lunedì 31 agosto 2009

Laici baciapile. Davide Giacalone

Eccoli lì, i falsi laici, pronti a dar prova di pochezza. Ieri tuonavano contro l’asservimento del centro destra ai dettami vaticani, ora sgranano il rosario ad una festa voluta da Celestino V. Cui Dante dedicò una definizione feroce: “colui che fece per viltate il gran rifiuto”, non riferendosi certo alla mancata perdonanza. C’è tanta gente, in giro, che è nata chierichetto, salvo passare la vita a cercare un dio in cui credere ed un parroco da servire.
Quando le gerarchie cattoliche intervengono, sulla procreazione assistita o sul fine vita, scatta subito l’accusa d’ingerenza. Molti democratici confusi sono cultori inconsapevoli della teoria mussoliniana: la chiesa ha diritto ai soldi e all’autonomia, ma non a far politica. La scuola laica, quella vera, con pochi alunni, la pensa diversamente: dicano pure quel che pensano, e cerchino di farlo valere, anche rivolgendosi ai parlamentari che si professano cattolici. Per noi, questa, è l’essenza stessa della democrazia. Del resto, correva il lontano anno 1974 quando la maggioranza degli elettori, in un Paese che si dice quasi tutto cattolico, fece marameo ai dettami provenienti dal cupolone.
Non c’è ingerenza, se i prelati manifestano opinioni, anche con forza. Non c’è offesa alla religione, se si risponde loro dissentendo, anche con forza. L’Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, paragonò la politica verso l’immigrazione alla persecuzione nazista degli ebrei. Un’inquietante cretinata, un’offesa alla storia ed al presente. L’ho scritto, chiaro e tondo, senza tirare in ballo questioni di fede.
In quanto alla privacy, è stata tirata in ballo (da Berlusconi) a sproposito. Se si fosse scritto sui costumi sessuali, di questo o di quello, avrebbe ragione, ma una sentenza, come anche un patteggiamento, non hanno nulla di privato e riservato, sono pubbliche. Per definizione. Può sembrare strano, in questo Paese di trasformisti, ma noi opinionisti siamo tenuti alla coerenza, altrimenti siamo solo sparaballe a pagamento. Se un Tizio tuona per la moralità e poi patteggia per molestie è bene che il lettore lo sappia. Ci guadagna, almeno, il buonumore.
Anche questo (triste) episodio passerà, magari con qualche penitenza, ma resta l’arretratezza culturale di chi credere, a seconda dei casi, che sia laico far tacere i vescovi, e sia segno di moralità baciar loro la pantofola.

28 commenti:

Anonimo ha detto...

che giaccalone...

sboffo ha detto...

che vaccata...

John Christian Falkenberg ha detto...

Applausi. A scena aperta.

Anonimo ha detto...

leccate di culo. a scena aperta

Anonimo ha detto...

Interessi e conflitto
Così i poteri forti controllano la stampa (e s'infiltrano in politica)

Il gruppo RCS, di cui il Corriere della Sera è la corazzata, fa capo a una grande banca d’affari, Mediobanca. A sua volta La Stampa appartiene al gruppo finanziario industriale controllato dagli eredi Agnelli, che ha, in Mediobanca un ruolo rilevante. Da anni il giornale è schierato a favore del PCI, poi dei DS, ora del PD. Repubblica è controllata, assieme a l’Espresso, dal gruppo finanziario industriale che fa capo a Carlo De Benedetti che, almeno sino a ieri si vantava di avere idealmente la tessera numero 1 del Pd.

Roberto Calderoli ha sostenuto che i recenti attacchi ricevuti dalla Lega Nord da parte di importanti organi di stampa che hanno diffuso in modo capzioso affermazioni di Umberto Bossi allo scopo di screditarlo, traggono origine dai poteri forti del mondo bancario. Questa affermazione sarebbe potuta sembrare una battuta polemica dettata da malumore. Ma si sono successivamente verificati una serie di eventi, che avvalorano la tesi che esista una campagna sistematica rivolta a screditare i leader della attuale coalizione di governo e a cercare di creare zizzania nella maggioranza, con tesi e messaggi che sembrano prodotti con lo stampino.

Nel caso di Bossi che vorrebbe differenziare i salari del Nord e del Sud in rapporto al costo della vita ed usa - in modo chiaramente non tecnico - il termine “gabbie salariali”, si è sostenuto che lui vuole resuscitare il meccanismo di determinazione di imperio a livello centrale del divario territoriale di salari che fu abrogato dal Ministro del lavoro Giacomo Brodolini negli anni '70. Volutamente si è ignorato che Bossi rilanciava la proposta fatta da Calderoli, di contratti di lavoro differenziati regionalmente, cosa ben diversa dalla fissazione dei salari per legge. Con il sistema di riportare in modo identicamente deformato il pensiero di Bossi, si è generata una sorta di verità fittizia da parte di un gruppo ben determinato di organi di stampa, tre per la precisione, che sono La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.

La sensazione che ci sia una campagna orchestrata si è accresciuta con due recenti episodi: quello riguardante la pubblicazione della sentenza di condanna per molestie a una signora sposata a carico di Dino Boffo, direttore de l’Avvenire, da parte de Il Giornale e di Libero e quello della querela di Silvio Berlusconi nei confronti di Repubblica, che gli aveva posto dieci pseudo domande, che erano e sono un assieme di malignità tendenziose che hanno fatto il giro della stampa internazionale. Anche in questi due casi si è verificato una orchestrazione analoga a quella relativa alle esternazioni estive di Umberto Bossi. Ma ancora più assordante.

Potrebbe sembrare sorprendete che questi giornali esprimano lo sdegno non per ciò che ha fatto il direttore de L’Avvenire e per il modo con cui si è difeso ma per il presunto attacco ai vescovi o alla Chiesa cattolica che ciò comporterebbe da parte de Il Giornale e, per illazione, dello stesso Silvio Brelusconi. Ciò tralasciando la circostanza che il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri è noto per la sua indipendenza e quella ulteriore che ciò che è stato pubblicato era un fatto, per sua natura pubblico, ossia una sentenza di condanna passata in giudicato. La cosa forse più sorprendente è che i tre giornali, che si preoccupano del danno che ciò secondo loro può provocare alla Chiesa cattolica sono tradizionalmente laicisti. Il fatto mi ricorda di quando, alla Farnesina io avevo messo sotto inchiesta alcuni diplomatici e loro collaboratori che non operavano correttamente con il pubblico denaro: "Lei - mi disse un autorevole diplomatico - sta macchiando la reputazione del Ministero degli esteri". "Al contrario - io gli risposi - con la mia azione penso di migliorarla perché faccio sapere che chi sgarra non la passa liscia. Il medico pietoso fa la piaga cancrenosa".

Anonimo ha detto...

Assurdamente, Boffa a sua difesa adduce di essersi assunto le colpe di un giovane drogato che disturbava una signora usando il telefonino che lui gli aveva dato. Il che se fosse vero implicherebbe da parte del Boffa di avere commesso il reato di simulazione di reato per avere difeso una persona che, presumibilmente non sarebbe stata condannata ma sarebbe stata rinviata a centro di assistenza. Il disprezzo per la legalità che Boffa ha dimostrato con questa difesa fa capire che non si tratta di una persona in grado di dare lezioni di etica a nessuno.E quanto alla querela di Berlusconi a Repubblica, la tesi che gli abbia così attentato alla libertà di stampa, indica la medesima sordità ai principi dello stato di diritto. Se Repubblica ha agito nell’ambito del diritto di libertà di stampa e di cronaca non ha da temere alcunché, salvo nel caso di giudici parziali verso Berlusconi, un evento che sarebbe veramente straordinario nelle cronache giudiziarie italiane.

Dunque ha ragione Calderoli a ritenere che sia in atto una azione concertata dei poteri forti del mondo bancario contro Berlusconi e contro chi è reo di condividerne gli indirizzi generali? L’intreccio esiste, ma è più complesso, viene da lontano, come ha spiegato Renato Altissimo in una intervista a Il Giornale pubblicata domenica. Di certo, il gruppo RCS, di cui il Corriere della Sera è la corazzata, fa capo a una grande banca d’affari, cioè a Mediobanca, il cui obbiettivo dichiarato in relazione a questo gruppo editoriale non è di ottenere il massimo profitto. A sua volta La Stampa appartiene al gruppo finanziario industriale controllato dagli eredi Agnelli, che ha, in Mediobanca un ruolo molto rilevante. Da molti anni il gioirnale è schierato a favore del PCI, poi dei DS, ora del PD. Repubblica è controllata, assieme a l’Espresso, dal gruppo finanziario industriale che fa capo a Carlo De Benedetti che, almeno sino a ieri si vantava di avere idealmente la tessera numero 1 del Pd.

A differenza degli altri due gruppi editoriali, il gruppo di De Benedetti avrebbe il compito di produrre utili, oltreché di far politica. Ma è anche il gruppo di punta della sinistra impegnata. Al tempo di mani pulite, i direttori delle tre testate si telefonavano ogni pomeriggio per concordare la linea da seguire. E del resto si sono anche scambiati i direttori. Il direttore attuale de La Stampa Calabresi viene da Repubblica mentre il direttore di Repubblica Ezio Mauro è stato direttore de La Stampa come Paolo Mieli, che ha esordito in potere operaio, poi è passato al gruppo Repubblica-Espresso, e dopo avere diretto La Stampa ha diretto il Corriere della Sera, e in tale ruolo ha fatto un esplicito invito a votare nelle elezioni per la coalizione guidata da Romano Prodi. Per un ampio periodo ha fatto il direttore editoriale del gruppo ed ora dirige RCS libri.

Sono molto stretti i rapporti fra Unicredit e Mediobanca tanto che la prima potrebbe cercare una fusione con la seconda ove continuassero le sue difficoltà finanziarie. Ed è noto che l’amministratore delegato di Unicredit Profumo fece la coda per votare alle primarie del Pd, essendo un sostenitore di Romano Prodi. Il Monte dei Paschi controllata dall’ala ex comunista del Pd considera strategica la sua quota in Mediobanca.

Quanto a Intesa San Paolo, l’altra grande banca italiana, il suo amministratore delegato Corrado Passera è stato a lungo un top manager del gruppo Cir di Carlo De Benedetti, ove si è occupato, inizialmente, proprio del settore editoriale. Ha poi lanciato Omnitel. Ed il governo Prodi lo ha nominato capo delle Poste Italiane, che ha risanato finanziariamente facendone una banca anomala, senza curarsi del miglioramento del servizio postale. E’ membro influente del consiglio di amministrazione di RCS.

Anonimo ha detto...

Dunque l’intreccio banca-editoria-centro sinistra è palese. Tuttavia non è così sicuro che esista una strategia del Gotha bancario italiano contro Berlusconi per delegittimarlo e per delegittimare chi è al vertice della coalizione che egli guida. Infatti le banche hanno il fiato grosso e hanno bisogno di benevolenza del governo. Certo hanno l’amaro in bocca perché il governo di centro destra italiano non ha mostrato verso di loro la generosità che hanno invece mostrato i laburisti inglesi, i socialisti spagnoli, i democratici americani e anche qualche governo conservatore. Si ha la sensazione che questo attacco sistematico a Berlusconi e ai leader della sua coalizione abbia essenzialmente una origine politica e serva come linea di difesa del Pd e dei suoi intellettuali impegnati per mascherarne le difficoltà. L’imprinting è quello della “diversità morale”, la bandiera storica dei comunisti e dei catto comunisti. Una superiorità morale che non è mai esistita. Ed ora appare la bandiera della superiorità morale che queste comari sventolano appare per quello che è: un vessillo pieno di macchie di ogni genere di un esercito in ritirata.

Anonimo ha detto...

«De Benedetti? Vi spiego chi è davvero»

«Una montagna di miliardi comprando (a poco) dallo Stato e vendendo (a molto) per le sue tasche. Così hanno fatto i soldi - quelli veri - in tanti in quegli anni, compreso l’ingegner De Benedetti. E così sognano di farne ancora e di più. Un giochetto che Bettino Craxi e chi stava all’epoca con lui al governo non gli avrebbe mai permesso e per questo chi più chi meno siamo stati massacrati. Adesso la storia si ripete. E probabilmente ora l’ostacolo da abbattere si chiama Silvio Berlusconi».
Ex segretario del Partito Liberale, per quasi 10 anni ministro della Sanità e poi dell’Industria (proprio con il primo governo Craxi) Renato Altissimo fu uno dei testimoni oculari di quella stagione che portò prima alla rimozione della classe dirigente con Tangentopoli e dopo al grande sacco dell’Italia attraverso le privatizzazioni «all’amatriciana» di decine di aziende pubbliche.
«Storie che gridano vendetta - batte i pugni sul tavolo con la rabbia di chi ha già assistito allo stesso crimine -. Dietro i racconti di lenzuola, i siluri dei giornali di De Benedetti e dei suoi amici, e persino - di complemento - le litanie quotidiane di Franceschini e Di Pietro, c’è una posta altissima. Miliardi di euro».
Ma va’! C’è la crisi… in Italia tutti piangono che non c’è una lira. Dove sarebbe questo bengodi?
«Stavamo male anche agli inizi degli anni ’90. Il debito pubblico era consistente. La lira si batteva con le altre monete con la forza di una piuma. E l’inflazione rischiava di mangiarsi i risparmi di imprese e lavoratori. Eppure proprio a quell’epoca c’è chi ha fatto i più grandi affari della sua vita, guadagnando in poco tempo migliaia di miliardi. Ovviamente il conto, salatissimo, è stato ancora una volta pagato dallo Stato».
Sia più chiaro. Lei era ministro dell’Industria e fino al 1992 segretario di uno dei partiti di governo, il Pli. Cosa è successo?
«Lo raccontava bene mercoledì scorso Geronimo sul Giornale. La sinistra mandata al governo da Tangentopoli, col sostegno palese, mai smentito, dell’Ingegner De Benedetti, ricambiò la cortesia consentendo la svendita di beni dello Stato - cioè di tutti - proprio al gruppo di Ivrea. La vicenda più incredibile fu quella di Omnitel e Infostrada. La prima, ottenne la concessione per diventare il secondo gestore della telefonia mobile a urne aperte, era il 1994, appena in tempo per pagare il “debito di riconoscenza” prima della sorprendente vittoria di Berlusconi contro la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, D’Alema e compagni. La seconda, Infostrada - cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato - fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila - ripeto - 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman. L’Ingegnere è diventato ricco. Lo Stato decisamente più povero».
Una rondine non fa primavera…
«Ma qui di rondini è pieno il firmamento! Altre plusvalenze miliardarie sono arrivate con Telecom, Seat-Pagine Gialle, Autostrade e così via. Per non parlare delle banche che appartenevano all’Iri. Oggi nessuno sa chi sono i veri proprietari delle grandi banche, tranne i soliti noti».
L’Ingegnere è stato più bravo di altri. Ha vinto sul mercato...

Anonimo ha detto...

«Ma che mercato e mercato. Questo è capitalismo di rapina. Sulla Sme io stesso feci presente al presidente dell’Iri dell’epoca - sto parlando di Romano Prodi - che c’erano altri gruppi molto interessati a comprare l’azienda. Mi fu risposto picche, che di vendere la Sme proprio l’Iri non ci pensava nemmeno lontanamente. Tre mesi dopo aveva concluso la svendita a De Benedetti!».
Possibile che fosse così facile far tanti soldi?
«Mica per tutti. E mica così facile. Il primo problema era Craxi e la classe dirigente dell’epoca. Noi non avremmo permesso un tale saccheggio del Paese. Una delle ragioni importanti (e non certo la sola) che stavano dietro alla Operazione Mani pulite fu proprio la rimozione dell’ostacolo rappresentato da quella classe dirigente. Le inchieste colpirono in maniera chirurgica alcuni partiti e tennero fuori dalla mischia altri. Il Pci che sponsorizzava i capitani coraggiosi non fu raggiunto nemmeno da uno schizzetto di fango. La fattura fu saldata nel giro di qualche anno. E il prezzo per la collettività è stato altissimo».
Qual è il legame con la situazione odierna?
«La logica e gli interessi sono ancora gli stessi. O qualcuno pensa che le cannonate di Repubblica e L’espresso siano un capriccio dei direttori all’insaputa del loro editore? Il metodo è lo stesso. Far fuori chi governa per far posto a chi può saldare il conto. Una cosa però è molto diversa rispetto a prima».
Cosa?
«Vedo troppo nervosismo. Troppa fretta di dare la spallata. Forse, nonostante i tanti soldi guadagnati, sotto sotto quei gruppi si sono indeboliti e forse sono in difficoltà. Certo, con un governo amico, magari con a Palazzo Chigi qualche “neo” campione delle privatizzazioni, il panorama sarà più roseo…».

Anonimo ha detto...

Dunque l’intreccio banca-editoria-centro sinistra è palese.

vecchie notizie
PD/PDL stessa merda

forse solo chi legge il Giornale o l'Unità non l'ha capito

Anonimo ha detto...

«Ma che mercato e mercato. Questo è capitalismo di rapina. Sulla Sme io stesso feci presente al presidente dell’Iri dell’epoca - sto parlando di Romano Prodi - che c’erano altri gruppi molto interessati a comprare l’azienda. Mi fu risposto picche, che di vendere la Sme proprio l’Iri non ci pensava nemmeno lontanamente. Tre mesi dopo aveva concluso la svendita a De Benedetti!».
Possibile che fosse così facile far tanti soldi?
«Mica per tutti. E mica così facile. Il primo problema era Craxi e la classe dirigente dell’epoca. Noi non avremmo permesso un tale saccheggio del Paese. Una delle ragioni importanti (e non certo la sola) che stavano dietro alla Operazione Mani pulite fu proprio la rimozione dell’ostacolo rappresentato da quella classe dirigente. Le inchieste colpirono in maniera chirurgica alcuni partiti e tennero fuori dalla mischia altri. Il Pci che sponsorizzava i capitani coraggiosi non fu raggiunto nemmeno da uno schizzetto di fango. La fattura fu saldata nel giro di qualche anno. E il prezzo per la collettività è stato altissimo».
Qual è il legame con la situazione odierna?
«La logica e gli interessi sono ancora gli stessi. O qualcuno pensa che le cannonate di Repubblica e L’espresso siano un capriccio dei direttori all’insaputa del loro editore? Il metodo è lo stesso. Far fuori chi governa per far posto a chi può saldare il conto. Una cosa però è molto diversa rispetto a prima».
Cosa?
«Vedo troppo nervosismo. Troppa fretta di dare la spallata. Forse, nonostante i tanti soldi guadagnati, sotto sotto quei gruppi si sono indeboliti e forse sono in difficoltà. Certo, con un governo amico, magari con a Palazzo Chigi qualche “neo” campione delle privatizzazioni, il panorama sarà più roseo…».

Anonimo ha detto...

per tutti. E mica così facile. Il primo problema era Craxi e la classe dirigente dell’epoca. Noi non avremmo permesso un tale saccheggio del Paese. Una delle ragioni importanti (e non certo la sola) che stavano dietro alla Operazione Mani pulite fu proprio la rimozione dell’ostacolo rappresentato da quella classe dirigente. Le inchieste colpirono in maniera chirurgica alcuni partiti e tennero fuori dalla mischia altri. Il Pci che sponsorizzava i capitani coraggiosi non fu raggiunto nemmeno da uno schizzetto di fango. La fattura fu saldata nel giro di qualche anno. E il prezzo per la collettività è stato altissimo».
Qual è il legame con la situazione odierna?
«La logica e gli interessi sono ancora gli stessi. O qualcuno pensa che le cannonate di Repubblica e L’espresso siano un capriccio dei direttori all’insaputa del loro editore? Il metodo è lo stesso. Far fuori chi governa per far posto a chi può saldare il conto. Una cosa però è molto diversa rispetto a prima

Anonimo ha detto...

«Ma che mercato e mercato. Questo è capitalismo di rapina. Sulla Sme io stesso feci presente al presidente dell’Iri dell’epoca - sto parlando di Romano Prodi - che c’erano altri gruppi molto interessati a comprare l’azienda. Mi fu risposto picche, che di vendere la Sme proprio l’Iri non ci pensava nemmeno lontanamente. Tre mesi dopo aveva concluso la svendita a De Benedetti!».
Possibile che fosse così facile far tanti soldi?
«Mica per tutti. E mica così facile. Il primo problema era Craxi e la classe dirigente dell’epoca. Noi non avremmo permesso un tale saccheggio del Paese. Una delle ragioni importanti (e non certo la sola) che stavano dietro alla Operazione Mani pulite fu proprio la rimozione dell’ostacolo rappresentato da quella classe dirigente. Le inchieste colpirono in maniera chirurgica alcuni partiti e tennero fuori dalla mischia altri. Il Pci che sponsorizzava i capitani coraggiosi non fu raggiunto nemmeno da uno schizzetto di fango. La fattura fu saldata nel giro di qualche anno. E il prezzo per la collettività è stato altissimo».
Qual è il legame con la situazione odierna?
«La logica e gli interessi sono ancora gli stessi. O qualcuno pensa che le cannonate di Repubblica e L’espresso siano un capriccio dei direttori all’insaputa del loro editore? Il metodo è lo stesso. Far fuori chi governa per far posto a chi può saldare il conto. Una cosa però è molto diversa rispetto a prima».
Cosa?
«Vedo troppo nervosismo. Troppa fretta di dare la spallata. Forse, nonostante i tanti soldi guadagnati, sotto sotto quei gruppi si sono indeboliti e forse sono in difficoltà. Certo, con un governo amico, magari con a Palazzo Chigi qualche “neo” campione delle privatizzazioni, il panorama sarà più roseo…».

Anonimo ha detto...

gruppo RCS, di cui il Corriere della Sera è la corazzata, fa capo a una grande banca d’affari, Mediobanca. A sua volta La Stampa appartiene al gruppo finanziario industriale controllato dagli eredi Agnelli, che ha, in Mediobanca un ruolo rilevante. Da anni il giornale è schierato a favore del PCI, poi dei DS, ora del PD. Repubblica è controllata, assieme a l’Espresso, dal gruppo finanziario industriale che fa capo a Carlo De Benedetti che, almeno sino a ieri si vantava di avere idealmente la tessera numero 1 del Pd.

Roberto Calderoli ha sostenuto che i recenti attacchi ricevuti dalla Lega Nord da parte di importanti organi di stampa che hanno diffuso in modo capzioso affermazioni di Umberto Bossi allo scopo di screditarlo, traggono origine dai poteri forti del mondo bancario. Questa affermazione sarebbe potuta sembrare una battuta polemica dettata da malumore. Ma si sono successivamente verificati una serie di eventi, che avvalorano la tesi che esista una campagna sistematica rivolta a screditare i leader della attuale coalizione di governo e a cercare di creare zizzania nella maggioranza, con tesi e messaggi che sembrano prodotti con lo stampino.

Nel caso di Bossi che vorrebbe differenziare i salari del Nord e del Sud in rapporto al costo della vita ed usa - in modo chiaramente non tecnico - il termine “gabbie salariali”, si è sostenuto che lui vuole resuscitare il meccanismo di determinazione di imperio a livello centrale del divario territoriale di salari che fu abrogato dal Ministro del lavoro Giacomo Brodolini negli anni '70. Volutamente si è ignorato che Bossi rilanciava la proposta fatta da Calderoli, di contratti di lavoro differenziati regionalmente, cosa ben diversa dalla fissazione dei salari per legge. Con il sistema di riportare in modo identicamente deformato il pensiero di Bossi, si è generata una sorta di verità fittizia da parte di un gruppo ben determinato di organi di stampa, tre per la precisione, che sono La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.

La sensazione che ci sia una campagna orchestrata si è accresciuta con due recenti episodi: quello riguardante la pubblicazione della sentenza di condanna per molestie a una signora sposata a carico di Dino Boffo, direttore de l’Avvenire, da parte de Il Giornale e di Libero e quello della querela di Silvio Berlusconi nei confronti di Repubblica, che gli aveva posto dieci pseudo domande, che erano e sono un assieme di malignità tendenziose che hanno fatto il giro della stampa internazionale. Anche in questi due casi si è verificato una orchestrazione analoga a quella relativa alle esternazioni estive di Umberto Bossi. Ma ancora più assordante.

Potrebbe sembrare sorprendete che questi giornali esprimano lo sdegno non per ciò che ha fatto il direttore de L’Avvenire e per il modo con cui si è difeso ma per il presunto attacco ai vescovi o alla Chiesa cattolica che ciò comporterebbe da parte de Il Giornale e, per illazione, dello stesso Silvio Brelusconi. Ciò tralasciando la circostanza che il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri è noto per la sua indipendenza e quella ulteriore che ciò che è stato pubblicato era un fatto, per sua natura pubblico, ossia una sentenza di condanna passata in giudicato. La cosa forse più sorprendente è che i tre giornali, che si preoccupano del danno che ciò secondo loro può provocare alla Chiesa cattolica sono tradizionalmente laicisti. Il fatto mi ricorda di quando, alla Farnesina io avevo messo sotto inchiesta alcuni diplomatici e loro collaboratori che non operavano correttamente con il pubblico denaro: "Lei - mi disse un autorevole diplomatico - sta macchiando la reputazione del Ministero degli esteri". "Al contrario - io gli risposi - con la mia azione penso di migliorarla perché faccio sapere che chi sgarra non la passa liscia. Il medico pietoso fa la piaga cancrenosa".

Anonimo ha detto...

gruppo RCS, di cui il Corriere della Sera è la corazzata, fa capo a una grande banca d’affari, Mediobanca. A sua volta La Stampa appartiene al gruppo finanziario industriale controllato dagli eredi Agnelli, che ha, in Mediobanca un ruolo rilevante. Da anni il giornale è schierato a favore del PCI, poi dei DS, ora del PD. Repubblica è controllata, assieme a l’Espresso, dal gruppo finanziario industriale che fa capo a Carlo De Benedetti che, almeno sino a ieri si vantava di avere idealmente la tessera numero 1 del Pd.

Roberto Calderoli ha sostenuto che i recenti attacchi ricevuti dalla Lega Nord da parte di importanti organi di stampa che hanno diffuso in modo capzioso affermazioni di Umberto Bossi allo scopo di screditarlo, traggono origine dai poteri forti del mondo bancario. Questa affermazione sarebbe potuta sembrare una battuta polemica dettata da malumore. Ma si sono successivamente verificati una serie di eventi, che avvalorano la tesi che esista una campagna sistematica rivolta a screditare i leader della attuale coalizione di governo e a cercare di creare zizzania nella maggioranza, con tesi e messaggi che sembrano prodotti con lo stampino.

Nel caso di Bossi che vorrebbe differenziare i salari del Nord e del Sud in rapporto al costo della vita ed usa - in modo chiaramente non tecnico - il termine “gabbie salariali”, si è sostenuto che lui vuole resuscitare il meccanismo di determinazione di imperio a livello centrale del divario territoriale di salari che fu abrogato dal Ministro del lavoro Giacomo Brodolini negli anni '70. Volutamente si è ignorato che Bossi rilanciava la proposta fatta da Calderoli, di contratti di lavoro differenziati regionalmente, cosa ben diversa dalla fissazione dei salari per legge. Con il sistema di riportare in modo identicamente deformato il pensiero di Bossi, si è generata una sorta di verità fittizia da parte di un gruppo ben determinato di organi di stampa, tre per la precisione, che sono La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.

La sensazione che ci sia una campagna orchestrata si è accresciuta con due recenti episodi: quello riguardante la pubblicazione della sentenza di condanna per molestie a una signora sposata a carico di Dino Boffo, direttore de l’Avvenire, da parte de Il Giornale e di Libero e quello della querela di Silvio Berlusconi nei confronti di Repubblica, che gli aveva posto dieci pseudo domande, che erano e sono un assieme di malignità tendenziose che hanno fatto il giro della stampa internazionale. Anche in questi due casi si è verificato una orchestrazione analoga a quella relativa alle esternazioni estive di Umberto Bossi. Ma ancora più assordante.

Potrebbe sembrare sorprendete che questi giornali esprimano lo sdegno non per ciò che ha fatto il direttore de L’Avvenire e per il modo con cui si è difeso ma per il presunto attacco ai vescovi o alla Chiesa cattolica che ciò comporterebbe da parte de Il Giornale e, per illazione, dello stesso Silvio Brelusconi. Ciò tralasciando la circostanza che il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri è noto per la sua indipendenza e quella ulteriore che ciò che è stato pubblicato era un fatto, per sua natura pubblico, ossia una sentenza di condanna passata in giudicato. La cosa forse più sorprendente è che i tre giornali, che si preoccupano del danno che ciò secondo loro può provocare alla Chiesa cattolica sono tradizionalmente laicisti. Il fatto mi ricorda di quando, alla Farnesina io avevo messo sotto inchiesta alcuni diplomatici e loro collaboratori che non operavano correttamente con il pubblico denaro: "Lei - mi disse un autorevole diplomatico - sta macchiando la reputazione del Ministero degli esteri". "Al contrario - io gli risposi - con la mia azione penso di migliorarla perché faccio sapere che chi sgarra non la passa liscia. Il medico pietoso fa la piaga cancrenosa".

Anonimo ha detto...

capzioso affermazioni di Umberto Bossi allo scopo di screditarlo, traggono origine dai poteri forti del mondo bancario. Questa affermazione sarebbe potuta sembrare una che vorrebbe differenziare i salari del Nord e del Sud in rapporto al costo della vita ed usa - in modo chiaramente non tecnico - il termine “gabbie salariali”, si è sostenuto che lui vuole resuscitare il meccanismo di determinazione di imperio a livello centrale del divario territoriale di salari che fu abrogato dal Ministro del lavoro Giacomo Brodolini negli anni '70. Volutamente regionalmente, cosa ben diversa dalla fissazione dei salari per legge. Con il sistema di riportare in modo identicamente deformato ila sensazione che ci sia una campagna orchestrata si è accresciuta con due recenti episodi: quello riguardante la pubblicazioneolestie a una signora sposata a carico di Dino Boffo, direttore de l’Avvenire, da parte de Il Giornale e analoga a quella relativa alle esternazioni estive di Umberto Bossi. Ma ancora più assordante.

Potrebbe sembrare vescovi o alla Chiesa cattolica che ciò comporterebbe da parte de Il Giornale e, per illazione, dello stesso Silvio sua indipendenza e quella ulteriore che ciò che è stato pubblicato era un fatto, per sua natura pubblico, ossia una sentenza di condanna passata in giudicato. La cosa forse più sorprendente è che i tre giornali, che si preoccupano del danno che ciò secondo loro può provocare alla Chiesa cattolica sono tradizionalmente laicisti. Il fatto mi ricorda di quando, alla Farnesina io avevo messo sotto inchiesta alcuni diplomatici e loro collaboratori che non operavano correttamente con il pubblico denaro: "Lei - mi disse un autorevole diplomatico - sta macchiando la reputazione del Ministero degli esteri". "Al contrario - io gli risposi - con la mia azione penso di migliorarla perché faccio sapere che chi sgarra non la passa liscia. Il medico pietoso fa la piaga cancrenosa".

Anonimo ha detto...

questi ultimi dimostrano che 3 post c è qualcuno che vuol coprire de benedetti agnelli montezemolo affini , ovvero i veri padroni

Anonimo ha detto...

"questi ultimi dimostrano che 3 post c è qualcuno ..."

zero in Italiano

sono ignoranti e senza pudore pur di omaggiare il porco padrone

Anonimo ha detto...

questi ultimi post dimostrano che c è qualcuno che vuol coprire de benedetti agnelli montezemolo affini , ovvero i veri padroni
la sostanza non cambia

Anonimo ha detto...

Che giaccalone...

in realtà si chiama Giacalone

Anonimo ha detto...

la sostanza non cambia

infatti la lingua italiana è fatta anche di forma

comprati un libro di grammatica, analfabeta

Anonimo ha detto...

Continua a deviare l attenzione.
smettila miserabile .

Anonimo ha detto...

Comunque rimani un perfetto analfabeta

Sono così attento alla tua arte preferita: copiare e incollare le frottole del Giornale e non riesci ad esprimere un concetto se pur sgrammaticato con parole proprie su nulla

vergognati analfabeta lobotomizzato

Anonimo ha detto...

Gli articoli non sono solo del giornale .
Se cito degli articoli non ti interessa ,mi pacciono e non devo chiederti il permesso, emerito coglione.
Tu sai solo insultare e dare tutta la colpa del mondo a berlusconi.
adesso la devi finire.

Anonimo ha detto...

Il conflitto d’interessi dei soci di Bankitalia e i no alla tassa sull’oro

«Con regolamento da adottare, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici». Recita così il comma 10 articolo 19 della legge 262 sulle “Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari”, in vigore dal 28 dicembre 2005. Ossia la norma che prescrive il ritorno in mano pubblica della proprietà della banca centrale italiana, attualmente controllata quasi al 100% da istituti di credito privati. Gli stessi su cui dovrebbe vigilare.
Le scadenze

I famosi tre anni di tempo concessi dal legislatore sono scaduti in un silenzio assordante già a fine 2008, eppure della cessione delle quote ancora non risulta traccia. Nel ribadire la propria contrarietà alla tassa sulle plusvalenze aurifere di via Nazionale, inserita in questi giorni da Tremonti nel decreto anticrisi, la Banca centrale europea ha di nuovo chiamato in causa «i rischi che la norma comporterebbe per l’indipendenza della Banca d’Italia». Ma a Francoforte si sono mai accorti che Palazzo Koch è teatro da anni di un conflitto d’interessi senza paragoni, considerato che i detentori del suo pacchetto di controllo sono tutto fuorché indipendenti?

Per una volta gli euroburocrati finiscono vittime involontarie della loro retorica. Il governo Berlusconi aveva appena accennato l’intenzione di ricavare qualche briciola dalla cornucopia delle riserve in oro di Bankitalia, cresciute a dismisura coi rialzi del metallo giallo. Ed ecco subito il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, intervenire per stoppare il progetto, intimando al nostro esecutivo di «non pregiudicare l’indipendenza finanziaria della Banca d’Italia». Non che si trattasse di un particolare salasso: un’imposta sostitutiva non deducibile dall’Ires, con un’aliquota del 6% , sulle plusvalenze delle riserve di metalli preziosi per uso non industriale. In altre parole, un piccolo balzello (300 milioni una tantum) su quell’enormità di rivalutazioni maturate dal patrimonio aureo di via Nazionale: 29,6 miliardi di euro dal 1999 a oggi, e 4,2 miliardi solo tra 2007 e 2008 in virtù del boom del prezzo delle riserve in oro.
Le riserve

Possedute in quantità sproporzionata in percentuale sul Pil, rispetto alle altre banche centrali del continente: 49 miliardi che governi di ogni colore hanno sognato di utilizzare per ridurre il debito nazionale, attraverso un fondo degli attivi di stato. La reazione sdegnata dall’Eurotower ha tuttavia stroncato sul nascere la mossa di Tremonti. Costrigendolo a riscrivere il corrispondente articolo del decreto anticrisi, in modo da prevederne l’applicazione «previo parere non ostativo della Bce» e «su conforme parere della Banca d’Italia». Come ammettere che la golden tax non vedrà mai la luce. D’altronde a Francoforte avevano paventato una procedura di infrazione, col ricorso alla Corte di Giustizia del Lussemburgo.
L’Europa

Anonimo ha detto...

Insomma legalisti fino all’eccesso, questi vertici monetari dell’Unione. La cui stella polare è evidentemente l’assetto della Bce, “istituzione indipendente ai sensi del diritto comunitario”. O di Banque de France e Deutsche Bundesbank, appartenenti rispettivamente allo stato francese (legge 980 del 1993), e alla Repubbllica federale tedesca (dal ’57). Il guaio è che da noi le cose sono un po’ diverse. Nell’assemblea dei partecipanti al capitale di Bankitalia, i due maggiori soggetti bancari privati detengono da soli la maggioranza assoluta. Alla faccia dell’istituto terzo e indipendente. Su 300.000 quote totali, il gruppo Intesa S.Paolo ne controlla circa il 44%. Il gruppo Unicredit supera il 22%. Banca Intesa raggiunge la maggioranza anche soltanto con l’alleata Generali (6.5%). Se si eccettua il pacchetto dell’Inps (5%), il resto del capitale è in mano a banche e assicurazioni private, da MontePaschi a Bnl, da Banco di Sicilia a Fondiaria. Per acquisire le quote il ministero aveva offerto all’assemblea dei partecipanti 800 milioni di euro. Ma l’Abi li ha giudicati irrisori, quantificandone il valore patrimoniale in 20-24 miliardi. Da ambienti del credito c’è chi ha sparato richieste da 30 miliardi, coi più moderati attestati sui 10. Peraltro gli attuali soci di via Nazionale si sono impadroniti delle quote, negli anni 90, in violazione dello statuto di allora. Il cui articolo 3 disponeva: «In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca d’Italia da parte di enti pubblici». La postilla era stata aggiunta con decreto dal Presidente Cossiga, apposta per evitare che l’istituto finisse preda di interessi di parte, come conseguenza della progressiva privatizzazione delle fondazioni statali. In punto di diritto tutti gli atti a partire dal vulnus statutario sarebbero addirittura invalidabili, come confermava il massimo esperto giurista della materia, Francesco Galgano. Una sentenza di qualche tempo fa del giudice di pace leccese Cosimo Rochira, nella causa intentata da Adusbef contro Palazzo Koch, condannava inoltre i partecipanti al capitale al risarcimento dei circa 50 milioni di euro intascati annualmente sotto forma di utili. La 262 del 2005, ovvero quella il cui dettato risulta inattuato. Comunque «il trasferimento delle quote avviene solo previo consenso del Consiglio superiore della Banca d’Italia». Quando ancora attendeva la scadenza del 2008, Mario Draghi caldeggiò la «necessità di riconsiderare le scelte del legislatore circa l’assetto proprietario». Non ce n’è stato bisogno.

Chi tende a sminuire i poteri dell’assemblea dei partecipanti all’interno di Bankitalia, semplicemente ignora le normativa. Spetta agli azionisti eleggere il Consiglio superiore, il quale a sua volta nomina il Direttorio: organo a cui il nuovo statuto trasferisce la competenza su ogni atto a rilevanza esterna. Sempre del Consiglio superiore è la vigilanza interna, oltre alla ripartizione degli utili. Quanto poi al ruolo affidato a Bankitalia la crisi finanziaria non ha fatto che accrescerne la delicatezza.
La Vigilanza

È toccato a via Nazionale mettere a disposizione delle grandi banche 40 miliardi in titoli di stato del proprio portafoglio, da scambiare con asset scadenti. La Camera ha quindi licenziato due interventi di sostegno e garanzia per gli istituti in difficoltà, incaricando Bankitalia di individuare quelli a rischio e valutarne la capacità patrimoniale. Ma a causa del conflitto d’interessi che attanaglia la nostra banca centrale, nemmeno la Bce può dirsi del tutto indipendente. Con 720 milioni, gli azionisti privati di via Nazionale controllano anche il 14,5% del capitale della Bce, vale a dire la tranche riservata all’Italia. E niente impedisce a banche o aziende di qualunque parte del globo, di scalare un domani gli istituti di credito italiani. Monsieur Trichet è avvisato.

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Anonimo ha detto...

se hai da dire qualcosa dillo su questi argomenti.

Anonimo ha detto...

taci sommo analfabeta
il permesso lo devi chiedere alle scuole che non hai frequentato e ai tuoi genitori che ti hanno fatto così ignorante