I sondaggi commissionati dall’editoria di sinistra (Repubblica) segnalano l’imminente catastrofe delle elezioni europee. Il Pdl guadagnerebbe qualche cosa, rispetto alle politiche, il Pd perderebbe un altro 5,2%, la sinistra estrema sarebbe al palo, mentre l’unico che festeggia è Di Pietro, che cresce del 3,4 e giunge al 7,8%. Le intenzioni di voto, che vanno prese con le pinze e non tengono conto degli umori nella prossima primavera, non danno l’esatta misura del sinistro dissolvimento, che ha caratteristiche peggiori.
L’annientamento della sinistra estrema è il frutto dell’inconcludenza salottiera di questi comunisti-snob, ma anche del lavoro condotto da Veltroni. Quest’ultimo ha assicurato che non nasceranno più governi tenuti assieme, come con Prodi e D’Alema, dalla sola avversità a Berlusconi. E’ un giusto indirizzo, che comporta la perdita del valore dei voti alla sinistra antagonista. Il guaio di Veltroni è che ha smesso di dipendere da Bertinotti per cominciare a dipendere da Di Pietro, posto che il primo è raffinato e di sinistra, il secondo zotico e di destra.
L’elettorato che interpreta il giustizialismo quale arma contro il berlusconismo, pertanto, va giustamente a votare il proprio paladino, con il risultato che la sinistra perde voti.
E se lo merita. Perché quando leggiamo che Violante ritiene esagerato il potere dei magistrati, lui che ci ha marciato fin qui, non si sa se rispondergli o suggerirgli un riparo dalla vergogna. Quando vediamo Domenici, sindaco di Firenze, che s’incatena fuori dalla sede di Repubblica e dell’Espresso, lamentando il fioccare d’inchieste giornalistiche che adombrano comportamenti criminali, salvo non riuscire ad avere ragione di quelle che lui ritiene diffamazioni, perché la giustizia è latitante, sarei tentato di manifestargli tutta la solidarietà, se non fosse che questa gente ha la colpa di avere usato quegli stessi strumenti, quegli stessi fogli, per applicare il giustizialismo agli altri. Una colpa che cade sullo stesso Domenici, cresciuto a sinistra senza aver manifestato lo schifo per quel linguaggio e quei metodi.
La sinistra, allora, perde e perderà perché non ha credibilità politica ed è priva di tessuto morale. Non che altrove abbondino, ma è a sinistra che il grande vuoto è stato occultato dalla grande bugia.
mercoledì 10 dicembre 2008
venerdì 5 dicembre 2008
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948
Preambolo
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godono della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo dei rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'eguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un migliore tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di queste libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'Assemblea Generale
proclama
la presente Dichiarazione Universale dei Diritti Dell'Uomo come ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù. La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumane o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibiltà di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonchè della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie per la sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetrato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, nè a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, nè del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà privata sua personale o in comune con gli altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
1. Ogni individuo ha il diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio Paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonchè alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha il diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
1. Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria.L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e la libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e della libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godono della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo dei rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'eguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un migliore tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di queste libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'Assemblea Generale
proclama
la presente Dichiarazione Universale dei Diritti Dell'Uomo come ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù. La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumane o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibiltà di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonchè della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie per la sua difesa.
2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetrato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, nè a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, nè del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà privata sua personale o in comune con gli altri.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
1. Ogni individuo ha il diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio Paese.
3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonchè alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha il diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
1. Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria.L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e la libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e della libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
mercoledì 3 dicembre 2008
Ecco tutto il piano anti-crisi: famiglie, immobili e imprese.
Ammortizzatori sociali.Vengono potenziati ed estesi gli strumenti a tutela del reddito in caso di sospensione dal lavoro o di disoccupazione.
Banche: fino al 2009 lo Stato potrà sottoscrivere i bond per rafforzare il patrimonio di vigilanza. Il ministero dell'Economia potrà sottoscrivere fino a tutto il 2009 i bond che le banche quotate emetteranno per rafforzare il loro patrimonio di vigilanza. Si tratta di bond convertibili su richiesta della banca che avrà anche la facoltà di rimborso o riscatto, previo via libera della Banca d'Italia. «La logica che vogliamo seguire - ha spiegato Tremonti - non è quella di sostenere le banche, ma le imprese, evitando restrizione del credito».
Bonus famiglia: tetto fino a 35mila euro se c'è un disabile. È stato potenziato nell'importo e nella platea dei beneficiari il bonus che raggiungerà pensionati e famiglie con figli a carico. Si tratta di un bonus da un minimo di 200 a un massimo di mille euro, che sarà distribuito in base al reddito. Ad averne diritto saranno i nuclei di lavoratori dipendenti con figli e i pensionati con un reddito annuo fino a 22mila euro (e non più 20mila euro). Per le famiglie con portatori di handicap il tetto sale fino a 35mila euro. Il «bonus straordinario per famiglie, lavoratori, pensionati e non autosufficienti» riguarderà poco meno di 8 milioni di soggetti. Il costo complessivo dell'operazione si aggira intorno a di 2,4 miliardi di euro. Il bonus è cumulabile con la social card. Entrando nel dettaglio verrà erogato dai sostituti d'imposta a gennaio-febbraio attraverso una detrazione. Il beneficio sarà di 200 euro per i soggetti unici componenti di un nucleo familiare se il reddito non è superiore a 15 mila euro, di 300 euro se la famiglia è composta da due persone con un reddito di 17 mila euro l'anno, di 450 se la famiglia è composta da tre persone, sempre con un reddito di 17 mila euro all'anno. Il bonus sarà invece di 500 euro per le famiglie di quattro componenti con un reddito di 20 mila euro, di 600 euro se i componenti la famiglia sono cinque, sempre con un reddito annuo di 20 mila euro. Avranno mille euro le famiglie di cinque o più componenti con un reddito di 22 mila euro. Se nella famiglia c'è un portatore di handicap il tetto di reddito sale a 35 mila euro. Esclusi dal beneficio i lavoratori autonomi, i titolari di partita Iva e chi ha redditi fondiari superiori a 2.500 euro. La richiesta va presentata entro il 31gennaio con autocertificazione mediante modulo dell'Agenzia delle Entrate.
Cambia la legge Opa: meno vincoli su passivity rule.Vincoli meno stringenti per le società soggette a Opa. Cambiano i sistemi di autorizzazioni assembleare per eventuali misure di difesa. Nel nuovo testo scompare infatti il limite del 30% previsto per l'autorizzazione da parte dei soci. Non si prevede più che l'approvazione delle misure idonee a contrastare il conseguimento degli obiettivi dell'offerta debba essere approvata da una assemblea straordinaria.
Deduzione dall'Ires della quota di Irap che insiste sul costo del lavoro e degli interessi.A decorrere dal periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2008 è ammesso in deduzione un importo pari al 10% dell'imposta regionale sulle attività produttive , forfetariamente riferita all'imposta dovuta sulla quota imponibile degli interessi passivi e oneri assimilati al netto degli interessi attivi e proventi assimilati o delle spese per il personale dipendente e assimilato al netto delle deduzioni spettanti.
Detassazione per ricercatori e professori che rientrano in Italia e credito d'imposta per le ricerche in Italia su incarico dall'estero. Incentivi per il rientro in Italia di ricercatori residenti all'estero. Estensione del credito d'imposta alle ricerche fatte in Italia su incarico di committenti esteri.
Detassazione dei microprogetti di arredo urbano.Per realizzare opere di interesse locale operati da gruppi di cittadini organizzati, detassazione dei microprogetti di arredo urbano.
Investimenti in infrastrutture. Aumentano i fondi per la legge Obiettivo: per realizzare le opere strategiche di preminente interesse nazionale il decreto anti crisi stanzia infatti un contributo quindicennale di 120 milioni di euro l'anno a partire dal 2010.
Istituito per il 2009 un fondo per gli investimenti di 960 milioni di euro. Ci sono anche risorse per 480 milioni di euro, per ciascuno nel triennio 2009-2011 «per assicurare i necessari servizi ferroviari di trasporto pubblico». L'erogazione delle risorse è subordinata alla stipula dei nuovi contratti di servizio. Il finanziamento (1.440 milioni di euro per il 2009 e 480 per ciascuno degli anni 2010 e 2011) arriva dal Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate.Gli investimenti dovranno riguardare per il 15% il Nord e l'85% il Sud.
Iva sui servizi televisivi. La porno-tax viene estesa anche alla trasmissione di programmi tv a luci rosse. Chi produce e commercializza materiale pornografico dovrà pagare un'addizionale Irpef, come prevedeva la Finanziaria per il 2006. Il prelievo fiscale non riguarderà, invece, chi produce o commercializza materiale di incitamento alla violenza, come indicava la norma originaria. La stangata scatterà già a decorrere dal periodo d'imposta in corso alla data di entrata in vigore del provvedimento. Un decreto del presidente del Consiglio, emanato entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, definirà i dettagli.
Grandi progetti e ferrovie. Individuate norme straordinarie per la velocizzazione delle procedure esecutive di progetti che fanno capo al quadro strategico nazionale. Da Fas soldi alle ferrovie. Nel 2009 ci saranno 960 milioni di euro per gli investimenti e 480 milioni per il trasporto pubblico.
Novità per mutui vecchi e nuovi. Misura di garanzia per chi ha un mutuo immobiliare a tasso variabile. L'importo delle rate dei mutui a tasso variabile a carico del mutuatario si calcolano con riferimento al maggiore tra il 4% senza spread, spese varie o altro tipo di maggiorazione e il tasso contrattuale alla data si sottoscrizione del contratto. In caso contrario lo Stato interviene e si accolla la parte extra. Questo criterio di calcolo non si applica se le condizioni contrattuali determinano una rata di importo inferiore. La novità si applica ai mutui per l'acquisto, la costruzione e la ristrutturazione della prima casa sottoscritti da persone fisiche fino al 31 ottobre 2008 e ai mutui rinegoziati entro la stessa data in applicazione della legge 126/2008. Previsti rimborsi in sede fiscale per i costi extra sostenuti dalle banche. Per i nuovi mutui sottoscritti, invece, il tasso di base su cui si calcola lo spread può essere quello stabilito dalla Banca Centrale Europea.
Posta elettronica per imprese e Pubblica amministrazione. Le imprese costituite in forma societaria sono tenute a indicare l'indirizzo di posta elettronica certificata nella domanda di iscrizione al registro delle imprese (quelle iscritte hanno 3 anni di tempo per farlo). I professionisti iscritti ad albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato devono comunicare agli ordini o ai collegi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata. Ordini e collegi pubblicheranno un elenco consultabile in via telematica i dati identificativi degli iscritti con indirizzo di posta elettronica certificata. Le amministrazioni pubbliche istituiranno un indirizzo di posta elettronica certificata per ciascun registro di protocollo e ne danno comunicazione al Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione, che provvede a pubblicare un elenco consultabile in via telematica. La consultazione dei singoli indirizzi avviene liberamente e senza oneri. Il decreto prevede che «le copie su supporto informatico di qualsiasi tipologia di documenti analogici originali, formati in origine su supporto cartaceo o su altro supporto non informatico, sostituiscono ad ogni effetto gli originali da cui sono tratte» purchè la loro conformità all'originale sia assicurata da chi lo detiene mediante firma digitale.
Prorogata la detassazione dei premi Sì alla proroga della detassazione del salario di produttività, vale a dire premi e incentivi, per redditi fino a 35mila euro l'anno (dai 30mila attuali). Raddoppia anche la parte di redditto su cui applicare gli sgravi, che passa da 3mila euro l'anno a 6mila euro. Non è stata, invece, prorogata la detassazione sugli straordinari. La tassazione agevolata dei premi è stata estesa anche ai lavoratori pubblici del comparto sicurezza (la platea di questi ultimi beneficiari è di circa 500 mila persone).
Riduzione di 3 punti all'acconto Ires e Irap per i soggetti Ires. Nel pacchetto di misure per le imprese arriva una misura temporanea: il taglio per il periodo d'imposta in corso, di tre punti all'acconto Ires e Irap dovuto. Chi ha già provveduto al pagamento dell'acconto ha diritto a un credito d'imposta corrispondente alla riduzione.
Riduzione dei costi amministrativi a carico delle imprese. Vengono ridotti i costi amministrativi sostenuti dalle imprese.
Riassegnazione risorse.In considerazione della crisi economica e ferma la distribuzione territoriale c'è una riassegnazione delle risorse per formazione e occupazione per interventi infrastrutturali, con priorità alla messa in sicurezza delle scuole, all'edilizia scolastica e carceraria, alle opere di risanamento ambientale, anche di natura infrastrutturale, alla bonifica di siti, alle infrastrutture museali e archeologiche e all'innovazione tecnologica.
Revisione "congiunturale" degli studi di settore. Gli studi di settore saranno rivisti tenendo conto della crisi economica e dei mercati «con particolare riguardo a determinati settori o aree territoriali». Per far questo si ricorrerà a un decreto dell'Economia. Si procederà a un'integrazione degli studi tenendo conto anche dei dati della contabilità nazionale, degli elementi acquisibili presso istituti ed enti specializzati nell'analisi economica e delle segnalazioni degli osservatori regionali dell'Agenzia delle Entrate. Si tratterà, dunque, di una «revisione congiunturale» e «speciale» degli studi di settore.
Rimborsi ultradecennali. Via libera a 6 miliardi di rimborsi Iva ultradecennali per far funzionare la macchina dell'economia.
Sconti sulle tariffe.Le tariffe non possono salire, ha spiegato Tremonti, ma ci sono strumenti per farle scendere. Dal primo gennaio 2009 le famiglie economicamente svantaggiate, che hanno diritto all'applicazione delle tariffe agevolate per l'energia elettrica, avranno diritto anche allo sconto sulla bolletta del gas. La compensazione della spesa sarà riconosciuta in forma differenziata per zone climatiche e in base al numero dei componenti del nucleo familiare fino a uno sconto massimo del 15 per cento. Per il primo semestre del 2009 le variazioni tariffarie autostradali non saranno applicate. Entro il 30 giugno 2009 sarà approvato un decreto del Governo che prevede un piano organico di azioni (presentato dal ministero delle Infrastrutture entro il 29 febbraio) per accelerare i piani di investimento dell'intero comparto autostradale.
Scompare il tetto del 15% per l'investimento delle imprese nelle banche. Nel provvedimento è stata inserita una norma che attua i contenuti della direttiva Ue 2007/44, ed elimina il tetto del 15% per l'investimento delle imprese nelle banche. L'autorizzazione deve essere comunque rilasciata dalla Banca d'Italia che dovrà «accertare la competenza professionale generale nella gestione di partecipazioni o considerata l'influenza sulla gestione che la partecipazione da acquisire consente di esercitare, la competenza professionale specifica nel settore finanziario. Lo scorso luglio il Cicr aveva rimosso il primo muro nella separazione tra banca e imprese, fissando un limite del 15% del patrimonio di vigilanza della banca o gruppo bancario partecipante e il 60% del patrimonio (sempre della banca o del gruppo che possiede la partecipazione), che invece rappresenta il tetto complessivo per la somma delle partecipazioni.
Sconti sui farmaci equivalenti.Da gennaio arrivano alcuni sconti sui cosiddetti farmaci equivalenti, con un taglio del 7%, in attesa che sia l'Agenzia del farmaco a rideterminare i prezzi entro il 31 marzo 2009. Scende anche il tetto per la spesa farmaceutica territoriale.
Versamento dell'Iva solo all'incasso della fattura.Nel provvedimento arriva la cosiddetta Iva per cassa per le imprese. In pratica l'obbligo di versamento dell'imposta sul valore aggiunto slitta dal momento dell'emissione della fattura a quello dell'incasso. Su questa misura si attende però il via libera di Bruxelles.
Via a un osservatorio economico: vigilerà sui soldi perstati dalle banche. Il Governo varerà un osservatorio economico in tutte le prefetture per verificare che i soldi dati in prestito dalle banche vadano al sistema economico. «Doteremo le prefetture di un osservatorio economico - ha detto Tremonti - composto da imprenditori e associazioni in modo tale che si verifichi, anche lì come già accade in Francia, che i soldi vadano all'economia. Se non vanno all'economia si blocca tutto». (Sudnews.it)
Banche: fino al 2009 lo Stato potrà sottoscrivere i bond per rafforzare il patrimonio di vigilanza. Il ministero dell'Economia potrà sottoscrivere fino a tutto il 2009 i bond che le banche quotate emetteranno per rafforzare il loro patrimonio di vigilanza. Si tratta di bond convertibili su richiesta della banca che avrà anche la facoltà di rimborso o riscatto, previo via libera della Banca d'Italia. «La logica che vogliamo seguire - ha spiegato Tremonti - non è quella di sostenere le banche, ma le imprese, evitando restrizione del credito».
Bonus famiglia: tetto fino a 35mila euro se c'è un disabile. È stato potenziato nell'importo e nella platea dei beneficiari il bonus che raggiungerà pensionati e famiglie con figli a carico. Si tratta di un bonus da un minimo di 200 a un massimo di mille euro, che sarà distribuito in base al reddito. Ad averne diritto saranno i nuclei di lavoratori dipendenti con figli e i pensionati con un reddito annuo fino a 22mila euro (e non più 20mila euro). Per le famiglie con portatori di handicap il tetto sale fino a 35mila euro. Il «bonus straordinario per famiglie, lavoratori, pensionati e non autosufficienti» riguarderà poco meno di 8 milioni di soggetti. Il costo complessivo dell'operazione si aggira intorno a di 2,4 miliardi di euro. Il bonus è cumulabile con la social card. Entrando nel dettaglio verrà erogato dai sostituti d'imposta a gennaio-febbraio attraverso una detrazione. Il beneficio sarà di 200 euro per i soggetti unici componenti di un nucleo familiare se il reddito non è superiore a 15 mila euro, di 300 euro se la famiglia è composta da due persone con un reddito di 17 mila euro l'anno, di 450 se la famiglia è composta da tre persone, sempre con un reddito di 17 mila euro all'anno. Il bonus sarà invece di 500 euro per le famiglie di quattro componenti con un reddito di 20 mila euro, di 600 euro se i componenti la famiglia sono cinque, sempre con un reddito annuo di 20 mila euro. Avranno mille euro le famiglie di cinque o più componenti con un reddito di 22 mila euro. Se nella famiglia c'è un portatore di handicap il tetto di reddito sale a 35 mila euro. Esclusi dal beneficio i lavoratori autonomi, i titolari di partita Iva e chi ha redditi fondiari superiori a 2.500 euro. La richiesta va presentata entro il 31gennaio con autocertificazione mediante modulo dell'Agenzia delle Entrate.
Cambia la legge Opa: meno vincoli su passivity rule.Vincoli meno stringenti per le società soggette a Opa. Cambiano i sistemi di autorizzazioni assembleare per eventuali misure di difesa. Nel nuovo testo scompare infatti il limite del 30% previsto per l'autorizzazione da parte dei soci. Non si prevede più che l'approvazione delle misure idonee a contrastare il conseguimento degli obiettivi dell'offerta debba essere approvata da una assemblea straordinaria.
Deduzione dall'Ires della quota di Irap che insiste sul costo del lavoro e degli interessi.A decorrere dal periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2008 è ammesso in deduzione un importo pari al 10% dell'imposta regionale sulle attività produttive , forfetariamente riferita all'imposta dovuta sulla quota imponibile degli interessi passivi e oneri assimilati al netto degli interessi attivi e proventi assimilati o delle spese per il personale dipendente e assimilato al netto delle deduzioni spettanti.
Detassazione per ricercatori e professori che rientrano in Italia e credito d'imposta per le ricerche in Italia su incarico dall'estero. Incentivi per il rientro in Italia di ricercatori residenti all'estero. Estensione del credito d'imposta alle ricerche fatte in Italia su incarico di committenti esteri.
Detassazione dei microprogetti di arredo urbano.Per realizzare opere di interesse locale operati da gruppi di cittadini organizzati, detassazione dei microprogetti di arredo urbano.
Investimenti in infrastrutture. Aumentano i fondi per la legge Obiettivo: per realizzare le opere strategiche di preminente interesse nazionale il decreto anti crisi stanzia infatti un contributo quindicennale di 120 milioni di euro l'anno a partire dal 2010.
Istituito per il 2009 un fondo per gli investimenti di 960 milioni di euro. Ci sono anche risorse per 480 milioni di euro, per ciascuno nel triennio 2009-2011 «per assicurare i necessari servizi ferroviari di trasporto pubblico». L'erogazione delle risorse è subordinata alla stipula dei nuovi contratti di servizio. Il finanziamento (1.440 milioni di euro per il 2009 e 480 per ciascuno degli anni 2010 e 2011) arriva dal Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate.Gli investimenti dovranno riguardare per il 15% il Nord e l'85% il Sud.
Iva sui servizi televisivi. La porno-tax viene estesa anche alla trasmissione di programmi tv a luci rosse. Chi produce e commercializza materiale pornografico dovrà pagare un'addizionale Irpef, come prevedeva la Finanziaria per il 2006. Il prelievo fiscale non riguarderà, invece, chi produce o commercializza materiale di incitamento alla violenza, come indicava la norma originaria. La stangata scatterà già a decorrere dal periodo d'imposta in corso alla data di entrata in vigore del provvedimento. Un decreto del presidente del Consiglio, emanato entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, definirà i dettagli.
Grandi progetti e ferrovie. Individuate norme straordinarie per la velocizzazione delle procedure esecutive di progetti che fanno capo al quadro strategico nazionale. Da Fas soldi alle ferrovie. Nel 2009 ci saranno 960 milioni di euro per gli investimenti e 480 milioni per il trasporto pubblico.
Novità per mutui vecchi e nuovi. Misura di garanzia per chi ha un mutuo immobiliare a tasso variabile. L'importo delle rate dei mutui a tasso variabile a carico del mutuatario si calcolano con riferimento al maggiore tra il 4% senza spread, spese varie o altro tipo di maggiorazione e il tasso contrattuale alla data si sottoscrizione del contratto. In caso contrario lo Stato interviene e si accolla la parte extra. Questo criterio di calcolo non si applica se le condizioni contrattuali determinano una rata di importo inferiore. La novità si applica ai mutui per l'acquisto, la costruzione e la ristrutturazione della prima casa sottoscritti da persone fisiche fino al 31 ottobre 2008 e ai mutui rinegoziati entro la stessa data in applicazione della legge 126/2008. Previsti rimborsi in sede fiscale per i costi extra sostenuti dalle banche. Per i nuovi mutui sottoscritti, invece, il tasso di base su cui si calcola lo spread può essere quello stabilito dalla Banca Centrale Europea.
Posta elettronica per imprese e Pubblica amministrazione. Le imprese costituite in forma societaria sono tenute a indicare l'indirizzo di posta elettronica certificata nella domanda di iscrizione al registro delle imprese (quelle iscritte hanno 3 anni di tempo per farlo). I professionisti iscritti ad albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato devono comunicare agli ordini o ai collegi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata. Ordini e collegi pubblicheranno un elenco consultabile in via telematica i dati identificativi degli iscritti con indirizzo di posta elettronica certificata. Le amministrazioni pubbliche istituiranno un indirizzo di posta elettronica certificata per ciascun registro di protocollo e ne danno comunicazione al Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione, che provvede a pubblicare un elenco consultabile in via telematica. La consultazione dei singoli indirizzi avviene liberamente e senza oneri. Il decreto prevede che «le copie su supporto informatico di qualsiasi tipologia di documenti analogici originali, formati in origine su supporto cartaceo o su altro supporto non informatico, sostituiscono ad ogni effetto gli originali da cui sono tratte» purchè la loro conformità all'originale sia assicurata da chi lo detiene mediante firma digitale.
Prorogata la detassazione dei premi Sì alla proroga della detassazione del salario di produttività, vale a dire premi e incentivi, per redditi fino a 35mila euro l'anno (dai 30mila attuali). Raddoppia anche la parte di redditto su cui applicare gli sgravi, che passa da 3mila euro l'anno a 6mila euro. Non è stata, invece, prorogata la detassazione sugli straordinari. La tassazione agevolata dei premi è stata estesa anche ai lavoratori pubblici del comparto sicurezza (la platea di questi ultimi beneficiari è di circa 500 mila persone).
Riduzione di 3 punti all'acconto Ires e Irap per i soggetti Ires. Nel pacchetto di misure per le imprese arriva una misura temporanea: il taglio per il periodo d'imposta in corso, di tre punti all'acconto Ires e Irap dovuto. Chi ha già provveduto al pagamento dell'acconto ha diritto a un credito d'imposta corrispondente alla riduzione.
Riduzione dei costi amministrativi a carico delle imprese. Vengono ridotti i costi amministrativi sostenuti dalle imprese.
Riassegnazione risorse.In considerazione della crisi economica e ferma la distribuzione territoriale c'è una riassegnazione delle risorse per formazione e occupazione per interventi infrastrutturali, con priorità alla messa in sicurezza delle scuole, all'edilizia scolastica e carceraria, alle opere di risanamento ambientale, anche di natura infrastrutturale, alla bonifica di siti, alle infrastrutture museali e archeologiche e all'innovazione tecnologica.
Revisione "congiunturale" degli studi di settore. Gli studi di settore saranno rivisti tenendo conto della crisi economica e dei mercati «con particolare riguardo a determinati settori o aree territoriali». Per far questo si ricorrerà a un decreto dell'Economia. Si procederà a un'integrazione degli studi tenendo conto anche dei dati della contabilità nazionale, degli elementi acquisibili presso istituti ed enti specializzati nell'analisi economica e delle segnalazioni degli osservatori regionali dell'Agenzia delle Entrate. Si tratterà, dunque, di una «revisione congiunturale» e «speciale» degli studi di settore.
Rimborsi ultradecennali. Via libera a 6 miliardi di rimborsi Iva ultradecennali per far funzionare la macchina dell'economia.
Sconti sulle tariffe.Le tariffe non possono salire, ha spiegato Tremonti, ma ci sono strumenti per farle scendere. Dal primo gennaio 2009 le famiglie economicamente svantaggiate, che hanno diritto all'applicazione delle tariffe agevolate per l'energia elettrica, avranno diritto anche allo sconto sulla bolletta del gas. La compensazione della spesa sarà riconosciuta in forma differenziata per zone climatiche e in base al numero dei componenti del nucleo familiare fino a uno sconto massimo del 15 per cento. Per il primo semestre del 2009 le variazioni tariffarie autostradali non saranno applicate. Entro il 30 giugno 2009 sarà approvato un decreto del Governo che prevede un piano organico di azioni (presentato dal ministero delle Infrastrutture entro il 29 febbraio) per accelerare i piani di investimento dell'intero comparto autostradale.
Scompare il tetto del 15% per l'investimento delle imprese nelle banche. Nel provvedimento è stata inserita una norma che attua i contenuti della direttiva Ue 2007/44, ed elimina il tetto del 15% per l'investimento delle imprese nelle banche. L'autorizzazione deve essere comunque rilasciata dalla Banca d'Italia che dovrà «accertare la competenza professionale generale nella gestione di partecipazioni o considerata l'influenza sulla gestione che la partecipazione da acquisire consente di esercitare, la competenza professionale specifica nel settore finanziario. Lo scorso luglio il Cicr aveva rimosso il primo muro nella separazione tra banca e imprese, fissando un limite del 15% del patrimonio di vigilanza della banca o gruppo bancario partecipante e il 60% del patrimonio (sempre della banca o del gruppo che possiede la partecipazione), che invece rappresenta il tetto complessivo per la somma delle partecipazioni.
Sconti sui farmaci equivalenti.Da gennaio arrivano alcuni sconti sui cosiddetti farmaci equivalenti, con un taglio del 7%, in attesa che sia l'Agenzia del farmaco a rideterminare i prezzi entro il 31 marzo 2009. Scende anche il tetto per la spesa farmaceutica territoriale.
Versamento dell'Iva solo all'incasso della fattura.Nel provvedimento arriva la cosiddetta Iva per cassa per le imprese. In pratica l'obbligo di versamento dell'imposta sul valore aggiunto slitta dal momento dell'emissione della fattura a quello dell'incasso. Su questa misura si attende però il via libera di Bruxelles.
Via a un osservatorio economico: vigilerà sui soldi perstati dalle banche. Il Governo varerà un osservatorio economico in tutte le prefetture per verificare che i soldi dati in prestito dalle banche vadano al sistema economico. «Doteremo le prefetture di un osservatorio economico - ha detto Tremonti - composto da imprenditori e associazioni in modo tale che si verifichi, anche lì come già accade in Francia, che i soldi vadano all'economia. Se non vanno all'economia si blocca tutto». (Sudnews.it)
Sky, Ue: "Italia rischiava procedura"
Bruxelles, 3 dic. (Adnkronos/Aki/Ign) - ''A questo punto il caso è chiuso''. Così la portavoce del commissario Ue al fisco ha messo la parola fine al contenzioso sull'allineamento dell'Iva per i servizi di pay tv. ''In assenza dell'allineamento dell'aliquota Iva la Commissione - ha aggiunto la portavoce - avrebbe aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia''.
''Nel momento in cui un governo ammette che vi è un problema e ci informa di avervi riposto rimedio con decisioni adeguate allora il caso è chiuso'', ha sottolineato la portavoce da Bruxelles. Il riferimento è alla norma contenuta nel dl anticrisi varato dal governo che porta dall'attuale 10% al 20% l'Iva sui servizi satellitari e dunque di Sky che ha di fatto il 90% di questo mercato.
La portavoce ha ricordato i passaggi più importanti del caso: ''Nel 2007 Bruxelles ha inviato una lettera all'Italia per lamentare il tasso diverso di Iva, in alcuni casi al 10%, in altri al 20% quindi questa aliquota andava allineata, in modo da renderla uguale per tutti. Quindi il governo doveva decidere se tutti al 10% o al 20%, perché sul tasso è il Paese che decide e non noi''.
Roma aveva riconosciuto, ha proseguito, che ''tale differenziazione dell'aliquota non era in linea con le norme Ue e si era impegnata ad allinearlo''. A chi gli chiedeva chi avesse presentato il reclamo all'Ue in seguito al quale è stato aperto il dossier a Bruxelles, la portavoce non ha voluto rispondere: ''Non possiamo dire chi ha presentato il ricorso''. Fonti Ue concordanti riferiscono che l'esposto è stato presentato da Mediaset.
Sul caso Sky è tornato anche Silvio Berlusconi dopo l'attacco di ieri a giornali e Pd. E oggi non ha lesinato un nuovo affondo a entrambi, a margine di una visita al Polo tecnologico delle Poste italiane all'Eur. "Il modo con cui la sinistra e la stampa mi attaccano - ha sottolineato il Cavaliere - rappresenta bene il comportamento di questi signori. Hanno fatto una figuraccia enorme. Credo che gli italiani potranno trarre un giudizio definitivo su questi signori".
"E' un provvedimento che non conoscevo assolutamente e invece attaccano me. Non c'è nessun conflitto di interessi" è tornato a ribadire il premier, respingendo al mittente le critiche dell'opposizione. "Penso soltanto che sia stato giusto quello che ho fatto e ho manifestato su questo argomento. E invece ho visto che mi si attacca con titoli del tipo 'Berlusconi contro Sky', quando io non ero al corrente di nulla, ed era una cosa che apparteneva al lavoro del ministro delle Finanze, in più dovuta per una precisa disposizione della Ue. Come la sinistra e i giornali mi hanno attaccato - insiste - rappresenta bene il comportamento di questi signori contro di me e il governo".
Secondo il sottosegretario allo Sviluppo economico, Paolo Romani, che ha la delega per le Comunicazioni, l'ipotesi di abbassare l'Iva sia per la pay tv che per la pay per view al 10%, invece che portare l'imposta al 20%, ''è assolutamente impraticabile, verrebbero a mancare circa 220 milioni di euro''. Romani ha così risposto a chi gli chiedeva di indiscrezioni circa presunte soluzioni che l'esecutivo starebbe studiando per risolvere la querelle nata dopo il varo del provvedimento.
''Nel momento in cui un governo ammette che vi è un problema e ci informa di avervi riposto rimedio con decisioni adeguate allora il caso è chiuso'', ha sottolineato la portavoce da Bruxelles. Il riferimento è alla norma contenuta nel dl anticrisi varato dal governo che porta dall'attuale 10% al 20% l'Iva sui servizi satellitari e dunque di Sky che ha di fatto il 90% di questo mercato.
La portavoce ha ricordato i passaggi più importanti del caso: ''Nel 2007 Bruxelles ha inviato una lettera all'Italia per lamentare il tasso diverso di Iva, in alcuni casi al 10%, in altri al 20% quindi questa aliquota andava allineata, in modo da renderla uguale per tutti. Quindi il governo doveva decidere se tutti al 10% o al 20%, perché sul tasso è il Paese che decide e non noi''.
Roma aveva riconosciuto, ha proseguito, che ''tale differenziazione dell'aliquota non era in linea con le norme Ue e si era impegnata ad allinearlo''. A chi gli chiedeva chi avesse presentato il reclamo all'Ue in seguito al quale è stato aperto il dossier a Bruxelles, la portavoce non ha voluto rispondere: ''Non possiamo dire chi ha presentato il ricorso''. Fonti Ue concordanti riferiscono che l'esposto è stato presentato da Mediaset.
Sul caso Sky è tornato anche Silvio Berlusconi dopo l'attacco di ieri a giornali e Pd. E oggi non ha lesinato un nuovo affondo a entrambi, a margine di una visita al Polo tecnologico delle Poste italiane all'Eur. "Il modo con cui la sinistra e la stampa mi attaccano - ha sottolineato il Cavaliere - rappresenta bene il comportamento di questi signori. Hanno fatto una figuraccia enorme. Credo che gli italiani potranno trarre un giudizio definitivo su questi signori".
"E' un provvedimento che non conoscevo assolutamente e invece attaccano me. Non c'è nessun conflitto di interessi" è tornato a ribadire il premier, respingendo al mittente le critiche dell'opposizione. "Penso soltanto che sia stato giusto quello che ho fatto e ho manifestato su questo argomento. E invece ho visto che mi si attacca con titoli del tipo 'Berlusconi contro Sky', quando io non ero al corrente di nulla, ed era una cosa che apparteneva al lavoro del ministro delle Finanze, in più dovuta per una precisa disposizione della Ue. Come la sinistra e i giornali mi hanno attaccato - insiste - rappresenta bene il comportamento di questi signori contro di me e il governo".
Secondo il sottosegretario allo Sviluppo economico, Paolo Romani, che ha la delega per le Comunicazioni, l'ipotesi di abbassare l'Iva sia per la pay tv che per la pay per view al 10%, invece che portare l'imposta al 20%, ''è assolutamente impraticabile, verrebbero a mancare circa 220 milioni di euro''. Romani ha così risposto a chi gli chiedeva di indiscrezioni circa presunte soluzioni che l'esecutivo starebbe studiando per risolvere la querelle nata dopo il varo del provvedimento.
martedì 2 dicembre 2008
Repubblica è un giornale ridicolo. Christian Rocca
L’home page di Repubblica.it, ma anche il giornale cartaceo, si aprono con la frase tra virgolette di Bush: "Sull’Iraq ho sbagliato – L’Iraq è stato un errore" (nella versione cartacea, perlomeno, le virgolette sono scomparse, ma si aggiunge che Bush si sarebbe "pentito"). Bush non ha mai detto niente di tutto questo, basta ascoltare l’intervista alla Abc o leggere i giornali americani. Se l’è inventato Repubblica, un giornale ridicolo. (il Foglio)
Campane a morto per gli affamati. Son tornati i gufi. Filippo Facci
Hai voglia a spiegare che il pessimismo porta pessimismo, che deprimere i consumatori deprime i consumi e l’economia, che la recessione sta diventando mentale, che i pensionati e i dipendenti con questa crisi rischiano addirittura di guadagnarci perché i prezzi calano, ma stipendi e pensioni no. Niente da fare. Ci stanno timidamente riprovando: la recente infilata di titoli poveristi e declinisti dell’Unità, parte grotteschi e parte menagrami, è la modesta riproposizione della falsariga portata avanti dall’autunno 2003 alla primavera 2006, quando in coincidenza del passato governo Berlusconi una schiera di fanfare dipinse un Paese disperato con le «famiglie che comprano a rate anche il latte» (Ballarò, 22 febbraio 2005) o con «le bambine lasciate morire di stenti» (sempre Ballarò) e ciò senza contare i «due milioni di bambini poveri» inventati dall’Eurispes nel novembre 2004: un’impalcatura da suicidio, picchettata dalla nota sindrome della quarta settimana nel periodo in cui l’Ulivo commissionava alla Pan advertising il manifesto più menagramo della sua storia politica: «Arrivi a fine mese?». Intanto la Cgil scriveva che «Molti pensionati oramai non arrivano nemmeno alla terza settimana».
Erano tutte, come si dice, balle: e per saperlo bastava guardare i dati Istat o leggere quanto scrivevano economisti pure acclamati dalla sinistra come Tito Boeri o Andrea Brandolini. Forse molti non lo ricordano, ma sostenere che fossimo alla fame era un vero trend. Persino Luca di Montezemolo, nel Natale 2004, aveva tuonato contro «la fase più critica dal dopoguerra» mentre l’Economist scriveva che «molti italiani stanno riducendo le vacanze o vi stanno rinunciando, mentre altri stanno rinviando l’acquisto di una nuova auto o di un completo». Non era vero neanche questo: crescevano gli italiani che andavano in vacanza e con essi l’acquisto di auto di grande cilindrata, embrione di quella stessa divaricazione che oggi contrappone un ceto medio declassato e uno che invece sta meglio e consuma generi di lusso, un cortocircuito che separa impiegati e piccoli commercianti da grossisti e immobiliaristi, per dire. A inizio 2006 gli italiani avevano risparmiato più che in qualsiasi altro Paese d’Europa, e il rialzo del risparmio risultava persino più alto per i redditi medio-bassi: come a dire che la gente metteva i soldi in banca e non li aveva per comprare il latte alla quarta settimana. Son faccende controverse, senz’altro, ma a loro margine la matematica diventava ufficialmente un’opinione: tu potevi anche spiegare che il Paese aveva il 7 per cento di disoccupazione contro il 12 della Germania, ma i tuoi numeri non potevano nulla di fronte al trionfo del «percepito»: l’inflazione percepita, la disoccupazione percepita, il declino percepito. Il cielo è azzurro, ma io lo percepisco verde: segue servizio. C’era anche il marketing del declino. La Confcommercio strombazzava l’iniziativa «Pizza & birra a 7 euro» anche se nella carissima Milano c’erano posti che per 6 euro e 50 ti davano anche il caffè. La Coop, quella che sei tu e che in realtà sono loro, intanto se ne partiva col «pane a un euro» patrocinato dalla Cgil e ribattezzato «pane di don Milani». Il Ballarò di quella stagione non ve lo ricordate: le puntate del 2004 e 2005 sono impressionanti e la filigrana non cambia mai: povertà, ri-povertà, disoccupazione, declino, tensione sociale, ceto medio scomparso, colpe eventuali del governo, Pierluigi Bersani versione incendiario, Gianni Alemanno pompiere. E Repubblica, 13 giugno 2004: «Sempre più famiglie nell’ultima settimana sono costrette a rinunciare a pane, latte, zucchero, olio e verdura. Persino il presidente della Granarolo ammette che da un po’ di tempo le vendite di latte del suo gruppo calano nell’ultima settimana di ogni mese». Una bugia totale, tanto che i buoni conti della Granarolo smentiranno ufficialmente l’asserzione. Ma pochissimi ascoltavano, per esempio, Daniele Tirelli della Nielsen: «Nessuna statistica ha dimostrato che dopo il 27 si rinuncia al latte fresco per comprare patate. Gli italiani non soffrono di problemi alimentari, ma di aspettative molto più alte rispetto al passato. Oggi la gente vuole viaggi e consumi individualizzati. Va al discount, così si mette in pace, e poi non cede su altri beni e servizi». I titoli catastrofisti furono migliaia, e qualcuno addirittura ipotizzò che i prezzi salivano proprio perché i giornali scrivevano che salissero. Non è una battuta: lo studio «Italian Households at the Beginning of the Decade», ancora degli economisti Brandolini e Boeri, rilevò l’eccezionale copertura mediatica sulla presunta povertà e ipotizzò che potesse aver contribuito al divario tra inflazione percepita e rilevata: questo dopo aver notato che tv e giornali davano credito a stime alternative a quelle ufficiali, senza verificarne il rigore. Anche perché i titoli erano talvolta comici, come questo di Repubblica del 30 giugno 2005: «Tutti in ferie per scordare la crisi», come a dire: tutti al ristorante per scordare la fame. Intanto, ed eccoci al periodo natalizio, il Tg3 rilanciava il «Natale senza regali» nei giorni 12 e 19 e 22 e 23 e 25 e 26 dicembre 2005, campane a morto per un popolo affamato. Ora si ricomincia. Forse. (il Giornale)
Erano tutte, come si dice, balle: e per saperlo bastava guardare i dati Istat o leggere quanto scrivevano economisti pure acclamati dalla sinistra come Tito Boeri o Andrea Brandolini. Forse molti non lo ricordano, ma sostenere che fossimo alla fame era un vero trend. Persino Luca di Montezemolo, nel Natale 2004, aveva tuonato contro «la fase più critica dal dopoguerra» mentre l’Economist scriveva che «molti italiani stanno riducendo le vacanze o vi stanno rinunciando, mentre altri stanno rinviando l’acquisto di una nuova auto o di un completo». Non era vero neanche questo: crescevano gli italiani che andavano in vacanza e con essi l’acquisto di auto di grande cilindrata, embrione di quella stessa divaricazione che oggi contrappone un ceto medio declassato e uno che invece sta meglio e consuma generi di lusso, un cortocircuito che separa impiegati e piccoli commercianti da grossisti e immobiliaristi, per dire. A inizio 2006 gli italiani avevano risparmiato più che in qualsiasi altro Paese d’Europa, e il rialzo del risparmio risultava persino più alto per i redditi medio-bassi: come a dire che la gente metteva i soldi in banca e non li aveva per comprare il latte alla quarta settimana. Son faccende controverse, senz’altro, ma a loro margine la matematica diventava ufficialmente un’opinione: tu potevi anche spiegare che il Paese aveva il 7 per cento di disoccupazione contro il 12 della Germania, ma i tuoi numeri non potevano nulla di fronte al trionfo del «percepito»: l’inflazione percepita, la disoccupazione percepita, il declino percepito. Il cielo è azzurro, ma io lo percepisco verde: segue servizio. C’era anche il marketing del declino. La Confcommercio strombazzava l’iniziativa «Pizza & birra a 7 euro» anche se nella carissima Milano c’erano posti che per 6 euro e 50 ti davano anche il caffè. La Coop, quella che sei tu e che in realtà sono loro, intanto se ne partiva col «pane a un euro» patrocinato dalla Cgil e ribattezzato «pane di don Milani». Il Ballarò di quella stagione non ve lo ricordate: le puntate del 2004 e 2005 sono impressionanti e la filigrana non cambia mai: povertà, ri-povertà, disoccupazione, declino, tensione sociale, ceto medio scomparso, colpe eventuali del governo, Pierluigi Bersani versione incendiario, Gianni Alemanno pompiere. E Repubblica, 13 giugno 2004: «Sempre più famiglie nell’ultima settimana sono costrette a rinunciare a pane, latte, zucchero, olio e verdura. Persino il presidente della Granarolo ammette che da un po’ di tempo le vendite di latte del suo gruppo calano nell’ultima settimana di ogni mese». Una bugia totale, tanto che i buoni conti della Granarolo smentiranno ufficialmente l’asserzione. Ma pochissimi ascoltavano, per esempio, Daniele Tirelli della Nielsen: «Nessuna statistica ha dimostrato che dopo il 27 si rinuncia al latte fresco per comprare patate. Gli italiani non soffrono di problemi alimentari, ma di aspettative molto più alte rispetto al passato. Oggi la gente vuole viaggi e consumi individualizzati. Va al discount, così si mette in pace, e poi non cede su altri beni e servizi». I titoli catastrofisti furono migliaia, e qualcuno addirittura ipotizzò che i prezzi salivano proprio perché i giornali scrivevano che salissero. Non è una battuta: lo studio «Italian Households at the Beginning of the Decade», ancora degli economisti Brandolini e Boeri, rilevò l’eccezionale copertura mediatica sulla presunta povertà e ipotizzò che potesse aver contribuito al divario tra inflazione percepita e rilevata: questo dopo aver notato che tv e giornali davano credito a stime alternative a quelle ufficiali, senza verificarne il rigore. Anche perché i titoli erano talvolta comici, come questo di Repubblica del 30 giugno 2005: «Tutti in ferie per scordare la crisi», come a dire: tutti al ristorante per scordare la fame. Intanto, ed eccoci al periodo natalizio, il Tg3 rilanciava il «Natale senza regali» nei giorni 12 e 19 e 22 e 23 e 25 e 26 dicembre 2005, campane a morto per un popolo affamato. Ora si ricomincia. Forse. (il Giornale)
lunedì 1 dicembre 2008
Che cosa è la Carta Acquisti (social card)
Chi ne ha diritto
La Carta spetta ai cittadini ultrasessantacinquenni e alle famiglie con figli di età inferiore ai 3 anni che abbiano un reddito ISEE (indicatore della situazione economica equivalente) fino a 6.000 euro. Per chi ha più di 70 anni, la soglia di reddito ISEE è fino a 8.000 euro.
A cosa serve?
La Carta serve a sostenere le famiglie e le persone anziane nella spesa alimentare e per le spese di luce e gas. E’ una normale carta di pagamento elettronico, con la differenza che le spese effettuate verranno addebitate direttamente allo Stato.
La Carta potrà essere utilizzata per effettuare acquisti in tutti i negozi convenzionati che sostengono il programma "Carta Acquisti" e praticheranno ulteriori sconti.
Quanto vale?
La Carta Acquisti vale 40 euro al mese. Per le domande fatte prima del 31 dicembre, la Carta sarà inizialmente caricata con 120 euro, relativi ai mesi di ottobre, novembre e dicembre 2008. Nel corso del 2009 la Carta sarà caricata ogni 2 mesi con 80 euro.
Cosa fare per averla?
Per avere la Carta acquisti occorre presentare una domanda presso gli uffici postali. A tutti i possibili beneficiari verrà inviata una lettera con la spiegazione su come ottenere la Carta.
Per informazioni numero Verde: 800.666.888 www.governo.it
La Carta spetta ai cittadini ultrasessantacinquenni e alle famiglie con figli di età inferiore ai 3 anni che abbiano un reddito ISEE (indicatore della situazione economica equivalente) fino a 6.000 euro. Per chi ha più di 70 anni, la soglia di reddito ISEE è fino a 8.000 euro.
A cosa serve?
La Carta serve a sostenere le famiglie e le persone anziane nella spesa alimentare e per le spese di luce e gas. E’ una normale carta di pagamento elettronico, con la differenza che le spese effettuate verranno addebitate direttamente allo Stato.
La Carta potrà essere utilizzata per effettuare acquisti in tutti i negozi convenzionati che sostengono il programma "Carta Acquisti" e praticheranno ulteriori sconti.
Quanto vale?
La Carta Acquisti vale 40 euro al mese. Per le domande fatte prima del 31 dicembre, la Carta sarà inizialmente caricata con 120 euro, relativi ai mesi di ottobre, novembre e dicembre 2008. Nel corso del 2009 la Carta sarà caricata ogni 2 mesi con 80 euro.
Cosa fare per averla?
Per avere la Carta acquisti occorre presentare una domanda presso gli uffici postali. A tutti i possibili beneficiari verrà inviata una lettera con la spiegazione su come ottenere la Carta.
Per informazioni numero Verde: 800.666.888 www.governo.it
Parabola rossa alla riscossa. Mario Giordano
Dalle tute blu alla pay tv, da Pelizza da Volpedo a Gol Parade, da Rosa Luxembourg a CartonNetwork: la sinistra in rotta ha trovato la sua nuova linea del Piave. E ha lanciato una guerra senza quartiere per difendere i beni primari delle classi umili davanti alla crisi: giù le mani dall’abbonamento Sky. Senza pane si può vivere, senza Ilaria D’Amico proprio no.
I fatti li conoscete. In Italia l’Iva è al 20%, ma per alcuni beni esistono agevolazioni. Nel ’95 si era deciso di estendere le agevolazioni anche alla Tv satellitare: da allora chi compra un abbonamento Sky paga l’Iva al 10%. Con il pacchetto anti-crisi dell’altro giorno l’Iva per le tv satellitari è stata riportata al 20%. E la prima osservazione che verrebbe è: era ora. Non si capisce infatti per quale motivo, in un momento in cui si tira la cinghia, le poche agevolazioni possibili si disperdano su beni non di prima necessità. Eppure è scoppiata la polemica. Sky ha protestato. E la sinistra ne ha approfittato per ritirare fuori la polemica sul conflitto d’interesse, dimenticando, fra l’altro che anche Mediaset viene punita da questa norma per quel che riguarda la tv a pagamento, il business su cui ha più investito negli ultimi anni. Ma, soprattutto, dimenticando che opporsi all’innalzamento dell’Iva sulle pay tv significa di fatto difendere gli interessi dei ricchi contro quelli dei deboli.
Strano destino per un partito che era nato con la falce e il martello e si appresta evidentemente a morire con ostriche e champagne. Sul caviale del tramonto, verrebbe da dire. Almeno, però, si mettano d’accordo con se stessi. Quest’estate, quando fu abrogata l’Ici per tutti gli italiani, la sinistra insorse dicendo che bisognava ridurla solo ai poveri, per non favorire i ricchi che non avevano bisogno di quell’aiuto. E adesso cosa è successo? Perché quei ricchi, che non avevano bisogno dell’aiuto sulla casa, che è un bene di prima necessità, ora ce l’hanno, invece, per l’abbonamento Sky, che al contrario è un bene tipicamente voluttuario? Sia chiaro: sono abbonato a Sky, guardo film e calcio, i miei figli sono fan di Disneychannel. Faccio parte dunque di quei 4 milioni di italiani che subiranno l’aggravio: 50 euro l’anno, poco più di 4 euro al mese. Ma penso che se una persona può spendere 500 euro l’anno per guardarsi film sdraiato in poltrona e diretta gol, può anche sopportare, vista la situazione, di sborsare un euro in più a settimana. Meno che pagare un caffè a due colleghi (e forse fa meno male).
Stupisce, piuttosto, che la sinistra si batta per me e per gli altri benestanti abbonati Sky, difendendo un regalo inutile, dopo aver snobbato bonus e social card a favore dei poveri: questo la dice lunga sul disfacimento culturale di chi ha perso contatto col suo mondo. Pensano davvero che nelle fabbriche e nelle periferie oggi il grande problema sia la pay tv? Al massimo lo è in qualche salotto chic, dove già preparano la battaglia: parabola rossa alla riscossa. Chi l’avrebbe detto che il postcomunismo si sarebbe risolto nel posticipo della serie A. (il Giornale)
I fatti li conoscete. In Italia l’Iva è al 20%, ma per alcuni beni esistono agevolazioni. Nel ’95 si era deciso di estendere le agevolazioni anche alla Tv satellitare: da allora chi compra un abbonamento Sky paga l’Iva al 10%. Con il pacchetto anti-crisi dell’altro giorno l’Iva per le tv satellitari è stata riportata al 20%. E la prima osservazione che verrebbe è: era ora. Non si capisce infatti per quale motivo, in un momento in cui si tira la cinghia, le poche agevolazioni possibili si disperdano su beni non di prima necessità. Eppure è scoppiata la polemica. Sky ha protestato. E la sinistra ne ha approfittato per ritirare fuori la polemica sul conflitto d’interesse, dimenticando, fra l’altro che anche Mediaset viene punita da questa norma per quel che riguarda la tv a pagamento, il business su cui ha più investito negli ultimi anni. Ma, soprattutto, dimenticando che opporsi all’innalzamento dell’Iva sulle pay tv significa di fatto difendere gli interessi dei ricchi contro quelli dei deboli.
Strano destino per un partito che era nato con la falce e il martello e si appresta evidentemente a morire con ostriche e champagne. Sul caviale del tramonto, verrebbe da dire. Almeno, però, si mettano d’accordo con se stessi. Quest’estate, quando fu abrogata l’Ici per tutti gli italiani, la sinistra insorse dicendo che bisognava ridurla solo ai poveri, per non favorire i ricchi che non avevano bisogno di quell’aiuto. E adesso cosa è successo? Perché quei ricchi, che non avevano bisogno dell’aiuto sulla casa, che è un bene di prima necessità, ora ce l’hanno, invece, per l’abbonamento Sky, che al contrario è un bene tipicamente voluttuario? Sia chiaro: sono abbonato a Sky, guardo film e calcio, i miei figli sono fan di Disneychannel. Faccio parte dunque di quei 4 milioni di italiani che subiranno l’aggravio: 50 euro l’anno, poco più di 4 euro al mese. Ma penso che se una persona può spendere 500 euro l’anno per guardarsi film sdraiato in poltrona e diretta gol, può anche sopportare, vista la situazione, di sborsare un euro in più a settimana. Meno che pagare un caffè a due colleghi (e forse fa meno male).
Stupisce, piuttosto, che la sinistra si batta per me e per gli altri benestanti abbonati Sky, difendendo un regalo inutile, dopo aver snobbato bonus e social card a favore dei poveri: questo la dice lunga sul disfacimento culturale di chi ha perso contatto col suo mondo. Pensano davvero che nelle fabbriche e nelle periferie oggi il grande problema sia la pay tv? Al massimo lo è in qualche salotto chic, dove già preparano la battaglia: parabola rossa alla riscossa. Chi l’avrebbe detto che il postcomunismo si sarebbe risolto nel posticipo della serie A. (il Giornale)
domenica 30 novembre 2008
Se non indigna la caccia agli ebrei. Angelo Panebianco
Mentre sono ancora frammentarie e confuse le notizie sui protagonisti, così come gli indizi sui mandanti, dell'attacco jihadista a Mumbai, gli analisti già ricominciano a dividersi, seguendo un canovaccio che è sempre lo stesso quando si tratta di terrorismo islamico. La divisione è fra chi ritiene che ogni singolo episodio terroristico, quale che sia la sua gravità, sia interamente spiegato dall'esistenza di conflitti locali (si tratti, di volta in volta, del Kashmir, della Palestina, del conflitto fra casa regnante ed estremisti in Arabia Saudita, dell'Afghanistan, dell'Iraq, eccetera) senza bisogno di prendere troppo sul serio le rivendicazioni dei jihadisti sul carattere «globale » della loro guerra contro apostati e infedeli, e chi invece ritiene che i conflitti locali siano fonti di alimentazione del jihad globale.
Non è una disputa accademica. Perché l'interpretazione che si adotta suggerisce linee di azione differenti. Se vale la prima interpretazione si tratterà, per l'Occidente, di agire pragmaticamente caso per caso, accettando il fatto di trovarsi per lo più di fronte a forme di irredentismo (Kashmir, Palestina), che usano strumentalmente la coperta dell'estremismo islamico, o di guerre civili che hanno per posta il potere all'interno di questo o quello Stato musulmano. Se vale la seconda interpretazione si tratterà di non perdere di vista il quadro di insieme e, per esso, il fatto che nel mondo islamico è da tempo in corso una lotta nella quale tanti gruppi estremisti (collegati tramite il web e le reti di solidarietà e finanziamento presenti in tutte le comunità islamiche, anche quelle europee) cercano di spostare a vantaggio delle proprie idee gli equilibri di potere all'interno della umma, della comunità musulmana nel suo insieme. In uno scontro di civiltà che usa la religione per distinguere musulmani buoni e cattivi e per identificare i nemici: i cristiani, gli ebrei, gli indù, eccetera.
Se si evitano le scelte ideologiche preconcette occorre riconoscere che tutte e due le interpretazioni contengono elementi di verità. Lo dimostra il caso di Mumbai. Hanno ragione quegli analisti che inquadrano la vicenda all'interno del conflitto indo-pakistano e delle sue connessioni con la guerra in Afghanistan. È plausibile che i burattinai stiano all'interno delle forze armate pakistane e che vogliano impedire la normalizzazione, sponsorizzata dagli Stati Uniti, dei rapporti fra Pakistan e India, sperando in una reazione indù antimusulmana: più sale la tensione, più essi possono segnare punti a proprio vantaggio all'interno del Pakistan nonché a favore dei propri alleati-clienti nella galassia talebana in Afghanistan. Ma ciò non spiega tutto. Fra gli ospiti degli hotel aggrediti erano gli americani e gli inglesi i più presi di mira. È dipeso solo dal ruolo degli angloamericani in Afghanistan? O non era anche un modo per lanciare agli islamisti sparsi per il mondo il messaggio secondo cui l'azione in corso era comunque parte di una più ampia lotta in cui il Grande Satana resta il nemico più importante? E, soprattutto, come si spiega l'attacco (anch'esso pianificato) al Centro ebraico, l'assassinio di un rabbino e di altri otto ebrei?
Cosa c'entrano gli ebrei con il conflitto indo-pakistano? Assolutamente nulla. Ma c'entrano moltissimo con l'ideologia jihadista e con il fanatismo antisemita che la caratterizza. Il richiamo più immediato è al caso di Daniel Pearl, il giornalista ebreo-americano rapito e sgozzato in Pakistan nel 2002. Il fatto che egli fosse ebreo ebbe una parte decisiva nel suo assassinio. L'attacco al Centro ebraico è la dimostrazione del fatto che il terrorismo islamico ha due facce, trae alimento da due radici: i conflitti regionali ma anche un'ideologia jihadista che ha per posta la riorganizzazione della umma, la comunità dei credenti, in chiave antioccidentale e della quale è un tassello essenziale la «guerra ai sionisti».
Per questa ragione, pur dovendo modulare le risposte a seconda delle condizioni locali, non conviene perdere di vista il quadro di insieme. Le battaglie «locali» (soprattutto quando si colpiscono anche ebrei e americani) ottengono una eco immediata in tutti i luoghi del mondo ove l'estremismo islamico alligna e favoriscono un proselitismo i cui effetti si manifesteranno in seguito, con altre azioni terroristiche, in altre parti del globo.
Per quanto riguarda noi europei di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c'è l'indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto della sua ideologia che dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l'antisemitismo. È una vecchia storia. La stessa Europa che ricorda l'Olocausto e si commuove davanti al film Schindler's List non prova particolare sdegno per l'antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la «caccia all'ebreo» da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. Non casualmente, qui da noi trovò fertile terreno, dopo l'11 settembre, la favola secondo cui il jihadismo sarebbe colpa di Israele, un frutto delle persecuzioni israeliane nei confronti dei palestinesi. E vanno anche ricordati i sondaggi che registrano l'ostilità di tanti europei per Israele. Al fondo, sembra esserci una strategia inconsapevole e politicamente suicida. C'è l'idea che solo se neghiamo l'evidenza, ossia i veri caratteri dell'ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace. (Corriere della Sera)
Non è una disputa accademica. Perché l'interpretazione che si adotta suggerisce linee di azione differenti. Se vale la prima interpretazione si tratterà, per l'Occidente, di agire pragmaticamente caso per caso, accettando il fatto di trovarsi per lo più di fronte a forme di irredentismo (Kashmir, Palestina), che usano strumentalmente la coperta dell'estremismo islamico, o di guerre civili che hanno per posta il potere all'interno di questo o quello Stato musulmano. Se vale la seconda interpretazione si tratterà di non perdere di vista il quadro di insieme e, per esso, il fatto che nel mondo islamico è da tempo in corso una lotta nella quale tanti gruppi estremisti (collegati tramite il web e le reti di solidarietà e finanziamento presenti in tutte le comunità islamiche, anche quelle europee) cercano di spostare a vantaggio delle proprie idee gli equilibri di potere all'interno della umma, della comunità musulmana nel suo insieme. In uno scontro di civiltà che usa la religione per distinguere musulmani buoni e cattivi e per identificare i nemici: i cristiani, gli ebrei, gli indù, eccetera.
Se si evitano le scelte ideologiche preconcette occorre riconoscere che tutte e due le interpretazioni contengono elementi di verità. Lo dimostra il caso di Mumbai. Hanno ragione quegli analisti che inquadrano la vicenda all'interno del conflitto indo-pakistano e delle sue connessioni con la guerra in Afghanistan. È plausibile che i burattinai stiano all'interno delle forze armate pakistane e che vogliano impedire la normalizzazione, sponsorizzata dagli Stati Uniti, dei rapporti fra Pakistan e India, sperando in una reazione indù antimusulmana: più sale la tensione, più essi possono segnare punti a proprio vantaggio all'interno del Pakistan nonché a favore dei propri alleati-clienti nella galassia talebana in Afghanistan. Ma ciò non spiega tutto. Fra gli ospiti degli hotel aggrediti erano gli americani e gli inglesi i più presi di mira. È dipeso solo dal ruolo degli angloamericani in Afghanistan? O non era anche un modo per lanciare agli islamisti sparsi per il mondo il messaggio secondo cui l'azione in corso era comunque parte di una più ampia lotta in cui il Grande Satana resta il nemico più importante? E, soprattutto, come si spiega l'attacco (anch'esso pianificato) al Centro ebraico, l'assassinio di un rabbino e di altri otto ebrei?
Cosa c'entrano gli ebrei con il conflitto indo-pakistano? Assolutamente nulla. Ma c'entrano moltissimo con l'ideologia jihadista e con il fanatismo antisemita che la caratterizza. Il richiamo più immediato è al caso di Daniel Pearl, il giornalista ebreo-americano rapito e sgozzato in Pakistan nel 2002. Il fatto che egli fosse ebreo ebbe una parte decisiva nel suo assassinio. L'attacco al Centro ebraico è la dimostrazione del fatto che il terrorismo islamico ha due facce, trae alimento da due radici: i conflitti regionali ma anche un'ideologia jihadista che ha per posta la riorganizzazione della umma, la comunità dei credenti, in chiave antioccidentale e della quale è un tassello essenziale la «guerra ai sionisti».
Per questa ragione, pur dovendo modulare le risposte a seconda delle condizioni locali, non conviene perdere di vista il quadro di insieme. Le battaglie «locali» (soprattutto quando si colpiscono anche ebrei e americani) ottengono una eco immediata in tutti i luoghi del mondo ove l'estremismo islamico alligna e favoriscono un proselitismo i cui effetti si manifesteranno in seguito, con altre azioni terroristiche, in altre parti del globo.
Per quanto riguarda noi europei di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c'è l'indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto della sua ideologia che dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l'antisemitismo. È una vecchia storia. La stessa Europa che ricorda l'Olocausto e si commuove davanti al film Schindler's List non prova particolare sdegno per l'antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la «caccia all'ebreo» da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. Non casualmente, qui da noi trovò fertile terreno, dopo l'11 settembre, la favola secondo cui il jihadismo sarebbe colpa di Israele, un frutto delle persecuzioni israeliane nei confronti dei palestinesi. E vanno anche ricordati i sondaggi che registrano l'ostilità di tanti europei per Israele. Al fondo, sembra esserci una strategia inconsapevole e politicamente suicida. C'è l'idea che solo se neghiamo l'evidenza, ossia i veri caratteri dell'ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace. (Corriere della Sera)
sabato 29 novembre 2008
Il paroliere di Obama. Christian Rocca
Barack Obama sa scrivere molto bene, al punto che a quarantasette anni ha già pubblicato due premiatissimi libri di memorie, ma i formidabili discorsi con cui ha conquistato l’America e il mondo occidentale sono stati scritti da un ragazzino di 27 anni che si chiama Jonhatan Favreau, nato nel 1981 in Massachusetts.
Laureato nel 2003 all’Università Holy Cross di Worcester, Jon Favreau ha cominciato a lavorare quattro anni fa con l’allora candidato presidenziale del Partito democratico John Kerry. Aveva soltanto ventitré anni quando ha incontrato per la prima volta Obama. Gli uomini di Kerry l’avevano mandato ad assistere il poco conosciuto politico di colore impegnato, dietro il palco della convention di Boston, a provare il discorso con cui avrebbe poi stupito l’America. A un certo punto, Favreau ha interrotto le prove di Obama, suggerendogli di cambiare una frase del discorso, perché conteneva qualche ripetizione con una battuta precedente. Obama, ricorda Favreau, lo guardò male: “Ma chi è questo ragazzino?”.
Sconfitto Kerry, Favreau si è trovato senza lavoro. Obama e il suo portavoce Robert Gibbs si sono ricordati del ragazzino e dell’episodio dietro il palco di Boston e così Favreau è stato assunto prima come assistente al Senato, poi come capo degli speechwriter della campagna presidenziale. La leggenda vuole che Obama scriva i suoi discorsi a mano, su un bloc notes. In realtà li scrive Favreau, aiutato da altri due ragazzi, uno ventisettenne e uno che dall’alto dei suoi trent’anni si considera “l’anziano statista del gruppo”.
“Barack si fida molto di Jon – ha detto lo stratega politico David Axelrod – E non è uno che si arrende facilmente all’idea di dover affidare a qualcuno così tanta autorità sulle sue stesse parole”. Obama invece gli ha affidato pensieri e parole della sua avventura politica, sapendo che Favreau non l’avrebbe deluso. I due si intendono al volo: quando c’è tempo o il discorso è molto importante, Favreau si siede mezz’ora con Obama. Obama parla, Favreau scrive al computer. Poi Favreau mette a posto gli appunti, scrive il testo e manda il discorso a Obama. Durante la giornata Favreau si segna e assorbe qualsiasi cosa dica Obama, in modo da entrare meglio nel personaggio a cui poi deve fornire parole, frasi, concetti. Favreau fa anche un’immersione nei libri e nei discorsi di Robert Kennedy e di Martin Luther King. Così sono stati scritti il discorso di accettazione della candidatura alla convention di Denver, quelli di sei mesi prima, in Iowa, prima e dopo la storica vittoria contro Hillary Clinton, e quasi tutti gli interventi durante la campagna elettorale.Ora Favreau è stato nominato capo dell’ufficio da cui escono tutti i discorsi della Casa Bianca, dove avrà di che scrivere. I presidenti degli Stati Uniti fanno in media quasi due discorsi al giorno, circa cinquecento l’anno. Tra il 1993 e il 2001, Bill Clinton ha parlato pubblicamente 4.474 volte. George W. Bush, a un mese e mezzo dalla fine del suo secondo mandato, ne ha fatti una manciata di meno. Con lui hanno lavorato tredici persone nell’ufficio che cura il “presidential speechwriting”. Favreau sta già lavorando al discorso di inaugurazione del 20 gennaio e sta assemblando la squadra che lo seguirà alla Casa Bianca e che dovrà sfornare discorsi su qualsiasi tema e per qualsiasi occasione.
“Tutto quello che dice il presidente è importante – ha detto Terry Edmonds, predecessore clintoniano di Favreau alla Casa Bianca – Non ci sono gerarchie, perché ogni volta che il presidente parla le sue parole hanno impatto globale”. (il Foglio)
Laureato nel 2003 all’Università Holy Cross di Worcester, Jon Favreau ha cominciato a lavorare quattro anni fa con l’allora candidato presidenziale del Partito democratico John Kerry. Aveva soltanto ventitré anni quando ha incontrato per la prima volta Obama. Gli uomini di Kerry l’avevano mandato ad assistere il poco conosciuto politico di colore impegnato, dietro il palco della convention di Boston, a provare il discorso con cui avrebbe poi stupito l’America. A un certo punto, Favreau ha interrotto le prove di Obama, suggerendogli di cambiare una frase del discorso, perché conteneva qualche ripetizione con una battuta precedente. Obama, ricorda Favreau, lo guardò male: “Ma chi è questo ragazzino?”.
Sconfitto Kerry, Favreau si è trovato senza lavoro. Obama e il suo portavoce Robert Gibbs si sono ricordati del ragazzino e dell’episodio dietro il palco di Boston e così Favreau è stato assunto prima come assistente al Senato, poi come capo degli speechwriter della campagna presidenziale. La leggenda vuole che Obama scriva i suoi discorsi a mano, su un bloc notes. In realtà li scrive Favreau, aiutato da altri due ragazzi, uno ventisettenne e uno che dall’alto dei suoi trent’anni si considera “l’anziano statista del gruppo”.
“Barack si fida molto di Jon – ha detto lo stratega politico David Axelrod – E non è uno che si arrende facilmente all’idea di dover affidare a qualcuno così tanta autorità sulle sue stesse parole”. Obama invece gli ha affidato pensieri e parole della sua avventura politica, sapendo che Favreau non l’avrebbe deluso. I due si intendono al volo: quando c’è tempo o il discorso è molto importante, Favreau si siede mezz’ora con Obama. Obama parla, Favreau scrive al computer. Poi Favreau mette a posto gli appunti, scrive il testo e manda il discorso a Obama. Durante la giornata Favreau si segna e assorbe qualsiasi cosa dica Obama, in modo da entrare meglio nel personaggio a cui poi deve fornire parole, frasi, concetti. Favreau fa anche un’immersione nei libri e nei discorsi di Robert Kennedy e di Martin Luther King. Così sono stati scritti il discorso di accettazione della candidatura alla convention di Denver, quelli di sei mesi prima, in Iowa, prima e dopo la storica vittoria contro Hillary Clinton, e quasi tutti gli interventi durante la campagna elettorale.Ora Favreau è stato nominato capo dell’ufficio da cui escono tutti i discorsi della Casa Bianca, dove avrà di che scrivere. I presidenti degli Stati Uniti fanno in media quasi due discorsi al giorno, circa cinquecento l’anno. Tra il 1993 e il 2001, Bill Clinton ha parlato pubblicamente 4.474 volte. George W. Bush, a un mese e mezzo dalla fine del suo secondo mandato, ne ha fatti una manciata di meno. Con lui hanno lavorato tredici persone nell’ufficio che cura il “presidential speechwriting”. Favreau sta già lavorando al discorso di inaugurazione del 20 gennaio e sta assemblando la squadra che lo seguirà alla Casa Bianca e che dovrà sfornare discorsi su qualsiasi tema e per qualsiasi occasione.
“Tutto quello che dice il presidente è importante – ha detto Terry Edmonds, predecessore clintoniano di Favreau alla Casa Bianca – Non ci sono gerarchie, perché ogni volta che il presidente parla le sue parole hanno impatto globale”. (il Foglio)
L'Europa degli indecisi. Ernesto Galli della Loggia
Cosa si prefiggono il terrorismo islamista e le forze ad esso collegate? Quale obiettivo hanno gli attentati che dall'11 settembre insanguinano la scena mondiale? Non sono proprio domande dappoco, eppure sono domande che noi, opinione pubblica europea, sostanzialmente non ci poniamo o alle quali, se proprio dobbiamo, diamo risposte vaghe e sfuggenti. Ogni volta registriamo i fatti, li deploriamo doverosamente, ribadiamo la necessità di «tenere alta la guardia» (una delle espressioni più stupide e inconcludenti del nostro gergo politico, e proprio per questo adoperatissima), e guardiamo da un’altra parte. Non c'è dubbio che anche dopo i fatti di Mumbai sarà così. Cioè anche dopo la dimostrazione che il terrorismo islamista è ormai in grado di passare dagli attentati, sia pure in grande o in grandissimo stile tipo quello alle Torri gemelle, a vere e proprie operazioni di sbarco con conseguente attacco a interi distretti urbani. Non ci poniamo le domande perché abbiamo paura delle risposte. Di una risposta soprattutto: e cioè che il terrorismo islamista e i diversi gruppi che esso ispira mirano essenzialmente a terrorizzare «noi»; sì, noi che con tutta evidenza costituiamo il suo vero obiettivo strategico.
Va benissimo, infatti, versare il sangue di indiani, filippini, turchi, iracheni o marocchini; ma quello di cui i terroristi vanno ogni volta ansiosamente in cerca, dovunque colpiscono, è soprattutto il sangue di americani, inglesi, francesi e tedeschi; anche di italiani se capita. E di sangue ebraico naturalmente: quello sempre. Le vittime che soprattutto essi vogliono sono vittime occidentali: «crociati» e «sionisti». Non perché i terroristi siano belve accecate dal fanatismo (lo sono, ma in un senso più complicato di ciò che si pensa di solito). Ma perché si prefiggono lucidamente un obiettivo, e pensano che ammazzarci possa aiutarli a conseguirlo: l'obiettivo di ridurre via via fino a cancellarla l'area di rapporti e d'influenza politica, nonché l'insieme di legami economici, culturali e religiosi, che una storia millenaria ha stabilito tra Europa e America da un lato e il mondo afro-asiatico dall'altro. Dimostrando ai governi di Asia e Africa che basta il rifiuto di essere nemici dell'Occidente e degli Stati Uniti in particolare, ovvero basta avversare a qualunque titolo i disegni del radicalismo islamico, per attirarsi la sua spietata furia omicida. Di fronte a questo piano del terrorismo islamista noi—intendo noi europei dell'Unione, fatti salvi come al solito gli inglesi— non ne abbiamo tragicamente nessuno. Gli Usa, infatti, con Bush una via, la si giudichi come si vuole, l'hanno scelta da tempo, e vedremo adesso come la cambierà Obama. Ma è certo che gli Usa continueranno comunque a fare qualcosa. Siamo noi Europei dell’Unione, invece, che non sappiamo cosa fare. Abbiamo degli uomini sul campo ma non vediamo l'ora di ritirarli; critichiamo di continuo gli americani ma non vogliamo né sappiamo essere alternativi in alcun modo ad essi; siamo decisi a parole ma poi indecisi e divisissimi tra noi in ogni azione: sballottati qua e là dalle tempeste di una storia nella quale pensiamo sempre meno di dover avere una parte, e di poterla avere. (Corriere della Sera)
Va benissimo, infatti, versare il sangue di indiani, filippini, turchi, iracheni o marocchini; ma quello di cui i terroristi vanno ogni volta ansiosamente in cerca, dovunque colpiscono, è soprattutto il sangue di americani, inglesi, francesi e tedeschi; anche di italiani se capita. E di sangue ebraico naturalmente: quello sempre. Le vittime che soprattutto essi vogliono sono vittime occidentali: «crociati» e «sionisti». Non perché i terroristi siano belve accecate dal fanatismo (lo sono, ma in un senso più complicato di ciò che si pensa di solito). Ma perché si prefiggono lucidamente un obiettivo, e pensano che ammazzarci possa aiutarli a conseguirlo: l'obiettivo di ridurre via via fino a cancellarla l'area di rapporti e d'influenza politica, nonché l'insieme di legami economici, culturali e religiosi, che una storia millenaria ha stabilito tra Europa e America da un lato e il mondo afro-asiatico dall'altro. Dimostrando ai governi di Asia e Africa che basta il rifiuto di essere nemici dell'Occidente e degli Stati Uniti in particolare, ovvero basta avversare a qualunque titolo i disegni del radicalismo islamico, per attirarsi la sua spietata furia omicida. Di fronte a questo piano del terrorismo islamista noi—intendo noi europei dell'Unione, fatti salvi come al solito gli inglesi— non ne abbiamo tragicamente nessuno. Gli Usa, infatti, con Bush una via, la si giudichi come si vuole, l'hanno scelta da tempo, e vedremo adesso come la cambierà Obama. Ma è certo che gli Usa continueranno comunque a fare qualcosa. Siamo noi Europei dell’Unione, invece, che non sappiamo cosa fare. Abbiamo degli uomini sul campo ma non vediamo l'ora di ritirarli; critichiamo di continuo gli americani ma non vogliamo né sappiamo essere alternativi in alcun modo ad essi; siamo decisi a parole ma poi indecisi e divisissimi tra noi in ogni azione: sballottati qua e là dalle tempeste di una storia nella quale pensiamo sempre meno di dover avere una parte, e di poterla avere. (Corriere della Sera)
venerdì 28 novembre 2008
Si saldi chi può. Davide Giacalone
Riusciamo ad imbrogliare anche sugli sconti, sui saldi. Un’assurda politica dirigista, statalista, regionalista e municipalista, pretende di stabilire quando iniziano e come funzionano, togliendo la libertà di scelta al singolo commerciante. Più le norme sono rigide ed anacronistiche, più ne è garantita la violazione. Così i saldi sono già in corso, ma in clandestinità, con due effetti deleteri: a. non tutti i consumatori sono sullo stesso piano, perché invitati ai primi sconti sono solo i clienti abituali; b. proprio a causa di questo tipo di rapporto, i saldi cominciano anticipatamente presso i negozi di lusso, a beneficio di coloro che ne hanno meno bisogno. A farlo apposta, non ci si sarebbe riusciti.
La sensazione generale, confermata dai dati reali, è che le festività si avvicinano in un clima di minore propensione all’acquisto. Quando i soldi mancano, naturalmente, non c’è modo di cambiare andazzo solo facendosi coraggio. Ma, nella maggior parte dei casi, i soldi ci sono, magari pochi, ma ci sono, solo che si esita a tirarli fuori sia perché ogni giorno va in scena lo spettacolo della crisi, che magari si capisce poco cosa sia, ma fa paura, e sia perché quel che serve ci si ripromette di acquistarlo da lì ad una settimana, quando cominceranno i saldi. In altri anni ed altre situazioni, il Natale era l’occasione per vendere al meglio, giacché i clienti erano disposti a pagare pur di avere una carrettata di doni da fare e ricevere. Oggi vale l’approccio opposto, e gli sconti, se fatti prima di Natale, concilierebbero il desiderio di risparmiare con la brama di avere e regalare, portando beneficio ai consumatori, ai commercianti ed al mercato. In tempi di vacche magre, per giunta, rimandare a dopo le feste porterà molti a rinunciare, evitando del tutto acquisti non indispensabili.
Purtroppo, nessuna testa è più dura di chi pretende di sapere meglio di te qual è il tuo bene, e s’incarica di scegliere per tuo conto, stabilendo quando è giusto cercare di vendere ed acquistare di più. Da noi la ripartenza può essere propiziata proprio dalla cacciata dei tutori, dalla cancellazione di regole che servono solo a chi non sa fare il proprio mestiere, dalla liberazione del cittadino. La libertà funziona meglio di quattro euro regalati, che ne costano otto di tasse.
La sensazione generale, confermata dai dati reali, è che le festività si avvicinano in un clima di minore propensione all’acquisto. Quando i soldi mancano, naturalmente, non c’è modo di cambiare andazzo solo facendosi coraggio. Ma, nella maggior parte dei casi, i soldi ci sono, magari pochi, ma ci sono, solo che si esita a tirarli fuori sia perché ogni giorno va in scena lo spettacolo della crisi, che magari si capisce poco cosa sia, ma fa paura, e sia perché quel che serve ci si ripromette di acquistarlo da lì ad una settimana, quando cominceranno i saldi. In altri anni ed altre situazioni, il Natale era l’occasione per vendere al meglio, giacché i clienti erano disposti a pagare pur di avere una carrettata di doni da fare e ricevere. Oggi vale l’approccio opposto, e gli sconti, se fatti prima di Natale, concilierebbero il desiderio di risparmiare con la brama di avere e regalare, portando beneficio ai consumatori, ai commercianti ed al mercato. In tempi di vacche magre, per giunta, rimandare a dopo le feste porterà molti a rinunciare, evitando del tutto acquisti non indispensabili.
Purtroppo, nessuna testa è più dura di chi pretende di sapere meglio di te qual è il tuo bene, e s’incarica di scegliere per tuo conto, stabilendo quando è giusto cercare di vendere ed acquistare di più. Da noi la ripartenza può essere propiziata proprio dalla cacciata dei tutori, dalla cancellazione di regole che servono solo a chi non sa fare il proprio mestiere, dalla liberazione del cittadino. La libertà funziona meglio di quattro euro regalati, che ne costano otto di tasse.
La metastasi del terrore. Paolo Guzzanti
E questa è la risposta a tutti coloro che quando sentono parlare di terrorismo islamico, di Al Qaida e di guerra contro l'Occidente, sbuffano, infastiditi come se avessero di fronte a sé il ridicolo anziché la tragedia. Da mercoledì abbiamo la prova ulteriore che il terrorismo è ovunque, può colpire ovunque, a Madrid e in India, in Africa e negli Stati Uniti, in Inghilterra e in America Latina dove ha la sua rete di alleanze. Dire Al Qaida, dire Bin Laden, dire organizzazione terroristica dell'odio, provoca malumore: finché il sangue non scorre a fiumi, finché la segatura non copre quel che resta di un essere umano, di una famiglia, siamo abituati a negare, a minimizzare, ridurre, sorridere persino. Che errore.
L'Occidente è di sua natura tollerante, polimorfo, multietnico, afflitto da sensi di colpa, pieno zeppo di moschee e cantieri di moschee, tenero con chi vuole applicare la sharia islamica anche in Europa, soddisfatto quando sente che Olanda, Danimarca, Svezia sono Paesi che si stanno islamizzando. Eppure, la guerra che seguita a far versare sangue è una guerra contro l'Occidente, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, Israele e poi anche contro di noi, il ventre molle dell'Occidente. Eppure l'Occidente ha dato dignità e valore giuridico, oltre che morale, ai diritti dell'uomo, della donna, della famiglia, dell'infanzia. L’Occidente ha creato le organizzazioni internazionali e, persino, l'Occidente è stato capace con la guerra in Kosovo, di bombardare un Paese cristiano per difenderne uno musulmano.
L'Occidente, noi, siamo fatti così. E se qualche regista imbecille sostiene che l'11 settembre gli americani se lo sono fatto da soli e che tutti gli ebrei erano scappati via in tempo dalle Torri Gemelle, noi – alcuni di noi – annuiscono felici. Gli occidentali indossano la kefia e travestiti da palestinesi si dedicano all'odio verso Israele e tutti insieme all'odio contro l'America, tanto che l'amore per Obama è diventato – nell'immaginario di questa parte debole del pensiero occidentale – una delle forme subliminali di espressione dell'odio per l'America. Non hanno capito che Obama ha confermato Gates alla Difesa e che sposterà tre brigate corazzate dall'Irak all'Afghanistan con diritto di penetrazione in Pakistan: lui, l'Obama dell'immaginario collettivo antiamericano.
Ha tutto ciò a che fare con quanto è successo ieri a Mumbai, la città che per noi europei è sempre stata Bombay? Sì, ha a che fare. Ieri i turisti sono stati selezionati come pecore al macello. Chi aveva passaporto americano: fila della morte. Passaporto inglese: fila della morte. Passaporto israeliano: fila della morte. Passaporto italiano, prego si accomodi nella fila della vita, ciò che ci fa enorme piacere. Ma guardiamo in faccia la verità e la realtà: l'attacco a Mumbai era atteso dai servizi segreti, peccato che non fosse atteso a Mumbai ma altrove. C'è stato un difetto di informazione, ma si sapeva che l'attacco sarebbe stato scatenato. Forse l'intelligence del terrorismo è più efficiente del Mi6, della Cia e del Mossad messi insieme, non lo sappiamo.
Sappiamo però che l'attacco assassino, la mattanza da tonnara, è stata condotta con l'uso dell'odio e dell'infanzia: abbiamo visto bambini carnefici imbracciare il mitra e uccidere ridendo. Abbiamo visto esseri umani mutati in mostri. Abbiamo visto esseri umani sacrificati come agnelli in base a un simbolo: il colore del passaporto, la presenza di un timbro, un visto, un'aquila. Due terzi della mia famiglia ha quei passaporti. Due terzi della mia famiglia sarebbero stati ammazzati. Io e i miei figli saremmo stati ammazzati. Chi è ebreo sarebbe stato ammazzato. Capite adesso il modello, l'impianto morale di questa guerra che viene scatenata contro l'Occidente? Non è un caso che il nazionalsocialismo hitleriano fosse fanaticamente sostenuto e sostenitore del radicalismo arabo, del gran Muftì di Gerusalemme, degli insorgenti iracheni delle guerre passate.
L'Occidente oggi guarda sbalordito le immagini in televisione. Le televisioni nazionali trasmettevano le loro sciocchezze. Tutto il mondo era appeso ai grandi network internazionali, Cnn e non soltanto. Tutto il mondo ieri era stravolto, sconvolto, disperato. Fra gli stranieri del mio mondo ieri si piangeva, si urlava, ci si abbracciava convulsamente. Ma la calma piatta del diniego cala come una nube tossica che mette tutte le coscienze a dormire. Stasera si vedranno ai Tg nuove immagini, di sfuggita. I commenti saranno o banali o timidi. La paura di offendere il carnefice prevarrà sulla schiena diritta. La tremebonda ansia di non dispiacere il persecutore sarà unita allo smodato orgasmo speso per comprenderlo e disarmarsi.
Il terrore purtroppo oggi ha dimostrato di avere metastasi ovunque, con un centro diffusore e diramazioni senza frontiere né geografiche né limiti nella dignità umana. (il Giornale)
L'Occidente è di sua natura tollerante, polimorfo, multietnico, afflitto da sensi di colpa, pieno zeppo di moschee e cantieri di moschee, tenero con chi vuole applicare la sharia islamica anche in Europa, soddisfatto quando sente che Olanda, Danimarca, Svezia sono Paesi che si stanno islamizzando. Eppure, la guerra che seguita a far versare sangue è una guerra contro l'Occidente, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, Israele e poi anche contro di noi, il ventre molle dell'Occidente. Eppure l'Occidente ha dato dignità e valore giuridico, oltre che morale, ai diritti dell'uomo, della donna, della famiglia, dell'infanzia. L’Occidente ha creato le organizzazioni internazionali e, persino, l'Occidente è stato capace con la guerra in Kosovo, di bombardare un Paese cristiano per difenderne uno musulmano.
L'Occidente, noi, siamo fatti così. E se qualche regista imbecille sostiene che l'11 settembre gli americani se lo sono fatto da soli e che tutti gli ebrei erano scappati via in tempo dalle Torri Gemelle, noi – alcuni di noi – annuiscono felici. Gli occidentali indossano la kefia e travestiti da palestinesi si dedicano all'odio verso Israele e tutti insieme all'odio contro l'America, tanto che l'amore per Obama è diventato – nell'immaginario di questa parte debole del pensiero occidentale – una delle forme subliminali di espressione dell'odio per l'America. Non hanno capito che Obama ha confermato Gates alla Difesa e che sposterà tre brigate corazzate dall'Irak all'Afghanistan con diritto di penetrazione in Pakistan: lui, l'Obama dell'immaginario collettivo antiamericano.
Ha tutto ciò a che fare con quanto è successo ieri a Mumbai, la città che per noi europei è sempre stata Bombay? Sì, ha a che fare. Ieri i turisti sono stati selezionati come pecore al macello. Chi aveva passaporto americano: fila della morte. Passaporto inglese: fila della morte. Passaporto israeliano: fila della morte. Passaporto italiano, prego si accomodi nella fila della vita, ciò che ci fa enorme piacere. Ma guardiamo in faccia la verità e la realtà: l'attacco a Mumbai era atteso dai servizi segreti, peccato che non fosse atteso a Mumbai ma altrove. C'è stato un difetto di informazione, ma si sapeva che l'attacco sarebbe stato scatenato. Forse l'intelligence del terrorismo è più efficiente del Mi6, della Cia e del Mossad messi insieme, non lo sappiamo.
Sappiamo però che l'attacco assassino, la mattanza da tonnara, è stata condotta con l'uso dell'odio e dell'infanzia: abbiamo visto bambini carnefici imbracciare il mitra e uccidere ridendo. Abbiamo visto esseri umani mutati in mostri. Abbiamo visto esseri umani sacrificati come agnelli in base a un simbolo: il colore del passaporto, la presenza di un timbro, un visto, un'aquila. Due terzi della mia famiglia ha quei passaporti. Due terzi della mia famiglia sarebbero stati ammazzati. Io e i miei figli saremmo stati ammazzati. Chi è ebreo sarebbe stato ammazzato. Capite adesso il modello, l'impianto morale di questa guerra che viene scatenata contro l'Occidente? Non è un caso che il nazionalsocialismo hitleriano fosse fanaticamente sostenuto e sostenitore del radicalismo arabo, del gran Muftì di Gerusalemme, degli insorgenti iracheni delle guerre passate.
L'Occidente oggi guarda sbalordito le immagini in televisione. Le televisioni nazionali trasmettevano le loro sciocchezze. Tutto il mondo era appeso ai grandi network internazionali, Cnn e non soltanto. Tutto il mondo ieri era stravolto, sconvolto, disperato. Fra gli stranieri del mio mondo ieri si piangeva, si urlava, ci si abbracciava convulsamente. Ma la calma piatta del diniego cala come una nube tossica che mette tutte le coscienze a dormire. Stasera si vedranno ai Tg nuove immagini, di sfuggita. I commenti saranno o banali o timidi. La paura di offendere il carnefice prevarrà sulla schiena diritta. La tremebonda ansia di non dispiacere il persecutore sarà unita allo smodato orgasmo speso per comprenderlo e disarmarsi.
Il terrore purtroppo oggi ha dimostrato di avere metastasi ovunque, con un centro diffusore e diramazioni senza frontiere né geografiche né limiti nella dignità umana. (il Giornale)
martedì 25 novembre 2008
Il pluralismo al posto dell'evasione. Arturo Diaconale
Si può dare torto a Silvio Berlusconi quando si lamenta del fatto che i conduttori della televisione pubblica lo hanno trasformato nel loro bersaglio preferito? Basta compiere una frettolosa rassegna di tutti i programmi d’informazione presenti sulle Tv pubbliche e private per stabilire che, con la sola eccezione di Emilio Fede berlusconiano dichiarato e Bruno Vespa ecumenico altrettanto dichiarato, tutti gli altri conduttori di programmi d’informazione, siano essi del servizio pubblico o delle reti private (Mediaset compresa), sono apertamente ed in alcuni casi anche ostentatamente ostili al Presidente del Consiglio al governo ed ai partiti della sua maggioranza. Berlusconi, dunque, non ha torto nel lamentarsi. Santoro, Fazio, Floris, Annunziata, Gruber, Lerner, D’Amico, sono schierati sul fronte opposto al suo. E non solo non lo nascondono affatto ma lo dichiarano ai quattro venti. Un po’ in nome dell’antica militanza, un po’ per avallare un proprio presunto ruolo di “cani da guardia” della democrazia che morde i polpacci al Cavaliere inteso come il potente di turno. Dato a Berlusconi quel che è di Berlusconi, però, non si può ignorare che se la responsabilità dei conduttori di sinistra nella deformazione dell’informazione italiana è alta, altrettanto alta è la responsabilità del Cavaliere stesso e dell’intero centrodestra per il perdurare di un fenomeno niente affatto nuovo ma che si perpetua ormai da qualche decennio.
E’ stato mai affrontato seriamente dal centro destra e dal suo leader il problema dell’egemonia culturale di una sinistra in via di rottamazione in ogni settore della società italiana tranne che in quello dell’informazione? Mai. La questione non è mai stata esaminata. E non in termini di epurazione e di occupazione. Che non risolvono minimamente il problema. Ed anzi lo aggravano e lo trasformano in un boomerang pericolosissimo per la credibilità democratica del centro destra. Ma in termini sia culturali che strutturali. Qualcuno, per la verità, imbevuto di una sorta di gramscismo di segno opposto, ha più volte sollecitato di contrapporre all’egemonia della sinistra una egemonia eguale e contraria. Ma non è mai andato oltre la semplice sollecitazione. Perché la cultura dell’estrema destra a cui questo qualcuno fa riferimento è fortemente minoritaria e non ha alcuna possibilità reale di tornare ad essere egemone come nella prima metà del secolo scorso. Nell’impossibilità di seguire la strada del gramscismo all’incontrario non si è seguita alcuna strada. O meglio, si è seguito il metodo delle televisioni commerciali di contrapporre all’informazione, più o meno paludata, più o meno militante, l’intrattenimento legato agli indici d’ascolto. L’intuizione di combattere l’impegno con l’evasione ha funzionato a meraviglia per lungo tempo.
Ed anche ora continua a dare i suoi frutti. Ma ha prodotto anche conseguenze nefaste. Non solo perché ha proposto nella società una serie di valori effimeri (basti pensare al mito della velina e del tronista per le giovani generazioni), ma perché ha spinto la sinistra egemone ad adattarsi producendo una serie di fenomeni mediatici devastanti. Come il fatto che l’unica sinistra in grado di essere capace di avere una qualche presa sulla società non è formata dalla classe politica ma dalla categoria dei personaggi dello spettacolo che, dall’alto di una ignoranza abissale e conclamata, fanno le veci dei vecchi depositari dell’ideologia e del sapere di partito. Che fare, allora? L’unica cultura in grado di competere in termini egemonici con quella della sinistra gramsciana è quella liberale. Che, però, essendo antiegemonica e sostenitrice del pluralismo, non può in alcun caso contrapporsi e sostituirsi a chi punta comunque a difendere e garantire. Da Berlusconi, quindi, non ci si deve attendere epurazioni di massa. Solo la consapevolezza che se si vuole una informazione equilibrata è necessario smetterla di contrapporre l’evasione all’impegno militante. Per riequilibrare basta applicare la regola liberale del pluralismo. (l'Opinione)
E’ stato mai affrontato seriamente dal centro destra e dal suo leader il problema dell’egemonia culturale di una sinistra in via di rottamazione in ogni settore della società italiana tranne che in quello dell’informazione? Mai. La questione non è mai stata esaminata. E non in termini di epurazione e di occupazione. Che non risolvono minimamente il problema. Ed anzi lo aggravano e lo trasformano in un boomerang pericolosissimo per la credibilità democratica del centro destra. Ma in termini sia culturali che strutturali. Qualcuno, per la verità, imbevuto di una sorta di gramscismo di segno opposto, ha più volte sollecitato di contrapporre all’egemonia della sinistra una egemonia eguale e contraria. Ma non è mai andato oltre la semplice sollecitazione. Perché la cultura dell’estrema destra a cui questo qualcuno fa riferimento è fortemente minoritaria e non ha alcuna possibilità reale di tornare ad essere egemone come nella prima metà del secolo scorso. Nell’impossibilità di seguire la strada del gramscismo all’incontrario non si è seguita alcuna strada. O meglio, si è seguito il metodo delle televisioni commerciali di contrapporre all’informazione, più o meno paludata, più o meno militante, l’intrattenimento legato agli indici d’ascolto. L’intuizione di combattere l’impegno con l’evasione ha funzionato a meraviglia per lungo tempo.
Ed anche ora continua a dare i suoi frutti. Ma ha prodotto anche conseguenze nefaste. Non solo perché ha proposto nella società una serie di valori effimeri (basti pensare al mito della velina e del tronista per le giovani generazioni), ma perché ha spinto la sinistra egemone ad adattarsi producendo una serie di fenomeni mediatici devastanti. Come il fatto che l’unica sinistra in grado di essere capace di avere una qualche presa sulla società non è formata dalla classe politica ma dalla categoria dei personaggi dello spettacolo che, dall’alto di una ignoranza abissale e conclamata, fanno le veci dei vecchi depositari dell’ideologia e del sapere di partito. Che fare, allora? L’unica cultura in grado di competere in termini egemonici con quella della sinistra gramsciana è quella liberale. Che, però, essendo antiegemonica e sostenitrice del pluralismo, non può in alcun caso contrapporsi e sostituirsi a chi punta comunque a difendere e garantire. Da Berlusconi, quindi, non ci si deve attendere epurazioni di massa. Solo la consapevolezza che se si vuole una informazione equilibrata è necessario smetterla di contrapporre l’evasione all’impegno militante. Per riequilibrare basta applicare la regola liberale del pluralismo. (l'Opinione)
Non è il Nordest e nesssuno si indigna. Massimo De Manzoni
Quattro ventenni italiani di buona famiglia hanno cosparso di benzina un clochard e gli hanno dato fuoco. «L’abbiamo fatto così, per divertirci», hanno confessato. Possibile?, vi chiederete. E perché tutto tace? Com’è che dagli schermi tv non spunta il faccione di Veltroni con la sua migliore espressione di circostanza a «condannare» e a «lanciare l’allarme per la deriva razzista»? Per quale strana ragione non rullano i tamburi di Cgil e comitati antifascisti per chiamare alla Grande Manifestazione Nazionale di Protesta? Che cosa impedisce ai siti internet dei giornaloni politicamente corretti di dare fiato alle trombe dell’indignazione? Quale mistero si cela dietro l’assenza pressoché totale di dichiarazioni di parlamentari di sinistra sulla vicenda? E perché il sindaco Alemanno non si è ancora precipitato a chiedere scusa?
Il fatto è che il delitto non è avvenuto nella magica Roma inopinatamente caduta nelle manacce degli eredi di Mussolini. Non è stato perpetrato neppure nella cupa Milano della Moratti, quella celebre aguzzina. E stavolta non c’entrano la Verona percorsa quotidianamente da squadre di naziskin (ovviamente tollerate, quando non incoraggiate, dal sindaco leghista Tosi), né la Marca Trevigiana dove, agli ordini dello sceriffo Gentilini, periodicamente le ronde padane si esercitano nel tiro all’immigrato e al barbone.
Nossignori, il vile agguato ha per teatro la rossa Emilia-Romagna. Peggio ancora: non la pallida Emilia già contaminata dal morbo che ha portato Parma ad eleggere un sindaco di centrodestra, Vignali, debitamente crocifisso per settimane dopo che alcuni vigili circonfusi di rara idiozia avevano picchiato un ragazzo di colore. No, qui siamo nella sanguigna e ancora incontaminata Romagna, terra di partigiani, di gente gioviale, accogliente e progressista, nella gaia Rimini tutta mare, balere e piadine. Retta, ça va sans dire, da una bella giunta di centrosinistra (Pd, Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e dipietristi) con a capo il diessino Ravaioli. Quindi, non c’è notizia. Certo, si registra il fatto di cronaca: senzatetto bruciato, arrestati quattro ragazzi. Qualche quotidiano, forse, si spingerà a interpellare uno psicologo sulla «crisi educativa delle famiglie». Ma vedrete, tutto finirà lì.Vuoi mettere il bel carrozzone mediatico che si sarebbe potuto allestire nel Nordest, con i grandi inviati impegnati per giorni a fare le pulci alla «cultura del denaro» di quelle rozze genti, a spiegare l’ignobile gesto con l’altrettanto ignobile sfondo politico che caratterizza la zona, irrimediabilmente sbilanciata verso il centrodestra. Ricordate? Accadde nel maggio scorso, a Verona: cinque giovinastri uccisero a calci e pugni un poveraccio incrociato per strada. Allora, esattamente come oggi a Rimini, i magistrati dissero subito che non c’era matrice politica nel delitto. Ma non servì a nulla: fu il finimondo. Così come a Roma, con il grottesco caso del Pigneto poi risoltosi in un clamoroso autogol. E a Milano, dove la morte di un giovane di colore durante la rissa con i gestori di un bar che, con un complice, aveva derubato diventò l’emblema stesso del razzismo italiano.A Genova, invece, no. Che cosa c’entra Genova? In effetti, come potete sapere, dal momento che nessuno ne ha praticamente parlato? Dunque, Genova: agosto scorso, tre mesi dopo il raid nazifascista di Verona, un mese prima che Milano si risvegliasse razzista. Una quindicina di italiani copre di insulti xenofobi un giovane angolano. Poi lo riempie di botte: sberle, calci, pugni. Il ragazzo fortunatamente sopravvive, ma il caso c’è tutto. Anzi no. Sotto la Lanterna, nella città medaglia d’oro della Resistenza che mai nella sua storia ha subito l’onta di essere amministrata dal centrodestra, non c’è il «clima» giusto: i riflettori restano spenti, gli inviati non si scomodano, i commentatori riposano. Come a Rimini.Troppo banale raccontare la semplice verità. Raccontare che sì, il razzismo esiste o, ancor meglio, esistono i razzisti. Ma a qualunque latitudine e senza aver bisogno di nessun particolare contesto politico per dar sfogo ai loro stupidi istinti. Raccontare che la cattiveria è di questo mondo indipendentemente da chi lo governa. E che, insomma, purtroppo la mamma dei delinquenti è sempre incinta. Così come quella degli ipocritamente corretti. (il Giornale)
Il fatto è che il delitto non è avvenuto nella magica Roma inopinatamente caduta nelle manacce degli eredi di Mussolini. Non è stato perpetrato neppure nella cupa Milano della Moratti, quella celebre aguzzina. E stavolta non c’entrano la Verona percorsa quotidianamente da squadre di naziskin (ovviamente tollerate, quando non incoraggiate, dal sindaco leghista Tosi), né la Marca Trevigiana dove, agli ordini dello sceriffo Gentilini, periodicamente le ronde padane si esercitano nel tiro all’immigrato e al barbone.
Nossignori, il vile agguato ha per teatro la rossa Emilia-Romagna. Peggio ancora: non la pallida Emilia già contaminata dal morbo che ha portato Parma ad eleggere un sindaco di centrodestra, Vignali, debitamente crocifisso per settimane dopo che alcuni vigili circonfusi di rara idiozia avevano picchiato un ragazzo di colore. No, qui siamo nella sanguigna e ancora incontaminata Romagna, terra di partigiani, di gente gioviale, accogliente e progressista, nella gaia Rimini tutta mare, balere e piadine. Retta, ça va sans dire, da una bella giunta di centrosinistra (Pd, Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e dipietristi) con a capo il diessino Ravaioli. Quindi, non c’è notizia. Certo, si registra il fatto di cronaca: senzatetto bruciato, arrestati quattro ragazzi. Qualche quotidiano, forse, si spingerà a interpellare uno psicologo sulla «crisi educativa delle famiglie». Ma vedrete, tutto finirà lì.Vuoi mettere il bel carrozzone mediatico che si sarebbe potuto allestire nel Nordest, con i grandi inviati impegnati per giorni a fare le pulci alla «cultura del denaro» di quelle rozze genti, a spiegare l’ignobile gesto con l’altrettanto ignobile sfondo politico che caratterizza la zona, irrimediabilmente sbilanciata verso il centrodestra. Ricordate? Accadde nel maggio scorso, a Verona: cinque giovinastri uccisero a calci e pugni un poveraccio incrociato per strada. Allora, esattamente come oggi a Rimini, i magistrati dissero subito che non c’era matrice politica nel delitto. Ma non servì a nulla: fu il finimondo. Così come a Roma, con il grottesco caso del Pigneto poi risoltosi in un clamoroso autogol. E a Milano, dove la morte di un giovane di colore durante la rissa con i gestori di un bar che, con un complice, aveva derubato diventò l’emblema stesso del razzismo italiano.A Genova, invece, no. Che cosa c’entra Genova? In effetti, come potete sapere, dal momento che nessuno ne ha praticamente parlato? Dunque, Genova: agosto scorso, tre mesi dopo il raid nazifascista di Verona, un mese prima che Milano si risvegliasse razzista. Una quindicina di italiani copre di insulti xenofobi un giovane angolano. Poi lo riempie di botte: sberle, calci, pugni. Il ragazzo fortunatamente sopravvive, ma il caso c’è tutto. Anzi no. Sotto la Lanterna, nella città medaglia d’oro della Resistenza che mai nella sua storia ha subito l’onta di essere amministrata dal centrodestra, non c’è il «clima» giusto: i riflettori restano spenti, gli inviati non si scomodano, i commentatori riposano. Come a Rimini.Troppo banale raccontare la semplice verità. Raccontare che sì, il razzismo esiste o, ancor meglio, esistono i razzisti. Ma a qualunque latitudine e senza aver bisogno di nessun particolare contesto politico per dar sfogo ai loro stupidi istinti. Raccontare che la cattiveria è di questo mondo indipendentemente da chi lo governa. E che, insomma, purtroppo la mamma dei delinquenti è sempre incinta. Così come quella degli ipocritamente corretti. (il Giornale)
lunedì 24 novembre 2008
L'agonia dello Stato minimo. Luca Ricolfi
In questi giorni tutti i giornali parlano della tragedia di Rivoli, ma non vorrei che ce ne dimenticassimo troppo presto, come purtroppo è successo tante volte in passato.
Perché tendiamo a dimenticare? E perché, soprattutto, non impariamo mai dall’esperienza? Lo stato disastroso dei nostri edifici scolastici era noto da tempo, come è documentato da varie accurate rilevazioni del ministero della Pubblica Istruzione, nonché dalla lunga serie di interventi legislativi che in materia di edilizia e di sicurezza si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, a partire dalla legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nonostante ciò, e a dispetto di alcune lodevoli eccezioni (tra cui quella del Comune di Torino), pochissimo è stato fatto. Lo stato delle nostre scuole, specie nel Mezzogiorno ma anche in parecchie realtà del Centro-Nord, è spesso poco degno di un Paese civile: difettano protezioni contro i sismi, gli incendi, i cedimenti strutturali, i cortocircuiti elettrici, ma mancano anche, semplicemente, le condizioni minime di decoro, tutto ciò che può ricordare ai ragazzi che il luogo in cui studiano non è un luogo qualsiasi ma è un’istituzione, che merita il loro pieno rispetto. Un analogo degrado pervade in misura inaccettabile quasi tutti i grandi pilastri della vita sociale. Gli ospedali, ad esempio, alle volte malandati perché troppo vecchi, a volte malandati perché mai nati (sono oltre 100 gli ospedali finanziati e mai completati). O le caserme, i posti di polizia, i palazzi di giustizia, gli uffici che ti fanno sentire suddito più che cittadino.
Per non parlare delle aule universitarie ricavate in cinema, capannoni, o semplici alloggi. O delle carceri, che tutti i governi hanno lasciato in uno stato di deplorevole degrado. O delle strade pericolose, delle ferrovie antiquate, delle discariche illegali. Dei treni sudici, dei bagni sempre guasti, delle strade coperte di immondizia. Non è solo la scuola che è in stato di abbandono, ma lo sono quasi tutte le grandi infrastrutture fisiche del paese. È di qui che dobbiamo ripartire se vogliamo che tragedie come quella di Rivoli o di San Giuliano non si ripetano più. Quel che dobbiamo chiederci non è semplicemente perché tante scuole siano fatiscenti, ma è come mai, lentamente, le grandi strutture materiali del Paese - il suo hardware, verrebbe da dire - si stiano sbriciolando come grissini.
Una prima ovvia risposta è che l’hardware si sbriciola perché pensiamo quasi soltanto al software. Da almeno quindici anni, ossia da quando il debito pubblico è diventato la priorità delle priorità, la politica economica risparmia sistematicamente sulla manutenzione delle infrastrutture fisiche (l’hardware del sistema Italia), e dilapida le poche risorse disponibili in spese improduttive e stipendi pubblici (il software del sistema Italia). La storia sarebbe lunga da raccontare tutta quanta e nei dettagli, ma la realtà è che negli ultimi quindici anni - quale che fosse il colore politico dei governi - in quasi tutti i settori della pubblica amministrazione la maggior parte delle risorse disponibili sono state convogliate sugli avanzamenti di carriera e sottratte agli investimenti e agli acquisti.
È accaduto così che tra avanzamenti automatici, corsi di formazione più o meno fasulli, lauree facili (primo fra tutti lo scellerato programma «laureare l’esperienza»), la piramide gerarchica della pubblica amministrazione è stata stravolta, con due conseguenze fondamentali: una contrazione delle ordinarie risorse per il funzionamento (dalla benzina, alla carta, ai computer) e una grave perdita di efficienza organizzativa (perché un esercito di generali non combatte). In questa triste vicenda la scuola è stata colpita due volte: come gli altri settori della pubblica amministrazione è rimasta a corto di ossigeno sul versante degli investimenti edilizi e su quello delle risorse per il funzionamento, ma a differenza degli altri settori della pubblica amministrazione non ha potuto beneficiare di significativi avanzamenti perché non esiste una vera e propria carriera degli insegnanti, come ne esistono invece per i medici, i professori universitari, i magistrati, i militari, i poliziotti, i burocrati.
Dobbiamo dunque prendercela con i politici, ciechi di fronte ai veri interessi del paese?
Forse no, se riflettiamo su come funziona l’opinione pubblica e su cosa davvero riesce a scuotere la cosiddetta società civile. L’opinione pubblica dimentica con sorprendente rapidità le tragedie collettive, quelle che oggi ci fanno stringere intorno alle famiglie dei ragazzi di Rivoli, ma è estremamente vigile sugli interessi particolari delle innumerevoli categorie, corporazioni, lobby che si contendono quel che resta della nostra povera Italia. Se i politici, quando hanno 100 euro da spendere, ne destinano così pochi all’hardware del paese e così tanti al suo software, è perché hanno capito che quest’ultimo ci interessa molto più del primo. Possiamo indignarci quando crolla una scuola, quando deraglia un treno, quando un ospedale è invaso dagli scarafaggi, ma non siamo disposti a rinunciare a un pezzettino del nostro modesto benessere per vivere in un paese in cui queste cose non succedano più. I consumi privati ci interessano di più degli investimenti pubblici, lo Stato sociale, fatto di sanità, pensioni e assistenza, ci interessa di più dello Stato minimo, fatto di infrastrutture fisiche e funzioni fondamentali.
Proviamo a immaginare che cosa succederebbe se un ministro dicesse: la messa in sicurezza delle scuole costa 5 miliardi, per finanziarla propongo di bloccare tutti gli aumenti retributivi nel pubblico impiego (ad esempio: 1 anno gli stipendi bassi, 2 quelli medi, 3 quelli alti). Ci sarebbe una sollevazione, e mille eloquenti argomentazioni e sottili distinguo farebbero immediatamente naufragare la proposta, o qualsiasi altra idea consimile. I politici l’hanno capito, sanno perfettamente che l’agonia dello Stato minimo non è la prima delle nostre preoccupazioni. Sta a noi dimostrare che si sbagliano. (la Stampa)
Perché tendiamo a dimenticare? E perché, soprattutto, non impariamo mai dall’esperienza? Lo stato disastroso dei nostri edifici scolastici era noto da tempo, come è documentato da varie accurate rilevazioni del ministero della Pubblica Istruzione, nonché dalla lunga serie di interventi legislativi che in materia di edilizia e di sicurezza si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, a partire dalla legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nonostante ciò, e a dispetto di alcune lodevoli eccezioni (tra cui quella del Comune di Torino), pochissimo è stato fatto. Lo stato delle nostre scuole, specie nel Mezzogiorno ma anche in parecchie realtà del Centro-Nord, è spesso poco degno di un Paese civile: difettano protezioni contro i sismi, gli incendi, i cedimenti strutturali, i cortocircuiti elettrici, ma mancano anche, semplicemente, le condizioni minime di decoro, tutto ciò che può ricordare ai ragazzi che il luogo in cui studiano non è un luogo qualsiasi ma è un’istituzione, che merita il loro pieno rispetto. Un analogo degrado pervade in misura inaccettabile quasi tutti i grandi pilastri della vita sociale. Gli ospedali, ad esempio, alle volte malandati perché troppo vecchi, a volte malandati perché mai nati (sono oltre 100 gli ospedali finanziati e mai completati). O le caserme, i posti di polizia, i palazzi di giustizia, gli uffici che ti fanno sentire suddito più che cittadino.
Per non parlare delle aule universitarie ricavate in cinema, capannoni, o semplici alloggi. O delle carceri, che tutti i governi hanno lasciato in uno stato di deplorevole degrado. O delle strade pericolose, delle ferrovie antiquate, delle discariche illegali. Dei treni sudici, dei bagni sempre guasti, delle strade coperte di immondizia. Non è solo la scuola che è in stato di abbandono, ma lo sono quasi tutte le grandi infrastrutture fisiche del paese. È di qui che dobbiamo ripartire se vogliamo che tragedie come quella di Rivoli o di San Giuliano non si ripetano più. Quel che dobbiamo chiederci non è semplicemente perché tante scuole siano fatiscenti, ma è come mai, lentamente, le grandi strutture materiali del Paese - il suo hardware, verrebbe da dire - si stiano sbriciolando come grissini.
Una prima ovvia risposta è che l’hardware si sbriciola perché pensiamo quasi soltanto al software. Da almeno quindici anni, ossia da quando il debito pubblico è diventato la priorità delle priorità, la politica economica risparmia sistematicamente sulla manutenzione delle infrastrutture fisiche (l’hardware del sistema Italia), e dilapida le poche risorse disponibili in spese improduttive e stipendi pubblici (il software del sistema Italia). La storia sarebbe lunga da raccontare tutta quanta e nei dettagli, ma la realtà è che negli ultimi quindici anni - quale che fosse il colore politico dei governi - in quasi tutti i settori della pubblica amministrazione la maggior parte delle risorse disponibili sono state convogliate sugli avanzamenti di carriera e sottratte agli investimenti e agli acquisti.
È accaduto così che tra avanzamenti automatici, corsi di formazione più o meno fasulli, lauree facili (primo fra tutti lo scellerato programma «laureare l’esperienza»), la piramide gerarchica della pubblica amministrazione è stata stravolta, con due conseguenze fondamentali: una contrazione delle ordinarie risorse per il funzionamento (dalla benzina, alla carta, ai computer) e una grave perdita di efficienza organizzativa (perché un esercito di generali non combatte). In questa triste vicenda la scuola è stata colpita due volte: come gli altri settori della pubblica amministrazione è rimasta a corto di ossigeno sul versante degli investimenti edilizi e su quello delle risorse per il funzionamento, ma a differenza degli altri settori della pubblica amministrazione non ha potuto beneficiare di significativi avanzamenti perché non esiste una vera e propria carriera degli insegnanti, come ne esistono invece per i medici, i professori universitari, i magistrati, i militari, i poliziotti, i burocrati.
Dobbiamo dunque prendercela con i politici, ciechi di fronte ai veri interessi del paese?
Forse no, se riflettiamo su come funziona l’opinione pubblica e su cosa davvero riesce a scuotere la cosiddetta società civile. L’opinione pubblica dimentica con sorprendente rapidità le tragedie collettive, quelle che oggi ci fanno stringere intorno alle famiglie dei ragazzi di Rivoli, ma è estremamente vigile sugli interessi particolari delle innumerevoli categorie, corporazioni, lobby che si contendono quel che resta della nostra povera Italia. Se i politici, quando hanno 100 euro da spendere, ne destinano così pochi all’hardware del paese e così tanti al suo software, è perché hanno capito che quest’ultimo ci interessa molto più del primo. Possiamo indignarci quando crolla una scuola, quando deraglia un treno, quando un ospedale è invaso dagli scarafaggi, ma non siamo disposti a rinunciare a un pezzettino del nostro modesto benessere per vivere in un paese in cui queste cose non succedano più. I consumi privati ci interessano di più degli investimenti pubblici, lo Stato sociale, fatto di sanità, pensioni e assistenza, ci interessa di più dello Stato minimo, fatto di infrastrutture fisiche e funzioni fondamentali.
Proviamo a immaginare che cosa succederebbe se un ministro dicesse: la messa in sicurezza delle scuole costa 5 miliardi, per finanziarla propongo di bloccare tutti gli aumenti retributivi nel pubblico impiego (ad esempio: 1 anno gli stipendi bassi, 2 quelli medi, 3 quelli alti). Ci sarebbe una sollevazione, e mille eloquenti argomentazioni e sottili distinguo farebbero immediatamente naufragare la proposta, o qualsiasi altra idea consimile. I politici l’hanno capito, sanno perfettamente che l’agonia dello Stato minimo non è la prima delle nostre preoccupazioni. Sta a noi dimostrare che si sbagliano. (la Stampa)
sabato 22 novembre 2008
La politica e la libertà. Angelo Panebianco
Ciò che più sgomenta della battaglia delle idee che la crisi sta alimentando è la voluttà con cui tanti si impegnano ad archiviare, attribuendola alla follia umana, quella rivoluzione liberale che prese l’avvio con le vittorie di Margaret Thatcher (1979) e di Ronald Reagan (1980) e i cui effetti si manifestarono ovunque. Dimenticando che quella rivoluzione fu una reazione alla crisi, economica e morale, degli anni Settanta. E cancellando, con un tratto di penna, i benefici che ne derivarono: una trentennale crescita economica mondiale e una spettacolare accelerazione della globalizzazione, certo nutrita di squilibri e disuguaglianze, ma anche capace di diffondere benessere e libertà in tanti luoghi che queste cose non conoscevano. Oggi si torna a rivendicare il «primato della politica» e ci si fa beffe degli stolti che confidano nella libertà, anche in quella «economica ».
Conviene ricordare a chi irride il «liberismo » qualche insegnamento della storia. Anche dopo il ’29 il primato della politica venne riaffermato con forza (il New Deal, il socialismo scandinavo, l’Iri, i piani quinquennali sovietici, il riarmo hitleriano) in variante democratica o totalitaria. E anche allora l’intellighenzia occidentale si buttò con entusiasmo ad inseguire i miti del momento, sostenendo che il «liberalismo» (giudicato un residuo ottocentesco) era finalmente al tramonto, che stava per nascere la luminosa era della «pianificazione ». Sappiamo come finì. Il primato della politica sfociò nel protezionismo selvaggio e tutto si concluse (dieci anni dopo l’inizio della grande crisi) con una guerra mondiale. Il rapporto fra la politica e il mercato è uno degli aspetti più complessi (e oscuri, difficili da mettere a fuoco) delle società contemporanee. Lo dimostra, per un verso, la tradizionale difficoltà del pensiero liberale (e della scienza economica di ispirazione liberale) di fare i conti con il ruolo della politica. Spesso, all’acuta, intelligente, analisi delle situazioni economiche, quel pensiero affianca una critica solo moralistica della politica (per la sua propensione a farsi influenzare dagli interessi delle lobbies e a sacrificare la razionalità economica alle esigenze del consenso). Ma la difficoltà di fare i conti con la complessità del rapporto fra politica e mercato è dimostrata anche dalla disinvoltura dei fautori del primato della politica, i quali ne esaltano la capacità di occuparsi del «bene comune » (redistribuzione, protezione dei più deboli) ma sembrano ignari degli «effetti collaterali», pesantemente negativi, che quel primato porta con sé.
Gli assertori del primato della politica hanno un grande vantaggio rispetto ai liberali. Consiste nel fatto che dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni. La politica è il deus ex machina che tutti invocano. È interessante il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l’idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche. Essi mostrano di non riconoscere che molti accadimenti sono semplicemente il frutto del reciproco adattamento «spontaneo» fra i comportamenti di milioni e, a volte, miliardi di persone, l’esito aggregato, per lo più imprevisto e imprevedibile, di un gran numero di azioni ispirate da altrettante menti singole. Nonostante la secolarizzazione, gente comune e élites continuano a credere che tutto si debba alla volontà degli Dei. La differenza è che questa idea di onnipotenza è stata trasferita, proiettata, su uomini in carne ed ossa, i cosiddetti potenti della Terra. I più, misconoscendo il ruolo fondamentale degli aggiustamenti spontanei, credono nella sola esistenza delle «mani visibili». Siano esse di Roosevelt, di Clinton, di Bush. Ma anche di Sarkozy, Berlusconi, eccetera.
L’attesa salvifica che oggi circonda Obama è un esempio estremo di questo persistente atteggiamento. A me pare che in questo atteggiamento si annidino due errori. In primo luogo, l’errore di non riconoscere che l’onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte. Il grande lascito culturale (che oggi la crisi va disperdendo) delle rivoluzioni liberali di trenta anni fa —a loro volta, ispirate al liberalismo classico, sette-ottocentesco— stava nel rifiuto dell’onnipotenza della politica, nel riconoscimento che solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società, che compito del governo non è darci la «felicità» ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità. Il secondo errore consiste nel non vedere i costi del primato della politica, non saper contrapporre ai vantaggi di breve termine i costi dì medio-lungo termine. Nel breve termine la politica è sicuramente in grado di assicurare vantaggi. Per esempio, in una situazione di crisi, salvando il credito, tamponando gli effetti della disoccupazione, eccetera.
Ma il punto è che ciò che la politica ci dà con una mano oggi se lo riprenderà domani con gli interessi (in termini di controllo sulle nostre vite). Certamente, dobbiamo oggi affidarci a decisioni politiche per fronteggiare la crisi. E dobbiamo purtroppo accettare una più forte presenza dello Stato. Ma se non lo facciamo a malincuore, se ci mettiamo dentro un immotivato entusiasmo, se non ci rendiamo conto che si può accettare un temporaneo ampliamento del ruolo dello Stato in condizioni di emergenza solo pretendendo che lo Stato si impegni a ritirare di nuovo i suoi tentacoli quando l’emergenza sarà finita, contribuiamo a preparare un futuro persino peggiore del presente. È una questione di atteggiamenti culturali. In America esistono potenti anticorpi che impediranno degenerazioni permanenti del tipo «socialismo di Stato». In Europa continentale gli anticorpi sono più deboli (in Italia, poi, sono debolissimi). Il rischio, qui da noi, non è il «ritorno dello Stato» della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell’invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi. (Corriere della Sera)
Conviene ricordare a chi irride il «liberismo » qualche insegnamento della storia. Anche dopo il ’29 il primato della politica venne riaffermato con forza (il New Deal, il socialismo scandinavo, l’Iri, i piani quinquennali sovietici, il riarmo hitleriano) in variante democratica o totalitaria. E anche allora l’intellighenzia occidentale si buttò con entusiasmo ad inseguire i miti del momento, sostenendo che il «liberalismo» (giudicato un residuo ottocentesco) era finalmente al tramonto, che stava per nascere la luminosa era della «pianificazione ». Sappiamo come finì. Il primato della politica sfociò nel protezionismo selvaggio e tutto si concluse (dieci anni dopo l’inizio della grande crisi) con una guerra mondiale. Il rapporto fra la politica e il mercato è uno degli aspetti più complessi (e oscuri, difficili da mettere a fuoco) delle società contemporanee. Lo dimostra, per un verso, la tradizionale difficoltà del pensiero liberale (e della scienza economica di ispirazione liberale) di fare i conti con il ruolo della politica. Spesso, all’acuta, intelligente, analisi delle situazioni economiche, quel pensiero affianca una critica solo moralistica della politica (per la sua propensione a farsi influenzare dagli interessi delle lobbies e a sacrificare la razionalità economica alle esigenze del consenso). Ma la difficoltà di fare i conti con la complessità del rapporto fra politica e mercato è dimostrata anche dalla disinvoltura dei fautori del primato della politica, i quali ne esaltano la capacità di occuparsi del «bene comune » (redistribuzione, protezione dei più deboli) ma sembrano ignari degli «effetti collaterali», pesantemente negativi, che quel primato porta con sé.
Gli assertori del primato della politica hanno un grande vantaggio rispetto ai liberali. Consiste nel fatto che dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni. La politica è il deus ex machina che tutti invocano. È interessante il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l’idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche. Essi mostrano di non riconoscere che molti accadimenti sono semplicemente il frutto del reciproco adattamento «spontaneo» fra i comportamenti di milioni e, a volte, miliardi di persone, l’esito aggregato, per lo più imprevisto e imprevedibile, di un gran numero di azioni ispirate da altrettante menti singole. Nonostante la secolarizzazione, gente comune e élites continuano a credere che tutto si debba alla volontà degli Dei. La differenza è che questa idea di onnipotenza è stata trasferita, proiettata, su uomini in carne ed ossa, i cosiddetti potenti della Terra. I più, misconoscendo il ruolo fondamentale degli aggiustamenti spontanei, credono nella sola esistenza delle «mani visibili». Siano esse di Roosevelt, di Clinton, di Bush. Ma anche di Sarkozy, Berlusconi, eccetera.
L’attesa salvifica che oggi circonda Obama è un esempio estremo di questo persistente atteggiamento. A me pare che in questo atteggiamento si annidino due errori. In primo luogo, l’errore di non riconoscere che l’onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte. Il grande lascito culturale (che oggi la crisi va disperdendo) delle rivoluzioni liberali di trenta anni fa —a loro volta, ispirate al liberalismo classico, sette-ottocentesco— stava nel rifiuto dell’onnipotenza della politica, nel riconoscimento che solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società, che compito del governo non è darci la «felicità» ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità. Il secondo errore consiste nel non vedere i costi del primato della politica, non saper contrapporre ai vantaggi di breve termine i costi dì medio-lungo termine. Nel breve termine la politica è sicuramente in grado di assicurare vantaggi. Per esempio, in una situazione di crisi, salvando il credito, tamponando gli effetti della disoccupazione, eccetera.
Ma il punto è che ciò che la politica ci dà con una mano oggi se lo riprenderà domani con gli interessi (in termini di controllo sulle nostre vite). Certamente, dobbiamo oggi affidarci a decisioni politiche per fronteggiare la crisi. E dobbiamo purtroppo accettare una più forte presenza dello Stato. Ma se non lo facciamo a malincuore, se ci mettiamo dentro un immotivato entusiasmo, se non ci rendiamo conto che si può accettare un temporaneo ampliamento del ruolo dello Stato in condizioni di emergenza solo pretendendo che lo Stato si impegni a ritirare di nuovo i suoi tentacoli quando l’emergenza sarà finita, contribuiamo a preparare un futuro persino peggiore del presente. È una questione di atteggiamenti culturali. In America esistono potenti anticorpi che impediranno degenerazioni permanenti del tipo «socialismo di Stato». In Europa continentale gli anticorpi sono più deboli (in Italia, poi, sono debolissimi). Il rischio, qui da noi, non è il «ritorno dello Stato» della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell’invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi. (Corriere della Sera)
venerdì 21 novembre 2008
Oltre Forza Italia, il partito anti-partitocrazia. Gianni Baget Bozzo
La nascita di Forza Italia nel ’94 fa già parte della memoria, 14 anni è il tempo di una generazione. Per usare una celebre frase di Winston Churchill, «mai tanti uomini hanno dovuto la salvezza alla scelta di un uomo solo». Forse è difficile anche per chi ricorda i fatti rammentare l’atmosfera del tempo.
La fine del comunismo in Russia aveva prodotto in Italia l’effetto incredibile della distruzione ad opera della magistratura dei partiti anticomunisti e il Pds, cioè il Pci cambiato di nome, era divenuto l’unico partito costituzionale. Alla fine della rivoluzione russa aveva corrisposto la conquista del potere del Pci in Italia. Il Pci aveva compiuto, come l’armata cinese di Mao, una lunga marcia attraverso le istituzioni ed era giunto a dominare la coscienza delle istituzioni e della cultura. Aveva realizzato la rivoluzione di Gramsci: prendere le casematte prima di attaccare il quartier generale, usare la cultura per conquistare le istituzioni. Il Pci italiano aveva usato la fine del comunismo in Russia per mostrare come si possa prendere il potere con la democrazia. Se c’era un precedente in Italia di una tale conquista, si poteva pensare al fascismo, che ottenne il potere mediante la corona e l’esercito. Il Pds lo ottenne mediante la magistratura. Tutti sanno che questa è la verità ma non fa più notizia. La sinistra di cultura comunista aveva occupato tutto. Tribunali, parrocchie, episcopi, giornali e libri, tv e radio. Ed è tuttora così. Siamo immersi ancora nella «lingua di legno» comunista che esclude dalla memoria quelli che ascoltarono Berlusconi e si sentirono liberati dalla sua parola. Era il popolo che aveva votato democristiano, socialista, liberale, e aveva operato il miracolo italiano, aveva retto la Guerra fredda e la sfida nucleare dalla parte atlantica, era l’Italia occidentale e non sovietica.
Nel ’93 il Pds era la forza legittimante: si poteva essere democristiani, socialisti e liberali solo con il bollino postcomunista. Questo ricordava le democrazie popolari dell’est, i regimi comunisti che per mostrare che l’Unione Sovietica era una sola, mantenevano formalmente i vecchi partiti borghesi e contadini debitamente comunistizzati. Era una conquista comunista da manuale, combinava aspetti del modello sovietico nel falso pluralismo e la differenza dei comunisti italiani che si dichiaravano democratici.
Forza Italia nasce in questa situazione, Berlusconi liberò il pensiero, queste cose si poterono dire. Si poteva essere anticomunisti. La democrazia funzionò e il popolo scelse la libertà. Nel ’94 Forza Italia ebbe la maggioranza alla Camera e la quasi maggioranza al Senato. Nel Paese sorse il sentimento di liberazione, nacquero migliaia di club. Furono un’organizzazione spontanea di sentimento e non di struttura, ma serviva un partito. La tv commerciale di Berlusconi e Publitalia furono la struttura minima in cui si organizzarono le liste vittoriose alle politiche. Giorgio Bocca scrisse che Publitalia aveva messo il «mondo sottosopra»: per questo Marcello Dell’Utri venne eliminato dal gioco con l’azione dei magistrati. Ma Forza Italia era nata ed era nata per rimanere.Il popolo italiano aveva voluto scegliere una struttura fragile ma popolare per esprimere la sua volontà di rimanere libero. Da allora cominciò la «leggenda nera»: Berlusconi aveva vinto perché proprietario di televisione. La tv commerciale era una struttura fragile ma fu il popolo a farne una forza politica. Tutti i poteri italiani furono contro questo popolo e il suo leader, ci fu un clamore mondiale, Berlusconi divenne un fatto che delegittimava il sistema dei partiti e creava una realtà diversa, un effetto che era sorto con se stesso. Una storia unica. Ora Forza Italia si scioglie e il Popolo della libertà è diventato un popolo di governo e la sinistra è sfiorita come non si poteva immaginare. Il Pdl, che oggi nasce come partito, raccogliendo Fi, An e altri partiti, era sorto prima nel popolo che nella forma politica ora conseguita. (il Giornale)
La fine del comunismo in Russia aveva prodotto in Italia l’effetto incredibile della distruzione ad opera della magistratura dei partiti anticomunisti e il Pds, cioè il Pci cambiato di nome, era divenuto l’unico partito costituzionale. Alla fine della rivoluzione russa aveva corrisposto la conquista del potere del Pci in Italia. Il Pci aveva compiuto, come l’armata cinese di Mao, una lunga marcia attraverso le istituzioni ed era giunto a dominare la coscienza delle istituzioni e della cultura. Aveva realizzato la rivoluzione di Gramsci: prendere le casematte prima di attaccare il quartier generale, usare la cultura per conquistare le istituzioni. Il Pci italiano aveva usato la fine del comunismo in Russia per mostrare come si possa prendere il potere con la democrazia. Se c’era un precedente in Italia di una tale conquista, si poteva pensare al fascismo, che ottenne il potere mediante la corona e l’esercito. Il Pds lo ottenne mediante la magistratura. Tutti sanno che questa è la verità ma non fa più notizia. La sinistra di cultura comunista aveva occupato tutto. Tribunali, parrocchie, episcopi, giornali e libri, tv e radio. Ed è tuttora così. Siamo immersi ancora nella «lingua di legno» comunista che esclude dalla memoria quelli che ascoltarono Berlusconi e si sentirono liberati dalla sua parola. Era il popolo che aveva votato democristiano, socialista, liberale, e aveva operato il miracolo italiano, aveva retto la Guerra fredda e la sfida nucleare dalla parte atlantica, era l’Italia occidentale e non sovietica.
Nel ’93 il Pds era la forza legittimante: si poteva essere democristiani, socialisti e liberali solo con il bollino postcomunista. Questo ricordava le democrazie popolari dell’est, i regimi comunisti che per mostrare che l’Unione Sovietica era una sola, mantenevano formalmente i vecchi partiti borghesi e contadini debitamente comunistizzati. Era una conquista comunista da manuale, combinava aspetti del modello sovietico nel falso pluralismo e la differenza dei comunisti italiani che si dichiaravano democratici.
Forza Italia nasce in questa situazione, Berlusconi liberò il pensiero, queste cose si poterono dire. Si poteva essere anticomunisti. La democrazia funzionò e il popolo scelse la libertà. Nel ’94 Forza Italia ebbe la maggioranza alla Camera e la quasi maggioranza al Senato. Nel Paese sorse il sentimento di liberazione, nacquero migliaia di club. Furono un’organizzazione spontanea di sentimento e non di struttura, ma serviva un partito. La tv commerciale di Berlusconi e Publitalia furono la struttura minima in cui si organizzarono le liste vittoriose alle politiche. Giorgio Bocca scrisse che Publitalia aveva messo il «mondo sottosopra»: per questo Marcello Dell’Utri venne eliminato dal gioco con l’azione dei magistrati. Ma Forza Italia era nata ed era nata per rimanere.Il popolo italiano aveva voluto scegliere una struttura fragile ma popolare per esprimere la sua volontà di rimanere libero. Da allora cominciò la «leggenda nera»: Berlusconi aveva vinto perché proprietario di televisione. La tv commerciale era una struttura fragile ma fu il popolo a farne una forza politica. Tutti i poteri italiani furono contro questo popolo e il suo leader, ci fu un clamore mondiale, Berlusconi divenne un fatto che delegittimava il sistema dei partiti e creava una realtà diversa, un effetto che era sorto con se stesso. Una storia unica. Ora Forza Italia si scioglie e il Popolo della libertà è diventato un popolo di governo e la sinistra è sfiorita come non si poteva immaginare. Il Pdl, che oggi nasce come partito, raccogliendo Fi, An e altri partiti, era sorto prima nel popolo che nella forma politica ora conseguita. (il Giornale)
Quote latte, finisce l'era delle multe, Zaia libera la mungitura. Apcom
Una vittoria economica, senza dubbio, ma anche una grande vittoria politica per la Lega. Lo sblocco delle quote latte in quantità tale da coprire tutta l'attuale produzione italiana, e forse anche qualcosa in più, è un successo del ministro Luca Zaia, che anche l'opposizione riconosce.
Dopo anni di battaglie degli allevatori sulle strade, spalleggiati apertamente dalla Lega, la questione si è chiusa all'alba di ieri a Bruxelles dopo sei mesi di discussioni, sulla scia della abolizione totale delle quote nel 2015, ma, per l'Italia con cinque anni di anticipo. Mentre gli altri Paesi infatti aumenteranno la loro produzione di latte dell'uno per cento l'anno (a partire dall'aprile del 2009) l'Italia ha avuto tutto subito: il 6% in più, tra quote latte (5%) e quote per la materia grassa (1%). Tradotto in quantità si tratta di 620.000 tonnellate in più (come ha precisato lo stesso Zaia, dopo aver parlato in mattinata di 640.000, ma non cambia molto).
La sede di questa "vittoria storica", salutata come tale da una raffica di dichiarazioni di esponenti del Carroccio, è stata il Consiglio Agricoltura della Ue, nel quale si è parzialmente modificata la Politica Agricola Comune (Pac), toccando non solo le quote latte, ma anche i fondi non utilizzati, il tabacco, i fondi per lo sviluppo rurale, il riso e altri aspetti minori.
Una notte sveglio a trattare, fino alle otto del mattino, un riposo di qualche ora in hotel e poi raggiante davanti ai giornalisti per parlare senza mezzi termini di una "giornata storica" che "ripristina la legalità dopo il disgraziatissimo negoziato del 1984". Zaia veleggia felice su un fiume di latte dopo aver ottenuto l'aumento delle quote latte e la possibilità di tenere nel nostro paese anzichè restituire alla Ue circa 140 milioni di aiuti all'agricoltura non distribuiti.
E' la vittoria di una squadra - esordisce Zaia nella sala stampa del Consiglio europeo affollata come nelle epiche, e non sempre fruttuose, trattative degli anni '70 e '80 -. Voglio ringraziare anche la stampa, che ci ha aiutati anche nel chiedere trattative più serrate e ringrazio anche chi ha lavorato con me". La vittoria che il ministro segna nel suo diario la sente è talmente grande che vuol dividerla un po' con tutti.
Zaia ringrazia anche "Mariann Fischer Boel e Michel Barnier, (commissaria europea e ministro francese presidente di turno del Consiglio Ue) per aver accolto al 100% i nostri desiderata".
La trattativa ha portato vittorie e sconfitte, in particolare per il tabacco, dove l'Italia non è riuscita a prorogare gli aiuti europei accoppiati alla produzione fino al 2013, invece che alla scadenza prevista nel 2009. "Ma abbiamo previsto di incontrarci ancora tra ministri nel luglio del 2009 per valutazione del settore agricolo e spero si possa discutere in quella sede anche di tabacco", ha detto Zaia.
E' sulle quote latte però che Zaia insiste di più, "soddisfattissimo della soluzione ad hoc per l'Italia che ripristina la legalità dopo il disgraziatissimo negoziato del 1984" (premier Craxi e ministro Pandolfi, viene ricordato, ndr).
Spiega il ministro: "in Italia splafoniamo di 500.000 tonnellate, con multe per 200 milioni l'anno. Ora abbiamo a disposizione circa 620.000 tonnellate in più per chiudere la partita delle aziende che sforano"
Questa maggior quota, in sostanza copre ampiamente la maggior produzione in qualche modo strutturale degli allevatori italiani, eliminando il problema. "Per il futuro non avremo più multe da pagare - sottolinea Zaia -, ed abbiamo ripristinato un gap negativo di 24 anni fa a vantaggio di altri Stati e contro di noi".
Naturalmente, sottolinea il ministro "per avere le nuove quote bisognerà aver pagato le multe, però questa possibilità di maggior produzione va prioritariamente a chi vuole regolarizzarsi, per dare a tutti la possibilità di risollevarsi".
Di latte però ce ne sarà per tutti, anche per i produttori più giovani, dei quali il ministro ha spesso parlato questa mattina. "Considerando lo splafonamento di 500mila tonnate, le 640mila che abbiamo ottenuto oggi e le 200mila delle 'vecchie' che ancora non abbiamo assegnato, abbiamo a disposizione circa 340mila tonnellate ancora da distribuire".
Oggi in Italia (al netto delle 620.000 tonnellate ottenute oggi)vengono prodotte, legalmente, 10.800.000 tonnellate di latte e 10.000.000 vengono invece importate.
Dopo anni di battaglie degli allevatori sulle strade, spalleggiati apertamente dalla Lega, la questione si è chiusa all'alba di ieri a Bruxelles dopo sei mesi di discussioni, sulla scia della abolizione totale delle quote nel 2015, ma, per l'Italia con cinque anni di anticipo. Mentre gli altri Paesi infatti aumenteranno la loro produzione di latte dell'uno per cento l'anno (a partire dall'aprile del 2009) l'Italia ha avuto tutto subito: il 6% in più, tra quote latte (5%) e quote per la materia grassa (1%). Tradotto in quantità si tratta di 620.000 tonnellate in più (come ha precisato lo stesso Zaia, dopo aver parlato in mattinata di 640.000, ma non cambia molto).
La sede di questa "vittoria storica", salutata come tale da una raffica di dichiarazioni di esponenti del Carroccio, è stata il Consiglio Agricoltura della Ue, nel quale si è parzialmente modificata la Politica Agricola Comune (Pac), toccando non solo le quote latte, ma anche i fondi non utilizzati, il tabacco, i fondi per lo sviluppo rurale, il riso e altri aspetti minori.
Una notte sveglio a trattare, fino alle otto del mattino, un riposo di qualche ora in hotel e poi raggiante davanti ai giornalisti per parlare senza mezzi termini di una "giornata storica" che "ripristina la legalità dopo il disgraziatissimo negoziato del 1984". Zaia veleggia felice su un fiume di latte dopo aver ottenuto l'aumento delle quote latte e la possibilità di tenere nel nostro paese anzichè restituire alla Ue circa 140 milioni di aiuti all'agricoltura non distribuiti.
E' la vittoria di una squadra - esordisce Zaia nella sala stampa del Consiglio europeo affollata come nelle epiche, e non sempre fruttuose, trattative degli anni '70 e '80 -. Voglio ringraziare anche la stampa, che ci ha aiutati anche nel chiedere trattative più serrate e ringrazio anche chi ha lavorato con me". La vittoria che il ministro segna nel suo diario la sente è talmente grande che vuol dividerla un po' con tutti.
Zaia ringrazia anche "Mariann Fischer Boel e Michel Barnier, (commissaria europea e ministro francese presidente di turno del Consiglio Ue) per aver accolto al 100% i nostri desiderata".
La trattativa ha portato vittorie e sconfitte, in particolare per il tabacco, dove l'Italia non è riuscita a prorogare gli aiuti europei accoppiati alla produzione fino al 2013, invece che alla scadenza prevista nel 2009. "Ma abbiamo previsto di incontrarci ancora tra ministri nel luglio del 2009 per valutazione del settore agricolo e spero si possa discutere in quella sede anche di tabacco", ha detto Zaia.
E' sulle quote latte però che Zaia insiste di più, "soddisfattissimo della soluzione ad hoc per l'Italia che ripristina la legalità dopo il disgraziatissimo negoziato del 1984" (premier Craxi e ministro Pandolfi, viene ricordato, ndr).
Spiega il ministro: "in Italia splafoniamo di 500.000 tonnellate, con multe per 200 milioni l'anno. Ora abbiamo a disposizione circa 620.000 tonnellate in più per chiudere la partita delle aziende che sforano"
Questa maggior quota, in sostanza copre ampiamente la maggior produzione in qualche modo strutturale degli allevatori italiani, eliminando il problema. "Per il futuro non avremo più multe da pagare - sottolinea Zaia -, ed abbiamo ripristinato un gap negativo di 24 anni fa a vantaggio di altri Stati e contro di noi".
Naturalmente, sottolinea il ministro "per avere le nuove quote bisognerà aver pagato le multe, però questa possibilità di maggior produzione va prioritariamente a chi vuole regolarizzarsi, per dare a tutti la possibilità di risollevarsi".
Di latte però ce ne sarà per tutti, anche per i produttori più giovani, dei quali il ministro ha spesso parlato questa mattina. "Considerando lo splafonamento di 500mila tonnate, le 640mila che abbiamo ottenuto oggi e le 200mila delle 'vecchie' che ancora non abbiamo assegnato, abbiamo a disposizione circa 340mila tonnellate ancora da distribuire".
Oggi in Italia (al netto delle 620.000 tonnellate ottenute oggi)vengono prodotte, legalmente, 10.800.000 tonnellate di latte e 10.000.000 vengono invece importate.
mercoledì 19 novembre 2008
Il sacrosanto silenzio di un premier liberale nel dramma di Eluana. Maria Giovanna Maglie
Quando una ha la fortuna di essere titolare di una rubrica, con la straordinaria possibilità di scrivere quello che le pare, ne approfitta, anche quando di certi dibattiti si avverte una dolorosa saturazione. La vicenda di Eluana Englaro è diventata purtroppo una sorta di sport nazionale, nel quale nessuno rinuncia a dire la sua, a costo di pronunciare sciocchezze irritanti.
Perché allora anche io voglio metterci la mia pietruzza? Perché negli sport nazionali all’italiana, cioè nel sentirsi tutti competenti di tutto, qualcosa di buono c’è, soprattutto se si tratta di pronunciarsi su una cosa seria, anzi serissima. C’è un desiderio diffuso e condiviso, con brutta parola si direbbe di massa, di esprimersi su un problema che è necessariamente, dolorosamente, individuale, che nessuno Stato e nessuna Fede possono regolamentare d’autorità, anche se possono e devono tracciare dei limiti all’arbitrio, nel caso dello Stato, ripetere e ribadire la parola e la dottrina, nel caso della Chiesa.
Perciò perdonatemi se ancora una volta, a decisione della magistratura presa, e addolorandomi che l’abbiano dovuta prendere dei giudici, dico ancora una volta che la morte di Eluana Englaro non è in alcun modo eutanasia, che è la fine di una sofferenza inutile e protratta per troppo tempo, che a lei, che quel desiderio espresse quando ancora poteva, e a suo padre, che ne è stato l’infermiere e il custode, spetta la decisione finale.
Per il Parlamento non è difficile partorire ora, dopo tanto dolore, una legge umana e giusta, secondo le direttive del 2005, che rispettavano la complessità della società italiana, le sue profonde radici cattoliche mescolate a una convinzione laica, che rispetta ed esige altrettanto rispetto. Smettiamola con il terrorismo mediatico e a mezzo governo. Il sottosegretario Eugenia Roccella è una donna intelligente e colta, ma il suo percorso sembra a me, cittadina ed elettrice, approdato a un integralismo di fondo già verificato durante la vicenda della fecondazione artificiale. Il governo di centrodestra dovrebbe essere liberale; non codino. Ho notato perciò con soddisfazione, sempre da cittadina ed elettrice, un rumoroso silenzio su Eluana Englaro del presidente del Consiglio. Ancora una volta ripeto: lasciatela andare in pace, lasciate in pace suo padre, che di sofferenza ne conoscerà ancora, fate presto una legge che rispetti il testamento biologico di ognuno di noi. (il Giornale)
Perché allora anche io voglio metterci la mia pietruzza? Perché negli sport nazionali all’italiana, cioè nel sentirsi tutti competenti di tutto, qualcosa di buono c’è, soprattutto se si tratta di pronunciarsi su una cosa seria, anzi serissima. C’è un desiderio diffuso e condiviso, con brutta parola si direbbe di massa, di esprimersi su un problema che è necessariamente, dolorosamente, individuale, che nessuno Stato e nessuna Fede possono regolamentare d’autorità, anche se possono e devono tracciare dei limiti all’arbitrio, nel caso dello Stato, ripetere e ribadire la parola e la dottrina, nel caso della Chiesa.
Perciò perdonatemi se ancora una volta, a decisione della magistratura presa, e addolorandomi che l’abbiano dovuta prendere dei giudici, dico ancora una volta che la morte di Eluana Englaro non è in alcun modo eutanasia, che è la fine di una sofferenza inutile e protratta per troppo tempo, che a lei, che quel desiderio espresse quando ancora poteva, e a suo padre, che ne è stato l’infermiere e il custode, spetta la decisione finale.
Per il Parlamento non è difficile partorire ora, dopo tanto dolore, una legge umana e giusta, secondo le direttive del 2005, che rispettavano la complessità della società italiana, le sue profonde radici cattoliche mescolate a una convinzione laica, che rispetta ed esige altrettanto rispetto. Smettiamola con il terrorismo mediatico e a mezzo governo. Il sottosegretario Eugenia Roccella è una donna intelligente e colta, ma il suo percorso sembra a me, cittadina ed elettrice, approdato a un integralismo di fondo già verificato durante la vicenda della fecondazione artificiale. Il governo di centrodestra dovrebbe essere liberale; non codino. Ho notato perciò con soddisfazione, sempre da cittadina ed elettrice, un rumoroso silenzio su Eluana Englaro del presidente del Consiglio. Ancora una volta ripeto: lasciatela andare in pace, lasciate in pace suo padre, che di sofferenza ne conoscerà ancora, fate presto una legge che rispetti il testamento biologico di ognuno di noi. (il Giornale)
Il paese dei zavoli. L'uovo di giornata
Un signore di ottantasei anni prova a salvare la faccia a Veltroni. Si chiama Sergio Zavoli, senatore Pd, uno di quelli che si è soliti definire un giornalista con gli attributi, che ha scritto e fatto la storia del giornalismo italiano. Sulle qualità professionale nulla da dire, sullo spessore del personaggio non si discute. Ma non vi pare una contraddizione che Walter, pur di venire a capo della telenovela sulla presidenza della commissione viglianza Rai, debba affidarsi ad un ultra ottuagenario? Proprio lui che non perde occasione per sostenere e promuovere i giovani e il loro inserimento in politica. Pare di vedere nuovamente Rita Levi Montalcini che accorre in Senato per salvare Prodi. Scene che fecero partorire a Vittorio Feltri titoli come “la Repubblica del pannolone”.
Esclamazioni forti ma che riassumevano bene la situazione. Il paese che abbraccia all’unisono l’idea di promuovere i giovani e di fargli largo, continua a chiedere aiuto ai nonni. E poi dicono che sia difficile reinserirsi nel mercato del lavoro dopo una certa età. Altri esempi. La presidenza del Il Festival internazionale del cinema di Roma è stato assegnato a Gian Luigi Rondi, classe 1921.
Un curriculum lungo con tanto di onorificenze varie. Ma parliamo sempre di un signore di quasi novant’anni. Sullo sfondo troviamo Pippo Baudo, classe ’36 e quindi un giovanotto in confronto agli altri, autoproclamarsi come il vero antidoto alla quarantenne Simona Ventura, il tutto mentre Mike Bongiorno, 83 anni, ricevere rassicurazioni dal suo amico Silvio che grazie alla medicina e alle cellule staminali potrà vivere fino a centoventi anni. Altri quarant’anni a fare spot, pubblicità e televisione. Viene da dire, poveri giovani, era meglio nascere vecchi. (l'Occidentale)
Esclamazioni forti ma che riassumevano bene la situazione. Il paese che abbraccia all’unisono l’idea di promuovere i giovani e di fargli largo, continua a chiedere aiuto ai nonni. E poi dicono che sia difficile reinserirsi nel mercato del lavoro dopo una certa età. Altri esempi. La presidenza del Il Festival internazionale del cinema di Roma è stato assegnato a Gian Luigi Rondi, classe 1921.
Un curriculum lungo con tanto di onorificenze varie. Ma parliamo sempre di un signore di quasi novant’anni. Sullo sfondo troviamo Pippo Baudo, classe ’36 e quindi un giovanotto in confronto agli altri, autoproclamarsi come il vero antidoto alla quarantenne Simona Ventura, il tutto mentre Mike Bongiorno, 83 anni, ricevere rassicurazioni dal suo amico Silvio che grazie alla medicina e alle cellule staminali potrà vivere fino a centoventi anni. Altri quarant’anni a fare spot, pubblicità e televisione. Viene da dire, poveri giovani, era meglio nascere vecchi. (l'Occidentale)
martedì 18 novembre 2008
Signori di sinistra l'incubo Berlusca l'avete creato voi. Marcello Veneziani
Signori e signorini progressisti che vi alzate ogni mattina denunciando l’esistenza di Berlusconi, che di per sé è un reato. E vi coricate ogni sera denunciando l’insistenza di Berlusconi voler vivere ad ogni costo, che lo rende scandalosamente recidivo, state a sentire: Berlusconi l’avete inventato voi. È figlio vostro per le ragioni che ora vi esporrò. Lo dico mentre esce l’ennesimo libro contro di lui dell’ottimo Massimo Giannini, "Lo Statista. Il Ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo" (Baldini & Castoldi Dalai). Un libro esagerato già nel titolo perché parla di un ventennio che non c’è; mai vista una critica preventiva su un ventennio che non è ancora terminato. E un libro prevenuto anche in senso cronologico. Ma è esagerato soprattutto nel riprendere il più becero repertorio di demonizzazione, pur nobilitato in forma di analisi dal notista politico de la Repubblica: Berlusconi fascista, populista, perfino totalitario. Ma se c’è la libertà di pubblicare questi libri, a volte editi dallo stesso Berlusconi, se nessuno viene represso e perseguitato, se è possibile votare liberamente e democraticamente e vedere il Cavaliere alternarsi a D’Alema e Prodi, se siamo liberi di vivere pensare scrivere come crediamo, è ridicolo parlare di totalitarismo ed è offensivo per chi ha realmente patito sotto regimi totalitari.
Il disprezzo per l’Italia reale
In realtà Berlusconi lo avete inventato voi. È figlio della demonizzazione che lo accompagna da quando è sceso in campo. È figlio della vostra denigrazione permanente, dell’irrisione di tutto ciò che fa, che dice, che indossa, che pensa. È figlio della vostra intolleranza verso l’unico Padrone contro cui vi siete scagliati negli ultimi decenni, magari con il plauso degli altri padroni. È figlio del malgoverno dei vostri governi, della vacuità dei vostri leader, dell’arroganza culturale delle vostre caste, intellettuali, giudiziarie, mediatiche. E figlio di tutto ciò che gli attribuite: per Giannini ad esempio è colpa di Berlusconi se in Italia riappaiono squadristi, Licio Gelli, più razzismi vari. Era colpa di Prodi se c’erano spacciatori clandestini, pedofili e si rivedevano i terroristi rossi?
Persino la tv berlusconiana, sbarazzina e un po’ idiota, nacque per contrappasso alla vostra informazione cupa e ideologica. Poi spuntarono gli emissari del berlusconismo politico, gli zelanti servitori di lui, come una reazione allergica ai vostri funzionari, servi e agenti che pervadevano l’informazione e lo spettacolo. La gente non ne poteva più del vostro manicheismo, del vostro razzismo etico, del vostro disprezzo per l’Italia reale e popolare. E dopo dieci Santoro vuole un Fede. Berlusconi è figlio del vostro settarismo elitario, del vostro antifascismo intollerante a fascismo sepolto, un antifascismo come mestiere e come religione. E gli italiani che di religione ne hanno già una antica e radicata, non vogliono sentir parlare di un’altra religione politica, per giunta, senza Dio e senza pietà per i non credenti. Basta e avanza quella che hanno e preferiscono osservare o trasgredire quella. Berlusconi al potere lo avete portato voi, con i vostri governicchi, la vostra incapacità, il vostro scarso senso della vita e degli interessi generali. Siate stati i suoi sponsor e agenti pubblicitari. Lo avete innaffiato voi, col vostro fiele e la vostra monnezza. Lo avete messo in croce come Chisachi, ignorando che in un paese di matrice cattolica un martirio paga sempre. E gli allungate la vita ogni volta che da iettatori gridate veri e presunti problemi di salute. Avete costruito voi a rovescio il mito dell’uomo della Provvidenza, il Decisionista, l’Ubiquo e Onnipotente. Offrendo agli italiani a basso prezzo il prototipo di un dio in terra, lo zar di tutte le reti, visibili e invisibili, padrone del cielo (l’etere nell’emittenza) e della terra, signore dei consumi e dei sogni nazionali. E ora di che vi lamentate? Totalitario Berlusconi è nei vostri deliri, perché lo vedete dappertutto. Lo avete poi maledetto perché era un importatore del Nuovo o della seconda repubblica; istigandolo così al doroteismo, al riciclaggio dei detriti anche brillanti del socialismo e della dc. Lo avete costruito voi come un puzzle, giorno dopo giorno. E gli avete soffiato voi, col vostro fiato, l’anima che ora volete dannare. Lo avete poi accusato di liberismo e di far west, e ora lo condannate perché interviene nell’economia e sulle banche.
Populismo facile e telepromozioni
Se esiste davvero quel che voi chiamate berlusconismo, voi ne siete i figli naturali. Avete assimilato il populismo facile, la telepromozione; il veltronismo è un berlusconismo minore oltre che minoritario, tutto immagine, america e fiction; ma anche il dipietrismo è la sua versione rozza e terrona: l’antipolitica, il linguaggio diretto e impulsivo, il decisionismo, in versione agropastorale.
Allora vi consiglierei nel ventennale della caduta del Muro di Berlino che fu poi la caduta del Pci, di scrivere a rovescio la storia del berlusconismo, come la storia della sinistra che si guardò allo specchio e fuggì atterrita. Il berlusconismo come il rovescio speculare dell’ideologia sinistrese, il frutto delle sue incubazioni e dei suoi incubi. Scrivete la storia del fantasma berlusconiano che nasce dalla vostra mente bacata, e descrivete in lui il triplice aborto della sinistra italiana: il fascismo, il populismo e il totalitarismo. Ecco un libro necessario da scrivere e soprattutto da capire: una sinistra così si merita Berlusconi esattamente come lo descrive. Se il berlusconismo è l’effetto collaterale del sinistrismo, Berlusconi è tutto ciò che vorreste essere e non siete. (Libero)
Il disprezzo per l’Italia reale
In realtà Berlusconi lo avete inventato voi. È figlio della demonizzazione che lo accompagna da quando è sceso in campo. È figlio della vostra denigrazione permanente, dell’irrisione di tutto ciò che fa, che dice, che indossa, che pensa. È figlio della vostra intolleranza verso l’unico Padrone contro cui vi siete scagliati negli ultimi decenni, magari con il plauso degli altri padroni. È figlio del malgoverno dei vostri governi, della vacuità dei vostri leader, dell’arroganza culturale delle vostre caste, intellettuali, giudiziarie, mediatiche. E figlio di tutto ciò che gli attribuite: per Giannini ad esempio è colpa di Berlusconi se in Italia riappaiono squadristi, Licio Gelli, più razzismi vari. Era colpa di Prodi se c’erano spacciatori clandestini, pedofili e si rivedevano i terroristi rossi?
Persino la tv berlusconiana, sbarazzina e un po’ idiota, nacque per contrappasso alla vostra informazione cupa e ideologica. Poi spuntarono gli emissari del berlusconismo politico, gli zelanti servitori di lui, come una reazione allergica ai vostri funzionari, servi e agenti che pervadevano l’informazione e lo spettacolo. La gente non ne poteva più del vostro manicheismo, del vostro razzismo etico, del vostro disprezzo per l’Italia reale e popolare. E dopo dieci Santoro vuole un Fede. Berlusconi è figlio del vostro settarismo elitario, del vostro antifascismo intollerante a fascismo sepolto, un antifascismo come mestiere e come religione. E gli italiani che di religione ne hanno già una antica e radicata, non vogliono sentir parlare di un’altra religione politica, per giunta, senza Dio e senza pietà per i non credenti. Basta e avanza quella che hanno e preferiscono osservare o trasgredire quella. Berlusconi al potere lo avete portato voi, con i vostri governicchi, la vostra incapacità, il vostro scarso senso della vita e degli interessi generali. Siate stati i suoi sponsor e agenti pubblicitari. Lo avete innaffiato voi, col vostro fiele e la vostra monnezza. Lo avete messo in croce come Chisachi, ignorando che in un paese di matrice cattolica un martirio paga sempre. E gli allungate la vita ogni volta che da iettatori gridate veri e presunti problemi di salute. Avete costruito voi a rovescio il mito dell’uomo della Provvidenza, il Decisionista, l’Ubiquo e Onnipotente. Offrendo agli italiani a basso prezzo il prototipo di un dio in terra, lo zar di tutte le reti, visibili e invisibili, padrone del cielo (l’etere nell’emittenza) e della terra, signore dei consumi e dei sogni nazionali. E ora di che vi lamentate? Totalitario Berlusconi è nei vostri deliri, perché lo vedete dappertutto. Lo avete poi maledetto perché era un importatore del Nuovo o della seconda repubblica; istigandolo così al doroteismo, al riciclaggio dei detriti anche brillanti del socialismo e della dc. Lo avete costruito voi come un puzzle, giorno dopo giorno. E gli avete soffiato voi, col vostro fiato, l’anima che ora volete dannare. Lo avete poi accusato di liberismo e di far west, e ora lo condannate perché interviene nell’economia e sulle banche.
Populismo facile e telepromozioni
Se esiste davvero quel che voi chiamate berlusconismo, voi ne siete i figli naturali. Avete assimilato il populismo facile, la telepromozione; il veltronismo è un berlusconismo minore oltre che minoritario, tutto immagine, america e fiction; ma anche il dipietrismo è la sua versione rozza e terrona: l’antipolitica, il linguaggio diretto e impulsivo, il decisionismo, in versione agropastorale.
Allora vi consiglierei nel ventennale della caduta del Muro di Berlino che fu poi la caduta del Pci, di scrivere a rovescio la storia del berlusconismo, come la storia della sinistra che si guardò allo specchio e fuggì atterrita. Il berlusconismo come il rovescio speculare dell’ideologia sinistrese, il frutto delle sue incubazioni e dei suoi incubi. Scrivete la storia del fantasma berlusconiano che nasce dalla vostra mente bacata, e descrivete in lui il triplice aborto della sinistra italiana: il fascismo, il populismo e il totalitarismo. Ecco un libro necessario da scrivere e soprattutto da capire: una sinistra così si merita Berlusconi esattamente come lo descrive. Se il berlusconismo è l’effetto collaterale del sinistrismo, Berlusconi è tutto ciò che vorreste essere e non siete. (Libero)
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