mercoledì 27 luglio 2011

Ma se il killer di Oslo fosse comunista non farebbe così orrore. Marcello Veneziani

Questa volta l’avete fatta sporca, amici e nemici della sini­stra nostrana. Sui giornali di sinistra insistono da giorni a dare una connotazione politica alla strage compiuta dal mostro di Oslo. Ieri su la Repubblica , Michele Serra si è accodato a definir­lo un delitto politico compiuto da «uno schifoso fanatico di de­stra », paragonandolo a Hitler e sostenendo che la pazzia di am­bedue non cancella la matrice politica di entrambi.

E sempre su la Repubblica Francesco Merlo ha definito Breivik la versio­ne degenerata di Oriana Fallaci e dei giornali italiani di centro­destra, pur concludendo che si tratta di un colossale cretino. Non sono un fan della Fallaci e non ho fobie antislamiche e pulsioni nordico- occidentaliste, ma questo paragone che circola sottotraccia sulla stampa di sinistra e a volte affiora in superficie, mi pare davvero carognesco. Non ho mai pensato di giudicare, che so, il terrorista Cesare Battisti, la versione estrema di Bersani, Vendola, la Repubblica o di chi volete voi. E parliamo di un terrorista politico, mica di un paranoico come Breivik. Cosa differenzia un terrorista politico da un mostro malato di paranoia? Il fatto che il primo compie il suo atto nell’ambito di un gruppo e con il consenso di un’area da cui il gruppo attinge le sue leve, colpendo obbiettivi mirati e condivisi. Il secondo invece compie il suo gesto nella solitudine della sua mente malata, spesso colpendo obbiettivi che sono la proiezione della sua paranoia.

Mi pare una differenza elementare e abissale. I brigatisti rossi, per esempio, compivano i loro delitti in gruppo, con un collettivo, una pianificazione e una struttura piramidale, riscuotevano un certo consenso in alcune aree estreme della sinistra e reclutavano le loro cellule ai margini del sindacato, dell’università, dei movimenti estremisti di sinistra. Così i fanatici islamici. Se un uomo fa strage dei suoi vicini perché hanno offeso la sua famiglia, non possiamo desumere dal suo atto feroce che l’amore per la famiglia produce questi frutti estremi. Non è l’idea di famiglia che spinge alla strage di chi l’ha offesa, ma la follia di una mente bacata che trasforma un valore positivo, l’amore per i suoi cari, in un crimine orrendo. Lo stesso vale per la civiltà cristiana, per la tradizione europea.

Dovrebbe essere una verità solare, ma il senso della realtà ormai è una rarità filatelica. Il marchio politico su Breivik non nasce solo dalla faziosità e dalla criminalizzazione assoluta del nemico politico. Nasce da un vizio originario, assai diffuso a sinistra: giudicare gli atti sulla base delle idee professate. Sono le idee che decidono se sei un criminale o un combattente politico, non gli atti e gli effetti. Tra chi sogna una società pura nel suo cristianesimo o anche nel suo comunismo, ed uno che nel nome del cristianesimo o del comunismo fa strage di impuri, corre l’abisso. Il primo può essere un utopista, il secondo è un criminale; non c’è relazione tra i due, se non nell’immaginazione. Quel che conta è l’atto compiuto, la realtà dell’effetto, e non l’intenzione ideale che lo ha mosso. Invece, giudicando gli atti sulla base delle idee professate, accade, per esempio, che gli orrori del comunismo vengano attribuiti alle persone o alle circostanze storiche, così viene salvata l’incontaminata purezza del comunismo.

Mentre gli orrori compiuti dall’estremismo cristiano-occidentale, dal nazionalismo e dal nazismo, sono orrori cristiani, nazionalisti, nazisti....

Il criminale coincide perfettamente con l’idea professata. Nel caso del comunismo invece la tradisce. Eppure non si conoscono comunismi ben riusciti. Se ogni applicazione storica di un’idea produce disastri, allora il difetto sta nel manico. Invece, gli orrori compiuti nel nome del comunismo vengono classificati alla voce brigatismo, stalinismo, regime sovietico, mai citando il comunismo. E gli orrori compiuti nel nome del nazismo o d’altro, vengono classificati come crimini nazisti.

Perché al primo si attribuisce il beneficio delle buone intenzioni, e così viene salvata l’immacolata purezza dell’Idea dalle sue degenerazioni. Agli altri invece, non solo ai nazisti, il crimine viene attribuito direttamente alla malignità delle idee professate; anche quel che appartiene alla patologia di individui isolati. Se il mostro di Oslo avesse ucciso nel nome dell’uguaglianza e del comunismo sarebbe per questo «meno schifoso»? Se rispondete di no, ammettete che non è il movente ma è lo sterminio a determinare l’orrore. Se rispondete di sì, fate leggermente schifo anche voi. (il Giornale)

martedì 26 luglio 2011

Default e democrazia. Davide Giacalone

I mercati, scrivono in tanti, hanno paura del debito statunitense, dell’ipotesi che la più grande potenza mondiale (economica, politica e militare) vada in bancarotta entro il 2 agosto. Non succederà e chi rischia di più siamo noi europei. La paura è alimentata dall’irrazionale, dal muoversi ondeggiante dei mercati, dal tenere gli occhi chiusi. Apriteli, invece: gli Stati Uniti non corrono alcun rischio di bancarotta. E aprite anche le orecchie: le democrazie non saranno perfette, ma funzionano assai meglio dei regimi dispotici. Nel lungo periodo, ma anche in quel tempo che è l’unico considerabile: il corso della nostra vita.

Il default statunitense può essere solo giuridico, non economico. Non c’è il rischio che non riescano a pagare i debiti contratti, alla loro scadenza naturale, ma che non possano più spendere soldi pubblici perché è stato raggiunto il tetto fissato da un voto parlamentare. Considerato che quel tetto viene periodicamente, e, da ultimo, soventemente rialzato, in modo da contenere sempre il debito reale, il problema è “solo” quello di convincere la maggioranza. Cosa rispetto alla quale c’è una difficoltà: l’attuale Presidente, quand’era senatore, diceva al suo predecessore che chiedere quei rialzi altro non era che l’ammissione del fallimento politico. Posto che i repubblicani persero le elezioni a causa della crisi, adesso vorrebbero sentire qualche parola di scuse. Insomma, non intendono concedere gratis quel che sanno benissimo essere una necessità. Specie nell’imminenza delle elezioni presidenziali e dopo che il Presidente in carica ha già perso quelle di medio termine. Tutto qui. Non è poco, ma è tutto qui. Per cui una soluzione si troverà.

La paura è alimentata dal fatto che, senza un accordo in tempi brevi, in queste stesse ore, le agenzie di rating potrebbero declassare il debito americano, considerato sicurissimo. Ammesso che avvenga, ciò porterebbe, nell’immediato, ad un rialzo dei tassi per tutti, salvo che il giudizio sarà subito rivisto, non appena un accordo si troverà. Se così andassero le cose a trovarci con le dita nello stipite saremmo noi europei, non gli americani, saremmo noi a pagare di più, non loro.

Gli Stati Uniti hanno problemi seri, a cominciare dal fatto che il loro mercato cresce (magari crescessimo allo stesso ritmo!), ma non produce nuovi posti di lavoro, non, comunque, in modo da riassorbire quelli persi negli ultimi due anni. E hanno un debito pubblico pari (leggermente più alto) al prodotto interno, con un’amministrazione che preme sulla spesa. Ma hanno anche dei punti di vantaggio, che Martin Feldstein, professore ad Harvard e già consigliere di Reagan, non manca di sottolineare: a. la pressione fiscale è considerevolmente più bassa di quella che grava sugli europei; b. c’è molta manodopera a basso costo; c. governano il dollaro, mentre noi non governiamo l’euro. Ci sono ampi margini per correggere i conti. Naturalmente la partita è politica, con la presidenza che non esclude nuove tasse (sempre con l’impostazione demagogica di colpire i più ricchi) e l’opposizione repubblicana, che ha la maggioranza al Congresso, che vi si oppone e reclama tagli alla spesa. Ma le ricette sono realmente applicabili, mica parole al vento e minacce sociali, come capita dalle nostre parti.

Inoltre, e la cosa è decisiva, i mercati possono praticare un solo tasso d’interesse per il debito pubblico dell’intera federazione, mentre da noi è la non federalizzazione del debito, quindi la possibilità di diversi tassi d’interesse, che ci espone ad ogni speculazione.

Il conflitto fra la presidenza e la maggioranza del Congresso, infine, non è una dimostrazione di debolezza, ma, all’opposto, di forza democratica. Solo da noi si pensa che i problemi economici si risolvano creando maggioranze con tutti dentro, mentre nel mondo razionale sono proprio i problemi a richiedere che lo scontro sulle soluzioni alternative sia trasparente e deciso dall’unico rappresentate degli interessi collettivi: l’elettorato. Se qualcuno, oltre Atlantico, proponesse di consegnare il governo ai tecnici sarebbe subito consegnato alla neurodeliri. I repubblicani che usano il debito per mettere in difficoltà il Presidente e quest’ultimo che usa il default per forzare la mano a chi gli si oppone non sono rappresentanti d’egoismi dissennati, ma d’interessi diversi e contrapposti. E questa è la democrazia, che può sospendersi in casi di disastri naturali o d’invasioni militari, mica su questioni che sono la ciccia vera della politica.

Il debito americano si trova in diverse mani internazionali, comprese quelle cinesi. Questo pesa. Ma sulla bilancia occorre mettere anche il fatto che più della metà della spesa militare nel mondo è statunitense. Sarà brutale da sentirsi, ma impossibile da ignorarsi. Non raggiungendo l’accordo, tenendo ciascuno duro sulle proprie posizioni, democratici e repubblicani scherzano con il fuoco, ma sulla pira ci siamo noi che, per giunta, anche quando immaginiamo d’avere pompieri europei non li dotiamo d’estintori comuni.

mercoledì 20 luglio 2011

In debito di politica. Davide Giacalone

Se il problema italiano, e del nostro enorme debito pubblico, fosse liberarsi di Berlusconi e del suo governo sarebbe facile da risolversi, tanto, oramai, si è prossimi al capolinea. Ma è una presa in giro. Ieri abbiano visto perché il governissimo è una parola priva di contenuti, oggi vale la pena allargare la riflessione al resto dei governi occidentali. In Spagna il governo è cotto, Zapatero ha annunciato che neanche si ricandiderà, eppure non si mette in dubbio la sua legittimità attuale. La signora Merkel non vince un’elezione manco per sbaglio, ma sfida l’opposizione e punta alle prossime elezioni politiche dicendo che se lei ha le idee confuse gli altri non ne dispongono proprio. Sarkozy punta sul pancione, e sul fatto che i socialisti non sono in grado di gonfiare neanche quello. Cameron era in minoranza già il giorno delle elezioni. Obama ha il conto alla rovescia che corre e, se non trova un accordo con i repubblicani, che hanno la maggioranza al congresso, avrà presto un debito pubblico fuorilegge. Possibile che l’Italia viva tanto fuori dal mondo da credere seriamente che il problema sia liberarsi di Berlusconi, o, all’opposto, di dare a Berlusconi il potere che gli manca?

Solo la miope miseria del nostro dibattito interno può far credere una cosa del genere. E, del resto, come giusto ieri avvertivamo, se il calo in borsa era da considerarsi una bocciatura del governo un suo successivo rialzo vale la promozione? Quante volte si fanno, questi scrutini? Mi trovo in Cina e leggo sui giornali italiani che il ministro degli esteri sarebbe venuto qui a confortare i creditori sull’affidabilità del debito pubblico italiano. Ma quando mai?! L’Italia è un debitore affidabilissimo, con un patrimonio molte volte superiore al debito, che non ha mai mancato di rimborsare un solo centesimo e non lo ha mai fatto con un solo giorno di ritardo. L’Italia, da questa parte del mondo, è vissuta come ricchezza. I discorsi più realistici e fiduciosi, sulle cose che siamo stati capaci di fare, li pronuncia il ministro degli esteri cinese, non quello italiano.

Il nostro debito pubblico non è un problema degli altri, ma nostro. Siamo noi che ne paghiamo il prezzo, gli altri incassano. E siamo affidabili. Abbiamo a portata di mano un governo che ne assicura una più saggia gestione? No. Abbiamo un’opposizione che sappia rimproverare il governo per le cose che non ha fatto e che prometta di farle? No. Il nostro problema è di essere un Paese bloccato da una resa dei conti sul passato, da una diatriba su quel che è già successo. I guasti del governo li vediamo, ma quelli dell’opposizione sono giganteschi. Nelle democrazie il crollo di un governo non è un dramma, se c’è chi è in grado di prenderne il posto, ma non è il nostro caso.

E’ vero che gli italiani hanno l’anima colma dall’arrogante insipienza della politica dominante. Ma quello di cui difettano è l’alternativa. Guardiamo al resto del mondo, e accorgiamoci che le cose non sono, altrove, più allegre. Il che non c’induca a rassegnarci, ma, almeno, ad avere un minimio di rispetto per la realtà.

lunedì 18 luglio 2011

L'Altra Italia. Davide Giacalone

Liberale sarà lei! Oh direttore. E non s’azzardi oltre a inserirmi nella pattuglia di quanti a quella cultura si richiamano. Per essere più convincente farò alcuni esempi, pregandola di arrivare fino in fondo, talché mi sia possibile dirle dove passa il confine fra l’Italia che, da tempo, s’esibisce sul palcoscenico della politica e quella che pensa la politica sia una cosa seria.

La manovra economica del governo e l’atteggiamento accondiscendente dell’opposizione, a ciò indotta dall’orientamento politico del Quirinale, dimostrano, ancora una volta, che l’Italia si muove quando è pressata da vincoli esterni. Come lo scolaro somaro, insomma, che non studia per interesse o passione, ma a seguito degli scapaccioni che riceve. Il vincolo esterno, questa volta, è rappresentato da un presunto attacco speculativo contro l’Italia. In realtà si tratta del fatto che l’euro, la moneta che abbiamo in tasca, ha squilibri strutturali e la sola idea che possa essere nelle mani di cittadini che pagano tassi d’interesse, sul debito del loro Paese, distanti fino a dieci punti fra di loro è un assurdo. Ma tant’è: basta che altrove si dica che le colpe sono nostre che tacchete, in casa il governo procede a fare l’unica cosa che sanno fare i disperati: tassare. Si sarebbe potuto, e si potrebbe, invece, fare tante cose utili e rivoluzionarie, capaci di aprire un futuro rigoglioso. Esempi.

1. Anziché parlare di tagli alle pensioni, praticandoli con insensato sadismo, si potrebbe ragionare di riforme serie. Con la manovra governativa si dovrà attendere il 2030 per avere la parificazione dell’età pensionabile di donne e uomini, e il 2050 perché si ritirino dal lavoro a 70 anni. Nel frattempo le impiegate pubbliche parificano alla svelta l’età con i colleghi maschi, perché a ciò ci costringe una (giusta) sentenza europea. Si poteva fare in tempi identici, così smorzando un dibattito che rischia di durare tra i 15 ei 35 anni. Che alla sola idea mi sento male.

2. Sempre in tema di pensioni, si dovrebbe cancellare la reversibilità, ovvero la pensione lasciata in eredità ai vedovi. Non per colpire le belle slave che sposano i nostri vecchietti, rinvigorendo in loro l’amore per la famiglia, ma per prendere atto che la società è cambiata, le famiglie non sono quelle di una volta e le donne non c’è proprio motivo di considerarle minorate. Lo so, la sola idea fa impazzire sindacati e sinistra, ma si potrebbe ricordare loro chi introdusse le pensioni di reversibilità: Benito Mussolini. In cambio si deve dare ai lavoratori minore pressione contributiva, di modo che abbiano risparmi da potere investire, se lo vogliono, in pensioni integrative per sé e per i propri familiari. Della serie: sono persone adulte, capaci di decidere.

3. Si parla tanto di privatizzazioni, ma noi amanti del mercato c’insospettiamo. Abbiamo già vissuto la stagione delle privatizzazioni fatte malissimo, utili solo a trasferire ricchezza pubblica in poche tasche private. Si deve vendere non ciò che produce utili, o, almeno, non per prima cosa, ma quel che produce guasti. E senza acquirenti protetti. Esempio: si venda la Rai, territorio di lottizzazioni e sprechi, in modo da rendere più forte la concorrenza a Mediaset. Perché mi guarda così, direttore? E’ stato lei a darmi del liberale, così impara. Si vende quel che crea mercato e aumenta la competizione, non quello che consente rendite a privati profittatori.

4. Oltre a privatizzare si deve esternalizzare. La gran parte della spesa pubblica potrebbe essere compressa se fosse amministrata da chi deve trarne profitto, anziché clientele e quella roba che chiamano “pace sociale” e in realtà è dilapidazione infruttuosa. Se prendete interi settori di spesa (il personale scolastico, o quello sanitario) e dite a un gestore privato: ti do il 95% di quel che ho speso l’anno scorso e voglio maggiore efficienza, quello corre. Anzi, corrono in tanti.

5. A scuola si scateni il merito, con gran tripudio per i ragazzi. Si prendano gli insegnanti che dettano le soluzioni ai test Invalsi e li si licenzi, in tronco. Si abolisca il valore legale del titolo di studio. Si adottino i libri digitali e si doti ciascuno studente di un computer. Ci costa meno della baracca che teniamo in piedi.

6. Con il debito pubblico che abbiamo non possiamo permetterci di veder crescere il pil solo all’1%. Quando va bene. Non sto a farla palloccolosa, ma è matematica. Come si fa a crescere di più senza drogare il mercato con spesa pubblica aggiuntiva? Liberalizzando e facendo trionfare la meritocrazia, nel mercato, negli studi, negli orari e nelle professioni.

7. Deburocratizzare è impossibile se non capovolgiamo il paradigma: non è lo stato che deve assicurare che sono onesto e non avveleno i clienti, sono io che garantisco, poi, se mi trovano a sgarrare, mi fanno chiudere. Qui, invece, con la smania dei controlli, fioriscono solo le mazzette.

Si è stufato, direttore? Potrei continuare per ore. Sa quali sono le due italie? Una è quella di Machiavelli, che crede esistano idee per le quali vale la pena combattere, l’altra è quella di Guicciardini, che crede valga la pena sbattersi solo per il proprio “particulare”. I cavoli propri. Tutti hanno sentito nominare il primo, ma la stragrande maggioranza è seguace del secondo. Compreso il mondo politico che vedo alla ribalta.

Sicché, direttore, lo ammetto: lei ha ragione. Siamo pochi, isolati, non contiamo un piffero. Però siamo contenti, perché a noi piace l’Altra Italia.

giovedì 14 luglio 2011

Bidoni bipartisan. Davide Giacalone

Quel che serve all’Italia, per sottrarsi al mirino della speculazione e per riprendere la via di uno sviluppo meno asfittico, lo sappiamo bene, ma non si riesce ad agguantarlo. A chiacchiere concordano in molti, ma alla prova dei fatti le opposizioni s’oppongono, com’è naturale, e le maggioranze si spaccano. A turno. Dopo i fasti del bipolarismo millantato e del maggioritario tradito, s’è preso a parlare di politiche “bipartisan”. C’è la crisi? C’è la ripresa? C’è bisogno di riforme? La risposta è sempre quella parolina magica, per giunta in idioma non autoctono: bipartisan. Non ci credo. Anzi, è una truffa.

Nella cultura italica l’emergenza si cronicizza e offre la base per quel che più piace al mondo cattolico e alla sinistra: il governo di tutti. Un afflato di fratellanza. Uno sforzo comune. Un tempo si chiamava in modo più schietto: consociativismo, e gli dobbiamo la gran parte di quel debito pubblico che non riusciamo a toglierci dal groppone. Ebbe dei meriti, il consociativismo, perché l’Italia visse in modo dilaniante la guerra fredda ma non cedette né alla guerra civile né all’autoritarismo. Onore al merito. Ma è stato costoso. Ora, di grazia, che ci facciamo con il bipartisan?

Abbiamo bisogno di mercato, privatizzazioni, competizione, di tagliare la spesa pubblica e riqualificarla, esternalizzandone la gran parte della gestione (vale anche per scuole e ospedali), e chi dovrebbe farla, questa roba, un accordo bipartisan fra chi è contrario alla gestione privata dell’acqua e chi è favorevole ma non ha il coraggio manco di dirlo? Guardiamo ad una partita aperta, quella delle pensioni: si discute sull’alzare l’età pensionabile, a partire da un mese in più dal 2012. Ma vi pare serio? E’ più doloroso discutere per due anni di un mese in più, di cui non s’accorge nessun lavoratore, piuttosto che alzare di botto l’età, spiegando che, altrimenti, i giovani non avranno nulla e il sistema va in bancarotta perché non sostenibile. Ecco, se avessimo misure di questo tipo sarebbe ragionevole l’accordo bipartisan. Ma vi ricordo che la volta scorsa il centro destra spostò lo scalone nel futuro lontano, e il centro sinistra lo cancellò del tutto, mettendolo in conto ai precari. Se questi sono gli istinti da far concordare, meglio che si prendano a sediate in testa.

Piacerebbe anche a me un bel governo di concordia e salvezza nazionale, capace di mettere in pratica le cose che le persone ragionevoli, di destra e di sinistra, si dicono da anni nei convegni senza pubblico e senza che i giornalisti sappiano raccontare altro se non le tartine del rinfresco. Ma non è alle viste. Allora, volete sapere cosa è veramente bipartisan, dalle nostre parti? La necessità di obbedire a vincoli esterni. Il Presidente della Repubblica sapeva bene che istituzioni europee sarebbero intervenute per non vedersi messe in difficoltà da un attacco all’Italia, il governo sa bene che il debito pubblico è sostenibile, ma non per questo accettabile (a quei livelli), sicché è partito l’appello alla concordia, subito raccolto perché il collante, appunto, viene dal vincolo esterno. Collante che funziona anche per la guerra in Libia, una delle più eclatanti manifestazioni di subalternità politica dell’Italia. Ma mai che questo si verifichi nel cercare di rendere meno corporativo, anchilosato, arretrato e demenziale il nostro mercato interno del lavoro, della produzione, dell’istruzione e del fisco.

Non ci riescono nemmeno nel far mostra di tagliare i costi della politica, qui e ora, non altrove e in futuro. Bipartisan, invece, è il voto per salvare le province. Non ci riescono perché la gran parte della popolazione parlamentare è culturalmente cresciuta (si fa per dire) nell’avversità al mercato e s’è materialmente mantenuta (bene) fuori dal mercato. La cosa più bipartisan che riescono a concepire, quindi, è il conto da far pagare. Non è cotto (solo) il governo, è stracotto un intero mondo politico.

martedì 12 luglio 2011

Considerazioni di un piccolo giornale sui contributi all'editoria. L'uovo di giornata

La notizia è di ieri, il giorno del crollo delle borse nazionali. Quando si lanciavano, parametri economici reali e non virtuali alla mano, i primi allarmi che anche noi rischiamo di fare la fine della Grecia. E si riferisce ai dati di una inchiesta pubblicata sul numero corrente del mensile free press Pocket (ma a onor del vero resi pubblici anche sul sito del governo) che analizza come sono stati spartiti i circa 160 milioni di euro che nel 2009 (ultimo dato disponibile) giornali di partito e di cooperative hanno ricevuto come contributo diretto dal Dipartimento per l’Informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ve li riportiamo.

Nel 2009 il quotidiano Europa ha intascato dallo Stato oltre 3 milioni e mezzo di euro, vale a dire quasi 3 euro per ognuna delle copie vendute, che complessivamente sono state 1.284.425.

Il Secolo d’Italia (Fini e compagni, almeno fino a qualche mese fa) ha ricevuto un contributo di 3 milioni di euro: quasi 6 euro a copia per un venduto complessivo di 521.278 copie nel 2009.

L’Unità ha intascato 6.337.209 di euro, La Padania 3.896.339, Il Foglio 3.441.668, Liberazione 3.340.443, Cronache di Liberal 2.798.767.

E ancora: fra le testate edite da cooperative di giornalisti o da imprese la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali figura Avvenire a cui sono stati erogati 5.871.082 di euro, ma c'è anche Italia Oggi che ha intascato 5.263.728 euro e Il Manifesto 3.745.345 euro.

Come se non bastasse, nel lunghissimo elenco (oltre 250 testate) dei giornali che ricevono il contributo di Stato figurano Il Romanista, Italia ornitologica, Lampade viventi nella Chiesa, Suono Stereo Hi Fi, Motocross, Il Mucchio Selvaggio, Il Granchio, Superpartes in the world e molto altro. Per non parlare di Radio e Tv, dove saltano all'occhio i finanziamenti ottenuti da Red Tv, 3.494.140 euro, Radio città futura o Radio Radicale, per citare solo quelle più politically oriented.

Come vengono erogati questi contributi? Fino ad oggi l’entità della regalia pubblica non era determinata dal numero di copie vendute in edicola o tramite abbonamenti, ma sommariamente dal numero delle copie tirate. Fregandosene di qualsiasi regola del mercato e di qualsiasi rapporto tra domanda ed offerta di un bene, fino all’anno scorso bastava tirare il numero maggiore possibile di copie per ottenere un finanziamento maggiore possibile di denaro pubblico.

Ma dal prossimo anno la storia dovrebbe cambiare. Si spera. E l'apporto del finanziamento dovrebbe commisurarsi al numero reale di copie vendute.

Nessuno come noi sa quanto difficile sia di questi tempi tirare avanti una attività editoriale. Anche per questo fin dall'inizio decidemmo di fare quel che oggi per molti editori americani è una realtà: rinunciare alla carta. Oggi – dopo 4 anni – abbiamo in media 1 milione e 900mila visitatori unici all’anno e nessun finanziamento pubblico. Di questo almeno un poco fateci andare fieri. (l'Occidentale)

martedì 5 luglio 2011

05/07/11 18:03:24 Manovra, Berlusconi ritira norma Lodo anche se giusta. Teleborsa

"Nell'ambito della cosiddetta Manovra è stata approvata una norma per evitare attraverso il rilascio di una fideiussione bancaria il pagamento di enormi somme a seguito di sentenze non ancora definitive, senza alcuna garanzia sulla restituzione in caso di modifica della sentenza nel grado successivo". Ad affermarlo il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sulle polemiche scaturite dalla norma salva-Mediaset inserita all'ultimo minuto nel decreto. "Si tratta di una norma non solo giusta ma doverosa specie in un momento di crisi dove una sentenza sbagliata può creare gravissimi problemi alle imprese e ai cittadini. Le opposizioni hanno promosso una nuova crociata contro questa norma pensando che, tra migliaia di potenziali destinatari, si potrebbe applicare anche a una società del mio gruppo. Si è prospettato infatti che tale norma avrebbe trovato applicazione nella vertenza CIR - FININVEST dando così per scontato che la Corte di Appello di Milano effettivamente condannerà la Fininvest al pagamento di una somma addirittura superiore al valore di borsa delle quote di Mondadori possedute dalla Fininvest. Conoscendo la vicenda ritengo di poter escludere che ciò possa accadere e anzi sono certo che la Corte d'Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un'assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali. Per sgombrare il campo da ogni polemica ho dato disposizione che questa norma giusta e doverosa sia ritirata. Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura".

venerdì 1 luglio 2011

La destra fa i conti, la sinistra i racconti. Marcello Veneziani

Ettore Scola, premiato alla Milanesia­na, va sul podio e alludendo alla vitto­­ria della sinistra, dice:«Ho notato a Mila­no un’aria diversa». Che miracolo. Pisa­pia, tutto il male porta via. Sarebbe facile replicare che la sua è una sensazione fon­data sul nulla, pura fuffa psicologica e ideologica.Ma quell’impressione diven­ta favola metropolitana ed è la spia di un’attitudine: la sinistra ha il monopo­lio del racconto. Cosa significa? Che la sinistra diffusa detiene la rappresenta­zione del Paese, indica il clima, le meta­fore, gli eroi e gli infami, la storia e la criti­ca, i codici di linguaggio, i giudizi e i pre­giudizi. Non credo che sia frutto di un disegno prestabilito ordito da chissà quale Botte­ga Oscura, ma di una sintonia che passa dalla politica e dalla cultura, dai giornali alla tv, da attori e autori a registi e comi­ci, a volte giudici.

È una macchina del fango e dell’incenso che fabbrica miti e demoni, accredita o discredita perso­naggi e opere, veicola dogmi e paradig­mi. Un tempo il monopolio del racconto si chiamava supremazia ideologica, o egemonia. Oggi si chiama con Vendola narrazione. Certo, coi racconti non si go­verna un Paese, non si affronta la realtà ma la si inscena.Si sostituisce ai fatti l’im­pressione, alla realtà la fiaba o il film. Viceversa, il centro-destra non sa rac­contare la realtà e se stesso, oscilla tra la cruda realtà e l’evasione.Per dirla in me­­tafora, oscilla fra Tremonti e Signorini, eccellenti nei loro rispettivi campi.

A vol­te insegue con affanno il racconto avver­so, lo contrasta, tenta di smontarlo, ma non ne produce uno suo, gioca in difesa; anche perché l'industria del racconto gli è ostile. Berlusconi ha l’hardware della comunicazione, non il software, ne con­trolla la proprietà e il commercio, non i messaggi e la cultura. È la sinistra a rac­contare l’Italia, a narrare il Bordello o la P4, a rappresentare gli italiani, ieri degra­dati e oggi rinati, solo grazie a un esito elettorale. Tremonti conta, la sinistra racconta. Questa disparità fotografa una sinistra inabile ad affrontare la realtà e a gover­narla, ma abile a raccontarla e a trasfigu­rarla. (il Giornale)

giovedì 30 giugno 2011

Quando è la sinistra a essere accusata di rubare. Michele Fusco

Mi dispiace sinceramente quando uno di sinistra viene accusato di essere un ladro, ho ancora l’idea che uno di sinistra debba essere più onesto degli altri, senza esserne migliore. Quindi i comportamenti disgiunti dalla morale. O dai moralisti. Solo una banalissima questione di stile. Come ha opportunamente sottolineato Gad Lerner su Repubblica, non si capisce come il responsabile del trasporto aereo del Pd potesse mai sedere nel cda di Enac, in clamoroso conflitto di interessi. Anche qui, temo c’entri lo stile.

Sono ancora più addolorato (e anche sorpreso) nell’osservare le reazioni di quelli di sinistra quando un amico, un collega, un sodale, viene pizzicato nel grande mondo delle tresche. Dire che minimizzano è poco, si limitano alla stitica e abusata «la giustizia faccia il suo corso, abbiamo piena fiducia nella magistratura», per poi rinchiudersi ingenuamente nel grande mondo degli inconsapevoli. Siamo al punto che Bersani è riuscito a dire che Pronzato non era stato portato da lui (peraltro cosa vera). Altro?

Se per un mero calcolo statistico, è inevitabile pensare che prima o poi anche uno di sinistra (ci) cascherà, i numeri non potranno mai raccontare quella terra di nessuno in cui certi uomini di sinistra coltivano i propri rapporti con i portatori di denari, quei personaggi, discussi e discutibili, che si occupano di irrobustire le casse del partito o di associazioni vicine al partito.

State leggendo probabilmente delle inchieste che coinvolgono tal Morichini, amico stretto di Massimo D’Alema, il quale si è messo a collaborare con i giudici. Orbene, nelle carte dell’inchiesta si dice che parte di questi denari finivano nella casse della Fondazione Italiani Europei che è presieduta appunto da D’Alema. La Fondazione si è persino stancata nel ripetere che ogni centesimo è a bilancio, che non ci può essere traccia di malversazione alcuna, che tutto insomma è trasparente. Ma il problema non è qui, non è nella liceità amministrativa dei comportamenti.

Il problema è restare con i piedi dentro il mondo, sapere cos’è il senso di responsabilità, delegare nulla della propria condizione politica, non permettere che le persone che ci scegliamo come amici, o presunti tali, possano anche solo per un momento mettere in difficoltà l’integrità di una formazione politica che è composta dal sudore, dalla fatica, dalle idee, dalla dignità, dalla pulizia morale dei molti che ci credono e che si appassionano. È chiedere troppo, gentile Massimo D’Alema, è disturbare troppo il vostro lavoro, gentile Pierluigi Bersani?

Ci ricordiamo bene quell’«abbiamo una banca» che raccontava perfettamente una provincia delle idee che spesso accompagna questa povera sinistra. Non si è così ingenui da pensare che l’economia e le sue dinamiche non debbano appartenere a un partito importante come il Pd. Ma perdiana, abbandonate quell’idea bislacca per cui lo sbarco nei poteri forti debba avvenire con dinamiche da Totò e Peppino, perché altrimenti «con questi dirigenti non vinceremo mai», morettianamente parlando.

Lo stile viene persino prima delle idee. È chiedervi troppo? (Linkiesta)

Consiglio nazionale del Pdl on line

Domani, venerdi 1° luglio, possiamo seguire la diretta on line del Consiglio nazionale del Pdl, convocato da Silvio Berlusconi per la formalizzazione della nomina a segretario politico del Pdl di Angelino Alfano.

Appuntamento sul sito del Pdl www.pdl.it a partire dalle ore 10.

http://www.pdl.it/

Su la testa. Davide Giacalone

Tutti guardano alla partitella italiana, che sarà sospesa per l’ora di pranzo e ripresa con comodo, mentre pochi s’accorgono che la più grossa questione riguarda l’euro, in una gara che non si ferma e non prevede clemenza. Oggi gli occhi sono rivolti verso il Consiglio dei ministri, accompagnato dalla solita gnagnera sui contrasti interni. Intanto portano a casa un grandioso risultato di comunicazione: fra dolori annunciati e che non saranno arrecati e benefici promessi che non saranno mantenuti, tutti, alla fine, saranno disturbati e delusi, pur cambiando poco e niente. Non è facile, ma ci si riesce. L’importante è che ci sia collegialità.

Le cose vanno nel senso qui anticipato: nell’immediato modeste correzioni dei conti, salvo previsione di più massicci interventi, a valere entro tutto il 2014. Saluti e baci. L’ammontare complessivo dell’operazione è nell’ordine di 47 miliardi. L’approssimarsi della lama, incaricata dei fatidici tagli, crea terrore, urla e svenimenti. Salvo il fatto che da dietro s’avanza una mannaia e nessuno dice niente. Si fa finta di dimenticare alcuni elementi, che, come vedremo, travolgono non solo noi, ma l’euro.

Se 47 miliardi, in tre anni, sembrano tanti, ci si ricordi che per il solo differenziale dei tassi d’interesse sul debito pubblico ne paghiamo, ogni anno, 35 più dei tedeschi. Detto in modo diverso: i nostri concorrenti raccolgono denaro, sul mercato, con un vantaggio di più del 2%. Hai voglia a far crescere la produttività e il pil, per recuperare! Questa settimana il differenziale, spread, ha toccato un record: 223 punti base. E’ salito di 8 punti base (poi calati), che fanno 1,28 miliardi l’anno (il conto è della serva, perché si deve fare la media dei titoli già venduti e della loro scadenza, ma serve a capirsi). A ciò si aggiunga un dettaglio: la spesa media per gli interessi, calcolata in percentuale al pil, è costantemente scesa, dal 1995 al 2009, ma, contemporaneamente, il debito è costantemente cresciuto (passando velocemente dalle mani dei nostri cittadini a quelle d’investitori internazionali). Non è un miracolo, ma l’effetto dei bassi tassi d’interesse. Davanti a noi abbiamo un tempo in cui è ragionevole prevedere che quei tassi crescano. Morale della favola: si discute di 47 miliardi in tre anni, ma basta un niente che muova la mandria dei mercati e ce li rimettiamo in un anno solo, sull’unghia. Gli oneri del debito, sia chiaro, non sono spese che si rimandano: si paga tutto e subito.

E’ uno scenario di tipo greco? Assolutamente no. La Grecia equivale al 4% del debito europeo. Una pagliuzza. Noi abbiamo un peso decisamente diverso (cumulando debito pubblico e privato, più o meno quanto i tedeschi). Attaccare la Grecia significa costringere i governi europei a salvare le loro banche (specialmente tedesche e francesi), quindi lucrare sulla loro incapacità di conciliare una moneta unica con tanti debiti nazionali, per giunta assistiti da diversi tassi d’interesse. Attaccare l’Italia significa radere al suolo l’euro. Questo ci rende sicuri, ma, al tempo stesso, stuzzica il sadismo speculativo delle agenzie di rating, che già sbavano all’idea di declassare il nostro debito e vedere un po’ l’effetto che fa, vale a dire incassare soldi del contribuente italico.

Ciò che occorre fare è azionare contemporaneamente due leve: quella delle riforme interne, in modo da cambiare natura alla spesa pubblica, e quella delle relazioni internazionali, tanto per chiarire che non siamo i più fessi del globo e che già la guerra in Libia ci sembra abbastanza, in termini di cavolate fatte per danneggiarci. Invece che passare il tempo a discutere sull’essere il Tizio bollito, il Caio brasato e gli altri fritti, che se è questo il livello espressivo cui i governanti giungono non fanno che rendere desiderabile il silenzio, sarà meglio che ci si ricordi di avere un posto nel mondo e di essere una delle grandi potenze economiche, il che esclude l’accodarsi scodinzolante agli ordini di qualche autorità europea, governata da chi non sarebbe chiamato a guidare manco il paesello natio.

Paghiamo le nostre responsabilità per un debito giunto al 120% del pil, ed è giusto. Ma non possiamo prepararci a pagare anche quelle di chi non ha ancora capito che senza un debito federale non ha senso una moneta federale. Spesa, per giunta, finanziando una guerra contro i nostri interessi. Su la testa.

mercoledì 29 giugno 2011

Il male delle toghe. Tato Tripodo

Quando mi si racconta che la magistratura in Italia è scevra da condizionamenti politici se non addirittura essa stessa motore della lotta politica senza frontiere io non ci credo. Non ci credo non per partito preso ma perché in tanti anni ho visto molte cose che mi portano a conclusioni di senso opposto. Proverò di seguito a fare delle domande nella speranza che qualcuno sappia darmi una risposta convincente e così porre un definitivo punto alle mie manie circa l’esistenza di una lobby in magistratura.

Ad esempio, è vero che il pm milanese Francesco Greco esortò i colleghi di Magistratura democratica ad abbattere lo Stato borghese? E se si in che modo intendeva abbatterlo? E perché?

È vero che capita spesso che durante manifestazioni di protesta a tinte rosse, viola o per ultimo arancione, ogni qual volta accadono tafferugli, violenze, lesioni e danneggiamenti, i colpevoli vengono quasi sempre rilasciati dai giudici con le più svariate motivazioni, quasi a voler legittimarne la protesta violenta?

È vero che alle Frattocchie si studiava il politichese comunista e che a quella scuola furono inscritti molti magistrati in servizio? Il magistrato Petrella eletto nelle file del Pci sin dal 1972 aveva la tessera del partito ancor prima della sua elezione? Massimo Saverino sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione era inscritto al Partito comunista con la tessera 2192226? E lo stesso Severino condusse importanti indagini contro gli oppositori del Pci?

E’ vero che Falcone andava criticato, osteggiato, isolato e delegittimato perché nell’ambito dell’indagine dell’omicidio La Torre, indagava sulle ombre illecite o presunte tali dell’attività del partito comunista e delle coop rosse in Sicilia? A tal proposito L’Unità recitava: “Falcone preferì insabbiare tutto” e La Repubblica invece: “Falcone è un vanitoso, un montato, uno che assomiglia ai guitti televisivi”.

E’ vero che Mario Almerighi, ex presidente dell’Anm così recitava nell’occasione della formazione dell’ultimo governo D’Alema: “Siamo pronti ad offrire alla politica un ramoscello d’ulivo ma tutto dipenderà dalla scelta del nuovo ministro della Giustizia…” ( ma da quando la magistratura deve indicare i ministri?) “ma se venisse scelto un infiltrato dell’altro polo che porta avanti le teorie sulla separazione delle carriere tutto si affosserà” (se non era una minaccia questa).

E’ vero che Tiziana Parenti fu costretta a lasciare il pool di Milano per aver indagato ai tempi di Mani pulite sulle coop rosse? E’ vero che la Forleo fu oggetto di provvedimenti disciplinari e di trasferimento per incompatibilità col foro per aver indagato su Piero Fassino?

Io credo di avere buone ragioni per ritenere che parte della magistratura conduca una lotta politica senza confini pur di ottenere il raggiungimento dei suoi scopi. (the Frontpage)

martedì 28 giugno 2011

Gli italiani e la povertà nata dalla ricchezza. Massimo Fini

Questa storia che gli italiani stiano diventando poveri, di una povertà insopportabile, mi convince fino a un certo punto. Nei ’50, a parte una sottile striscia di alta borghesia che si guardava bene dall’ostentare, eravamo tutti più poveri della media di coloro che oggi sono considerati tali.

Certo, avevamo molte meno esigenze. I bambini non venivano iscritti ai corsi di tennis, di nuoto, di danza. Noi ragazzini giocavamo a pallone nei terrain vague dove anche ci scazzottavamo allegramente (era la nostra “educazione sentimentale”) e tornavamo a casa la sera con le ginocchia nere e sbucciate (chi mai riesce, oggi, a vedere un bambino, vestito col suo paltoncino, come un cane di lusso, con le ginocchia sbucciate?).

A nuotare (parlo di Milano) si andava all’Idroscalo oppure, durante le vacanze scolastiche, accompagnati dalla mamma (il padre rimaneva in città, perché allora per mantenere la famiglia bastava uno solo) sulla Riviera di Ponente. Gli adulti non sognavano i Caraibi, non sapevamo nemmeno che esistessero. Vivevamo in un mondo circoscritto. La fabbrica o l’ufficio, a Milano, erano quasi sempre vicino a casa. In altre zone del Paese invece si doveva fare anche 30 chilometri. Allora si inforcava la bicicletta, che a quei tempi era un mezzo di locomozione (negli anni Trenta avevano la targa, come le automobili) e non un gadget per tipi snob.

In compenso non c’era bisogno di fare jogging. Eppoi la povertà aiuta la povertà. Passava lo strascè (“strascè, strasciaio”) e gli buttavi dalla finestra qualche vecchio lenzuolo bucato. Passava l’arrotino e ti affilava i coltelli per poche lire. Veniva il contadino (la città era ancora compenetrata con la campagna) e ti portava le uova, i pomodori, la frutta. Essere poveri dove tutti, più o meno, lo sono non è un dramma e nemmeno un problema. Quando uno ha da abitare, da vestire, da mangiare (nessuno nei ’50 moriva di fame, anche se la minaccia paterna, dopo la marachella, “Stasera vai a letto senza cena”, non era da prendere sottogamba), gli amici, la ragazza e, più tardi, una moglie e dei figli, cosa gli manca per essere non dico felice (parola proibita, che non dovrebbe essere mai pronunciata), ma almeno sereno?

La povertà nasce con la ricchezza. Quando una fetta consistente della popolazione la raggiunge. Innanzitutto per la concreta ragione che tutti i prezzi dei beni essenziali si alzano. Lo si vede bene nella Russia di oggi dove accanto agli Abramovich ci sono professori universitari che col loro stipendio ci comprano un mezzo pollo. Nei ‘50 e nei primi ‘60, in Italia, un pasto completo in trattoria con una bottiglia di buon Barbera costava 250 lire che, anche fatta la tara dell’inflazione, non hanno nulla a che vedere con i 25/30 euro con cui si paga oggi una pizza. Gli affitti erano abbordabili, oggi bisogna strangolarsi di mutui per andare ad abitare nell’anonimato dell’hinterland.

Inoltre scatta il meccanismo dell’emulazione, dell’invidia, su cui del resto si basa l’intero nostro modello di sviluppo. Raggiunto un obiettivo bisogna inseguire immediatamente un altro e poi un altro ancora – a ciò costretti dall’ineludibile meccanismo produttivo, che ci sovrasta – e, sempre inappagati, non possiamo mai raggiungere un momento di equilibrio, di quiete, di serenità. Ludwig von Mises, il più estremo ma anche coerente teorico dell’industrial-capitalismo, rovesciando venti secoli di pensiero occidentale e orientale, ha affermato: “Non è bene accontentarsi di ciò che si ha”. Ha interpretato lo spirito del tempo coniugato con le esigenze del sistema. Ma poiché “ciò che non si ha” non ha limiti abbiamo creato il meccanismo perfetto dell’infelicità. (ariannaeditrice)

venerdì 24 giugno 2011

Il matto e lo scemo. Davide Giacalone

L’egolatria di Marco Pannella è smisurata, comprendendo anche l’ipotesi di tirare le cuoia in una delle battaglie nel corso delle quali utilizza il proprio corpo come un’arma non violenta, ma, almeno, il grande capo radicale conserva passione e lucidità politica. L’egolatria di altri politici non scherza, al punto d’intestare a sé stessi i propri partiti, ma difettano largamente di idee e idealità. L’odierna campagna pannelliana, contro l’inciviltà delle nostre galere, dovrebbe muovere non a compassione per l’arsura delle sue carni, ma a indignazione per l’aridità mentale e morale di un vasto mondo politico.

Pannella digiuna e non si disseta per testimoniare le condizioni disumane in cui vivono i detenuti. Ha ragione, ma questa è solo una parte del problema. La più feroce inciviltà consiste nel fatto che più della metà della popolazione carceraria non sta scontando una pena, ma attende di sapere se sarà condannata o considerata innocente. Il malocarcere può essere considerato, con abbondanti egoismo e grettezza, un problema dei carcerati, posto che nessuno pensa mai di finire nelle fila di chi vi soggiorna ingiustamente, ma la malagiustizia è un problema certamente collettivo, con enormi costi sociali ed economici.

Le più grandi forze politiche votarono, nel 2006, un indulto. Lo votarono il Partito Democratico come Forza Italia, la maggioranza di centro sinistra, che allora governava, come anche la destra (ad esclusione della Lega). Lo fecero con un riferimento ipocrita alle parole di Giovanni Paolo II (pronunciate quattro anni prima), sollevando il problema del sovraffollamento. Era vero allora com’è vero oggi. Chi votò con quelle motivazioni dovrebbe rivotarlo oggi. Io ero contrario allora e resto contrario oggi, perché l’indulto non risolve un bel niente, come si è puntualmente e dolorosamente dimostrato. Vado oltre: cancellerei la possibilità stessa dell’indulto, vale a dire di uno sconto sulla pena che ha un sapore dispotico ed è uno strumento che non cambia di un capello la condizione della giustizia. Tutte cose già scritte.

C’è una cosa, però, che sappiamo tutti, che è chiara a tutte le persone solo lontanamente ragionevoli: la nostra giustizia è in bancarotta, capace solo di disonorare gli indagati, di piazzare sui giornali le intercettazioni (qualche volta ridicole), ma poi incapace di celebrare processi e impartire condanne e assoluzioni in tempi accettabili, sappiamo, quindi, che una volta riformata la giustizia si dovrà toglierle dal groppone il peso assassino dell’arretrato. E questa si chiama: amnistia. Non estingue la pena, estingue il processo estinguendo il reato. Un’ingiustizia, uno sfregio, un’offesa agli onesti, ma pur sempre meglio della putrefazione a cielo aperto. L’indulto si fece senza alcun cambiamento, l’amnistia non può che essere il frutto di una radicale riforma.

Se la politica esistesse, se non fosse il mestiere del parlare a vanvera e sopravvivere a sé medesimi, questo sarebbe un problema da affrontare. Quel pazzo di Pannella non mangia e non beve? Lo si usi. Con cinismo, con freddezza, pari al cinismo e alla freddezza con cui lui pianifica le sue campagne. Lo si usi perché ha ragione, perché è vero quel che dice, anche quando straparla. L’egolatria non pannelliana, invece, impone di parlare di giustizia solo a proposito dei processi che riguardano sé stessi e il proprio mondo, con il risultato di perderci la faccia e non cambiare mai nulla.

Invece che corteggiare Pannella per le alleanze elettorali, dove non conta nulla, sarebbe meglio avvicinarlo per queste partite, dov’è più credibile di altri. E anche se lui eviterà di crepare di sete noi rischiamo comunque di annegare in un mare di palta giudiziaria, con la somma ridicolaggine di un’indagine sulla violazione del segreto investigativo che s’è trasformata nell’inesauribile fontana di atti giudiziari offerti alla pubblica ricerca di qualcosa che somigli allo straccio di un reato. Pannella è matto, ma chi non capisce quanto convenga dargli spazio è scemo.

giovedì 23 giugno 2011

I batteri Gigi e Lele sono mortali. Marcello Veneziani

Non mi piace il magico mondo di Lele Mora e tutto quel circo di carne e va­nità che gli ruota intorno, fino ai poteri forti. Non mi piace la ragnatela di Gigi Bisignani e quell'intreccio di nomine e affari, cordate, gossip e poteri furbi. Mi sento estraneo ai due mondi più di un eschimese. Però non mi piace crimina­lizzare chi frequenta circhi e ragnatele, lobby e comitive gaudenti come se fosse­ro mafie e bande armate. Non mi piace mettere alla gogna chi ha avuto fugaci e occasionali rapporti telefonici o soltan­to ludico- pettegoli con i batteri Gigi e Le­le.

Non mi piace questo permanente giu­dizio universale, con sputtanamento e pena al seguito, questo vivavoce inces­sante di tutte le più stupide minchiate che si possono dire in una conversazio­ne privata. Non mi piace questa giusti­zia che lascia languire milioni di proces­si che toccano la gente comune e invece castiga lo star system per entrare anch' essa nel programma Saranno famosi , dalla porta dei divi. Non mi piace la ditta­tura della virtù, d'origine giacobina, la confusione tra penoso e penale, tra mal­costume e delitto, il finto stupore e la più finta indignazione per pratiche di mon­do, di sesso e di lobby che si fanno da quando esiste il potere e il sottopotere, la pancia e il sottopancia.

Non mi piace che i comitati d'affari gestiti dai partiti, dalle cooperative, dai sindacati siano be­naccetti e quelli a conduzione privata debbano passare per eversivi. Non mi piace che l'esibizione sessuale possa sfi­lare per strada ma non possa esercitarsi in certe case: preferisco che il porcume resti di nicchia, anziché popolare. Non mi piace che le mafie ideologiche, edito­riali e culturali, le cordate dello spettaco­lo, possano dominare nel Paese e mo­strarsi in pubblico e in video e invece le lobby altrui siano roba da crimini & mi­sfatti. Non mi piace che ci siano miliarda­ri di cui vergognarsi - per usare l'espres­sione veterostaliniana di Bersani - e mi­liardari (de)benedetti a cui chiedere di fare lobby e sistema tra giornali, tv, par­rocchie della sinistra.

Se il bipolarismo è tra Lele Mora/Bisi­gnani e costoro, lasciate che io santifichi i proletari, gli eremiti e gli sfigati. (il Giornale)

martedì 21 giugno 2011

Sono berlusconiano e ho qualcosa da dichiarare. Mario Sechi

Le forze della Buoncostume Progressista hanno fermato un mio amico e gli hanno chiesto: lei è mai stato berlusconiano? Quello li ha guardati, ha sorriso, è sceso dalla macchina impolverata e ha risposto: "Sì, sono berlusconiano e ho qualcosa da dichiarare". Presi in contropiede, gli agenti democratici si sono accigliati e hanno replicato con un sospettoso: "Prego, dica pure…". Ecco il verbale raccolto dagli intrepidi moralizzatori: "Sono stato berlusconiano e, confesso, lo sono ancora. Non mi sento affatto in colpa per questa mia scelta. Ho votato Forza Italia fin dal 1994, poi il Pdl e domani non voterò nessuno. Sono stato berlusconiano perché quando è caduta la Prima Repubblica non potevo pensare al paradosso storico dei post-comunisti che in Europa venivano sepolti dalle macerie del Muro di Berlino e da noi s'apprestavano a governare grazie alle inchieste della magistratura. Sì, lo ammetto, sono stato berlusconiano perché ho creduto nella rivoluzione reaganiana importata in Italia, perché non ne potevo più del consociativismo e pensavo che quel signore venuto da Arcore fosse qualcosa di diverso. Sono stato berlusconiano e non mi pento neanche un po' di questa disordinata avventura politica ed esistenziale. Perciò ho qualcosa da dichiarare: del berlusconismo non avete capito mai niente. Chi vota il Cavaliere non è lobotomizzato e non è antropologicamente inferiore. Anzi, ho il sospetto fondato di esser migliore dei miei amici di sinistra che sfilano con gli operai e fanno il week end a Capalbio. Non vi farò cambiare idea. Lo so. E capisco il vostro sguardo perplesso, i vostri dubbi sulla mia versione dei fatti. Ma fidatevi, ho letto anche io i testi della Scuola di Francoforte, perfino Marcuse, per non parlare di Gramsci che fin da piccolo ho divorato. Ero figlio di poveri, volevo capire dove stava l'ingiustizia che vedevo sotto i miei occhi. Poi sono cresciuto in maniera anarchica e oggi addirittura so di vini e riconosco certe marche di champagne. Però mi annoia delibare in maniera progressista. Ecco, proprio lo Slow Food non sono mai riuscito a comprenderlo del tutto. È un limite. Tuttavia ho una discreta praticaccia del belmondo dal quale provengono le vostre icone contemporanee. Saviano? Ah, sì, certo, dovrei rispondervi: be’, come scrittore non vale niente, non ho letto Proust perché mai dovrei leggere Saviano? Dite che questo aggrava la mia posizione? Be’, ma sono stato berlusconiano e dunque immagino di essere per voi irrecuperabile. Un campo di rieducazione progressista? No, dai, non fa per me. Tutto quel Zagrebelsky da leggere, non ce la posso fare. Confermo: ero un ribelle fin da piccolo, figuriamoci se funziona ora nella mia mezza età. Scalfari? Ovviamente lo ammiro, un grande imprenditore. Come? Sì lo so che è un giornalista, ma Eugenio per me è prima di tutto un uomo d'impresa, sapete come si apre (senza mai chiuderlo) un giornale? Bisogna essere intelligenti e tenaci. Non vi convinco? Non cito i suoi libri e dunque voglio solo sviarvi? Mi dispiace. Forse è perché sono berlusconiano. Sì, certo, che pago tutte le tasse, faccio parte del gruppetto di quelli che non riescono a comprarsi un appartamento in centro a Roma, non ha lo yacht e non possiede neppure un Suv, ma per il fisco è ricchissimo, insomma sono il fesso che paga le tasse per i furbi. Orgogliosamente prezzoliniano. E berlusconiano. La mia vita berlusconiana è stata più precaria di quella dei precari che sono in piazza, sono sempre stato imprenditore di me stesso. No, non salgo sui tetti come il vostro grande timoniere Bersani. Non ce la faccio, soffro di vertigini, mi sporco i vestiti, ho solo tre giacche tre per stagione e soprattutto non ho tempo: sapete, devo lavorare, dodici ore al giorno, partecipo attivamente alla creazione di una cosa chiamata Pil. Cos'è? No, nessuna associazione segreta, non so niente di P4, ma attendo con ansia la P5 e pure la P6. Il Pil, dicevo, è semplicemente quella ricchezza che volete redistribuire attraverso sussidi vari anche a chi non li merita. Sissignori, sono i miei soldi. Sono irrimediabilmente berlusconiano e continuo ad esserlo mentre Berlusconi si è dimenticato cosa significa. Io mi ricordo il popolo delle partite Iva, gli imprenditori e quella promessa: meno tasse per tutti. Come tutti i berlusconiani, sto ancora aspettando che questo e molto altro accada, anzi, vogliate correggere il verbale cari agenti, io in quel miracolo non ci spero più perché sono stato berlusconiano, lo sono ancora e Berlusconi non lo è più". (il Tempo)

Grecia fallita, ma sciopera. Salviamo i suoi salvatori. Nicola Porro

La crisi greca è tanto semplice quanto grave: il Paese è fallito. Tra luglio e agosto deve ripagare debiti per circa 13 miliardi di euro, ma non ha i soldi in cassa. Se l’Europa e il Fmi non le prestano i quattrini promessi salta il banco. E i creditori non si beccano un euro. La Grecia per il momento preferisce pagare gli stipendi, le pensioni ai suoi cittadini che pagare il debito (un greco su tre riceve il cedolino della paga dallo Stato). Ha ottenuto un prestito monstre da 110 miliardi di euro (ma diviso in più tranche) e ne vorrebbe uno aggiuntivo di importo superiore. È una macchina che fagocita quattrini. E non riesce a mettersi in sesto. Nei primi quattro mesi dell’anno i suoi ricavi (che sono fatti dalle tasse riscosse) sono scesi quasi del 10 per cento. In compenso le spese hanno continuato a correre come se nulla fosse: anzi sono aumentate del 4 per cento.

Ricapitoliamo. La Grecia non ha soldi in cassa per ripagare le prossime rate del mutuo e invece di fare economie, riducendo le spese e aumentando le entrate, si mette a ballare il sirtaki. Il punto dunque non è discutere se la Grecia sia fallita (lo è, basterebbe vedere quanto deve remunerare quei pazzi che oggi volessero comprare un suo titolo pubblico), ma stabilire perché non sia ancora saltato il banco.

E qui le cose si complicano. Il mutuo complessivo contratto dalla Grecia (il debito pubblico) vale 330 miliardi di euro. E secondo stime accreditate la metà è detenuto da banche europee. Andando un po’ più a fondo scopriamo che circa un terzo del debito totale, quasi cento miliardi di euro, sono in mano a banche francesi e tedesche. Quelle italiane hanno investito in titoli greci «solo» 3 miliardi di euro. Ordunque, se la Grecia dovesse fallire, dovesse cioè decidere di non pagare i suoi conti, i primi a portarsi a casa il buco sarebbero gli istituti creditizi francesi e tedeschi. A quel punto il fallimento farebbe decisamente male. Merkel e Sarkozy si troverebbero una bella grana in casa: dovrebbero salvare le proprie banche nazionali gravate da perdite su crediti di ingenti dimensioni. R&S di Mediobanca ha recentemente calcolato quanto valgono gli attivi delle prime due banche dei principali Paesi europei. Il risultato è da capogiro. Le prime due banche francesi valgono il doppio dell’intero Pil d’Oltralpe; in Germania gli attivi delle prime due star valgono più o meno tutto il Pil tedesco. Se una banca in questi Paesi ha un raffreddore, lo Stato rischia la polmonite.

Nelle ultime concitate ore non si sta discutendo il salvataggio della Grecia. E men che mai la morte dell’euro. Basti pensare che il Pil greco oggi pesa meno del 3 per cento di quello dell’intera Europa. Oggi è piuttosto in discussione, come sempre avviene nei fallimenti, il salvataggio dei creditori e cioè delle grandi banche europee che hanno prestato senza grandi indugi al malato di Atene.

Questa banale constatazione è molto chiara ai greci. Una parte dei politici ateniesi sa che il conto del fallimento potrebbe essere pagato dai contribuenti tedeschi e francesi costretti a ricapitalizzare le loro banche. È per questo che giocano con il fuoco: e non hanno la minima intenzione di adottare quelle misure da lacrime e sangue che si dovrebbero subito mettere in campo. Un buon motivo per affrontare la crisi greca, con i criteri di mercato e pretendere che l’azienda ateniese faccia pulizia al suo interno o altrimenti salti una volta per tutte. (il Giornale)

Referendum, finita l’euforia è svelato il bluff. Ecco la verità: l’acqua pubblica costerà di più. Laura Cesaretti

RomaPassata la sbornia di entusiasmo per la «spallata» affibbiata a Berlusconi con la vittoria referendaria, in casa Pd si iniziano a fare i conti con le conseguenze concrete della consultazione. E sull’acqua «bene pubblico» per gli amministratori locali del Pd son già dolori. Tanto che si vuol cercare una soluzione legislativa che rimetta ordine nel caos creato dai due quesiti idrici: «È necessario mettere riparo in fretta ai vuoti normativi che si sono aperti», dice Sergio D’Antoni, responsabile dell’organizzazione e delle politiche del Pd sul territorio. E per farlo, ammette, occorre trovare un’intesa con la maggioranza di centrodestra, senza i cui voti nessuna legge può passare. Dal Pdl però si reagisce con cautela: «Certo bisognerà trattare, ma come facciamo a fidarci di un Bersani che fino ad un anno fa propagandava le privatizzazioni dei servizi locali e poi si è buttato sul carro referendario?».

Per capire la portata del problema che ora si pone agli amministratori (e ai cittadini che aprono i rubinetti), si prenda il caso Hera, la holding bolognese quotata in Borsa che gestisce i servizi idrici, ambientali ed energetici in Emilia Romagna. Un colosso, il secondo gestore delle acque in Italia, e legato a doppio filo ai governi locali della regione più «rossa» d’Italia: per Hera, il referendum è stato un terremoto, e sono i cittadini che rischiano di pagarne il conto salato. Il 13 giugno la società ha annunciato che non firmerà più la convenzione con gli enti locali che prevedeva investimenti per 70 milioni di euro sulla rete idrica. In Borsa ha perso circa il 10 per cento del suo valore, bruciando circa 187 milioni di capitalizzazione: per il Comune di Bologna (appena riconquistato dal Pd), che ha il 13% delle quote, si tratta di una perdita secca di 25 milioni e mezzo; 35 i milioni persi dai comuni della provincia. Le conseguenze catastrofiche del sì ai due quesiti vengono spiegate, in una intervista al Corriere di Bologna, dall’assessore provinciale all’Ambiente della Provincia di Bologna, Emanuele Burgin, che non a caso era schierato per il no: «Serve una nuova legge nazionale, perché siamo in una situazione di stallo. Se a Bologna si fermano 70 milioni di investimenti, con tutte le conseguenze che si possono immaginare anche in termini economici e di occupazione, il dato nazionale è pari a 6 miliardi». Difficile però pensare che governo e Parlamento rispondano a questa esigenza in tempi brevi. Quindi? «Quindi — dice Burgin — non sappiamo come fare. I soldi per fare investimenti gli enti locali non li hanno. Rispettiamo la volontà espressa dal referendum, che ha abrogato una norma introdotta dal governo Prodi, ma bisogna dire con altrettanta onestà che il ricorso ai privati era l’unico modo per finanziare gli investimenti».

Erasmo D’Angelis, ex consigliere regionale toscano del Pd e oggi presidente di Publiacqua, la società idrica locale, solleva un altro problema potenzialmente esplosivo: «Da oggi, dopo l’abrogazione del 7%, che bollette mandiamo ai nostri cittadini? Formalmente dovrebbero valere le vecchie tariffe, ma mi aspetto che se non le riducessimo saremmo presto sommersi da una valanga di ricorsi dei consumatori». E infatti il Codacons già minaccia: «Le bollette devono scendere immediatamente del sette per cento. Siamo pronti ad una class action nel caso i gestori non applichino immediatamente l’esito referendario». Incalza De Angelis: «Dove li prendiamo adesso i soldi per le infrastrutture? Ce li daranno i sindaci? Publiacqua ha aperto un cantiere da 71 milioni di euro a Firenze, per dare una fogna a mezza città. In totale abbiamo programmato investimenti per 740 milioni nei prossimi dieci anni. Quelli di Milano mi hanno detto che loro hanno in cantiere opere per 800 milioni. Come facciamo? Tremonti ci mette a disposizione la Cassa depositi e prestiti per finanziarci?». (il Giornale)

lunedì 20 giugno 2011

Il chiodo e la P4. Davide Giacalone

Fra le cose bislacche di un’Italia abbandonatasi alla lussuria dell’autodissoluzione, vi sono anche i numerosi attesati di solidarietà a Gianni Letta. Un galantuomo, è vero. Ma se anche non lo fosse (e solo chi non lo conosce può supporlo), non per questo sarebbe meno inquietante che debba difendersi, e farsi difendere, dall’assunto d’essere nel mirino di procuratori i quali neanche lo indagano. Gli stessi indagati, del resto, non possono essere considerati colpevoli di ciò di cui sono accusati e, invece, passano già per condannati di ciò cui neppure il giudice delle indagini preliminari crede. Che possa, difatti, esistere una P4 senza che sussistano, neanche come mere ipotesi, i reati associativi è cosa potentemente ridicola. Ma anche potentemente pericolosa.

Letta non è solo un galantuomo, è uno dei pochissimi servitori dello Stato rimasti in circolazione, e, fra questi, forse l’unico in grado di mettere in relazione la forza elettorale (non sua), quindi il consenso popolare, con l’esercizio concreto del potere, quindi il necessario rispetto delle forme istituzionali. Provate a togliere questo chiodo e verrà giù l’edificio.

E veniamo all’esistenza di reti oscure che manovrerebbero la vita pubblica. La P2 era stata fondata un centinaio d’anni prima della nascita di Licio Gelli. Fu sciolta con una legge, voluta da Giovanni Spadolini. Provvide poi la cassazione a stabilire che l’essersi iscritti a quella loggia massonica non era un reato. Ciò non toglie che alcuni degli affiliati commisero reati, per i quali sono stati condannati. Nel luglio del 2010, un anno fa, i giornali informarono l’opinione pubblica, grazie alle carte di un’inchiesta penale, circa l’esistenza della P3: presunta associazione d’individui, coordinati da Flavio Carboni, che affiliando magistrati condizionava l’opera della giustizia italiana. Stiamo ancora aspettando che l’inchiesta si concluda. In compenso sappiamo che tutte le faccende su cui la P3 adoperò la sua potentissima influenza si sono risolte all’opposto di quel che gli associati desideravano. Una mandria di attempate teste di cavolo, che avevano deciso di farsi capitanare da un condannato il cui volto è automaticamente associabile a ogni forma d’intrallazzo. Non so se mettevano il cappuccio, comunque glielo suggerirei, se non altro per la vergogna di tanta dissennata dabbenaggine.

Anche la P4 avrebbe scelto un pregiudicato, Luigi Bisignani, per esercitare la sua segreta influenza. Si sarebbero dedicati alla violazione del segreto investigativo, che la riforma del 1989 sostituì al segreto istruttorio (vedo che diversi fanno ancora confusione, e non hanno torto, visto che quella norma non la rispettano neanche i magistrati). Per corroborare le accuse dei procuratori, cui, al momento, non crede nemmeno il giudice delle indagini preliminari (non ve lo avevano detto? così vanno le cose) i giornali pubblicano i verbali d’interrogatorio dei vari indagati e testimoni, senza far mancare le intercettazioni telefoniche raccolte nel corso d’indagini che sono ben lungi dall’essere concluse. Allora, di grazia, in che consiste il segreto?

Fatemi capire: se scrivo su questo giornale d’inchieste, rivelandone gli aspetti che qualcono (chissà chi) mi ha soffiato, sono coraggioso e aduso alle inchieste, se quelle medesime cose le dico riservatamente ad un conoscente, invece, sono un delinquente? La risposta positiva presuppone il manicomio, non il palazzo di giustizia.

Con ciò non sostengo, proprio per niente, che, escluse le inchieste, viviamo nel migliore dei mondi. I problemi sono tre: a. il mercato; b. i lobbisti; c. i magistrati che fanno politica. In un mercato in cui lo Stato occupa più della metà dello spazio, con una classe politica raccogliticcia, il normalissimo confronto e scontro degli interessi diventa inciucio e camarilla. Se non c’è un premio al merito lo si assegna a chi ha le conoscenze che funzionano.

Rappresentare gli interessi particolari è cosa buona e giusta. Pensare che abbiano titolo solo gli “interessi generali” è cosa fessa e ipocrita. Nelle democrazie sane il lobbismo è regolato per legge, da noi è bandito come fosse un peccato. Se tale attività fosse regolata nessuno si affiderebbe a chi è stato condannato per corruzione. Non essendolo, quella condanna funziona da utile referenza.

Gente come Papa non dovrebbe sedere in Parlamento, me neanche Narducci dovrebbe essere assessore a Napoli e De Magistris sindaco. Il che vale per decine d’altri magistrati, di destra e di sinistra, ma che la storia e il giustizialismo hanno accasato prevalentemente a sinistra. Tutti rampicanti come se l’articolo 98 della Costituzione non esistesse (i partiti li fondano, altro che iscriversi!).

Come non dovrebbero rimanere al loro posto procuratori che sbattono in prima pagina cittadini che non saranno condannati. Ha torto l’onorevole Maurizio Paniz, del Pdl, a sostenere che magistrati così dovrebbero andare al civile. Gli incapaci e gli esibizionisti vanno a casa, non a far danno altrove.

venerdì 17 giugno 2011

I Referenda della stupidità e dell'intelligenza. Aldo Reggiani

Nel commercio si usa dire che il cliente ha sempre ragione. Naturalmente fino a quando non ti mette a soqquadro e ti danneggia il negozio.

In teatro diciamo che il pubblico ha sempre ragione. Naturalmente fino a quando, come accade talvolta con lo studentame, fa un tale "rebelott" (in milanese "bordello") che non ti lascia recitare.

In una Democrazia si dice che il Popolo ha sempre ragione. Naturalmente fino a quando non compie azioni talmente stupide da mettere a repentaglio, come durante manifestazioni violente, il vivere civile.

Non a caso, infatti, uno studioso del Seicento, il Clapmarius, definisce un “Arcano del Potere”, quello che tiene insieme per secoli e millenni una Civiltà, come il «saper escogitar ragioni per le quali il popolo, affascinato, si astiene dall’uso delle armi».

Non fidandosi molto dell’equilibrio mentale degli italianuzzi, colpevoli ai loro occhi di aver molto apprezzato il Fascismo (con buona pace della favola metropolitana di un “Popolo di Partigiani”), i tanto sacralizzati (alla faccia del laicismo) Padri Costituenti, decisero di stendere una Costituzione (oggi anch’essa strumentalmente sacralizzata dalle laiche Sinistre, che nelle loro scuole di partito insegnavano che una Costituzione è solo una "sovrastruttura") in cui l’italico Popolobue, dichiarato in pompa magna come il vero detentore del potere, veniva di fatto defraudato del potere fondamentale di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica e/o quello del Consiglio dei Ministri, come invece accade in Democrazie ben più antiche e collaudate della nostra.

Come ciliegina sulla torta, l’attuale Carta costituzionale, notoriamente discesa dal Cielo sul Monte Bianco, per la serie “ragazzino, fammi lavorare”, defraudava il succitato Popolobue Sovrano anche della possibilità di eleggere un qualsiasi pirlacchione al Parlamento, col vincolo che avrebbe esercitato la sua funzione di Parlamentare nella forza politica nella quale era stato eletto. Il Parlamentare italiano gode tuttora dell’assenza di “vincolo di mandato”, come si chiama tecnicamente, cosa che gli dà modo, all’occorrenza, di saltabeccare a piacimento e come gli garba da una parte all’altra. Come del resto ho già denunciato nell’articolo del 17 ottobre 2010: Italia: Res Publica o Monarchia?

Come contentino ad un Popolo non di cittadini bensì di sudditi di una Monarchia in cui la Camera bassa e la Camera alta eleggono un Re ogni sette anni, fu data la possibilità, per la serie che i ragazzini ogni tanto vanno lasciati sfogare, di Referenda e di proporre leggi di iniziativa popolare. Sai che lusso.

Referenda come quello sul divorzio furono epocali, ma solo perché in fondo non andavano ad intaccare i privilegi di Poteri Forti. Mentre quello sulla responsabilità civile degli italici Magistrati per i loro (numerosissimi e spesso gravissimi) errori, fu subitamente neutralizzato da apposita leggina.

Perché? Semplicemente perché andava a disturbare un vero Potere Forte, quello della Magistratura, a cui la nostra Santa Costituzione scesa dal Cielo, e quindi intoccabile quasi come il Corano, dava fin dall’inizio un enorme potere di interdizione sulla politica, come inutilmente si sgolò ad avvertire il povero Calamandrei. E di fatto, come prevedeva Calamandrei, attualmente viviamo ancora in una Monarchia Giudiziaria, nella quale una qualunque legge che non piace ai Magistrati, o ai loro serventi politici, viene tranquillamente abrogata da una Consulta che, lungi da esser un organo istituzionale “terzo”, è di fatto un organo politico.

Un quadro indubbiamente edificante.

Il fatto che i Sudditi di tal Monarchia Giudiziaria abbiano testé risposto in massa a quattro quesiti “sentimentali”, che abbiano partecipato con gran gusto a un reality show orchestrato da demagoghi, offre però una possibilità.

Non sono un costituzionalista. Però, come ben sanno tutti, anche coloro che fanno finta di niente, se il Belpaese non riforma dalle fondamenta anche e soprattutto costituzionali l’assetto della Giustizia italiana, portandola ad esser apolitica ed efficiente come le Magistrature inglesi, francesi, o tedesche, non si potranno mai avere un Governo e un Parlamento realmente indipendenti da essa e un’efficienza ed una celerità degne di una Democrazia moderna. Forse si potrebbe trovare il modo di coinvolgere in una specie di mobilitazione generale il sentimentale sudditame italiano sul tema della separazione delle carriere dei Magistrati, sulla loro (finalmente) effettiva responsabilità (come indicava lo stesso Popolobue già nel 1987), e il divieto ai Pm, in caso di assoluzione in primo grado, di perseguitare con altri gradi di giudizio per decenni un Cittadino, a meno che non si trovino tali prove provate a carico del Cittadino assolto, che a giudizio di un Giudice effettivamente terzo, possano indurlo a far riaprire la causa.

Sono certo che se si trovasse il modo di procedere in tal guisa, l’enorme numero di errori giudiziari e le lungaggini bibliche di cui la Giustizia Civile e Penale beneficia attualmente il Popolobue, con grave depressione per la tenuta sociale ed economica del Belpaese, indurrebbero almeno la popolazione attiva e produttiva ad una approvazione plebiscitaria della Riforma della Giustizia. (Legno storto)