giovedì 12 dicembre 2013

Dirigenza di ottusi contro le proteste. Arturo Diaconale



Lo schema mentale è tragicamente ottuso e stabilisce in maniera apodittica che se la protesta di piazza non è della sinistra politica e sindacale o anche dei “compagni che sbagliano” della sinistra extraparlamentare, è automaticamente di destra. E quindi eversiva, ribellistica, priva di qualsiasi valore, espressione solo di spinte irrazionali a cui si può e si deve contrapporre solo una severa e giusta repressione.

Con questo schema la classe politica dominante, permeata di pregiudizi maldigeriti lasciati in eredità dalla vecchia egemonia di stampo gramsciano, sembra decisa ad affrontare il fenomeno delle agitazioni che si accedono in maniera spontanea nelle principali città italiane e che rischiano non solo di paralizzare il Paese, ma di gettarlo in una spirale di tensione del tutto incontrollabile.

A nessuno passa per la testa di considerare che se nelle piazze s’incontrano senza preordinazione alcuna gli autotrasportatori e gli operai disoccupati o cassintegrati, i professionisti ed i piccoli imprenditori delle partite Iva ed i precari o i senza lavoro che formano il nerbo degli ultrà degli stadi, vuol dire che il disagio per la crisi ha raggiunto il livello di guardia e può traboccare da un momento all’altro.

La reazione pavloviana è che se questa gente non ha alle spalle i sindacati o i partiti (in particolare della sinistra) e non è espressione neppure dei centri sociali, non può essere che massa bruta infiltrata da estremisti di destra e non esprime nulla di politicamente e socialmente rilevante non una rabbia eversiva di tenere a bada solo con la forza pubblica. Dispiace che questo schema abbia trovato l’interprete istituzionale nel ministro dell’Interno Angelino Alfano, che dovrebbe essere estraneo ai pregiudizi della sinistra post-gramsciana. Ma tant’è.

La reazione ufficiale del governo al fenomeno è la promessa di manganelli in nome della difesa dell’ordine pubblico. O, peggio, l’assicurazione del ministro Saccomanni che il prodotto interno lordo ha fermato la caduta e che nel quarto trimestre del 2014 si incomincerà a vedere la luce della ripresa. Ma possono essere i manganelli e le promesse assurde a fermare il disagio crescente della parte più disperata ed in difficoltà della società italiana?

E può essere lo schema manicheo che rende un corpo estraneo alla società qualunque pezzo di società non sia espressione di una qualsiasi parte della sinistra a riportare la tranquillità nelle piazze d’Italia? Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, sembra convinto che l’ennesimo voto di fiducia dato da Camere brutalmente delegittimate dalla Corte Costituzionale possa essere una risposta efficace alla protesta popolare.

Come se la disperazione dei Forconi possa essere placata dal “patto alla tedesca” tra lui stesso, Renzi e Alfano. A sua volta il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sembra colpito solo dalla preoccupazione di evitare ad ogni costo le elezioni anticipate tenendo in piedi a qualsiasi costo il Governo delle piccole intese. E preferisce ignorare una protesta che non provenendo dalla sinistra è oggettivamente espressione di eversori e banditi.

Il guaio, però, che lo schema non aiuta a risolvere. E che l’atteggiamento del Governo e del suo Lord Protettore non spinge i manifestanti a liberare le strade e tornare nelle proprie case. Per secoli si è irriso su Maria Antonietta che aveva proposto di dare brioches a chi voleva pane e libertà ed aveva scambiato una rivoluzione per una rivolta. Speriamo che il futuro non faccia irridere sulle Marie Antoniette nostrane che a chi chiede misure concrete contro la crisi risponde che lo spread è calato e che tra un anno si vedrà la luce!

(l'Opinione)

lunedì 9 dicembre 2013

Renzi? Vi deluderà... Marcello Foa






Lato A: l’elezione di Renzi alla segreteria di PD rappresenta senza dubbio una svolta rispetto al passato e un taglio netto con la vecchia nomenklatura postcomunista che ha avuto un ruolo decisivo nella sinistra moderata italiana. Ben venga, dunque, una ventata di modernità.

Lato B: non mi convince la caratura dell’uomo. E’ dotato di indubbie capacità dialettiche e di un certo fiuto per gli umori e le aspettative del pubblico. Ma è essenzialmente un affabulatore, motivato più dall’ambizione per il potere che dal desiderio di perseguire una visione del Paese. Non c’è sostanza, non c’è profondità, non c’è un disegno. L’opportunismo mediatico e dialettico è la sua arma principale e l’abilità di presentarsi per quello che in realtà non è, rappresenta un asset fenomenale nella politica di oggi. Ma non vedo neppure il germoglio di uno statista e, men che meno, il desiderio di percorrere alternative a quelle tipiche del “pensiero unico” dominante nei giornali, nei palazzi della politica italiana ed europea. Non a caso a sostenerlo è innanzitutto un quotidiano come “Repubblica”.

Come Obama, è un candidato da “Yes we can”, ma prima, in campagna elettorale, per motivare e spronare le masse. Abilissimo nel promettere, non nel mantenere. Se mai dovesse vincere le elezioni, non è difficile immaginarlo come uomo da establishment, pronto ad allinearsi ai poteri e alle lobbies che contano, pur di restare in sella.

Pensateci: non ha fatto nulla di memorabile come sindaco di Firenze e i tentativi di mantenere il doppio mandato (di sindaco e segretario Pd), la dicono lunga sull’indole e sul coraggio dell’uomo.

Ci vuole ben altro per risollevare l’Italia…
Renzi vi deluderà.

(il Giornale)

Se il pm dice in tv che FI è mafiosa. Paolo Granzotto


Nel clima di anarchia costituzionale la Magistratura getta il cuore oltre l'ostacolo dando sfogo al delirio antiberlusconiano.








Interrogato da Lucia Annunziata nel corso della trasmissione In mezz'ora, il procuratore di Catanzaro Sergio Lari così si è espresso: con la nascita di un nuovo partito di centrodestra, la compagine di Angelino Alfano, alla mafia è venuto meno un asse politico di riferimento. Ciò significa che per il procuratore resta, quale asse politico di riferimento mafioso, Forza Italia. Due osservazioni: la prima è che nel sentire della Magistratura è dunque sufficiente lasciare Berlusconi per guadagnarsi i galloni di paladino dell'antimafia. Non servono altre prove, restando nel contempo prova provata di vicinanza alla mafia l'essere berlusconiano (e si presume che ciò valga, per il procuratore, anche in tribunale). La seconda, è che se asse di riferimento delle cosche è il Pdl ora Forza Italia, lo sono di conseguenza i suoi elettori. Il dottor Sergio Lari - questo senza che Lucia Annunziata muovesse labbro o battesse ciglio - ha dunque confidato - da magistrato inquirente, serve ricordare - che milioni d'italiani colludono, più o meno per «concorso esterno», con la Mafia. Accusa e insulto fra i più ignobili e gratuiti. Dovrebbe essere Giorgio Napolitano, presidente del Csm, la persona indicata a severamente riprendere e sanzionare Lari. Non lo farà. Rafforzando la volontà dell'«asse politico» e dei suoi elettori di riformarla, la Magistratura, da cima a fondo.

(il Giornale)

 

sabato 7 dicembre 2013

Il simbolo del Nuovo Centrodestra: quadrato blu della stabilità

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Angelino Alfano ha presentato il simbolo del Nuovo centrodestra al Tempio di Adriano di Roma. Un quadrato blu, su fondo bianco, con la sigla di Ncd, per rimarcare il proprio essere alternativi alla sinistra. Il blu a simboleggiare la serenità che serve oggi all'Italia. "Abbiamo scelto la forma geometrica del quadrato perché sin dalle origini," ha spiegato Alfano, "il quadrato ci dice che i lati sono tutti uguali e questo richiama al principio di uguaglianza che richiama il principio della giustizia, perché il nostro è il movimento politico del merito, di chi ha consenso e sta nel territorio". "Da oggi", ha proseguito il vicepremier, "la nostra squadra gioca con il blu, il colore del mare, dei sogni di mirò, della serenità, di una grande speranza, il colore che serve all'Italia". Alfano, infine, ha sottolineato che ad oggi sono mille gli amministratori sul territorio che hanno aderito a Nuovo Centrodestra. 90 i consiglieri regionali, 60 i parlamentari e 7 europarlamentari. Oggi, l'appuntamento è agli "Studios" sulla via Tiburtina a Roma per la Convention del partito.

Sbancati. Davide Giacalone


Sta per passarci addosso un elefante, ma i più guardano nell’angolo dell’aia, dove si combattono galletti spennacchiati. E’ in gestazione una maxi-patrimoniale, una vera e propria aggressione al risparmio delle famiglie e al patrimonio collettivo, ma da mesi ci si sbertuccia su 4 miserabili miliardi di Imu (per poi pagare). Corriamo il rischio d’essere sbancati, ma ci distraiamo lasciando che sia la Corte costituzionale a stabilire come si vota e il Tar a decidere come ci si cura. Ho scritto e riscritto che l’Italia è un Paese ricco e forte. Oggi lancio un grido, perché una classe dirigente ridicola sta consentendo che ci piallino.

Qui siamo stati i primi a segnalare la follia del volere trasformare la Banca d’Italia in una public company. Non siamo rimasti gli unici, ma poco ci manca. Qualche vocina. Mai le prime pagine. Intanto il Senato ha già votato a favore della costituzionalità del decreto legge, mentre l’assemblea straordinaria della Banca centrale potrebbe tenersi il 23 dicembre. Data che, di suo, desta mille sospetti. M’è venuto il dubbio d’essere stato esagerato, ma mi sono accorto di avere sottovalutato il pericolo.

Per capire quel che succederà si devono tenere a mente due passaggi, spiegati male o non spiegati affatto al grande pubblico: a. dal primo gennaio scorso i titoli di Stato recano stampate le regole CACs (di nome e di fatto), in base alle quali l’emittente, quindi lo Stato, potrebbe anche decidere di non rimborsare, di posticipare, di decurtare o di restituire il valore investito dandoti due gatti e una rapa; b. con la crisi di Cipro s’è fatto valere il principio che se metto i soldi in banca non sono un creditore tutelato dalla legge, ma un investitore che corre dei rischi.

Dalla prima cosa deriva che se banche e assicurazioni riempiono i propri portafogli di titoli di Stato, essendo quella la sola soluzione (praticata) alla crisi dei debiti sovrani, non per questo hanno un patrimonio affidabile. Quando Standard & Poor’s declassa Generali applica questo principio. Dalla seconda deriva che prima di mettere i soldi in banca dovrei esaminarne lo stato patrimoniale. Il che non è propriamente agevole. Non contenti di ciò, ora si arriva al dunque: i nemici dell’Europa, i demolitori dell’Unione, ovvero quei pazzi che ne indirizzano la politica economica e finanziaria, chiedono che se le singole banche mostreranno criticità negli stress test (misurazioni di solidità patrimoniale, fatti a cura della Banca centrale europea) già da subito, prima che la crisi scoppi, e già in presenza di aiuti di Stato, i depositanti debbano cominciare a pagare. Non è solo abominevole, come già lo fu la “soluzione” cipriota, è anche truffaldino: in alcuni paesi (ad esempio la Germania, guarda caso) lo Stato è azionista delle banche, quindi può intervenire a rifinanziarne il patrimonio senza che sia considerato un aiuto di Stato, ma solo un finanziamento degli azionisti. Mentre noi, che abbiamo la politica in banca per via delle fondazioni, ma non lo Stato fra gli azionisti, saremo i primi a mettere le mani nelle tasche dei risparmiatori.

Per evitare questo scenario, apocalittico, si sono inventati la rivalutazione delle quote Bankitalia, nonché l’obbligo di venderle se se ne possiede più del 5% (Intesa San Paolo ne possiede il 42.2 e Unicredit il 22.1%). In quel modo si aumenta il patrimonio delle banche, mettendole al riparo dagli stress test. Già che ci si trovano, l’erario incasserà un dividendo fiscale, pari a poco più di un miliardo. Chi paga? Noi tutti, perché il patrimonio della Banca non è affatto dei suoi azionisti, bensì della collettività. Gli azionisti sono, per legge, obbligati a considerare il valore come fissato dalla legge del 1936: 156mila euro (300 milioni di lire). Oggi lo Stato potrebbe, a nome di tutti, riprendersi la proprietà (comprendente gli accantonamenti per signoraggio, arbitraggi sui cambi e oro) a quella cifra simbolica. Invece la rivalutiamo, realizzando una gigantesca patrimoniale collettiva. E non per abbattere il debito pubblico, ma per rimpolpare il patrimonio delle banche.

Tutto questo a cura di un Parlamento che è formalmente al suo posto, ma politicamente, sostanzialmente e ragionevolmente privo della legittimità nel rappresentare gli italiani, visto che è stato eletto non con una legge brutta o sbagliata (questo lo scriviamo da prima che l’approvassero), ma incostituzionale.

Due sono le cose da farsi, subito: 1. porre un veto a che l’Europa proceda in quel senso, così tutelando i nostri interessi (le nostre banche sono meno tarlate di quelle tedesche o francesi, avendo speculato meno sui titoli tossici, ma sono fiaccate da una crisi che deteriora i crediti), e anche conquistandoci la palma di ultimi difensori dell’Europa dai suoi nemici; 2. fermare il decreto che distrugge la nostra Banca centrale, facendola divenire un unicum mondiale (sono tutte possedute dagli stati, anche laddove quotate). Ci sono cose sulle quali non si media. Questa è una di quelle.

Pubblicato da Libero

venerdì 6 dicembre 2013

La credibilità perduta. Fabio Raja


In un editoriale di qualche giorno fa del Corriere della Sera, ripreso anche da questo Blog, il Prof. Angelo Panebianco ha tra le altre cose criticato il voto con cui il Senato ha deliberato la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di Parlamentare ricordando che analogo pensiero era stato espresso il giorno precedente da Sergio Romano in risposta ad una lettera di una Parlamentare Australiana di origine italiana che si complimentava per coraggio mostrato dai nostri Senatori nell’espellere un personaggio “tanto potente”.

Nella sua risposta l’Ambasciatore Romano, dissentendo dalla sua interlocutrice, ha definito quel voto un violazione del “galateo politico”. Ci rallegriamo, naturalmente, che due osservatori tanto autorevoli ed equilibrati esprimano oggi le loro perplessità su quanto accaduto, anche se sarebbe stato più utile e coraggioso sollevare la questione prima e non dopo che il patatrac si consumasse. Ma forse lo hanno fatto e mi è sfuggito.

Utile perché così importanti pareri se pronunciati per tempo avrebbero forse potuto indurre nel PD un ripensamento e a stimolare una discussione che invece non c’è stata a parte qualche isolata voce dissenziente subito rabbiosamente zittita.

Il centrosinistra è stato così lasciato solo nella convinzione che votare per la decadenza fosse giusto oltre che inevitabile. Peggio che solo, era in compagnia dei Grillini che di galateo, e non solo di quello politico, sono tragicamente digiuni.

Potrebbe, a questo punto, apparire ozioso tornare sulla caso e tuttavia lo facciamo convinti che, come ha previsto Panebianco, quel voto avrà pesanti conseguenze sul futuro dell’Italia.

In questi mesi si è sentito ripetere di continuo che la legge è uguale per tutti perciò non si poteva riservare un trattamento diverso al Cavaliere.

Dal punto di vista giuridico non c’è dubbio che i Tribunali debbano trattare allo stesso modo il potente e il poveraccio. Ma quello che si chiedeva al Senato non era una valutazione giuridica, che non è nelle sue competenze ma “politica” essendo il Senato della Repubblica un organo politico.

Sotto questo punto di vista il concetto “siamo tutti uguali” non vale, o almeno in misura minore, essendo incommensurabilmente diverso il peso di un politico qualsiasi da quello del Cavaliere, leader indiscusso di una forza politica da vent’anni è punto di riferimento di milioni di elettori.

La decapitazione del capo di una parte politica attraverso il voto di Senatori che fanno parte di partiti avversari non suona affatto bene ed evoca scenari più simili a paesi sud Americani che non ad una democrazia matura.

La democrazia che, come ha detto argutamente Panebianco, è un oggetto molto delicato, deve essere maneggiato con riguardo e delicatezza. Una cura che avrebbe dovuto suggerire ai Senatori del PD una prudenza straordinaria ed una scrupolosa applicazione di tutte le garanzie perché non vi fosse nemmeno la più piccola ombra, il più remoto dubbio che quel voto fosse “inquinato” dal risentimento e dall’animosità verso l’antico avversario.

Sul quel voto, purtroppo, non incombe solo un’ombra ma una vera e propria tenebra dal momento che, ignorando i richiami di Violante e di illustri Costituzionalisti, non si è voluto sentire il parere della Corte Costituzionale e poi, contravvenendo ad una prassi lungamente consolidata del Parlamento Repubblicano, si è imposto il voto palese.

Il PD ha voluto declassare quel voto a “mero automatismo” quasi che la Legge Severino imponesse la decadenza in modo meccanico. Se così fosse non avrebbe richiesto il voto della Giunta e quello dell’Aula, ma al più una semplice presa d’atto, come avviene per l’interdizione a seguito di una condanna penale che espelle il Parlamentare senza che vi sia alcun pronunciamento nè in Aula nè in Giunta.

Sul partito che caccia dal Parlamento l’avversario politico storico senza assicurargli almeno il doppio delle garanzie che avrebbe usato nei confronti di un proprio iscritto grava e graverà per molto tempo una macchia che, come ha detto Violante, si chiama credibilità.

(LSBlog)

Soviet fiscale. Davide Giacalone


Il satanismo fiscale ha già trasformato i commercialisti da professionisti al servizio del cliente in esattori al servizio dello Stato, ma a spese del contribuente. Non satollo di tale prodigio, considerando ancora eccessiva la libertà concessa ai sudditi, s’appresta a chiudere i commercialisti e consegnare l’intera materia fiscale ai Caf (centri di assistenza fiscale), quindi ai sindacati. La sovietizzazione avanza al galoppo, ma senza neanche l’aspirazione teorica alla ricchezza collettiva, puntando direttamente alla miseria generale.

La prima trasformazione ha richiesto diversi passaggi, ma il punto di svolta è arrivato con l’abominio dell’abuso di diritto. Da quel momento il professionista non è più responsabile solo nei confronti del cliente (come è giusto, perché se commette errori nell’assisterlo deve risponderne), ma anche verso lo Stato, attribuendogli una responsabilità nel caso in cui abbia consigliato o coadiuvato il cliente nel tentare di pagare meno tasse, pur rispettando formalmente la legge. Peccato che le leggi si possono rispettare solo formalmente, giacché attribuire un valore all’animo con cui decidesti d’applicarle è conforme alla dottrina teocratica.

Dopo questa mutazione genetica, ora si punta all’estinzione del commercialista: è bastevole cambiare norme e scadenze in modo forsennato, talché quello sia costretto a rifare costantemente da capo tutti i conti e stamparne i risultati, moltiplicando ore e costi del lavoro, nonché esporlo al costante rischio di dare al cliente informazioni sbagliate, non dovute all’ignoranza del professionista, ma a un governante che fa il gioco delle tre carte. A quel punto o si accresce la parcella, in questo modo aumentando la tassa sul pagamento delle tasse, oppure si chiude l’ufficio e si passano tutte le pratiche al sindacato, che lavora non a spese del cliente, ma di tutti quelli che pagano le tasse.

Faccio un esempio: gli acconti (Irpef, Ivie, Ivafe, Irap e cedolare secca) si dovrebbero pagare entro il 30 novembre di ogni anno. Sono scadenze che dovrebbero restare fisse nei decenni, diminuendo di numero. Ma il caos era tale che si aspettava una proroga. Sapete come e quando il governo ha deciso di comunicarlo? Con un decreto legge del 30 novembre, pubblicato in gazzetta la sera. Ed era sabato. Dato che la scadenza era, il 2 dicembre, hanno pensato bene di cambiare, ovviamente aumentando, alcune aliquote. Per giunta arrecando mortale offesa alla lingua e al buon senso, dacché solo al manicomio si chiama “acconto” il 102,5% di un’imposta. Chi pensava di avere più giorni ora deve correre entro il 16, ove non voglia pagare sanzioni più alte, mentre gli interessi si pagano (e calcolano) giorno per giorno. Il tutto senza contare che l’innalzamento degli anticipi Ires e Irap si mangiano allegramente quella burla del taglio del cuneo fiscale. A ruota arriva il circo dell’Imu, che non pochi contribuenti dovranno pagare il 16 dicembre e il 16 gennaio, nel mentre i comuni cambiano le rendite. Il tutto da calcolare e consegnare mentre si mozzica il panettone.

Con gli esempi potrei continuare, ma non basterebbero tutte le pagine di questo giornale. Morale: i commercialisti, che non possono scaricare sui clienti il costo della follia s’avviano all’estinzione.

E la politica? Lì o sono evasori, o scemi, o mestieranti dell’imbroglio. Opto per un mix. Lo dimostra il fatto che si continua a discutere se introdurre o meno una patrimoniale, facendo finta di non sapere che ne esistono già parecchie. E tutte in crescita, dalla casa alla monezza. Dal primo gennaio cresce anche l’imposta di bollo: patrimoniale introdotta nel 2012, all’1 per mille; portata all’1.5 nel 2013 e ora al 2. Che nome strano, cos’è? Quel che ci viene tolto per il solo fatto di avere comprato depositi. Anche solo per avere usato i conti deposito. Ma se non usi quelli ecco che potresti essere chiamato a rispondere, con i tuoi soldi, messi nel conto corrente bancario, per il fallimento della banca. Ergo: se ti proteggi ti tasso di più, se ti esponi allora paghi l’incoscienza.

Satana se la ride e si frega le mani per il riccometro. Che in verità è un poverometro, perché i dati diffusi dall’Agenzia delle entrate dimostrano che il 10% dei contribuenti paga più del 50% del gettito Irpef. Verrebbe voglia di fare un monumento ai ricchi, di andare a ringraziarli. Se non fosse che leggendo i dati t’accorgi che i “ricchi” sarebbero quelli con un reddito di 2600 euro netti al mese. Questi sono i ricchi, nella terza potenza economica dall’area più ricca del mondo? Questi sono solo onesti. Salutiamo il poverometro, dunque. Quando i satanisti sbaglieranno i conti e vi supporranno boiardi russi, non potrete neanche correre dal commercialista, che a sua volta è un povero. Dovrete andare al sindacato. Salutatemi baffone.

Pubblicato da Libero

giovedì 5 dicembre 2013

Giudicellum. Nicola Porro


La legge elettorale appena bocciata dai quindici giudici della Corte Costituzionale era una schifezza. Di buono aveva solo l’ispirazione bipolare. E se non fosse stata cambiata dal presidente della Repubblica di allora ( Ciampi pretendeva premi regionali al Senato) sarebbe riuscita nel suo intento. Oggi il suo premio di maggioranza monstre alla Camera non serve a nulla, poichè al Senato non ci sarà mai una maggioranza netta e precisa proprio grazie alla pensata quirinalizia. Vabbè. Per il resto è indecente. La nomina dei parlamentari ha creato negli ultimi sette anni una classe politica imbarazzante, che non risponde a nessuno, se non ai boss di partito. E soprattutto che non ha la più pallida idea di ciò che avviene nel paese reale, semplicemente perchè da questo non è stata scelta.
Ma la decisione della Corte Costituzionale è ancora peggiore. Cari commensali la differenza tra una democrazia liberale e un governo degli ottimati sta nella separazione dei poteri e nel rispetto delle procedure. Vi rendete conto che abbiamo messo in mano a quaindici giudici (di cui 10 espressione indiretta proprio di quella legge considerata incostituzionale) il cuore del nostro funzionamento elettorale? Con giravolte temporali da paese dei puffi (rimandiamo; no, non rimandiamo la decisione; e poi la facciamo subito, ma l’efficacia ci sarà un domani), i quindici si sono di fatto sostitutiti al parlamento.
Ho l’impressione che in questo vuoto politico e complice l’incapacità della nostra classe dirigente si stia lasciando uno spazio decisamente eccessivo al potere dei magistrati, di ogni ordine e grado. Ieri, a breve distanza dalla decisione della Consulta, un giudice del Tar decideva di bloccare la sospensione disposta dal ministro Lortenzin della cura stamina.
Essere governati da una pattuglia di giudici che possono disporre delle nostre libertà mi fa più paura che essere governati da una pluralità di politici incompetenti. Oggi brindiamo alla cancellazione di una brutta legge elettorale, domani ce ne potremo pentire.

(il Giornale)

martedì 3 dicembre 2013

ArchivioBordin Line

3 dicembre 2013

“Se uno sbaglia per dolo deve essere chiamato a risponderne” sembra a Renzi una coraggiosa e ferma presa di posizione sul problema della responsabilità civile dei magistrati. In realtà perfino la legge originaria si spingeva oltre, fino al concetto di colpa grave. Un comportamento doloso è già sanzionabile sia civilmente che penalmente, mancherebbe altro. Mettiamo il caso di un magistrato che non verifica se il numero di telefono trovato su un’ agendina corrisponda veramente a quello di un imputato detenuto in attesa di giudizio e lo dia per scontato per evitare la fatica di fare o far fare una telefonata. Mettiamo che il suo comportamento non sia doloso ma dovuto a un dato, diciamo così, caratteriale. Se poi si scopre che il numero era di un altro, e anche l’agendina per la verità aveva un altro proprietario, anche escludendo un comportamento doloso, ed è difficile farlo, vogliamo privare quell’imputato, poi assolto, dal diritto di rivalersi non contro “lo stato” ma contro quei magistrati? Finora la risposta è stata: sì, lo neghiamo a lui e ai suoi eredi. Anzi i magistrati in questione li promuoviamo a prestigiosi incarichi. Renzi sostiene che i referendum non servono, basta fare buone leggi. Ieri ha aggiunto che vanno fatte insieme e non contro i magistrati. Nemmeno contro quelli che neanche fecero quel numero di telefono?
di Massimo Bordin@MassimoBordin

lunedì 2 dicembre 2013

Difesa dei politici italiani. Gianni Pardo


Se uno causa due, e due causa tre, e tre causa quattro, può dirsi che quattro è stato causato da uno. Si chiama catena causale e si applica anche alla storia. Gli italiani sono rancorosi. Spesso lo sono a torto, ma figurarsi quando hanno ragione. È evidente che l’estromissione di Berlusconi dal Parlamento potrebbe provocare problemi al presente e al futuro. Lo scrive Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”: “Solo una combinazione di mancanza di senso storico e di miopìa politica, di incapacità di guardare al di là del proprio naso può fare pensare che non avrà effetti di lungo termine sulla democrazia italiana il fatto che un leader che ha rappresentato e rappresenta milioni di elettori sia stato messo fuori gioco per via giudiziaria anziché politica. Solo la suddetta combinazione può far pensare che non si tratti di un fatto che segnerà il nostro futuro, scaverà nelle coscienze, alimenterà rancori che si perpetueranno nel tempo”. E questo è l’effetto finale, il numero quattro.

“Ma – dirà qualcuno – se Berlusconi è colpevole di un reato che comporta la decadenza dalla vita politica, dei problemi di cui parla Panebianco è colpevole lui stesso”. Ragionamento fallace. Quando l’amministrazione della giustizia interferisce con l’attività politica, esiste sempre il sospetto che l’uomo politico possa essere stato assolto anche se colpevole, o condannato anche se innocente. Chi di noi è sicuro che sia giustificata la detenzione della signora Timoshenko? Proprio per questo, sin dai tempi della Rivoluzione Francese, si sono sottratti i politici al giudizio dei magistrati, quanto meno per il periodo in cui rivestono la carica di rappresentanti del popolo. Diversamente come avrebbero potuto i rivoluzionari, tutti appartenenti al Terzo Stato, resistere ad un establishment che apparteneva tutto ai nobili e ai loro amici? E infatti anche la nostra costituzione, pure scritta sotto l’influenza dei comunisti di Togliatti, all’articolo 68 prevedeva tali guarentigie, che per estromettere Francesco Moranino, comunista pluriomicida condannato all’ergastolo, ci vollero lunghi e inauditi sforzi.

Purtroppo, che la tutela dei parlamentari non sia intesa a favorire dei delinquenti ma il funzionamento della democrazia, non è concetto che la gente capisca. È ferma all’idea infantile di un magistrato avulso dalla realtà, privo di idee politiche e perfino di passioni, della cui obiettività ci si può fidare ad occhi chiusi. Per questo, quando ci fu l’insulsa tempesta di Mani Pulite, la gente considerò come un intralcio l’autorizzazione a procedere e desiderò che i magistrati potessero perseguire chiunque senza l’autorizzazione di nessuno. Ed ecco il numero tre della nostra catena causale.

Naturalmente dei politici competenti avrebbero dovuto resistere a questa richiesta: non nel proprio interesse ma nell’interesse della separazione e dell’equilibrio dei poteri. Avrebbero dovuto prevedere che, nel caso la magistratura avesse esagerato, perseguendo un politico molto popolare e innocente, o anche molto popolare e colpevole (impossibile stabilirlo), avrebbero rischiato gravi conseguenze sociali. La legittimazione e la libertà d’azione politica in democrazia la dà il voto popolare, non il giudizio di un magistrato: è l’essenza stessa del sistema. Ma i nostri politici erano troppo ignoranti, troppo proni alla demagogia, troppo pronti ad essere più giustizialisti dei giustizialisti. E quelli di sinistra per giunta erano ragionevolmente convinti che i magistrati amici avrebbero colpito solo la controparte. E tutti insieme non capirono che stavano per assassinare il sistema. Dopo avere proclamato per decenni, prima e dopo di allora, che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, tanto da rifiutarsi di toccarla quando si tratta di rendere il Paese più governabile, l’hanno toccata entusiasticamente quando si è trattato di peggiorarla, abolendo di fatto l’art.68. E questo è il numero due della catena causale.

Ma andiamo al numero uno, alla causa prima: come mai i nostri politici furono così ignoranti, così sciocchi, così miopi, così imprevidenti? La ragione è semplice: si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. La tendenza nazionale è infatti alla superficialità emotiva. Dal momento che è stato articolo di fede che il fascismo è il “male assoluto”, si è adottato il principio che tutto ciò che il fascismo ha fatto è sbagliato. Il fascismo ha tentato di governare? Dunque governare è sbagliato, e Craxi è stato accusato di “decisionismo”. Come se decidere non fosse il mestiere del Presidente del Consiglio. Il fascismo ha imposto il militarismo (anche se d’operetta)? E noi saremmo stati disarmati e pacifisti. Il Paese ha subito una dittatura? E allora il Parlamento sarà prono ai desideri della piazza. Anche quando la piazza sbaglia. Dunque quei parlamentari in un certo questo senso sono innocenti perché si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani.

La nostra unica fortuna è che, fra gli altri difetti, non abbiamo quello del coraggio. Per questo eviteremo la rivoluzione.

pardonuovo.myblog.it

domenica 1 dicembre 2013

Quello che Matteuccio non ha capito. Claudio Velardi

              


Penso da molto tempo che il Pd può salvarsi solo con una feroce operazione di riforma dall’alto: ho spiegato più volte questo mio punto di vista, naturalmente discutibile (ma è, appunto, il mio punto di vista). Per questo, con un ultimo investimento di fiducia, avevo pensato di votare alle primarie dell’8 dicembre. Poi ho capito che, facendolo, avrei votato automaticamente, su lista bloccata, un elenco di dirigenti locali del Pd. Personale politico periferico in perenne attesa di collocazione nel Parlamento o in un Ente locale, in Europa, in una regione, in una partecipata comunale, in un Ente di bonifica, nel Cda di un teatro o di un museo, in commissioni, consorzi, società di trasporti, di logistica, di promozione turistica, di valorizzazione del patrimonio e di dismissione dello stesso, in startup e liquidazioni. Consiglieri, esperti, amministratori unici o accompagnati, dirigenti sindacali, curatori fallimentari, consulenti legali, fiscali, del lavoro, informatici… insomma tutti signori (e signore, perché l’equilibrio di sesso non può mancare) che non possono permettersi, né consentire, né promuovere, né avallare alcuna riforma del partito. In quanto – prevalentemente – scarti della società (cioè persone che stanno in politica perché altrove non combinerebbero niente di buono) devono aggrapparsi agli spazi che il sistema politico vigente gli consente per sopravvivere. E io li capisco pure, non ce l’ho con loro: ognuno di noi deve quotidianamente sfangarla, con i mezzi che ha a disposizione.

Ce l’ho invece con gli ipocriti, con i sepolcri imbiancati, tipo il buon Cuperlo che tutti questi marazzoni se li porta dietro cinguettando che “bisogna ridare dignità” alla politica. E anche con il fu rottamatore Renzi (che avrei votato), il quale fa finta di niente. “Tanto la gente vota per me”, fa intendere con sguardo da furbetto. E non ha capito che: 1) le primarie le vincerà male, perché la gente perbene si terrà lontana dai seggi; 2) dopo l’elezione, il suo sarà un percorso di guerra. Perché tutti questi gli faranno pagare conti salatissimi.

(the FrontPage)

Decadenza di Berlusconi: un caso di galateo politico. Sergio Romano

Da passata corrispondenza, lei sa che sono stata la prima donna di origine italiana eletta a un Parlamento australiano. Oggi le chiedo ospitalità in questa rubrica per congratularmi con i miei colleghi parlamentari italiani per avere avuto il coraggio di applicare la giusta legge anche a un personaggio potente quale Berlusconi. Bravi, bravissimi. Anche così lontani vi inviamo la nostra ammirazione e solidarietà. Con il vostro voto avete ridato onore e dignità alla nostra amata Repubblica.

Franca Arena, Sydney


Cara Signora,

Ricordo ai lettori che lei lasciò Genova, la sua città natale, appena ventenne e che ha raccontato la sua vita, qualche anno fa, in una bella autobiografia pubblicata in Australia. Ha trovato un impiego, ha imparato l'inglese, è divenuta cittadina australiana e ha fatto una brillante carriera politica nel partito laburista conquistando un seggio nella Camera del New South Wales e importanti incarichi di governo.
Ma non ha mai smesso di seguire con grande partecipazione le vicende italiane e, con una punta di nostalgia, quelle di Genova.
La sua lettera, quindi, non mi ha sorpreso. Buona parte della sua vita è stata spesa in battaglie contro la corruzione, per la legalità, per l'affermazione dei diritti umani e civili. E anche oggi, dopo avere lasciato la politica attiva, lei non smette di svolgere un ruolo significativo nella società civile australiana. Proprio per queste ragioni, tuttavia, ho l'obbligo di dirle che il modo in cui Berlusconi è stato estromesso dal Senato mi è parso un discutibile colpo inferto al galateo politico.
Le ricordo la situazione dell'Italia dopo le elezioni politiche dello scorso febbraio. Grazie alla legge elettorale, il Partito democratico aveva la maggioranza alla Camera dei deputati, ma non al Senato e aveva bisogno, per governare, di un alleato. Pierluigi Bersani cercò di formare una coalizione con il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, ma si scontrò con il disegno di una forza politica che desiderava soprattutto nuove elezioni in tempi brevi per allargare e rafforzare il proprio seguito. Il presidente della Repubblica giunse rapidamente alla conclusione che l'Italia non poteva permettersi di tornare alle urne per due ragioni: perché la credibilità finanziaria del Paese ne avrebbe drammaticamente sofferto e perché la pessima legge elettorale con cui avevamo appena votato non garantiva risultati diversi. Sono queste le ragioni per cui fu costituito un «governo di larghe intese» sostenuto dai due maggiori partiti: il Pd e il Pdl di Silvio Berlusconi.
Se l'Italia è stata governata dalla scorsa primavera lo deve a una specie di patto di condominio.Dopo la condanna confermata dalla Corte di Cassazione, tuttavia, il Pd si è comportato, di fatto, come se l'estromissione di Berlusconi dal Parlamento fosse auspicabile. Avrebbe potuto assumere un atteggiamento più neutrale, accettare che la Legge Severino (quella utilizzata per la decadenza di Berlusconi al Senato) venisse sottoposta al vaglio della Corte costituzionale, lasciare che la sorte di Berlusconi venisse decisa dai tempi della giustizia (nelle prossime elezioni non sarà comunque candidabile).
Ma il desiderio dell'eliminazione del vecchio nemico ha prevalso su qualsiasi altra considerazione. Non è sorprendente, in queste circostanze, che Berlusconi e i suoi fedeli percepiscano il voto sulla decadenza come una violazione del patto stipulato per il governo del Paese.
Ancora una considerazione, cara Signora.
Per risanare i conti del Paese sotto gli occhi vigili della Commissione di Bruxelles e dei mercati, il governo Letta deve scontrarsi quotidianamente con le resistenze e i malumori di quella parte crescente della società che attribuisce tutti i mali del Paese all'euro, all'Unione Europea e alla Germania. Il partito che nelle ultime elezioni ha maggiormente espresso questi sentimenti è il Movimento 5 Stelle.
Oggi Berlusconi è libero di attizzare a sua volta il fuoco della rabbia anti-europea. E Letta avrà nel Paese un nemico in più.

(Corriere della Sera)

Decadenza con effetti di tipo radioattivo. Maurizio Bonanni



“È saltato il tappo!”. Così hanno gridato a sinistra, dopo la decadenza di Berlusconi da senatore della Repubblica. Il brindisi ha ricordato, con un po’ di nostalgia, l’epopea della vittoria radicale e socialista su divorzio e aborto, che portò alle dimissioni dello sfidante (e, storicamente, perdente) Amintore Fanfani. Allora, però, fu vittoria di popolo.

Oggi, invece, nel caso del Cavalier Silvio, si tratta di una vendetta - per giudici interposti – di “mandarini”, vecchi e nuovi, annoverando tra questi ultimi Renzi, Grillo, Letta (Henry) e Alfano. Osservo, tuttavia, che il “Decadimento” di B. è destinato - nel breve e medio periodo - a irradiare elementi di destabilizzazione nel sistema consociativo attuale, al pari di un isotopo di uranio. Una notazione di colore, innanzitutto: da vent’anni almeno, al di sopra della politica, si colloca un ordine magistratuale vincente, destinato a prevalere anche nei prossimi vent’anni, perché negli atti e nelle istruttorie giudiziarie pendenti, presso i Tribunali e le Procure della Repubblica, compaiono i nomi di quasi tutti i politici d’Italia che abbiano un peso nelle decisioni pubbliche.

Colpa loro e soltanto loro. La mancata riforma della Giustizia (che, guarda caso, invoca anche il Presidente Napolitano!) non si è potuta, o meglio, “voluta” fare, pensando di compiacere - o, almeno, di non inimicarsi - proprio quell’ordine onnipotente che da due decenni li perseguita! Sapete perché - secondo me - il Cavaliere cadrà in piedi (al contrario dell’altro, anche lui “Cavaliere”, che non sfuggì alla sua giustizia sommaria)? Perché più gli vanno a mettere le lenzuola sotto i Raggi X, più gli Italiani si divertiranno un mondo a coltivare il loro innato spirito “macho” (ambosessi!), e votare a dispetto, confermando a B. il gradimento di sempre, anche se in contumacia, in manette, o al confino.

Prevedibilmente non hanno torto coloro che sostengono la tesi secondo la quale, nel futuro immediato, Berlusconi e Forza Italia faranno a gara con Grillo per uscire dall’Euro e dalla Ue. Nondimeno, saranno sempre in molti ad appoggiare B. anche su questa strada pur di dare la spallata definitiva al compromesso catto-comunista che tiene imprigionato questo Paese da sessant’anni. Certo, con i Governi Monti e Letta, anche B. ha aderito pro-tempore allo spirito consociativo, portando su di sé, per di più, la non lieve responsabilità di non aver realizzato nessuna delle liberalizzazioni promesse, in occasione della firma del suo “Patto con gli Italiani” del 1994. Una sola parolina per gli “Scissionisti” (non vi ricorda qualcosa accaduto dalle parti di Scampia?): ricordatevi che vi ha nominati il “Decaduto” e non gli elettori!

Loro hanno creduto in B. e hanno votato, in moltissimi, “turandosi il naso” alla Montanelli, avendo rinunciato a scorrere i nomi di chi era stato cooptato e inserito nelle liste bloccate, come semplice “vassallo”. Poi, state tranquilli: vale sempre l’equazione “Letta=Prodi-bis”. Ovvero: navigazione a vista; nessuna riforma liberista, fino al 2015; maggioranza perennemente in bilico al Senato. E, per quel giorno, quanti voti in più prenderebbe B., facendosi vedere ammanettato? Se Napolitano gli avesse concesso le elezioni un mese fa, B. non avrebbe vinto, probabilmente. Invece, separati per colpire assieme, lui e Alfano alla prossima conta elettorale potrebbero tornare maggioranza (tenete conto che nel 2015 Berlusconi sarebbe legittimamente ricandidabile ed eleggibile).

Perché, non solo il “gatto nessuno ce l’ha nel sacco”, ma non possono nemmeno provare a fargli “ora” una legge sul conflitto d’interessi, togliendogli l’arma letale delle sue corazzate mediatiche, dato che Alfano non voterebbe mai a favore di un provvedimento simile! E dall’altra parte, io non escluderei che Cuperlo vinca il Congresso del Partito Democratico. Poi, lui, Letta e Napolitano andranno tranquillamente al 2015, regnando tutti felici e contenti. Nota di colore (nero!): sono, ormai, i talk-show a costruire i finti leader (Renzi compreso!). E tutto ciò, grazie, soprattutto, al Porcellum e a “Primarie” che ognuno si coniuga per conto suo, mentre dovrebbero essere regolate, erga omnes, con legge e uguali per tutti. Continuo a pensare che B. andava sconfitto politicamente (com’è accaduto per due volte con Prodi e il suo Ulivo-Arcobaleno), da parte dei suoi avversari. Le regole del gioco, però, si applicano, e basta.

Ma rimane vera l’assenza drammatica di alternativa, da parte delle forze liberali: B. ha avuto dalla sua maggioranze bulgare per fare le riforme e, nonostante ciò, lo Stato-badante si è ancora ingigantito, in questo ventennio, anziché fare la drastica cura dimagrante che sarebbe stata assolutamente necessaria. Storicamente, tranne Einaudi e De Gasperi, tutto ciò che è venuto dopo di loro è semplicemente frutto del patto “catto-comunista”. Una sorta di breznevismo in salsa agrodolce italiana. Malgrado Silvio Berlusconi, lo Stato-badante è più Leviatano di sempre, con la sua mole gigantesca fatta di decine di milioni di individui che vivono di spesa pubblica e che rappresentano i “consumatori netti” di ricchezza.

Nessuna strategia politica, in termini liberisti, può prescindere da un ragionamento pacato sull’aggiramento “soft” di questa “Maggioranza di blocco”, dato che nessuna riforma può essere fatta “contro” di lei (a meno che si invochino la guerra civile e il secessionismo delle aree geografiche, che sono a maggioranza di “produttori netti” di ricchezza). Occorre, pertanto, la messa a punto di strategie mirate che individuino le fasi di transizione necessarie per passare da una Pubblica Amministrazione pesantemente sussidiata, inflattiva (il 90% delle sue attività è in auto-amministrazione) e largamente dissipativa di risorse comuni, ad uno Stato ultraleggero.

Uno Stato, cioè, in cui prevalga il merito (in base alle prerogative del mercato) e la libera scelta individuale, per quanto riguarda la fruizione dei servizi essenziali, oggi di quasi esclusivo monopolio pubblico. Domanda delle cento pistole: c’è ancora spazio per un terzo polo? Tutto dipenderà dalla prossima legge elettorale.

(l'Opinione)

 

venerdì 29 novembre 2013

"La politica si pentirà di essersi arresa alla magistratura"
Marina Berlusconi

Non è democrazia, bellezza! Fabio Raja


Se dovessi scegliere una immagine simbolo della sciagurata giornata in cui è stata decisa la decadenza di Silvio Berlusconi opterei senz’altro per quella di quei Senatori a vita, di fresca nomina e avarissima o nulla partecipazione ai lavori di Palazzo Madama, che si sono presentati in forze ed in pompa magna per dare il loro nobile contributo e assistere, sospettiamo con un certo compiacimento, alla sua espulsione dal Parlamento della Repubblica.

Scienziati ed artisti di chiari meriti nei rispettivi campi professionali ma che siedono sugli scranni del Senato, e vi siederanno per molti anni ancora sinché avranno vita, senza aver mai ricevuto un solo voto dagli elettori hanno scelto di cacciare dalle Istituzioni l’uomo designato dagli elettori per due decenni alla guida dell’Esecutivo o dell’opposizione Parlamentare.

Ora che il Cavaliere è fuori dalle istituzioni coloro che lo hanno ferocemente avversato per quattro lustri potrebbero avere tutte le ragioni per rallegrarsene e festeggiare l’evento. Invece, tranne qualche sparuto gruppo di minus habens, si constata un certo imbarazzato silenzio dalle parti della sinistra.

Escluso che sia per pudore, sospetto che ne siano geneticamente sprovvisti, non resta che supporre che, seppur senza averne ancora piena consapevolezza, comincino a comprendere che quel voto non è stato per niente un successo, ma al contrario ha messo il definitivo sigillo sull’incapacità della sinistra a guadagnarsi per via democratica il governo del paese.

Ormai è documentato, e l’attestato lo ha rilasciato il Senato con il voto di ieri, la sinistra per piegare Berlusconi è dovuta ricorrere a mezzi che con la conquista del consenso popolare niente hanno a che vedere.

Certo, potrebbe apparire strano che io faccia questa affermazione nel momento in cui la sinistra ha praticamente tutte le cariche più importanti delle istituzioni, dalla Presidenza della Repubblica a quella delle due Camere e del Consiglio dei Ministri.

Ma proprio questa occupazione, “manu militari”, dimostra inequivocabilmente la mia tesi giacché nelle elezioni politiche svolte negli ultimi cinque anni, in quelle del 2008 il centrodestra ottenne una schiacciante vittoria e nelle più recenti la coalizione PD-SEL ha prevalso per soli 14.000 voti.

Da ieri nessuno potrà più battere politicamente Berlusconi perché già sconfitto, ma con armi aliene alla politica e alla regolare competizione democratica.

Non escludo che qualcuno tra i più intelligenti esponenti del PD avesse capito il disastro verso cui il partito si stava avviando. E aveva provato anche a lanciare qualche timido avvertimento subito zittito e perfino aggredito fisicamente.

Così il Partito di Epifani, cioè di nessuno, invece di attendere signorilmente l’interdizione che ineluttabilmente scatterà tra pochi giorni producendo più o meno gli stessi effetti della decadenza, ma lasciando la sinistra con le mani pulite, ha preferito diversamente.

E se lo ha fatto è per due motivi: il primo per non lasciarsi superare quanto a giustizialismo dal M5S, il secondo perché qualcuno dei tre contendenti alla segreteria del PD avrebbe potuto usare l’argomento dell’applicazione della legge Severino per lucrare qualche vantaggio sugli altri.

Un partito culturalmente succube al Grillismo e ormai prossimo alla spaccatura. Peggio di così...

(LSBlog)

 

(S)Banca d'Italia. Davide Giacalone


Si voleva la fantasia, ma al potere è arrivata la follia. E’ impressionante il modo in cui è passata l’idea, enunciata dal ministro dell’economia, di far della Banca d’Italia una public company. Sia chiaro a tutti: questo non è un tema economico, un trastullo per cultori, questa è la carne viva di quel che resta della sovranità nazionale. A dar retta a Saccomanni, che va fermato, a star dietro a quel che il Consiglio dei ministri ha deciso (nel mentre giornali e italiani si distraevano con i ludi della decadenza), potremmo presto essere il solo Paese al mondo la cui banca centrale è posseduta da stranieri. Procediamo per gradi e cerchiamo di capirci.

L’autonomia delle banche centrali era già nel costume delle economie di mercato. Per gli europei tale principio è scolpito del trattato istitutivo e nello statuto del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc). La condizione di quasi tutte le banche centrali è d’essere possedute, direttamente o indirettamente, dallo Stato. Il solo proprietario che può garantire totale indipendenza. Ci sono, in Europa, due eccezioni: la banca centrale belga, quotata in Borsa, ma posseduta al 50% dallo Stato, e quella greca. Sulla seconda non vale spendere parole. Fuori d’Europa è quotata solo la banca centrale giapponese, ma posseduta dallo Stato al 55%. Era dello Stato anche la Banca d’Italia, le cui quote erano allocate presso banche a loro volta di proprietà o sotto il controllo pubblico. Il guaio, come osservò Enrico Cuccia, si creò quando si privatizzò il sistema bancario, talché il proprietario (divenuto privato) era controllato dal posseduto. Guaio che crebbe con le fusioni e le acquisizioni, al punto che, oggi, Intesa Sanpaolo possiede il 42,2% e Unicredit il 22,1 di Bd’I. Possesso teorico, però, perché leggi e statuto tutelano l’autonomia della banca centrale. Fermiamoci qui per gli assetti e guardiamo la sostanza economica, in modo da capire l’enormità della follia di Saccomanni.

Fu Camillo Benso, conte di Cavour, a volere una banca emittente sabauda, allora posseduta da privati. Nel 1936, con la legge bancaria, quelle quote furono assegnate alle banche pubbliche, per un valore di 300 milioni di lire (156mila euro). Da allora il valore nominale non è mai cambiato, dato anche che quelle quote non potevano essere negoziate. Perché si parla di rivalutazione, e perché governo e banche concordano nel farla? Perché aumentando il valore di quelle quote si aumenta il patrimonio delle banche che le possiedono, rendendole più solide e, al tempo stesso, si assegna un dividendo fiscale allo Stato. Pari a circa un miliardo. Qualcuno ha già rivalutato le quote per i fatti propri, come ha bene ricordato il prof. Tito Boeri, tanto che Banca Carige le ha fatte crescere del 180.000%. Si aggiunga che, per coprire il mancato gettito della seconda rata Imu il governo chiede alle banche un anticipo del 130% su Ires e Irap, alzando anche l’aliquota sugli utili, dal 27,5 al 36%. Hanno pensato: diamo qualche cosa in cambio. Ora, a parte il fatto che le banche stramazzano prima del cambio, l’oggetto consegnato, le quote Bd’I, è da matti. Torniamo all’assetto proprietario.

Dunque: facciamo della banca centrale una public company. Ma lo sanno, cosa vuol dire? Sono società quotate ad azionariato diffuso, talché non dipendano dalla proprietà, ma dal mercato. Uno dei difetti di tali società, amministrate da gente che, per conservare il posto, devono portare valore agli azionisti, è di avere la vista corta e concentrarsi sul breve periodo. Ha senso, inoltre, solo se le azioni sono negoziabili, il che comporta un valore mobile. Tutto all’esatto contrario di una banca centrale. E non basta: il governo ha fissato al 5% il limite massimo di azioni che ciascuno può possedere, con il prode ministro dell’economia che aggiunge di lasciare “la porta aperta a investitori europei”. Le quote, difatti, il cielo solo sa come distribuite, potranno essere acquistate da banche e compagnie d’assicurazione Ue. Vuol dire che dieci banche e compagnie tedesche possono comprarsi la Banca d’Italia! Si dirà: ma non possono governarla. Ricoverateli, perché gli azionisti avranno un dividendo derivante dal signoraggio (previsto dall’articolo 32.1 dello statuto Sebc), nonché dai guadagni fatti con il mercato dei cambi. Il tutto senza contare che l’oro nei forzieri diventa proprietà degli azionisti e non più bene collettivo. Ma a chi cavolo sono venute in mente queste cose?

Per porre rimedio, un giorno, presto, si dovrà procedere al riacquisto delle quote, con il risultato che per 1 miliardo di gettito fiscale oggi si dovrà domani spenderne 50 per riprendersi quel che si rivalutò. In un casotto fra bisogni di cassa e operazioni patrimoniali. Fatemi vedere anche questa e sarò pronto a credere non che gli asini volano, ma che governano.

Pubblicato da Libero

giovedì 28 novembre 2013

Zapatero rivela: il Cav obiettivo di un attacco dei leader europei. Riccardo Pelliccetti


Vorremmo dire «clamoroso», ma non è così perché sapevamo da tempo, e lo abbiamo più volte scritto, che non solo in Italia ma anche dall'estero arrivavano pesanti pressioni per far fuori Silvio Berlusconi. L'ultima prova, che conferma la volontà di rovesciare un governo democraticamente eletto, la rivela l'ex premier spagnolo Luis Zapatero, che nel libro El dilema (Il dilemma), presentato martedì a Madrid, porta alla luce inediti retroscena sulla crisi che minacciò di spaccare l'Eurozona.
I
l 3 e 4 novembre 2011 sono i giorni ad altissima tensione del vertice del G-20 a Cannes, sulla Costa Azzurra. Tutti gli occhi sono puntati su Italia e Spagna che, dopo la Grecia, sono diventate l'anello debole per la tenuta dell'euro. Il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel mettono alle corde Berlusconi e Zapatero, cercando di imporre all'Italia e alla Spagna gli aiuti del Fondo monetario internazionale. I due premier resistono, consapevoli che il salvataggio da parte del Fmi avrebbe significato accettare condizioni capestro e cedere di fatto la sovranità a Bruxelles, com'era già accaduto con Grecia, Portogallo e Cipro. Ma la Germania con gli altri Paesi nordici, impauriti dagli attacchi speculativi dei mercati, considerano il vertice di Cannes decisivo e vogliono risultati a qualsiasi costo. Le pressioni sono altissime.

Zapatero descrive la cena del 3 novembre, con il tavolo «piccolo e rettangolare per favorire la vicinanza e un clima di fiducia». Ma l'atmosfera è esplosiva. «Nei corridoi si parlava di Mario Monti», rivela il premier spagnolo. Già, Monti. Che solo una settimana dopo sarà nominato senatore a vita da Napolitano e che il 12 novembre diventerà premier al posto di Berlusconi. Il piano era già congegnato, con il Quirinale pronto a soggiacere ai desiderata dei mercati e di Berlino.

La Merkel domanda a Zapatero se sia disponibile «a chiedere una linea di credito preventiva di 50 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, mentre altri 85 sarebbero andati all'Italia. La mia risposta fu diretta e chiara: “no”», scrive l'ex premier spagnolo. Allora i leader presenti concentrano le pressioni sul governo italiano perché chieda il salvataggio, sperando di arginare così la crisi dell'euro.

«C'era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano», ricorda Zapatero, descrivendo la folle corsa dello spread e l'impossibilità da parte del nostro Paese di finanziare il debito con tassi che sfiorano il 6,5 per cento. Insomma, i leader del G-20 sono terrorizzati dai mercati e temono che il contagio possa estendersi a Paesi europei come la Francia se non prendono il toro per le corna. Il toro in questo caso è l'Italia.

«Momenti di tensione, seri rimproveri, invocazioni storiche, perfino invettive sul ruolo degli alleati dopo la seconda guerra mondiale...», caratterizzano il vertice. «Davanti a questo attacco - racconta l'ex leader socialista spagnolo - ricordo la strenua difesa, un catenaccio in piena regola» di Berlusconi e del ministro dell'Economia Giulio Tremonti.

«Entrambi allontanano il pallone dall'area, con gli argomenti più tecnici Tremonti o con le invocazioni più domestiche di Berlusconi», che sottolinea la capacità di risparmio degli italiani. «Mi è rimasta impressa una frase che Tremonti ripeteva: conosco modi migliori di suicidio». Alla fine si raggiunge un compromesso, con Berlusconi che accetta la supervisione del Fmi ma non il salvataggio. Ma tutto ciò costerà caro al Cavaliere. «È un fatto - sostiene Zapatero - che da lì a poco ebbe effetti importantissimi sull'esecutivo italiano, con le dimissioni di Berlusconi, dopo l'approvazione della Finanziaria con le misure di austerità richieste dall'Unione europea, e il successivo incarico al nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti». Un governo, ora sappiamo con certezza, eletto da leader stranieri nei corridoi di Cannes e non dalla volontà popolare degli italiani.

(il Giornale)

Svantaggio istituzionale. Davide Giacalone


Lo svantaggio competitivo dell’Italia è politico e istituzionale. E’ lì che l’altra Italia, produttiva e meritocratica, viene colpita alle ginocchia. Per rendersene conto basta ripercorrere la giornata di ieri (27 novembre), osservando quel che è successo in Germania e quel che s’è visto da noi. I tedeschi riprendono la rincorsa, dando vita a un governo di coalizione il cui programma è stato negoziato per due mesi, fino a prendere forma in 185 pagine d’impegni precisi. Governo che non nasce subito, perché prima è necessario che i socialdemocratici (Spd) consultino i loro 475mila iscritti (non i passanti, non i cammellati, ma gli iscritti, perché in Germania esistono quei cosi che noi abbiamo distrutto: i partiti). Entro il 14 dicembre si saprà se la base approva quel che hanno deciso i vertici. Dopo quel giorno non si apriranno crisi per isteria o mal di pancia, ma solo nel caso gli alleati vengano meno agli impegni presi. I leader dei due partiti fanno a gara nel magnificare la bellezza e la positività del programma concordato. Nasce, quindi, un governo forte.

Per conoscere i veri contenuti egli accordi c’è bisogno di tempo, anche perché le pagine non sono poche e scritte in tedesco. Ma quel che è stato comunicato e riassunto è già significativo. Prendete il caso del salario minimo, fissato a 8,5 euro per ora lavorata: era previsto che fosse fra i punti irrinunciabili, per i socialdemocratici, e anche i cristianodemocratici (Cdu e Csu) concordavano, ma ora sappiamo che quel limite minimo sarà valido solo dal 2015, rimanendo derogabile, caso per caso, fabbrica per fabbrica, ove concordino le parti sociali, fino al 2017. Traduzione: nel 2014 la Germania non rinuncerà a un capello della propria competitività e non farà crescere di un tallero la domanda interna. Se fossimo tedeschi argomenteremmo sul perché siamo favorevoli o contrari, non avendo quella cittadinanza osserviamo che questa è politica di potenza.

Nello stesso giorno, anzi, per la precisione, nella stessa notte passa, in Italia, passa un maxiemendamento alla legge di stabilità, sul quale si sfarina la maggioranza, che cambia natura politica, e nel quale è contenuto quello che viene chiamata “salario minimo”, ma che altro non è se non il rifinanziamento della “social card”, naturalmente con effetto immediato. Traduzione: presa in giro, giochino nominalistico e soldi spesi per fare la carità, senza alcuna finalità produttiva.

In Germania la Spd aveva messo nel proprio programma elettorale la creazione degli eurobond, in modo da fermare la visibile crisi del mercato interno europeo e la preoccupante divaricazione fra i paesi che compongono l’Unione. Negli annunci relativi al prossimo governo non ve n’è traccia. Ma c’è una cosa significativa, sebbene piccola: pensano di far pagare le autostrade agli stranieri, ma non ai tedeschi. Dicono che tale misura sarà effettiva solo se ci sarà il consenso dell’Ue, ma già di per sé la dice lunga su quanto si sentano (e ci sentano) cittadini d’Europa. E, del resto, nessuno ha voluto minimamente mitigare la ruvidezza con cui Angela Merkel aveva mandato a spigolare i timidissimi (e ipotetici) rilievi della Commissione.

Da noi si fa la legge di bilancio per obbedire all’Ue. Senza che il governo sia capace di far valere i nostri (molti) punti di forza. Ed è esattamente questo il centro del problema: non è affatto vero che la Germania sia esemplare in positivo e noi in negativo; non è vero che loro sono solo virtuosi e noi solo viziosi; le nostre banche sono patrimonialmente più solide delle loro e i nostri esportatori più tenaci e capaci dei loro; ma, per la miseria, loro esprimono un governo forte, capace di anteporre a tutto gli interessi nazionali, fin troppo, mentre noi diamo forma a governini cincischianti, vocati a subordinare tutto al desiderio di permanenza di quanti lo compongono. Da loro lo scontro elettorale è stato durissimo e il negoziato condotto con il coltello fra i denti, ma ora che tutto è finito nasce un governo in grado di governare. Da noi gli scontri sono pirotecnici, non poche bestioline giungono anche alle mani, poi ci si accorda fra ex avversari, si cambiano casacche, si fondano partiti che non sono mai stati sulle schede elettorali, si saltabecca da un fronte all’altro e il gioco non finisce mai, sicché si formano governi che governano a malapena sé stessi. No sta scritto in nessun destino che noi si debba scivolare indietro, ma guardate la giornata di ieri e avrete chiaro il perché sta avvenendo. La nostra debolezza è tutta politica e istituzionale.

Pubblicato da Libero

Il miglior perdono è la vendetta, i conti si faranno alle elezioni. Vittorio Feltri

 Votata la decadenza, ma non finisce qui. I cittadini sono arcistufi di questo linciaggio. Al momento del voto non dimenticheranno quanto di sporco è accaduto


Ero convinto di conoscere a fondo Silvio Berlusconi, essendomi occupato di lui fin dal 1973, quando stava per ultimare Milano 2. Invece mi accorgo, con grande sorpresa, di non conoscerlo neanche superficialmente. Lo osservo da lontano e ogni giorno egli mi stupisce per come vive l'epilogo della sua avventura (meglio dire disavventura) parlamentare.
Non so dove trovi la forza per sopportare ciò che non è esagerato definire martirio, se si considera il modo in cui i suoi avversari, tra i quali numerosi ex amici (cortigiani, beneficiati), lavorano per eliminarlo: sembra che godano a stringere lentamente - molto lentamente - la vite della garrota.

Non si accontentano di farlo fuori; pretendono di trasformare - e ci riescono - l'esecuzione in uno spettacolo dell'orrore. Altro che macchina del fango. Quello che usano contro di lui è un imponente strumento di tortura affidato a un esercito di sadici, ciascuno dei quali svolge il suo compitino per rendere più macabro il linciaggio-show: comici, satirici, editorialisti di pronto intervento, politici di risulta, tifosi di alcune Procure, toghe svolazzanti, pidocchi, conduttori televisivi a scartamento ridotto con codazzo di ospiti a gettone.

Mentre il Cavaliere si batte e si dibatte per non soccombere gratis, si odono nell'arena risate, insulti da trivio, frasi d'incitamento dirette ai picadores affinché sfianchino la vittima sanguinante. Già. Vittima. Come si potrebbe diversamente definire un uomo che da venti-anni-venti viene scazzottato nei tribunali, poi condannato, poi costretto ad ascoltare il tintinnio delle manette, a leggere articoli che raccontano di magistrati intenti a predisporre il suo arresto, obbligato a schivare una pioggia di sputi? Nonostante tutto, il vecchio imprenditore e leader politico ha ancora parecchi aficionados decisi a sostenerlo a ogni costo, ma il loro sostegno (benché appassionato) e i loro applausi non possono soffocare il frastuono provocato dai detrattori animati da odio feroce.

In effetti si è sempre notato che mille esagitati progressisti fanno più baccano di diecimila borghesucci casa e chiesa, buoni tutt'al più a sfilare in processione e a salmodiare: gridare, ribaltare automobili, fracassare vetrine non è la loro specialità. Tutte cose ben note a Berlusconi che periodicamente medita di puntare sulla piazza per dimostrare quanto sia vitale il proprio popolo, ma quasi sempre vi rinuncia. L'ultima manifestazione degna di questo nome avvenne nel 2009 a Milano in piazza Duomo e chiunque ricorda quell'oggetto scagliato in faccia all'allora premier, subito ricoverato all'ospedale San Raffaele mentre l'orda antiberlusconiana scuoteva la testa delusa dal suo mancato decesso.

Questo è il clima che ha accompagnato Silvio dalla sua «discesa in campo» (espressione logora e addirittura fastidiosa) a ieri sera: nessuno sarebbe stato in grado di non cedere alla tentazione di mollare tutto e ritirarsi in luoghi più ospitali del cosiddetto Bel Paese. Lui, viceversa, è rimasto lì imperterrito a ricevere schiaffoni su schiaffoni, aiutato dalla propria presunzione (sconfinata quanto l'intraprendenza di cui occorre dargli atto). C'è da chiedersi chi gliel'abbia fatto fare. È la domanda che mi rivolgono ossessivamente lettori, passanti, avventori di bar, commensali, amici. Difficile dare una risposta soddisfacente.

Un signore straricco e famoso, protagonista dell'imprenditoria, proprietario di ville e palazzi, presidente di una società di calcio che a livello internazionale s'è aggiudicata qualsiasi trofeo, non ha bisogno della politica per sentirsi qualcuno e dare un senso all'esistenza. Non vi è un solo italiano, nemmeno quelli che lo detestano e si augurano di vederlo inchiodato alla croce, che non nutra almeno una puntina d'invidia nei suoi confronti. Un sentimento, questo, tra i più stupidi in assoluto (è solo causa di sofferenza) e che però sembra essere il motore del mondo.

Per negare a Berlusconi ogni virtù, si esaltano i suoi difetti, di cui non è certo sprovvisto. Infastidiscono il suo eccessivo ottimismo, l'inclinazione a scherzare, la propensione a sfoggiare un repertorio inesauribile di barzellette, l'ostentazione della ricchezza e delle capacità di seduttore (non solamente di donne). Ingigantendo questi aspetti negativi, fatalmente si trascurano quelli positivi che sono sovrastanti: talento speciale per gli affari, fiuto commerciale straordinario, temperamento d'acciaio, intuito sopraffino, abilità organizzativa.

Il Cavaliere è stato un fenomeno nell'edilizia, s'è inventato la tivù privata sbaragliando la Rai e altri concorrenti senza risparmiare loro badilate sui denti. In politica ha compiuto un capolavoro: in tre mesi ha messo in piedi un partito che ha stritolato i comunisti quando ancora erano comunistissimi. E di ciò non gli saremo mai abbastanza grati. I suoi denigratori affermano che egli sia portato a contornarsi di servi e di imbecilli. Fosse vero non sarebbe arrivato tanto in alto, posto che una persona da sola non può scalare l'Everest; fosse falso, tuttavia, non si spiegherebbe il ruzzolone che lo ha fatto precipitare dove adesso sta, nei paraggi della galera. Un bel dilemma. Forse la verità è nel mezzo: anche lui, per quanto dotato d'intelligenza manovriera, ha commesso degli errori che offuscano le mirabili opere realizzate in anni e anni di duro lavoro.

Ora paga un dazio sproporzionato alle sue eventuali colpe, tutte da dimostrare. L'unica certezza è la seguente: il Cavaliere ha rotto le uova nel paniere ai partiti superstiti della Prima Repubblica, impedendo loro di conquistare stabilmente il potere. Questo non glielo hanno mai perdonato. La guerra contro l'intruso scoppiò subito dopo il successo elettorale di Forza Italia, nel marzo 1994. La sinistra cercò immediatamente di delegittimarlo col conflitto di interessi (ancora irrisolto), poi lo irrise, quindi lo trasformò in bersaglio fisso. Quello che egli ha subìto è stato un bombardamento cui non si può dire non abbiano partecipato vari Pm. È stata la ricerca disperata di un motivo per eliminare il politico improvvisato, e baciato dal successo, che prima o poi non poteva portare ad altro risultato se non a quello di ieri: l'espulsione del Nemico al termine di un rito disgustosamente ammantato di legalità formale.

Anche chi ha ragione, ha sempre qualche torto nel sacco: ecco, si è tenuto conto soltanto del torto, sorvolando sulle esigenze della giustizia sostanziale. Siamo allo scempio. Alla vergogna di un Paese che, unico nell'Occidente, fa secco il capo dell'opposizione azionando la leva giudiziaria - in puro stile sovietico - anziché tentare di superarlo nelle urne. Ma la partita non finisce qui. Ci avviamo verso i tempi supplementari che garantiscono nuove polemiche e altri colpi di scena. Dal male e dalle iniquità nasceranno altro male e altre iniquità.

Berlusconi non è un fantasma, ma un uomo in carne e ossa, non ancora domo, e la sua presenza peserà nei prossimi mesi sui destini italiani. I cittadini sono arcistufi di questo osceno tormentone; quando si tratterà di votare, non dimenticheranno quanto di sporco è accaduto e metteranno in pratica un proverbio riveduto e corretto: il miglior perdono è la vendetta. Un Berlusconi martire e liquidato come un criminale minaccia di diventare assai pericoloso per la sinistra, fornendo a Forza Italia il carburante di consensi per trionfare alle elezioni.

Non s'illudano gli aguzzini - e i loro mandanti - di farla franca. Uccidere un nemico che ha tanti amici significa rischiare il peggio: di inasprire la battaglia e magari perderla.

PS: Questo articolo non è un coccodrillo, ma il preambolo di una nuova vicenda che avrà quale protagonista ancora Berlusconi. Il quale, se lo chiudessero in prigione, farebbe la campagna elettorale più travolgente della sua carriera.

(il Giornale)

 

mercoledì 27 novembre 2013

Non facciamo i distratti di fronte alla Storia. Marcello Veneziani


La Storia si poserà come uno sparviero oggi sul Parlamento e sul nostro Paese. Fisserà col fermo immagine la scena e la porterà via con sé, insieme al protagonista. Una minaccia a lungo aleggiante sui cieli della politica, della giustizia e del nostro Paese, oggi planerà in aula e diventerà realtà. Un'epoca, un ciclo, una saga si concluderà dopo un prolisso, feroce, grottesco preambolo. Resterà negli annali questo mercoledì 27 novembre come il giorno in cui si chiuse in senso carcerario un'epoca: per la prima volta nella storia della nostra Repubblica un leader politico e un ex premier assai popolare sarà dichiarato decaduto e finirà in carcere o succedanei più o meno pietosi.

La Storia oggi si posa sulle spalle d'Italia, ma il Paese non se ne accorge, è distratto, e non felicemente distratto ma angosciato da una brutta crisi senza sbocchi. Un Paese estenuato, stanco di questo interminabile teatro, una commedia che vira al noir e forse al dramma, dopo lunghi e tempestosi preliminari. Vent'anni fa il popolo italiano vedeva finire una Repubblica, decadere un ceto politico, ma nutriva qualche fiducia che saremmo passati da una storia all'altra, ci sarebbe stato un futuro. Stavolta no, non intravede forze nuove e protagonisti futuri, nemmeno tra i magistrati, come invece accadde al tempo di Mani Pulite. Finisce l'esame di storia, ci resta solo quello di economia. La Storia ci passa sopra e accanto; e noi, spompati e sfiduciati, voltiamo la testa altrove. A casa ci aspettano le partite, la cena e la Iuc, ossia feste, farina e forca.

Forse neanche lui, Silvio Berlusconi, è del tutto consapevole della portata storica di questa giornata, è ancora troppo preso nella guerra, combatte, si difende, si appella, reagisce, si agita. È ancora troppo nella parte per riuscire a osservare la scena fuori dall'affanno del momento. Dal canto suo il Parlamento esegue con sordido fatalismo un percorso coatto, lo espleta come una pratica d'ufficio, doverosa e grigia, perché così è scritto nei cieli delle procure. Qualunque sia il giudizio su Berlusconi - giudizio politico, storico e umano - un fatto è certo: lui, che è l'unico a uscire di scena questa sera, sarà pure l'unico a restare tra i presenti nella Storia. Dico Storia a prescindere se sia poi considerata gloriosa o infame, tragedia o farsa, evento politico o giudiziario. Ma Storia.

Agli altri, alleati e nemici, sostenitori, mediatori e antagonisti, si addice l'oblio. Poco o nulla resterà di tutti gli altri, dal Capo dello Stato al Capo del governo, ai capi dei partiti e ai magistrati. Si ricorderà a stento qual era il governo in carica quando decadeva Berlusconi. L'unico sopravvissuto di questa fase infelice della storia politica e civile italiana sarà proprio l'unico condannato a uscirne, per decreto giudiziario. L'unico personaggio storico che reggeva il passo controverso della Storia è morto in maggio e si chiamava Andreotti.

Continuo a credere che non sarà l'ultimo atto del ventennio berlusconiano. Continuo a pensare che non finirà così, in modo indolore. Da tempo ho il presentimento che non sarà un happy end, ma qualcosa di tragico accompagnerà la conclusione di un'epoca pur così sfacciatamente votata all'ottimismo. Non credo alle guerre civili, ma non penso che finirà come una soap opera coi titoli di coda e la sigla di chiusura.

Se ci fosse qualcuno all'altezza della Storia, avrebbe la forza, il carisma, il coraggio e l'inventiva di cambiare il finale. Qualcuno capace di capovolgere il fatalismo e rimettere in moto l'Italia e la sua Storia. Ma, interrogato, il morto non rispose. Cosa davvero non perdonano a Berlusconi a tal punto da rendere necessaria, ineluttabile, la sua decadenza? Cos'è che un Parlamento, abituato da due Repubbliche a ogni abuso, corruzione ed estremismo, non sopporta di lui, a parte le convenienze politiche? Pensate davvero che un Parlamento malfamato in modo proverbiale, perfino agli occhi dei Simpson, sia spaventato per le accuse di corruzione, concussione e collusione o sia indignato per i giri sexy, i deputati di ventura e le cattive compagnie? Ma no, questo ceto politico ha storie alle spalle piene di queste cose, per non dire di altre ben più gravi: dalla svendita del nostro Paese all'asservimento a potenze straniere, anche avverse, dall'incapacità di governare alle tangenti, al voto di scambio, agli intrecci con la malavita e con l'estremismo... Figuratevi se con quel curriculum la politica si può spaventare del carnet di accuse a Berlusconi.

In realtà quel che la partitocrazia non sopporta di Berlusconi è il suo presentarsi sin dalle origini come il Corpo Estraneo, quello che non viene dalla politica, anzi la schifa, salvo restarne irretito e votato. E pure i grillini si accodano e si riducono a truppe cammellate della stessa partitocrazia che avversano. Proviamo a metterci nei panni dei suoi avversari. Se tra loro ci fosse un leader lungimirante inchioderebbe Berlusconi a una sua frase: sono costretto alla politica, preferirei occuparmi del Milan. Gli direbbe: se fai politica solo per difenderti noi ti solleviamo dall'obbligo e ti tuteliamo noi, a patto che tu poi sia conseguente, lasci la così disprezzata politica e ti dedichi al Milan. E poi direbbe agli italiani: eccolo, Berlusconi salvato dalla politica che detesta e rimandato come egli desidera negli spogliatoi... In quel modo, sì, lo neutralizzerebbero e ne uscirebbero alla grande. Non lo faranno. Sono nani, scartine e quaquaraquà. Alla Storia, nel bene e nel male, passerà solo lui, l'Imputato.

(il Giornale)