martedì 10 novembre 2009

Quando il Muro crollò addosso al Bottegone. Fabio Martini

Era tutto il giorno che il Muro veniva giù, sbrecciato dalle mani e dai picconi. Poi si era fatta sera, a Berlino ma anche a Botteghe Oscure, il palazzo dove abitava il Pci, il più forte partito comunista d’Occidente. Al Bottegone le luci sono ancora tutte accese. Il segretario Achille Occhetto è a Bruxelles, ma i giovani rampolli che forse un giorno si faranno - D’Alema, Veltroni, Fassino - da ore sono davanti al televisore. Ad un certo punto Claudio Petruccioli si alza, si avvia lungo il corridoio, va a cercare lo sguardo e il pensiero di Alessandro Natta.

Nella stanza dell’ex segretario «la luce non è accesa, domina la penombra», racconterà Petruccioli nel suo libro Rendi conto. «Che facciamo?». E Natta: «Ma caro Petruccioli, cosa volete fare!». Petruccioli: «Ma come cosa vogliamo fare? Telefonano da tutta Italia, non possiamo star zitti! Con quel che sta succedendo, come facciamo ad andare in giro con questo nome...». E Natta: «Vedi, io non considero intoccabile il nome... ma cosa volete fare... Qui crolla un mondo, cambia la storia... ha vinto Hitler... Si realizza il suo disegno, dopo mezzo secolo».

Parole memorabili. Da compagno a compagno. Pronunciate al crepuscolo di una giornata che sta chiudendo un’epoca. Parole che illuminano l’anima di un comunista italiano. Natta ha 71 anni, è stato segretario del Pci subito dopo la morte di Enrico Berlinguer, è un uomo colto, antidogmatico, cultore dell’illuminismo. E come tutti i comunisti della sua generazione - e non solo - pensa che senza il sacrificio dell’Armata rossa, i nazisti sarebbero diventati i padroni d’Europa.

E però dalla battaglia di Stalingrado sono passati 45 anni, decenni nei quali tutti - non solo gli anticomunisti - avevano scoperto quanti milioni di russi fossero morti - in tempo di pace - per le angherie del compagno Stalin. Ebbene, in quelle ore, il pensiero di Natta va a Hitler, quasi che il vincitore di quelle giornate fosse lui e non, per esempio, quei ragazzi in festa.

In quegli stessi momenti, a Bruxelles Achille Occhetto sta incontrando Neil Kinnock, leader dei laburisti inglesi. Che ad un certo punto chiede: «Non pensi che ora il Pci dovrebbe cambiare nome?». E a quel punto, come Kinnock racconterà anni dopo, Occhetto rispose con una litania: «E’ molto difficile... è molto difficile... è molto difficile». E invece, 48 ore più tardi, il segretario del Pci troverà il coraggio. Senza avvertire i giornalisti, in modo da mettere i dirigenti del Pci davanti al fatto compiuto, alla Bolognina il segretario parla davanti ad un drappello di ex partigiani: «Gorbaciov ha incontrato i veterani della seconda guerra mondiale e ha detto loro...».

Il «titanico» Achille sta per annunciare il cambio del nome, ma - ecco un dettaglio rivelatore - il suo modello è pur sempre il segretario generale del Pcus. L’addio al Pci viene preannunciato alle 12,45 del 12 novembre ‘89: sono trascorsi 33 anni dall’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest e sono passati persino 3 giorni dalla caduta del Muro. Aveva scritto il «Times»: «Da sostenitore del movimento riformatore, il Pci rischia di trasformarsi in spettatore del collasso comunista». Già. Dopo aver vissuto dal 1945 in democrazia, come mai il Pci non solo non anticipò gli eventi ma li dovette inseguire? Come mai alla fine il Muro gli cadde addosso?

Certo, il Pci era un prototipo unico in Europa: aveva accettato la Nato, con Berlinguer aveva platealmente strappato da Mosca, aveva consolidato il consenso, predicando la democrazia. Eppure, l’identità comunista restava. In quel nome c’era una concezione del partito (era «vietato» prendere pubbliche decisioni a maggioranza) e della politica. Come sostiene Iginio Ariemma, ultimo portavoce del Pci, «permaneva la presunzione di verità di chi si sente determinante nell’ambizione di raggiungere la Terra promessa». E dunque l’addio al nome fu come cancellare l’utopia mentale di un approdo palingenetico.

È anche così che si spiega lo smarrimento di milioni di comunisti subito dopo la svolta. Sotto il Bottegone si affollarono militanti che, dopo decenni di disciplinato rispetto verso i propri dirigenti, ora li aggrediscono. Luciano Lama viene accolto da grida belluine: «Mafioso!» La Jotti: «Sto’ partito t’ha fatto magna’ e mo’ je vorti le spalle?». Si lacerano le famiglie, qualcuno arriva a divorziare. Nel fondo del cuore, il legame sentimentale con la patria del socialismo, non si era mai spezzato. Quasi che i sovietici fossero dei compagni che sbagliavano?

Dice vent’anni dopo Piero Fassino, uno dei giovani innovatori di allora: «A tenere i militanti legati c’era la speranza che Gorbaciov potesse «riformare» il comunismo. E poi c’era una frase che sentivamo in quelle settimane: che c’entriamo noi con quei regimi?». In realtà ancora nel 1987, Natta (da segretario) aveva accettato il premio Marx nella Rdt di Honecker, ma anche l’onorificenza dal Pcus per i 70 anni dalla Rivoluzione. E nel 1986 quando gli esuli ungheresi decisero una commemorazione di Irme Nagy a Parigi, il leader del Pci consigliò a Fassino: «E’ bene andare, ma forse non è utile parlare».

Anche se l’affresco più potente lo ha scritto, nel suo 1989, Enzo Bettiza che nel marzo di quell’anno si trovò a guidare la prima delegazione dell’Europarlamento in visita al Soviet supremo. In un incontro con altissimi dirigenti sovietici, il vecchio Giancarlo Pajetta, «pallidissimo», chiese di parlare subito, «contro ogni regola di protocollo». Fu contentato: «Io ho dedicato tutta la mia esistenza a sfogliare le pagine bianche della vostra storia, come un cieco che le riteneva immacolate», «però oggi vedo che erano insanguinate», «dovevate aspettare» tanto tempo «per aprirci gli occhi?». Era «l’ultimo urlo del ragazzo rosso in terra sovietica». I dignitari di Mosca «guardavano il soffitto». (la Stampa)

Crocifisso e Stato laico. Davide Giacalone

La sentenza che obbliga a staccare il crocifisso, dalle aule pubbliche, resterà nella storia del diritto, perché dimostra come si possa applicare un principio giusto ottenendo una sentenza sbagliata, e pericolosa. Sono un laico, non ho il dono della fede. Sono convinto che lo Stato laico, casa comune per uomini con fedi ed idee diverse, sia la più grande conquista della cultura occidentale.
Ho anche dedicato un libro all’importante lavoro della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea, e svolge un ruolo importante condannando, giustamente e reiteratamente, la nostra malagiustizia. Quindi: viva la laicità dello Stato, viva la Corte, abbasso la sentenza.
Il tema è estremamente delicato e complesso, ed una colpa di quella sentenza è di averlo affrontato con la mannaia. Il crocifisso è certamente un simbolo religioso, destinato a ricordare il sacrificio di un uomo che, per i credenti, è divino. Segna una rottura con l’ebraismo, perché l’avvento del Cristo chiude la vecchia alleanza ed apre la nuova. In passato, con le crociate, e non solo, è stato anche simbolo di guerre. La cultura occidentale, però, ha saputo imparare dai propri errori, ed oggi non si conoscono, se non del tutto marginali, casi di fondamentalismo cristiano. La fede, ovviamente, influenza l’azione politica. Un cattolico è ragionevole che sia contrario sia al divorzio che all’aborto. Ma, come si sa, la grande maggioranza degli italiani seppe distinguere, e noi abbiamo leggi che regolano entrambe le cose. La laicità, insomma, abbiamo imparato a praticarla. Con alti e bassi, come sempre.
Lo Stato laico, però, non è lo Stato ateo. Il secondo nega la fede, il primo nega che possa essere imposta. Il primo è virtuoso, il secondo sanguinoso. Nello Stato laico non si stabilisce una fede per nascita, ma si difende il diritto alla fede ed a praticarne i riti. Purché compatibili con la legge, giacché se taluno volesse fare sacrifici umani finirebbe all’ergastolo, in un manicomio criminale.
Il crocifisso, da noi, non è un obbligo di legge, ma un’abitudine, progressivamente sempre meno significativa. Capisco il lettore che ha scritto: siamo noi cattolici, che dovremmo staccarlo. Egli intende dire, credo: non possiamo sopportare che sia “normale”, vogliamo che sia “significativo”. Eppure, è normale. Se, come la sentenza rischia di fare, gli tolgo quella caratteristica, non faccio un passo in avanti verso la laicità, ma rischio di rinfocolare roghi del passato. Non assecondo la secolarizzazione della società tutta, ma indico come modello (sebbene negativo) il fondamentalismo islamico. E’ come se dicessi: i veri fedeli sono i fondamentalisti, che sono intolleranti ed escludenti, quindi non vogliamo i loro simboli. Ma, da noi, quella roba non esiste, e si rischia di crearla.
La Corte Europea ha eccepito che la presenza del crocifisso toglie ai genitori il diritto di educare la prole alla propria religione. Concetto illogico e, al tempo stesso, pericoloso. Siamo tutti, ovunque, circondati da simboli religiosi. Siamo, per ciò stesso, coartati nella nostra volontà? Ed i genitori, hanno diritto di educare i figli a quel che pare a loro, razzismo e martirio compresi? La cosa paradossale è che, per affermare una presunta libertà, si difenda una specie di “proprietà” parentale. Che, grazie al cielo, ci sarà ancora in talune tribù, ma da noi i ragazzi fanno proprie scelte assai prima della maggiore età.
Ho visto con sospetto, infine, la reazione di quasi tutto il mondo politico. A parte la deplorevole e ricorrente ignoranza su quale sia l’Europa di cui stiamo parlando, mi è parso che un po’ tutti abbiano strizzato l’occhio alle gerarchie cattoliche, come a dire: ci pensiamo noi a difendervi. Ma quello che va difeso è, invece, lo Stato laico, quindi il diritto alla fede che non sia diritto all’imposizione.
Da laico, i simboli religiosi non mi hanno mai offeso o disturbato. Nessuno. Da laico, mi danno fastidio le feste per rallegrare ragazzi che si sono comunicati o cresimati senza sapere cosa sia la cresima e la comunione. Nel senso che mi da fastidio l’ignoranza. Di certo, però, non sarà un bel giorno quello in cui lo sapranno solo i frequentatori di scuole religiose, perché le madrasse vorrei chiuderle anche per i musulmani, non aprirle per i cristiani.
Meglio tenerci il nostro equilibrio, aiutando gli studenti, fra l’altro, a capire i simboli dell’architettura nella quale sono immersi, la storia della cultura che, si spera, sapranno evolvere, e, già che ci siamo, anche l’indirizzo della loro casa, scuola o discoteca. San Benedetto, insomma, non è un’acqua minerale. Pretendere di laicizzare con le sentenze, invece, non solo rischia di riconfessionalizzare molti, ma è un assai poco laico modo di procedere.

lunedì 9 novembre 2009

L'evoluzione politica di Gianfranco Fini: da John Wayne a vietcong. Lodovico Festa

“Mi disturba l’aria da caserma” Dice Gianfranco Fini alla Stampa (9 novembre). John Wayne, adieu! Adesso si sta con i Vietcong?

“In alcune zone d’Italia, penso al Sud, l’immagine del Pd è gravemente lesa” dice Ivan Scalfarotto alla Repubblica (9 novembre). In altre parti, penso al Nord, è leggermente lessa.

“Un modello parlamentare certamente più sobrio di quello attuale” Dice Bruno Tabacci al Corriere della Sera (9 novembre). Vuole sobrietà, ha sete di giustizia, si sente un po’ confuso. Bacco, Tabacci e Venere mandano il centrista in cenere. (l'Occidentale)

domenica 8 novembre 2009

C'era un muro a Berlino. Christian Rocca

Il 9 novembre 1989 è caduto il Muro di Berlino, una data simbolica della storia recente e numericamente speculare – 9/11 e 11/9 – al giorno più importante di questo scorcio di secolo, quando tre aerei di linea sono stati dirottati da diciannove terroristi islamisti per attaccare l’America. Il 9/11 del 1989 è finita la Guerra fredda, ma non la storia – al contrario di quanto aveva previsto lo studioso Francis Fukuyama. Tanto che l’11/9 del 2001, dopo dodici anni di autocompiacimento, è brutalmente cominciata la nuova era.In questi giorni il mondo occidentale festeggia con gioia e passione il ventennale della caduta del Muro e la fine della Guerra fredda, ma la prima, inaspettata, contrastata – e per questo ancora più visionaria – picconata alla barriera di divisione fisica e ideologica tra l’est e l’ovest è stata assestata due anni e mezzo prima. Era il 12 giugno 1987, il giorno in cui è stata pronunciata la frase simbolo della fine della Guerra fredda: “Mr. Gorbachev, tear down this wall”, signor Gorbachev tiri giù questo muro. Quel giorno il presidente americano Ronald Reagan era volato di prima mattina a Berlino ovest, partendo da Venezia, dove la sera prima si era concluso il vertice del G7. Poco dopo le due del pomeriggio, Reagan è salito sul palco montato davanti alla Porta di Brandeburgo, chiusa dal muro che divideva l’ovest dall’est. Subito dopo l’intervento del cancelliere tedesco Helmuth Kohl, Reagan ha preso la parola. Era il 1.279esimo discorso della sua presidenza, è diventato il più importante e decisivo.
Il grande comunicatore, così lo chiamavano i media americani, era al termine della sua presidenza, all’ultimo anno e mezzo del secondo mandato. A quel punto aveva già pronunciato due grandi discorsi che, assieme a quello davanti al muro, resteranno nella storia della Guerra fredda. Reagan, come oggi Barack Obama, credeva molto nella forza della parola e spesso diceva che, in fondo, il vero compito del presidente è parlare. Alle parole, però, faceva seguire i fatti. Con i discorsi pubblici fissava i paletti e con la più prosaica azione politica cercava di trovare soluzioni compatibili con i principi e i valori americani.
Nel 1982, Reagan aveva parlato a Westminster, nel primo discorso di un presidente americano di fronte al Parlamento inglese riunito in seduta plenaria. Scritto da Anthony Dolan, quel discorso è diventato il manifesto politico della superiorità del modello democratico e liberale rispetto al sistema comunista sovietico. Le parole di Westminster sono entrate nell’epica della Guerra fredda soprattutto per la frase, in realtà una citazione di Leon Trotzky, con cui Reagan spiegò che la marcia della libertà e della democrazia avrebbe portato il marxismo e il leninismo nella “pattumiera della storia”.
Qualche mese dopo, sempre nel 1982, Anthony Dolan scrisse l’altro testo decisivo per la definizione reaganiana dei termini della Guerra fredda. Rivolto alla platea dell’Associazione nazionale degli evangelici, a Orlando, in Florida, Reagan coniò l’espressione “evil empire”, impero del male, per descrivere il comunismo sovietico. Il discorso scatenò la reazione costernata degli editorialisti liberal e di gran parte del corpo diplomatico americano, tutti convinti che un linguaggio così provocatorio avrebbe innervosito Mosca. Erano gli anni in cui il vantaggio geopolitico e militare sovietico sembrava inattaccabile.
I presidenti americani sono ricordati e spesso anche idolatrati per una frase decisiva pronunciata nel corso della loro presidenza. La frase di Franklin Delano Roosevelt è “l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”, pronunciata nel pieno della crisi economica degli anni Trenta che ha causato la Grande depressione. Quella di John Fitzgerald Kennedy, “ask not”, è stata pronunciata il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, nel gennaio 1961: “Non chiederti che cosa può fare il paese per te, chiediti che cosa puoi fare tu per il tuo paese”. Il povero Bill Clinton sarà ricordato per aver detto “non ho fatto sesso con quella donna”, anche se non era vero, mentre a seconda di come la storia giudicherà il suo operato George W. Bush potrebbe essere ricordato per il fallimentare “missione compiuta” sull’Iraq o per il visionario e idealistico obiettivo di “porre fine alla tirannide nel mondo” pronunciato il giorno dell’inaugurazione del secondo mandato.
La frase di Reagan è “Mr. Gorbachev, tiri giù questo muro”.
L’appassionante storia di questa frase, e di questo discorso, è raccontata da Romesh Ratnesar, vicedirettore di Time, in un libro pubblicato in America con il titolo “Tear down this wall – A city, a president and the speech that ended the Cold war”. Oggi sembra scontato che il presidente americano avesse pronunciato quelle parole, ma allora non era affatto così.
Il muro era solidissimo e nessuno, nemmeno i più falchi ideologi della superiorità occidentale sul modello comunista, pensava seriamente che potesse crollare né da un momento all’altro, né mai. Il New York Times e il Washington Post, il giorno dopo il discorso di Reagan a Berlino, non misero la notizia in prima pagina. Il settimanale Time scrisse che la performance di Reagan era stata buona, anche “se non sufficiente a cancellare l’impressione che stia perdendo l’iniziativa a vantaggio del rivale sovietico”. Henry Kissinger commentò che Mosca non avrebbe mai abbattuto il muro. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale di Reagan, Frank Carlucci, disse che la frase era buona, ma che non si sarebbe mai realizzata. L’unico che ogni tanto diceva che prima o poi il Muro sarebbe caduto era Reagan, ma era più una speranza dettata dal suo indomabile ottimismo, dal suo idealismo misto a ingenuità e arroganza da cowboy, che il prodotto di una strategia politica.
Il discorso era stato assegnato al vice speechwriter della Casa Bianca, Peter Robinson. Le indicazioni del presidente erano state vaghe: c’era da celebrare il 750esimo compleanno di Berlino e da evitare il confronto con il famoso intervento di Kennedy “Ich bin ein Berliner”. L’advance team della Casa Bianca è volato a Berlino per scegliere il luogo dell’evento. I tedeschi e il dipartimento di stato non volevano la Porta di Brandeburgo, perché avevano paura di provocare il regime dell’est e i sovietici. Erano i mesi in cui America e Unione Sovietica, grazie alle riforme annunciate da Mikhail Gorbachev e alla disponibilità di Reagan, avevano cominciato un percorso di intesa politica e di rapporti personali che prometteva molto bene. A Reykjavik, qualche mese prima, i due leader erano quasi arrivati a eliminare gli arsenali nucleari, ma l’accordo è saltato perché Reagan non era disposto ad abbandonare il piano di difesa spaziale.
Gli uomini di Reagan si imposero e la scelta della Porta di Brandeburgo è stata decisiva, non solo simbolica. Una cosa è stata dire Mr. Gorbachev butti giù “questo” muro, trovandoselo alle spalle e con cinquecento tedeschi orientali disposti a rischiare la carica della polizia per ascoltare a distanza le parole del presidente americano, un’altra sarebbe stata chiedere di abbattere “quel” muro a qualche chilometro di distanza.
La scrittura del discorso è stata un processo lungo e faticoso che ha coinvolto Consiglio di sicurezza nazionale, dipartimento di stato, Cia, Pentagono e staff della Casa Bianca, come accade sempre con gli interventi presidenziali che riguardano la sicurezza nazionale. La prima bozza di Robinson conteneva la richiesta a Gorbachev di abbattere il Muro, in quelle successive la frase era da pronunciare in tedesco. Ogni volta che il testo veniva sottoposto a una revisione c’era sempre qualcuno, in particolare al dipartimento di stato e al Consiglio di sicurezza nazionale, che chiedeva di cancellare la richiesta a Gorbachev. Era, a seconda di chi parlava, sbagliata, non presidenziale, pericolosa e arrogante. Uno dei più attivi era Colin Powell, allora viceconsigliere della sicurezza nazionale. A un certo punto è cominciato a circolare un discorso alternativo, scritto dall’ambasciatore americano a Berlino e privo di toni che avrebbero potuto compromettere i rapporti con Mosca. Robinson non cedeva e nelle innumerevoli revisioni successive lasciava sempre la frase, anche se in tedesco (è stato il suo boss, Anthony Dolan, a imporre la formulazione in inglese). Il tira e molla per fermare Reagan in nome della realpolitik è durato fino alla mattina del 12 giugno sull’aereo da Venezia a Berlino. Diplomatici, consiglieri per la sicurezza e staff hanno provato per l’ultima volta a convincere il presidente. Reagan si è fidato del suo istinto. Pochi giorni dopo i servizi americani hanno intercettato una comunicazione da Mosca a Berlino: il Cremlino chiedeva al governo tedesco orientale di allentare le misure di sicurezza sul Muro. (il Foglio)

mercoledì 4 novembre 2009

L'inutile Europa ci toglie pure il crocifisso. Ida Magli

Le religioni non sono monete. Fare l’unificazione europea a tavolino, cominciando astutamente dall’economia e dalla moneta, ha permesso finora di tenere basso lo scontro con ciò che veramente crea i popoli ed è creato dai popoli: i loro sentimenti, le loro fedi, il loro spirito, il loro passato, la loro storia, le loro tradizioni, i loro valori, i significati che i popoli assegnano al loro «essere se stessi». Le religioni praticamente sono il contenitore di tutto questo, lo rispecchiano nel momento stesso in cui lo plasmano. Noi possiamo cercare di spiegare in termini teologici le differenze fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, oppure fra quella ortodossa e le varie chiese riformate, ma che non sia stata la teologia a crearle si vede a occhio nudo: il rituale ortodosso con la solennità dei suoi gesti, con il calore dei suoi canti, con l’intensa calma passione delle sue icone, è frutto dell’anima russa, di nient’altro che del popolo russo. Nessun inglese, nessuno svedese avrebbe mai potuto produrlo.
I politici che hanno progettato l’Unione europea hanno affermato che ci univamo perché eravamo uguali; ma nelle religioni non si è, non si può essere uguali, perché appunto, come le lingue, esse si differenziano in funzione della diversità dei popoli. Adesso, dunque, è giunto per l’Ue il momento più difficile: vivere l’unione senza isterilirci, senza morire. Questo significa per prima cosa salvaguardare i segni visibili dell’appartenenza religiosa. In Italia l’architettura, le rappresentazioni pittoriche, i crocifissi, le innumerevoli Madonne, fanno parte della storia, dell’arte, delle tradizioni di un paese che si è talmente alimentato, lungo lo scorrere dei secoli, della bellezza del Vangelo che sarebbe impossibile immaginare un S. Francesco senza il dolce paesaggio dell’Umbria, un S. Benedetto senza l’ordinata gravità del lavoro romano, un Raffaello senza l’innamorata contemplazione della Vergine Maria. Oggi si vogliono togliere i crocifissi dalle aule nelle scuole pubbliche; per proteggere, come si afferma, la libertà degli studenti. Ma anche le migliaia di edicole della Madonna, che proteggono i viandanti agli incroci delle strade, sono «pubbliche»; presto qualcuno, giustamente, vorrà che vengano eliminate. Guardiamo bene in faccia il prossimo futuro: se nell’Ue per essere liberi bisogna che in pubblico vengano cancellati tutti i segni che indicano un’appartenenza, questo significa che nessun popolo sarà più un popolo, salvo che si ritenga che possa farci sentire «Popolo» l’esposizione nelle scuole e agli angoli delle strade della faccia di Barroso. Il «privato» non crea un popolo, ed è questo che succederà: tutte le differenze saranno costrette a vivere, o a sopravvivere, nell’ambito del privato e l’Europa sarà debolissima perché saranno a poco a poco cancellati, anche nella memoria, i tratti distintivi che legano fra loro i popoli che la compongono.
Toccare le abitudini religiose significa toccare l’anima dei popoli. Cosa pericolosissima, anche là dove sembra, come in Europa, che le fedi siano ormai sbiadite, la partecipazione ai precetti in declino. Questo è un punto di cui i governanti, anche quelli ecclesiastici che hanno aderito alla realizzazione dell’Unione europea, non hanno tenuto conto: la scarsa aderenza visibile ai dettami delle Chiese, soprattutto nell’area occidentale, non significa l’abbandono, ma piuttosto, insieme allo sviluppo sempre maggiore del pensiero critico, un bisogno religioso anch’esso critico, profondo, difficile da esprimere, ma esigentissimo, «vero», che finora la chiesa cattolica non ha saputo esaudire. Ma, proprio perché i cristiani oggi conoscono meglio il significato di una religione, la loro ribellione scatterà di fronte alla pretesa dei governanti di togliere i crocifissi dalle scuole più che a un’imposizione di uguaglianza di carattere dottrinale. Perché questo, in Europa, tutti lo sappiamo bene; sono stati i nostri più grandi pensatori a insegnarcelo, da Platone a Cartesio a Leopardi: «Essere, è essere diverso».
I governanti italiani, dunque, si muovano subito; nell’interesse dell’Italia, ma anche dell’Europa. Bisogna istituire a Bruxelles l’abitudine a innumerevoli «eccezioni»... (il Giornale)

martedì 3 novembre 2009

Avanti Alfano Riprovaci Sandro! Paolo Pillitteri

Quando il Premier lancia il j’accuse: comunisti! ai Pm italiani, e subito dopo questi ultumi annunciano, sdegnati, giornate di mobilitazione, dice una “verità” per dir così storica, anche se va ridimesionata dal totale al parziale. Difatti, è acclarato “storicamente”che il Pci si è occupato - e solo il Pci e i suoi eredi sono davvero maestri nel settore - della coltura (come il terreno di) dei teneri virgulti nella magistratura, accompagnando ed erudendo il pupo con quelle amorevoli cure che soltanto l’immortale scuola gramscian-togliattiana sapeva infondere. La destra, cioè la Dc di allora, lasciava fare, a lei toccava il governo e il sottogoverno, gli enti, le banche di stato, il grande latifondo con conseguente lottizzazione del potere. Al Pci il resto, cioè la cultura e la magistratura, o parte di questa. La giustizia. Adesso, diciamocelo, è troppo tardi per intervenire partendo dall’infanzia, il pupo da erudire già lo è stato e, soprattutto si è emancipato ab origine, cioè da quando indossa la toga, da qualsiasi condizionamento del potere politico, sia con la totale autonomia del “suo” Csm che sovrasta il Parlamento deprivato dell’immunità, sia per l’errore fatale nell’aver stravolto il referendum radicale sulla responsabilità civile dei magistrati, referendum, come si sa, scaturito dalla tragedia di Tortora, metafora, come ricordavano i vari Pannella sgolandosi e spendendosi nel Paese, della più ampia catastrofe della giustizia. Se si vuole rendere la giustizia italiana davvero giusta ed efficiente, basterebbero due scelte: la separazione delle carriere e il ritorno allo spirito del referendum (chi sbaglia paga, non lo stato) restaurando nel Parlamento l’identica autonomia del Csm, come stabilito dai Padri Costituenti. Forza, avanti, provaci ancora Alfano!

La cultura. La delega al Pci di questo settore onnicomprensivo di arte, storia, università, letteratura, editoria, giornalismo ipersindacalizzato, televisione, cinema, Biennale di Venezia ecc, è cosa diversa. Può essere temperata se non revocata. Comunque va rivista e corretta. Basta volerlo. Certo, se si “premia” un leader del Pd come Giuliano Amato (persona degnissima, peraltro, ma ai vertici , da sempre, del centro sinistra) con la importantissima Treccani, se ne deduce, quanto meno, che il centro destra non aveva candidati degni dell’Enciclopedia più importante e identitaria d’Europa. Il caso della Biennale di Venezia è sotto gli occhi di tutti. Il ministro Bondi, da cui il fondamentale Ente dipende - non si dimentichi mai che ci voleva il coraggio e la lungimiranza di Craxi e del suo gruppo dirigente a realizzare la prima e dirompente Biennale del dissenso oltrecortina, nel pieno del compromesso storico, nel 1977, con Ripa di Meana - si trova orfano di rappresentanti in quell’ente produttore di cultura a livello internazionale, un prezioso biglietto da visita. Qui non si vuole discutere la qualità degli attuali vertici. Qui si vorrebbe, anzi, si dovrebbe, ristabilire un principio e un primato, quello della politica. Ovvero quello del ministro competente che non solo ha il diritto ma anche il dovere di circondarsi e quindi di nominare persone che conosce da vicino, di esperienza culturale e manageriale alta, di personaggi in grado di costituire una rete, un network di presenze e di riferimenti all’interno di un mondo da sempre, colpevolmente trascurato dal centro destra. Non è un problema di lottizzazion. E’ un problema politico. Perciò: forza, avanti, provaci ancora Sandro! (l'Opinione)

Berlusconi condannato in piazza prima che i procedimenti a suo carico inizino. Francesco Forte

Un articolo da leggere per capire come la prescrizione possa essere un'arma a doppio taglio e come i processi, anche non celebrati, siano strumenti di lotta politica

Oramai si processa Silvio Berlusconi sui giornali, anticipando i fumosi processi che lo riguardano. Ciò avviene mentre si sostiene che Berlusconi vince le elezioni perché è il dominus dei media in Italia. Il tutto mentre il fatto del giorno dal punto dal punto di vista giornalistico politico riguarda tutt'altra persona: l’ex governatore del Lazio.

Piero Marrazzo appare coinvolto in un intreccio oscuro in cui sono entrati la droga e la morte del trafficante che ne riforniva le inquiline di Via Gradoli da cui l’allora governatore si recava con una rilevante quantità di denaro, che in parte serviva per pagarla. La tesi de “La Repubblica” e dei politici come Rosy Bindi è stata sin qui che Berlusconi - il quale, cessato il lodo Anfano, è sotto processo - si dovrebbe dimettere poiché Marazzo - che non è sotto processo - si è dimesso da governatore del Lazio.

Il paragone è improprio per la semplice ragione che, comunque, in Lazio per scadenza naturale fra qualche mese ci sono le elezioni (e le dimissioni di Marrazzo sono “a fine mandato” ). Né, dal punto di vista delle conseguenze politiche economiche e finanziarie, si può paragonare il governatorato del Lazio alla presidenza del consiglio dei Ministri. Per giunta il caso Marrazzo riguarda comunque una persona che ha ammesso di avere assunto cocaina in incontri con un transessuale da lui pagato per le sue prestazioni. Queste si svolgevano in un locale a ciò dedicato, nel quale il governatore è stato sorpreso in mutande da carabinieri del nucleo antidroga, presunti “ricattatori”, con 5 mila euro sul tavolino accanto a della cocaina. Il “ricatto” consisteva puramente nel rendere noto il fatto in questione, che ha rilevanza penale diretta o indiretta non tanto in relazione alle attività sessuali di Via Gradoli quanto al traffico di droga.

Può darsi che il fatto che l’ex governatore abbia pagato i carabinieri con due assegni, di cui egli avrebbe poi denunciato lo smarrimento, sia, per un giudice di manica larga, una estorsione anziché una corruzione di pubblici ufficiali, col fine di occultare il traffico di cocaina su cui stanno indagando. Ma in ogni caso questo è un fatto realmente accaduto che disonora chi lo ha commesso. Dunque la questione Marrazzo non è pertinente. E "La Repubblica" e gli altri giornali che conducono la campagna antiberlusconiana, con articoli di un livore incredibile, dopo averci provato, non puntano più sulla tesi che poiché Berlusconi è sotto processo” ciò comporti le sue dimissioni, ma sulla tesi che “ se” sarà condannato in primo grado dal tribunale ciò comporterà per lui l’obbligo di dimettersi. Il “se” è diventato sempre più piccolo sino a lasciare posto alla affermazione che Berlusconi sarà condannato. O, comunque che è come se fosse condannato, dato che già l’avvocato Mills è stato condannato. Il processo in Corte d’Appello al Mills è stato svolto con straordinaria rapidità perché la prescrizione, per lui, avviene alla fine del marzo 2010.

Per la verità, secondo un’altra tesi che appare più corretta, la prescrizione doveva essere già avvenuta. Infatti i magistrati hanno stabilito che la sua data di decorrenza non è quella del 1998 quando la testimonianza che sarebbe stata fatta in modo falso per fine di lucro fu effettuata, ma nel 2000 quando Mills ricevette la somma che, sulla base di un teorema e non di prove, costituiva il compenso per tale presunta corruzione. Il pagamento della somma concluderebbe il reato. In altre parole, se un killer uccide una persona nell’anno 1 ma viene pagato per questo fatto due anni dopo, nell’anno 3 , il reato di omicidio ha avuto luogo nell’anno 3! Ci si potrebbe, comunque, domandare quale nesso vi sia fra una presunta falsa testimonianza in un processo fatta nell’anno 1 e una somma ricevuta dal presunto testimone corrotto due anni dopo. Non è strano che il pagamento sia così dilazionato nel tempo? E in effetti, osserva l’avvocato di Mills, la motivazione della lunga sentenza stesa dal giudice Gandus "non dice e non può dire che vi sia stata una somma di denaro percepita dall’avvocato Mills proveniente da Fininvest o da soggetti a essa riconducibili. Non lo dice e non lo può dire e ogni altro ragionamento è un puro atto di fede".

In queste condizioni, il processo che si dovrà celebrare contro Silvio Berlusconi è un puro atto politico. Lo è perché si baserà su un teorema, ossia che quel Mills che nega abbia ricevuto dalla Fininvest la somma in questione e che questa somma sia il compenso per aver egli, Mills, reso una falsa deposizione due anni prima. Ma il processo a Berlusconi è un puro atto politico per una seconda ragione: non ci sono i tempi per celebrare un regolare processo al presidente del Consiglio prima della scadenza della prescrizione (che ha luogo, al più tardi, nel giugno del 2011). Infatti il lodo Alfano è diventato legge nel luglio del 2008 e ha sospeso i processi per le alte cariche dello stato da quando esso è entrato in vigore sino a quando la sentenza della Corte Costituzionale che lo ha abrogato viene pubblicata. Si può calcolare, dunque, che la sospensione della perseguibilità e quindi della prescrizione per Berlusconi duri 14 mesi. Ne consegue che questo processo, per non essere prescritto, dovrà terminare nell’estate del 2011. Ma esso deve essere rifatto dall’inizio con un nuovo tribunale non ancora costituito. Ecco, di conseguenza, che mancano i tempi tecnici per un processo svolto in modo accurato.

Dunque, i casi sono due. Se il processo si svolgerà in modo accurato, esso non potrà arrivare alla fine prima della prescrizione e il tribunale non potrà pronunciare una sentenza di condanna. Oppure, per evitare la prescrizione, il processo sarà svolto in modo estremamente sommario. E quindi se si giungerà alla condanna questa sarà viziata sia dalla sommarietà della procedura adottata sia dal fatto che tale procedura sarà resa possibile dalla scelta esplicita del tribunale di non adottare la procedura garantista. Dunque la condanna sarà frutto di una corte prevenuta. E’ molto probabile che il tribunale non voglia seguire questa discutibile linea. Dato ciò, “La Repubblica” ha messo le mani avanti e ha ammesso che la prescrizione potrebbe avvenire prima. Tuttavia, “La Repubblica”, gli altri giornali e i politici che ne seguono le argomentazioni, sostengono che, se non ci fosse la prescrizione, si giungerebbe alla condanna. E da ciò desumono che comunque Berlusconi dovrebbe dimettersi. Questo clima viene arroventato anche per far dimenticare l’episodio Marrazzo, che mette a nudo l’ipocrisia del giustizialismo puritano.

Silvio Berlusconi però ha dichiarato che, anche se sarà condannato, rimarrà al suo posto. Una dichiarazione giusta, che serve a bloccare le manovre riguardanti un futuro ipotetico governo tecnico e la girandola di voci che questa prospettiva alimenterebbe. Chi aveva fatto dei sogni, riguardo a questo governo, li può rimettere nel cassetto. Berlusconi ha perfettamente ragione dal punto di vista politico e dal punto del puro diritto.

Dal punto di vista politico è chiaro che la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il lodo Alfano è una sentenza partigiana, scritta da giudici di una ben definita parte politica che in larga maggioranza hanno avuto quel posto in seguito a una nomina di organi politici, come il parlamento e il capo dello stato. La Corte Costituzionale ha argomentato che il Lodo Alfano lede il principio per cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, in quanto il presidente del consiglio è un primus inter pares rispetto ai ministri, non ha un compito superiore. La precedente sentenza della Corte costituzionale sul Lodo Schifani aveva ammesso che il presidente del consiglio ha una posizione diversa che può giustificare un suo diverso trattamento ma aveva ritenuto che la sospensione della sottoposizione a processi penali che la legge Schifani stabiliva per le alte cariche dello stato fosse sproporzionata alle esigenze connesse a tali cariche. Chi legge la Costituzione senza prevenzioni si rende conto che, per essa, il presidente dl Consiglio non è pari ai ministri, ma è ad essi superiore. L’articolo 92 della Costituzione dice che “il governo della Repubblica composto da presidente del consiglio e dai ministri, che, insieme, formano il consiglio dei ministri”. Il presidente del Consiglio, dunque, “non è un ministro”. E questo articolo aggiunge che “il presidente della Repubblica sceglie il presidente del Consiglio e nomina i ministri su proposta di questi”. Dunque il presidente del consiglio sceglie i ministri. Inoltre l’articolo 95 dice che “il presidente del consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo , promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Non so se questo testo comporti che il presidente del consiglio è un primus inter pares o un primuis super pares. Questo latinorum non fa che confondere la chiarezza del testo che attribuisce al presidente del consiglio la guida del paese con la collaborazione di ministri che lui stesso ha scelto. Dunque non è contraria al principio di eguaglianza una legge che sospende i processi per il presidente del consiglio, per il presidente della repubblica e per il presidente della corte costituzionale e non per altri cittadini dotati di cariche pubbliche che non svolgono compiti altrettanto importanti e impegnativi.

Berlusconi non si deve dimettere nel caso di condanna da parte del tribunale perché l’Italia ha bisogno di un governo stabile e non di un premier pencolante. E ha anche solide ragioni giuridiche a sostegno di questa linea. Infatti come si è appena visto, l’unico modo che avrebbe un tribunale per arrivare alla sua condanna sarebbe quello di un giudizio sommario con un procedimento svolto di corsa, basato sugli assunti ipotetici del precedente processo Mills. Inoltre anche se la sentenza di primo grado fosse emessa prima della prescrizione, questa si verificherebbe subito dopo. Quindi non ci saranno il giudizio di appello né quello di cassazione. Pertanto, in ogni caso non ci sarà una condanna definitiva. La eventuale condanna di primo grado, con processo sommario, sarà priva di quella verifica che si richiede nel sistema processuale ordinario basato sui tre gradi di giurisdizione. Ma ciò non conta per i giornali progressisti. Loro lo processano e condannano sulle loro pagine prima che i procedimenti a suo carico inizino. (l'Occidentale)

Liberiamo i giudici ostaggio dei giudici. Vincenzo Vitale

Negli ultimi giorni, il presidente del Consiglio Berlusconi ha ripetutamente precisato come egli tema soltanto i giudici politicizzati, mentre nutre piena fiducia in quelli seri. Cosa ci vuol dire in questo modo Berlusconi? Forse che ci sono due categorie di giudici, alcuni affidabili ed altri meno?

Non è proprio così, ma comunque una distinzione va necessariamente operata per comprendere coma vadano le cose dentro la magistratura italiana. In modo approssimativo, può infatti affermarsi che dei circa 6500 magistrati italiani in servizio, soltanto una piccola parte, forse non più di tre o quattrocento, sia politicamente attiva sul fronte dell’organizzazione delle correnti, dell’Associazione nazionale e del Consiglio superiore della magistratura.

Come operano solitamente costoro sui diversi fronti? Innanzitutto, un aspetto è quello legato alla necessità di convincere i giovani uditori giudiziari appena entrati in carriera ed ancora tirocinanti a far parte di una corrente anziché di un’altra. Si apre insomma la caccia il nuovo magistrato, nella speranza di poter portare a casa il miglior risultato possibile. Subito dopo, si pone il problema della gestione della rappresentanza e del potere all’interno della singola corrente: si tratta di mantenere equilibri già consolidati o di promuoverne di nuovi, soprattutto con riferimento alla elezione dei componenti della Associazione nazionale, dei Consigli giudiziari (che si trovano delocalizzati presso le Corti d’Appello) e del Consiglio superiore.
Questa attività si pone in una cornice dichiaratamente politica, in quanto la contesa che si svolge agli scopi sopra citati ricalca in modo pieno e conforme la contesa che normalmente si svolge fra i partiti allorché su tratti di nominare una commissione o un organo comunque rappresentativo, dotato di precise competenze.

Si studiano così i possibili candidati, si cerca di smussare gli inevitabili veti incrociati, si rassicura l’elettorato (cioè gli altri seimila magistrati), si immaginano alleanze, si patteggiano soluzioni con altri colleghi esponenti di diverse correnti, si mette cioè in opera l’intero armamentario del politico di professione. Non solo. Si stabiliscono anche le equivalenze dei posti a disposizione e che vanno quale appannaggio di una corrente piuttosto che di un’altra.
Così, in questa prospettiva, un posto direttivo di un importante ufficio nazionale (per esempio, Procuratore a Milano o Napoli) assegnato ad un esponente di una determinata corrente, equivale di solito a due semidirettivi di un ufficio di media importanza (due procuratori aggiunti, per esempio, a Cagliari o Messina), che venga assegnato ad altra corrente. Il bilancino ed il manuale Cencelli la fanno in tal modo da padroni, così come accade nei veri giochi politici.

Nel frattempo cosa fanno gli altri seimila magistrati italiani? Destinatari - loro malgrado - dell’attivismo politico dei loro tre o quattrocento colleghi, per un verso lo subiscono (perché non se ne possono facilmente liberare), per altro verso lo temono (perché non amano certo mettersi contro un «potente»), per altro verso ancora se ne infastidiscono (perché vorrebbero tanto esserne liberati per poter lavorare in santa pace).

Sicché, paradossalmente, i primi ad essere ben contenti se i loro colleghi la smettessero una buona volta di scimmiottare i politici di professione, sarebbero proprio loro: i magistrati italiani che, in assoluta maggioranza, desiderano soltanto fare il loro lavoro in serenità e senza intromissioni politiche di alcun tipo. E tuttavia, chiedere questo, soltanto questo, per alcuni oggi suona quasi come una bestemmia, avvezzi come sono ai giochini politici e correntizi, che per costoro rappresentano ciò che l’acqua è per un pesce.

Bisogna allora prenderne atto. Oggi, la battaglia per una seria riforma della amministrazione giudiziaria che tenti di estirpare il cancro della politicizzazione della organizzazione giudiziaria va condotta, oltre che nell’interesse di tutti noi, anche nell'interesse degli stessi magistrati. Da quelli che vorrebbero essere liberati dal giogo della politica (e sono la maggioranza), ma che da soli non ce la fanno. (il Giornale)

Libertà di suicidio

Diana Blefari, brigatista rossa, si è impiccata in carcere.
Si sono scatenate tutte le intelligenze di sinistra: era malata psichica, la detenzione era incompatibile con il suo stato, non è stata sorvegliata abbastanza ...
A parte il fatto che non è facile trovare chi è compatibile con la detenzione, la signora Blefari Melazzi aveva deciso di farla finita.
Vogliamo ipotizzare anche il rimorso, ma solo una puntina, per carità.
In ogni caso è un suo diritto suicidarsi, o no?
Non è stato un gesto dimostrativo andato oltre: ha cercato la morte.
Quindi pace all'anima sua e fine delle polemiche.

venerdì 30 ottobre 2009

Quando il gioco si fa duro il popolo di centrodestra deve alzare la voce. Giorgio Demetrio

Il sonno è di quelli profondi. E nonostante le bastonate alla collottola e i ganci sotto la cintura, non c’è verso di svegliare il dormiente centrodestro.

Su altri fronti il Nostro, all’opposto, pare non volersi prendere un attimo di riposo. E’ ipercinetico. Ha fatto e - c’è da scommetterci – continuerà a fare per non sbattere i denti contro il muro delle attese tradite. Tra le più meritevoli, fra le tante, ha varato un pacchetto di norme per la sicurezza di cui taluni ricordano solo i pezzi utili a fare polemica da suburra. E perfino esportabile. Imboccano i corrispondenti dei fogli esteri chiedendo loro di scrivere in vermiglio che l’Italia è preda di invasati governativi che girano per strada, machete tra gli incisivi, a caccia di stranieri da affettare. Che quegli stessi stranieri vengono respinti, e quindi fatti crepare in mare, per “xenofobia” teorizzata e praticata.
Forse che ha qualche fondamento, allora, il travaso di bile del premier che addita le gazzette straniere di sputtanamento sistematico di sé e dell’Italia intera. E ha qualche ragione a inalberarsi non perché sia l’Unto che mai toppa, ma perché i numeri che non temono smentite hanno una faccia troppo diversa dalle ricostruzioni impastate con la demagogia.

Così è se si considera che i respingimenti sono iniziati per normalizzare un apparato di accoglienza in affanno. Così è se si introduce il reato di immigrazione clandestina non per autocompiacimento razzista ma per dare senso ed efficacia al sistema delle espulsioni, prima affidato al cortese invito di lasciare i confini patri.

Così è se le leggi antimafia contenute nel pacchetto sicurezza (l’unico precedente di pari incisività è nel decreto “Scotti-Martelli” del ‘92, ma stavolta si è agito indipendentemente dalle bombe. Non si chiama “volontà politica” di azzoppare i clan?) stringono il cappio attorno al collo della mala.

Le norme che agevolano il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi, che inaspriscono il “carcere duro”, che tengono lontani dagli appalti pubblici gli imprenditori strozzati che hanno “dimenticato” di denunciare gli estorsori, che colpiscono anche l’apparato burocratico (e non solo gli eletti) in caso di scioglimento di un’amministrazione per infiltrazione mafiosa, non sono leggi che a un colluso (come è il Cavaliere per D’Avanzo e compagnia) converrebbe non proporre? O si dirà che sono “coperture costose ma doverose”?

Così è perché dall’insediamento di Berlusconi a oggi sono stati arrestati 270 latitanti, con una media di otto arresti al giorno durante l’anno scorso; sono stati sequestrati alla criminalità organizzata beni per un valore complessivo superiore a cinque miliardi di euro, diecimila miliardi del vecchio conio. Si sta operando nella direzione sperata dai magistrati che fanno e hanno fatto, dilaniati dal tritolo, l’antimafia concreta, non quella dei teoremi. Si sta prosciugando il brodo di denari in cui prosperano i boss, che considerano l’arresto poco più di un “incidente di percorso” ma si spezzano senza i capitali che, in molti casi, li rendono capitani di impresa esemplari, finissimi.

Maroni e Mantovano sembrano due dischi rotti; li ripetono fino allo sfinimento i numeri plastici del successo, ma anche i più grandi primati, se ridotti a trionfo aritmetico, paiono roba da ragionieri. Dovrebbero essere sostenuti da pezzi e servizi “caldi”, che uniscano la matematica ai principi umanamente bollenti (fatti di determinazione, di messianismo civile) che innervano la lotta contro la barbarie mafiosa.

Si è bussato in patria, per allargare il giro dei soliti Feltri, Belpietro e Ferrara, alle porte di Repubblica e di Padellaro, ma non hanno aperto impegnati com’erano a fare pornodomande e a consolidare la fama di picciotto, “a prescindere”, del premier. Si è citofonato all’estero, ma dei 270 latitanti finiti al gabbio non interessa al club dei fogli progressisti, disponibili a ciarlare di feste e baldracche, ma a corto di inchiostro se bisogna illustrare l’Italia, un Paese che – a dispetto del “tanto peggio tanto meglio” dei travagli e dei dipietri nostrani – la schiena dritta ce l’ha.

Il Nostro, il governo tutto, macina chilometri e su parecchi versanti: dalla sicurezza alle emergenze ambientali, dall’economia alla biopolitica (non volendo ascriversi il titolo di governo omicida, che fa morire di fame e di sete i disabili gravi e fa abortire le donne col pesticida domestico). Su un fronte però dorme. Come un sasso.

Se per raccontare i successi reazionari ci si deve affidare sempre e solo ai tre di cui sopra, forse è ora di finirla con l’autocensura preventiva. Il timore è noto: se già ora a Berlusconi danno del duce caraibico, figurarsi cosa accadrebbe se tirasse fuori il suo Floris, la sua Dandini, il suo allegro deejay azzurro. Risposta facile: cosa c’è da perdere? Una palata di letame in più rispetto alla discarica che gli riversano quotidianamente addosso fa la differenza? Non scherziamo. E non si dica che in passato si è tentato di farlo, perché qui si parla di tirare fuori decine di gladiatori con gli attributi, che dettino il dibattito e suscitino - per l’annozero cavalleresco - le stesse aspettative del circo di Santoro.

Basta col complesso di inferiorità perenne, con le gambe che tremano davanti alle scempiaggini sulla libertà di stampa schiacciata. Fanno sanguinare le orecchie con il premier che controllerebbe – coi soldi e col potere - tutto il sistema dei media che contano. Che lo dicano a ragione, allora, visto che finora si è pagato dazio per portare a casa solo briciole e contumelie.

Cacci dalla naftalina i suoi Santoro, Berlusconi; moltiplichi i giornali, gli avamposti della Rete per dare voce e scrivania ai tantissimi ragazzi di talento allergici al sinistrismo; apra le scuole dei cabarettisti, degli attori non allineati; lanci le radio (che siano megafono di tutta la cultura non conformista) sul modello delle antenne che danno linfa al movimento conservatore americano e fanno impazzire i liberal obamiani. E non si dica che non ci sono, sarebbe imperdonabile.

Li tiri fuori, dia loro visibilità. A meno che non ci si voglia suicidare continuando a vincere alle urne e a lasciare nel silenzio quella maggioranza che, stanca di essere additata come antropologicamente inferiore (tra i tanti, il pezzo di Pirani su Repubblica del 28 ottobre docet), ora vuole urlare. (l'Occidentale)

Perché i giudici perseguitano il Cavaliere. Alessandro Sallusti

I giudici sono sul piede di guerra. Non è una novità. Lo sono da tempo, più precisamente dal 1994 quando Berlusconi scese in politica e impedì ai comunisti (allora lo erano davvero), usciti indenni da Tangentopoli, di prendere il controllo del Paese. Ieri però si sono agitati parecchio, affermando che il Cavaliere si vuole sottrarre alla giustizia attraverso nuove leggi che lo salvino dai processi presenti e futuri. Ci vuole davvero coraggio a sostenere questa tesi considerato che il premier è forse l’uomo più indagato al mondo. In questi ultimi quindici anni contro Berlusconi sono stati aperti 109 processi, fissate 2.500 udienze, effettuate 530 perquisizioni. E praticamente tutti atti giudiziari per fatti precedenti alla sua entrata in politica. Ogni atto, affare e transazione del gruppo Mediaset-Fininvest è stato passato al microscopio, ricostruito ad anni di distanza. Nessun malfattore, criminale, serial killer, ma anche nessun imprenditore grande o piccolo è mai stato sottoposto a tale trattamento che all’interessato, cosa non secondaria, al momento è costato oltre trecento milioni, seicento miliardi di vecchie lire, in avvocati e consulenze. Il più delle volte Silvio Berlusconi è stato chiamato in causa non direttamente ma in quanto capo di un impero con oltre cinquantamila dipendenti dei quali, secondo l’accusa, non «poteva non sapere» eventuali malefatte. Teoria mai applicata nei confronti di altri industriali, Agnelli e De Benedetti (tanto per non fare nomi), che sono così usciti indenni dalle disgrazie dei loro rispettivi gruppi.
E questo sarebbe un uomo che vuole «sottrarsi alla giustizia»? Sarebbe meglio dire che questo uomo è braccato dalla giustizia con un accanimento senza precedenti. Tentare di divincolarsi, oltre che umano dovrebbe avere almeno l’attenuante della legittima difesa. E invece no. Pur di inchiodarlo l’accoppiata diabolica giudici-politici è riuscita anche nel capolavoro di togliere alle persone che guidano il Paese qualsiasi filtro, cioè immunità temporanea, nei confronti della magistratura. Che ora può decidere chi e come deve governare senza nessun controllo o mediazione. Ma la casta delle toghe non si accontenta ancora. Vuole di più, cioè sostituirsi anche al Parlamento e decidere quali leggi debbano essere approvate e quali no. Non dico all’università, ma alle scuole elementari ci insegnano che ci sono tre poteri distinti: governo, Parlamento e magistratura. Il primo propone, il secondo legifera, il terzo controlla. Oggi scopriamo che non è più così: i controllori vogliono arrogarsi il diritto di decidere le leggi, a partire da quella che li riguarda più da vicino, cioè la riforma della giustizia. Eppure non ci vuole un esperto per decretare che i nostri tribunali non possano più andare avanti così, che oggi chi incappa nelle reti della legge affronta un calvario infinito, che anni di politica invasiva, impicciona e debole hanno permesso alla casta dei magistrati di diventare il primo partito della sinistra italiana.
Ieri, contro la possibilità che il Parlamento affronti la questione di petto, nei Palazzi di giustizia è riecheggiata la parola «sciopero». Come accadde nelle fabbriche della Fiat quando Cesare Romiti tentò di rimettere mano a qualità e bilanci dell'azienda, come urlano gli studenti quando la Gelmini prova a far passare il concetto che chi non studia deve essere bocciato, come fanno i ferrovieri che vogliono l’aumento nella busta paga. L’obiettivo è chiaro: gettare il Paese nel caos e addossare anche questa colpa a Berlusconi. Ma di che cosa hanno paura questi giudici? Di non poter più condannare il cattivo di turno? Non credo. Con Berlusconi ci hanno provato 109 volte e non ci sono riusciti con le leggi, i poteri e i privilegi attuali. In realtà temono di dover tornare a fare semplicemente il loro lavoro, per il quale sono lautamente pagati. Un governo, direi un’intera classe politica che si rispetti dovrebbe andare avanti diritta sulla sua strada senza farsi spaventare o peggio ricattare come un Marrazzo qualsiasi. Costi quel che costi. (il Giornale)

giovedì 29 ottobre 2009

Nella direzione giusta. Luca Ricolfi

Ieri, con il via libera del Consiglio dei ministri, è iniziato il cammino della Riforma universitaria, che dovrà approdare in Parlamento.

Poi dovrà essere discussa, eventualmente emendata, e infine approvata dalle due Camere. È presto dunque per formarsi un’opinione definitiva. Come professore universitario posso però testimoniare su un punto: il clima è già profondamente cambiato. Ho partecipato giusto qualche giorno fa a un incontro di Facoltà sui criteri di valutazione della didattica e della ricerca, e ho constatato che un po’ tutti - anche gli oppositori della riforma - sono consapevoli che, comunque le cose vadano a finire nei dettagli (importantissimi, in questo caso), un’epoca è finita e tutto sommato è un bene.

Quale epoca?

L’epoca in cui le università avevano mano libera nella promozione dei candidati locali, spesso pessimi. Un’epoca in cui i clan accademici la facevano da padroni, e nessuno era veramente tenuto a rendere conto del proprio operato. Un’epoca in cui si sapeva che i bilanci in rosso sarebbero stati ripianati, sempre e comunque. Un’epoca in cui, in nome di una malintesa autonomia, si potevano moltiplicare impunemente corsi di laurea e insegnamenti. Un’epoca in cui la valutazione si cominciava, faticosamente, a fare, ma i suoi risultati non venivano utilizzati per premiare i migliori. Un’epoca in cui i fondi seguivano la spesa storica (e i suoi sfondamenti) anziché premiare le università migliori. Un’epoca in cui, a dispetto del dettato costituzionale (art. 34), quasi nulla veniva fatto a favore dei «capaci e meritevoli».

Quell’epoca è al tramonto non per merito di una riforma che non c’è ancora, ma perché i disastri delle riforme precedenti (e innanzitutto del 3+2) sono sotto gli occhi di tutti. Perché più l’Università si apre all’estero, più diventa difficile evitare il confronto, o continuare a lodarsi da soli. E infine perché i soldi sono sempre di meno, e lentamente si sta capendo che non possiamo più permetterci di gettarli al vento.

Però va detto che la riforma del ministro Gelmini, nonostante i limiti che ognuno di noi può trovarvi (io ad esempio avrei qualche domanda sul valore legale della laurea e sulle tasse universitarie), va nella direzione giusta, almeno nell’impianto generale e nei principi ispiratori. La stella polare della riforma è la piena responsabilizzazione delle istituzioni e degli individui. Se i dettagli saranno ben congegnati, cosa non scontata, le università non potranno dissipare risorse come in passato, le prepotenze nei concorsi incontreranno qualche ostacolo, il merito individuale sarà premiato un po’ più di prima (del resto non ci vuole molto). Ci vorranno anni, ma la direzione è questa.

Naturalmente è anche possibile che non se ne faccia niente. La riforma potrebbe non passare in Parlamento. Gli emendamenti di maggioranza e opposizione, anziché migliorarla, potrebbero stravolgerla. I professori potrebbero trovare il modo di continuare a pilotare i concorsi, come prima e più di prima. Gattopardescamente, potrebbe anche accadere che tutto venga cambiato perché tutto resti come prima. E’ questo, a mio parere, il rischio più grande.

Ma se questo rischio si vuole evitare, occorre che tutti facciamo la nostra parte. Il ministro dovrebbe sempre tenere presente che la macchina che ha deciso di toccare è delicatissima, e che il rischio di non rendersi conto delle conseguenze pratiche delle norme che si introducono è sempre molto alto. L’opposizione, anziché demonizzare la Gelmini, farebbe bene a prenderla in parola, vigilando sul fatto che le intenzioni si traducano in norme davvero efficaci: l’ha già fatto quando con Pietro Ichino (senatore del Partito democratico) ha contribuito a migliorare la riforma della Pubblica amministrazione del ministro Brunetta, può benissimo rifarlo oggi nel caso dell’Università. E infine noi, docenti, studenti e personale dell’Università, dovremmo smetterla di pensare che tutto dipende dalle leggi, dalle norme e dai regolamenti: la qualità della riforma dipenderà certo dal fatto che non contenga sciocchezze e aberrazioni, ma molto dipenderà anche da noi, dal modo in cui sapremo parlarne, farla nostra, usarla per costruire un’Università più degna di un Paese civile. (la Stampa)