viziati d’europei che sono fra i più ricchi e potenti al mondo, ma non contano nulla, si fanno la guerra fra di loro (in Libia la si è fatta con le armi, mica a chiacchiere, e anche per questo è una gioia vedere Sarkozy imboccare l’uscita), nel mentre i loro cittadini non sanno più chi far vincere pur di far perdere chi governa.

Qui non tira vento di sinistra, né di destra. Qui si deve cambiare aria e riprendere a pensare con la mente rivolta al futuro, senza la paura di mollare la gran parte di quel welfare state che nei miti collettivi sarebbe lo stato capace di favorire il benessere, ma nei conti effettivi è lo stato che brucia ricchezza producendo tassazione & lottizzazione.

venerdì 4 maggio 2012

La missione di Bondi. Davide Giacalone

La sorte del governo, quindi anche di questa anomala stagione istituzionale, è nelle mani di Enrico Bondi. Il commissario con cui il governo commissariale ha deciso di commissariarsi. La scommessa è quella di effettuare tagli della spesa pubblica in tempi e misura tali da potere evitare, il prossimo settembre, di far crescere di altri due punti l’iva, bastevoli per aggravare la recessione e far salire esponenzialmente la pressione sociale. Temo che tale scommessa sarà fallita, ma credo anche che sarebbe meglio fosse vinta. Quindi va preso sul serio, il lavoro assegnato a Bondi.

I trascorsi professionali di Bondi sono eccellenti, ma incongruenti: lo Stato non è un’azienda e la spesa pubblica non ha nulla a che vedere con il bilancio societario. La continuità che si chiede a Bondi, quindi, consiste non tanto nell’esperienza già fatta, ma nell’autonomia e non condizionabilità già dimostrate. Sono sicuro che tali qualità resisteranno alla prova, lo sono meno che portino al risultato auspicato. Ma lo spero. Teniamo i piedi per terra e cerchiamo di capire cosa e come si può fare, valutandone anche le conseguenze politiche.

La spesa pubblica ammonta (dati 2011) a 820 miliardi. 87 se ne vanno per pagare gli interessi sul debito pubblico. Tale cifra è destinata a crescere, sia perché il debito non si comprime, sia perché i mercati continuano a penalizzarci e la camicia di forza di un euro non governato c’impedisce la difesa, quindi paghiamo tassi d’interesse alti. Per tagliare questa spesa c’è un solo modo: abbattere il debito pubblico. Farlo aumentando la pressione fiscale è suicida, ma anche inutile. La fiscalità forsennata fa scendere produzione e consumi, deprime il prodotto interno lordo e, quindi, fa crescere il peso percentuale del debito. La via sana è quella di vendere il patrimonio pubblico non adeguatamente valorizzato e non essenziale. E’ enorme, il che ci permetterebbe non solo di sdebitarci, rientrando nella media europea, ma di accumulare risorse per investimenti pubblici in infrastrutture, con il doppio beneficio di modernizzare il Paese e far crescere il pil. Fin qui non s’è visto nulla, sicché restiamo in pochi a parlarne.

Tolti gli oneri del debito, meno della metà della spesa rimanente se ne va in pensioni e sussidi ai bisognosi. Si può pensare di togliere qualche sussidio mal indirizzato, si può cancellare qualche invalidità inesistente, si può fare pulizia (che è un bene), ma gran risparmi non se ne fanno. Resta l’altra parte, più della metà, all’incirca il 24% del pil, che è composto da spese fisse: stipendi e acquisti. Posto che la spesa per investimenti è ridotta al lumicino, dato che quando i governi devono tagliare non fanno che accanirsi su quella voce (oramai sono rimasti 36 miliardi), il grosso del lavoro si deve fare sui costi fissi. E qui sono dolori.

Da tempo vado sostenendo che si devono cambiare regole del gioco, lasciando al mercato il compito d’amministrare convenientemente anche risorse dirette a scuola, sanità, giustizia, ecc.. Temi sui quali torneremo, perché da lì, dal bisogno di far dimagrire il ciccione statale, anche ridiscutendo il welfare, non si scappa. Ma restando nello schema attuale, né è credibile che Bondi possa cambiarlo da qui a settembre (gli hanno dato poteri commissariali, mica imperiali e globali), tagliare significa mettere lì le mani. Tenuto presente che le due componenti si reggono a vicenda: più hai dipendenti, più paghi in stipendi, più paghi in strutture e acquisti con i quali occuparli. E’ il mostro statale: più è grosso, più ti costa, più accrescere funzioni, soffocando quelli che producono ricchezza, siano essi imprenditori o lavoratori.

Il Pdl non è stato capace di tagliare questa spesa, riformando la macchina statale. E’ una responsabilità politica, per niente attenuata dall’avere avuto in seno componenti schiettamente stataliste o scioccamente federaliste. Però, almeno, quella parte politica si diceva teoricamente favorevole a un simile indirizzo. Il Pd, invece, non solo non è mai stato favorevole, ma quando un suo esponente, Nicola Rossi, si spinse a ragionare di questi temi lo misero alla porta. Ora, voi volete dirmi che, da qui a settembre, il Pd è pronto a favorire una politica di tagli nel settore stipendi e acquisti, così invertendo la propria posizione e dando torto ai sindacati, in primis alla Cgil? Non è che non mi piacciano i miracoli, è che faccio fatica a crederci.

Tutto ciò senza dimenticare che i tagli devono servire a diminuire la pressione fiscale, altrimenti il loro effetto è recessivo. Meno delle tasse, ma comunque recessivo.

mercoledì 2 maggio 2012

Il pareggio di bilancio? Frena la crescita. Antonio Martino

Il 16 marzo 1876 Marco Minghetti annunziò trionfante il raggiungimento dell'obiettivo perseguito con tenacia per anni: il pareggio del bilancio pubblico. Gli uomini della Destra storica consideravano quell'obiettivo condizione ineliminabile di correttezza nella gestione della cosa pubblica: come le famiglie e le imprese, anche lo stato non doveva fare il passo più lungo della gamba, spendere soldi che non aveva, indebitandosi. Erano perfettamente consapevoli del fatto che tale politica era contraria al loro interesse di parte (la "tassa sul macinato" era molto impopolare) ma ciononostante la proseguirono perché credevano che realizzasse l'interesse nazionale.

Il 18 marzo la "rivoluzione parlamentare" fece cadere il governo e, dalle successive elezioni, la Destra storica scomparve. E' stata la classe politica di gran lunga migliore che l'Italia unita abbia avuto e il suo suicidio politico a occhi aperti lo conferma. Il 24 ottobre 1946, alle ore 17, si riunì la Sottocommissione all'Assemblea costituente. La riunione fu molto breve il che può essere spiegato in un solo modo: erano tutti d'accordo sul significato di quello che stavano facendo, specie per l'ultimo comma dell'articolo 81 che, come voi sapete, recita «ogni altra legge che imponga nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». A quella riunione partecipavano due personaggi fra loro molto diversi, uno piemontese e l'altro lombardo, uno liberale e l'altro democristiano, uno liberista e l'altro fautore della programmazione, ma che avevano in comune la stessa tradizione culturale incorporata negli studi italiani di scienza delle finanze e che concordavano assolutamente su questo punto. I due personaggi si chiamavano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni.

Luigi Einaudi in quella riunione disse che l'ultimo comma dell'articolo 81 costituisce «il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore allo scopo d'impedire che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate». Questa tesi fu appoggiata dall'onorevole Ezio Vanoni, il quale precisò che «la norma è una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che è opportuno che, anche dal punto di vista giuridico, il principio sia presente sempre alla mente di coloro che propongono spese nuove». «Il governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agiti nel paese e che avanzi proposte che comportino maggiori oneri finanziari». Come noto, a partire dai primi anni Sessanta quella regola venne abbandonata: il governatore della Banca d'Italia la definì (1963) «principio arcaico», un famigerato giurista di sinistra ha costruito la sua formidabile carriera sostenendo in un ponderoso volume che l'articolo 81 non poteva imporre il pareggio del bilancio… perché ciò sarebbe stato contrario alla teoria keynesiana! Il risultato fu che quella regola fu ignorata finché non è stata riscoperta per "salvare" l'Europa (sic).

In realtà il principio del pareggio è regola sacrosanta quando le pubbliche spese non superano il 10% del reddito nazionale (come al tempo di Minghetti) o si aggirano sul 30% (come all'epoca di Einaudi e Vanoni) ma, quando il rapporto della spesa pubblica sul reddito nazionale supera il 52% come adesso, il perseguimento del pareggio realizzato tentando di fare aumentare le entrate è semplicemente demenziale e ha conseguenze potenzialmente disastrose. A questi livelli di spesa la forma di finanziamento - imposte o indebitamento - è del tutto irrilevante: si tratta di un livello insostenibile e incompatibile con lo sviluppo e l'occupazione. Pareggiare il bilancio significa pretendere di prelevare con i tributi il 52% del reddito al contribuente medio; quanto dovrebbero sborsare coloro che hanno redditi superiori alla media, il 60 o 70 per cento, e le imprese il 90 o più percento? Solo un folle può credere che la crescita sia possibile in queste condizioni.

L'Italia non era a rischio di default: è il paese più solido della zona dell'euro; il governo "tecnico" non l'ha salvata da un bel niente, non ha "messo in sicurezza i conti", né tanto meno creato le condizioni della crescita. Si è limitato a piegarsi supinamente di fronte all'idiotismo del diktat tedesco sintetizzato nello sciagurato fiscal compact, impegnando di pareggiare il bilancio entro il 2013 (ora slittato al 2014), dimostrando che l'economia non è pane per i denti di tecnici arroganti e ignoranti. Come avrebbe detto il maestro di Milton Friedman (Frank Knight): "Il guaio non è che sanno così poco di economia, il vero guaio è che sanno tante cose sbagliate"! (Notapolitica)

Gli errori della lotta all'evasione. Gianni Pardo

La lotta all’evasione fiscale viene vista da molti come uno dei rimedi ai problemi finanziari del Paese. Il ragionamento è semplice: ammesso che ci sia un’evasione del trenta per cento, se lo Stato fosse in grado di scovare i cattivi contribuenti e di costringerli a pagare il dovuto, il gettito fiscale aumenterebbe del trenta per cento, con grande sollievo delle finanze pubbliche.

Sembra ovvio e non è. Dalla indubbia plausibilità morale ed istituzionale di queste iniziative non deriva necessariamente la loro opportunità economica.

Il punto di vista morale è semplice. Dei servizi dello Stato beneficiamo tutti e questi servizi sono pagati con le tasse e le imposte: dunque chi ne approfitta ma poi non paga la sua parte somiglia a qualcuno che va al ristorante con gli amici ma al momento di pagare si rifiuta di contribuire. E questa è cosa eticamente ed economicamente inammissibile. Gli evasori, come ha ripetuto uno spot televisivo del Ministero, sono simili ai parassiti delle piante e degli animali. Costringerli a fare il loro dovere è cosa giustissima.

Questa attività di repressione non dovrebbe però tendere a ricuperare gettito per l’erario: infatti l’aumento di tale gettito non sempre è una cosa positiva.

Questo concetto è meglio chiarito con un esempio. Immaginiamo che il gettito fiscale dello Stato sia del quarantacinque per cento del prodotto interno lordo e che l’evasione sia al 30%. Se si eliminasse in un solo colpo l’evasione, il gettito aumenterebbe di quel 30% e la pressione fiscale andrebbe all’incirca al 58,5%. Trionfo? No: disastro. Infatti una pressione del 58,5% strangolerebbe il Paese.

Il ragionamento può essere ulteriormente semplificato così. Si immagini un Paese con una pressione fiscale del 50% e una evasione fiscale del 50%. Qui, se tutti pagassero il dovuto, il gettito raddoppierebbe e si arriverebbe ad una pressione fiscale del 100%: cioè lo Stato sequestrerebbe tutta la ricchezza prodotta e non si capisce di che cosa vivrebbero i cittadini.

Chi vuole avere la lana deve tosare la pecora, non ammazzarla. La pressione tributaria non può andare oltre un certo limite, sia perché sarebbe una rapina nei confronti dei cittadini, sia perché, se si esagera con tasse e imposte, l’economia langue e il gettito fiscale diminuisce invece di aumentare.

C’è un detto, giustissimo, che si ripete spesso: “Se tutti pagassimo le tasse tutti ne pagheremmo meno”. O almeno, sarebbe giustissimo se lo Stato, una volta che avesse successo nella lotta all’evasione fiscale, poi si ricordasse della seconda parte del detto. Se invece con quella lotta vuole far cassa sbaglia obiettivo e può danneggiare la nazione.

Anche qui soccorre un esempio elementare. Immaginiamo che ci siano settanta imprenditori che pagano il dovuto, poniamo dieci a testa, e trenta imprenditori che evadono tasse e imposte e non pagano niente. Lo Stato incassa settanta. Poi con la lotta all’evasione identifica i trenta infedeli, li costringe a pagare ma quelli, che erano marginali, falliscono, non pagano niente e mettono sul lastrico i loro impiegati e i loro salariati. Se invece lo Stato identificasse i trenta evasori e li costringesse a pagare sette a testa, e sette a testa pagassero anche i contribuenti fedeli, lo Stato incasserebbe gli stessi settanta dell’inizio: la pressione fiscale non aumenterebbe e ci sarebbe un rilancio dell’economia. I trenta imprenditori meno efficienti riuscirebbero infatti a sopravvivere, i settanta più efficienti, versando meno allo Stato, potrebbero investire di più, potrebbero modernizzare le loro aziende ed essere più competitivi in campo internazionale.

La lotta all’evasione deve avere come scopo l’equa suddivisione del carico fiscale, non il suo aumento. Fra l’altro un abbassamento della pressione fiscale disincentiva la tentazione dell’evasione e può far aumentare il gettito. I cittadini che con entusiasmo vindice sono felici di vedere colpiti gli evasori hanno sentimenti condivisibili dal punto di vista morale ma non condivisibili dal punto di vista economico. Lo Stato dovrebbe mettersi a dieta e frenare la sua ingordigia. Non dovrebbe avere più soldi, ne succhia già abbastanza. Dovrebbe divenire più bravo nell’esazione per riscuotere da tutti, ma meno da ognuno.

È stato ripetutamente mostrato uno spot televisivo che denuncia gli evasori fiscali come parassiti della società, in quanto consumano beni e servizi che non hanno contribuito a finanziare. L’immagine è corretta. Ma non si dovrebbe dimenticare che anche la pubblica amministrazione vive della ricchezza che i cittadini producono. La lezione sui parassiti va fatta sia agli evasori fiscali sia allo stesso Stato, che ogni tanto farebbe bene a guardarsi allo specchio. (il Legno storto)

1 maggio 2012. Andrea Marcenaro

Pare che ce l’abbia fatta, Cheng Guangcheng. Che sia riuscito a fuggire tra mille pericoli dalla sua abitazione nel nordest della Cina, dove lo tenevano in arresto illegalmente, e che abbia raggiunto Pechino per rifugiarsi nell’ambasciata americana. Tra l’altro è cieco, il dissidente Cheng, e raccontano che sia caduto più volte nel corso della fuga, dovendo perfino scavalcare un muro. Ce l’ha fatta, comunque, e questo rende felici. E un po’ felici rende anche la notizia che le organizzazioni pacifiste italiane, per una volta senza riserve e pregiudizi, stiano applaudendo gli americani per aver accolto Cheng a casa loro, subito e senza tentennamenti, affrontando tensioni col regime e seccature che molti altri paesi si sono e si sarebbero risparmiati. Insomma, fa piacere vedere gli Agnoletto, i popoli viola, quelli arcobaleno e le solite meritorie onlus, manifestare finalmente sotto l’ambasciata a stelle e strisce lanciando fiori invece che invettive. Poi, certo, che discorsi, farebbe ancora più piacere se fosse vero. © - FOGLIO QUOTIDIANO