«Non ci si può limitare a sperare che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l’illegittimità della norma. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative, inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato, faccia comprendere anche ai più sordi l’entità della posta in gioco».
È una dichiarazione di guerra quella che il procuratore aggiunto di Roma, Nello Rossi, lancia a mezzo stampa per invitare il «parlamentino» delle toghe, l’Anm, a mobilitarsi contro il sì all’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei magistrati approvato due giorni fa dalla Camera. Un avvertimento pesante alla politica, tanto più visto che arriva dal pm di una procura come quella di Roma, che di inchieste su politica e politici ne ha una miriade. Altro che «clima sereno» tra politica e magistratura. La casta delle toghe, se solo si sfiorano prerogative consolidate come quella della responsabilità civile del giudice, alza le barricate e urla. E va alla guerra. Modalità di battaglia da decidere martedì prossimo, quando il direttivo dell’Anm, convocato in via urgentissima, deciderà sullo sciopero. Eppure, nelle requisitorie delle toghe contro l’emendamento Pini, qualche bugia circola: dalla tesi della non necessità della norma al rischio che tutti i condannati tentino di rivalersi sul giudice condizionandone il lavoro. Ecco le principali inesattezze, su un provvedimento sicuramente perfettibile, ma certo non campato in aria.
A. LEGGE VOLUTA DALL’UE
«Non è affatto vero che l’Europa ci ha chiesto questa normativa», sostiene Rossi. Ma le cose non stanno esattamente così. Il 24 novembre del 2011 la Corte di giustizia dell’Ue ha bocciato la legge italiana che regolamenta la responsabilità civile dei giudici (la cosiddetta legge Vassalli del 1988), proprio perché limitava il riconoscimento della responsabilità ai casi di «dolo o colpa grave», escludendo la «violazione del diritto manifesta». Appunto quello che l’emendamento Pini introduce. Di qui la necessità, sottolineata giusto un anno fa dall’avvocato dello Stato Ignazio Francesco Caramazza ascoltato in commissione Giustizia, di intervenire per riformare la responsabilità civile delle toghe, pena il rischio, per l’Italia, di incorrere in nuove sanzioni.
B. I GIUDICI IMPUNITI
«I magistrati già pagano», dicono il presidente dell’Anm Palamara e lo stesso pm Rossi. «Non si sono mai registrate azioni di rivalsa dello Stato nei confronti dei magistrati», sottolinea l’ex Guardasigilli, Nitto Palma. Chi ha ragione? Sicuramente le cifre, che confermano l’analisi dell’ex ministro. In 24 anni solo l’1% delle cause intentate in virtù della Vassalli è andato in porto con la condanna del giudice: 406 procedimenti, in tutto, e quattro condanne. Pochino, no? Se a questo poi si aggiunge che la condanna del giudice consiste in una sanzione economica da parte dello Stato pari a un terzo dello stipendio lordo di un anno del magistrato, si comprende che i conti non tornano. Solo nel 2010 lo Stato ha speso ben 36,5 milioni di euro (Rapporto Eurispes 2012) di risarcimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario. È giusto che per l’errore di una singola toga paghino tutti i cittadini?
C. IL PROCESSO SPECIALE
Va bene le tutele a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Ma neanche un parlamentare ha lo scudo che hanno invece le toghe nel caso in cui ci sia un procedimento per responsabilità civile. I gradi di giudizio prima di approdare all’eventuale condanna del magistrato sono ben nove: tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità del singolo magistrato e altri tre per l’eventuale rivalsa dello Stato sul giudice. Comprensibile che in tanti anni le cause arrivate a compimento si contino sulle dita di una mano.
D. I MAGISTRATI INTIMIDITI
«La responsabilità del giudice limita sempre l’indipendenza, in linea di principio», dice il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo. E Palamara: «Il giudice, di fronte all’eventualità di essere trascinato in giudizio da una delle due parti finirà per non decidere». «Norma vergognosa», chiosa la capogruppo Pd in commissione Giustizia, Donatella Ferranti: «Avrà effetti devastanti perché creerà contenziosi a catena che paralizzeranno il sistema». Ma si perde di vista un dettaglio. L’emendamento Pini dà la possibilità di rivalersi sullo Stato o sul giudice non a tutti gli imputati tout court, ma solo chi sia stato condannato o detenuto ingiustamente. E saranno comunque altri giudici, quelli che riconosceranno all’imputato assolto l’eventuale torto subito, a dare la stura a eventuali processi risarcitori. Il che dovrebbe essere di per sé una garanzia. A parte il fatto che, come già accade per categorie a rischio quali i medici, potrebbero essere studiate forme assicurative che proteggano il giudice in caso di errori. Come ben suggerisce, in un articolo che ricostruisce le magagne della giustizia italiana, il quotidiano on line L’Indipendenza.
E. NORMA INCOSTITUZIONALE
Secondo le toghe (su tutte ancora Palamara) l’emendamento Pini è incostituzionale perché costituisce un attentato all’autonomia dei magistrati. Ma un illustre giurista come il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli non è d’accordo: «Sicuramente è inappropriata – dice a proposito della norma, rimarcando che l’interesse del cittadino è essere risarcito dallo Stato, non dal magistrato – ma che sia incostituzionale è discutibile».
F. ATTACCO POLITICO
Pezzi della magistratura, ma anche della sinistra, gridano all’aggressione alle toghe. Per tutti il leader di Idv Antonio Di Pietro: «È come il ’92, una vendetta della P2 parlamentare contro le toghe». Ma l’ex pm farebbe bene a guardare in casa propria e tra i suoi amici. Perché senza l’apporto della sinistra – Idv ha calcolato 63 «traditori» tra Pd, Terzo Polo e i dipietristi –, l’emendamento Pini non sarebbe mai riuscito ad avere l’ok. (Legno Storto)
sabato 4 febbraio 2012
Gli intellettuali
– Che palle!
– Spesso organici.
– O sono scomodi o non sono veri intellettuali.
– Hanno perso il loro ruolo di guida e di stimolo.
– Non ci sono più. Non spiegare dove siano andati.
– Sdegnarsi sempre se si viene definiti intellettuali: attesta allergia alle facili etichette, tipica dei veri intellettuali.
– Il vantaggio di essere un intellettuale è che se fai un ragionamento incomprensibile gli altri pensano di essere loro a non capire. Dirlo con la massima serietà aumenta l’effetto.
– Stimare solo quelli che hanno avuto una vita difficile; meglio se emarginati dalla cultura dominante; optimum: morti in miseria.
– Avere deciso molto presto di diventare un intellettuale perché stanco di finire in porta dopo cinque minuti dall’inizio della partita. Dichiararlo qualifica come pensatori ironici e provocatori.
– Sostenere che aveva ragione Mao: tutti in miniera o nelle risaie, poi vedi se hai ancora voglia di teorizzare. Lasciare il dubbio che lo si stia dicendo ironicamente.
– Pasolini ha intuito trent’anni prima di tutti altri quel che sarebbe accaduto in questo paese. Valutare se citare l’articolo sulla scomparsa delle lucciole.
– Avere sempre avuto donne/uomini molto intellettuali. Più erano intellettuali più erano mignotte/stronzi.
– Dopo numerose complicate esperienze con vari tipi di intellettuali dire di avere rivalutato più lineari relazioni sessuali con pettinatrici e/o alsfaltatori.
– Gli intellettuali nevrotici sono spassosissimi se sono di New York e si trovano in un film, molto meno se ne hai sposato uno. Convenirne.
– Proclamare pubblicamente di detestare quel loro modo di farvi sentire delle minus habentes durante una discussione. Tra amiche confessare di trovare la loro sicumera estremamente sexy.
– Sono quelli che oggi idolatrano i film di Totò e che ai tempi li avevano stroncati.
– Pessimi amanti. Fisici esecrabili ed eccessiva concentrazione su di sé.
– Ottimi amanti. Tutto il contrario di certi sbuffanti locomotori palestrati, troppo concentrati su di sé.
– Gli intellettuali alle donne piacciono sempre. Le intellettuali agli uomini? Dipende dalla misura del reggiseno.
– Quelli di sinistra infestano Capalbio. Per par condicio pretendere che venga immolato un paese anche a quelli di destra.
– Per un intellettuale politicamente schierato è fondamentale di tanto in tanto dire qualcosa fuori di testa per ribadire il proprio ruolo di coscienza critica.
– La differenza tra un intellettuale e un operaio? L'operaio si lava le mani prima di pisciare, l'intellettuale dopo (Jacques Prévert)
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Andrea Ballarini
– Spesso organici.
– O sono scomodi o non sono veri intellettuali.
– Hanno perso il loro ruolo di guida e di stimolo.
– Non ci sono più. Non spiegare dove siano andati.
– Sdegnarsi sempre se si viene definiti intellettuali: attesta allergia alle facili etichette, tipica dei veri intellettuali.
– Il vantaggio di essere un intellettuale è che se fai un ragionamento incomprensibile gli altri pensano di essere loro a non capire. Dirlo con la massima serietà aumenta l’effetto.
– Stimare solo quelli che hanno avuto una vita difficile; meglio se emarginati dalla cultura dominante; optimum: morti in miseria.
– Avere deciso molto presto di diventare un intellettuale perché stanco di finire in porta dopo cinque minuti dall’inizio della partita. Dichiararlo qualifica come pensatori ironici e provocatori.
– Sostenere che aveva ragione Mao: tutti in miniera o nelle risaie, poi vedi se hai ancora voglia di teorizzare. Lasciare il dubbio che lo si stia dicendo ironicamente.
– Pasolini ha intuito trent’anni prima di tutti altri quel che sarebbe accaduto in questo paese. Valutare se citare l’articolo sulla scomparsa delle lucciole.
– Avere sempre avuto donne/uomini molto intellettuali. Più erano intellettuali più erano mignotte/stronzi.
– Dopo numerose complicate esperienze con vari tipi di intellettuali dire di avere rivalutato più lineari relazioni sessuali con pettinatrici e/o alsfaltatori.
– Gli intellettuali nevrotici sono spassosissimi se sono di New York e si trovano in un film, molto meno se ne hai sposato uno. Convenirne.
– Proclamare pubblicamente di detestare quel loro modo di farvi sentire delle minus habentes durante una discussione. Tra amiche confessare di trovare la loro sicumera estremamente sexy.
– Sono quelli che oggi idolatrano i film di Totò e che ai tempi li avevano stroncati.
– Pessimi amanti. Fisici esecrabili ed eccessiva concentrazione su di sé.
– Ottimi amanti. Tutto il contrario di certi sbuffanti locomotori palestrati, troppo concentrati su di sé.
– Gli intellettuali alle donne piacciono sempre. Le intellettuali agli uomini? Dipende dalla misura del reggiseno.
– Quelli di sinistra infestano Capalbio. Per par condicio pretendere che venga immolato un paese anche a quelli di destra.
– Per un intellettuale politicamente schierato è fondamentale di tanto in tanto dire qualcosa fuori di testa per ribadire il proprio ruolo di coscienza critica.
– La differenza tra un intellettuale e un operaio? L'operaio si lava le mani prima di pisciare, l'intellettuale dopo (Jacques Prévert)
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Andrea Ballarini
Segnali e fumo. Davide Giacalone
Mi piacerebbe festeggiare l’avvento di una vera responsabilità civile, in capo ai magistrati, ma non è così. Non ci si lasci ingannare dalla reazione isterica, e sostanzialmente insurrezionale, dell’Associazione Nazionale Magistrati, che si rivolge al Parlamento come fosse una cosca criminale dedita alle intimidazioni. Il corporativismo acceca, ma non è un buon motivo per lasciarsi accecare.
La storia di questo istituto, il modo in cui è stato tradito il referendum del 1987, è già stata fatta, egregiamente, da Filippo Facci. Valga quella. Il fatto è che già oggi il magistrato è perseguibile in caso di dolo o colpa grave, salvo il fatto che i suoi colleghi non lo fanno mai (4 casi su 400!!). Già oggi potrebbe essere chiamato a rispondere del danno erariale arrecato, salvo il fatto che la Corte dei conti se ne guarda bene. L’emendamento votato dalla Camera dei Deputati, avversato dal governo (sbagliando), contiene una sola novità: oltre al dolo e alla colpa grave è prevista responsabilità in caso di “violazione manifesta del diritto”. Che vuol dire? Tutto e niente. Siccome sarà l’oste a giudicare del vino, immaginate il risultato.
Il ministro Severino ha ragione nel dire che non si possono fare riforme a spizzichi e bocconi. Solo che, in questo modo, si dà torto per i fatti propri: ogni riforma che punti ad affermare il diritto resterà lettera morta se non si adegua il sistema giudiziario italiano allo standard minimo della civiltà, quindi separando le carriere di giudici e accusatori. C’è uno spread della giustizia che ci trasciniamo dietro da decenni, che solo noi denunciamo e che ci declassa tutti. Non se ne esce: o il modello francese, con il Csm, ma con i pm che dipendono dal governo, o il modello anglosassone, ove la colleganza è considerata (giustamente) una bestemmia. Proprio seguendo il ragionamento della Severino si finisce con il considerare mera cosmesi ogni altra cosa.
Purtroppo, sia chi festeggia che chi minaccia lo sciopero (spero il governo voglia considerare i magistrati almeno al pari dei camionisti) guarda più che alla sostanza al “segnale”. Alla suggestione: gli uni pensando d’avere espugnato la più rigida, autoreferenziale e privilegiata delle corporazioni, gli altri supponendo che si possa far la guerra all’evidenza, pur di mantenere un potere che ha corrotto il diritto e la Costituzione. Brutta roba. Così come il modo in cui, sempre in tema di giustizia, vengono trattati altri “segnali”: la cassazione stabilisce che gli indagati per violenza carnale di gruppo non devono andare obbligatoriamente in carcere e tutti a berciare sul danno alle donne e sul favore ai pervertiti. Non ha senso. I violentatori, una volta condannati, vanno in carcere. Ci mancherebbe. Ma non è giusto che debba per forza (ripeto “per forza”) andarci chi è accusato. Noi lo scrivemmo quando quella legge stupida fu approvata, poi la Corte costituzionale la corresse, eliminando l’obbligatorietà, e ora la cassazione interviene su un caso specifico. Siamo nel campo dell’ovvio. Ma non basta per fermare le urla, giacché quel che conta è il “segnale”.
Peccato che in questo modo procedendo il nostro diritto ha preso a parlare come gli indiani dei western razzisti: io credere che tu non dovere fare perché grande orso non volere. Anziché ragionare di diritto si va avanti a segnali di fumo, che è anche l’unica cosa che rimane.
La storia di questo istituto, il modo in cui è stato tradito il referendum del 1987, è già stata fatta, egregiamente, da Filippo Facci. Valga quella. Il fatto è che già oggi il magistrato è perseguibile in caso di dolo o colpa grave, salvo il fatto che i suoi colleghi non lo fanno mai (4 casi su 400!!). Già oggi potrebbe essere chiamato a rispondere del danno erariale arrecato, salvo il fatto che la Corte dei conti se ne guarda bene. L’emendamento votato dalla Camera dei Deputati, avversato dal governo (sbagliando), contiene una sola novità: oltre al dolo e alla colpa grave è prevista responsabilità in caso di “violazione manifesta del diritto”. Che vuol dire? Tutto e niente. Siccome sarà l’oste a giudicare del vino, immaginate il risultato.
Il ministro Severino ha ragione nel dire che non si possono fare riforme a spizzichi e bocconi. Solo che, in questo modo, si dà torto per i fatti propri: ogni riforma che punti ad affermare il diritto resterà lettera morta se non si adegua il sistema giudiziario italiano allo standard minimo della civiltà, quindi separando le carriere di giudici e accusatori. C’è uno spread della giustizia che ci trasciniamo dietro da decenni, che solo noi denunciamo e che ci declassa tutti. Non se ne esce: o il modello francese, con il Csm, ma con i pm che dipendono dal governo, o il modello anglosassone, ove la colleganza è considerata (giustamente) una bestemmia. Proprio seguendo il ragionamento della Severino si finisce con il considerare mera cosmesi ogni altra cosa.
Purtroppo, sia chi festeggia che chi minaccia lo sciopero (spero il governo voglia considerare i magistrati almeno al pari dei camionisti) guarda più che alla sostanza al “segnale”. Alla suggestione: gli uni pensando d’avere espugnato la più rigida, autoreferenziale e privilegiata delle corporazioni, gli altri supponendo che si possa far la guerra all’evidenza, pur di mantenere un potere che ha corrotto il diritto e la Costituzione. Brutta roba. Così come il modo in cui, sempre in tema di giustizia, vengono trattati altri “segnali”: la cassazione stabilisce che gli indagati per violenza carnale di gruppo non devono andare obbligatoriamente in carcere e tutti a berciare sul danno alle donne e sul favore ai pervertiti. Non ha senso. I violentatori, una volta condannati, vanno in carcere. Ci mancherebbe. Ma non è giusto che debba per forza (ripeto “per forza”) andarci chi è accusato. Noi lo scrivemmo quando quella legge stupida fu approvata, poi la Corte costituzionale la corresse, eliminando l’obbligatorietà, e ora la cassazione interviene su un caso specifico. Siamo nel campo dell’ovvio. Ma non basta per fermare le urla, giacché quel che conta è il “segnale”.
Peccato che in questo modo procedendo il nostro diritto ha preso a parlare come gli indiani dei western razzisti: io credere che tu non dovere fare perché grande orso non volere. Anziché ragionare di diritto si va avanti a segnali di fumo, che è anche l’unica cosa che rimane.
martedì 31 gennaio 2012
Ricusazione ammissibile: che significa? Gianni Pardo
...Per gli interessati il sentimento prevalente nelle aule di giustizia è l’angoscia. Mi si darà ragione o mi si darà torto? Sarò condannato o sarò assolto?
Invece per i professionisti, i magistrati e gli avvocati, il sentimento di gran lunga prevalente è la noia. In civile la noia delle lunghe attese e delle varie pratiche da sbrigare, in penale la noia degli interrogatori e delle arringhe dei colleghi. In generale l’inerzia sonnolenta di questa enorme macchina che macina le vite dei cittadini. Può sembrare strano ma questo è il motivo per il quale è lecito sperare di ottenere giustizia. L’indifferenza degli operatori della giustizia corrisponde infatti a ciò che si usa chiamare “terzietà”. Il giudice non è interessato a dar ragione a Tizio o a Caio. La loro lite è per lui solo una pratica da sbrigare. Se viceversa il giudice fosse in qualche modo interessato alla vicenda, la terzietà sparirebbe e con essa la speranza di una sentenza equa.Mentre giudicando un furto il magistrato è ben poco coinvolto, non essendo né un ladro né un amico di ladri, già se si giudicasse una vicenda che riguarda una squadra di calcio ci sarebbe da porsi dei problemi, perché alcuni giudici sono tifosi. Il colmo tuttavia si raggiunge con la politica, perché di politica si occupano tutti i cittadini indistintamente. Anche quando non sanno di occuparsene. Non è un caso che l’uomo sia stato definito da Aristotele politikòn zoon, animale politico. E proprio per questo tutte le sentenze che hanno implicazioni politiche sono sospette di partigianeria. Un esempio l’abbiamo sotto gli occhi. Mentre nella noia normale dei Palazzi di Giustizia la dichiarazione della prescrizione è un adempimento amministrativo espletato con un’occhiata distratta al calendario, quando si tratta del processo Mills in primo luogo si fa assurdamente decorrere il termine iniziale – a quanto dicono – non dal momento in cui il denaro è stato accreditato su un conto di quell’avvocato inglese, ma dal momento in cui egli ne ha disposto spostandolo su altro conto. Poi ora il processo dovrebbe scadere il 14 febbraio ma si sta pensando a speciali escamotage per farlo scadere in maggio, in modo che i giudici abbiano il tempo di emettere la sentenza di primo grado. Una sentenza che, lo sanno anche i sassi, non diverrà mai definitiva. E tutto questo non dovrebbe destare sospetti?Il primo sospetto è che il Tribunale desideri emettere una sentenza di condanna non perché poi Berlusconi rimanga condannato ma perché si possa scrivere sui giornali che è stato prima condannato e poi salvato dalla prescrizione, invece che salvato prima della condanna. Vantaggio giuridico? Assolutamente nullo: ma notevole quello politico. Questo è un punto di vista che dovrebbe essere del tutto estraneo a una giustizia “terza” e invece forse si vuole fornire materia di grandi titoli a giornali come il Fatto Quotidiano. E tutto questo non dovrebbe destare sospetti?Proprio per questo i legali di Berlusconi hanno presentato istanza di ricusazione. I magistrati si sono mostrati tanto frettolosi da non ammettere parecchi testi della difesa e dal manifestare chiaramente (come documentato nell’istanza stessa) la loro preoccupazione riguardo al decorso del tempo. Preoccupazione incomprensibile, visto che in qualunque caso il processo andrà in prescrizione, e che diviene invece comprensibile se si tiene ad infliggere lo sfregio di una condanna di primo grado. E soprattutto: se si trattasse di un processo normale, uno di quelli in cui tutti si annoiano a morte, i magistrati si strapazzerebbero tanto per arrivare ad una sentenza che sarà comunque giuridicamente inesistente? E tutto questo non dovrebbe destare sospetti?La Corte d’Appello, in dissenso rispetto al parere del Procuratore Generale, ha giudicato ammissibile l’istanza di ricusazione e a giorni dovrebbe decidere in materia. L’opinione pubblica, abituata a veder rigettare qualunque istanza presentata dai legali di Berlusconi, è rimasta sorpresa. Ma invece di pensare a una normale decisione, si sono aperte le porte ad ulteriori sospetti.La prima ipotesi, improbabile, è che la Corte d’Appello sia stanca delle irregolarità di quel processo e voglia porvi termine prima che una eventuale condanna del Cavaliere si risolva in uno scandalo riguardo all’imparzialità di un Tribunale. La Corte potrebbe invece volere confermare, col sigillo della propria autorevolezza, che quei giudici siano degni della massima fiducia. Potrebbe – ma di questo non siamo sicuri – portare le cose in lungo per qualche giorno per poi dire: i giudici non meritavano di essere ricusati ma il problema non si pone più perché il reato è estinto per prescrizione. Quale di queste ipotesi è vera?Domanda insulsa. Quella che bisogna porsi è: quanto vale una sentenza penale che è comunque interpretabile in termini politici? Ecco perché l’immunità parlamentare, come stabilita nell’art.68 della Costituzione com’era redatto prima del 1993 era sacrosanta: nessun giudizio penale è credibile se emesso da magistrati che non sono terzi rispetto alla materia oggetto del giudizio. E in campo politico nessuno è “terzo”. (il Legno storto)
Invece per i professionisti, i magistrati e gli avvocati, il sentimento di gran lunga prevalente è la noia. In civile la noia delle lunghe attese e delle varie pratiche da sbrigare, in penale la noia degli interrogatori e delle arringhe dei colleghi. In generale l’inerzia sonnolenta di questa enorme macchina che macina le vite dei cittadini. Può sembrare strano ma questo è il motivo per il quale è lecito sperare di ottenere giustizia. L’indifferenza degli operatori della giustizia corrisponde infatti a ciò che si usa chiamare “terzietà”. Il giudice non è interessato a dar ragione a Tizio o a Caio. La loro lite è per lui solo una pratica da sbrigare. Se viceversa il giudice fosse in qualche modo interessato alla vicenda, la terzietà sparirebbe e con essa la speranza di una sentenza equa.Mentre giudicando un furto il magistrato è ben poco coinvolto, non essendo né un ladro né un amico di ladri, già se si giudicasse una vicenda che riguarda una squadra di calcio ci sarebbe da porsi dei problemi, perché alcuni giudici sono tifosi. Il colmo tuttavia si raggiunge con la politica, perché di politica si occupano tutti i cittadini indistintamente. Anche quando non sanno di occuparsene. Non è un caso che l’uomo sia stato definito da Aristotele politikòn zoon, animale politico. E proprio per questo tutte le sentenze che hanno implicazioni politiche sono sospette di partigianeria. Un esempio l’abbiamo sotto gli occhi. Mentre nella noia normale dei Palazzi di Giustizia la dichiarazione della prescrizione è un adempimento amministrativo espletato con un’occhiata distratta al calendario, quando si tratta del processo Mills in primo luogo si fa assurdamente decorrere il termine iniziale – a quanto dicono – non dal momento in cui il denaro è stato accreditato su un conto di quell’avvocato inglese, ma dal momento in cui egli ne ha disposto spostandolo su altro conto. Poi ora il processo dovrebbe scadere il 14 febbraio ma si sta pensando a speciali escamotage per farlo scadere in maggio, in modo che i giudici abbiano il tempo di emettere la sentenza di primo grado. Una sentenza che, lo sanno anche i sassi, non diverrà mai definitiva. E tutto questo non dovrebbe destare sospetti?Il primo sospetto è che il Tribunale desideri emettere una sentenza di condanna non perché poi Berlusconi rimanga condannato ma perché si possa scrivere sui giornali che è stato prima condannato e poi salvato dalla prescrizione, invece che salvato prima della condanna. Vantaggio giuridico? Assolutamente nullo: ma notevole quello politico. Questo è un punto di vista che dovrebbe essere del tutto estraneo a una giustizia “terza” e invece forse si vuole fornire materia di grandi titoli a giornali come il Fatto Quotidiano. E tutto questo non dovrebbe destare sospetti?Proprio per questo i legali di Berlusconi hanno presentato istanza di ricusazione. I magistrati si sono mostrati tanto frettolosi da non ammettere parecchi testi della difesa e dal manifestare chiaramente (come documentato nell’istanza stessa) la loro preoccupazione riguardo al decorso del tempo. Preoccupazione incomprensibile, visto che in qualunque caso il processo andrà in prescrizione, e che diviene invece comprensibile se si tiene ad infliggere lo sfregio di una condanna di primo grado. E soprattutto: se si trattasse di un processo normale, uno di quelli in cui tutti si annoiano a morte, i magistrati si strapazzerebbero tanto per arrivare ad una sentenza che sarà comunque giuridicamente inesistente? E tutto questo non dovrebbe destare sospetti?La Corte d’Appello, in dissenso rispetto al parere del Procuratore Generale, ha giudicato ammissibile l’istanza di ricusazione e a giorni dovrebbe decidere in materia. L’opinione pubblica, abituata a veder rigettare qualunque istanza presentata dai legali di Berlusconi, è rimasta sorpresa. Ma invece di pensare a una normale decisione, si sono aperte le porte ad ulteriori sospetti.La prima ipotesi, improbabile, è che la Corte d’Appello sia stanca delle irregolarità di quel processo e voglia porvi termine prima che una eventuale condanna del Cavaliere si risolva in uno scandalo riguardo all’imparzialità di un Tribunale. La Corte potrebbe invece volere confermare, col sigillo della propria autorevolezza, che quei giudici siano degni della massima fiducia. Potrebbe – ma di questo non siamo sicuri – portare le cose in lungo per qualche giorno per poi dire: i giudici non meritavano di essere ricusati ma il problema non si pone più perché il reato è estinto per prescrizione. Quale di queste ipotesi è vera?Domanda insulsa. Quella che bisogna porsi è: quanto vale una sentenza penale che è comunque interpretabile in termini politici? Ecco perché l’immunità parlamentare, come stabilita nell’art.68 della Costituzione com’era redatto prima del 1993 era sacrosanta: nessun giudizio penale è credibile se emesso da magistrati che non sono terzi rispetto alla materia oggetto del giudizio. E in campo politico nessuno è “terzo”. (il Legno storto)
mercoledì 25 gennaio 2012
Costa Concordia: la Linea d'Ombra del comando. Carlo Panella
Difficile fare giustizia nei processi per naufragio anche se, in estrema sintesi, il disastro ha una sola causa: in quel momento, la nave non doveva trovarsi lì. Di chi la colpa? A terra, è tutto più intricato, complesso: interagiscono molte forze e soggetti. In mare no, al solito, tutto è ridotto all’osso e per di più –in apparenza- tutto, rotta, comandi, responsabilità, regole, è codificato, previsto, scandito da ferree procedure, sedimentate non negli anni, ma nei secoli.
Naturalmente, in mare, come nella vita, spesso le procedure poco servono a evitare il naufragio e, dopo mille e mille anni di disastri, a volte si scopre che in realtà, le regole, i codici, sono più forma che sostanza.
Citata in questi giorni più a sproposito che a proposito, la catastrofica morte dell’Andrea Doria –perché fu morte, atroce, di una bellissima creatura sventrata, non un naufragio- dovrebbe oggi ricordare ai manichei linciatori di capitan Schettino, “capitan codardo”, che in mare e nella vita le cose sono un po’ complesse di quanto appaia. Soprattutto sotto la linea d’acqua, là dove l’uomo vìola la forza del mare, in quella zona di riflessi ancora schiariti dal sole che, non a caso, si chiama “opera viva”.
Il comandante dell’Andrea Doria, Piero Calamai, classe 1897 -chissà perché nessuno l’ha ricordato- nella maledetta notte del 26 luglio 1956, si comportò con il tragico stile di un grande del mare. Per due volte tentò di sprofondare con la sua creatura. “Andate – così ordinò ai suoi ufficiali, appena in salvo gli ultimi passeggeri - io resto in plancia”. Fu dissuaso con un semplice, secco: “Allora restiamo anche noi”. Non basta: saliti tutti gli ufficiali sulla scialuppa, ancora sulla nave, dall’alto, Calamai urlò l’ordine: “Voi andate…”. Lesto, uno degli ufficiali, risalì la scaletta sul bordo inclinato –la nave pareva inabissarsi da un istante all’altro- e non disse nulla, lo guardò e lui capì che la sua morte sarebbe stata la loro morte. Scese la scaletta. Distrutto, perché sapeva cosa sarebbero stati da quel momento i suoi giorni impietosi.
Il secondo naufragio del fiero Calamai, arrivò infatti, una mazzata, pochi mesi dopo, durante l’istruttoria pubblica secondo il rito anglosassone, a New York. Innanzitutto perché il suo armatore, la Società Italia di Navigazione, di proprietà dello Stato, fece alla Swenska Amerika Linien una proposta che deve essergli subito parsa inquietante: che non si vada al processo –dove saremo costretti a dire verità ingombranti- concordiamo un concorso di colpa e non parliamone più. Non solo un offensivo scaricamento di Calamai (la Costa non è la prima società armatrice cinica coi suoi uomini), ma anche il chiaro segnale che “c’era qualcosa sotto”. Qualcosa che però, lo stesso Calamai non sapeva (o almeno, affermò sino alla morte di non sapere). Gli svedesi, che intuivano il trucco, rifiutarono e si arrivò al processo.
30 milioni di dollari di risarcimento per la perdita della nave chiedeva la società Italia alla armatrice della Stokholm. Due milione di dollari chiedevano di converso gli svedesi agli italiani, per le riparazioni della prua e per il “mancato guadagno”. Per tutta la prima parte del dibattimento istruttorio, dedicata alla ricostruzione delle manovre effettuate dalle due navi e del rispetto o meno delle procedure, la partita parve sostanzialmente in mano gli italiani. Chiamati a deporre, gli svedesi fecero una figura quasi meschina: il capitano Gunnar H. Nordenson, comandante della Stokholm, che aveva lasciato il comando ad un giovane e inesperto ufficiale proprio nella fase cruciale di avvicinamento al porto di New York e se ne era andato a riposare in cabina, apparve incerto e confuso. Il giovane ufficiale Carstens Johannssen, che aveva portato diritta diritta la prua della Stokholm a squarciare il fianco dell’Andrea Doria, nonostante l’avesse vista da una decina di minuti sui radar, sotto il fuoco di domande dell’avvocato dell’Italia Navigazione, Eugene Underwood, non lasciò molti dubbi circa la sua responsabilità per la collisione. Peggio ancora il timoniere. Peder Larsen (“uno da controllare tre volte su quattro che gli si passa accanto” disse Johannssen). Ridicola, e smentita da molte testimonianze, la loro tesi che in quel momento non vi fosse nebbia. Successive ricostruzioni simulate dimostrarono i palesi torti del comando della Stokholm. Ma anche il comandante Calamai, imbarazzato, dovette ammettere che non aveva molta dimestichezza con i radar (erano stati introdotti solo nel dopoguerra sulle navi di linea), che non aveva seguito alcun corso di formazione al loro uso e soprattutto che non aveva dato ordine all’ufficiale di rotta di segnare sui fogli del carteggio i vari punti successivi rilevati dal radar. Se l’avesse fatto, la collisione certa, nonostante gli scarti successivi di rotta, sarebbe risultata lampante e i suoi ordini al timoniere ben diversi.
Quell’istruttoria è famosa tra le genti di mare, perhé obbligò a cambiare le regole: le procedure e i protocolli di navigazione furono modificati proprio per evitare gli errori compiuti dalla Stokholm (e, in piccola parte, anche dall’Andrea Doria). Fu stabilito il raddoppio dei gradi di scarto in caso di avvistamento di nave in avvicinamento (dai 4 scartati infatti da Calamai a 8) e soprattutto furono studiati nuovi i radar, di modo che segnalassero graficamente lo sviluppo virtuale delle rotte.
Ma l’8 gennaio 1957, tre mesi e mezzo dopo l’inizio dell’istruttoria, tutto lo scenario cambiò, di colpo, nel mistero apparente. La Società Italia aveva fornito tre giorni prima ai periti degli avvocati della Swenska Amerika Linien 26 volumi del Cantiere Ansaldo di Genova, con i documenti da loro richiesti: piani di costruzione, prospetto della tubolatura, meccanica dell’allagamento incrociato e soprattutto definizione della dinamica di stabilità e del baricentro della Andrea Doria. Bastò poco tempo ai periti svedesi per capire, ancor meno per comunicare ai legali dell’Italia Navigazione che avevano capito e questi accettarono subito di por fine al processo con un accordo che schiantava il comandante Calamai: patta. Le parti ritiravano le reciproche richieste di risarcimento. Il processo si chiuse prima di iniziare.
Perché? Non fu mai detto. Tantomeno chiarì il fatto –in pubblico- la Commissione d’inchiesta avviata in Italia. La verità venne però rivelata dall’inchiesta condotta dal Committee on Merchant Marine and Fisheries della Camera dei Rappresentanti Usa che scrisse: “Non appare possibile spiegare il comportamento della Andrea Doria subito dopo la collisione se non supponendo che non fosse zavorrata in conformità delle regole prescritte”: In chiaro: le almeno mille tonnellate di carburante facevano parte integrante della zavorra e determinavano il baricentro corretto della Andrea Doria. Man mano che i serbatoi si svuotavano (ed erano quasi tutti vuoti all’arrivo a New York), la zavorra doveva essere ricostituita con acqua di mare (pena, lo spostamento verso l’alto del baricentro). Questo non era stato fatto, sicuramente per ordine della Società Italia, per la semplice ragione che a New York si sarebbero dovuti poi pulire i serbatoi con solventi, scaricando poi i liquidi non in porto, ovviamente, ma su apposite bettoline con consistenti costi. Da parte sua, il comandante Calamai dichiarò di essere del tutto all’oscuro delle manovre di zavorramento non fatte. Ma qualcuno, a bordo, sicuramente sapeva.
Insomma, per risparmiare qualche migliaio di dollari, la povera Andrea Doria aveva perso il baricentro corretto. Se lo avesse avuto, lacerata per l’altezza di tre ponti, ma appena di traverso tra l’opera morta e l’opera vita, pur imbarcando acqua, avrebbe dovuto inclinarsi al massimo di 7-15 gradi. Invece si abbatté, in sole 11 ore di 90 gradi. Di fatto, l’Andrea Doria non è affondata, ma si è capovolta e anche un mozzo sa che questo non può, assolutamente non può accadere a una nave moderna. A meno che…
Torniamo ora al nostro capitan Schettino e anche qui, scopriamo che quanto a procedure violate, non si scherza. Sia chiaro: è indiscutibile e ai limiti della demenza la colpa di Schettino che ha portato la Costa Concordia a poco più di 200 metri dal Giglio a squartarsi su uno scoglio emergente e ha così provocato la morte di una trentina di passeggeri. Nessuna attenuante, condanna certa per incauta manovra e omicidio colposo. Però, anche alcuni tra i suoi più feroci accusatori (verrebbe da dire, linciatori), hanno a loro carico responsabilità e complicità pesanti. Pare proprio infatti che il comportamento cinico e irresponsabile della Italia Navigazione abbia –ahimè- trovato proseliti nei dirigenti della Costa Crociere
Detto questo, non sarebbe male se gli autori del suo linciaggio mediatico (inclusa la Capitaneria di Porto di Livorno e i dirigenti della Costa Crociere) prendessero atto che capitan Schettino ha agito –da demente- all’interno di una consuetudine consolidata di incontri ravvicinati (52, si dice, sono stati gli “inchini” solo al Giglio), pubblicizzata dalla Costa Crociere sul suo sito (subito oscurato dopo l’incidente), addirittura magnificata dal comandante Mario Terenzio Palombo in un suo libro. Un formidabile documento d’accusa per i “complici morali” di capitan Schettino perché capitan Palombo oggi afferma: “Ho sempre informato la centrale operativa e la Guardia costiera di ogni deviazione. Adesso il governo proibirà queste manovre, e molti posti di lavoro andranno perduti”. Dunque, la Guardia Costiera, anche quella di Livorno, anche il capitano Gregorio De Falco (quello del “torni subito a bordo, cazzo!”), come è ovvio, quantomeno dal 1993, da 19 anni, erano al corrente di questa aperta, palese, irresponsabile pratica promozionale, per indurre gli spettatori a prenotare una crociera (per questo la sua proibizione farà “perdere posti di lavoro”). Ma hanno sempre lasciato fare, in deroga al Codice della Navigazione (non serve nessuna nuova legge per vietare queste follie, questa è pura demagogia), alle procedure e persino al buon senso. Tant’è, che chi passasse col suo gommone a quella distanza dalla riva, si vedrebbe togliere la patente nautica dalla Capitaneria. Pure, tutte le rotte della navi (sia pure ex post, a oggi) sono segnalate e descritte dal sistema di rilevamento satellitare.
E qui, proprio qui, sul tracciato del sistema satellitare Ais, troviamo il vero mistero di questa vicenda, vergognosamente evitato da settimane dai media (e dalla capitaneria di porto di Livorno, dalla Costa Crociere e dalla Procura di Grosseto). Inequivocabilmente, il tracciato reale dimostra che capitan Schettino, fatto l’errore tragico, si è subito comportato come un eccezionale comandante, come un lupo di mare provetto, salvando col suo sangue freddo centinaia, se non migliaia di vite.
Guardando il tracciato e la successione dei tempi, si spiegano anche i “video dello scandalo” in cui si vede e si sente una hostess filippina rimandare tutti i passeggeri nelle cabine. Si spiega il ritardo di più di un ora nell’ordine di abbandonare la nave. Dopo l’urto, infatti, la Concordia, con il timone fuori uso e i motori in panne, ha un abbrivio di circa un miglio, verso il largo, dove l’acqua è profonda 200 metri. E imbarca acqua, a tonnellate, come viene riferito a Schettino che capisce che dare in quel momento l’ordine di abbandonare la nave, a un miglio dalla costa, rischia di vedere la Concordia inabissarsi in acque profonde ben prima che le migliaia di passeggeri e membri dell’equipaggio possano salire sulle scialuppe. Schetttino allora getta le ancore, e fa filare le catene, impone così alla nave un testa coda, un prua-poppa, da vertigine, geniale, il tracciato forma un nodo strettissimo, come quel colosso di nave fosse un gozzo. Poi, con quel poco d’abbrivio e di forza di macchine che ancora ha, Schettino riavvicina la nave alla costa e la fa incagliare in acque bassissime, a un braccio dal porto del Giglio. Chapeau! E’ passato poco più di un ora dallo speronamento. L’ordine di abbandonare la nave viene dato da capitan Schettino esattamente dopo due minuti dall’incagliamento.
Una sequenza di decisioni da far tremare i polsi presa con perizia e bravura eccezionali.
Tutto questo è subito chiaro a chi sa un briciolo di mare. Ma viene taciuto da chi inizia la bagarre sulla viltà di capitan Schettino, con la Capitaneria di Porto di Livorno che dà in pasto alle belve la conversazione tra lui e il capitano De Falco (speriamo, contro la sua volontà) e la Procura di Grosseto che soffia sul fuoco sull’infamia del disgraziato.
Il tutto, si badi bene, in nome e in omaggio di un articolo del nostro Codice di Navigazione che prevede pene sino a 15 anni per il Comandante che – in buona sostanza- non abbandoni per ultimo la nave. Prescrizione giudicata poco meno che demenziale dall’autorevole viceammiraglio Alan Massey, capo esecutivo della marittima britannica, che ha affermato: «Nel diritto internazionale non è previsto che il comandante debba essere l'ultimo ad abbandonare la nave. Anzi, talvolta questa opportunità può risultare addirittura controproducente”.
Dunque, capitan Schettino, nel processo –ma sarà ormai troppo tardi- pur avendo tutta la indiscutibile colpa per la morte di una trentina di passeggeri, avrà materia per difendere quantomeno il suo nome, la sua onorabilità e anche il merito di avere comunque salvato centinaia di vite,.
Un chiaroscuro. Il peso della colpa per l’accostamento folle alla riva e il contrappeso della manovra da manuale per rimediare. Materia fine, complessa, comprensibile solo a chi frequenta quella “Linea d’ombra” che porta con sé il comando, specie sul mare. Materia totalmente estranea alla voracità manichea imperante.
Infine, ma non per ultimo, qualcosa va ancora detto sul destino dell’ottimo comandante dell’Andrea Doria Piero Calamai. Il mare, il Fato, Poseidone, o chi per lui, non si dimenticò di non aver potuto divorare con la sua creatura anche la sua vita. E si vendicò.
Passati pochi mesi, suo fratello, il contrammiraglio Paolo Calamai mentre navigava con la sue vela tra Livorno e Barcellona (era comandante della Accademia Navale) per raggiungere la famiglia, venne rapito da un’onda e inghiottito dai flutti, il due alberi intatto.
Divinità feroci pareggiarono così il conto. (il Foglio)
Naturalmente, in mare, come nella vita, spesso le procedure poco servono a evitare il naufragio e, dopo mille e mille anni di disastri, a volte si scopre che in realtà, le regole, i codici, sono più forma che sostanza.
Citata in questi giorni più a sproposito che a proposito, la catastrofica morte dell’Andrea Doria –perché fu morte, atroce, di una bellissima creatura sventrata, non un naufragio- dovrebbe oggi ricordare ai manichei linciatori di capitan Schettino, “capitan codardo”, che in mare e nella vita le cose sono un po’ complesse di quanto appaia. Soprattutto sotto la linea d’acqua, là dove l’uomo vìola la forza del mare, in quella zona di riflessi ancora schiariti dal sole che, non a caso, si chiama “opera viva”.
Il comandante dell’Andrea Doria, Piero Calamai, classe 1897 -chissà perché nessuno l’ha ricordato- nella maledetta notte del 26 luglio 1956, si comportò con il tragico stile di un grande del mare. Per due volte tentò di sprofondare con la sua creatura. “Andate – così ordinò ai suoi ufficiali, appena in salvo gli ultimi passeggeri - io resto in plancia”. Fu dissuaso con un semplice, secco: “Allora restiamo anche noi”. Non basta: saliti tutti gli ufficiali sulla scialuppa, ancora sulla nave, dall’alto, Calamai urlò l’ordine: “Voi andate…”. Lesto, uno degli ufficiali, risalì la scaletta sul bordo inclinato –la nave pareva inabissarsi da un istante all’altro- e non disse nulla, lo guardò e lui capì che la sua morte sarebbe stata la loro morte. Scese la scaletta. Distrutto, perché sapeva cosa sarebbero stati da quel momento i suoi giorni impietosi.
Il secondo naufragio del fiero Calamai, arrivò infatti, una mazzata, pochi mesi dopo, durante l’istruttoria pubblica secondo il rito anglosassone, a New York. Innanzitutto perché il suo armatore, la Società Italia di Navigazione, di proprietà dello Stato, fece alla Swenska Amerika Linien una proposta che deve essergli subito parsa inquietante: che non si vada al processo –dove saremo costretti a dire verità ingombranti- concordiamo un concorso di colpa e non parliamone più. Non solo un offensivo scaricamento di Calamai (la Costa non è la prima società armatrice cinica coi suoi uomini), ma anche il chiaro segnale che “c’era qualcosa sotto”. Qualcosa che però, lo stesso Calamai non sapeva (o almeno, affermò sino alla morte di non sapere). Gli svedesi, che intuivano il trucco, rifiutarono e si arrivò al processo.
30 milioni di dollari di risarcimento per la perdita della nave chiedeva la società Italia alla armatrice della Stokholm. Due milione di dollari chiedevano di converso gli svedesi agli italiani, per le riparazioni della prua e per il “mancato guadagno”. Per tutta la prima parte del dibattimento istruttorio, dedicata alla ricostruzione delle manovre effettuate dalle due navi e del rispetto o meno delle procedure, la partita parve sostanzialmente in mano gli italiani. Chiamati a deporre, gli svedesi fecero una figura quasi meschina: il capitano Gunnar H. Nordenson, comandante della Stokholm, che aveva lasciato il comando ad un giovane e inesperto ufficiale proprio nella fase cruciale di avvicinamento al porto di New York e se ne era andato a riposare in cabina, apparve incerto e confuso. Il giovane ufficiale Carstens Johannssen, che aveva portato diritta diritta la prua della Stokholm a squarciare il fianco dell’Andrea Doria, nonostante l’avesse vista da una decina di minuti sui radar, sotto il fuoco di domande dell’avvocato dell’Italia Navigazione, Eugene Underwood, non lasciò molti dubbi circa la sua responsabilità per la collisione. Peggio ancora il timoniere. Peder Larsen (“uno da controllare tre volte su quattro che gli si passa accanto” disse Johannssen). Ridicola, e smentita da molte testimonianze, la loro tesi che in quel momento non vi fosse nebbia. Successive ricostruzioni simulate dimostrarono i palesi torti del comando della Stokholm. Ma anche il comandante Calamai, imbarazzato, dovette ammettere che non aveva molta dimestichezza con i radar (erano stati introdotti solo nel dopoguerra sulle navi di linea), che non aveva seguito alcun corso di formazione al loro uso e soprattutto che non aveva dato ordine all’ufficiale di rotta di segnare sui fogli del carteggio i vari punti successivi rilevati dal radar. Se l’avesse fatto, la collisione certa, nonostante gli scarti successivi di rotta, sarebbe risultata lampante e i suoi ordini al timoniere ben diversi.
Quell’istruttoria è famosa tra le genti di mare, perhé obbligò a cambiare le regole: le procedure e i protocolli di navigazione furono modificati proprio per evitare gli errori compiuti dalla Stokholm (e, in piccola parte, anche dall’Andrea Doria). Fu stabilito il raddoppio dei gradi di scarto in caso di avvistamento di nave in avvicinamento (dai 4 scartati infatti da Calamai a 8) e soprattutto furono studiati nuovi i radar, di modo che segnalassero graficamente lo sviluppo virtuale delle rotte.
Ma l’8 gennaio 1957, tre mesi e mezzo dopo l’inizio dell’istruttoria, tutto lo scenario cambiò, di colpo, nel mistero apparente. La Società Italia aveva fornito tre giorni prima ai periti degli avvocati della Swenska Amerika Linien 26 volumi del Cantiere Ansaldo di Genova, con i documenti da loro richiesti: piani di costruzione, prospetto della tubolatura, meccanica dell’allagamento incrociato e soprattutto definizione della dinamica di stabilità e del baricentro della Andrea Doria. Bastò poco tempo ai periti svedesi per capire, ancor meno per comunicare ai legali dell’Italia Navigazione che avevano capito e questi accettarono subito di por fine al processo con un accordo che schiantava il comandante Calamai: patta. Le parti ritiravano le reciproche richieste di risarcimento. Il processo si chiuse prima di iniziare.
Perché? Non fu mai detto. Tantomeno chiarì il fatto –in pubblico- la Commissione d’inchiesta avviata in Italia. La verità venne però rivelata dall’inchiesta condotta dal Committee on Merchant Marine and Fisheries della Camera dei Rappresentanti Usa che scrisse: “Non appare possibile spiegare il comportamento della Andrea Doria subito dopo la collisione se non supponendo che non fosse zavorrata in conformità delle regole prescritte”: In chiaro: le almeno mille tonnellate di carburante facevano parte integrante della zavorra e determinavano il baricentro corretto della Andrea Doria. Man mano che i serbatoi si svuotavano (ed erano quasi tutti vuoti all’arrivo a New York), la zavorra doveva essere ricostituita con acqua di mare (pena, lo spostamento verso l’alto del baricentro). Questo non era stato fatto, sicuramente per ordine della Società Italia, per la semplice ragione che a New York si sarebbero dovuti poi pulire i serbatoi con solventi, scaricando poi i liquidi non in porto, ovviamente, ma su apposite bettoline con consistenti costi. Da parte sua, il comandante Calamai dichiarò di essere del tutto all’oscuro delle manovre di zavorramento non fatte. Ma qualcuno, a bordo, sicuramente sapeva.
Insomma, per risparmiare qualche migliaio di dollari, la povera Andrea Doria aveva perso il baricentro corretto. Se lo avesse avuto, lacerata per l’altezza di tre ponti, ma appena di traverso tra l’opera morta e l’opera vita, pur imbarcando acqua, avrebbe dovuto inclinarsi al massimo di 7-15 gradi. Invece si abbatté, in sole 11 ore di 90 gradi. Di fatto, l’Andrea Doria non è affondata, ma si è capovolta e anche un mozzo sa che questo non può, assolutamente non può accadere a una nave moderna. A meno che…
Torniamo ora al nostro capitan Schettino e anche qui, scopriamo che quanto a procedure violate, non si scherza. Sia chiaro: è indiscutibile e ai limiti della demenza la colpa di Schettino che ha portato la Costa Concordia a poco più di 200 metri dal Giglio a squartarsi su uno scoglio emergente e ha così provocato la morte di una trentina di passeggeri. Nessuna attenuante, condanna certa per incauta manovra e omicidio colposo. Però, anche alcuni tra i suoi più feroci accusatori (verrebbe da dire, linciatori), hanno a loro carico responsabilità e complicità pesanti. Pare proprio infatti che il comportamento cinico e irresponsabile della Italia Navigazione abbia –ahimè- trovato proseliti nei dirigenti della Costa Crociere
Detto questo, non sarebbe male se gli autori del suo linciaggio mediatico (inclusa la Capitaneria di Porto di Livorno e i dirigenti della Costa Crociere) prendessero atto che capitan Schettino ha agito –da demente- all’interno di una consuetudine consolidata di incontri ravvicinati (52, si dice, sono stati gli “inchini” solo al Giglio), pubblicizzata dalla Costa Crociere sul suo sito (subito oscurato dopo l’incidente), addirittura magnificata dal comandante Mario Terenzio Palombo in un suo libro. Un formidabile documento d’accusa per i “complici morali” di capitan Schettino perché capitan Palombo oggi afferma: “Ho sempre informato la centrale operativa e la Guardia costiera di ogni deviazione. Adesso il governo proibirà queste manovre, e molti posti di lavoro andranno perduti”. Dunque, la Guardia Costiera, anche quella di Livorno, anche il capitano Gregorio De Falco (quello del “torni subito a bordo, cazzo!”), come è ovvio, quantomeno dal 1993, da 19 anni, erano al corrente di questa aperta, palese, irresponsabile pratica promozionale, per indurre gli spettatori a prenotare una crociera (per questo la sua proibizione farà “perdere posti di lavoro”). Ma hanno sempre lasciato fare, in deroga al Codice della Navigazione (non serve nessuna nuova legge per vietare queste follie, questa è pura demagogia), alle procedure e persino al buon senso. Tant’è, che chi passasse col suo gommone a quella distanza dalla riva, si vedrebbe togliere la patente nautica dalla Capitaneria. Pure, tutte le rotte della navi (sia pure ex post, a oggi) sono segnalate e descritte dal sistema di rilevamento satellitare.
E qui, proprio qui, sul tracciato del sistema satellitare Ais, troviamo il vero mistero di questa vicenda, vergognosamente evitato da settimane dai media (e dalla capitaneria di porto di Livorno, dalla Costa Crociere e dalla Procura di Grosseto). Inequivocabilmente, il tracciato reale dimostra che capitan Schettino, fatto l’errore tragico, si è subito comportato come un eccezionale comandante, come un lupo di mare provetto, salvando col suo sangue freddo centinaia, se non migliaia di vite.
Guardando il tracciato e la successione dei tempi, si spiegano anche i “video dello scandalo” in cui si vede e si sente una hostess filippina rimandare tutti i passeggeri nelle cabine. Si spiega il ritardo di più di un ora nell’ordine di abbandonare la nave. Dopo l’urto, infatti, la Concordia, con il timone fuori uso e i motori in panne, ha un abbrivio di circa un miglio, verso il largo, dove l’acqua è profonda 200 metri. E imbarca acqua, a tonnellate, come viene riferito a Schettino che capisce che dare in quel momento l’ordine di abbandonare la nave, a un miglio dalla costa, rischia di vedere la Concordia inabissarsi in acque profonde ben prima che le migliaia di passeggeri e membri dell’equipaggio possano salire sulle scialuppe. Schetttino allora getta le ancore, e fa filare le catene, impone così alla nave un testa coda, un prua-poppa, da vertigine, geniale, il tracciato forma un nodo strettissimo, come quel colosso di nave fosse un gozzo. Poi, con quel poco d’abbrivio e di forza di macchine che ancora ha, Schettino riavvicina la nave alla costa e la fa incagliare in acque bassissime, a un braccio dal porto del Giglio. Chapeau! E’ passato poco più di un ora dallo speronamento. L’ordine di abbandonare la nave viene dato da capitan Schettino esattamente dopo due minuti dall’incagliamento.
Una sequenza di decisioni da far tremare i polsi presa con perizia e bravura eccezionali.
Tutto questo è subito chiaro a chi sa un briciolo di mare. Ma viene taciuto da chi inizia la bagarre sulla viltà di capitan Schettino, con la Capitaneria di Porto di Livorno che dà in pasto alle belve la conversazione tra lui e il capitano De Falco (speriamo, contro la sua volontà) e la Procura di Grosseto che soffia sul fuoco sull’infamia del disgraziato.
Il tutto, si badi bene, in nome e in omaggio di un articolo del nostro Codice di Navigazione che prevede pene sino a 15 anni per il Comandante che – in buona sostanza- non abbandoni per ultimo la nave. Prescrizione giudicata poco meno che demenziale dall’autorevole viceammiraglio Alan Massey, capo esecutivo della marittima britannica, che ha affermato: «Nel diritto internazionale non è previsto che il comandante debba essere l'ultimo ad abbandonare la nave. Anzi, talvolta questa opportunità può risultare addirittura controproducente”.
Dunque, capitan Schettino, nel processo –ma sarà ormai troppo tardi- pur avendo tutta la indiscutibile colpa per la morte di una trentina di passeggeri, avrà materia per difendere quantomeno il suo nome, la sua onorabilità e anche il merito di avere comunque salvato centinaia di vite,.
Un chiaroscuro. Il peso della colpa per l’accostamento folle alla riva e il contrappeso della manovra da manuale per rimediare. Materia fine, complessa, comprensibile solo a chi frequenta quella “Linea d’ombra” che porta con sé il comando, specie sul mare. Materia totalmente estranea alla voracità manichea imperante.
Infine, ma non per ultimo, qualcosa va ancora detto sul destino dell’ottimo comandante dell’Andrea Doria Piero Calamai. Il mare, il Fato, Poseidone, o chi per lui, non si dimenticò di non aver potuto divorare con la sua creatura anche la sua vita. E si vendicò.
Passati pochi mesi, suo fratello, il contrammiraglio Paolo Calamai mentre navigava con la sue vela tra Livorno e Barcellona (era comandante della Accademia Navale) per raggiungere la famiglia, venne rapito da un’onda e inghiottito dai flutti, il due alberi intatto.
Divinità feroci pareggiarono così il conto. (il Foglio)
Sfigati & laureati. Davide Giacalone
Secondo Michel Martone, viceministro al lavoro, chi non si laurea entro i 28 anni è uno “sfigato”. A parte la scelta del vocabolo, ha ragione. A patto, però, d’intendersi. Egli ha anche detto che chi sceglie di frequentare un istituto professionale è bravo, così come è da ammirare chi studia sodo, spregiativamente denominato “secchione”, piuttosto che chi fa il furbo, copia e si diploma passando impermeabile al sapere. Dopo le sue parole s’è scatenata la buriana, giacché nulla offende il luogocomunismo più delle cose ovvie.
Martone è giovane (38 anni) ed è andato in cattedra giovanissimo (29). Essendo figlio di padre noto se ne fa discendere che tutto ciò sia dovuto all’interessamento familiare. Non ne ho idea. Mi piace credere di no. L’uomo ha i numeri. Ora, però, trascinato dall’effetto di quelle sue parole, dimostri anche di avere testa per reggere la sfida e non indietreggiare. Quel che ha detto è giusto, ma solo se si è conseguenti fino in fondo, senza aver paura di pestare i piedi a una scuola di pensiero adagiatasi sull’idea che la cultura non sia competizione, ma letteraria sapienza.
Ho letto le prime reazioni: Martone non sa quel che dice, sostengono, perché non si può mettere sullo stesso piano il figlio dell’operaio e quello del ricco professionista. Dal punto di vista civico io li metto esattamente sullo stesso piano, non per questo mi sfugge l’evidente differenza economica, dalla quale, però, consegue che il figlio di chi ha meno soldi dovrà laurearsi il più in fretta possibile, per passare al lavoro e non essere un costo, mentre il figlio del ricco ha un bonus più ampio, con il quale fare lo scemo e dilapidare i soldi paterni. Anche questo è un modo di rendersi utili, separando i quattrini dagli incapaci.
Questi ragionamenti hanno un senso se s’intende la laurea quale acquisizione di competenze e titoli per entrare nel mercato (del lavoro, delle professioni, dell’arte, dove si crede). Non si deve confondere il titolo di studio con l’accesso alla cultura, che non ha e non deve avere limiti d’età. Se le competenze sono vere è chiaro che disporne è un vantaggio, mentre il loro valore è dato dal mercato. Se le competenze sono fasulle, come capita a tante lauree e a troppi laureati analfabeti, allora il vantaggio consiste solo nel pezzo di carta. Vantaggio spendibile dove, visto che non ha sostanza? Nello Stato, ovvero esattamente dove ora si trova Martone: molti studenti attempati sono dipendenti statali, militari compresi, in cerca del titolo per fare carriera. Se si vuole evitare il protrarsi dello sconcio, quindi, si deve cancellare il valore legale del titolo di studio.
Martone ha ragione, ma completi in questo modo la sua affermazione, altrimenti la contraddizione è insita nella posizione che ricopre. Abbiamo tutti letto che, durante lo scorso Consiglio dei ministri, s’è aperta (e non chiusa) una discussione sul valore da attribuire al voto di laurea nei concorsi pubblici, posto che i voti non sono paragonabili, dato che esistono università di qualità e severità diverse. Discussione oziosa: il problema non è il voto, ma il valore legale del titolo. State certi che da un ateneo serio chi esce con il massimo dei voti sarà sempre avvantaggiato, mentre chi esce con il bacio in fronte e pensando che il congiuntivo sia una malattia degli occhi sarà sempre una bestia. Il che, però, presuppone libertà nel mondo del lavoro, quindi premio al merito e non al titolo.
C’è chi non si è laureato, pur di far valere questo principio. Martone, che sta sia in cattedra che al ministero, non indietreggi e si spinga oltre. Oggi ha il potere di porre quella questione, quindi la responsabilità di non mancare a un dovere.
Martone è giovane (38 anni) ed è andato in cattedra giovanissimo (29). Essendo figlio di padre noto se ne fa discendere che tutto ciò sia dovuto all’interessamento familiare. Non ne ho idea. Mi piace credere di no. L’uomo ha i numeri. Ora, però, trascinato dall’effetto di quelle sue parole, dimostri anche di avere testa per reggere la sfida e non indietreggiare. Quel che ha detto è giusto, ma solo se si è conseguenti fino in fondo, senza aver paura di pestare i piedi a una scuola di pensiero adagiatasi sull’idea che la cultura non sia competizione, ma letteraria sapienza.
Ho letto le prime reazioni: Martone non sa quel che dice, sostengono, perché non si può mettere sullo stesso piano il figlio dell’operaio e quello del ricco professionista. Dal punto di vista civico io li metto esattamente sullo stesso piano, non per questo mi sfugge l’evidente differenza economica, dalla quale, però, consegue che il figlio di chi ha meno soldi dovrà laurearsi il più in fretta possibile, per passare al lavoro e non essere un costo, mentre il figlio del ricco ha un bonus più ampio, con il quale fare lo scemo e dilapidare i soldi paterni. Anche questo è un modo di rendersi utili, separando i quattrini dagli incapaci.
Questi ragionamenti hanno un senso se s’intende la laurea quale acquisizione di competenze e titoli per entrare nel mercato (del lavoro, delle professioni, dell’arte, dove si crede). Non si deve confondere il titolo di studio con l’accesso alla cultura, che non ha e non deve avere limiti d’età. Se le competenze sono vere è chiaro che disporne è un vantaggio, mentre il loro valore è dato dal mercato. Se le competenze sono fasulle, come capita a tante lauree e a troppi laureati analfabeti, allora il vantaggio consiste solo nel pezzo di carta. Vantaggio spendibile dove, visto che non ha sostanza? Nello Stato, ovvero esattamente dove ora si trova Martone: molti studenti attempati sono dipendenti statali, militari compresi, in cerca del titolo per fare carriera. Se si vuole evitare il protrarsi dello sconcio, quindi, si deve cancellare il valore legale del titolo di studio.
Martone ha ragione, ma completi in questo modo la sua affermazione, altrimenti la contraddizione è insita nella posizione che ricopre. Abbiamo tutti letto che, durante lo scorso Consiglio dei ministri, s’è aperta (e non chiusa) una discussione sul valore da attribuire al voto di laurea nei concorsi pubblici, posto che i voti non sono paragonabili, dato che esistono università di qualità e severità diverse. Discussione oziosa: il problema non è il voto, ma il valore legale del titolo. State certi che da un ateneo serio chi esce con il massimo dei voti sarà sempre avvantaggiato, mentre chi esce con il bacio in fronte e pensando che il congiuntivo sia una malattia degli occhi sarà sempre una bestia. Il che, però, presuppone libertà nel mondo del lavoro, quindi premio al merito e non al titolo.
C’è chi non si è laureato, pur di far valere questo principio. Martone, che sta sia in cattedra che al ministero, non indietreggi e si spinga oltre. Oggi ha il potere di porre quella questione, quindi la responsabilità di non mancare a un dovere.
mercoledì 18 gennaio 2012
Rating, né dio né demonio. Davide Giacalone
Le agenzie di rating sono state divinizzare, ora non c’è bisogno di demonizzarle. Venno prese per quel che sono, vale a dire soggetti che operano nel mercato, portatrici d’interessi, non di scienza e preveggenza. L’Unione europea si è dotata dell’Esma (European Securities and Markets Authority), che ha compiti di vigilanza anche sull’operato delle agenzie. Giustamente la Consob italiana ha chiesto di sapere se c’è vita, in quel pianeta, e se si può consentire ciò che somiglia alla manipolazione del mercato. La reazione sbagliata è quella di credere sia utile creare una nuova agenzia, controllata dai governi europei. Come dire: compiamoci l’arbitro. Qui di seguito il perché tale discussione è oziosa.
L’arbitro è venduto, questo è sicuro. Solo che noi lo scrivevamo nel 2008, come al solito molestati dai maestrini senza idee. Ci dicevano: così è il mercato, le agenzie servono. Rispondevamo: ditelo a quelli che misero soldi in Parmalat, o in Lehman Brothers, o nella Enron, date per sane e forti, dalle mitiche agenzie, e crollate miseramente subito dopo. Quelle società hanno alcuni difettucci: a. sono in totale conflitto d’interesse; b. prendono sfondoni colossali; c. non sono in reale concorrenza, perché si muovono come un gregge, copiandosi i compiti da un banco all’altro; d. non pagano per gli errori che commettono. Dal punto di vista del mercato la soluzione è semplice: impedire che a fare le previsioni del tempo sia il venditore d’ombrelli, o, almeno, chiarire a tutti quali sono i suoi interessi. Se poi gli credono, son problemi dei boccaloni. Seconda parte della soluzione, lo ha ricordato Giuseppe Vegas, presidente della Consob: togliere ogni obbligo degli investitori a conformarsi ai rating decisi da altri. Oltre a essere masochismo finisce con il deresponsabilizzare e vincolare gli investitori istituzionali. Terzo: paghino per le indicazioni sbagliate, versando, in percentuale, ad un fondo per il risarcimento dei risparmiatori.
Ciò richiede un accordo internazionale, ma non ha nulla a che vedere con il rating sui governi. Andando dal grande al piccolo: 1. Se i governi non sfuggono alla morsa della finanza globalizzata, se non riaffermano la sovranità della legge, sarà la cattiva finanza ad allearsi con i cattivi governi, facendo allo spiedo popoli e mercati. Un giro finanziario pari a settanta volte il pil mondiale non è segno di grande fantasia, ma di profonda malattia. 2. Valutare gli stati come se fossero aziende è una superba bischerata. Il che non significa gli stati possano ignorare le compatibilità di bilancio (questa è la nostra colpa, che scontiamo duramente), ma neanche che la banca d’affari Tizio possa mandarmi, a nome dell’agenzia Caio, un ragioniere nelle cui mani mettere il governo. 3. Il madornale errore europeo è consistito nell’emettere titoli nazionali del debito pubblico in una valuta straniera, denominata “euro”. Qui si deve risolvere: o si cambia la valuta (la Grecia è a un passo, dopo di che il nostro problema cambia radicalmente e salta tutto), o si cambia emittente. Sono un europeista, quindi continuo a sostenere la seconda cosa, in assenza della quale, però, vale la prima. 4. Quando incontrate un politico, un giornalista, un sapientone che parla (o parlò) di spread, per dire che salgono per colpa dell’avversario e scendono per merito dell’amico, chiaritegli sinteticamente e, nei limiti del possibile, urbanamente, cosa è lecito pensare di lui.
L’odierna sollevazione istituzionale contro le agenzie, contro i tre cavalieri del declassamento, è, al tempo stesso, tardiva e stonata. Tardiva perché è tutto noto (e scritto) da anni. Stonata perché la sberla collettiva di venerdì scorso è irrilevante. Anzi, generosa. Perché nelle condizioni date, con questi tassi, con questo euro e con la recessione in corso, il debito è in-so-ste-ni-bi-le. Se le agenzie avessero un pizzico d’onore (non contateci, sempre arbitro venduto sono) dovrebbero aggiungere: il che travolgerà anche la Germania. Lo diranno, come al solito, dopo che sarà successo.
L’arbitro è venduto, questo è sicuro. Solo che noi lo scrivevamo nel 2008, come al solito molestati dai maestrini senza idee. Ci dicevano: così è il mercato, le agenzie servono. Rispondevamo: ditelo a quelli che misero soldi in Parmalat, o in Lehman Brothers, o nella Enron, date per sane e forti, dalle mitiche agenzie, e crollate miseramente subito dopo. Quelle società hanno alcuni difettucci: a. sono in totale conflitto d’interesse; b. prendono sfondoni colossali; c. non sono in reale concorrenza, perché si muovono come un gregge, copiandosi i compiti da un banco all’altro; d. non pagano per gli errori che commettono. Dal punto di vista del mercato la soluzione è semplice: impedire che a fare le previsioni del tempo sia il venditore d’ombrelli, o, almeno, chiarire a tutti quali sono i suoi interessi. Se poi gli credono, son problemi dei boccaloni. Seconda parte della soluzione, lo ha ricordato Giuseppe Vegas, presidente della Consob: togliere ogni obbligo degli investitori a conformarsi ai rating decisi da altri. Oltre a essere masochismo finisce con il deresponsabilizzare e vincolare gli investitori istituzionali. Terzo: paghino per le indicazioni sbagliate, versando, in percentuale, ad un fondo per il risarcimento dei risparmiatori.
Ciò richiede un accordo internazionale, ma non ha nulla a che vedere con il rating sui governi. Andando dal grande al piccolo: 1. Se i governi non sfuggono alla morsa della finanza globalizzata, se non riaffermano la sovranità della legge, sarà la cattiva finanza ad allearsi con i cattivi governi, facendo allo spiedo popoli e mercati. Un giro finanziario pari a settanta volte il pil mondiale non è segno di grande fantasia, ma di profonda malattia. 2. Valutare gli stati come se fossero aziende è una superba bischerata. Il che non significa gli stati possano ignorare le compatibilità di bilancio (questa è la nostra colpa, che scontiamo duramente), ma neanche che la banca d’affari Tizio possa mandarmi, a nome dell’agenzia Caio, un ragioniere nelle cui mani mettere il governo. 3. Il madornale errore europeo è consistito nell’emettere titoli nazionali del debito pubblico in una valuta straniera, denominata “euro”. Qui si deve risolvere: o si cambia la valuta (la Grecia è a un passo, dopo di che il nostro problema cambia radicalmente e salta tutto), o si cambia emittente. Sono un europeista, quindi continuo a sostenere la seconda cosa, in assenza della quale, però, vale la prima. 4. Quando incontrate un politico, un giornalista, un sapientone che parla (o parlò) di spread, per dire che salgono per colpa dell’avversario e scendono per merito dell’amico, chiaritegli sinteticamente e, nei limiti del possibile, urbanamente, cosa è lecito pensare di lui.
L’odierna sollevazione istituzionale contro le agenzie, contro i tre cavalieri del declassamento, è, al tempo stesso, tardiva e stonata. Tardiva perché è tutto noto (e scritto) da anni. Stonata perché la sberla collettiva di venerdì scorso è irrilevante. Anzi, generosa. Perché nelle condizioni date, con questi tassi, con questo euro e con la recessione in corso, il debito è in-so-ste-ni-bi-le. Se le agenzie avessero un pizzico d’onore (non contateci, sempre arbitro venduto sono) dovrebbero aggiungere: il che travolgerà anche la Germania. Lo diranno, come al solito, dopo che sarà successo.
lunedì 16 gennaio 2012
"Colpito perché difendevo la sanità pubblica". Annalisa Chirico
Ottaviano Del Turco al soldo degli imprenditori della sanità privata. Ottaviano Del Turco nemico degli imprenditori della sanità privata. C’è qualcosa che non torna. E’ questa l’impressione che si ha leggendo la relazione tecnica del 2010 firmata dall’Agenzia sanitaria della Regione Abruzzo e pubblicata ieri.
I dati incrociati di Istat, Ministero della Salute e Asl locali segnalano “il drastico calo dei ricoveri”, oltre il 30% nella Regione per anni in cima alle classifiche per il più alto tasso di ospedalizzazione. I ricoveri per diabete calano del 74,9%, quelli per Alzheimer del 30,4%. Frutto di un miracolo? No, di buone politiche. Secondo il rapporto, infatti, “non possono non essere considerate le misure legislative e organizzative volte al contenimento della spesa sanitaria, che sono state introdotte a partire dall’anno 2006. Il calo dei ricoveri è iniziato in quell’anno, perlomeno nel settore pubblico, e nel 2007 in quello privato, dopo diversi anni di continua crescita”. Si dà il caso che il 2006 sia l’anno della legge regionale voluta proprio da Del Turco per il riordino del sistema sanitario. Il calo dei ricoveri si arresta dopo il 2008.
Il 14 luglio 2008 che cosa succede?
Beh, vengo tratto in arresto. Da lì comincia la mia odissea giudiziaria.
Un’odissea che la vede impegnato a difendersi in un processo che sta smantellando l’edificio accusatorio mattone dopo mattone. Da Presidente al soldo dell’imprenditore sanitario Vincenzo Angelini adesso si scopre un Del Turco inviso a certi interessi dell’iniziativa sanitaria privata.
In realtà già nel giugno del 2008, un mese prima del mio arresto, i Nas dei Carabinieri segnalavano truffe nelle cliniche di Angelini ai danni del sistema sanitario regionale. Quel rapporto diceva che le aziende private si stavano attrezzando contro l’assalto della Giunta da me guidata e proponeva alla Procura l’arresto di Angelini. Poi la Procura arrestò me.
Quel rapporto dei Nas però è stato reso pubblico soltanto nel 2010 nel corso del processo.
Lì c’è già scritto nero su bianco che la mia Giunta stava ridimensionando il potere delle cliniche private.
Dal rapporto dell’Agenzia sanitaria si direbbe che esiste anche un Del Turco “taumaturgo”.
Questa storia ha del clamoroso. Ha visto i dati sul diabete e sull’Alzheimer? I ricoveri per queste malattie sono drasticamente calati. Insomma, siamo diventati la regione ideale per i diabetici in cerca di guarigione e per chi desidera riconquistare la memoria… E dire che Francesco Di Stanislao, l’ideatore di quel programma di razionalizzazione della spesa sanitaria, colui che insieme a me ha rimesso in piedi l’Agenzia sanitaria, ora siede con me al banco degli imputati.
Ma lei si sente vittima di un errore giudiziario o piuttosto della guerra ingaggiata da parte della sanità privata?
A volermi mandare a casa non era solo l’opposizione, ma anche la maggioranza e, in particolare, quella parte del Pd riunita attorno a Enrico Paolini.
Che era il suo vice Presidente in Giunta però.
Certo, la sua nomina mi fu notificata da Piero Fassino in un’intervista rilasciata a Il Centro.
Paolini non voleva impegnarsi contro la sanità sprecona?
Paolini, ogni volta che c’era da discutere di sanità, aveva altro da fare. Scompariva. Del resto, lui ha collaborato attivamente nel processo, sin dalla fase delle indagini, a stretto contatto con i pm, che mi accusavano.
E come scordarsi la conferenza stampa del luglio 2008 con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi che esordisce dicendo “Ci sono le prove. Stavano distruggendo la sanità in Abruzzo”.
Beh, questo rapporto è la risposta al dottor Trifuoggi. In realtà eravamo noi a determinare le condizioni per far uscire la sanità abruzzese dai guai in cui era. A meno che non si ritenga che distruggere la sanità significhi indebolire il potere della sanità privata. Il pareggio di bilancio della Regione nel 2011 è anche figlio delle politiche sanitarie della mia Giunta.
Nel corso degli ultimi tre anni, anche di fronte all’evoluzione del processo, dal Pd le sono arrivati segnali di vicinanza, di ravvedimento rispetto alla condanna preventiva che in molti le avevano inflitto?
Nulla, nessuno. Quando mi incontrano, però, abbassano la testa.
Si è sentito abbandonato?
Dal momento che non mi sono mai sentito accompagnato, non ho sofferto neppure il dolore dell’abbandono.
Lei ha scontato un mese di carcerazione preventiva. Come ha vissuto la giornata del voto sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino?
Penso che ci sia stata l’insurrezione della parte più nobile del Parlamento, e devo ringraziare il deputato radicale Maurizio Turco, l’unico che ha letto le carte e si è espresso in base a quelle. La Bindi, per esempio, quelle carte non le ha lette.
Ne è sicuro?
Ne sono certo. Il mio è un giudizio politico. La Bindi se la prende con i radicali e invece dovrebbe alzarsi in piedi e spiegare in base a quali passaggi dell’inchiesta giudiziaria ritiene che una persona debba essere arrestata. E’ una vergogna.
Si stupisce?
No, non mi stupisco. Nel Pd ci sono due anime: quella della parte più brutta della tradizione cattolica e l’altra risalente al Pci, quella dei Torquemada e dei Violante, che hanno avvelenato i pozzi della politica di inchieste giudiziarie.(The FrontPage)
I dati incrociati di Istat, Ministero della Salute e Asl locali segnalano “il drastico calo dei ricoveri”, oltre il 30% nella Regione per anni in cima alle classifiche per il più alto tasso di ospedalizzazione. I ricoveri per diabete calano del 74,9%, quelli per Alzheimer del 30,4%. Frutto di un miracolo? No, di buone politiche. Secondo il rapporto, infatti, “non possono non essere considerate le misure legislative e organizzative volte al contenimento della spesa sanitaria, che sono state introdotte a partire dall’anno 2006. Il calo dei ricoveri è iniziato in quell’anno, perlomeno nel settore pubblico, e nel 2007 in quello privato, dopo diversi anni di continua crescita”. Si dà il caso che il 2006 sia l’anno della legge regionale voluta proprio da Del Turco per il riordino del sistema sanitario. Il calo dei ricoveri si arresta dopo il 2008.
Il 14 luglio 2008 che cosa succede?
Beh, vengo tratto in arresto. Da lì comincia la mia odissea giudiziaria.
Un’odissea che la vede impegnato a difendersi in un processo che sta smantellando l’edificio accusatorio mattone dopo mattone. Da Presidente al soldo dell’imprenditore sanitario Vincenzo Angelini adesso si scopre un Del Turco inviso a certi interessi dell’iniziativa sanitaria privata.
In realtà già nel giugno del 2008, un mese prima del mio arresto, i Nas dei Carabinieri segnalavano truffe nelle cliniche di Angelini ai danni del sistema sanitario regionale. Quel rapporto diceva che le aziende private si stavano attrezzando contro l’assalto della Giunta da me guidata e proponeva alla Procura l’arresto di Angelini. Poi la Procura arrestò me.
Quel rapporto dei Nas però è stato reso pubblico soltanto nel 2010 nel corso del processo.
Lì c’è già scritto nero su bianco che la mia Giunta stava ridimensionando il potere delle cliniche private.
Dal rapporto dell’Agenzia sanitaria si direbbe che esiste anche un Del Turco “taumaturgo”.
Questa storia ha del clamoroso. Ha visto i dati sul diabete e sull’Alzheimer? I ricoveri per queste malattie sono drasticamente calati. Insomma, siamo diventati la regione ideale per i diabetici in cerca di guarigione e per chi desidera riconquistare la memoria… E dire che Francesco Di Stanislao, l’ideatore di quel programma di razionalizzazione della spesa sanitaria, colui che insieme a me ha rimesso in piedi l’Agenzia sanitaria, ora siede con me al banco degli imputati.
Ma lei si sente vittima di un errore giudiziario o piuttosto della guerra ingaggiata da parte della sanità privata?
A volermi mandare a casa non era solo l’opposizione, ma anche la maggioranza e, in particolare, quella parte del Pd riunita attorno a Enrico Paolini.
Che era il suo vice Presidente in Giunta però.
Certo, la sua nomina mi fu notificata da Piero Fassino in un’intervista rilasciata a Il Centro.
Paolini non voleva impegnarsi contro la sanità sprecona?
Paolini, ogni volta che c’era da discutere di sanità, aveva altro da fare. Scompariva. Del resto, lui ha collaborato attivamente nel processo, sin dalla fase delle indagini, a stretto contatto con i pm, che mi accusavano.
E come scordarsi la conferenza stampa del luglio 2008 con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi che esordisce dicendo “Ci sono le prove. Stavano distruggendo la sanità in Abruzzo”.
Beh, questo rapporto è la risposta al dottor Trifuoggi. In realtà eravamo noi a determinare le condizioni per far uscire la sanità abruzzese dai guai in cui era. A meno che non si ritenga che distruggere la sanità significhi indebolire il potere della sanità privata. Il pareggio di bilancio della Regione nel 2011 è anche figlio delle politiche sanitarie della mia Giunta.
Nel corso degli ultimi tre anni, anche di fronte all’evoluzione del processo, dal Pd le sono arrivati segnali di vicinanza, di ravvedimento rispetto alla condanna preventiva che in molti le avevano inflitto?
Nulla, nessuno. Quando mi incontrano, però, abbassano la testa.
Si è sentito abbandonato?
Dal momento che non mi sono mai sentito accompagnato, non ho sofferto neppure il dolore dell’abbandono.
Lei ha scontato un mese di carcerazione preventiva. Come ha vissuto la giornata del voto sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino?
Penso che ci sia stata l’insurrezione della parte più nobile del Parlamento, e devo ringraziare il deputato radicale Maurizio Turco, l’unico che ha letto le carte e si è espresso in base a quelle. La Bindi, per esempio, quelle carte non le ha lette.
Ne è sicuro?
Ne sono certo. Il mio è un giudizio politico. La Bindi se la prende con i radicali e invece dovrebbe alzarsi in piedi e spiegare in base a quali passaggi dell’inchiesta giudiziaria ritiene che una persona debba essere arrestata. E’ una vergogna.
Si stupisce?
No, non mi stupisco. Nel Pd ci sono due anime: quella della parte più brutta della tradizione cattolica e l’altra risalente al Pci, quella dei Torquemada e dei Violante, che hanno avvelenato i pozzi della politica di inchieste giudiziarie.(The FrontPage)
giovedì 12 gennaio 2012
Quando Fini fa la differenza tra la libertà e la galera. Ipse dixit
12 Gennaio 2012 Nino Lo Presti il 10 novembre 2010, quando era un deputato del Pdl e per giunta relatore nella Giunta per le autorizzazioni: “Dall’esame delle carte e ascoltando la sua audizione emergono elementi che sostanziano un fumus persecutionis oggettivo”. Lo Presti vota contro l'arresto.
Nino Lo Presti, 2011, da deputato finiano: “Nella vicenda Cosentino non c’è traccia di fumus persecutionis. La Camera è chiamata solamente ad autorizzare la richiesta di arresto e solo alla magistratura spetta il compito di prendere in esame le accuse che gravano sull’onorevole Cosentino”. Lo Presti vota a favore dell'arresto. Da passato e libertà a futuro e galera... (l'Occidentale)
Nino Lo Presti, 2011, da deputato finiano: “Nella vicenda Cosentino non c’è traccia di fumus persecutionis. La Camera è chiamata solamente ad autorizzare la richiesta di arresto e solo alla magistratura spetta il compito di prendere in esame le accuse che gravano sull’onorevole Cosentino”. Lo Presti vota a favore dell'arresto. Da passato e libertà a futuro e galera... (l'Occidentale)
martedì 10 gennaio 2012
Una visione un po' Cortina
Premessa doverosa (altrimenti passo per difensore degli evasori): l'evasione fiscale è un reato e deve essere punito con giusta severità.
Il recente blitz della Guardia di finanza a Cortina sarà servito a mettere paura a qualche evasore fiscale, ma ha dimostrato pure che in certe situazioni si bada più all'apparenza che alla sostanza.
Inutile dire che non dovrebbe essere necessari i posti di blocco stradali per scoprire il proprietario di un'auto.
Come oggi non serve più esporre il bollo auto perché (era ora) adesso è tutto computerizzato.
Ma un particolare di non poca importanza viene sempre trascurato allorché, associando un alto tenore di vita ad una "bassa" dichiarazione dei redditi, si accerta quasi matematicamente un'evasione fiscale.
Non si vive solo di stipendi, salari, rendite immobiliari o benefit: molti integrano i loro introiti con rendite finanziarie.
Vorrei ricordare che tali rendite, per le persone fisiche, hanno una tassazione a titolo definitivo che viene operata alla fonte.
Per la precisione, dal primo gennaio di quest'anno, le rendite da azioni, obbligazioni e fondi d'investimento sono tassate al 20%, mentre i titoli di Stato e i buoni postali rimangono al 12,50%.
Quindi posso benissimo permettermi un tenore di vita al di sopra della mia dichiarazione se ho capitali (si spera lecitamente accumulati) le cui rendite - tassate alla fonte - mi consentono di integrare il mio reddito.
Il recente blitz della Guardia di finanza a Cortina sarà servito a mettere paura a qualche evasore fiscale, ma ha dimostrato pure che in certe situazioni si bada più all'apparenza che alla sostanza.
Inutile dire che non dovrebbe essere necessari i posti di blocco stradali per scoprire il proprietario di un'auto.
Come oggi non serve più esporre il bollo auto perché (era ora) adesso è tutto computerizzato.
Ma un particolare di non poca importanza viene sempre trascurato allorché, associando un alto tenore di vita ad una "bassa" dichiarazione dei redditi, si accerta quasi matematicamente un'evasione fiscale.
Non si vive solo di stipendi, salari, rendite immobiliari o benefit: molti integrano i loro introiti con rendite finanziarie.
Vorrei ricordare che tali rendite, per le persone fisiche, hanno una tassazione a titolo definitivo che viene operata alla fonte.
Per la precisione, dal primo gennaio di quest'anno, le rendite da azioni, obbligazioni e fondi d'investimento sono tassate al 20%, mentre i titoli di Stato e i buoni postali rimangono al 12,50%.
Quindi posso benissimo permettermi un tenore di vita al di sopra della mia dichiarazione se ho capitali (si spera lecitamente accumulati) le cui rendite - tassate alla fonte - mi consentono di integrare il mio reddito.
Per Repubblica tutti hanno una lobby tranne le toghe. L'Occidentale
Titolo di Repubblica in prima pagina: "Ecco come le lobby bloccano le Camere". La lettura si annuncia ghiotta. L'articolo spiega con dovizia di particolari come deputati e senatori siano riusciti negli anni a evitare qualasiasi riforma riguardasse le loro professioni e in genere i loro interessi.
Niente di nuovissimo, ma di questi tempi i giornali devono accontentarsi di quello che trovano. Repubblica però mette in prima pagina anche una tabella con le forze a disposizione di ciascuna lobby. Così veniamo a sapere che gli avvocati hanno 133 effettivi in Parlamento, i giornalisti 90, i medici 53, giù giù fino ai notai e ai farmacisti con 4 eletti ciascuno (pochi ma combattivi visti i risultati).
Poi uno riguarda la tabella, la scorre in sù e in giù, conta anche gli ingegneri (20) i commercialisti (23), gli architetti (13), cerca se per caso nelle pagine interne ce ne fosse una più completa e alla fine si chiede stupefatto: e i magistrati?
Come mai della potentissima lobby dei magistrati in Parlamento, Repubblica non fa alcun cenno nè nella tabella nè nell'articolo. Eppure ce ne sono eccome: secondo vari conteggi trovati rapidamente on-line tra i 15 e i 20. E anche molto attivi: se c'è una lobby che nei decenni è stata in grado di bloccare qualsiasi riforma potesse anche solo minimamente danneggiarla è proprio quella delle toghe e si può arrivare a dire che tra i vari poteri dello Stato, se c'è n'è uno che non è mai stato scalfito nel suo potere e nel suo provilegio, è quello della magistratura. In Italia, poche riforme sono evocate e rimaste sulla carta come quella della giustizia. C'entrerà pur qualcosa la lobby dei magistrati...
Eppure lo sguardo indagatore, lo sdegno civile, l'aspra denuncia di Repubblica ignorano del tutto i magistrati-legislatori. Tutti fanno lobby, tutti sono "casta", tranne loro. Poi non veniteci a dire che il "circuito mediatico-giudiziario" non esiste e non ha il suo organo di stampa prediletto...
Niente di nuovissimo, ma di questi tempi i giornali devono accontentarsi di quello che trovano. Repubblica però mette in prima pagina anche una tabella con le forze a disposizione di ciascuna lobby. Così veniamo a sapere che gli avvocati hanno 133 effettivi in Parlamento, i giornalisti 90, i medici 53, giù giù fino ai notai e ai farmacisti con 4 eletti ciascuno (pochi ma combattivi visti i risultati).
Poi uno riguarda la tabella, la scorre in sù e in giù, conta anche gli ingegneri (20) i commercialisti (23), gli architetti (13), cerca se per caso nelle pagine interne ce ne fosse una più completa e alla fine si chiede stupefatto: e i magistrati?
Come mai della potentissima lobby dei magistrati in Parlamento, Repubblica non fa alcun cenno nè nella tabella nè nell'articolo. Eppure ce ne sono eccome: secondo vari conteggi trovati rapidamente on-line tra i 15 e i 20. E anche molto attivi: se c'è una lobby che nei decenni è stata in grado di bloccare qualsiasi riforma potesse anche solo minimamente danneggiarla è proprio quella delle toghe e si può arrivare a dire che tra i vari poteri dello Stato, se c'è n'è uno che non è mai stato scalfito nel suo potere e nel suo provilegio, è quello della magistratura. In Italia, poche riforme sono evocate e rimaste sulla carta come quella della giustizia. C'entrerà pur qualcosa la lobby dei magistrati...
Eppure lo sguardo indagatore, lo sdegno civile, l'aspra denuncia di Repubblica ignorano del tutto i magistrati-legislatori. Tutti fanno lobby, tutti sono "casta", tranne loro. Poi non veniteci a dire che il "circuito mediatico-giudiziario" non esiste e non ha il suo organo di stampa prediletto...
Il fantasma di Tobin. Davide Giacalone
Se il fantasma di James Tobin si presentasse ai governanti europei il rumore che si sentirebbe non sarebbe quello delle catene trascinate, ma l’ululato di rabbia per il modo in cui è stata distorta la “Tobin tax”. L’idea che i proventi di quella tassazione possano servire ad alimentare la spesa pubblica o diminuire i debiti di questo o quello stato è non solo difforme dall’originale, ma destinata a sicuro insuccesso. A dispetto della fregola tassatoria il mondo va dove lo porta il portafogli.
Attorno alla tassazione delle transazioni finanziarie l’Unione europea ha vissuto il suo ennesimo dramma, con annessa rottura da parte inglese. Il fatto è che non solo David Cameron ha ragione, dal suo punto di vista, ma la cosa non funzionerebbe neanche se ci fosse l’unanimità. Per rendersene conto basta osservare la realtà, leggendola con occhiali non ideologici.
A cavallo delle festività sono stati pubblicati diversi articoli, fra il colore e il compiaciuto, nei quali si raccontava il ritorno delle file per far benzina in Svizzera, dato che costa meno. Se, invece, si parla di quanti portano i soldi in svizzera il tono cambia completamente, e si passa alla condanna. A muovere i due eserciti trasfrontalieri è la stessa cosa: la convenienza. Salvo due differenze, significative: a. fare il pieno non è illecito, ma è conveniente solo per chi guida nei paraggi; b. esportare valuta non è lecito, ma la convenienza non si misura con il chilometraggio. La regola è comune: i soldi vanno dove li si tratta meglio. Chi li trasferisce con le valigette non gode di buona stampa, ma se ne trasferiscono tanti anche in modo lecito e trasparente, visto che in Europa ci si fa accesa concorrenza fiscale. Provate a contare quante aziende chiudono in Italia e non riaprono in Cina o in India, ma in Polonia e Austria. Opporre a questi fenomeni la proibizione del doganiere è come cercare di fermare i tifoni atlantici con il mose, che non funziona manco a Venezia.
Veniamo alla finanza e all’anima di Tobin. I mercati finanziari spostano ricchezza per un volume pari a 70 volte il prodotto annuo mondiale. Pensateci: una follia. Nessuno chiede di tornare all’epoca del baratto, scambiando mele contro uova. Ma neanche possiamo restare in un mondo in cui si assume che un chilo di pere vale dieci milioni e un uovo cinque, sicché scambiando un chilo contro due ovi si realizza una transazione da venti milioni. Le cose si sono terribilmente complicate da quando il globo è diventato piccino, il che è successo a partire dal giorno in cui abbiamo smesso di farci la guerra e s’è diffusa la telematica. Due fatti positivi. Bellissimi. Ma che possono essere utilizzati per farci del male.
Muovendo denari per 70 volte il pil mondiale, facendolo da ogni dove e 24 ore al giorno, questa roba ha superato la fantasia della Spectre, accumulando un potere largamente superiore, non imbrigliabile da nessuno stato nazionale. A guidarla, poi, non c’è un Tizio che liscia il micio, ma migliaia di Caio e Sempronio anonimi che se ne stanno dietro i computers, a far da protesi umana del programma che guida acquisti e vendite. Nel 1795 Immanuel Kant scrisse della necessità del governo mondiale per porre fine alle guerre, vivesse oggi proporrebbe la stessa cosa, ma per regolare la finanza.
L’idea di Tobin, premio nobel per l’economia, è tassare le transazioni a breve e in valuta straniera, in modo da stabilizzare i mercati. Solo che è stata fatta nel 1972 e si riferiva al mondo post Bretton Woods, quando Nixon liberò il dollaro dall’essere la valuta stabile, cui gli altri avevano il dovere di riferirsi. Quel mondo lì e il nostro non hanno nulla in comune. Ma, comunque, Tobin pensava, correttamente, a un accordo globale, con proventi da mettere a disposizione della comunità internazionale. Se si tassano le transazioni solo in un’area del mondo, in questo caso l’Ue, si ottiene il risultato di vederle migrare da un’altra parte, in virtù del principio che i soldi vanno dove rendono di più e sono meno tassati. Cameron, che guida il Paese dove si trova la piazza di Londra, ha già detto che non se ne parla nemmeno. Ma ove anche cedesse (e non lo farà) il risultato non sarebbe maggiore gettito, ma più veloce transumanza dei quattrini, alla ricerca di verdi pascoli.
Imbrigliare i mercati finanziari è necessario, ma gli strumenti non possono che essere diversi e globali. Tutto questo per dire, quindi, che i governanti europei sono miopi e piccini, affetti da statolatria fiscocentrica, quindi destinati a prender sganassoni dagli statunitensi, che esportano la loro crisi, e lezioni di mercato dagli asiatici, che importano i nostri soldi. Speriamo il fantasma di Tobin (defunto nel 2002) visiti le loro notti.
Attorno alla tassazione delle transazioni finanziarie l’Unione europea ha vissuto il suo ennesimo dramma, con annessa rottura da parte inglese. Il fatto è che non solo David Cameron ha ragione, dal suo punto di vista, ma la cosa non funzionerebbe neanche se ci fosse l’unanimità. Per rendersene conto basta osservare la realtà, leggendola con occhiali non ideologici.
A cavallo delle festività sono stati pubblicati diversi articoli, fra il colore e il compiaciuto, nei quali si raccontava il ritorno delle file per far benzina in Svizzera, dato che costa meno. Se, invece, si parla di quanti portano i soldi in svizzera il tono cambia completamente, e si passa alla condanna. A muovere i due eserciti trasfrontalieri è la stessa cosa: la convenienza. Salvo due differenze, significative: a. fare il pieno non è illecito, ma è conveniente solo per chi guida nei paraggi; b. esportare valuta non è lecito, ma la convenienza non si misura con il chilometraggio. La regola è comune: i soldi vanno dove li si tratta meglio. Chi li trasferisce con le valigette non gode di buona stampa, ma se ne trasferiscono tanti anche in modo lecito e trasparente, visto che in Europa ci si fa accesa concorrenza fiscale. Provate a contare quante aziende chiudono in Italia e non riaprono in Cina o in India, ma in Polonia e Austria. Opporre a questi fenomeni la proibizione del doganiere è come cercare di fermare i tifoni atlantici con il mose, che non funziona manco a Venezia.
Veniamo alla finanza e all’anima di Tobin. I mercati finanziari spostano ricchezza per un volume pari a 70 volte il prodotto annuo mondiale. Pensateci: una follia. Nessuno chiede di tornare all’epoca del baratto, scambiando mele contro uova. Ma neanche possiamo restare in un mondo in cui si assume che un chilo di pere vale dieci milioni e un uovo cinque, sicché scambiando un chilo contro due ovi si realizza una transazione da venti milioni. Le cose si sono terribilmente complicate da quando il globo è diventato piccino, il che è successo a partire dal giorno in cui abbiamo smesso di farci la guerra e s’è diffusa la telematica. Due fatti positivi. Bellissimi. Ma che possono essere utilizzati per farci del male.
Muovendo denari per 70 volte il pil mondiale, facendolo da ogni dove e 24 ore al giorno, questa roba ha superato la fantasia della Spectre, accumulando un potere largamente superiore, non imbrigliabile da nessuno stato nazionale. A guidarla, poi, non c’è un Tizio che liscia il micio, ma migliaia di Caio e Sempronio anonimi che se ne stanno dietro i computers, a far da protesi umana del programma che guida acquisti e vendite. Nel 1795 Immanuel Kant scrisse della necessità del governo mondiale per porre fine alle guerre, vivesse oggi proporrebbe la stessa cosa, ma per regolare la finanza.
L’idea di Tobin, premio nobel per l’economia, è tassare le transazioni a breve e in valuta straniera, in modo da stabilizzare i mercati. Solo che è stata fatta nel 1972 e si riferiva al mondo post Bretton Woods, quando Nixon liberò il dollaro dall’essere la valuta stabile, cui gli altri avevano il dovere di riferirsi. Quel mondo lì e il nostro non hanno nulla in comune. Ma, comunque, Tobin pensava, correttamente, a un accordo globale, con proventi da mettere a disposizione della comunità internazionale. Se si tassano le transazioni solo in un’area del mondo, in questo caso l’Ue, si ottiene il risultato di vederle migrare da un’altra parte, in virtù del principio che i soldi vanno dove rendono di più e sono meno tassati. Cameron, che guida il Paese dove si trova la piazza di Londra, ha già detto che non se ne parla nemmeno. Ma ove anche cedesse (e non lo farà) il risultato non sarebbe maggiore gettito, ma più veloce transumanza dei quattrini, alla ricerca di verdi pascoli.
Imbrigliare i mercati finanziari è necessario, ma gli strumenti non possono che essere diversi e globali. Tutto questo per dire, quindi, che i governanti europei sono miopi e piccini, affetti da statolatria fiscocentrica, quindi destinati a prender sganassoni dagli statunitensi, che esportano la loro crisi, e lezioni di mercato dagli asiatici, che importano i nostri soldi. Speriamo il fantasma di Tobin (defunto nel 2002) visiti le loro notti.
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