Le agenzie di rating sono state divinizzare, ora non c’è bisogno di demonizzarle. Venno prese per quel che sono, vale a dire soggetti che operano nel mercato, portatrici d’interessi, non di scienza e preveggenza. L’Unione europea si è dotata dell’Esma (European Securities and Markets Authority), che ha compiti di vigilanza anche sull’operato delle agenzie. Giustamente la Consob italiana ha chiesto di sapere se c’è vita, in quel pianeta, e se si può consentire ciò che somiglia alla manipolazione del mercato. La reazione sbagliata è quella di credere sia utile creare una nuova agenzia, controllata dai governi europei. Come dire: compiamoci l’arbitro. Qui di seguito il perché tale discussione è oziosa.
L’arbitro è venduto, questo è sicuro. Solo che noi lo scrivevamo nel 2008, come al solito molestati dai maestrini senza idee. Ci dicevano: così è il mercato, le agenzie servono. Rispondevamo: ditelo a quelli che misero soldi in Parmalat, o in Lehman Brothers, o nella Enron, date per sane e forti, dalle mitiche agenzie, e crollate miseramente subito dopo. Quelle società hanno alcuni difettucci: a. sono in totale conflitto d’interesse; b. prendono sfondoni colossali; c. non sono in reale concorrenza, perché si muovono come un gregge, copiandosi i compiti da un banco all’altro; d. non pagano per gli errori che commettono. Dal punto di vista del mercato la soluzione è semplice: impedire che a fare le previsioni del tempo sia il venditore d’ombrelli, o, almeno, chiarire a tutti quali sono i suoi interessi. Se poi gli credono, son problemi dei boccaloni. Seconda parte della soluzione, lo ha ricordato Giuseppe Vegas, presidente della Consob: togliere ogni obbligo degli investitori a conformarsi ai rating decisi da altri. Oltre a essere masochismo finisce con il deresponsabilizzare e vincolare gli investitori istituzionali. Terzo: paghino per le indicazioni sbagliate, versando, in percentuale, ad un fondo per il risarcimento dei risparmiatori.
Ciò richiede un accordo internazionale, ma non ha nulla a che vedere con il rating sui governi. Andando dal grande al piccolo: 1. Se i governi non sfuggono alla morsa della finanza globalizzata, se non riaffermano la sovranità della legge, sarà la cattiva finanza ad allearsi con i cattivi governi, facendo allo spiedo popoli e mercati. Un giro finanziario pari a settanta volte il pil mondiale non è segno di grande fantasia, ma di profonda malattia. 2. Valutare gli stati come se fossero aziende è una superba bischerata. Il che non significa gli stati possano ignorare le compatibilità di bilancio (questa è la nostra colpa, che scontiamo duramente), ma neanche che la banca d’affari Tizio possa mandarmi, a nome dell’agenzia Caio, un ragioniere nelle cui mani mettere il governo. 3. Il madornale errore europeo è consistito nell’emettere titoli nazionali del debito pubblico in una valuta straniera, denominata “euro”. Qui si deve risolvere: o si cambia la valuta (la Grecia è a un passo, dopo di che il nostro problema cambia radicalmente e salta tutto), o si cambia emittente. Sono un europeista, quindi continuo a sostenere la seconda cosa, in assenza della quale, però, vale la prima. 4. Quando incontrate un politico, un giornalista, un sapientone che parla (o parlò) di spread, per dire che salgono per colpa dell’avversario e scendono per merito dell’amico, chiaritegli sinteticamente e, nei limiti del possibile, urbanamente, cosa è lecito pensare di lui.
L’odierna sollevazione istituzionale contro le agenzie, contro i tre cavalieri del declassamento, è, al tempo stesso, tardiva e stonata. Tardiva perché è tutto noto (e scritto) da anni. Stonata perché la sberla collettiva di venerdì scorso è irrilevante. Anzi, generosa. Perché nelle condizioni date, con questi tassi, con questo euro e con la recessione in corso, il debito è in-so-ste-ni-bi-le. Se le agenzie avessero un pizzico d’onore (non contateci, sempre arbitro venduto sono) dovrebbero aggiungere: il che travolgerà anche la Germania. Lo diranno, come al solito, dopo che sarà successo.
mercoledì 18 gennaio 2012
lunedì 16 gennaio 2012
"Colpito perché difendevo la sanità pubblica". Annalisa Chirico
Ottaviano Del Turco al soldo degli imprenditori della sanità privata. Ottaviano Del Turco nemico degli imprenditori della sanità privata. C’è qualcosa che non torna. E’ questa l’impressione che si ha leggendo la relazione tecnica del 2010 firmata dall’Agenzia sanitaria della Regione Abruzzo e pubblicata ieri.
I dati incrociati di Istat, Ministero della Salute e Asl locali segnalano “il drastico calo dei ricoveri”, oltre il 30% nella Regione per anni in cima alle classifiche per il più alto tasso di ospedalizzazione. I ricoveri per diabete calano del 74,9%, quelli per Alzheimer del 30,4%. Frutto di un miracolo? No, di buone politiche. Secondo il rapporto, infatti, “non possono non essere considerate le misure legislative e organizzative volte al contenimento della spesa sanitaria, che sono state introdotte a partire dall’anno 2006. Il calo dei ricoveri è iniziato in quell’anno, perlomeno nel settore pubblico, e nel 2007 in quello privato, dopo diversi anni di continua crescita”. Si dà il caso che il 2006 sia l’anno della legge regionale voluta proprio da Del Turco per il riordino del sistema sanitario. Il calo dei ricoveri si arresta dopo il 2008.
Il 14 luglio 2008 che cosa succede?
Beh, vengo tratto in arresto. Da lì comincia la mia odissea giudiziaria.
Un’odissea che la vede impegnato a difendersi in un processo che sta smantellando l’edificio accusatorio mattone dopo mattone. Da Presidente al soldo dell’imprenditore sanitario Vincenzo Angelini adesso si scopre un Del Turco inviso a certi interessi dell’iniziativa sanitaria privata.
In realtà già nel giugno del 2008, un mese prima del mio arresto, i Nas dei Carabinieri segnalavano truffe nelle cliniche di Angelini ai danni del sistema sanitario regionale. Quel rapporto diceva che le aziende private si stavano attrezzando contro l’assalto della Giunta da me guidata e proponeva alla Procura l’arresto di Angelini. Poi la Procura arrestò me.
Quel rapporto dei Nas però è stato reso pubblico soltanto nel 2010 nel corso del processo.
Lì c’è già scritto nero su bianco che la mia Giunta stava ridimensionando il potere delle cliniche private.
Dal rapporto dell’Agenzia sanitaria si direbbe che esiste anche un Del Turco “taumaturgo”.
Questa storia ha del clamoroso. Ha visto i dati sul diabete e sull’Alzheimer? I ricoveri per queste malattie sono drasticamente calati. Insomma, siamo diventati la regione ideale per i diabetici in cerca di guarigione e per chi desidera riconquistare la memoria… E dire che Francesco Di Stanislao, l’ideatore di quel programma di razionalizzazione della spesa sanitaria, colui che insieme a me ha rimesso in piedi l’Agenzia sanitaria, ora siede con me al banco degli imputati.
Ma lei si sente vittima di un errore giudiziario o piuttosto della guerra ingaggiata da parte della sanità privata?
A volermi mandare a casa non era solo l’opposizione, ma anche la maggioranza e, in particolare, quella parte del Pd riunita attorno a Enrico Paolini.
Che era il suo vice Presidente in Giunta però.
Certo, la sua nomina mi fu notificata da Piero Fassino in un’intervista rilasciata a Il Centro.
Paolini non voleva impegnarsi contro la sanità sprecona?
Paolini, ogni volta che c’era da discutere di sanità, aveva altro da fare. Scompariva. Del resto, lui ha collaborato attivamente nel processo, sin dalla fase delle indagini, a stretto contatto con i pm, che mi accusavano.
E come scordarsi la conferenza stampa del luglio 2008 con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi che esordisce dicendo “Ci sono le prove. Stavano distruggendo la sanità in Abruzzo”.
Beh, questo rapporto è la risposta al dottor Trifuoggi. In realtà eravamo noi a determinare le condizioni per far uscire la sanità abruzzese dai guai in cui era. A meno che non si ritenga che distruggere la sanità significhi indebolire il potere della sanità privata. Il pareggio di bilancio della Regione nel 2011 è anche figlio delle politiche sanitarie della mia Giunta.
Nel corso degli ultimi tre anni, anche di fronte all’evoluzione del processo, dal Pd le sono arrivati segnali di vicinanza, di ravvedimento rispetto alla condanna preventiva che in molti le avevano inflitto?
Nulla, nessuno. Quando mi incontrano, però, abbassano la testa.
Si è sentito abbandonato?
Dal momento che non mi sono mai sentito accompagnato, non ho sofferto neppure il dolore dell’abbandono.
Lei ha scontato un mese di carcerazione preventiva. Come ha vissuto la giornata del voto sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino?
Penso che ci sia stata l’insurrezione della parte più nobile del Parlamento, e devo ringraziare il deputato radicale Maurizio Turco, l’unico che ha letto le carte e si è espresso in base a quelle. La Bindi, per esempio, quelle carte non le ha lette.
Ne è sicuro?
Ne sono certo. Il mio è un giudizio politico. La Bindi se la prende con i radicali e invece dovrebbe alzarsi in piedi e spiegare in base a quali passaggi dell’inchiesta giudiziaria ritiene che una persona debba essere arrestata. E’ una vergogna.
Si stupisce?
No, non mi stupisco. Nel Pd ci sono due anime: quella della parte più brutta della tradizione cattolica e l’altra risalente al Pci, quella dei Torquemada e dei Violante, che hanno avvelenato i pozzi della politica di inchieste giudiziarie.(The FrontPage)
I dati incrociati di Istat, Ministero della Salute e Asl locali segnalano “il drastico calo dei ricoveri”, oltre il 30% nella Regione per anni in cima alle classifiche per il più alto tasso di ospedalizzazione. I ricoveri per diabete calano del 74,9%, quelli per Alzheimer del 30,4%. Frutto di un miracolo? No, di buone politiche. Secondo il rapporto, infatti, “non possono non essere considerate le misure legislative e organizzative volte al contenimento della spesa sanitaria, che sono state introdotte a partire dall’anno 2006. Il calo dei ricoveri è iniziato in quell’anno, perlomeno nel settore pubblico, e nel 2007 in quello privato, dopo diversi anni di continua crescita”. Si dà il caso che il 2006 sia l’anno della legge regionale voluta proprio da Del Turco per il riordino del sistema sanitario. Il calo dei ricoveri si arresta dopo il 2008.
Il 14 luglio 2008 che cosa succede?
Beh, vengo tratto in arresto. Da lì comincia la mia odissea giudiziaria.
Un’odissea che la vede impegnato a difendersi in un processo che sta smantellando l’edificio accusatorio mattone dopo mattone. Da Presidente al soldo dell’imprenditore sanitario Vincenzo Angelini adesso si scopre un Del Turco inviso a certi interessi dell’iniziativa sanitaria privata.
In realtà già nel giugno del 2008, un mese prima del mio arresto, i Nas dei Carabinieri segnalavano truffe nelle cliniche di Angelini ai danni del sistema sanitario regionale. Quel rapporto diceva che le aziende private si stavano attrezzando contro l’assalto della Giunta da me guidata e proponeva alla Procura l’arresto di Angelini. Poi la Procura arrestò me.
Quel rapporto dei Nas però è stato reso pubblico soltanto nel 2010 nel corso del processo.
Lì c’è già scritto nero su bianco che la mia Giunta stava ridimensionando il potere delle cliniche private.
Dal rapporto dell’Agenzia sanitaria si direbbe che esiste anche un Del Turco “taumaturgo”.
Questa storia ha del clamoroso. Ha visto i dati sul diabete e sull’Alzheimer? I ricoveri per queste malattie sono drasticamente calati. Insomma, siamo diventati la regione ideale per i diabetici in cerca di guarigione e per chi desidera riconquistare la memoria… E dire che Francesco Di Stanislao, l’ideatore di quel programma di razionalizzazione della spesa sanitaria, colui che insieme a me ha rimesso in piedi l’Agenzia sanitaria, ora siede con me al banco degli imputati.
Ma lei si sente vittima di un errore giudiziario o piuttosto della guerra ingaggiata da parte della sanità privata?
A volermi mandare a casa non era solo l’opposizione, ma anche la maggioranza e, in particolare, quella parte del Pd riunita attorno a Enrico Paolini.
Che era il suo vice Presidente in Giunta però.
Certo, la sua nomina mi fu notificata da Piero Fassino in un’intervista rilasciata a Il Centro.
Paolini non voleva impegnarsi contro la sanità sprecona?
Paolini, ogni volta che c’era da discutere di sanità, aveva altro da fare. Scompariva. Del resto, lui ha collaborato attivamente nel processo, sin dalla fase delle indagini, a stretto contatto con i pm, che mi accusavano.
E come scordarsi la conferenza stampa del luglio 2008 con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi che esordisce dicendo “Ci sono le prove. Stavano distruggendo la sanità in Abruzzo”.
Beh, questo rapporto è la risposta al dottor Trifuoggi. In realtà eravamo noi a determinare le condizioni per far uscire la sanità abruzzese dai guai in cui era. A meno che non si ritenga che distruggere la sanità significhi indebolire il potere della sanità privata. Il pareggio di bilancio della Regione nel 2011 è anche figlio delle politiche sanitarie della mia Giunta.
Nel corso degli ultimi tre anni, anche di fronte all’evoluzione del processo, dal Pd le sono arrivati segnali di vicinanza, di ravvedimento rispetto alla condanna preventiva che in molti le avevano inflitto?
Nulla, nessuno. Quando mi incontrano, però, abbassano la testa.
Si è sentito abbandonato?
Dal momento che non mi sono mai sentito accompagnato, non ho sofferto neppure il dolore dell’abbandono.
Lei ha scontato un mese di carcerazione preventiva. Come ha vissuto la giornata del voto sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino?
Penso che ci sia stata l’insurrezione della parte più nobile del Parlamento, e devo ringraziare il deputato radicale Maurizio Turco, l’unico che ha letto le carte e si è espresso in base a quelle. La Bindi, per esempio, quelle carte non le ha lette.
Ne è sicuro?
Ne sono certo. Il mio è un giudizio politico. La Bindi se la prende con i radicali e invece dovrebbe alzarsi in piedi e spiegare in base a quali passaggi dell’inchiesta giudiziaria ritiene che una persona debba essere arrestata. E’ una vergogna.
Si stupisce?
No, non mi stupisco. Nel Pd ci sono due anime: quella della parte più brutta della tradizione cattolica e l’altra risalente al Pci, quella dei Torquemada e dei Violante, che hanno avvelenato i pozzi della politica di inchieste giudiziarie.(The FrontPage)
giovedì 12 gennaio 2012
Quando Fini fa la differenza tra la libertà e la galera. Ipse dixit
12 Gennaio 2012 Nino Lo Presti il 10 novembre 2010, quando era un deputato del Pdl e per giunta relatore nella Giunta per le autorizzazioni: “Dall’esame delle carte e ascoltando la sua audizione emergono elementi che sostanziano un fumus persecutionis oggettivo”. Lo Presti vota contro l'arresto.
Nino Lo Presti, 2011, da deputato finiano: “Nella vicenda Cosentino non c’è traccia di fumus persecutionis. La Camera è chiamata solamente ad autorizzare la richiesta di arresto e solo alla magistratura spetta il compito di prendere in esame le accuse che gravano sull’onorevole Cosentino”. Lo Presti vota a favore dell'arresto. Da passato e libertà a futuro e galera... (l'Occidentale)
Nino Lo Presti, 2011, da deputato finiano: “Nella vicenda Cosentino non c’è traccia di fumus persecutionis. La Camera è chiamata solamente ad autorizzare la richiesta di arresto e solo alla magistratura spetta il compito di prendere in esame le accuse che gravano sull’onorevole Cosentino”. Lo Presti vota a favore dell'arresto. Da passato e libertà a futuro e galera... (l'Occidentale)
martedì 10 gennaio 2012
Una visione un po' Cortina
Premessa doverosa (altrimenti passo per difensore degli evasori): l'evasione fiscale è un reato e deve essere punito con giusta severità.
Il recente blitz della Guardia di finanza a Cortina sarà servito a mettere paura a qualche evasore fiscale, ma ha dimostrato pure che in certe situazioni si bada più all'apparenza che alla sostanza.
Inutile dire che non dovrebbe essere necessari i posti di blocco stradali per scoprire il proprietario di un'auto.
Come oggi non serve più esporre il bollo auto perché (era ora) adesso è tutto computerizzato.
Ma un particolare di non poca importanza viene sempre trascurato allorché, associando un alto tenore di vita ad una "bassa" dichiarazione dei redditi, si accerta quasi matematicamente un'evasione fiscale.
Non si vive solo di stipendi, salari, rendite immobiliari o benefit: molti integrano i loro introiti con rendite finanziarie.
Vorrei ricordare che tali rendite, per le persone fisiche, hanno una tassazione a titolo definitivo che viene operata alla fonte.
Per la precisione, dal primo gennaio di quest'anno, le rendite da azioni, obbligazioni e fondi d'investimento sono tassate al 20%, mentre i titoli di Stato e i buoni postali rimangono al 12,50%.
Quindi posso benissimo permettermi un tenore di vita al di sopra della mia dichiarazione se ho capitali (si spera lecitamente accumulati) le cui rendite - tassate alla fonte - mi consentono di integrare il mio reddito.
Il recente blitz della Guardia di finanza a Cortina sarà servito a mettere paura a qualche evasore fiscale, ma ha dimostrato pure che in certe situazioni si bada più all'apparenza che alla sostanza.
Inutile dire che non dovrebbe essere necessari i posti di blocco stradali per scoprire il proprietario di un'auto.
Come oggi non serve più esporre il bollo auto perché (era ora) adesso è tutto computerizzato.
Ma un particolare di non poca importanza viene sempre trascurato allorché, associando un alto tenore di vita ad una "bassa" dichiarazione dei redditi, si accerta quasi matematicamente un'evasione fiscale.
Non si vive solo di stipendi, salari, rendite immobiliari o benefit: molti integrano i loro introiti con rendite finanziarie.
Vorrei ricordare che tali rendite, per le persone fisiche, hanno una tassazione a titolo definitivo che viene operata alla fonte.
Per la precisione, dal primo gennaio di quest'anno, le rendite da azioni, obbligazioni e fondi d'investimento sono tassate al 20%, mentre i titoli di Stato e i buoni postali rimangono al 12,50%.
Quindi posso benissimo permettermi un tenore di vita al di sopra della mia dichiarazione se ho capitali (si spera lecitamente accumulati) le cui rendite - tassate alla fonte - mi consentono di integrare il mio reddito.
Per Repubblica tutti hanno una lobby tranne le toghe. L'Occidentale
Titolo di Repubblica in prima pagina: "Ecco come le lobby bloccano le Camere". La lettura si annuncia ghiotta. L'articolo spiega con dovizia di particolari come deputati e senatori siano riusciti negli anni a evitare qualasiasi riforma riguardasse le loro professioni e in genere i loro interessi.
Niente di nuovissimo, ma di questi tempi i giornali devono accontentarsi di quello che trovano. Repubblica però mette in prima pagina anche una tabella con le forze a disposizione di ciascuna lobby. Così veniamo a sapere che gli avvocati hanno 133 effettivi in Parlamento, i giornalisti 90, i medici 53, giù giù fino ai notai e ai farmacisti con 4 eletti ciascuno (pochi ma combattivi visti i risultati).
Poi uno riguarda la tabella, la scorre in sù e in giù, conta anche gli ingegneri (20) i commercialisti (23), gli architetti (13), cerca se per caso nelle pagine interne ce ne fosse una più completa e alla fine si chiede stupefatto: e i magistrati?
Come mai della potentissima lobby dei magistrati in Parlamento, Repubblica non fa alcun cenno nè nella tabella nè nell'articolo. Eppure ce ne sono eccome: secondo vari conteggi trovati rapidamente on-line tra i 15 e i 20. E anche molto attivi: se c'è una lobby che nei decenni è stata in grado di bloccare qualsiasi riforma potesse anche solo minimamente danneggiarla è proprio quella delle toghe e si può arrivare a dire che tra i vari poteri dello Stato, se c'è n'è uno che non è mai stato scalfito nel suo potere e nel suo provilegio, è quello della magistratura. In Italia, poche riforme sono evocate e rimaste sulla carta come quella della giustizia. C'entrerà pur qualcosa la lobby dei magistrati...
Eppure lo sguardo indagatore, lo sdegno civile, l'aspra denuncia di Repubblica ignorano del tutto i magistrati-legislatori. Tutti fanno lobby, tutti sono "casta", tranne loro. Poi non veniteci a dire che il "circuito mediatico-giudiziario" non esiste e non ha il suo organo di stampa prediletto...
Niente di nuovissimo, ma di questi tempi i giornali devono accontentarsi di quello che trovano. Repubblica però mette in prima pagina anche una tabella con le forze a disposizione di ciascuna lobby. Così veniamo a sapere che gli avvocati hanno 133 effettivi in Parlamento, i giornalisti 90, i medici 53, giù giù fino ai notai e ai farmacisti con 4 eletti ciascuno (pochi ma combattivi visti i risultati).
Poi uno riguarda la tabella, la scorre in sù e in giù, conta anche gli ingegneri (20) i commercialisti (23), gli architetti (13), cerca se per caso nelle pagine interne ce ne fosse una più completa e alla fine si chiede stupefatto: e i magistrati?
Come mai della potentissima lobby dei magistrati in Parlamento, Repubblica non fa alcun cenno nè nella tabella nè nell'articolo. Eppure ce ne sono eccome: secondo vari conteggi trovati rapidamente on-line tra i 15 e i 20. E anche molto attivi: se c'è una lobby che nei decenni è stata in grado di bloccare qualsiasi riforma potesse anche solo minimamente danneggiarla è proprio quella delle toghe e si può arrivare a dire che tra i vari poteri dello Stato, se c'è n'è uno che non è mai stato scalfito nel suo potere e nel suo provilegio, è quello della magistratura. In Italia, poche riforme sono evocate e rimaste sulla carta come quella della giustizia. C'entrerà pur qualcosa la lobby dei magistrati...
Eppure lo sguardo indagatore, lo sdegno civile, l'aspra denuncia di Repubblica ignorano del tutto i magistrati-legislatori. Tutti fanno lobby, tutti sono "casta", tranne loro. Poi non veniteci a dire che il "circuito mediatico-giudiziario" non esiste e non ha il suo organo di stampa prediletto...
Il fantasma di Tobin. Davide Giacalone
Se il fantasma di James Tobin si presentasse ai governanti europei il rumore che si sentirebbe non sarebbe quello delle catene trascinate, ma l’ululato di rabbia per il modo in cui è stata distorta la “Tobin tax”. L’idea che i proventi di quella tassazione possano servire ad alimentare la spesa pubblica o diminuire i debiti di questo o quello stato è non solo difforme dall’originale, ma destinata a sicuro insuccesso. A dispetto della fregola tassatoria il mondo va dove lo porta il portafogli.
Attorno alla tassazione delle transazioni finanziarie l’Unione europea ha vissuto il suo ennesimo dramma, con annessa rottura da parte inglese. Il fatto è che non solo David Cameron ha ragione, dal suo punto di vista, ma la cosa non funzionerebbe neanche se ci fosse l’unanimità. Per rendersene conto basta osservare la realtà, leggendola con occhiali non ideologici.
A cavallo delle festività sono stati pubblicati diversi articoli, fra il colore e il compiaciuto, nei quali si raccontava il ritorno delle file per far benzina in Svizzera, dato che costa meno. Se, invece, si parla di quanti portano i soldi in svizzera il tono cambia completamente, e si passa alla condanna. A muovere i due eserciti trasfrontalieri è la stessa cosa: la convenienza. Salvo due differenze, significative: a. fare il pieno non è illecito, ma è conveniente solo per chi guida nei paraggi; b. esportare valuta non è lecito, ma la convenienza non si misura con il chilometraggio. La regola è comune: i soldi vanno dove li si tratta meglio. Chi li trasferisce con le valigette non gode di buona stampa, ma se ne trasferiscono tanti anche in modo lecito e trasparente, visto che in Europa ci si fa accesa concorrenza fiscale. Provate a contare quante aziende chiudono in Italia e non riaprono in Cina o in India, ma in Polonia e Austria. Opporre a questi fenomeni la proibizione del doganiere è come cercare di fermare i tifoni atlantici con il mose, che non funziona manco a Venezia.
Veniamo alla finanza e all’anima di Tobin. I mercati finanziari spostano ricchezza per un volume pari a 70 volte il prodotto annuo mondiale. Pensateci: una follia. Nessuno chiede di tornare all’epoca del baratto, scambiando mele contro uova. Ma neanche possiamo restare in un mondo in cui si assume che un chilo di pere vale dieci milioni e un uovo cinque, sicché scambiando un chilo contro due ovi si realizza una transazione da venti milioni. Le cose si sono terribilmente complicate da quando il globo è diventato piccino, il che è successo a partire dal giorno in cui abbiamo smesso di farci la guerra e s’è diffusa la telematica. Due fatti positivi. Bellissimi. Ma che possono essere utilizzati per farci del male.
Muovendo denari per 70 volte il pil mondiale, facendolo da ogni dove e 24 ore al giorno, questa roba ha superato la fantasia della Spectre, accumulando un potere largamente superiore, non imbrigliabile da nessuno stato nazionale. A guidarla, poi, non c’è un Tizio che liscia il micio, ma migliaia di Caio e Sempronio anonimi che se ne stanno dietro i computers, a far da protesi umana del programma che guida acquisti e vendite. Nel 1795 Immanuel Kant scrisse della necessità del governo mondiale per porre fine alle guerre, vivesse oggi proporrebbe la stessa cosa, ma per regolare la finanza.
L’idea di Tobin, premio nobel per l’economia, è tassare le transazioni a breve e in valuta straniera, in modo da stabilizzare i mercati. Solo che è stata fatta nel 1972 e si riferiva al mondo post Bretton Woods, quando Nixon liberò il dollaro dall’essere la valuta stabile, cui gli altri avevano il dovere di riferirsi. Quel mondo lì e il nostro non hanno nulla in comune. Ma, comunque, Tobin pensava, correttamente, a un accordo globale, con proventi da mettere a disposizione della comunità internazionale. Se si tassano le transazioni solo in un’area del mondo, in questo caso l’Ue, si ottiene il risultato di vederle migrare da un’altra parte, in virtù del principio che i soldi vanno dove rendono di più e sono meno tassati. Cameron, che guida il Paese dove si trova la piazza di Londra, ha già detto che non se ne parla nemmeno. Ma ove anche cedesse (e non lo farà) il risultato non sarebbe maggiore gettito, ma più veloce transumanza dei quattrini, alla ricerca di verdi pascoli.
Imbrigliare i mercati finanziari è necessario, ma gli strumenti non possono che essere diversi e globali. Tutto questo per dire, quindi, che i governanti europei sono miopi e piccini, affetti da statolatria fiscocentrica, quindi destinati a prender sganassoni dagli statunitensi, che esportano la loro crisi, e lezioni di mercato dagli asiatici, che importano i nostri soldi. Speriamo il fantasma di Tobin (defunto nel 2002) visiti le loro notti.
Attorno alla tassazione delle transazioni finanziarie l’Unione europea ha vissuto il suo ennesimo dramma, con annessa rottura da parte inglese. Il fatto è che non solo David Cameron ha ragione, dal suo punto di vista, ma la cosa non funzionerebbe neanche se ci fosse l’unanimità. Per rendersene conto basta osservare la realtà, leggendola con occhiali non ideologici.
A cavallo delle festività sono stati pubblicati diversi articoli, fra il colore e il compiaciuto, nei quali si raccontava il ritorno delle file per far benzina in Svizzera, dato che costa meno. Se, invece, si parla di quanti portano i soldi in svizzera il tono cambia completamente, e si passa alla condanna. A muovere i due eserciti trasfrontalieri è la stessa cosa: la convenienza. Salvo due differenze, significative: a. fare il pieno non è illecito, ma è conveniente solo per chi guida nei paraggi; b. esportare valuta non è lecito, ma la convenienza non si misura con il chilometraggio. La regola è comune: i soldi vanno dove li si tratta meglio. Chi li trasferisce con le valigette non gode di buona stampa, ma se ne trasferiscono tanti anche in modo lecito e trasparente, visto che in Europa ci si fa accesa concorrenza fiscale. Provate a contare quante aziende chiudono in Italia e non riaprono in Cina o in India, ma in Polonia e Austria. Opporre a questi fenomeni la proibizione del doganiere è come cercare di fermare i tifoni atlantici con il mose, che non funziona manco a Venezia.
Veniamo alla finanza e all’anima di Tobin. I mercati finanziari spostano ricchezza per un volume pari a 70 volte il prodotto annuo mondiale. Pensateci: una follia. Nessuno chiede di tornare all’epoca del baratto, scambiando mele contro uova. Ma neanche possiamo restare in un mondo in cui si assume che un chilo di pere vale dieci milioni e un uovo cinque, sicché scambiando un chilo contro due ovi si realizza una transazione da venti milioni. Le cose si sono terribilmente complicate da quando il globo è diventato piccino, il che è successo a partire dal giorno in cui abbiamo smesso di farci la guerra e s’è diffusa la telematica. Due fatti positivi. Bellissimi. Ma che possono essere utilizzati per farci del male.
Muovendo denari per 70 volte il pil mondiale, facendolo da ogni dove e 24 ore al giorno, questa roba ha superato la fantasia della Spectre, accumulando un potere largamente superiore, non imbrigliabile da nessuno stato nazionale. A guidarla, poi, non c’è un Tizio che liscia il micio, ma migliaia di Caio e Sempronio anonimi che se ne stanno dietro i computers, a far da protesi umana del programma che guida acquisti e vendite. Nel 1795 Immanuel Kant scrisse della necessità del governo mondiale per porre fine alle guerre, vivesse oggi proporrebbe la stessa cosa, ma per regolare la finanza.
L’idea di Tobin, premio nobel per l’economia, è tassare le transazioni a breve e in valuta straniera, in modo da stabilizzare i mercati. Solo che è stata fatta nel 1972 e si riferiva al mondo post Bretton Woods, quando Nixon liberò il dollaro dall’essere la valuta stabile, cui gli altri avevano il dovere di riferirsi. Quel mondo lì e il nostro non hanno nulla in comune. Ma, comunque, Tobin pensava, correttamente, a un accordo globale, con proventi da mettere a disposizione della comunità internazionale. Se si tassano le transazioni solo in un’area del mondo, in questo caso l’Ue, si ottiene il risultato di vederle migrare da un’altra parte, in virtù del principio che i soldi vanno dove rendono di più e sono meno tassati. Cameron, che guida il Paese dove si trova la piazza di Londra, ha già detto che non se ne parla nemmeno. Ma ove anche cedesse (e non lo farà) il risultato non sarebbe maggiore gettito, ma più veloce transumanza dei quattrini, alla ricerca di verdi pascoli.
Imbrigliare i mercati finanziari è necessario, ma gli strumenti non possono che essere diversi e globali. Tutto questo per dire, quindi, che i governanti europei sono miopi e piccini, affetti da statolatria fiscocentrica, quindi destinati a prender sganassoni dagli statunitensi, che esportano la loro crisi, e lezioni di mercato dagli asiatici, che importano i nostri soldi. Speriamo il fantasma di Tobin (defunto nel 2002) visiti le loro notti.
venerdì 6 gennaio 2012
E ora difendiamo chi produce. Luca Ricolfi
Lo so, ci sono cose che oggi non si possono dire. Non si può parlare dell'articolo 18, non si può dire quel che ha detto Grillo, non ci si può sottrarre alla guerra santa contro gli evasori e gli speculatori, non si possono difendere i ricchi (un clima così pesante e antiliberale da indurre Alesina e Giavazzi a ricordare che la ricchezza non è una colpa). Abbiamo bisogno di certezze e di capri espiatori. La certezza di non perdere quel che abbiamo. I capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo.
Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo un po’ tutto e tutti.
Il governo sta finalmente, faticosamente e meritoriamente aprendo il dossier delle liberalizzazioni, ma il clima che si respira è di prudenza e di sospetto, specie in materia di mercato del lavoro. Gli altolà e gli avvertimenti scattano automatici, non per quel che uno ha fatto effettivamente, ma già solo per quello che potrebbe aver pensato, o avere in animo di pensare (vedi quel che è successo al ministro Elsa Fornero, rea di aver osato dire che si doveva parlare di mercato del lavoro «senza tabù»).
In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Questo è un handicap di fondo dell'Italia, che è stato ulteriormente aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso l'Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio.
Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero, si sa perfettamente dove si annidano gli abusi più clamorosi (compreso il caporalato e varie forme di sfruttamento del lavoro degli immigrati che ricordano i tempi della schiavitù), ma si preferisce chiudere ipocritamente un occhio, concentrando l'azione sulle porzioni del Paese in cui l'evasione c'è, ma è molto più contenuta. Pur di salvare il principio astratto che il lavoro deve essere pagato decentemente e iperprotetto, Stato e sindacati tollerano di buon grado che in un quarto del territorio nazionale si possa operare in modo del tutto irregolare, non solo sul versante dei salari ma su quasi tutto il resto (dal mancato pagamento del canone Rai alla violazione di ogni norma igienica, di sicurezza, antinfortunistica, etc.). Il fatto è che se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari.
C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008. Un po' dipende da un fatto nuovissimo, e cioè che questa crisi è, dal 1945, la prima in cui si prende in considerazione non solo l'eventualità di un double dip (doppia recessione, la prima nel 2009, la seconda nel 2012), ma anche l'ipotesi che la crescita non tornerà mai più, come ha già tristemente sperimentato il Giappone negli ultimi due decenni. In queste condizioni a molti pare inutile resistere in attesa di una ripresa che forse non ci sarà né l'anno prossimo né mai. Un po', però, dipende anche da un altro dato che ci si rifiuta di vedere, e cioè che lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione.
Quando dico costi di produzione, però, non intendo solo le voci che sono al centro della prossima trattativa governo-Confindustria-sindacati. E' chiaro che salari e profitti sono troppo tassati, è chiaro che le imprese medio-grandi hanno troppi vincoli, è chiaro che in Italia si fa troppo poca ricerca, è chiaro che c'è troppo poca concorrenza sul mercato interno, è chiaro che bisogna aumentare la produttività del lavoro. E tuttavia, attenzione, non possiamo esagerare con la colpevolizzazione dei produttori, siano essi le imprese (cui si rimprovera cattiva organizzazione e scarsa innovazione), i lavoratori autonomi (cui si rimprovera di evadere le tasse), o i lavoratori dipendenti (cui si rimprovera di non essere abbastanza produttivi). Come tutti, vedo anch'io diversi furbi e farabutti che evadono spudoratamente il fisco, ma sempre più frequentemente mi capita di incontrare persone per bene, che gestiscono in modo efficiente un'attività, ma si trovano ormai di fronte al dilemma se chiudere o «fare del nero», e per lo più - proprio perché sono persone oneste - scelgono di chiudere.
Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l'attuale enfasi sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne all'impresa: il costo dell'energia, il costo del credito, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali, l'efficienza della giustizia civile. E' ingenuo pensare che l'operaio tedesco, che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore aggiunto di un'impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i suoi costi, e lo svantaggio dell'Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»).
Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna. Da questo punto di vista i governi che si sono succeduti negli ultimi anni mi paiono tutti molto simili. Sotto la pressione dei mercati, non hanno mancato di chiederci dei sacrifici, per «rimettere a posto i conti pubblici». Ma ben poco hanno fatto per abbassare in modo apprezzabile i costi di chi produce ricchezza, quasi a lasciar intendere che il problema della produttività riguardi essenzialmente le parti sociali. Temo sia stato un errore, e che la chiusura di tanti negozi, attività, imprese, che osserviamo così spesso oggi nelle nostre città, ne sia l'amara conseguenza. (La Stampa)
Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo un po’ tutto e tutti.
Il governo sta finalmente, faticosamente e meritoriamente aprendo il dossier delle liberalizzazioni, ma il clima che si respira è di prudenza e di sospetto, specie in materia di mercato del lavoro. Gli altolà e gli avvertimenti scattano automatici, non per quel che uno ha fatto effettivamente, ma già solo per quello che potrebbe aver pensato, o avere in animo di pensare (vedi quel che è successo al ministro Elsa Fornero, rea di aver osato dire che si doveva parlare di mercato del lavoro «senza tabù»).
In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Questo è un handicap di fondo dell'Italia, che è stato ulteriormente aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso l'Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio.
Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero, si sa perfettamente dove si annidano gli abusi più clamorosi (compreso il caporalato e varie forme di sfruttamento del lavoro degli immigrati che ricordano i tempi della schiavitù), ma si preferisce chiudere ipocritamente un occhio, concentrando l'azione sulle porzioni del Paese in cui l'evasione c'è, ma è molto più contenuta. Pur di salvare il principio astratto che il lavoro deve essere pagato decentemente e iperprotetto, Stato e sindacati tollerano di buon grado che in un quarto del territorio nazionale si possa operare in modo del tutto irregolare, non solo sul versante dei salari ma su quasi tutto il resto (dal mancato pagamento del canone Rai alla violazione di ogni norma igienica, di sicurezza, antinfortunistica, etc.). Il fatto è che se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari.
C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008. Un po' dipende da un fatto nuovissimo, e cioè che questa crisi è, dal 1945, la prima in cui si prende in considerazione non solo l'eventualità di un double dip (doppia recessione, la prima nel 2009, la seconda nel 2012), ma anche l'ipotesi che la crescita non tornerà mai più, come ha già tristemente sperimentato il Giappone negli ultimi due decenni. In queste condizioni a molti pare inutile resistere in attesa di una ripresa che forse non ci sarà né l'anno prossimo né mai. Un po', però, dipende anche da un altro dato che ci si rifiuta di vedere, e cioè che lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione.
Quando dico costi di produzione, però, non intendo solo le voci che sono al centro della prossima trattativa governo-Confindustria-sindacati. E' chiaro che salari e profitti sono troppo tassati, è chiaro che le imprese medio-grandi hanno troppi vincoli, è chiaro che in Italia si fa troppo poca ricerca, è chiaro che c'è troppo poca concorrenza sul mercato interno, è chiaro che bisogna aumentare la produttività del lavoro. E tuttavia, attenzione, non possiamo esagerare con la colpevolizzazione dei produttori, siano essi le imprese (cui si rimprovera cattiva organizzazione e scarsa innovazione), i lavoratori autonomi (cui si rimprovera di evadere le tasse), o i lavoratori dipendenti (cui si rimprovera di non essere abbastanza produttivi). Come tutti, vedo anch'io diversi furbi e farabutti che evadono spudoratamente il fisco, ma sempre più frequentemente mi capita di incontrare persone per bene, che gestiscono in modo efficiente un'attività, ma si trovano ormai di fronte al dilemma se chiudere o «fare del nero», e per lo più - proprio perché sono persone oneste - scelgono di chiudere.
Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l'attuale enfasi sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne all'impresa: il costo dell'energia, il costo del credito, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali, l'efficienza della giustizia civile. E' ingenuo pensare che l'operaio tedesco, che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore aggiunto di un'impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i suoi costi, e lo svantaggio dell'Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»).
Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna. Da questo punto di vista i governi che si sono succeduti negli ultimi anni mi paiono tutti molto simili. Sotto la pressione dei mercati, non hanno mancato di chiederci dei sacrifici, per «rimettere a posto i conti pubblici». Ma ben poco hanno fatto per abbassare in modo apprezzabile i costi di chi produce ricchezza, quasi a lasciar intendere che il problema della produttività riguardi essenzialmente le parti sociali. Temo sia stato un errore, e che la chiusura di tanti negozi, attività, imprese, che osserviamo così spesso oggi nelle nostre città, ne sia l'amara conseguenza. (La Stampa)
Imparate a zappare. Paolo Visnoviz
Ormai l’aria in questo Paese è divenuta irrespirabile. C’è un clima da caccia alle streghe, dove i primi nemici pubblici sono divenuti gli evasori, veri o presunti che siano, basta l’apparenza. Parafulmini di ogni italico male fanno da contrappunto ad un clima sobrio, che si vorrebbe moralmente elevato. La nota compagnia di giro è finalmente soddisfatta: “sì, bisogna fare sacrifici, tocca tirare la cinghia, ma che soddisfazione non sentir più parlare di Bunga-bunga ora che il Cainano è scomparso e finalmente siamo diventati un Paese normale!”. Questa, in estrema sintesi, il senso di una recente puntata di Otto e Mezzo, programma de “La7” condotto da Lilli Gruber, intitolata “Con sobrietà, senza Bunga-bunga”. Ospiti Claudio Sabelli Fioretti e Carlo Freccero, antiberlusconiano doc dopo essersi arricchito proprio con Berlusconi.
Certo che non si sente più parlare di Bunga-bunga, eravate voi — nota compagnia di giro — che ne parlavate, pronti ad enfatizzare negativamente ogni gesto e parola del Cav, e sempre voi siete soddisfatti di quest’Italia sobria perché vivete come dei Panda nelle riserve, scollati dalla realtà. Nel frattempo il vostro nuovo nemico è divenuto l’evasore, personaggio mitologico riconoscibile non da evidenti frodi contabili, ma da simboli.
Nel tritacarne sono finiti tutti i possessori di auto di lusso che dichiarano, secondo voi, troppo poco: tutti ladri. Ma la Guardia di Finanza dov’era fino ad oggi? doveva attendere di recarsi hollywoodianamente a Cortina per scovarli? è così difficile mettere insieme i dati del Pra con una dichiarazione dei redditi? Eppure è perfettamente possibile – e legale – dichiarare meno di 30mila euro/anno e possedere un’automobile di lusso. Può essere per eredità, patrimonio, rendite finanziarie o infinite altre ragioni. Sta appunto alla Guardia di Finanza controllare. Che debba farlo a Cortina con simile insistito battage fa semplicemente orrore.
Quanto sta accadendo altro non è che l’evoluzione della lotta di classe: non più operai contro padroni, ma una certa italietta contro i “ricchi”, che spesso ricchi non sono. E dell’italietta fanno parte principalmente — oltre alla classe dirigente e buona parte di quella intellettuale — quasi tutti i 3,6 milioni di dipendenti pubblici, tanti beneficiari dei 24 milioni di pensioni erogate ogni mese, molti occupati delle grandi industrie o del parastato, tutti quelli cioè che non si rendono conto di quanto sta accadendo nel Paese reale.
Non si preoccupano dei suicidi, quasi quotidiani di imprenditori ridotti allo sfascio da questo Stato iniquo, perché non sono toccati dalla crisi, se non marginalmente: benzina, vari rincari e a breve anche l’Imu. Ben poca cosa per chi è tranquillamente a stipendio fisso, con tredicesime, quattordicesime e cassa malattia. Qualsiasi cosa capiti.
Mario Monti ha dichiarato che non bisogna più aver paura dell’Italia, certo: l’ha definitivamente ammazzata. Le aziende che potevano sono fuggite all’estero, altre stanno chiudendo. Il comparto della nautica è stato affondato e fra un po’ capiterà al mattone: oltre all’Imu, le rivalutazioni degli estimi catastali si tramuteranno in un salasso al momento del rogito. L’edilizia è già finita. L’industria automobilistica, annusata l’aria, da tempo è con le valigie in mano. Gli autotrasportatori devono tenere fermi i camion perché non possono pagare un pieno di gasolio; ma non c’è praticamente più alcun settore che non sia ridotto sul lastrico.
Sempre più artigiani, commercianti, piccole aziende usciranno dal circuito produttivo perché chiuderanno o perché lavoreranno definitivamente a nero: più aumentano le tasse, più conviene evadere. Quelli che ancora non sono scappati o non hanno ancora chiuso è perché non possono farlo, intrappolati da qualche fido bancario.
Si è finalmente riusciti ad unificare economicamente l’Italia, ma non portando il Sud a livello del Nord, piuttosto sprofondando il settentrione a livelli meridionali. Quello che non volete capire — cari estimatori del dolce stil sobrio — è che così facendo si ammazza la gallina dalle uova d’oro. È così difficile comprendere che gli stipendi erogati dallo Stato sono pagati dalla parte produttiva del Paese? Continuate ad affermare che voi — statali a reddito fisso — pagate tutto, perché le tasse sono trattenute alla fonte e non potete evadere. Non è vero, le tasse che voi pagate sono solo una partita di giro per le casse nazionali e lo stipendio una generosa elargizione corrisposta da chi si spacca la schiena veramente e viene pure additato come ladro. Siete un costo secco.
È finita, non ve ne siete ancora resi conto ma è finita anche per voi. Guardatevi intorno e vedrete che cimitero di saracinesche abbassate c’è. Quando anche l’ultimo artigiano, commerciante, piccolo industriale avrà chiuso, quando anche Equitalia avrà finito di sequestrare quanto può e dove può, dando il colpo di grazia a chi faticosamente cercava di resistere, pure voi rimarrete senza più stipendio. Le casse dello Stato, già ora asfittiche, saranno definitivamente vuote e non potranno essere rimpinguate stampando moneta o aumentando il debito pubblico.
Quel giorno è vicino. Oltre a chiedere raccomandazioni e ad essere bravi ad imbucarvi in qualche sperduto inutile ufficio di provincia, sapete anche fare qualcosa di concreto con le mani? Alle soglie del nuovo medio evo non ci sarà bisogno di chi sa mettere timbri o passare carte, ma di chi sa zappare. Preparatevi. (http://www.zonadifrontiera.org/)
Certo che non si sente più parlare di Bunga-bunga, eravate voi — nota compagnia di giro — che ne parlavate, pronti ad enfatizzare negativamente ogni gesto e parola del Cav, e sempre voi siete soddisfatti di quest’Italia sobria perché vivete come dei Panda nelle riserve, scollati dalla realtà. Nel frattempo il vostro nuovo nemico è divenuto l’evasore, personaggio mitologico riconoscibile non da evidenti frodi contabili, ma da simboli.
Nel tritacarne sono finiti tutti i possessori di auto di lusso che dichiarano, secondo voi, troppo poco: tutti ladri. Ma la Guardia di Finanza dov’era fino ad oggi? doveva attendere di recarsi hollywoodianamente a Cortina per scovarli? è così difficile mettere insieme i dati del Pra con una dichiarazione dei redditi? Eppure è perfettamente possibile – e legale – dichiarare meno di 30mila euro/anno e possedere un’automobile di lusso. Può essere per eredità, patrimonio, rendite finanziarie o infinite altre ragioni. Sta appunto alla Guardia di Finanza controllare. Che debba farlo a Cortina con simile insistito battage fa semplicemente orrore.
Quanto sta accadendo altro non è che l’evoluzione della lotta di classe: non più operai contro padroni, ma una certa italietta contro i “ricchi”, che spesso ricchi non sono. E dell’italietta fanno parte principalmente — oltre alla classe dirigente e buona parte di quella intellettuale — quasi tutti i 3,6 milioni di dipendenti pubblici, tanti beneficiari dei 24 milioni di pensioni erogate ogni mese, molti occupati delle grandi industrie o del parastato, tutti quelli cioè che non si rendono conto di quanto sta accadendo nel Paese reale.
Non si preoccupano dei suicidi, quasi quotidiani di imprenditori ridotti allo sfascio da questo Stato iniquo, perché non sono toccati dalla crisi, se non marginalmente: benzina, vari rincari e a breve anche l’Imu. Ben poca cosa per chi è tranquillamente a stipendio fisso, con tredicesime, quattordicesime e cassa malattia. Qualsiasi cosa capiti.
Mario Monti ha dichiarato che non bisogna più aver paura dell’Italia, certo: l’ha definitivamente ammazzata. Le aziende che potevano sono fuggite all’estero, altre stanno chiudendo. Il comparto della nautica è stato affondato e fra un po’ capiterà al mattone: oltre all’Imu, le rivalutazioni degli estimi catastali si tramuteranno in un salasso al momento del rogito. L’edilizia è già finita. L’industria automobilistica, annusata l’aria, da tempo è con le valigie in mano. Gli autotrasportatori devono tenere fermi i camion perché non possono pagare un pieno di gasolio; ma non c’è praticamente più alcun settore che non sia ridotto sul lastrico.
Sempre più artigiani, commercianti, piccole aziende usciranno dal circuito produttivo perché chiuderanno o perché lavoreranno definitivamente a nero: più aumentano le tasse, più conviene evadere. Quelli che ancora non sono scappati o non hanno ancora chiuso è perché non possono farlo, intrappolati da qualche fido bancario.
Si è finalmente riusciti ad unificare economicamente l’Italia, ma non portando il Sud a livello del Nord, piuttosto sprofondando il settentrione a livelli meridionali. Quello che non volete capire — cari estimatori del dolce stil sobrio — è che così facendo si ammazza la gallina dalle uova d’oro. È così difficile comprendere che gli stipendi erogati dallo Stato sono pagati dalla parte produttiva del Paese? Continuate ad affermare che voi — statali a reddito fisso — pagate tutto, perché le tasse sono trattenute alla fonte e non potete evadere. Non è vero, le tasse che voi pagate sono solo una partita di giro per le casse nazionali e lo stipendio una generosa elargizione corrisposta da chi si spacca la schiena veramente e viene pure additato come ladro. Siete un costo secco.
È finita, non ve ne siete ancora resi conto ma è finita anche per voi. Guardatevi intorno e vedrete che cimitero di saracinesche abbassate c’è. Quando anche l’ultimo artigiano, commerciante, piccolo industriale avrà chiuso, quando anche Equitalia avrà finito di sequestrare quanto può e dove può, dando il colpo di grazia a chi faticosamente cercava di resistere, pure voi rimarrete senza più stipendio. Le casse dello Stato, già ora asfittiche, saranno definitivamente vuote e non potranno essere rimpinguate stampando moneta o aumentando il debito pubblico.
Quel giorno è vicino. Oltre a chiedere raccomandazioni e ad essere bravi ad imbucarvi in qualche sperduto inutile ufficio di provincia, sapete anche fare qualcosa di concreto con le mani? Alle soglie del nuovo medio evo non ci sarà bisogno di chi sa mettere timbri o passare carte, ma di chi sa zappare. Preparatevi. (http://www.zonadifrontiera.org/)
Perché il Pd tosco-emiliano teme la libertà di bottega? Chiedere alle Coop
Favorevoli a liberalizzare le farmacie e i benzinai, contrari, contrarissimi, a dare libertà ai negozianti perché possano scegliere autonomamente gli orari di apertura delle loro botteghe. Matteo Renzi osserva cauto ma sempre più perplesso le fluide evoluzioni di Enrico Rossi, cui vengono attribuite ambizioni nazionali da sinistra antibersaniana, e di Vasco Errani, entrambi suoi colleghi del Partito democratico, rispettivamente presidenti di Toscana e di Emilia Romagna. Al sindaco rottamatore di Firenze la battaglia dei governatori rossi contro le liberalizzazioni del commercio volute da Mario Monti – e già bandiera (strappata) del segretario Pier Luigi Bersani – appare come un documento straordinario sull’antropologia del Pd, partito che rischia di essere “dominato dalla quasità”, pensa il sindaco: quasi liberale, quasi moderno, quasi socialdemocratico. Così se la regione Toscana fa ricorso alla Consulta contro il governo (“non è il consumismo la risposta giusta alla crisi”, ha detto Rossi), e la maggior parte dei comuni toscani non sa ancora bene come muoversi, a Firenze invece Renzi applicherà subito la legge Monti, lui che aveva già garantito libertà di apertura dei negozi in città per il Primo maggio incorrendo nella censura di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. “Per il nostro paese le liberalizzazioni in tanti settori dell’economia non possono che essere un valore. Siamo il paese più arretrato in Europa, legato da corporazioni e gruppi di potere che continuano a crescere vivendo di rendita e impedendo l’accesso al mercato di nuovi competitori”, dice il vicesindaco renziano di Firenze Dario Nardella.
Ma se Renzi ne fa una questione culturale e politica interna al Pd “liberale a intermittenza”, e con le sue mosse (intende anche ignorare la circolare regionale della Toscana che invita i comuni a rispettare le normative regionali e non le nuove regole nazionali) vuole rottamare riflessi da vecchia sinistra quasi bolscevica, c’è anche chi sospetta più prosaici interessi di potere dietro la durissima difesa dello status quo messa in campo dal Pd tosco-emiliano (e anche umbro) contro le liberalizzazioni.
“Vogliono difendere il sistema delle Coop rosse”, dice Sergio Pizzolante, deputato romagnolo del Pdl, che aggiunge: “E’ lobbismo, assolutamente legittimo, ma è lobbismo. La questione è semplice: la legge Monti riduce le prerogative degli enti locali nel rilasciare concessioni commerciali. E’ evidente che questo indebolisce il rapporto storico tra le Coop e i Ds che in Emilia Romagna e in Toscana sono un sistema integrato e a porte girevoli, si passa dal partito all’azienda e viceversa”. Secondo Pizzolante, “il complesso del provvedimento approvato dal governo tecnico attacca i monopoli, che nelle regioni governate da Rossi ed Errani sono ‘il’ monopolio Coop e crea invece competizione di mercato, non solo per l’orario di apertura libero ma anche perché avvia una deregulation sulle concessioni”. Conclusione: “Potranno arrivare altri grandi operatori a fare concorrenza alle Coop, e non dovranno presentarsi ai politici che governano province e regioni rosse con il cappello in mano”.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Ma se Renzi ne fa una questione culturale e politica interna al Pd “liberale a intermittenza”, e con le sue mosse (intende anche ignorare la circolare regionale della Toscana che invita i comuni a rispettare le normative regionali e non le nuove regole nazionali) vuole rottamare riflessi da vecchia sinistra quasi bolscevica, c’è anche chi sospetta più prosaici interessi di potere dietro la durissima difesa dello status quo messa in campo dal Pd tosco-emiliano (e anche umbro) contro le liberalizzazioni.
“Vogliono difendere il sistema delle Coop rosse”, dice Sergio Pizzolante, deputato romagnolo del Pdl, che aggiunge: “E’ lobbismo, assolutamente legittimo, ma è lobbismo. La questione è semplice: la legge Monti riduce le prerogative degli enti locali nel rilasciare concessioni commerciali. E’ evidente che questo indebolisce il rapporto storico tra le Coop e i Ds che in Emilia Romagna e in Toscana sono un sistema integrato e a porte girevoli, si passa dal partito all’azienda e viceversa”. Secondo Pizzolante, “il complesso del provvedimento approvato dal governo tecnico attacca i monopoli, che nelle regioni governate da Rossi ed Errani sono ‘il’ monopolio Coop e crea invece competizione di mercato, non solo per l’orario di apertura libero ma anche perché avvia una deregulation sulle concessioni”. Conclusione: “Potranno arrivare altri grandi operatori a fare concorrenza alle Coop, e non dovranno presentarsi ai politici che governano province e regioni rosse con il cappello in mano”.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
giovedì 5 gennaio 2012
Sceneggiata dolomitica. Davide Giacalone
Quel che è accaduto a Cortina d’Ampezzo, con i controlli fiscali su esercizi commerciali, alberghi, ristoranti e proprietari di auto, suscita una certa ripugnanza. Sotto molti e diversi punti di vista. Il solo fatto che la presenza degli ispettori abbia magicamente raddoppiato il fatturato dei ristoranti la dice lunga. Ma non la dice nuova. Chiunque non viva fuori dal mondo sa benissimo che la tendenza generale è a trovare il punto d’equilibrio connivente: l’esercente evade le tasse, il cliente paga meno e l’economia in nero cresce. Si può scoprirlo a Cortina come a Porto Cervo, ma vale la stessa cosa a Ladispoli o Milano Marittima. Il vantaggio, in questo caso, a voler vedere il lato divertentente, è che non sentiremo tiritere sui meridionali fregoni.
Attenzione, però, a non pensare che tanto basti per gettare la croce addosso a ristoratori e commercianti, additandoli quali principi dell’evasione fiscale: se questo è possibile è perché gli italiani sono ancora molto liquidi. Quando si dice che ristoranti e aerei sono comunque pieni scatta il riflesso fessacchiotto di chi invita a valutare l’esistenza di chi fa la fame, ma ciò non toglie che il dato è reale: gli italiani vanno molto fuori e in giro. Che non è un male, non è un comportamento deprecabile, ma neanche la condotta di un popolo povero. Anzi. E qui vengo al punto dolente: se la disciplina fiscale fosse fatta valere con rigore, come giustizia vorrebbe, il tenore di vita scenderebbe. Vi fanno male le orecchie a sentirlo? Non staranno meglio nel mentire.
Tutto ciò non è bello. Anzi, è vagamente ripugnante. Ma non lo è meno l’idea che possa imboccarsi la via del dagli al ricco e al consumatore di prodotti affluenti. Primo, perché tali sono tantissimi italiani, non solo i presunti ricchi da telefilm. Secondo, perché quello è un mercato che dovremmo favorire non punire, che c’invidiano nel mondo e dovrebbe essere utilizzato per attirare ricchezza, non per distruggerla.
Dubito che gli autori dei controlli, per il luogo e per la data scelti, non avessero messo nel conto un certo clamore mediatico. Piuttosto credo che lo abbiano cercato. Un esempio: i controlli sui proprietari di auto di grossa cilindrata non solo si possono fare ovunque e sempre, ma anche stando dietro una scrivania. E’ facile. Cercarli nella perla delle Dolomiti ha, però, un valore aggiunto spettacolare. Tutto questo, però, nuoce gravemente alla credibilità dello Stato. Intanto perché non è un peccato possedere grosse macchine. Poi perché l’Italia le produce, ed è bene qualcuno le compri. Infine perché le notizie comunicate alla stampa omettono di ricordare un dettaglio: nulla di quello che è stato accertato ha il benché minimo valore se non passato al vaglio di un giudice terzo (nel caso il contribuente voglia ricorrere). Lo spettacolo dell’accusa, cui l’Italia s’è assuefatta, non è la messa in scena della severità, ma la tragedia dell’inciviltà. La vettura può essere intestata ad un familiare (coniuge, figli) non dotato di reddito, ma non per questo è un evasore, visto che, magari, il pagamento è stato effettuato da chi dichiara cifre più che congrue. Dite che sto sognando? Può darsi, anzi vado oltre: i numeri dicono che troppi italiani spendono soldi che ufficialmente non hanno. Ma metterne alla berlina alcuni, sollecitare l’invidia sociale, offrire motivazione alla rabbia, è la via sicura verso la perdizione.
La vedo così: posto che da noi la pressione fiscale è troppo alta, sicché chi è onesto paga troppo, la via di fuga non può essere la disonestà (che va punita), ma il premio all’onestà. Non chiedetemi di fare l’esattore del ristoratore, ma premiatemi se, pagando in modo regolare, contribuisco al prodotto interno e al fisco. Allettatemi con la convenienza, non intimoritemi con il terrore fiscale. L’obiettivo è essere più ricchi e più onesti, non più poveri e ipocriti.
Attenzione, però, a non pensare che tanto basti per gettare la croce addosso a ristoratori e commercianti, additandoli quali principi dell’evasione fiscale: se questo è possibile è perché gli italiani sono ancora molto liquidi. Quando si dice che ristoranti e aerei sono comunque pieni scatta il riflesso fessacchiotto di chi invita a valutare l’esistenza di chi fa la fame, ma ciò non toglie che il dato è reale: gli italiani vanno molto fuori e in giro. Che non è un male, non è un comportamento deprecabile, ma neanche la condotta di un popolo povero. Anzi. E qui vengo al punto dolente: se la disciplina fiscale fosse fatta valere con rigore, come giustizia vorrebbe, il tenore di vita scenderebbe. Vi fanno male le orecchie a sentirlo? Non staranno meglio nel mentire.
Tutto ciò non è bello. Anzi, è vagamente ripugnante. Ma non lo è meno l’idea che possa imboccarsi la via del dagli al ricco e al consumatore di prodotti affluenti. Primo, perché tali sono tantissimi italiani, non solo i presunti ricchi da telefilm. Secondo, perché quello è un mercato che dovremmo favorire non punire, che c’invidiano nel mondo e dovrebbe essere utilizzato per attirare ricchezza, non per distruggerla.
Dubito che gli autori dei controlli, per il luogo e per la data scelti, non avessero messo nel conto un certo clamore mediatico. Piuttosto credo che lo abbiano cercato. Un esempio: i controlli sui proprietari di auto di grossa cilindrata non solo si possono fare ovunque e sempre, ma anche stando dietro una scrivania. E’ facile. Cercarli nella perla delle Dolomiti ha, però, un valore aggiunto spettacolare. Tutto questo, però, nuoce gravemente alla credibilità dello Stato. Intanto perché non è un peccato possedere grosse macchine. Poi perché l’Italia le produce, ed è bene qualcuno le compri. Infine perché le notizie comunicate alla stampa omettono di ricordare un dettaglio: nulla di quello che è stato accertato ha il benché minimo valore se non passato al vaglio di un giudice terzo (nel caso il contribuente voglia ricorrere). Lo spettacolo dell’accusa, cui l’Italia s’è assuefatta, non è la messa in scena della severità, ma la tragedia dell’inciviltà. La vettura può essere intestata ad un familiare (coniuge, figli) non dotato di reddito, ma non per questo è un evasore, visto che, magari, il pagamento è stato effettuato da chi dichiara cifre più che congrue. Dite che sto sognando? Può darsi, anzi vado oltre: i numeri dicono che troppi italiani spendono soldi che ufficialmente non hanno. Ma metterne alla berlina alcuni, sollecitare l’invidia sociale, offrire motivazione alla rabbia, è la via sicura verso la perdizione.
La vedo così: posto che da noi la pressione fiscale è troppo alta, sicché chi è onesto paga troppo, la via di fuga non può essere la disonestà (che va punita), ma il premio all’onestà. Non chiedetemi di fare l’esattore del ristoratore, ma premiatemi se, pagando in modo regolare, contribuisco al prodotto interno e al fisco. Allettatemi con la convenienza, non intimoritemi con il terrore fiscale. L’obiettivo è essere più ricchi e più onesti, non più poveri e ipocriti.
martedì 3 gennaio 2012
Mafia e procura. Davide Giacalone
Quando inizia un nuovo anno è naturale che si pensi al futuro. Il 2012, però, dovrà vedersela con il passato, anche perché la storia bugiarda non passa mai, rimane lì, aggrappata a intrappolare il futuro. Quest’anno dovrà concludersi il processo a Mario Mori, generale dei carabinieri ed ex capo dei Ros, accusato di avere favorito la mafia. Credo che Mori verrà assolto, ma non è questo, con tutto il rispetto per la sua vicenda personale, il fulcro del problema. L’assoluzione di chi ha servito lo Stato ed è stato ingiustamente accusato è, tutto sommato, un dettaglio. Quel che conta è la verità, che nel caso del processo a Mori significa anche la verità sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quindi sul marcio che c’era alla procura di Palermo. Avete letto bene (e non è la prima volta): il marcio in procura, nella magistratura.
Chi ha seguito le nostre riflessioni, chi non s’è spaventato e a buttato via i nostri scritti, perché così distanti, così incredibilmente diversi dalla vulgata più accreditata e applaudita, non si stupirà. Ma anche chi non ci ha considerati dei pazzi potrà sentire un brivido correre lungo la schiena nel leggere quel che Mori racconta, in un libro scritto con Giovanni Fasanella (Ad alto rischio). Noi abbiamo usato la logica, partendo dai fatti, Mori è un protagonista dei fatti. Racconta come la procura di Palermo massacrò l’inchiesta cui Falcone e Borsellino tenevano tanto, denominata “mafia e appalti”. Racconta come quelle carte furono spappolate, divulgate per essere massacrate, quindi archiviate: “Per la parte che riguardava le connivenze politico-amministrative, a tre giorni dalla morte di Borsellino, la procura richiese e ottenne l’archiviazione. Ancora oggi non ne ho compreso i motivi”. L’archiviazione ufficiale porta una data che descrive una storia: ferragosto. Il giorno in cui neanche i morti fanno notizia. Ferragosto, quando è facile nascondersi, ma poi risulta clamoroso essersi lì rimpiattati.
Finché queste cose le scriviamo noi la cosa può risolversi con il più antico e collaudato dei rimedi: l’omertà. Si copre tutto con il silenzio e si lascia che i riflettori puntino sugli eroi fasulli di una storia bugiarda, sullo sfondo mendace di un palcoscenico immaginario. Ma quelle parole, ora, sono sulla bocca del carabiniere che organizzò e diresse le indagini. In un Paese appena appena normale ciò sarebbe scandalo. In un Paese in cui l’onestà intellettuale non fosse prostituita al luogocomunismo della più ignorante codardia questo dovrebbe far rumore su tutti i mezzi d’informazione. Invece nulla. A conferma di quanto solido e radicato sia il male.
Un brivido l’ho provato pure io. Trovando nelle pagine di Mori il riferimento al provvedimento d’archiviazione con cui il gip di Caltanissetta chiuse l’inchiesta sullo scontro fra le procure siciliane. 250 pagine dense di nomi. Sono rabbrividito perché anche io ero partito da quelle pagine, per ragionare, e c’ero arrivato su indicazione del braccio destro di Paolo Borsellino, un altro valoroso carabiniere, un uomo probo e con la schiena dritta, che s’è ciucciato anni di processi come se fosse un mafioso: Carmelo Canale. Assolto, lui. Condannati, noi, invece, a perpetuare il falso racconto di quelle morti.
Scrive ora Mori: “ero convinto che non tutti i pubblici ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa nostra”. Detto in modo diverso: la mafia aveva uomini avvicinabili e avvicinati, in procura. Che sia stata la mafia dei macellai, quella dei capi, o quella degli amici degli amici, che cambia? La storia è chiarissima: morirono i magistrati che erano stati isolati dentro la procura di Palermo, morirono gli sconfitti, morirono Falcone e Borsellino. Gli altri rimasero, ridendo della loro memoria e appropriandosene, inneggiati dalla stolta sinistra dei conniventi. Forse io non ho capito mai niente, forse Mori è un delinquente depistatore. Forse. O forse nessuno ha mai voluto mettere il naso nel covo più losco: la procura di Palermo.
Non è finita qui, perché anche il mancato rientro, per testimoniare, di Gaetano Badalamenti, Mori lo mette nel conto dell’“impossibilità di bypassare la procura palermitana”. In quel caso ci fu il morto, ma dalla parte dello Stato, o, meglio, di quella parte dello Stato interessata a combattere la mafia. Morì Antoniono Lombardo, carabiniere, suicida. Accusato da Leoluca Orlando Cascio, in diretta televisiva, d’essere amico dei mafiosi. La politica intervenne, pubblicamente, per fermare i carabinieri che avrebbero fatto testimoniare un mafioso. Eppure ancora si fa finta che siano misteriose e sconosciute, le interazioni fra mafia e politica. O, magari, a supremo scorno dei morti e mortificazione dei vivi, si fa gestire lo spettacolo antimafia a chi fu utile alla mafia. Lombardo, del resto, lo lasciò scritto: “la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Nero su bianco. E lo disse suo cognato, Canale: Antoniono è stato ammazzato. Hanno processato lui.
Mori non spende una parola sulle così dette “stragi di mafia” e sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Capisco, in questo momento è lui che subisce il processo, proprio per quelle storie. Restano le nostre ricostruzioni, le nostre date, i fatti che abbiamo messo in fila. Seguendo lo stesso metodo e la stessa logica. Ecco perché dico che l’anno appena iniziato deve guardare al futuro, ma che quel futuro sarà una cloaca se non si avrà l’onestà di fare i conti con il passato. Il coraggio scarseggia, nell’Italia degli accodati. Ma non contino sul nostro silenzio. Auguri.
Chi ha seguito le nostre riflessioni, chi non s’è spaventato e a buttato via i nostri scritti, perché così distanti, così incredibilmente diversi dalla vulgata più accreditata e applaudita, non si stupirà. Ma anche chi non ci ha considerati dei pazzi potrà sentire un brivido correre lungo la schiena nel leggere quel che Mori racconta, in un libro scritto con Giovanni Fasanella (Ad alto rischio). Noi abbiamo usato la logica, partendo dai fatti, Mori è un protagonista dei fatti. Racconta come la procura di Palermo massacrò l’inchiesta cui Falcone e Borsellino tenevano tanto, denominata “mafia e appalti”. Racconta come quelle carte furono spappolate, divulgate per essere massacrate, quindi archiviate: “Per la parte che riguardava le connivenze politico-amministrative, a tre giorni dalla morte di Borsellino, la procura richiese e ottenne l’archiviazione. Ancora oggi non ne ho compreso i motivi”. L’archiviazione ufficiale porta una data che descrive una storia: ferragosto. Il giorno in cui neanche i morti fanno notizia. Ferragosto, quando è facile nascondersi, ma poi risulta clamoroso essersi lì rimpiattati.
Finché queste cose le scriviamo noi la cosa può risolversi con il più antico e collaudato dei rimedi: l’omertà. Si copre tutto con il silenzio e si lascia che i riflettori puntino sugli eroi fasulli di una storia bugiarda, sullo sfondo mendace di un palcoscenico immaginario. Ma quelle parole, ora, sono sulla bocca del carabiniere che organizzò e diresse le indagini. In un Paese appena appena normale ciò sarebbe scandalo. In un Paese in cui l’onestà intellettuale non fosse prostituita al luogocomunismo della più ignorante codardia questo dovrebbe far rumore su tutti i mezzi d’informazione. Invece nulla. A conferma di quanto solido e radicato sia il male.
Un brivido l’ho provato pure io. Trovando nelle pagine di Mori il riferimento al provvedimento d’archiviazione con cui il gip di Caltanissetta chiuse l’inchiesta sullo scontro fra le procure siciliane. 250 pagine dense di nomi. Sono rabbrividito perché anche io ero partito da quelle pagine, per ragionare, e c’ero arrivato su indicazione del braccio destro di Paolo Borsellino, un altro valoroso carabiniere, un uomo probo e con la schiena dritta, che s’è ciucciato anni di processi come se fosse un mafioso: Carmelo Canale. Assolto, lui. Condannati, noi, invece, a perpetuare il falso racconto di quelle morti.
Scrive ora Mori: “ero convinto che non tutti i pubblici ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa nostra”. Detto in modo diverso: la mafia aveva uomini avvicinabili e avvicinati, in procura. Che sia stata la mafia dei macellai, quella dei capi, o quella degli amici degli amici, che cambia? La storia è chiarissima: morirono i magistrati che erano stati isolati dentro la procura di Palermo, morirono gli sconfitti, morirono Falcone e Borsellino. Gli altri rimasero, ridendo della loro memoria e appropriandosene, inneggiati dalla stolta sinistra dei conniventi. Forse io non ho capito mai niente, forse Mori è un delinquente depistatore. Forse. O forse nessuno ha mai voluto mettere il naso nel covo più losco: la procura di Palermo.
Non è finita qui, perché anche il mancato rientro, per testimoniare, di Gaetano Badalamenti, Mori lo mette nel conto dell’“impossibilità di bypassare la procura palermitana”. In quel caso ci fu il morto, ma dalla parte dello Stato, o, meglio, di quella parte dello Stato interessata a combattere la mafia. Morì Antoniono Lombardo, carabiniere, suicida. Accusato da Leoluca Orlando Cascio, in diretta televisiva, d’essere amico dei mafiosi. La politica intervenne, pubblicamente, per fermare i carabinieri che avrebbero fatto testimoniare un mafioso. Eppure ancora si fa finta che siano misteriose e sconosciute, le interazioni fra mafia e politica. O, magari, a supremo scorno dei morti e mortificazione dei vivi, si fa gestire lo spettacolo antimafia a chi fu utile alla mafia. Lombardo, del resto, lo lasciò scritto: “la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Nero su bianco. E lo disse suo cognato, Canale: Antoniono è stato ammazzato. Hanno processato lui.
Mori non spende una parola sulle così dette “stragi di mafia” e sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Capisco, in questo momento è lui che subisce il processo, proprio per quelle storie. Restano le nostre ricostruzioni, le nostre date, i fatti che abbiamo messo in fila. Seguendo lo stesso metodo e la stessa logica. Ecco perché dico che l’anno appena iniziato deve guardare al futuro, ma che quel futuro sarà una cloaca se non si avrà l’onestà di fare i conti con il passato. Il coraggio scarseggia, nell’Italia degli accodati. Ma non contino sul nostro silenzio. Auguri.
lunedì 2 gennaio 2012
Fango e falsi moralismi: ecco cosa davvero ha portato Don Verzè alla morte. Vittorio Sgarbi
Mi dicono che Massimo Cacciari ha scritto o ha detto di Don Verzè cose alte e nobili, e persino minacciose nei confronti di quanti abbiano messo in dubbio l’integrità morale di quell’uomo per i suoi probabili generosi errori.
Non posso che condividere questa posizione e aspettarmi che l’assumano altre personalità del pensiero, come la docente della «Filosofia della Persona » Roberta De Monticelli.
Nel caso dei due filosofi si tratta quasi di un dovere d’ufficio,essendo stati, senza manifestare incompatibilità o riserve, docenti dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, fondata da Don Verzè.
Comunque sia, io credo che sia venuto il momento di dire dell'infamia di chi ha cercato nella vita di Don Verzè altro che il desiderio di contribuire alla felicità e alla salute degli uomini, con uno schietto amore suggerito dall’amore in Dio.
Delle cose terrene, e dei conti e delle questioni materiali sono assolutamente certo che la responsabilità di Don Verzè non fu mai diretta ma sempre preterintenzionale.
Mi viene in mente oggi, che lo si accompagna al luogo dell’estremo riposo, che gli ultimi anni fra protagonismi, paradossi e parossismi giudiziari (sia in ambito religioso sia in ambito profano) ci hanno offerto uno spettacolo orribile, di mistificazione e di finzione, chiamando comportamenti umani e talvolta debolezze, con il nome delle più inverosimili cospirazioni e dei più gravi reati e intrallazzi ( P3, P4, favoreggiamento della prostituzione), trasformando in mostri uomini come Emilio Fede, Alfonso Papa, Luigi Bisignani, Lele Mora, Guido Bertolaso. Tutte bufale, falsificazioni, interpretazioni tendenziose e certamente in mala fede, per trasformare persone deboli o fragili o anche titolari di vizi privati, in pericolosi delinquenti. Non ci facciano ridere. Ci avevano già provato con una costruzione giuridica ( opera di Gherardo Colombo) smantellata dalla Corte di Cassazione, con la P2, non spiegandoci mai quali reati avrebbero commesso il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Roberto Gervaso, Maurizio Costanzo, Enrico Manca, Alighiero Noschese, e giornalisti come Alberto Sensini, Roberto Ciuni, Franco Di Bella. Invenzioni. Che hanno lasciato una scia indelebile di diffamazione, senza una sola condanna, con la retorica della Commissione presieduta da Tina Anselmi, e con il riconoscimento della sola responsabilità individuale, non associativa, di Licio Gelli.
La magistratura ha creato dei mostri.L’aveva tentato,senza riuscirsi, bloccata da un’ondata di indignazione, con Enzo Tortora. E soltanto il suicidio ha sottratto a questa macchina del fango istituzionale (perché tale è stata ed è) uomini valorosi come il magistrato Luigi Lombardini, umiliato da Giancarlo Caselli e dai suoi con uno stringente interrogatorio ritenuto regolarissimo dal Csm. Sconfortato, però, Lombardini si uccise.
Sono alcuni dei tanti casi di arbitraria demonizzazione. Con l’inizio delle inchieste di tendenza, su pedofilia e omofobia (spesso associate nelle inchieste della magistratura) si sono creati altri straordinari casi. Quello di Don Pietro Gelmini, uomo straordinario, umiliato, mortificato, ridotto allo stato laicale, dopo decenni di straordinaria attività in favore dei giovani: 8mila, 9mila, 10mila riportati alla salute e restituiti alle famiglie con un’opera grandiosa di assistenza, conforto, persuasione. E infine costretto a riferire di alcune insignificanti debolezze per qualche parola o carezza indirizzata ai più subdoli e maliziosi tra i giovani che ne avevano accettato le manifestazioni di amicizia e di affetto. Nulla. Don Gelmini non ha fatto nulla e la sua opera è stata sporcata, annichilita e dimenticata. Gentilezze e bontà trasformate in violenza e sfogo di bassi istinti.
Infine si è tentato con Don Verzè, che si è sottratto ai suoi aguzzini con una morte naturale (?) calcolata. Perfetta nei tempi, nel giorno in cui si bandiva l’asta del suo amatissimo ospedale.
Qualcuno per lui avrà fatto male i conti? Ebbene, l’impresa non è meno grande per questo. Ma la diffamazione patita da Don Verzè, quella sì, è certamente un reato, compiuto con l’apparente copertura del «nome del Popolo Italiano».
Così si è cercato di trovare vizi e debolezze di un uomo buono, interrogandosi sull’acquisto di un aereo di cui ha spiegato, con apparenti paradossi, l’esigenza,per evitare ( in ciò diverso da Don Gelmini) di farsi mettere le mani addosso in assurdi e irrazionali controlli cui ci siamo rassegnati.
Così per andare a vedere malati Don Verzè doveva farsi toccare e magari consegnare una bottiglia di vino o la schiuma da barba, o una marmellata, proibite nel bagaglio a mano, ma naturalmente consentite nel duty-free. Uno schifo, una insensatezza con cui si cerca di dimostrare un’uguaglianza da deportati, per trovare terroristi che puntualmente sfuggono.
Senilmente irritato da questa mancanza di rispetto, Don Verzè avrà cercato di disporre di quell’aereo che talvolta qualche amico mecenate gli avrà prestato. Tutto qua. Dopo settant’anni di impegno per la medicina, per la cultura, per i valori etici. Onore a Don Verzè e disprezzo per i suoi detrattori. Ha ragione Cacciari.
Vorrei concludere: nell’elenco sopracitato (Don Gelmini, Fede, Papa, Mora, Bertolaso, Don Verzè) delle vittime della diffamazione giudiziaria, sistematica, implacabile, orientata, non sarà che il reato innominabile che le accomuna, laici o preti che siano,è l’amicizia con Silvio Berlusconi? (il Giornale)
Non posso che condividere questa posizione e aspettarmi che l’assumano altre personalità del pensiero, come la docente della «Filosofia della Persona » Roberta De Monticelli.
Nel caso dei due filosofi si tratta quasi di un dovere d’ufficio,essendo stati, senza manifestare incompatibilità o riserve, docenti dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, fondata da Don Verzè.
Comunque sia, io credo che sia venuto il momento di dire dell'infamia di chi ha cercato nella vita di Don Verzè altro che il desiderio di contribuire alla felicità e alla salute degli uomini, con uno schietto amore suggerito dall’amore in Dio.
Delle cose terrene, e dei conti e delle questioni materiali sono assolutamente certo che la responsabilità di Don Verzè non fu mai diretta ma sempre preterintenzionale.
Mi viene in mente oggi, che lo si accompagna al luogo dell’estremo riposo, che gli ultimi anni fra protagonismi, paradossi e parossismi giudiziari (sia in ambito religioso sia in ambito profano) ci hanno offerto uno spettacolo orribile, di mistificazione e di finzione, chiamando comportamenti umani e talvolta debolezze, con il nome delle più inverosimili cospirazioni e dei più gravi reati e intrallazzi ( P3, P4, favoreggiamento della prostituzione), trasformando in mostri uomini come Emilio Fede, Alfonso Papa, Luigi Bisignani, Lele Mora, Guido Bertolaso. Tutte bufale, falsificazioni, interpretazioni tendenziose e certamente in mala fede, per trasformare persone deboli o fragili o anche titolari di vizi privati, in pericolosi delinquenti. Non ci facciano ridere. Ci avevano già provato con una costruzione giuridica ( opera di Gherardo Colombo) smantellata dalla Corte di Cassazione, con la P2, non spiegandoci mai quali reati avrebbero commesso il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Roberto Gervaso, Maurizio Costanzo, Enrico Manca, Alighiero Noschese, e giornalisti come Alberto Sensini, Roberto Ciuni, Franco Di Bella. Invenzioni. Che hanno lasciato una scia indelebile di diffamazione, senza una sola condanna, con la retorica della Commissione presieduta da Tina Anselmi, e con il riconoscimento della sola responsabilità individuale, non associativa, di Licio Gelli.
La magistratura ha creato dei mostri.L’aveva tentato,senza riuscirsi, bloccata da un’ondata di indignazione, con Enzo Tortora. E soltanto il suicidio ha sottratto a questa macchina del fango istituzionale (perché tale è stata ed è) uomini valorosi come il magistrato Luigi Lombardini, umiliato da Giancarlo Caselli e dai suoi con uno stringente interrogatorio ritenuto regolarissimo dal Csm. Sconfortato, però, Lombardini si uccise.
Sono alcuni dei tanti casi di arbitraria demonizzazione. Con l’inizio delle inchieste di tendenza, su pedofilia e omofobia (spesso associate nelle inchieste della magistratura) si sono creati altri straordinari casi. Quello di Don Pietro Gelmini, uomo straordinario, umiliato, mortificato, ridotto allo stato laicale, dopo decenni di straordinaria attività in favore dei giovani: 8mila, 9mila, 10mila riportati alla salute e restituiti alle famiglie con un’opera grandiosa di assistenza, conforto, persuasione. E infine costretto a riferire di alcune insignificanti debolezze per qualche parola o carezza indirizzata ai più subdoli e maliziosi tra i giovani che ne avevano accettato le manifestazioni di amicizia e di affetto. Nulla. Don Gelmini non ha fatto nulla e la sua opera è stata sporcata, annichilita e dimenticata. Gentilezze e bontà trasformate in violenza e sfogo di bassi istinti.
Infine si è tentato con Don Verzè, che si è sottratto ai suoi aguzzini con una morte naturale (?) calcolata. Perfetta nei tempi, nel giorno in cui si bandiva l’asta del suo amatissimo ospedale.
Qualcuno per lui avrà fatto male i conti? Ebbene, l’impresa non è meno grande per questo. Ma la diffamazione patita da Don Verzè, quella sì, è certamente un reato, compiuto con l’apparente copertura del «nome del Popolo Italiano».
Così si è cercato di trovare vizi e debolezze di un uomo buono, interrogandosi sull’acquisto di un aereo di cui ha spiegato, con apparenti paradossi, l’esigenza,per evitare ( in ciò diverso da Don Gelmini) di farsi mettere le mani addosso in assurdi e irrazionali controlli cui ci siamo rassegnati.
Così per andare a vedere malati Don Verzè doveva farsi toccare e magari consegnare una bottiglia di vino o la schiuma da barba, o una marmellata, proibite nel bagaglio a mano, ma naturalmente consentite nel duty-free. Uno schifo, una insensatezza con cui si cerca di dimostrare un’uguaglianza da deportati, per trovare terroristi che puntualmente sfuggono.
Senilmente irritato da questa mancanza di rispetto, Don Verzè avrà cercato di disporre di quell’aereo che talvolta qualche amico mecenate gli avrà prestato. Tutto qua. Dopo settant’anni di impegno per la medicina, per la cultura, per i valori etici. Onore a Don Verzè e disprezzo per i suoi detrattori. Ha ragione Cacciari.
Vorrei concludere: nell’elenco sopracitato (Don Gelmini, Fede, Papa, Mora, Bertolaso, Don Verzè) delle vittime della diffamazione giudiziaria, sistematica, implacabile, orientata, non sarà che il reato innominabile che le accomuna, laici o preti che siano,è l’amicizia con Silvio Berlusconi? (il Giornale)
sabato 31 dicembre 2011
Appunto Addio 2011, la poesia di Filippo Facci "Ti ricordi Berlusconi? Scorda lui e le elezioni"
E' finito un altro anno / è iniziato un altro inganno / Ti ricordi Berlusconi? / Scorda lui e le elezioni / L'han deciso in una stanza / l'ha deciso la finanza / l'ha deciso supermario / e anche il fondo monetario / L'han deciso in una sera / quella là, la cancelliera / ha chiamato il Quirinale / poco costituzionale? / forse sì, ma è l'emergenza / di denari siamo senza / ora da Milano a Foggia / fan la danza della pioggia / Largo dunque ai professori / dell'Europa ambasciatori / sono grigi, sono seri / zitti con i gazzettieri / la politica è un tumore / dice il Sole 24 Ore / Ma dal giorno del trasloco / è cambiato niente o poco / non ci metti insieme il rancio / col pareggio di bilancio / Noi che siamo media classe / ci fracassano di tasse / ma non pagano palanche / come al solito le banche / Italiani genuflessi / risaliti gli interessi / Bamboccioni e vari imberbi / del futuro restan servi / Ma infinite le lezioni / di accademia e di Bocconi / Per non esser deludente / Mario, sai, non dice niente / E' finito un altro anno / è iniziato un altro inganno / Un Paese più normale / ma un futuro rateale / La politica si è arresa / meno soldi per la spesa / né pareggio né ripresa / la democrazia sospesa. (Libero quotidiano))
venerdì 30 dicembre 2011
Canone perverso. Davide Giacalone
Il “Canone Rai”, che per i cittadini conserva il suo nome obbrobrioso, essendo il migliore nel rendere la sua orrenda natura, ha tutti i possibili difetti dei peggiori tributi: non si sa cosa tassa, non si sa per cosa serva, non è affatto chiaro a chi vada, aumenta di continuo. E’ vero, non si può abrogarlo per referendum, né si può sollecitare un cittadino a non pagarlo, perché sarebbe induzione all’evasione fiscale. Si può cancellare la legge che gli consente di sopravvivere a sé stesso. Ma si può fare anche dell’altro, prima, ora, talché nessuno si senta assolto o scusato se quest’incresciosa situazione si protrae oltre.
Ricapitoliamo. 1. Non si sa cosa tassa, perché dovrebbero essere i televisori, ma in realtà sono i terminali “atti o adattabili alla ricezione d’immagini”. Tutti, compresi i telefoni, i computers, i navigatori e così via. Una intollerabile corbelleria. Non si sa neanche chi tassa, perché la legge dice che se paghi il canone a casa poi non lo devi pagare al mare, ma la Rai s’è messa in combutta con i comuni e vanno a cercare le case intestate al coniuge, sostenendo che non si tratta dello stesso nucleo familiare. E nessuno li ferma, laddove questa è tentata o riuscita estorsione. 2. Non si sa a cosa serva, perché dovrebbe finanziare il servizio pubblico. Quale? La Rai è una televisione commerciale a totale capitale statale, che svolge un “servizio pubblico” solo perché così si definisce in convenzione. A questo punto si possono anche chiamare “cavalli” i cinghiali e pretendere di cavalcarli. Auguri. 3. Non si sa quei soldi a chi vanno. Perché vanno alla Rai, ma in realtà si pagano al fisco, salvo il fatto che la sollecitazione al pagamento ti arriva dalla Rai stessa, ovvero dal beneficiario, che è una società per azioni di diritto privato, ma al tempo stesso una roba statale, che nella seconda veste prova a mettermi paura e nella prima ingrassa le proprie casse. Una roba così non è neanche un animale misto: è una bestialità. 4. Il fatto che aumenti lo sapete di già, quindi non sto a perdere tempo, solo che se i miei soldi servissero al servizio pubblico qualcuno dovrebbe dirmi dove finisce l’aumento: quali costi sono aumentati, quali nuovi servizi saranno offerti. Nisba.
La Rai è stato un grande servizio pubblico. E’ poi divenuto il paradiso della lottizzazione. S’è trasformato in greppia senza significato. Ora è la sopravvivenza di un passato troppo lontano. La soluzione migliore è venderla. Su questa strada c’è un ostacolo, rappresentato dalla legge 112 del 2004 (alias legge Gasparri), ove si stabilisce che nessuno può possedere più dell’uno per cento delle azioni Rai. Ostacolo che sarebbe bene rimuovere, semmai anche per via referendaria. Ma che si può anche aggirare, essendo oramai trascorsi i tempi oltre i quali quella stessa legge consente alla Rai di vendere “rami d’azienda”. Che non è roba vegetale, ma reti e produzioni. Si vendano.
Qui sento già il lamento più stupido del mondo: sarebbe un favore a Mediaset, azienda del più noto e votato fra i malfattori. Quell’uomo ha una fortuna smisurata, dato che la sorte gli ha spesso riservato avversari d’impareggiabile ottusità: è vero il contrario, perché il duopolio consente di fare del canone un provento che finanzia il sistema, mentre la privatizzazione e la concorrenza ristabiliscono regole di sano mercato, con quel che segue: chi è bravo vince e si fa ricco, chi non lo è esce di scena. Pensare che questo sia un favore a Berlusconi significa fargli un complimento che egli stesso si farebbe solo in privato. E ho detto tutto.
Per concludere. Vedo che non appena si parla di cancellare l’odioso e deforme tributo più d’un politico corre a prendersi uno spicchio di gloria. Bravi: visto che non avete di meglio da fare, visto che la politica conta sempre di meno, nel tempo che vi rimane dopo avere chiesto raccomandazioni per assunzioni e lavori in Rai, raccogliete le firme per i referendum. Se avete idee confuse, circa i quesiti, siamo a vostra disposizione. Gratis. Detto ciò, si può fare subito molto, si può cominciare a vendere, si può far scendere il costo di una baracca che pretende di piazzarmi le chiappe come servizio civile e culturale, come pretende di far passare per pluralismo la spartizione. Si può farlo oggi stesso. Facendolo si libererebbe quel che (se proprio si deve) della Rai è servizio, liberando l’azienda dall’ossessione dell’audience e liberando risorse pubblicitarie per altri competitori.
Ecco, adesso sono sicuro d’essere rimasto in risicata compagnia, con la destra mercatista e la sinistra moralista già fuggite a rimpiattarsi dietro i propri raccomandati, i propri amministratori, i propri lottizzati, le proprie vergogne.
Ricapitoliamo. 1. Non si sa cosa tassa, perché dovrebbero essere i televisori, ma in realtà sono i terminali “atti o adattabili alla ricezione d’immagini”. Tutti, compresi i telefoni, i computers, i navigatori e così via. Una intollerabile corbelleria. Non si sa neanche chi tassa, perché la legge dice che se paghi il canone a casa poi non lo devi pagare al mare, ma la Rai s’è messa in combutta con i comuni e vanno a cercare le case intestate al coniuge, sostenendo che non si tratta dello stesso nucleo familiare. E nessuno li ferma, laddove questa è tentata o riuscita estorsione. 2. Non si sa a cosa serva, perché dovrebbe finanziare il servizio pubblico. Quale? La Rai è una televisione commerciale a totale capitale statale, che svolge un “servizio pubblico” solo perché così si definisce in convenzione. A questo punto si possono anche chiamare “cavalli” i cinghiali e pretendere di cavalcarli. Auguri. 3. Non si sa quei soldi a chi vanno. Perché vanno alla Rai, ma in realtà si pagano al fisco, salvo il fatto che la sollecitazione al pagamento ti arriva dalla Rai stessa, ovvero dal beneficiario, che è una società per azioni di diritto privato, ma al tempo stesso una roba statale, che nella seconda veste prova a mettermi paura e nella prima ingrassa le proprie casse. Una roba così non è neanche un animale misto: è una bestialità. 4. Il fatto che aumenti lo sapete di già, quindi non sto a perdere tempo, solo che se i miei soldi servissero al servizio pubblico qualcuno dovrebbe dirmi dove finisce l’aumento: quali costi sono aumentati, quali nuovi servizi saranno offerti. Nisba.
La Rai è stato un grande servizio pubblico. E’ poi divenuto il paradiso della lottizzazione. S’è trasformato in greppia senza significato. Ora è la sopravvivenza di un passato troppo lontano. La soluzione migliore è venderla. Su questa strada c’è un ostacolo, rappresentato dalla legge 112 del 2004 (alias legge Gasparri), ove si stabilisce che nessuno può possedere più dell’uno per cento delle azioni Rai. Ostacolo che sarebbe bene rimuovere, semmai anche per via referendaria. Ma che si può anche aggirare, essendo oramai trascorsi i tempi oltre i quali quella stessa legge consente alla Rai di vendere “rami d’azienda”. Che non è roba vegetale, ma reti e produzioni. Si vendano.
Qui sento già il lamento più stupido del mondo: sarebbe un favore a Mediaset, azienda del più noto e votato fra i malfattori. Quell’uomo ha una fortuna smisurata, dato che la sorte gli ha spesso riservato avversari d’impareggiabile ottusità: è vero il contrario, perché il duopolio consente di fare del canone un provento che finanzia il sistema, mentre la privatizzazione e la concorrenza ristabiliscono regole di sano mercato, con quel che segue: chi è bravo vince e si fa ricco, chi non lo è esce di scena. Pensare che questo sia un favore a Berlusconi significa fargli un complimento che egli stesso si farebbe solo in privato. E ho detto tutto.
Per concludere. Vedo che non appena si parla di cancellare l’odioso e deforme tributo più d’un politico corre a prendersi uno spicchio di gloria. Bravi: visto che non avete di meglio da fare, visto che la politica conta sempre di meno, nel tempo che vi rimane dopo avere chiesto raccomandazioni per assunzioni e lavori in Rai, raccogliete le firme per i referendum. Se avete idee confuse, circa i quesiti, siamo a vostra disposizione. Gratis. Detto ciò, si può fare subito molto, si può cominciare a vendere, si può far scendere il costo di una baracca che pretende di piazzarmi le chiappe come servizio civile e culturale, come pretende di far passare per pluralismo la spartizione. Si può farlo oggi stesso. Facendolo si libererebbe quel che (se proprio si deve) della Rai è servizio, liberando l’azienda dall’ossessione dell’audience e liberando risorse pubblicitarie per altri competitori.
Ecco, adesso sono sicuro d’essere rimasto in risicata compagnia, con la destra mercatista e la sinistra moralista già fuggite a rimpiattarsi dietro i propri raccomandati, i propri amministratori, i propri lottizzati, le proprie vergogne.
mercoledì 28 dicembre 2011
Biografia non autorizzata di uno strano "antifascista". Milton
Leo Longanesi disse, “I fascisti si dividono in due categorie: fascisti ed antifascisti”. Alla seconda categoria apparteneva Giorgio Bocca, che per la verità fino al 1943 è appartenuto anche alla prima, dopo aver firmato nel 1938 il Manifesto in difesa della razza a sostegno delle leggi razziali e che ancora nel 1942 scriveva “Sarà chiara a tutti … la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù”.
Dopo l’8 settembre, dimostrando ottimo intuito, divenne antifascista e come partigiano nella divisione “Giustizia e Libertà” attese le truppe americane che risalivano la penisola per liberare l’Italia. Il contrappasso lo raggiunse a guerra finita(!), quando come responsabile dei Tribunali del Popolo partigiani, una sorta di industria della vendetta e dell’odio, condannò a morte per fucilazione presunti traditori e repubblichini.
Nel 1975 quando già si contavano i primi morti, dopo aver firmato, con la solita compagnia di giro che a tutt’oggi ci fa la morale, l’appello contro il commissario Calabresi, sostenne, assieme al PCI, che le Brigate Rosse fossero una favola raccontata agli italiani dagli inquirenti e servizi segreti. Nel marzo del 1980 disse ancora “la nascita del terrorismo è stata tenuta a bagnomaria per costruire la teoria degli opposti estremismi”, erano gli anni di piombo e il sangue di giudici, politici, cittadini scorreva ormai da un decennio.
Più tardi, con un linguaggio da far arrossire anche un tipo come Borghezio, vomitò odio anche sul Sud “Durante i miei viaggi al sud c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”. Un commento insomma da razza padana, cinico e sprezzante, non dissimile a quello che riservò, dimostrando un’acerrima omofobia, a Pasolini.
Negli anni ottanta fu uno dei primi giornalisti di un certo nome a frequentare con successo, anche economico, gli studi Fininvest e le tipografie Mondadori, per poi considerare servi tutti gli altri che l’hanno fatto dopo, e definire Berlusconi, in un afflato di lirismo, “un maiale”. Si vantava di essere senza padroni, scordandosi che nel 1976, fondò assieme a ad Eugenio Scalfari “Repubblica”.
Ci lascia un opportunista scaltro, cinico, fascista quando Mussolini era all’apice, partigiano quando il regime cadde e le sorti della guerra erano segnate, leghista quando Bossi predicava la secessione e conquistava il Nord, Berlusconiano quando c’era da mangiare a Fininvest, protagonista di Repubblica quando c’era da strisciare al fianco del fallimentarista De Benedetti.
Insomma il classico percorso di tanti intellettuali nostrani, un percorso a tratti indecente, viscido, fatto di opportunismi e convenienze. Umana pietà per chi non c’è più e per chi ha lasciato, ma ci si risparmi il frignare delle prèfiche inconsolabili che oggi lo definiscono, con la solita ipocrisia, “Maestro”. (l'Occidentale)
Dopo l’8 settembre, dimostrando ottimo intuito, divenne antifascista e come partigiano nella divisione “Giustizia e Libertà” attese le truppe americane che risalivano la penisola per liberare l’Italia. Il contrappasso lo raggiunse a guerra finita(!), quando come responsabile dei Tribunali del Popolo partigiani, una sorta di industria della vendetta e dell’odio, condannò a morte per fucilazione presunti traditori e repubblichini.
Nel 1975 quando già si contavano i primi morti, dopo aver firmato, con la solita compagnia di giro che a tutt’oggi ci fa la morale, l’appello contro il commissario Calabresi, sostenne, assieme al PCI, che le Brigate Rosse fossero una favola raccontata agli italiani dagli inquirenti e servizi segreti. Nel marzo del 1980 disse ancora “la nascita del terrorismo è stata tenuta a bagnomaria per costruire la teoria degli opposti estremismi”, erano gli anni di piombo e il sangue di giudici, politici, cittadini scorreva ormai da un decennio.
Più tardi, con un linguaggio da far arrossire anche un tipo come Borghezio, vomitò odio anche sul Sud “Durante i miei viaggi al sud c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”. Un commento insomma da razza padana, cinico e sprezzante, non dissimile a quello che riservò, dimostrando un’acerrima omofobia, a Pasolini.
Negli anni ottanta fu uno dei primi giornalisti di un certo nome a frequentare con successo, anche economico, gli studi Fininvest e le tipografie Mondadori, per poi considerare servi tutti gli altri che l’hanno fatto dopo, e definire Berlusconi, in un afflato di lirismo, “un maiale”. Si vantava di essere senza padroni, scordandosi che nel 1976, fondò assieme a ad Eugenio Scalfari “Repubblica”.
Ci lascia un opportunista scaltro, cinico, fascista quando Mussolini era all’apice, partigiano quando il regime cadde e le sorti della guerra erano segnate, leghista quando Bossi predicava la secessione e conquistava il Nord, Berlusconiano quando c’era da mangiare a Fininvest, protagonista di Repubblica quando c’era da strisciare al fianco del fallimentarista De Benedetti.
Insomma il classico percorso di tanti intellettuali nostrani, un percorso a tratti indecente, viscido, fatto di opportunismi e convenienze. Umana pietà per chi non c’è più e per chi ha lasciato, ma ci si risparmi il frignare delle prèfiche inconsolabili che oggi lo definiscono, con la solita ipocrisia, “Maestro”. (l'Occidentale)
martedì 27 dicembre 2011
Stregoni. Davide Giacalone
Quella di un secondo tempo, nel corso del quale il governo Monti saprà fare quel che non ha fatto, rilanciando l’Italia verso magnifiche sorti e progressive, è un’illusione. Una favola che ci raccontiamo per far finta di non capire quel che accade, o perché davvero non lo si capisce, e si prova a darsi un contegno. Quel che il governo Monti doveva fare lo ha fatto. E non è servito. Non poteva servire, pur dovendosi farlo.
La terapia è sbagliata perché la diagnosi non è reale. E’ frutto di un pregiudizio, di una superstizione, non di analisi e conoscenza. Lo “spread” non è un numero che dica quale che sia cosa circa l’affidabilità del debito pubblico italiano, ma un indice che consegna la misura di quanto sia fragile la struttura istituzionale dell’euro e dell’Unione europea. Da quando è comparso sulla scena, da quando la crisi del debito ha attraversato l’Atlantico e morso le carni europee, lo spread è divenuto un dio pagano, le cui ire e bizze si spera possano placarsi con sacrifici umani. Idee da selvaggi. Idee, però, che da noi vestono alla moda del perbenismo trinariciuto, seguendo la linea di chi ha sempre avuto sul gozzo la democrazia, con l’assurda pretesa che il popolo sappia scegliere il proprio interesse. Ma vi pare? Qui il popolino votava Berlusconi! L’impresentabile, l’insostenibile, il vergognoso, l’inquisito, il debosciato. Toglietelo di mezzo e vedrete che lo spread si placherà. Uccidete la vergine, sgozzate l’agnello, e vedrete che il dio si quieterà. Imbecilli.
Già, ma se Berlusconi fosse rimasto al suo posto, se la coalizione degli ignoranti in cattedra, dei ladri moralisti e dei bugiardi giuranti non avesse trovato nello spread il piede di porco per scardinarlo, sarebbe cambiato qualche cosa? No. Questo è il bello: la nostra partita è irrilevante, perché giocata fuori tempo e fuori campo. Due club di scemi, che si spaccano gli stinchi a vicenda.
Occorrerebbe, invece, che si facesse squadra per giocare il campionato europeo, quello in cui ci stanno prendendo a pedate. La si smetta con l’atteggiamento provincialissimo di chi festeggia il fatto che i “potenti” ci rivolgono la parola e offrono un pranzo. Tanto più che i “potenti” sono i colpevoli di quel che accade. I potenti siamo noi: abbiamo popolo, intelligenza e produzioni quanto basta per contare. Possiamo farlo salvando l’Europa, opponendoci fermamente all’andazzo attuale, che porta tutti al massacro. Abbiamo le carte in regola, perché le cose che scrivevamo un anno fa sono esatte, la diagnosi precisa, la terapia efficace: il malato è l’Europa, sicché si deve passare alla cura drastica della maggiore integrazione, ove non si voglia imboccare la via dell’eutanasia.
Ma da noi è come parlare con il muro, perché in questo Paese di trasformisti a dar lezioni d’europeismo ci sono i vecchi arnesi comunisti che hanno passato la vita a battersi contro l’Europa. So che nessuno lo scrive e qualche ignorante lo nega, ma è così. E lo ripeto, nel modo più ruvido possibile, perché è destinato alla tragedia un Paese che credi di potersi mettere nella mani di un comunista mai divenuto ex e di un professore intento a selezionare i contribuenti da immolare al dio spread. Che, poi, diciamolo: non esiste nemmeno il Paese che si mette nelle loro mani, se non nelle pagine di giornali scritti per lisciare il pelo ad una risicatissima minoranza d’italiani. I selvaggi che ritengono incivili i propri connazionali, per non dovere guardare l’anello che portano al proprio naso.
La malattia europea consiste nel non coincidere di democrazia e potere, nel divorzio fra suffragio popolare e governo degli interessi. Noi ci stiamo comportando, in Italia, come se lo scopo fosse quello di adeguarci a quella malattia, laddove è evidentissimo (e lo sarà nel racconto che faremo a posteriori) che serve l’esatto contrario. Solo che serve in ambito europeo: con partiti, popoli, elettori e istituzioni dell’Unione. Il resto, quel che stiamo praticando, è solo un modo per torturare il corpo malato, indebolendolo con la pretesa di guarirlo. Anche gli stregoni, in fondo, erano “tecnici”.
La terapia è sbagliata perché la diagnosi non è reale. E’ frutto di un pregiudizio, di una superstizione, non di analisi e conoscenza. Lo “spread” non è un numero che dica quale che sia cosa circa l’affidabilità del debito pubblico italiano, ma un indice che consegna la misura di quanto sia fragile la struttura istituzionale dell’euro e dell’Unione europea. Da quando è comparso sulla scena, da quando la crisi del debito ha attraversato l’Atlantico e morso le carni europee, lo spread è divenuto un dio pagano, le cui ire e bizze si spera possano placarsi con sacrifici umani. Idee da selvaggi. Idee, però, che da noi vestono alla moda del perbenismo trinariciuto, seguendo la linea di chi ha sempre avuto sul gozzo la democrazia, con l’assurda pretesa che il popolo sappia scegliere il proprio interesse. Ma vi pare? Qui il popolino votava Berlusconi! L’impresentabile, l’insostenibile, il vergognoso, l’inquisito, il debosciato. Toglietelo di mezzo e vedrete che lo spread si placherà. Uccidete la vergine, sgozzate l’agnello, e vedrete che il dio si quieterà. Imbecilli.
Già, ma se Berlusconi fosse rimasto al suo posto, se la coalizione degli ignoranti in cattedra, dei ladri moralisti e dei bugiardi giuranti non avesse trovato nello spread il piede di porco per scardinarlo, sarebbe cambiato qualche cosa? No. Questo è il bello: la nostra partita è irrilevante, perché giocata fuori tempo e fuori campo. Due club di scemi, che si spaccano gli stinchi a vicenda.
Occorrerebbe, invece, che si facesse squadra per giocare il campionato europeo, quello in cui ci stanno prendendo a pedate. La si smetta con l’atteggiamento provincialissimo di chi festeggia il fatto che i “potenti” ci rivolgono la parola e offrono un pranzo. Tanto più che i “potenti” sono i colpevoli di quel che accade. I potenti siamo noi: abbiamo popolo, intelligenza e produzioni quanto basta per contare. Possiamo farlo salvando l’Europa, opponendoci fermamente all’andazzo attuale, che porta tutti al massacro. Abbiamo le carte in regola, perché le cose che scrivevamo un anno fa sono esatte, la diagnosi precisa, la terapia efficace: il malato è l’Europa, sicché si deve passare alla cura drastica della maggiore integrazione, ove non si voglia imboccare la via dell’eutanasia.
Ma da noi è come parlare con il muro, perché in questo Paese di trasformisti a dar lezioni d’europeismo ci sono i vecchi arnesi comunisti che hanno passato la vita a battersi contro l’Europa. So che nessuno lo scrive e qualche ignorante lo nega, ma è così. E lo ripeto, nel modo più ruvido possibile, perché è destinato alla tragedia un Paese che credi di potersi mettere nella mani di un comunista mai divenuto ex e di un professore intento a selezionare i contribuenti da immolare al dio spread. Che, poi, diciamolo: non esiste nemmeno il Paese che si mette nelle loro mani, se non nelle pagine di giornali scritti per lisciare il pelo ad una risicatissima minoranza d’italiani. I selvaggi che ritengono incivili i propri connazionali, per non dovere guardare l’anello che portano al proprio naso.
La malattia europea consiste nel non coincidere di democrazia e potere, nel divorzio fra suffragio popolare e governo degli interessi. Noi ci stiamo comportando, in Italia, come se lo scopo fosse quello di adeguarci a quella malattia, laddove è evidentissimo (e lo sarà nel racconto che faremo a posteriori) che serve l’esatto contrario. Solo che serve in ambito europeo: con partiti, popoli, elettori e istituzioni dell’Unione. Il resto, quel che stiamo praticando, è solo un modo per torturare il corpo malato, indebolendolo con la pretesa di guarirlo. Anche gli stregoni, in fondo, erano “tecnici”.
martedì 20 dicembre 2011
L'odio per i ricchi. Gianni Pardo
Tutta la società sembra unita nell’odio contro i ricchi, in un’acida voglia di “fargliela pagare”. E tutta la legislazione è improntata a principi di fattiva ostilità nei loro confronti. Basti pensare alla voglia di tassare a morte i “grandi patrimoni”, all’accresciuto peso di imposte per seconde case (anche all’estero, dove già pagano le tasse allo Stato locale!), barche, e ogni bene che sembri denotare “ricchezza”. Tutto questo è giusto?
È giusto che chi guadagna 1.000 paghi 100 e chi guadagna 10.000 paghi 1.000 o 1.500. Ma è giusto che chi guadagna 10.000 paghi 4.000 o 5.000? Secondo la Costituzione (art. 53) “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ma la progressività poteva estendersi fino a triplicare il tributo per chi ha una casa e la tiene sfitta? Dov’è la maggiore capacità contributiva, se da quella casa non si ricava nessun reddito? Qui si punisce il fatto che il proprietario non faccia beneficiare gli altri del suo bene. La nostra Costituzione è “di sinistra” e ne sono stati accentuati i risvolti giacobini: ora bisogna che “anche i ricchi piangano”. Ma chi sono, esattamente?
Per il disoccupato che non sa come dare da mangiare ai suoi figli, è già ricco il ragioniere del secondo piano che guadagna millecento euro al mese. Ma se la stessa domanda fosse posta all’interessato, il poverino sgranerebbe gli occhi: “Io, ricco? Forse il commercialista del piano rialzato, quello che guadagna cinque o seimila euro al mese”. Ma il commercialista osserverebbe che lui ha cominciato a guadagnare sul serio ben oltre i trent’anni e che comunque, mentre il ragioniere stacca alle due, lui lavora dalle nove del mattino alle nove di sera ed ha delle spese. Ricco è sempre qualcun altro. Se infine si arriva ai ricchi innegabilmente ricchi, ci si accorge che sono così poco numerosi da non avere importanza, nella società. Anche a distribuire tutti i loro averi ai poveri, non cambierebbe nulla.
L’odio per gli abbienti ha una spiegazione. Per molti secoli il grande patrimonio è stato costituito dalla proprietà terriera. Jean-Jacques Rousseau non odiava il ricco in quanto tale ma perché la ricchezza l’aveva ereditata. Il suo patrimonio era pura casualità e pura ingiustizia. Spesso per giunta la proprietà terriera si accoppiava con la nobiltà, sicché le categorie erano stagne, o si nasceva nobili e facoltosi, o si nasceva “roturiers” e indigenti: senza possibilità di cambiare categoria. Persino un genio capace di procurarsi un grande patrimonio, come Voltaire, rimase sempre un inferiore perché non era nobile.
Il tempo è passato. L’esperimento sovietico ha dimostrato che, abolendo la proprietà privata, l’intero popolo si impoverisce invece di arricchirsi. In Occidente la nobiltà è praticamente sparita e la terra ha cessato di essere il paradigma della ricchezza: oggi è ricco l’industriale, il celebre artista, il grande professionista, tutta gente che lavora sodo. Prima l’alto livello economico era conseguenza della nascita, ora è conseguenza del lavoro. Prima le categorie erano impermeabili, oggi il figlio del milionario spesso si ritrova povero prima di arrivare alla vecchiaia. Il mondo è cambiato. Purtroppo, la gente è mentalmente ferma al passato e infatti la nostra Costituzione a proposito della proprietà privata parla di imporle dei limiti “allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Parole importanti. Il patrimonio non è più un fatto privato: deve avere una funzione sociale. Inoltre deve essere “accessibile a tutti”, come se prima fosse stato vietato. Accessibile significa che la porta è aperta: e chi l’ha mai chiusa, dopo la Rivoluzione Francese?
Siamo alla contraddizione dei sogni. Da un lato si fantastica che i ricchi siano tali per eredità - tanto che si vorrebbero distribuire i loro beni a tutti - dall’altro si auspica che tutti divengano ricchi: per poi espropriarli dei loro beni?
Chi ha guadagnato molto è tormentato in tutti i modi. Inoltre è additato al disprezzo generale: se ha soldi è un delinquente; se ha soldi è un evasore fiscale; se ha soldi non andrà in Paradiso. In Italia il modello positivo è l’impiegato statale che con lo stipendio arriva a stento alla fine del mese. Il risultato è la scarsa propensione alla produzione, l’esistenza di pochissime grandi imprese e la quasi assenza di investimenti stranieri.
La società italiana ha voluto essere liberale il meno possibile, ha voluto che anche i ricchi piangessero e ci sta riuscendo: si chiama recessione. (il Legno Storto)
È giusto che chi guadagna 1.000 paghi 100 e chi guadagna 10.000 paghi 1.000 o 1.500. Ma è giusto che chi guadagna 10.000 paghi 4.000 o 5.000? Secondo la Costituzione (art. 53) “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ma la progressività poteva estendersi fino a triplicare il tributo per chi ha una casa e la tiene sfitta? Dov’è la maggiore capacità contributiva, se da quella casa non si ricava nessun reddito? Qui si punisce il fatto che il proprietario non faccia beneficiare gli altri del suo bene. La nostra Costituzione è “di sinistra” e ne sono stati accentuati i risvolti giacobini: ora bisogna che “anche i ricchi piangano”. Ma chi sono, esattamente?
Per il disoccupato che non sa come dare da mangiare ai suoi figli, è già ricco il ragioniere del secondo piano che guadagna millecento euro al mese. Ma se la stessa domanda fosse posta all’interessato, il poverino sgranerebbe gli occhi: “Io, ricco? Forse il commercialista del piano rialzato, quello che guadagna cinque o seimila euro al mese”. Ma il commercialista osserverebbe che lui ha cominciato a guadagnare sul serio ben oltre i trent’anni e che comunque, mentre il ragioniere stacca alle due, lui lavora dalle nove del mattino alle nove di sera ed ha delle spese. Ricco è sempre qualcun altro. Se infine si arriva ai ricchi innegabilmente ricchi, ci si accorge che sono così poco numerosi da non avere importanza, nella società. Anche a distribuire tutti i loro averi ai poveri, non cambierebbe nulla.
L’odio per gli abbienti ha una spiegazione. Per molti secoli il grande patrimonio è stato costituito dalla proprietà terriera. Jean-Jacques Rousseau non odiava il ricco in quanto tale ma perché la ricchezza l’aveva ereditata. Il suo patrimonio era pura casualità e pura ingiustizia. Spesso per giunta la proprietà terriera si accoppiava con la nobiltà, sicché le categorie erano stagne, o si nasceva nobili e facoltosi, o si nasceva “roturiers” e indigenti: senza possibilità di cambiare categoria. Persino un genio capace di procurarsi un grande patrimonio, come Voltaire, rimase sempre un inferiore perché non era nobile.
Il tempo è passato. L’esperimento sovietico ha dimostrato che, abolendo la proprietà privata, l’intero popolo si impoverisce invece di arricchirsi. In Occidente la nobiltà è praticamente sparita e la terra ha cessato di essere il paradigma della ricchezza: oggi è ricco l’industriale, il celebre artista, il grande professionista, tutta gente che lavora sodo. Prima l’alto livello economico era conseguenza della nascita, ora è conseguenza del lavoro. Prima le categorie erano impermeabili, oggi il figlio del milionario spesso si ritrova povero prima di arrivare alla vecchiaia. Il mondo è cambiato. Purtroppo, la gente è mentalmente ferma al passato e infatti la nostra Costituzione a proposito della proprietà privata parla di imporle dei limiti “allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Parole importanti. Il patrimonio non è più un fatto privato: deve avere una funzione sociale. Inoltre deve essere “accessibile a tutti”, come se prima fosse stato vietato. Accessibile significa che la porta è aperta: e chi l’ha mai chiusa, dopo la Rivoluzione Francese?
Siamo alla contraddizione dei sogni. Da un lato si fantastica che i ricchi siano tali per eredità - tanto che si vorrebbero distribuire i loro beni a tutti - dall’altro si auspica che tutti divengano ricchi: per poi espropriarli dei loro beni?
Chi ha guadagnato molto è tormentato in tutti i modi. Inoltre è additato al disprezzo generale: se ha soldi è un delinquente; se ha soldi è un evasore fiscale; se ha soldi non andrà in Paradiso. In Italia il modello positivo è l’impiegato statale che con lo stipendio arriva a stento alla fine del mese. Il risultato è la scarsa propensione alla produzione, l’esistenza di pochissime grandi imprese e la quasi assenza di investimenti stranieri.
La società italiana ha voluto essere liberale il meno possibile, ha voluto che anche i ricchi piangessero e ci sta riuscendo: si chiama recessione. (il Legno Storto)
Giustizia al gabbio. Davide Giacalone
Quella carceraria non è un’emergenza, ma un’indecenza. Il ministro della giustizia, Paola Severino, fa bene a occuparsene. Ma faccia attenzione a non confondere le cause con gli effetti e a non immaginare soluzioni, come quelle di cui si sente parlare, che suonano come un favore ai colpevoli e un ulteriore sfregio per gli innocenti. Il fatto che il pontefice si sia recato a Rebibbia e qui abbia pronunciato parole dure (e giuste) contro il sovraffollamento, mi fa rizzare le orecchie, perché già le parole del suo predecessore, pronunciate in Parlamento, furono utilizzate per favorire un provvedimento oltraggioso e inutile, l’indulto.
Non sono un’emergenza, le carceri, come non lo è la spazzatura a Napoli: sono fenomeni d’inciviltà permanente, che talora tornano agli onori della cronaca, salvo restare tali anche quando non se ne parla. Nel caso delle galere, quel che causa il problema non è il moltiplicarsi del crimine, ma il crescere dell’inciviltà giuridica. La causa è la malagiustizia, l’effetto il sovraffollamento. Più della metà dei detenuti italiani non stanno scontando una pena, ma stanno aspettando di sapere se devono scontarla. Sono “in attesa di giudizio”, come il titolo del film con Alberto Sordi (regista il grande Nanny Loy), che più lo guardi più ti arrabbi, perché le cose sono peggiorate, restando immutabili. Più della metà dei carcerati, quindi, devono, secondo la Costituzione e la Convenzione Europea Diritti dell’Uomo, essere considerati innocenti. Non ci si deve chiedere dove metterli, ma come dar loro giustizia.
Se, invece, si parte dalle celle, saltando i tribunali, va a finire che si presentano proposte come quelle che il ministro ha formulato: mandare agli arresti domiciliari chi ha ancora 18 mesi da scontare, oppure rilasciare chi ha condanne inferiori ai 4 anni, pensando a pene alternative. Misure concepite per sfoltire le presenze, ma che portano a una singolare e abominevole conseguenza: escono i condannati e restano dentro gli innocenti. E’ già successo con l’indulto, e siamo fra i pochi che protestarono.
Il tema è così delicato, e di così rilevante portata, che tutti dovrebbero proibirsi le sparate propagandistiche. Aggiungo subito, quindi, che il ministro fa bene a dire che il tema dell’amnistia deve essere preso in considerazione, e vado oltre: è necessaria, si deve fare. Al contrario dell’indulto, che cancella solo la pena, l’amnistia cancella anche il reato e il procedimento, quindi evita che il sistema soffochi sotto al peso dell’arretrato. E’ un provvedimento ingiusto, repellente. E’ uno schiaffo in faccia alle persone oneste, una stilettata al cuore degli innocenti. Ma è necessario. Solo che deve essere fatta dopo la riforma della giustizia, non al suo posto. Deve prendere corpo dopo avere liberato i palazzi di giustizia dai corporativismi, dalle politicizzazioni e dalla nullafacenza, non materializzarsi quale succedaneo di ciò che non si è capaci di fare. Perché in questo secondo caso la vergogna sarebbe incancellabile e la rabbia incontenibile.
Ai non condannati il ministro pare abbia rivolto una sola attenzione, immaginando che gli arrestati possano restare per due giorni nelle celle di sicurezza delle polizie. Idea pessima. Consapevole di quel che significa pare lo stesso ministro abbia suggerito di cambiare loro il nome, denominandole “sale di custodia”. Ora, a parte il fatto, cui non voglio credere, che l’idea sarebbe venuta, a lei ed alla collega degli interni, nel mentre andavano alla prima del San Carlo (e vi garantisco, signori del governo, che si vive bene anche senza andare a teatro a scrocco, dimostrandosi già corrotti dall’effimera fama passeggera, così come vi avverto che i vostri predecessori sono stati travolti anche dall’incapacità di comprendere che il loro mondo era divenuto irreale), a parte ciò, dicevo, cambiare il nome alle cose non muta le cose stesse: la cella di sicurezza, senza controlli e garanzie, è roba medioevale. Toglietevelo dalla testa.
Ciascuna persona civile non può non sentirsi offesa dallo stato delle nostre carceri. Ciascun cittadino non può non avvertire che la soluzione deve portare maggiore giustizia, come anche certezza che i condannati scontino la pena. Noi che abbiamo dedicato alla giustizia tanta parte della nostra vita una cosa l’abbiamo imparata: la bontà delle intenzioni non conta nulla. Contano i risultati.
Non sono un’emergenza, le carceri, come non lo è la spazzatura a Napoli: sono fenomeni d’inciviltà permanente, che talora tornano agli onori della cronaca, salvo restare tali anche quando non se ne parla. Nel caso delle galere, quel che causa il problema non è il moltiplicarsi del crimine, ma il crescere dell’inciviltà giuridica. La causa è la malagiustizia, l’effetto il sovraffollamento. Più della metà dei detenuti italiani non stanno scontando una pena, ma stanno aspettando di sapere se devono scontarla. Sono “in attesa di giudizio”, come il titolo del film con Alberto Sordi (regista il grande Nanny Loy), che più lo guardi più ti arrabbi, perché le cose sono peggiorate, restando immutabili. Più della metà dei carcerati, quindi, devono, secondo la Costituzione e la Convenzione Europea Diritti dell’Uomo, essere considerati innocenti. Non ci si deve chiedere dove metterli, ma come dar loro giustizia.
Se, invece, si parte dalle celle, saltando i tribunali, va a finire che si presentano proposte come quelle che il ministro ha formulato: mandare agli arresti domiciliari chi ha ancora 18 mesi da scontare, oppure rilasciare chi ha condanne inferiori ai 4 anni, pensando a pene alternative. Misure concepite per sfoltire le presenze, ma che portano a una singolare e abominevole conseguenza: escono i condannati e restano dentro gli innocenti. E’ già successo con l’indulto, e siamo fra i pochi che protestarono.
Il tema è così delicato, e di così rilevante portata, che tutti dovrebbero proibirsi le sparate propagandistiche. Aggiungo subito, quindi, che il ministro fa bene a dire che il tema dell’amnistia deve essere preso in considerazione, e vado oltre: è necessaria, si deve fare. Al contrario dell’indulto, che cancella solo la pena, l’amnistia cancella anche il reato e il procedimento, quindi evita che il sistema soffochi sotto al peso dell’arretrato. E’ un provvedimento ingiusto, repellente. E’ uno schiaffo in faccia alle persone oneste, una stilettata al cuore degli innocenti. Ma è necessario. Solo che deve essere fatta dopo la riforma della giustizia, non al suo posto. Deve prendere corpo dopo avere liberato i palazzi di giustizia dai corporativismi, dalle politicizzazioni e dalla nullafacenza, non materializzarsi quale succedaneo di ciò che non si è capaci di fare. Perché in questo secondo caso la vergogna sarebbe incancellabile e la rabbia incontenibile.
Ai non condannati il ministro pare abbia rivolto una sola attenzione, immaginando che gli arrestati possano restare per due giorni nelle celle di sicurezza delle polizie. Idea pessima. Consapevole di quel che significa pare lo stesso ministro abbia suggerito di cambiare loro il nome, denominandole “sale di custodia”. Ora, a parte il fatto, cui non voglio credere, che l’idea sarebbe venuta, a lei ed alla collega degli interni, nel mentre andavano alla prima del San Carlo (e vi garantisco, signori del governo, che si vive bene anche senza andare a teatro a scrocco, dimostrandosi già corrotti dall’effimera fama passeggera, così come vi avverto che i vostri predecessori sono stati travolti anche dall’incapacità di comprendere che il loro mondo era divenuto irreale), a parte ciò, dicevo, cambiare il nome alle cose non muta le cose stesse: la cella di sicurezza, senza controlli e garanzie, è roba medioevale. Toglietevelo dalla testa.
Ciascuna persona civile non può non sentirsi offesa dallo stato delle nostre carceri. Ciascun cittadino non può non avvertire che la soluzione deve portare maggiore giustizia, come anche certezza che i condannati scontino la pena. Noi che abbiamo dedicato alla giustizia tanta parte della nostra vita una cosa l’abbiamo imparata: la bontà delle intenzioni non conta nulla. Contano i risultati.
lunedì 19 dicembre 2011
Recessione burning. Fabrizio Grasso
La recessione è una malattia democratica: colpisce tutti.
Recessione: forma religiosa d’impotenza.
Recessione: Ancora tu non mi sorprende lo sai/ ancora tu ma non dovevamo vederci più?
Governare la recessione non è difficile, è inutile.
Recessione, il meglio è passato.
Un contribuente è uno che lavora per lo Stato e la recessione, ma senza avere vinto un concorso pubblico.
Non chiedete cosa possa fare la recessione per voi: chiedete cosa potete fare voi per la recessione.
Certe recessioni non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.
Recessione: ecco una lametta che ti taglia le vene.
Questa è la recessione del mondo senti che scende questa economia.
Allora prenderò la recessione al volo.
La recessione è la misura di tutte le cose.
Recessione homini lupus.
Datemi una recessione e seppellirò il mondo.
Che cos’è la recessione? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.
***
Hanno collaborato: Indro Montanelli, Charles Régismanset, Lucio Battisti & Giulio Repetti, Benito Mussolini, Ennio Flaiano, Ronald Reagan, John Fitzgerald Kennedy, Antonello Venditti, Donatella Rettore, Jovanotti, Fantozzi, Protagora, Thomas Hobbes, Archimede, Giorgio Perozzi. (The FrontPage)
Recessione: forma religiosa d’impotenza.
Recessione: Ancora tu non mi sorprende lo sai/ ancora tu ma non dovevamo vederci più?
Governare la recessione non è difficile, è inutile.
Recessione, il meglio è passato.
Un contribuente è uno che lavora per lo Stato e la recessione, ma senza avere vinto un concorso pubblico.
Non chiedete cosa possa fare la recessione per voi: chiedete cosa potete fare voi per la recessione.
Certe recessioni non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.
Recessione: ecco una lametta che ti taglia le vene.
Questa è la recessione del mondo senti che scende questa economia.
Allora prenderò la recessione al volo.
La recessione è la misura di tutte le cose.
Recessione homini lupus.
Datemi una recessione e seppellirò il mondo.
Che cos’è la recessione? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.
***
Hanno collaborato: Indro Montanelli, Charles Régismanset, Lucio Battisti & Giulio Repetti, Benito Mussolini, Ennio Flaiano, Ronald Reagan, John Fitzgerald Kennedy, Antonello Venditti, Donatella Rettore, Jovanotti, Fantozzi, Protagora, Thomas Hobbes, Archimede, Giorgio Perozzi. (The FrontPage)
Differenza tra crisi economica e crisi dei mercati. Gianni Pardo
Se un uomo si rompe una gamba ed ha la diarrea, soffrirà dell’ingessatura e del dover correre continuamente in bagno. Naturalmente ognuno dei due mali renderà peggiore l’altro, ma questo non significa che la frattura dipenda dallo stomaco o il mal di stomaco dipenda dalla frattura.
Nella crisi economica italiana si rischia una analoga confusione. Noi soffriamo del peso degli interessi sul debito pubblico e della recessione economica, ma i due fenomeni non sono eziologicamente collegati: l’unico punto comune è che l’uno aggrava l’altro.
La grande massa del debito pubblico si è formata in anni lontani, mentre negli anni recenti l’Italia è stata molto virtuosa: i proclami di Tremonti non erano infondati. Ma c’è stata la crisi mondiale cominciata nel 2008, si è avuta la crisi della Grecia, l’Italia si è avviata alla recessione, i mercati si sono preoccupati e la cosa ha fatto valanga: da questo l’aumento dei tassi di Bot e Btp. L’Italia aveva ed ha necessità di venderli per pagare col ricavato quelli in scadenza e abbiamo toccato picchi dell’8% di interesse: con impegni che domani potrebbero salassarci a morte.
Facciamo l’ipotesi che la crisi si fosse verificata mentre l’Italia andava a gonfie vele, il pil aumentava del 4% l’anno - non si sta dicendo niente di mitologico - e le prospettive economiche erano rosee. I mercati, pur preoccupati per la crisi mondiale, si sarebbero detti che, comunque, l’Italia rimaneva solida. È quello che pensano della Germania, e proprio per questo i suoi tassi d’interesse sul debito pubblico sono tanto più bassi dei nostri (il famoso spread). Se domani l’euro scoppiasse, non è che la Germania non piangerebbe: ma la sua situazione interna è più rassicurante e i mercati ne tengono conto.
In Italia siamo nei guai perché la crisi dell’euro e il macigno del debito pubblico pesano su una nazione che economicamente non progredisce più ed anzi indietreggia: si chiama recessione. La domanda diviene dunque: come se ne esce?
La formula scelta dalle autorità europee ed italiane, fino ad ora, è stata quella di un aumento della pressione fiscale. Gli italiani sono stati “invitati” a dare di più allo Stato e consumare meno per loro stessi. Solo che il denaro dato allo Stato è sterile, non produce ulteriore ricchezza, mentre consumando di meno gli italiani comprano di meno, i commercianti vendono di meno, gli industriali producono di meno e lo Stato intero tende ad impoverirsi, accentuando la recessione. Prosit.
Un’altra formula, molto in voga nel secolo scorso, era quella di John Maynard Keynes, se l’abbiamo capita bene. Lo Stato lancia (facendo debiti) enormi lavori pubblici, in modo da combattere la disoccupazione, far produrre di più le imprese, immettere liquidità nel sistema, e fa ripartire l’economia. Sempre se abbiamo capito la teoria di Keynes, questo “acceleratore” funziona se il piede su di esso è tenuto momentaneamente, mentre nel secolo scorso non lo si tolse più dal pedale e questo creò il debito pubblico. Oggi Keynes è visto come uno che aveva torto e non bisogna parlarne, mentre forse non è la teoria ad essere sbagliata ma l’applicazione che se ne dette.
Rimane l’ultima soluzione, quella di cui nessuno vuole parlare: un cambio di modello produttivo. Invece di invitare la Cina a fare come noi, noi dovremmo fare come la Cina. Attuare una liberalizzazione selvaggia del tutto dimentica delle famose “conquiste dei lavoratori” che ci hanno portato dove siamo, fino a rilanciare la nostra economia come una tigre. Ché poi, quando fossimo riusciti a riconquistare la prosperità economica, si potrebbe anche riparlare di salari minimi, stabilità del posto di lavoro, pensioni anticipate e ogni sorta di bonus. “Intanto guarisci dalla malattia e vai a lavorare, poi ti godrai le ferie a Montecarlo”.
Ma non c’è speranza. Il dogma corrente è che l’economia deve funzionare e produrre ricchezza anche se si fa di tutto per intralciarne il cammino. Se poi rallenta, la soluzione è aumentare la pressione fiscale e andare a cercare altri evasori. Il grande tecnico Monti non vede altro: da bravo antiberlusconiano, per lui uno Stato serio è uno Stato che impone tasse, e che, quando le cose vanno male, impone tasse, tasse e tasse. Come diceva lo scorpione alla rana, in un famoso aneddoto, “è la sua natura”. E, purtroppo, la natura dell’intera Italia. (il Legno Storto)
Nella crisi economica italiana si rischia una analoga confusione. Noi soffriamo del peso degli interessi sul debito pubblico e della recessione economica, ma i due fenomeni non sono eziologicamente collegati: l’unico punto comune è che l’uno aggrava l’altro.
La grande massa del debito pubblico si è formata in anni lontani, mentre negli anni recenti l’Italia è stata molto virtuosa: i proclami di Tremonti non erano infondati. Ma c’è stata la crisi mondiale cominciata nel 2008, si è avuta la crisi della Grecia, l’Italia si è avviata alla recessione, i mercati si sono preoccupati e la cosa ha fatto valanga: da questo l’aumento dei tassi di Bot e Btp. L’Italia aveva ed ha necessità di venderli per pagare col ricavato quelli in scadenza e abbiamo toccato picchi dell’8% di interesse: con impegni che domani potrebbero salassarci a morte.
Facciamo l’ipotesi che la crisi si fosse verificata mentre l’Italia andava a gonfie vele, il pil aumentava del 4% l’anno - non si sta dicendo niente di mitologico - e le prospettive economiche erano rosee. I mercati, pur preoccupati per la crisi mondiale, si sarebbero detti che, comunque, l’Italia rimaneva solida. È quello che pensano della Germania, e proprio per questo i suoi tassi d’interesse sul debito pubblico sono tanto più bassi dei nostri (il famoso spread). Se domani l’euro scoppiasse, non è che la Germania non piangerebbe: ma la sua situazione interna è più rassicurante e i mercati ne tengono conto.
In Italia siamo nei guai perché la crisi dell’euro e il macigno del debito pubblico pesano su una nazione che economicamente non progredisce più ed anzi indietreggia: si chiama recessione. La domanda diviene dunque: come se ne esce?
La formula scelta dalle autorità europee ed italiane, fino ad ora, è stata quella di un aumento della pressione fiscale. Gli italiani sono stati “invitati” a dare di più allo Stato e consumare meno per loro stessi. Solo che il denaro dato allo Stato è sterile, non produce ulteriore ricchezza, mentre consumando di meno gli italiani comprano di meno, i commercianti vendono di meno, gli industriali producono di meno e lo Stato intero tende ad impoverirsi, accentuando la recessione. Prosit.
Un’altra formula, molto in voga nel secolo scorso, era quella di John Maynard Keynes, se l’abbiamo capita bene. Lo Stato lancia (facendo debiti) enormi lavori pubblici, in modo da combattere la disoccupazione, far produrre di più le imprese, immettere liquidità nel sistema, e fa ripartire l’economia. Sempre se abbiamo capito la teoria di Keynes, questo “acceleratore” funziona se il piede su di esso è tenuto momentaneamente, mentre nel secolo scorso non lo si tolse più dal pedale e questo creò il debito pubblico. Oggi Keynes è visto come uno che aveva torto e non bisogna parlarne, mentre forse non è la teoria ad essere sbagliata ma l’applicazione che se ne dette.
Rimane l’ultima soluzione, quella di cui nessuno vuole parlare: un cambio di modello produttivo. Invece di invitare la Cina a fare come noi, noi dovremmo fare come la Cina. Attuare una liberalizzazione selvaggia del tutto dimentica delle famose “conquiste dei lavoratori” che ci hanno portato dove siamo, fino a rilanciare la nostra economia come una tigre. Ché poi, quando fossimo riusciti a riconquistare la prosperità economica, si potrebbe anche riparlare di salari minimi, stabilità del posto di lavoro, pensioni anticipate e ogni sorta di bonus. “Intanto guarisci dalla malattia e vai a lavorare, poi ti godrai le ferie a Montecarlo”.
Ma non c’è speranza. Il dogma corrente è che l’economia deve funzionare e produrre ricchezza anche se si fa di tutto per intralciarne il cammino. Se poi rallenta, la soluzione è aumentare la pressione fiscale e andare a cercare altri evasori. Il grande tecnico Monti non vede altro: da bravo antiberlusconiano, per lui uno Stato serio è uno Stato che impone tasse, e che, quando le cose vanno male, impone tasse, tasse e tasse. Come diceva lo scorpione alla rana, in un famoso aneddoto, “è la sua natura”. E, purtroppo, la natura dell’intera Italia. (il Legno Storto)
sabato 17 dicembre 2011
E' ora che alcune verità rimosse sui palestinesi siano riportate alla luce. Costantino Pistilli
Il candidato repubblicano Newt Gingrich in un’intervista con Jewish Channel ha dichiarato: “I palestinesi non esistono e il processo di pace in Medio Oriente è un’illusione. Dobbiamo ricordarci che non è mai esistito uno Stato di Palestina perché all’origine la Palestina era parte dell’Impero Ottomano. Credo anche che i palestinesi siano stati inventati perché in effetti erano parte della grande comunità araba”. Dal partito democratico statunitense fino a Ramallah la dichiarazione di Gingich ha provocato irruenti proteste. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua lo sospetta addirittura “di ignoranza storica e di superficialità politica”. Neanche la replica del suo portavoce, R.C. Hammond, è servita a calmare gli animi: “Gingrich si riferiva al fatto che questo conflitto è frutto di decenni di storia. Noi sosteniamo una pace negoziata fra Israele e palestinesi che includerà necessariamente i confini di uno Stato palestinese, ma per comprendere meglio cosa viene proposto e negoziato dobbiamo conoscere una Storia lunga e complessa, ed è proprio questo che Gingrich tentava di fare nell’intervista televisiva”. Quelle di Gingrich, però, sono altro che rozze farneticazioni. Il concetto di nazionalità etnica come base dell'identità politica era tipicamente europeo. Un concetto difficile da declinare in arabo. La sua nascita risale alla fine del XVIII e agli inizi del XIX secolo, e si collega alla Rivoluzione francese, alle guerre napoleoniche e al romanticismo. Nel caso della nazione palestinese, a supporto della tesi di Gingrich, arriva la spiegazione del professor Bernard Lewis, uno dei massimi studiosi del Levante e professore emerito di Studi sul Vicino Oriente alla Princeton University. “Dalla fine dello Stato di Israele nell'antichità all'inizio del dominio britannico, l'area ora designata con il nome Palestina non era una nazione e non aveva frontiere, solo confini amministrativi” scrive Lewis in un articolo pubblicato sull’americano Commentary Magazine nel gennaio del 1975.
In Palestine: On the History and Geography of a Name, editato all’International History Reviw, spiega invece come “ Migliaia di anni prima che i Romani inventassero la Palestina, la terra era conosciuta come Canaan. Il nome Falastin che gli arabi oggi usano per Palestina non è un nome arabo. È la pronuncia araba di ciò che i Greco-Romani chiamavano Palestina derivato da Peleshet: nome che iniziò ad essere usato nel tredicesimo secolo A.C., a causa di un movimento migratorio di genti chiamate "gente del mare", provenienti dall'area del Mare Egeo e delle Isole Greche e si insediarono sulla costa del Sud della terra di Canaan. Nel primo secolo D.C. i Romani annientarono lo stato indipendente della Giudea. Dopo la rivolta fallita di Bar Kokhba nel Secondo Secolo D.C., l'Imperatore Romano Adriano determinò di spazzare via l'identità di Israele-Giuda-Giudea. Perciò egli prese il nome Palestina e lo impose alla Terra di Israele. Nello stesso tempo egli cambiò il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina”. Mentre il mondo prova a bocciare Gingrich in Storia, il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon ha diffuso su YouTube un filmato di cinque minuti intitolato La verità sulla questione dei profughi - terzo video dopo quello sulla Cisgiordania e Il processo di pace - in cui spiega in parole semplici alcuni dei più complessi nodi del conflitto israelo-arabo-palestinese. Nel video Ayalon chiede chi sono i profughi, del perché dopo più di sessant’anni è ancora una questione aperta, come è incominciata la tragica e obliata storia di più di 850.000 ebrei delle antiche comunità ebraiche cacciati dalla conquista islamica nei Paesi arabi. Al contrario, continua il vice di Lieberman, 160.000 arabi accettarono l’offerta di Israele di restare ed oggi vi sono più di un milione di cittadini arabo-israeliani che vivono in Israele con pieni diritti di cittadinanza.
Uno status invece negato dai vicini arabi che ai profughi palestinesi riservano una serie di leggi discriminatorie: divieto di ottenere la cittadinanza (ad eccezione della Giordania), impossibilità di accedere a molte professioni, limitazioni al possesso di terreni, restrizioni di movimento, diniego di istruzione e assistenza sanitaria. Un’altra stoccata viene scagliata contro l’Onu: “Mentre tutti i profughi del mondo vengono assistiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), un’agenzia separata, l’UNRWA, venne creata specificamente per i palestinesi. Come mai i profughi palestinesi non possono condividere la stessa agenzia con i profughi di Bosnia, del Congo o del Darfur, tanto per citarne alcuni?”. La risposta secondo il vice ministro israeliano è: “Mentre l’agenzia centrale delle Nazioni Unite aiuta i profughi a reinserirsi, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi contribuisce a perpetuare il loro status, applicando criteri atipici. Ad esempio, i profughi perdono il loro status di profugo quando ricevono la cittadinanza di un paese riconosciuto, i profughi palestinesi no; i profughi non possono trasmettere il loro status da una generazione all’altra, i profughi palestinesi sì; i profughi vengono incoraggiati a reinserirsi in altri paesi o ad integrarsi nei paesi che li ospitano, cosa che l’UNRWA evita di fare. Le Nazioni Unite spendono per ogni singolo profugo palestinese circa tre volte più di quanto spendono per un profugo non palestinese, e impiegano uno staff oltre trenta volte più numeroso. Insomma, per tutto il XX secolo le Nazioni Unite hanno trovato soluzioni durevoli per decine di milioni di profughi, mentre l’agenzia per i profughi palestinesi non ha trovato soluzione per un solo profugo”. (l'Occidentale)
In Palestine: On the History and Geography of a Name, editato all’International History Reviw, spiega invece come “ Migliaia di anni prima che i Romani inventassero la Palestina, la terra era conosciuta come Canaan. Il nome Falastin che gli arabi oggi usano per Palestina non è un nome arabo. È la pronuncia araba di ciò che i Greco-Romani chiamavano Palestina derivato da Peleshet: nome che iniziò ad essere usato nel tredicesimo secolo A.C., a causa di un movimento migratorio di genti chiamate "gente del mare", provenienti dall'area del Mare Egeo e delle Isole Greche e si insediarono sulla costa del Sud della terra di Canaan. Nel primo secolo D.C. i Romani annientarono lo stato indipendente della Giudea. Dopo la rivolta fallita di Bar Kokhba nel Secondo Secolo D.C., l'Imperatore Romano Adriano determinò di spazzare via l'identità di Israele-Giuda-Giudea. Perciò egli prese il nome Palestina e lo impose alla Terra di Israele. Nello stesso tempo egli cambiò il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina”. Mentre il mondo prova a bocciare Gingrich in Storia, il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon ha diffuso su YouTube un filmato di cinque minuti intitolato La verità sulla questione dei profughi - terzo video dopo quello sulla Cisgiordania e Il processo di pace - in cui spiega in parole semplici alcuni dei più complessi nodi del conflitto israelo-arabo-palestinese. Nel video Ayalon chiede chi sono i profughi, del perché dopo più di sessant’anni è ancora una questione aperta, come è incominciata la tragica e obliata storia di più di 850.000 ebrei delle antiche comunità ebraiche cacciati dalla conquista islamica nei Paesi arabi. Al contrario, continua il vice di Lieberman, 160.000 arabi accettarono l’offerta di Israele di restare ed oggi vi sono più di un milione di cittadini arabo-israeliani che vivono in Israele con pieni diritti di cittadinanza.
Uno status invece negato dai vicini arabi che ai profughi palestinesi riservano una serie di leggi discriminatorie: divieto di ottenere la cittadinanza (ad eccezione della Giordania), impossibilità di accedere a molte professioni, limitazioni al possesso di terreni, restrizioni di movimento, diniego di istruzione e assistenza sanitaria. Un’altra stoccata viene scagliata contro l’Onu: “Mentre tutti i profughi del mondo vengono assistiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), un’agenzia separata, l’UNRWA, venne creata specificamente per i palestinesi. Come mai i profughi palestinesi non possono condividere la stessa agenzia con i profughi di Bosnia, del Congo o del Darfur, tanto per citarne alcuni?”. La risposta secondo il vice ministro israeliano è: “Mentre l’agenzia centrale delle Nazioni Unite aiuta i profughi a reinserirsi, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi contribuisce a perpetuare il loro status, applicando criteri atipici. Ad esempio, i profughi perdono il loro status di profugo quando ricevono la cittadinanza di un paese riconosciuto, i profughi palestinesi no; i profughi non possono trasmettere il loro status da una generazione all’altra, i profughi palestinesi sì; i profughi vengono incoraggiati a reinserirsi in altri paesi o ad integrarsi nei paesi che li ospitano, cosa che l’UNRWA evita di fare. Le Nazioni Unite spendono per ogni singolo profugo palestinese circa tre volte più di quanto spendono per un profugo non palestinese, e impiegano uno staff oltre trenta volte più numeroso. Insomma, per tutto il XX secolo le Nazioni Unite hanno trovato soluzioni durevoli per decine di milioni di profughi, mentre l’agenzia per i profughi palestinesi non ha trovato soluzione per un solo profugo”. (l'Occidentale)
Rivincita. Davide Giacalone
Il governo ha ottenuto la fiducia lo stesso giorno in cui promette la rivincita. Torneremo sul capitolo liberalizzazioni, affermano, e questa volta non ci fermeremo. Proposito lodevole, ma sarà bene chiariscano a se stessi perché, questa volta, hanno perso. Un simile esito non sarebbe stato possibile, forse neanche pensabile, se non fosse stato il governo stesso a commettere errori procedurali e politici.
Il contenuto finale del decreto è, per la grandissima parte (più o meno l’85%), fatto di tasse. In un paese già in recessione si tratta di una randellata micidiale. Per ragioni tutte legate alla comunicazione, che è stata sapientemente gestita, il dolore della botta ha assunto una valenza positiva, come a dire che era quello che serviva e ci voleva coraggio e sapienza nell’impartirla. Purtroppo, però, non è così: la sapienza sarebbe stata sprecata, perché quel genere d’operazione riesce a chiunque; il coraggio sarebbe stato meglio utilizzarlo per mettere l’Italia nelle condizioni di crescere, facendo venire meno i freni delle rendite di posizione; mentre il dubbio più consistente è relativo al merito e all’efficacia, perché sbagliare la terapia e praticare un salasso al paziente anemico significa avviarlo verso la tomba.
Ieri il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto che stiamo scontando anche la contraddittorietà delle risposte che l’Europa ha dato alla crisi. Ha ragione, ma noi lo scriviamo da mesi, ripetendo mille volte che prendere soldi agli italiani senza prima avere spento il fuoco della speculazione contro i debiti sovrani equivale a incenerirli. Non ci sono novità, insomma, sono dati e situazioni che tutti, da tempo, abbiamo il dovere di conoscere.
Il governo Monti ha operato in condizioni di grande difficoltà, dati i tempi stretti e le pressioni che ricevevamo da altri Paesi europei, segnatamente da Germania e Francia, oltre che dalle istituzioni dell’Unione. Nessuno può ignorare questo presupposto. Al tempo stesso, però, il governo s’è mosso in una condizione di grande favore istituzionale: nato dalla volontà e con la copertura del Quirinale, dispone, come ieri s’è confermato, dell’appoggio del Parlamento. Che ciò sia dovuto allo stato catatonico in cui si trovano le grosse forze politiche è vero, ma è pur sempre un vantaggio, per l’esecutivo. Partendo da queste premesse, e tenendo conto delle pressioni, il governo ha velocemente preparato un decreto legge, prontamente emanato dal Quirinale. E’ a partire da quel testo che è cominciato il precipitare.
Gli errori tecnici erano imperdonabili. Il che è paradossale, per dei tecnici. Non c’è fretta che tenga, ci sono cose che chiunque sia istruito alla vita istituzionale non può permettersi. A questi si sono sommati errori politici, che qui è bene scarnificare, se si vuol sperare in una “rivincita”, ovvero in un secondo tempo gestito con meno superficialità. La matrice dell’errore politico consiste nel credere che il governo possa andare avanti costruendo un consenso bilanciato, vale a dire ascoltando un po’ la destra e un po’ la sinistra, assecondando ora le richieste degli uni e ora quelle degli altri, nella consapevolezza che i provvedimenti passano, e i decreti si convertono, grazie ad una maggioranza parlamentare, che è pur necessario negoziare. Questa tesi è stata esposta, per giunta a sproposito (con riferimento all’ipotetica asta delle frequenze televisive, che è una bischerata in sé), anche pubblicamente. Se procede in questo modo il governo è finito: tradisce la propria natura e il proprio ruolo, avvicinando fino all’immediatezza la propria caduta. Ingloriosa.
Deve agire, invece, in base ad un criterio opposto: un governo tecnico, sostanzialmente extraparlamentare, che non sia il frutto di un colpo allo Stato, agisce senza contrattare i propri provvedimenti, ma ispirandoli all’unico equilibrio che concili il mandato con le necessità: scontentare tutti. E’ ovvio che, tanto per indicare due esempi, l’aumento delle tasse equivale allo sbugiardamento di tutta quanta l’impalcatura politica del centro destra, ed è ovvio che l’elasticizzazione del mercato del lavoro, comprendendo in ciò la cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, equivale a mettere un dito nell’occhio ideologico della sinistra, ma è anche vero che servono soldi per assicurarsi la discesa del debito e servono le condizioni affinché la crescita riparta, quindi procede, tira dritto, e fa le due cose contemporaneamente. Le forze politiche, in un Parlamento che resta sovrano, decideranno il loro voto, ma dopo che sia stato loro comunicata la non modificabilità dei provvedimenti. Così, forse, si salva la capra dell’emergenza e i cavoli delle istituzioni.
Non solo contrattare è un suicidio, ma diventa anche un obbrobrio se resta ferma la batosta nei confronti di quelli che non possono sottrarsi, mentre il resto viene meno al solo frusciar delle fronde corporative. Ne deriva uno spettacolo orrido. Capisco quei ministri che sentono il bisogno di dire: ci rifaremo, torneremo alla carica, ci sarà la rivincita. Ma rischia d’essere un inutile massacro se tutti, presidente del Consiglio in testa, non avranno la forza di ammettere l’errore compiuto. E di ammetterlo pubblicamente, perché la sola ipotesi che qualcuno faccia il furbo, subordinando l’interesse generale a un qualsiasi disegno politico, farà uscire allo scoperto un branco di volpi spelacchiate. Ma con le fauci sempre possenti.
Il contenuto finale del decreto è, per la grandissima parte (più o meno l’85%), fatto di tasse. In un paese già in recessione si tratta di una randellata micidiale. Per ragioni tutte legate alla comunicazione, che è stata sapientemente gestita, il dolore della botta ha assunto una valenza positiva, come a dire che era quello che serviva e ci voleva coraggio e sapienza nell’impartirla. Purtroppo, però, non è così: la sapienza sarebbe stata sprecata, perché quel genere d’operazione riesce a chiunque; il coraggio sarebbe stato meglio utilizzarlo per mettere l’Italia nelle condizioni di crescere, facendo venire meno i freni delle rendite di posizione; mentre il dubbio più consistente è relativo al merito e all’efficacia, perché sbagliare la terapia e praticare un salasso al paziente anemico significa avviarlo verso la tomba.
Ieri il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto che stiamo scontando anche la contraddittorietà delle risposte che l’Europa ha dato alla crisi. Ha ragione, ma noi lo scriviamo da mesi, ripetendo mille volte che prendere soldi agli italiani senza prima avere spento il fuoco della speculazione contro i debiti sovrani equivale a incenerirli. Non ci sono novità, insomma, sono dati e situazioni che tutti, da tempo, abbiamo il dovere di conoscere.
Il governo Monti ha operato in condizioni di grande difficoltà, dati i tempi stretti e le pressioni che ricevevamo da altri Paesi europei, segnatamente da Germania e Francia, oltre che dalle istituzioni dell’Unione. Nessuno può ignorare questo presupposto. Al tempo stesso, però, il governo s’è mosso in una condizione di grande favore istituzionale: nato dalla volontà e con la copertura del Quirinale, dispone, come ieri s’è confermato, dell’appoggio del Parlamento. Che ciò sia dovuto allo stato catatonico in cui si trovano le grosse forze politiche è vero, ma è pur sempre un vantaggio, per l’esecutivo. Partendo da queste premesse, e tenendo conto delle pressioni, il governo ha velocemente preparato un decreto legge, prontamente emanato dal Quirinale. E’ a partire da quel testo che è cominciato il precipitare.
Gli errori tecnici erano imperdonabili. Il che è paradossale, per dei tecnici. Non c’è fretta che tenga, ci sono cose che chiunque sia istruito alla vita istituzionale non può permettersi. A questi si sono sommati errori politici, che qui è bene scarnificare, se si vuol sperare in una “rivincita”, ovvero in un secondo tempo gestito con meno superficialità. La matrice dell’errore politico consiste nel credere che il governo possa andare avanti costruendo un consenso bilanciato, vale a dire ascoltando un po’ la destra e un po’ la sinistra, assecondando ora le richieste degli uni e ora quelle degli altri, nella consapevolezza che i provvedimenti passano, e i decreti si convertono, grazie ad una maggioranza parlamentare, che è pur necessario negoziare. Questa tesi è stata esposta, per giunta a sproposito (con riferimento all’ipotetica asta delle frequenze televisive, che è una bischerata in sé), anche pubblicamente. Se procede in questo modo il governo è finito: tradisce la propria natura e il proprio ruolo, avvicinando fino all’immediatezza la propria caduta. Ingloriosa.
Deve agire, invece, in base ad un criterio opposto: un governo tecnico, sostanzialmente extraparlamentare, che non sia il frutto di un colpo allo Stato, agisce senza contrattare i propri provvedimenti, ma ispirandoli all’unico equilibrio che concili il mandato con le necessità: scontentare tutti. E’ ovvio che, tanto per indicare due esempi, l’aumento delle tasse equivale allo sbugiardamento di tutta quanta l’impalcatura politica del centro destra, ed è ovvio che l’elasticizzazione del mercato del lavoro, comprendendo in ciò la cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, equivale a mettere un dito nell’occhio ideologico della sinistra, ma è anche vero che servono soldi per assicurarsi la discesa del debito e servono le condizioni affinché la crescita riparta, quindi procede, tira dritto, e fa le due cose contemporaneamente. Le forze politiche, in un Parlamento che resta sovrano, decideranno il loro voto, ma dopo che sia stato loro comunicata la non modificabilità dei provvedimenti. Così, forse, si salva la capra dell’emergenza e i cavoli delle istituzioni.
Non solo contrattare è un suicidio, ma diventa anche un obbrobrio se resta ferma la batosta nei confronti di quelli che non possono sottrarsi, mentre il resto viene meno al solo frusciar delle fronde corporative. Ne deriva uno spettacolo orrido. Capisco quei ministri che sentono il bisogno di dire: ci rifaremo, torneremo alla carica, ci sarà la rivincita. Ma rischia d’essere un inutile massacro se tutti, presidente del Consiglio in testa, non avranno la forza di ammettere l’errore compiuto. E di ammetterlo pubblicamente, perché la sola ipotesi che qualcuno faccia il furbo, subordinando l’interesse generale a un qualsiasi disegno politico, farà uscire allo scoperto un branco di volpi spelacchiate. Ma con le fauci sempre possenti.
mercoledì 14 dicembre 2011
Il governo dei ragionieri. Gengis
Pensioni e eccezioni. Perequazioni e indicizzazioni. IMU e detrazioni. 1 e qualcosa per cento di accise, 0.45 di contributi, 0.1 di bolli, 0.76 di patrimoniale estera, 0.4 di altri bolli, 0.0 per-cento-e-qualcosa di tanto altro. Non si capisce se è una manovra o un aiuto di stato all'ordine dei commercialisti. (l'Occidentale)
venerdì 9 dicembre 2011
Terapia pericolosa. Davide Giacalone
La Bce ribassa i tassi (dovrà farlo ancora) dopo che si sono accorti che l’euro potrebbe saltare in aria. Complimenti per la prontezza di riflessi. Cerchiamo di capire, noi italiani, come evitare di far la fine di Pietro Micca, senza neanche l’eroica opportunità di salvare Torino dai francesi. Rischiamo di spappolarci anche in assenza di detonazione. Micca, del resto, finì avvelenato dalle esalazioni, così come noi corriamo il pericolo di finire soffocati dalla recessione.
Il governo Monti ha commesso, sulle pensioni, un grave errore, cui cerca di rimediare facendone uno, politico, ancora più grosso. Sostenemmo subito che l’anticipazione dell’innalzamento dell’età pensionabile e del sistema contributivo era positiva. Ma avvertimmo che togliere l’adeguamento al costo della vita era una misura recessiva. Non siamo tecnici, bensì poveri scrivani, eppure ce ne accorgemmo. Rilevammo un difetto non di “giustizia sociale”, che non è materia maneggiabile da un governo privo di delega popolare, ma di prudenza economica. Ora lo capiscono e dicono che sono pronti alle modifiche, mediante un emendamento (che presto diventerà “maxi”) su cui porre la fiducia e da concepire “a saldi invariati”. E’ il linguaggio dei governi che mediano e s’arrabattano, non di quelli composti da sì alte intelligenze e competenze, privi dell’obbligo di barcamenarsi fra i partiti. Due errori, insomma.
Segnalo il terzo: ci sono lavoratori posti in mobilità o licenziati con la consegna dei soldi per pagare i contributi volontari, tutti alle soglie della pensione. Questo a legislazione allora vigente. Se cambiano le regole vanno tutelati, altrimenti sarà come dire che i più fessi sono quelli che credono nelle leggi. Lo sapevamo già, ma non è il caso di ribadirlo.
Questo governo si giustifica per l’emergenza, non per l’equità, e se quel che scrive non è da prendere in blocco allora il gioco non vale il prezzo della sospensione democratica. Andiamo oltre: il decreto contiene molte norme inique, ma necessarie, il guaio è che c’è tanto bastone recessivo e pochissima carota per la crescita. Non si sono aumentate le aliquote Irpef, ma le addizionali. Nelle tasche degli italiani non fa una grande differenza, salvo il fatto che le seconde riguardano tutti. La logica di tassare per galleggiare è esattamente quella che ci ha portati alla pressione fiscale superiore alla media europea (fra due anni saremo al top), al debito pubblico mostruoso e all’inefficienza della spesa pubblica. Va invertita.
Il quadro dominante è quello europeo. Se il Consiglio di Bruxelles dovesse fallire l’intera questione dovrà essere rivista. Radicalmente, perché in caso contrario non usciremmo dalla crisi, verremmo riaggrediti dalla speculazione e, in più, ci saremmo impoveriti togliendo agli italiani soldi che non servirebbero minimamente ad alleggerire il debito pubblico. Posto ciò, e fidando nel fatto che non si arrivi alla follia del fallimento, noi abbiamo il problema di non accasciarci per anemia. Non possiamo permetterci di far prima la chemioterapia e poi il sostegno, perché la terapia ci ammazza prima di passare alla convalescenza. Una cosa è certa: senza sviluppo e senza svalutazione (che non è nei nostri poteri) quel debito non è sostenibile. Punto. Possiamo anche torturare le vecchiette (e i loro nipoti), ma non sarà mai sostenibile, in queste condizioni.
Mettere sul mercato una fetta consistente del patrimonio pubblico, subito, è indispensabile. Più si aspetta e più ce lo mangiamo. Cambiare le regole del mercato del lavoro, superando la sicurezza dei posti fissi e rendendolo il più elastico possibile, non è un modo per minacciare l’avvenire e la tranquillità dei lavoratori, ma l’unica via sensata per tutelarli. Senza crescita non c’è lavoro. La quantità di italiani che non lavorano è impressionante. Succede per rigidità o per patrimonio accumulato, ma è pur sempre la condotta di chi consegna ricchezza verso mercati esteri e verso lavoratori stranieri. I tecnici dovrebbero conoscere questo ingranaggio infernale, che va fermato. Subito. Cancellare il valore legale del titolo di studio e mettere scuole e università in concorrenza fra di loro non è una minaccia al diritto allo studio, è la formula che porta cultura e saper fare. Il ministro della giustizia fa bene ad occuparsi di carceri, perché sono in condizioni pietose, ma la giustizia, civile e penale, è messa peggio. Qui occorre scardinare le resistenze corporative, dei magistrati e degli avvocati, azzerandole.
Sono materie politiche, spettanti al Parlamento, lo so. Ma se i partiti sono in stato confusionale e il Parlamento in condizioni comatose il dovere di provvedere passa nelle mani dei commissari, del governo in carica. Altrimenti saranno commissari liquidatori.
Il governo Monti ha commesso, sulle pensioni, un grave errore, cui cerca di rimediare facendone uno, politico, ancora più grosso. Sostenemmo subito che l’anticipazione dell’innalzamento dell’età pensionabile e del sistema contributivo era positiva. Ma avvertimmo che togliere l’adeguamento al costo della vita era una misura recessiva. Non siamo tecnici, bensì poveri scrivani, eppure ce ne accorgemmo. Rilevammo un difetto non di “giustizia sociale”, che non è materia maneggiabile da un governo privo di delega popolare, ma di prudenza economica. Ora lo capiscono e dicono che sono pronti alle modifiche, mediante un emendamento (che presto diventerà “maxi”) su cui porre la fiducia e da concepire “a saldi invariati”. E’ il linguaggio dei governi che mediano e s’arrabattano, non di quelli composti da sì alte intelligenze e competenze, privi dell’obbligo di barcamenarsi fra i partiti. Due errori, insomma.
Segnalo il terzo: ci sono lavoratori posti in mobilità o licenziati con la consegna dei soldi per pagare i contributi volontari, tutti alle soglie della pensione. Questo a legislazione allora vigente. Se cambiano le regole vanno tutelati, altrimenti sarà come dire che i più fessi sono quelli che credono nelle leggi. Lo sapevamo già, ma non è il caso di ribadirlo.
Questo governo si giustifica per l’emergenza, non per l’equità, e se quel che scrive non è da prendere in blocco allora il gioco non vale il prezzo della sospensione democratica. Andiamo oltre: il decreto contiene molte norme inique, ma necessarie, il guaio è che c’è tanto bastone recessivo e pochissima carota per la crescita. Non si sono aumentate le aliquote Irpef, ma le addizionali. Nelle tasche degli italiani non fa una grande differenza, salvo il fatto che le seconde riguardano tutti. La logica di tassare per galleggiare è esattamente quella che ci ha portati alla pressione fiscale superiore alla media europea (fra due anni saremo al top), al debito pubblico mostruoso e all’inefficienza della spesa pubblica. Va invertita.
Il quadro dominante è quello europeo. Se il Consiglio di Bruxelles dovesse fallire l’intera questione dovrà essere rivista. Radicalmente, perché in caso contrario non usciremmo dalla crisi, verremmo riaggrediti dalla speculazione e, in più, ci saremmo impoveriti togliendo agli italiani soldi che non servirebbero minimamente ad alleggerire il debito pubblico. Posto ciò, e fidando nel fatto che non si arrivi alla follia del fallimento, noi abbiamo il problema di non accasciarci per anemia. Non possiamo permetterci di far prima la chemioterapia e poi il sostegno, perché la terapia ci ammazza prima di passare alla convalescenza. Una cosa è certa: senza sviluppo e senza svalutazione (che non è nei nostri poteri) quel debito non è sostenibile. Punto. Possiamo anche torturare le vecchiette (e i loro nipoti), ma non sarà mai sostenibile, in queste condizioni.
Mettere sul mercato una fetta consistente del patrimonio pubblico, subito, è indispensabile. Più si aspetta e più ce lo mangiamo. Cambiare le regole del mercato del lavoro, superando la sicurezza dei posti fissi e rendendolo il più elastico possibile, non è un modo per minacciare l’avvenire e la tranquillità dei lavoratori, ma l’unica via sensata per tutelarli. Senza crescita non c’è lavoro. La quantità di italiani che non lavorano è impressionante. Succede per rigidità o per patrimonio accumulato, ma è pur sempre la condotta di chi consegna ricchezza verso mercati esteri e verso lavoratori stranieri. I tecnici dovrebbero conoscere questo ingranaggio infernale, che va fermato. Subito. Cancellare il valore legale del titolo di studio e mettere scuole e università in concorrenza fra di loro non è una minaccia al diritto allo studio, è la formula che porta cultura e saper fare. Il ministro della giustizia fa bene ad occuparsi di carceri, perché sono in condizioni pietose, ma la giustizia, civile e penale, è messa peggio. Qui occorre scardinare le resistenze corporative, dei magistrati e degli avvocati, azzerandole.
Sono materie politiche, spettanti al Parlamento, lo so. Ma se i partiti sono in stato confusionale e il Parlamento in condizioni comatose il dovere di provvedere passa nelle mani dei commissari, del governo in carica. Altrimenti saranno commissari liquidatori.
giovedì 8 dicembre 2011
Europa ed europei. Davide Giacalone
L’Europa che si riunisce oggi è molto diversa da quella, retorica e palloccolosa, di tante celebrazioni e discorsi rituali. Si gioca la pelle. Se la salverà lo farà a dispetto dei cittadini europei, in gran parte delusi, se non direttamente avversi. Ciascuno per propri motivi, talora opposti e inconciliabili, a dimostrazione che non ha saputo affermarsi, né nel bene né nel male, come patria comune. Sappiamo esattamente dov’è l’errore, ma difetta la forza di rimediare.
Con le macerie ancora fumanti della seconda guerra mondiale le potenze vincitrici, e prima fra tutti gli Stati Uniti, decisero che non si sarebbe commesso l’errore con il quale si concluse la prima: non si sarebbero ridotti gli sconfitti (fra i quali noi) in miseria, ma il contrario. Germania e Italia furono escluse dall’armamento atomico. La Germania fu sfregiata dalla divisione, poi ricucita grazie al crollo dell’Unione Sovietica, alla copertura europea e alla sicurezza data dalla Nato. L’Italia divenne terra di confine, con il “più grande Partito comunista d’occidente” e una strisciante guerra civile, alimentata dalla guerra fredda. In questo scenario i padri d’Europa immaginarono che l’integrazione economica potesse precedere e propiziare l’integrazione politica. Se vedessero quel che sta succedendo, non ne sarebbero punto orgogliosi.
Si cominciò con la Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, per proseguire con altri mercati in comune. La nascita di quell’Europa era guardata, dai cittadini, con estranea fiducia. Era una cosa buona e giusta, ma lontana. Poi si prese a costruire il Parlamento europeo, figlio delle assemblee parlamentari, e l’embrione del governo europeo, la Commissione. I cittadini guardavano con distratto disinteresse: restava cosa buona e giusta, ma anche sede di vaniloquio ed elefantiasi burocratica. Gli europeisti (fra i quali chi qui scrive) s’affannavano a dire che il bello sarebbe arrivato e che, comunque, quel che c’era non era poco. Venne la stagione del serpente monetario e dell’Ecu, i nonni dell’euro, in un crescendo che avrebbe dato effettività solida all’integrazione economica. La nascita della moneta comune fu salutata con gioia dai nuovi arrivati, provenienti dall’Europa che fu comunista, schiavizzata, immiserita. Gli altri guardavano con il sopracciglio alzato: gli italiani subivano un cambio che quasi dimezzava il potere d’acquisto, i francesi perdevano un simbolo della grandeur, i tedeschi perdevano il loro marco, ma ci guadagnavano i costi della riunificazione, la ripresa e un mercato interno ricchissimo. Sono loro, i tedeschi, quelli che ci hanno guadagnato di più. Sebbene oggi se ne siano dimenticati. Sarebbe dovuto essere l’apice dell’integrazione economica, dopo la quale sarebbero venuti gli Stati Uniti d’Europa, invece fu l’innesco della tragedia.
La moneta senza testa ha scontentato tutti, anche quelli che ci hanno guadagnato. Fra i quali gli italiani, che pure la guardano spesso con avversione. E’ vero, il cambio fu masochista, ma anni di tassi bassi hanno aiutato tanti che hanno sottoscritto mutui e hanno aiutato la collettività a pagare meno l’imponente debito pubblico. Ma che conta, oggi? Il soldo acefalo non ha resistito un solo minuto quando la speculazione s’è accorta dell’evidenza: avere una sola moneta, ma debiti diversi, venduti a tassi diversi, è una ciclopica cretinata. Capace di distruggere tutto, perché neanche la libera circolazione di persone e cose ha senso ove ciascuno portasse nel sangue di nascita una quota di debito pubblico autoctono e uno svantaggio (o vantaggio) fiscale.
Eccoci qui: la via dell’economia per federare la politica non s’è rivelata un vicolo cieco, come gli euroscettici avvertivano, ma un viale in fondo al quale c’è una voragine. Siccome viaggiamo con il pilota automatico, e dato che le classi politiche europee (con rare eccezioni) sono popolate da esseri minuscoli, abituati ad amministrare la dispensa e non interrogarsi sul mondo, corriamo il serio rischio di finirci dentro. In questo modo partorendo un’Europa di popoli antieuropeisti. Né migliore sarebbe l’Europa che, per restare unita, fosse costretta a ignorare l’opinione degli europei, cittadini democraticamente minorati.
Dubito che il Consiglio di oggi si concluda con una soluzione limpida, ma è necessario che qualcuno azioni il freno a mano, prima che i passeggeri si buttino dal finestrino. Dobbiamo tornare indietro e decidere: o ammettiamo d’avere sbagliato, che la moneta unica fu pura presunzione e incompetenza, oppure ne traiamo le conseguenze politiche e ci gettiamo verso la vera federazione, rinunciando a molta della sovranità nazionale. Di tutti, però, non di alcuni.
Quella in corso è una guerra, che in altri tempi si sarebbe combattuta con le armi. Fermarla è l’unico modo per vincerla. Guardo al mio Paese, purtroppo, e mi dispero all’idea che si sia giunti a questo appuntamento con la storia senza nulla che somigli alla grandezza e alla dignità della politica. Né tale è quella dei tromboni europeisteggianti, che hanno passato una vita a battersi contro l’Europa.
Con le macerie ancora fumanti della seconda guerra mondiale le potenze vincitrici, e prima fra tutti gli Stati Uniti, decisero che non si sarebbe commesso l’errore con il quale si concluse la prima: non si sarebbero ridotti gli sconfitti (fra i quali noi) in miseria, ma il contrario. Germania e Italia furono escluse dall’armamento atomico. La Germania fu sfregiata dalla divisione, poi ricucita grazie al crollo dell’Unione Sovietica, alla copertura europea e alla sicurezza data dalla Nato. L’Italia divenne terra di confine, con il “più grande Partito comunista d’occidente” e una strisciante guerra civile, alimentata dalla guerra fredda. In questo scenario i padri d’Europa immaginarono che l’integrazione economica potesse precedere e propiziare l’integrazione politica. Se vedessero quel che sta succedendo, non ne sarebbero punto orgogliosi.
Si cominciò con la Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, per proseguire con altri mercati in comune. La nascita di quell’Europa era guardata, dai cittadini, con estranea fiducia. Era una cosa buona e giusta, ma lontana. Poi si prese a costruire il Parlamento europeo, figlio delle assemblee parlamentari, e l’embrione del governo europeo, la Commissione. I cittadini guardavano con distratto disinteresse: restava cosa buona e giusta, ma anche sede di vaniloquio ed elefantiasi burocratica. Gli europeisti (fra i quali chi qui scrive) s’affannavano a dire che il bello sarebbe arrivato e che, comunque, quel che c’era non era poco. Venne la stagione del serpente monetario e dell’Ecu, i nonni dell’euro, in un crescendo che avrebbe dato effettività solida all’integrazione economica. La nascita della moneta comune fu salutata con gioia dai nuovi arrivati, provenienti dall’Europa che fu comunista, schiavizzata, immiserita. Gli altri guardavano con il sopracciglio alzato: gli italiani subivano un cambio che quasi dimezzava il potere d’acquisto, i francesi perdevano un simbolo della grandeur, i tedeschi perdevano il loro marco, ma ci guadagnavano i costi della riunificazione, la ripresa e un mercato interno ricchissimo. Sono loro, i tedeschi, quelli che ci hanno guadagnato di più. Sebbene oggi se ne siano dimenticati. Sarebbe dovuto essere l’apice dell’integrazione economica, dopo la quale sarebbero venuti gli Stati Uniti d’Europa, invece fu l’innesco della tragedia.
La moneta senza testa ha scontentato tutti, anche quelli che ci hanno guadagnato. Fra i quali gli italiani, che pure la guardano spesso con avversione. E’ vero, il cambio fu masochista, ma anni di tassi bassi hanno aiutato tanti che hanno sottoscritto mutui e hanno aiutato la collettività a pagare meno l’imponente debito pubblico. Ma che conta, oggi? Il soldo acefalo non ha resistito un solo minuto quando la speculazione s’è accorta dell’evidenza: avere una sola moneta, ma debiti diversi, venduti a tassi diversi, è una ciclopica cretinata. Capace di distruggere tutto, perché neanche la libera circolazione di persone e cose ha senso ove ciascuno portasse nel sangue di nascita una quota di debito pubblico autoctono e uno svantaggio (o vantaggio) fiscale.
Eccoci qui: la via dell’economia per federare la politica non s’è rivelata un vicolo cieco, come gli euroscettici avvertivano, ma un viale in fondo al quale c’è una voragine. Siccome viaggiamo con il pilota automatico, e dato che le classi politiche europee (con rare eccezioni) sono popolate da esseri minuscoli, abituati ad amministrare la dispensa e non interrogarsi sul mondo, corriamo il serio rischio di finirci dentro. In questo modo partorendo un’Europa di popoli antieuropeisti. Né migliore sarebbe l’Europa che, per restare unita, fosse costretta a ignorare l’opinione degli europei, cittadini democraticamente minorati.
Dubito che il Consiglio di oggi si concluda con una soluzione limpida, ma è necessario che qualcuno azioni il freno a mano, prima che i passeggeri si buttino dal finestrino. Dobbiamo tornare indietro e decidere: o ammettiamo d’avere sbagliato, che la moneta unica fu pura presunzione e incompetenza, oppure ne traiamo le conseguenze politiche e ci gettiamo verso la vera federazione, rinunciando a molta della sovranità nazionale. Di tutti, però, non di alcuni.
Quella in corso è una guerra, che in altri tempi si sarebbe combattuta con le armi. Fermarla è l’unico modo per vincerla. Guardo al mio Paese, purtroppo, e mi dispero all’idea che si sia giunti a questo appuntamento con la storia senza nulla che somigli alla grandezza e alla dignità della politica. Né tale è quella dei tromboni europeisteggianti, che hanno passato una vita a battersi contro l’Europa.
venerdì 2 dicembre 2011
Lo scandalo delle pensioni. FR
L’età media dei pensionati Inps per anzianità nei primi 10 mesi del 2011 è di 58,7 anni, in lievissimo aumento sui 58,6 anni del 2010. L’età media di uscita nel complesso (vecchiaia e anzianità) è stata di 60,2 anni, in calo rispetto ai 60,4 anni del 2010. Se poi si guarda solo ai lavoratori dipendenti, l’età media di uscita nel 2011 è stata, tra vecchiaia e anzianità, di 59,7 anni e dunque la più bassa degli ultimi 3 anni; era stata infatti di 60,9 anni nel 2009 e di 60 anni nel 2010. Per i lavoratori autonomi l’età media complessiva di uscita è stata di 61,1 anni, in calo rispetto ai 61,4 del 2009. È quanto dicono gli ultimi dati Inps, diffusi dall’agenzia Ansa.
Per quanto mi riguarda, il dibattito sulle pensioni finisce qui. Il sistema pensionistico italiano è uno scandalo e una vergogna, e il governo Monti non farà mai abbastanza per smantellarlo come meriterebbe. Le pensioni in Italia sono (state) la tangente che la politica ha pagato agli elettori per comprarne il consenso. I sindacati e la sinistra dovrebbero essere i primi a vergognarsene, perché ne sono corresponsabili.
La benedetta crisi europea – e speriamo che duri ancora a lungo, e che peggiori – svela finalmente il vero trucco contabile dell’Italia, lo scandalo profondo della sua corruzione civile e politica: la trasformazione dei cittadini in sudditi, e dei bisogni in “diritti”. La democrazia dei liberi mercati ha sferrato un attacco mortale all’oligarchia partitocratica della spesa pubblica. Nessun diritto acquisito è da considerarsi un diritto in tempo di rivoluzione: le pensioni di anzianità o di invalidità o sociali o come altro si chiamano non valgono oggi più di quanto valessero i diritti feudali dopo la presa della Bastiglia.
Il feudalesimo corrotto del Welfare all’italiana, di cui il sistema pensionistico costituisce una delle architravi, prima salta per aria e meglio è. In pensione in media a cinquantott’anni? Vergognatevi! (the Front Page)
Per quanto mi riguarda, il dibattito sulle pensioni finisce qui. Il sistema pensionistico italiano è uno scandalo e una vergogna, e il governo Monti non farà mai abbastanza per smantellarlo come meriterebbe. Le pensioni in Italia sono (state) la tangente che la politica ha pagato agli elettori per comprarne il consenso. I sindacati e la sinistra dovrebbero essere i primi a vergognarsene, perché ne sono corresponsabili.
La benedetta crisi europea – e speriamo che duri ancora a lungo, e che peggiori – svela finalmente il vero trucco contabile dell’Italia, lo scandalo profondo della sua corruzione civile e politica: la trasformazione dei cittadini in sudditi, e dei bisogni in “diritti”. La democrazia dei liberi mercati ha sferrato un attacco mortale all’oligarchia partitocratica della spesa pubblica. Nessun diritto acquisito è da considerarsi un diritto in tempo di rivoluzione: le pensioni di anzianità o di invalidità o sociali o come altro si chiamano non valgono oggi più di quanto valessero i diritti feudali dopo la presa della Bastiglia.
Il feudalesimo corrotto del Welfare all’italiana, di cui il sistema pensionistico costituisce una delle architravi, prima salta per aria e meglio è. In pensione in media a cinquantott’anni? Vergognatevi! (the Front Page)
Gentile professor Monti. Christian Rocca
Vorrei tagliarmi anch'io i capelli di domenica, come ha fatto lei la settimana scorsa. E magari anche di lunedì, se possibile anche di sera.
Le vette liriche raggiunte dai giornali sul suo taglio di capelli domenicale, nell'elegante Via Vincenzo Monti in Milano, resteranno nella storia della pubblicistica italiana e anche nordcoreana. Non importa che se a farsi lo shampoo fuori dall'orario vigente fosse stato uno come La Russa le medesime gazzette intente a lodare la sua cotonatura borghese avrebbero sparato a pallettoni contro la casta arrogante, infingarda e profittatrice. Lasci stare, sono chiacchiere. Ma si impegni, egregio professore, a favorire la casta dei cittadini. La aiuti a liberalizzare gli orari dei negozi. Barba e capelli per tutti. Anche la domenica, anche il lunedì, anche dopo il tramonto. Mi faccia comprare l'insalata a mezzanotte e le lampadine a mezzogiorno. Mi lasci libero di spendere e gli altri di guadagnare. Grazie. (Camillo blog)
Le vette liriche raggiunte dai giornali sul suo taglio di capelli domenicale, nell'elegante Via Vincenzo Monti in Milano, resteranno nella storia della pubblicistica italiana e anche nordcoreana. Non importa che se a farsi lo shampoo fuori dall'orario vigente fosse stato uno come La Russa le medesime gazzette intente a lodare la sua cotonatura borghese avrebbero sparato a pallettoni contro la casta arrogante, infingarda e profittatrice. Lasci stare, sono chiacchiere. Ma si impegni, egregio professore, a favorire la casta dei cittadini. La aiuti a liberalizzare gli orari dei negozi. Barba e capelli per tutti. Anche la domenica, anche il lunedì, anche dopo il tramonto. Mi faccia comprare l'insalata a mezzanotte e le lampadine a mezzogiorno. Mi lasci libero di spendere e gli altri di guadagnare. Grazie. (Camillo blog)
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