giovedì 21 maggio 2009

Le nomine Rai ai tempi di Prodi. l'Occidentale

L'opposizione ha giudicato "irricevibili" le nomime Rai approvate dal Cda di Viale Mazzini, tanto che i consiglieri di minoranza hanno lasciato il consiglio per protesta. Viene contestato il ricorso a candidati "esterni" e soprattuto il fatto che le nomine siano state decise a "palazzo Grazioli". Leggi Berlusconi.
Sarebbe stato istruttivo se i consiglieri "aventinisti" e tutti i leader dell'opposizione che si sono pronunciati più o meno nello stesso modo, si fossero andati a rileggere qualche cronaca giornalistica del settembre 2006. Quando cioè a scegliere dirigenti e direttori era il governo Prodi.
In quell'occasione sulla poltronissima del Tg1 arrivò Gianni Riotta proveniente dal Corriere della Sera e prima ancora dal Manifesto e l'Espresso. Anche lui e quindi un "esterno" proprio come Augusto Minzolini. Ma dell'origine della nomina parlarono molto apertamente tutti i giornali e non solo quelli dell'opposizione.

Prendete Repubblica del 5 settembre 2006, dove un retroscena sulla lotta per le nomine raccontava: "La situazione si è complicata e la conferma implicita è arrivata proprio da Prodi, ieri durante il vertice di maggioranza sulla Finanziaria. «Mettere mano alla Rai è peggio che andare in Libano - ha ripetuto il premier - . Non c' è niente da fare». Riotta resta in pole position per la poltrona del Tg1, ma con molte complicazioni. Per Prodi le sue capacità non si discutono, ma nello staff del Professore non viene considerato vicino".

Riotta poi ce la fece, ma secondo Repubblica ebbe delle difficoltà perchè gli uomini di Prodi non lo consideravano abbastanza "vicino".

Non solo, Repubblica racconta ancora le frenetiche trattative condotte dalla maggioranza di allora: "sono in piena attività gli «ambasciatori» del centrosinistra, per la Margherita Renzo Lusetti, per i Ds Fabrizio Morri e per Prodi Angelo Rovati. Che si muovono sui nomi in lizza ma anche sugli equilibri politici. Perché la partita Rai coinvolge uomini, partiti ma anche il provvedimento sul conflitto d' interessi."

Non sappiamo in quali palazzi si incontrassero questi "ambasciatori", certamente non palazzo Grazioli, ma la sostanza non cambia di molto.

L'unica differenza che si nota leggendo i giornali del 2006 è nell'atteggiamento dell'opposizione. Viene infatti citata una frase di Berlusconi che disse: "Stimo Riotta e gli faccio tutti i miei auguri".

mercoledì 20 maggio 2009

Con Mills perdono tutti. Davide Giacalone

Comunque la si voglia girare, la vicenda legata alla condanna, in primo grado, dell’avvocato Mills è un segno d’imbarbarimento e decadimento ulteriore della nostra vita civile. Non era facile, ma ci siamo riusciti. Da qui in poi si faranno tutti del male e ciascuno prenderà per sé una parte rilevante di torti. Vale per la giustizia, per la sinistra e per il governo. Vediamoli uno ad uno.
Il fatto è noto: dovendo giustificare dei soldi incassati, e non volendoli spartire con i soci di studio, David Mills, avvocato inglese, affermò, nel 1997, di averli ricevuti da Berlusconi, ma non per una prestazione professionale, bensì per raccontare frottole ai magistrati italiani. Lo scopo sarebbe quello di nascondere i legami di Fininvest con società finanziarie off shore. Lo interrogano, nel 2004, e prima conferma tale versione, poi esce dalla procura di Milano e quasi sostiene d’essere stato torturato, smentendo. Nel 2006 arriva la richiesta di rinvio a giudizio. Nel 2009 Mills conferma di smentirsi, raccontando che quei soldi li ha ricevuti da altri. Il 17 febbraio i giudici milanesi lo condannano e ieri depositano le motivazioni. Ovvio che, se lui è un corrotto, Berlusconi è un corruttore. Salvo che, per i fatti relativi alla presunta corruzione, Berlusconi stesso fu prima condannato e poi assolto, in via definitiva.
La giustizia ne esce a pezzi. Sia per i tempi, ancora una volta incivili, talché occorrono cinque anni per arrivare ad una sentenza di primo grado, quando la civiltà della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ne reclama fra i quattro ed i sei, al massimo, per quella definitiva. Ne esce a pezzi anche per la solita, pessima consuetudine di trasformare le motivazioni in trattati politico-sociali, con prolisse considerazioni che finiscono con l’indicare come colpevoli anche quelli che si assolvono, o, addirittura, come in questo caso, anche quelli che neanche si processano. Mescolando i due problemi, tempi intollerabili e prosa colpevolista, si inquina pesantemente la vita pubblica e si lascia che tutti parlino di “sentenze” e colpevolezze, quando, invece, non solo il processo è ancora in corso, ma la probabilità che il giudizio sia riformato è, statisticamente, elevato.La sinistra va ancora fuorigioco. Ha cominciato a capire che il giustizialismo colpevolista non porta né voti né fortuna, ma ha praticato il vizio per talmente tanto tempo e con tale esasperata ripetitività che, adesso, sono i suoi stessi alleati a giovarsene. I voti, insomma, si sposteranno, ma dentro l’area dell’opposizione. Gli avversari lo sanno, quindi utilizzeranno la novità giudiziaria come un evergreen, capace di restituire l’ebbrezza degli esordi. Della serie: toghe rosse due, la risconfitta. Inoltre, è sciocco plaudire a che il presidente del Consiglio riferisca in Parlamento, perché quando sosterrà d’essere innocente non è che si potrà trasformare l’aula parlamentare in giudiziaria, quindi, dopo avere consegnato una tribuna importante al giustizialismo dipietresco, saranno costretti a dire che si attende la sentenza definitiva. E campa cavallo. Puerile chiedere: “si faccia processare”, perché l’unico verdetto che vale arriverebbe fra due legislature.
Neanche il governo ne esce bene. Intanto perché fummo facili profeti nel dire che la non processabilità delle alte cariche istituzionali (lodo Alfano) lungi dallo svelenire il clima si sarebbe prolungato per anni il dibattito pubblico sulle faccende giudiziarie, sicché, a seguito della prima condanna di Mills, il capo del governo non è al riparo, ma esposto. Poi, perché i mali della giustizia italiana sono così drammaticamente evidenti da rendere altrettanto visibile la responsabilità di chi non vi pone rimedio. Vale per la legislatura dal 2001 al 2006, passata invano, e vale per l’attuale. Fin qui.
Il nostro vivere civile sprofonda perché è necessariamente lordo un sistema in cui le sentenze vivono come annunci giornalistici, spessissimo smentite da altri giudici, e, conseguentemente, sono lette, dalle rispettive tifoserie, come alabarde con cui infilzare gli avversari. Nessuno ci crede, insomma, nessuno le prende sul serio, né chi fa finta di non sapere che un primo grado lascia intatta la presunzione d’innocenza, né chi le sfida come fossero mozioni del partito avverso. In un sistema funzionante non il condannato, ma direttamente il sospettato si dimette e si difende in tribunale. Se lo facesse, da noi, sarebbe l’unico pirla che crede nella giustizia, visto che la nostra storia è piena di scandalosissimi esempi d’innocenti che hanno subito la condanna al silenzio durante i lunghi ed incivili anni dell’inutile inquisizione.
Giratela come vi pare, dunque, ma questa è l’ennesima conferma di una vergogna nazionale.

martedì 19 maggio 2009

Le bufale della stampa estera. Gianni Pennacchi

Da sempre vanno a mangiare al Monserrato, da Pierluigi. Talvolta si spingono da Fortunato al Pantheon, e questo è il posto più vicino al Parlamento e a Palazzo Chigi che riescono a lambire, tagliolini è il pezzo più ricercato. Mai visti alle conferenze stampa governative, in tribuna giornalisti di Montecitorio ne intravedi qualcuno se sta cadendo il governo o abbiamo dichiarato guerra alla Serbia. Dopo cena, specie d’estate, dilagano sulle terrazze romane, tutte targate radical chic come i salotti invernali, frequentate da colleghi italiani sedicenti di sinistra e con spocchia vera sotto il naso, intellettuali in perenne ricerca d’ingaggio, onorevoli democrat di seconda fila. Hanno casa a Trastevere o a Campo de’ Fiori, chi torna in patria o è trasferito in altre capitali, lascia il prestigioso appartamento a chi lo sostituisce. Tutti si innamorano dell’Italia, di Roma e della Toscana in particolare. Molti trovano consorte qui, in quel mondo chiuso e riservato che fa la spola fra terrazze e trattorie in, finendo con l’accasarsi definitivamente. A quel punto, di rigore è il casale in Toscana o sul lago di Bracciano.

Quando lavorano? È un mistero, ma di certo non li incontri negli sbarchi clandestini, nei terremoti, nelle bombe, nei congressi di partito e negli eventi di cronaca reale. Non tutti beninteso, c’è qualche eccezione. E quelli delle tv, Bbc, Cnn, Antena 3, battono il marciapiede molto più dei corrispondenti di carta. Probabilmente lavorano da fermo, nelle loro postazioni che costano una miseria, nella bella sede allestita a spese del nostro Stato senza diritto alla reciprocità. Prima l’Associazione della Stampa Estera stava in via della Mercede, ora è in via dell’Umiltà, a due passi dalla direzione nazionale di Forza Italia. Ma anche lì, non s’affacciano mai.

Come nascono allora, questi bei servizi dall’Italia? Ripeto, ci sono anche meritevoli eccezioni. Ma i più dei corrispondenti, in tarda mattinata compulsano Repubblica e l’Unità dopo che la sera prima han scambiato quattro chiacchiere al ristorante o in terrazza coi soliti amici/colleghi italiani; si confrontano a pranzo con la/il consorte intellettuale più o meno frustrata/o e anch’essa/o sedicente sinistrese, poi vanno in via dell’Umiltà e partoriscono. Peggio dei corrispondenti italiani dall’America e dal resto del mondo, che almeno i giornali locali se li leggono tutti, da destra a sinistra. Ma il peggio del peggio è che se i giornali americani o francesi manco leggono quel che scrivono i nostri, quelli italiani sono affamati, s’ingozzano come oche di quel che scrivono i corrispondenti stranieri da Roma.
Sono circa 400 gli accreditati, e la maggioranza è professionalmente ineccepibile. Ma a dare il la è quel groppone di mischia che s’autoperpetua alimentando il serpentone più idiota che il mondo italiano dell’informazione abbia mai generato: i nostri giornali di sedicente sinistra scrivono, quelli ricopiano, i nostri li riprendono e rilanciano finalmente col marchio dell’autorevolezza.

Esagerazioni? Ma via, come si fa a scambiare nostro Signore col Cavaliere ed arrampicarsi sui vetri in questo modo? Anni fa, ai tempi di «affittopoli», per aver confuso i due Lubrano ambedue giornalisti Rai, su questo giornale che pur non è The Times, il sottoscritto ha dovuto presentare le dimissioni. Però è proprio Richard Owen che tempo fa, in un convegno a Spoleto ha raccontato che sì, «la politica italiana è importante, l’economia anche, ma quando la nostra redazione ha la lista di tutte le notizie drammatiche che provengono dal mondo, si chiama Roma con lo scopo di avere articoli che divertano i lettori. Grazie a Dio c’è sempre qualcosa di questo genere dall’Italia!». I fatti separati dalle opinioni, certo. Siamo sempre stati riempiti di paroloni sulla serietà e sulla sobrietà della stampa anglosassone, salvo poi scoprire che siamo tutti uguali, altro che. Andiamo avanti con la correttezza e la precisione di lor signori? Ancora si sorride di un noto corrispondente inglese che si presentò ad una conferenza stampa della Farnesina in bermuda e busta della spesa. Ma ricorderete Tana de Zulueta, che con le sue corrispondenze per l’Economist s’è guadagnata un seggio nel nostro Parlamento. Ora per The Guardian ha scritto che il solito Berlusca «padrone dei giornali», ha premiato Gianni Riotta per i buoni servigi resi al Tg1, facendolo direttore del Corriere della Sera. A parte che lo han fatto direttore del Sole 24 Ore, ma solo la Tana ancora non sa che l’unico gruppo dove il Cavaliere conta come il due di coppe quando regna bastoni, è proprio quello del Corrierone.

Ma che volete? Così va il mondo della stampa estera romana. Da sempre, da quando Marcelle Padovani (i accentata, perché francese), moglie di Bruno Trentin e corrispondente del Nouvel Observateur, impose la sua egemonia fissando regole, comportamenti, usi e costumi. Contro questa lobby, agli inizi del nuovo millennio ha scatenato guerra vittoriosa Eric Joszef, di Liberation: ma sempre beghe di sinistra, sono. Nel 2004 un’altra guerra per la guida della stampa estera, Joszef ha perso e se ne è andato sbattendo la porta, ha mollato anche l’associazione. Ha vinto Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine Zeitung, più moderato. Ma le trattorie, le terrazze e gli amici romani, non son cambiati. Stessa strada, stessa osteria... (il Giornale)

venerdì 15 maggio 2009

Quello che dice Berlusconi. Lodovico Festa

“Se c’è una cosa che uno straniero fa fatica a capire dell’Italia è questa: il modo in cui Berlusconi può dire quello che vuole e nessuno si scandalizza” Dice Bill Emmott alla Repubblica (15 maggio) C’è anche il problemino che ognuno può dire quel che vuole di Berlusconi (che ha fatto la tv con i soldi della mafia, che ha ordinato le stragi di Falcone e Borsellino, e ora che avrebbe una figlia naturale e che forse sarebbe colluso con la camorra) senza mai arrivare a un fatto verificabile. E nessuno se ne scandalizza. Non va scordata la battuta di Salvemini sulla giustizia italiana (che un po’ vale anche per la Repubblica): se qualcuno mi accusasse di avere aver violentato la Madonnina del Duomo prima scapperei e poi penserei a una linea difensiva. (l'Occidentale)

La libertà di stampa? Vale solo per "Repubblica". Paolo Granzotto

«Nella mia vita ho conosciuto tante canaglie che non erano moraliste, ma non ho mai conosciuto un moralista che non fosse una canaglia». Chissà perché di questi giorni torna alla mente l'aforisma col quale Ernest Renan liquidò il tartufismo, il perbenismo ipocrita e sleale, ma è così. Bisogna ammettere che fa una certa impressione tutto questo porre la Questione Morale, con le maiuscole, questo accorrere in difesa di una moglie indispettita per la presenza di una mezza dozzina di ciarpanelle che ronzano attorno al coniuge. E più che mai desta impressione, mista a ilarità, bisogna ammetterlo, il levarsi a difesa della libertà di stampa minacciata dal rifiuto del premier di rispondere a una sfilza di domande su fatti privati, personali, che non si capisce in nome di quale delle infinite libertà a disposizione Repubblica vorrebbe mettere in piazza. Sfilza di domande che impavidamente la senatrice Magistrelli definisce - e da qui l'amenità - «ordinario articolo su notizie politiche ma anche di colore». Che sarebbe come chiamare ciance, innocenti pettegolezzi gli interrogatori di Torquemada. La libertà di stampa! Quando Silvio Sircana, il braccio destro di Romano Prodi, venne colto in ispezione sodomitica-transessuale per i viali di Roma, i paladini della libertà di stampa fecero il diavolo a quattro perché le foto che testimoniavano la randonnade non venissero pubblicate. E quando lo furono, altissimi si levarono i cori delle indignate proteste per l'uso indegno e infamante che si faceva della stampa: libera sì, ma non di infangare un probo cittadino, non di intromettersi nelle sue vicende intime. Questo per Sircana. Per Berlusconi, ma guarda tu, tutto il contrario.
Bontà sua, il vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, ha ammesso che «le vicende private di Berlusconi non debbono essere utilizzate politicamente». Aggiungendo che «l'opinione pubblica e le forze politiche hanno il dovere di occuparsi della trasparenza delle azioni personali del presidente del Consiglio». Lo facciano, diano pure di Vetril («brillantezza senza confronti»). Ma senza pretendere che l'interessato partecipi al gioco al massacro rispondendo a domande tendenziose, poste non per «fare chiarezza», ma per incastrarlo. E incastrarlo politicamente, perché sai cosa glie ne importa, agli inquisitori, della signora Veronica. Soprattutto, lo facciano senza seguitare a menarla con la libertà di stampa minacciata se l'interessato rifiuta di contribuire alla «strategia mediatica diffamatoria tesa a strumentalizzare vicende esclusivamente private a fini di lotta politica». Parole, queste, di Berlusconi che l'eterna candidata (a tutto) Anna Finocchiaro interpreta come «volontà di abolire il diritto di critica da parte dell'opinione pubblica». E qui, inevitabilmente, l'ilarità torna a far aggio sullo sconcerto.
Noi del Giornale di libertà di stampa ce ne intendiamo. Quando uscimmo, chi si faceva vedere col nostro quotidiano in tasca rischiava una randellata, se gli andava bene. Le maestranze della Same, dove allora si stampava il Giornale, ci piantavano uno sciopero un giorno sì e uno no. Molti edicolanti non lo esponevano o, peggio ancora, dicevano, a chi ne faceva richiesta, di non averlo ricevuto. E mai che uno dei campioni della libertà di stampa ci avesse, come minimo, mostrato solidarietà. Dov'erano gli Zanda, le Finocchiaro, gli Ezio Mauro e tutti i sepolcri imbiancati che ora si fanno venire le convulsioni, parlano di «punto di non ritorno per la democrazia» solo perché le domande della Repubblica rimarranno senza seguito? Son due mesi che noi facciamo domande a Di Pietro senza averne risposta. Qualcuno della Casta lo ha mai accusato di calpestare per questo la libertà di stampa e di mettere la democrazia a rischio. Perché altro che comunicati, ci bombarda di querele, che è il suo modo sincero e democratico per difenderla, la libertà di stampa e di opinione. (il Giornale)

giovedì 14 maggio 2009

Rep. contro il premier: ha festeggiato abusivamente un compleanno! Lodovico Festa

"Quando e come Berlusconi ha conosciuto il padre di Noemi Letizia, Elio?" Dice Giuseppe D’Avanzo sulla Repubblica (14 maggio) La requisitoria del procuratore aggiunto D’Avanzo è spietata. Non si capisce, però, di quale reato si stia parlando: party improprio? Festeggiamento abusivo di compleanno? (l'Occidentale)

La sinistra degli snob. Luca Ricolfi

Respingimento. Su questa parola altamente evocativa gli animi si stanno dividendo. Da una parte il ministro dell’Interno Maroni e la Lega, orgogliosi che l’Italia sia riuscita - per la prima volta - a impedire a diverse imbarcazioni cariche di migranti di raggiungere illegalmente le nostre coste. Dall’altra la Chiesa, le organizzazioni umanitarie e ieri anche il Consiglio d’Europa.

Preoccupati che fra i migranti vi possano essere persone che, una volta sbarcate in Italia, avrebbero chiesto e ottenuto asilo politico. In mezzo, su posizioni leggermente meno estreme, si collocano i nostri due maggiori partiti, il Popolo della libertà e il Partito democratico, il primo tentato di inseguire la Lega (nonostante i distinguo di Fini), il secondo tentato di inseguire la Chiesa (nonostante i distinguo di Fassino).

Che i partiti di governo, nonostante qualche timido mugugno, plaudano all’azione del ministro dell’Interno è del tutto naturale. La sicurezza è uno dei punti chiave del programma del centro-destra, e sarebbe strano che il «respingimento» dei barconi nei porti di partenza non fosse salutato con un sospiro di sollievo. Quel che a me pare invece meno scontato è l’accanimento con cui il Pd e il suo neosegretario da tempo combattono qualsiasi idea venga partorita dal ministro Maroni. Non solo non mi pare né ovvio né normale, ma mi pare estremamente interessante, per non dire rivelatorio. L’ostinazione con cui la sinistra respinge al mittente qualsiasi proposta concreta in materia di sicurezza, senza essere minimamente sfiorata dal dubbio di aver torto, ci fornisce una preziosa radiografia dei suoi mali.

L’astrattezza, prima di tutto. Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema. Se non fossero ammalati di astrattezza i dirigenti del Pd capirebbero che il problema dell’Italia è che attira criminalità e manodopera clandestina più degli altri Paesi perché non è in grado di far rispettare le sue leggi, e che l’unico modo di scoraggiare l’immigrazione irregolare è di convincere chi desidera entrare in Italia che può farlo solo attraverso le vie legali. A questo serve il «respingimento», ma a questo serviva anche la norma che prolunga da 2 a 6 mesi la permanenza nei centri di raccolta degli immigrati (i vecchi Cpt, ora ridenominati Cie), una norma necessaria ma ottusamente combattuta dall’opposizione. Senza il respingimento (in mare) i trafficanti di immigrati continuerebbero a scaricarli sulle nostre coste, senza il prolungamento dei tempi di permanenza (nei Cie) l’identificazione sarebbe perlopiù impossibile, e continuerebbe la prassi attuale, per cui il clandestino viene trattenuto qualche settimana e poi rimesso in circolazione senza possibilità di riaccompagnarlo in patria. Io capisco che si possano avere seri dubbi sulle cosiddette ronde, o sui medici-spia (denuncia dei malati clandestini) o sui presidi-spia (denuncia dei genitori clandestini di bambini accolti nelle nostre scuole), e io stesso ne ho molti. Ma non capisco il rifiuto pregiudiziale di provvedimenti di puro buon senso, la cui unica funzione è di ristabilire quello che tutti i governi degli ultimi vent’anni avevano sbriciolato, ossia un minimo di deterrenza. Tra l’altro questo è uno dei pochi punti fermi degli studi sulla lotta al crimine: minacciare pene più severe serve pochissimo, quel che serve è rendere credibile la minaccia.

Ma non c’è solo astrattezza, c’è anche molta presunzione, per non dire molto snobismo. Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l’azione del ministro Maroni?

Sì, probabilmente lo sa, ma si racconta la solita fiaba autoconsolatoria. Gli italiani non sono quelli di una volta, Berlusconi li ha rovinati, la Lega li ha incattiviti, noi politici illuminati non possiamo farci guidare dai sondaggi, noi dobbiamo riforgiare le coscienze, corrotte e intorpidite da vent’anni di berlusconismo. E’ la solita storia: «alla sinistra non piacciono gli italiani», come scrisse fulmineamente Giovanni Belardelli quindici anni fa, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, sconfitta e umiliata, non si capacitava che un rozzo imprenditore lombardo avesse potuto sconfiggere una classe politica colta e raffinata qual era quella del vecchio Pci.

E qui si arriva all’ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali, specie se di modeste origini o di modesta cultura. Quando si parla di criminalità, di sicurezza, di immigrazione clandestina, nella gente c’è certamente anche molto cattivismo gratuito, molta insofferenza, molta intolleranza. Ma una forza politica dovrebbe sapere che i cattivi sentimenti non vengono dal nulla, e quelli buoni hanno talora origini imbarazzanti. L’insofferenza verso gli immigrati è più forte nei ceti popolari perché è nei quartieri degradati che la sicurezza è un problema grave; ed è innanzitutto per chi non ha grandi risorse economiche che la concorrenza degli stranieri per il posto di lavoro e per servizi pubblici può diventare un problema serio. L’apertura verso gli stranieri, il sentimento di solidarietà, l’attitudine a tutti accogliere albergano invece in quelli che lo storico inglese Paul Ginsborg ha battezzato i «ceti medi riflessivi», e raggiungono l’apice fra gli intellettuali, dove - soddisfatti i bisogni primari - ci si può dedicare all’arredamento della propria anima: chi ha un lavoro gratificante e un buon reddito, chi può permettersi di vivere nei quartieri migliori di una città, chi non deve combattere per un posto all’asilo o per una prenotazione in ospedale, può coltivare più facilmente un sentimento di apertura.

Insomma, l’insofferenza degli uni è spesso frutto dell’emarginazione, il solidarismo degli altri è spesso frutto del privilegio. Possibile che la sinistra, che pure continua a dire di voler rappresentare gli umili, non riesca a rendersi conto del paradosso? Ma forse in questi giorni assistiamo anche, lentamente, quasi impercettibilmente, a uno smottamento. Nel Pd qualche timida voce di concretezza e di pragmatismo si è pur fatta sentire: prima Fassino, poi Parisi, poi Rutelli. Speriamo che non siano rapidamente sopraffatti dalla forza del passato, dai tanti luoghi comuni che essi stessi hanno alimentato e che ora frenano il cambiamento. (la Stampa)

mercoledì 13 maggio 2009

Le colpe dell'Onu. Davide Giacalone

L’Onu ha grandi responsabilità, o, quanto meno, è colmo d’incapaci che aiutano il mercato degli schiavi ad essere fiorente. Visto che, al commissariato che si occupa dei rifugiati (Unhcr), non riescono a star zitti, è utile rinfrescare loro la memoria. E dato che non sono in grado, diciamogli anche che cosa dovrebbero fare. Il lettore scusi la pedanteria, ma questi ciarlieri e strapagati perditempo hanno stufato.
Cosa sia un “rifugiato” è stabilito dal primo articolo della convenzione relativa, firmata a Ginevra nel 1951. Può chiedere rifugio chi scappa da persecuzioni che abbiano ad oggetto la fede religiosa, la razza, la cittadinanza, l’appartenenza ad un determinato gruppo sociale o le opinioni politiche. Dato che non è ragionevole scappare da un Paese che l’Onu considera affidabile, sotto il profilo dei diritti umani e dell’assistenza ai rifugiati stessi, il punto E del sesto comma chiarisce: “La presente Convenzione non è applicabile alle persone che secondo il parere delle autorità competenti del loro Stato di domicilio hanno tutti i diritti e gli obblighi di cittadini di detto Stato”. E, per evitare equivoci, poco dopo stabilisce che non è applicabile nemmeno alle persone che “hanno commesso un crimine grave di diritto comune fuori dal paese ospitante prima di essere ammesse come rifugiati”.
E veniamo alle cose pratiche: noi italiani saremmo degli incivili perché riaccompagniamo in Libia, dopo averli soccorsi, i barconi di migranti, fra i quali potrebbero esserci dei presunti rifugiati. Questa è la tesi dell’ex presidente dell’internazionale socialista, oggi a capo dell’Unhcr. La Libia, ci dice questo signore, non ha firmato la convenzione di Ginevra (grazie, lo abbiamo scritto noi per primi). Ebbene, abbia la cortesia di prendere una cartina geografica. Difficile credere che i migranti arrivino in Libia via mare, visto che da lì salpano per venire da noi. Arrivano via terra. Quello che segue è l’elenco dei Paesi confinanti, e quella fra parentesi è la data, per ciascuno, dell’entrata in vigore della convenzione: Algeria (16 agosto 1992); Ciad (17 novembre 1981); Egitto (20 agosto 1981); Nigeria (21 gennaio 1968); Sudan (23 maggio 1974); e Tunisia (20 maggio 1956). Detto in modo diverso: ammesso e non concesso che il Paese di partenza non abbia aderito alla convenzione, per arrivare in Libia questa gente è, per forza, passata da un altro Paese, dove la convenzione è vigente. Perché non hanno chiesto lì, di essere rifugiati? Avrebbero fatto meno strada e corso meno pericoli.
L’Onu, anziché dedicarsi alla propaganda politica ed all’elaborazione di stupidaggini, potrebbe rendersi utile, perché visto che dall’Africa arrivano in tanti, sperando d’essere assistiti e rifugiati, la cosa più sensata è prenderli nel primo Paese convenzionato, anziché sottoporli al taglieggiamento dei criminali ed al rischio d’annegare. Quindi, scollino le chiappe dal lussuoso palazzo ginevrino, ed anziché regatare sul lago Lemanno si barcamenino in loco, rendendosi utili. Aprano dei begli uffici, o li rendano operativi, in uno od in tutti i Paesi elencati sopra, registrino le richieste, ne valutino la fondatezza ed assegnino delle destinazioni. Noi italiani prendiamo quelli che ci spettano, gli altri si rifugiano altrove.
Che fanno, invece, questi burocrati mondiali? Ci dicono: no, prima ve li prendete e poi esaminiamo. Naturale, a quel punto, che vengano tutti da noi, anche perché in Germania, in Francia, in Gran Bretagna ed in Grecia (per citare alcuni) l’immigrazione clandestina è un reato, mentre in Spagna no, ma provvedono sparando alle frontiere. Noi, invece, li soccorriamo, li facciamo sbarcare, e poi ci mettiamo mesi per capire chi sono, da dove veramente vengono e se hanno diritto all’asilo. I rifugiandi li mettiamo in albergo, come capita al Cara (centro assistenza richiedenti asilo) di Arcinazzo, vicino Frosinone, gestito dall’arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone, dove la località turistica li fa villeggiare e li cura, a spese della collettività. Il sindaco dice anche che è un affare, visto che ci lavorano una quarantina di persone, mentre il proprietario dell’albergo non crede alle sue tasche, così trasformando un’economia sana in economia assistita, con la scusa dell’assistenza. Un capolavoro. In Svizzera, dove gli straparlanti commissari alloggiano, una roba simile non la permettono neanche se gli dichiari guerra.La solare evidenza è un’altra: quei disperati sui barconi non sono perseguitati, sono morti di fame che, legittimamente, cercano una vita migliore. Solo che l’ignavia dell’Onu li consegna ai mercanti d’esseri umani e l’arroganza dell’Unhcr pretende di rifilarceli tutti perché siamo i più vicini via mare, i più esposti e quelli che non considerano reato la clandestinità. C’è un limite, e questi signori lo hanno superato.

martedì 12 maggio 2009

I rifugiati in cucina. Filippo Facci

Mi chiedo se agli occhi di uno straccione morto di fame del Ghana, semisvenuto dopo sei giorni passati a stritolarsi su un barcone stipato come San Siro, la nostra distinzione tra immigrazione clandestina e diritto d’asilo non debba sembrare solo una delle astruse fighetterie occidentali di cui siamo capaci noi che abbiamo lo stomaco pieno.
La questione è serissima, non devo neanche dirlo, ma a considerare quei bastardi degli scafisti come dei potenziali Schindler io faccio una fatica d’inferno. Il che è niente rispetto allo sforzo deliziosamente occidentale di dover poi discernere tra diritto d’asilo, rifugiati, asilo politico, rifugiati politici e profughi, discutendo poi se dobbiamo rifarci alla Convenzione Onu del ’51, a quella di Addis Abeba del ’69, alla Dichiarazione di Cartagena dell’84, alla Convenzione di Roma del ’50 o a quella di Dublino del ’97. Questo mentre l’unica distinzione che pareva chiara, quella tra chi fugge per delitti politici e chi scappa per delitti comuni, non l’ha ancora capita nemmeno il Brasile che se la mena trattenendo l’assassino Cesare Battisti. C’è qualcosa di culturalmente razzista nell’immaginarsi una cernita come la seguente: i rifugiati si mettano di qua, i rifugiati politici di là, i profughi in lista d’attesa, quelli che hanno solo fame sorry, sono clandestini normali. A casa. (il Giornale)

lunedì 11 maggio 2009

Perché Obama può scherzare e il Cav. no? l'Occidentale

White House, la serata è di quelle importanti, l’appuntamento probabilmente più mondano e conteso della capitale americana. Il presidente degli Stati Uniti organizza un galà per l’associazione dei giornalisti che coprono la presidenza. Impossibile mancare. E infatti, c’erano proprio tutti. C’erano Robert De Niro e George Lucas, Demi Moore col giovane compagno Ashton Kutcher, Glenn Close e Ben Affleck, Sting e Steven Spielberg, Forest Whitaker, Tom Cruise e Katie Holmes...

Obama è in formissima, lancia battute a raffica. Non risparmia nessuno: repubblicani e democratici, uomini e donne, mogli e non. E, in perfetto stile, non risparmia neppure se stesso. Chi c’era racconta che l’ironia è caustica, a tratti contundente. Tutta un’altra storia dall’era Bush. Anche la nostra Donatella Versace è al settimo cielo: “Che le cose fossero cambiate l’ho capito appena entrata. Mai visto tanti giovani. Venticinquenni, trentenni: ne sono rimasta felicemente sconvolta. C’era un atteggiamento più cordiale e rilassato. Ci siamo divertiti e abbiamo riso sino alle lacrime. Il presidente è stato incredibile e ironico e magico”. E giù gag a non finire.

Una delle battute migliori? Quella dedicata a Hillary: "Siamo stati rivali, ma oggi non potremmo essere più vicini: appena è tornata dal Messico, mi ha subito abbracciato suggerendomi di andarci", dice il presidente, alludendo al rischio di contagio da febbre suina. E ancora, rivolto a John Boehner, leader repubblicano al Congresso e patito della lampada: “Abbiamo molto in comune: anche lui è una persona di colore, ma quello suo non mi sembra naturale”. Neppure Michelle, come scrive il Corriere “vera star della serata in fucsia e a braccia scoperte”, sfugge alle battute del marito: "Sta cercando di rimarginare le divisioni della nazione, compreso the right to bare arms", che può significare sia il diritto alle braccia nude, ma anche il diritto a portare armi, tema controverso della vita pubblica americana.

Chissà perché quando Berlusconi racconta barzellette, fa battute a destra e a manca, invita i giovani a partecipare numerosi alle sue iniziative e gioca con i suoi omologhi di altri paesi è grottesco, patetico e volgare e quando lo fa Obama è incredibile, ironico e magico. E non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto al povero Cav. se lo stesso apprezzamento fatto da Obama alla moglie Michelle l’avesse fatto lui a Veronica. Ma si sa, paese che vai Presidente (e stampa) che trovi.

Quelle lezioni dei moralisti (senza morale). Mario Giordano

L’altro giorno, di buon mattino, mi è arrivato un sms di Giovanni Floris. Non gli era piaciuto un nostro articolo che metteva in fila le trasmissioni Tv dedicate, in una settimana, al divorzio di Berlusconi (l’Infedele di Lerner, Annozero di Santoro e, appunto, il suo Ballarò). Legittimamente rivendicava di aver avuto un atteggiamento diverso dagli altri. E per dirmelo, cominciava così: «Se aveste avuto un approccio serio...». Capito? Il solito sistema della sinistra che si sente moralmente e culturalmente superiore: non accettano una discussione alla pari. Se sei in disaccordo con loro, evidentemente, usi un approccio non serio. Sei un superficiale. Un venduto. Un mentecatto. Non si accontentano di difendere le loro ragioni: si sentono, ogni volta, in dovere di darti una lezione di etica. Magari intimandoti pure di fare l’esame di coscienza, come mi ha ordinato Gad Lerner nella lettera di qualche giorno fa. Proprio così: l’esame di coscienza. Manco fosse il mio confessore.
L’sms di Floris e la lettera di Lerner mi sono tornati in mente ieri leggendo l’editoriale domenical-liturgico di Eugenio Scalfari su Repubblica e ascoltando in Tv il nuovo leggenDario exploit di Franceschini. E ho pensato: possibile che siamo sempre allo stesso punto? La sinistra non riesce a togliersi di dosso quel vestito mentale che la porta a ritenersi migliore, sempre e comunque, di tutti gli altri. È quell’atteggiamento per cui se il Paese non li vota, evidentemente sbaglia il Paese. È quell’atteggiamento per cui non può esistere un avversario politico, perché chi sta contro di loro diventa immediatamente o un servo o un pericolo per la democrazia. È quel senso di superiorità che li ha trasformati nel simbolo dell’antipatia, come raccontava Luca Ricolfi in un fortunato saggio. Lo sanno che è un errore, lo sanno che è pericoloso. Eppure, niente da fare: non riescono a liberarsene. E così, mentre il mondo cambia, noi ci troviamo davanti sempre la stessa sinistra: quella del «senti chi parla», pronta ogni volta a salire sul pulpito per predicare bene, dimenticando che in sagrestia ha appena finito di razzolare assai male.
È la sinistra di Marco Travaglio, che fa il giustiziere delle frequentazioni altrui e poi passa le vacanze con i favoreggiatori dei mafiosi. È la sinistra di Concita De Gregorio, che s’indigna per l’uso del corpo femminile dopo aver usato un fondoschiena per far pubblicità alla sua Unità (il fondoschiena non è corpo? O con la minigonna si gode di un lasciapassare speciale?). È la sinistra di Monica Guerritore, che interpreta tragicamente la donna tradita e anti-gossip dimenticando, da Gianni Agnelli a Roberto Zaccaria, una vita passata a sguazzare nei tradimenti e nei gossip. È la sinistra di Emma Bonino, che scordando di aver trascorso la sua esistenza a difendere sesso, droga e ogni eccesso, s’improvvisa sacerdotessa del Grande Ordine Bacchettone. La Bonino Bacchettona: ma vi pare? È come dire che Lucio Dalla si mettesse a scrivere un libro intitolato: «Noi, glabri...».
Ma li avete sentiti? Tutti così moralisti, eppure tutti così giù di morale. Hanno un coraggio da leoni. La faccia come il cucù. Capaci di accusare Berlusconi di portare le veline in Parlamento, senza ricordare che loro, in Parlamento, hanno portato Cicciolina. C’è una giovane e bella come la Madia candidata a sinistra? È il rinnovamento. E se la candida il centrodestra? È la mignottocrazia. Ma mi fate capire perché? Eppure è una settimana che ci danno lezioni di morale. Fanno i maestri di etica. E s’indignano, come Santoro, evidentemente preoccupato del fatto che le giovani donne candidate dal Pdl possano essere pessime europarlamentari. Si capisce, no? Una che è bella dev’essere per forza stupida. E sfaticata. E lui, allora? Sono andato a rivedere il bilancio della sua esperienza a Strasburgo: in diciotto mesi ha totalizzato due interventi in aula, due interrogazioni scritte, nessuna interrogazione orale, nessuna relazione al Parlamento e solo una proposta di risoluzione. Non è un po’ poco? Barbara Matera, seppur assai più graziosa di lui, secondo me saprà fare meglio. Ci vuol così poco.
Fra l’altro don Michele, quand’era europarlamentare, poteva disporre di tre assistenti personali: due interrogazioni scritte, tre assistenti personali. Non è un po’ troppo? Considerando i 144mila euro di stipendio, rimborsi e benefit, che avrebbe detto Santoro di Annozero di Santoro europarlamentare? Come l’avrebbe infilzato? Altro che casta. E casto. Quando finì il suo mandato, rientrò in Tv con una trasmissione sul degrado di Napoli. E il sindaco Iervolino mi riuscì per la prima volta simpatica perché lo stroncò in modo feroce: «Sono sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a Napoli ma che dopo la sua elezione non si è fatto più vedere e non ha fatto nulla per la nostra città, non sappia fare altro che denigrarla». Avete inteso? Prendi i voti e scappa: Santoro a Napoli non si è mai fatto vedere. Si capisce, gli elettori sono guappi. Non vestono Armani, non sono chic. Magari, non sia mai, organizzano pure delle feste dalle parti di Casoria...
Adesso il nuovo idolo della sinistra moralmente chic è la principessina Beatrice Borromeo. E così dobbiamo sorbirci le lezioncine di etica e di buon giornalismo persino da lei, la fidanzatina di Pierre Casiraghi, che come è noto è arrivata alla Tv soltanto grazie alla sua oscura gavetta e ai meriti conquistati sul campo... Ma ci faccia il piacere. Del resto, però, come stupirsi? La Borromeo che scende dalla copertina di Chi e sale in cattedra contro il gossip, s’inserisce perfettamente nella storia culturale della sinistra moralista: è Vincenzo Visco che diventa fustigatore dei costumi dopo essere stato condannato per abuso edilizio; è Padoa-Schioppa che predica il rigore economico incassando un vitalizio di 11mila euro al mese (per appena 24 mesi di contributi versati); è l’avvocato Guido Rossi che scrive saggi contro l’avidità di denaro («radice di tutti i mali») dopo aver incassato 23 miliardi di vecchie lire con una sola parcella; è Adriano Celentano che va in Tv a dire che i palazzi di ringhiera sono molto belli, tacendo sul fatto che lui vive in una megavilla sul lago. Ed è Eugenio Scalfari, naturalmente, che ieri nel suo fondo domenicale, dopo aver dato del «figurante» al direttore del Corriere De Bortoli, del «servitore» all’onorevole Ghedini e degli «yes men» al resto del mondo, sostiene che in fondo Berlusconi è assai peggio di Mussolini, dal momento che quest’ultimo «non ha mai fatto ministro la Petacci». Perfetto, no? Uno che nel 1942 esaltava su «Roma fascista» il nazionalismo di Mussolini e nel 1972 si schierava con l’Urss, celebrando la superiorità del collettivismo sulle società liberali, è quello che ci vuole, no, per dare a tutti noi una bella lezione di democrazia...
Vedete? Passano i tempi, tutto cambia, le vedove Calabresi e Pinelli s’abbracciano, le pagine di storia si chiudono. Ma c’è una cosa da cui la sinistra non riesce a liberarsi: il complesso dei migliori. Che poi diventa devastante, soprattutto per il fatto che migliori non sono. Ma questo loro sentimento è un problema: come si fa a discutere, se all’inizio della discussione loro stabiliscono che chi non è d’accordo è poco serio? O servo? O un pericolo per la democrazia? Come farà questo Paese a diventare un Paese normale se la sinistra non butta a mare questo fardello di presunzione intellettuale, questo vizio di salire sul pulpito e dividere a suo piacimento che cos’è il bene e che cos’è il male? Come si fa? Mentre m’interrogavo su questi temi, ieri, mi è capitato fra le mani un bell’articolo di Luca Josi sul Riformista, che mi ha ricordato che questa abitudine del predicare bene e razzolare male, forse, è davvero inestirpabile. In effetti essa è congenita con la sinistra. Sta nelle sue radici. Nella sua origine. In origine, infatti, c’era Marx. E voi sapete che Marx, simbolo dei lavoratori che non lavorò mai un giorno, difendeva le ragioni del proletariato ma si faceva mantenere dalla moglie aristocratica, godendone tutti i privilegi di tipo feudale. Un giorno gli recapitarono in omaggio una domestica. E lui, campione della lotta contro lo sfruttamento, lui che chiamava tutti a liberarsi dall’oppressione, che cosa fece? Si prese la domestica a servizio. La umiliò. E alla prima distrazione della moglie, la mise pure incinta. Poi chiese a Engels di mantenerla e di far finta, davanti a tutti, di essere lui il papà. (il Giornale)

venerdì 8 maggio 2009

Onu, rifugio per straparlanti. Davide Giacalone

L’Onu, in un sol colpo, riesce a schierarsi dalla parte dei mercanti d’esseri umani, difendendone l’infame commercio, a favorire lo sfruttamento della miseria ed intromettersi nella politica di sicurezza di un Paese democratico, supponendo, assai a sproposito, di potere dare lezioni. Sono bastate poche parole per chiarire al mondo quanto sia negativo abbandonare le Nazioni Unite ad un folto manipolo di burocrati, fra i quali s’annidano non pochi politici giubilati. Al palazzo di vetro si sono spartiti tutto, anche il cimitero degli elefanti.
E’ capitato, per la prima volta, che dei barconi di disperati siano stati trattati come sempre si dovrebbe: intercettati in mare, soccorsi, aiutati e riportati esattamente da dove erano partiti, sulle coste libiche. Questo non perché noi italiani si sia contrari ad accogliere immigrati, ma perché, come ogni Paese civile del mondo, non crediamo che la cosa possa avvenire in modo illegale. L’operazione è positiva, perché se si facesse sempre così non si bloccherebbero i flussi migratori regolari, ma si toglierebbe spazio agli schiavisti, a quei criminali che ricattano dei disperati portandoli, come bestie, nel nostro Paese (quando non li gettano in mare), separandoli dalle loro famiglie, per poi utilizzarle come ostaggi: o ci dai i soldi che ci devi, e non c’importa se per procurarteli dovrai delinquere, oppure capiterà loro del male. Se i barconi potessero essere fermati tutti, gli sconfitti non sarebbero quanti vogliono venire qui a lavorare, ma quelli che lucrano sulla clandestinità.
Rispetto ai Paesi che, alla frontiera, sparano sui clandestini, abbiamo dimostrato più umanità e più diplomazia. Aspettavamo il plauso, è arrivata la reprimenda. Tal Antonio Manuel de Oliveira Guterres che, quale alto (si fa per dire) commissario, dirige il reparto Onu per i rifugiati (Unhcr), ha perso la sua occasione per tacere. A dir suo, infatti, l’operazione è da condannarsi giacché fra quei migranti clandestini poteva trovarsi qualche “rifugiato”, che avevamo il dovere di accogliere. Il “rifugiato”, secondo la convenzione internazionale del 1951, è colui il quale è costretto a fuggire dal proprio Paese perché in pericolo, creato da discriminazioni per ragioni di razza, religione od opinione. Oppure è colui che si trova in pericolo all’estero, per le medesime ragioni, e chiede d’essere rimpatriato. Si da il caso, però, che su quei gusci non erano imbarcati cittadini libici e, pertanto, chi si fosse trovato in quelle condizioni avrebbe potuto farlo presente anche dalla Libia. La quale, è vero, non ha firmato la convenzione, ma non ha alcuna voglia né interesse a tenersi rifugiati altrui.Se, invece, porto tutti i clandestini sul nostro territorio nazionale e, poi, domando chi di loro intende “rifugiarsi” mi rispondono tutti in coro. Salvo accertare che è rarissimo ne ricorrano le condizioni. Quindi il commissario portoghese ha detto la stupidaggine della giornata, confondendo clandestini con perseguitati. Ha anche aggiunto, però, che sia lui che l’Onu sono molto preoccupati per l’atteggiamento e la politica del governo italiano, dipinti come ostili all’umanità. Ed è a questo punto che ci si domanda: ma chi è, ‘sto Oliveira Guterres? Risposta: l’ex primo ministro portoghese, nonché ex presidente dell’internazionale socialista. Un politico che continua a far politica, collocato dove si trova per toglierlo da dove si trovava.
L’Onu ha due possibilità: liberarsene o continuare a perdere credibilità, attaccando chi agisce nella legittimità ed ospitando i carnefici i cui cittadini vorrebbero rifugiarsi all’estero.

giovedì 7 maggio 2009

La colpa di Berlusconi per i maestrini di sinistra: non è snob come loro. Maria Giovanna Maglie

Nella serata televisiva che forse segnerà il suo maggior successo di pubblico e, obtorto collo, perfino di critica, Silvio Berlusconi a un certo punto ha raccontato di essere arrivato a Napoli un po’ in anticipo per una riunione politica che aveva in serata. «Quando il padre di Noemi mi ha detto che loro erano riuniti per festeggiare la ragazza e che il ristorante era a soli tre minuti dall’aeroporto di Capodichino, io ho verificato e avendo un’ora di tempo sono andato lì», ha continuato il premier, spiegando di essere arrivato con otto auto, tra polizia e scorta: «Sono entrato e subito sono partiti degli applausi. Di fronte a tutta quella gente non ho potuto non fare campagna elettorale e quindi ho iniziato a fare foto con tutti, dai familiari ai gestori del ristorante. Ma io mi chiedo come sia possibile pensare che se fosse stato un incontro piccante ci sarebbero state tutte quelle foto, e soprattutto io sono andato in un posto dove c’erano familiari, amici e i genitori». Interviene allora da Milano Ferruccio de Bortoli, che da neo per la seconda o terza volta direttore del Corriere, si sente intitolato a esprimere le palpitazioni e i turbamenti stiffy dell’alta borghesia lombarda, e fa notare che un capo del governo non dovrebbe andare a feste di nozze e compleanni, insomma che dovrebbe evitare il contatto con il popolino. La risposta è semplice: «Se non andassi ai matrimoni, rinuncerei a essere me stesso. Io parlo con i camerieri, i tassisti, i commessi. Ho un grandissimo rispetto per le persone umili». È così, piaccia o no, Dio sa quanto gli fa torcere le budella, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, delle élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso all’approcciarsi del cittadino comune. Quello di Silvio Berlusconi è per loro un modo insultante di esistere, di avere successo e di fare il leader, e avranno anche le loro ragioni, ma è il modo che convince, piace, ispira fiducia a un’ingombrante maggioranza di elettori italiani. Siamo un paese pop, votato a volgarità e ostentazione di immagine? Può darsi, ma il moralismo della scuola steineriana appartiene ancora una volta a pochi, e la pratica sacrosanta di opposizione politica non può nutrirsi di questi predicozzi, né tantomeno di presunte superiorità morali residue, invece di individuare un terreno serio di durissima palestra. Dario Franceschini, leader del partito che non c’è, ed è un vero peccato che un partito democratico non ci sia, è ridicolo quando dichiara che Berlusconi è alla frutta. Berlusconi dice il vero quando, come martedì sera a Porta a porta, replica che «la sinistra e la sua stampa non riescono ad accettare la mia popolarità che è al 75 per cento. Fanno solo attacchi personali fondati su calunnie». Dare del pop, del populista, del peronista, a un personaggio come il premier è patetico anche perché mai l’uomo si è presentato come diverso da sé e dalla propria natura. Il suo modo di essere può incantare o farlo detestare, ma è lineare e coerente. Il fastidio o l’apprezzamento spesso dipendono dalla libertà di pensiero e dal pregiudizio. Non a caso una delle cose più snob e fesse le ha scritte su un giornale amico, Il Foglio, Stefano Di Michele, certo la persona sbagliata per la bisogna: «Berlusconi ha tutto a favore, tranne se stesso. Si possono avere i miliardi, il potere - e persino i capelli - e mancare lo stesso di misura, di senso dell’opportunità, di gusto». E Veronica? «Veronica (detta “la signora” dal consorte: che finezza!) ha fatto bene due anni fa e ha fatto benissimo adesso». Diversa l’analisi di Peppino Caldarola, uomo di sinistra, che sul Giornale ha scritto di recente: «L’immediatezza e la forza del messaggio sono, se così posso dire, una forma di democrazia. Poi la stampa controllerà, l’opposizione farà il suo lavoro, gli elettori valuteranno, ma afferrare il problema dal lato suo più complicato è una modernizzazione rilevante dell’agire politico. Si procede “per acta” e non per parole d’occasione. Sosteneva Eraclito che il destino dell’uomo è il suo carattere. Nel caso di Berlusconi, il suo carattere è ottimista e fantasioso. Anche un non berlusconiano deve ammetterlo».
Caldarola si riferiva alla decisione lampo di portare la riunione del G8 all’Aquila, nell’Abruzzo colpito dal terremoto. Il presidente del Consiglio ha dimostrato agli abruzzesi che la partecipazione del governo alla tragedia non era solo un fatto episodico e retorico, non era solo propaganda. Ci andrà il mondo da loro, non saranno dimenticati. Se con questa mossa Berlusconi si è tolto di mezzo anche il fastidio dei no global, li voglio vedere a far casino in Abruzzo, tanto di guadagnato.
Il leader è lo stesso che due anni fa a San Babila, in un momento di crisi politica, salì sul predellino di una Mercedes e annunciò la nascita del nuovo partito. Alcuni alleati lo irrisero e lo spacciarono per matto, anche nella sua corte ci fu chi ironizzò, com’è andata si è visto. È andata così da quando in un anno orribile che era il 1993 fece dal niente Forza Italia e salvò il Paese dalla gloriosa macchina da guerra di Occhetto e anche dalla Procura di Milano. Il costo, altissimo, era già stato pagato, ma quel soviet l’abbiamo scampato.Silvio Berlusconi che piangeva e abbracciava tutti sul serio il giorno dei funerali dei morti del terremoto in Abruzzo mi ha ricordato vividamente un altro grande della politica, Bill Clinton. Tornava a far campagna elettorale in uno Stato sperduto dopo quattro anni e si ricordava delle persone, le stringeva, chiedeva come fosse finita quella storia della pensione o dell’assicurazione. Perché era così, pop, è sopravvissuto, a furor di popolo contro l’establishment schierato, a uno scandalo privato che avrebbe stroncato qualsiasi altro presidente americano. I popoli sono saggi. Sanno riconoscere un politico che li sceglie da un altro che li sopporta. (il Giornale)

martedì 5 maggio 2009

Mannino: un'assoluzione clamorosa, ignorata dai giornali. Lino Jannuzzi

La settimana scorsa sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui la seconda sezione della Corte d’appello di Palermo ha assolto il 22 ottobre dell’anno scorso l’ex ministro dell’Agricoltura e del Mezzogiorno Calogero Mannino. Il “Giornale di Sicilia” ha dedicato alla notizia mezza pagina (solo a pagina 9) ma nessun quotidiano a diffusione nazionale se ne è occupato seriamente (soltanto un paio vi hanno dedicato una decina di righe). Eppure le motivazioni sono clamorose: “Assoluta inconsistenza del compendio probatorio dell’accusa ogni qualvolta si è provato ad approfondirne i contenuti e specificarne i contorni”; “manifesta vaghezza e genericità” delle accuse dei ‘pentiti’; “apodittico ed empiricamente inafferrabile il preteso contributo dell’imputato al rafforzamento dell’associazione mafiosa”; “oltremodo evanescente, dunque insussistente il presunto patto politico-mafioso”; “non è stato individuato dall’accusa un solo atto amministrativo a firma del Mannino, né è stata addotta prova alcuna di interventi e pressioni si soggetti inseriti in ruoli rilevanti”.

Tutto questo a conclusione di una vicenda che è durata ben 15 anni: Mannino è stato avvisato di reato nel febbraio del 1994; è stato arrestato il 13 febbraio del 1995, è stato tenuto in galera nove mesi e rinchiuso in casa agli arresti domiciliari per un altro anno e due mesi; il processo di primo grado è stato il più lungo processo per mafia celebrato a Palermo, è durato più di cinque anni e mezzo, con 300 udienze, 400 testimoni, 25 ‘pentiti’ oltre 5mila pagine di atti processuali, fino all’assoluzione “perché il fatto non sussiste” pronunciata nel luglio del 2001; il processo d’appello cominciato nell’aprile del 2003 si concluse con una condanna a cinque anni e quattro mesi per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2004; le sezioni unite della Cassazione annullarono la condanna con rinvio nel 2005; il secondo processo d’appello, che per cominciare ha dovuto attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale (che ha bocciato la legge che prevedeva che bastasse l’assoluzione in primo grado per chiudere la partita) si è concluso con l’assoluzione soltanto il 22 ottobre dell’anno scorso. E tutta la vicenda con una caratteristica che non ha precedenti (e difficilmente potrà avere repliche) nella storia giudiziaria della Repubblica italiana e di qualsiasi altro paese del mondo: per i due anni dell’inchiesta iniziale, per i cinque anni e mezzo del processo di primo grado, per i due anni del primo processo d’appello, per i due anni di attesa per l’annullamento della Cassazione, per la sospensione, per tutto il tempo del secondo processo d’appello, l’accusa contro Mannino è stata sostenuta sempre dallo stesso magistrato, che ha fatto in tempo a fare le indagini preliminari, il processo di primo grado, il primo processo d’appello dopo tre anni, e si è trovato persino pronto, dopo altri tre anni, a sostenere l’accusa nel secondo processo d’appello, dopo l’annullamento e la sospensione.

Pare che ciò sia consentito dal nostro ordinamento giudiziario: un magistrato, lo stesso magistrato può dedicare 14 anni della sua vita a inquisire e a chiedere la condanna dello stesso imputato. Quattordici anni per arrivare a concludere ciò che il Procuratore generale della Cassazione, nel chiedere l’annullamento della sentenza di condanna, ha così definito: “Nella sentenza di condanna di Mannino non c’è nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c’è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici, nulla che possa valere a sostanziare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe essere mai scritta...”.

Sarà per questa ragione, per non scandalizzare gli uditori giudiziari e i giovani che studiano giurisprudenza, che i giornali hanno evitato di parlarne? (il Velino)

L'Unità fa come il Pci. Lodovico Festa

“Centrosinistra// Vittoria schiacciante a Trento” Dice un titolo dell’Unità (5 maggio) Anche i quotidiani hanno un loro dna. Dal suo, l’Unità diretta dalla De Gregorio tira fuori un titolo così, uguale uguale a quelli di “una volta” che quando il Pci andava male in tutta Italia, strillavano: Grande avanzata a Pioltello! Forlì non si piega! Strepitoso trionfo a Gela! (l'Occidentale)

Diffamazione. Jena

Berlusconi accusa la sinistra di aver organizzato un tranello a Veronica e la sinistra lo querela per diffamazione: «Non siamo così intelligenti». (la Stampa)

domenica 3 maggio 2009

Ma che ci fa l'intellettuale al bar di Tonino? Michele Brambilla

Dove sono finiti gli intellettuali di sinistra? Nelle liste che il Pd ha appena presentato per le elezioni europee non c’è neppure l’ombra della formidabile armata di penna e di pensiero che per decenni era stata una delle due anime (l’altra era la classe operaia, essa pure in buona parte emigrata verso altri partiti) del Partito comunista. Non c’era praticamente uomo di cultura, un tempo, che non fosse comunista. Pavese, Moravia, Calvino, Vittorini, Asor Rosa, Argan, Eco, la Ginzburg. Non è che tutti fossero organici. Parecchi, semplicemente, fiancheggiavano. Però, stavano tutti da quella parte lì. Chi non stava da quella parte lì, non era un intellettuale.

Oggi, nelle liste del Pd, l’unico sarebbe il giornalista David Sassoli, ammesso che si possa definire intellettuale un giornalista, cosa di cui dubitiamo fortemente, appartenendo noi stessi alla categoria (dei giornalisti, s’intende: non degli intellettuali). Coloro che in qualche modo hanno il diritto di fregiarsi del titolo di «uomini di cultura» hanno scelto l’Aventino, oppure sono finiti con Di Pietro. Nell’Italia dei Valori sono ufficialmente candidati Gianni Vattimo, Nicola Tranfaglia, Giorgio Pressburger. E anche chi non si candida ma, appunto, fiancheggia, sta con Tonino: dal milieu di MicroMega a quello di Annozero.

E qui sta uno dei più insondabili misteri dei nostri giorni. Che cosa ci può trovare, un intellettuale ex di sinistra, in un uomo come Di Pietro? Non è che vogliamo denigrare il leader dei Valori: ciascuno è libero di pensare che possa dare un suo utile contributo all’Italia. Non sono in discussione le posizioni politiche, ma le affinità elettive. L’intellettuale (di sinistra, ripetiamo: ma è superfluo sottolinearlo) è sempre stato un animale da salotto e da Capalbio: buone maniere, sfoggio di cultura, citazioni erudite. Longanesi diceva che quella è gente che crede di essere di sinistra perché mangia il pesce con il coltello.

Gente che ha tutto un suo vocabolario, se deve dire che il dopo-crisi è già cominciato dice che «come dicono i francesi, l’après-crise a commancée»; oppure gente che si racconta in terrazza «amo fatto er corteo», essendo Roma, molto più che Milano o Torino, il suo habitat naturale. Come si troveranno costoro alla masseria, oppure al bar di Tonino, è cosa che ci sfugge. Il bon ton, per quel mondo, è molto più di una forma: è una sostanza. Così come ci sfugge che cosa possano trovare, sul piano delle idee, in un uomo che non ha altra idea se non quella di rivendicare per sé una patente di immacolata onestà, e per gli altri di impunita disonestà.

Vedremo quanto durerà questo inedito fidanzamento. A occhio, ci pare che certi discorsi Di Pietro non li capisca. Anche l’intellettuale, diceva sempre Longanesi, non capisce: ma non capisce con grande autorità e competenza. (il Giornale)

venerdì 1 maggio 2009

Jesus Chrysler Superstar

(Il Valletta abruzzese che sa uscire dall'angolo)
Firmato l'accordo con Detroit. Bancarotta temporanea dell'azienda americana, i torinesi entrano subito col 20 per cento. «Momento storico per l'industria italiana». (titolo da il Riformista)

giovedì 30 aprile 2009

Condannato, ma innocente. Davide Giacalone

Marco Travaglio, il fustigatore degli indagati, il castigatore dei sospettati, ha superato le sue vittime: è stato condannato. Ma è innocente. Lui, che confonde le accuse, rivolte ad altri, con le sentenze inappellabili, ha definito “terribile” l’ipotesi che la condanna subita possa essere confermata. Effettivamente, sarebbe sgradevole, anche perché si riferisce all’ipotesi (noi garantisti diciamo “ipotesi”) che abbia diffamato un dirigente della Rai, laddove, come tutti sanno, egli continua a percepire, dalla medesima e lottizzata Rai, moneta sonante. Da quegli schermi sostiene che i “condannati” non devono né candidarsi né comparire, sicché sarà intrigante vederlo esibirsi. Lui chiederebbe l’allontanamento di chi si trovasse nella sua condizione. A me basterà cambiare canale.
Travaglio, ripetiamolo, è innocente. So che è già stato condannato un’altra volta (ad otto mesi di carcere, se non ricordo male), ma, anche allora era innocente, perché colpevole, in uno Stato di diritto, è solo chi arriva tale in fondo ad un processo, non chi inciampa in primo grado. Ho letto che il nostro paladino del giustizialismo, il nostro portavoce di procura, l’eroico ripetitore di carte altrui, prive d’affidabilità, intende far ricorso contro la sentenza. Fa benissimo. Lo avverto, però, del problema che ha davanti: si chiama Giuseppe Benedetto. E’ l’avvocato del querelante, un legale con i fiocchi, un signore che conosce il potere devastante del giustizialismo. Essendo uomo di diritto, egli sa bene, come me, che Travaglio è innocente, perché lo vuole la Costituzione, pertanto, così considerandolo, ne chiederà la condanna anche in appello e cassazione. Senza astio personale, ma per amore di legge e verità. Non solo farà il suo dovere, ma, passo dopo passo, si sentirà orgoglioso di aver fatto capire, anche ai travagliati, quanto è importante il diritto, delicato il processo ed infame la diffamazione.
Auguro a Travaglio non solo d’essere innocente, ma anche d’essere assolto. A quel punto potrà capitargli che qualche pisciainchiostro lo descriva come “già condannato”, o “coinvolto in inchieste giudiziarie”, oppure “accusato dalla procura”. Se capita, conti su di noi, ma controlli bene, prima d’arrabbiarsi, la firma in fondo ad articoli similmente compitati, perché potrebbe essere la sua.

mercoledì 29 aprile 2009

Aspettiamo che cali la polvere...

Aspettiamo che cali la polvere, come si suole dire dopo un crollo e non precipitiamoci a commentare una non notizia.
Facciamo le nostre considerazioni quando saranno definitivi i nomi delle candidate e dei candidati del Pdl alle elezioni europee.
Forse l'uscita di Veronica si rivelerà troppo precipitosa.
I commenti al vetriolo dell'opposizione diventeranno probabilmente un boomerang.
E intanto avremo fatto teatrino come dice il Cav.
In politica dovrebbe vigere una legge che imponga il commento dopo la notizia e la verifica della fonte.

martedì 28 aprile 2009

Gli uccelli, la vacca ed il maiale. Davide Giacalone

Un’epidemia s’aggira per il mondo: la moda delle epidemie. Ogni volta che un allarme si diffonde, su scala planetaria, l’attenzione di tutti si volge verso le organizzazioni sanitarie, le quali tranquillizzano il pubblico confermando la disponibilità di grandi scorte di farmaci, opportunamente rinfoltite per far fronte ad ogni peggiore evenienza. Ciò significa che le epidemie sono anche occasione per grandi affari. Passata qualche settimana, consumate le comparsate televisive dei presunti esperti, si vive e si muore esattamente come prima.Non essendo medico, ed essendo io stesso felice del fatto che, in caso di bisogno, potrò comprare quel che serve, spero che, anche questa volta, le cose vadano secondo il noto copione. La cosa migliore di una disgrazia, insomma, è che non capiti. L’impressione che qualcuno ci marci, però, è sgradevole. Il fastidio cresce, inoltre, quando si sentono dire cose poco sensate, oltre che ripetitive.
Capita, insomma, che ci si sieda davanti al telegiornale, prima di cena, e si senta dire che l’epidemia si diffonde, il numero dei morti cresce, ed i casi non sono più limitati alla zona d’origine, ma dei contagi ci sono già stati a New York. Primo avviso: non andate in Messico, e neanche negli Stati Uniti, “se non è indispensabile”. Facile. Ma mica tanto, visto che il mondo s’è fatto piccolo e capita d’incontrare persone appena sbarcate. Poi ti dicono che un caso c’è già a Madrid, e dato che sono passate poche ore dall’inizio, ne deduci che l’epidemia viaggia a velocità inquietante. Secondo avviso cautelare: non frequentate luoghi affollati. In che senso? A parte il bagno di casa propria, la gran parte dei posti dove si passa la giornata sono affollati. Posso non andare al cinema, ma come faccio a non prendere l’autobus? Siccome lo spettacolo ha le sue regole, ecco che cominciano a girare immagini suggestive, come quei due che si baciano indossando la mascherina. Non oso immaginare come s’è poi evoluta la loro serata.
Non viaggiare, non frequentarsi, non baciarsi. Accidenti, siamo proprio nei guai. Ed è il momento delle dichiarazioni ufficiali. Il presidente Obama segue personalmente la situazione, e, forse, vorrà dire che misura la febbre alle figlie. L’influenza dei maiali è “causa di preoccupazione” per l’America, ma “non c’è ragione d’allarme”. Decidetevi: ci dobbiamo preoccupare o no? In Italia le autorità rispondono: no. Bene, grazie, ma, allora, di che stiamo parlando?Il giorno successivo, fortunatamente sopravvissuti ed ancora dotati d’appetito, prima della cena ci si rimette davanti allo stesso telegiornale. Apertura dedicata all’epidemia, sempre più micidiale. Mentre scrivo i morti sono 150. Tantissimi. Allora ci stanno raccontando balle, provano ad acquietarci e, invece stiamo viaggiando verso la catastrofe? Calma, i numeri sono belli perché precisi, ma non significano niente se non paragonati ad altri numeri. Occorrerebbe sapere quante persone muoiono, mediamente, e senza il contributo dei maiali, in quelle stesse zone, ogni giorno, e sarebbe bene dire quante ne muoiono quando arriva l’influenza. Il dato interessante non è il numero assoluto, ma lo scostamento dalla media. Se questo non è significativo, allora s’è solo scoperto che alcuni di quelli che s’ammalano passano poi al regno dei cieli. Roba sofisticata, insomma, nota fin dalla notte dei tempi.
La paura, però, è difficile da contenere, quindi cerchiamo altre informazioni. Così scopriamo che, nelle nostre farmacie, ci sono almeno un paio di antivirali perfettamente in grado di non farti fare la fine del suino. Ciò significa che se quando ti viene la febbre vai da un medico, anziché a ballare, anche questa volta salverai la pellaccia. Non solo, ma potrai anche baciare senza usare precauzioni, sempre che altro non t’induca a desistere. Cribbio, ma detta così sembra la cosa più normale del mondo, ragion per la quale ci si fa sospettosi e l’occhio cade su una delle ultime notizie in circolazione: per ora bastano gli antivirali, ma potrà prepararsi il vaccino, benché il processo sia lungo e costoso. Alt, e no, questo è troppo. Mia nonna diceva: non approfittate di noi, che siam povera gente.
Negli ultimi mesi abbiamo superato l’influenza degli uccelli e la pazzia della vacca. Ora ce la vediamo con i maiali. Mi fermo qui, questa sera rinuncio al telegiornale e riprendo in mano Boccaccio. La zuppa è, più o meno, quella, ma assai più divertente.

venerdì 24 aprile 2009

Il premier? Sempre un passo più avanti. Peppino Caldarola

Il G8 si farà all’Aquila. L’annuncio clamoroso di Berlusconi ha stordito amici, avversari, le cancellerie di tutto il mondo e la stampa estera. Epifani, non è mai successo prima, si è detto d’accordo. Bersani, pur con le cautele sulla fattibilità, ha approvato, come ha fatto Franceschini. Bonanni è entusiasta. Sui siti dei maggiori giornali stranieri la notizia è rimbalzata immediatamente trovando consensi pressoché unanimi.

È un’impresa difficile, al limite dell’impossibilità, ma indubbiamente di grande valore. Immaginiamo solo l’effetto di rassicurazione che avrà sugli abruzzesi vedere i potenti della Terra riunirsi, e dibattere, nell’epicentro del terremoto. Dopo le lacrime e il dolore, una platea mondiale parlerà dell’Abruzzo apprezzandone il coraggio e valutando le ferite. È un colpo di teatro? Si potrebbe dire: «diavolo di un Berlusconi!». Forse nessuno al mondo è capace come lui di creare eventi. L’annuncio-shock sul G8 all’Aquila non sarebbe venuto in mente ad altri. La prudenza avrebbe spinto molti a lasciar correre. Forse qualche capo di Stato coraggioso avrebbe fatto una capatina in Abruzzo per solidarietà. Parole amichevoli, promesse di aiuti. Invece no, saranno tutti lì, con la gente nelle tende e negli alberghi, con tutta questa umanità sofferente a tifare perché i grandi della Terra raggiungano accordi utili per l’umanità. È del tutto evidente che bisognerà vedere come risolvere i problemi connessi con un impegno internazionale di questa portata.

Indubbiamente Berlusconi, attirando l’attenzione sull’Abruzzo, si è disincagliato anche dai rischi dello svolgimento del G8 in Sardegna. È difficile immaginare una calata dei no global, con il loro carico di protesta e di aggressività, mentre la gente d’Abruzzo sentirà scaldarsi l’anima per questa prova mondiale di solidarietà. Dal cilindro di Berlusconi ancora una volta è uscito il coniglio bianco lasciando a bocca aperta il pubblico. Berlusconiani e no, tutti riconoscono al Cavaliere una enorme capacità di comunicazione. Spesso per lui l’effetto-annuncio è più forte dell’evento che evoca. Spesso nella sua vita politica all’annuncio non sono seguite le realizzazioni.

La carriera di Berlusconi è ricca di promesse. Il tratto fondamentale del suo messaggio è sempre stato quello dell’«ottimismo del fare» fino alla semplificazione estrema dei problemi. Quando vinse le elezioni la prima volta, siamo nel lontano ’94, e poi ancora nel 2001, il programma berlusconiano prevedeva liberalizzazioni che poi non si sono viste. Tuttora il poliziotto di quartiere non si vede quasi da nessuna parte e pochi sono i militari per strada che dovrebbero vigilare per noi. Il famoso piano casa si è via via ridotto all’ampliamento delle seconde case.

L’annuncio di ieri, tuttavia, è un’altra cosa e consente un diverso ragionamento. Ci sono momenti nella vita pubblica, e nella vita di un Paese, in cui è necessario creare una sintonia fra quello che sei, quello che vuoi e quello che fai. Dopo il terremoto l’esigenza primaria è stata quella di soccorrere i terremotati, avviare un piano per la ricostruzione ma, soprattutto, ridare fiducia creando solidarietà. Le parole si sono sprecate, ma il premier scegliendo di andare quasi ogni giorno all’Aquila, convocando lì dapprima il Consiglio dei ministri poi addirittura il G8 ha scavalcato ogni strategia di solidarietà e di rassicurazione. Ha messo l’Abruzzo al centro della scena politica mondiale. Ha inoltre esposto anche il suo governo al giudizio internazionale. Capi di Stato e giornalisti (a centinaia) controlleranno come si vive nelle tendopoli e negli alberghi. L’opinione pubblica mondiale saprà di più sui disagi e sui soccorsi. È un bel rischio quello che si prende Berlusconi, assai più che una trasmissione di Santoro. Eppure ha deciso di correrlo. La scelta dell’Aquila consente anche di ragionare sul personaggio Berlusconi. Non sono un suo elettore, ma questa successione di colpi di scena (ricordate il Pdl fondato con l’annuncio sul predellino di una autovettura?) sconvolge positivamente non solo la comunicazione politica ma la politica in quanto tale.

L’immediatezza e la forza del messaggio sono, se così posso dire, una forma di democrazia. Poi la stampa controllerà, l’opposizione farà il suo lavoro, gli elettori valuteranno, ma afferrare il problema dal lato suo più complicato è una modernizzazione rilevante dell’agire politico. Si procede «per acta» e non per parole d’occasione. Sosteneva Eraclito che il destino dell’uomo è il suo carattere. Nel caso di Berlusconi, il suo carattere è ottimista e fantasioso. Anche un non berlusconiano deve ammetterlo. (il Giornale)

mercoledì 22 aprile 2009

Referendum balletti e trappole. Stefano Passigli

La disputa sulle date, oltre a sollevare delicati problemi giuridici, ha sino ad oggi oscurato la sostanza del referendum e i negativi effetti della sua eventuale approvazione sul nostro sistema politico.

Gli aspetti giuridici del problema sono chiari. L’attuale normativa impone per la validità dei referendum abrogativi che vi partecipi almeno la metà più uno degli elettori, e vieta il loro accorpamento con le elezioni politiche - cui sono assimilabili le consultazioni europee in quanto anch’esse elezioni generali - proprio per evitare che il quorum non venga raggiunto spontaneamente ma grazie al «traino» di un voto che ha luogo sull’intero territorio nazionale. Per votare il 7 giugno come chiesto dai referendari (sulla base di un’opinabile calcolo dei costi, ma in realtà per beneficiare del traino) sarebbe stato perciò necessario modificare l’attuale normativa ricorrendo, per ovvi motivi di tempo, a un Decreto Legge. Ma quali motivi di «necessità e urgenza» possono essere invocati, la necessità di fissare una data per il referendum essendo nota da oltre un anno? Le date residue del 14 e 21 sono entrambe praticabili, dato che i ballottaggi del 21, tenendosi solo in alcuni comuni, non investono - al contrario delle europee - l’intero territorio. Più problematico invece un rinvio al 2010, quando è presumibile che si assisterebbe nuovamente al tentativo del Comitato promotore di accorpare il referendum alle elezioni regionali, sollevando così gli stessi problemi oggi sul tappeto.

Il balletto delle date ha però sinora nascosto la vera sostanza del problema. Il referendum non porta rimedio ai mali dell’attuale pessima legge elettorale, aggravandone anzi i difetti. Infatti: 1) non eliminando le liste bloccate, non restituisce ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, lasciando alle segreterie di partito il potere di «nominare» il Parlamento; 2) non riduce il numero dei parlamentari; 3) lasciando immutate le eguali competenze di Camera e Senato non elimina il bicameralismo perfetto; e 4) non garantisce dal rischio che le elezioni producano una diversa maggioranza politica nelle due Camere, con conseguente paralisi dell’azione di governo.

La sola vera innovazione introdotta dal referendum consisterebbe dunque nello spostare il premio di maggioranza dalla coalizione vincente alla lista più votata. Presentata come positiva dai referendari, questa innovazione avrebbe in realtà un effetto devastante: nell’attuale assetto politico, con un probabile 30% dei voti destinato a partiti intermedi come IdV, UdC, Lega, e partiti minori al di sotto del 4%, è possibile che una lista con poco più del 35% del suffragio ottenga grazie al premio di maggioranza il 55% dei seggi, potendo così non solo eleggere i Presidenti della Repubblica e delle Camere, e tutte le cariche di garanzie (Corte Costituzionale, Autorità indipendenti), ma anche modificare l’ordinamento giudiziario, i Codici e le leggi che regolano il sistema dell’informazione o che dovrebbero disciplinare il conflitto d’interessi. Si aggiunga che con qualche alleanza la lista vincente potrebbe raggiungere in Parlamento i 2/3 dei voti e modificare a proprio piacimento la Costituzione evitando il referendum confermativo.

Il successo del referendum rappresenta, dunque, un rischio che la nostra ancora fragile democrazia non può permettersi di correre. Né si deve cadere nella trappola di ritenere che una vittoria del «sì» possa servire ad accelerare una riforma della legge Calderoli. Mario Segni lo sa bene: solo dopo la vittoria del maggioritario nel 1993 accettò di firmare il mio emendamento per il doppio turno, ma gli altri referendari pretesero che il risultato del referendum non venisse modificato in alcun modo e il doppio turno non vide mai la luce. Una modifica della «porcata» è dunque possibile solo con la sconfitta del referendum Segni-Guzzetta: quale che sia la data del voto, sarà perciò opportuno por mano sin da ora a una nuova legge elettorale dando vita nel frattempo a un comitato a favore di una «Astensione per la riforma». (la Stampa)

Stefano Passigli, docente universitario, è stato parlamentare dei Ds, sottosegretario del governo Amato e attualmente vicino all'Italia dei valori di Di Pietro...

martedì 21 aprile 2009

Sembra una pagina di Guareschi...

Alghero, 21 apr. - (Adnkronos) - Il circolo territoriale del Pd 'Idea Democratica' esprime ''netta contrarieta''' in merito alla ''discutibile'' decisione del sindaco di Alghero (Sassari), Marco Tedde, e della sua giunta di centro-destra, di vietare, anche quest'anno, l'esecuzione di 'Bella Ciao' nella scaletta eseguita dalla Banda Dalerci durante i festeggiamenti municipali per la ricorrenza del 25 Aprile. ''Una scelta, quella del Sindaco - si legge in una nota del Pd - irrispettosa e anti democratica, che nega il sacrificio perpetuato da tutti quei valorosi cittadini che hanno combattuto contro il nazi fascismo per la liberta' e i diritti di ognuno di noi e che la maggioranza al governo della citta', in preda ad uno strisciante quanto subdolo tentativo di revisionismo storico, tenta di far dimenticare a suon di divieti''.

Opposizione cercasi. Filippo Facci

La sinistra è veramente nei guai. Lo è perché questo Paese è di destra: moderata e post-democristiana, ma destra; poco liberale e pochissimo libertaria, ma destra. Negli ultimi tre lustri tutto era sembrato possibile: ma adesso che questo Paese si è infine identificato in Silvio Berlusconi, superando resistenze e dubbi anche comprensibili, fargli cambiare idea sarà difficilissimo. Anche perché questo Paese, di converso, non è di sinistra: e la sinistra italiana, di fronte a questo, resta divisa tra chi pensa che la sinistra debba perciò cambiare il Paese e chi pensa invece che il Paese, per com’è, debba cambiare la sinistra: rendendola più simile e consonante a ciò che gli italiani semplicemente sono.
Beninteso, sarebbe anche normale una sinistra che fosse divisa tra una parte più realista e governativa e una parte più utopica e di opposizione: il problema è che a spaccarla, a cannibalizzare ogni riflessione ed evoluzione di sinistra, c’è un partito di destra: l’Italia dei Valori, la peggiore destra possibile. A dilaniare la sinistra c’è un omone che non pensa che a sinistra ci sia troppo antiberlusconismo, ma che non ce ne sia abbastanza. Francesco Piccolo, su l’Unità di ieri, ha scritto: «Quindici anni di berlusconismo hanno prodotto un pensiero pericoloso e piatto... ognuno di noi ha imparato a solidarizzare con un sacco di persone che non gli piacciono». L’hanno imparato anche a destra, ma almeno sono al governo. (il Giornale)

sabato 18 aprile 2009

Poveretti e poverini

Se Santoro batte "Amici". Fabrizio Rondolino

Se l’Auditel servisse a valutare gli anchormen, Enrico Mentana sarebbe ancora al suo posto: dunque il trionfo di Michele Santoro, l’altra sera, non gli garantirà il posto nella nuova Rai che si va profilando nella residenza privata del presidente del Consiglio, a palazzo Grazioli. E tuttavia quel trionfo - 5,3 milioni di spettatori, 20,8% di share medio con punte del 35% - dovrebbe perlomeno suggerirci una riflessione ovvia: non siamo tutti uguali, non guardiamo tutti la stessa televisione. E dunque abbiamo bisogno di televisioni diverse fra loro.

Santoro ha vinto la serata, staccando di tre punti gli Amici di Maria De Filippi su Canale5: il che dimostra che la buona informazione può diventare un evento mediatico come e più di un reality di successo. Non è la polemica sui giornali (che nessuno legge) a far crescere Santoro: è la mancanza di concorrenza. Santoro è tra i pochissimi a essere «contro», punto. Gli amanti dell’ordine e delle buone maniere lo accusano per questo di faziosità, mentre è vero il contrario: non c’è informazione libera se non dalla somma di punti di vista diversi e contrastanti. Santoro irrita i governi (non solo questo: l’Ulivo vittorioso nel ‘96 lo cacciò dalla Rai) perché sceglie, ogni volta, un punto di vista contrario, e su questo costruisce un racconto televisivo di tanto maggior successo quanto più stagnante è il resto dell’universo mediatico. E per una volta persino Maria, la regina della televisione, deve fare un passo indietro.


Questo l'articolo pubblicato dalla Stampa di oggi.
Rondolino che è stato comunista, e forse lo è ancora, prende le difese di Santoro, ma non è convincente.

Andiamo con ordine: che importa dove si decide l'organigramma Rai, visto che le decisioni sono sempre state faccenda politica della maggioranza?

Certo abbiamo bisogno di televisioni diverse, di pluralità, ma diverso non è sinonimo di buono, corretto e imparziale.
Pure la salvaguardia delle minoranze, qualora volessimo fare appello ad un principio sacrosanto, incontra giusti limiti: nessuno darebbe spazio a pedofili che rivendicano un diritto di tribuna.

Lasciamo stare l'Auditel: l'ascolto dell'altra sera era condizionato dalla curiosità dell'evento.

Non manca la concorrenza: due terzi degli italiani stanno con Berlusconi, gli altri sono TUTTI contro.

Ben vengano i punti di vista diversi e contrastanti, ma quando la realtà viene piegata e distorta e quando si nega all'avversario il diritto di esprimersi, non ci si può lamentare di essere biasimati.

Santoro, così come il suo sodale Travaglio e il compagno di merende Di Pietro, non esprime un punto di vista contrario: è contrario per definizione.
Loro sono i massimi esponenti della politica parassita che si nutre di tutto quello che dice e fa Berlusconi, per respingerlo, avversarlo e rovesciarlo.
Non brillano di luce propria, non hanno tesi, sono solo antitesi.
Non praticano il contraddittorio, ma l'avversione.
Non sono solo contrari, ma anche feroci contestatori.
Se non ci fosse Berlusconi, non esisterebbero.
E anche Franceschini, assieme a tutta la sinistra priva di idee, si è fatto prendere da questa pratica "sportiva".

Poveretti e poverini! Loro sì.

Rimpianti. Jena


E’ indecente che le nomine Rai si facciano a casa Berlusconi. Uno rimpiange i bei tempi, quando le facevamo a casa di Walter. (la Stampa)

venerdì 17 aprile 2009

Zero satira

Non sarei voluto entrare nelle polemiche di questi giorni relativamente al caso Annozero, diritto di satira, referendum elettorale e terremoto, ma i commenti dei miei lettori mi obbligano a scrivere qualche considerazione.

Non discuto la libertà di opinione e di espressione di Santoro e Vauro, metto in dubbio l'equilibrio dell'informazione e la mancanza di buon gusto.

Santoro e Vauro sono faziosi e militanti: è un loro diritto fino a quando non lede il diritto alla pluralità e alla replica. E' anche un mio diritto, visto che pago il canone e la televisione dovrebbe essere pubblico servizio, criticare il loro comportamento e chiedere che i responsabili della messa in onda riequilibrino il contraddittorio e redarguiscano i trasgressori.

Altro comportamento riprovevole è l'attacco smaccato a tutto quello che in qualsiasi modo è riconducibile a Berlusconi: sembra che prevenzione, controlli, previsione, infiltrazioni mafiose, crolli, violazioni di legge e ritardi nei soccorsi e persino la mancanza di acqua calda nelle tendopoli porti tutto a precise colpe di questo governo, dimenticando le eventuali responsabilità locali e persino sessant'anni di consociativismo.

Quanto al referendum c'è tanta ipocrisia nei partiti che solo chi non vuole vedere può pensare alla bufala del risparmio.
Innanzitutto per accorpare il referendum alle amministrative è necessaria una legge apposita: siccome il quorum ha la sua importanza, andare al seggio per altre elezioni condizionerebbe la scelta astensionista. Poi il referendum non piace a nessuno e farebbe comodo solo al Pdl che è il partito di maggioranza relativa: quindi Berlusconi ha preferito cedere alle pressioni della Lega, e non solo, per evitare crisi di governo.

L'opposizione, a cominciare da Di Pietro che avrebbe tutto da guadagnare dal rinvio, strepita contro Berlusconi e sventola la falsa bandiera del mancato risparmio solo per portare a casa facili consensi speculando sui terremotati.

Signori commentatori di questo blog siete pregati di documentarvi e di togliervi il paraocchi lasciando perdere lo scontro verbale e i troppi pregiudizi che vi condizionano.

martedì 14 aprile 2009

Terremoto: l'epica irrompe nella storia. Angelo Crespi

Il destino di un singolo uomo non fa notizia. Se non fosse per certa buona letteratura, non avremmo neppure idea di cosa possa essere il destino di un singolo uomo. Poi accade la catastrofe: il terremoto distrugge un’intera comunità e allora i destini di tutti quanti, pur nella tragedia, risplendono. Solo con la catastrofe comune i singoli destini trovano orizzonte più ampio. Se un bambino muore, e ne muoiono ogni giorno in tutti i modi più stravaganti e dolorosi, nessuno si sogna di scrivere un epicedio. Eppure per i genitori, per i familiari, per i parenti, quel lutto sarà determinante per tutta la vita e arrecherà dolore per sempre. Ciò nonostante nessuno di noi, lontani, prova pietà. Anzi resta indifferente. Poi, come dicevo, la catastrofe. E allora ti accorgi che dentro una comunità ci sono destini diversi benché accomunati e ognuno di questi destini è incredibile. Una donna è morta proteggendo col corpo il figlio, una famiglia intera appena riunitasi è scomparsa, un medico ha perso la moglie e il figlio che aveva appena lasciato, una donna incinta che stava partorendo è morta e con lei non solo il bimbo in grembo, ma sono morti anche l’altro figlio piccolo e il marito che aveva già pronto il necessario per recarsi in ospedale qualora si fossero rotte le acque, e poi i due giovani innamorati fuggiti nel piccolo paese per stare vicini, morti, la bimba appena giunta dalla nonna per le vacanze pasquali, morta, lo studente che non è riuscito a uscire dall’ostello, morto, i due amici, morti.

Ma ci sono anche gli scampati: la donna che ha appena partorito e fugge dall’ospedale con la bimba in braccio, il vicino di casa che s’arrampica sul cornicione per salvare la bambina rimasta nella casa pericolante, il ragazzo che salta dalla finestra mentre tutto crolla e sopravvive, quello rimasto sotto le macerie in un anfratto e poi tirato fuori vivo dai soccorritori. Ecco, quando succede una catastrofe così vasta il Destino supremo sembra più vicino, più visibile, sebbene comunque incomprensibile. Sembra che in questi momenti giochi con gli umani: uno si salva perché arrivato in ritardo di un secondo, l’altro muore per lo stesso motivo; uno si salva perché quella sera ha cambiato strada, l’altro muore per lo stesso motivo; uno si salva perché ha mantenuto le proprie abitudini e orari, l’altro muore per quello.

Davanti a questo surplus di destino ci viene da piangere. Non ci commuoviamo, noi lettori, quando apprendiamo che la sera prima un ragazzo è morto sull’autostrada, al massimo leggiamo distratti il trafiletto in cronaca. Non presagiamo che con quel ragazzo scompare un mondo, intero il mondo intorno a lui. Invece quando la catastrofe ci colpisce allora proviamo commozione: ci accorgiamo che qualcosa di più grande del singolo uomo si è messo in moto. E allora non possiamo che rivolgerci all’epica, che è il racconto non più del singolo destino di ogni uomo, ma dei destini di una comunità, di un popolo. Così i quotidiani, inconsapevolmente, passano dalla cronaca all’epica. I giornalisti refrattari e cinici per dovere scoprono che dietro la notizia, dentro la notizia, ci sono gli uomini e il loro singoli destini. E se vengono considerati tutti insieme fanno la storia di un popolo. Chiediamoci: cosa è l’epica? Serve? Perché è un genere così in disuso? L’epica è il racconto dei destini dei singoli uomini alle prese con un destino più grande. Serve perché solo iscrivendo i nostri singoli destini dentro un destino più grande, possiamo comprendere pur in traluce i meccanismi che governano la nostra vita. E' in disuso perché nel Novecento, dopo l’abbuffata dei grandi totalitarismi, irrompe sulla scena l’individuo come unico protagonista. E di conseguenza la letteratura che narra di questo singolo individuo è diventata, negli ultimi cinquant’anni, soliloquio, onanismo, nichilismo.

Si tenta di ridurre la storia all’individuo, di ricondurre tutto alle pulsioni, alla volontà, alle decisioni, alle malattie del singolo individuo. Ma quando sul palcoscenico si rimette in moto la grande macchina del destino comune, quando la catastrofe generale fa cadere le piccole certezze del singolo individuo, quando fa crollare il piccolo mondo che si è costruito intorno, allora comprendiamo la nostra fragilità. E capiamo che solo all’interno di un destino comune, anche il nostro destino trova soluzione.
Purtroppo solo la catastrofe genera questo sguardo nuovo sulle cose che sarebbe bene mantenessimo sempre. Ed è unico conforto nella catastrofe comprendere che non tutto accade a fin di male. Sapendo che anche noi siamo partecipi di un destino più grande, in quell’incredibile intreccio di contingenze e necessità, di arrivi in tempo e in ritardo, di coincidenze ma anche di divine meccaniche, solo percependo questo anche la catastrofe ci appare meno irragionevole. (il Domenicale)

Cambogia. La confessione del "compagno Duch". Vincenzo Merlo

Ha confessato al Tribunale Internazionale (costituito ad hoc nel maggio 2006 e frutto di un accordo tra le Nazioni Unite e il governo cambogiano) tutti i crimini commessi e ha chiesto «perdono di cuore» al popolo cambogiano per le proprie colpe: il gesto compiuto da Kaing Guek Eay, meglio conosciuto come il «compagno Duch», uno dei cinque leader del vecchio regime terroristico cambogiano, rappresenta certo una svolta epocale per un paese in cui vi sono ancora oggi divisioni e reticenze nell'analisi dei massacri compiuti dai maoisti khmer rossi. Khmer che uccisero, tra il 1975 e il 1979, un milione e settecentomila persone su una popolazione che non raggiungeva i sei milioni di abitanti.

Il «compagno Duch», primo imputato nel processo iniziato il 17 febbraio scorso contro i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità, era il comandante della famigerata prigione S-21, all'interno della quale si compì ogni genere di crimini, dalle torture agli stupri per finire agli omicidi, più di cento al giorno. In totale, in quel terribile carcere, trovarono la morte circa diciassettemila cambogiani. Sopravvissero a quegli eccidi solo in sette, di cui tre sono ancora vivi. Tra questi Vann Nath, la cui vita ha ispirato un film sui massacri perpetrati dai khmer rossi; Nath, nato nel 1946 a Battambang, nel nord-ovest della Cambogia, ricorda con nitidezza quel giorno dell'aprile 1977, in cui venne arrestato da una squadra di khmer, legato e spintonato su un carro per buoi, senza la possibilità di salutare i propri familiari, anch'essi successivamente vittime della follia omicida dei rivoluzionari comunisti. Nath, ancora oggi uno dei più importanti artisti del paese, riuscì a sopravvivere all'inferno di S-21, solo perché fu scelto dal «compagno Duch» come artista per dipingere ritratti e realizzare sculture di Pol Pot, il fanatico ideologo maoista capo degli khmer, «formatosi» intellettualmente alla Sorbona. Nel 1979, all'indomani dell'invasione dell'esercito vietnamita e della successiva caduta del regime, il prigioniero riuscì a fuggire dal carcere; quando la prigione segreta è stata riconvertita in un museo della memoria, ne ha varcato di nuovo la soglia per lavorare alla sua ricostruzione e per testimoniare in prima persona i massacri e le torture. Attraverso i suoi quadri, l'artista ha descritto le scene di cui è stato testimone.

La storia di Vann Nath è legata, dunque, a quella del «compagno Duch», a tutt'oggi unico leader del movimento maoista ad aver ammesso le torture e le uccisioni ai danni della popolazione civile, per i quali crimini ha chiesto perdono. Nessun altro appartenente a quel regime terroristico lo ha fatto, a partire dagli altri quattro imputati in attesa del processo (Khieu Samphan, Ieng Sary, Ieng Thirith e Nuon Chea); per non parlare dello stesso Pol Pot, morto impunito. Va detto che il riconoscimento dei crimini commessi e la contestuale richiesta di perdono al popolo cambogiano rappresentano una assoluta novità nel contesto di quel paese e sono il frutto della conversione al cristianesimo che il «compagno Duch» ha scelto fin dal 1966 grazie al rapporto di amicizia nato con un pastore protestante cambogiano. «E' cambiato totalmente dopo aver abbracciato Cristo - afferma il rev. Christopher intervistato dal Time - passando dall'odio profondo all'amore. Convertendosi a Cristo, l'amore ha riempito il suo cuore». Padre Alberto Caccaro, missionario del Pime, in Cambogia da oltre dieci anni, conferma all'agenzia Asia News (diretta da Padre Bernardo Cervellera) che la «confessione» del compagno Duch assume oggi un significato ancora più profondo: «Il riconoscimento della propria colpa è il modo in cui ciascuno si percepisce davanti a Dio. L'opinione pubblica è rimasta stupita in maniera positiva dalla sua confessione, che appare come una voce fuori dal coro». Purtroppo è così.

In Cambogia, infatti, non si è ancora avviato (a trent'anni dalla fine della tragedia) un serio percorso di revisione ideologica e di analisi di quanto successo nel periodo funesto della dittatura maoista. «Il processo ai khmer rossi - continua il missionario del Pime - forse non servirà a restituire un nuovo volto alla società cambogiana, ma gesti individuali come quello del "compagno Duch" possono comunque costituire un punto di partenza per un'analisi più profonda della storia. Non bisogna trasformare il compagno Duch in un santo, ma la sua storia personale, il momento della confessione e la presa di coscienza dei crimini commessi sono un elemento nuovo per la Cambogia». (Ragionpolitica)

mercoledì 8 aprile 2009

Scheda elettorale esposta al seggio

Oggi ho inviato la e-mail che segue ad un nutrito numero di Ministri e Parlamentari: chi condivide lo scritto è pregato di inoltrarlo ai Parlamentari che ritiene più sensibili al problema.
Gli indirizzi si trovano nei siti di Camera e Senato


Signori Presidenti di Senato e Camera,
Signore e Signori Ministro,
Signore e Signori Senatori e Deputati,

le elezioni sono vicine e vi sarei grato se approvaste una norma che permettesse l’esposizione della scheda di voto nelle sezioni elettorali o nei corridoi di accesso.
Le schede, prive di timbro ed annullate con la dicitura fac-simile, non sarebbero a rischio di uso fraudolento.
Sono certo che la possibilità di prendere visione delle stesse con tutta calma prima di entrare nella cabina, eviterebbe errori, voti nulli o schede bianche.
La stragrande maggioranza degli elettori si trova in mano una scheda che non ha visto nemmeno nei volantini distribuiti dai partiti, spesso tre o quattro schede con sistemi di voto differenti, a volte poco leggibili: sarebbe un modo per essere dalla parte degli elettori, soprattutto quelli più deboli e indifesi.

Certo della Vostra comprensione e sicuro della presa in considerazione della proposta, porgo i miei migliori auguri e saluti.

Mauro M.

martedì 7 aprile 2009

Italiani brava gente

Sono orgoglioso di essere italiano.
Il terremoto in Abruzzo ha dimostrato che siamo un grande popolo, pronto a soccorrere chi ha bisogno e disposto alla solidarietà vera che richiede sacrificio e impegno.
Mi sono commosso di fronte a volti impauriti, feriti, disperati, attoniti, increduli e sconvolti; ma sempre dignitosi, composti e orgogliosi.
Ho visto soccorritori gioire per le vite salvate dopo ore di duro lavoro e non smettere di cercare, non fermarsi, non sentire la stanchezza, la fame, la sete.
La terra ha tremato, ma l'Italia non si è fatta intimorire e gli italiani hanno dimostrato di essere un popolo che, nell'emergenza, sa ritrovare se stesso e la compattezza e compostezza che ci viene da una tradizione millenaria.
Sono felice che la "macchina" dello Stato abbia funzionato e che in questo frangente ci sia al governo il centrodestra, ma, credetemi, il fatto di cui sono più fiero, da italiano, è proprio il comportamento dei miei connazionali.
Non sciupiamo questo grande momento di unità e solidarietà che, purtroppo, ci viene dalla tragedia abruzzese, e non disperdiamo l'unità e la fratellanza che abbiamo dimostrato: ci serviranno per superare le nostre divergenti e combattive opinioni politiche.

Stavolta lo Stato c'è. Lucia Annunziata

Come sempre, i racconti dei sopravvissuti ci dicono che nelle difficoltà gli italiani danno il meglio di se stessi. Ma il terremoto che ha devastato l’Abruzzo sembra svelare qualcosa di diverso.

Svela qualcosa di diverso anche nell’operare della classe politica: una sorta di dignità e di assunzione di responsabilità, non scontate nel velenoso clima politico che avvolge il Paese. La macchina dello Stato ha ben operato. C’è certo la polemica che riguarda lo studioso che forse aveva previsto il terremoto. Ma questa è una discussione incerta, esposta com’è ad argomenti scientifici che avranno bisogno di tempo per essere dipanati. Quel che conta in queste ore è il tempismo, l’efficienza e il volume dell’intervento di soccorso: da questo punto di vista il primo bilancio è positivo. I soccorsi si sono messi in moto pochi minuti dopo la scossa più grave, stando alle testimonianze più importanti, quelle delle vittime. I vigili del fuoco sono stati velocissimi ad arrivare e a cominciare a scavare. Nel giro di poche ore hanno poi portato sui vari luoghi le unità cinofile e le grandi attrezzature, tipo gru, che servono nei casi di crolli di interi edifici.

La Protezione civile ha ben coordinato tutti i suoi bracci operativi: ad esempio, e non è un dettaglio secondario, il sito Internet è stato immediatamente attivato dopo la scossa, dando informazioni anche prima dei canali all news tv, che pure hanno ben lavorato. Altro esempio di organizzazione: le Ferrovie hanno fermato i treni per controlli e hanno riaperto le linee locali con il massimo della velocità. Così com’è stato fatto per le autostrade verso L’Aquila, già sbarrate all’alba per far passare i soccorsi. Ancora: la richiesta di sangue è scattata così immediatamente che a mezzogiorno ce n’era già a sufficienza. Le tendopoli sono state erette in mattinata e il trasporto feriti in ospedali anche lontani è stato efficiente.

Se ritorniamo a tutte le altre tragedie di questi ultimi anni, ci si ricorderà che le prime preziose ore sono sempre andate perse nella confusione - dal terremoto del Friuli, 6 maggio 1976 (all’epoca non c’era ancora la Protezione civile), a quello dell’Irpinia, 23 novembre 1980 (2735 morti), a quello in Umbria, 6 settembre 1997 (quando la Basilica di San Francesco ad Assisi venne danneggiata), e cito qui anche la frana tragica del maggio 1998 a Sarno, vicino a Napoli, in cui i soccorsi persero quasi un intero giorno. In tutte queste occasioni abbiamo sempre assistito alla generosità dei cittadini, ma non alla stessa prontezza dello Stato.

Lo Stato va dunque congratulato, oggi. In parte la macchina si è messa in moto grazie proprio alle esperienze passate. Ma in parte la prontezza va riconosciuta anche al clima instaurato dal governo, che è quello di un interventismo misurato sul fare. Efficace è stato soprattutto il fatto che il premier si sia recato di persona in Abruzzo, facendo una conferenza stampa con gli operativi dei settori. Anticipiamo critiche da sinistra che diranno, comunque, che Berlusconi come al solito riduce tutto al suo protagonismo. Ma questa volta anche nella maggioranza del centrosinistra sembra emergere un approccio diverso, che prende atto della nuova situazione: Dario Franceschini non ha dato la stura alle polemiche, anzi ha «messo a disposizione» gli uomini e le strutture del Pd. Il leader democratico ha anche telefonato al premier, e persino la spiegazione della sua assenza in Abruzzo in queste ore (spiegazione fornita informalmente dal suo portavoce) ha una nota di serio buonsenso: «Non siamo andati per non sembrare che eravamo lì a contendere le luci della ribalta», insomma per non «politicizzare» il dramma. Né abbiamo udito nessun fischio o grido «assassini», come di solito succede durante la commemorazione alla Camera.

Nel clima di lutto generale ieri l’Italia politica, governo e opposizione, si è comportata con dignità. In questa serietà ritrovata emerge anche un metodo che appare efficace agli occhi dei cittadini. Ha fatto bene Berlusconi a «metterci la faccia», andando a rassicurare gli italiani che lo Stato non è così lontano. È un metodo che nel passato - vedi Napoli - gli ha già portato un successo. E la decisione di Dario Franceschini di mettere prima a disposizione la forza locale del Pd e poi recarsi presto in Abruzzo, come dice ancora il suo portavoce, non appare un passo improvvisato: va ricordato che fu proprio lui a presentarsi a Lampedusa durante la rivolta degli immigrati un paio di mesi fa. Anche quella fu una mossa premiante per lui; nei fatti fu il primo passo che lo distinse dal grigiore dell’apparato, alcune settimane prima dell’imprevista elezione a segretario.

Piace immaginare, in queste ore di lutto, che tutto questo potrebbe davvero contenere una lezione sui nuovi tempi di crisi e di drammi: uscire dai Palazzi e confrontarsi con la concretezza della vita reale è ben più premiante che misurarsi fra schieramenti opposti nelle cupe aule di Camera e Senato. (la Stampa)