mercoledì 4 giugno 2008

Il conflitto d'interessi impaccia il centrodestra anche quando non esiste. Galeazzo Vendramin

E’ un curioso valzer di paradossi la vicenda parlamentare dell’emendamento che la stampa ha intitolato a Retequattro e che in realtà non tratta affatto di Retequattro. La vicenda nasce due anni fa, il 25 luglio 2006, quando la Commissione invia allo Stato italiano una lettera di costituzione in mora a norma dell’art. 226 del trattato Ue: è il primo passo di una procedura lunga e complessa che la Commissione avvia quando ritiene che alcune norme vigenti in uno Stato membro (nel caso in questione le norme sono incluse nella legge 66 del 2001, varata dal governo Amato, e nella legge 112/2004, il testo unico derivato dalla legge Gasparri) non siano compatibili con il quadro giuridico comunitario (il riferimento è al pacchetto di direttive sulle comunicazioni elettroniche approvato nel luglio 2002).

Nella storia comunitaria le procedure d’infrazione sono eventi abbastanza frequenti e danno luogo a comportamenti standard: gli Stati coinvolti difendono le proprie ragioni e offrono alla Commissione alcune modifiche (in genere il minimo indispensabile) per sanare il contrasto. Il Governo Prodi, in carica nel luglio 2006, invece agì diversamente: non difese le ragioni di Stato, non propose varianti tecniche, ma offrì addirittura una legge di vaste ambizioni volta a riorganizzare l’intero sistema televisivo italiano. Ai grandi propositi non corrisponde pari capacità operativa: gli ostacoli tecnici derivanti da una materia molto complessa bloccano l’iter della legge già alla Camera, dove i fautori sono in largo vantaggio numerico, e il Governo si esibisce a Bruxelles in un’umiliante serie di promesse smentite dai fatti circa i tempi del dibattito parlamentare (prima marzo 2007, poi giugno, conferma di giugno e infine una lettera in cui, come nota con puntiglio la Commissione, si manifesta “difficoltà oggettiva a formulare una previsione sui tempi di approvazione”).

Di fronte all’inerzia del Governo Prodi la Commissione compie il secondo passo della procedura d’infrazione: il parere motivato. Il Governo Berlusconi, insediato a maggio 2008, deve quindi agire rapidamente per recuperare i tempi perduti dal predecessore: predispone un articolo in cinque commi che risponde alle principali richieste della Commissione e lo veicola come emendamento a un decreto legge, varato il 9 aprile (uno degli atti finali di Prodi), che recepisce norme comunitarie e gode di una corsia celere alle Camere (per convertirlo in legge c’è un tempo massimo di 60 giorni). Nell’emendamento ha rilievo il comma 3 in quanto risponde a una delle richieste cruciali formulate dalla Commissione: indicare una data certa oltre la quale agli operatori analogici non è consentito utilizzare le frequenze necessarie per trasmettere con tale tecnica: le norme della legge Gasparri, secondo la Commissione, “non fissano un termine per la validità di tali diritti speciali, ma collegano quest’ultima alla ‘realizzazione delle reti digitali’ (da parte degli operatori esistenti)”.

E’ a questo punto che parte il gioco dei paradossi. Il Partito democratico, che ha fra le sue insegne la devozione agli ideali europei e la fedeltà alla prassi comunitaria, insorge contro una norma che si allinea a una richiesta della Commissione quando per due anni i partiti che ora lo compongono hanno sostenuto un Governo incapace di adeguarsi alla volontà di Bruxelles. L’Italia dei valori, la cui ragione sociale sta nell’ossequio alla magistratura (sempre e comunque), reclama norme per attuare i contenuti di una sentenza della Corte di Giustizia estranea alla procedura d’infrazione e anzi inserita in un procedimento pendente davanti al Consiglio di Stato (e ciò sarebbe da parte del Governo un’interferenza che lede l’autonomia dei giudici amministrativi). Il Governo vara una norma dovuta e la ritira, pur sapendo di far brutta figura e crearsi problemi a Bruxelles: quando c’è aria di conflitto di interessi, il centro destra si muove – anche se fa la cosa giusta – con impaccio.

I paradossi, nel loro insieme, segnalano che l’assetto politico del dopo Veltroni (riconoscimento reciproco, esame di merito delle norme) è ancora in prova: i soggetti politici non conoscono bene il nuovo galateo, i riflessi pavloviani sono forti, gli interessi strategici non sempre risultano chiari. C’è parecchio da imparare. (l'Occidentale)

1 commento:

Tiziano Tescaro ha detto...

Interessante il vostro blog, passerò ancora a leggere i post
buona giornata da Tiziano