giovedì 27 ottobre 2011

Lunedì il pieno costa meno

Non so se quello che mi accingo a scrivere possa rientrare nella categoria della polica, ma poco importa: certamente riguarda la vita di tutti i giorni.
Mi riferisco al prezzo della benzina.
Negli anni settanta, quando il prezzo non era liberalizzato, gli aumenti venivano annunciati dalla radio il giorno prima e immediatamente si formavano lunghe code ai distributori per fare il pieno.
Oggi il prezzo del carburante è sostanzialmente libero e la concorrenza si fa sentire, anche se potrebbe "alzare di più la voce".
Guardando i prezzi delle varie Compagnie si possono notare differenze, che si amplificano con il "fai da te", anche di 15/20 centesimi. Considerando che un'auto di media cilindrata ha un serbatoio che può contenere una cinquantina di litri, il conto è presto fatto: il risparmio va dai 7 ai 10 euro.
Ebbene, a rigor di logica- laddove i distributori sono uno dietro l'altro- trovo assurdo non privilegiare il meno costoso. Invece, nonostante l'evidente convenienza, le pompe più economiche non sono prese d'assalto e l'utenza si spalma su tutti i distributori come se il prezzo non fosse determinante.
Sarebbe una bella cosa se badassimo di più a risparmiare e a dare, soprattutto i giovani, la giusta importanza al denaro: se ci permettiamo questi piccoli lussi in anni "magri" vuol dire che non siamo poi tanto messi male o siamo incoscienti e irresponsabili.
Considerando che le pensioni saranno sempre più ridotte e sempre più dilazionate, la necessità di risparmiare è impellente e necessaria.
Il 31 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale del Risparmio: lunedì prossimo facciamo il pieno dove la benzina costa meno!

lunedì 24 ottobre 2011

Quella inutile lezione della Merkel e di Sarkozy. Giuliano Ferrara

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy meritano parole chiare e fredde. A nome dei loro paesi pretendono di guidare l’Unione europea e da due anni non sanno come fare. “Gestione disastrosa”, è il referto stilato dal capo dell’area euro Jean-Claude Juncker. La Germania è una grande economia motrice e la locomotiva ha sbuffato fino a ora, alla grande, con le esportazioni sulla sezione del mercato mondiale che tira. La Francia gode di infrastrutture ad alto livello e di un sistema decisionale gaullista. Ma Berlino da sola non ce la fa, e il suo sistema bancario è impaniato nella crisi del debito sovrano. Lo stesso vale per Parigi, che ha in più alle spalle una crescita patologica del debito pubblico ben oltre i parametri, goffi e cucitile su misura, di Maastricht, e nel presente soffre di un deficit troppo alto rispetto a quello dei partner e di una crisi finanziaria e bancaria di proporzioni più che rilevanti ( la fine ingloriosa di Dexia insegna, ma è solo un anticipo). Nessuno in Europa è in grado di dare lezioni ad alcuno dei Paesi fondatori.

Secondo il grande economista liberal Paul Krugman, un ebreo americano di genio al quale per qualche ragione è stato perfino comminato un premio Nobel, alla radice della crisi da debito, dell’altalena di sfiducia e speculazione in cui si dondolano i mercati finanziari, c’è il moralismo punitivo a sfondo calvinista che ha fatto dell’euro l’unica moneta al mondo priva di una banca centrale capace strutturalmente, non episodicamente, di fare la funzione delle banche centrali: il prestatore di ultima istanza. Aggiungiamo l’eco culturale della Repubblica di Weimar, l’idea apocalittica che il mostro inflazionista sia sempre in agguato, sempre sbuffante, sempre scalpitante dietro ogni angolo della storia, e che i bravi, gli operosi, i capaci, i parsimoniosi alla fine sono destinati a condividere la miseria comune con le cicale. Balle. L’inflazione si sta rivelando al momento un pericolo remoto, malgrado i potenti stimoli iniettati dagli americani nel circuito della liquidità dopo la crisi dei derivati e dell’immobiliare al quale erano collegati. E il debito, checché ne pensino economisti di valore ma a volte poco fantasiosi, come Alessandro Penati di Repubblica, si cura con la sua diluizione in altro debito, specie in emergenza, con la riduzione dei gradi di patrimonializzazione dell’economia, senza nuove tasse depressive, e con l’impiego delle risorse nella crescita economica a colpi di decise riforme liberalizzatrici e privatizzatrici.

Se questo è vero, e mi sembra difficile che una diagnosi convergente dei massimi economisti keynesiani e dei massimi economisti liberisti possa essere smentita da qualche improvvisato nuovo pensiero, Berlusconi è forse l’unico che possa dare, non dico lezioni, ma indicazioni puntute e responsabili ai suoi partner. Quale Berlusconi? Quello che non si lagna, che non si accoda, che non aspetta, che non scarica il barile, che non ha timidezze e complessi verso nessuno, il Berlusconi vero che non ha mai messo piede in Confindustria, che creava ricchezza e valore e mercato quando si accumulava il debito pubblico, e anche grazie al debito pubblico che ha reso ricco e forte (paradossalmente) questo Paese; quello che crede nella libertà delle aziende e delle persone e del lavoro, che ha promesso una storica rottura delle vecchie regole, sia quando è entrato in politica sia di recente, quando la crisi da debito prometteva sinistramente di diventare la boa intorno alla quale fare girare i soliti giochi di potere.

Se Berlusconi capisse, e mi sembra che sia sulla buona strada, quanto rapidamente può girare la ruota dell’intelligenza degli italiani, ché quella della fortuna è più volatile, e quanto converrebbe a lui stesso ma soprattutto al Paese una svolta dura, radicale, scandalosa e preziosa nella direzione di un’economia della libertà, quelle parole chiare, fredde, incisive, al summit europeo, e poi sempre, sistematicamente, in tv e nel Paese e nel circuito internazionale, si deciderebbe a tirarle fuori. Le parole da sole non bastano. Il debito lo onoriamo e siamo in grado di ridurlo con l’avanzo primario da primi della classe e il pareggio di bilancio, le nostre banche soffrono le conseguenze della solidarietà con il circuito impazzito del credito mondiale ma stanno meglio di quelle francesi e inglesi, il nostro patrimonio è immenso anche per ragioni patologiche, perché sebbene cattolici e dissipatori in realtà risparmiamo come ossessi e gli imprenditori attribuiscono dividendi spesso rinunciando a investire in ricerca e innovazione (ne tengano conto i giovani caprini di Confindustria riuniti senza i politici a far chiacchiere nell’isola bella).
Siamo in condizione di non subire alcun processo, come predicano per la gola i disfattisti troppo furbi alla Scalfari e alla De Benedetti, e possiamo dire la nostra a voce alta e con la testa all’in su. Basta che Berlusconi faccia il suo mestiere fino in fondo, sacrosante e serie riforme liberali, provvedimenti di finanza straordinaria capaci di foraggiare l’economia reale, insomma le cose stesse per cui fa politica da quasi vent’anni. (il Giornale)

Il laugh-in del Foglio, domani tutti a ridere davanti all'ambasciata di Francia

L'appuntamento alle 17 a piazza Farnese. Ci saranno Antonio Martino e Giuliano Ferrara

Domani martedì alle ore 17 in piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, si terrà un “laugh-in”, cioè un sit-in scanzonato di allegra e serissima protesta contro la ridanciana pretesa di scaricare sull’Italia i guai di un governo direttoriale disastroso dell’area euro. Delle prodezze di Nicolas Sarkozy, alias Louis De Funès, parleranno con garbo e fermezza Antonio Martino e Giuliano Ferrara. La manifestazione è promossa dal quotidiano Il Foglio.

domenica 23 ottobre 2011

Zero politici. Davide Giacalone

I giovani manifestanti dei cortei indignati, così come i giovani industriali si fanno un punto d’onore del non avere politici fra i piedi. Quel che hanno da dire preferiscono dirlo da soli e non trovano, fra i politici d’oggi, qualcuno con cui valga la pena discuterne. In più ci tengono, entrambe le gioventù, a mostrarsi indisponibili al fornire ad altri una tribuna. Sembrano l’incarnazione dell’indipendenza e della libertà, invece sono la pietrificazione della solitudine e dell’inefficacia. Alla fine si ha l’impressione che fatichino a fare i conti con la realtà.

Jacopo Morelli, che guida i giovani confindustriali, dice che siccome dalla politica arrivano “zero risposte” loro preferiscono starsene con “zero politici”. Aggiunge che tale posizione non deve essere considerata un cedimento all’antipolitica, ma una sollecitazione al passare dal dire al fare. Spero la prenda come un’autoesortazione, in modo che anche loro comprendano la necessità di passare dal lamentarsi all’agire. Gli propongo un piccolo test (sono ancora riuniti a Capri, per il loro annuale convegno): chieda ai presenti di alzare la mano se sono dei giovani imprenditori che hanno avviato una propria iniziativa e di tenerla abbassata se figli d’industriali. Gli auguro di contare molte mani, ma temo se ne sollevino poche. Nell’essere figli d’imprenditori, ovviamente, non c’è nulla di male, e se, in tale condizione, ci s’impegna nel lavoro anziché nel gozzovigliare con le ricchezze di famiglia si è degni di buona considerazione, ma il problema, appunto, è che il nostro mercato è troppo poco elastico e i giovani che fondano le imprese sono troppo pochi. Crede che tutta la colpa sia della politica? Si sbaglia, di molto.

I manifestanti di sabato scorso, al netto dell’esercito terrorista, cui si risponde con la repressione, chiedono che non si paghi il debito, che si offrano garanzie agli esclusi, che si assicuri un posto di lavoro a chi lo chiede. Sono stati in moltissimi, in questi giorni zuppi di viltà ed ipocrisie, a pronunciare la seguente e ridicolissima frase: ci si deve sforzare di comprendere le loro ragioni. No, si deve provare a trovare qualcuno che abbia la testa e la faccia per dire loro che non stanno né in cielo né in terra. Quei ragazzi chiedono di potere proiettare nel futuro il mondo storto dei loro padri e dei loro nonni, colmo degli errori che oggi ci costano un così alto debito pubblico. Più che dei rivoluzionari sono dei reazionari. Credono, loro, che i guasti con cui dobbiamo fare i conti siano tutti colpa della politica? Si sbagliano, alla grande.

La colpa della politica, da molto tempo a questa parte, consiste nel non essere stata migliore del mondo di cui era espressione. Di avere amministrato il consenso senza essere capace di aggregarlo attorno a idee nuove, in questo modo illudendo e illudendosi che il tirare a campare fosse già un risultato apprezzabile. Tale colpa ce la trasciniamo dietro dall’eclissi dell’ultimo sforzo riformista, più o meno coincidente con l’appannarsi del centro sinistra (preistoria, me ne rendo conto, ma senza conoscerla sarà complicato costruire un futuro che non sia la mesta riproposizione del presente). Ci sono stati alti e bassi, ma da troppo ci trasciniamo senza mettere in campo un ideale che non degeneri in ideologia. Questa colpa politica, però, coincide con l’avere aderito a quel che gran parte della società chiedeva: dai sussidi alle imprese bollite, che avrebbero meritato di fallire, al mantenimento di posti di lavoro improduttivi, dagli appalti pubblici gestiti in regime di connivenza fra amministratori e imprese, all’allargamento della spesa pubblica per proteggere intere fasce sociali dal mercato. Pensare che si possa fuggire alle responsabilità dicendo che è tutta colpa della politica equivale a credere che si possa ripulire il mondo con la mannaia giustizialista, come si fece nel biennio 1992-1994, con il risultato di ritrovarsi con una politica peggiore e una corruzione superiore. Un capolavoro.

Il problema, allora, non è quello di stabilire se invitare, o meno, un politico a un convegno, o consentire che sfili in un corteo, contorniato dal solito nugolo di telecamere alla ricerca di qualcosa da trasmettere e non di qualcosa da raccontare. E il problema non è neanche quello di schierarsi da una parte o dall’altra, anche perché, se ne saranno accorti, i non schierati si ritrovano su fronti opposti, il che dimostra l’inutilità del disallineamento. La sfida, se hanno l’ambizione di coglierla, è ben diversa: prendere atto che gli ostacoli al cambiamento non sono i cattivoni della politica, i quali, più che altro, sono dei ciarlieri incapaci allo sbaraglio, ma il fatto che gli interessi alla conservazione sono diffusi, permeando anche le sale capresi e i cortei multicolori, e limitarsi a declinare l’elenco dei diritti o quello delle doglianze è cosa di fenomenale inutilità, perché si deve essere capaci di costruire consenso e alleanze in grado di forzare il blocco del sempre uguale e aprire il Paese e il mercato all’ossigeno della realtà. Che è dura, ma promettente.

Dalla politica non si deve fuggire né sfuggire, ma essere capaci di farla. Il resto è propaganda, non meno stucchevole di quella politicante.

sabato 22 ottobre 2011

Il web tra mercanti e podestà. Vittorio Macioce

Francesco Datini non ha mai conosciuto il web. Non poteva. Questo mercante di Prato, morto nell'agosto 1410, ci ha lasciato un ricchissimo archivio di lettere e registri. Qualcuno lo considera l'inventore dell'assegno. Di certo c'è che fece un largo uso della lettera di cambio, che permetteva di andare in una banca e ricevere l'equivalente in denaro. Datini conservava tutto, quasi sapesse che i posteri erano interessati alle sue carte. Non aveva figli e, quando morì, lasciò tutto il suo capitale a un ospedale per gli orfani. Il suo testamento cominciava così: "Nel nome d'iddio e del quattrino". Nelle sue lettere il mercante non solo raccontava affari e preoccupazioni, ma dava anche consigli sul mestiere. E proprio questi sono interessanti per capire come la filosofia del mercante sia molto utile a chi si muove sul web.

Datini dice che per fare affari in quel far west delle libere città medioevali un saggio commerciante doveva tutelare la sua reputazione. Il buon nome era tutto. Nessuno avrebbe mai fatto affari con individui ambigui, chiacchierati o con qualcosa di losco o da nascondere nel loro passato. Datini diceva che il nome del mercante doveva essere trasparente e la sua condotta pulita. Non era fondamentale che andasse in chiesa, ma di lui si doveva sapere che "rispettava i contratti". La furbizia era un peccato che prima o poi sarebbe venuto a galla. Era oltretutto inutile stare lì a nascondere la verità o a cancellare i fatti, perché la rete di venditori e compratori era attentissima a rintracciare le malefatte di chi aveva davanti. Stesso discorso per chi non aveva un passato limpido. Un uomo con troppi segreti e senza identità era molto sospetto. Forse anche per questo Datini scriveva e archiviava tutto.

L'altra qualità di un buon mercante era fare tesoro delle informazioni. Le conoscenze e le notizie sono nella rete delle città mercantili un patrimonio fondamentale. Sapere che in una certa fiera si vendeva una certa merce significa affari e denaro. Un mercante di Pavia prima di partire per Troyes doveva informarsi se i suoi prodotti avrebbero avuto concorrenza o se determinati eventi avrebbero potuto danneggiare il suo viaggio. Buon nome, trasparenza e informazione erano i requisiti di chi partecipava alla rete mercantile al tramonto del Medio Evo. «L'aria delle città rende liberi», diceva un proverbio tedesco, ed effettivamente i contadini che arrivavano in città spesso lo facevano per ricominciare un'esistenza libera dagli obblighi e dai vincoli di dipendenza cui dovevano sottostare nelle campagne. Chi invece possedeva capitali, in città poteva impiegarli con maggior profitto nelle attività mercantili e manifatturiere.

Quelle città furono un esperimento storico di libertarismo, una rivoluzione che aveva gli stessi principi culturali e di innovazione di questa stagione. Henri Pirenne avrebbe detto che in fondo siamo fortunati. Lo storico francese nel 1927 scrisse un saggio su Le città del Medioevo. Ogni volta che ripensi a quello che è avvenuto negli ultimi tre lustri ti viene in mente il suo nome. Pirenne racconta la nascita di quelle isole di società aperta, ancora incerte e insicure, in una galassia di feudi. Sono appunto quelle città che nel X secolo rompono i tradizionali rapporti dell'individuo con il potere. Sono una frattura. È la nascita dell'Occidente, un fuga verso la libertà. Queste città nascono intorno a un mercato, che è un luogo dove si scambiano merci, ma anche idee, conoscenze, dove si intrecciano relazioni, qualcosa di nuovo e avventuroso rispetto alla comunità tradizionale della società chiusa feudale, dove l'orizzonte e i confini sono quelli della terra, qualcosa di concreto, solido, perfino rassicurante, e con rapporti sociali rigidi.

Tu sei quello che nasci. Il tuo destino è già scritto, segnato, predisposto. La città, in quel momento storico, rappresenta invece un concentrato di libertarismo, l'uomo sceglie la responsabilità e il rischio di disegnare sulla mano la linea della sua fortuna. Sceglie di indossare l'identità che più gli assomiglia, quella che a torto o a ragione sente sua. Non è un viaggio semplice. Questo mercante con l'ansia della libertà è un pioniere che si muove in un mondo che gli è ostile. È un deviante, che rinnega i principi della Chiesa e del potere laico. È un nemico dell'ordine costituito. C'è in lui qualcosa di anarchico e di blasfemo, condito con una voracità e un'ambizione sovrumana. La sua filosofia di vita si può riassumere con un «siate affamati, siate folli».

È per questo che ogni volta che ti chiedono di parlare del web pensi a questo signore francese, patriarca della storiografia sul medio evo. Chissà cosa avrebbe pensato Pirenne della nascita della rete, dei social network, di questi orizzonti che all'improvviso diventano sempre più vasti e immateriali? Qualcosa che supera gli Stati tradizionali, con un sapere confuso e popolare che straborda dai canali della cultura e dell'informazione e si riversa in un metamondo dove il confine tra vero e falso, individuale e collettivo, copyright e open source è sottile, ambiguo e in continuo divenire. Le città medioevali non nascono da un'architettura razionale. Sono casuali, improvvisate, il flusso degli eventi dipende dalle relazioni tra gli individui, tra i gruppi di interesse e ogni scelta è gravida di conseguenze infinite, difficili da prevedere o ingabbiare.

La storia poi ci dirà che questo «stato nascente», questa situazione inebriante, durerà poco. I litigi tra le corporazioni e il potere soffocheranno in fretta la vocazione libertaria delle origini. A un certo punto per fuggire da una guerra tra bande e fazioni, una sorta di tutti contro tutti, i capibastone cittadini affideranno il loro destino a un signore, un podestà, qualcuno super partes, spesso un capitano di ventura straniero, come accadde a Pisa con Castruccio Castracani. A quel punto la città torna ad essere un'altra cosa. Quello che a Pirenne interesserebbe se si fosse trovato a fare i conti, come accade a noi da testimoni oculari, con social network, blog, motori di ricerca e roba simile sono i principi culturali di queste «nuove città», con le sue cattedrali e le sue università. È un mondo dove i vecchi «chierici», con la patente ufficiale in carta da bollo, smarriscono inesorabilmente il loro ruolo. Al loro posto ci sono soggetti che ai contemporanei appaiono più o meno come barbari, gente che sta rinnegando i pilastri della vecchia cultura.

Ma chiunque siano questi «mercanti» o «costruttori» per fare fortuna devono sviluppare gli stessi valori dei «marcatores» medioevali: coraggio, intraprendenza, individualismo, ansia di ricchezza e una ricca rete di rapporti e conoscenze. La forza delle città medioevale era la sua apertura, la condivisione si tramutava in potere. Ma quali erano i tesori dei mercanti? Qualcuno dirà che dovevano essere ricchi. Non del tutto. Serviva un capitale di partenza, magari da chiedere in prestito alle prime banche. Ma era una condizione necessaria, non sufficiente. I mercanti di successo dovevano essere lesti nell'intercettare le informazioni che vagavano in giro. Dovevano avere una rete di conoscenze e dei punti fermi dove approdare. Ma soprattutto dovevano fare i conti con l'etica. In un mondo malfidato come quello medioevale la buona reputazione era tutto. Il mercante era costretto a mostrarsi senza maschere, vero, affidabile.

Pensateci. Il web non cancella nulla. C'è una dittatura della memoria. Se dici cazzate prima o poi ti scoprono. Se il tuo profilo è falso prima o poi ti sgamano. Ogni tua azione, pensiero, parola, filmato che finisce in rete prima o poi rischia di saltare fuori. La verità è la virtù fondamentale di chi si muove sul metaverso. Il web non è né di destra né di sinistra, ma i suoi pionieri lo hanno attraversato con lo stessa filosofia libertaria e individualista dei mercatores. Quello che faranno, e stanno facendo, le masse è invece un'altra storia. (Notapolitica)

Come nasce e si biforca il conformismo. Marcello Veneziani

«Fui definita fascista e questo, come si sa, è il modo migliore per eliminare per sempre un autore». Come ha ragione Susanna Tamaro, lo ricordo oggi che si consegna il deprecato premio Acqui storia. Gli autori classificati come fascisti o simili cessano di esistere agli occhi censori della Mafia di stampo culturale.
Una volta emessa la scomunica accadono due effetti: chi è di sinistra si adegua all’anatema e procede a isolare e cancellare il Reprobo Difforme, chi è moderato cerchiobottista non concorda, ma temendo l’accusa di collaborazionismo, si accoda e finge che l’autore maledetto non esista. Certificata così la scomparsa, quell’autore-come dice la Tamaro - è «eliminato per sempre».
Oggi ha una possibilità di redimersi: deve dichiararsi antiberlusconiano. Così viene sospesa la pena e rientra tra i viventi. Ma chi per una vita non si è accodato alla retorica sinistrese e antifascista pensate che possa accodarsi per opportunismo al coro antiberlusconiano?
E così, pur non essendo berlusconiano ma conservatore, cattolico tradizionale o di destra, l’autore incassa una duplice squalifica.
Ha speso una vita a scrivere cose scomode e scorrette? Ora si becca pure l’infamia di farsi etichettare come servo. Cosa resta da fare a quell’autore? Rinnegare tutto o rinnegarsi lui.
Mentre lui viene «eliminato per sempre », la Consorteria protesta per la libertà in pericolo a causa del «bavaglio alle intercettazioni ».
Si mettono a tacere le idee, ma non le mignotte... Tappano la bocca al dissenso, l’aprono alla dissenteria. (il Giornale)

lunedì 17 ottobre 2011

Fenomenologia dell'estintore. Davide Giacalone

L’estintore serve ad estinguere. Ufficialmente le fiamme, volendo, però, ci si può estinguere dell’altro. Mediamente pesa cinque chili scarico e tredici se pieno. Non occorre essere degli esperti in fisica per immaginare quale forza e quale peso assume un oggetto del genere se scagliato contro un bersaglio. Lanciandolo contro una vettura se ne può estinguere parte consistente, riducendola ad un rottame. Lanciandolo contro una persona si può estinguerla alla vita, o menomarla per sempre. La fenomenologia dell’estintore indica una conclusione incontrovertibile: chi lo usa per fini non ortodossi non ha in animo di segnalare la propria insoddisfazione, ha deciso di fracassare e uccidere. In qualsiasi Paese assennato chi venga beccato a brandirne uno finisce in galera. Se riesce ad usarlo ci resta a lungo. Ed è su questo, sull’assennatezza dell’Italia, che la fenomenologia dell’estintore segnala follie.

Dieci anni fa un manifestante, a Genova, si trovò esattamente in quella condizione: aveva in mano un estintore, raccolto dopo che già era stato usato per colpire una camionetta dei Carabinieri, e con quello si dirigeva verso i militari. Voleva colpirli? Dubito vollesse far vedere quant’era forzuto, tanto più che faceva caldo (era luglio), vestiva una canottiera, ma anche un passamontagna. In qualsiasi Paese assennato sarebbe finito in galera, e con lui i suoi numerosi complici. Da noi è diventato un eroe. Dalla camionetta un Carabiniere ha sparato e il potenziale assassino è morto. Non sarebbe dovuto accadere, il compito di fargliela pagare sarebbe spettato alla giustizia. Purtroppo andò così. Davanti alla giustizia ci finì il carabiniere. Lui, lo strumento della repressione. Mamma mia: la “repressione”. Perché, che altro si fa, in qualsiasi Paese assennato, se non reprimere e punire certe condotte? C’è la via italiana: s’intitola al violento una sala del Parlamento. Nel medesimo si elegge un suo genitore. Il nostro eroe, il nostro fenomeno dell’estintore, ha il suo tabernacolo, ove lo si può adorare.

Guardate le foto: dieci anni dopo la stessa scena. Guardate il carabiniere che scappa: lo avessero preso lo avrebbero bruciato e macellato. Se avesse sparato lo avrebbero processato. Se avesse ucciso ci sarebbe un martire: il mancato assassino. Guardate l’estintore odierno, guardate quello di allora. Due domande: chi sono? come se ne esce?

Non sono manifestanti, non sono movimenti politici, sono fanatici della violenza, squadracce organizzate, persone che s’esercitano in occasioni politiche o sportive, pur di affermarsi distruggendo. Chi li manovra? Si generano nel fanatismo, s’alimentano di nichilismo, prosperano nel vuoto. Posta la massa di manovra, possono poi essere utilizzati. Può accadere in modo pianificato, più facilmente e frequentemente, invece, basta lasciarli esistere. Al resto provvedono da soli. Qui sta una prima chiave, per uscirne: nessuna copertura, nessuna condivisione, nessuna pelosa comprensione, si deve poterli respingere e arrestare al solo comparire. Alcuni manifestanti, a Roma, ne hanno consegnati tre alle forze dell’ordine: bravi, grazie. Basta il casco, indossato senza moto, e si fanno scattare le manette. A New York le hanno usate per molto meno.

La repressione è giusta. Vanno spazzati via, a tutela dei manifestanti e del loro diritto a protestare (anche quando si ritiene, come ritengo, che abbiano torto). Vanno arrestati e condannati, a tutela dei cittadini. Ma la repressione non è affare di Carabinieri e Polizia, spetta alla giustizia. I “riots” londinesi sono stati arrestati, processati e condannati nel giro di pochi giorni. Negli Usa sono finiti davanti al giudice (e liberati) in giornata. Il nostro giudice quando interverrà? Si accettano scommesse, ma sull’anno. Eppure questa è l’unica via d’uscita legittima, perché solo il processo, non le foto o i questurini, divide i colpevoli dagli innocenti. Vale per qualsiasi reato, e in qualsiasi caso i tempi italiani violano i diritti di tutti: accusati, vittime e società.

Si deve tornare a parlare di giustizia. In modo strutturale, non emergenziale. Sono lustri che, inutilmente, ci si occupa di come evitare ingiustizie e politicizzazioni, posponendo la necessità far esistere la giustizia. Attenti: la fenomenologia dell’estintore può portarci ad aggravare i torti anziché far prevalere le ragioni e la ragione.

mercoledì 12 ottobre 2011

Papa, alla lettera. Davide Giacalone

La lettera che l’onorevole Alfonso Papa ha consegnato ad altri parlamentari pone questioni imprescindibili, di portata largamente superiore alla sua vicenda personale. Secondo il capo della procura napoletana, Giandomenico Lepore, “se la lettera è vera non merita commenti”. E’ vera, e merita un’inchiesta penale a carico dei magistrati di quella procura. Papa è un magistrato, un loro collega, e quel che espone presuppone reati gravissimi. Quindi non si tratta di stabilire se esiste, ma se lui è un calunniatore o i procuratori dei delinquenti. E’ un passaggio delicatissimo, che coinvolge i vertici istituzionali e tracima nel vivo dell’attività legislativa, rendendo superflua anche la discussione sulle intercettazioni telefoniche.

Papa accusa i procuratori di utilizzare la custodia cautelare non al fine di preservare la genuinità della prova, ma, all’opposto, per ricattare il detenuto e indurlo a riconoscere (almeno parzialmente) la fondatezza delle accuse e chiamare in correità il presidente del Consiglio. La sola ipotesi che una simile condotta sia possibile restituisce il profilo di un Paese in cui la giustizia è tribale, priva di ancoraggi al diritto, regredita a minaccia contro l’incolumità e la dignità del cittadino. Non è ammissibile, quindi, neanche come ipotesi. La supposizione di Papa ha un qualche fondamento? Nel caso specifico non lo so, ma non solo è del tutto verosimile, ma trova riscontro nelle parole del Presidente della Repubblica che, negli auguri di fine anno, qualche tempo addietro, condannò proprio la galera preventiva quale sistema di tortura per indurre alle dichiarazioni che i procuratori voglio sentire. Si può, pertanto, non credere a Papa, si può supporre che egli stia facendo giungere messaggi intimidatori all’esterno, ma non si può ritenere che le sue parole siano, nel nostro sistema, prive di fondamento. Ed è questo il punto decisivo, che ciascuna persona civile non può dimenticare.

In questa situazione, che senso ha incaponirsi in una riforma delle intercettazioni telefoniche, fatta male, se da quella stessa procura è già uscito di tutto, per giunta nel corso d’indagini che non le competevano? Che altro deve succedere perché ci s’accorga che la giustizia italiana ha smesso d’essere tale, degenerata com’è in una guerra per bande, togate e non? Occorrono provvedimenti assai più radicali, che non il proibire quel che sarà comunque fatto (e che è già in gran parte proibito).

Papa ha anche invitato la delegazione parlamentare in visita, nel carcere di Poggioreale, a leggere i provvedimenti del riesame, che gli confermano la detenzione in carcere perché, “in quanto parlamentare”, non potrebbe essere sottoposto, ove assegnato ai domiciliari, alle restrizioni nelle comunicazioni. Quei suoi colleghi dovrebbero portare subito la questione all’attenzione del Parlamento, acciocché nessuno possa nascondersi la mostruosità nata da un voto autodemolitorio, i cui effetti erano stati qui visti e denunciati. E’ ora che ne prenda atto il Parlamento.

Tutto questo, lo scrissi allora e lo ripeto, del tutto a prescindere dalla posizione personale del cittadino Papa, quindi dei reati che può aver commesso e del processo nel quale ha il diritto di difendersi. Proprio in quanto magistrato non lo avrei neanche candidato, perché è (da molto tempo) ora di finirla con la politica occupata e condizionata dalle toghe. Ma la condizione di Papa, oggi, è politicamente rilevante sotto due profili: a. gli organi giurisdizionali non sono in grado d’impedire l’uso distorto e corruttivo della custodia cautelare, che va rivista per tutti; b. la scelta, fatta dai deputati, di mollare un ostaggio, nella speranza di riconquistare un pezzo di piazza e di placare l’attacco alla politica, è stata, al tempo stesso, vile e folle.

La lettera di Papa c’è, come ci fu quella dell’onorevole Sergio Moroni. Vediamo quanti se la fanno sotto e fingono di non conoscerla. Provino pure a far finta di niente e faranno la stessa fine.

sabato 8 ottobre 2011

Forza gnocca

Ma veramente c'è chi crede che Berlusconi dicesse sul serio di voler chiamare il nuovo, eventuale partito "Forza gnocca"?
E' possibile che qualcuno prendesse sul serio la battuta sulle undici donne fuori dalla sua camera da letto e che ne avesse "fatte" solo otto quella notte di Capodanno?
Si può pensare che, intercettato abusivamente al telefono con una signorina, fosse serio dicendo che faceva il presidente del consiglio a tempo perso?
E quante altre battute e quante frasi dette provocatoriamente si sono bevute certi parrucconi e non solo.
Sono certissimo che il Cav, quando è da solo, quando non è spiato o intercettato, ritrovi il suo sorriso a cinquantasei denti che lo caratterizzava all'inizio della sua avventura e che il sorriso diventa una risata a crepapelle.
Le sue provocazioni hanno ogni giorno di più chi se le beve senza il minimo dubbio ed ogni giorno di più Berlusconi si convince di vivere in un Paese che non merita considerazione e che non ha alternative alla sua leadership.
In pubblico, però, deve fingere di essere preoccupato e pensoso, altrimenti il giochino si rompe.

Signori, una risata vi seppellirà.

venerdì 7 ottobre 2011

Letterina ai ragazzi che tirano le uova a Moody's. Linkiesta

Stamattina li ho sentiti passare sotto casa. Era presto, stavo sistemando l’apertura del giornale, raccogliendo le idee per la giornata, e pubblicando un’infografica proprio sulla scuola. E ho sentito le grida di un corteo e un megafono che gracchiava: “Chiediamo cultura, ci danno polizia, questa è la loro democrazia!”.

Confesso, ho una certa simpatia per gli adolescenti che parlano di politica, più o meno qualunque cosa dicano. La politica mi appassiona, da sempre, più di ogni altra cosa, e vedere dei giovanissimi che la impugnano - con tutte le ingenuità del caso - mi piace sempre. Stamattina invece ho provato un certo fastidio, o forse solo un po’ di tristezza, per quel motto che sembrava resuscitato dal fondo di anni in cui, verosimilmente, i loro genitori avevano l’età che loro hanno oggi. Più tardi, nel loro corteo, i ragazzi sono arrivati dalle parti della sede di Moody’s e delle banche: per tirare le uova al grido di “speculatori!”.

Avendo fatto la somma di tutto, e pur pensando che la scuola italiana sia in decadenza, mi è venuto da pensare che - dopo tutto - un giorno di scuola in più, a questi ragazzi, avrebbe fatto davvero bene. Hanno naturalmente il diritto di sognare e di arrabbiarsi: ma sapendo perchè, contro chi, e per fare cosa.

Mondadori, un esposto non è un'intimidazione. Giancarlo Perna

Con un bizzarro articolo sulla Stam­pa , Carlo Federico Grosso, ha spostato avanti l’asticella dell’antiberlusconi­smo con acrobazie da circo. Grosso è professore di diritto, fu vicesindaco di Torino eletto nelle liste del Pci negli an­ni '80 e vicepresidente del Csm negli anni '90. È anche autorevole commen­­tatore giuridico del quotidiano degli Agnelli sforzandosi di essere equilibra­to, anche se le sue posizioni sono note. Ieri,però,è uscito dal seminato com­mentando l’esposto della Fininvest - e della sua presidente, Marina Berlusco­ni - sulla sentenza d’appello che ha condannato l’azienda a risarcire 564 milioni alla Cir di Carlo De Benedetti.

L’esposto,fatto al Guardasigilli e al pro­curatore generale della Cassazione, se­gnala una ( pretesa) situazione inaudi­ta: i giudici d’appello milanesi hanno fondato la stratosferica condanna su un precedente (una sentenza di Cassa­zione) che in realtà direbbe l’opposto di quello che la corte di Milano gli fa di­re. Secondo Fininvest, la sentenza sa­rebbe stata mutilata, citando la sola parte che dà torto all’azienda e tacen­do quella che l’avrebbe assolta. Errore in buona fede o truffa giudiziaria? A ogni buon conto, essendoci in ballo l’equivalente di 1200 appartamenti, Marina ha spedito le carte ai due titola­ri d­ell’azione disciplinare contro magi­strati incapaci o infedeli. Questa mossa, così naturale in chi vuole salvaguardare i propri diritti, su­scita invece maliziose interpretazioni nel prof. Grosso. Il ragionamento pro­fessorale è questo. Se davvero la sen­tenza di condanna è viziata da un erro­re - ma Grosso dice di non poterci cre­dere- la Cassazione, cui la Fininvest ha già ricorso, annullerà certamente il giu­dizio di Appello.

Che bisogno c’è allora di fare anche l’esposto al Guardasigil­li? Non è che per questa via- e qui emer­ge la capziosità dell’illustre docente ­la presidente di Fininvest vuole «inti­midire » proprio la Cassazione che do­vrà mettere la parola fine alla verten­za? Grosso rovescia la frittata. Marina si sente vittima dei giudici che l’hanno condannata al pagamento di mezzo miliardo e lui la trasforma in oppresso­re dei medesimi. Le contesta pure il normale diritto alla difesa facendo pas­sare un esposto secondo legge per un atto sporco - l’intimidazione - se non addirittura per un reato da accertare in sede penale tipo mobbing o stalking giudiziario.Se c’è di mezzo il Cav,la fa­miglia, le sue aziende, anche il diritto a difendersi può essere irriso. Tanto lui è ricco, colpevole a prescindere, laido e bavoso.

Così gli tagliano dieci testimo­ni nel processo Mills lasciandolo sen­za testi a discarico; tentano di allunga­re i termini del procedimento facendo decorrere il reato di corruzione, non dall’incasso della tangente,ma dal mo­mento in cui il denaro è speso; gli re­spingono regolarmente le eccezioni; lasciano che a presiedere i suoi proces­si siano giudici che­hanno ampiamen­te dimostrato la loro prevenzione uma­na e politica verso l’orrido brianzolo. Insomma bastonano senza pudore il Cav, tanto lui sa perché. Torniamo al sospettoso professore di Torino.Egli lancia l’accusa di intimi­dazione, ma non chiarisce come un esposto contro i giudici di appello pos­sa intimidire quelli di Cassazione. Che c’entrano loro con i colleghi di Mila­no? L’iniziativa è semmai un atto di sfi­ducia verso i milanesi e segnala una lo­ro eventuale mancanza.

La Cassazio­ne neanche è sfiorata. Se ammettessi­mo- come sembra curiosamente cre­dere l’esimio docente - che ogni azio­ne contro il giudice di merito sia un at­tacco alla serenità della Suprema Cor­te, cadremmo in diversi paradossi anti­giuridici. Il maggiore dei quali è che an­c­he le normali impugnazioni delle sen­tenze (che sono atti di sfiducia verso i giudici che le hanno pronunciate) da sottoporre alla Cassazione sarebbero intimidazioni contro la medesima. Tanto per dire dove porta il malanimo preconcetto. Grosso, infine, critica Marina che si è precipitata a fare l’esposto senza at­tendere, girandosi i pollici, la pronun­cia della Corte romana. Quasi una mancanza di signorilità, anzi- come al­lude - un attacco alle toghe. L’articoli­sta sembra dimenticare che il danno patrimoniale della Fininvest è in atto e che a godere i 564 milioni è oggi la Cir.

In simili circostanze, se ti senti vittima di un’ingiustizia, non aspetti i tempi lunghi della Cassazione ma fili più di un leprotto. È il sacrosanto diritto alla difesa, avvocato. Concludo con un’osservazione. Grosso è il legale del Gruppo Espresso, di proprietà di De Benedetti, patron della Cir e parte in causa nella faccen­da dei 564 milioni. Era il caso - lo chie­do anche alla Stampa - che fosse lui a intervenire su una faccenda del pro­prio cliente per dare addosso al suo av­versario? (il Giornale)

martedì 4 ottobre 2011

Assoluzione che condanna. Davide Giacalone

Possiamo far finta di credere che sia solo una sentenza, un semplice ribaltamento del giudizio di primo grado, passando dalla colpevolezza per omicidio all’innocenza. Avviene più spesso di quel che si crede. Possiamo anche spingerci a dire che la sentenza di Perugia dimostra che la giustizia funziona e sa correggere i propri errori. Ma forse è meglio guardare in faccia la realtà: l’assoluzione di quei due ragazzi condanna il modo in cui sono state fatte le indagini, il modo in cui s’è condotto il processo di primo grado e l’intero baraccone vergognoso del giustizialismo spettacolare, compresi i libri che hanno arricchito presunti esperti, che spero, da oggi, non siano mai più chiamati a svolgere quale che sia perizia a spese del contribuente.

E’ facile che qualcuno scriva, oggi, che l’Italia fa una pessima figura agli occhi degli statunitensi, i cui mezzi d’informazione si sono mobilitati per sostenere l’innocenza di una loro concittadina. Dissento: facciamo una pessima figura, è vero, ma agli occhi di noi stessi. Che dovrebbe essere ancor più grave. In quanto allo scenario globale, la giustizia italiana è già stata umiliata da francesi e brasiliani, che hanno, del tutto a torto, rifiutato di consegnarci un assassino. E’ già esposta al ludibrio generale dal suo inarrestabile e infruttuoso tentativo di condannare chi governa. E’ troppo berlusconiano sostenere che questa caccia all’uomo è incivile? No, è grandemente barbaro far finta di niente.

Nelle sue dichiarazioni spontanee la giovane imputata statunitense (non mi caverete il nome neanche ora, perché non contribuisco neanche con una goccia al dilagare infame della giustizia spettacolo) non si è difesa, ha accusato. Le sue parole sarebbero potute essere quelle di un occidentale qualsiasi che si trova a fare i conti con un buco nero tribale, o con un tribunale islamico: io mi sono fidata degli inquirenti, loro erano lì per difendermi, invece mi hanno usata e manipolata. Di questo c’è uno strascico nella condanna per calunnia. Più mite il coimputato, italiano, forse geneticamente meno attrezzato a considerare repellente la messa in scena. Mi ha colpito un particolare: la loro relazione è stata posta a fondamento del movente, raccontata come un sabba, loro, proclamandosi innocenti, ci hanno tenuto a proteggere quei loro sentimenti di allora. Come normali ragazzi, come persone cui la natura e l’età consentono di credere nel valore di un sentimento. Fosse stato un processo iraniano ne parleremmo con le lacrime agli occhi. Ma era italiano. Dovremmo piangere a dirotto.

Ma non è finita, e disinteressandomi, ora, della sorte di quei due, la cui vita è già massacrata, rivolgo l’attenzione a quella di noi tutti. Non è finita: la Corte di cassazione potrà chiudere il caso, ma potrà anche annullare la sentenza e chiedere un nuovo giudizio. Dimenticatevi Perugia: questo modo di procedere è folle. Se, avendo scopiazzato dalla formula americana, abbiamo stabilito che si può condannare solo in assenza di “ragionevole dubbio”, come mai si può credere che il dubbio non sia ragionevolissimo, se una corte, in un qualsiasi grado di giudizio, assolve? Noi riusciamo a demolire la ragionevolezza solo in base ad una finzione: chiamiamo “processo” l’insieme dei giudizi, per questo possiamo cambiarli a piacimento, sempre all’interno del medesimo “processo”. Era più che giusto quel che stabiliva la legge Pecorella: chi viene assolto non può più essere processato. La Corte costituzionale provvide a chiudere questo spiraglio di civiltà. Molti, troppi, ne pagano le conseguenze.

giovedì 29 settembre 2011

Revisione del processo per Contrada. Andrea Marcenaro

Ognuno ha le sue fissazioni, cosa volete farci, e una delle mie, dormiente, ma alquanto titillata dalla lettura di un titolo di qualche giorno fa, “Revisione del processo per Contrada”, si è risvegliata. Mica ci ho creduto, intendiamoci bene. Nemmeno un allocco come me è così ingenuo da credere che la magistratura italiana, vale a dire l’unica spazzatura verso la quale ci si ostini a non praticare la differenziata, possa trovare in se stessa gli anticorpi adatti a cancellare una porcata come quella commessa nei confronti del dottor Contrada. Ma concedendo che mi sbagli. Concedendo che i giudici di Caltanissetta si scoprano attraversati da un frisson di dignità. Che la quantità di balle conclamate, e giostrate con pentiti alla Scarantino e alla Ciancimino, vengano cioè per l’appunto revisionate e classificate come tali. Concedendo, insomma, che la Corte nissena possa prendere in considerazione l’idea di concedere a Contrada una possibilità di avere indietro quell’onore che meriterebbe (ciò che costituirebbe un miracolo), voi che pensate? Pensate che, contemporaneamente, potremmo forse assistere anche al miracolo della liquefazione del sangue di De Gennaro? © - FOGLIO QUOTIDIANO

martedì 27 settembre 2011

Non ci voleva un genio. Bartolomeo Di Monaco

Non serviva Poirot per intuire che a Napoli i pm stavano tendendo il trappolone a Silvio Berlusconi.
Giuliano Ferrara lo aveva invitato ad andare, sbagliando. Aveva visto giusto Berlusconi, invece, che diffidava.

Quando i pm si sono visti scippare l’inchiesta dal gip di Napoli, hanno maldestramente svelato il piano, mettendo in chiaro, pur di mantenerla, il tipo di reato che già avevano in mente di attribuire con un sapiente interrogatorio a Berlusconi, ossia: Berlusconi ha istigato Tarantini a mentire.

E così, anche gli increduli hanno potuto constatare che proprio di trappolone si trattava.

Infatti, come si legge sul Corriere di stamani, Berlusconi da teste si è visto trasformato in imputato. Mi domando chi ancora possa nutrire dubbi sulla politicizzazione della magistratura. Milano e Napoli in modo particolare sono pieni di esempi che sotto questo profilo rappresentano uno scandalo.

Questo tipo di magistratura spregiudicata è ormai fuori controllo.

Nessuno ha il coraggio di fermarne il corso pernicioso.

C’è un bubbone putrescente e nessuno di coloro che dovrebbero eliminarlo interviene. Dal presidente Napolitano al Csm.

Della vicenda, che si è talmente complicata che sarà difficile venirne a capo, è interessante registrare non tanto l’impreparazione degli addetti (i coniugi Tarantini sono stati arrestati e non si doveva, la competenza non è né di Roma né di Napoli, ma di Bari), bensì lo sforzo, al limite del lecito, che i pm napoletani hanno fatto e stanno facendo per poter mantenere l’inchiesta e mettere così, loro e non altre procure, gli artigli sulla preda Berlusconi.

È un modo selvaggio di agire, come si vede, degno più del mondo animale che della nostra civiltà.

Troppe teste presuntuose e arroganti stanno mettendo a rischio (ma il processo è già in stato avanzato) tutta l’impalcatura della nostra giustizia.

Non vi è dubbio che le resistenze ad una sua profonda riforma dovranno essere spazzate via al più presto, vengano esse dall’opposizione, vengano dall’Anm o dal Csm.

Tali resistenze sono unicamente interessate a mantenere lo status quo. Nessuna indulgenza, dunque. (Legnostorto)

mercoledì 21 settembre 2011

Chi paga? Noi tutti. Davide Giacalone

Non è elegante ricordarlo, ma noi lo abbiamo detto e scritto in tutte le salse: la competenza della procura napoletana, per il reato presupposto di estorsione, era assai dubbia e, nel dubbio, l’intero procedimento proseguiva a beneficio dello spettacolo (desolante). Ora arriva la decisione del giudice delle indagini preliminari, che conferma le nostre riflessioni e stabilisce che la competenza, ove mai il reato esista, è di Roma. Come volevasi dimostrare. Siamo soddisfatti? No, all’opposto, siamo indignati che una simile evidenza sia stata ignorata dai magistrati della procura e dai tanti pensosi scandalizzati, per i quali frugare nelle mutande di uno ha valore e interesse superiore allo sfogliare, leggere e rispettare le leggi di tutti.

Siamo arrivati al punto di una procura che si esprimeva con ultimatum, che fissava il giorno e l’arco temporale entro cui esigeva una risposta. Ma dov’è, nella legge, la pezza d’appoggio di una simile condotta? Siamo arrivati all’orrore di giuristi che impartivano lezioni sul dovere di testimoniare, laddove era solare che il tentativo era solo quello di verbalizzare un indagato facendo finta che sia una parte lesa. Ma se ti dicono che sei parte lesa e tu non ti senti leso, non sorge il dubbio che qualcuno stia barando? Se bara il cittadino lo si coinvolge nell’indagine, senza star lì a cincischiare. Ma se bara la procura? E vabbé, sento dire, ma non è che la condotta dell’intercettato fosse poi ammirevole. No che non lo era, ma le cose non stanno, neanche lontanamente, sullo stesso piano.

Ieri ricordavo che l’inchiesta “Cassiopea”, meglio nota per avere fatto da spunto a Gomorra, è finita in udienza preliminare, con le prescrizioni. In qualsiasi Paese sensato, in qualsiasi sistema di diritto, se ne chiederebbe conto ai magistrati, non agli imputati. Ma anche senza voler sofisticare sul fatto che con la metà di quelle intercettazioni telefoniche Napoli sarebbe oggi priva di spacciatori e contrabbandieri, anche senza uscire dall’esame specifico di questa inchiesta, è evidentissimo che tutto il danno possibile è già stato provocato, salvo che la giustizia, quali che saranno i suoi esiti, è rinviata a data da destinarsi. Si sono rivelati fatti personali di decine di persone, s’è aperta la sentina di un guardonismo che pretendeva di vestire i panni della morale, s’è giunti a provocare guasti internazionali pur di pubblicare quel che sarebbe dovuto servire ad ottenere risultati politici, il tutto per riuscire ad accusare la presunta vittima, salvo accorgersi di quel che noi poveri analfabeti, che ancora cerchiamo i vocaboli nel dizionario e le leggi nel codice, avevamo detto subito: l’inchiesta è radicata in modo illegittimo.

Questa farsa giudiziaria ha perseguito due fini: il processo in piazza e la caduta del governo. E, si badi, il fine politico, ovvero la caduta del governo, è in sé legittimo. Ma cercare di giungervi in quel modo è un crimine contro la democrazia.

Domanda: ora, chi paga? So quel che vi siete già risposti: nessuno. E vi sbagliate. Questa giustizia alla deriva del giustizialismo, queste procure trasformate in set di “saranno famosi”, questi tribunali che agguantano le sentenze in tempi buoni per la storia, li paghiamo tutti, trasformandoci in un vero paradiso dei colpevoli, in un’eterna pacchia per gli irresponsabili, nella gran festa degli intoccabili. Ieri abbiamo saputo che una signora giudice delle indagini preliminari, amante della vela e che faceva il giro nel mondo nel mentre si faceva versare lo stipendio e mancava dal lavoro presentando certificati falsi, ha subito le seguenti, pesantissime sanzioni: a. il trasferimento; b. una multa di valore pari a una mensilità. La prima dal Consiglio superiore della magistratura, la seconda dalla Corte dei conti. E una simile vergogna passa in cavalleria, quasi una normalità. E se noi reclamiamo, come abbiamo sempre fatto, che i magistrati siano responsabili delle loro azioni, ci sentiamo rispondere: volete controllarli. No, vogliamo poterci fidare. E oggi non ci fidiamo.

Chi pensa che tutto questo succede solo perché Berlusconi è un crapulone, o solo quando ci sono interessi politici, faccia un giro in tribunale, guardi i dati sulla durata dei procedimenti, s’informi su quanti innocenti si trovano in galera, e prenda atto che questa macchina infernale massacra, ogni giorno, diritto e diritti, nelle carni dei cittadini. Compresi, ovviamente, quelli che reclamano giustizia.

Berlusconi ha delle colpe? Tante, ma la prima, in materia, è quella di avere lasciato scorrere due legislature senza affrontare seriamente il problema della giustizia. Non ha potuto, dicono i suoi. No, troppo comodo: non è stato capace. S’è fatto inchiodare dalle sue debolezze, ha subito il ricatto, ha tentato di sfuggire i giudizi e non s’è reso conto di quanto popolare, oltre che giusta, sarebbe stata la ripulitura di una piaga che nausea e affligge tutti. Questa è la sua colpa politica, assai più grave di quel che il moralismo senza etica ha messo sulla bocca di tutti.

martedì 20 settembre 2011

A tempo perso faccio il direttore di giornale, stronzetti. Giuliano Ferrara

Berlusconi deve chiedere scusa per i contanti, per i telefonini peruviani, per gli aerei di stato, per le piccole intermediazioni da salotto, e contrattaccare, ma chi chiederà scusa per i titoli di Repubblica e degli altri giornali? La verità è la verità, è una e indivisibile, non la si può sottomettere alla logica del Vernacoliere (con tutto il rispetto per la satira). Ora invece la verità diventa interpretazione faziosa: "Faccio il premier a tempo perso". Il titolo campeggia, e il gioco è fatto. Se ti costringono a guardare dentro le intercettazioni, supremo atto di pornopolitica e di onanismo editoriale, poi devono rispettarle, gli eminentissimi neopuritani. Rispondendo alle insistenze di una ragazza, che lo accusava di trascurarla, con encomiabile autoironia e mettendosi fuori dalla farragine del protocollo, Berlusconi si discolpa al telefono in modo galante e aggiunge che "a tempo perso faccio il primo ministro", e ride, il che è traducibile in un unico modo sensato: cara, so di averti trascurata, ma capirai bene che ho anche degli impegni pressanti, impegni di stato, e non posso sottrarmi.

In mancanza di meglio, mi è successo di respingere richieste di attenzione di seccatori o di ansiosi dicendo loro che "a tempo perso mi tocca di dirigere un giornale", e immagino che a Mauro, a Calabresi e altri confezionatori di titoloni sarà successo lo stesso, sebbene loro abbiano una segreteria che fa le loro veci. Le intercettazioni sono così, riflettono il modo di districarsi nella vita privata e riservata di persone che sono molto altro rispetto a quanto riversato nei nastri, e qualche volta lo sono molto onorevolmente.

Non è grave la manipolazione editoriale e politica. E' grave la completa caduta del sense of humour, l'idea che gli italiani lettori siano così imbecilli da cascarci. Oh, che scandalo, Berlusconi guida il governo nei ritagli di tempo, e per il resto fa bagordi con le belle donne. E qui sta il sale della feroce caccia all'uomo, che è una caccia a una certa idea di come si possa e debba essere nella vita privata e nella vita pubblica. Sono molte le cadute di spirito. Rossella e Del Noce vanno bene in un contesto da "Amici miei", monicelliano, non in un contesto criminale. Un mio caro amico, che stimo da anni, il Francesco Merlo, si è fidato per esempio di scrivere che se ti presenti con cento dollari in un negozio americano, chiamano la polizia. Vabbè l'iperbole, ma a me l'FBI non ha mai fatto alcuna osservazione quando mi sono presentato al supermercato di New York con cento dollari. E quanto ai contanti, che sono un serio punto debole del quale il premier deve scusarsi, bisognava ricordare, caro Francesco, che il contante più grave della storia è quella famosa caduta di stile che portò il Grande Giustiziere della Repubblica, il Tonino Di Pietro che aveva detto "io a quello lo sfascio", a riconsegnare un prestito a tasso zero in una scatola di scarpe al businessman inquisito nel suo distretto, il Gorrini. Dimenticanza, ma soprattutto mi colpisce la scomparsa della voglia di sorridere, di vedere, nonostante tutto, nonostante la gravitas dei tempi, eccetera eccetera, i due lati della medaglia nazionale, sempre sospesa tra tragedia e melodramma, sempre in bilico tra epurazione accigliata e carte non in regola per eventuale moralizzazione.

Se Berlusconi si volatilizzasse e arrivasse questo benedetto 25 luglio con il suo Dino Grandi, questo è il dramma, resterebbero non già un governo serio e responsabile, una maggioranza coesa e capace, non un paese che ha assorbito una lezione di vita e di etica, come pensano le Spinelli e i Viroli, ma un paese davvero rincretinito, che può pensare ai divertimenti serali di un uomo imprudente e di un impresario estroso e pazzo, ma votato tre volte come nostro capo del governo, come a dei marchi di infamia da apporre alla più alta istituzione esecutiva del paese. Dopo 45 giorni arriverebbe l'8 settembre del carattere nazionale al suo meglio. "Faccio il primo ministro a tempo perso": mi viene da ridere e anche da piangere davanti a simili buffonate. (il Foglio)

lunedì 19 settembre 2011

La falsa verità. Davide Giacalone

Ora si torna a parlare di mafia, dell’omicidio Borsellino, della trattativa. Se ne sentiva il bisogno. Lo scrivo in modo serio, sebbene temo sia letto in chiave amaramente ironica. Mi accingo a ragionarne avvertendo la stanchezza e mettendo nel conto quella dei lettori. Ma coltivare la memoria è importante, se non si vuole abbandonare ai disonorati il racconto della nostra storia. Quindi partiamo da un fatto: avevamo ragione noi. Quel che scrivemmo era esatto.

La “vera” storia d’Italia, certificata in ben undici processi e sentenze passate in giudicato, definitive, era una balla. Dai processi agli organizzatori ed esecutori della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992, due mesi dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, due fatti indissolubilmente connessi), si era passati al processo ai mandanti. Ora si dice: quel procedimento va avanti. No, quel procedimento muore, assieme al riconoscimento che sia la procura che i tribunali, che le Corti d’assise, che la Corte di cassazione, hanno sbagliato tutto. E ripetutamente. Noi lo avvertimmo, ma c’è mancato poco ci accusassero d’essere complici dei mafiosi. Ora avverto: non ci sarà alcuna verità se non si avrà il coraggio di entrare dentro il mondo della procura di Palermo. Lì si trova il nodo. La gran parte dei politici sono solo pupi.

La precedente “verità” era tutta basata sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, che si accreditava come mafioso, partecipante ai summit della (dis)onorata società, nonché esecutore di atti materiali, destinati alla strage. Scrivemmo: ma come fate a credergli? E’ uno spiantato, un mezzo demente, un drogato, un appassionato di transessuali (la sua preferita aveva un significativo nome di battaglia: la “sdillabbrata”). Per carità, libere scelte. Diciamo che la privacy di Scarantino fu protetta assai meglio di quella di altri. Ma non mi pare il profilo del perfetto mafioso. C’è di più: la moglie di questo galantuomo lo smentì, perché nelle ore in cui sosteneva di star lì a macellare il giudice era, invece, a letto. E si smentì anche lui stesso, affermando in udienza di avere mentito e di essere stato indotto a dire quelle cose, anche mediante apposite “pillole della memoria”, che gli avevano somministrato. Ma quando mai! dissero procuratori e giudici, la verità è quella detta prima, ora mente, quando dice di avere mentito. Bravi.

Poi venne Salvatore Spatuzza, ‘u tignusu. Arrestato nel 1997 se ne è stato zitto per nove anni. Poi ha avuto una crisi mistica (che il cielo lo perdoni, ma spero non lo faccia) e ha cominciato a parlare. Nello smentire la procura e i tribunali si è dimostrato formidabile: quel che diceva era riscontrabile, ma il contrario di quel che era stato sentenziato. Puntuale arriva la santificazione a “pentito”, quindi il riconoscimento d’intrinseca credibilità, quindi l’autorizzazione a dire qualsiasi cosa gli passasse per la mente, o che altri mettevano nella sua testa di assassino. Ed ecco la trattativa, che i suoi padroni, i Graviano, avrebbero intessuto con il potere politico, nella persona di Dell’Utri, quale tramite con Berlusconi. A quel punto la decisione: sacrifichiamo i processi già fatti e allestiamone uno sui mandanti.

Che si scoprano e processino i mandanti è cosa buona e giusta, ma Spatuzza ha detto spropositi. Fu prontamente smentito dai suoi padroni, che sul resto lo lasciano dire. Graviano avrebbe trattato per evitare di scontare una pena durissima, salvo il fatto che Graviano era condannato a soli tre mesi. Graviano gli avrebbe detto che “quello di canale 5” (sottilissima allusione mafiosa, in un codice segretissimo) gli aveva “messo l’Italia in mano”. Ma dovevano fare le stragi. Solo che poi si sostiene che le stragi furono fatte per alleggerire il carcere duro, cosa che fu effettivamente decisa, e proprio dopo le stragi, che effettivamente cessarono, e che neanche erano stragi, dal governo di Carlo Azelio Ciampi, ad opera del ministro della giustizia, Giovanni Conso, cui lo aveva suggerito il capo del dipartimento carceri, Alberto Capriotti, voluto in quel posto da Oscar Luigi Scalfaro. Berlusconi, a quel tempo, si divideva fra la tv e il kit del candidato, che ci fece sorridere non poco.

Arriviemo alla prima conclusione: la teoria per cui un pentito che dice cose vere deve essere creduto per qualsiasi altra cosa dica è una baggianata. Con Giovanni Falcone vivo una cosa simile non sarebbe mai passata. E qui siamo al dunque: perché Falcone e Borsellino sono stati eliminati? Certo, non erano simpatici alla mafia e la loro condanna a morte era già scritta. Falcone lo sapeva, e lo diceva. Ma il fatto notevole è che i due muoiono quando non contano più nulla, quando sono degli sconfitti. Falcone mandato in esilio e Borsellino impedito d’indagare, per ordine del capo della procura. E quando Borsellino muore e il suo braccio destro, il carabiniere Carmelo Canale, che lui chiamava “fratello”, non si rassegna a stare zitto, anche perché gli hanno suicidato in diretta televisiva il cognato, il Carabiniere Antonino Lombardo, accusato da Leoluca Orlando Cascio ospite di Michele Santoro, finisce anche lui inquisito per mafia. Sicché dovremmo credere che Borsellino si affidava a un mafioso, essendo criminale o cretino. Canale è stato poi assolto, con formula piena, ma meriteremmo noi d’essere condannati se non lo ricordassimo ogni volta che sorge il sole.

Nel processo di revisione si sosterrà che ad ordire il depistaggio fu l’allora capo del pool investigativo, Arnaldo La Barbera, e tre suoi collaboratori (oggi uno è questore di Bergamo, uno capo della squadra mobile a Trieste e uno poliziotto a Milano). Ecco la seconda conclusione: può darsi, non lo so, ovviamente, ma so che nessun depistaggio sarebbe stato possibile, con quei mostruosi e multipli effetti processuali, se i depistati non fossero stati attivamente partecipi, quindi, se si vuol ragionare seriamente, si deve indagare sulla procura che emarginò Falcone e Borsellino. E la politica? Anche, naturalmente. A cominciare dagli avversari di Falcone, da quelli che non gli vollero dare il potere per fare quel che sapeva fare, a cominciare da Luciano Violante. Da quel voto del Csm in cui le correnti di sinistra ritennero Falcone indegno di assumere la direzione delle investigazioni antimafia. Anche altri? Tutti, se volete, ma se si continua a falsificare la storia, pendendo dalle labbra di pentiti e procuratori, il solo punto d’arrivo possibile sarà il più totale falso, la più totale menzogna. Come fin qui è stato. Come non ci siamo stancati di ripetere.

venerdì 16 settembre 2011

Giustizia è fatta? Mario Giardini

L’incidente al volo Itavia accadde il 27 giugno ’80. La sentenza di rinvio a giudizio (non degli autori della strage, che fu attribuita ad ignoti) è del 1999.

L’ultima perizia tecnica (ultima di 103 o 106 perizie di vario genere, non sono sicuro di averle tutte ) fu consegnata al magistrato nel 1997. E fu da questi ritenuta “non conclusiva”.

Il disastro di Lockerbie (il 747 della Pan Am fatto saltare dai servizi di Gheddafi) avvenne la sera del 21 dicembre del 1988. Il rapporto della commissione investigatrice è del 6 agosto del ’90. 17 anni e 106 perizie, non conclusive, contro una sola, consegnata in 20 mesi.

Il numero totale di pagine delle perizie fatte per Ustica mi è ignoto. Io ne ho contate (quelle pubblicate e quelli di cui si conosce “la consistenza”) più di 10.000. La sola relazione Misiti (1994) constava di 1280 pagine. Il rinvio a giudizio del giudice Priore era costituito da 5468 pagine. In totale si stima che si siano prodotte oltre 2.000.000 di pagine comprese le verbalizzazioni dei processi.

E’ ovvio che in due milioni di pagine c’è tutto ed il contrario di tutto. E la verità, ammesso che vi sia contenuta, diventa irrintracciabile.

La perizia per Lockerbie è pubblica, si trova sul sito della AAIB britannica, consta di un rapporto principale fatto di 66 pagine, più 97 di allegati. In tutto, 163 pagine. E’ scritta in un linguaggio chiaro, semplice, che tutti possono comprendere. E sì che c’era da ricostruire e provare la distruzione in volo, causa ordigno, di un 747. Nessuno, fra l’altro, si è sognato di contestarla.

In Italia perfino il giudice istruttore ha contestato i suoi periti. Gli hanno fatto buona compagnia giornalisti, politici, parenti delle vittime, e varia umanità. Se dovessimo giudicare alcuni di costoro tramite ciò che ha detto e/o scritto, da lungo tempo sarebbe ospite permanente di un qualche manicomio.

In Gran Bretagna l’ente deputato alle indagini tecniche sugli incidenti aerei è l’AAIB (Air Accident Investigation Board). Il suo progenitore nacque nel 1915. In America è il National Transportation Safety Board, anno di fondazione 1967 (sotto l’attuale nome e trasformato in ente indipendente), ma costituito nel 1926 dall’Act of Commerce come branch del Ministero del Commercio.

L’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo è stata istituita in Italia nel… 1999. In obbedienza a una direttiva comunitaria del 1994, se ricordo bene. Settantatrè anni dopo l’ente americano; ottantaquattro dopo quello britannico. La BEA francese fu costituita nel 1946, cinquantatré anni prima.

In America la perizia del NTSB non può essere utilizzata in tribunale, nè dall’autorità giudiziaria nè dalla difesa di eventuali imputati. Accusa e difesa dovranno cercare indipendentemente le prove a carico o discarico di persone eventualmente rinviate a giudizio. Il perché di questa norma è ovvio. L’NTSB non deve cercare il colpevole di una catastrofe, ma di capire come la catastrofe sia avvenuta. E lo scopo è semplice: imparare a correggere i nostri errori, umani e/o tecnologici che siano.

Se un aereo esplode in aria, si vuol sapere se fu bomba, missile, o altra causa. Ad esempio, il Volo 800 della Pan Am, esploso nel cielo di New York, fu attribuito inizialmente ad un missile scappato a qualcuno. Si scoprì dopo un lungo lavoro di altissima qualità che invece era stata l’esplosione dei vapori di combustibile in uno dei serbatoi alari a far disintegrare l’aereo.

Torniamo a noi. Il processo per la strage di Ustica vide imputati generali, ufficiali, e sottufficiali dell’Aeronautica militare. La sentenza di rinvio a giudizio venne depositata il 31 agosto 1999. Il processo iniziò nel settembre del 2000. Fu subito rinviato ad ottobre. Finirà dopo 4 (quattro) anni. Gli imputati principali erano persone intorno o sopra gli 80 anni: forse si sperava che morissero, così sarebbe rimasto il dubbio sulla loro colpevolezza. Come se ci fosse bisogno di questo per alimentare l’italica propensione alla dietrologia.

Gli imputati furono tutti assolti sia in primo grado che nei gradi seguenti. Vediamo come. Gli imputati di alto tradimento Bartolucci e Ferri furono assolti per “intervenuta prescrizione”. Il reato era già prescritto all’epoca del rinvio a giudizio, ma fu comunque contestato. Perché? Il giudice che rinvia a giudizio ignora forse che una sentenza di assoluzione per prescrizione condanna gli imputati al sospetto perenne? In altri paesi non si contestano reati prescritti.

Le formule di assoluzione per gli altri reati contestati furono: Ferri, Melilo e Tascio (omesso riferimento all’autorità dei tracciati radar): “per non aver commesso il fatto”, Melillo e Tascio (per avere fornito informazioni errate a politici) “perché il fatto non costituisce reato” e Bartolucci, Ferri, Melillo e Tascio per tutte le altre imputazioni “perché il fatto non sussiste”.

La sera stessa della lettura della sentenza, il Tg3 intervista la Sig.ra Daria Bonfietti (all’epoca senatrice Pds) e la sua prima frase è: “Dunque una sentenza di condanna…”. La Sig.ra Bonfietti conferma: “Certamente, e siamo tutti soddisfatti.” Seguono dieci minuti di non contenuta soddisfazione (sic!) per l’esito del processo. Appello e Cassazione confermeranno.

Giova ricordare che la Sig.ra Bonfietti è una insegnante elementare sorella del Bonfietti redattore di Lotta Continua, perito nell’incidente. La Sig.ra Bonfietti divenne presidente del Comitato vittime di Ustica e fu eletta, per tre volte, al Parlamento italiano, come senatrice del Pds. Non è la prima volta nella storia della Repubblica che una carriera politica si costruisce a partire da una tragedia.

Adesso si apprende che un giudice civile di Palermo “rende giustizia per l’ultratrentennale tortura che i parenti delle vittime hanno dovuto subire ogni giorno della loro vita anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato”, stabilendo un risarcimento milionario.

Chi sono i colpevoli, trentun anni dopo? Due ministeri. Non si sono trovati soggetti responsabili, perché tutti assolti, ma il giudice civile scova i colpevoli che devono risarcire il danno. Del tutto inopinatamente, e contro una sentenza passata in giudicato, a 26 anni dal fatto.

Leggendo quanto pubblicano i giornali, pare che il giudice civile faccia riferimento, nell’emettere la sentenza, e dunque consideri come prova, la sentenza di rinvio a giudizio del giudice Priore. Ignorando tutto il resto: i due milioni e passa di pagine di atti. Ma se davvero fosse così, se nei nostri tribunali si arriva ad assumere quale prova ciò che afferma una sentenza di rinvio a giudizio; se ci si permette di ignorare ciò che tre gradi di giudizio e sei anni di dibattimento hanno stabilito, non ci resta che bruciare tutti i codici, civili e penali, ed emigrare nel Burundi. (the FrontPage)

Obbligo d'accusa. Davide Giacalone

Riuscire a farsi processare per rivelazione di atti coperti da segreto istruttorio, in Italia, non è cosa da tutti, considerato che i giornali, praticamente non contengono altro. Ma non è questa la sola cosa che colpisce, nella decisione del gip milanese che impone la richiesta di rinvio a giudizio in capo a Silvio Berlusconi. Ci sono almeno tre elementi che si devono considerare e che hanno valenza generale.

1. Nel nostro sistema di procedura penale è la procura a gestire le indagini e sostenere l’accusa. Tocca a questo ufficio, una volta conclusa l’inchiesta, chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione del caso. Ma tale decisione non è definitiva, perché tocca ad un giudice, gip o gup, quindi nel corso delle indagini o al momento dell’udienza preliminare, convalidarla. E questo è singolare, perché se l’accusa ritiene di non dovere (c’è ancora l’obbligatorietà dell’azione penale) accusare in base a cosa il giudice la pensa diversamente? O ritiene il collega (sono ancora colleghi) incapace o lo ritiene troppo buono. E’ ben strano il sistema in cui il giudice, terzo e imparziale, considera troppo buono l’accusatore.

Di processi nati in questo modo ce ne sono molti, non solo quello che ora coinvolge Berlusconi, e la gran parte si conclude con l’assoluzione o l’estinzione del procedimento. Quindi è tempo e denaro perso. (Siccome tutto si riduce sempre a parlare di una sola persona, ricordo che in modo analogo la procura di Palermo fu costretta a sostenere l’accusa contro il capitano Ultimo, quello che arrestò Riina, con il risultato che Ultimo è innocente e l’infamia s’è protratta nel tempo).

2. Nel caso specifico Silvio Berlusconi fu considerato, all’inizio dell’indagine, parte lesa. Vi ricorda qualche cosa? Esatto. L’imprenditore che gestiva le intercettazioni, in appalto dalla procura (il che non è affatto normale, e i cittadini non sanno che ogni procura, quando non ogni procuratore, si sceglie l’appaltatore di fiducia), è già stato condannato. Inizialmente l’accusa per Berlusconi era di ricettazione, ma non stava in piedi, giacché si sarebbe trattato di ricettare un’informazione. Quindi si è giunti all’attuale.

Il cavillo che salva le altre pubblicazioni, a valanga, è il seguente: gli atti non erano stati ancora depositati. Come a dire che da quel momento in poi la riproduzione è libera, anche se infama innocenti. Basterebbe questo per concludere che una nuova e restrittiva legge è urgente.

3. Dice il gip che la pubblicazione di quella telefonata (nella quale Fassino gioiva con Consorte per la conquista di una banca) serviva a danneggiare un leader politico avversario. Acuta conclusione, cui nessuno aveva pensato. Le altre pubblicazioni, invece, suppongo servano a consolidare l’amor proprio di Berlusconi, sebbene si tratti più di acquisti che di conquiste.

A me le pubblicazioni delle conversazioni non piacciono. Anzi, le detesto. Capisco che è il mestiere del giornalista, ma temo che si finisca con il fare i copisti. In quel caso, però, oltre che fastidiosa fu dannosa, perché la sostanza di quella faccenda era già più che grave: una banca veniva scalata a cura di soggetti che già avevano scalato Telecom Italia, con la doppia benedizione del partitone di sinistra, ricavandone grandiose ricchezze personali, non dichiarate al fisco, e associandosi con altri, non privi di guai giudiziari.

I leaders politici protagonisti di quella faccenda sono ancora ai loro posti, cercando di farsi passare per vittime. A processo ci va Berlusconi, le cui telefonate pubblicate sono talmente tante che probabilmente non ha fatto altro per anni. Gli scandali non hanno prodotto che paginate e procedimenti inutili. Forse è davvero un Paese di m…armellata.

martedì 13 settembre 2011

L'euromasochismo. Giuliano Ferrara

Berlusconi dovrebbe distribuire a Strasburgo fotocopie dell’articolo comparso ieri sul New York Times a firma Paul Krugman (purtroppo il grande economista è anche premio Nobel, ma nessuno è perfetto).
E` una splendente intemerata contro gli euroallarmisti, i custodi miopi della stabilità dei prezzi che abitano alla Banca centrale di Francoforte, i masochisti che non comprendono la necessità urgente di foraggiare e promuovere la crescita e il lavoro, stregati come sono, in una logica piccolo-bottegaia, dalle frescacce che loro stessi ci hanno ammannito tutta l`estate sulla grande crisi da debito. Krugman è un keynesiano ultraosservante e un liberal di quattro cotte, ma questo non gli impedisce di essere intelligente, eloquente e libero nel giudizio. La sua tesi è questa. Finché gli europei si agitano dentro la crisi con mezzi solo fiscali, e stangate dietro stangate, e finché la Banca centrale continuerà a comportarsi da ragioniere generale della moneta, applicando una politica della lesina e della castrazione dell`economia reale, punitiva verso il debito e disastrosa per la crescita, l`Europa non uscirà da una spirale negativa generatrice di possibile recessione.

Con la conseguenza, sostiene l`economista americano, che il bank run dei bilanci statali, cioè la corsa degli investitori a disìnvestire dai titoli pubblici e a far salire gli interessi da pagare sul mercato, diverrà sempre più convulsa e realizzerà una perfetta self-fulfilling prophecy, cioè un comportamento predittivo che realizza il peggio dei suoi stessi incubi. Mai letta una così chiara confutazione dello stupido e interessato allarmismo finanziario che ci ha rovinato gli ultimi mesi, e in particolare questa estate di follia e di imprevidenza nelle Borse, nelle banche e sui mercati dei titoli.

I tedeschi in particolare, dice Krugman, agiscono come se il problema dell`euro e dell`Europa fosse una storia moraleggiante di debiti e di cinghie dà tirare per pagarli:

"Gli stati hanno preso troppo denaro in prestito, ora ne pagano il prezzo, e l`austerità fiscale è l`unica risposta".

Sounds familiar, questa balla? E` l`unica scemenza che tutti non cessano instancabilmente di ripetere, destra sinistra e centro.

E` la versione alla quale purtroppo, almeno in parte, anche il governo Berlusconi alla fine ha dovuto piegarsi, sotto la sferza dell`offensiva politica domestica, combinata con le lettere della ragioneria generale di Francoforte firmate da Trichet e da Draghi. Questo delirio debitorio da curare con l`austerità fiscale più rigorosa vale invece solo per la Grecia, dice l`economista americano, perché Spagna e Italia hanno situazioni debitorie e patrimoniali e di deficit sostenibili. La differenza è che non hanno una moneta, e non possono finanziare il loro debito, come fa regolarmente la Gran Bretagna con la sua sterlina. E questo accende il bank run di stato, l`assalto sfiduciato agli sportelli dei bilanci pubblici, si ripercuote sulle banche che hanno ovviamente in pancia questi titoli, e rischia di portare situazioni greche tra gli spagnoli e tra gli italiani, che avrebbero ben altre vie per fronteggiare crisi e speculazione di mercato. Invece di essere esitante e moralistica e punitiva, ciò che porta altro panico, come insegna il caso di quel sinistro Herr Stark e delle sue dimissionibomba, la Bce dovrebbe virilmente affrontare il rischio, peraltro lontano vista la depressione economica, di un po` di inflazione, e dovrebbe comprare a piene mani i titoli italiani e spagnoli.

L`incentivazione dello sviluppo e la creazione di lavoro sono i veri problemi delle economie europee, come dimostrano i drastici deprezzamenti di Borsa nel settore manifatturiero e i dati, quelli sì parecchio allarmanti, sul calo della produzione in luglio.

Berlusconi aveva fatto un appello pubblico e politico a frustare da subito il cavallo dell`economia nello scorso mese di gennaio, e aveva esplicitamente ammonito questo establishment imprenditoriale e finanziario pigro e sottomesso agli euroragionierí e ai manovratori di palazzo della crisi politica infinita del sistema italiano. Il debito si cura con il lavoro, non con le patrimoniali che producono altro debito e deprimono gli investimenti, non con le austerità e i rigorismi insensati. Le riforme strutturali liberalizzatrici e privatizzatrici devono servire alla crescita, non ad accompagnare il declino o la stagnazione con buone intenzioni fiscali. Si capisce perché un inconsapevole Krugman italiano come Giavazzi abbia definito morfina gli acquisti di bond italiani da parte della Bce, si capiscono le sue buone intenzioni riformatrici. Ma è uno sbaglio. Il mancato appoggio alla battaglia per lo sviluppo, che attraversa anche il governo Berlusconi, è stato l`atto di rassegnazione che ha preparato l`estate da lupi che abbiamo appena vissuto. Non basta dire che ci vuole la crescita, bisogna rischiare un po` di inflazione e sostenere i bilanci europei contro la corsa agli sportelli.

Put your money where your mouth is. Mettici i soldi, se ci credi. (il Foglio)